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Mosca, “insoddisfatta” dalle risposte offerte da Londra sul caso Skripal

Cubadebate (italiano) - Mer, 25/04/2018 - 03:48

skripalMosca non è soddisfatta con le risposte di Londra alle domande della parte russa sul caso di avvelenamento dell’ex agente doppio di intelligenza Serguéi Skripal e di sua figlia Yulia, afferma la missione permanente della Russia presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC). I rappresentanti russi hanno dettagliato che hanno ricevuto le risposte del Regno Unito la notte di questo lunedì 23.

“I materiali ricevuti dal lato britannico non ci soddisfanno. Certamente, avremo bisogno di tempo per un’analisi più dettagliata. La prima impressione è stata che i britannici non hanno risposto alle domande più importanti che abbiamo fatto”, hanno segnalato a RIA Novosti i rappresentanti della Russia nell’OPAC.

Da parte sua, il viceministro russo degli Esteri, Serguéi Riabkov, ha dichiarato che Mosca è “delusa” dalle risposte offerte da Londra sulle richieste di informazioni sul caso.

“Fino ad ora, sfortunatamente, non c’è stato un dialogo sostanziale. In risposta alle nostre domande legittime, sostanziali e ragionevoli, ai nostri segnali che vediamo molte incoerenze, o quanto meno, incoerenze logiche dalla posizione britannica, in risposta a tutto questo otteniamo un insieme di accuse vuote ed infondate”, ha criticato Riabkov.

Mosca ha inviato un sollecito con domande sul caso Skripal a Londra il 13 aprile scorso ed ha insistito che avrebbe dovuto ricevere al più tardi una risposta urgente il giorno 17. Regno Unito, rimettendosi alla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, ha risposto in un termine di dieci giorni.

Il 18 aprile, l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vasili Nebenzia, ha affermato che Regno Unito si nega ad ogni cooperazione con Russia nell’investigazione del caso dell’avvelenamento dell’ex doppio agente russo. Ha sottolineato che Russia ha formulato 47 domande sul caso, ma la parte britannica ha risposto parzialmente solo a due.

Con informazione di RT

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Emil Sader: “Per imporre i loro fallimenti, la destra latinoamericana cerca di riscrivere la storia”

Cubadebate (italiano) - Mar, 24/04/2018 - 03:02

Terrorismo VenezuelaQuando non riesci a cancellare la storia, devi cercare di riscriverla, dandole un senso radicalmente opposto a ciò che era nella realtà. Questo cerca di fare la destra latinoamericana rispetto ai governi progressisti di questo secolo nel continente.

Dopo l’euforia della proposta neoliberista, che avrebbe risolto tutti i problemi dei nostri paesi, riducendo la Stato alla sua dimensione minima, promuovendo il dinamismo del mercato, è arrivata la depressione dovuta all’esaurimento prematuro del modello. Non è possibile contestare il successo dei governi anti-neoliberisti, ragion per cui si cerca di cancellare questa parte della storia, di squalificare le sue personalità e fare finta che non siano esistite. Di modo che la storia (o meglio, la fine della storia) segua il suo corso, affinché il pensiero unico cerchi di imporre nuovamente le sue incontestabili verità e perché il Consenso di Washington rafforzi il suo carattere consensuale.

Affnché i governi possano nuovamente applicare gli stessi schemi falliti, diversi anni dopo, come se nulla fosse avvenuto. Dando la colpa del proprio nuovo fallimento ai governi precedenti, che avrebbero solo deviato l’economia dalla retta via.

La storia sarebbe già arrivata alla fine. E’ stata solo l’insistenza di alcuni leaders a tentare di riaprirla, cercando strade impossibili, controcorrente. Cercando di distribuire il reddito, quando si tratterebbe invece di concentrarlo. Espandendo il mercato interno di consumo popolare, invece di costringere a essere subordinati. Recuperando il ruolo attivo dello Stato, invece di ridurlo alla sua dimensione minima.

Nel complesso, ciò che è accaduto in questo secolo in vari paesi dell’America Latina sarebbe stato semplicemente un malinteso, una parentesi di equivoci nel percorso inesorabile dell’economia globale. Ciò che si deve fare, allora, è non solo riprendere la retta via, ma anche eliminare ogni elemento di questi tentativi, di modo che più nessuno sia ingannato e cerchi di contraddire il Consenso di Washington e violare il pensiero unico.
Non è successo nulla nel Venezuela di Hugo Chávez. Sarebbe stato solo l’uso esorbitante dell’elevato prezzo del petrolio ad arricchire funzionari di governo e a conquistare alleati esterni in cambio di petrolio. Non è successo nulla in Brasile, salvo lo spreco delle risorse pubbliche per distribuire il reddito contromano rispetto alla ricerca di competitività. Non è successo nulla in Argentina, salvo qualcosa di simile al Brasile. La Bolivia sarebbe la stessa dell’epoca di Sánchez de Losada nell’epoca di Evo Morales, eccetto la propaganda governativa. L’Ecuador è lo stesso di sempre, nonostante il governo di Rafael Correa.

Non si discute sulla natura di questi governi, non li si confronta ad altri, perché la discussione sarebbe molto scomoda. Si tratta allora di squalificare i leaders che hanno diretto questi governi. Tutti populisti, irresponsabili verso l’equilibrio dei conti pubblici, corrotti. Questo è sufficiente per cancellare i loro governi, le loro politiche sociali redistributive, il prestigio delle loro politiche estere sovrane, l’appoggio popolare che hanno ottenuto. Non si tratta di un dibattito storico, politico, economico, sociale, delle idee, ma solamente di incaricare il Potere Giudiziario, la polizia, i media, di distruggere reputazioni, accumulando sospetti, seppur mai provati. Lula, Cristina Kirchner, Hugo Chávez, Evo Morales, Rafael Correa, Pepe Mujica, sono squalificati, si tenta di distruggere la loro immagine tra il popolo dei loro paesi, per nascondere il fatto che le vittime del consenso neoliberista sono attribuibili alle destre latinoamericane, che non riescono a costruire alternative di governo che non siano il ritorno al modello sconfitto in America Latina e in tutto il mondo.

Per questo devono riscrivere la storia, cancellare periodi, leaders e governi, per riaffermare l’idea che non esiste alternativa ai loro fallimenti, che hanno prodotto le peggiori catastrofi ovunque governino.

di Emil Sader

traduzione di Marx21.it

da L’AntiDiplomatico

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Venezuela: Comunicato Ufficiale in risposta alla dichiarazione dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini

Cubadebate (italiano) - Sab, 21/04/2018 - 03:34

Comunicado-2Il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela respinge con forza la dichiarazione dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini, a nome dell’Unione Europea, cui è stata rilasciata il 19 aprile 2018, in chiara violazione dei principi più elementari del diritto internazionale e delle disposizioni riguardo il rispetto della sovranità, l’autodeterminazione dei popoli e la non ingerenza negli affari interni degli Stati, stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite.

Con questo tipo di posizione, l’Unione Europea e i suoi Stati membri danno un nuovo esempio della deplorevole subordinazione ai dettami del governo degli Stati Uniti d’America. Queste azioni costituiscono un’aggressione contro il popolo venezuelano e lo Stato venezuelano e le sue istituzioni legittime e sovrane.

È importante ricordare all’Alto Rappresentante che il sistema elettorale del Venezuela è uno dei maggiori punti di forza della nostra democrazia, è l’esempio del progresso del nostro popolo nel consolidare il loro diritto a scegliere in pace e senza l’ingerenza di alcuna nazione o potenza straniera. Il Potere Elettorale venezuelano è un pilastro fondamentale della patria venezuelana.

La sua efficienza e trasparenza sono state riconosciute in tutto il mondo ed è un punto di riferimento per molte nazioni democratiche, inclusi gli Stati dell’Unione Europea.

Il Potere Elettorale ha invitato, senza alcuna limitazione, degli osservatori internazionali, in particolare dell’Unione europea, in modo che possano attestare la trasparenza del processo elettorale che alcuni intendono mettere in discussione prima della sua realizzazione.

Nonostante le dichiarazioni dell’Alto Rappresentante, il Governo Bolivariano del Venezuela e le autorità elettorali ribadiscono l’invito che è stato presentato all’Alto Rappresentante a partecipare, in qualità di osservatore internazionale il prossimo 20 maggio, invito che è stato consegnato direttamente dal Ministro degli Affari Esteri Jorge Arreaza l’11 aprile a Bruxelles.

Allo stesso modo, il Ministro degli Esteri del Venezuela sollecita l’Alto Rappresentante a iniziare tutte le procedure, eque e appropriate, affinché le istituzioni finanziarie europee sblocchino i fondi e le operazioni dello Stato venezuelano, come segno di indipendenza di fronte la sottomissione dimostrata nei confronti delle misure unilaterali e illegali coercitive emesse dall’amministrazione di Donald Trump contro l’economia e il popolo del Venezuela.

ll Venezuela sarà sempre disposto a impegnarsi in un dialogo costruttivo con l’Unione Europea ei suoi Stati membri; un dialogo basato sul rispetto reciproco e sul trattamento tra uguali, come dimostrato nei giorni scorsi dal Presidente Nicolás Maduro, proponendo e realizzando la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il Regno di Spagna.

Oggi 19 aprile, data in cui si commemora l’inizio della ferma decisione del popolo venezuelano di essere libero e indipendente, riaffermiamo le idee di Símon Bolívar, che nel suo messaggio ai delegati del Congresso Anfictionico di Panama, li esortava a resistere contro ogni ingerenza negli affari interni delle nazioni latinoamericane. Nessun vestigio imperiale, nazione, gruppo di paesi o organizzazioni di qualsiasi tipo, può intervenire o influenzare la nostra indipendenza e il nostro incrollabile corso verso la libertà, la pace e la convivenza democratica.

Caracas, 19 aprile 2018

da Cubainformazione

traduzione: Francesco Monterisi

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Unità dei cubani è l’arma principale, affermano Raul Castro e Diaz-Canel

Cubadebate (italiano) - Ven, 20/04/2018 - 02:30

raul-y-díaz-cane-580x378L’unità del popolo costituisce la principale arma di difesa della Rivoluzione cubana, hanno affermato i deputati Raul Castro e Miguel Diaz-Canel, presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri uscente ed il nuovo eletto, rispettivamente.  

Entrambi sono intervenuti in una sessione storica che ha concluso l’installazione della IX Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare che, integrata da 605 deputati, ha scelto una nuova direzione del Consiglio di Stato, entità che rappresenta l’Assemblea tra i due periodi di sessioni: il Parlamento, secondo la Costituzione è nell’isola l’organo supremo del potere dello Stato e rappresenta la volontà sovrana di tutto il popolo.

Nel suo primo discorso come presidente del paese, Diaz-Canel ha anche sottolineato il ruolo del Partito Comunista di Cuba (PCC), come garante dell’unità necessaria degli abitanti della maggiore delle Antille.

Il mandatario, di 57 anni, fino ad oggi primo vicepresidente, ha assicurato la continuità del processo rivoluzionario che cominciò il 1º gennaio 1959, a partire da forze guerrigliere appoggiate dalla popolazione, il lascito della generazione storica, in questione del suo leader Fidel Castro (1926-2016) e di Raul Castro, e la lealtà di un esercito che “non smetterà mai di essere il popolo in uniforme”.

Inoltre, ha affermato che Cuba non farà concessioni contro la sua sovranità ed indipendenza, né negozierà principi o accetterà condizionamenti.

“Non cederemo mai davanti a pressioni o minacce. I cambiamenti che siano necessari li seguirà decidendo il popolo sovranamente”, ha sottolineato reiterando la sua fiducia in tutti i cubani il cui appoggio, ha detto, è fondamentale per affrontare le sfide che si presenteranno.

Da parte sua, Raul Castro ha fatto un appello per preservare la Rivoluzione, perché “è l’opera più bella che abbiamo fatto”.
Il primo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista e fino a questo giovedì presidente del paese caraibico ha risaltato la traiettoria del suo successore ed espresse la sua fiducia in Diaz-Canel.

La sua elezione non è stata un caso. Non dubitiamo che per le sue virtù, esperienza e consacrazione al lavoro avrà successo assoluto nel compito che gli ha affidato il nostro organo supremo del potere dello Stato, ha precisato.

Raul Castro ha pronunciato le parole di chiusura delle sessioni costitutive della IX Legislatura dell’Assemblea Nazionale, nelle quali ha riassunto i risultati e le sfide della Rivoluzione e del processo di aggiornamento del suo modello socioeconomico.

Ha anche anticipato la presentazione nella prossima sessione del parlamento, in luglio, di una commissione incaricata di abbordare i cambiamenti necessari per stabilire una nuova Costituzione in sintonia con la realtà del paese, che si discuterà col popolo e sottometterà a Referendum Popolare.

Allo stesso modo ha fatto riferimento alla situazione internazionale, segnata dall’aggressività dell’amministrazione statunitense diretta da Donald Trump, che si è impegnato ad aumentare il bloqueo economico, commerciale e finanziario contro Cuba ed ad amplificare le posizioni ostili.

“Qualunque strategia diretta a distruggere Cuba per la via del confronto o la seduzione affronterà il più deciso rifiuto del popolo e fracasserà”, ha affermato.

Il leader rivoluzionario, che si manterrà come primo segretario del Comitato Centrale del PCC fino al 2021, ha denunciato l’assalto contro Venezuela ed altri governi e popoli progressisti della regione, ha respinto il recente attacco statunitense contro Siria ed ha esatto la libertà dell’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva.
da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez/ Cubadebate

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Propongono Miguel Diaz-Canel come candidato alla Presidenza del Consiglio di Stato di Cuba

Cubadebate (italiano) - Gio, 19/04/2018 - 04:04

candidatura-cuba-5-580x398La Commissione delle Candidature Nazionale propone Miguel Mario Diaz-Canel Bermudez, come candidato alla Presidenza del Consiglio di Stato e del consiglio dei Ministri della Repubblica di Cuba, dopo che si è costituita l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare nella sua Nona Legislatura.  

Diaz-Canel fino al momento era primo vicepresidente del Consiglio dei Ministri, dopo avere occupato importanti responsabilità come dirigente del partito a Villa Clara e Holguin e come ministro di Educazione Superiore.

Il massimo organo di potere dello Stato cubano che presiede Esteban Lazo Hernandez, sceglierà oggi per voto segreto e diretto cinque vicepresidenti, un segretario e 23 membri in più del Consiglio di Stato in una giornata emotiva e trascendente alla quale ha assistito il Generale dell’Esercito, Raul Castro Ruz.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez/ Cubadebate

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Governo venezuelano inizia operativo contro boicottaggio alla moneta

Cubadebate (italiano) - Mer, 18/04/2018 - 03:56
Tareck El Aissami

Tareck El Aissami

Il vicepresidente del Venezuela, Tareck El Aissami, ha annunciato questo martedì uno spiegamento di un operativo di intelligenza e sicurezza nazionali denominati “Mani di Carta”, per lottare contro le reti di contrabbando di vendita di carta moneta che cercano boicottare la nuova valuta, che entrerà in vigore in giugno.  

Come parte dell’operativo iniziato lunedì scorso, si realizzerà il sequestro di 596 aziende valigetta (fraudolente), presuntivamente implicate nella vendita di biglietti per destabilizzare le finanze e l’economia del paese, ha affermato El Aissami.

Inoltre, ha affermato che dopo il primo spiegamento, 86 persone sono state fermate, 133 conti bancari nazionali bloccati per essere vincolati con la vendita illegale di bolivar alla frontiera della Colombia, come il sequestro di tre miliardi di bolivar e grandi somme di pesos colombiani e dollari.

L’operazione è stata catalogata come una delle più grandi della storia del Venezuela, iniziata con l’obiettivo di disarticolare le bande criminali che operano con la vendita di valute con prezzi speculati, la vendita del denaro contante e contrabbando della moneta.

da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

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Fidel Castro: “noi abbiamo scelto il socialismo perché è un sistema giusto”

Cubadebate (italiano) - Mar, 17/04/2018 - 01:33

Fidel-297Il 16 aprile 1961 il Comandante in Capo Fidel Castro ha parlato al popolo congregato nell’angolo di 23 e 12 nel quartiere del Vedado, a L’Avana.

Le sue parole erano un tributo alle vittime del bombardamento crudele da parte degli aeroplani nordamericani in distinti punti della Repubblica di Cuba, in queste, riaffermava il carattere socialista della Rivoluzione quando esprimeva:

 “Compagni operai e contadini: questo è la rivoluzione socialista e democratica degli umili, con gli umili e per gli umili. E per questa rivoluzione degli umili, con gli umili e per gli umili, siamo disposti a dare la vita.”

Fidel, come studioso delle idee “martiane”, marxiste-leniniste e l’ideologia di Engels ha avuto sempre la premessa che il popolo è l’unico che dirige e governa un paese, evidenziandosi come la chiave dei successi della Rivoluzione Cubana, di lì le sue parole il 2 dicembre 1976, nella costituzione dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare:

“Il socialismo, elevato alla sua più alta espressione con le idee di Marx, Engels e Lenin, ci ha insegnato anche le leggi che dirigono lo sviluppo della società umana e le strade che conducono al trionfo definitivo della nostra specie, su tutte le forme di schiavitù, sfruttamento, discriminazione ed ingiustizia tra gli uomini.”

Su perché abbiamo scelto il socialismo, il 3 febbraio 1991, ha dichiarato:

“… noi abbiamo scelto il socialismo perché è un sistema giusto, un sistema molto più umano, un sistema di vera uguaglianza…”

Nelle sue parole durante il 40º anniversario della dichiarazione del carattere socialista della Rivoluzione Cubana ha affermato:

“Senza il socialismo Cuba, benché senza pretenderlo, non si sarebbe trasformata in esempio per molte persone nel mondo e nella portavoce leale e costante delle cause più giuste.”

 “Senza il socialismo le famiglie cubane non potrebbero vedere crescere i loro figli sani, istruiti, preparati, senza paura di che qualcuno li induca alla droga, od al vizio, o possano morire nelle loro scuole con l’intervento dei loro stessi compagni. Senza il socialismo Cuba non sarebbe, come lo è oggi, la più solida barriera nell’emisfero contro il traffico di droga, a favore, perfino, della società nordamericana.”

 

Testo e Foto: Fidel Soldado de las Ideas

traduzione di Ida Garberi

 

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Medico di Douma: “Non abbiamo visto un solo paziente con sintomi di avvelenamento da sostanze chimiche”

Cubadebate (italiano) - Sab, 14/04/2018 - 04:49
medico siriano

medico siriano

Nuove testimonianze smentiscono il presunto attacco chimico nella città siriana di Douma.

Mentre molti paesi occidentali non hanno esitato a incolpare Damasco per il presunto attacco chimico perpetrato nella città siriana di Douma, ma allo stesso tempo stanno emergendo sempre più segnalazioni che negano che ciò sia realmente accaduto.

Questa volta, è stato il Ministero della Difesa russo che è riuscito a trovare due partecipanti diretti del video sulle “conseguenze” del presunto attacco e parlare con loro, come rivelato dal portavoce di questo dicastero, il generale di divisione Igor Konashénkov. Questi sono due medici che lavorano nel pronto soccorso dell’ospedale della città.

“Uno degli edifici della città è stato bombardato e ai primi piani c’era un incendio”, ha ricordato Jalil Azhizh. “Ci hanno portato tutti quelli colpiti in quell’edificio, gli abitanti dei piani superiori hanno mostrato sintomi di soffocamento dal fumo del fuoco”, ha spiegato.
“Mentre venivano curati, una persona che non conoscevo è venuta e ha detto che si trattava di un attacco con sostanze tossiche”, ha aggiunto il dottore.

“Ci stavano filmando e qualcuno è venuto e ha iniziato a urlare che si trattava di un avvelenamento chimico”, ha raccontato un altro testimone dei fatti. “Questa persona, uno sconosciuto, ha detto che le persone erano vittime di armi chimiche.”.

“La gente si è spaventata, c’è stata una zuffa, le famiglie dei feriti hanno iniziato a riversarsi l’acqua l’una sull’altra, e altre persone che non avevano una formazione medica hanno cominciato a spruzzarsi medicine per l’asma in bocca”, ha continuato Azhizh sottolineando che non hanno visto “né un solo paziente con sintomi di avvelenamento chimico”.

Alla fine dell’intervista, i testimoni hanno indicato nel video pubblicato sui media le “conseguenze” del presunto attacco chimico.

“Voglio sottolineare che questi non sono messaggi impersonali sui social network o dichiarazioni di attivisti anonimi”, ha precisato il generale Konashenkov nel presentare l’intervista in una conferenza stampa. “Vorrei sottolineare ancora una volta che queste sono persone che hanno partecipato direttamente a questi pseudovideo”, ha ribadito il portavoce russo.
da L’AntiDiplomatico

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Sessanta Lulas nella Camera: deputati aggregano “Lula” al loro nome ufficiale nel Congresso

Cubadebate (italiano) - Gio, 12/04/2018 - 05:05

Todos-somos-Lula-580x369“Sessanta Lulas nella Camera”. Così ha intitolato il Partito dei Lavoratori (PT) brasiliano il comunicato col quale ha informato che tutti i suoi deputati incorporano “Lula” ai loro nomi ufficiali nel parlamento in protesta per la detenzione del loro leader la settimana scorsa.  

“Sollecito che sia realizzata la sostituzione nella Camera bassa del nome parlamentare di Paulo Pimienta per quello di Paulo Lula Pimienta”, secondo la richiesta presentata dal leader del blocco del PT al presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia, al quale ha avuto accesso AFP.

Richieste simili sono state inviate a tutte le legislature che abbiano un pannello elettronico, comprese quelle degli stati e dei municipi, ha spiegato un portavoce del partito questo mercoledì.

“È una forma di solidarizzarsi con l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva (2003-2010)”, ha detto prima di citare che anche la presidentessa del partito, la senatrice Gleisi Hoffmann, ha aderito.

Lula Hoffmann, ora, ha avuto un gran protagonismo durante quasi 48 ore nelle quali Lula si è rifugiato in un sindacato prima di consegnarsi alla polizia sabato scorso. Inoltre, la senatrice ha pubblicato nei suoi account delle reti sociali una foto dell’ex mandatario, con impresso il suo nome Lula ed una lettera “t” aggiunta che forma la parola “luta” (lotta in portoghese).

di AFP

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Requiem per un sogno: Lula in prigione

Cubadebate (italiano) - Mer, 11/04/2018 - 03:55

Lula da SilvaIn queste ore Luiz Inacio Lula da Silva si trova in una cella a Curitiba (capoluogo del Paraná), adattandosi a quella che sarà la sua casa per i prossimi 12 anni: la prigione.

Mentre Tony Blair viaggia per il mondo e George W. Bush si riposa nel suo ranch texano, Lula invece resterà lì, dietro a delle sbarre, per 12 anni. Eppure, Bush e Blair hanno causato centinaia migliaia di morti con l’invasione dell’Iraq (650,000 civili morti solo nel triennio da marzo 2003 a giugno 2006). Inoltre, lo stesso Governo Inglese nel 2016 ha messo nero su bianco, col Rapporto Chilcot, che l’invasione dell’Iraq fu un atto criminale ingiustificato ed ingiustificabile: fu promossa con menzogne, non v’erano armi chimiche, non si perseguirono soluzioni pacifiche e fu violato apertamente il diritto internazionale (se mai ne sia esistito uno).

Cosa può aver mai fatto Lula da essere messo in galera per 12 anni, mentre restano liberi i mandanti di migliaia di morti?

Semplice: ha dato voce ai lavoratori e cercato un Brasile migliore anche per loro.

Lula è responsabile dell’aver osato un modello socialdemocratico in Brasile, togliendo dalla povertà più abietta circa 40 milioni di cittadini brasiliani (il 20% della popolazione circa). Lula è responsabile dell’aver garantito accesso all’università a 500,000 studenti poveri, spezzando un privilegio di classe per cui l’operaio non può avere il figlio dottore. Lula è responsabile dell’ingresso massiccio della classe lavoratrice, in gran parte nera o mulatta, nella vita politica del paese, scardinando ciò che prima era un monopolio privato dei ricchi, in gran parte bianchi.
Tutto ciò poteva essere, e fu, tollerato di controvoglia nel periodo delle vacche grasse: il boom delle materie prime, i cui prezzi esplosero tra il 2000 e il 2014, fu come una marea che sollevò tutte le barche, grosse e piccine. Finché la Cina continuò ad inghiottire petrolio, ferro e grano a ritmi crescenti, l’economia brasiliana, come anche altre nel Sud del mondo, crebbe vertiginosamente e si poté dare qualche briciola anche ai lavoratori.

Però ciò non poteva durare e dunque, al ritirarsi della marea, ecco la reazione violenta della classe padronale che non vuole cedere i suoi privilegi di classe: la villa ad Ipanema, i figli ad Harvard, la Maserati e i Rolex al polso.

La caduta di Dilma prima e la prigionia di Lula poi mostrano dunque la fine ed il limite del sogno brasiliano. Mentre il Partito dei Lavoratori, con il Partito Comunista del Brasile, perseguiva i diritti dei lavoratori e una più piena democrazia sostanziale, entrambe le sentenze sono state emesse nel rispetto formale delle leggi e delle regole democratiche: il Parlamento ha votato, i tribunali si sono espressi.

Gli stessi organi dello Stato Liberale, all’interno del quale Lula e Dilma pensavano d’aver trovato un compromesso tra capitale e lavoro, hanno mostrato la loro vera natura di classe e, con argomenti falsi e pretestuosi, hanno stroncato il sogno socialdemocratico brasiliano.

Lula è oggi in una cella a Curitiba perché ha dato voce ai lavoratori e cercato un Brasile migliore anche per loro all’interno del sistema capitalista. Il compromesso socialdemocratico è sì possibile, ma solo sotto vincoli esterni: il boom delle materie prime per il Brasile o il Patto di Varsavia alle porte per l’Europa. Tolti quei vincoli, il capitale torna a reclamare profitti e vite. Ecco perché bisogna abbattere il capitalismo e le istituzioni liberali che ne sono figlie: perché quando il dado è tratto, lo Stato Liberale imprigionerà sempre i Lula e lascerà liberi i Blair ed i Bush.

di Frunze

dal Sito nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana

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Escludono giovani cubani dal dialogo con rappresentanti di alto livello dei governi a Lima

Cubadebate (italiano) - Mer, 11/04/2018 - 03:45

sociedad-civilI giovani cubani sono stati esclusi dal dialogo tra gli attori sociali ed i rappresentanti di alto livello dei governi, previsto per giovedì 12 aprile, evento parallelo all’VIII Vertice delle Americhe.  

La delegazione cubana al V Forum delle Gioventù che inizierà domani nel Centro Imprenditoriale di San Isidro, è composta da 10 giovani che sono stati accreditati all’evento ed ora sono stati esclusi dal dialogo di alto livello.

Questo forum è integrato da 150 giovani di tutte le nazioni presenti, dei quali 50 sono stati convocati al dialogo. Nessun cubano è stato incluso.

Questa manovra ingiusta e servile agli interessi imperialisti ha permesso la partecipazione di tre mercenari nel V Forum della Gioventù.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Roberto Suarez

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Fuoco concentrato contro Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mar, 10/04/2018 - 00:07

hugo-chavez-asamblea-constituyente-venezuela-580x326La strategia di sicurezza nazionale del governo razzista di Trump (dicembre 2017) è la sedicesima che si emette per la legge Goldwater-Nichols (1986), che aggiorna il coordinamento dei comandi militari di combattimento per regioni per imporre la politica estera suprematista ai governi e popoli del mondo.

Obama e Trump danno la priorità alla produzione di idrocarburi (fracking) poiché “la sicurezza nazionale è la sicurezza economica”. Per indebolire le entrate delle economie di Russia, Iran e Venezuela. Mentre la Cina l’attaccano con restrizioni commerciali. Trump basa “la salvaguardia della pace mediante la forza” colpendo l’economia dei suoi nemici adducendo, unilateralmente, la concorrenza sleale e la difesa dei diritti umani.

Da qui che l’estensione del decreto di emergenza contro il Venezuela, come una insolita e straordinaria minaccia, è l’approfondimento della guerra economica senza alcuna pietà.

L’elezione del Presidente della Repubblica, il 20 maggio 2018, è decisiva per la strategia della guerra di IV generazione degli imperialisti: rovesciare il presidente Nicolás Maduro.

L’ingerenza si impone a fuoco concentrato con tutto l’arsenale internazionali (giuridico, politico, militare, comunicativo, tecnologico e finanziario) per delegittimare il processo elettorale ed, a sua volta, distruggere ed impossibilitare l’economia produttiva, colpendo il livello di vita della popolazione. È la barbarie capitalista che si materializza nell’irrazionale principio: il fine giustifica i mezzi.

Il paradosso è che l’economia venezuelana funziona secondo le regole del capitalismo, ma le si attribuisce la responsabilità al modello socialista. Prova di ciò è che i tassi di profitti (plusvalenze) più alte si concentrano negli oligopoli privati che importano alimenti: Cargill, Procter & Gamble, Coca-Cola, Nestle, Heinz e Polar-Lorenzo Mendoza, tra altri; e le corporazioni farmaceutiche transnazionali: Bayer, Pfizer, Glaxo, Merck e Roche, integrate nella Camera Venezuelana dei Medicinali che, storicamente, sono state privilegiate dai dollari a tassi preferenziali, ciò che mantiene la dipendenza economica, l’inflazione indotta, la fuga di valute estere e la crescita del debito estero.

Il mondo deve sapere che il fuoco concentrato contro il popolo del Venezuela è scatenato dalla commercializzazione di beni e servizi, che libera la speculazione dei prezzi e la carenza di prodotti; avvalendosi del facile profitto del cambio illegale di dolar today e del contrabbando verso il confine principalmente verso la Colombia. Aggiunto il blocco finanziario e l’assedio economico che colpiscono il consumo di proteine, carboidrati, vitamine e minerali; traducendosi nella perdita di peso e misura della popolazione venezuelana.

Indigna vedere gli alimenti e medicine sugli scaffali con prezzi speculativi, senza poter essere acquistati dal popolo; così come la carenza di prodotti importati da società private. Qui il nodo gordiano delle due facce della moneta che strangolano il funzionamento dell’economia venezuelana.

Eroica è stata la resistenza del popolo venezuelano a costo della fame e sofferenza imposte dagli immorali imperialisti e gente senza patria che invocano la crisi umanitaria, ma congelano le risorse statali e negano i crediti internazionali per danneggiare l’acquisto di cibo e medicine sul mercato.

La priorità strategica è garantire l’economia socialista, produttiva, diversificata, efficiente, sostenuta e trasparente.

L’Assemblea Nazionale Costituente con le leggi approvate, il governo ed il popolo dobbiamo eseguire:

1.- La centralizzazione dell’acquisto e distribuzione delle importazioni di beni e servizi da parte dello Stato venezuelano, la riproduzione capitalista deve essere fermata.

2.- L’acquisto diretto ai primari produttori nazionali e controllare la distribuzione dei prodotti attraverso la rete di trasporto dello Stato venezuelano.

3.- La sostituzione delle importazioni di materie prime, beni, parti di ricambio, macchinari e attrezzature dei settori dei 15 motori produttivi, che possono essere prodotti rapidamente nella nazione al fine di integrare l’agricoltura con l’industrializzazione ed i servizi, per raggiungere la sovranità e sicurezza economica.

4.- Acquisizione progressiva e graduale del 40% della produzione e distribuzione nazionale da parte del sistema economico comunale del Comandante Hugo Chávez.

5.- L’uso della Petro moneta per attirare divise estere che garantiscano gli investimenti strategici dei 15 motori produttivi, posti dal presidente Nicolás Maduro e per l’acquisto urgente di alimenti e medicinali essenziali.

6.- Monitoraggio e controllo della pianificazione, produzione, distribuzione, trasporto, stoccaggio, commercializzazione, consumo e sostituzione degli investimenti produttivi attraverso un sistema di registro contabile digitale nazionale.

di Edgardo Ramirez

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Foto: @RamonLoboPSUV/ Twitter

 

 

 

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Gaza, una notte con gli organizzatori della “grande marcia” alla viglia di un’altra giornata di lotta

Cubadebate (italiano) - Ven, 06/04/2018 - 03:24

GazaAttenti a quei popoli che non hanno più niente da perdere. O li sterminate dal primo all’ultimo o non vi daranno pace. Oppure, se davvero è la pace che volete, dovete  lasciare il campo alla giustizia. Questo potrebbe essere lo spassionato consiglio da dare a Israele dopo aver osservato dall’interno le dinamiche createsi a Gaza in questi decenni di sopraffazione e soprattutto dopo questi ultimi 11 anni di assedio.

La “grande marcia del ritorno” iniziata il 30 marzo con la giornata della terra è la risposta esasperata e forse definitiva allo strapotere israeliano che occupa la Cisgiordania e assedia Gaza. Secondo gli organizzatori la marcia non-violenta per ottenere i propri diritti andrà avanti fino al 15 maggio, giorno della Nakba, ma Israele, dall’alto del suo potere arbitrario e  senza antagonisti, ha già commesso una strage di innocenti venerdì scorso ed ha minacciato di commetterne una peggiore il prossimo venerdì per impedire che la marcia prosegua.

Davanti alla minaccia di un crimine le istituzioni preposte al rispetto del diritto internazionale dovrebbero intervenire Ma in questo caso non lo hanno fatto. Davanti all’esecuzione del crimine non potrebbero proprio non  intervenire. Ma non sono intervenute. Quindi Israele il prossimo venerdi commetterà una nuova strage come già minacciato, forte dell’impunità e del tacito assenso ottenuto col silenzio o tutt’al più il balbettio di governi e Istituzioni internazionali.

Questo lo sanno bene gli organizzatori della “grande marcia” eppure non demordono.

Siamo andati a passare una giornata con loro  per capire cosa li muove a sfidare la morte senza che sia visibile una vera e propria strategia vincente.

Siamo andati in uno dei punti caldi, a est di Khan Younis, dove venerdì scorso i cecchini israeliani hanno fatto tre vittime e un numero imprecisato di feriti, esattamente a  Khuza’a, cittadina già pesantemente colpita dall’aggressione israeliana del 2014, tanto che visitandola due anni dopo la sua distruzione si percepiva ancora l’accanimento feroce con cui Israele aveva voluto punire i suoi abitanti. Si percepiva, dalle ferite ancora aperte,  la volontà di sterminio che aveva guidato da terra e dal cielo quello che viene definito, per ossequio verso Israele, l’esercito più morale del mondo. Ma nonostante i suoi visibili sforzi e l’uso abbondante di armi, anche vietate,  contro gli abitanti di Khuza’a, l’Idf non era riuscito a eliminarli tutti e molti di loro, giovanissimi, con ferite nell’animo e a volte nel corpo che cicatrizzandosi hanno tolto loro la paura della morte, ieri sera erano là sul border, guardando disarmati – alla distanza imposta di 700 metri – il nemico armato al quale ripetono anche in questo modo la loro determinazione a resistere a costo della propria vita.
Compatti, giovani e meno giovani, uomini e donne, attrezzati con tende per dormire, per preparare il cibo, per offrire soccorso medico e per comunicare col mondo attraverso canali radio e internet, sono qui a migliaia ed hanno organizzato anche una danza a chiusura della giornata.

Chi scrive arriva sul posto scortata da persone che rendono sicuro ogni suo passo perché -  anche se sembra quasi di stare in una festa di paese animata da un caos apparentemente allegro – sia gli amici che le autorità locali non vogliono che i pochissimi occidentali presenti nella Striscia corrano alcun rischio.
Ci sono alcuni fotoreporter, nel concentramento di Khuzaa’a, che scattano foto e girano video che mostreranno al mondo la realtà, attività necessaria a far capire chi sia l’aggredito e chi l’aggressore, ma quelli che incontriamo sono tutti locali e l’occidente, si sa, subisce il “fascino” della narrazione israeliana anche quando stride violentemente con i fatti reali. E’ probabilmente per questo che accolgono l’arrivo di una testimone occidentale con un’accoglienza ancor più calda di quella che questo popolo di solito riserva agli ospiti. Questa testimonianza non avrà la capacità di rompere il muro eretto col favore dei media main strem, ma sarà comunque qualcosa, in fondo questo è il senso della stampa realmente indipendente, cartacea o on line che sia e loro lo sanno molto bene.

La folla che ha risposto alla chiamata degli organizzatori è composta da un popolo variegato  le cui differenze politiche non sono percepibili, perché militanti e simpatizzanti di ogni fazione sono tutti sotto l’unica bandiera palestinese mettendo in pratica, dal basso, quella riconciliazione necessaria e vincente che i vertici delle diverse formazioni politiche non sono ancora riusciti a realizzare.

Hanno raccolto un buon numero di pneumatici che bruceranno venerdì prossimo per coprirsi dietro una cortina di fumo che renderà più difficile ai cecchini mirare ai loro corpi e uccidere puntando al cuore e alla testa  oppure invalidare mirando al bacino come hanno fatto con centinaia di manifestanti lo scorso venerdì.
Passiamo qui alcune ore, fino a notte, intervistando in modo formale e informale uomini e donne, giovani e adulti, che con l’aiuto dell’interprete arabo parlano con noi in piena libertà e tutte e tutti ripetono che la paura ha lasciato il posto alla determinazione a ottenere il rispetto della legalità internazionale, quella stessa che viene regolarmente e impropriamente citata a difesa di Israele il quale non l’ha mai rispettata.
Chi con indubbia competenza, chi ripetendo in modo ingenuo di aver diritto a tornare nella propria casa, tutti fanno riferimento al Diritto internazionale e alla Risoluzione Onu 194 che, a parole, garantisce il loro diritto regolarmente violato.

Qui nella Striscia di Gaza la maggioranza della popolazione infatti vive nei campi profughi allestiti  dopo la Naqba, cioè la catastrofe che, nello stesso anno in cui veniva emanata la Dichiarazione universale dei diritti umani, vedeva il nascente Stato di Israele violarli  a danno dei palestinesi cacciati a centinaia di migliaia dalle loro case.

Avanziamo il dubbio che questa grande iniziativa sia un po’ la ripetizione di tante altre manifestazioni finite nel sangue e chiediamo cosa ci sia di diverso questa volta, a parte la durata programmata della grande marcia che dovrebbe chiudersi il 15 maggio.

Generalmente i palestinesi, quando li si intervista su questi temi, parlano di speranza ma questa volta al termine speranza hanno sostituito un avverbio: “kalas” cioè “basta”, e con una determinazione che qualche media filo-israeliano sicuramente definirà fanatismo o addirittura fanatismo antisemita, ripetono che la morte non li spaventa più e che preferiscono morire che seguitare a vivere senza libertà e senza diritti. Questo è il messaggio che vogliono mandare al mondo e che sono sicuri di riuscire a far arrivare. Diciamo ai nostri interlocutori che il mondo dei media e delle istituzioni segue la narrazione israeliana e ripete che questa grande iniziativa è organizzata e gestita da Hamas. La risposta è comune, sia da parte di chi appartiene alle fila si Hamas che da parte di tutti gli altri, ed in sintesi la risposta è “siamo al di là delle divisioni politiche e vogliamo che il mondo riconosca i nostri diritti“.

Tra gli attivisti  che intervistiamo c’è il giornalista free lance Walid Mahmoud, cittadino di Khuza’a, che ci rilascia una dichiarazione precisa e ci autorizza a pubblicarla , queste le sue parole tradotte dall’inglese:”Sì, la morte non ci spaventa, perché siamo persone che hanno perso molto negli ultimi anni e oggi in questo marzo non abbiamo nulla da perdere… negli ultimi anni l’occupazione israeliana ha commesso troppi crimini contro di noi … e ora non ci arrenderemo e continueremo a marciare fino a quando non vedremo azioni sul terreno, perché il troppo è troppo. Oltre 10 anni di assedio e tre aggressioni fanno di Gaza una realtà  invivibile, e noi dobbiamo mantenere ciò che rimane da Gaza anche se ci costerà la vita. Vogliamo i nostri diritti come qualsiasi altra persona su questo pianeta, la decisione delle Nazioni Unite dice che i profughi palestinesi devono tornare nella loro terra occupata e noi questo vogliamo…. Sono fotoreporter e attivista freelance di Gaza e sto lavorando duramente per sensibilizzare il mondo su Gaza. Il mio obiettivo nella vita è di far capire alle persone che sostengono gli oppressori che sono dalla parte sbagliata e vorrei vedere il mondo svegliarsi e permettere ai palestinesi di avere giustizia.
Mentre raccogliamo le nostre interviste, c’è chi ci porta il “qahwe” cioè il caffè palestinese al cardamomo, chi lo “shay” cioè il loro tè bollente alla salvia perché a quest’ora fa freddo, chi ci offre dolci o altro cibo, e nel caos di voci e musica ogni tanto si sente qualche colpo sordo, sono i soldati israeliani che sparano i tear gas il cui fumo si confonde con quello degli pneumatici bruciati.

Questa gente sa che venerdì prossimo Israele continuerà a offrire morte invece di accettare giustizia perché l’Onu non interverrà, ma loro resisteranno lo stesso e citano le parole di Arafat e di altri combattenti del mondo “preferiamo morire in piedi che vivere in ginocchio“  e intanto ci invitano ad assistere alla danza tradizionale che balleranno tutti insieme centinaia di uomini di ogni età. Non si tratta della dabka, ma della dhiya e la differenza non è piccola cosa perché la dhiya ha un preciso significato e forse qualche antropologo israeliano lo sa e farebbe bene a farlo sapere anche al suo governo. La dhiya è un’antica danza araba di origine  tribale che ha la funzione di sollevare gli animi, dare coraggio e creare entusiasmo collettivo prima di una battaglia. E’ insomma una danza di guerra che non porta alla resa.
Questo popolo, di fronte a un nemico tanto armato quanto spietato sta ballando a mani nude la dhiya. Questo significa che questo popolo non si arrenderà. Perché non ha più niente da perdere.
Israele ha solo due alternative:  o sterminare ogni individuo di questo martoriato popolo, ma non ci riuscirà, o vivere con l’incubo che ci sarà sempre qualcuno a presentargli il conto dei suoi crimini.
Se l’Onu, ormai screditata proprio dalla sua accondiscendenza verso i crimini israeliani riuscisse a prendere le giuste misure per condurre Israele nell’ambito della legalità la dhiya verrebbe danzata per festeggiare la vittoria della giustizia e non per prepararsi all’ultima battaglia.

Noi siamo solo osservatori e testimoni, quindi non ci resta che osservare e comunicare ciò che abbiamo visto e ciò che succederà nei prossimi giorni sperando, come umani e non solo come comunicatori, che dopo 70 anni possa esserci la sterzata giusta per interrompere questa mattanza di vite e di diritti.

Patrizia Cecconi
Gaza 5 aprile 2018

da L’AntiDiplomatico

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Russia: Caso Skripal è una provocazione dei servizi segreti degli USA e del Regno Unito

Cubadebate (italiano) - Gio, 05/04/2018 - 03:28

skripalIl capo del servizio di intelligenza estera russo, Serguei Naryshkin, ha qualificato ieri il caso Skripal come una “provocazione grottesca” dei servizi speciali britannici e statunitensi.

“Nonostante il caso della provocazione grottesca del caso Skripal, fabbricato grossolanamente dai servizi del Regno Unito e degli Stati Uniti, alcuni degli Stati europei non si sono affrettati nel seguire ciecamente Londra e Washington, e preferiscono comprendere quello che è accaduto”, ha dichiarato Serguei Naryshkin in una conferenza internazionale sulla sicurezza, celebrata a Mosca.

Inoltre, Naryshkin ha esortato a “recuperare un dialogo sano” tra Mosca e gli occidentali, in questo caso dell’ex spia doppio russo, avvelenato in Inghilterra, per evitare una nuova crisi dei missili di Cuba.

“È necessario terminare con questo gioco irresponsabile che consiste in continuare a ravvivare il falò, e rinunciare alla forza nelle relazioni internazionali, per non portare le cose fino ad una seconda crisi dei missili di Cuba”, dichiarò Naryshkin.

“La comunità internazionale deve ritornare ad un dialogo sano (…)” ha aggiunto.

Londra ha denunciato che Russia sia la responsabile dell’attacco perpetrato agli inizi di marzo a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, per avvelenare con un agente neurotossico Serguei Skirpal, un ex agente doppio che ha lavorato per i servizi segreti britannici, e sua figlia Yulia.

Mosca nega queste accuse che condussero alla più grave crisi diplomatica tra Est ed Ovest dalla Guerra Fredda ed all’espulsione di circa 300 diplomatici tra le due parti interessate.

con informazione di AFP

preso da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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L’appello di Oliver Stone e Noam Chomsky per la libertà d’espressione di Assange

Cubadebate (italiano) - Mer, 04/04/2018 - 03:00

Julian AssangeRivolgiamo un appello al Governo dell’Ecuador affinché permetta a Julian Assange il suo diritto alla libertà di espressione.  Se mai c’è stato un momento in cui risultava chiaro che il caso di Julian Assange non è mai stato solo un caso legale, ma una battaglia per la protezione dei diritti umani fondamentali, è questo.
Citando alcuni messaggi di twitter critici sulla recente detenzione del presidente catalano Carles Puigdemont in Germania, e dopo quella che sembra essere la pressione degli Stati Uniti, della Spagna e del Regno Unito, il governo ecuatoriano ha istallato un dispositivo di blocco elettronico per evitare che Julian Assange possa comunicar in qualche modo con il mondo esterno attraverso Internet e telefono.
Per garantirne l’isolamento totale, il Governo ecuatoriano si rifiuta di permettergli di ricevere visite.
Nonostante due chiare sentenze delle Nazioni Unite, che descrivono a sua detenzione come illegale e che ne ordinano la liberazione immediata, Julian Assange è stato davvero incarcerato fin dal suo primo isolamento nella prigione di Wandsworth, a Londra, nel dicembre 2002.
Julian non è mai stato accusato di nessun crimine. Il processo svedese contro di lui ha collassato ed è stato ritirato, mentre gli Stati Uniti hanno intensificato i loro sforzi per processarlo. Il suo unico “delitto” è quello di un vero giornalista: dire al mondo le verità che l’opinione pubblica ha diritto di sapere.
Durante il Governo del precedente Presidente, il governo ecuadoriano ha resistito coraggiosamente contro il potere intimidatorio degli Stati Uniti ed ha concesso l’asilo politico ad Assange come rifugiato politico. Il diritto internazionale e l’etica dei diritti umani erano dalla parte dell’Ecuador.
Oggi, sotto la pressione estrema di Washington e dei suoi collaboratori, un altro Governo, in Ecuador, giustifica la museruola ad Assange, affermando che “il comportamento di Assange attraverso i suoi messaggi nelle reti sociali, mette in pericolo le buone relazioni che questo paese mantiene con il Regno Unito, il resto dell’Unione Europea e altre nazioni.
Questo attacco di censura alla libertà di espressione non sta avvenendo in Turchia, in Arabia Saudita o in Cina; accade proprio nel cuore di Londra. Se il Governo ecuadoriano non la smette con quest’ azione impropria, diventerà lui stesso un agente persecutorio invece di una coraggiosa nazione che ha difeso la libertà e la libertà di espressione. Se l’Unione Europea e il Regno Unito continuano ad essere parte dello scandaloso silenzio messo in atto intorno ad un vero dissidente fra di loro, significherà che la libertà di espressione in realtà sta morendo in Europa.

Qui non si tratta solo di dimostrare appoggio e solidarietà. Noi rivolgiamo un appello a tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani fondamentali affinché chiedano al Governo dell’Ecuador di continuare a difendere i diritti di un coraggioso attivista della libertà d’espressione, giornalista e denunciante.
Chiediamo che i suoi diritti fondamentali vengano rispettati sia in quanto cittadino ecuatoriano che come persona internazionalmente protetta; chiediamo che non lo si condanni al silenzio e che non venga espulso.
Se Julian Assange non ha libertà di espressione, non c’è libertà di espressione per nessuno di noi, indipendentemente dalla diversità di opinioni che possono esistere fra di noi.
Facciamo un appello al Presidente dell’Ecuador, Lenín Moreno, affinché ponga fine adesso all’isolamento di Julian Assange.

 

Firmano:

Noam Chomsky, linguista e teorico politico

Oliver Stone, regista

Yanis Varoufakis, economista, ex ministro della Grecia

Slavoj Zizek, filosofo, Istituto di Studi Umanistici Birkbeck

Vivienne Westwood, disegnatrice di moda, attivista

Pamela Anderson, attrice, attivista

John Pilger, giornalista e cineasta

Brian Eno, musicista

Alicia Castro, Ambasciatrice dell’Argentina presso il Regno Unito

Natalia Viana, giornalista di inchieste e condirettrice dell’Agencia Publica, Brazil

John Kiriakou, ex funzionario antiterrorista della CIA, già capo investigatore del Comitato dei Rapporti con l’Estero del Senato degli Stati Uniti

Ray McGovern, ex analista della CIA, assessore capo

Teresa Forcades, Monaca benedettina, Monastero di Montserrat

Jacob Appelbaum, giornalista freelance

Angela Richter, direttrice di teatro, Germania

Sally Burch, giornalista anglo-ecuatoriana

Charles Glass, scrittore anglo-americano, giornalista radio

Naomi Colvin, Courage Foundation

Chris Hedges, giornalista

Srecko Horvat, filosofo, Movimento Democrazia in Europa (DiEM25)

de L’AntiDiplomatico

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Fady Marouf: in Siria, nessuna famiglia si è salvata dalla guerra

Cubadebate (italiano) - Mar, 03/04/2018 - 04:05

 

Fady Marouf

Fady Marouf

“Per questa libertà di essere strettamente legati con la parte essenziale, forte e dolce, del popolo bisognerà darlo tutto (…) se fosse necessario perfino l’ombra e non sarà mai sufficiente”.

Fayad Jamis

 

“In Siria, su centomila famiglie, può essere che ce ne sia una sola che non abbia ferite della guerra, tutte hanno morti, feriti, sfollati. Qualcuna è dovuta emigrare 4 o 5 volte, fuggire da casa sua solamente con i vestiti che aveva addosso, per un attacco terroristico”. Chi mi sta trasmettendo queste verità terrificanti è Fady Marouf, un giornalista siriano, collaboratore dell’Agenzia di Notizie Prensa Latina, di Cuba, che è venuto sull’isola caraibica per ricevere la ben meritata Distinzione Felix Elmuza che concede l’Unione dei Giornalisti di Cuba. Fady è un uomo molto coraggioso, molto riconoscente verso Cuba, perché grazie alle borse di studio che l’isola concede agli studenti del suo paese ha potuto studiare qui a Santa Clara “Letteratura Spagnola”, dal 1997 fino al 2003, ed in seguito è ritornato in Siria per incorporarsi nel Ministero di Comunicazione.

“Per me, Cuba significa tutto, qui ho imparato ad essere una persona coraggiosa, che ama la sua patria, ad appoggiare i più umili, a resistere, che cosa significa la parola resilienza, ho conosciuto persone che adesso considero come i miei fratelli”, mi dice Fady molto emozionato.

“Sono un ragazzo che proviene da una famiglia povera di una provincia del centro di Siria, Hama, vivo in Damasco per il mio lavoro e nella capitale è molto facile incontrarti con la morte. Io l’ho avuta a pochi metri ed a pochi secondi da me, mi sono salvato già 7 volte, ma il momento più pericoloso è stato quando i terroristi sponsorizzati dagli USA hanno messo un’autobomba, un giorno, alle tre del pomeriggio fuori da casa mia, tre anni fa, mi sono salvato per caso, sono stato ferito gravemente, ma la casa è stata distrutta. Per fortuna, mia moglie ed i miei figli non erano in casa, ma sono morte 6 persone del quartiere e 4 sono state ferite. Per spiegarti, il mio paese natale, Rabù, di 4000 abitanti, conta già 110 morti, tra civili e militari. Dopo il 2011, da quando è cominciata questo guerra genocida, l’unica cosa nuova che abbiamo potuto costruire nel paese è stato il Cimitero dei Martiri”.

Fady si accorge della mia espressione, triste ed arrabbiata nello stesso tempo e mi dice: “non so se puoi capirmi…….”. Ha ragione, io non so che cosa significa questa tragedia perché non ho mai vissuto personalmente una guerra, posso solo vergognarmi per il mio paese di nascita, Italia, che è il principale venditore di armi e mine antiuomo ai terroristi assassini in Siria, supposti “ribelli”, secondo i gringo. È che non posso continuare a scrivere senza fare una domanda retorica: fino a quando quelli sotto a sinistra permetteremo che i gringo ripetano lo stesso copione dell’Iraq, della Libia, affinché i popoli attaccati da loro possano contare solo morti o cimiteri?

“Mio cognato è stato sequestrato dall’Isis, nella provincia di Raqqa, e non abbiamo più saputo nulla di lui, la zona è già stata liberata e non si sono incontrati indizi su di lui, è già stato dichiarato morto. Sicuramente l’hanno decapitato per essere un poliziotto ed essere fedele a Bashar al Assad”.

“Quello che più mi infastidisce dell’ipocrisia degli USA è che chiamano questi assassini terroristici ‘moderati’: che cosa hanno di moderato dei criminali che decapitano la gente solo perché porta dei pantaloni corti che lasciano scoperte le ginocchia? Davvero non posso assimilarlo, mi sento molto impotente davanti alle menzogne dei governi occidentali”.

“Non capiscono che i mostri terroristici sono i loro ‘frankenstein’ di questa epoca, che si rivolteranno contro i loro padroni, morderanno la mano che li ha alimentati”.

“Gli Stati Uniti vivono inventando e raccontando menzogne ai popoli, i terroristi non solo sono pagati dai gringo, ma anche li evacuano per salvarli dagli attacchi dell’esercito siriano e perfino bombardano ipoteticamente ‘per errore’ le milizie fedeli al governo di Bashar al Assad”.

“È incredibile come tu, in Siria, puoi vedere terroristi che stanno sequestrando gente, secondo loro infedeli, per decapitarli ed in un canale di televisione straniero, nello stesso momento, stanno presentandoteli come difensori della pace e come moderati. Il Fronte al Nusra è il peggio di Al Qaeda, non ha niente di democratico, nessuno può ingannarmi!”.

“Ma scusatemi, assassini appoggiati dall’Arabia Saudita, una monarchia, cosa possono avere di democratico? Per sapere come è realmente l’Arabia Saudita possiamo chiedere alle donne saudite, che libertà hanno nel loro paese, dove le trattano come schiave?”.

“Israele è un altro dei nemici principali della Siria, sempre è stato preoccupato per il trattato di aiuti mutui tra Siria ed Iran, che è stato firmato negli anni ‘ 90. Iran c’appoggia con alimenti, medicine, armi e munizioni. In questo momento a Damasco i prodotti alimentari più economici sono gli iraniani”.

Fady mi racconta che dopo l’abbattimento dell’aeroplano F-16 israeliano due mesi fa, “Israele dovrà pensarci su prima di massacrare il popolo siriano solo perché ne ha voglia. Gli israeliani sono spaventati per la forte resistenza popolare (tipo Hezbola) e dell’esercito siriano nella vicinanza del Golan, territorio siriano occupato illegalmente da Israele”.

Fady continua a riferirmi che: “le potenze occidentali sanno bene che il nostro alleato più importante, Russia, ha già vinto la guerra, loro non vogliono ammetterlo, ma grazie alla capacità di questo paese di aiutarci in tutti i fronti, di rappresentarci nei dialoghi di pace, di lottare per una soluzione pacifica, già le loro menzogne non hanno molto effetto”.

Per concludere, Fady vuole chiarire che, come cittadino siriano, il futuro della Siria dipende dall’esercito siriano e che Bashar al Assad è l’unico garante dell’unità nel suo paese.

“Il pianeta deve capire che il nuovo ordine mondiale dipende dall’esercito siriano, ogni proiettile dell’esercito che ammazza un terrorista sta costruendo la pace, l’esercito siriano compie gli ordini perché è fedele, l’ha fatto con molti sacrifici, con le perdite di più di 100.000 militari, ma sa che tutto questo è molto meno che pagare il prezzo di ritornare al medioevo, come pretendono i jihadisti ed i giornalisti mercenari pagati dai mezzi occidentali, entrambi rappresentano una classe stipendiata dall’imperialismo più feroce”.

testo e traduzione di Ida Garberi

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La politica estera degli Stati Uniti: il circolo estremista si chiude

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 22:56

mike-pompeoNel mezzo dell’ambiente febbrile che si vive nalla Casa Bianca, le recenti nomine del presidente Trump a posti-chiave della sua amministrazione riflettono chiaramente l’accento militarista, di potere forte e di ricatto imperiale che questi sta imprimendo alla politica estera statunitense.

Insieme ai cambi al comando del Dipartimento di Stato e del Consiglio di Sicurezza nazionale, anche il bilancio che Trump ha appena firmato lo scorso venerdì, per quello che resta dell’esercizio fiscale 2018, mostra la preminenza delle politiche della forza sulla diplomazia, nel più classico stile detto “hard power”. Mentre le assegnazioni al Dipartimento della Difesa crescono più di 60 mila milioni di dollari, il bilancio della cancelleria statunitense e dei suoi organi per la diplomazia pubblica è stato tagliato del 32%. Mentre la spesa totale per la difesa, compreso il rinnovamento dell’arsenale nucleare, arriva a 700 mila milioni di dollari, il resto delle spese raggiungerà i 591.000 milioni. Gli Stati Uniti spenderanno in difesa più di quello che spendono i sette paesi che li seguono.

Nel presentare un anno fa la proposta di bilancio 2018, il direttore dell’Ufficio del Bilancio di Trump, Mick Mulvaney, è stato deciso: “Il presidente ha detto che avremmo speso meno denaro per la gente di fuori e più per quella di casa”. “E’ un bilancio di potere duro, non morbido, ed è intenzionale. Questo è il messaggio che vogliamo inviare ai nostri alleati e agli avversari. Questo è un Governo forte e potente”, ha detto in conferenza stampa.

I falchi fanno il nido

In una parodia con i giorni più sinistri dell’amministrazione W. Bush, vecchi e nuovi falchi assumono la conduzione della politica estera imperiale.

Donald Trump ha appena nominato come suo Consigliere alla Sicurezza nazionale il sinistro John Bolton, uno dei principali promotori della guerra in Iraq. Nel 2001 Bolton divenne sottosegretario di Stato per il controllo delle armi, una posizione che prese peso alla vigilia dell’invasione dell’Iraq perchè la giustificazione di Bush per attaccare si incentrava sul presunto possesso di armi chimiche e biologiche da parte di Saddam Hussein, che poi non furono trovate. “Siamo sicuri che Saddam Hussein ha nascosto armi di distruzione di massa” disse Bolton in un discorso nel 2002. E’ una figura così polemica a Washington che nel 2006 dovette abbandonare il suo posto di ambasciatore statunitense all’ONU dopo soli 14 mesi, a causa del rifiuto del Congresso di confermargli definitivamente l’incarico, a cui Bush l’aveva nominato approfittando di una sospensione congressuale.

Bolton, 69 anni, che assumerà le sue nuove funzioni il 9 aprile, è stato una delle candidature ipotizzate da Trump quando vinse le elezioni per essere a capo del Dipartimento di Stato. L’uomo è un indocile difensore dell’unilateralismo egemonico di Washington. Tra le sue frasi più celebri se ne trova una che è un’autentica espressione della sua intolleranza: “Per me, se l’ONU perde 10 piani, non fa proprio differenza” disse nel 1994 quando Kofi Annan annunciò la volontà di limitare i conflitti armati per sostituirli con le forze di pace dell’ONU. In una conferenza stampa disse anche che “le Nazioni Unite non esistono come istituzione” e, quando gli domandarono in che modo avrebbe riformato il Consiglio di Sicurezza, fu assolutamente chiaro: “La riforma sarebbe mettere nel Consiglio di Sicurezza un solo membro permanente perchè questo è il riflesso reale della distribuzione del potere nel mondo. Questo membro sarebbero gli Stati Uniti”.

Commentatore abituale sulla catena televisiva FOX, Bolton è un’ideologo ultra-conservatore, veemente difensore dell’ “interesse nazionale” degli Stati Uniti, che appoggia senza problemi gli attacchi militari come strategia preventiva. “E’ perfettamente legittimo che gli Stati Uniti attacchino per primi per rispondere alla ‘necessità’ (di difesa propria) che le armi nucleari della Corea del Nord rappresentano ” ha scritto in un articolo pubblicato due settimane fa sul quotidiano The Wall Street Journal.

Bolton avrà, a quanto pare, un buon alleato nella Segreteria di Stato. L’uscita di Rex Tillerson da questo incarico non ha sorpreso nessuno. Il magnate del petrolio non andava d’accordo con il magnate immobiliare e dei reality shows televisivi che oggi comanda nel palazzo presidenziale di Washington, per quanto alla lunga condividessero i propositi strategici. Tutto il contrario di quello che succede con Mike Pompeo, il nuovo capo della diplomazia statunitense, che viene considerato il più leale a Trump dei membri del gabinetto. “Con Mike Pompeo abbiamo un modo di pensare molto simile” ha detto il presidente annunciando la sua nomina.

Pompeo viene da una fulminante carriere politica, convenientemente finanziata dai reazionari fratelli Koch (miliardari ultraconservatori, n.d.t.). Laureato all’Accademia Militare di West Point, nel 2010 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti dove è stato sei anni, fino a che Trump l’ha nomimato capo della CIA. Ha acquistato fama a Washington per la durezza con cui ha criticato Hilary Clinton nella commissione speciale di indagine sull’attentato di Bengasi (Libia) del 2012, quando l’ex candidata presidenziale era segretaria di Stato. L’inchiesta finì senza addebitare responsabilità alla Clinton, ma Pompeo definì il caso qualcosa di “peggiore del Watergate sotto alcuni aspetti”. Questo lo mise in luce verso Donald Trump al momento di formare il suo governo.

Lo si considera un falco, seguace della politica ultraconservatrice del Tea Party. La sua visione come direttore della CIA era chiaramente imperiale: “Per avere successo, la CIA deve essere aggressiva, implacabile, tenace”, affermò. Non poche volte ha richiesto, con sarcasmo, la possibilità di assassinare il leader nordcoreano Kim Jong-un, provocando timori di una probabile ritorno di Washington alla pratica dell’assassinio di capi stranieri. Pompeo, che ora deve combattere con le difficoltà della politica estera, si è mostrato sostenitore di un “cambio di regime” nella Corea del Nord e del sabotaggio degli accordi nucleari con l’Iran. La coppia Bolton-Pompeo sarà ben assistita nella proiezione aggressiva verso il resto del mondo dall’ambasciatrice USA all’ONU, Nikki Haley, una despota con un incarico diplomatico.

Lo scorso dicembre Nikki Haley minacciò di rappresaglie gli Stati membri dell’ONU se avessero appoggiato una risoluzione che criticava la decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, e disse che il presidente Donald Trump prendeva la votazione come “un affare personale” e che gli Stati Uniti avrebbero “preso nota dei nomi”. In una lettera diretta ai rappresentanti di 180 paesi, Haley avvertì: “Il presidente osserverà attentamente questa votazione e mi ha chiesto di informarlo sui paesi che hanno votato contro di noi. Prenderemo nota di ogni voto su questa questione”. A questo ha aggiunto un messaggio energico sul suo account di twitter: “Nell’ONU ci chiedono sempre di fare di più e di dare di più. Per questo, quando prendiamo una decisione per volontà del popolo statunitense su dove mettere la NOSTRA ambasciata, non ci aspettiamo che quelli che aiutiamo ci attacchino. Giovedì si voterà su una critica alla nostra decisione. Gli USA annoteranno i nomi”. Due semplici perle del pensiero e dell’agire della dama dell’équipe di Trump per la politica estera.

Venezuela e Cuba nel mirino

Se qualcosa distingue e unisce i personaggi nominati è la loro profonda visione ingerentista e imperiale su Venezuela e Cuba, la loro vicinanza al senatore Marco Rubio e il loro sguardo sull’America Latina come cortile posteriore che deve essere ubbidiente. Tutti devono ricordare il prepotente intervento della signora Haley alle Nazioni Unite il giorno che fu approvata, con maggioranza assoluta, la risoluzione contro il blocco statunitense a Cuba, intervento che ricevette una decisa risposta dal cancelliere cubano.

Haley non ha smesso di usare la tribuna dell’ONU per attaccare continuamente Cuba e il Venezuela.

Recentemente è stata a Miami per una riunione con la più rancida risma anticubana. Haley si è incontrata all’Università Internazionale della Florica (FIU) con i congressisti anticubani Ileana Ros-Lehtinen, Marco Rubio, Carlos Curbelo e Mario Dìaz-Balart per discutere, secondo i reportages, su “come si può rafforzare la democrazia in America Latina e specialmente a Cuba e in Venezuela”. Secondo il senatore Marco Rubio, l’incontro è stato organizzato su richiesta di Nikki Haley per conoscere le richieste degli esiliati di Cuba e Venezuela, anche se si è parlato dello stato attuale degli affari nordamericani in America Latina e della relazione degli Stati Uniti con la regione.

Il nuovo segretario di Stato Mike Pompeo, da parte sua, è l’appoggio di Marco Rubio nella confezione delle menzogne sui presunti “attacchi sonori” a Cuba contro funzionari statunitensi, buona parte dei quali sono, secondo l’agenzia AP, funzionari dei servizi segreti. Questo è stato denunciato da varie fonti e ultimamente ratificato anche dal giornale spagnolo El Paìs, che attribuisce i presunti attacchi acustici contro funzionari statunitensi a Cuba ad un complotto della CIA per raffreddare ed, eventualmente, chiudere il processo di avvicinamento delle due nazioni.

Sia Pompeo che Rubio condividono la linea ideologica ultraconservatrice del Tea Party. Hanno da anni uno stretto legame. Nel 2015, quando Pompeo era rappresentante del Kansas, co-patrocinò il progetto di legge presentato da Rubio, il “Cuban Military Transparency Act” per impedire qualsiasi transazione finanziaria con società gestite dai militari cubani. Allora tale legge non fu approvata, ma il presidente Trump li lodò nei suoi annunci sulla politica verso Cuba nel giugno 2017. Appena tre giorni dopo quel discorso di Trump a Miami, il direttore dell’Agenzia Centrale di Intelligence (CIA), Mike Pompeo, partecipò ad una riunione a Langley, il 19 giugno, con vari membri della Brigata mercenaria 2506 guidati da Félix Rodrìguez Mendigutìa (uno delle persone coinvolte nell’assassinio del Che in Bolivia) ed altri personaggi, tra cui il commissario della contea di Miami-Dade, Estaban Bovo Jr:, lo Sceriffo Jorge Gutièrrez Izaguirre e il senatore cubano-americano Marco Rubio.

Pompeo è stato anche un attivo paladino delle politiche anti-venezuelane dell’amministrazione Trump. Lo scorso gennaio, durante un interscambio nell’American Enterprise Institute, alluse all’influenza che aveva avuto, tramite la CIA, perchè Trump disponesse sanzioni contro il governo di Nicolàs Maduro, in base “alle informazioni che avevamo fornito e che lui ci aveva chiesto”. Già nel luglio 2017 l’allora direttore della CIA aveva fatto alcune polemiche dichiarazioni sul Venezuela durante un forum sulla sicurezza dell’Istituto Aspen, in Colorado. “Abbiamo molte speranze che si possa avere una transizione in Venezuela e la CIA sta facendo del suo meglio per capire le dinamiche in luogo”. “Il Venezuela potrebbe trasformarsi in un rischio per gli Stati Uniti” avrebbe detto un mese dopo alla catena televisiva Fox. “Là ci sono i cubani, là ci sono i russi, gli iraniani, Hezbollah, stanno là. Sta diventando un posto molto pericoloso, per cui gli Stati Uniti devono prendere la situazione molto seriamente”.

Bolton il bugiardo

Pochi politici statunitensi negli ultimi decenni sono stati tanto perversi e manipolatori verso Cuba come John Bolton. Molto note sono le sue accuse nel maggio 2002 – quando Bush parlava di attaccare 60 o più paesi, l’Afganistan era stato invaso dalle forze imperiali, si minacciava l’Iraq per le presunte armi chimiche e Chàvez aveva sofferto il colpo di Stato organizzato da Washington – che Cuba stesse fabbricando armi biologiche per passarle a paesi “terroristi”. “Ecco ciò che sappiamo: gli Stati Uniti ritengono che Cuba stia facendo almeno un lavoro offensivo limitato di ricerca e sviluppo della guerra biologica. Cuba ha fornito tecnologia di doppio uso ad altri stati rinnegati. Ci preoccupa che questa tecnologia possa supportare programmi di armi biologiche in quegli stati. Esortiamo Cuba a cessare ogni cooperazione applicabile alle armi biologiche con gli stati rinnegati e a rispettare pienamente tutti i suoi obblighi in virtù della Convenzione sulle Armi Biologiche” segnalò Bolton davanti ad una sorpresa platea che lo ascoltava nella Heritage Foundation.

Pochi giorni dopo Fidel Castro avrebbe risposto duramente a Bolton: “Per quel che riguarda le armi di distruzione di massa, la politica di Cuba è stata senza macchia. Mai nessuno ha presentato una sola prova che nella nostra patria sia stato concepito un programma di sviluppo di armi nucleari, chimiche o biologiche. Coloro che non capiscono l’etica, l’attaccamento alla verità e la trasparenza nella condotta di un governo come quello di Cuba, potrebbero almeno capire che fare il contrario sarebbe stata una colossale stupidaggine. Qualsiasi programma di quel tipo rovina l’economia di quasiasi piccolo paese. Cuba non sarebbe mai stata in condizioni di trasportare tali armi; e commetterebbe inoltre l’errore di introdurle in un combattimento contro un avversario che conta , migliaia di volte, su armi di quel tipo, il quale riceverebbe come un regalo il pretesto per usarle. Dal punto di vista politico, viviamo in un’epoca nella quale ci saranno sempre più potenti armi di qualsiasi altra di quelle nate dalla tecnologia: le armi della morale, della ragione e delle idee. Senza queste nessuna nazione è potente; con esse nessun paese è debole. Questa posizione richiede una motivazione eccezionalmente profonda , sangue freddo e intelligenza. Dovrebbe essere noto che per il popolo cubano, al di sopra di qualsiasi altro valore sulla Terra, ci sono i valori che ispirano la libertà, la dignità, l’amore per la loro patria, la loro cultura e il più stretto senso della giustizia che l’essere umano possa concepire. Non sono armi di distruzione di massa, sono armi di difesa morale di massa, e siamo disposti a combattere e a morire per esse.”.

Avrà capito il messaggio il sig. Bolton?

Nel 2014, quando i presidenti di Cuba e degli Stati Uniti annunciarono l’inizio di una nuova tappa nelle relazioni bilaterali, John Bolton dichiarò in un programma radiofonico: “Credo che sia una tremenda sconfitta per gli Stati Uniti. Il Presidente, con la sua azione, ha dato legittimità politica a questa dittatura e ha fornito un salvavita economico al regime proprio nel momento in cui avremmo dovuto aumentare le pressioni”.

Il ritorno di Bolton a posizioni di potere nella politica estera imperiale promette nuovi giorni di minacce e conflitti. Sulle sue proiezioni, un alto funzionario dell’amministrazione repubblicana ha detto: “Per l’America Latina ha sempre prestato attenzione a come Cuba, Venezuela e Nicaragua hanno minato gli interessi degli Stati Uniti in tutta la regione …. Bolton crede che il Venezuela, con la sua crisi economica, sia vulnerabile e che altri paesi, compreso l’Iran, continuino ad avere una grande influenza sul suo Governo”.

Intanto il senatore Marco Rubio mostrava la sua gioia per la nomina del nuovo Consigliere della Casa bianca: “Conosco bene John Bolton, è una scelta eccellente e farà un gran lavoro come consigliere alla sicurezza nazionale”, ha scritto Rubio sul suo account twitter.

Lo scorso agosto Bolton disse al portale di estrema destra Breitbart che il Venezuela è una minaccia per gli Stati Uniti e ha esortato Washington a non essere “timida” rispetto alla “dittatura” di Nicolàs Maduro, chiedendo di appoggiare di più l’opposizione che cerca di “restaurare” un governo rappresentativo. “Non dimentichiamo che l’Iran ha abbastanza peso nel Venezuela di Maduro e l’ha avuto anche durante (il governo di Hugo) Chàvez”, ha detto. “Perchè l’ambasciata iraniana più grande del mondo è a Caracas? Perchè attraverso essa stanno lavando denaro e perchè il Venezuela, insieme al Canada, ha le maggiori riserve comprovate di uranio”.

Un altro figlioccio di Rubio nell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani, n.d.t.)

Guadagnandosi i non pochi favori che a quanto pare Trump gli deve, il senatore Rubio rafforza la sua influenza nell’attuale politica estera statunitense con l’essere riuscito a far nominare come Ambasciatore degli Stati Uniti nell’OEA l’ex rappresentante della Florida, Carlos Trujillo. “Carlos ha servito i suoi elettori in modo diligente nella camera bassa della Florida durante gli ultimi otto anni e so che farà lo stesso come rappresentante del popolo statunitense nell’OEA” ha detto Marco Rubio in un comunicato, essendo lui l’incaricato di annunciare la nomina. Trujillo diventa così la voce preminente dell’amministrazione Trump verso l’America Latina, visto che il Congresso non ha ancora confermato Kimberly Breir sottosegretaria di Stato per l’emisfero occidentale. Con l’ipocrita Almagro (segretario della OEA, n.d.t.) faranno una bella coppia nell’OEA per portare avanti gli interessi imperiali nella nostra regione. Trujillo ha affermato che il Venezuela è la priorità della sua gestione.

L’America Latina vivrà un momento di ridefinizione delle sue relazioni con gli Stati Uniti nel vicino Vertice delle Americhe. Là Trump andrà attorniato da questa banda di falchi, eredi della dottrina Monroe.

Tempi burrascosi si avvicinano.

(*) Giornalista cubano, direttore del programma “Mesa Redonda” della TV cubana

da: cubadebate.cu; 26.3.2018

Traduzione di Daniela Trollio – Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, Sesto San Giovanni, per www.pane-rose.it

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Contro il burocratismo

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 04:08

Che-trabajo-voluntario-580x342Sintesi di un articolo pubblicato nella rivista “Cuba socialista” in aprile del 1961.

La nostra Rivoluzione è stata, in essenza, il prodotto di un movimento guerrigliero che iniziò la lotta armata contro la tirannia e la cristallizzò nella presa del potere. I primi passi come Stato Rivoluzionario, come tutta la epoca primitiva della nostra gestione nel governo, erano fortemente impregnati degli elementi fondamentali della tattica guerrigliera come forma di amministrazione statale. Il “guerrillerismo” ripeteva l’esperienza della lotta armata delle catene montuose e nei campi di Cuba nelle distinte organizzazioni amministrative e di massa, e si traduceva nel fatto che solamente i grandi slogan rivoluzionari erano seguiti (e molte volte interpretati in maniere distinte) dagli organismi dell’amministrazione e della società in generale. La forma di risolvere i problemi concreti era soggetta al libero arbitrio di ognuno dei dirigenti.

Per occupare tutto il complesso apparato della società, i campi di azione delle guerriglie amministrative si scontravano tra di loro, producevano continue discussioni, ordini e contrordini, interpretazioni distinte delle leggi che arrivavano, in qualche caso, alla replica contro le stesse da parte di organismi che stabilivano i loro propri dettami in forma di decreti, non facendo nessun caso all’apparato centrale di direzione. Dopo un anno di dolorose esperienze giungiamo alla conclusione che era imprescindibile modificare totalmente il nostro stile di lavoro e tornare ad organizzare l’apparato statale di un modo razionale, utilizzando le tecniche della pianificazione conosciute nei paesi socialisti fratelli.

Come contro misura, si sono incominciati ad organizzare i forti apparati burocratici che caratterizzano questa prima epoca di costruzione del nostro Stato socialista, ma la sbandata fu troppo grande e tutta una serie di organismi, tra i quali si aggiunge il Ministero dell’Industria, hanno iniziato una politica di centralizzazione operativa, frenando esageratamente l’iniziativa degli amministratori. Questo concetto centralizzatore si spiega per la scarsità di quadri e lo spirito anarchico anteriore, quello che obbligava ad uno zelo enorme nelle esigenze di compimento delle leggi. Parallelamente, la mancanza di apparati di controllo adeguati rendeva difficile la localizzazione corretta in tempo dei difetti amministrativi, fatto che proteggeva l’uso della tessera di razionamento (libreta). Così la nostra Rivoluzione comincia a soffrire il mal chiamato burocratismo.

Il burocratismo, evidentemente, non nasce con la società socialista né è un suo componente obbligato. La burocrazia statale esisteva all’epoca dei regimi borghesi col loro corteo di prebende e di laccai, poiché all’ombra del bilancio dello stato cresceva un gran numero di approfittatori che costituivano la corte del politico di turno. In una società capitalista, dove tutto l’apparato dello Stato è costruito al servizio della borghesia, la sua importanza come organo dirigente è molto poca ed è fondamentale renderlo sufficientemente permeabile per permettere il transito degli approfittatori e sufficientemente ermetico per catturare nella sua rete il popolo. Dato il peso dei peccati originali giacenti negli antichi apparati amministrativi e le situazioni create con posteriorità al trionfo della Rivoluzione, il male del burocratismo cominciò a svilupparsi con forza. Se andassimo a cercare le sue radici nel momento attuale, aggregheremmo a cause vecchie nuove motivazioni, trovando tre ragioni fondamentali.

Una di queste è la mancanza di motore interno. Con questo vogliamo dire, la mancanza di interesse dell’individuo per rendere un servizio allo Stato e per superare una situazione data. Si basa su una mancanza di coscienza rivoluzionaria od, in ogni caso, nel conformismo di fronte a quello che si sta facendo male.

Si può stabilire una relazione diretta ed ovvia tra la mancanza di motore interno e la mancanza di interesse per risolvere i problemi. In questo caso, già sia che questo difetto del motore ideologico si produca per una carenza assoluta di convinzione o per una certa dose di disperazione di fronte a problemi ripetuti che non possono risolversi.

Un’altra causa è la mancanza di organizzazione. Pretendendo distruggere “il guerrillerismo” senza avere la sufficiente esperienza amministrativa, si producono distorsioni, colli di bottiglia, che frenano senza nessuna necessità il flusso delle informazioni delle basi e delle istruzioni od ordini derivati dagli apparati centrali. A volte queste, o quelle, prendono rotte deviate ed, altre, si traducono in indicazioni sbagliate, spropositate, che contribuiscono ancora di più alla distorsione.

La mancanza di organizzazione ha come caratteristica fondamentale il difetto nei metodi per affrontare una situazione data. Esempi possiamo vedere nei Ministeri, quando si vuole risolvere i problemi ad altri livelli che non sono adeguati o quando questi si trattano per vie incorrette e si perdono nel labirinto dei fogli di carta. Il burocratismo è la catena del tipo di funzionario che vuole risolvere in qualsiasi modo i suoi problemi, sbattendo una ed un’altra volta contro l’ordine stabilito, senza trovare la soluzione.

Non dobbiamo mai dimenticare, per fare una sana autocritica, che la direzione economica della Rivoluzione è la responsabile della maggioranza dei mali burocratici: gli apparati statali non si sono sviluppati mediante un piano unico e con le loro relazioni ben studiate, lasciando ampio margine alla speculazione sui metodi amministrativi. L’apparato centrale dell’economia, la Giunta Centrale di Pianificazione, non ha compiuto il suo compito di conduzione e non poteva compierlo, perché non aveva l’autorità sufficiente sugli organismi, era incapace di dare ordini precisi in base ad un sistema unico e con l’adeguato controllo e le mancava l’imprescindibile soccorso di un piano con prospettiva.

La terza causa, molto importante, è la mancanza di conoscenze tecniche sufficientemente sviluppate per potere prendere decisioni giuste ed in poco tempo. Le discussioni diventano interminabili, senza che nessuno degli espositori abbia l’autorità sufficiente per imporre il suo criterio. Dopo una, due, tre riunioni, il problema continua vigente fino a che si risolva da solo o bisogna prendere una risoluzione qualsiasi, nonostante a volte sia pessima.

Queste tre cause fondamentali influiscono, sole od in distinte congiunzioni, in minore o maggiore proporzione, in tutta la vita istituzionale del paese, ed è arrivato il momento di rompere le loro influenze maligne. Bisogna prendere delle misure concrete per velocizzare gli apparati statali, in tale modo che si stabilisca un controllo centrale rigido che permetta di avere, nelle mani della direzione, le chiavi dell’economia e liberi al massimo l’iniziativa, sviluppando su basi logiche le relazioni delle forze produttive.

Simultaneamente, dobbiamo sviluppare con impegno un lavoro politico per distruggere le mancanze di motivazioni interne, cioè, la mancanza di chiarezza politica, che si traduce in una mancanza di esecutività. Le strade sono: l’educazione continuata mediante la spiegazione concreta dei compiti, mediante l’instillazione dell’interesse negli impiegati amministrativi per il loro lavoro concreto, mediante l’esempio dei lavoratori di avanguardia, da un lato, e le misure drastiche per eliminare il parassita dall’altro, che sarà quello che nasconde nel suo atteggiamento un’inimicizia profonda verso la società socialista o che è irrimediabilmente incompatibile col lavoro.

Infine, dobbiamo correggere l’inferiorità che rappresenta la mancanza di conoscenze. Abbiamo iniziato il compito gigantesco di trasformare la società da una punta all’altra in mezzo all’aggressione imperialista, ad un bloqueo sempre più forte, ad un cambiamento completo nella nostra tecnologia, di scarsità acute di materie prime e di articoli alimentari e di una fuga in massa dei pochi tecnici qualificati che abbiamo. In queste condizioni dobbiamo fare un lavoro molto serio e molto perseverante con le masse, per supplire i vuoti che lasciano i traditori e le necessità di forza lavoro qualificata che si producono al ritmo veloce imposto al nostro sviluppo. Da tutto ciò, possiamo dedurre che l’abilitazione deve occupare un posto fondamentale in tutti i piani del Governo Rivoluzionario.

Dobbiamo analizzare le responsabilità di ogni funzionario, stabilirle nel modo più rigido possibile secondo le cause, dalle quali non si può evadere,  senza cadere sotto severe sanzioni e, su questa base, dare le più ampie facoltà possibili. Ed esigere azioni ai nostri funzionari, stabilire limiti di tempo per compiere le istruzioni derivate dagli organismi centrali, controllare correttamente ed obbligare a prendere decisioni in tempo prudenziale.

Se noi riusciamo a fare tutto questo lavoro, il burocratismo sparirà. In realtà non è un compito di un organismo, neanche di tutti gli organismi economici del paese, è il compito della nazione intera, cioè, degli organismi dirigenti, fondamentalmente del Partito Unito della Rivoluzione e dei gruppi di massa. Tutti dobbiamo lavorare per compiere questo slogan urgente del momento: Guerra al burocratismo. Velocizzazione dell’apparato statale. Produzione senza intoppi e responsabilità per la produzione.

Ernesto Che Guevara

da Cubadebate

(Con la collaborazione del Progetto Editoriale di Ocean Sur ed il Centro Studi Che Guevara)

traduzione Ida Garberi

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Il V Plenum del Comitato Centrale del Partito ha analizzato importanti temi dell’attualizzazione del modello economico e sociale cubano

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 00:29

Comitato-CentraleIl V Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, presieduto dal suo  Primo Segretario, il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, ha esaminato durante due intense giornate di lavoro, importanti temi relazionati con l’attualizzazione del modello economico e sociale cubano, un complesso processo intrapreso nel paese a partire dal 2011 quando si realizzò il VI Congresso del Partito.
Alla valutazione delle politiche implementate allora, è stato dedicato il primo punto dell’agenda che prcedentemente era stato analizzato in due occasioni dal Burò Politico.

Marino Murillo Jorge, capo della  Commissione Permanente per l’ Implementazione  e lo Sviluppo, presentando il tema ha esposto che per queste analisi sono state considerate fondamentalmente quelle politiche  con norme giuridiche e un tempo d’esecuzione sufficiente per poter misurare i loro risultati.
Questo studo ha avuto origine in un’indicazione impartita dal Generale d’Esercito sulla necessità di rivedere tutte le politiche per conoscere in profondità quello che era andato bene, quello che andava rettificato e quali questioni ostacolavano l’implementazione delle misure.

I primi tre anni sono stati caratterizzati da un alto ritmo d’implementazione delle politiche, che si è poi ridotto per la complessità delle misure e anche a causa di errori nella pianificazione dei processi e nel loro controllo.
In questo hanno inciso i limiti  economici e finanziari che hanno reso impossibile il supporto adeguato a un gruppo di misure che necessitavano investimenti.
Negli anni  2016 e 2017 gli sforzi erano stati diretti, principalmente, a perfezionare quanto realizzato.
Tra le cause e le condizioni  generali che hanno influito sui risultati sfavorevoli è stato segnalato che non sempre  la Commissione d’Implementazione è riuscita a coinvolgere gli organi, gli organismi, le organizzazioni e le entità per far sì che dalla base fossero capaci di orientare, preparare, appoggiare, controllare e rendere conto della loro gestione.
Nello stesso tempo si è manifestata un’insufficiente integralità, una visione limitata sui livelli dei rischi e una apprezzamento parziale dei costi e dei benefici.
In alcuni casi è stata insufficiente  l’attenzione come  il controllo delle politiche, varie delle quali sono fuoriuscite dai loro obiettivi senza opportune correzioni.
Nel Plenum è stato valutato che l’attualizzazione del modello economico e sociale ha messo in evidenza d’essere un tema di grande complessità. A questo si unisce il fermo proposito di non lasciare nessun cubano abbandonato, e questo ha inciso nel ritmo delle trasformazioni.
Attualmente si rivedono tutti i processi e tra questi le priorità  vanno all’ordinamento monetario in particolare, agli studi sull’unificazione monetaria  e del cambio,  l’elaborazione del Piano Nazionale di Sviluppo Economico e Sociele sino al 2030, così come l’esame integrale e il perfezionamento delle misure che lo richiedono,  con le corrispondenti proposte.
Su questo ultimo tema sono stati fatti esempi con la politica del lavoro indipendente, della quale sono state firmate le norme giuridiche di maggior importanza e si dovrà realizzare in continuazione un processo di preparazione che includerà 580.000 lavoratori indipendenti e almeno 30.000 funzionari pubblici.
I membri del Comitato Centrale si sono riferiti anche alla mancanza di una cultura tributaria nel paese,  allo scarso utilizzo ancora insufficiente della contabilità come strumento fondamentale per qualsiasi analisi economica; alle difficoltà nella comunicazione delle politiche che in occasioni non hanno permesso alla popolazione  una comprensione a  fondo di questi difficili temi, e hanno generato cattive interpretazioni per via del vuoto delle informazioni.
Finalmente, il V Plenum del Comitato Centrale ha approvato la relazione di valutazione e le azioni future che assicureranno la continuità  dell’attualizzazione del modello economico e sociale mediante una maggior partecipazione e responsabilità degli organismi dell’ Amministrazione Centrale dello Stato, delle entità nazionali e degli altri organi.
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del PCC  ha considerato che: «Si è lavorato duramente partendo delle Linee del VI e del VII Congresso,  nonostante gli errori e le insufficienze riconosciuti in questo Plenum, la situazione è migliorata rispetto ad alcuni anni fa», ha detto ed ha definito come impegno fondamentale di tutti i comunisti affrontare i problemi senza esitare, dal primo momento, pianificare meglio per porre le risorse dove sono veramente necessarie e non aspettare  che le soluzoni giungano dall’alto, ma apportare idee creatrici e razionali.
Poi ha reiterato la necessità di risparmiare sino al minimo, aggiustandoci alla realtà che viviamo.
«Dobbiamo prevedere i problemi e lottare risolutamente e con intelligenza, e mantenere l’unità della nazione», ha detto.
In questo senso ha ricordato i momenti difficili del Periodo Speciale, il decennio dei ’90,  quando il paese attraversava una situazione estrema.
«Lo scenario da allora è cambiato, ma dobbiamo riconoscere che c’è molto da fare nella pianificazione della nostra economia, perchè persiste ancora un mentalità sprecona quando la linea da seguire dev’essere quella del risparmio e dell’efficienza», ha aggiunto.
Poi ha ricordato che la Rivoluzione, che ha definito l’opera più bella che abbiamo fatto, ha dovuto affrontare e vincere sin dal suo inizio ogni genere di ostacolo e di fronte alle nuove sfide deve prevalere lo spirito di resistenza e combattività che ha sempre caratterizzato il nostro popolo senza una briciola di pessimiso e con tutta la fiducia nel futuro.

POLITICA DELLA CASA

I partecipanti al Plenum hanno analizzato dettagliatamente il progetto della Politica della Casa in Cuba, nel quale di lavora da uncerto tempo e che ha come punto di partenza le linee di politica economica e sociale del Partito e della Rivoluzione.

Il ministro della Costruzione, René Mesa Villafaña, ha assicurato che si tratta di toccare il tema della casa in una forma differente utilizzando tutte le risorse su cui conta il paese e in maniera ordinata.

Per la sua elaborazione sono stati considerati lo stato del fondo delle abitazioni e la formazione di una strategia per fermare il deterioramento e poi avanzare nel recupero e la soluzione.

In Cuba esistono circa 3824 case, secondo i dati dell’ultimo censimento della popolazione effettuato nel 2012 e altre valutazioni realizzate sino a giugno del 2007.

Di queste il 39% si trova in cattivo stato tecnico e precarie condizioni.

La proiezione per il recupero del fondo delle abitazioni nel paese si stima in non meno di dieci anni dando priorità nei primi cinque alle case più deteriorate.

Per intraprendere questo impegno si realizzeranno importanti investimenti nell’industria del cemento, mentre continua la ricostruzione dell’impianto di

Siguaney, a Sancti Spíritus, così come la modernizzazione dell’impianto di ceramica bianca di Holguín, che incrementerà in maniera sostanziale la fabbricazione di mattonelle e di elementi sanitari.

Alla pari di questi investimenti si prevede un maggiore sviluppo della produzione locale dei materiali, che negli ultimi cinque anni è cresciuta annualmente tra l’8% e l’11%.

Alla fine del 2016 nei 168 municipi si produceva già un totale di 57 prodotti partendo dalle materie prime e riciclabili delle località.

quest’anno si installeranno 423 mini industrie nei municipi e nei consigli popolari che si sommano a quelle che già funzionano nei territori.

I partecipanti al V Plenum han sottolineato l’importanza della produzione locale dei materiali come supporto fondamentale della politica della casa, perché avvicina la soluzione nei territori, permette la partecipazione collettiva e rinforza il ruolo dei municipi nella soluzione dei loro problemi delle abitazioni.

A questo intenso movimento costruttivo che intraprenderà il paese, parteciperanno tutti gli attori possibili, tra loro le famiglie, le organizzazioni statali della Costruzione, le cooperative, le imprese costruttrici subordinate ai consigli dell’Amministrazione provinciale e quelle dei sistemi delle imprese statali del paese.

Il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz ha reiterato che: «Questa politica della casa deve includere e prevedere il rispetto del riordino territoriale e urbanistico cominciando dalle istituzioni dello Stato, per poi esigerlo dalla popolazione.

Non si tratta di proibire la costruzione in questo o quel luogo, ha insistito, ma di farlo in maniera ordinata e dove esistono le condizioni elementari per questo».

Poi ha convocato i membri del Comitato Centrale ad analizzare con maggior precisione la relazione presentata e a consultarsi con altri compagni e specialisti nei loro rispettivi territori, con l’animo di approfondire e apportare nuove considerazioni prima dell’approvazione della sua implementazione da parte del Governo.

STUDI PER LA RIFORMA COSTITUZIONALE

In un altro momento della riunione, il segretario del Consiglio di Stato, Homero Acosta Álvarez, ha presentato ai membri del Comitato Centrale una relazione approvata dal Burò Politico sugli studi che si stano realizzando per una futura riforma della Costituzone che dovrà riflettere le principali trasformazioni economiche, politiche e sociali, derivate dagli accordi approvati nel VI e VII congresso del Partito e degli obiettivi della sua Prima Conferenza Nazionale; inoltre ha ratificato il carattere irrevocabile del nostro socialismo e il ruolo dirigente del Partito nella società cubana.

La riforma raccoglierà le esperienze apprese in questi anni di Rivoluzione, soprattutto nella sua organizzazione e nel funzionamento degli organi del Potere Popolare e l’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini, ed ha come riferimento la nostra storia costituzionale e processi simili in altri paesi.

(traduzione GM – Granma Int.)

foto: Estudio Revolucion

 

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Corea: Kim all’esame cinese

Altrenotizie.org - Mer, 28/03/2018 - 19:51

Se la visita di questa settimana a Pechino del leader nordcoreano, Kim Jong-un, è stata definita “inaspettata” dalla gran parte della stampa internazionale, l’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, non ha in realtà nulla di sorprendente, ma si inserisce in maniera perfettamente logica nelle recenti dinamiche strategiche che stanno interessando la penisola di Corea.

 

Gli oltre sei anni trascorsi a partire dall’ascesa al potere prima che Kim si sia deciso a recarsi sul territorio del proprio principale alleato corrispondono grosso modo a quelli che aveva atteso anche suo padre e predecessore, Kim Jong-il, prima di fare il suo debutto internazionale nel 2000. Anche il quel caso, il vertice in Cina era avvenuto alla vigilia di un incontro con i leader della Corea del Sud.

 

Anche solo da un punto di vista formale, sarebbe stato comunque inopportuno che il primo incontro tra Kim Jong-un e la dirigenza cinese fosse arrivato dopo quelli in programma con il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, e, forse, con lo stesso Donald Trump.

 

Il tempismo della prima trasferta oltreconfine dell’ultimo esponente della dinastia Kim è dunque cruciale per comprendere l’importanza e il significato del vertice con il presidente cinese. Entrambi i paesi sono infatti esposti a crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti. La Cina per quanto riguarda la guerra commerciale in atto, che è solo uno degli aspetti della rivalità strategica con gli USA, e Pyongyang, nonostante i timidi spiragli diplomatici, per la rinuncia al proprio programma nucleare militare.

 

La delicatezza del faccia a faccia tra Kim e Xi è apparsa chiara dall’alone di mistero che ha avvolto il viaggio in treno a Pechino del leader nordcoreano. Il governo cinese ha ad esempio confermato la visita di Kim nel paese solo dopo il suo ritorno in patria.

 

Le dichiarazioni ufficiali dei leader cinesi e i comunicati dei media governativi hanno chiarito abbondantemente la rilevanza dell’incontro. Al di là dei toni prevedibilmente retorici, Pechino ha insistito in particolare su due questioni, ovvero il riconoscimento degli sforzi del regime nordcoreano per aprire un percorso diplomatico con Seoul e Washington e l’importanza strategica delle relazioni con l’alleato.

 

A quest’ultimo punto è stato dato particolare risalto anche in Occidente, visto che i rapporti tra Pechino e Pyongyang sembravano avere imboccato una parabola discendente negli ultimi mesi, soprattutto in seguito alle pressioni americane sulla Cina per isolare la Corea del Nord. Il governo cinese aveva acconsentito ad applicare sanzioni economiche nei confronti del vicino, giungendo a istituire un blocco quasi totale dei traffici commerciali in direzioni nord-est. Per tutta risposta, la stampa ufficiale nordcoreana aveva rivolto accuse insolitamente dure nei confronti della Cina per essersi piegata al volere americano.

 

Pechino, d’altra parte, vive un grave dilemma strategico in relazione alle proprie politiche nordcoreane. Da un lato considera fondamentale il mantenimento in vita di un governo alleato nella penisola di Corea in funzione di cuscinetto che tenga a distanza le forze armate americane a sud del 38esimo parallelo. Dall’altro, però, si oppone al programma nucleare nordcoreano, visto come un elemento sfruttabile dagli Stati Uniti per forzare il crollo del regime di Kim.

 

Le dichiarazioni nordcoreane in merito al summit di inizio settimana hanno invece toccato prevalentemente la questione dei negoziati con Corea del Sud e, soprattutto, Stati Uniti. Kim ha confermato l’impegno per la denuclearizzazione della penisola, vincolando l’eventuale raggiungimento di un accordo alla volontà di Seoul e Washington di “rispondere positivamente ai nostri sforzi e di creare un clima di pace e stabilità”.

 

Per Pyongyang, insomma, la palla è ora nel campo americano e gli inviti di Kim sono anche un segnale di avvertimento alla Casa Bianca in vista del possibile storico incontro con Trump, visto che il cambio di personale delle ultime settimane ha portato nell’amministrazione americana esponenti, come Mike Pompeo e John Bolton, decisamente ostili, almeno finora, alla pace con la Corea del Nord. L’incontro con Kim, previsto in teoria a fine maggio, potrebbe infatti tradursi in poco meno di un ultimatum al regime per abbandonare senza condizioni il programma nucleare ed evitare di andare incontro a un’aggressione militare.

 

Il dialogo con Washington rischia così di trasformarsi in una pericolosa scommessa per Kim Jong-un e, infatti, la persistente minaccia militare americana è probabilmente una delle ragioni che lo ha convinto ad accettare l’invito a Pechino del presidente Xi.

 

La volontà di rinsaldare i rapporti bilaterali dopo gli attriti degli ultimi tempi è anche in cima alla lista delle priorità cinesi, tanto più alla luce delle decisioni sui dazi doganali di un’amministrazione Trump che aveva prospettato un atteggiamento più morbido in questo ambito grazie alla collaborazione di Pechino nella gestione della crisi coreana.

 

I vertici cinesi, quindi, in questa fase cruciale hanno tenuto a ribadire l’importanza strategica della Corea del Nord, in risposta anche ad alcune notizie circolate nelle ultime settimane. Alcuni giornali avevano parlato di presunti piani del regime di Kim per prendere le distanze da Pechino, nel quadro di una svolta clamorosa che avrebbe potuto spianare la strada a un accordo con gli USA, se non addirittura, nel medio o lungo periodo, a una qualche alleanza tra i due paesi nemici.

 

Dal punto di vista nordcoreano, poi, come ha spiegato una recente analisi di Bloomberg News, il riallineamento con la Cina offre a Pyongyang una sorta di “polizza assicurativa” nel caso i colloqui con Seoul e Washington dovessero crollare. Per Pechino, ancora, la dimostrazione di unità con Kim serve ad affermare il ruolo cinese in un eventuale futuro negoziato, preferibilmente nel formato, naufragato quasi un decennio fa, dei colloqui “a sei” (USA, Cina, Russia, Coree, Giappone).

 

Attorno alla crisi coreana vi è dunque un intenso fermento, il cui esito potrebbe condurre in qualsiasi direzione, inclusa quella della guerra. Dopotutto, una giustificazione per un’aggressione militare contro la Corea del Nord sarebbe facilmente individuabile per gli Stati Uniti. A ricordarlo è stato ad esempio un articolo dai toni di avvertimento pubblicato mercoledì dal New York Times. In esso si spiega come Pyongyang avrebbe da qualche tempo attivato un nuovo reattore nucleare, probabilmente destinato a uso civile ma anche potenzialmente in grado di produrre plutonio da destinare all’arsenale nucleare del regime di Kim.

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