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USA-Iran: droni e alta tensione

Altrenotizie.org - Gio, 20/06/2019 - 19:58

L’abbattimento di un drone americano forse in territorio iraniano è stato giovedì il primo incidente che ha messo di fronte direttamente Washington e Teheran da quando le tensioni tra i due paesi sono tornate ad aumentare a causa delle politiche sempre più aggressive dell’amministrazione Trump. Le forze armate USA avevano inizialmente negato di avere velivoli in ricognizione nell’area del Golfo, ma, dopo i dettagli dell’accaduto diffusi dai Guardiani della Rivoluzione iraniani, la notizia dell’abbattimento è stata confermata anche dai militari americani.

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Le mani dei falchi sul Pentagono

Altrenotizie.org - Mer, 19/06/2019 - 20:26

Il segretario alla Difesa ad interim degli Stati Uniti, Patrick Shanahan, martedì si è improvvisamente dimesso dalla sua carica, dopo che poco più di un mese fa era stato candidato dalla Casa Bianca alla nomina definitiva a capo della macchina da guerra americana. L’addio dell’ex top manager di Boeing è da attribuire ufficialmente a un’oscura vicenda di maltrattamenti famigliari risalente a quasi un decennio fa, anche se, quasi certamente, la vera ragione dell’avvicendamento alla guida del Pentagono ha a che fare con le divisioni crescenti all’interno dell’amministrazione Trump sotto la spinta delle numerose crisi internazionali in corso, a cominciare da quella iraniana.

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Mursi, assassinio di regime

Altrenotizie.org - Mar, 18/06/2019 - 20:32

Anche se la morte improvvisa dell’ex presidente egiziano, Mohamed Mursi, in un’aula di tribunale sembra essere avvenuta per cause naturali, i veri responsabili del suo decesso sono coloro che ne hanno ordinato la detenzione e i processi-farsa a suo carico, vale a dire i vertici dell’attuale regime militare del generale Abdel Fattah al-Sisi, assieme ai governi occidentali che, dopo il golpe del 2013, avevano rapidamente abbandonato alla propria sorte il primo leader democraticamente eletto del paese nordafricano.

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USA-Polonia, l’asse contro Berlino

Altrenotizie.org - Gio, 13/06/2019 - 20:51

L’incontro di questa settimana a Washington tra il presidente americano Trump e quello polacco, Andrzej Duda, è servito non solo a confermare l’ottimo stato dei rapporti tra Washington e Varsavia, ma anche e soprattutto ad ampliare ulteriormente la distanza che separa gli Stati Uniti dalla Germania e, più in generale, da quella parte di Europa che fa sostanzialmente riferimento alla leadership di Berlino.

 

Il faccia a faccia di mercoledì tra i due leader nella capitale americana si è infatti trasformato rapidamente in un palcoscenico sul quale l’inquilino della Casa Bianca ha sferrato nuovi e pesanti attacchi contro il governo della cancelliera Merkel. Gli argomenti preferiti da Trump sono stati ancora una volta la costruzione del gasdotto “Nordstream 2” e le spese militari tedesche, ritenute non adeguate agli standard previsti dalla NATO.

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USA-GB, la democrazia a comando

Altrenotizie.org - Mar, 11/06/2019 - 20:10

Nonostante le accuse continuamente rivolte alla Russia, è notoriamente di gran lunga il governo degli Stati Uniti quello che più di ogni altro continua a intervenire in maniera sistematica nel pilotare elezioni oppure colpi di stato in paesi stranieri a seconda dei propri interessi. Le “interferenze” americane non sono inoltre limitate ai tentativi di influenzare le vicende politiche di paesi rivali o nemici, ma si estendono anche a quelli alleati, come dimostra una recente dichiarazione che avrebbe dovuto rimanere segreta di un importante membro dell’amministrazione Trump a proposito del leader laburista britannico, Jeremy Corbyn.

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Bloqueo statunitense impedisce a Peace Boat di toccare porto cubano

Cubadebate (italiano) - Lun, 10/06/2019 - 23:17
Trabajadores

foto:Trabajadores

Con profondo dolore ho ricevuto la notizia che in questa occasione il Peace Boat non potrà toccare terre cubane come era previsto il prossimo 13 giugno, dovuto alle nuove restrizioni ad imbarcazioni, crociere ed aeroplani privati imposte dal governo di Trump contro Cuba.

Trattandosi di un’imbarcazione di proprietà statunitense, la Crociera per la Pace, simbolo di convivenza, di pace e buona volontà tra i popoli non potrà questa volta rinfrescarsi con l’ottimismo, la dignità e la fermezza dei cubani. Come mi ha detto in un’occasione uno dei suoi dirigenti e promotori: “Ogni viaggio a Cuba è un viaggio alla terra della dignità”.

Questa non è la prima volta che misure assurde ostacoleranno la nave affinché non possa attraccare sull’isola, come è accaduto già nel passato, ma presto queste ed altre azioni falliranno ed il Peace Boat ritornerà a terre cubane col suo messaggio di Pace e solidarietà.

In questa occasione, la crociera trasportava con sé un carico solidario, il modesto donativo che la comunità cubana residente in Giappone ed amici giapponesi avevano inviato in appoggio ai sinistrati del tornado che ha colpito L’Avana all’inizio dell’anno.

Un’altra volta la malvagità e l’odio irrazionale contro Cuba mostra il suo volto, ma niente di ciò ci toglierà il sonno e l’impegno di continuare a lavorare ed apportare per la nostra cara Cuba. Grazie Yoshioka-san ed altri amici, la battaglia continua.

Carlos Miguel Pereira Hernandez, ambasciatore cubano in Giappone

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Ambasciata cubana in Giappone

foto:Ambasciata cubana in Giappone

Ambasciata cubana in Giappone

foto:Ambasciata cubana in Giappone

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Dichiarazione del Governo Rivoluzionario: Cuba non si intimorisce di fronte alle misure di indurimento del bloqueo economico

Cubadebate (italiano) - Lun, 10/06/2019 - 22:36

declaracion_minrex_0_0-580x330Il Governo Rivoluzionario della Repubblica di Cuba ripudia nel modo più energico le misure annunciate dal Governo degli Stati Uniti il 4 giugno 2019, attraverso le quali si rinforza il bloqueo economico imposto a Cuba da più di 60 anni, con un costo per l’economia cubana che nel 2018 ha superato i 134 mila milioni di dollari, considerando anche il deprezzamento del dollaro nei confronti del valore dell’oro sul mercato internazionale.

Secondo quanto si sa, questa nuova escalation, che entra in vigore dal 5 giugno, rende ancora più forti le restrizioni già dure imposte ai cittadini statunitensi per viaggiare a Cuba, aggiunge proibizioni assolute per imbarcazioni di qualsiasi tipo provenienti dagli Stati Uniti e proibisce con effetto immediato che le navi da crociera visitino il nostro Paese.

L’obiettivo continua ad essere strappare concessioni politiche alla nazione cubana, attraverso l’asfissia dell’economia e il danno causato al livello della popolazione. In questo caso particolare, le misure cercano anche di impedire che il popolo degli Stati Uniti conosca la realtà cubana e sconfigga così l’effetto della propaganda calunniosa che ogni giorno si produce contro il nostro Paese.

Sono azioni che disprezzano l’opinione maggioritaria degli statunitensi, il cui interesse per conoscere Cuba ed esercitare il proprio diritto a viaggiare si è dimostrato con i 650 mila che ci hanno visitato nel 2018, insieme a mezzo milione di cubani residenti negli Stati Uniti.

Il 17 Aprile, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, in occasione di uno show anti-cubano a cui hanno partecipato i mercenari sconfitti a Playa Giron, con le famiglie degli sbirri della Tirannia di Fulgencio Batista, aveva avvisato che il suo governo avrebbe ristretto i viaggi non famigliari a Cuba. Si sa che questo individuo è riuscito ad impadronirsi della politica estera degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e questo costituisce la principale minaccia alla pace ed alla stabilità di tutta la regione.

Gli Stati Uniti promuovono senza imbarazzo la Dottrina Monroe, con la quale pretendono negare l’uguaglianza sovrana ed il diritto alla libera determinazione di tutte ed ognuna delle nazioni dell’emisfero.

I recenti attacchi contro Cuba trovano sostegno in nuovi pretesti. Il più noto di questi è la falsa accusa dell’intervento militare di Cuba in Venezuela, menzogna che è stata rifiutata pubblicamente e con forza dal governo cubano.

Arrivano all’estremismo senza scrupoli di proporre a Cuba di tradire le sue convinzioni ed i principi che hanno accompagnato la politica estera della Rivoluzione cubana, in cambio di promesse di negoziazioni o di alleggerimento delle misure draconiane e criminali che costituiscono il bloqueo economico.

La solidarietà di Cuba con il Presidente Costituzionale Nicolas Maduro Moros, la Rivoluzione bolivariana e chavista e l’unione civico-militare del suo popolo, non è negoziabile. I 20 mila e più collaboratori cubani che in modo volontario e con abnegazione prestano servizio sociale in questo Paese, la maggior parte di loro nel settore della salute, continueranno li fin tanto che il popolo venezuelano li accolga, cooperando con questa nazione sorella.

Per i cubani il tradimento non è un’opzione. Non siamo ingenui, sono già trascorsi 150 anni di dura lotta per la nostra indipendenza, avendo dovuto affrontare fin dal primo giorno le ambizioni egemoniche dell’imperialismo statunitense.

Cuba non si lascerà intimorire, né distrarre dai compiti essenziali e urgenti dello sviluppo della nostra economia e della costruzione del socialismo. Strettamente uniti, saremo capaci di affrontare le avversità più grandi. Non ci potranno asfissiare e neppure ci potranno fermare.

L’Avana, 5 giugno 2019

Ministero delle Relazioni Estere della Repubblica di Cuba

da Cubadebate

traduzione di Marco Bertorello

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Sudan, la rivolta e la repressione

Altrenotizie.org - Lun, 10/06/2019 - 19:50

Uno sciopero generale iniziato nella giornata di domenica ha rappresentato la risposta degli oppositori del regime militare sudanese alla violenta repressione scatenata la scorsa settimana nella capitale, Khartoum, e nelle principali altre città del paese africano. Il Sudan è sconvolto da massicce proteste di piazza dal dicembre del 2018 che avevano portato alla rimozione del presidente Omar al-Bashir, al potere da tre decenni. Al posto di quest’ultimo si era installata però una giunta militare che sta cercando ora di implementare una durissima contro-rivoluzione con l’appoggio di potenti alleati stranieri.

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Come i mezzi privati possono incitare al genocidio?

Cubadebate (italiano) - Ven, 07/06/2019 - 17:18

RuandaI giornalisti che collaborano in manovre di persecuzione politica, disinformazione, guerra psicologica (di quarta generazione) utilizzando informazioni false come un’arma di distruzione di massa sono giornalisti o “task force” delle nuove forme di guerre che si applicano nel mondo e nella nostra regione?

Su questo tema si centra la relazione recentemente recuperata “I mass media ed il genocidio”, pubblicata dal Centro Internazionale di Investigazione e Sviluppo del Canada nel 2007, di Allan Thompson, dove si trova una dichiarazione di Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU che denunciava allora che “i mezzi di comunicazione sono stati usati in Ruanda per disseminare l’odio, per disumanizzare la gente, ed ancora di più per guidare i genocidi verso le loro vittime”.

“Tre giornalisti e proprietari di mass media sono stati dichiarati colpevoli di genocidio dal Tribunale Criminale Internazionale per il Ruanda, ed anche di incitamento al genocidio, cospirazione e di commettere crimini contro l’umanità. Dobbiamo trovare una via per rispondere a tali abusi di potere”, ha concluso Annan in una conferenza nella Scuola di Giornalismo e Comunicazione dell’Università Carleton di Ottawa. Questa dichiarazione, taciuta a livello mondiale, ha cominciato a riscattarsi in questi tempi.

Riferendosi al caso il Ruanda, l’editore Thompson ha affermato che “i mass media dell’odio in questo paese –attraverso i loro giornalisti, annunciatori e dirigenti–che hanno giocato un ruolo fondamentale nello stabilimento delle basi per il genocidio, in seguito hanno partecipato attivamente alla campagna di sterminio”.

Valutando il verdetto di colpevolezza emesso dal Tribunale del Crimine Internazionale, nel giudizio ha sostenuto che “il proposito di rivedere il ruolo dei mass media nel genocidio del Ruanda non è solo per ricordare. Abbiamo ancora molto da imparare su questa questione ed esaminare la maniera in che giornalisti ed aziende della comunicazione si sono comportati durante la tragedia e questo non è solo un esercizio storico. Tristemente, dà l’impressione che non abbiamo individuato né inteso completamente le lezioni del Ruanda”.

Il giudizio era riferito a quanto accaduto in Ruanda, quando il 6 aprile 1994 il presidente del paese, Juvenal Habyarimana, è stato vittima di un attentato contro l’aeroplano in cui viaggiava e che si è schiantato, proprio quando era riuscito a firmare la pace ad Arusha, in Tanzania, nel 1993, tra una popolazione maggioritaria Hutu e la minoranza Tutsi.

Lo stesso giorno, mezzi di comunicazione locali hanno attribuito il crimine ai Tutsi e nella notte sono cominciati gli assassinati di migliaia di famiglie. Squadroni della morte lanciavano granate in tutti i luoghi ed i rifugi.

In Ruanda hanno calcolato circa un milione di morti e nell’anno 2003, “il verdetto nel giudizio contro i dirigenti della stazione radio televisiva RTLM ed il quotidiano Kangura, il Tribunale Criminale Internazionale per il Ruanda ha confermato senza nessun dubbio il ruolo dei mass media privati di comunicazione negli assassinati (…) demonizzando i Tutsi ed accusandoli di possedere condizioni diaboliche, presentando il gruppo etnico come se fosse ‘il nemico’ e presentando le loro donne come ‘agenti nemici seducenti’.

“I mass media hanno fatto un appello per lo sterminio dei gruppi etnici Tutsi come una risposta alla minaccia politica che loro associavano con questa etnia” (Verdetto del tribunale 2003: paragrafo 72)

Thompson ha considerato “che gran parte del massacro si sarebbe potuto evitare se non fosse stato per il ruolo giocato dai mass media” ed ha concluso la sua relazione con un grido “dell’umanità” reclamando ai giornalisti che assumano le loro responsabilità.

La tragedia del Ruanda si è ripetuta in altri paesi sia nel secolo XX, come in questo secolo XXI sotto un potere egemonico fondamentalista che applica un terrorismo di stato “universale” con totale impunità e sviluppa guerre coloniali e di bassa intensità, utilizzando le informazioni false come i primi missili che hanno provocato i genocidi dei secoli XXI.

di Stella Calloni

da Cubadebate

preso da Pagina 12

traduzione di Ida Garberi

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Diaz-Canel: Cuba non si lascerà intimidire né distrarre dalle nuove restrizioni

Cubadebate (italiano) - Gio, 06/06/2019 - 22:17
 Marcelino Vázquez Hernández / ACN

Foto: Marcelino Vázquez Hernández / ACN

“Cuba non si lascerà intimidire né distrarre dalle nuove minacce o restrizioni”, ha dichiarato il presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri, Miguel Diaz-Canel, rigettando le disposizioni annunciate questo martedì dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che restringono ancora di più i viaggi dei cittadini statunitensi all’Isola.

“Lavoro, creatività, sforzo e resistenza, questa è la nostra risposta. Non sono riusciti ad asfissiarci. Non potranno fermarci. Vivremo e vinceremo”, ha scritto il presidente dal suo account Twitter.

Secondo il comunicato, le disposizioni derivano dall’attuazione del Memorandum Presidenziale di Sicurezza Nazionale, firmato dal Presidente Donald Trump, il 16 giugno 2017, denominato “Rafforzamento della Politica degli Stati Uniti su Cuba”.

In conformità ai cambiamenti annunciati recentemente ai viaggi a Cuba che non siano per motivi famigliari, l’Ufficio di Controllo delle Attività Straniere (OFAC, nella sigla inglese) modifica i regolamenti, con l’obiettivo di cancellare l’autorizzazione dei viaggi educativi di gruppo per il contatto tra popoli (people-to-people).

Questo tipo di licenze, una delle 12 approvate, è quella utilizzata dalle Navi Crociera per organizzare le visite dei gruppi di statunitensi a Cuba.

Con i cambiamenti, adesso solo le persone che hanno già riservato il biglietto o hanno comprato il pacchetto di viaggio a Cuba, avranno la possibilità di realizzare la visita al paese.

Inoltre, l’Ufficio dell’Industria e Sicurezza del Dipartimento del Commercio (BIS), coordinandosi con la OFAC, limiterà le tipologie di aerei e imbarcazioni autorizzati per andare a Cuba in un certo periodo.

“In conseguenza di ciò gli aerei privati o di aziende corporative, le navi da crociera, i velieri, le navi da pesca o altri aerei o imbarcazioni simili non potranno andare a Cuna” indica il testo della BIS.

Oggi Cuba continua ad essere l’unico paese del mondo dove i cittadini statunitensi non possono fare turismo liberamente, ma solo mediante una delle 12 licenze autorizzate durante l’amministrazione di Barak Obama, nel periodo di disgelo delle relazione.

Redazione di Cubadebate

traduzione di Marco Bertorello

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La Danimarca punisce la destra

Altrenotizie.org - Gio, 06/06/2019 - 20:20

Gli elettori danesi hanno punito la destra ultra-liberista e xenofoba nelle elezioni generali di mercoledì, riconsegnando la maggioranza nel parlamento di Copenhagen (“Folketing”) al partito Socialdemocratico che guiderà probabilmente il paese in una coalizione di centro-sinistra. Il voto ha espresso un chiaro rifiuto delle politiche di austerity degli ultimi anni, anche se la campagna elettorale è stata in parte caratterizzata da un’accesa retorica anti-migranti, abbracciata in larga misura anche dal partito vincitore, ufficialmente di orientamento progressista.

 

Dal 2015 in Danimarca governava un esecutivo di minoranza espressione del partito Liberale (“Venstre”) del primo ministro uscente, Lars Lokke Rasmussen. A garantire una maggioranza era principalmente il partito Popolare Danese (DF) di estrema destra, il quale ha avuto un ruolo determinante nello spostare a destra il baricentro politico danese e nell’approvazione di misure di controllo dell’emigrazione spesso estreme se non apertamente razziste.

 

Una di queste leggi, che ricorda in maniera inquietante le persecuzioni naziste, prevede la requisizione di denaro e oggetti di valore eventualmente in possesso dei migranti per contribuire al loro mantenimento in Danimarca. Anche i socialdemocratici hanno appoggiato quest’ultimo provvedimento, così come altre iniziative simili della destra, tra cui il divieto di indossare in pubblico il burqa e il velo islamico.

 

Nel tentativo di inseguire i voti dell’estrema destra e, ancor più, per dirottare le tensioni sociali, crescenti anche in Danimarca, verso il vicolo cieco del nazionalismo, il partito Socialdemocratico ha insistito nell’avanzare proposte per un ulteriore restringimento delle maglie dell’immigrazione nel suo programma di governo. Alla vigilia del voto, così, svariati media occidentali avevano identificato proprio nella persistente linea dura sui migranti del principale partito di centro-sinistra danese la ragione del vantaggio assegnatogli dai sondaggi.

 

In realtà, sembra essere stata piuttosto la battaglia sulla difesa del welfare a risultare vincente e, anzi, la retorica che strizzava spesso l’occhio alla xenofobia potrebbe essere costata qualche consenso ai socialdemocratici. Il partito della probabile futura premier, Mette Frederiksen, ha infatti sfiorato il 26%, contro il 23,4% dei liberali, ma ha ottenuto appena un seggio in più rispetto alla precedente consultazione.

 

A sinistra, i progressi più significativi li ha fatti registrare invece il partito Popolare Socialista (SF), passato da 7 a 14 seggi e su posizione decisamente più tolleranti rispetto al tema dell’immigrazione. Discorso simile vale anche per il partito Social-Liberale (“Radikale”), che ha allo stesso modo raddoppiato i propri seggi, aggiudicandosene 16 grazie all’8,6% su base nazionale. Sempre a sinistra, l’Alleanza Rosso-Verde (“Enhedslisten”) ha raccolto inoltre 13 seggi, con una leggera flessione rispetto al 2015 ma diventata il secondo partito nella capitale con oltre il 16% dei consensi.

 

L’altro tema vincente, oltre al rilancio della spesa pubblica, è stato quello della lotta al cambiamento climatico. Numerose rilevazioni di opinione avevano indicato come questo argomento fosse tra i più sentiti in assoluto dagli elettori, soprattutto quelli più giovani, e i partiti di sinistra e di centro-sinistra che hanno avanzato le proposte più incisive sono stati senza dubbio premiati dai risultati definitivi.

 

A penalizzare la destra non è stata tanto la performance dei liberali, che avranno infatti ben nove seggi in più in parlamento rispetto alla loro attuale delegazione, quanto il crollo del partito Popolare Danese (DF). Il premier uscente Rasmussen, dopo la buona prestazione nelle recenti elezioni europee, aveva probabilmente anche sperato di rimanere in qualche modo al suo posto, lanciando poco prima del voto nazionale un appello ai socialdemocratici per una sorta di governo di unità nazionale, prontamente respinto però dai vincitori.

 

Il partito di estrema destra DF ha perso ben 21 seggi ed è sceso dal 21% a poco meno del 9% in termini di voti ottenuti. Pur restando il terzo partito del panorama politico danese, quello Popolare ha pagato le posizioni xenofobe ed estreme portate avanti negli ultimi quattro anni, a conferma dell’assenza di una base popolare significativa o tantomeno di massa per la destra più reazionaria. In maniera poco più che trascurabile ha influito invece sul ridimensionamento del DF l’apparizione di due nuovi partiti che ne ricalcano le orme: la Nuova Destra (“Nye Borgelige”), in grado di superare a malapena la soglia di sbarramento del 2%, e la Linea Dura (“Stram Kurs”), fermatosi all’1,8% e perciò fuori dal nuovo parlamento.

 

A chiarire quali siano stati i temi decisivi nelle elezioni di mercoledì in Danimarca è stata la stessa premier in pectore, Mette Frederiksen, nel suo discorso seguito alla diffusione dei risultati definitivi. La 41enne leader socialdemocratica ha infatti messo da parte la retorica anti-immigrazione per affermare che, “da ora in avanti, il welfare sarà la priorità numero uno”. I risultati in Danimarca seguono di poco quelli di altri due paesi scandinavi – Svezia e Finlandia – dove gli elettori hanno ugualmente premiato formazioni di centro-sinistra, segnalando sia un certo esaurimento della spinta delle destre estreme sia il desiderio di tornare a una forma di stato sociale equa ed inclusiva.

 

Che poi i partiti socialisti e socialdemocratici scandinavi siano in grado di mantenere le aspettative in questo ambito è tutto un altro discorso. Nel caso della Danimarca, così come altrove in Nordeuropa, almeno gli ultimi due decenni sono stati segnati da una costante erosione dei benefici relativamente generosi garantiti dallo stato ai propri cittadini. Un ruolo tutt’altro che trascurabile in questo processo è stato svolto proprio dai partiti di centro-sinistra.

 

Paesi che potevano vantare livelli di disuguaglianza contenuti rispetto ad altre regioni del pianeta si sono perciò anch’essi avviati sulla strada della precarizzazione del mercato del lavoro, della compressione delle pensioni, delle privatizzazioni e del taglio alle tasse per i più ricchi. In Danimarca, ad esempio, tra il 2002 e il 2012 il coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze di reddito, è salito da 22 a 27. Nello stesso periodo di tempo, il numero dei poveri è raddoppiato, da 22 mila a 44 mila. La differenza nell’aspettativa di vita tra i danesi più facoltosi e quelli più poveri si è inoltre allargata fino a toccare i dieci anni.

 

Allo stesso modo, tra il 1991 e il 2010 la Danimarca ha perso quasi 150 mila posti di lavoro nel settore industriale, mentre è stata accelerata la finanziarizzazione dell’economia e quasi un quarto dei nuovi posti creati sono stati in settori a bassa retribuzione. Queste dinamiche, in buona parte alla base della proliferazione di partiti xenofobi e reazionari, hanno creato tensioni sociali quasi sconosciute in precedenza, con scioperi e manifestazioni di protesta. Recentemente, ad esempio, solo un accordo in extremis aveva evitato uno sciopero del settore pubblico che avrebbe coinvolto più di 400 mila lavoratori.

 

Dopo il successo di mercoledì, la candidata premier dei socialdemocratici ha affermato che l’opzione preferita è la creazione di un governo monocolore di minoranza che dovrebbe cercare i voti in parlamento non solo tra i partiti di sinistra. Questa strategia sembra indicare da subito l’intenzione dei vincitori delle elezioni di seguire una linea moderata sul fronte economico e radicale su quello dell’immigrazione, guardando ai partiti di tutti gli orientamenti.

 

Per la gran parte dei commentatori, tuttavia, si potrebbe trattare di una semplice manovra politica in previsione delle trattative con le formazioni candidate a entrare in una coalizione di governo di centro-sinistra. Qualunque sarà la composizione del prossimo esecutivo danese, la vera sfida dovrà essere ad ogni modo quella di conciliare le pressioni popolari a favore di politiche progressiste a fronte di una classe dirigente che nel suo insieme continua a guardare verso destra.

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Le antenne della Guerra Fredda

Cubadebate (italiano) - Mer, 05/06/2019 - 22:47

demolicion-de-las-antenas-de-la-guerra-friaNon c’è Guerra Fredda senza antenne. Tutto è cominciato con Radio Europa Libera e Radio Libertà, che hanno aperto i cancelli alla caricatura banale, allo sproposito storico, all’insulto ingiustificato. Le radio emittenti si sono lanciate a descrivere quel che pensavano accadesse dietro la cortina di ferro con argomenti che poi avrebbero fatto arrossire qualcuno dei partecipanti a queste operazioni.

Quando il governo di George W. Bush ha smontato le antenne di Radio Libertà, nella spiaggia di Pals, in Spagna, i funzionari hanno riconosciuto che lo stavano facendo non solo perché costavano un’enormità, ma anche perché erano diventate antiquate e inefficaci le storie abituali alle quali gli Stati Uniti si erano afferrati con insistenza nel passato. Il Muro di Berlino era caduto e le sei potenti trasmittenti a onde corte poste fronte al mare a Girona, erano uno scomodo ricordo della pratica della propaganda di Goebbles in un mondo che si stava riassestando.

Il falchi della disinformazione hanno creato Radio Martì nel 1985 a immagine e somiglianza di Radio Libertà per abbattere l’Isola comunista dei Caraibi,  che sarebbe caduta irrimediabilmente con lo sparo al cuore dell’orso sovietico. Siccome la predizione tardava troppo a diventare realtà, hanno duplicato la dose: nel 1990 hanno alzato le antenne di TV Martì. Da allora, le trasmissioni verso Cuba raggiungono la cifra insolita di 1800 ore settimanali, a un costi di più di mille milioni di dollari in poco più di tre decenni.

Questa è stata l’operazione più costosa, corrotta e inutile della lunga storia delle imprese disinformative delle agenzie statunitensi. Nell’Isola, dai primi tentativi di violazione dello spettro radioelettrico, un gruppo di brillanti ingegneri hanno moltiplicato per zero l’efficacia delle antenne.

Negli Stati Uniti non hanno potuto emettere dovuto a una norma legale che impedisce la diffusione e la trasmissione di notizie finanziate dal governo e destinate a pubblico straniero. I legislatori hanno dimostrato poco piacere di fronte alla possibilità che i contribuenti ricevessero propaganda pura e dura che poteva alterare la percezione dei fatti. Il Congresso, con Obama alla Casa Bianca, ha cambiato la normativa nel 2013, però neanche così gli indici di ascolto si sono alzati di un pollice dal pavimento.

La nuova classe di yuppies, dalla nomenclatura statunitense, con l’odio di prima e gli stessi desideri dei loro padri, di praticare la “transustanziazione” al capitalismo nell’Isola, hanno provato a clonare a Radio e Tv Martì su internet. Il settimanale Miami New Times, della Florida, ha documentato le operazioni in Facebook per creare profili falsi e allevamenti di trolls con uno stanziamento, nell’anno fiscale 2019, di più di 23 milioni di dollari e gli stessi metodi di Cambridge Analytica, finanziati da un’organizzazione ufficiale, la Giunta dei Governatori della Radiodiffusione (BGG la sigla in inglese), che amministra e dirige le trasmissioni dagli Stati Uniti verso Cuba. Fino ad oggi non abbiamo avuto notizie che l’azienda del pollice blu (Facebook) abbia imposto sanzioni contro il Dipartimento di Stato o la Casa Bianca per la creazione di centinaia di account “con comportamento non autentico” destinati a intervenire nella politica interna di altri paesi, l’argomento con il quale hanno chiuso milioni di profili in Russia, Iran e (miracolo!) in Israele.

La settimana scorsa un inchiesta indipendente di esperti dell’Agenzia degli Stati Uniti per i Mezzi Globali (USAGM) ha concluso che i notiziari di radio e televisione e specialmente l’offerta giornaliera e costante dei programmi di dibattito politico ed i risultati delle investigazioni sono affetti da “cattivo giornalismo” e “propaganda inefficace”.

Le trasmissioni e pubblicazioni di Radio e TV Martì “stimolano in modo aperto l’opposizione e l’ostilità alla Rivoluzione cubana in tutti i suoi aspetti sociali, politici, culturali e economici. Quasi tutte le critiche sono permesse e si fanno con un ottica retorica e ideologica, senza cambiamenti dai giorni più caldi della Guerra Fredda. Non ha funzionato allora e non funzionerà adesso” conclude il rapporto.

Questi controllori hanno tardato 34 anni a scoprire ciò che sa chiunque abbia un minimo di senso comune. Di sicuro, quando si stava alzando la prima antenna di Radio Martì a Washington, il patriarca del postmodernismo, Jean Baudrillard, lo vedeva benissimo nel suo libro “Simulacro e simulazione”: “L’obiettivo dell’informazione in questa guerra è il consenso mediante l’encefalogramma piatto. Sottomettere tutti alla ricezione incondizionale del simulacro ritrasmesso dalle onde… Ciò che rimane è un’atmosfera irrespirabile di delusione e stupidità”.

di Rosa Miriam Elizalde

da La Jornada

traduzione di Marco Bertorello

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Australia, libertà di stampa a rischio

Altrenotizie.org - Mer, 05/06/2019 - 19:42

Agenti della polizia federale australiana si sono presentati negli uffici di Sydney della rete televisiva pubblica ABC (Australian Broadcasting Corporation) nella mattinata di mercoledì per eseguire un mandato di perquisizione che, a tutti gli effetti, rappresenta un attacco con pochi precedenti alla libertà di stampa e informazione. Probabilmente non a caso, l’operazione ha preceduto di un solo giorno un altro episodio simile, diretto questa volta contro una giornalista responsabile di avere ottenuto e pubblicato informazioni riservate sulle intenzioni del governo di Canberra di ampliare sensibilmente i propri poteri di intercettazione delle comunicazioni elettroniche dei cittadini australiani.

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Il ciclone Trump sulla Gran Bretagna

Altrenotizie.org - Mar, 04/06/2019 - 20:14

La visita di stato in Gran Bretagna del presidente americano Trump si inserisce in un clima di estrema tensione sia all’interno del paese alle prese con l’enigma della “Brexit” sia sul fronte delle relazioni transatlantiche. L’incontro di martedì con la premier uscente, Theresa May, e alcuni aspiranti alla sua successione ha fatto riemergere alcune questioni che continueranno ad agitare la classe dirigente britannica nei prossimi mesi, a cominciare dal possibile accordo commerciale tra Londra e Washington dopo la “Brexit” e dall’utilizzo della tecnologia di Huawei nello sviluppo della rete 5G.

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Legge della Riaffermazione della Dignità e della Sovranità Cubane

Cubadebate (italiano) - Mar, 04/06/2019 - 02:06

ley80-vs-helms-burtonLa Legge di Riaffermazione della Dignità e della Sovranità Cubane —Legge 80—dichiara “illecita la Legge Helms-Burton, inapplicabile e senza valore e nessun effetto giuridico” nel suo Articolo 1, e per questo risulta nullo ogni reclamo basato su di lei, di persona naturale o giuridica, chiunque sia la sua cittadinanza o nazionalità.

Questa legge protegge gli imprenditori stranieri che investono a Cuba ed offre loro totale garanzia giuridica davanti all’attivazione del Titolo III della Helms-Burton.

“Sui principi come quelli stabiliti nella Legge 80 del 1996 (Legge di Riaffermazione della Dignità e della Sovranità Cubane), il nostro Governo garantisce che nessuna legge straniera ostacolerà l’utilizzo a favore del popolo cubano delle proprietà che sono state nazionalizzate mediante leggi che hanno conservato la totale applicazione delle norme del diritto internazionale, nel loro momento e che nessun tribunale, in nessun luogo del mondo, può ignorare impunemente”, ha detto Rodrigo Malmierca, ministro di Commercio Estero ed Investimento Straniero, il venerdì 17 maggio 2019, a L’Avana.

La Legge 80 è stata approvata dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare nel VII Periodo Ordinario di Sessioni della IV Legislatura, il 24 dicembre 1996. Di seguito, Cubadebate la riproduce integramente.

LEGGE DELLA RIAFFERMAZIONE DELLA DIGNITA’ E SOVRANITA’ CUBANE

24 dicembre 1996

Ricardo Alarcon de Quesada, Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare della Repubblica di Cuba

COMUNICA: Che l’Assemblea Nazionale nella sessione del 24 dicembre 1996 “anno del centenario della caduta in combattimento di Antonio Maceo”, corrispondente al VII periodo ordinario di sessioni della quarta legislatura, ha approvato quanto segue:

IN QUANTO: Negli Stati Uniti d’America è entrata in vigore la cosiddetta Legge “Helms-Burton” che ha come fine il riassorbimento coloniale della Repubblica di Cuba.

IN QUANTO: Cuba ha sofferto la politica imperialista degli Stati Uniti d’America impegnata ad appropriarsi di lei in diversi modi, dai tentativi di comperare l’isola dalla Spagna, l’applicazione della teoria del “destino eclatante e della frutta matura” che è riflesso nella dottrina Monroe, cercando d’impedire sistematicamente le nostre lotte per la liberazione nazionale, fino all’intervento del 1898 che ha reso vana l’indipendenza per la quale i cubani avevano combattuto a colpi di machete, coraggio, intelligenza e audacia, e convertire Cuba in una propria colonia.

IN QUANTO: Mediante l’Emendamento Platt e la continua ingerenza negli affari interni del paese, gli Stati Uniti d’America hanno usurpato parte del territorio nazionale con l’installazione della Base Navale di Guantanamo, hanno imposto regimi corrotti e dispotici al loro servizio, come le obbrobriose e sanguinarie tirannie di Machado e di Batista e dal 1959 aggrediscono sistematicamente Cuba con il dichiarato proposito di porre fine alla sua indipendenza, eliminare la nazione cubana e sottomettere il popolo alla servitù.

IN QUANTO: Il popolo cubano, fedele erede dell’indipendentismo dei “Mambises”, di operai, contadini, studenti ed intellettuali che hanno combattuto e combatteranno le pretensioni del suo nemico secolare, è disposto ai più grandi sacrifici per mantenere la sovranità, l’indipendenza e la libertà, conquistata definitivamente con il Primo Gennaio 1959.

IN QUANTO: Il processo di nazionalizzazione delle ricchezze e delle risorse naturali della nazione, portato avanti dal Governo Rivoluzionario in nome del popolo cubano, è stato realizzato secondo la Costituzione, le leggi vigenti ed il Diritto Internazionale, senza discriminazioni, tenendo presente il pubblico interesse e stabilendo compensazioni adeguate, che sono state concordate con una trattativa bilaterale con tutti i governi coinvolti, ad eccezione di quello degli Stati Uniti d’America che si è rifiutato per la sua politica di bloqueo ed aggressione, che ha gravemente pregiudicato gli interessi dei suoi cittadini.

IN QUANTO: Il popolo cubano non permetterà mai che i destini del suo paese siano retti da leggi dettate da qualche potenza straniera.

IN QUANTO: La Legge “Helms-Burton” è stata respinta in modo quasi unanime dalla comunità internazionale per il suo carattere violatore dei principi del Diritto Internazionale, riconosciuti nella Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, così come per la sua extraterritorialità in contraddizione con le norme internazionali, giacché arbitrariamente ed illegalmente pretende dettare regole cui dovrebbero attenersi altri Stati.

IN QUANTO: Un numero importante di imprenditori stranieri ha dimostrato di fidarsi di Cuba, investendo nel Paese o trattando potenziali investimenti, e costituisce un dovere utilizzare tutte le formule legali possibili per contribuire a proteggere i loro interessi.

IN QUANTO: L’Assemblea Nazionale, come rappresentante di tutto il popolo, ripudia la Legge “Helms-Burton” e dichiara la sua decisione irrinunciabile di adottare, in risposta, le misure che sono in suo potere per reclamare gli indennizzi cui lo Stato ed il popolo cubano hanno diritto.

IN QUANTO: In uso delle facoltà che le concede l’Articolo 75, inciso B, della Costituzione della Repubblica, l’Assemblea Nazionale ha approvato :

LEGGE Nº 80

LEGGE DELLA RIAFFERMAZIONE DELLA DIGNITA’ E DELLA SOVRANITA’ CUBANE

Articolo 1. Si dichiara illecita la Legge “Helms-Burton”, inapplicabile e senza valore, con nessun effetto giuridico.

Conseguentemente si considera nulla ogni rivendicazione che fa riferimento a lei, che venga da persona fisica o giuridica, di qualsiasi cittadinanza e nazionalità.

Articolo 2. Si riafferma la disponibilità del Governo della Repubblica di Cuba, espressa con le leggi di nazionalizzazione promulgate da più di 35 anni, ad un adeguato e giusto compenso dei beni espropriati alle persone fisiche e giuridiche che all’epoca godevano della cittadinanza o nazionalità degli Stati Uniti d’America.

Articolo 3. L’indennizzo per le proprietà statunitensi nazionalizzate in virtù di questo processo legittimo, convalidato dalle leggi cubane e dal Diritto Internazionale, cui si riferisce l’Articolo precedente, potrà essere oggetto di un processo di negoziazione fra il Governo degli Stati Uniti d’America e il Governo della Repubblica di Cuba, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco.

Le rivendicazioni di indennizzo per la nazionalizzazione delle suddette proprietà dovranno essere esaminate insieme all’indennizzo cui lo Stato e il popolo cubano hanno diritto, per i danni e il pregiudizio causati dal bloqueo e dalle aggressioni di ogni tipo, la cui responsabilità è totalmente del Governo degli Stati Uniti d’America.

Articolo 4. Rimarrà esclusa dalle future possibili trattative relative agli articoli 2 e 3 qualsiasi persona fisica o giuridica degli Stati Uniti d’America che utilizzi i procedimenti e i meccanismi della Legge “Helms-Burton”, si richiami a loro o cerchi di impiegarli a pregiudizio di altri.

Articolo 5. S’incarica il Governo della Repubblica di Cuba di adottare le disposizioni, misure e regolamenti addizionali che risultino necessari per la totale protezione degli investimenti stranieri, presenti e potenziali, a difesa dei legittimi interessi di questi contro le azioni conseguenti alla Legge “Helms-Burton”.

Articolo 6. Il Governo della Repubblica di Cuba ha la facoltà di applicare o autorizzare le formule necessarie per la protezione degli investitori stranieri contro l’applicazione della Legge “Helms-Burton”, incluso il trasferimento degli interessi dell’investitore straniero ad aziende fiduciarie, entità finanziarie o fondi di investimento.

Articolo 7. Gli organi statali competenti, autorizzati dal Governo della Repubblica di Cuba, nell’ambito di quello disposto dai regolamenti vigenti, forniranno agli investitori stranieri che lo richiedano, l’informazione e la documentazione disponibili necessarie per la difesa dei loro legittimi interessi, contro le disposizioni della Legge “Helms-Burton”.

Allo stesso modo, garantiranno le menzionate informazioni e documentazioni disponibili agli investitori stranieri che le richiedano per promuovere azioni legali davanti ai Tribunali dei loro rispettivi paesi, nell’ambito di disposizioni giuridiche protettive dei loro interessi o che siano state dettate per impedire o limitare l’applicazione della Legge “Helms-Burton”.

Articolo 8. Si dichiara illecita qualsiasi forma di collaborazione, diretta o indiretta, finalizzata a favorire l’applicazione della Legge “Helms-Burton”.
S’intende come collaborazione, fra le altre:

Cercare o fornire informazione a qualsiasi rappresentante del Governo degli Stati Uniti d’America o ad altre persone affinché possa essere utilizzata direttamente o indirettamente per l’applicazione di quella Legge, così come fornire aiuto ad altre persone per la ricerca o la fornitura di detta informazione.

Sollecitare, ricevere, accettare, aiutare nella distribuzione o beneficiarsi in qualsiasi modo di risorse finanziarie, materiali o di altra indole provenienti dal Governo degli Stati Uniti d’America o canalizzate da lui, attraverso i suoi rappresentanti o per qualsiasi altra via, la cui utilizzazione favorirebbe l’applicazione della Legge “Helms-Burton”.

Diffondere o agevolare la distribuzione, con il proposito di favorire l’applicazione della Legge “Helms-Burton”, di informazioni, pubblicazioni, documenti o materiali propagandistici del Governo degli Stati Uniti d’America, delle sue agenzie o dipendenze o di qualsiasi altra origine.

Collaborare in qualsiasi modo con emittenti radiotelevisive o altri mezzi di informazione e propaganda con l’obbiettivo di sostenere l’applicazione della Legge “Helms-Burton”.

Articolo 9. Il Governo della Repubblica di Cuba dovrà presentare all’Assemblea Nazionale, od al Consiglio di Stato per le sue competenze, i progetti legislativi che fossero necessari per condannare tutti coloro che in un modo o nell’altro offrano collaborazione con gli obbiettivi della Legge “Helms-Burton”.

Articolo 10. Si ratifica che le rimesse economiche di persone d’origine cubana residenti all’estero ai propri familiari che risiedano a Cuba non saranno colpite da nessuna tassa. Il Governo della Repubblica di Cuba dovrà adottare tutte le misure valutate opportune per facilitare queste rimesse.

Le persone d’origine cubana residenti all’estero potranno utilizzare conti bancari in valuta convertibile o in pesos cubani, in banche della Repubblica di Cuba, e gli interessi che percepiranno su questi conti non saranno oggetto di nessuna tassa.

Allo stesso modo, potranno sottoscrivere con enti assicurativi polizze di assicurazione i cui beneficiari siano residenti permanenti a Cuba. I beneficiari potranno ricevere liberamente, senza onere d’imposta, le relative prestazioni.

Articolo 11. Il Governo della Repubblica di Cuba manterrà aggiornati i dati sugli indennizzi cui è tenuto il Governo degli Stati Uniti d’America in conseguenza degli effetti del bloqueo economico, commerciale e finanziario e delle sue aggressioni contro il paese ed aggiungerà a queste rivendicazioni i danni e pregiudizi causati da ladri, malversatori, politici corrotti e mafiosi ed, inoltre, dai torturatori e assassini della tirannia di Batista delle cui azioni si è reso responsabile il Governo degli Stati Uniti d’America promulgando la Legge “Helms-Burton”.

Articolo 12. Le persone fisiche che siano state vittima nella loro persona o nei beni o nella persona e nei beni dei propri familiari, delle azioni favorite od appoggiate dal Governo degli Stati Uniti d’America cui si riferisce il paragrafo seguente, potranno reclamare i corrispondenti indennizzi davanti alle Commissioni di Rivendicazione che saranno create dal Ministero della Giustizia della Repubblica di Cuba e che avranno il potere di decidere sulla loro validità, così come sul loro ammontare e sulla responsabilità del Governo degli Stati Uniti d’America.

Le azioni cui si riferisce il paragrafo anteriore includeranno la morte, le lesioni e i danni economici causati dai torturatori e assassini della tirannia di Batista ed inoltre dai sabotatori e criminali al servizio dell’imperialismo statunitense contro la Nazione cubana, fin dal Primo Gennaio del 1959.

Il Ministero della Giustizia ha la facoltà di regolamentare la presentazione delle rivendicazioni cui si riferisce questo articolo e dettare qualsiasi disposizione a questo riguardo.

Articolo 13. L’Assemblea Nazionale e il Governo della Repubblica di Cuba coopereranno e si coordineranno con altri Parlamenti, Governi ed organismi internazionali, con il fine di promuovere le azioni che si ritengano necessarie per impedire l’applicazione della Legge “Helms-Burton”.

Articolo 14. Si convoca tutto il popolo di Cuba a continuare l’esame profondo e sistematico del piano annessionista e coloniale del Governo degli Stati Uniti d’America, sottinteso nella Legge “Helms-Burton”, al fine di assicurare che in ogni zona del territorio, comunità, centro di lavoro o di studio ed unità militare esista una profonda conoscenza delle conseguenze specifiche che per ogni cittadino provocherebbe la messa in esecuzione del suddetto piano e per garantire la partecipazione attiva e cosciente di tutti nell’applicazione delle misure necessarie per sconfiggerlo.

DISPOSIZIONI FINALI

PRIMA: Si dà facoltà al Governo della Repubblica di Cuba ed agli organismi statali competenti di dettare quante disposizioni siano necessarie al fine della messa in atto di quanto disposto nella presente Legge.

SECONDA: Sono superate le disposizioni di legge o di regolamento che si oppongano a quanto disposto nella presente Legge, che entrerà in vigore a partire dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

DATA nella Sala delle sessioni dell’Assemblea Nazionale, Palazzo elle Convenzioni, a L’Avana, il giorno 24 del mese di dicembre 1996.

da Parlamente Cubano

presa da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Nicaragua, la destra nell’angolo

Altrenotizie.org - Dom, 02/06/2019 - 21:57

La situazione politica in Nicaragua è caratterizzata dallo scontro tra l’istituzionalità pienamente ristabilita e il sovversivismo costante che un settore minoritario del golpismo, sostenuto con forza dalla corporazione degli imprenditori, dalla gerarchia ecclesiale e dall’estrema destra del MRS, che tentano di imporsi nell’agenda politica nazionale.

 

C’è stato il tentativo di scatenare una rivolta armata in un carcere mentre erano in corso le ultime verifiche della Croce Rossa Internazionale per il rilascio dei detenuti coinvolti nella violenza golpista scatenatasi nel Paese tra il 18 Aprile e la metà di Giugno del 2018. Un ex marine statunitense, noto delinquente della città di Matagalpa, ha tentato di disarmare un agente di custodia e aprire il fuoco, ma il secondino è stato in grado di bloccarlo e, nella colluttazione, l’assaltatore è rimasto ucciso. Niente rivolta, solo il patetico tentativo dei media della destra di accusare la “dittatura” di aver “assassinato un detenuto innocente”.

 

Si deve avere un concetto bizzarro del potabile per pensare di convincere qualcuno che, proprio sotto gli occhi della Croce Rossa Internazionale, il governo decida di uccidere a freddo dei detenuti e altrettanto ridicolo appare il tentativo di far passare un uomo con una fedina penale intasata con un innocente prigioniero di coscienza.

 

Perchè l'estrema destra e l'oligarchia invece del tavolo dei negoziati scelgono la via della provocazione e della violenza? Riflesso condizionato dell'odio ideologico saldato con gli interessi di bottega o calcolo politico? Forse un po' tutto questo. Se infatti il furore ideologico oligarchico non va sottostimato, c'è da dire che nella disperata ricerca di un ritorno della violenza vi sono tre elementi fondamentali dai quali traggono vantaggio. In primo luogo attraverso il caos violento il golpismo ritrova il suo protagonismo: senza la violenza il suo ruolo politico risulterebbe relativo, dato che le forze politiche di opposizione coprono abbondantemente tutta l’area dell’antisandinismo.

 

In secondo luogo i golpisti ritengono che la possibilità di esercitare pressioni sulla destra seduta al tavolo del negoziato permetta loro di candidarsi direttamente alla leadership dell’opposizione in vista dello scontro politico-elettorale. Da ultimo, ma non per ultimo, i finanziamenti statunitensi ed europei arrivano solo se si evidenzia la repressione da un lato e la loro capacità operativa dall’altro: il venir meno dei due fattori, o anche solo di uno di essi, rende difficile l’iniezione costante di denaro e sostegni ad ogni livello da parte europea e statunitense.

 

Sì perché la guerra che è stata promossa e incentivata contro il governo sandinista guidato dal Presidente Ortega non è finita, si è solo momentaneamente trasferita nell’ambito internazionale, dove le sanzioni e la pressione politico-diplomatica hanno assunto le veci del sovversivismo armato del 2018. Ma la reiterata disponibilità del governo al rispetto del cammino stabilito congiuntamente per il dialogo nazionale è un elemento decisivo dello scenario ed incide sensibilmente anche sulle posizioni della OEA e degli stessi USA sulla vicenda nicaraguense.

 

Il governo, infatti, mantiene gli impegni presi nel dialogo nazionale. Niente di strano: per storia, tradizione e senso profondo dell’agire politico, il FSLN rispetta i patti con amici e nemici. Il tergiversare, la manipolazione e il non rispetto degli impegni non sono mai stati usi del sandinismo.

 

Il dialogo prevede diversi temi: rilascio dei detenuti, revisione dei meccanismi elettorali, indennizzazioni, impegno alla non reiterazione dell’orrore e sforzo congiunto contro ogni sanzione internazionale. Sul rilascio dei detenuti il governo ha già superato ogni aspettativa, forzando oltre il limite pazienza e perdono.

 

I detenuti vengono liberati facendo ricorso ad una disciplina politica assoluta, che trasferisce il concetto di giustizia nel quadro della responsabilità politica nazionale. Ortega dimostra come governare sia molto più che comandare, perché il governo dell’esistente comporta la gestione politica anche del comando. Costruisce passaggi tattici, orizzonti strategici.

Disegna una idea di Paese, convoca tutti alla responsabilità condivisa e mette sull’avviso chi pensa possibile ribaltare il paese con la forza: essa appartiene a chi ne dispone, ovvero il FSLN, che sa quando usarla e quando lasciarla sullo sfondo. Ricorda perciò a tutti come solo l’intesa politica può produrre un quadro di reciproco riconoscimento perché, come ripete una meravigliosa canzone, habrà patria para todos o no habrà para ninguno.

 

Ma è proprio sull’idea di patria condivisa che la destra non riesce a incamminarsi. La sua aspirazione ad essere colonia gli impedisce persino di far finta di dissentire sulle sanzioni al paese. D’altra parte, vederli chiedere agli USA di non sanzionare Managua quando proprio loro andarono in ginocchio a Washington ad invocare castighi, sarebbe, va detto, un  pentimento degno di nota.

 

I media di famiglia, ovvero La Prensa, El Nuevo Diario, Confidencial e Radio Corporaciòn, oltre a Canal 10 ed altri, seguono nel compito di disinformare la popolazione e l’estero. Non sono strutture giornalistiche, sono strumenti di propaganda, magazzino di ogni invenzione purché falsa, ferramenta indispensabile per distorcere la realtà e tenere alta la richiesta di sanzioni. Raccontare ogni giorno di una feroce repressione inesistente, di una tremenda dittatura mai dimostrata, disconoscere la legittimità del voto popolare solo perché antioligarchico, è lo scopo di queste piccole fabbriche di odio e menzogne. Mai il giornalismo era sceso così in basso, mai la deontologia professionale era stata affittata a prezzi di saldo dal suo editore. Niente di nuovo o di strano: chi vende la patria compra chi scrive contro la patria.

 

C’è poi la questione elettorale.  Nel 2021 i nicaraguensi torneranno alle urne, dunque la destra ha abbastanza tempo per trovare un patto interno. Lo scontro interno all'opposizione non è sui contenuti, é sulla linea di comando. L’oligarchia è scesa in campo in prima persona e non vuole farsi rappresentare dai partiti storici nicaraguensi. Vede se stessa come suo unico rappresentante: si è fatta partito, ha deciso che il modo per saziare la sua fame di potere è sostituirsi alle forze politiche tradizionali ed ingaggiare la sua guerra contro il governo.

 

I Chamorro’s spingono sull’acceleratore per mettersi alla testa. Vogliono che l’opposizione al governo sia il prodotto politico generato dal tentato golpe. Immaginano che la cosiddetta Alleanza Civica e il M-19 siano in diritto di scansare la mediazione politica ed i suoi riti, in quanto prodotti diretti dell’oligarchia, concepiti esclusivamente come suo strumento bellico.

 

Si schierano vecchi arnesi malridotti delle famiglie oligarchiche che si travestono da illuminati politologi e sostengono che la funzione politica dei partiti sia consumata, che per questo vada premiata la freschezza delle strutture nate dall’Aprile del 2018. Ma la verità è che vogliono il comando diretto ed esclusivo dell’opposizione al Frente Sandinista, che risponda alle famiglie oligarchiche e non ai partiti.

 

Lo stesso sciopero generale convocato il 23 Maggio dal Cosep (ma non da partiti, sindacati e movimenti sociali che ne hanno denunciato il carattere strumentale) conferma come l’impresa privata intenda a tutti i costi assumere la leadership dell’opposizione. Ma l’unico settore che ha partecipato allo sciopero è, appunto, quello privato. Non ha invece aderito l'impresa straniera operante nel Paese, il settore del pubblico e l’intero commercio dei mercati popolari, delle imprese piccole  e medie e dei negozi a conduzione familiare. La stessa CNN ha parlato di “sciopero fallito”.

 

L’obiettivo del Cosep e delle famiglie oligarchiche? Riportare il paese nel caos, in una violenta crisi economica, politica e sociale che obblighi ad accelerare il ricorso alle urne. Allo scopo delegano a Montealegre e all’MRS il disegno del campo, confondendo così maggiordomi con architetti.

 

Le possibilità che il piano vada in porto? Scarse, per usare un eufemismo. Nemmeno la stessa OEA le sostiene, preferisce l’accordo politico con il governo sulla riforma elettorale. E’ disponibile ad affrontare il tema della riforma elettorale in chiave antigovernativa, ma deve mostrare decenza, simulare neutralità, non può farsi sempre ridere dietro; per questo prende le distanze dall’oligarchia oltranzista.

 

Inoltre l’opposizione (che sfiora il 30% dei consensi) non ha nessuna intenzione di vedersi sostituire dal partito dei figli di papà. Negozia per il riequilibrio dei poteri a suo vantaggio ma non si fa illusioni circa la possibilità di piegare il governo; sa che il sandinismo è talmente inserito nelle vene del Nicaragua da divenirne un sinonimo; che il FSLN non è un fenomeno transeunte, un dato circostanziale; è parte insopprimibile del Nicaragua. Può essere sconfitto ma non eliminato, può subire uno stop ma non essere espunto.

 

I partiti dell’opposizione sanno che nemmeno nel trionfo maggiore della destra il FSLN è sceso elettoralmente al di sotto del 34% dell’elettorato e che il suo perdere alcune elezioni (rubate da brogli dei liberali) non sia stato l’inizio della fine ma abbia generato accumulo di forza per tornare a vincere. Dunque inutile anche solo ipotizzare scenari che vedano il sandinismo espulso dal Nicaragua; molto meglio rispettarne la forza ed il radicamento.

 

L’idea della famiglia Chamorro di trasferire nello scontro permanente la contesa politica non è una pensata geniale, dato che il FSLN ha già mostrato un anticipo della sua forza. Ove la crisi precipitasse, nessuno potrà dirsi in salvo, meno che mai chi ha sparso benzina sul fuoco. Dall’intesa politica nel rispetto della Costituzione nasce una nuova fase, dall’assenza di intesa nasce lo scontro. Qualche oligarca nutre dubbi sul suo esito?

 

Su un aspetto, nell’opposizione, sono tutti d’accordo: riunire l’antisandinismo di qualunque forma e colore è condizione necessaria, benché non sufficiente, per tentare di vincere nel 2021. Allo scopo disporranno di dollari e consulenze per rafforzare una ingegneria del consenso da raggiungere tramite la manipolazione permanente. Scambieranno il diavolo per l’acqua santa, le ragioni con il torto, il diritto con il rovescio. Ribalteranno la realtà nel tentativo di confondere e manipolare, usando concetti e principi che appartengono al FSLN e alla sua storia. La semina dell’odio per il Frente Sandinista e il suo Comandante sarà principio e fine del discorso politico.

 

Ma tutto questo rischia di non essere sufficiente, soprattutto se dimostrano ogni giorno quanto gli interessi di alcune famiglie siano per loro più importanti che quelli del Paese. Non hanno credibilità. Non hanno un leader. Non sono in grado di produrre un minimo programma, una ipotesi di paese. Per potersi presentare agli elettori non hanno altra strada che l’accordo nazionale che li renda protagonisti, autorizzati a parlare di Nicaragua in Nicaragua e non solo negli USA. Il bivio è tra incidenza politica o irrilevanza. Prendere o lasciare.

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Josè Manuel Zelaya: “Come non hanno potuto vincere contro Cuba, non potranno neanche col Venezuela”

Cubadebate (italiano) - Ven, 31/05/2019 - 23:34

manuel-zelayaUn golpe militare, al vecchio stile, è scoppiato all’alba del 28 giugno 2009, in Honduras. Sono passati già dieci anni da quel golpe di Stato che ha abbattuto il presidente costituzionale della Repubblica, Josè Manuel Zelaya Rosales.  

Oggi ho l’immenso privilegio di conversare, via telefonica, con l’ex presidente Zelaya, che gentilmente ha accettato di rispondere alle mie domande.

Buona sera, signore Manuel Zelaya! Un saluto da Cuba. La mia prima domanda è:

–Se potesse ritornare indietro nel tempo, dieci anni fa, che cosa farebbe e che non farebbe un’altra volta? Quale crede sia stato il suo principale errore politico, ed il suo maggiore successo?

“Sono il popolo e la storia quelli che dettano le forme od i risultati che si sono ottenuti. Secondo la CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina), nei tre anni e mezzo di governo che sono stato onorato di presiedere, un governo liberale del potere cittadino, si sono ottenuti i migliori risultati nelle crescite economiche, sociali e democratiche; competitività; riduzione della povertà; minore deficit fiscale; minore debito estero della storia di Honduras. Allora, facciamo eco a quelle parole bibliche: ‘Per i miei frutti mi conoscerete’”.

–Passati gli anni, lei crede ancora che era il momento opportuno per introdurre “la Quarta Urna?”

“La ‘Quarta Urna’ è un diritto del popolo che è considerato nella Costituzione della Repubblica. È il concetto più elevato della sovranità popolare, è la prima consultazione storica che si faceva in Honduras perché il popolo non è stato mai consultato, solo viene avvisato ed è convocato per marcare una croce sotto le fotografie di persone in un esercizio elettorale. Pertanto, il capitale, il potere, e le suprematiste   onnipresenti, onniscienti ed onnipotenti multinazionali statunitensi ed europee del petrolio, tutto indica che abbiano finanziato il golpe di Stato.
È stato eseguito dai militari, dall’oligarchia e dal bipartitismo, ma, logicamente, pianificato dalle agenzie di intelligenza statunitensi e dal Comando Sud. Loro hanno distrutto questo esercizio democratico e rivoluzionario che si chiama ‘Quarta Urna’”.

–Perché l’entrata dell’Honduras nell’Alba ha causato tanta preoccupazione?

“L’entrata dell’Honduras nell’Alba ed in Petrocaribe sono state delle pietre miliari che hanno segnato un momento di indipendenza ed autodeterminazione alle quali hanno diritto i popoli del mondo, secondo le nostre carte costitutive e gli stessi documenti delle Nazioni Unite, hanno provocato la gelosia e l’irritazione dei falchi di Washington, nel senso che Honduras per la prima volta nella sua storia assumeva azioni di indipendenza, come è associarsi con queste due organizzazioni ed allearsi con Unasur, America del Sud, col presidente Luiz Inacio Lula dà Silva, operaio, socialista, leader del Brasile; col leader della rivoluzione bolivariana Hugo Chavez Frias e Nicolas Maduro. Tutto questo ha portato come conseguenza un’azione degli Stati Uniti e dell’oligarchia honduregna, coi militari, per fermare questo progetto di emancipazione del popolo honduregno. Logicamente, hanno paura a cambiare la correlazione di forze tra il capitale ed il lavoro”.

–Perché crede che nonostante le proteste internazionali, non è stato possibile ristabilire il leader nel suo incarico?

“La comunità internazionale non ha denti né artigli, a meno che dietro non ci siano gli interessi delle grandi potenze. In questo caso, gli Stati Uniti si sono dedicati non solo a lavorare nell’ombra per pianificare il golpe di Stato, bensì hanno ostacolato che si ricostruisse questo sistema democratico indipendente che noi stavamo spingendo in Honduras ed in America Latina.”

–Il partito Libre, da lei fondato e presieduto, ha già più di cinque anni. Quali sono le attuali forze e debolezze della sua militanza?

“Il partito Libre sta compiendo già sette anni, ma in sette anni ha vinto due volte le elezioni, e per due volte le hanno rubate sfacciatamente. L’ultima volta sono venuti gli Stati Uniti a legittimare 5 mila urne che sono apparse “dal taschino della camicia”, “della manica della camicia” nascoste, per poterci rubare le elezioni. Il sistema elettorale honduregno è una truffa. La destra conservatrice honduregna che non può più, oramai, vincere le elezioni, ricorre ai golpe di Stato, alle truffe elettorali, ed ad ogni tipo di crimini pur di mantenere i suoi privilegi.”

–A partire da quello che succede adesso in Venezuela, ed in tutta l’America Latina, quali sono le speranze della regione per mantenersi come zona di pace?

“Quello che sta succedendo in Venezuela è unicamente l’ambizione smisurata delle compagnie petrolifere statunitensi per rimanere con le risorse preziose, risorse naturali che ha Venezuela. Ed è la continuità di questo processo di restaurazione conservatrice che gli Stati Uniti hanno pianificato dal 2008; da quando Honduras è entrato nell’Alba è incominciata la pianificazione. Nel 2009 hanno dato il golpe di Stato, si sono annunciate le sette basi statunitensi in Colombia per circondare Venezuela; poi hanno fatto un altro golpe di Stato in Paraguay, in Brasile, un tentativo di golpe a Correa, a Cristina, ed hanno incominciato tutte le loro macchinazioni per sopprimere i governi socialisti ed impiantare governi fascisti, che sono quelli che stanno governando adesso principalmente l’America Latina e che sono ritornati perfino, diciamo, a sequestrare l’OSA, che è sempre stata a loro favore, meno in questi dieci anni, nell’epoca in cui il socialismo era arrivato a tutta l’America Latina.

“Ma come non hanno potuto vincere contro Cuba, non potranno neanche col governo rivoluzionario, ed il popolo rivoluzionario erede di Bolivar e di Chavez, ed oggi di Nicolas Maduro. Credo che il mondo intero è attento al discredito ed alla sfacciataggine con cui gli Stati Uniti pretendono dominare i paesi che sianno realmente tentando dei processi di indipendenza e di sviluppo equo in America Latina. Non passeranno!”.

–Infine… Qualche giorno torneremo a vedere Manuel Zelaya come presidente dell’Honduras?

“Io non sono candidato, io sono già stato presidente, non ho perso la mia investitura perché il popolo mi aveva scelto per quattro anni e non mi hanno lasciato finire il mio mandato che è rimasto in sospeso, e così non mi diminuisca chiedendomi se sarò candidato”. (fa una risata)

“Gli Stati Uniti hanno montato una dittatura militare e civile in Honduras, con apparenza legale, ma che ha violentato tutti i processi istituzionali, lo stato di diritto e la Costituzione della Repubblica. È una vergogna, ha impoverito il paese, ha approfondito il modello di sfruttamento neoliberale, e le classi lavoratrici, i più oppressi, i disoccupati, per milioni e per migliaia, stanno chiedendo un ritorno al sistema democratico del paese. Per lo meno, in questo senso, la lotta del partito Libre è una lotta vigente, è una lotta storica e credo che, senza dubbio, se ci saranno elezioni libere, il partito Libre starà assumendo nei prossimi anni la direzione democratica, pacifica, rivoluzionaria, che esige e richiede il popolo honduregno.”

–Molte grazie!

di Adonis Subit Lamí

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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L’ONU riconosce il Venezuela come paese leader nel diritto alla casa. L’Italia prenda esempio

Cubadebate (italiano) - Gio, 30/05/2019 - 02:25

Gran-Mision-ViviendaLa questione Venezuela campeggia sui media mainstream nostrani solo quando questi decidono di propalare fake news sulla Rivoluzione Bolivariana e il presidente Maduro. Ogni qualvolta invece la nazione sudamericana viene elogiata per alcune politiche implementate dal chavismo la notizia è sistematicamente occultata.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto il Venezuela come il paese leader nel garantire alla popolazione il diritto all’abitazione, ha reso noto oggi il ministro Ildemaro Villarroel.

Con oltre 2 milioni 640 mila case già arredate e comprese di elettrodomestici consegnate alle famiglie bisognose sin dal suo inizio nel 2011, la Gran Misión Vivienda Venezuela (GMVV) soddisfa uno degli obiettivi di Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, elaborato dalle Nazioni Unite.

Il governo venezuelano espone in questi giorni la portata del programma di punta della Rivoluzione Bolivariana durante la prima sessione dell’Assemblea ONU-Hábitat, in programma fino al 31 maggio a Nairobi, in Kenya.

habitatAttraverso il social network Twitter, Villarroel ha riferito che, come parte del suo programma all’evento, la delegazione venezuelana ha tenuto riunioni con rappresentanze di vari paesi.

“Dal Kenya all’UN-Habitat abbiamo un incontro bilaterale con la Repubblica di Serbia. Il governo bolivariano rafforza i legami di cooperazione e porta l’esempio della GMVV in tutti i paesi del mondo”, ha scritto il dirigente bolivariano sulla piattaforma di comunicazione.

Poi ha aggiunto che nella riunione con il ministro della Casa e Urbanistica della Repubblica d’Algeria, le parti hanno condiviso ‘storie di successo’ su homebuilding e visite tecniche coordinate tra entrambi i paesi per conoscere i rispettivi punti di forza.

La delegazione venezuelana ha anche scambiato informazioni con funzionari governativi del settore abitativo del Mozambico e del Botswana.

All’Assemblea UN-Habitat hanno partecipato rappresentanti di agenzie delle Nazioni Unite, le autorità locali, settore privato, portavoce della società civile, organizzazioni giovanili, le donne e gli accademici, tra gli altri, secondo il sito ufficiale della manifestazione.

Più di 12 milioni e 450 mila persone – poco più di un terzo della popolazione del Venezuela – hanno beneficiato finora della missione statale, inizialmente creata per aiutare le famiglie colpite da forti piogge in Venezuela alla fine del 2010 e inizio del 2011.

Successivamente, il programma ha esteso la sua portata al resto della popolazione che, a causa di ragioni economiche, e a causa dell’elevato costo degli immobili nel mercato speculativo, non aveva una casa propria.

L’esecutivo bolivariano mira a costruire cinque milioni di case prima della chiusura del 2025.

Intanto nell’Italia che vuole dare lezioni di democrazia e politica al presidente Maduro continuano le tensioni sulla questione abitativa. I senza tetto aumentano in maniera esponenziale visto che sempre più famiglie impoverite non hanno la forza di pagare un affitto e nuove case popolari non vengono costruite.

di Fabrizio Verde

da L’AntiDiplomatico

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Iran: Trump e i cattivi consiglieri

Altrenotizie.org - Mer, 29/05/2019 - 19:52

L’approccio del governo americano alla questione iraniana continua ad apparire contraddittorio e privo di chiarezza, con posizioni almeno apparentemente distanti tra gli esponenti dell’amministrazione Trump e lo stesso presidente. Dopo l’escalation di tensioni delle ultime settimane, infatti, la guerra di nervi tra Washington e Teheran ha fatto segnare in questi giorni un relativo allentamento, in larga misura seguito alle prese di posizione decisamente più caute da parte dell’inquilino della Casa Bianca.

 

Analisti e commentatori negli USA si stanno chiedendo se quello che sembra un divario sempre più ampio sull’Iran tra Trump e, ad esempio, il suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, sia effettivamente il riflesso di politiche e attitudini opposte. La volubilità di Trump e, di fatto, la sua impreparazione e il disinteresse per le sfumature delle relazioni internazionali rendono comunque arduo il compito di decifrare la realtà all’interno dell’amministrazione repubblicana.

 

Mercoledì, comunque, Bolton è tornato a puntare il dito contro la Repubblica Islamica. Proveniente dal Giappone, dove aveva accompagnato Trump nella sua visita ufficiale, l’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite è giunto negli Emirati Arabi, dove ha affermato, rigorosamente senza presentare alcuna prova, che i presunti attacchi del 12 maggio scorso contro alcune petroliere nel Golfo Persico erano stati “quasi certamente” opera dell’Iran. Con una logica impeccabile, Bolton si è chiesto in maniera retorica chi altro avrebbe potuto condurre un’operazione del genere se non Teheran. Non certo, secondo le sue parole, “qualcuno dal Nepal”. Bolton ha poi accusato l’Iran di avere progettato anche una precedente operazione di sabotaggio, di cui non si era avuta finora notizia, contro il porto petrolifero di Yanbu, affacciato sul Mar Rosso, in Arabia Saudita.

 

Allo stesso tempo, Bolton ha però anche evitato di alimentare nuove tensioni, assicurando che gli Stati Uniti non stanno pianificando alcuna operazione militare in risposta agli attacchi attribuiti arbitrariamente all’Iran. Nelle settimane precedenti, invece, erano giunte nuove forze militari USA in Medio Oriente, mentre il Pentagono aveva presentato piani di “difesa” contro la presunta minaccia iraniana che includevano anche l’ipotesi di un contingente di 120 mila uomini. In molti hanno collegato la nuova attitudine relativamente moderata del consigliere di Trump alla sorta di richiamo fatto dal presidente nei suoi confronti durante la recente trasferta in Giappone.

 

Trump aveva indirettamente smentito Bolton con una dichiarazione nella quale spiegava di non essere interessato al cambio di regime a Teheran. A suo dire, la Repubblica Islamica avrebbe la possibilità di “essere un grande paese anche con l’attuale leadership”. Trump, in definitiva, spiegava di volere soltanto la rinuncia alle armi nucleari da parte iraniana, cosa che, peraltro, il governo di questo paese non ha mai cercato e ha più volte escluso in modo ufficiale.

 

Singolarmente, le posizioni espresse almeno a parole da Trump in Giappone sull’Iran sembrano ricordare quelle che guidarono la politica dell’amministrazione Obama durante il secondo mandato e che sfociarono nell’accordo di Vienna sul nucleare (JCPOA), boicottato nel maggio 2018 dall’attuale presidente. La strategia abbracciata da Obama avrebbe dovuto essere quella di offrire un qualche incentivo alla leadership iraniana per cercare di innescare un riallineamento strategico favorevole a Washington da parte del paese mediorientale.

 

Che l’attuale presidente USA intenda andare in questa direzione è ancora tutto da dimostrare e, anzi, le indicazioni in questo senso sono per ora quasi inesistenti. Trump e gli ambienti populisti di estrema destra che appoggiano la sua amministrazione sono comunque inclini al disimpegno internazionale e non deve sorprendere più di tanto che rappresentino uno schieramento per certi versi opposto a quello dei falchi interventisti “neo-con” che fanno capo principalmente a Bolton e al segretario di Stato, Mike Pompeo.

 

La voce del consigliere per la Sicurezza Nazionale continua ad ogni modo a essere sostanzialmente radicale sul fronte iraniano. Tanto che qualcuno gli assegnerebbe un ruolo di provocatore ad hoc, non solo nei confronti di Teheran. La sua utilità per Trump, con il quale sembra avere un rapporto personale non esattamente idilliaco, sarebbe cioè precisamente quella di generare tensioni e ostilità con paesi rivali, in modo da aprire inaspettati spazi di manovra allo stesso presidente, nei quali quest’ultimo possa muoversi tra tentativi di diplomazia e linea dura.

 

Dietro a John Bolton e, più in generale, alle politiche anti-iraniane di Washington ci sono tuttavia fortissimi e influenti interessi – economici e non solo – che spingono per un continuo aumento delle tensioni, se non un aperto confronto militare. Bolton è infatti sponsorizzato in primo luogo dal miliardario americano Sheldon Adelson, finanziatore di spicco del Partito Repubblicano e irriducibile sostenitore dello stato e delle politiche di Israele.

 

La chiusura di ogni possibilità di dialogo con l’Iran, al di là delle intenzioni di Trump, è appoggiata anche dall’industria militare americana. Come ha raccontato un recente articolo della pubblicazione on-line The Intercept, i vertici di numerose compagnie che operano nel settore della difesa si stanno da qualche tempo muovendo con i loro investitori per presentare le occasioni di profitto all’orizzonte e, in molti casi, già concretizzate, derivanti dall’impulso alla militarizzazione prodotto appunto dallo scontro crescente tra Washington e Teheran.

 

Questi colossi dell’industria militare non sono oltretutto spettatori impotenti di fronte al possibile precipitare della situazione in Medio Oriente come altrove, ma operano spesso dietro le quinte attraverso intense attività di “lobbying” che contribuiscono ad aumentare il rischio di una guerra rovinosa.

 

Di fatto a sostegno di simili manovre operano infine anche i media “mainstream” americani, inclusi quelli nominalmente liberal, come New York Times e Washington Post. Se l’accelerazione anti-iraniana della Casa Bianca viene talvolta presentata come una scelta altamente rischiosa per la stabilità del Medio Oriente, è altrettanto vero che, quasi sempre, è l’Iran, e non gli Stati Uniti, a venire rappresentato come una minaccia alla pace e, tutto sommato, sempre sul punto di riavviare un programma nucleare militare che, al contrario, non è invece mai esistito né è in nessun modo nei piani futuri della leadership di questo paese.

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Cina in America Latina: gli USA perdono il “cortile di casa”

Cubadebate (italiano) - Mar, 28/05/2019 - 02:02

ChinaALCina ha invitato formalmente l’America Latina a partecipare all’Iniziativa sulla Via della Seta nel gennaio 2018, nel corso dell’incontro con la Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (CELAC) a Santiago del Cile, dove la foto emblematica è stata quella dei ministri degli Esteri cinese e venezuelano che si stringevano la mano. Da allora, 16 paesi della regione hanno manifestato l’intenzione di far parte di questo progetto di connettività commerciale e hanno già concordato accordi in tal senso.

Oltre al Venezuela, che è alleato strategico di Pechino nella costruzione del mondo multipolare, altri paesi hanno firmato accordi: Panama, Brasile, Messico, Bolivia, Antigua e Barbuda, Costa Rica, Cile e Guyana.
Il piano globale avviato nel 2013 con l’annuncio pubblico del presidente Xi Jinping, contempla il rafforzamento delle infrastrutture, del commercio e degli investimenti tra il gigante asiatico e circa 65 paesi, con il coinvolgimento del 62% della popolazione mondiale e del 75% delle riserve energetiche conosciute.

In questo senso, l’America Latina creerà una grande linea di trasporti transoceanici sulla Via della Seta perché condivide con la Cina l’Oceano Pacifico, essendo questo l’estensione naturale che collega le due zone economiche, come ha dichiarato la Cina nel suo incontro con i paesi della CELAC all’inizio del 2018. Proprio in tale sede essa ha enfatizzato il ruolo fondamentale del blocco continentale nel piano di cooperazione internazionale.

Naturalmente, gli investimenti per realizzare il progetto non partono da zero. I progetti bilaterali con diverse nazioni dell’America Centrale, del Sud America e dei Caraibi risalgono al 2005. In quell’anno essi hanno ricevuto 4,7 miliardi di dollari in investimenti cinesi. Alla fine del 2018, questa cifra è aumentata del 425%, raggiungendo i 20 miliardi di dollari.

Negli ultimi otto anni, anche lo scambio commerciale è aumentato di 22 volte, superando i 280 miliardi di dollari nel 2017. Dati della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), forniti dalla sua segretaria Alicia Bárcena, posizionano il paese asiatico come il secondo partner commerciale più importante per la regione, e il primo per il Sud America, soppiantando gli Stati Uniti.
L’intento di interconnettere globalmente le economie nazionali attraverso la Via della Seta e sotto l’emergente leadership cinese, formalizza e dà un nome a più di un decennio di relazioni commerciali.

Progetti e piani per la Via della Seta in America Latina

La complessa relazione sino-latinoamericana che fino agli anni ’90 si concentrava sugli investimenti in prodotti minerari e risorse naturali per il loro trasferimento in Cina, è entrata nel nuovo secolo con l’obiettivo di consolidare infrastrutture di trasporto ad alto impatto, tra cui la costruzione di strade, porti marittimi e ferrovie.
Secondo il database finanziario Cina-America Latina preparato da The Dialogue, il centro di ricerca politica degli Stati Uniti, esistono 150 progetti legati ai trasporti, di cui quasi la metà sono in fase di costruzione.
Inoltre, negli ultimi anni è avvenuta una diversificazione nel settore energetico, con l’investimento di 96,9 miliardi di dollari nella trasmissione e produzione di energia elettrica.

Per numero di progetti, Bolivia, Brasile e Giamaica sono le principali destinazioni degli investimenti cinesi nei canali fisici di comunicazione. Nel paese andino, sono stati sviluppate più di 20 opere tra strade e ponti, mentre in Brasile, dove l’importo totale supera i 28 miliardi di dollari, sono stati discussi 13 accordi in relazione alle infrastrutture di trasporto, come anche in Giamaica.

La Cina ha posto un accento particolare sulle aree portuali del Pacifico, dei Caraibi e dell’Atlantico. In effetti, ha maggiore successo nell’acquisizione o nella costruzione di questo tipo di impianti. Circa 20 progetti sono già stati completati o sono in fase di attuazione in Messico, Cuba, Panama, Venezuela, Ecuador, Brasile e Cile. Sono anche in discussione strutture portuali in Colombia, Perù e Uruguay.

Per quanto riguarda i porti, i 19 patti di cooperazione sugli scambi e le infrastrutture concordati sul Canale di Panama hanno una rilevanza particolare. Qui si evidenzia la mossa diplomatica panamense per approfondire le sue relazioni politiche con la Cina nel quadro della Via della Seta, dal momento che è il primo paese a firmare un accordo ufficialmente parte del progetto: la costruzione di una ferrovia ad alta velocità tra le zone urbane.
Nel giugno 2017, Panama ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan, avviando così progetti giganteschi come la costruzione del quarto ponte sul Canale di Panama, di un porto per le navi da crociera all’entrata nel Pacifico e un porto per container situato vicino l’ingresso atlantico.

In ragione della sua posizione geografica, anche il Cile è considerato come un accesso naturale alla regione attraverso il Pacifico. Oltre alle aree portuali, la Cina investe nelle telecomunicazioni proponendo di costruire un cavo in fibra ottica sottomarino che attraversi l’oceano, di una lunghezza di 24 mila chilometri. Questo significa consentire un migliore scambio di informazioni tra Asia e America Latina.

La risposta geopolitica degli Stati Uniti

Colpisce il fatto che molti dei paesi che sono commercialmente associati ai progetti più emblematici della Via della Seta siano quelli che gli Stati Uniti considerano alleati o i loro partner più forti nella regione dell’America Latina.
La cooperazione omnidirezionale del suo rivale economico, che in definitiva non cerca di imporre o modificare le visioni politiche nazionali dei paesi con cui è collegata e, al contrario, rafforza lo sviluppo comune dei blocchi del Sud Globale, rappresenta un serio ostacolo alla volontà di Washington di mantenere una posizione di dominio nella regione.

Il politologo tedesco Wolf Grabendorff lo afferma così: “L’intenzione dichiarata cinese di affermarsi come potenza alternativa nel sistema internazionale non ha incontrato voci critiche in America Latina, e ciò riafferma le paure geopolitiche negli Stati Uniti”.
La Cina sta sfidando l’egemonia degli Stati Uniti in mezzo alla debacle dell’ordine mondiale liberale guidato dall’Amministrazione Trump, che cerca di mitigarne gli effetti scatenando una guerra tariffaria aggressiva su scala globale che non risparmia i paesi latinoamericani.

Confrontando ciò che ciascun modello economico offre, l’apertura globale della Cina a parità di condizioni è in contrasto con il presunto protezionismo statunitense che non ha intenzione di prendersi cura degli interessi nazionali ma degli interessi economici dei gruppi di imprese private.
Oltre ai continui tour di alti funzionari politici per imporre ai paesi satellite di intensificare il conflitto in Venezuela e i processi militari nelle zone di confine con la giustificazione della sicurezza nazionale, non ci sono progetti allettanti che entrino in competizione con l’immersione della Cina nei programmi economici dell’America Latina e dei Caraibi.

Negli ultimi due anni, il comportamento violento del “prendere o lasciare” che gli Stati Uniti adottano ha provocato gravi conseguenze nelle relazioni commerciali con i paesi vicini. Il Messico ha già avvertito lo shock delle condizioni dell’accordo di libero scambio, che ha portato a un deficit commerciale di 64 miliardi di dollari. Altri accordi commerciali con Colombia, Cile, Perù e America centrale sono nel mirino delle decisioni commerciali degli Stati Uniti.
In quanto a risultati, le cifre sono abbastanza eloquenti. I dati del commercio estero degli Stati Uniti mostrano che, dal 2017 al 2018, le esportazioni e le importazioni latinoamericane hanno registrato un aumento del 7,13% e del 6,54%.

Al contrario, per l’alleanza sino-latino-americana, le importazioni e le esportazioni dello stesso anno sono aumentate rispettivamente del 30% e del 23%. Gli Stati rifuggono da misure unilaterali che li costringano a negoziare da una posizione svantaggiata e abbracciano i piani che offrono politiche economiche complementari, ancorate in questo momento alla Cina e ai paesi dell’ordine multipolare.
Il declino americano accelera ad ogni passo che viene compiuto in linea con la Dottrina Monroe?

Venezuela, il partner commerciale della Cina che minaccia il “cortile di casa”

Il trionfo dei progetti che caratterizzano le nascenti relazioni tra Cina e America Latina è legato alla stabilità politica e alla governabilità dei territori, nonché all’integrazione regionale del continente.
In linea di principio, il consolidamento del blocco regionale è avvenuto durante la prima fase del governo di Hugo Chávez. Nel progetto, era previsto il trasferimento del centro del potere dall’asse occidentale all’asse eurasiatico, e di qui gli sforzi per creare solidi legami diplomatici con le nazioni sorelle per presentarsi come un’altra forza multipolare hanno caratterizzato i primi anni di Chavismo.

Di conseguenza, tale obiettivo è stato accompagnato dalla creazione da parte del Venezuela di organizzazioni come ALBA, Petrocaribe e CELAC, piattaforme multilaterali che hanno riunito i diversi interessi nazionali della regione. Per questo, negli ultimi anni abbiamo assistito ad attacchi contro questi meccanismi di integrazione e gli attori politici che lo gestiscono, con “partner” degli Stati Uniti come la Colombia che guida iniziative tipo Prosur.
Ovviamente, il governo del presidente Nicolás Maduro è l’obiettivo principale delle aggressioni per il fatto di rappresentare l’avanguardia nella regione contro la dottrina Monroe del 21° secolo, proponendo uno schema di commercio internazionale con altre nazioni emergenti, lontano dall’egemonia del dollaro e usando le sue risorse energetiche e minerarie per questa causa.

Ogni aggressione all’economia venezuelana attraverso strumenti finanziari o operazioni irregolari per rendere il suo territorio ingovernabile, cerca di danneggiare (tra altri obiettivi) l’agenda commerciale asiatica in cui il paese è coinvolto, poiché la Cina è una “minaccia esistenziale“ per gli interessi del Pentagono .
Tuttavia, il Venezuela, che è la porta principale per l’ingresso della Via della Seta in quello che gli Stati Uniti considerano il proprio “cortile di casa “, così come per altre iniziative contrarie al neoliberismo, ha contenuto i tentativi di cambiare l’ordine politico nazionale, contrastando l’accerchiamento di quel mondo multipolare che tanto preoccupa Washington.

da Mission Verdad

tradotto da Mauro Gemma per Marx21.it

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