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Honduras: un popolo mobilitato

Cubadebate (italiano) - 3 ore 14 min fa

honduras3Honduras vive una delle peggiori crisi della sua storia recente, prodotto di una frode elettorale colossale della quale l’Alleanza dell’Opposizione contro la Dittatura assicura di essere stata la vittima. Una crisi che, lontano dal risolversi, si approfondisce ogni giorno di più, lasciando una scia di morti, di feriti e di detenuti.  

Il prossimo 27 gennaio, l’attuale presidente Juan Orlando Hernandez prenderà possesso del suo secondo mandato. Secondo la massima autorità elettorale, il mandatario avrebbe vinto col 1,5% (meno di 50 mila voti) contro Salvador Nasralla, candidato dell’Alleanza dell’Opposizione.

Secondo la principale forza di opposizione, quella che si portò a termine il 26 novembre è stata una colossale frode elettorale, con la quale il presidente Hernandez pretende perpetuarsi nel potere, trascurando la volontà del popolo honduregno.

La denuncia nazionale ed internazionale della frode grossolana è stata accompagnata da una costante mobilitazione sociale che è stata soffocata senza pietà dai corpi di sicurezza dello Stato, in questione dalla Polizia Militare dell’Ordine Pubblico (PMOP) e dagli stessi militari.

Il Comitato di Familiari dei Detenuti e Scomparsi in Honduras (Cofadeh) segnala nella sua seconda relazione che sono già 30 le persone assassinate in meno di due mesi, più di 200 i feriti e più di mille le persone arrestate.

Questo sabato, a Sabà, Colon, Telmo Villareal, di 72 anni, è stato abbattuto nella cornice della settimana di Sciopero Nazionale #OperacionFueraJOH che precede la presa di possesso presidenziale.

Quello stesso giorno, Edwin Espinal, riconosciuto attivista della Resistenza, è stato catturato da membri incappucciati della PMOP, accusato di multipli delitti ed imprigionato in uno dei centri penali di massima sicurezza in attesa di giudizio.

I primi due giorni di Sciopero Nazionale sono stati di violenza di Stato, con l’impiego smisurato della forza da parte dei militari, fatto che è stato condannato dall’Alto Delegato dei diritti umani delle Nazioni Unite e le organizzazioni nazionali dei diritti umani.

I comunicatori e giornalisti che, tutti i giorni, tentano di rompere il cerchio mediatico che circonda la crisi post elettorale in Honduras, sono stati anche vittime di campagne di discredito, inseguimento e persecuzione nelle reti sociali.

Durante la repressione a Villanueva, uscita ad Oriente di Tegucigalpa, Dassaev Aguilar, corrispondente di HispanTV è stato raggiunto da una bomba lacrimogena sparata direttamente contro il suo corpo, soffrendo una lacerazione muscolare nella gamba.

A dispetto della violenza, la gente non ha smesso di uscire a protestare, esigendo che si riconosca l’ampia vittoria di Salvador Nasralla e l’Alleanza di Opposizione contro la Dittatura, che insistono che si faccia un auditing forense internazionale al sistema informatico del Tribunale Supremo Elettorale (TSE).

In caso di non ottenerlo, l’Alleanza chiede aprire una mensa di dialogo con mediatori internazionali che potrebbe decidere la realizzazione di nuove elezioni con un controllo internazionale.

Una soluzione proposta anche dal segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, dopo la pubblicazione della seconda relazione della Missione di Osservazione Elettorale (MOE-OEA) di detta istanza multilaterale che ha considerato la “bassa qualità elettorale” dell’intero processo.

In questa stessa direzione, gli osservatori, dopo avere segnalato una lunga lista di irregolarità, incongruenze e contraddizioni, assicurarono che non è possibile affermare “che i dubbi sullo stesso stiano oggi illustri.”

Il popolo sta nelle strade, resistendo in tutto il paese, sfidando un “presidente” sommamente debole, con un futuro macchiato dalla frode e con scarso riconoscimento internazionale, salvo il governo degli Stati Uniti che vede in Juan Orlando Hernandez come un difensore dei suoi interessi senza scrupoli.

Il popolo e le forze progressiste saranno capaci di approfittare di questa congiuntura?

testo e foto di Giorgio Trucchi

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

 

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Raul Castro è scelto come candidato al Parlamento

Cubadebate (italiano) - Mar, 23/01/2018 - 01:55

Raul CastroI delegati del governo del municipio del Segundo Frente, nella provincia orientale di Santiago di Cuba, hanno scelto ieri il presidente Raul Castro come deputato all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Parlamento).  

Durante la sessione straordinaria dell’Assemblea Municipale di questo territorio montagnoso è stato anche scelto come candidato a deputato il giovane ingegnere di 29 anni Yurisandi Hechavarria, specialista dell’Azienda Agro-forestale Sierra Cristal.

Inoltre, nella riunione hanno presentato altre quattro proposte come candidati a delegati all’Assemblea Provinciale del Potere Popolare.

Nei restanti otto municipi di Santiago di Cuba, come in tutto il paese, si sono riuniti i delegati alle assemblee del Potere Popolare, d’accordo con la quanto stabilito nell’articolo 94 della Legge Elettorale della nazione caraibica.

Disposta dal Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba, questa azione fa parte del processo delle elezioni generali che sta portando a termine l’isola antillana.

Sul tema, il titolare della Commissione delle Candidature Nazionali, Gisela Duarte, ha spiegato che in un primo momento si approva la candidatura ed in un secondo passo si sottomette a votazione da parte del presidente dell’Assemblea Municipale ognuno dei candidati in maniera individuale.

Per essere approvati, e dopo, essere scelti dal popolo, devono avere più del 50% dei voti favorevoli dei delegati riuniti, ha detto Duarte.

A partire da questo momento, quelli proposti -per chi voteranno gli elettori l’11 marzo – visiteranno centri lavorativi, studenteschi e comunità per incontrarsi con la popolazione.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Venezuela condanna le sanzioni europee. “L’UE è una sussidiaria di Washington. Eseguono gli ordini imperialisti degli Usa”

Cubadebate (italiano) - Ven, 19/01/2018 - 21:40
Jorge Arreaza

Jorge Arreaza

Il ministro degli Esteri del Venezuela, Jorge Arreaza, ha condannato le sanzioni che l’Unione europea (UE) ha emesso nei confronti di sette funzionari del governo del presidente Nicolas Maduro. Una misura che, a suo parere, rivela la complicità tra l’imperialismo degli Stati Uniti e il blocco della comunità.

L’alto diplomatico venezuelano ha dichiarato che le sanzioni sono state decise dopo una visita del Sottosegretario di Stato per gli affari politici degli Stati Uniti, Thomas Shannon, al primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, a Madrid. “(Shannon) ha dato istruzioni e ordini imperialisti per iniziare questo processo dall’Unione Europea”, ha detto il capo della diplomazia venezuelana che ha definito l’Unione Europea “sussidiaria degli interessi” di Washington.

Le nuove sanzioni non sono certo volte a promuovere la stabilità e la pace nel territorio venezuelano facilitando i dialoghi tra il governo e l’opposizione, dal momento che l’approvazione delle sanzioni, rivela Arreaza, avviene proprio nel giorno in cui l’opposizione ha deciso di non partecipare alla riunione di dialogo programmata con il governo  nella Repubblica Dominicana.

Il Sottosegretario di Stato agli affari politici, Thomas Shannon, ha dichiarato oggi che il suo paese sta preparando una nuova “rete di sanzioni” contro il Venezuela, per  “facilitare” – ironico ossimoro imperiale – il processo di pace tra il governo e l’opposizione del paese sudamericano. “Dicono al mondo che sanzionano il governo venezuelano per il dialogo … Sarà Julio Borges, il principale negoziatore dell’opposizione, che deve essere punito, giusto?”, ha concluso ironizzando in conferenza stampa Arreaza che ha bollato come “deplorevole errore” la decisione dei paesi membri dell’Ue di adottare una tale decisione.

da L’AntiDiplomatico

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Fire and Fury, il polemico libro su Trump si trasformerà in una serie di televisione

Cubadebate (italiano) - Gio, 18/01/2018 - 23:31

fire-and-fury-580x290Fire and Fury, il recente e polemico libro sul presidente degli USA, Donald Trump, si trasformerà in una serie di televisione, come ha informato il mezzo specializzato The Hollywood Reporter.  

Il giornalista autore del libro, Michael Wolff, sarà uno dei produttori esecutivi della serie per il piccolo schermo che prepara Endeavor Content, la compagnia che ha acquisito i diritti. Per adesso, non si conoscono altri dettagli sulla serie o la catena che emetterebbe questa produzione.

Basato su interviste con alti funzionari della Casa Bianca, Wolff assicura in questo libro che l’obiettivo di Trump non era arrivare ad essere presidente bensì potenziare il suo marchio. Dettaglia anche il caos nell’Ala Ovest durante i primi mesi della sua presidenza. Fire and Fury è stato un fenomeno di vendite negli USA dal suo lancio il 5 gennaio. Dopo il temporale mediatico che è scoppiato in seguito alla sua pubblicazione, Trump ha assicurato che è “pieno di bugie, tergiversazioni e fonti che non esistono”, e perfino ha promesso di rendere più dure le leggi sulla diffamazione.

Si tratta anche del libro in cui Steve Bannon, antico capo stratega della Casa Bianca, taccia di “tradimento” la riunione che ha avuto un figlio di Trump con un avvocato russo prima delle elezioni del 2016.

Trump aveva reclamato che si cancellasse la pubblicazione di Fire and Fury, ma così è solo riuscito ad ottenere che uscisse in vendita quattro giorni prima della data prevista davanti alla gran attesa del pubblico e che diventasse da subito un bestseller.

(Con informazione del The Huffingtog Post)

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USA: in Siria per colpire Teheran

Altrenotizie.org - Gio, 18/01/2018 - 22:56

Con un discorso tenuto questa settimana all’università di Stanford, in California, il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha per la prima volta delineato, in maniera sommaria ma sufficientemente chiara, gli obiettivi principali del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Siria.

 

L’intervento è stato salutato da molti come una doverosa anche se tardiva articolazione delle politiche siriane di un’amministrazione finora quanto meno ambigua sulla crisi nel paese mediorientale.

 

Mentre il riferimento alla lotta ai gruppi terroristi attivi in Siria è stato inevitabile, la presa di posizione di Tillerson è apparsa eccezionale in quanto ha ammesso come il prolungamento dell’impegno del suo paese sia in sostanza da collegare alla necessità di contrastare l’espansione dell’influenza dei rivali strategici degli USA in Medio Oriente.

 

Il numero uno della diplomazia USA ha affermato apertamente che, in Siria, “persistono minacce strategiche contro gli Stati Uniti diverse dallo Stato Islamico” (ISIS), per poi identificare la prima tra di esse, ovvero l’Iran. La Repubblica Islamica, ha spiegato Tillerson, “ha rafforzato in maniera considerevole la propria presenza in Siria tramite l’invio di un contingente dei Guardiani della Rivoluzione, l’appoggio a Hezbollah e l’importazione di forze [addestrate da Teheran] dall’Iraq, dall’Afghanistan, dal Pakistan e da altri paesi”.

 

Tillerson ha poi tratto le proprie conclusioni, chiarendo senza molti equivoci quale sia l’elemento chiave dell’impegno americano in Siria e dell’irriducibile ostilità nei confronti di Teheran. “Grazie al ruolo conquistato in Siria”, cioè, “l’Iran è in una posizione più forte per proseguire con gli attacchi agli interessi degli Stati Uniti e dei nostri alleati nella regione”.

 

La formulazione della strategia siriana da parte del segretario di Stato USA tralascia - com’è ovvio - di spiegare quali siano i presupposti legali che giustifichino la permanenza di soldati americani sul territorio di un paese sovrano e il loro impegno contro la presenza legittima e legalmente ineccepibile di forze iraniane a fianco di quelle di Damasco.

 

A rendere superfluo, dal punto di vista di Washington, qualsiasi interrogativo in proposito è come sempre l’arroganza e il delirio “eccezionalista” dell’imperialismo a stelle e strisce. Quello che occorre rilevare è piuttosto la portata distruttiva della condotta americana per un paese che da sette anni sta pagando un prezzo indicibile alle manovre degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

La minaccia di un impegno indefinito in Siria, anche quando l’ISIS e le altre forze integraliste, spesso appoggiate proprio da Washington, risultano in ritirata, continua a implicare il totale rifiuto del riconoscimento del contributo della Russia, di Hezbollah e dello stesso Iran alla sconfitta del terrorismo grazie alla stabilizzazione del regime di Assad.

 

A Stanford, quanto meno, Tillerson ha espresso parecchi dubbi sulla riuscita della strategia da lui presentata. Le difficoltà di fronte agli USA sono ben note al dipartimento di Stato e ai vertici militari. La dimostrazione degli ostacoli in Siria e delle conseguenze potenzialmente catastrofiche delle scelte americane è apparsa chiara proprio nei giorni scorsi con l’esplosione di un nuovo fronte dello scontro tra Washington e Ankara.

 

Il governo turco di Erdogan ha infatti minacciato un intervento militare oltre il confine meridionale per “soffocare nel sangue” l’esercito curdo che gli Stati Uniti hanno affermato lunedì di volere creare in Siria, ufficialmente per impedire il ritorno dell’ISIS. Forse proprio in risposta agli avvertimenti della Turchia, mercoledì Tillerson ha provato a ridimensionare l’annuncio sulla milizia curda, definendo “inesatto” il concetto di “esercito di confine”, di cui dovrebbero far parte 30 mila uomini.

 

Tra gli obiettivi proclamati da Tillerson per la Siria c’è infine sempre la rimozione di Assad, anche se ciò richiederà “pazienza”, visti gli scenari odierni. A questo scopo, Washington afferma di sostenere il moribondo processo di pace di Ginevra sotto l’egida dell’ONU, a garanzia del quale, ancora una volta, il segretario di Stato assicura sia necessaria la permanenza di soldati USA in Siria.

 

In definitiva, gli Stati Uniti rischiano di invischiarsi in una situazione senza uscita, mettendosi contro non solo i governi di Siria, Russia e Iran, ma anche alleati come la Turchia, con il risultato che la sola ipotetica soluzione per la difesa dei propri interessi strategici sia un impegno militare sempre maggiore, fino a provocare una nuova rovinosa conflagrazione di ampia portata in Medio Oriente.

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Corea, il disgelo alla prova di Trump

Altrenotizie.org - Mer, 17/01/2018 - 23:09

Il secondo falso allarme in appena quattro giorni, scattato per un inesistente missile lanciato dalla Corea del Nord, ha ricordato a tutto il pianeta come il rischio di una guerra anche nucleare rimanga altissimo nonostante gli stentati progressi sulla strada di un possibile dialogo tra Seoul e Pyongyang. Una conferenza decisamente discutibile organizzata in Canada questa settimana si è poi trasformata in un nuovo palcoscenico americano per minacciare in maniera pesante il regime di Kim Jong-un.

 

La rete pubblica giapponese NHK ha diffuso martedì sul proprio sito web e indirizzato agli abbonati al servizio di notifiche mobile un messaggio di allarme per un imminente attacco missilistico lanciato dalla Corea del Nord, invitando tutta la popolazione a cercare rifugio all’interno di edifici o sottoterra. Dopo cinque minuti è partita una rettifica, assieme alle scuse per quello che è stato definito come un errore nel processo di pubblicazione su internet di una notizia non meglio identificata.

 

Uno sbaglio da parte del personale addetto alla gestione delle emergenze alle Hawaii aveva ufficialmente provocato un simile falso allarme nello stato americano del Pacifico sabato scorso. In quel caso, però, erano trascorsi ben 38 minuti prima della diffusione del contrordine a una popolazione comprensibilmente nel panico.

A ben vedere, nonostante le rassicurazioni delle autorità, la coincidenza dei due episodi accaduti nell’arco di pochi giorni sembra tutt’altro che casuale. Soprattutto perché simili allarmi sono stati molto rari, se non inesistenti, negli ultimi decenni e, ancor più, essi si sono verificati nel pieno di una crisi, alimentata in primo luogo proprio dai governi di Stati Uniti e Giappone, che vede la penisola di Corea mai così vicina a una guerra dal 1953.

 

Più di un sito di informazione alternativa ha forse correttamente individuato un nesso tra i preparativi degli USA per un attacco contro la Corea del Nord e l’allarme missilistico alle Hawaii e in Giappone. Il sospetto, ad esempio, è che i governi di Washington e Tokyo abbiano voluto testare la reazione delle rispettive popolazioni all’inizio di un conflitto o, ancora, la risposta di paesi come Russia o Cina a un confronto militare tra gli USA e il regime di Kim.

 

Da considerare è ugualmente il pericolo che implicano “errori” come quelli registrati nei giorni scorsi alle Hawaii e in Giappone. Anche se ciò è stato evitato in entrambi i casi, è del tutto plausibile che, in una situazione nella quale le tensioni sono alle stelle, uno dei paesi coinvolti nella crisi possa decidere di ricorrere alla forza militare in risposta alla notizia di un attacco vero o presunto.

 

Come già anticipato, in ogni caso, i due falsi allarmi si inseriscono in uno scenario segnato dai preparativi ormai avanzati sia da parte del Giappone sia soprattutto degli Stati Uniti per una guerra contro la Corea del Nord. Anzi, in modo deliberato o meno, i due eventi sono stati utilizzati proprio per alimentare l’impressione di una minaccia nordcoreana e giustificare così le manovre militari in corso che servirebbero ad affrontarla adeguatamente.

 

La retorica bellica dell’amministrazione Trump è comunque proseguita nonostante i rappresentanti delle due Coree abbiano fatto qualche timido passo verso la distensione a partire dall’inizio del nuovo anno. Dopo un incontro in una località di confine, i due governi hanno trovato un accordo sulla partecipazione alle prossime Olimpiadi invernali di atleti nordcoreani, mentre sono stati fissati ulteriori incontri per discutere di questioni militari e legate alla sicurezza della penisola.

 

Proprio mercoledì è arrivata anche la notizia che gli atleti dei due paesi si presenteranno sotto un’unica bandiera nella cerimonia inaugurale dei giochi di febbraio, mentre nel torneo di hockey su ghiaccio femminile potrebbe essere schierata una sola squadra formata dalle rappresentanti di Seoul e Pyongyang.

 

I segnali di disgelo sono stati ridimensionati, tra l’altro, da un lungo articolo apparso martedì sul New York Times. In esso viene confermato come la macchina militare americana stia da tempo preparando una guerra nella penisola di Corea, attraverso massicce esercitazioni, inclusa una simulazione di invasione di un paese straniero e della mobilitazione di migliaia di riservisti da inviare in breve tempo oltreoceano. Nell’isola di Guam, nel Pacifico occidentale, è stato inoltre recentemente rafforzato il contingente militare americano con l’arrivo di bombardieri B-52 e B-2, entrambi equipaggiabili con testate nucleari.

 

La strategia americana di continuare a fare pressioni su Pyongyang, con il rischio di precipitare una guerra rovinosa, si è vista infine nel vertice internazionale tenuto martedì a Vancouver, in Canada, per discutere di possibili nuove iniziative destinate a isolare la Corea del Nord e a convincere il regime di Kim ad abbandonare il proprio programma nucleare.

 

All’incontro hanno partecipato i paesi che erano intervenuti a fianco degli USA nella guerra del 1950-1953 nella penisola di Corea. A conferma della natura provocatoria e controproducente del summit e del disinteresse dei partecipanti per una soluzione pacifica, nella città canadese erano assenti Russia e Cina, ovvero i due paesi con la maggiore influenza e i legami più stretti con la Corea del Nord.

 

Al termine dei lavori, il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha riassunto la posizione del suo paese sulla crisi, apparentemente senza considerare l’esistenza di un dialogo dall’altra parte del Pacifico. Il capo della diplomazia USA ha prospettato cioè nuove misure punitive contro la Corea del Nord, come ad esempio un possibile blocco navale del paese, equivalente di fatto a un vero e proprio atto di guerra.

 

Tillerson ha poi escluso nuovamente la sospensione delle esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Sud al di là della durata delle Olimpiadi, come richiesto da Mosca e Pechino, respingendo così l’unica proposta sul tavolo per provare a trattare con Pyonyang. L’amministrazione Trump resta d’altra parte ferma sulla propria posizione, secondo la quale Kim deve rinunciare preventivamente al proprio arsenale nucleare prima di entrare in un qualche negoziato con gli Stati Uniti.

 

Questa richiesta è rifiutata senza riserve dalla Corea del Nord, poiché il proprio programma nucleare è visto precisamente come un’assicurazione contro l’aggressione americana, permettendo altresì al regime di partire da una posizione di forza in un ipotetico negoziato.

 

Le richieste inaccettabili di Washington rischiano dunque di far naufragare precocemente il dialogo tra Seoul e Pyongyang. Infatti, le prime crepe nel timidissimo processo diplomatico in atto si sono viste nei giorni scorsi, quando il regime di Kim ha minacciato la rottura nel caso la Corea del Sud dovesse insistere, con ogni probabilità su richiesta americana, a includere nei colloqui bilaterali appena partiti la questione della denuclearizzazione della penisola.

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Parole all’inaugurazione del Premio Casa delle Americhe 2018

Cubadebate (italiano) - Mer, 17/01/2018 - 21:30

Casa-de-las-Américas-2018-580x331Fratelli convocati da questa Casa:

Se ad un secolo dalla sua nascita José Martí fu identificato come responsabile degli eventi rivoluzionari che inaugurarono la nostra tappa libertaria del 1953, si potrebbe anche dire che questa Casa delle Americhe è stata fondata dal nostro Apostolo, per il suo impegno con gli eroi che hanno iniziato le guerre d’emancipazione continentale contro il colonialismo. Per colmo, una giovane della generazione del centenario della nascita di Martí, protagonista di quella terribile giornata e simbolicamente bella fu, a sua volta, colei che ha fondato ed animato questa istituzione, che ha riunito scrittori come facendo un esperimento domestico di quell’ideale chiamato Nostra America.

Un altro elemento essenziale di questa Casa, il mio amico poeta e pensatore Roberto Fernandez Retamar, l’anno scorso mi ha chiesto queste parole d’inaugurazione per il Premio n° 59. E’ che Roberto sa che, benché questo accattivante evento non abbia ancora incluso la modalità della canzone, è indiscutibile che qui si è molto cantato, sia con poesia che con chitarra.

Ad esempio, il mese prossimo si compierà mezzo secolo da quando  diversi trovatori della mia generazione siamo stati, per la prima volta, in questa stessa sala. Non si chiamava ancora Che Guevara, anche se fu un nome che ci ha sorvolato quella notte. Per quanto mi riguarda, ero abbastanza intimorito, quasi non ci credevo, perché nel febbraio 1968 Casa delle Americhe era già un luogo d’onore ed amato, guidato da una eroina e sostenuto da brillanti artisti e scrittori.

Mancavano ancora molti romanzi, narrazioni, opere teatrali; mancavano indimenticabili libri di poesia. E mancavano perché assenti, o perché ce li avevano strappati, diversi amati fratelli. Perché questa Casa e questo Premio hanno sempre avuto la virtù di riunire donne e uomini più interessati al destino dei loro popoli che alle loro parole; gente consegnata all’ingegno, ma anche molto in carne e ossa. Quindi mancavano ancora d’accadere  sorprese in molti scenari, notizie attese o inconcepibili, speranze e ansie di diversa profondità.

Mancavano anche illuminazioni, goffaggini, apprendimenti; mancava  tempo, particella a particella, facendo quello che fanno la brezza e l’acqua quando scorrono. Mancava, dopo la schiuma, il sedimento rivelatore che ci fa riconoscere e sfidare, tra le miserie del mondo, la tristezza della nostra stessa natura.

Ad alcuni addirittura ci mancava più della metà delle nostre vite, sebbene non lo sapevamo. E tutti eravamo apprendisti di tutto: della storia scritta, di ciò che pensavamo fosse ancora da fare e scrivere e, naturalmente, quella della formica quotidiana: la storia reale che, tra spalle al muro e sfidante, ha scritto questo piccolo paese, capace di proiettare le enormi luci dei suoi sogni.

Alcuni sogni forse non arriveremo a toccare, almeno completamente, perché la costante vessazione certamente ci limita. Stiamo dove una battaglia lunga, complessa e ineguale ci permette. Questo ci ha fatto sviluppare un’arte di difesa che ci sostiene. E sebbene colui che si difende bene a volte riesce a sopravvivere, vedersi obbligato a basare l’esistenza su quella premessa non è la cosa più salutare.

Quelli di noi che hanno fatto parte di questa Casa delle Americhe per 59 anni hanno prova, in primo luogo, che il bene è possibile, e che l’arte e la cultura sono parte della sua sostanza. Sappiamo anche che alcuni inconvenienti possono durare più a lungo di quanto proclamato e che il bene è ancora perfettibile.

Per questi motivi siamo qui, con la volontà di essere migliori, di progredire. Ecco perché qui continuiamo. Ovviamente non eternamente e molto meno per consuetudine, ma perché siamo ancora capaci di provar brividi quando arriviamo in un posto come questa Casa.

È come se, improvvisamente, stesse per aprirsi una porta ed entrasse una signora con un sorriso tra picaresco e materno, con uno sguardo tra nostalgico ed indagatore, con una voce da flauto ed esili  braccia che ti avvolgono, ti sostengono, e persino ti raddrizzano e ti fanno pensare che sei al sicuro, che realmente puoi dire tutto ciò che ti pare –e persino ciò che immagini-; straordinario abbraccio  che ti fa sentire che stai crescendo, o che ti fa credere che quando dici è che cresci, e che solo per questo vale la pena essere vivo.

Grazie a questa e ad altre nitide presenze in questo momento in questa sala, posso dire benvenuti, fratelli, al Premio Casa delle Americhe del 2018.

Grazie mille

Silvio Rodríguez

L’Avana, 15 gennaio 2018

traduzione Francesco Monterisi

foto: Blog Segunda Cita

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Moulud Yeslem: Un saharawi nato sotto le bombe di napalm nel deserto

Cubadebate (italiano) - Mer, 17/01/2018 - 01:03

moulud1“O riusciremo ad ottenere cittadini liberi in un paese indipendente o saremo martiri col resto dei martiri che hanno dato la loro vita”.
Brahim Gali, presidente saharawi

 “Mi chiamo Mohamed Moulud Yeslem, sono un rifugiato saharawi che è nato in piena guerra nel Sahara, ho 40 anni, e faccio parte di un popolo che lotta per ottenere la sua indipendenza. Sono un artista, un pittore che crede che un pennello, è un arma di lotta, di libertà e di espressione; ed arriva più lontano dei missili, perché arriva ai cuori della gente, seminando vita.”

Ho conosciuto Moulud a Barcellona, in ottobre del 2017, mentre cercavo di partecipare ad un evento culturale negli accampamenti dei rifugiati saharawi a Tindouf (Algeria).

Dopo alcuni giorni di un’attesa estenuante, purtroppo, l’incontro non si è svolto, non sono potuta mai arrivare agli accampamenti, questa volta. Ma ho avuto l’onore ed il piacere di potere godere dell’affetto e della compagnia di Moulud, di sua moglie Olga e della sua meravigliosa bambina, Nura.

Mentre ero ospite a casa sua, ho voluto conoscere di più sulla vita del suo popolo, la sua lotta e che cosa rappresenta per lui non potere vivere nella sua patria legittima.

Sahara Occidentale è l’ultima colonia dell’Africa, dato che si trova tra i 17 territori non autonomi in attesa della decolonizzazione, secondo l’elenco stabilito dalle Nazioni Unite, che non riconosce la sovranità che reclama Marocco sullo stesso, denunciando la presenza del muro marocchino come una delle principali manifestazioni del colonialismo nelle sue dimensioni sociale, politica, spaziale ed economica.

La guerra nel Sahara che sta raccontandomi Moulud, incomincia quando Spagna, nel 1975, ha ceduto l’amministrazione del Sahara Occidentale ai suoi limitrofi Marocco e Mauritania, mediante accordi illegali, dal punto di vista del diritto internazionale, dato che una potenza coloniale non può “cedere” un territorio colonizzato da lei ad altri Stati.

Dopo che la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato che gli abitanti del Sahara Occidentale godevano del diritto di autodeterminazione che constava nelle risoluzioni delle Nazioni Unite (CIG, 1975), il re Hasan II ha iniziato una mobilitazione che passerebbe alla storia come la “marcia verde”, o per meglio dire la “marcia nera”, secondo i saharawi, per il suo saldo cruento e luttuoso, che ha implicato il trasferimento di circa 350 mila persone e 25 mila soldati verso la zona saharawi per occupare il territorio. Tutto ciò è stato accompagnato dai bombardamenti dell’aviazione marocchina con fosforo bianco e napalm contro i civili saharawi che intraprendevano l’esodo forzato verso il deserto algerino.

In quella cornice, varie migliaia di saharawi sono fuggiti verso Algeria ed il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario (braccio armato del popolo saharawi) ha proclamato la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). Nel 1979, Mauritania ha sottoscritto un accordo di pace coi combattenti della RASD e, da allora, è solo Marocco quello che continua affermando di avere una sovranità sulla zona, che include l’area alla quale Mauritania ha rinunciato.

Le forze marocchine e saharawi hanno continuato i combattimenti, fino al 1991, quando è stato firmato il cessate il fuoco e l’ONU ha creato la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) che si sarebbe dovuta incaricare di mantenere la pace e di convocare un referendum di autodeterminazione. Tuttavia, a dispetto dei tentativi reiterati per portarlo a termine, il referendum – l’ultima data fallita è stata il 31 luglio 2000 – non si è mai realizzato e Marocco continua a proporre come soluzione al contenzioso, di offrire al territorio un regime di autonomia sotto l’ombrello della sovranità marocchina.

Attualmente, circa 165 mila saharawi vivono negli accampamenti dei rifugiati vicino a Tindouf (sud-ovest dell’Algeria), dipendendo maggiormente dall’aiuto umanitario e nell’attesa di potere esercitare quel diritto all’autodeterminazione proclamato ed avallato dalla comunità internazionale, attraverso decine di risoluzioni e dichiarazioni di varie delle sue distinte istanze e rappresentanti.

Nel 1980, Marocco ha cominciato a costruire un muro nel deserto per accerchiare parte del territorio del Sahara Occidentale, con l’obiettivo di ostacolare -in pieno confronto armato – l’avanzamento dell’esercito saharawi del Fronte Polisario. La costruzione (distribuita in vari tratti) ha circa 2,5 metri di altezza ed una lunghezza approssimata di 2720 chilometri.

“Io, Moulud, sono uno dei figli della guerra, e dopo l’esodo che è durato anni per la mia famiglia, che è scappata sotto le bombe, camminando nel deserto e poche volte utilizzando camion, sono arrivato nel 1979 agli accampamenti in Algeria. Ho incominciato a studiare sotto una “jaima” (tenda di campagna) fino al 1989, quando con altri 850 tra bambini e bambine, tra gli undici ed i quattordici anni, mi hanno mandato a Cuba per continuare gli studi. Sono rimasto 10 anni ed ho acquisito un carattere forte ed indipendente, perché sono stato lontano dalla mia famiglia, senza quasi contatti e nessun viaggio di vacanze. Noi, i bambini e le bambine saharawi abbiamo imparato ben presto ad essere responsabili dei nostri atti, la situazione ci ha fatto crescere prima del tempo e la considero l’esperienza più bella della mia vita. Ringrazio molto Cuba per tutto quello che ha fatto, non solo mi ha dato una professione, ma per me è stata una scuola di vita, mi ha preparato alla resistenza con gli altri rifugiati ed oggigiorno l’isola caraibica continua ad appoggiare il mio popolo e sta crescendo migliaia di saharawi nelle sue università.”

“Il problema della vita negli accampamenti è che lì dipendiamo totalmente dall’aiuto internazionale, è un deserto, non c’è acqua, devono trasportarla per centinaia di chilometri, non possiamo coltivare nulla, ma continuiamo a resistere da 40 anni contro molti aggressori, perché non è solo Marocco, sono gli Stati Uniti, è Francia, il più colpevole di tutti è  Spagna, e tutti loro vogliono eliminare totalmente il nostro popolo, vogliono che non si ascolti la nostra voce, vogliono seppellirci definitivamente nel deserto dell’Algeria. Tutta questa oppressione ha fatto nascere una Rivoluzione, un sentimento nazionale, un sentimento di resistenza nonostante i nemici siano più poderosi in armi, in economia, nella distruzione. Ci hanno isolati creando un muro nella comunicazione e costruendo un muro di pietre e recinti, con l’aiuto di Israele, per ostacolare che i rifugiati ritornino nella loro patria e l’hanno seminato con milioni di mine: secondo l’ONU il Sahara Occidentale è uno dei 10 paesi più minati nel mondo, si calcola che nella guerra dei 16 anni tra il Fronte Polisario, Marocco e Mauritania hanno seminato tra 7 e 10 milioni di mine antiuomo       che continuano attive oggigiorno.”

Moulud, come artista, è molto sensibile fin da giovane alla lotta del suo popolo, e col suo pennello vuole dare voce ai senza voce e coi suoi fratelli, che sono anche loro pittori, ha creato una scuola d’arte negli accampamenti nell’anno 2005 per formare i giovani. Considera che la pittura permette di fare conoscere la bellezza della cultura saharawi, ma anche di denunciare la durezza della vita nel deserto e dialogare con altri artisti di altri paesi per sensibilizzarli con la lotta del suo popolo.

“L’arte è uno strumento molto effettivo per trasformare la società, così ho deciso di mettere il mio granello di sabbia per lottare contro le mine antiuomo. In tal modo, ho creato il progetto ‘Per ogni mina un fiore’ che vuole sensibilizzare sull’esistenza di questo muro assassino.”

“Il problema delle mine è che sono seminate molto superficialmente e con le piogge e le tempeste di sabbia sono trasportate verso un luogo diverso, ed è per questo motivo che vicino al muro non esiste nessun luogo sicuro dove camminare. Purtroppo sia l’ONU che altre organizzazioni non governative che si occupano dello sminamento, oggigiorno, agiscono solamente se ricevono sovvenzioni, se non c’è denaro, non importa loro i pericoli che rappresentano le mine, principalmente per i bambini e per le bambine. Cosicché non potevo rimanere con le braccia incrociate, ho fatto un documentario, ‘I fiori del muro ‘ per sensibilizzare la gente, dove si vedono le vittime del muro, le mutilazioni, e voglio seminare un fiore artificiale per ogni mina, fatti di carta, di plastica, di tessuto e seminarli fronte al muro, come protesta ed azione simbolica che la pace vincerà, alla fine. Ho già ottenuto migliaia di fiori, hanno partecipato i popoli della Spagna, del Messico, del Perù, dell’Argentina e di altri paesi europei.”

“Sono contento dei risultati perché ho ottenuto che abbiano partecipato principalmente bambini, bambine ed adolescenti. Prossimamente vogliamo riuscire a comprare con altri artisti, un rullo compressore, installargli un comando a distanza ed utilizzarlo per fare scoppiare le mine del muro senza rischi per le persone.”

“Personalmente e come migliaia di saharawi, queste quattro decadi di combattimento, solo mi hanno dato ancora più forze per lottare, mi hanno dato più ispirazione creativa per sviluppare un antidoto, sempre di più efficace e più forte; perché il suolo dove coltivo questi antidoti è l’arte, è la cultura della pace ed è la società civile, non solamente la saharawi, bensì la società civile mondiale.”

“Alla fine, come pittore, credo che l’Arte deve essere uno strumento fondamentale per denunciare, per comunicare in pace con tutti i popoli, affinché il genere umano capisca che la vita è unica, come il pianeta terra, e se non li proteggiamo tra tutti e tutte spariremo per sempre.”

scritto e tradotto da Ida Garberi

da Cubadebate

foto di Moulud Yeslem

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Corbyn, le mani sul Labour Party

Altrenotizie.org - Mar, 16/01/2018 - 22:18

Gli equilibri all’interno del Partito Laburista britannico si sono spostati sensibilmente a sinistra nei mesi seguiti alle elezioni generali del giugno 2017. Mentre i vertici del partito e la grande maggioranza dei suoi parlamentari avevano fino ad allora condotto una feroce battaglia contro il segretario, Jerermy Corbyn, quest’ultimo si trova oggi in una posizione decisamente più solida, come ha confermato il recente voto per eleggere tre nuovi delegati che siederanno nel direttivo del “Labour”.

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Con Almeida e Surita al Terzo Fronte

Cubadebate (italiano) - Mar, 16/01/2018 - 01:16

mausoleo-martires-La città di Santiago di Cuba ed il municipio del Terzo Fronte, ubicato nel cuore della Sierra Maestra, sono separati da più di cento chilometri e percorrerli senza guardare attraverso il finestrino di un autobus sarebbe imperdonabile. Allontanandosi dalla giungla di automobili, motociclette e passanti, si comincia a vivere la vera immagine dell’Oriente cubano, la sua gente, le sue abitudini.  

Un uomo e suo figlio piccolo attraversano in un carretto, trainato da due buoi, il piccolo ponte bianco che collega Palma Soriano col municipio contiguo, Contramaestre. Giusto sotto di loro si trova il fiume Cauto, il più esteso dell’Isola, luce interminabile tra le colline della Sierra.

Nelle prossimità del villaggio di Maffo due donne vigilano decine di pannocchie di mais disposte in fila sull’orlo della strada. Così asciugano il raccolto bagnato dalle piogge della notte anteriore.

Mandarini, arance, annona e mamey, che sembrano usciti da un dipinto e che raramente si vedono così a L’Avana, adornano i mercati della strada, mentre i campi di canna da zucchero si vedono in buona salute e diritti, come se l’uragano Irma non fosse mai passato di qui. Case modeste, sedie a dondolo nei portoni, giardini con fiori, animali tranquilli. Non ci sono lussi, salvo la Sierra Maestra, solenne e magnifica in tutta la linea dell’orizzonte.

* * *

Nel 1958 il Terzo Fronte, municipio nel pendio settentrionale della Sierra Maestra, non era altro che un mucchio di terra e fango perso nelle colline dell’Oriente.

Le famiglie, tutte analfabete e senza un ospedale dove ricorrere per le loro malattie, non potevano immaginare che, con la presenza della Colonna numero 3, che per ordini del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, e sotto la leadership dal Comandante della Rivoluzione Juan Almeida Bosque, che sarebbe arrivata il 6 marzo di quell’anno, si sarebbe capovolta la situazione delle comunità montanare.

Rosario de la O Vicet (Titina) ricorda ancora quando Almeida arrivò una notte alla casa dove viveva con sua madre Apolinaria ed altri cinque fratelli a La Lata, allora un’umile comunità di haitiani che si erano stanziati in quelle colline per coltivare la terra.

“Erano le 12 della notte quando qualcuno ha bussato alla nostra porta. Ci chiedeva che dessimo ospitalità ad un uomo che da 6 giorni non aveva dormito né mangiato”, ricorda Titina, che aveva 26 anni a quell’epoca.

Apolinaria, conosciuta con affetto come Surita, senza domandare l’identità del forestiero ha detto alla figlia che cercasse lenzuola e federe pulite: “Non si preoccupi, questa notte lei sì dormirà”. Titina, ora con 86 anni vissuti sempre in questo posto, ricorda “come se fosse ieri” l’arrivo del giovane nero e di apparenza fragile, quasi svenuto della stanchezza. Quella notte Surita preferì dormire sul pavimento.

Il giorno dopo, racconta Titina, entrambe scoprirono che avevano soccorso il Comandante Juan Almeida Bosque. La madre non ha potuto trattenersi: “Con la voglia che avevo di conoscerlo!”.

Prima dell’arrivo della Colonna 3, a La Lata si viveva in penombra e con paura.

“Quando sentivamo qualche aereo “batistiano”, uscivamo correndo al patio ed appendevamo vestiti ai fili per stendere. Pensavamo che non avrebbero bombardato se si rendevano conto che qui vivevano famiglie.”

Almeida installò nella casa di Surita il suo Comando e costruì un piccolo ospedale per curare le famiglie delle comunità del Terzo Fronte. “Fu uno in più dei nostri.”

Titina ha vissuto tutta la sua vita a La Lata, in una piccola casa costruita giusto di fianco a quella che era la sua casa natale.

“Non ho voluto mai andare via. Benché Almeida partisse verso L’Avana dopo il trionfo della Rivoluzione, sapevo che sarebbe ritornato. E ritornò, molte volte e qui rimase.”

Il Comandante della Rivoluzione ha scelto come ultimo riposo il Mausoleo degli eroi e martiri del III Fronte Mario Muñoz, ubicato nella Collina della Speranza, a pochi chilometri de La Lata. Lì l’accompagna Surita.

di Alejandra Garcia

da Granma

traduzione di Ida Garberi

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La pagliuzza nell’occhio altrui

Cubadebate (italiano) - Sab, 13/01/2018 - 03:04

colaboracion-medica-cubana-Non citerò il media, poiché non mi sommerò a dar pubblicità a chi non lo merita, ma i nostri lettori guatemaltechi sicuramente sapranno di chi e a coloro ci riferiamo. Neppure commetterei un errore se lo facessi, poiché con totale impudenza menzionano più volte Cuba, con totale ignoranza della realtà; io direi che persino con perversità.

Mi stupiscono gli sfortunati confronti contro Venezuela e Cuba. È come avere il tetto di vetro e lanciare sassi al vicino. Non cadrò nella mancanza di etica di questi editoriali di voler confrontare le mele con i manghi. Sono frutti, ma non sono la stessa cosa.

Dirò solo a favore del Venezuela, che sarebbe molto buono approfondire tutto in termini di salute, istruzione (molti anni fa sono stati dichiarati dall’UNESCO territorio libero dall’analfabetismo), garanzie dei cittadini, sicurezza, tra altri aspetti, costituiscono un modello da seguire per molti paesi della regione in cui, contraddittoriamente, primeggia il contrario, anche in pieno XXI secolo. La cosa più triste è che non ci sono soluzioni a breve termine attraverso i modelli imperanti.

Di Cuba non ci si deve estendere in spiegazioni, i lettori, per fortuna, hanno accesso alla verità ed a ciò che, con molto sforzo, con un criminale blocco da parte del paese più potente del mondo, è stato raggiunto in tutti gli indici misurabili dall’ONU, ciò che ci pongono, con la massima modestia, tra i primi al mondo con programmi a favore dei propri cittadini.

Perché questi macabri media in Guatemala non parlano della collaborazione cubana in questo paese? Sanno che Cuba è, secondo serie ricerche condotte da specialisti del settore, il principale donatore di aiuti ufficiali allo sviluppo non solo in Guatemala, ma in America Latina e nei Caraibi? Cosa impedisce loro di vedere la realtà? È molto probabile che la loro ignoranza della realtà e lo sguardo indiscreto e vergognoso verso la casa del vicino gli impedisca di vedere cosa succede in casa loro.

Vorrei esortare  questi media ad approfondire la loro conoscenza delle loro situazioni, ma non solo con lo spirito di critica, ma anche per unirsi alla ricerca di soluzioni sociali per il bene comune.

Non pretendiamo minimamente che ci ringrazino, ma devono tenere a mente che oltre 153000 cittadini di quel paese, probabilmente possono comprare e leggere i loro media, grazie a Cuba; non sto dicendo sciocchezze. Grazie al metodo di alfabetizzazione cubano “Yo Sí Puedo”, che ha portato la luce della conoscenza nei luoghi più remoti ed oscuri di questa geografia, coloro che prima non potevano farlo, oggi ringraziano questa piccola isola bloccata per poter leggere e scrivere. Fortunatamente anche sono meno gli ingannati, oggi, nel mondo.

Stiamo per compiere, il prossimo 5 novembre, 20 anni di permanente presenza della Brigata Medica Cubana in Guatemala. È l’unico paese in cui è rimasta per molto tempo con il popolo guatemalteco e nei luoghi in cui spesso gli stessi cittadini temono di avvicinarsi a causa delle deprimenti condizioni. Cuba non guarda, né guarderà mai dove si vive meglio, ma dove è il dovere; è l’insegnamento di Fidel che con orgoglio di patria portiamo nei nostri cuori per tradizione internazionalista.

Cito solo alcuni dati e chiarisco che è affinché questi “media pubblici” sappiano cosa succede nel loro paese. C’è un mondo al di là dell’asfalto che percorrono le loro moderne auto e glielo dimostrerò solo con alcune cifre che parlano della collaborazione della Brigata Medica Cubana (BMC) in Guatemala, di quel paese che chiamano “regime totalitario” e che ci porta a pensare se ciò che chiamano in quel modo e favorisce la maggioranza, è ciò di cui molti abbiamo bisogno, al di là delle ideologie di cartone.

La BMC cura 3075834 cittadini di questo paese; l’età media dei nostri collaboratori è di 45 anni ed il 62,9% sono donne, ciò che a nostro avviso è la più grande forza (qualcosa che questi media sicuramente negano). La sua presenza con professionisti è distribuita in 45 centri sanitari, 33 centri sanitari, 11 CAIMI, 72 negli ospedali, 12 nei 4 centri oftalmologici con operazioni alla vista GRATUITA; 15 nelle aree di salute, 21 nel centro di assistenza permanente, tra gli altri.

Lo storico accumulato (1998-2017) di cure e fino a novembre del 2017, è in 42818306 cittadini guatemaltechi curati. Si sono realizzati 392442 interventi chirurgici in diverse specialità. I tassi di mortalità infantile e materna, dove  si trova la BMC, sono i più bassi non solo nel paese, ma nella regione centroamericana. Si sono salvate quasi 400 mila vite. Si formano levatrici, leader della comunità, team sanitari e sono ottenuti infiniti risultati.

Molto lontana è Cuba dalla vanità e dal dire quello che facciamo. Almeno io chiedo che quelli che non sono capaci di sacrificarsi per gli altri, come disse l’apostolo José Martí, abbiano almeno la decenza di rimanere in silenzio davanti a quelli che si sacrificano.

Scusate l’estensione, non pensavo di farlo, ma siamo obbligati a difendere i valori in cui crediamo e che difenderemo, al prezzo di ogni sacrificio. Questo è il Socialismo cubano, il nostro, il genuino e quello che vogliamo noi che viviamo sull’isola. La scelta di ogni paese è libera e sovrana. Esorto a fare di più per il nostro e a smettere di vedere la pagliuzza nell’occhio altrui. Almeno come precetto biblico, compitelo.

di Carlos Céspedes Piedra

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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Il capo del Mossad confessa di essere dietro le rivolte in Iran

Cubadebate (italiano) - Ven, 12/01/2018 - 01:11

MossadIl capo Mossad, Yossi Cohen, ha praticamente ammesso, ieri, la partecipazione del regime di Tel Aviv alle proteste in alcune città iraniane che si sono tenute le scorse settimane sulla situazione economica.

Parlando in una sessione di lavori del Ministero dell’Economia del regime israeliano, il direttore del Mossad ha espresso il suo sostegno per gli atti di violenza che si sono verificati durante le manifestazioni di protesta in Iran. “Israele ha occhi, orecchie e anche di più” in Iran, ha affermato Cohen, aggiungendo che Israele “vorrebbe vedere una rivoluzione” nel paese persiano. Tali dichiarazioni sono state riportate dal quotidiano israeliano ‘Hareetz’.

Pur indicando che i problemi economici “hanno portato le persone in piazza”, ha ammesso che non è stato ottenuto il risultato preferito del regime israeliano, ovvero “vedere una rivoluzione” nel paese persiano. “Devono abbassare le aspettative”, ha spiegato.

Allo stesso modo, ha precisato che il Mossad cerca una “superiorità totale” nello “spionaggio” in tutto il mondo. “Non possiamo essere secondi in termini di personale, difesa dagli attacchi informatici e spionaggio”, ha aggiunto.

Alcune città iraniane hanno assistito a manifestazioni pacifiche contro l’inflazione e la disoccupazione, ma i nemici di Teheran, guidati dagli Stati Uniti dal regime di Israele, hanno colto l’occasione per attaccare la Rivoluzione islamica attraverso i loro scagnozzi, infiltrati nelle manifestazioni, compiendo atti di vandalismo. La loro trama è stata neutralizzata dopo che migliaia e migliaia di iraniani sono scesi in piazza per esprimere il loro sostegno alla rivoluzione islamica rifiutando le ingerenze straniere.

Il leader della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei ha promesso ieri che i danni causati dagli Stati Uniti e dai suoi complici durante i disordini nel paese persiano non rimarranno senza risposta. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, a sua volta, ha elogiato la risposta corretta di tutto il popolo iraniano che ha rifiutato l’ingerenza straniera negli affari interni del paese, neutralizzando un altro complotto nemico e smantellando i suoi piani anti-iraniani.

Fonte: Haaretz

Da L’AntiDiplomatico

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USA-Canada, è guerra sul NAFTA

Altrenotizie.org - Gio, 11/01/2018 - 20:47

Alla vigilia del sesto round di colloqui, voluti dal presidente americano Trump, per la revisione del Trattato di Libero Scambio Nord Americano (NAFTA), il governo canadese ha inviato segnali piuttosto chiari sullo stato dei negoziati, lasciando intendere un sempre più probabile ritiro di Washington dall’accordo entrato in vigore oltre due decenni fa.

 

Un’esclusiva pubblicata questa settimana dalla Reuters ha citato fonti governative a Ottawa che assicurano come il gabinetto del primo ministro, Justin Trudeau, sia ormai convinto che l’amministrazione Trump annuncerà a breve il ritiro degli Stati Uniti dal NAFTA. In previsione di questi sviluppi, il governo canadese avrebbe già predisposto dei piani per affrontare la situazione che si verrà a creare in ambito commerciale.

 

Ufficialmente, la Casa Bianca ha fatto sapere che la posizione americana non è cambiata e che Washington si aspetta modifiche al trattato, ma qualsiasi decisione verrà presa solo al termine dei colloqui. Un’altra fonte anonima all’interno della Casa Bianca ha però assicurato sempre alla Reuters che Trump si sarebbe ormai convinto a uscire dal trattato, visti gli scarsi risultati delle trattative in corso con Canada e Messico.

 

Il sesto e penultimo atto delle discussioni per trovare un’intesa sulle modifiche al NAFTA proposte dal governo USA si terrà a Montréal tra il 23 e il 28 gennaio. Un ultimo appuntamento tra i rappresentanti dei tre governi è previsto alla fine di marzo.

 

Le notizie provenienti da Ottawa, anche se ben lontane dal presagire il tracollo del NAFTA, hanno moltiplicato i timori di quelle sezioni del business nordamericano che hanno beneficiato della creazione di una gigantesca area di libero scambio dal Canada al Messico. Le valute e le borse di questi due paesi hanno subito fatto segnare sensibili flessioni, anche se un eventuale annuncio di ritiro dal NAFTA da parte di Trump non comporterebbe un’uscita automatica degli Stati Uniti dall’accordo. La decisione farebbe scattare un periodo di sei mesi, durante il quale potrebbero avere luogo altri negoziati, mentre sono in molti a ipotizzare anche un possibile intervento del Congresso di Washington per neutralizzare l’iniziativa della Casa Bianca.

 

Se Trump dovesse muoversi in questo senso, la sorte del NAFTA sarebbe comunque in grave pericolo, soprattutto perché la decisione si sommerebbe alle altre misure già implementate negli ultimi mesi e che mostrano un’attitudine estremamente critica dell’amministrazione repubblicana nei confronti dei trattati di libero scambio. Inoltre, mentre il Canada ha garantito che rimarrà al tavolo delle trattative, il Messico ha minacciato di uscire dall’accordo se Trump dovesse fare l’annuncio ipotizzato da Ottawa.

 

Per qualcuno, l’atteggiamento americano potrebbe essere solo una tattica negoziale per mettere pressioni ai partner canadesi e messicani, visto lo stallo dei colloqui in corso. Il clima tra i paesi membri del trattato resta però molto teso, così come difficilmente colmabili sembrano essere le distanze sulle questioni messe sul tavolo da Washington.

 

La revisione del NAFTA promossa da Trump rientra in una strategia ultra-nazionalistica del governo americano che, in ambito commerciale, prevede il ritorno a pericolose pratiche protezionistiche, attraverso la cancellazione o la rinegoziazione di accordi collettivi di libero scambio a favore di altri bilaterali con condizioni particolarmente favorevoli agli Stati Uniti.

 

Che il NAFTA finisca o meno per sopravvivere, le scosse di questi mesi confermano come la crisi del capitalismo globale stia facendo riesplodere rivalità commerciali a livello internazionale che si traducono in misure e ritorsioni di stampo protezionista, con echi inquietanti del periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale.

 

Le modifiche al NAFTA auspicate dalla Casa Bianca puntano a modellare il trattato in modo da risultare ancora più favorevole agli interessi americani. Ciò è confermato dalle principali proposte avanzate da Washington, come l’innalzamento della percentuale di parti costruite in America nelle automobili scambiate senza tariffe doganali.

 

Ancora, gli USA vorrebbero maggiore accesso per le proprie compagnie private agli appalti pubblici in Canada e in Messico, mentre intendono fissare una tacita scadenza quinquennale al NAFTA, annullabile solo tramite un nuovo impegno esplicito a prolungare l’intesa da parte dei tre paesi membri.

 

Il futuro del NAFTA resta comunque incerto. Negli ambienti del business americano ci sono infatti forti opposizioni alla linea dell’amministrazione Trump, soprattutto in quei settori che beneficiano del trattato, sia attraverso l’export sia grazie all’impiego di manodopera a bassissimo costo in Messico, dove vengono prodotti beni e manufatti inviati negli USA senza dazi doganali.

 

Le tensioni sul fronte commerciale tra Washington e Ottawa sono da tempo vicine al livello di guardia, malgrado la solidità della partnership strategica e militare tra i due paesi. Un certo imbarazzo era stato registrato lo scorso ottobre nel corso di una visita del premier canadese Trudeau negli USA, durante la quale Trump aveva minacciato il ritiro dal NAFTA.

 

In precedenza, il dipartimento del Commercio americano aveva applicato tariffe esorbitanti sulle importazioni dal Canada di un certo tipo di legname e sui jet commerciali della compagnia Bombardier. In risposta a quest’ultima misura, Trudeau aveva cancellato un contratto per l’acquisto di velivoli militari “Super Hornet” della Boeing, sostituendoli con FA-18 costruiti in Australia.

 

Lo scontro Washington-Ottawa ha raggiunto infine un nuovo livello proprio in questi giorni. Mercoledì è circolata cioè la notizia che il governo canadese alla fine di dicembre aveva presentato un ricorso contro gli Stati Uniti presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) per una serie di pratiche commerciali ritenute illegittime.

 

La portata della causa è tale da essere definita addirittura “senza precedenti” da un consulente per il commercio in Nord America citato dalla BBC. Ottawa mette tra l’altro in discussione i metodi utilizzati dagli USA nelle indagini anti-dumping e anti-sovvenzioni in merito a procedimenti che risalgono fino al 1996. In questo modo, sostiene il Canada, Washington ha calcolato in modo inappropriato dazi e tariffe doganali nell’ambito di numerosi reclami presentanti al WTO contro svariati paesi, giungendo anche a ostacolare questi ultimi nella presentazione di prove a propria difesa.

 

La pratica avviata dal Canada fa scattare un periodo di 60 giorni di “consultazioni”, seguito, in assenza di esito positivo, da un arbitrato del WTO. All’iniziativa canadese l’amministrazione Trump ha risposto seccamente. Il responsabile del Commercio USA, Robert Lighthizer, ha definito le accuse “infondate” e condannato l’attacco “irresponsabile” che “riduce la fiducia americana nel Canada come partner impegnato nella costruzione di relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose”.

 

Anche in questo caso, la strategia canadese potrebbe essere quella di fare pressioni su Washington per giungere a più miti consigli relativamente alle trattative sul NAFTA e ai recenti dazi imposti sui beni importati dal vicino settentrionale. Tanto più che il ricorso al WTO prende di mira pratiche anti-dumping a cui ha già fatto ricorso in molti casi proprio l’amministrazione Trump.

 

Il calcolo di Ottawa potrebbe però risultare più azzardato del previsto, alla luce delle crescenti rivalità commerciali, e rendere il clima internazionale ancora più tossico di quello attuale.

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#AtaquesSónicos: Accuse senza evidenze contro Cuba

Cubadebate (italiano) - Mer, 10/01/2018 - 22:40

senadoAlcune ore fa, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha emesso un’allerta di livello 3 che consiglia ai suoi cittadini di riconsiderare i viaggi a Cuba “dovuto ad attacchi di salute diretti ad impiegati dell’Ambasciata degli Stati Uniti a L’Avana.”  

Tutto questo, come conseguenza dell’udienza realizzata martedì 9 gennaio nel Sottocomitato dell’emisfero Occidentale del Comitato di Relazioni Estere del Senato, organizzata dal senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio.

L’udienza, con il nome “Attacchi ai diplomatici statunitensi a Cuba”, d’accordo con le dichiarazioni della Direttrice Generale degli Stati Uniti del MINREX cubano, Josefina Vidal, non aveva il proposito di dimostrare la verità, bensì di imporre un’accusa senza evidenze.

Recentemente, l’FBI ha riconosciuto un’altra volta che, dopo mesi di investigazioni e quattro viaggi a L’Avana, non ha trovato nessuna prova degli ipotetici attacchi sonici contro il personale diplomatico statunitense a Cuba.

Dal primo momento, Cuba ha sviluppato un’esaustiva e trasparente investigazione per far luce sui fatti.

Nella giornata di ieri, Vidal ha reiterato che “Cuba è un paese sicuro, pacifico e salutare per i cubani, per gli stranieri, per i diplomatici accreditati e per i milioni di persone che ci visitano ogni anno, includendo gli statunitensi.”

Un’altra volta si evidenzia la manipolazione politica del tema, perché Washington ha preso misure unilaterali, ha ritirato la maggior parte dei suoi diplomatici dall’Isola ed ha esatto la ritirata di 17 funzionari cubani dagli Stati Uniti.

Nonostante la modificazione dell’allerta, il Dipartimento di Stato menziona una serie di condizioni per viaggiare a Cuba, tali come: evitare di visitare l’Hotel Capri ed l’Hotel Nacional, evitare di conoscere i luoghi dove cercare attenzione medica a Cuba, consultare con professionisti medici se il possibile visitatore considera di avere certi sintomi, rivedere la relazione di Crimine e Sicurezza per Cuba, tra le altre.

La Direttrice Generale degli Stati Uniti ha segnalato che “niente di quello apportato dal Governo degli Stati Uniti durante questo periodo, e neanche oggi, segnala evidenze che i problemi di salute riportati dai diplomatici abbiano avuto la loro origine o la loro causa a Cuba.”

per Redazione di Razones de Cuba

traduzione di Ida Garberi

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Tunisia, tornano i venti di rivolta

Altrenotizie.org - Mer, 10/01/2018 - 20:50

A sette anni dalla rivoluzione in Tunisia che ha rovesciato il regime del presidente Zine El Abidine Ben Ali, il paese nordafricano è di nuovo scosso da movimenti di protesta, diretti oggi contro il governo formalmente democratico. Le ragioni dell’esplosione del malcontento sono legate alle “riforme” economiche dettate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dai creditori internazionali di Tunisi, anche se le dimostrazioni esprimono la persistente ostilità popolare nei confronti di un sistema che poco o nulla ha fatto per affrontare le questioni irrisolte del periodo post-rivoluzionario.

 

Le manifestazioni erano iniziate spontaneamente lunedì in una dozzina di località in risposta all’entrata in vigore di una serie di aumenti dei prezzi di beni di consumo e del carico fiscale, previsti dal bilancio 2018 del governo del primo ministro, Youssef Chahed, a capo di una coalizione di partiti islamisti e secolari.

Nella giornata di martedì i disordini si allargati ad altre città, inclusa la capitale, in risposta anche all’intervento delle forze di sicurezza e alla morte, in circostanze ancora non del tutto chiare, di un manifestante 45enne nella località di Tébourba, situata a una cinquantina di chilometri da Tunisi. Il bilancio dopo i primi giorni di proteste è di oltre 200 arresti e decine di feriti.

 

In alcune aree del paese dove la mobilitazione popolare è apparsa particolarmente massiccia, il governo ha inviato anche le forze armate in appoggio alla polizia locale, sia per reprimere le proteste sia per difendere edifici governativi e delle istituzioni finanziarie, presi di mira dai manifestanti.

 

I media tunisini e occidentali hanno rilevato come l’entità delle proteste in Tunisia sia per il momento nettamente inferiore rispetto a quelle del 2011 che portarono alla fine di Ben Ali. Tuttavia, il senso di inquietudine tra la classe dirigente indigena e i governi stranieri con interessi in Tunisia è chiaramente palpabile, visto l’accumularsi di gravissime tensioni sociali in questi ultimi anni.

 

Particolarmente allarmanti per il governo centrale, quanto meno per il loro valore simbolico, appaiono le dimostrazioni registrate nella località di Sidi Bouzid, da dove nel 2011 partì la rivoluzione dopo che l’ambulante e attivista Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protestare contro l’oppressione del regime e una situazione economica intollerabile.

 

La nuova esplosione di proteste in Tunisia era stata ampiamente prevista dal governo e dai partiti di opposizione. Almeno a partire dagli ultimi mesi del 2017 anche la stampa occidentale aveva raccontato di una classe politica pronta ad affrontare l’opposizione popolare mentre si apprestava ad implementare le “raccomandazioni” del FMI.

 

Nel 2016 la Tunisia aveva ottenuto l’approvazione di un prestito di poco meno di tre miliardi di dollari dal FMI, come sempre vincolato all’adozione di una serie di “riforme” economiche in senso neo-liberista. Una visita nel paese ai primi di dicembre dei rappresentanti del Fondo aveva rivelato l’impazienza degli ambienti finanziari internazionali nei confronti del governo di Tunisi, chiaramente preoccupato per l’impatto delle misure richieste in termini di stabilità sociale.

 

L’intesa per procedere in questo senso era stata tuttavia piena, come avevano confermato le dichiarazioni sia dei burocrati del FMI sia dei membri del governo tunisino. Il ministro delle Riforme Economiche, Taoufik Rajhi, aveva ad esempio annunciato il lancio di iniziative “senza precedenti” per tagliare il deficit tunisino dal 6% al 4,9% nel 2018.

 

Il pacchetto di riforme prevedeva anche i già ricordati aumenti delle tasse e dei prezzi di molti beni di consumo, così come dei contributi pensionistici a carico dei lavoratori. In particolare, l’attenzione del FMI si era concentrata anche sul costo dei salari dei dipendenti pubblici, da portare al 12,5% del PIL entro il 2020 contro il 15% attuale. Questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto in primo luogo con il taglio di circa 20 mila posti di lavoro.

 

Un’analisi pubblicata dalla Reuters a dicembre anticipava l’intenzione del governo di attenuare le “riforme” volute dal FMI proprio per evitare manifestazioni di protesta, ma il bilancio alla fine approvato ha evidentemente fallito nell’impossibile obiettivo di conciliare pace sociale e aspettative dei creditori internazionali.

 

Le ultime misure decise dal governo si innestano d’altra parte su una situazione economica in evidente deterioramento e peggiorata dal rallentamento degli investimenti internazionali a causa dei frequenti scioperi e dalla minaccia di attentati terroristici. L’inflazione resta così ben al di sopra del 6%, mentre il dato ufficiale, probabilmente sottostimato, della disoccupazione supera il 15% e addirittura il 30% per i giovani.

 

Sul fronte politico, il primo ministro Chahed ha minacciato un intervento ancora più duro delle forze di polizia con il pretesto di impedire atti di violenza e distruzione della proprietà privata. I partiti di opposizione stanno invece cavalcando le manifestazioni popolari, invitando i dimostranti a rimanere nelle piazze fino a che le “riforme” economiche non saranno ritirate.

 

Anche il potente sindacato UGTT ha chiesto misure per alleviare la povertà e gli stenti di milioni di tunisini, ma il ruolo di questa organizzazione e dei partiti di “sinistra” risulta insidioso per la popolazione tunisina. Proprio queste formazioni politiche e sindacali sono state determinanti nel contenere le spinte rivoluzionarie dopo la deposizione di Ben Ali, garantendo la sostanziale stabilità del capitalismo tunisino e favorendo i tradizionali interessi di classe dietro la facciata di un sistema formalmente democratico.

 

Le proteste in corso in Tunisia, infine, sono significativamente l’espressione di un malcontento generalizzato che sta attraversando l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, ma anche svariati paesi europei, in conseguenza di tensioni sociali provocate dagli attacchi sempre meno sostenibili alle condizioni di vita di lavoratori e classe media.

 

In maniera non casuale, gli eventi registrati in Tunisia in questi primi giorni dell’anno stanno infatti avvenendo più o meno in concomitanza con dimostrazioni contro austerity e misure varie di rigore che, solo per citare i casi più significativi, stanno interessando paesi come Iran, Israele e Sudan.

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Spagna e tortura, opposizione venezuelana e Odebrecht: misteriosi attacchi di amnesia informativa

Cubadebate (italiano) - Mer, 10/01/2018 - 01:06

Marcha-al-congreso-fotos-Kaloian-26Un rapporto dell’Istituto  Basco di Criminologia accredita oltre 3000 casi di tortura nel Paese Basco dalla fine della dittatura di Franco (1). I grandi media spagnoli o lo hanno taciuto o hanno fortemente squalificato la fonte (2) (3).

Come in Argentina. Lì, un rapporto denuncia che, in due anni del governo di Mauricio Macri, 725 persone sono morte per la repressione poliziesca (4) (5). Ma i grandi giornali, come Clarín o La Nación, neppure lo hanno menzionato.

Sì leggeremo, sulla stampa spagnola ed argentina, su presunte “violazioni dei diritti umani” a Cuba (6) (7) o in Venezuela (8).

Le proteste in Iran sono state titoli di testa, per giorni, dei notiziari TV (9) e dei grandi media occidentali (10). Qualcosa che contrasta con lo scarso interesse informativo che suscitarono le proteste -all’inizio di dicembre – contro la frode elettorale in Honduras (11), in cui 18 persone sono state uccise per azione diretta della polizia (12). I governi occidentali, -specialmente quello USA- sostengono la rivolta in Iran (13), mentre difendono il governo dell’Honduras (14). Forse questo spiega tale doppio standard informativo?

Da quando Donald Trump  ha annunciato annunciava il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele (15), 16 palestinesi sono stati assassinati da soldati israeliani (16), 345 minori hanno sofferto ferite (17) e 100 giornalisti aggressioni (18). Ma contro Israele non ci sono sanzioni internazionali né clamore mediatico. L’Assemblea Generale dell’ONU ha richiesto una rettifica agli USA, con 128 voti contro 9 (19). Uno dei  sostenitori USA – che coincidenza – è stato … l’Honduras (20). Anche a novembre, la comunità internazionale aveva sconfitto gli USA: 191 governi – contro 2 – hanno chiesto la fine del blocco contro Cuba (21). Ma non succede nulla.

Ora, potete immaginare il contrario, che l’ONU esigesse da Cuba, ad esempio, elezioni in stile occidentale? Quanti reportage, editoriali e talk show conteremmo nei media di tutto il mondo?

Immaginate, allo stesso modo, lo scalpore mediatico che si formerebbe se in un paese turistico come Cuba apparissero sei cadaveri appesi in una delle sue aree ricreative (22). Ma dato che l’evento è accaduto in Messico, dove oltre 196000 persone sono state assassinate negli ultimi dieci anni, è una notizia tra le tante, i cui dati sono forniti dal governo e dalla polizia e dove gli unici colpevoli sono le bande di fuorilegge (23). Neppure la minima analisi politica. Non cambierebbe, un poco, tale  tono informativo se il fatto fosse accaduto, ad esempio, in Venezuela (24)?

A proposito, ricordate quando l’ex procuratrice generale di quel paese, lo scorso agosto, accusava Nicolás Maduro di ricevere denaro dalla società di costruzioni brasiliana Odebrecht (25)? E’ stata notizia nei grandi media, la maggior parte dei quali, giorni dopo, si dimenticarono di riportare la smentita di tale società (26). Bene, Marcelo Odebrecht, ex presidente della società di costruzioni, ha appena dichiarato che quella che ha finanziato in Venezuela fu … l’opposizione (27).  E la stampa mondiale ha appena avuto un altro misterioso attacco … di amnesia informativa.

di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación

traduzione Francesco Monterisi

foto: Kaloian Santos Cabrera/ Cubadebate

per vedere il video clikka qui

 

(1) https://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20171218/lakua-censa-finalmente-4-113-casos-de-torturas-el-73-despues-de-franco

(2)  http://www.elcorreo.com/opinion/escasamente-cientifico-20171228221918-nt.html

(3)  http://www.abc.es/espana/pais-vasco/abci-covite-acusa-gobierno-vasco-promover-falso-empate-entre-victimas-y-torturados-201712191806_noticia.html

(4)  https://www.telesurtv.net/news/Informe-arroja-que-hubo-725-fallecidos-en-el-Gobierno-de-Macri-20171224-0007.html

(5)  http://www.laprimerapiedra.com.ar/2017/12/gobierno-macri-mata-23-horas/

(6)  http://www.lanacion.com.ar/2080572-venezuela-y-cuba-parecidas-hasta-para-recibir-nuevas-sanciones

(7)  http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/76103-milagro-represivo-en-cuba-detienen-de-manera-arbitraria-a-gente-que-vive-en-eeuu

(8)  http://www.rtve.es/noticias/20180103/venezuela-comienza-2018-214-presos-politicos-emergencia-social-segun-ong-foro-penal/1653800.shtml

(9)  http://www.rtve.es/noticias/20180101/iran-bloquea-acceso-redes-sociales-servicios-mensajeria-protestas/1653120.shtml

(10)       https://www.washingtonpost.com/world/iran-protests-and-death-toll-grow-as-tension-rises/2018/01/02/243fa9be-ef47-11e7-95e3-eff284e71c8d_story.html?utm_term=.7fb787136f4b

(11)       http://www.publico.es/internacional/elecciones-honduras-crisis-poselectoral-honduras-deja-18-muertos.html

(12)       https://www.efe.com/efe/america/politica/la-crisis-poselectoral-en-honduras-deja-18-muertos-y-oposicion-convoca-una-protesta/20000035-3469498

(13)       https://elpais.com/internacional/2018/01/03/estados_unidos/1514947010_862756.html

(14)       https://www.nytimes.com/es/2017/12/23/estados-unidos-respalda-la-victoria-de-juan-orlando-hernandez-en-honduras/

(15)       https://elpais.com/internacional/2017/12/06/estados_unidos/1512579049_062317.html

(16)       http://www.clarindecolombia.info/index.php/noticia/51-internacional/590-16-martires-palestinos-asesinados-por-las-fuerzas-israelies-y-mas-de-4-000-heridos

(17)       https://www.telesurtv.net/news/Brutalidad-israeli-contra-ninos-palestinos-aumenta-en-diciembre-20171225-0018.html

(18)       http://www.resumenlatinoamericano.org/2017/12/27/palestina-mas-de-100-periodistas-heridos-por-las-fuerzas-israelies-desde-el-anuncio-de-trump-sobre-jerusalen/

(19)       https://elpais.com/internacional/2017/12/21/actualidad/1513856371_750646.html

(20)       http://www.elheraldo.hn/pais/1139811-466/honduras-entre-invitados-de-washington-por-aceptar-a-jerusal%C3%A9n-como-capital-de

(21)       http://www.antena3.com/noticias/mundo/onu-pide-fin-embargo-cuba-unica-oposicion-estados-unidos-israel_2017110159fa120a0cf2018c194082c1.html

(22)       http://www.elmundo.es/internacional/2017/12/21/5a3bc4c5ca47414f2b8b4595.html

(23)       https://elpais.com/internacional/2017/12/20/mexico/1513810062_205654.html

(24)       http://www.elnuevoherald.com/opinion-es/opin-col-blogs/opinion-sobre-venezuela/article192181164.html

(25)       https://elpais.com/internacional/2017/08/19/america/1503172609_719210.html?rel=mas

(26)       https://www.efe.com/efe/america/politica/odebrecht-niega-las-acusaciones-de-la-exfiscal-ortega-sobre-corrupcion-en-venezuela/20000035-3371934

(27)       https://actualidad.rt.com/actualidad/258997-odebrecht-comprar-silencio-oposicion-venezolana

 

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Corea, la tregua olimpica

Altrenotizie.org - Mar, 09/01/2018 - 20:33

I primi colloqui diretti tra i rappresentanti delle due Coree dopo più di due anni rappresentano una tenue speranza per una possibile soluzione pacifica della crisi in Asia nord-orientale. Per il momento, il vertice bilaterale ha affrontato concretamente la sola questione della presenza di atleti nordcoreani alle prossime Olimpiadi invernali di PyeongChang, mentre eventuali ulteriori progressi dovranno misurarsi sia con le decisioni americane sia con il ruolo e le concessioni che le potenze coinvolte nella crisi intenderanno riconoscere al regime di Kim Jong-un.

 

L’incontro di martedì si è tenuto nella località di frontiera di Panmunjom, dove le delegazioni sono state guidate dai responsabili per i governi di Seoul e Pyongyang delle relazioni tra i due paesi, rispettivamente Cho Myoung-gyon e Ri Son-gwon.

 

L’evento, difficilmente pensabile solo poche settimane fa, era stato organizzato rapidamente durante le prime ore del nuovo anno, in seguito all’apertura del leader nordcoreano al dialogo con il Sud partendo appunto dalla partecipazione di propri atleti ai giochi che si disputeranno nella località nordcoreana tra il 9 e il 25 febbraio. Il discorso di inizio anno di Kim conteneva anche una nuova minaccia rivolta agli Stati Uniti, ma il governo di Seoul del presidente, Moon Jae-in, aveva colto subito la palla a balzo per proporre un faccia a faccia con Pyongyang nei giorni successivi.

 

Vista l’attenzione internazionale concentratasi sull’evento, il regime di Kim aveva tutto l’interesse a garantire un esito sostanzialmente positivo senza dover pagare il prezzo politico di concessioni o passi indietro. Alla fine, infatti, la Corea del Nord ha accettato l’invito di Seoul a inviare un certo numero di atleti che parteciperanno alle Olimpiadi, assieme a un gruppo di sostenitori e giornalisti, a una squadra di artisti che si esibiranno durante i giochi e a una “delegazione di alto livello”. I rappresentanti di Seoul hanno poi presentato proposte di dialogo su una serie di altre questioni, tra cui quella annosa degli incontri tra le famiglie separate dopo l’armistizio del 1953 e la riattivazione sia dei contatti a livello militare sia dei colloqui sulla denuclearizzazione della penisola.

 

I riscontri nordcoreani a questo proposito non sembrano essere stati univoci, anche se qualche risultato al di là dell’ambito sportivo pare essere stato raggiunto. I delegati di Kim si sono detti interessati a utilizzare l’incontro solo per creare le condizioni di un “dialogo fruttuoso”, ma i due governi avrebbero alla fine raggiunto un accordo sul ristabilimento di una linea telefonica militare diretta, sospesa nel 2016 come ritorsione per la chiusura, da parte sudcoreana, del complesso industriale congiunto di Kaesong.

 

Come ha spiegato l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, ufficialmente l’intesa sarebbe scaturita dalla decisione di Kim di inviare i propri atleti a PyeongChang via terra, visto che la linea telefonica in questione era utilizzata appunto per coordinare attraversamenti di frontiera in entrambe le direzioni.

 

Alla luce della forte presenza militare nell’area di confine, ciò comporta a sua volta imminenti consultazioni militari tra i due paesi. In un quadro più ampio, i governi di Seoul e Pyongyang hanno annunciato colloqui a livello militare per “allentare le tensioni attuali”. I rappresentanti nordcoreani hanno invece criticato la propria controparte per avere sollevato la questione della denuclearizzazione, poiché le “armi strategiche” di Pyongyang non sono dirette contro la Corea del Sud o contro altri paesi all’infuori degli Stati Uniti.

 

La già ricordata decisione nordcoreana di inviare alle Olimpiadi invernali anche un certo numero di funzionari del regime ha convinto inoltre il governo di Seoul ad annunciare la possibilità di sospendere in maniera temporanea determinate sanzioni eventualmente in vigore nei confronti di membri di questa delegazione.

 

Questa concessione non è l’unica ottenuta da Pyongyang nel quadro del vertice di martedì. Con ogni probabilità su pressione del governo sudcoreano, gli Stati Uniti avevano in precedenza accettato anche lo stop alle esercitazioni militari con le forze di Seoul per tutta la durata dei giochi olimpici. Tradizionalmente, il regime di Kim vede con estrema irritazione queste manovre, considerandole a ragione come prove generali di un attacco militare contro la Corea del Nord.

 

In definitiva, visto il deterioramento della situazione registrato nella penisola di Corea negli ultimi mesi, il successo dell’incontro di martedì doveva essere valutato dal via libera alla partecipazione degli atleti di Pyongyang alle Olimpiadi e da un eventuale accordo sulla continuazione dei colloqui. Entrambi i risultati, per quanto relativamente modesti, sembrano essere stati raggiunti, ma il livello ormai raggiunto dalla crisi, soprattutto a causa dell’atteggiamento dell’amministrazione Trump, lascia presagire che il cammino verso una soluzione pacifica resta ancora in salita.

 

Non va dimenticato infatti che, solo nei primi giorni dell’anno, il presidente americano aveva indirizzato nuove minacce contro il regime di Kim, così come egli stesso e altri membri della sua amministrazione avevano sminuito l’importanza e l’utilità del vertice di Panmunjom. Soprattutto, come aveva spiegato qualche giorno fa l’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley, sarà da chiarire la questione delle condizioni preliminari a cui Pyongyang dovrà sottostare per consentire un qualche reale progresso diplomatico. E le condizioni continuano a essere dettate dagli USA, il cui governo non intende allentare le pressioni su Kim se non ci sarà una rinuncia al programma nucleare nordcoreano.

 

A convincere Trump a dare l’approvazione al vertice tra le due Coree è stata in primo luogo la fortissima opposizione sia dell’opinione pubblica internazionale sia della gran parte dei governi occidentali e asiatici a una soluzione militare della crisi. All’interno della stessa amministrazione repubblicana e tra i vertici militari USA persistono resistenze significative alla linea aggressiva seguita dalla Casa Bianca.

 

I preparativi per un attacco preventivo contro la Corea del Nord, anche con armi nucleari, sono comunque ben avanzati ed è del tutto verosimile che Trump possa tornare ad autorizzare ulteriori esercitazioni militari con Seoul al termine dei giochi olimpici.

 

Per il momento, la reazione del dipartimento di Stato americano al vertice di martedì è stata a dir poco cauta. L’incontro tra le due Coree è stato definito un “buon inizio”, ma per Washington servirà del tempo per capire se la discussione avrà conseguenze positive al di là delle Olimpiadi. Un consigliere del segretario di Stato, Rex Tillerson, ha confermato d’altra parte alla Associated Press che gli USA intendono “insistere sulla completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione della penisola coreana”.

 

Da parte nordcoreana, l’ammorbidimento di Kim sfociato nell’accettazione dell’invito ai colloqui di martedì sembra essere legato a una precisa scelta strategica. Dopo l’annuncio qualche settimana fa del presunto completamento del programma di difesa nazionale, ufficialmente in grado di colpire tutto il territorio americano, il leader nordcoreano potrebbe avere inaugurato una fase che ha come obiettivo l’ottenimento di determinate concessioni da Washington.

 

Ciò dovrebbe essere raggiunto facendo leva sulla chiara predisposizione al dialogo dell’attuale governo di centro-sinistra sudcoreano del presidente Moon. Il calcolo di Kim rischia però di scontrarsi con la linea dura di Washington e con il fatto che la questione nordcoreana si intreccia inestricabilmente con la crescente rivalità tra USA e Cina, di cui Pyongyang è una pedina.

 

Se la vera attitudine dell’amministrazione Trump risulta incerta, come conferma l’alternanza di pesanti minacce e relative aperture da parte del presidente, i nodi strategici legati alla vicenda del nucleare nordcoreano sono ben lontani dall’essere sciolti.

 

Le decisioni di Washington non sono poi l’unico fattore che influisce sull’evolversi della situazione. Su di essa agiscono i primo luogo gli interessi della Cina, sempre meno paziente nei confronti dell’alleato Kim e interessata a consolidare le relazioni commerciali con la Corea del Sud, così come con gli Stati Uniti, nonostante i numerosi motivi di scontro.

 

Se, ad ogni modo, la soluzione della crisi coreana dovesse essere alla fine diversa da un catastrofico conflitto armato o da un cambio di regime imposto a Pyongyang, è difficile pensare a un esito che non legittimi in qualche modo le ambizioni di Kim e ratifichi almeno in parte i risultati raggiunti dal suo regime in ambito militare.

 

La disponibilità nordcoreana al compromesso e, ancor più, quella americana a fare un passo indietro dalla propria linea attuale, dettata dagli sforzi di invertire il declino degli USA a livello internazionale, risulterà dunque decisiva nel prossimo futuro per determinare le sorti della penisola di Corea.

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Fidel l’8 gennaio 1959: questo è un momento decisivo della nostra storia

Cubadebate (italiano) - Lun, 08/01/2018 - 21:47

fidel-en-columbiaDiscorso del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, al suo arrivo a L’Avana, Ciudad Libertad, l’8 gennaio 1959
Data:
08/01/1959

Compatrioti,

Io so che nel parlarvi qui, questa sera, mi trovo davanti a uno degli obblighi più difficili, forse, in questo lungo processo di lotta, avviatosi a Santiago de Cuba, il 30 novembre 1956.

Il popolo ascolta, ascoltano i combattenti rivoluzionari e ascoltano anche i soldati dell’Esercito, il cui destino è tra le nostre mani.

Sono convinto che questo è un momento decisivo della nostra storia: la tirannia è stata abbattuta. La gioia è immensa. E tuttavia, rimane ancora molto da fare. Non dobbiamo sbagliarci pensando che, da adesso in poi, tutto sarà più facile; può darsi che da adesso in poi, tutto sarà più difficile.

Il primo dovere di ogni rivoluzionario è quello di dire la verità. Ingannare il popolo, risvegliare in lui false illusioni, avrebbe sempre le peggiori conseguenze, e ritengo che è necessario avvertire il popolo in quel che riguarda l’eccesso di ottimismo.

Come vinse la guerra l’Esercito Ribelle? Dicendo la verità. Come perse la guerra la tirannia? Ingannando i soldati.

Ogniqualvolta che avevamo una sconfitta, lo dicevamo tramite “Radio Rebelde”, censuravamo gli errori commessi dagli ufficiali, e avvertivamo tutti i compagni per evitare che il medesimo errore si ripetesse in un’altra truppa. Non capitava lo stesso con le compagnie dell’Esercito. Diverse truppe commettevano gli stessi errori perché gli ufficiali non dicevano mai la verità ai soldati.

E per tale motivo, io voglio cominciare —o meglio ancora, continuare— lo stesso sistema: cioè, dire sempre al popolo la verità.

Abbiamo già fatto un tratto, forse abbiamo dato un importante passo in avanti. Adesso siamo alla capitale, adesso siamo a Columbia, sembrano vittoriose le forze rivoluzionarie; il governo è costituito, riconosciuto da numerosi paesi del mondo, si direbbe che la pace è stata conquistata; e, tuttavia, non dobbiamo essere ottimisti. Il popolo rideva oggi, il popolo era gioioso, e nel frattempo, noi eravamo preoccupati; e più straordinaria era la moltitudine che veniva al nostro incontro, e più straordinaria era la gioia del popolo, più grande era la nostra preoccupazione, perché più grande era anche la nostra responsabilità di fronte alla storia e al popolo di Cuba.

La Rivoluzione ha ormai un esercito d’assetto di guerra. Chi possono essere oggi o in futuro i nemici della Rivoluzione? Chi possono essere davanti a questo popolo vittorioso, in futuro, i nemici della Rivoluzione? I peggiori nemici che potrebbe avere in futuro la Rivoluzione Cubana, sono gli stessi rivoluzionari.

E’ quello che dicevo sempre ai combattenti ribelli: quando non ci saranno più nemici davanti a noi, quando la guerra sarà finita, i soli nemici che potrà riscontrare la Rivoluzione, saremo noi stessi, e per tale motivo dicevo sempre, e dico ancora, che con il soldato ribelle saremo più rigorosi che con nessun altro, che con il soldato ribelle saremo più esigenti che con nessun altro, perché da lui dipenderà il trionfo o meno della Rivoluzione.

Ci sono molti tipi di rivoluzionari. Sin da molto tempo fa stiamo a sentire parlare sulla rivoluzione; quando si parlava dei fatti del 10 marzo si parlava di rivoluzione, s’invocava la parola rivoluzione, e tutti erano rivoluzionari; i soldati venivano raggruppati qui e si parlava a loro della “Rivoluzione del 10 marzo” (RISATE).

Per molto tempo abbiamo sentito parlare dei rivoluzionari. Ricordo le mie prime impressioni sul rivoluzionario, fino a quando lo studio e un po’ de maturità mi diedero gli elementi per sapere ciò che era veramente una rivoluzione e ciò che era veramente un rivoluzionario. Le prime impressioni sul rivoluzionario gli avevo sentite da bambino, allora sentivo dire: “Quel tale fu rivoluzionario, partecipai a tale combattimento, o a tale operazione, o mise bombe”, “Quel tale era rivoluzionario…”, si è perfino creata una casta di rivoluzionari, e allora c’erano dei rivoluzionari che volevano vivere della rivoluzione, volevano vivere a titolo di essere stati dei rivoluzionari, di avere messo una o due bombe; ed è possibile che coloro che parlavano di più erano proprio quelli che avevano fatto di meno. Però, il vero è che si recavano ai ministeri cercando posti, per vivere da parassiti, per farsi pagare il prezzo di ciò che avevano fatto a quel momento, per una rivoluzione, purtroppo, non riuscita, perché ritengo che la prima che sembra di avere più possibilità di riuscire, è proprio questa Rivoluzione, se non la roviniamo noi… (EXCLAMAZIONI DI “No!” E APPLAUSI).

Quel rivoluzionario delle mie prime impressioni da bambino, portava una pistola 45 alla cintola, e voleva vivere per i propri rispetti: era capace di uccidere qualsiasi; arrivava agli uffici degli alti funzionari con aria di un uomo al quale ci si deve ascoltare; e infatti ci si chiedeva:

Dov’è la rivoluzione fatta da loro, da questi rivoluzionari? Perché non ce n’è stata una, e ci sono stati in pochi i rivoluzionari.

La prima cosa che dobbiamo chiederci, noi, che abbiamo fatto questa Rivoluzione, è: qual è l’intensione con la quale è stata fatta; se in qualcuno di noi si nascondeva un’ambizione, un desiderio di comando, un proposito ignobile; se in ciascuno dei combattenti di questa Rivoluzione c’era un idealista o uno che con il pretesto dell’idealismo cercava altri fine; se abbiamo fatto questa Rivoluzione pensando che dopo l’abbattimento della tirannia avremmo goduto del beneficio del potere; se ognuno di noi andrebbe a guidare una macchina americana di lusso, se ognuno di noi andrebbe a vivere come un re, se ognuno di noi avrebbe una bella villa, e da questo momento in poi la vita sarebbe per noi una passeggiata, poiché era per questo che eravamo stati rivoluzionari e che avevamo abbattuto la tirannia; se la nostra idea era che sarebbero tolti dei ministri per metterci altri, se la nostra idea era semplicemente togliere di mezzo alcuni uomini per metterci altri; oppure se in ognuno di noi c’era un vero disinteressamento, se in ognuno di noi c’era un vero spirito di sacrificio, se in ognuno di noi c’era il proposito di dare tutto a cambio di niente, e se per prima cosa eravamo disposti a rinunciare a tutto quello che non fosse continuare a compiere il dovere da sinceri rivoluzionari (LUNGHI APPLAUSI). Ci si dobbiamo porre questa domanda, perché dal nostro esame di coscienza può dipendere, in grande misura, il destino futuro di Cuba, di noi e del popolo.

Quando sento parlare di colonne, quando sento parlare di fronti di combattimento, quando sento parlare di truppe più o meno numerose, penso sempre: ecco la nostra colonna più ferme, la nostra miglior truppe, la sola truppe in grado di vincere da sé stessa la guerra: Quella truppe è il popolo! (APPLAUSI.)

Nessun generale è più forte del popolo; nessun esercito è più forte del popolo. Se mi chiedessero quale truppa avrei preferito comandare, direi: preferisco comandare il popolo (APPLAUSI), perché il popolo è invincibili. E fu proprio il popolo a vincere questa guerra, perché noi non avevamo carri armati, noi non avevamo aerei, noi non avevamo cannoni, noi non avevamo accademie militari, noi non avevamo campi da reclutamento e addestramento, noi non avevamo divisioni, ne reggimenti, né compagnie, né plotoni, neanche squadre (LUNGHI APPLAUSI).

Poi, chi vinse la guerra? Il popolo, il popolo vinse la guerra. Questa guerra non la vinse nessun altro se non il popolo — e lo dico se per caso c’è qualcuno che pensa che la vinse, o se qualche truppa pensa che la vinse (APPLAUSI). Quindi, prima di ogni altra cosa, c’è il popolo.

Tuttavia c’è un’altra cosa: la Rivoluzione non interessa a me come persona, neanche ai comandanti, capitani, colonne o compagnie; la Rivoluzione interessa al popolo (APPLAUSI).

Chi vinse o perse con essa è il popolo. Se fu il popolo a soffrire gli orrori di questi sette anni, quindi è il popolo da chiedersi se entro 10, 15, 20 anni, lui, i suoi figli, i suoi nipoti, continueranno a soffrire gli orrori subiti sin dall’inizio della Repubblica di Cuba, coronata con dettature come quelle di Machado e Batista (LUNGHI APPLAUSI).

Il popolo vuole sapere se noi saremo in grado di fare bene questa Rivoluzione, oppure se sprofonderemo negli stessi errori della rivoluzione precedente, o della anteriore a quella e via dicendo, e poi subiremo le conseguenze dei nostri errori, perché non c’è errore senza conseguenze per il popolo; non c’è errore politico che non si paghi, più presto che tardi.

Ci sono ancora altre circostanze. Ad esempio, ritengo che questa volta ci sono più possibilità perché la Rivoluzione compia veramente il suo destino. Forse per questo motivo il popolo è tanto gioioso e si dimentica perfino del lavoro che si deve fare ancora.

Una delle più grandi brame della nazione, emanata dagli orrori subiti, dalla repressione e dalla guerra, era la brama di pace, di pace con libertà, di pace con giustizia, e di pace con diritti. Nessuno voleva la pace ad un altro prezzo, perché Batista parlava di pace, parlava di ordine, ma quella pace non la voleva nessuno, perché sarebbe la pace a cambio della sottomissione.

Oggi il popolo ha la pace che voleva: una pace senza dettatura, una pace senza crimine, una pace senza censura, una pace senza persecuzioni (LUNGHI APPLAUSI).

Forse la maggior gioia di questo momento è quella delle madri cubane. Le madri dei soldati o le madri dei rivoluzionari, le madri di qualunque cittadino, sentono oggi che i loro figli, finalmente, sono fuori pericolo (APPLAUSI).

Il maggior crimine che potrebbe commettersi oggi a Cuba, ripeto, il maggior crimine che potrebbe commettersi oggi a Cuba, sarebbe proprio un crimine contro la pace. Ciò che non verrebbe perdonato da nessuno a Cuba, oggi, sarebbe proprio che ci si cospirasse contro la pace (APPLAUSI).

Colui che tenti di fare oggi qualcosa contro la pace di Cuba, colui che tenti di fare oggi qualcosa che metta in pericolo la calma e la felicità di milioni di madri cubane, è un criminale ed è un traditore (APLAUSOS). Colui che non sarà disposto a rinunciare a qualcosa per la pace, colui che non sarà disposto a rinunciare a tutto per la pace, è un criminale ed è un traditore (APLAUSOS).

Come la penso così, dico e giuro davanti ai miei compatrioti che se qualcuno dei miei compagni, o il nostro movimento, o io stesso, diventiamo, anche minimamente, un ostacolo alla pace di Cuba, da questo stesso momento il popolo può disporre di noi tutti e dirci cosa dobbiamo fare (APPLAUSI). Perché sono un uomo che sa rinunciare, e l’ho dimostrato più di una volta nella mia vita, perché è questo che ho insegnato ai miei compagni, e ho la morale, la forza e l’autorità sufficienti per parlare in un momento come questo (APPLAUSI E EXCLAMAZIONI DI: “Viva Fidel Castro!”).

E ai primi ai quali devo parlare così sono ai rivoluzionari, se fosse pertinente, o meglio ancora, perché è pertinente dirlo in tempo.

Non è molto lontano quel decennio dopo la caduta di Machado; forse uno dei mali più grandi di quella lotta fu la proliferazione dei gruppi rivoluzionari, che subito si sono aggrediti a colpo di pistola (APPLAUSI). E poi Batista s’impadronì del potere, detenendolo per ben 11 anni.

Quando fu organizzato il Movimento 26 Luglio e cominciò pure questa guerra, pensai che, anche se i sacrifici sarebbero stati grandi, anche se la lotta sarebbe stata lunga – e fu così – perché durò più di due anni, ben due anni che non furono per noi una passeggiata, ben due anni di dura lotta, dal momento in cui riprendemmo la campagna con un pugno di uomini, fino al nostro arrivo alla capitale della Repubblica, malgrado i sacrifici che avevamo davanti a noi, ci rassicurava, tuttavia, un’idea: era palese che il Movimento 26 Luglio aveva l’appoggio e la simpatia della stragrande maggioranza della popolazione (APPLAUSI); era palese che il Movimento 26 Luglio aveva l’appoggio quasi all’unanimità della gioventù cubana (APPLAUSI). Sembrava che questa volta un’organizzazione grande e forte avrebbe raccolto l’ansia del nostro popolo e che non ci sarebbero le rischiosi conseguenze della proliferazione delle organizzazioni rivoluzionarie.

Sono certo che noi tutti avremmo dovuto aderire, dal primo momento, una sola organizzazione rivoluzionaria: la nostra o un’altra, il 26, il 27 o il 50, qualunque sia, perché, alla fin fine, eravamo gli stessi a lottare alla Sierra Maestra, all’Escambray, o a Pinar del Río, uomini giovani, uomini con gli stessi ideali, allora perché dovevano esserci mezza dozzina di organizzazioni rivoluzionarie? (APLAUSOS.)

La nostra fu la prima; la nostra fu quella che ingaggiò la prima battaglia alla caserma Moncada, fu quella che sbarcò dallo yacht “Granma” il 2 dicembre (APPLAUSI), e fu quella che lottò da sola per più di un anno contro tutta la forza della tirannia (APPLAUSI); quella che quando aveva solo 12 uomini, mantenne dritta la bandiera del ribellismo, quella che insegnò al popolo che si poteva lottare e che si poteva vincere, quella che distrusse tutte le false ipotesi che c’erano a Cuba sulla rivoluzione. Perché qui tutti complottavano con il capo, con il sergente, o inserivano armi all’Avana, che poi venivano prese dalla polizia (APPLAUSI), fino al momento in cui siamo arrivati noi e abbiamo dimostrato che quella non era la lotta, che la lotta doveva essere un’altra, che si doveva inventare una nuova tattica e una nuova strategia, che fu quella tattica e quella strategia che avemmo messo in atto e che portò al più straordinario trionfo mai visto nella storia del popolo di Cuba (APPLAUSI).

E voglio che il popolo mi dica, in tutta onestà, se questo è vero o non (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Sì!”)

C’è inoltre un’altra questione: il Movimento 26 Luglio era l’organizzazione maggioritaria, è vero o no? (ESCLAMAZIONI DI: “SÌ!”) E, come finì la lotta? Ve lo dirò: l’Esercito Ribelle, che è il nome del nostro esercito, quello che nacque alla Sierra Maestra, dopo la caduta della tirannia s’impossessò di tutta la regione orientale, del Camagüey e di una parte di Las Villas, dell’intera provincia di Matanzas, La Cabaña, Columbia, la Questura e Pinar del Río (APPLAUSI).

La lotta finì in consonanza con il rapporto di forze esistenti, perché non per niente le nostre colonne traversarono le pianure del Camagüey, inseguite da migliaia di soldati e aerei, e arrivarono a Las Villas; e perché l’Esercito Ribelle aveva il comandante Camilo Cienfuegos (LUNGHI APPLAUSI), a Las Villas, e perché aveva il comandante Ernesto Guevara a Las Villas (LUNGHI APPLAUSI) il 1 gennaio, dopo il tradimento di Cantillo (ESCLAMAZIONI DI: “Via!”) … Perché c’erano proprio lì – dico – il giorno 1 diede l’ordine al comandante Camilo Cienfuegos di andare verso la capitale, assieme a 500 uomini, e di attaccare Columbia (APPLAUSI); siccome il comandante Ernesto Guevara era a Las Villas gli dissi di andare verso la capitale e di prendere La Cabaña (APPLAUSI).

Tutti i reggimenti, tutti i forti militari importanti, furono tra le mani dell’Esercito Ribelle, e non fu nessuno a darglieli, perché non fu nessuno che è venuto a dire: “Va di là, di qua e via dicendo”; fu il nostro sforzo, il nostro sacrificio, la nostra esperienza e la nostra organizzazione da portarci ai risultati ottenuti (APPLAUSI).

Vuol dire che gli altri non hanno lottato? No. Vuol dire che gli altri non hanno dei meriti? No. Perché abbiamo lottato, perché ha lottato l’intero popolo. All’Avana non c’era nessuna Sierra, ma ci sono stati, comunque, centinaia di morti, di compagni assassinati nel compiere i loro dovere rivoluzionario. All’Avana non c’era nessuna Sierra e, tuttavia, lo sciopero generale fu un fattore decisivo perché il trionfo della Rivoluzione fosse completo (APPLAUSI).

Con questo voglio soltanto dirvi come sono state le cose, qual è stato il ruolo del Movimento 26 Luglio in questa lotta e come ha condotto il popolo nel momento in cui si parlava di elezioni e di elettoralismo. Una volta ho dovuto scrivere un articolo dal Messico, intitolato: “Di fronte a tutti”, perché infatti, eravamo contro tutte le opinioni, difendendo la nostra tesi rivoluzionaria, la strategia di questa Rivoluzione, concepita dal 26 luglio, e la culminazione di questa Rivoluzione, cioè la schiacciante sconfitta della tirannia, e la presa dei forti dall’Esercito Ribelle, organizzata dal Movimento 26 Luglio.

Il Movimento 26 Luglio non solo pose le basi durante la guerra, ma insegnò inoltre il modo di trattare il nemico durante la guerra. Questa è stata, forse, la prima rivoluzione al mondo dove non si è mai assassinato un prigioniere di guerra (LUNGHI APPLAUSI); dove non si è mai abbandonato un ferito, dove non si è mai torturato un uomo (APPLAUSI); ecco il modello deciso dall’Esercito Ribelle. E ancora: questa è l’unica rivoluzione dove non nacque un generale (APPLAUSI) o un colonnello, perché il grado che mi diedi o piuttosto che mi diedero i miei compagni, fu quello di comandante, e non l’ho cambiato, anche se abbiamo vinto molte battaglie e abbiamo vinto una guerra; continuo ad essere comandante, e non voglio un altro grado (APPLAUSI).

E l’effetto morale, il fatto che noi tutti, che abbiamo incominciato questa guerra, avessimo individuato certi gradi nella gerarchia militare, ha fatto in modo che nessuno osasse darsi gradi al di sopra di quello di comandante — anche se ci sono più comandanti del previsto, a dire la verità.

Sono convinto che il popolo vuole che gli parli chiaro, perché dopo avere lottato come l’ho fatto per i diritti dei singoli cittadini, ho quanto meno il diritto di dire la verità ad alta voce (APPLAUSI). E ancora, perché essendo di mezzo gli interessi della patria, non transigo minimamente quando è a rischio la Rivoluzione Cubana (APPLAUSI).

Hanno tutti la stessa autorità per parlare? Sostengo che colui che ha più meriti ha più autorità per parlare di colui che ne ha meno. Sono dell’opinione che perché gli uomini abbiano le stesse prerogative morali, devono avere, per prima, gli stessi meriti. Sono dell’opinione che la Rivoluzione culminò come si doveva, cioè, il comandante Camilo Cienfuegos — veterano di ben due anni e un mese di lotta — (APPLAUSI), è il capo di Columbia; il comandante Efigenio Ameijeiras, che ha perso ben tre fratelli in questa guerra, ed è veterano del “Granma” e comandante per le battaglie ingaggiate (APPLAUSI), è il Questore della Repubblica, e il comandante Ernesto Guevara — vero eroe, che venne nello yacht “Granma” e veterano di ben due anni e un mese di lotta nelle montagne più alte e ruvide di Cuba—, è il capo di La Cabaña (APPLAUSI); e capeggiando i singoli reggimenti delle varie provincie ci sono gli uomini che si sono sacrificati di più e che hanno lottato di più in questa Rivoluzione. Dunque, se le cose stanno così, nessuno ha il diritto di arrabbiarsi.

Innanzitutto, veneriamo il merito, perché colui che non venera il merito è soltanto un ambizioso (APPLAUSI), è uno che senza avere i meriti degli altri vuole avere le loro prerogative.

Adesso la Repubblica, o la Rivoluzione, entra in una nuova fase. Sarebbe giusto che le ambizioni o i personalismi venissero a mettere a rischio il destino della Rivoluzione? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Cosa vuole il popolo? perché è il popolo che deve dire l’ultima parola (ESCLAMAZIONI DI: “Libertà!”, “Libertà!”) Vuole per prima cosa la libertà, i diritti che gli sono stati strappati, e la pace. E ce gli ha, perché in questo momento ha tutte le libertà e tutti i diritti che gli erano stati strappati dalla tirannia (APPLAUSI).

Cosa vuole il popolo? Un governo onesto. Non è un governo onesto ciò che vuole il popolo? (ESCLAMAZIONI DI: “Sì!”) Eccolo qua: un magistrato onesto come Presidente della Repubblica (APPLAUSI). Cosa vuole, che uomini giovani e corretti siano ministri del Governo Rivoluzionario? (ESCLAMAZIONI DI: “Sì!”) Eccoli là: esaminate ciascuno dei ministri del Governo Rivoluzionario, e ditemi se tra di loro c’è un ladro, un criminale, un mascalzone (ESCLAMAZIONI DI: “No!”).

Sono molti gli uomini che possono essere ministri a Cuba per la loro onestà e la loro capacità, però tutti non possono essere ministri, perché i ministri possono essere in 14, 15 ó 16. E al popolo non importa che sia “Don Tizio” o “Don Caio”, ma che sia un uomo giovane e onesto (APPLAUSI). E in questo caso l’importante è che i nominati abbiano le qualità richieste, non si tratta che sia Tizio o Caio, perché in questo momento, alla Rivoluzione e alla Repubblica i tali non ce ne importano un fico secco (APPLAUSI).

Qualcuno può – per il fatto di non essere ministro -, tentare di macchiare di sangue questo paese? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Qualche gruppo può – per il fatto di non avere ottenuto tre o quattro ministeri-, macchiare di sangue questo paese e sconvolgere la pace? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Se lo staff che è a capo del governo di Cuba in questo momento, non fosse bravo, il popolo avrà il tempo di buttarlo fuori, ma non di votarlo nelle urne, ma di buttarlo fuori dalle elezioni (APPLAUSI). Qui non si tratta di fare una rivoluzione o un putsch qualora lo staff di governo non fosse idoneo, perché tutti sanno che ci saranno delle elezioni e se non ci fosse idoneo, il popolo dirà l’ultima parola liberamente; non bisogna fare come Batista che 80 giorni dopo le elezioni e pretestando di lottare contro il governo e accusandolo, diceva che doveva sostituirlo perché ciò era da patriota; perché qui sono finiti per sempre i putsch e gli attentati alla Costituzione e al Diritto (APPLAUSI).

Meglio parlare così perché non ci sia demagogia né confusionismo né divisionismo, perché il primo che farà prova di ambizioni, venga riconosciuto dal popolo (APLAUSOS). E dalla mia parte vi dico che come voglio dirigere il popolo, che è la miglior truppa, e come prediligo il popolo a quelle colonne armate, vi dico che la prima cosa che farò sempre, quando la Rivoluzione sarà a rischio, sarà rivolgermi al popolo (APLAUSOS). Perché parlando al popolo possiamo risparmiare del sangue; perché qui, prima di sparare un colpo, bisogna rivolgersi mille volte al popolo e parlare al popolo perché il popolo, senza spari, risolva i problemi. Io, che mi fido del popolo, e l’ho dimostrato, e so ciò che può fare il popolo, e mi sembra di averlo dimostrato, vi dico che se il popolo vuole, in questo paese non si sentirà mai uno sparo (APPLAUSI). Perché l’opinione pubblica ha una forza straordinaria, soprattutto quando non c’è dettatura. Durante l’epoca della dettatura, l’opinione pubblica non è niente, ma durante l’epoca della libertà l’opinione pubblica è tutto, ed i fucili devono piegarsi e inginocchiarsi davanti all’opinione pubblica (APPLAUSI). Vado bene, Camilo? (ESCLAMAZIONI DI: “Viva Camilo!”)

Parlo al popolo in questo modo perché mi piace essere previdente, e penso che parlando previdentemente al popolo, la Rivoluzione può evitare i soli pericoli che ha davanti a sé; e vi dirò che non sono tanto grandi, ma comunque non vorrei che si versasse una sola goccia del sangue cubano per consolidare la Rivoluzione (APLAUSOS).

La mia grande preoccupazione è che all’estero, dove la Rivoluzione è l’ammirazione dell’intero mondo, si deva dire entro tre, quattro settimane, o entro un mese o una settimana, che ci si versò ancora del sangue cubano per consolidare questa Rivoluzione, perché allora, questa Rivoluzione non sarebbe più un esempio (APPLAUSI).

Non avrei parlato così quando eravamo un gruppo di 12 uomini, perché quando eravamo un gruppo di 12 uomini tutto quello che avevamo davanti a noi era lottare, lottare e lottare, e c’era il merito nel combattere in quelle circostanze; ma oggi, che abbiamo aerei, carri armati e la stragrande maggioranza degli uomini armati, la marina militare, numerose compagnie dell’esercito e un potere enorme nell’ordine militare (ESCLAMAZIONI DI: “E il popolo!”, “E il popolo!”) Popolo… arrivo a quello che volevo dirvi: oggi che abbiamo tutto questo, mi preoccupa molto vedere combattere, perché così non c’è merito nel combattere; preferirei andarmene alla Sierra Maestra ancora una volta, con 12 uomini, lottare contro tutti i carri armati, invece di venire qui con tutti i carri armati e sparare a qualcuno (APPLAUSI).

E a colui che chiedo di aiutarci molto, a colui che chiedo di cuore di aiutarmi, è al popolo (APPLAUSI), all’opinione pubblica, per disarmare gli ambiziosi, per condannare in anticipo coloro che da adesso cominciano ad affacciare le orecchie (APPLAUSI).

Oggi non mi dilungherò negli attacchi di tipo personale o particolare, perché è molto recente e assai presto per entrare nelle polemiche pubbliche — ma quando ci si dovrà fare, lo farò perché ho la testa in alto e sono disposto a discutere con la verità qualora fosse necessario—, e perché c’è una gioia molto grande nel popolo, e perché nella massa dei combattenti, non dico che in tutti i suoi leader ma nella maggior parte di essi, perché nella maggior parte dei leader – e lì abbiamo, ad esempio, Carlos Prío Socarrás, che è venuto a Cuba per aiutare la Rivoluzione incondizionatamente, come dice, e non ad aspirare assolutamente a niente— (APPLAUSI); non ha protestato per niente né si è lamentato minimamente né ha fatto prova di discordanza per il gabinetto, sa che ce n’è uno composto da uomini onesti e giovani che meritano un voto di fiducia per lavorare.

E ci sono anche i dirigenti di altre organizzazione, che hanno la stessa disponibilità. E c’è qualcos’altro: i combattenti, gli uomini che lottarono e che seguono soltanto ideali, gli uomini che lottarono, proveniente da tutte le organizzazioni, loro hanno un atteggiamento molto patriottico e hanno sentimenti molto rivoluzionari e molto nobili, perché la penseranno sempre come il popolo, perché sono certo che colui che cerchi di provocare una guerra civile, avrà la condanna dell’intero popolo (APPLAUSI), e l’abbandono dei combattenti di fila, che non lo seguiranno. E ci si deve essere veramente matto per sfidare, non soltanto la forza nelle condizione che abbiamo oggi, ma la ragione, il diritto della patria e l’intero popolo di Cuba (APPLAUSI).

E tutto questo lo dico perché voglio porre una domanda al popolo; voglio porre una domanda al popolo che m’interessa molto, e che interessa molto sentire la risposta del popolo: Perché immagazzinare armi clandestinamente in questo momento? Perché nascondere armi in diversi posti della capitale? Perché contrabbandare armi in questo momento? Perché? E vi dico che ci sono elementi di una data organizzazione rivoluzionaria che stanno nascondendo delle armi (ESCLAMAZIONI DI: “Cerchiamole!), che stanno immagazzinando armi, e che stanno contrabbandando armi. Tutte le armi prese dall’Esercito Ribelle sono nelle caserme, e non le abbiamo toccate, nessuno le ha portate a casa sua, né le ha nascoste; ci sono nelle caserme, chiuse a chiave; sia a Pinar del Río che a La Cabaña, a Columbia, a Matanzas, a Santa Clara, a Camagüey ed a Oriente; non sono state caricate su alcun camion per nasconderle a qualche parte, perché le armi devono essere nelle caserme.

Vi farò una domanda, perché parlando chiaro e analizzando il problema è come se ne risolvono, e sono disposto a fare ciò che è a mia portata per risolverli nel modo giusto: con la ragione e l’intelligenza, e con l’influenza dell’opinione pubblica, che è quella che comanda, non usando la forza; perché se credesse alla forza, al fatto che i problemi si risolvono usando la forza, non sarebbe necessario parlare più al popolo, né porgli questo problema, basterebbe soltanto andare a cercare quelle armi (APPLAUSI).

E in questo caso bisogna fare in modo che i combattenti rivoluzionari, gli uomini idealisti, che possono essere ingannati con questa manovra, abbandonino i falsi leaderini che hanno adottato il suddetto atteggiamento e si mettano accanto al popolo, che è il primo al quale ci si deve servire.

E vi farò una domanda: Armi perché? per lottare contro chi? contro il Governo Rivoluzionario che ha avuto l’appoggio dell’intero popolo? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) E’ per caso la stessa cosa il magistrato Urrutia governando la Repubblica che Batista governando la Repubblica? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Armi perché? c’è qui una dettatura? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Lotteranno contro un governo affrancato, che rispetta i diritti del popolo? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”), adesso che non c’è censura, e che la stampa è interamente libera, più libera che mai, e che è anche certa che continuerà ad esserlo per sempre, senza che ci sia di nuovo la censura? (APPLAUSI), oggi, che l’intero popolo può riunirsi liberamente? oggi che non ci sono torture, né prigionieri politici, ne assassini, né terrore? oggi che c’è solo la gioia, che tutti i leader traditori sono stati rimossi dai sindacati, e che verranno convocate immediatamente le elezioni in tutti i sindacati? (APPLAUSI.) Quando tutti i diritti dei cittadini sono stati ristabiliti, quando verranno convocate elezioni in breve termine, armi perché? nascondere armi, perché? Per ricattare il Presidente della Repubblica? per minacciare con infrangere la pace? per creare organizzazioni di gangster? Allora ritorniamo al gangsterismo? allora ritorniamo alla sparatoria giornaliera sulle strade della capitale? Arme, perché?

E voglio dirvi che due giorni fa, elementi di una data organizzazione, si recarono ad una caserma, quella di San Antonio, caserma sotto la giurisdizione del comandante Camilo Cienfuegos e sotto la mia giurisdizione, nella mia qualità di Comandante in Capo di tutte le forze, e si portarono via le armi che c’erano là, loro si portarono via 500 armi, 6 mitragliatrici e 80 000 pallottole (ESCLAMAZIONI DI: “Cerchiamole!”).

E onestamente vi dico che non è stata peggiore provocazione. Perché fare questo a degli uomini che hanno saputo lottare qui per il paese durante due anni, uomini che oggi hanno la responsabilità della pace del paese e che vogliono fare le cose nel modo giusto, è una canagliata ed è una provocazione ingiustificabile.

E ciò che abbiamo fatto non è andare a cercare quei fucili; perché, infatti — come dicevo prima— quello che vogliamo fare è parlare al popolo, utilizzare l’influenza dell’opinione pubblica, perché i leaderini che si trovano dietro alle suddette manovre, rimangano senza truppa. Perché i combattenti idealisti — e gli uomini che hanno combattuto nelle singole organizzazioni sono veri idealisti— lo sappiano, perché possano esigere responsabilità a tale scopo.

Ed è per questo che non ci siamo lasciati neanche provocare, gli abbiamo lasciati tranquilli malgrado il furto delle armi, furto ingiustificato perché qui non c’è dettatura e nessuno deve temere che diventeremo dei dettatori, e vi dirò il perché: ve lo dirò: diventa dettatore colui che non ha il popolo e deve far ricorso alla forza, perché non ha voti il giorno che dovrà candidarsi (APPLAUSI). Non possiamo diventare dettatori noi, uomini che abbiamo visto tanto affetto in seno al popolo, un affetto generale, totale e assoluto nel popolo; oltre ai nostri principi, perché non incorreremo mai nella grossolanità di ostentare un atteggiamento per via della forza, perché non ci piace, perché non per nulla siamo stati i portavoce di questa lotta contro la schifosa e repugnante tirannia (APPLAUSI).

Noi non avremo mai bisogno della forza, perché abbiamo il popolo, e inoltre perché il giorno in cui il popolo ci farà una faccia, se solo ce ne farà una, ce ne andiamo (APPLAUSI). Perché questo è per noi un dovere, non un piacere, questo è per noi un lavoro, non per niente né dormiamo, né ci riposiamo, né mangiamo visitando l’isola e lavorando onestamente per servire il nostro paese; non per niente non abbiamo nulla, e saremo sempre uomini che non avremo nulla (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Hai il popolo!”). E il popolo non ci vedrà mai con un’immoralità, né concedendo un privilegio a nessuno, né tollerando un’ingiustizia, ne rubando, né arricchendoci, né niente del genere; perché il potere l’abbiamo concepito come un sacrificio, e credetemi che se non ci fosse così, dopo tutte le prove di affetto che ho ricevuto dal popolo, di tutta questa manifestazione di apoteosi di oggi, se non fosse un dovere che dobbiamo compiere, il meglio sarebbe andarsene, ritirarsi o morire; perché dopo tanto affetto e tanta fede, ci fa paura di non essere in grado di compiere come si deve il proprio dovere nei confronti del popolo! (LUNGHI APPLAUSI.)

E se non fosse per questo dovere, se non fosse per questo dovere —lo dico— ciò che farebbe sarebbe di congedarmi con il popolo, e rimanere sempre con l’affetto che ho ricevuto oggi, e che mi chiamino con le stesse frasi di incoraggiamento con le quali mi hanno chiamato oggi.

Tuttavia, so che il potere è un compito arduo, complicato, che le missioni e compiti che dobbiamo compiere, così com’è il problema che abbiamo davanti, è infatti una questione difficile e piena di amarezze, e ci si affronta perché l’unica cosa che non diremo al popolo a quest’ora è: “Me ne vado.” (ESCLAMAZIONI DI: “Viva il padre della patria!” (POI UN’OVAZIONE.)

Inoltre, c’è un altro motivo per cui non ci interessa la forza: perché il giorno in cui qualcuno si alzasse qui con la forza, oserei chiamare il peggior nemico, quello a chi fosse più antipatico, per chiedergli se vuole compiere con il popolo, e gli direi: “Guardi, prenda tutte quelle forze, tutte quelle truppe e tutte quelle armi”, e rimarrei calmo, perché so che il giorno in cui si sarebbe alzato con la forza, andrei ancora una volta alla Sierra Maestra e vediamo per quanto tempo avrebbe durato quella dettatura nel potere (APPLAUSI).

Credo che ci sono ragioni più che sufficienti perché tutti sappiano che non vogliamo controllare il potere per via della forza.

Il Presidente della Repubblica mi ha dato l’incarico più imbarazzante di tutti, cioè, riorganizzare gli istituti armati della Repubblica e a questo punto mi ha dato il grado di Comandante in Capo di tutte le forze aeree, marittime e di terra della nazione (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Te lo meriti!”). No, non lo merito, perché quello è un sacrificio per me, e in definitiva, per me quello non è motivo di orgoglio, né motivo di vanità, per me è un sacrificio. Tuttavia, voglio che il popolo mi dica se pensa che devo assumere tale compito (LUNGHI APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Sì!”).

Penso che se abbiamo fatto un esercito con ben12 uomini, e quei 12 uomini sono oggi alla testa dei comandi militari, credo che se abbiamo insegnato al nostro esercito che un prigioniere non veniva mai assassinato, che un ferito non veniva mai abbandonato, che un prigioniere non veniva mai colpito, siamo gli uomini che possiamo insegnare a tutti gli istituti armati della Repubblica le stesse cose che abbiamo insegnato a quel esercito (APPLAUSI). Per avere degli istituti armati dove neanche uno solo dei suoi uomini colpisca un prigioniere, né lo torturi, né lo uccida (APPLAUSI). E perché, inoltre, possiamo servire da ponte tra i rivoluzionari ed i militari perbene, coloro che non hanno rubato, né hanno assassinato, perché quei militari, coloro che non hanno rubato né assassinato, avranno il diritto di continuare nelle forze armate (APPLAUSI); e vi dico anche che colui che abbia assassinato, non sarà risparmiato dal plotone di fucilazione (LUNGHI APPLAUSI).

Per di più, tutti i combattenti rivoluzionari interessati ad appartenere alle forze regolari della Repubblica, hanno il diritto di farlo, al di là dell’organizzazione alla quale appartengano, con i loro gradi… Le porte sono aperte a tutti i combattenti rivoluzionari che vogliano lottare e che vogliano compiere un compito in beneficio del paese. E questo è così, se ci sono libertà, se c’è un governo di uomini giovani e onesti, se il paese è contento, se ha fiducia in quel governo e negli uomini che sono a capo delle forze armate, se ci saranno elezioni, se le porte sono aperte per tutti, perché immagazzinare armi?

Ditemi se il popolo vuole la pace oppure che ci sia in tutti gli angoli un tizio con un fucile; ditemi se il popolo è d’accordo o se ritiene giusto che tutti quelli che vogliano abbiano un esercito particolare che obbedisca soltanto il suo capetto (ESCLAMAZIONI DI: “No!”); se così può avere ordine e pace nella Repubblica (ESCLAMAZIONE DI: “No!”).

(QUALCUNO DICE: “Depurazione delle forze armate!”) Superdepurazione, non depurazione (APPLAUSI).

(ESCLAMAZIONI DI: “Parlaci di Raúl!”) Raúl è alla caserma Moncada, che è il posto dove deve essere adesso.

E questi sono i problemi che oggi ho voluto sottoporre al popolo. Al più presto possibile devono andarsene i fucili dalle strade e scomparire i fucili dalle strade (APPLAUSI). Perché non c’è più un nemico di fronte, perché non bisogna lottare contro nessuno; e se un giorno si dovesse lottare contro un nemico estraneo o contro un movimento che venga contro la Rivoluzione, non lotteranno quattro gatti, lotterà l’intero popolo (LUNGHI APPLAUSI).

Le armi devono essere nelle caserme, qui nessuno ha il diritto di avere eserciti particolari (APPLAUSI).

Gli elementi che fanno le suddette manovre sospette, forse hanno trovato come pretesto il fatto che io e i miei compagni siamo stati nominati per compiere mansioni secondo indicazioni del Presidente, e affermano che c’è un esercito politico. Come mai un esercito politico se, come vi ho già detto, abbiamo tutto il popolo, che è, infatti, il nostro esercito politico?

Oggi voglio avvertire il popolo, e voglio avvertire le madri cubane, che farò sempre il meglio per risolvere tutti i problemi senza versare un solo goccio di sangue (APPLAUSI). Voglio dire alle madri cubane che mai, per colpa nostra, ci sparerà qui un colpo; e voglio chiedere al popolo, e alla stampa e a tutti gli uomini onesti e responsabili del paese, di aiutarci a risolvere questi problemi con l’appoggio dell’opinione pubblica, non con transazioni, perché quando le persone si armano e minacciano a cambio di qualcosa, quello è un’immoralità, e quello non l’accetterò mai (APLAUSOS). Perché dopo che alcuni elementi hanno cominciato a immagazzinare armi, vi dico in questa sede che non accetterò la minima concezione, perché quello sarebbe abbassare la morale della Rivoluzione (APPLAUSI). E ciò che dobbiamo fare è che colui che non appartenga alle forze regolari della Repubblica — diritto che hanno tutti i combattenti rivoluzionari—, che ritorni le armi alle caserme, perché qui le armi sovrabbondano perché non c’è più la tirannia, e si è dimostrato che le armi valgono solo quando ci si ha ragione e ci si ha il popolo, altrimenti, servono soltanto ad assassinare e a commettere misfatti (APPLAUSI).

Voglio anche dire al popolo che può essere sicuro che le leggi del paese saranno rispettate e che non ci sarà gangsterismo, né marmaglia né banditismo, perché non ci sarà più tolleranza. Le armi della Rivoluzione sono oggi tra le mani dei rivoluzionari. Mi auguro che quelle armi non vengano mai utilizzate, però, il giorno in cui il popolo lo chiederà per garantire la sua pace, la sua tranquillità e i suoi diritti, quando il popolo lo chiederà, quando sarà necessario, allora, quelle armi compiranno quello che dovranno compiere, e compiranno soltanto il loro dovere (APPLAUSI).

Non pensare che risponderemo alle provocazioni, perché siamo assai calmi per rispondere alle provocazioni, perché abbiamo delle enormi responsabilità dunque non dobbiamo precipitarci nel prendere misure, né fare sfoggi né cosa del genere, e perché sono consci che bisogna esaurire sempre — ed esaurirò sempre— tutti i mezzi persuasivi, e tutti i mezzi ragionevoli, e tutti i mezzi umani per evitare che venga versato un solo goccio di sangue a Cuba. Così, nessuno deve temere che sprofonderò nelle provocazione, nessuno deve temere che ci sprofonderò; perché quando non ci sarà più pazienza, ne andremo a cercare di più, e quando sarà finita ancora questa, andremo di nuovo a cercarla; ecco la nostra norma (APPLAUSI). Ed è questa la parola d’ordine degli uomini che sono in possesso delle armi e che detengono il potere: non ci si dobbiamo stancare mai di sopportare, non ci si dobbiamo mai stancare di rassegnarci a tutte le amarezze e a tutte le provocazioni, tranne quando saranno in pericolo gli interessi più sacri del popolo. E in questo caso deve essere dimostrato veramente, deve essere una petizione della nazione, della stampa, delle istituzioni civiche, dei lavoratori e dell’intero popolo; quando lo chiederanno, e solo quando lo chiederanno. E tutte le volte, nelle singole circostanze, incontrerò il popolo e gli dirò: “Guardate, è successo questo.”

Questa volta ho ommesso i nomi, perché non voglio inquinare l’atmosfera, perché non voglio aumentare la tensione; voglio soltanto prevenire il popolo dei pericoli, perché sarebbe molto triste che questa Rivoluzione che ha costato parecchi sacrifici — non che andrà a frustrarsi, perché questa Rivoluzione non si frustrerà mai, perché si sa che con il popolo e con tutto ciò che c’è a favore del popolo, non c’è nessun pericolo—, però sarebbe molto triste che dopo l’esempio dato all’America, ci si spari di nuovo un colpo.

E’ vero che in quasi tutte le rivoluzioni, dopo la lotta, viene un’altra e via dicendo — basta guardare la storia di tutte le rivoluzioni, quella del Messico e qualsiasi altra. Tuttavia, sembrava che sarebbe una eccezione, come è stata un’eccezione nel resto; essa è stata straordinaria perché non si è più sparato un colpo, e vorremmo che fosse anche straordinaria nel fatto che non ci fosse più uno sparo qui; e penso che ci riusciremo, credo che la Rivoluzione trionferà senza che venga fatto un solo sparo, sapete perché? Perché è veramente ammirabile il grado di coscienza sviluppatosi nel paese, il civismo di questo popolo, la disciplina di questo popolo, l’anima di questo popolo; infatti, sono orgoglioso dell’intero popolo, ho una fede straordinaria nel popolo di Cuba (APPLAUSI). Vale la pena sacrificarsi per il nostro popolo.

Oggi ho avuto il piacere di dare un esempio davanti a l‘intera stampa: c’era una folla davanti al Palazzo Presidenziale, e mi dicevano che sarebbero stati necessari 1 000 uomini per uscirci; allora, mi sono fermato e ho chiesto al popolo di fare due file, che non era necessario nessun uomo, che io andrebbe là da solo, e in pochi minuti il popolo ha fatto le due file, e passiamo di là, senza alcun problema. Ecco il popolo di Cuba, e questo l’abbiamo fatto davanti ai giornalisti (APPLAUSI).

Da adesso in poi, non più premure né ovazioni; da adesso in poi dobbiamo lavorare, domani sarà un giorno come qualcun altro, e via dicendo, e ci abitueremo alla libertà. Adesso siamo contenti perché c’era molto tempo che non eravamo liberi, ma entro una settimana avremo altre preoccupazioni: cioè, se ci sono soldi per pagare l’affitto, l’elettricità, il cibo, ecco i veri problemi che deve risolvere il Governo Rivoluzionario, il milione di problemi che ha il popolo di Cuba, ed è per questo che ha un consiglio di ministri composto da uomini giovani e entusiaste, e sono certo che riusciranno a cambiare la Repubblica, ne sono certo (LUNGHI APPLAUSI). Inoltre, perché c’è un Presidente che e sicuro nel potere, che non è minacciato da nessun pericolo, perché quando vi ho parlato dei pericoli, non si trattava del pericolo di sconfitta del regime, questa è una possibilità molto lontana; a quel punto parlavo del pericolo di versare un goccio di sangue. Tuttavia, il Presidente della Repubblica è consolidato, riconosciuto da tutte le nazioni —non tutte, ma rapidamente lo stanno riconoscendo le nazioni del mondo—, e ha l’appoggio del popolo ed il nostro, l’appoggio delle forze rivoluzionarie; l’appoggio vero, e l’appoggio senza condizioni, l’appoggio senza chiedere né reclamare nulla, perché qui abbiamo lottato per i diritti del potere civile, e lo dimostreremo, che per noi i principi sono al di sopra di ogni considerazione e che non lottiamo per ambizioni.

Credo che abbiamo dimostrato sufficientemente di avere lottato senza ambizioni. Credo che nessun cubano ne ha alcun dubbio.

Così, ora noi tutti dobbiamo lavorare molto. Io, dalla mia parte, sono predisposto a fare il meglio a favore del paese, così come i miei compagni, il Presidente della Repubblica e tutti i ministri, che non si riposeranno. E vi assicuro che se oggi esce qualcuno da Cuba e rientra entro due anni, non conoscerà questa Repubblica.

Vedo che c’è uno straordinario spirito di collaborazione nell’intero popolo, vedo alla stampa, ai giornalisti, a tutti i settori del paese, bramosi di aiutare, ed è quello di cui abbiamo bisogno. E questo perché il popolo di Cuba ha imparato molto, e questi sette anni rappresentano settanta anni di apprendistato. Si è detto che il colpo di Stato fu un ritardo di venticinque anni; se è stato così —e quello era veramente un ritardo di venticinque anni—, adesso abbiamo un’evoluzione di cinquanta anni. La Repubblica è sconosciuta: niente politicastro, niente vizio, niente gioco, niente ruberia. Abbiamo cominciato alcuni giorni fa, e la Repubblica è pressoché sconosciuta.

Adesso abbiamo un arduo lavoro da svolgere. Tutti i problemi che riguardano le forze armate, sono problemi che hanno a che fare con le nostre attività avvenire, eppure, faremo il meglio per il popolo, perché io, non essendo di formazione militare, sarò qui soltanto il tempo minimo, e poi me ne andrò a fare altre cose perché, francamente, non ci sarò più necessario (ESCLAMAZIONI). Con questo voglio dire che non sarò più necessario nell’ambito militari, e che ho altri sogni. E poi, se un giorno avesse la voglia di sparare, di lottare, di cimentare un’inquietudine, c’è molto campo dove posso farlo (APPLAUSI).

(ESCLAMAZIONI DI: “Bisogna promuovere fonti di lavoro!”) Se non risolviamo tutti quei problemi, questa non sarebbe una rivoluzione, compagni, perché credo che in questo momento, il problema fondamentale della Repubblica, e ciò di cui avrà bisogno il popolo fra poco – cioè, una volta passata la gioia del trionfo-, è di lavoro, è il modo di guadagnarsi la vita dignitosamente (APLAUSOS).

E non è solo questo compagni; ci sono molte altre cose di cui ho parlato nell’arco di questi giorni, e che immagino che voi, il più e il meno, avrà ormai sentito alla radio o letto al giornale, e poi, perché non dobbiamo esaurire tutti i temi in una sola sera.

Riflettiamo a questi problemi e chiudiamo questa lunga giornata — che anche se non sono stanco, so che dovete ritornare alle vostre case che sono lontane. (ESCLAMAZIONI DI: “Non importa!”, “Continua!”)

Avevo l’impegno di recarmi in TV per essere presente alla puntata “Ante la Prensa” questa sera, alle ore 22:00, o ad un’altra ora, ed è già l’1 e 30 (ESCLAMAZIONI DI: Domani!”) Bene, lo lascerò per domani.

Avrete occasione di conoscere i ministri tramite il giornale, e di sentire loro alla radio o tramite altro media.

Tutti i miei amici sono venuti dappertutto: dalla scuola, dal quartiere. Posso perfino dirvi che a questo punto conosco tutti i cubani…

E dicevo che avrete occasione di sentire i ministri, ciascuno di loro ha i propri piani e vi spiegheranno i loro programmi, e ciascuno degli uomini che sono al consiglio dei ministri è assai identificato con tutti gli altri elementi della rivoluzione.

Il Presidente della Repubblica, facendo uso dei suoi diritti —perché è stato eletto senza condizioni—, ha scelto la maggioranza di ministri dal Movimento 26 Luglio. Era un suo diritto, così come chiedere la nostra collaborazione, e l’ha avuta completamente, e ci rendiamo responsabili davanti a questo Governo Rivoluzionario.

E come ho detto altrove: che nessuno creda che le cose si risolveranno di punto in bianco. La guerra non è stata vinta in un solo giorno, né in due, né in tre, e fu necessario lottare molto duro; la Rivoluzione non si vincerà neanche in un solo giorno, né si farà tutto quello che si deve fare in un solo giorno. D’altra parte, ho sempre detto al popolo, in tutte le manifestazioni, che non deve pensare che i ministri sono dei saggi — comincio nel dirvi che nessuno di loro è stato ministro in precedenza, è qualcosa di nuovo per loro; tuttavia loro sono carichi di buone intensioni. E in questo caso vi dico questo, quello che ho detto nel caso dei comandanti ribelli: il comandante Camilo Cienfuegos non sapeva niente di guerra, neanche servirsi di un arma, non sapeva assolutamente nulla. Quando conobbi Che nel Messico, egli si occupava di dissecare conigli e fare ricerche mediche. Raúl non sapeva niente; Efigenio Ameijeiras neanche; e all’inizio non conoscevano niente sulla guerra, e poi, alla fine, gli potei dire, come gli dissi: “Comandante, vada avanti verso Columbia, e prendetela”; “Comandante, vada avanti verso La Cabaña, e prendetela”; “Vada avanti verso Santiago, e prendetelo”, ed ero certo che lo farebbero… (LUNGHI APPLAUSI). Perché? Perché avevano imparato.

Forse i ministri non avranno adesso dei risultati importante, ma sono certo che entro qualche mesi saranno in grado di risolvere tutti i problemi presentati dal popolo, perché hanno il più importante: il desiderio di riuscire e di aiutare il popolo; e soprattutto, sono certo che neanche uno solo di loro, commetterà mai il classico errore dei ministri. Sapete qual è, vero? (ESCLAMAZIONI DI: “Rubare!”, “Rubare!”) Ah!, come lo sapete?

Perché loro hanno, soprattutto, la morale e l’onestà. Non saranno dei saggi, perché qui nessuno è saggio, ma posso assicurarvi che loro sono assai onesti, che è quello di cui ci si ha bisogno. Non è quello ciò che chiede sempre il popolo, un governo onesto? (ESCLAMAZIONI DI: “Sì! Allora, diamo a loro un voto di fiducia, glielo diamo, ed aspettiamo (ESCLAMAZIONI). Sì, sono del “26” la maggior parte di loro, ma se loro non fossero bravi, allora verranno quelli del 27 o del 28. Sappiamo che a Cuba c’è molta gente preparata, ma non tutti possono essere ministri. O per caso il “26 Luglio” non ha il diritto di fare la prova di governare la Repubblica? (ESCLAMAZIONI DI: “Sì!”).

E basta per oggi. Infatti, manca soltanto una cosa… Se sapreste che quando incontro il popolo non ho più sonno, non ho più fame. Perdete il sonno anche voi, vero? (ESCLAMAZIONI DI: “Sì!)

Quello che importa, o piuttosto, quello che voglio dirvi, è che credo che attualmente, le manifestazioni del popolo dell’Avana, questa folla – perché questo è stato sorprendente, l‘avete visto; ci si potrà vedere nei film e nelle fotografie—, credo, sinceramente, che questa folla è stata un’esagerazione del popolo, perché è molto più di quello che ci meritiamo (ESCLAMAZIONI DI: “No!”).

So, inoltre, che mai avremo una massa come questa, eccetto in un altra occasione — in cui sono certo che ci sarà ancora una volta una folla come questa—, e sarà proprio il giorno della nostra morte, perché noi, quando vi porterete alla tomba, quel giorno, si radunerà ancora tanta gente come oggi, perché noi, non deluderemo mai il nostro popolo!

VERSION TAQUIGRAFICA DE LAS OFICINAS DEL PRIMER MINISTRO

Traduzione presa dal sito web “Fidel soldado de las ideas” :http://www.fidelcastro.cu/it/

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Trump e Bannon, la telenovela USA

Altrenotizie.org - Lun, 08/01/2018 - 21:22

La violentissima polemica scatenata a Washington dalla pubblicazione del libro del giornalista Michael Wolff sull’esperienza alla Casa Bianca dell’ex consigliere di Trump, Stephen Bannon, è continuata a infiammare il panorama politico americano nel fine settimana nonostante la parziale marcia indietro di quest’ultimo sulle accuse al presidente e al suo staff.

 

Le scuse più o meno esplicite rivolte a Trump e gli elogi, espressi in un comunicato ufficiale, per il lavoro dell’amministrazione repubblicana sono stati alla fine inevitabili per Bannon, il quale si è ritrovato pericolosamente isolato nel perseguimento del suo progetto politico ultra-reazionario subito dopo la diffusione di alcune anticipazioni del libro intitolato “Fire and Fury: Inside the Trump White House”.

 

Le scintille tra Bannon e Trump erano iniziate con la durissima risposta del presidente alle anticipazioni del lavoro di Wolff, seguita dal tentativo fallito di bloccarne la pubblicazione. Il ritratto di Trump che esce dal libro è quello di una sorta di incapace installato alla Casa Bianca, totalmente privo non solo di un minimo di competenze storiche o politiche, ma anche della capacità di focalizzare la propria attenzione sulle questioni legate all’ufficio di presidente.

 

Al di là dei ridicoli “tweet” dello stesso Trump per replicare alle accuse, e nei quali è arrivato ad auto-definirsi “genio”, buona parte dell’attenzione dei media americani si è concentrata sul resoconto di Bannon di una ormai nota riunione, tenuta alla Trump Tower di New York durante la campagna elettorale del 2016, tra il figlio del presidente, Donald Trump jr., e un avvocato russo con presunti contatti all’interno del Cremlino.

 

L’incontro era già emerso qualche mese fa nell’ambito della caccia alle streghe del “Russiagate” perché, in quell’occasione, la presunta rappresentante del governo di Mosca avrebbe offerto alla campagna di Trump del materiale, in realtà inesistente, che avrebbe potuto screditare Hillary Clinton. Nel libro appena uscito negli USA, Bannon descrive il comportamento del primogenito di Trump come “anti-patriottico” e in odore di “tradimento”.

 

Nel fine settimana l’ex “stratega” del presidente ha affermato però che le definizioni a lui attribuite sarebbero “inesatte” e che le sue critiche non erano rivolte al primogenito di Trump, bensì all’ex numero uno della campagna elettorale di quest’ultimo, Paul Manafort, oggi in attesa di una possibile incriminazione da parte dell’FBI nell’ambito del “Russiagate” e anch’egli presente alla suddetta riunione.

 

Bannon ha poi insistito nel celebrare le doti “patriottiche” di Trump jr. e ha assicurato che, a suo parere, non vi fu alcuna collusione tra la squadra del presidente e il governo russo, così che l’indagine in corso, guidata dall’ex direttore dell’FBI Robert Mueller, sarebbe soltanto una “caccia alle streghe”. L’ex consigliere neo-fascista di Trump si è infine scusato anche per il suo “ritardo nel denunciare l’inaccurato resoconto su Trump jr.” contenuto nel libro; cosa che avrebbe “distolto l’attenzione dagli storici successi del presidente”.

 

Le rivelazioni contenute nel volume basato sulla testimonianza di Stephen Bannon forniscono un quadro devastante della situazione alla Casa Bianca e dello stesso presidente. Tuttavia, esse non sono cosa nuova né sorprendente, essendo risapute sia le capacità mentali di Trump sia la sua totale inadeguatezza a ricoprire l’incarico di presidente.

 

L’aspetto più significativo della vicenda è che essa serve in definitiva a intensificare la lotta intestina in atto nella classe dirigente americana e che vede una parte di essa, in larga misura allineata al Partito Democratico e all’apparato militare e dell’intelligence, impegnata nel tentativo di chiudere anticipatamente il capitolo della presidenza Trump.

 

Le indiscrezioni di Bannon sono cioè un’estensione del “Russiagate” e con esso infatti si incrociano, fino ad alimentare un dibattito, entrato secondo alcuni addirittura alla Casa Bianca, sull’opportunità di ricorrere al 25esimo emendamento della Costituzione americana per rimuovere Trump dal suo incarico. Secondo questo meccanismo, un voto del vice-presidente e della maggioranza del gabinetto potrebbe portare alla deposizione del presidente se ritenuto non in grado di adempiere ai propri compiti.

 

Di questa eventualità si continua a parlare negli USA e la questione è tornata all’ordine del giorno proprio in seguito alla pubblicazione del libro di Wolff. Per quanto l’allontanamento di Trump dalla Casa Bianca possa risultare di per sé un fatto più che auspicabile, le manovre in atto per giungere a questa conclusione e la natura degli oppositori del presidente renderebbero l’evento un’operazione profondamente reazionaria. Esso, in fin dei conti, favorirebbe la fazione più legata all’apparato di potere americano identificabile con determinati grandi interessi economico-finanziari e con il cosiddetto “deep state”.

 

D’altronde, l’opposizione a Trump non è motivata dalla lotta contro le politiche reazionarie e anti-democratiche che ha implementato o lanciato negli ultimi dodici mesi, ma fondamentalmente da ragioni di natura strategica legate agli interessi del capitalismo americano a livello globale. Non solo, buona parte della classe dirigente USA è preoccupata per il comportamento irrazionale di Trump, le cui decisioni sminuiscono sempre più la residua credibilità del governo di Washington sia sul fronte domestico che internazionale.

 

L’altro aspetto della questione da considerare con attenzione ha a che fare con le ragioni che hanno spinto Bannon a cercare di smentire giudizi e opinioni da lui stesso autorizzati ad apparire in un libro appena pubblicato.

 

Per avere un’idea corrispondente alla realtà è utile ricordare che la collaborazione di Bannon con Trump durante la campagna elettorale e il suo ingresso alla Casa Bianca facevano parte di un disegno ben preciso, studiato dal primo e dai suoi sostenitori e nel quale il secondo era poco più che una pedina più o meno consapevole.

 

Il piano di Bannon ha e continua ad avere come obiettivo la transizione verso forme di governo ancora più autoritarie negli USA, se non di stampo apertamente fascista, apparentemente legittimate da una base di consenso nella quale rientrano le sezioni più reazionarie della popolazione americana, dagli esponenti più conservatori del business privato ai gruppi fondamentalisti cristiani.

 

In questo quadro era necessario per Bannon contare su una figura carismatica come Trump che fungesse da catalizzatore del consenso per un progetto definito eufemisticamente “nazionalista” dalla stampa d’oltreoceano. La sua cacciata dalla Casa Bianca lo scorso mese di agosto, nel quadro del rimescolamento degli equilibri dello staff presidenziale voluto dal capo di gabinetto, generale John Kelly, aveva solo fino a un certo punto ridimensionato le ambizioni di Bannon.

 

L’ex Goldman Sachs era tornato al sito web punto di riferimento dell’estrema destra americana, Breitbart News, da dove poteva intensificare la sua campagna contro l’establishment di Washington, incluso quello repubblicano, e, allo stesso, tempo continuava a vantare rapporti frequenti e cordiali con il presidente.

 

Il polverone scatenato dal libro di Wolff, forse ritenuto utile da Bannon per attaccare i suoi rivali alla Casa Bianca e alimentare le divisioni nell’amministrazione a favore del suo progetto, lo ha però messo improvvisamente all’angolo, costringendolo a tornare parzialmente sui suoi passi.

 

Il legame con un presidente tuttora apprezzato dalla galassia dell’estrema destra USA e il suo sostegno, forse anche in prospettiva futura, risultano d’altra parte fondamentali per Bannon da giustificare un tentativo di riconciliazione, dal momento che né lui né il suo disegno politico raccolgono particolari consensi al di là dei ristretti circoli xenofobi, ultra-reazionari e neo-fascisti americani.

 

Tanto più che anche i facoltosi sostenitori di Bannon, tra cui l’ereditiera finanziatrice di Breitbart News, Rebekah Mercer, in questi giorni hanno preso senza particolari esitazioni le difese del presidente, mostrandosi pronti, se le circostanze dovessero richiederlo, a liquidare il sempre più isolato ex “stratega” della Casa Bianca.

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Un senatore repubblicano rivela: nessuna prova di ‘attacchi sonici’ contro diplomatici Usa a Cuba

Cubadebate (italiano) - Lun, 08/01/2018 - 20:07

La questione ha tenuto banco per diverso tempo e i media nostrani hanno, come sempre, rimasticato le nebulose notizie provenienti da Washington rilanciandole acriticamente. In seguito ad alcuni eventi capitati a funzionari dell’ambasciata statunitense a L’Avana e alcuni loro familiari, si è accusato il governo cubano di aver deliberatamente lanciato fantomatici ‘attacchi sonici’.

A tal proposito scriveva ‘La Stampa’: «Costruire un dispositivo ultrasonico di modesta potenza, delle dimensioni di un pacchetto di sigarette, è abbastanza facile e i pezzi si trovano in vendita su Internet», per poi ipotizzare un coinvolgimento dell’onnipresente Russia nella questione. Insomma, nulla di nuovo sotto il cielo dei fake media italici.

Adesso, però, la questione arriva ad una svolta: gli Stati Uniti non hanno trovato prove che i suoi diplomatici a L’Avana, a Cuba, siano stati vittime di ‘attacchi sonici’ con un’arma sconosciuta, secondo il senatore repubblicano Jeff Flake, membro del Comitato del Senato statunitense per le Relazioni Estere.

Questo è quanto dichiarato da Flake: «Non ci sono prove che qualcuno abbia intenzionalmente cercato di far del male a qualcuno, nessuno sta dicendo che queste persone non hanno vissuto alcun evento, ma non ci sono prove che quello sia stato un attacco intenzionale da parte di qualcuno, sia dei cubani che di chiunque altro».

«Come ho detto, non parlerò di quanto ho visto in un ambiente riservato, ma nulla è in contrasto con ciò che hanno detto i cubani, e penso che l’FBI lo direbbe», ha poi aggiunto l’esponente del Partito Repubblicano.

Dopo il verificarsi di questi fantomatici attacchi, gli Stati Uniti hanno ritirato la maggior parte dei suoi diplomatici dall’Avana, citando un rischio per la salute, e costretto molti diplomatici cubani a lasciare Washington.

Cuba ha condannato le espulsioni come un colpo ingiusto alle relazioni bilaterali che erano state precedentemente restaurate sotto la presidenza dell’ex presidente Barack Obama.

Fonte: teleSUR

da L’AntiDiplomatico

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