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Bolsonaro, entusiasta satellite degli USA

Cubadebate (italiano) - Sab, 01/12/2018 - 17:21

Trump-BolsonaroIl presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, sta offrendo i suoi servizi agli USA per aggredire Cuba, Venezuela e tutto ciò che abbia un odore progressista nella nostra America. Le calunniose e sistematiche dichiarazioni contro la presenza dei medici cubani in quel paese, programma a cui si oppose con veemenza da quando fu proposto dalla deposta presidentessa Dilma Rousseff, rispondono a tale condizione servile e rabbiosamente reazionaria, determinata a convertire il gigante sudamericano in una bellicosa pedina della politica imperialista USA nella regione.

Da qui il tentativo bolsonarista di raggiungere un accordo bilaterale con la potenza del nord per congelare i beni ed i fondi di Cuba e Venezuela, una giocata molto in sintonia con l’interesse del governo di Trump di raddoppiare lo strangolamento economico di entrambi i popoli e di creare le condizioni psicologiche per un qualche tipo di aggressione militare contro la patria di Bolivar. Molto evidenziata dall’estremista di destra John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, con cui Bolsonaro s’incontra oggi a Rio. Tre giorni prima, per realizzare quell’agenda anti-cubana ed anti-venezuelana con i dipartimenti di Stato, del Tesoro e del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha spedito a Washington, come suo inviato, suo figlio e deputato Eduardo Bolsonaro, ha riferito il quotidiano O Globo. È noto che il presidente eletto è un grande ammiratore di Trump, che considera una “salvezza per l’Occidente contro il marxismo culturale del globalismo”. L’inquilino della Casa Bianca si è congratulato telefonicamente con l’ex capitano, il giorno stesso della sua elezione, ed ha accettato di lavorare “strettamente” con lui “in materia commerciale, militare e tutto il resto”.

Ma ci sono segnali precedenti dell’interesse del carioca per una relazione “carnale” con gli USA. Bolsonaro si è incontrato due volte, durante la sua campagna elettorale, con il senatore USA Marco Rubio, nemico attivo di Cuba, Venezuela e Nicaragua, paesi della cui destabilizzazione Trump si è incaricato. Come lui, Rubio è un deciso sostenitore del sionismo e del primo ministro Benjamin Netanyahu. L’ultimo degli incontri ha avuto luogo a casa del senatore, a Miami, dove hanno pranzato e parlato per quattro ore. Non è stato comunicato all’epoca, ma è stato divulgato ai media brasiliani e nessuno l’ha negato. È emerso che hanno parlato del Venezuela, del sostegno a Israele e delle armi da fuoco. Rubio ha ricevuto milionarie donazioni dalla National Rifle Association (ANR) e Bolsonaro è sostenitore della libera vendita di armi, per cui è logico sospettare che la sua campagna ricevesse finanziamento dall’ANR. Ma come immaginare questo lungo convivio senza discutere il tema Cuba e dei suoi medici in Brasile? E’ che Rubio non vuole medici cubani in nessun paese, neppure la loro presenza in Brasile è compatibile con l’agenda di estrema destra del suo ospite.

Bolsonaro, con la sua pretesa di imporre inaccettabili condizioni alla presenza dei medici cubani, al di fuori dei termini dell’accordo firmato tra i governi di Cuba, il Brasile e l’Organizzazione Panamericana della Salute che regolava i loro servizi, non ha lasciato, all’Avana, altra opzione che ritirare i suoi medici. In nessun momento la sua squadra si è rivolto alle autorità cubane. Cuba non è solita evacuare i suoi collaboratori da nessun paese a causa di differenze politiche. Neppure dall’Honduras dopo il colpo di stato contro il presidente Zelaya, poiché i golpisti si mostrarono rispettosi dei medici e la concezione fidelista è che questi prestano il loro servizio ai popoli, non ai governi. È il presidente entrante che non voleva i cubani in Brasile. Un atteggiamento crudele, poiché gli isolani prestavano servizio quasi esclusivamente in luoghi in cui  nessun brasiliano o straniero aveva voluto andare quando il governo di Dilma convocò il programma Más Médicos. Sono riusciti a fornire il 90% delle consultazioni offerte nei territori indigeni e si trovavano in molti luoghi inospitali ad ore o giorni dalla città più vicina. L’atteggiamento dei cubani era ineccepibile, sia per la loro competenza professionale -che Bolsonaro ha posto in dubbio- sia per la loro disponibilità in ogni momento e per il loro umanesimo e solidarietà con i pazienti. I collaboratori sono stati sottoposti ad un esame prima di arrivare in Brasile ed erano valutati periodicamente dal ministero della salute. I sondaggi mostravano il 95% di accettazione della loro presenza. La Federazione dei Sindaci e 9 governatori hanno avvertito, con lettere, a Bolsonaro che non avevano con chi sostituirli.

Quasi ventimila professionisti dell’isola hanno realizzato più di 100 milioni di consultazioni nel paese sudamericano. Gli abitanti di circa 700 comuni hanno visto un medico, per la prima volta, al loro arrivo. Hanno favorevolmente modificato gli indicatori sanitari di quel paese ed hanno dimostrato che è possibile promuovere la cooperazione internazionale Sud-Sud. In questo caso con la guida dell’Organizzazione Panamericana della Salute.

di Angel Guerra Cabrera

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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Archiviano caso di Santiago Maldonado: scartano la scomparsa forzata

Cubadebate (italiano) - Ven, 30/11/2018 - 04:45

manifestacion-argentina-santiago-maldonado-3-580x330Le prove incontrate relative alla sparizione e morte di Santiago Maldonado sono state mantenute nascoste.   

Il giudice federale argentino Gustavo Lleral, che dirigeva l’anno scorso  l’investigazione per la morte di Santiago Maldonado, ha deciso di chiudere la causa ed ha scartato che la scomparsa sia stata forzata ed ha assicurato che si è trattato di una “sommatoria di incidenze” che hanno ucciso il giovane.

“La disperazione, l’adrenalina e l’eccitazione naturalmente provocate dalla fuga; la profondità del pozzo, gli spessi rami e le radici incrociate sul fondo; l’acqua fredda, gelata che ha bagnato i suoi vestiti e le sue scarpe fino ad arrivare al suo corpo. Questa sommatoria di incidenze ha contribuito che affondasse e che gli fosse impossibile galleggiare e che neanche potesse emergere per prendere alcune boccate di ossigeno. Per la confluenza di queste semplici e naturali realtà, inevitabili in questo preciso e fatidico istante di solitudine, le sue funzioni vitali essenziali si sono paralizzate”, indica un frammento della sentenza.

Per questa decisione è stata determinante la perizia realizzata dall’Istituto Nazionale di Tecnologia Industriale (INTI) sui documenti nazionali di identità (CI) simili a quelli trovati nel corpo di Maldonado.

Questo ultimo risulta in buon stato e questo ha smentito la versione che il giovane era stato quasi tre mesi sotto l’acqua.

Tuttavia, l’indagine dell’INTI ha indicato che il livello di deterioramento del CI era compatibile con questa situazione.

La famiglia di Maldonado attraverso un comunicato ha informato che non sono stati notificati di questa perizia.

“Queste circostanze solo confermano che un settore del giornalismo fa parte delle decisioni giudiziali, conformando un attacco giudiziale e mediatico che ha come unico scopo intimorire la famiglia, disinformare e lasciare in evidenza la necessità dello Stato di chiudere il caso e garantire l’impunità ai responsabili della scomparsa forzata e morte di Santiago”, hanno segnalato.

Con informazioni di TeleSur

tradotto da Ida Garberi

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Sessanta anni di grafica rivoluzionaria, cartel cubano esposto in Italia

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/11/2018 - 03:38

11Un’ampia mostra dei poster rivoluzionari cubani è stata inaugurata nel Palazzo di Albere, della città di Trento, sabato 24 novembre, con l’auspicio dell’omonima provincia autonoma e del Centro degli Studi del Poster Cubano. L’Ambasciata cubana in Italia è stata rappresentata dal Primo Segretario, Mauricio Martinez.  

Il numeroso pubblico presente all’inaugurazione della mostra “60 Anni di Grafica Rivoluzionaria, Cartel Cubano”, ha avuto l’opportunità di apprezzare il talento artistico ed il divenire storico del poster cubano che gode di ampio riconoscimento internazionale, sia per la sua qualità grafica, sia per la forza dei suoi contenuti, ratificandosi che la cultura costituisce il linguaggio universale del patrimonio dell’umanità.

La mostra, proveniente dalla Collezione Bardelotto, è stata l’occasione propizia, a due anni dal suo trapasso all’immortalità, per i rappresentanti dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba e della Provincia di Trento, per rendere tributo a Fidel Castro Ruz, leader della Rivoluzione Cubana, epopea trascendentale che ha cambiato radicalmente la storia dell’America tutta e che, in apprezzabile misura, si riflette nei poster esibiti a Trento.

Inoltre, la mostra ha riaffermato l’impegno ed il pensiero del leader storico della Rivoluzione Cubana, che diceva: “La cultura umana incomincia dalla giustizia, dalla fratellanza e dalla solidarietà tra gli uomini.”

testo e foto: http://misiones.minrex.gob.cu/es/italia

traduzione di Ida Garberi

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Parlare di Cuba è parlare di Fidel

Cubadebate (italiano) - Mer, 28/11/2018 - 03:21

Gerardo-Viva-Fidel-580x403Voglio raccontarvi qualcosa che non ho mai rivelato. Il 23 giugno 2001, già incarcerato nella prigione degli USA, ci hanno lasciato avere una piccola radio dalla quale abbiamo ascoltato il discorso di Fidel a L’Avana: “I nostri Eroi devono essere liberati. L’enorme ingiustizia commessa contro di loro sarà conosciuta dal mondo intero. Milioni di libri diffonderanno la verità ed il messaggio di Cuba. I nostri compagni prima di quello che pensiamo, Torneranno!”.

Mentre lui parlava dei “Cinque” ovviamente ero emozionato, come potevo non esserlo! Ma ammetto che mi ha colpito enormemente quando mi ha nominato e sentendo il mio nome nella sua voce inconfondibile mi sono reso conto dell’enorme responsabilità che avevo con il mio popolo, con la storia e con lui.

È stato un momento molto importante perché ci avevano appena dichiarato colpevoli e lui ci assicurò, davanti a tutto il popolo, che saremmo tornati. E così è stato. Siamo tornati, come Fidel aveva promesso! Quelle parole ci hanno accompagnato durante tutti quegli anni, come un baluardo di ottimismo e fiducia. Nel corso della nostra storia non c’è stato nulla che lui abbia promesso e non abbia poi fatto tutti i suoi sforzi e ci abbia messo tutta la sua intelligenza per realizzarlo.

Tutta Cuba lo sa.

E noi, anche noi lo sapevamo.

Durante i più di 16 anni che sono stato prigioniero, ho conosciuto persone che neppure sapevano dove era Cuba, e tanto meno di socialismo o di comunismo. Ma se si nominava Fidel, loro sì sapevano chi fosse: “Non conosco molto il suo pensiero, ma so che gli statunitensi non hanno potuto piegarlo”, ci dicevano. Quelle parole sono ciò che definiscono il Comandante: un uomo che ha fatto la Rivoluzione ed anche avendo potuto vivere in forma agiata, ha scelto di stare dalla parte dei poveri ed ha deciso di prendere le armi per migliorare il destino del suo paese.

Per questo, parlare di Cuba, è parlare di Fidel.

Sono già trascorsi due anni da quando è trapassato all’eternità. E su questa isola, ad 11 milioni di cubani manca la sua presenza, giorno dopo giorno.

Ma i rivoluzionari hanno la ferma intenzione di non ricordarlo con tristezza né pianto, ma con gioia, con l’ottimismo che lui ci ha insegnato e soprattutto con il desiderio di lottare ed andare avanti, di non deluderlo, mai!

Siamo migliaia che sogniamo e crediamo che un mondo migliore sia possibile. Ma bisogna costruirlo. A volte soffriamo retrocessi che portano alcune persone a dubitare se sia reale o solo un’utopia, a loro dico che, mentre Cuba esiste e sta combattendo, esisterà la speranza. Lottiamo per un mondo migliore! Lottiamo per uomini e donne nuovi! Lottiamo…

Hasta la victoria siempre!

Di Gerardo Hernandez Nordelo

(testo e foto da La Garganta Poderosa)

traduzione di Ida Garberi

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Fidel, esempio di resistenza e speranza

Cubadebate (italiano) - Mar, 27/11/2018 - 03:31

fidel-castro-banner-580x214Al compiersi due anni dall’assenza fisica del nostro Comandante e mio amico Fidel Castro, il suo esempio di vita ed il suo pensiero sono sempre più attuali e illuminano il nostro futuro.

Oggi il mondo e l’America Latina sono seriamente minacciati dai progressi delle forze di destra, il che significa repressione dei movimenti sociali e partiti progressisti, riduzione dello spazio democratico, censura della cultura e dell’arte e, in particolare, soppressione dei diritti conquistati dalla classe lavoratrice ed un aumento della povertà e della miseria che colpiranno milioni di persone escluse.

Un esempio di ciò è la fine del Programma Mas Medicos in Brasile, dopo anni di dedito lavoro di oltre 8 mila medici cubani che lavoravano nel nostro paese, curando le popolazioni più povere e gli abitanti delle aree più remote, come gli indigeni ed i discendenti degli schiavi africani. Dei 5mila comuni brasiliani, 3228 erano assistiti solo da medici cubani, accolti dalla generosità del popolo brasiliano.

Ora il governo fascista di Jair Bolsonaro, che entrerà in carica il 1 gennaio, affronta la sfida di rimpiazzare questi professionisti della salute e di smentire, nella pratica, ciò che, sfortunatamente, sembra essere il prossimo futuro del Brasile: la mancanza di cure ai poveri, lo smantellamento delle politiche sociali, il ritorno del regime militare camuffato da democrazia.

Fortunatamente, si rafforza la resistenza democratica. Ed ispirati da Fidel e dal Che, continueremo a lottare per la libertà del compagno Lula e per una patria sovrana e libera.

di Frei Betto

da Cubadebate, foto e testo

traduzione di Francesco Monterisi

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Nella fase di formalizzazione la proposta di Lula per il Nobel della Pace

Cubadebate (italiano) - Sab, 24/11/2018 - 03:32

lula-nobelLa campagna internazionale affinché l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva sia dichiarato Premio Nobel della Pace nel 2019 è nella fase di formalizzazione, rivela il settimanale Brasil de Fato.  

D’accordo con la fonte, il Premio Nobel della Pace del 1980, l’argentino Adolfo Perez Esquivel, lavora per riunire le firme necessarie ed ufficializzare la candidatura dell’ex dirigente operaio, che compie una condanna di sette mesi per supposti atti di corruzione.

L’idea è che si firmi un formulario, nella pagina del Comitato Norvegese del Nobel, fino al 31 gennaio. In totale, 400 mila persone hanno aderito alla campagna dall’anno scorso, indica la pubblicazione.

Aggrega che Esquivel e gli altri difensori considerano Lula un lottatore instancabile contro la fame e la povertà, e la sua traiettoria l’ha trasformato in un leader mondiale per la pace e per la dignità umana.

Secondo lo statuto della Fondazione Nobel, una candidatura valida per il Premio Nobel della Pace richiede la firma di membri di assemblee nazionali e governi nazionali di stati sovrani, come di attuali presidenti, di rappresentanti della Corte Internazionale della Giustizia a L’Aia e del Tribunale Permanente di Arbitraggio a L’Aia.

Le proposte di questa giunta saranno presentate nella sua prima riunione, prevista dopo il 1º febbraio.

Esquivel divulga la campagna nella piattaforma Change.org e nelle reti sociali.

Il suo messaggio ai sostenitori della candidatura afferma: “Firma la richiesta, io l’ho già fatto, non c’è tempo da perdere nella lotta contro la fame. Dobbiamo proteggere i più vulnerabili e riconoscere il valore di quelli che hanno dato tutto, perfino la loro libertà, per costruire la pace”.

In Brasile, la candidatura ha l’appoggio di migliaia di persone, includendo figure della vita politica che non hanno fatto parte dei governi del Partito dei Lavoratori (PT) e non sono stati al fianco dell’ex governante, durante tutta la sua traiettoria.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Roger Waters: “L’aspetto più triste dell’impero americano è che sta rovinando molte nazioni”

Cubadebate (italiano) - Ven, 23/11/2018 - 01:50

Roger-Waters“Non si tratta di stelle del rock o musicisti. Si tratta di tutti gli esseri umani. Dobbiamo capire la nostra responsabilità verso il pianeta o moriremo molto presto”. Queste le prime parole di Roger Waters in un’intervista esclusiva a Telesur. Il grande musicista e una delle ultime voci veramente libere ha deciso di interrompere il suo tour “Us + Them” che ha fatto tappa in America Latina per visitare l’Ecuador e incontrare almeno 20 persone colpite nell’Amazzonia ecuadoriana contaminata dalla società di combustibili fossili Chevron (ex Texaco ), responsabile del grave danneggiamento delle  comunità indigene.

Waters  anche denunciato di avere subito diversi ostacoli burocratici per raggiungere l’Amazzonia in Ecuador, perché l’Aviazione Civile non ha permesso al suo aereo di atterrare a Lago Agrio. “Alcune persone non volevano che visitassi l’Ecuador in generale e, sicuramente, non volevano che andassi a Lago Agrio e parlassi con i miei amici”, ha detto. Waters ha sottolineato che il caso Chevron in Amazzonia è fondamentale per tutti, perché “il mondo deve decidere ad un certo punto se la legge è lì per servire la gente o per servire l’appetito insaziabile di oligarchi e corporazioni”.

“Ho 75 anni. In questi 75 anni ho appreso che quello che mi dà felicità è scambiare amore con gli altri. Il mondo sta morendo e sono preoccupato per i miei nipoti”, ha proseguito Waters nel corso dell’intervista. “Non sarebbe geniale se la razza umana apprendesse a essere progressista? Apprendere a pensare come potrebbe essere il futuro invece di fare BUM!” Di fregarsene. Di fregarsene che Bolsonaro distrugga l’Amazzonia.”

Duro poi l’attacco all’imperialismo Usa e a quella che definisce la “follia” del neo-liberismo dei Chicago Boys che oggi domina il mondo. “In tutte le storie come questa che stiamo vivendo qui in Ecuador si osserva come le multinazionali impongono le loro azioni senza nessun interesse delle persone, dei loro interessi, delle persone che vivono qui da migliaia e migliaia di anni. Dovrebbe essere attraverso la legge che dovrebbero essere responsabili aldilà dei profitti, azionisti. E’ folle che le multinazionali non siano mai responsabili”.

“L’aspetto più triste dell’impero americano è che sta rovinando molte nazioni, come prima fecero i britannici, e come hanno fatto tutti gli imperi coloniali. Non aiutano a nessuno. Non aiutano al progresso dell’umanità. Questa idea che l’accumulazione delle ricchezze sia meravigliosa come dice Trump è una totale idiozia”, ha concluso Waters.

per vedere il video dell’intervista clikka qui

da TeleSur

traduzione de L’AntiDiplomatico

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Università de L’Avana ha la prima rettrice nella sua storia

Cubadebate (italiano) - Gio, 22/11/2018 - 02:22

Rectora-UH-580x330La dottoressa Miriam Nicado Garcia è stata nominata come rettrice dell’Università de L’Avana, e si trasforma così nella prima donna che occupa questo posto nella casa di alti studi della capitale cubana.

La Dra. Nicado si sdebitava come rettrice dell’Università delle Scienze Informatiche (UCI). Inoltre, è membro del Consiglio di Stato e Deputata all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare.

La notizia si fece conoscere in una sessione straordinaria del Consiglio Universitario Ampliato, con la presenza del Dr. Josè Ramon Saborido Loidi, ministro di Educazione Superiore, nella quale hanno anche informato che il Dr. Gustavo Cobreiro Suarez, fino ad ora rettore dell’Università de L’Avana, assumerà altre funzioni, senza specificarle.

Fondata nel 1728, l’UH conta oggi con 19 facoltà e 12 centri di investigazione.

da UH.cu

traduzionedi Ida Garberi

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Promotori della democrazia? Gli USA forniscono assistenza militare al 73% delle dittature nel mondo

Cubadebate (italiano) - Mar, 20/11/2018 - 21:03

Code-PinkUn’organizzazione non governativa statunitense ha pubblicato un rapporto in cui descrive dozzine di paesi del mondo come “non liberi”. I lettori più attenti hanno subito sottolineato che la stragrande maggioranza di quelle nazioni riceve il supporto militare da Washington.

L’ONG Freedom House, fondata nel 1941, nel suo rapporto annuale dal titolo ‘La libertà nel mondo’ categorizza i diversi stati del mondo come “liberi”, “parzialmente liberi” o “non liberi” in termini di libertà e diritti politici e civili dei suoi abitanti.

Finanziato quasi interamente dal governo degli Stati Uniti, Freedom House considera gli Stati Uniti e i suoi alleati come “liberi” e designati come “non liberi” in 49 paesi per un totale di circa 2.700 milioni di abitanti, compresi la Russia e la Cina.

Tuttavia, oltre il 70% di questi stati “non liberi” sono stati clienti del complesso militare-industriale statunitense o hanno ricevuto una sorta di assistenza militare dal Pentagono negli ultimi tre anni, secondo l’organizzazione di notizie indipendente Truthout, riguardante l’ultima edizione del rapporto.

Nel 2018, le nazioni “non libere” legate a Washington salgono a 35, che di solito è proclamato promotore della democrazia e oppositore delle dittature. Dodici di questi, classificati come “i peggiori dei peggiori”, ricevono finora assistenza militare USA, tra cui la Somalia, il Turkmenistan, l’Uzbekistan, la Repubblica Centrafricana e l’Arabia Saudita.

Il regno saudita, in particolare, figura tra i peggiori classificati della lista, al di sotto della Cina, della Russia, del Venezuela e persino dell’Iran. Tuttavia, continua ad essere “il più grande cliente di vendite militari straniere” negli Stati Uniti, secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

A causa dello scandalo relativo all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, l’Arabia Saudita ha cominciato a perdere contratti d’acquisto milionari con altri paesi, ampiamente attribuito all’alto comando del regno. Allo stesso tempo, Washington si aspetta un “significativo aumento” nella cooperazione militare con Riad.

Fonte: Freedom House – Truthout

da L’AntiDiplomatico

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“Cuba mi piace molto”, assicura Will Smith a L’Avana

Cubadebate (italiano) - Mar, 20/11/2018 - 04:56
foto di ViStar

foto di ViStar

“Mi piace molto Cuba”, ha detto in perfetto spagnolo l’attore e rapper statunitense, Will Smith, poco prima che iniziasse la mezza maratona questa domenica nella capitale cubana.  

Smith è stato uno dei circa 300 corridori statunitensi che, nonostante le restrizioni del bloqueo, hanno partecipato al Marabana 2018, la maggiore competizione di questo tipo a Cuba.

“L’Avana, Cuba, per la mia lista dei desideri…”, ha detto Smith alla stampa alla linea di partenza vicino al Malecon. “Con tre settimane di avviso sto correndo una mezza maratona.”

“Sono emozionato, l’energia in questo posto è impressionante”, ha aggiunto l’attore che conta con due nomine ai premi Oscar come Migliore Attore grazie ai film “Ali” (2001) ed “Alla ricerca della felicità” (2006).

L’attuale amministrazione repubblicana, diretta dal presidente Donald Trump, ha reso l’applicazione del bloqueo contro Cuba ancora più forte ed ha annunciato in giugno dell’anno scorso a Miami nuove misure che rendono ancora più difficili i viaggi degli statunitensi al paese.

Nonostante le restrizioni di Washington, più di 430 mila statunitensi hanno visitato l’isola fino a settembre del 2018, secondo le cifre ufficiali.

Marabana è stato dedicato quest’anno al 499º anniversario della fondazione del Villa di San Cristobal de L’Avana. La gara ha contato con la presenza di più di 4000 corridori cubani ed una cifra di circa 1500 stranieri di 52 paesi.

di Sergio Alejandro Gomez

da Dominio Cuba

traduzione di Ida Garberi

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foto di Fernando Medina

foto di Fernando Medina

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Russia avverte la Comunità internazionale: “Il campo profughi siriano di Rukban evoca i campi di concentramento”

Cubadebate (italiano) - Sab, 17/11/2018 - 05:06

siriaLa situazione dei rifugiati nel campo profughi siriano di Rukban, che si trova a sud est della provincia di Homs, al confine siriano-giordano, “evoca i campi di concentramento” della seconda guerra mondiale, ma la comunità mondiale tace su questo situazione umanitaria “catastrofica”, ha denunciato oggi il capo del Centro nazionale per il controllo della difesa della Russia, il generale Mikhail Mizintsev.

“La situazione in cui si trovano i residenti del campo ricorda molto i campi di concentramento della seconda guerra mondiale, che sono scomparsi molto tempo fa, com’è possibile tutto ciò nel mondo moderno?” Si chiese l’alto ufficiale russo durante un incontro sul ritorno dei rifugiati in Siria.

In questo senso, Mizintsev si chiede anche perché, in queste condizioni, la comunità mondiale “continua a tacere sulla catastrofe umanitaria” dei profughi del campo, che, assicura, “vivono essenzialmente come ostaggi”.

“Infine, perché i media non sono autorizzati ad accedere ai rifugiati nel Rukban? C’è anche una spiegazione per questo”, ha spiegato il militare russo, aggiungendo che in questo settore “c’è chi vuole nascondere qualcosa”, ogni riferimento agli USA non è affatto casuale.

Fonte: RT -Foto AP

da L’AntiDiplomatico

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La conquista dei diritti: due uguali sono una coppia

Cubadebate (italiano) - Ven, 16/11/2018 - 03:33

matrimonio-igualitarioLa proposta di approvazione del matrimonio ugualitario ha portato più di un confronto nella sfera pubblica cubana, dalle reti sociali fino a semplici conversazioni in un autobus; e preoccupa il fatto che le discussioni si restringano praticamente solo all’Articolo 68 del progetto di quella che sarà la prossima Magna Carta.  

Il matrimonio ugualitario (omosessuale o gay in altre parti del mondo) non è un tema endemico, dato che si è discusso, e posteriormente approvato o negato in vari paesi. Magari un rapido sguardo della condotta internazionale ci riveli alcune piste del problema in questione.

Quasi cinque anni fa il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, ha affermato di trovarsi in un dilemma etico con connotazioni biologiche ed antropologiche. Giusto prima di approvare un “legge contro l’omosessualità”, il mandatario si chiedeva se era giusto o no punire l’omosessualità, se questa era determinata da fattori biologici, cioè, che non era eleggibile a dispetto di quanto detto sull’orientazione sessuale e sulla sua natura soggettiva ed individuale.

Davanti al pericolo che significava l’approvazione di questa legge, un gruppo di esperti del tema si è dedicato a trovare una risposta scientifica al dubbio di Museveni. I risultati sono stati interessanti, in quanto alle differenze tra uomini e donne quando assumono la sessualità da un punto di vista fisiologico, però, non sono stati definitivi. La legge è stata approvata ma la corte costituzionale l’ha abrogata.

Disgraziatamente, esistono paesi dove essere gay risulta un delitto grave che è sanzionato con le più dure pene. La storia di questa discriminazione, come quella di tutte le ghettizzazioni, è triste e remota. C’è chi ha voluto trovare nell’omosessualità una malattia curabile, o una violazione dell’ordine naturale o divino. I tabù al riguardo continuano ad essere molti, nonostante, a poco a poco la conquista del diritto al matrimonio ugualitario si è via via materializzata negli ultimi 30 anni.

Esistono attualmente 26 paesi che permettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso, benché solo in 23 di questi lo considerino legale in tutto il loro territorio. La prima nazione ad accettarlo sono stati i Paesi Bassi, dove si è discusso il tema dal 1995 fino a che nel 2001 si è approvato come legge. Belgio ha seguito questi passi due anni dopo, iniziando tutto un movimento internazionale in appoggio a questo diritto.

In America latina la legge è stata approvata in Argentina, Brasile, Colombia, Portorico ed Uruguay. Da parte sua, Costa Rica si trova in una tappa di tempo di sospensione parlamentare per approvare la legislazione.
Tutti questi processi si sono sviluppati di fronte a poderosi ostacoli e costanti inciampi. Per esempio, in Spagna ed Argentina (dove si è legalizzato il matrimonio gay nel 2005 e nel 2010, rispettivamente), la lotta per questo diritto ha resistito fortemente al pensiero conservatore di certi settori sociali, soprattutto religiosi.

Di fronte a quello che sta succedendo a Cuba bisogna capire che se le conquiste come la libertà di espressione o di religione, sono diritti fondamentali, anche il matrimonio ugualitario lo è. Come abbiamo sempre difeso, i diritti sono l’espressione del cambiamento sociale di un’epoca determinata. Ogni nuovo momento storico porta con sé il riconoscimento di nuovi diritti e garanzie alle libertà.

Capiamo che è legittimo essere in disaccordo col matrimonio ugualitario ed esprimerlo liberamente. Ma capiamo anche che opporsi significa non permettere il libero arbitrio e, soprattutto, l’amore. È necessario ritornare a quella parte senza tempo del pensiero di Josè Martì per ricordare che “quello che ha un diritto non può, con questo, violare l’altrui per mantenere il suo.”

di Dario Alejandro Alemán

da ACN

traduzione di Ida Garberi

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Dichiarazione Ufficiale del Ministero di Salute Pubblica di Cuba sul Programma Mas Medicos in Brasile

Cubadebate (italiano) - Gio, 15/11/2018 - 04:51

logo-mas-medicos-cuba-brasiIl Ministero della Salute Pubblica della Repubblica di Cuba, impegnato nei principi di solidarietà e umanesimo che da 55 anni guidano la cooperazione medica cubana, partecipa sin dal suo inizio nell’agosto 2013 al Programma Más Médicos (Più Medici) per il Brasile. L’iniziativa di Dilma Rousseff, a quel tempo presidentessa della Repubblica Federativa del Brasile, aveva il nobile scopo di garantire l’attenzione medica al maggior numero della popolazione brasiliana, in conformità con il principio di copertura sanitaria universale promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Questo programma prevedeva la presenza di medici brasiliani e stranieri per lavorare in zone povere e remote di quel paese.

La partecipazione cubana ad esso avviene attraverso l’Organizzazione Panamericana della Salute e si è distinta per aver occupato località non coperte da medici brasiliani o di altre nazionalità.
In questi cinque anni di lavoro, circa 20.000 collaboratori cubani hanno curato 113.359.000 pazienti, in oltre 3.600 municipi, arrivando a coprire con loro un universo di 60 milioni di brasiliani nel momento in cui costituivano l’80% di tutti i medici che partecipavano al programma. Più di 700 municipi hanno avuto un medico per la prima volta nella storia.

Il lavoro dei medici cubani nei luoghi di estrema povertà, nelle favelas di Rio de Janeiro, San Paolo, Salvador de Bahia, nei 34 distretti speciali indigeni, specialmente in Amazzonia, è stato ampiamente riconosciuto dai governi federale, statale e municipale di quel paese e dalla sua popolazione, che ha accordato loro il 95% di accettazione, secondo uno studio commissionato dal Ministero della Salute del Brasile all’Università Federale di Minas Gerais.

Il 27 settembre di 2016 il Ministero della Salute Pubblica, in una dichiarazione ufficiale, ha informato in prossimità della data di scadenza dell’accordo e nel bel mezzo degli eventi che hanno accompagnato il colpo di stato legislativo contro la presidentessa Dilma Rousseff che Cuba “continuerà a partecipare all’accordo con l’Organizzazione Panamericana della Salute per l’applicazione del Programma Más Médicos, a condizione che vengano mantenute le garanzie offerte dalle autorità locali”, cosa che è stata rispettata fino a questo momento.

Il presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, con riferimenti diretti, dispregiativi e minacciosi alla presenza dei nostri medici, ha dichiarato e ribadito che modificherà i termini e le condizioni del programma Más Médicos, con mancanza di rispetto per l’Organizzazione Panamericana della Salute e a quanto concordato da questa con Cuba, mettendo in discussione la preparazione dei nostri medici e condizionando la loro permanenza nel programma alla riconvalida del titolo e come unico modo la contrattazione individuale.

Le modifiche annunciate impongono condizioni inaccettabili e violano le garanzie concordate dall’inizio del programma, che sono state ratificate nel 2016 con la rinegoziazione di Termini di cooperazione tra l’Organizzazione Panamericana della Salute e il Ministero della Sanità del Brasile e l’Accordo di Cooperazione tra l’Organizzazione Panamericana della Salute e il Ministero della Salute Pubblica di Cuba. Queste condizioni inammissibili rendono impossibile mantenere la presenza di professionisti cubani nel Programma.

Pertanto, di fronte a questa deplorevole realtà, il Ministero della Salute Pubblica di Cuba ha preso la decisione di non continuare a partecipare al Programma Más Médicos e lo ha comunicato alla Direttrice dell’Organizzazione Panamericana della Salute e ai leader politici brasiliani che l’hanno fondata e che hanno difeso questa iniziativa.
Non è accettabile mettere in discussione la dignità, la professionalità e l’altruismo dei collaboratori cubani che, con il supporto delle loro famiglie, attualmente prestano servizio in 67 paesi. In 55 anni sono state realizzate 600.000 missioni internazionaliste in 164 nazioni, alle quali hanno partecipato più di 400.000 operatori sanitari, che in molti casi hanno svolto questo onorevole compito in più di un’occasione. Si evidenziano le imprese della lotta contro l’ébola in Africa, contro la cecità in America Latina e nei Caraibi, contro il colera ad Haiti e la partecipazione di 26 brigate del Contingente Internazionale dei Medici Specializzati in Disastri e Grandi Epidemie “Henry Reeve” in Pakistan, Indonesia, Messico, Ecuador, Perù, Cile e Venezuela, tra gli altri paesi.

Nella stragrande maggioranza delle missioni compiute le spese sono state assunte dal governo cubano. Inoltre, a Cuba si sono formati in maniera gratuita 35.613 professionisti della salute di 138 paesi, come espressione della nostra vocazione solidale e internazionalista.

Ai collaboratori è stato mantenuto in ogni momento il posto di lavoro e il 100% del loro salario a Cuba, con tutte le garanzie lavorative e sociali, come al resto dei lavoratori del Sistema Nazionale della Salute.

L’esperienza del Programma Más Médicos per Brasile e la partecipazione cubana ad esso dimostra che può essere strutturato un programma di cooperazione Sud-Sud sotto l’egida dell’Organizzazione Panamericana della Salute, per promuovere i suoi obiettivi nella nostra regione. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e l’Organizzazione Mondiale della Salute lo qualificano come il principale esempio di buone pratiche nella cooperazione triangolare e nell’attuazione dell’Agenda 2030 con i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

I popoli della Nuestra América e del resto del mondo sanno che potranno sempre contare sulla vocazione umanista e solidale dei nostri professionisti.

Il popolo brasiliano, che ha fatto del Programma Más Médicos una conquista sociale che dal primo momento ha avuto fiducia nei medici cubani, apprezza le sue virtù e ringrazia per il rispetto, la sensibilità e la professionalità con cui è stato curato, potrà comprendere su chi cade la responsabilità che i nostri medici non possano continuare a dare il loro contributo di solidarietà in quel paese.

La Habana, 14 novembre di 2018

Traduzione: Redazione di El Moncada

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Diaz-Canel conferma la continuità della Rivoluzione

Cubadebate (italiano) - Mer, 14/11/2018 - 03:17

G.Diaz-CanelRussia, Corea del Nord, Cina, Vietnam e Laos: le visite del presidente Miguel Diaz-Canel in appena due settimane hanno rinforzato antiche e preziose relazioni, confermando che i tempi passano, ma i veri amici rimangono.

Per segnalare le sue attività, Diaz-Canel ha utilizzato il suo account in Twitter, per riportare i momenti più importanti in ogni nazione e le sue impressioni sul un periplo avviato per ratificare “la continuità della Rivoluzione e ringraziare per la solidarietà che alimenta la nostra resistenza”.

Il mandatario cubano ha fatto un breve scalo di lavoro in Francia, dove si è incontrato col primo ministro Edouard Philippe, e con la direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay.

Da lì, è partito venerdì 2 novembre per Russia, dove ha sostenuto conversazioni ufficiali col suo collega, Vladimir Putin.

Si è riunito anche col primo ministro Dmitri Medvedev, i titolari della Duma (Camera bassa), Viacheslav Volodin, e del Senato, Valentina Matvienko, il leader comunista Guennadi Ziuganov ed il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril.

Al termine del suo soggiorno a Mosca, Diaz-Canel e Putin hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui hanno riaffermato l’associazione strategica tra i loro paesi, hanno condannato l’interventismo ed hanno patrocinato per un mondo multipolare.

La visita ha permesso di concludere un accordo di una maggiore partecipazione della Russia in progetti relazionati con energia, trasporto, farmacia, metallurgia, cultura ed umanistica.

Putin ha riaffermato la sua disposizione ad appoggiare il processo di riforma e modernizzazione dell’economia della nazione caraibica.

All’inizio della parte asiatica del suo viaggio di lavoro, il presidente cubano è arrivato domenica 4 novembre alla Repubblica Popolare Democratica della Corea (RPDC), dove è stato accolto da un grande ricevimento popolare, sia all’aeroporto che per i principali viali di Pyongyang.

Oltre a sostenere conversazioni ufficiali col presidente del Comitato di Stato della RPDC, Kim Jong-un, Diaz-Canel ed il suo collega nord coreano si sono incontrati in diverse occasioni, fuori dal protocollo ufficiale.

“Le nostre relazioni sono storiche e si basano sul rispetto mutuo e l’ammirazione, fondate dall’amicizia del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz ed il grande leader Kim Il-sung”, ha affermato.

Inoltre, il presidente cubano si è riunito col presidente del Presidium dell’Assemblea Popolare Suprema, Kim Yong Nam, e col primo ministro Pak Pong Ju.

Le rispettive delegazioni hanno sottoscritto accordi di cooperazione in sfere come turismo, educazione e salute pubblica.

Partendo, ha scritto nel suo account di Twitter: “La delegazione di #Cuba saluta la bella #RepublicaPopularDemocraticaDeCorea, che ringraziamo per la sua invariabile condanna al bloqueo, una politica crudele ed ingiusta che soffre anche il popolo coreano per le sanzioni contro il suo governo #NoMasBloqueo”.

In Cina, Diaz-Canel ha assistito alla prima Esposizione Internazionale di Importazioni a Shanghai, alla quale hanno partecipato più di tre mila aziende locali e straniere.

Nel gigante asiatico è stato ricevuto dal presidente Xi Jinping; il primo ministro Li Keqiang, ed il presidente dell’Assemblea Popolare Nazionale e la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, Li Zhanshu.

Dopo le conversazioni ufficiali, le parti hanno sottoscritto accordi per incrementare la capacità produttiva in progetti di collaborazione molto importanti e la concessione di un credito cinese che appoggerà l’acquisizione di strumenti di costruzione per i settori delle energie rinnovabili e turismo, tra gli altri.

Il dignitario è arrivato in Vietnam l’8 novembre ed il giorno dopo ha sostenuto conversazioni ufficiali col segretario generale del Partito Comunista del Vietnam e presidente di questo paese, Nguyen Phu Trong, che l’ha decorato con l’Ordine di Ho Chi Minh.

Ad Hanoi, Diaz-Canel è stato ricevuto anche dal primo ministro, Nguyen Xuan Phuc, ed il titolare dell’Assemblea Nazionale, Nguyen Thi Kim Ngan.

Il 10 novembre è andato a Città Ho Chi Minh, la maggiore urbe del Vietnam ed il suo principale centro economico, industriale e finanziario, e da lì ha viaggiato direttamente alla vicina Repubblica Democratica Popolare Lao (RDPL).

In Vientiane ha sostenuto conversazioni ufficiali col presidente e segretario generale del Partito Popolare Rivoluzionario del Laos, Bounnhang Vorachith.

Entrambe, inoltre, hanno testimoniato la firma di un accordo di cooperazione tra il Ministero di Educazione e Sport della RDPL e l’Istituto Nazionale di Educazione Fisica, Sport e Ricreazione della nazione antillana.

Inoltre, i membri delle due delegazioni hanno sottoscritto un memorandum di intendimento sulla cooperazione tra la Banca della RDPL e la Banca Centrale di Cuba.

Diaz-Canel si è riunito anche col primo ministro Thongloun Sisoulith e la titolare dell’Assemblea Nazionale, Pany Yathotou.

Dalla Russia al Laos, il presidente ha trasmesso ai dirigenti di ogni paese un saluto cordiale del primo segretario del Partito Comunista di Cuba, Raul Castro.

Prima di ritornare all’isola, Diaz-Canel sta compiendo uno scalo di lavoro nel Regno Unito, dove si è riunito con i rappresentanti dell’organizzazione Iniziativa Cuba, un gruppo di appoggio che “è nato dall’amicizia della baronessa Lady John ed il nostro leader storico, Fidel Castro”.

In seguito, si è riunito col leader del Partito Laburista del Regno Unito, Jeremy Corbyn, ed insieme hanno esaminato le relazioni tra il gruppo socialdemocratico britannico ed il Partito Comunista di Cuba.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Tutti i dati che dimostrano come la Russia stia abbandonando il dollaro

Cubadebate (italiano) - Mar, 13/11/2018 - 02:02

dollaro-rubloSempre più paesi cercano di ridurre la loro dipendenza dal dollaro statunitense nelle loro transazioni internazionali. Tra questi, uno sforzo molto importante lo sta portando avanti la Russia, paese che ha già raggiunto diversi traguardi in merito. Lo riporta il quotidiano Usa The Wall Street Journal.

Tra le misure adottate da Mosca, prosegue la sua analisi il quotidiano statunitense, la Banca centrale russa ha moltiplicato le sue riserve auree nel 2018 e ha venduto quantità ingenti di titoli del tesoro statunitensi. Inoltre, Mosca prevede di rafforzare l’uso del rublo e di altre valute nazionali nei suoi accordi commerciali bilaterali con i paesi diversi dagli Stati Uniti. Il tasso di depositi in valuta estera di individui e società in banche russe è diminuito a settembre al 26%, rispetto al picco del 37% raggiunto nel 2016.

Analogamente, il tasso di esportazione in dollari è sceso al 68% con il crescente commercio bilaterale della Russia con la Cina che contribuisce alla riduzione della dipendenza dal dollaro: gli indicatori delle transazioni in rubli e yuan sono quasi quadruplicati negli ultimi quattro anni.
Secondo il WSJ, Cina, Iran, Venezuela e Pakistan sono tra i paesi che mirano anche a sfuggire al dollaro, mentre i membri dell’Unione europea cercano di rafforzare il ruolo dell’euro nelle transazioni internazionali e studiano la possibilità di creare un sistema di pagamento per il commercio con l’Iran.

Il 7 novembre, il presidente della banca russa Vnesheconombank, Igor Shuvalov, ha dichiarato che la Russia e la Cina intendono firmare un accordo entro la fine del 2018 per utilizzare le loro valute nazionali nel commercio bilaterale e che il documento su questo argomento sia stato presentato ai leader di entrambi i paesi. In questo contesto, il vice primo ministro e ministro delle Finanze russo, Antón Siluánov, ha sottolineato che il piano di de-dollarizzazione “faciliterà le nostre imprese [tra Russia e Cina] e l’opportunità di effettuare pagamenti e transazioni finanziarie”.

da L’AntiDiplomatico

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Dalla Grande guerra ad oggi: la sinistra socialista e comunista tra errori e analogie al cospetto del “sovranismo piccolo borghese”

Cubadebate (italiano) - Ven, 09/11/2018 - 19:23

borghesiCento anni fa aveva termine la Prima guerra mondiale. L’Italia ne uscì vittoriosa. Tuttavia, per assecondare le mire imperialiste del grande capitale industriale, pagò un prezzo molto superiore persino a quello della Seconda guerra mondiale: oltre 650mila caduti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati e più di mezzo milione di vittime civili. Inoltre, la guerra provocò una crescita repentina ma squilibrata dell’industria, e, grazie agli enormi profitti e alle sovvenzioni statali, una fortissima centralizzazione del potere economico.

I quattro milioni di ex combattenti, dopo quattro anni di morte e sofferenza nelle trincee, ritornarono alle loro case ma non trovarono lavoro. Nelle città era difficilissimo riconvertire a scopi civili la ridondante industria bellica. Nelle campagne i proprietari avevano sostituito la forza lavoro partita per la guerra con moderni macchinari e non volevano espandere la produzione a causa della riduzione della domanda interna.

La guerra aveva scavato un solco tra le élite e le masse e l’Italia era attraversata da contraddizioni profonde che svilupparono ampie lotte sociali e democratiche. Il Partito socialista vinse le elezioni del 1919 con il 32,28% dei voti, seguito dai Popolari al 20,3% e dai Liberali al 15,9%. Inoltre, tra 1919 e 1920 il Paese fu attraversato da un imponente movimento di occupazione delle fabbriche. Eppure, nel giro di pochi anni la reazione capitalistica portò all’affermazione di una forza nuova, il fascismo, che la sinistra non riuscì a contrastare. Molti furono i fattori della vittoria fascista: le divisioni interne al Psi, il supporto degli apparati dello Stato, in particolare dello Stato maggiore dell’esercito e della monarchia. L’aspetto su cui crediamo valga la pena soffermarci è però un altro: l’incapacità dei socialisti e dei comunisti a entrare in contatto con i milioni di ex combattenti e con i settori intermedi della società, che finirono per diventare la massa di manovra del fascismo.

Contrariamente a quanto si può pensare, la massa gli ex combattenti era inizialmente tutt’altro che favorevole al fascismo[1], anzi molti ex combattenti saranno il nerbo della resistenza armata contro le squadre fasciste, come i pluridecorati Emilio Lussu e Ferruccio Parri, il quale successivamente sarà uno dei capi della Resistenza. Tuttavia, il partito socialista e poi il partito comunista fallirono nel compito di stabilire un rapporto con questo importantissimo settore della società dell’epoca, corteggiatissimo da Mussolini. Il partito comunista, guidato da Bordiga, rifiutò persino di collaborare con gli arditi del popolo. Una scelta criticata da Gramsci al Congresso di Lione del 1926: “Questa tattica [quella di Bordiga relativa agli arditi del popolo] (…) servì d’altra parte a squalificare un movimento di massa che partiva dal basso e che avrebbe potuto invece essere politicamente sfruttato da noi”[2]. Anche per queste ragioni i partiti operai non riuscirono a impedire la saldatura in un unico blocco sociale di piccola borghesia e grande capitale. Anni dopo, l’autocritica sarà molto severa. Così si esprime Palmiro Togliatti nelle famose Lezioni sul fascismo(1935).

“Nel periodo di sviluppo del fascismo italiano, prima della marcia su Roma, il partito ha ignorato questo importante problema: intralciare la conquista delle masse piccolo-borghesi malcontente da parte della grande borghesia. Questa massa era allora rappresentata dagli ex combattenti, da alcuni strati di contadini poveri in via di arricchimento, da tutta una massa di spostati creati dalla guerra. (…) Non abbiamo compreso che non si poteva semplicemente mandarli al diavolo. (…) Compito nostro era quello di conquistare una parte di questa massa, di neutralizzare l’altra parte onde impedire che diventasse una massa di manovra della borghesia. Questi compiti sono stati da noi ignorati.”[3]

Analogie con la critica al sovranismo piccolo-borghese

Ora, è possibile stabilire una qualche analogia tra la sinistra socialista e comunista di allora e quella di oggi? I periodi sono molto diversi. Come ho già spiegato altrove, non siamo davanti al fascismo, anche perché oggi sono altre le forme della neutralizzazione della democrazia rappresentativa[4]. Tuttavia, anche oggi, come allora, sebbene in modo apparentemente meno drammatico, l’Italia è attraversata da rivolgimenti economici e sociali non meno profondi di quelli che gli ex combattenti del 1918 si trovarono davanti. Di conseguenza, si è creata una spaccatura tra élite e masse, le une beneficiate e le altre impoverite allora dalla guerra mondiale, ora dalla mondializzazione e dalla integrazione economica e valutaria europea. Di fronte a questa situazione una parte consistente della sinistra (anche radicale e comunista) mostra una incomprensione del movimento sociale profondo, che conduce a una incomprensione del fenomeno sovranista e populista. Oggi come allora si regalano certi settori all’avversario politico e non ci si pone neanche il problema di neutralizzarli. Lascia, a questo proposito, un po’ perplessi sentir parlare di sovranismo piccolo-borghese[5]. Orrido, secondo il dizionario Treccani, significa “che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo e di spavento”. Insomma, un termine, mi pare, poco adatto a una oggettiva analisi sociale e politica. Inoltre, sembrerebbe esserci qualche confusione tra piccola borghesia – strato intermedio tra capitale e classe operaia (contenendo anche stipendiati e lavoratori autonomi senza o con qualche dipendente) – e il capitale vero e proprio. Infatti, il sovranismo, definito piccolo-borghese, viene però attribuito ai “capitali nazionali in affanno contro una devastante centralizzazione trainata dai capitali più forti e ramificati a livello globale”[6].

Ad ogni modo, a sinistra non pochi sembrano ritirarsi inorriditi dinanzi a un sovranismo giudicato con disprezzo espressione di un ceto bottegaio miserabile, evasore fiscale e fondamentalmente anticaglia del passato. Una visione che, in alcuni casi, si collega a una interpretazione deterministica del movimento del capitale, derivata da una lettura parziale e semplicistica di Marx. La centralizzazione dei capitali di cui Marx parla nel Capitale non significa che le classi intermedie spariscano d’incanto, togliendosi dalle scatole e semplificando, per farci un piacere, una realtà che semplice non è. Di certo, oltre cento anni di storia dimostrano che la centralizzazione non elimina le classi intermedie (anzi ne produce di altro tipo), né favorisce di per sé la presa del potere da parte del lavoro salariato, né tantomeno la sua ricomposizione economica o politica. Era, invece, questa la concezione meccanicistica di Rudolf Hilferding, autore del pur importante Il capitale finanziario, già ministro socialdemocratico della Repubblica di Weimar e convinto che la centralizzazione sarebbe andata avanti fino alla definitiva e automatica socializzazione di imprese e banche da parte di una disciplinata classe operaia unita nel partito socialdemocratico e nei suoi sindacati[7]. Sindacati la cui preziosa organizzazione andava preservata e non messa a rischio in uno sciopero generale contro Hitler, come ebbe a dire un Hilferding fiducioso nel sistema democratico, appena pochi giorni prima di darsi alla fuga braccato dalla Gestapo, dopo la vergognosa resa dei sindacati stessi[8].

L’importanza delle classi intermedie

La verità è che Marx in tutte le opere, dove analizza le formazioni economico-sociali concrete, segue attentamente il movimento di tutte le varie classi, comprese quelle intermedie fra capitale e lavoro salariato, indicando come strategica l’alleanza della classe operaia con i settori intermedi, a partire da quello allora principale, la classe contadina piccola proprietaria.[9] Lenin e dopo di lui Gramsci dedicarono molte energie alla teoria e alla pratica delle alleanze di classe, che per l’appunto presuppongono l’esistenza di una pluralità di classi subalterne. Del resto, la Rivoluzione d’Ottobre vinse anche grazie alla parola d’ordine, poco ortodossa secondo il metro di alcuni, della terra ai contadini. Anzi, per Lenin, che parla proprio a proposito della situazione creatasi nel primo dopo-guerra (1920):

“Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletario non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semiproletario (colui che si procura da vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza-lavoro), tra il semiproletario e il contadino (e il piccolo artigiano e il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se in seno la proletariato non vi fossero divisioni per regione, per mestiere, talvolta per religione, ecc. E da tutto ciò deriva la necessità, la necessità incondizionata, assoluta per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista di destreggiarsi, di stringere accordi, compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e vincere.”[10]

Gramsci, che indica come seconda forza motrice della rivoluzione italiana i contadini del Mezzogiorno e delle altre parti d’Italia [11], scrive:

“In nessun Paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle nella lotta per l’abbattimento della società borghese.”[12]

Oggi, certamente i settori intermedi non sono quelli dell’epoca Marx e neanche di Lenin, ma esistono e sono particolarmente numerosi in Italia[13], così come la classe lavoratrice è divisa al suo interno per molti aspetti. La crisi e la concentrazione e centralizzazione dei capitali non li hanno eliminati, li hanno riempiti di paura e rabbia, allo stesso modo della classe operaia e del lavoro salariato tutto. Quello che viene definito sovranismo piccolo-borghese è l’espressione di questa paura e di questa rabbia. Definirlo “orrido”, di fronte alle conseguenze devastanti sulla società e sulle classi subalterne italiane ed europee prodotte dal trasferimento della sovranità sul bilancio pubblico e sulla valuta a organismi europei, acquista il sapore amaro della beffa. La mancata comprensione di questa situazione così come la sottovalutazione dei suddetti sentimenti di paura porta la sinistra (compresa in parte quella radicale e comunista) ad allontanarsi ancora di più dai settori popolari e a regalarli a chi sta costruendo il suo blocco sociale reazionario, come la Lega. Questa, ormai sempre più “nazionale”, sta mettendo insieme classe operaia del Nord, artigiani, lavoratori autonomi, partite iva, piccolissima, piccola e media impresa. Ma essa non parla solo a questi settori, parla anche a pezzi di capitale più importanti, grandi imprese e banche, con una forte base nazionale, ma non necessariamente non internazionalizzate, che nel mercato domestico sono state penalizzate dall’austerity europea e sui mercati europei e extraeuropei dalla concorrenza dei capitalismi francese e tedesco e dalla loro invadenza negli assetti proprietari delle imprese italiane. Bisogna, quindi, fare attenzione a individuare, tra tutte queste classi e settori, quelle che, per dirla con Gramsci, rappresentano la vera faccia della Lega. Insomma, anche se non siamo davanti al fascismo, siamo davanti alla stessa capacità di formare un blocco che metta insieme piccola borghesia con grande borghesia, più pezzi importanti di lavoro salariato e classe operaia. Quest’ultima è una delle differenze maggiori con gli anni ’20. Ed è per questo che la situazione richiede ancora maggiori capacità di fare politica.

Conclusioni

Certe affermazioni sul sovranismo, invece, portano al rifiuto della politica, intesa come terreno pratico della costruzione e della modifica dei rapporti di forza fra le classi e i settori di classe. Rifugiarsi in astratte formule ideologiche rafforza proprio quelle tendenze, soprattutto il tatticismo elettoralista, che si vorrebbero eliminare e che ci hanno fatto perdere consensi. Dovremmo avere ormai capito che in un Paese con la storia e la struttura di classe dell’Italia va quantomeno neutralizzato, per usare le parole di Togliatti, il possibile ruolo reazionario di certi settori e classi sociali. Bisogna evitare di sbagliare ed individuare, all’interno della piccola borghesia e del lavoro indipendente, i settori con i quali, per le loro condizioni oggettive, si possano stabilire delle interlocuzioni sociali e politiche in funzione anticapitalistica. Anche per queste ragioni non ci si può permettere di lasciare il tema della sovranità e della lotta contro la Commissione europea e la Bce alla Lega e al Movimento cinque stelle, né si può restare sul vago sul ruolo dell’integrazione economica e valutaria europea e sulla posizione da assumere al riguardo. Bisogna, al contrario, avere la capacità di entrare nel cuore della battaglia politica, che è rappresentato dall’Europa, declinando la sovranità nell’unico modo in cui abbia senso, cioè in termini di sovranità democratica e popolare, come del resto recita la Costituzione, e dal punto di vista della classe lavoratrice. Quindi, non si tratta di un recupero della sovranità (genericamente nazionale) per rafforzare le posizioni del capitale “italiano”, ma del recupero e dell’allargamento democratico della sovranità popolare per modificare i rapporti di forza a favore del lavoro salariato e delle classi subalterne, bloccate nella gabbia del “vincolo esterno”. Ciò richiede, evidentemente, una maggiore capacità di lettura della composizione di classe della società italiana, una proposta economica nuova e organica, e soprattutto la volontà politica di porre le basi per la ricomposizione della classe lavoratrice e per la costruzione di un nuovo blocco sociale di alternativa al capitalismo, cioè di alleanze sociali e politiche tra il lavoro salariato e tutti i settori subalterni al grande capitale. Oggi l’integrazione europea – cioè la compressione della democrazia, della spesa pubblica, e del salario – è l’elemento non unico ma certamente centrale per la costruzione di un tale blocco sociale.

di Domenico Moro- L’AntiDiplomatico
 

[1] Al primo congresso dei combattenti nel 1918 a Mussolini non fu neanche permesso di parlare.

[2] A. Gramsci, “Il Congresso di Lione”, in La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino 1971, p. 487.

[3] P. Togliatti, Corso sugli avversari, Einaudi, Torino 2010, pp. 8-9.

[4] D. Moro, “Quale antifascismo nell’epoca dell’euro e della democrazia oligarchica?”, Sinistra in rete, 26 settembre 2017. Vedi anche D. Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscire dall’euro è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, Reggio Emilia 2018.

[5] E. Brancaccio, “Classe (lotta di)”, in l’Espresso, 7 ottobre 2018.

[6] Ibidem.

[7] R. Hilferding, Il capitale finanziario, Mimesis edizioni, Milano 2011, p. 487.

[8] Episodio riferito all’economista Pietranera da un amico tedesco che parlò con Hilferding dopo la nomina di Hitler a cancelliere. Va ricordato che Hilferding pagò con la vita la sua militanza, morendo esule in Francia in circostanze ancora non chiarite. Sulla resa imbelle dei sindacati tedeschi e il rifiuto socialdemocratico di un fronte comune con i comunisti vedi F. Neumann, Behemot. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Bruno Mondadori, Milano 2000.

[9] K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Editori riuniti, Roma 1973. K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori riuniti, Roma 1977, pp. 212-216.

[10] Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 115. Il corsivo è mio.

[11] Cfr. A. Gramsci, “Tesi di Lione”, in La costruzione del partito comunista, op. cit., p.499.

[12] A. Gramsci, “Il congresso di Lione”, in op. cit., p. 483.

[13] Senza considerare i settori superiori del lavoro “dipendente” (management, ecc.), solo i lavoratori autonomi o indipendenti (15-74 anni), sebbene fortemente diminuiti con la crisi, sono quasi 5 milioni, di cui quasi 3,6 senza dipendenti. In Germania, con forze di lavoro molto più numerose, i lavoratori autonomi sono quasi 4 milioni (Eurostat database, LFS main indicators). L’Istat considera anche i coadiuvanti e arriva a circa 5,4 milioni, ossia il 23,2% degli occupati contro il 15,7% della media Ue (Focus – I lavoratori indipendenti. II trimestre 2017, 5 novembre 2018). Bisogna tenere conto che si tratta di un universo molto differenziato dal punto di vista del reddito, di classe e del rapporto con il capitale. Gli imprenditori veri e propri sono 273mila, mentre i lavoratori in proprio e i professionisti con dipendenti sono 1,1 milioni. Rimangono quasi 4 milioni di autonomi senza dipendenti.

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Il Brasile di Bolsonaro è una minaccia per l’Amazzonia

Cubadebate (italiano) - Ven, 09/11/2018 - 03:23

Jair-BolsonaroIl Brasile è in mano a Jair Bolsonaro. Ora a rischio c’è l’Amazzonia e a catena il pianeta. Almeno se il neo eletto Capo di Stato vorrà mantenere fede alle promesse sventolate nella sua vincente corsa al palazzo presidenziale.

Dove e quando ha incitato: la creazione di un asse di penetrazione stradale tra le verdi e incontaminate foreste, la cancellazione della legislazione vigente e lo smantellamento del Ministero dell’Ambiente, l’apertura al mercato libero dei taglialegna.

Nel programma elettorale ha persino sottolineato di voler bandire dal Paese le ONG internazionali, da Greenpeace al WWF, nemmeno fossero le peggiori organizzazioni terroristiche. In aggiunta ha giurato di alleggerire il rilascio delle licenze ambientali per lo sfruttamento minerario nelle riserve. E ovviamente, seguendo l’esempio di Donald Trump, prospetta di uscire dal “male assoluto che governa il mondo”: gli accordi internazionali di Cop 21 sul clima (anche se per il momento sembrerebbe aver fatto marcia indietro).

Un altro negazionista, e anche in questo caso non di poco conto, sfasato dalla realtà. Un leader visionario che si pone lo scopo, di per sé assai facile, di non rispettare i parametri che dovrebbero impedire l’aumento del riscaldamento globale.

Fino a oggi, lo Stato con la foresta tropicale più estesa al mondo è stato impegnato, con altalenante convinzione, nella riduzione dei danni ambientali. I precedenti governi, segnati purtroppo dalla perdurante corruzione sistemica e da scandali, hanno in parte frenato la deforestazione dei proverbiali polmoni del mondo, introducendo alcuni paletti.

La campagna zero deforestazione illegale si è posta come obiettivo il 2030. Inoltre, erano state attuate significative riduzioni nelle emissioni di carbonio. La ratifica dell’accordo di Parigi nel 2016 era stata accolta favorevolmente dagli indigeni, meno dall’industria del settore agroalimentare. Nel novembre del prossimo anno i negoziati dell’ONU sul climate change avrebbero dovuto tenersi in Brasile, a questo punto con l’oscurantismo di Bolsonaro il summit potrebbe cambiare sede. Perdendo un pezzo rilevante nella tutela del pianeta. Se così fosse siamo difronte ad un disastro immane, senza bisogno di evocare profezie bibliche. Gli effetti catastrofici non tarderanno a ricadere sulla popolazione globale.

Un passo indietro moralmente assurdo, ma che per varie ragioni gode del favore della maggioranza degli elettori. Peccato che la democrazia non abbia dato voce a chi non può parlare: fiumi, alberi, animali, ecosistemi unici e non riproducibili.

Ad affermarsi invece è stata la pancia dei cittadini (e il portafoglio dell’oligarchia bianca). A fare breccia mediatica sui social e nelle piazze sono stati: la voglia di cambiamento e il diffuso sentimento che Bolsonaro incarni l’uomo forte in grado di arginare la criminalità. In un Paese con un altissimo tasso di violenza: oltre 60mila omicidi l’anno. Poi in gioco sono entrati anche aspetti lucrativi. La domanda crescente di esportazione di carne bovina e soia necessita di un’ulteriore espansione dei terreni agricoli a spese delle aree boschive. Non è un caso che tra i principali “estimatori” di Bolsonaro ci sono i grandi latifondisti.

Chi credeva che il tycoon americano fosse l’unico “pazzo scriteriato” in materia di ambiente (beh… non solo di quello) da oggi dovrà ricredersi, dal “manicomio” è scappato anche Jair Bolsonaro, grazie a milioni di voti.

Anche se la distanza geografica che ci separa è tanta, difficile non condividere le paure di Dinamam Tuxá, coordinatore nazionale dell’Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile, secondo il quale Bolsonaro calpesterà i diritti delle minoranze: “Istituzionalizzerà il genocidio degli indigeni”.

Politico e uomo sopra le righe Bolsonaro, parà espulso dall’esercito per condotta irregolare, ha dimostrato apertamente e sfrontatamente di infischiarsene del rispetto per l’ambiente: nel 2012 venne denunciato per essere stato sorpreso a pescare in una riserva federale al largo della costa di Rio de Janeiro, motivo per cui gli venne anche comminata una multa di quasi tremila dollari.

Dal Nord di Trump al Sud di Bolsonaro, un intero continente rischia la deriva.

di Alfredo De Girolamo

da Huffpost, edizione italiana

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Università de L’Avana tra le 20 migliori dell’America latina

Cubadebate (italiano) - Gio, 08/11/2018 - 03:22

Universidad-HabanaL’Università de L’Avana (UH) è stata qualificata tra le 20 migliori università latinoamericane in prospettiva all’anno 2019, secondo il QS University Rankings Latin America.  

La più antica casa degli alti studi di Cuba ha recuperato 71 posti rispetto all’anno 2014, ed ora condivide la posizione 19 con l’Università del Costa Rica.

Il sistema QS è uno dei più usati e dei più attendibili indici di comparazione delle università del mondo, e come altri indici di questo tipo, si basa sulla qualità del corpo degli insegnanti, soprattutto per la composizione dei dottori in scienze; la produzione di conoscenze attraverso la ricerca scientifica negli anni precedenti; la relazione alunno–professore, e la visibilità della sua informazione in internet.

Considera anche il prestigio accademico, attraverso inchieste indipendenti ai laureati ed ai loro datori di lavoro a Cuba ed in tutto il mondo; un indicatore che per cause diverse non era stato valutato all’istituzione nel 2014, e che sì è stato adeguatamente considerato questa volta.

Questo indice di comparazione serve come riferimento per le azioni di internazionalizzazione dell’educazione superiore da parte di organizzazioni cosmopolite e di cittadini individuali, e colloca l’UH tra le 500 migliori di tutto il mondo, nonostante le limitazioni di risorse che provoca il bloqueo degli Stati Uniti contro l’Isola.

testo e foto: Granma

traduzione di Ida Garberi

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Melania Trump vestita da colonialista fa arrabbiare gli africani

Cubadebate (italiano) - Mar, 06/11/2018 - 19:51

Melania-Trump“Sahariane”, completi ispirati ai tempi delle colonie e dei safari alla Hemingway, infine il casco bianco, simbolo non proprio gradito dagli africani (e non solo) del colonialismo.

Per questo il look che Melania Trump ha sfoggiato in Kenya ha suscitato critiche e polemiche. Ieri la first lady americana ha visitato il David Sheldrick Wildlife Trust. E’ stata ripresa mentre viaggia a bordo di una jeep e mentre dà il biberon ad un elefantino. Ed è stata presa di mira sui social da critiche per la scelta del copricapo: “Era usato dai colonialisti durante i giorni più bui, non piace a noi africani, chi l’ha consigliata?”, ha commentato, per tanti, su twitter Pauleen Mwalo, di Nairobi.

Pollice verso anche da vari esperti.

Per Matt Carotenuto, storico e coordinatore degli Studi africani all’Università St. Lawrence, il casco bianco in Kenya è “come presentarsi in una fabbrica di cotone in Alabama in divisa confederata”.

Ma ieri il marito Donald Trump l’ha elogiata su Twitter, dicendo che in Africa la gente la ama.

 

da ParsToday

 

preso da L’AntiDiplomatico

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Brasile potrebbe rompere le relazioni diplomatiche con Cuba

Cubadebate (italiano) - Mar, 06/11/2018 - 03:35

BolsonaroIl presidente eletto del Brasile, di estrema destra, Jair Bolsonaro, ha messo in dubbio che manterrà le relazioni diplomatiche con Cuba.  In un’intervista, Bolsonaro si è dimostrato ironico domandandosi che tipo di affari potrebbe fare con l’isola caraibica.

“Guardi, rispettosamente, che affari possiamo fare con Cuba? Parliamo dei diritti umani?”, dopo una domanda dove gli chiedevano se prevede chiudere la sua Ambasciata a Cuba.

L’estremista di destra ha criticato che in Brasile ci siano circa 11.000 medici cubani lavorando nelle regioni povere della nazione sud-americana. I medici dell’isola sono in Brasile dal Governo della presidentessa costituzionale Dilma Rousseff (2003).

Invece, le autorità cubane hanno manifestato la loro disposizione a mantenere le relazioni con Bolsonaro, benché pensino in forma diversa da lui.

Rispetto al Venezuela, il presidente eletto ha spiegato che il suo ambasciatore si trova in Brasile e l’Ambasciata è già stata disattivata, ha dichiarato “non abbiamo più contatto”.

da Granma

preso da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

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