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Mark Ruffalo chiede una rivoluzione economica: il capitalismo ci sta ammazzando

Cubadebate (italiano) - Sab, 07/12/2019 - 02:50
Mark Ruffalo

Mark Ruffalo

Dopo le sue sette partecipazioni nell’Universo Cinematografico di Marvel, Mark Ruffalo accumula una fortuna stimata in 30 milioni di dollari, una cifra con la quale la maggior parte degli esseri umani può solo sognare.

Nonostante, sebbene l’attore gode di un conto in banca invidiabile, non permette che questo colpisca i suoi pensieri su luoghi comuni tali come politica, società e perfino economia, un tema delicato che ha generato dissenso tra gli abitanti degli Stati Uniti durante gli ultimi anni.

Recentemente, questo attore tre volte nominato all’Oscar come Migliore Attore non Protagonista, ha affermato apertamente la sua opinione rispetto al capitalismo e non titubò segnalando che questo sistema “ci sta  uccidendo”.

Attraverso il suo account di Twitter, l’oriundo di Kenosha, nello stato del Wisconsin, ha condiviso un articolo della rivista TIME intitolato “How America’s Elites Lost Their Grip” (“Come le élite degli Stati Uniti hanno perso il controllo”), un testo scritto da Anand Giridharadas, un giornalista e scrittore statunitense specializzato in politica e storia, dove analizza lo sviluppo di dissensi tra i cittadini rispetto al sistema economico imperante.

Commentando la pubblicazione del famoso settimanale newyorchese, Ruffalo ha segnalato:

“È tempo di una rivoluzione economica. Il capitalismo di oggi sta cedendo, ci sta ammazzando e sta rubando il futuro ai nostri figli.”

Bisogna ricordare che questa non è la prima volta che l’interprete di Bruce Banner/Hulk si mette in temi economici attraverso le sue reti sociali. A metà di ottobre del 2015, Mark aveva difeso il socialismo democratico per essere più giusto al momento di distribuire la ricchezza e cercare il meglio per i cittadini.

“Il socialismo democratico dice che è un errore morale che il 57% delle entrate si designi al 1% dei cittadini del mondo. Voglio assistenza medica gratis per tutti. Certificato medico e familiare pagato”, ha esatto in quell’opportunità.

da IndieHoy

traduzione di Ida Garberi

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Da Harvard a Cambridge. Oltre 100 esperti smentiscono ogni broglio elettorale in Bolivia

Cubadebate (italiano) - Ven, 06/12/2019 - 02:30

BoliviaEvo Morales è il presidente legittimo. Il resto è narrazione golpista. “Chiediamo che le istituzioni e i processi democratici della Bolivia siano rispettati”. Recita così il manifesto firmato da oltre 100 esperti internazionali in economia e statistica, che fanno “un appello all’OSA affinché ritiri le sue dichiarazioni fuorvianti sulle elezioni, che hanno contribuito al conflitto politico e sono state una delle ‘giustificazioni’ più utilizzate per portare a compimento il colpo di Stato militare”.

I firmatari, provenienti da istituti come l’Economic Policy Institute e varie università degli Stati Uniti, Australia, Messico e India, tra gli altri, condannano il fatto che Donald Trump abbia sostenuto apertamente e fermamente il colpo di Stato militare del 10 novembre che ha rovesciato il governo del presidente Evo Morales “e spiegano attraverso la loro conoscenza in Statistica perché la ”narrazione sui brogli” non è corretta.

Ancora una volta la realtà confuta una narrazione tossica ripetuta a spron battuto e reti unificate per occultare che in Bolivia si è consumato un golpe. L’unica strada per allontanare dalla presidenza Evo Morales, presidente indigeno e socialista, sostenuto dalla maggioranza dei boliviani come hanno mostrato anche le ultime elezioni dove Morales aveva ottenuto ancora un trionfo.

Gli esperti spiegano che non c’è stato nessun broglio

“C’è stata una pausa nel ‘conteggio rapido’ dei risultati delle votazioni – quando era stato raggiunto l’84% dei voti – e il vantaggio di Morales era di 7,9 punti percentuali. Con il 95% del conteggio totale dei voti, il suo margine era aumentato a poco più del 10%, circostanza che consentiva a Morales di vincere al primo turno senza dover andare al ballottaggio.

Alla fine, il conteggio ufficiale ha mostrato un vantaggio del 10,6%, spiegano gli esperti, basandosi su un rapporto pubblicato dal Center for Economic and Political Research (CEPR), un think tank con sede a Washington che ha già messo seriamente in discussione in un rapporto pubblicato il 10 novembre il ruolo della missione elettorale dell’OSA in Bolivia.

I firmatari ricordano che “non è insolito che i risultati di un’elezione presentino una distorsione in base alla posizione geografica, il che significa che i risultati possono variare a seconda di quando vengono conteggiati i voti nelle diverse aree”. La dichiarazione cita l’esempio delle ultime elezioni per il Governatore in Louisiana, in cui il candidato democratico ha vinto 2,6 punti percentuali dopo essere apparso perdente per quasi tutta la notte. “Il cambiamento nella leadership di Morales non è stato affatto ‘drastico’; faceva parte di un costante e continuo aumento del vantaggio di Morales che è iniziato ore prima dell’interruzione”, affermano.

Secondo questi esperti, la spiegazione dell’aumento del margine è “abbastanza semplice” e “si basa sul fatto che le aree che hanno visto conteggiati i loro voti in seguito erano più pro-Morales rispetto alle aree i cui voti erano stati contati in precedenza”. Un risultato finale che qualificano come “abbastanza prevedibile in base al primo 84% dei voti riportati”. “Ciò è stato dimostrato attraverso un’analisi statistica e anche attraverso un’analisi più semplice delle differenze tra le preferenze politiche delle aree scrutinate”, sottolineano.

Il manifesto si conclude con un appello al Congresso degli Stati Uniti affinché indaghi “sul comportamento dell’OSA” e contrasti il “colpo di Stato militare” e le violazioni dei diritti umani del governo di fatto”, oltre a sottolineare la responsabilità dei media che dovrebbero cercare analisti indipendenti “invece di basarsi solo sui funzionari dell’OSA”. “Molte vite possono dipendere dal chiarimento di questa storia”, concludono, riferendosi a un conflitto in cui, secondo l’ultimo resoconto del Defensor del Pueblo, il bilancio parziale delle vittime ascende a 32.

da L’AntiDiplomatico

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Cile esaurisce le bombe lacrimogene e le acquista in Brasile

Cubadebate (italiano) - Gio, 05/12/2019 - 03:24

Chile-bombas-lacrimogenas1Come risultato del suo eccessivo uso contro il movimento sociale dal 18 ottobre, le forze dell’ordine cilene hanno praticamente esaurito le bombe lacrimogene ed hanno dovuto comprarne nuove quantità in Brasile.  

Secondo il quotidiano La Tercera, le forze dei carabinieri sono stati preparati per usarle “in forma effettiva al conseguimento dell’obiettivo desiderato, che è dissolvere manifestazioni che non siano pacifiche ed in forma graduale, come protocollo sull’uso della forza.”

Aggiunge che la Direzione di Logistica dell’istituzione ha deciso di razionare l’impiego delle bombe lacrimogene.

Il giornale afferma anche che il corpo dei carabinieri ha fatto un acquisto limitato di cartucce di gas lacrimogeni all’azienda brasiliana Condor, che devono essere utilizzate secondo l’ordine di ottimizzare la loro effettività e “non sprecarle.”

L’uso delle bombe lacrimogene è invece aumentato dopo che l’alto comando dei carabinieri abbia sospeso temporaneamente l’impiego dei fucili anti-sommossa per i seri danni che hanno causato i pallini da caccia a centinaia di persone, molte di loro con lesioni oculari irreversibili, cioè resteranno ciechi irrimediabilmente.

Nelle ultime settimane si sono anche moltiplicate le denunce di persone ferite gravemente dall’impatto diretto delle bombe lacrimogene.

Il caso più deplorevole è quello di Fabiola Campillay, di 36 anni, che è stata colpita al volto da una bomba lacrimogena, fatto che le ha provocato la perdita della vista in entrambi gli occhi.

L’aggressione alla donna è accaduta mentre si trovava aspettando un autobus per andare a lavorare nel turno notturno. Non stava partecipando in nessuna manifestazione ed è stata aggredita brutalmente dai carabinieri.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Fernando Bizerra Jr. (EFE)

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Forza dell’ordine repressiva aggredisce manifestanti in Colombia

Cubadebate (italiano) - Gio, 05/12/2019 - 03:04

COLOMBIA-PROTESTASLo Squadrone Mobile Antisommossa (Esmad) ha aggredito questo mercoledì i manifestanti che partecipavano allo sciopero nazionale in Colombia, ha denunciato la Centrale Unitaria dei Lavoratori, uno dei più importanti sindacati del paese sud-americano, dove le mobilitazioni degli ultimi giorni reclamano riforme profonde come salute, educazione, ecosistema e sicurezza.  

“Denunciano aggressioni dell’Esmad nella località di Suba contro i manifestanti del #4DParoNacional”, ha scritto la Centrale Unitaria dei Lavoratori nel suo account in Twitter, che ha completato il testo con un video.

“A #Bogotá il #4DParoNacional nella Avenida Decima all’incrocio con Primero de Mayo, l’Esmad aggredisce un sit-in in appoggio alla lotta contro il #PaquetazoDeDuque”, ha segnalato l’organizzazione in un altro twitter, accompagnato con un video nel quale si ascolta come i manifestanti gridano: “Assassini, assassini.”

Dal 21 novembre scorso, in Colombia si svolgono proteste contro le politiche del governo, in rifiuto alla violenza e per la pace. Sebbene nella loro maggioranza le manifestazioni trascorrono in maniera pacifica, in vari luoghi si sono registrati tumulti, fatti di vandalismo e repressione della polizia.

Denunciano che dietro i fatti vandalici si nasconde l’interesse in delegittimare le proteste pacifiche, dove si sono sommate migliaia di persone per ottenere che il governo implementi azioni concrete avviate a risolvere i problemi che colpiscono i colombiani.

Le manifestazioni degli ultimi giorni hanno avuto un denominatore comune, perché le persone hanno anche protestato per onorare la memoria di Dilan Cruz, di 18 anni, che è stato brutalmente assassinato il 25 novembre dopo essere stato colpito gravemente da un membro dell’Esmad durante una protesta pacifica a Bogotà.

Precisamente, le azioni repressive sono state uno dei principali punti di scontro durante la riunione che si è svolta ieri tra il governo ed il Comitato Nazionale dello Sciopero, perché quest’ultimo insiste nell’esigere lo scioglimento dell’Esmad.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Ivan Valencia/AP

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Leonardo DiCaprio risponde a Bolsonaro sulle accuse di aver finanziato i roghi in Amazzonia

Cubadebate (italiano) - Mer, 04/12/2019 - 02:50

Bolsonaro-LeonardoDicaprioContinua il botta e risposta tra Leonardo DiCaprio e Jair Bolsonaro, dopo che il presidente brasiliano aveva accusato l’attore di finanziare direttamente le Ong che avrebbero provocato gli incendi in Amazzonia.

Ambientalista e sempre in primo piano per sostenere il Pianeta e le comunità indigene, DiCaprio respinge le accuse e sui social risponde a tono, soprattutto perché ricordiamolo, è stato tra i primi a dare un sostegno concreto per fermare i roghi che hanno distrutto buona parte della Foresta amazzonica.

Su Instagram rivolgendosi a Bolsonaro, ma senza mai nominarlo, pubblica una nota stampa ufficiale:
“In questo momento di crisi per l’Amazzonia, sostengo il popolo brasiliano che lavora per salvare il proprio patrimonio naturale e culturale. Sono un esempio straordinario, commovente e umile dell’impegno e della passione necessari per salvare l’ambiente. È in gioco il futuro di questi insostituibili ecosistemi e sono orgoglioso di sostenere i gruppi che li proteggono”.

Come sappiamo, DiCaprio ha una fondazione, la Earth Alliance, e lo scorso agosto aveva donato 5 milioni di dollari contro gli incendi. Ma di altro parere è sembrato il presidente Bolsonaro:

“Questo Leonardo DiCaprio è un ragazzo eccezionale, vero? Fornisce denaro per incendiare l’Amazzonia”.

E ancora:

“Leonardo DiCaprio ha donato 300.000 USD alla ONG che ha dato fuoco all’Amazzonia, il @WWF ha pagato $ 70.000 per le foto della foresta in fiamme. Macron e Madonna erano più intelligenti, hanno appena preso alcune foto scattate decenni fa di una foresta in fiamme su Internet e le hanno pubblicate”.

L’attore rimanda le accuse al mittente:

“Sebbene meritevoli di sostegno, non abbiamo finanziato le organizzazioni interessate. Mi impegno a sostenere le comunità indigene brasiliane, i governi locali, gli scienziati, gli educatori e il pubblico in generale che lavorano instancabilmente per proteggere l’Amazzonia per il futuro di tutti i brasiliani”.

Fondata da DiCaprio, Laurene Powell Jobs e Brian Sheth, Earth Alliance è un’organizzazione ambientalista no profit, guidata da un team di gestione indipendente di scienziati e ambientalisti, che lavora per proteggere gli ecosistemi e la fauna selvatica, garantire giustizia climatica, sostenere le energie rinnovabili e garantire i diritti degli indigeni. Lo stesso DiCaprio scende in campo da anni non solo per l’Amazzonia, ma per numerose cause ambientaliste. Questo sembra non andare proprio giù a Bolsonaro che dopo aver accusato le comunità indigene di aver appiccato il fuoco, adesso passa la palla alla star di Hollywood.

di Dominella Triunfo- greenMe

 

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“Lavoriamo per il lato oscuro”, dice il proprietario dell’azienda che ha spiato Assange

Cubadebate (italiano) - Mer, 04/12/2019 - 02:43

julian_assange_aus_artwork-only_L’uomo d’affari è attualmente detenuto, accusato di fornire informazioni ai servizi di intelligence di Washington.

Secondo gli ex dipendenti della società di sicurezza spagnola  Undercover Global , responsabile della sicurezza dell’edificio dell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra fino al 2018, il capo e il proprietario della società, David Morales, si vantava di collaborare con gli Stati Uniti,  ha rivelato NDR emittente pubblica tedesca.

Morales è  stato arrestato lo  scorso ottobre,  accusato  di aver commesso ampie violazioni della privacy e di aver fornito informazioni audio e video alla CIA su Julian Assange, fondatore di WikiLeaks.

Diverse dichiarazioni raccolte nelle indagini indicano che Morales, dopo un viaggio negli Stati Uniti, ha commentato che “d’ora in poi giocheremo nelle grandi leghe”, riferendosi alle sue intenzioni di cooperare con quel paese. “Ora stiamo lavorando per il lato oscuro”, si vantava Morales secondo la testimonianza.

Una guardia di sicurezza ha testimoniato di aver chiesto al suo ex capo chi intendesse quando ha menzionato i suoi  “amici americani”, ai quali ha risposto il “Servizio segreto degli Stati Uniti”.

Si dice anche che Morales viaggiava costantemente nel paese nordamericano,  fino a due volte al mese , presumibilmente trasportando  volumi di materiale  dall’Ambasciata.

Le informazioni del rapporto di mancato recapito fanno parte di una denuncia penale presentata dalla catena contro Undercover Global. La NDR afferma di avere una grande quantità di documenti che descrivono in dettaglio l’operazione di sorveglianza illegale, subita anche da un giornalista della catena tedesca che ha visitato Assange.

Attualmente, Assange è imprigionato in territorio britannico. Gli Stati Uniti hanno presentato una richiesta di estradizione con un atto di accusa per presunta cospirazione e spionaggio.

da L’AntiDiplomatico

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Messico, la sfida di AMLO

Altrenotizie.org - Mar, 03/12/2019 - 13:14

Domenica primo dicembre oltre 250.000 persone si sono date convegno nello Zócalo di Città del Messico per festeggiare il primo anno di governo di Andrés Manuel López Obrador (Amlo). Un anno che ha visto l’avvio di quella Quarta Trasformazione promessa dal capo dello Stato (dopo la lotta per l'indipendenza, le riforme laiche e modernizzatrici di Benito Juárez, la Rivoluzione del 1910), all’atto del suo insediamento nel 2018. Tra gli obiettivi della Quarta Trasformazione, la cancellazione del modello neoliberista degli ultimi decenni, il recupero del controllo delle risorse nazionali, in particolare del settore energetico, e la destinazione di maggiori investimenti alla costruzione di opere pubbliche e a interventi a favore degli strati più svantaggiati. Per reperire i fondi necessari López Obrador ha intrapreso fin da subito una ferma battaglia contro la corruzione e ha introdotto misure per il contenimento delle spese governative, dalla vendita dell’aereo presidenziale al taglio degli stipendi dei funzionari, appannaggio presidenziale compreso.

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Centri Commerciali Almendares e 5ta y 42 cominceranno a dare il resto solo in pesi cubani (CUP)

Cubadebate (italiano) - Mar, 03/12/2019 - 00:45

Centro-Comercial-5ta-y-42-580x413Dall’anno 2014, durante il processo di accettazione della moneta nazionale (CUP) nel commercio al dettaglio, che opera in pesi convertibili (CUC), la popolazione sta trasmettendo il criterio che il resto si effettui in quella moneta (CUP), come ha informato in un comunicato la Banca Centrale di Cuba.  

Precisa che in corrispondenza con questo criterio e dopo una valutazione, si informa la popolazione che, come parte delle misure di ordinamento monetario che si stanno orchestrando nel paese, si è deciso di incominciare in forma sperimentale, l’implementazione dei resti in pesi cubani (CUP) in questi due negozi di commercio al dettaglio.

Aggiunge che, per il suo inizio, sono stati selezionate due unità commerciali nelle catene di negozi, un’appartenente a Negozi Panamericani, Centro Commerciale Almendares, ubicata all’angolo di Calle 41 e Calle 42, nel municipio di Playa, e l’altra della Catena Tienda Caribe, Centro Commerciale di 5ta. y 42, ubicata nell’angolo di Calle 5ta. y Calle 42, dello stesso municipio.

A partire dai risultati raggiunti, e dalla sua effettività durante lo sviluppo dell’esperimento, si valuterà la sua estensione progressiva ad altri stabilimenti commerciali a L’Avana e nel resto delle province, del quale si continuerà informando opportunamente la popolazione, conclude l’informazione.

foto e testo: Cubadebate

traduzione di ida Garberi

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La SPD boccia l’austerity

Altrenotizie.org - Lun, 02/12/2019 - 20:53

Gli iscritti del Partito Social Democratico tedesco (SPD) hanno respinto nel fine settimana la linea dell’austerity e la collaborazione con la CDU (Unione Cristiano Democratica) della cancelliera Angela Merkel, per scegliere una nuova leadership che rappresenta almeno sulla carta una qualche alternativa progressista. La coppia che dovrebbe guidare il partito, formata dai finora poco conosciuti Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ha infatti battuto piuttosto nettamente nel ballottaggio decisivo i candidati preferiti dall’establishment socialdemocratico, Klara Geywitz e, soprattutto, il vice-cancelliere e attuale ministro delle Finanze, Olaf Scholz.

Il voto era stato indetto dopo le dimissioni offerte lo scorso mese di giugno dall’allora leader della SPD, Andrea Nahles, in seguito alla pessima prestazione del suo partito nelle elezioni europee. I candidati alla successione si erano presentati in coppie, composte da un uomo e una donna, e le due che si sono affrontate sabato erano quelle con i maggiori consensi ricevuti dopo il primo turno.

Mentre Scholz e Geywitz erano dati come i favoriti in senso assoluto, la necessità del ballottaggio, a causa del mancato ottenimento della maggioranza assoluta al primo turno, li ha penalizzati per via del compattamento dei voti che si erano spartiti i loro rivali. A dire il vero, il 55% ottenuto da Borjans ed Esken testimonia della crescente insofferenza per la deriva della SPD, arrivata a tal punto che la maggioranza dei circa 425 mila iscritti ha finito per premiare due membri del partito semi-sconosciuti grazie a una piattaforma in teoria diametralmente opposta al candidato di gran lunga più noto su scala nazionale, oltre che tra i politici più potenti a livello federale.

Norbert Walter-Borjans ha ricoperto la carica di ministro delle Finanze nel governo dello stato della Renania Settentrionale-Vestfalia dal 2010 al 2017. La sua partner nella segreteria del partito, invece, è un membro del parlamento federale per la SPD. La nuova leadership dovrà essere confermata dal congresso del partito, in programma tra venerdì e domenica. Se vi sono pochi dubbi sul fatto che i delegati ratificheranno la scelta degli iscritti, c’è molta attesa per la mozione programmatica che sarà votata, in particolare per quanto riguarda il futuro della “grosse Koalition” guidata dalla Merkel.

Borjans ed Esken avevano impostato la loro campagna elettorale su una possibile uscita dal governo con la CDU e i cristiano-sociali bavaresi (CSU) se non dovesse esserci una revisione dell’accordo che aveva fatto nascere l’ennesimo gabinetto Merkel nel 2017. Ufficialmente, i due partiti di destra dovrebbero accettare l’introduzione nel programma di governo di iniziative di carattere progressista, come ad esempio l’aumento del salario minimo, una tassa sulle grandi ricchezze e un pacchetto contro i cambiamenti climatici.

Com’è ovvio, la Merkel non ha alcuna intenzione di spostare a sinistra, sia pure in maniera trascurabile, il baricentro politico del proprio governo. Il muro contro muro che si prospetta ha spinto così in questi giorni i media tedeschi e non solo a ipotizzare un voto anticipato nei prossimi mesi. Il ritiro della fiducia al governo di Berlino da parte della SPD appare tuttavia improbabile. I vertici del partito sono fermamente contrari a una crisi di governo. Per cominciare, la SPD, in caso di elezioni federali, andrebbe con ogni probabilità incontro a una nuova batosta, come sembrano confermare i sondaggi che danno il partito attorno al 14%, cioè in netta discesa dopo il già deludente 20,5% del 2017.

Molti commentatori escludono perciò che la nuova leadership socialdemocratica possa decidere di tenere una linea dura con CDU-CSU, fino a forzare un’elezione anticipata. Con la legge di bilancio per il 2020 già approvata, oltretutto, la Merkel potrebbe più o meno agevolmente restare alla guida di un governo di minoranza fino al prossimo appuntamento elettorale del 2021.

L’opzione voto anticipato è poi ancora meno probabile se si considera che la Germania assumerà la presidenza dell’Unione Europea il prossimo 1° luglio e praticamente tutti gli schieramenti intendono evitare scosse politiche in concomitanza con questo evento. Simili scenari potrebbero dunque rendere superflue anche eventuali trattative per imbarcare nel gabinetto federale altre forze politiche in sostituzione della SPD, dai Verdi all’ex partner di governo della CDU-CSU, il Partito Liberal Democratico (FDP).

La Merkel e il suo partito potrebbero piuttosto decidere di accettare alcune proposte dei nuovi segretari della SPD ritenute non troppo destabilizzanti, magari sul fronte delle politiche ecologiste. Ciò potrebbe bastare ad allentare momentaneamente le pressioni e a convincere il duo Borjans-Esken a mettere in stand-by le richieste-chiave del loro programma, rilanciandole in occasione della campagna elettorale del 2021.

Indicazioni più chiare sul futuro del Partito Social Democratico e del governo Merkel emergeranno probabilmente dopo il congresso della SPD nel fine settimana. La crisi di questo partito resterà comunque una questione aperta e, anzi, rischia di aggravarsi proprio in seguito all’elezione della nuova leadership.

I due neo-segretari fanno parte di quella fazione della SPD, composta in particolare dalla sezione giovanile del partito, che vede in un riorientamento verso sinistra, in verità più apparente che sostanziale, l’unico modo per recuperare consensi tra la propria base elettorale di riferimento. La necessità di ritrovare un riferimento politico alternativo alle politiche di austerity senza fine e al pensiero unico neo-liberista è infatti alla base del voto del fine settimana a favore di Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken o, più precisamente, contro il ministro delle Finanze Olaf Scholz.

Milioni di lavoratori, giovani e disoccupati tedeschi hanno abbandonato la SPD in parallelo allo spostamento a destra di questo partito, responsabile, fin dalle “riforme” del welfare del governo Schroeder oltre un decennio fa, dell’implementazione di politiche anti-sociali e a difesa dei grandi interessi economico-finanziari che, in definitiva, hanno contribuito all’avanzata dell’estrema destra.

In una situazione che sembra per certi versi quella del Partito Laburista britannico, la SPD odierna si ritrova con i vertici in buona parte favorevoli alla deriva verso destra in atto da tempo e la propria base che spinge invece in direzione contraria. L’approdo alla guida della SPD di due leader teoricamente allineati a quest’ultima tendenza fa dunque intravedere l’esplosione di un conflitto aperto nel partito, già alimentato negli ultimi anni dai ripetuti rovesci elettorali.

Le probabilità che il Partito Social Democratico torni a guardare a sinistra, al di là delle decisioni che verranno prese circa la permanenza nella “grosse Koalition”, sono comunque minime, per non dire inesistenti. La SPD è ormai un partito integrato nel sistema di potere tedesco e, in quanto tale, è stato parte attiva nella contro-rivoluzione operata in questi anni per garantire il salvataggio del capitalismo indigeno.

Mentre, da un lato, i socialdemocratici o una parte di essi cercano di evitare di scivolare nell’irrilevanza politica, i vertici del partito continuano a operare per la promozione di politiche reazionarie sul fronte interno e aggressive su quello internazionale. A dimostrazione della natura del partito, proprio alla vigilia del voto per la nuova leadership socialdemocratica, il parlamento aveva approvato il bilancio federale per il 2020 firmato dal ministro delle Finanze, nonché candidato sconfitto alla guida della SPD, Olaf Scholz.

In esso è previsto, tra l’altro, un sensibile aumento della spesa militare che, in un solo anno, salirà di ben 12 miliardi di euro, nel quadro di un adeguamento alle direttive NATO che prevedono un livello pari al 2% del PIL dei paesi membri. Inevitabilmente, queste risorse dovranno in ultima analisi essere sottratte alla spesa sociale, per andare a finanziare, ovunque gli interessi del capitalismo tedesco siano in gioco, il rilancio di politiche da grande potenza, promosse da tempo e in primo luogo proprio dai leader del Partito Social Democratico.

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La destabilizzazione della Bolivia

Altrenotizie.org - Dom, 01/12/2019 - 21:49

Il 14 ottobre 2019, in un’intervista alla televisione Giga Vision, il presidente Evo Morales dichiarò di possedere registrazioni comprovanti la preparazione di un colpo di Stato da parte di esponenti dell’estrema destra e di ex militari, da mettere in atto qualora avesse vinto le elezioni. Quel che poi è accaduto non è un vero e proprio colpo di Stato: è un rovesciamento del presidente costituzionale. Niente induce a credere che il nuovo regime saprà stabilizzare il Paese. Sono i primordi di un periodo di caos.
Le rivolte che si sono susseguite dal 21 ottobre hanno indotto a fuggire, l’uno dopo l’altro, il presidente, il vicepresidente, il presidente del senato, il presidente dell’Assemblea nazionale, nonché il primo vicepresidente del senato. Le sommosse non sono però cessate con l’intronizzazione alla presidenza ad interim, il 12 novembre scorso, della seconda vicepresidente del senato, Jeanine Áñez. Il partito di Áñez ha solo quattro deputati e senatori su 130. In compenso, la nomina di un nuovo governo senza indigeni ha spinto gli indios a scendere in piazza in sostituzione dei sicari che hanno cacciato il governo Morales. Ovunque si registrano violenze interetniche. La stampa locale riferisce delle umiliazioni pubbliche e degli stupri. E conta i morti.
Se è evidente che la presidente Áñez ha il sostegno dell’esercito, non si sa invece chi abbia cacciato Morales: potrebbe essere una forza locale o una società transnazionale, oppure entrambe. L’annullamento di un mega-contratto per lo sfruttamento delle miniere di litio potrebbe aver spinto un concorrente a investire nel rovesciamento del presidente. Una cosa soltanto è certa: gli Stati Uniti d’America, che adesso si rallegrano per il corso preso dagli avvenimenti, non li hanno provocati, sebbene cittadini e funzionari USA vi siano probabilmente implicati, come ha affermato il direttore dell’SVR [Servizio d’intelligence internazionale] russo, Sergueï Narychkine.
La pubblicazione della registrazione di una conversazione tra la ministra degli Esteri della Colombia, Claudia Blum, e l’ambasciatore colombiano a Washington, Francisco Santos, in un caffè della capitale statunitense, non lascia dubbi: in questo momento il segretario di Stato USA Mike Pompeo è contrario a ogni intervento in America Latina; ha già mollato l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, Juan Guaidó, facendo precipitare nello sgomento la Colombia anti-Maduro, e rifiuta ogni contatto con i numerosi apprendisti putschisti latino-americani.
Sembra che la nomina di Elliot Abrams come rappresentante speciale USA per il Venezuela non sia stata soltanto il prezzo della chiusura dell’inchiesta russa del procuratore Robert Mueller, ma anche un mezzo per farla finita con i neo-conservatori dell’amministrazione. Questo “diplomatico” si è comportato talmente male che in pochi mesi ha distrutto ogni speranza d’intervento imperialista USA in America Latina.

Del resto, il dipartimento di Stato USA è un cumulo di macerie: alti diplomatici hanno testimoniato contro il presidente Trump davanti alla commissione della Camera dei Rappresentanti incaricata dell’impeachment. Ma chi conduce il gioco se non è l’amministrazione Trump a farlo? Evidentemente ci sono ancora residui importanti delle reti create dalla CIA negli anni dal 1950 al 1970. Dopo quarant’anni sono ancora presenti in numerosi Paesi dell’America Latina e possono agire autonomamente, con pochi appoggi esterni.

Le ombre del passato

Quando gli Stati Uniti decisero di arginare l’URSS, il primo direttore della CIA, Allen Dulles, e il fratello, il segretario di Stato John Foster Dulles, esfiltrarono miliziani dell’Asse un po’ ovunque nel mondo per combattere i partiti comunisti. Furono riuniti in un’associazione, la Lega Anticomunista Mondiale (WACL), che organizzò in America Latina il “piano Condor” per una cooperazione fra i regimi filo-USA e per assassinare i leader rivoluzionari, ovunque si rifugiassero. Il generale-presidente boliviano Alfredo Ovando Candia (1965-1970) affidò al nazista Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) la caccia all’argentino Che Guevara. Barbie riuscì ad eliminarlo nel 1967, come nel 1943 aveva fatto con il capo della Resistenza francese, Jean Moulin. Durante le dittature del generale Hugo Banzer Suárez (1971-1978) e di Luis Garcia Meza Tejada (1980-81), Klaus Barbie, assistito da Stefano Delle Chiaie (membro di Gladio, che organizzò in Italia il tentativo del colpo di Stato del principe Borghese), ristrutturò la polizia e i servizi segreti boliviani.
Dopo le dimissioni del presidente statunitense Richard Nixon, gli Stati Uniti si dedicarono alla grande operazione di trasparenza con le commissioni Church, Pike e Rockefeller sulle attività segrete della CIA. Il mondo scoprì soltanto le increspature di superficie, che erano comunque troppo. Nel 1977 il presidente Jimmy Carter nominò l’ammiraglio Stansfield Turner a capo della CIA, con l’incarico di ripulirla dai collaboratori dell’Asse e di trasformare i regimi filo-americani da dittature in democrazie. È perciò legittimo chiedersi come abbiano potuto Klaus Barbie e Stefano delle Chiaie supervisionare fino al 1981 il sistema repressivo della Bolivia.

Evidentemente Barbie e Delle Chiaie erano riusciti a organizzare la società boliviana in modo da prescindere dal sostegno di Casa Bianca e CIA. Gli bastava il sostegno discreto di qualche alto funzionario statunitense e il denaro di qualche multinazionale. Allo stesso modo hanno probabilmente agito i putschisti del 2019. Durante il periodo anticomunista, Barbie favorì l’installazione in Bolivia di croati ustascia che avevano facilitato la sua fuga dall’Europa. Quest’organizzazione terrorista, creata nel 1929, rivendicava in primo luogo un’identità cattolica e aveva il sostegno della Santa Sede nella lotta contro i sovietici.
Nel periodo tra le due guerre compì numerosi assassinii politici, fra gli altri quello, in Francia, del re ortodosso Alessandro I di Jugoslavia. Con la seconda guerra mondiale gli ustascia si allearono con fascisti e nazisti, pur conservando la propria specificità. Massacrarono gli ortodossi e arruolarono i mussulmani. In contraddizione con il cristianesimo cui in origine si riferivano, promossero una visione razzista del mondo e non consideravano gli slavi e gli ebrei come esseri umani a pieno titolo. Alla fine della seconda guerra mondiale gli ustascia e il loro capo Ante Pavelić fuggirono dall’Europa e si rifugiarono in Argentina, dove furono accolti dal generale Juan Perón. Alcuni di loro però rifiutarono la sua politica e si staccarono: il gruppuscolo più intransigente emigrò in Bolivia.

 

Gli ustascia in Bolivia

Quali che siano le ragioni etiche, è sempre difficile rinunciare a uno strumento offensivo. Così non bisogna meravigliarsi che collaboratori cacciati dal presidente Carter dalla CIA collaborarono con il vicepresidente di Ronald Reagan ed ex direttore della CIA, George Bush senior. Alcuni di loro formarono l’Antibolchevik Bloc of Nations; si trattava soprattutto di ucraini, baltici e croati. Tutti criminali oggi al potere. Gli ustascia boliviani hanno mantenuto legami con i fratelli d’armi in Croazia, in particolare durante la guerra del 1991-1995, in cui sostennero il partito cristiano-democratico di Franjo Tudman. In Bolivia hanno creato l’Unione Giovanile Cruceñista, milizia nota per le violenze antirazziali e le uccisioni d’indios aymara. Uno dei vecchi capi, l’avvocato e uomo d’affari Luis Fernando Camacho, è oggi presidente del Comitato Civico pro-Santa Cruz. È lui che apertamente dirige i sicari che hanno cacciato dal Paese l’aymara Evo Morales. Sembra che anche il nuovo comandante in capo dell’esercito, Iván Patricio Inchausti Rioja, provenga dagli ustascia di Croazia. È lui che guida la repressione contro gli indios, munito della licenza d’uccidere della presidente Jeanine Áñes.
La forza degli ustascia boliviani non è nel numero. Sono solo un gruppuscolo. Eppure sono riusciti a cacciare il presidente Morales. La loro forza sta nell’ideologia: strumentalizzare la religione per giustificare il crimine. In un Paese cristiano nessuno osa opporsi spontaneamente a persone che si richiamano a Cristo.Tutti i cristiani che hanno letto o sentito la nuova presidente annunciare il ritorno al governo della Bibbia e dei Quattro Vangeli - lei non sembra fare distinzione tra i due testi - e denunciare i «riti satanici degli indios» ne sono stati scioccati. Tutti hanno pensato fosse adepta di una setta. No, è soltanto una fervente cattolica.
Da molti anni mettiamo in guardia contro i partigiani al Pentagono della strategia Rumsfeld/Cebrowski, che vogliono fare nel Bacino dei Caraibi quanto fatto nel Medio Oriente Allargato. Sotto l’aspetto tecnico, il loro piano si è sempre scontrato con l’assenza di una forza latina, comparabile ai Fratelli Mussulmani e ad Al Qaeda. Tutte le macchinazioni partivano dalla tradizionale opposizione dei “capitalisti liberali” ai “socialisti del XXI secolo”. Non è più così. Ora una corrente interna al cattolicesimo predica la violenza in nome di Dio. Essa rende fattibile il caos. I cattolici latini si trovano nella stessa situazione dei sunniti arabi: devono con urgenza condannare questi individui per non essere travolti dalla loro violenza.

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Autorità della sanità golpiste della Bolivia mentono qualificando come “danno” la cooperazione cubana

Cubadebate (italiano) - Ven, 29/11/2019 - 18:12

mc2aedicos-cubanos-4Autorità golpiste della Bolivia mentono qualificando come “danno” la cooperazione di Cuba in questo paese, ha dichiarato questo venerdì il ministro di Salute Pubblica dell’Isola, Josè Angel Portal Miranda, nella rete sociale Twitter.  

Portal Miranda ha denunciato che “è una grave offesa e mancanza di rispetto per i milioni di boliviani curati dai medici cubani.”

In una pubblicazione in Facebook, il ministro ha aggiunto che “nessuno potrà cancellare l’impronta amorosa di Cuba in Bolivia, come neanche potranno spegnere la luce dell’internazionalismo e la solidarietà del nostro paese, un principio della nostra Rivoluzione e della salute pubblica cubana.”

Più di 407 000 lavoratori della salute cubani hanno offerto i loro servizi in 156 paesi per 56 anni di collaborazione medica internazionale.

Il 15 novembre, il Ministero di Relazioni Estere ha informato che:

“Nelle ultime ore diverse autorità presenti nello Stato Plurinazionale della Bolivia hanno presentato l’idea che alcuni collaboratori cubani incoraggiano le proteste che si stanno producendo in Bolivia, ed a questo si unisce una denuncia simile nelle reti sociali, attraverso account di provenienza dubbiosa e profili falsi, che incitano alla violenza contro il personale della salute”.

“In questo contesto, il 13 novembre, quattro membri della Brigata Medica ne El Alto sono stati fermati dalla polizia mentre si trasferivano verso la loro residenza, col denaro estratto da una banca per pagare i servizi di base e gli affitti dei 107 membri della Brigata Medica in questa regione”.

“La detenzione è stata fatta sotto la presunzione calunniosa che il denaro avrebbe dovuto finanziare le proteste. I rappresentanti della polizia e del Pubblico Ministero, hanno visitato le sedi della Brigata Medica ad El Alto e La Paz e si è confermato, a partire dai documenti, da elenchi e da dati bancari, che la cifra di denaro coincideva con la quantità estratta regolarmente tutti i mesi”.

da Cubadebate

traduzione Ida Garberi

foto:Yordanis Rodriguez Laurencio/Cubadebate

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Autopsia del giovane colombiano Dilan Cruz conferma che la sua morte è stato un omicidio “violento”

Cubadebate (italiano) - Gio, 28/11/2019 - 21:40

dilan-colombia-asesinato-580x299L’Istituto Colombiano di Medicina Legale ha rivelato i risultati dell’autopsia praticata al corpo dallo studente Dilan Cruz, che è morto per lo sparo di un fucile calibro 12, la cui munizione era una borsa con pallini di piombo multipli, segnala la relazione forense divulgata. Inoltre, lo studio considera il caso come un omicidio violento.  

I ritrovamenti dell’autopsia permettono di affermare che la morte del giovane è secondaria al trauma cranio-encefalico penetrante causato dalla munizione di impatto sparato da armi da fuoco, fatto che ha causato severi ed irreversibili danni a livello di encefalo, ha specificato la direttrice dell’Istituto di Medicina Legale, Claudia Garcia, in una dichiarazione alla stampa.

Cruz è diventato lunedì scorso la prima vittima mortale della violenza della polizia nelle proteste contro il governo colombiano, due giorni dopo essere stato ferito alla testa da uno sparo dello Squadrone Mobile Antisommossa (ESMAD), in una manifestazione pacifica nel centro di Bogotà.

La funzionaria ha spiegato che gli elementi che ha studiato la squadra di Medicina Legale, conformata da specialisti forensi, fanno parte di una cartuccia di carica multiple, munizione di impatto del tipo Bean Bag, una borsa di pallini di piombo. Le relazioni di autopsia e di balistica saranno consegnate alla Procura Generale della Nazione nella giornata di oggi, ha aggiunto.

Il direttore della Polizia colombiana, generale Oscar Atehortua, ha informato ieri che il caso di Cruz è nelle in mani della Procura Generale, che ha il potere per occuparsi dell’investigazione.

Al rispetto, il procuratore generale della nazione, Fernando Carrillo, ha detto ai giornalisti, prima che si conoscesse la relazione forense, che sta verificando se gli standard internazionali e quelli colombiani nell’uso di queste armi si applicano nel caso della tragedia di Dilan Cruz.

Il funzionario ha segnalato che questo caso deve essere irripetibile ed ha fatto come esempio Cile, dove la crisi sociale ha lasciato già almeno 23 morti, di cui sei sono stati prodotto, quasi sicuramente, dell’azione degli agenti dello Stato, che gli organismi internazionali accusano di avere commesso violazioni dei diritti umani per contenere le proteste.

Organismi come Human Rights Watch (HRW) od Amnesty International (AI) denunciano abusi contro i detenuti, torture e la commissione di gravi lesioni per l’impiego di fucili di pallini da caccia e pallini di gomma che hanno provocato lesioni oculari ad oltre 230 persone.

Colombia non può permettere che si diano gli scenari che si stanno presentando in Cile dopo 41 giorni dall’inizio delle proteste sociali, ha detto Carrillo. Il giovane Dilan Cruz è entrato sabato pomeriggio nell’Ospedale San Ignacio, nel quartiere di Chapinero, dopo essere stato ferito dalla polizia.

Da quel giorno, migliaia di partecipanti nelle manifestazioni contro la politica economica e sociale del presidente colombiano, Ivan Duque, si sono riuniti di fronte all’ospedale come omaggio al giovane studente, convertito in simbolo del rifiuto della violenza della polizia.

da Cubadebate, con informazioni de El Publico

traduzione di Ida Garberi

foto:Reuters

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La NATO e la grana Erdogan

Altrenotizie.org - Gio, 28/11/2019 - 21:01

I pochi giorni che mancano al summit di settimana prossima a Londra che celebrerà il 70esimo anniversario della NATO si annunciano particolarmente tesi. Le acque all’interno del Patto Atlantico continuano a essere agitate soprattutto dalle tendenze centrifughe che stanno interessando la Turchia, mentre, su un piano più generale, l’alleanza soffre dello scontro tra gli Stati Uniti di Donald Trump e i principali paesi dell’Europa occidentale, i cui interessi appaiono sempre più divergenti da quelli di Washington.

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Assassinato dalla polizia, Dylan Cruz: lo studente simbolo delle proteste in Colombia

Cubadebate (italiano) - Gio, 28/11/2019 - 02:14

dylan-cruzLui è diventato il simbolo delle proteste in Colombia contro il Presidente Ivan Duque: dopo alcuni giorni di agonia Dylan Cruz, lo studente di 18 anni colpito alla testa da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un agente è morto all’ospedale.
E mentre i medici comunicavano ufficilamente la morte in Colombia e in tutto il mondo sono diventate virali le immagini che mostravano quello che è stato un vero e proprio omicidio di Stato e anche il giovane esamine a terra ricoperto di sangue. Dylan è stata la prima vittima della polizia durante i 5 giorni di proteste convocate da movimenti e sindacati contro le politiche liberticide ed economiche del governo. Subito l’ufficio per i diritti umani in Colombia ha chiesto alla magistratura colobiana una indagine per accertare le responsabilità sulla morte del giovane che, ha detto l’Onu: non deve restare impunita.
Tutto però è evidente, Dylan è stato a colpito a distanza ravvicinata e mentre cercava di scappare da un poliziotto che ha preso la mira e ha sparato. Molitissime persone si sono rivesate in strada accusando la polizia dell’omicidio al grido di “assassini” e di “nessun perdono, nessun oblio”.
Il presidente Duque in un messaggio si è detto dispiaciuto per l’episodio e ha fatto le condoglianze alla famiglia. Ma in realtà la repressione è opera del suo governo e la mobilitazione popolare continua anche nel nome di Dylan Cruz.

da Globalist

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Corbyn, l'inganno dell’antisemitismo

Altrenotizie.org - Mer, 27/11/2019 - 20:50

A giudicare da quanto sostengono i media ufficiali e buona parte della classe dirigente britannica, un’eventuale vittoria del Partito Laburista nelle elezioni anticipate del 12 dicembre prossimo potrebbe rappresentare una vera e propria catastrofe per i circa 300 mila abitanti di fede ebraica del Regno Unito. Una prospettiva di questo genere appare assurda da ogni punto di vista, ma si è infilata in maniera prepotente nel dibattito politico del paese, trasformandosi in un’autentica caccia alle streghe che ha come obiettivo primario quello di impedire l’ingresso a Downing Street del numero uno laburista, Jeremy Corbyn.

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GB: il furto delle Chagos

Altrenotizie.org - Mar, 26/11/2019 - 21:04

Un ultimatum imposto dall’ONU al Regno Unito per riparare a uno dei più odiosi crimini del periodo coloniale è prevedibilmente scaduto qualche giorno fa senza che nessuna azione sia stata adottata dal governo di Londra. Il caso riguarda la sorte dell’arcipelago delle Chagos, nell’Oceano Indiano, dove negli ultimi cinque decenni si è consumata, per mano di Gran Bretagna e Stati Uniti, la distruzione di un intero popolo in aperta violazione del diritto internazionale.

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Fidel: “Evo, alzati e cammina”

Cubadebate (italiano) - Mar, 26/11/2019 - 20:32

evo-fidel1-580x608Cubadebate ed il sito “Fidel, Soldato delle Idee” condividono tre aneddoti su Fidel ed Evo:

“Conobbi Fidel in un incontro per l’autodeterminazione e la solidarietà tra i popoli, organizzato nel 1992 a L’Avana. Io non avevo denaro e con quello che ho risparmiato, ho potuto comprare solo un passaggio di andata. A Cochabamba, gli organizzatori boliviani mi hanno detto: “Spendi solo quello che hai, poi là ti restituiranno il denaro e ti daranno anche il tuo passaggio di ritorno.”

Fidandomi di loro, sono partito, solo per conoscere Cuba e Fidel. Arriviamo, avevamo gratis alloggio e colazione. Per la prima volta entrai al Palazzo delle Convenzioni e c’era Fidel nello scenario. Era impossibile avvicinarsi. Mi sono iscritto nella lista degli oratori, ho aspettato due giorni per parlare tre minuti. Non ho potuto salutare Fidel, ma l’ho visto a circa cento metri.

A volte, il mio unico cibo del giorno era la colazione gratis, dopo bevevo Tropicola. Poi, sono arrivati i problemi per ritornare: non c’era un passaggio a La Paz, mi hanno riservato L’Avana-Lima, e sono arrivato là con un dollaro che ho cambiato a soles per chiedere aiuto ad un dirigente della Confederazione Contadina del Perù, Juan Rojas, che felicemente mi ha prestato cento dollari per ritornare in Bolivia.

Mi ha detto per scherzo: “Cocalero e non hai soldi??”. Quel denaro mi è servito per arrivare a Cuzco e da lì continuare in autobus verso Bolivia, per arrivare al Congresso della Federazione Contadina.

Mi avevano fatto notare che la strada che ancora non era pavimentata, non era sicura durante la stagione delle piogge. Io sono stato capriccioso ed ho continuato: tardai una notte ed un giorno. L’autobus ogni momento si impantanava e dovevo togliermi le scarpe per spingerlo in mezzo al fango. Tutto per conoscere Fidel.

Fidel è un fratello maggiore, saggio, il cui principio basilare è la solidarietà e la lotta per l’uguaglianza e la dignità. Fidel mi chiama, mi abbraccia, parla con me, mi orienta. Una volta gli ho detto, prima di essere presidente: “Se un giorno vincessi come presidente e gli Stati Uniti ci bloccano economicamente, che cosa devo fare, come devo prepararmi?.”

Altri membri del governo cubano mi dicevano: “Questo bisogna gestirlo con attenzione, non possiamo arrischiarci”, mentre Fidel mi ha detto: “Non  devi avere paura, Bolivia non è un’isola come Cuba, Bolivia ha paesi amici e ricchezze naturali”. E mi ha spiegato due cose: in primo luogo, avendo gas e petrolio, minerali, non dobbiamo avere paura del blocco economico.
Dobbiamo solo sapere amministrare, recuperare quelle risorse.

Secondo, mi diceva: “Guarda Lula, Kirchner, Chavez, Cuba; noi non avevamo nulla di tutto ciò, ed alla fine neanche l’Unione Sovietica”. Dopo, già nel 2003, mi ha detto in una conferenza: “Non fate quello che noi abbiamo fatto –facendo riferimento alla lotta armata per liberare Cuba–, fate una rivoluzione democratica. Stiamo vivendo in un altro tempo, la gente vuole trasformazioni profonde, ma non vuole guerre.”

Una volta, quando l’aeroplano presidenziale ha fatto un giro nell’aria, non so come lo avrà saputo, ma Fidel mi ha detto: “Voi non avete bisogno di consigli politici bensì psichiatrici”. Si preoccupa molto per la nostra sicurezza, è la prima cosa che sempre mi domanda, sicuramente per gli attentati che lui ha superato, grazie all’efficacia della sua sicurezza.

Il 29 aprile 2005 ero a Cuba convalescente di un’operazione del ginocchio. Ero in un atto con Chavez ed, alla fine, mi chiama Fidel per una “foto dell’asse del male”. Quando l’ascolto mi dimentico di raccogliere le stampelle e camminai così, i medici rimasero sorpresi. Sembrò una specie di ordine biblico: “Evo, alzati e cammina”. Ricordo anche l’emozione di essere due volte ad un Primo di Maggio nella Piazza della Rivoluzione, qualcosa di inedito nel mondo, insieme a milioni di cubani.

di Luis Baez

traduzione di Ida Garberi

Foto: Así es Fidel, libro di Luis Báez.

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Contro la notte oscura, come un golpe d’amore

Cubadebate (italiano) - Lun, 25/11/2019 - 22:16

Fidel-CastroSarebbe esploso di indignazione davanti all’assalto dell’oligarchia e dei militari contro il processo di cambiamento nella Bolivia di Evo Morales, seguirebbe giornalmente la lotta popolare che sfida i dettami neoliberali in Cile, che è ritornato, da nord a sud, ai tempi di Salvador Allende, e condividerebbe la verticalità dell’immensa maggioranza dei venezuelani, sotto la conduzione di Nicolas Maduro e sotto l’ispirazione del suo amico affettuoso Hugo Chavez, per non cedere alle appetenze imperiali ed ai suoi lacchè.

Percorrerebbe con i ministri province e comunità del nostro arcipelago, dialogherebbe con la gente per strada, conoscerebbe di prima mano richieste e necessità, dibatterebbe ogni proposta fino a trovare la più giusta ed esatta, e non smetterebbe di prestare attenzione ai problemi per grandi e gravi, o piccoli e puntuali che siano.

Ed intesterebbe, chi se no, la resistenza e la volontà di vincere dei suoi di fronte alla scalata sfrenata e brutale dell’impero, nel suo affanno per asfissiarci. Il Generale dell’Esercito Raul Castro l’ha confermato a Santiago di Cuba commemorandosi il sessantesimo anniversario della vittoria di gennaio: “a 60 anni dal trionfo possiamo affermare che siamo guariti da tutti gli spaventi, non c’intimoriscono il linguaggio di forza né le minacce, non c’intimorirono quando il processo rivoluzionario non era consolidato, non potranno ottenerlo né remotamente ora che l’unità del popolo è un’indistruttibile realtà, perché se ieri eravamo pochi, oggi siamo tutto un popolo difendendo la sua Rivoluzione”.

Fidel sopravvive. Nessuno lo mette in dubbio. Nella continuità del processo, nella sua costante rinnovazione, nelle nuove iniziative che si svolgono, nella solidarietà invariabile con le cause più nobili, nell’instancabile lavoro per fare del socialismo una possibilità certa.

Se vogliamo essere fedeli a Fidel dovremo assumere il suo irriducibile impegno col miglioramento umano e la giustizia sociale. Guardarci nello specchio del ragazzo che ha reagito acerbamente contro le disuguaglianze mentre cresceva a Biran, del giovane ribelle che nel giudizio dopo l’assalto alla Caserma Moncada ha scritto il suo allegato con argomenti irrefutabili sulle terribili conseguenze dello sfruttamento e sulla mancanza di opportunità dei diseredati, del leader vittorioso che immediatamente dopo aver abbattuto la tirannia ha implementato la Riforma Agraria ed ha sponsorizzato la presenza di massa dei contadini nella capitale, del Comandante in Capo che alla vigilia di Playa Giron ha esatto di difendere questa Rivoluzione degli umili, per gli umili e con gli umili.

Dobbiamo tenere presente Fidel nella coscienza e nel cuore, perché come ha detto il poeta in una metafora chiara, lui incarna il combattimento contro la notte oscura, come un golpe di amore.

di Pedro de la Hoz

da Granma

traduzione di Ida Garberi

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USA: Trump contro i militari

Altrenotizie.org - Lun, 25/11/2019 - 21:44

Un nuovo fronte di scontro sta alimentando le polemiche in questi giorni tra il presidente americano Trump e l’apparato di potere negli Stati Uniti. Oltre al conflitto in atto sulla questione dell’impeachment, riflesso delle divergenze attorno ai punti cardine della politica estera USA, e sul ruolo della prima potenza del pianeta in Medio Oriente, a cominciare dalla Siria, continuano a esserci scintille circa i recenti provvedimenti di grazia decisi dal presidente a beneficio di alcuni militari condannati per crimini di guerra.

Il caso che sta facendo più rumore riguarda il “Navy SEAL” o membro delle forze speciali della Marina, Eddie Gallagher. Quest’ultimo era accusato di avere sparato senza motivo su civili a Mosul, in Iraq, e dell’omicidio con un coltello da caccia di un giovane combattente dello Stato Islamico (ISIS) mentre era sotto custodia dei servizi medici militari americani. Gallagher avrebbe anche minacciato di morte alcuni soldati suoi compagni che intendevano testimoniare contro di lui. La corte marziale si era conclusa con l’assoluzione dell’omicidio, ma con una condanna per avere scattato un “selfie” vicino al cadavere del giovane militante, reato anch’esso considerato un crimine di guerra. La Marina americana lo aveva allora immediatamente degradato.

Gli interventi di Trump a favore di Gallagher erano iniziati già nel mese di marzo, con un ordine di rilascio dal carcere militare di San Diego in cui attendeva il processo, mentre la scorsa settimana era arrivata la decisione di annullare gli altri provvedimenti contro il “Navy SEAL” decisi dai vertici della Marina. Nonostante il perdono di Trump, i superiori di Gallagher avevano avviato una procedura di “revisione”, ugualmente bloccata dalla Casa Bianca, che avrebbe potuto privarlo dell’insegna dei corpi speciali dopo il congedo.

I provvedimenti presi da Trump avevano in precedenza riguardato anche altri due militari americani: il maggiore Mathew Golsteyn, responsabile dell’esecuzione sommaria di un membro dei talebani in Afghanistan, e il tenente Clint Lorance, condannato per avere ordinato ai soldati sotto il suo comando, sempre nel paese asiatico occupato, di sparare su tre uomini disarmati, uccidendone due. Gli interventi di Trump sono stati quasi sempre accompagnati dagli immancabili “tweet” che, nei casi in questione, hanno in sostanza espresso l’intenzione di garantire la completa impunità dei soldati americani nell’esecuzione delle operazioni dell’imperialismo a stelle e strisce.

Al centro della vicenda c’è dunque il clamoroso disaccordo tra il presidente e i vertici delle forze armate degli Stati Uniti. Il culmine dello scontro si è registrato finora nel fine settimana con il licenziamento del segretario della Marina militare, Richard Spencer, su richiesta del numero uno del Pentagono, Mark Esper. Ufficialmente, alla base della rimozione di Spencer ci sarebbe la mancata notifica da parte di quest’ultimo a Esper di un accordo che avrebbe proposto alla Casa Bianca sul caso del “SEAL” Eddie Gallagher.

Per il segretario alla Difesa, Spencer avrebbe proposto a Trump una soluzione che consentiva a Gallagher di essere congedato senza disonore, restando cioè un “SEAL” anche dopo avere lasciato i reparti speciali della Marina. Così facendo, Spencer avrebbe assunto una posizione diversa da quella ostentata pubblicamente, oltre ad avere tenuto all’oscuro della proposta di accordo il suo superiore civile.

Che questa ricostruzione corrisponda al vero sembra piuttosto improbabile, anche perché il segretario alla Marina uscente non ne ha fatto parola nella dichiarazione ufficiale in cui ha confermato le sue dimissioni. Spencer, invece, ha tenuto a evidenziare sia la totale diversità di vedute con il presidente sui “principi fondamentali di ordine e disciplina” sia la pericolosità, se non, velatamente, l’illegalità, del comportamento dello stesso Trump.

Il segretario uscente ha affermato che la sua “coscienza” non gli consente di “obbedire a un ordine” che, a suo dire, “viola il sacro giuramento… di rispettare e difendere la Costituzione degli Stati Uniti”. L’accusa indiretta al presidente americano di avere agito in violazione della Costituzione rappresenta un attacco gravissimo da parte di uno dei massimi esponenti dei vertici militari contro il più alto ufficio civile del paese, a cui i primi dovrebbero evidentemente sottostare.

Da questo punto di vista, la vicenda rappresenta l’ennesima conferma di come il principio del controllo civile sull’apparato militare negli USA sia ormai estremamente logoro sotto la spinta di ripetute avventure belliche negli ultimi due decenni, svincolate dal controllo e dall’approvazione dell’autorità civile. L’altro aspetto di rilievo, come accennato all’inizio, è l’aggravarsi dei segnali di conflitto tra l’amministrazione Trump e determinate fazioni dei poteri forti, in questo caso quella rappresentata dai militari.

Lo scontro attorno alla sorte dei “Navy SEAL” responsabili di crimini di guerra è esploso a causa del tentativo, da parte della Casa Bianca e degli alti ufficiali delle forze armate americane, di utilizzare il caso per ragioni differenti. La concessione della grazia è un altro modo per Trump di stimolare gli istinti retrogradi della sua base ultra-reazionaria nel paese e all’interno della classe dirigente, inclusi gli stessi ambienti militari, in vista delle presidenziali del 2020 e in risposta al procedimento di impeachment in atto al Congresso.

La strumentalizzazione politica del caso Gallagher è confermata anche dagli intrecci tra lo stesso membro delle forze speciali, nonché criminale di guerra condannato, e alcuni ambienti legali e dei media di estrema destra vicini allo stesso presidente. La decisione di Trump sarebbe stata consigliata da un ex ufficiale dell’esercito che conduce un programma per il network FoxNews e condivide l’avvocato di Gallagher. Un secondo legale di quest’ultimo lavora inoltre per la “Trump Organization” e un altro ancora è stato uno stretto collaboratore di Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e attualmente avvocato personale del presidente.

Dal punto di vista dei militari, l’apparente durezza mostrata nei confronti dei soldati incriminati e condannati serve invece a mostrare un’intransigenza che torna utile a vendere all’opinione pubblica un’immagine di forze armate che garantiscono disciplina e procedure “democratiche”. Questa illusione, messa in pericolo da Trump, è necessaria per giustificare aggressioni militari, operazioni su scala sempre più vasta in ogni angolo nel pianeta e, in definitiva, crimini di guerra di gran lunga più gravi di quelli commessi individualmente dai singoli soldati americani.

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Presentano relazione che rivela i piani per abbattere Evo Morales

Cubadebate (italiano) - Ven, 22/11/2019 - 23:05

Bolivia-represión-golpe-de-estado-580x387Il Centro Strategico Latinoamericano di Geopolitica ha pubblicato la relazione degli Stati Uniti e la costruzione del golpe contro Bolivia, dove si parla degli interessi relazionati con Washington, che hanno lavorato per abbattere l’ex presidente Evo Morales.

Tra i temi che si abbordano in questa analisi si trovano perfino i mezzi di comunicazione boliviani, statunitensi ed europei che hanno denunciato la frode nelle elezioni generali del 20 ottobre, prima di terminare il conteggio, e dove accusavano Morales di essere un dittatore.

Nello studio, si legge che mass media come la BBC, il New York Times, il Washington Post, The Guardian, France 24 ed agenzie come Reuters hanno decretato che la cosa corretta era andare ad un secondo turno, anche se non si era finito il conteggio dei voti. Durante quasi tutto l’anno le corporazioni di comunicazione avevano fabbricato matrici di opinione false per delegittimare Evo.

Questo lavoro, elaborato da Silvina Romano, Tamara Lajtman, Anibal Garcia Fernandez ed Arantxa Tirato, fa una cronologia sui comunicati degli USA, dichiarazioni e disegni di legge che avevano influenza sulle presidenziali della Bolivia, dove Morales HA VINTO al primo turno.

Una frode annunciata

Secondo gli autori, dopo aver deciso di usare l’idea di “frode elettorale”, si deve considerare l’importanza geopolitica e geostrategica del territorio boliviano e la disputa per l’accesso ed appropriazione delle risorse naturali.

In relazioni di “think tanks” statunitensi e di Wikileaks, si parlava del potenziale di sviluppo del litio nel paese andino e come il suo “clima insicuro” fosse il principale inibitore dell’investimento straniero.

Il litio si può trasformare in un problema geopolitico, diceva un testo dell’Atlantic Council intitolato “Il ruolo della Bolivia nella transizione energetica minacciato dall’incertezza del litio”, dove inoltre si faceva riferimento alla presenza di Cina nella regione ed al suo controllo della somministrazione del metallo.

Allo stesso modo, nel documento, firmato da vari investigatori si legge che più di un anno prima delle elezioni, Stratfor, una consulente che realizza investigazioni di intelligenza per la Casa Bianca, esponeva, in una serie di relazioni, scenari di tumulti, instabilità e possibili sanzioni degli USA di fronte ad una vittoria di Evo Morales, come spiega una delle autrici della relazione, Silvina Romano.

L’unico scenario possibile era quello di un secondo turno, cioè, si veniva già prefabbricando l’opinione che non si poteva accettare un trionfo del MAS nel primo turno, spiega Romano, che aggrega che questa possibilità si presentava come desiderabile e probabile da parte del settore privato statunitense, le élite boliviane ed altri gruppi imprenditoriali della destra latinoamericana.

Il ruolo dell’OSA

L’OSA ha avuto un ruolo da protagonista nel golpe di stato contro Evo Morales dalla mano del suo segretario generale, Luis Almagro, denuncia l’analisi.

La Missione di Osservazione Elettorale dell’OSA che era un accompagnatore elettorale nei suffragi del passato 20 ottobre in Bolivia, tre giorni dopo le votazioni ha presentato davanti all’organismo regionale una relazione preliminare dove considerava che continuava essendo la migliore opzione convocare ad un secondo turno davanti alle presunte irregolarità trovate nel processo.

Questa segnalazione ha permesso che dieci giorni dopo avere portato a termine i suffragi, il governo e la segreteria generale dell’OSA firmassero un accordo che ha compromesso il paese andino a permettere che si realizzasse un auditing integrale dei risultati e che i suoi risultati fossero vincolanti.

Il processo di auditing, nel quale hanno partecipato 33 esperti dell’OSA accompagnati da rappresentanti del Messico e di Spagna, si è portato a termine e le conclusioni sono state affrettate, nonostante tutta l’operazione fosse stata accordata col governo.

Così, il 10 novembre, l’OSA ha pubblicato un comunicato dove ha sollecitato di annullare i risultati delle elezioni ed a convocare nuovi suffragi. A partire da qui, e malgrado l’organismo non mettesse in dubbio la vittoria di Morales alle urne, i fatti sono precipitati ed il mandatario si è visto obbligato a dimettersi, costretto dalla forza armata.

preso da RT

foto:AFP

traduzione di Ida Garberi

per leggere la relazione Estados Unidos y la construcción del golpe de Estado en Bolivia clikka qui

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