Seguici su twitter facebook youtube RSS

Trump e il ricatto all’Europa

Altrenotizie.org - Dom, 19/01/2020 - 20:11

La settimana scorsa i maggiori Paesi europei hanno subìto un’umiliazione che ha del surreale. Secondo indiscrezioni del Washington Post non smentite da nessuno – e anzi poi confermata da Berlino – gli Stati Uniti hanno minacciato l’Ue d’imporre nuovi dazi del 25% sulle importazioni di auto europee negli Usa se Francia, Germania e Gran Bretagna non avessero appoggiato Washington nella campagna contro l’Iran.

L’intimidazione è andata a buon fine. Il 14 gennaio i tre firmatari europei dell’accordo sul nucleare con Teheran hanno attivato il meccanismo di regolamento delle controversie previsto dall’intesa, dando il via a una procedura che potrebbe portare al varo di sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza Onu contro il Paese mediorientale. Com’è ovvio, nel comunicato congiunto di Londra, Parigi e Berlino non si accenna alle pressioni della Casa Bianca, che sarebbero rimaste segrete senza lo scoop del grande giornale americano.

Ora, al di là dei preconcetti ideologici, per apprezzare la surrealtà di questa situazione basta ricostruire la sequenza dei fatti, spesso distorta a beneficio della propaganda.

Il trattato internazionale sul nucleare iraniano, supervisionato dall’Onu, entra in vigore alla fine del 2015, quando alla Casa Bianca c’è ancora Barack Obama. Poco meno di tre anni dopo, nell’agosto del 2018, l’accordo viene stracciato da Donald Trump, che fa ripartire le sanzioni unilaterali contro Teheran (il presidente francese Emmanuel Macron tenta di dissuaderlo, ma viene ignorato). Nonostante questo, per i successivi 16 mesi l’Iran non vìola comunque nessuna delle regole previste dal trattato e non arricchisce l’uranio. Il governo del moderato Hassan Rohani spera che l’Europa realizzi un sistema chiamato Instex, il cui obiettivo è aggirare le sanzioni statunitensi. Instez però non entra in funzione, anche perché nel frattempo gli Usa minacciano di ritorsioni qualsiasi azienda europea decida di utilizzarlo.

Dopo di che, a dicembre del 2019 gli Stati Uniti - con un’operazione incontestabilmente illegale dal punto di vista del diritto internazionale - uccidono il numero due dell’Iran, il generale Qasem Soleimani. A quel punto Teheran, asfissiata dalle sanzioni e sotto attacco militare, annuncia che non rispetterà più l’accordo del 2015 per quanto riguarda il numero di centrifughe impiegate per l’arricchimento dell’uranio, pur rimanendo disponibile a ricevere le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Quindi, ricapitoliamo: gli Stati Uniti ricattano l’Europa per imporle di sanzionare l’Iran, reo di aver violato lo stesso accordo gettato nel cestino oltre un anno prima proprio da Washington, che nel frattempo ha rivendicato un atto di terrorismo internazionale (su suolo iracheno) contro il probabile nuovo presidente di Teheran.

In questo scenario, l’Ue ha messo a nudo tutta la propria debolezza. Pur non avendo ragioni per farlo, gli europei hanno scelto di fidarsi di Trump e alla fine, di fronte al ricatto, hanno ceduto. Quanto al Presidente americano, è chiaro che il suo unico interesse in Medio Oriente sia tutelare Israele e l’Arabia Saudita, principale acquirente delle armi made in Usa. Per il numero uno della Casa Bianca, l’Europa è un alleato secondario e debole, che si può sacrificare e umiliare alla bisogna, senza alcuna remora. E l’Ue, al momento, non ha in mano nemmeno una carta per rilanciare.

Categorie: News

Cuba, in scienza e coscienza

Altrenotizie.org - Sab, 18/01/2020 - 13:42

Il 15 gennaio di ogni anno si festeggia a Cuba il giorno della scienza cubana. Una ricorrenza che ha origine dalla frase iconica e visionaria pronunciata da Fidel Castro sul “futuro di uomini di scienza e di pensiero” il 15 gennaio 1960 (appena un anno dopo il trionfo della Rivoluzione e un anno prima della campagna di alfabetizzazione, quando l'isola aveva il 25% di analfabeti). Il resto del mondo avrebbero molto da imparare da quel processo in continua evoluzione rappresentato dalla Rivoluzione cubana.

La scienza è certamente uno degli indicatori dello sviluppo di Cuba, un fiore all’occhiello di una Rivoluzione che ha dovuto misurare le sue ambizioni con un blocco economico, commerciale e finanziario inumano ed anacronistico in vigore dal 1961 ad opera degli Stati Uniti. Un blocco che, con la presidenza Trump, è stato ulteriormente accentuato e che ha esteso i suoi effetti extraterritoriali, con il complice accennato borbottio di europei, canadesi e giapponesi.

È un dato di fatto che gli indicatori di salute a Cuba, tra i migliori al mondo, sono stati raggiunti in un tempo breve, con risorse materiali limitate e in un contesto di ostilità e aggressività economica esterna (Lage A, Science and challenges for Cuban public health in the 21st century. MEDICC Rev, 2019;21:7–14). Nel 1960, l’aspettativa di vita era 63 anni e la mortalità infantile stimata in 34.8/1000 nati. I dati relativi al 2017 registrano un’aspettativa di vita alla nascita di più di 79 anni (7 in più della media globale, 3 in più dell’America Latina), una mortalità infantile di 4/1000 nati (più bassa che negli USA) e un medico ogni 122 abitanti, uno dei rapporti medico/abitante più alti nel mondo.

Non basta: “Save the Children” già nel 2010 definì Cuba il luogo migliore dove essere madre; nel 2015 l’OMS definì Cuba il primo paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione madre-figlio di HIV e sifilide (si tenga conto anche che da poche settimane viene distribuito il vaccino sperimentale cubano anti-HIV, che promette risultati di assoluto livello ndr) elogiando come esempio per tutto il mondo il sistema sanitario cubano basato sulla medicina preventiva; nel febbraio 2019, Bloomberg ha incluso Cuba tra i 30 paesi più sani al mondo (più in alto di tutta l’America Latina ma anche degli USA). E la lista potrebbe non finire qui.

Cuba rappresenta quindi un’eccezione alla classica correlazione tra indicatori di salute e PIL. La dissociazione di questi due fattori appare ancora più evidente durante il “Periodo Speciale”, iniziato nel 1991 con la scomparsa della URSS (e che ha segnato la “vittoria” del capitalismo neo-liberale sui progetti socialisti e la confusione mondiale delle sinistre) quando il PIL si è ridotto del 35-40%. I modelli convenzionali avevano predetto che gli indicatori di salute si sarebbero deteriorati (cosa che di fatto avvenne nei paesi dell’Est e in Russia). Eppure, a Cuba ciò non avvenne. Quello che è accaduto dopo la rivoluzione del ‘59 rappresenta perciò un fenomeno fuori dagli schemi che merita di essere approfondito. 

C’è un aspetto di Cuba ancora poco conosciuto (e volutamente oscurato dalla propaganda internazionale), quello della creazione di un sistema sanitario e scientifico al livello dei Paesi avanzati. La giovanissima dirigenza rivoluzionaria aveva molto chiaro che per affrancare il Paese dalla condizione di subalternità e dipendenza era necessario sviluppare autonomamente le competenze scientifiche e tecniche più avanzate, per adattarle alle esigenze dell’isola e sviluppare un servizio sanitario universale e gratuito per il benessere della popolazione.

L’audace discorso di Fidel (ispirato dal pensiero di José Marti “Per essere liberi bisogna essere colti”) del 1960, “Il futuro di Cuba non può essere che un futuro di uomini di scienza”, condiviso integralmente dal Che e gli altri dirigenti, diede un segnale a tutta l’intellighenzia che non aveva abbandonato l’isola e compattò in questa impresa l’intera popolazione che percepì chiaramente di essere destinataria dei progressi del Paese, malgrado la crisi inevitabile di molti settori.

Dopo che la capillare campagna di alfabetizzazione sradicò l’analfabetismo e l’istruzione fu resa gratuita a tutti i livelli, in una situazione di assedio da parte degli USA, ebbe così inizio questo processo e la coesione del Paese, sostenuta dalla caparbietà di Fidel, consentì che fosse realizzato in pieno.

Da subito Cuba si è distinta nell’intero campo socialista per la libertà che si assunse in tante scelte decisive, preferendo le vie più pratiche ed efficaci per realizzare i propri obiettivi. Per lo sviluppo della ricerca scientifica nei campi più avanzati infatti i cubani, mentre si appoggiavano all’URSS e ad altri Paesi comunisti, si avvalsero fin dai primi anni ‘60 anche del supporto diretto di numerosi scienziati dei Paesi capitalisti, i quali introdussero corsi universitari avanzati, le prime attività di ricerca e tecnologie sulle quali l’URSS si trovava più arretrata, come nel campo della genetica moderna.

Qui giocarono un ruolo fondamentale un gran numero di giovani biologi italiani i quali nei primi anni ‘70 impartirono a Cuba corsi di genetica molecolare e di altre branche della biologia moderna, e formarono la generazione dei biologi cubani che dopo il 1980 sviluppò un florido settore di biotecnologie, proprio quando questo campo nasceva a livello mondiale. Proprio il 31 dicembre scorso abbiamo pianto la scomparsa di Paolo Amati, che di queste insostituibili collaborazioni fu l’alfiere: vogliamo ricordarlo con le parole che ci disse: “Dai cubani ho imparato molto”!

L’industria biotecnologica cubana, fondata su una struttura più efficiente ed alternativa a quella capital-intensive dominante, a dispetto del bloqueo, raggiunse già negli anni ‘80 livelli di eccellenza mondiale: fondata sul ciclo completo ricerca-test clinici-produzione-commercializzazione-esportazione, in stretto collegamento con il sistema sanitario e gli ospedali, ha messo a punto vaccini e terapie per le principali patologie della popolazione, promuovendo la “diplomazia medica” e una cooperazione sud-sud con i paesi in via di sviluppo. Cooperazione che da qualche tempo è sotto attacco da parte degli USA: come esempio, basti ricordare i 3 milioni di dollari stanziati dall’ l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e destinati a progetti contro le brigate mediche di Cuba all’estero.

La gravissima crisi che investì Cuba con il crollo dell’Unione Sovietica portò una, pur indesiderata, conferma della scelta di fondo degli anni ‘60: non solo il sistema scientifico cubano, malgrado l’inevitabile crisi di molti settori, resistette nella sostanza al tremendo colpo, ma Fidel rinnovò la scelta che era stata decisiva negli anni ‘60, intensificando il finanziamento dell’industria biotecnologica. E anche questa volta la scelta si è rivelata vincente! Il settore biomedico è il secondo per ingresso di valuta pregiata di cui Cuba ha disperato bisogno, dopo il turismo, che attraversa una crisi dopo l’inasprimento del bloqueo.

L’articolo 21 della nuova Costituzione cubana (approvata nel 2019 dopo referendum popolare) recita: “lo Stato promuove lo sviluppo scientifico, tecnologico e l’innovazione come elementi imprescindibili per lo sviluppo economico e sociale… favorisce l’introduzione sistematica dei suoi risultati nei processi produttivi dei servizi attraverso il quadro istituzionale e normativo corrispondente...”.

La scienza ed il metodo scientifico, già posti precocemente alla base della costruzione della conoscenza, entrano ora ufficialmente a far parte delle forze produttive: è il “futuro di uomini di scienza e di pensiero”, quello che Fidel Castro aveva previsto.

 

Articolo scritto con la collaborazione di Angelo Baracca

 

Categorie: News

Venezuela, Guaidó nega di gestire fondi internazionali ma la statunitense USAID lo smentisce

Cubadebate (italiano) - Mer, 15/01/2020 - 22:49

GuaidòIn Venezuela il deputato golpista Juan Guaidó sostiene di non gestire fondi internazionali. Tuttavia viene smentito da un rapporto pubblicato da USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) dove si evince che che l’agenzia ha fornito “più di 128 milioni di dollari per finanziare programmi a sostegno del presidente ad interim Juan Guaidó e della sua amministrazione”.

Secondo il sito web di USAID, il governo nordamericano avrebbe erogato oltre 654 milioni di dollari per attività che vengono definite di “assistenza umanitaria e allo sviluppo”. Di tale importo, 435 milioni di dollari sono stati forniti dall’USAID.

Di tale importo, 277 milioni di dollari sono stati stanziati dall’agenzia per sostenere i venezuelani che emigrarono in altri paesi. Il denaro sarebbe stato distribuito tra 16 paesi, tra cui Brasile, Colombia, Ecuador e Perù.

Gli altri 158 milioni di dollari sarebbero stati usati “per i venezuelani all’interno del Venezuela”, secondo il documento ufficiale. Di questi, 128 milioni di dollari sono stati utilizzati nei programmi proposti dall’autoproclamato presidente ad interim, Juan Guaidó, per “sostenere i difensori dei diritti umani, le organizzazioni della società civile, i media indipendenti e i supervisori elettorali in Venezuela”.

Inoltre, parte di questo denaro è stata utilizzata “per aiutare il governo provvisorio e l’Assemblea Nazionale democraticamente eletta”, per il sostegno nello sviluppo di “piani per recuperare l’economia” e attuare “servizi sociali” in un futuro e presunta “transizione verso democrazia”.

Gli altri 30 milioni di dollari sarebbero stati erogati in “programmi di aiuti urgenti” all’interno del Venezuela, presumibilmente consegnati a “partner imparziali” e “organizzazioni locali”.

L’agenzia afferma che non sarebbe gestito direttamente da Guaido, ma “è concesso in modo competitivo alle organizzazioni private attraverso contratti, donazioni o accordi di cooperazione”, compreso il settore privato, le università, le organizzazioni internazionali e le ONG .

Tuttavia, una tipica forma di corruzione in Venezuela si verifica quando le organizzazioni private e le società che ricevono questi fondi devono concederne parte, in via confidenziale, alle persone che concedono i contratti come “agradecimiento”. Questa forma di corruzione, nota come “commissioni”, di solito è molto difficile da rilevare a causa dell’uso di teste di legno e conti bancari nei paradisi fiscali.

Altre risorse statunitensi gestite da Guaidó

Le informazioni sulle risorse che USAID ha concesso a Guaidó sono state divulgate dalla giornalista Fania Rodrigues in un articolo sul quotidiano brasiliano Diario Do Centro Do Mondo, e anche sul suo account Twitter.

Nel suo articolo, la giornalista ricorda che Guaidó gestisce anche i profitti di due compagnie statali venezuelane all’estero: Citgo, che è una sussidiaria della compagnia petrolifera venezuelana PDVSA negli Stati Uniti, e Monomeros, una società di fertilizzanti situata in Colombia. “Dopo il blocco economico imposto contro il governo Maduro, queste compagnie sono state requisite dai governo di Stati Uniti e Colombia”, ricorda Rodrigues.

“Con questo, le strutture industriali passarono al controllo di una squadra designata da Juan Guaidó, riconosciuta da questi paesi come presidente ad interim del Venezuela”, ha spiegato.

Così facendo le strutture industriali sono passate sotto il controllo di uomini designati da Juan Guaidó, riconosciuto da questi paesi come presidente ad interim del Venezuela, ha spiegato la giornalista.

Rodrigues ha anche ricordato che il governo degli Stati Uniti nel febbraio 2019, aveva assegnato venti milioni di dollari di aiuti umanitari al Venezuela e il Canada aveva inviato 40 milioni di dollari nello stesso momento. Il 23 febbraio Venezuela Aid Live, tenutosi a Cúcuta, al confine con la Colombia, avrebbe raccolto altri 2,5 milioni di dollari e il cantante reggaeton portoricano Don Omar ha dichiarato che avrebbe donato un milione di dollari.

“Per il 2020, le risorse sono già garantite”, scrive Rodrigues nel suo articolo. Il governo degli Stati Uniti ha annunciato a dicembre 2019 che il Congresso ha approvato 400 milioni di dollari, che presumibilmente andranno ad “assistenza umanitaria in Venezuela e nei paesi vicini che ricevono immigrati venezuelani, senza stabilire i valori per ogni paese”. Altri $ 17 milioni sono stati anche approvati per “attori politici democratici e per le organizzazioni della società civile venezuelana”.

Segui il flusso di denaro e comprenderai il perché delle immense spaccature all’interno dell’opposizione venezuelana venute plasticamente alla luce in occasione dell’elezione di Parra a nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale.

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Iran: Trump ordina, l’Europa esegue

Altrenotizie.org - Mer, 15/01/2020 - 21:04

Come un docile subalterno pronto a obbedire agli ordini del proprio superiore, il gruppo di paesi europei firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) si è definitivamente allineato martedì alle posizioni del governo americano. Francia, Germania e Regno Unito hanno denunciato in via ufficiale la Repubblica Islamica per avere violato l’intesa sottoscritta a Vienna nel 2015, aprendo la strada alla reimposizione delle sanzioni e al ritorno a un clima di estrema tensione nei rapporti con Teheran.

Non solo i tre governi hanno rinunciato di fatto a tenere aperto un canale di comunicazione con l’Iran, ma si sono anche nascosti dietro a una retorica fintamente benevola per confondere le acque circa la loro condotta. Nella dichiarazione congiunta, che apre una sorta di “procedura d’infrazione” del JCPOA nei confronti dell’Iran, Parigi, Berlino e Londra affermano cioè di volere salvare l’accordo stesso e di non avere intenzione di partecipare alla campagna di “massima pressione” della Casa Bianca contro Teheran. La loro presa di posizione, al contrario, rende impossibile il primo impegno e inevitabile il mancato rispetto del secondo.

Categorie: News

Avvocato di Julian Assange allega che non ha avuto tempo sufficiente per parlare col suo cliente

Cubadebate (italiano) - Mer, 15/01/2020 - 04:34
 AP

foto: AP

Julian Assange non ha avuto tempo sufficiente con la sua squadra legale per discutere come affrontare la richiesta di estradizione degli Stati Uniti, fatto che ha provocato ritardi nel caso, ha detto lunedì il suo avvocato ad una corte britannica.

Dopo che è scappato mentre si trovava su cauzione nel Regno Unito, Assange ha passato sette anni ospitato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra prima che fosse portato fuori con la forza dal luogo per mano della polizia in aprile dell’anno scorso.

Gli Stati Uniti cercano la sua estradizione affinché affronti 18 accuse, compresa quella di cospirazione per entrare senza autorizzazione nei computer del governo e violare una legge contro lo spionaggio. Potrebbe passare decadi in prigione se è giudicato colpevole.

L’australiano di 48 anni si è presentato all’udienza lunedì nella Corte dei Magistrati di Westminster con occhiali scuri ed una giacca scura su una maglietta chiara. Ha parlato solo per confermare il suo nome e la data di nascita al giudice ed ha salutato i suoi sostenitori nel pubblico all’inizio ed alla fine del procedimento.

L’avvocato di Assange, Gareth Peirce, ha detto che le difficoltà per incontrare il suo cliente hanno ritardato il caso, affermando alla corte: “Questo ritardo nel programma è eccessivamente preoccupante”.

Assange è rinchiuso in un carcere britannico nell’attesa di che si risolva il suo caso di estradizione verso gli Stati Uniti, dopo che ha compiuto una sentenza per non compiere i termini della sua libertà sotto garanzia.

Lui è scappato nell’ambasciata dell’Ecuador nel 2012 per evitare la sua estradizione in Svezia, dove affrontava accuse di delitti sessuali che sono state ritirate l’anno scorso.

Lui dice che le accuse contro di lui presentate negli Stati Uniti sono un tentativo politico per far tacere i giornalisti e le case editrici, e che le accuse della Svezia sono parte di una cospirazione per incarcerarlo.

Assange ha fatto notizia all’inizio del 2010, quando WikiLeaks ha pubblicato un video segreto dell’Esercito degli Stati Uniti che dimostra un attacco nel 2007 di elicotteri Apache a Baghdad, nel quale sono morti decine di persone, compresi due membri della squadra di notizie della Reuters.

Il procedimento sull’estradizione dovrebbe cominciare a febbraio.

con informazione di Reuters

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Trump e la politica dell’assassinio

Altrenotizie.org - Mar, 14/01/2020 - 21:18

A poco meno di due settimane dall’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, la credibilità delle giustificazioni offerte dall’amministrazione Trump per l’operazione portata a termine in territorio iracheno sta rapidamente crollando. I tentativi di difendere la decisione da parte del presidente e dei suoi collaboratori più stretti sono infatti sommersi da contraddizioni e menzogne, al punto da mostrare l’episodio per quello che realmente rappresenta, vale a dire un crimine deliberato che minaccia di alterare in maniera drammatica la condotta degli affari internazionali.

L’ultimo tassello nella composizione del mosaico che compone la liquidazione del numero uno delle “forze Quds” dei Guardiani della Rivoluzione iraniani lo ha fornito questa settimana un resoconto degli eventi interni alla Casa Bianca di NBC News. La ricostruzione del network USA ha chiarito come il blitz contro Soleimani fosse stato pianificato da mesi. Per questa ragione, l’assassinio non è stato, come ripetuto più volte da Washington, una misura estrema e necessaria a fermare attacchi “imminenti” contro gli interessi americani, bensì una vendetta per ben altre operazioni di cui il defunto generale era considerato l’architetto.

Categorie: News

Cina sotto tiro USA in Medio Oriente

Altrenotizie.org - Lun, 13/01/2020 - 22:44

L’assassinio del generale iraniano Soleimani autorizzato dal presidente Trump ha messo in moto una reazione a catena che si propaga al di là della regione mediorientale. Ciò era nelle intenzioni di chi ha deciso tale atto. Soleimani era da tempo nel mirino Usa, ma i presidenti Bush e Obama non avevano autorizzato la sua uccisione. Perché lo ha fatto il presidente Trump? Vi sono vari motivi, tra cui l’interesse personale del presidente di salvarsi dall’impeachment presentandosi quale strenuo difensore dell’America di fronte a un minaccioso nemico.

Il motivo fondamentale della decisione di assassinare Soleimani, presa nello Stato profondo prima che alla Casa Bianca, va però ricercato in un fattore che è divenuto critico per gli interessi statunitensi solo negli ultimi anni: la crescente presenza economica cinese in Iran.

L’Iran ha un ruolo di primaria importanza nella Nuova Via della Seta varata da Pechino nel 2013, in fase avanzata di realizzazione: essa consiste in una rete viaria e ferroviaria tra la Cina e l’Europa attraverso l’Asia Centrale, il Medio Oriente e la Russia, abbinata a una via marittima attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Per le infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali in oltre 60 paesi sono previsti investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari.

In tale quadro la Cina sta effettuando in Iran investimenti per circa 400 miliardi di dollari: 280 nell’industria petrolifera, gasiera e petrolchimica; 120 nelle infrastrutture dei trasporti, compresi oleodotti e gasdotti. Si prevede che tali investimenti, effettuati in un periodo quinquennale, saranno successivamente rinnovati.

Nel settore energetico la China National Petroleum Corporation, società di proprietà statale, ha ricevuto dal governo iraniano un contratto per lo sviluppo del giacimento offshore di South Pars nel Golfo Persico, la maggiore riserva di gas naturale del mondo. Inoltre, insieme a un’altra società cinese, la Sinopec (per i tre quarti di proprietà statale), è impegnata a sviluppare la produzione dei campi petroliferi di West Karoun.

Sfidando l’embargo Usa, la Cina sta aumentando le importazioni di petrolio iraniano. Ancora più grave per gli Usa è che, in questi e altri accordi commerciali tra Cina e Iran, si prevede un crescente uso del renminbi cinese e di altre valute, escludendo sempre più il dollaro.

Nel settore dei trasporti la Cina ha firmato un contratto per l’elettrificazione di 900 km di linee ferroviarie iraniane, nel quadro di un progetto che prevede l’elettrificazione dell’intera rete entro il 2025, e probabilmente ne firmerà anche uno per una linea ad alta velocità di oltre 400 km. Quelle iraniane sono collegate alla linea ferroviaria di 2.300 km che, già in funzione tra Cina e Iran, riduce i tempi di trasporto delle merci a 15 giorni rispetto ai 45 del trasporto marittimo.

Attraverso Tabriz, grande città industriale dell’Iran nord-occidentale – da cui parte un gasdotto di 2.500 km che arriva ad Ankara in Turchia – le infrastrutture dei trasporti della Nuova Via della Seta potranno raggiungere l’Europa.

Gli accordi tra Cina e Iran non prevedono componenti militari ma, secondo una fonte iraniana, per salvaguardare gli impianti occorreranno fino a 5.000 guardie cinesi, assunte dalle società costruttrici per i servizi di sicurezza. Significativo è anche il fatto che, alla fine di dicembre, si sia svolta nel Golfo di Oman e nell’Oceano Indiano la prima esercitazione navale tra Iran, Cina e Russia.

Su questo sfondo appare chiaro perché a Washington si è deciso l’assassinio di Soleimani: si è volutamente provocata la risposta militare di Teheran per stringere la morsa sull’Iran e poterlo colpire, colpendo in tal modo il progetto cinese della Nuova Via della Seta a cui gli Usa non sono in grado di contrapporsi sul piano economico. La reazione a catena messa in moto dall’assassinio di Soleimani coinvolge quindi anche Cina e Russia, creando una situazione sempre più pericolosa.

 

Fonte: Voltairenet.org

Categorie: News

Taiwan: il voto premia Washington

Altrenotizie.org - Lun, 13/01/2020 - 21:48

Il secondo successo consecutivo alle urne del Partito Democratico Progressista (DPP) e della presidente Tsai Ing-wen a Taiwan ha confermato nel fine settimana come le tensioni tra l’isola e la madrepatria cinese siano destinate a crescere ulteriormente nel prossimo futuro. La leader taiwanese appena riconfermata nel suo incarico ha infatti rafforzato i legami con Washington in questi ultimi anni, allineando Taipei alle manovre strategiche anti-cinesi messe in atto dagli Stati Uniti in Estremo Oriente.

Il partito taiwanese tradizionalmente orientato verso la piena indipendenza da Pechino è riuscito a rimettersi in piedi e a restare al potere dopo le pesanti sconfitte incassate nelle elezioni amministrative del novembre 2018. Nonostante una crescita economica sostenuta, a pesare sul DPP erano stati in quell’occasione fattori come la disoccupazione e, soprattutto, il mancato adeguamento dei salari e le crescenti disuguaglianze sociali.

Categorie: News

Testo inedito di Tina Modotti sull’omicidio di Julio Antonio Mella, rivela l’Ambasciata Cubana in Italia

Cubadebate (italiano) - Sab, 11/01/2020 - 01:50

julio-antonio-mella-tina-modotti-02Nota illustrativa della Redazione di @EmbaCubaItalia: Testo inedito (fino al 10 gennaio 2020) scritto da Tina Modotti all’inizio del 1932. Consegnato all’Ambasciatore Cubano in Italia, Josè Carlos Rodriguez Ruiz, il 6 gennaio 2020, dalla ricercatrice tedesca Cristiane Barckhausen-Canale, nota esperta internazionale sulla vita di Tina Modotti ed autrice del libro “Verità e leggenda di Tina Modotti”, che ha vinto il premio saggio Casa de las Americas del 1988, L’Avana, Cuba. L’originale di questo testo si trova presso il fondo del SRI a Mosca.

“Una nuova luce sull’assassinato di Julio Antonio Mella alla vigilia del terzo anniversario

L’assassinio di Julio Antonio Mella in una strada della capitale del Messico il 10 gennaio 1929 è stato uno dei più clamorosi delitti politici commessi negli ultimi anni a livello mondiale. Senza dubbio tutti ricordano ancora i dettagli di quel crimine.

Mella è stato uno dei dirigenti più influente del movimento rivoluzionario dell’America Latina. Cubano di nascita ha iniziato la sua attività nel movimento rivoluzionario organizzando gli studenti in associazioni di sinistra.

Grazie a lui, è stata creata a Cuba un’Università Popolare per gli operai. Poco dopo ha compreso che il suo miglior servizio per la causa rivoluzionaria sarebbe stato quello di dedicare tutto il suo conoscimento, tutte le sue capacità, alle lotte politiche ed economiche del proletariato.

È stato uno dei fondatori del Partito Comunista di Cuba e uno dei più prestigiosi dirigenti del movimento antimperialista latinoamericano.

Nel dicembre del 1925, quando Machado, l’attuale dittatore sanguinario e agente di Wall Street, era già al potere, Mella è stato incarcerato ed ha iniziato uno sciopero della fame di 21 giorni. Dal punto di vista dell’agitazione e come forma di protesta, questo sciopero della fame è stato uno dei più efficaci mai effettuati in nessun paese. Man mano che passavano i giorni e le condizioni fisiche di Mella peggioravano, mettendo in pericolo la sua vita, ha regnato una terribile tensione non solo nella popolazione di Cuba, bensì in tutto il continente americano ed anche in altri paesi. La pressione delle masse è stata così grande che il presidente Machado si è visto obbligato a cedere ed a rilasciare Mella.

Ma ben presto, quando Mella si era ripreso, è iniziata la persecuzione contro di lui. Machado cercava vendetta per la sua sconfitta. Ci sono stati diversi attentati alla vita di Mella tanto da costringerlo a lasciare Cuba. È andato in Messico dove ha iniziato immediatamente a prendere parte al movimento rivoluzionario di questo paese. Ha dedicato tutto il tempo alla causa degli operai rivoluzionari, ha organizzato gli emigrati politici cubani che vivevano in Messico, ha fondato un giornale per i lavoratori cubani che è stato mandato a Cuba per vie illegali, ha lottato contro l’imperialismo statunitense in America Latina, ha diretto il lavoro di altri gruppi di emigrati politici cubani che vivevano in altri paesi, è stato attivo nel Sindacato Rosso del Messico, ed è stato un collaboratore attivo per la sezione messicana del S. R. I.

Il 10 gennaio 1929, quando è uscito dalla sede del Soccorso Rosso a Città del Messico, alle nove di sera ed a due isolati da casa sua, è stato colpito da vari proiettili ed è morto due ore più tardi. Prima di morire, ha condannato il presidente Machado come responsabile di questo assassinio ed ha pronunciato il nome della persona che sospettava fosse l’esecutore del crimine.

La sezione messicana del Soccorso Rosso ha avviato immediatamente le indagini ed è riuscita a trovare prove concrete: di fatto, il presidente Machado aveva inviato due sicari professionisti da L’Avana a Città del Messico per commettere l’omicidio ed uno dei responsabili principali della polizia messicana, che si era recato due settimane prima a L’Avana, sarebbe stato un complice importante di questo assassinato. Vi era stato persino un accordo tra l’Ambasciatore di Cuba e il governo del Messico.

Il Soccorso Rosso Messicano, il Partito Comunista Messicano, i sindacati, le organizzazioni studentesche di sinistra, le organizzazioni degli operai e persino avvocati e politici famosi reclamavano giustizia. Per diverse settimane il Governo del Messico ha ricevuto proteste da tutto il mondo ed ha dichiarato ipocritamente, per bocca della polizia, che Messico non avrebbe riposato fino a quando il caso non fosse stato chiarito. Le esigenze più importanti sono state le seguenti: arresto e condanna dei vari cubani residenti in Messico accusati da Mella prima di morire, dimissioni di Valente Quintana dal suo incarico e rottura delle relazioni diplomatiche con il governo di Machado.

E invece cosa è accaduto? L’unico cubano arrestato dalla polizia, l’organizzatore tecnico del delitto, è stato rimesso in libertà dopo poche settimane per mancanza di prove; Valente Quintana non è stato dimesso, ma addirittura è stato nominato Capo della Polizia Centrale del Messico (senza dubbio un premio per la sua partecipazione al crimine), e tutte le manifestazioni di protesta delle masse messicane sono state sabotate e attaccate dalla polizia.

Per quanto riguarda la stampa borghese ed il governo messicano, poco a poco il caso è scomparso dalla prima pagina e solo il Soccorso Rosso e le altre organizzazioni rivoluzionarie hanno insistito con le loro denunce instancabili rivolte contro Machado e contro i complici del governo messicano. Ogni anno, il 10 gennaio è, in tutto il continente americano, il “Giorno di Mella” ed, anche quest’anno, sono già stati fatti i preparativi per il terzo anniversario del suo omicidio e da poco sono comparse alcune dichiarazioni pubbliche sensazionali sull’assassinato.

Una donna, la moglie di un cubano che apparteneva ai circoli criminali, voleva vendicarsi del marito che aveva minacciato di ucciderla. Il 3 novembre ha chiamato la polizia ed ha raccontato con dovizia di dettagli come Mella fosse stato ucciso. Ha accusato suo marito di essere l’assassino. Tutto quello che lei ha testimoniato ha confermato le accuse mosse al momento del crimine dal Soccorso Rosso. Le sue accuse sono state indagate una dopo l’altra e sono state confermate: un anno dopo, suo marito aveva ricevuto da L’Avana una somma di denaro che aveva prelevato da una certa banca in Messico (il prezzo che gli è stato pagato per il crimine). È stato dimostrato, inoltre, come in seguito al delitto l’assassino avesse trovato rifugio nella casa di un altro cubano, – quel Josè Magriñat, accusato da Mella poco prima di morire. Ora l’assassino è in carcere e sono apparsi diversi testimoni che confermano le accuse pronunciate dalla moglie dell’omicida.

La sezione messicana del S.R.I. ha chiesto alle autorità messicane di far partecipare tre dei suoi rappresentanti alle indagini, ma il governo fascista del Messico ha respinto categoricamente tale richiesta.

Questa è un’ulteriore prova della complicità del governo messicano nell’omicidio premeditato dal dittatore cubano Machado. Invece di punire Josè Magriñat, l’organizzatore tecnico del crimine, il governo messicano l’ha rilasciato e l’ha protetto, accompagnandolo al porto più vicino dove ha preso una nave per Cuba. Senza dubbio, l’esecutore materiale del crimine avrà ricevuto la stessa protezione. Tra poche settimane la stampa borghese corrotta parlerà di nuovo del caso, ma tanto si aiuterà in tutti i modi l’assassino in maniera che possa sfuggire alla vendetta del proletariato messicano. Questo proletariato non dimenticherà mai che Mella è morto per la causa rivoluzionaria internazionale.

Quest’anno, il terzo anniversario della sua morte acquisterà un nuovo significato; offrirà a tutte le sezioni del S.R.I. la possibilità di dimostrare ancora una volta e con nuove prove l’ipocrisia della “giustizia” borghese”.

di Tina Modotti

traduzione di Ida Garberi

da Cubadebate

clikka qui per vedere il testo in spagnolo pubblicato nella pagina dell’Ambasciata Cubana in Italia, @EmbaCubaItalia

Categorie: News

Fake news e sanzioni contro l’Iran

Altrenotizie.org - Ven, 10/01/2020 - 22:57

I missili iraniani abbattutisi sull’Iraq nei giorni scorsi sono stati ritenuti da alcuni analisti una operazione dovuta ma sostanzialmente innocua, mentre altri invitano a non ritenere affatto chiusa la stagione della vendetta persiana contro Washington. L’impressione è che gli USA cerchino di abbassare il livello dello scontro senza perdere la faccia, mentre l’Iran pare voler capitalizzare politicamente il costo che gli USA dovranno pagare, primo fra tutti l’uscita dall’Iraq e la mancanza di sostegno alleato. In attesa di misurare quali saranno e se si daranno le reazioni iraniane contro il terrorismo statunitense, lo scontro politico e le differenziazioni anche interne allo schieramento occidentale segnano al momento un certo isolamento di Trump. Vuoi per l’evidente errore politico, vuoi per la scarsa consultazione con gli alleati, vuoi per le contrarietà interne agli stessi Stati Uniti, Trump sembra pagare con un maggiore ripiegamento su se stesso la mossa che, nelle sue intenzioni, doveva farlo uscire dall’angolo e riaprire il dialogo con i dem.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran, nato dall’attentato terroristico costato la vita al Generale Qassem Soulemani, prosegue comunque anche sullo scenario mediatico internazionale, con il tentativo statunitense di assegnare a Teheran ogni qual si voglia responsabilità della crescente tensione. A questo proposito la macchina mediatica internazionale, gestita dal sistema di alleanze a guida statunitense e produttrice a getto continuo di fake news, è stata dapprima messa all’erta e poi resa operativa.

Nel frattempo sono partite le nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran. Sono state comunicate dal Segretario di Stato - il nazi-evangelico Mike Pompeo - e colpiranno l'acciaio e il settore tessile, quello minerario, manifatturiero e delle costruzioni, oltre che i beni e le libertà personali di otto esponenti dell’establishment persiano. Prosegue dunque la guerra commerciale statunitense a tutti i paesi che possono rappresentare, direttamente o indirettamente, un canale importante per gli scambi economico-commerciali con Cina, Russia ed Europa. L’Italia, ad esempio, nel 2018 esportava verso l’Iran oltre un miliardo di euro, cifra che si è ridotta notevolmente nel corso del 2019 quasi dimezzandosi a 615 milioni. Stessa cosa si può dire per l’import, passato dai 2,6 miliardi del 2018 ai 119 milioni del 2019.

Mettere in ginocchio l’economia iraniana e ridurne le capacità estrattive, è utile a ridurre la ripresa persiana e, contestualmente, a mantenere in vita il regime agonizzante saudita attraverso la limitazione della commercializzazione del petrolio iraniano (quello iracheno, nel frattempo, è rubato dagli Stati Uniti, con un milione di barili al giorno che finiscono nelle tasche statunitensi). Con il Venezuela sotto blocco, la Libia nel caos e l’Iraq nelle mani USA, ridurre al minimo il petrolio iraniano rende gli Emirati il cuore della produzione di greggio e dunque, per conseguenza, Washington padrona della distribuzione dell’oro nero.

Ormai le sanzioni statunitensi abbracciano circa 75 Paesi ai quattro angoli del pianeta. Servono sì alla vendetta di Washington contro chi non si sottomette ai suoi piani imperiali di dominio unipolare, ma nello specifico s’indirizzano anche contro l’intesa tra Mosca, Pechino e Teheran che punta ad un diverso equilibrio nella regione del Golfo Persico e in Medio Oriente. Le sanzioni statunitensi, però, sono pensate e realizzate soprattutto per procurare vantaggi commerciali all’economia a stelle e strisce, vittima del declino imperiale, e della contestuale crescita di Russia, Cina, India ed altri paesi.

Proprio alle misure finanziarie e commerciali da prendere per azzerarne o quanto meno ridurne seriamente gli effetti, Russia e Cina stanno lavorando ormai da mesi e paesi come Germania e Turchia partecipano interessati all’elaborazione del progetto. L’urgenza di eliminare progressivamente l’utilizzo del Dollaro nelle transazioni internazionali è l’obiettivo finale, così da togliere spazio di manovra a Washington e recuperare la ragguardevole cifra di miliardi di dollari giornalieri che arrivano nelle casse USA dalle transazioni valutarie internazionali operate sul Dollaro. Quando questo avverrà, l’arroganza imperiale diverrà preoccupazione reale e la libertà commerciale di 194 Paesi tirerà un sospiro di sollievo.

Categorie: News

La morte di mille milioni di animali: il doloroso costo degli incendi in Australia

Cubadebate (italiano) - Ven, 10/01/2020 - 03:28

koala-se-salva-de-incendio-807336-1-580x325I voraci incendi che colpiscono Australia dall’anno scorso avrebbero potuto lasciare una cifra di mille milioni di animali morti, secondo i dati del professore Chris Dickman, della Facoltà di Scienze dell’Università di Sydney.  

Nei giorni scorsi, l’accademico ha calcolato che 480 milioni di animali hanno perso la vita a causa dei fuochi forestali che stanno succedendo nel paese del continente dell’Oceania, ma ora ha aggiornato la sua cifra poiché gli incendi continuano ed hanno ampliato la loro portata.

Le autorità australiane stimano che si sono persi più di 10 milioni di ettari, l’equivalente alla superficie dell’Austria, e sono già 26 le persone decedute per gli incendi.

Il professore Dickman ha detto di avere corretto il suo dato degli animali che hanno perso la vita negli incendi nel Nuovo Galles del Sud, ed ha incrementato il dato ad oltre 800 milioni, mentre a livello nazionale la somma arriverebbe ai mille milioni di animali morti.

“Credo che non ci sia niente per poter paragonare la devastazione che sta succedendo tanto rapidamente in un’area tanto grande. È un evento mostruoso in termini di geografia e la quantità di animali colpiti”, ha detto Dickman.

“Sappiamo che la biodiversità australiana è diminuita nelle ultime decadi, e probabilmente si sa che Australia ha il tasso di estinzione di mammiferi più alta del mondo. Sono eventi come questi quelli che possono accelerare il processo di estinzione per una varietà di altre specie”, ha segnalato l’accademico.

La ministra dell’ecosistema, Sussan Ley, ha dichiarato sabato scorso che probabilmente è morta fino al 30% della popolazione di koala nella costa nord del Nuovo Galles del Sud.

“Col tipo di incendi di movimento rapido che abbiamo sperimentato, i koala non hanno realmente la capacità per muoversi sufficientemente in fretta per poter scappare”, ha detto il professore Dickman.

da TeleSur/ Cubadebate

foto: The Hub

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Israele è la vera minaccia nucleare in Medio Oriente

Cubadebate (italiano) - Gio, 09/01/2020 - 01:18

israele«L’Iran non rispetta gli accordi sul nucleare» (Il Tempo), «L’Iran si ritira dagli accordi nucleari: un passo verso la bomba atomica» (Corriere della Sera), «L’Iran prepara le bombe atomiche: addio all’accordo sul nucleare» (Libero): così viene presentata da quasi tutti i media la decisione dell’Iran, dopo l’assassinio del generale Soleimani ordinato dal presidente Trump, di non accettare più i limiti per l’arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo stipulato nel 2015 con il Gruppo 5+1, ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania.

Non vi è quindi dubbio, secondo questi organi di «informazione», su quale sia la minaccia nucleare in Medio Oriente. Dimenticano che è stato il presidente Trump, nel 2018, a far ritirare gli Usa dall’accordo, che Israele aveva definito «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran».

Tacciono sul fatto che vi è in Medio Oriente un’unica potenza nucleare, Israele, la quale non è sottoposta ad alcun controllo poiché non aderisce al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall’Iran.

L’arsenale israeliano, avvolto da una fitta cappa di segreto e omertà, viene stimato in 80-400 testate nucleari, più abbastanza plutonio da costruirne altre centinaia. Israele produce sicuramente anche trizio, gas radioattivo con cui fabbrica armi nucleari di nuova generazione. Tra queste mini-nukes e bombe neutroniche che, provocando minore contaminazione radioattiva, sarebbero le più adatte contro obiettivi non tanto distanti da Israele. Le testate nucleari israeliane sono pronte al lancio su missili balistici che, con il Jericho 3, raggiungono 8-9 mila km di gittata.

La Germania ha fornito a Israele (sotto forma di dono o a prezzi scontati) quattro sottomarini Dolphin modificati per il lancio di missili nucleari Popeye Turbo, con raggio di circa 1.500 km. Silenziosi e capaci di restare in immersione per una settimana, incrociano nel Mediterraneo Orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, pronti ventiquattro’ore su ventiquattro all’attacco nucleare.

Gli Stati Uniti, che hanno già fornito a Israele oltre 350 cacciabombardieri F-16 e F-15, gli stanno fornendo almeno 75 caccia F-35, anch’essi a duplice capacità nucleare e convenzionale. Una prima squadra di F-35 israeliani è divenuta operativa nel dicembre 2017. Le Israel Aerospace Industries producono componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar. Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari.

Israele – che tiene puntate contro l’Iran 200 armi nucleari, come ha specificato l’ex segretario di stato Usa Colin Powell nel 2015 – è deciso a mantenere il monopolio della Bomba in Medio Oriente, impedendo all’Iran di sviluppare un programma nucleare civile che potrebbe permettergli un giorno di fabbricare armi nucleari, capacità posseduta oggi nel mondo da decine di paesi. Nel ciclo di sfruttamento dell’uranio non esiste una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile.

Per bloccare il programma nucleare iraniano Israele è deciso a usare ogni mezzo. L’assassinio di quattro scienziati nucleari iraniani, tra il 2010 e il 2012, è con tutta probabilità opera del Mossad. Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico Nato, nel quadro del «Programma di cooperazione individuale» con Israele, paese che, pur non essendo membro della Alleanza, ha una missione permanente al quartier generale della Nato a Bruxelles. Secondo il piano testato nella esercitazione Usa-Israele Juniper Cobra 2018, forze Usa e Nato arriverebbero dall’Europa (soprattutto dalle basi in Italia) per sostenere Israele in una guerra contro l’Iran.

Essa potrebbe iniziare con un attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, tipo quello effettuato nel 1981 contro l’impianto iracheno di Osiraq. Il Jerusalem Post (3 gennaio) conferma che Israele possiede bombe non-nucleari anti-bunker, usabili soprattutto con gli F-35, in grado di colpire l’impianto nucleare sotterraneo iraniano di Fordow.

L’Iran però, pur essendo privo di armi nucleari, ha una capacità militare di risposta che non possedevano la Jugoslavia, l’Iraq o la Libia al momento dell’attacco Usa/Nato. In tal caso Israele potrebbe far uso di un’arma nucleare mettendo in moto una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

di Manlio Dinucci – Il Manifesto

preso da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

USA-Iran, Trump rimanda la guerra

Altrenotizie.org - Mer, 08/01/2020 - 21:29

La ritorsione iraniana per l’assassinio del generale Qasem Soleimani è alla fine arrivata nella notte di mercoledì con un attacco missilistico condotto direttamente da Teheran che ha colpito due basi militari americane in Iraq. Il blitz, del tutto legittimo, è sembrato avere comunque un valore principalmente simbolico, così da dimostrare da un lato le capacità offensive della Repubblica Islamica e da consentire alla Casa Bianca, dall’altro, di operare una qualche “de-escalation” che eviti l’esplosione di un conflitto rovinoso.

Le strutture colpite dai missili iraniani sono la base aerea di Al Asad, nella provincia di Anbar, a nord-ovest di Baghdad, e quella di Erbil, nel nord del paese mediorientale. Le basi ospitano anche contingenti di altri paesi NATO, tra cui l’Italia, e soprattutto la prima è servita per lanciare operazioni nello stesso Iraq, così come in Siria, e per addestrare le forze armate locali, ufficialmente nella lotta allo Stato Islamico (ISIS).

Categorie: News

Iran: Washington appoggia Trump

Altrenotizie.org - Mar, 07/01/2020 - 21:03

L’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, ordinato la scorsa settimana dal presidente degli Stati Uniti Trump, ha provocato un legittimo senso di repulsione in tutto il mondo nei confronti della brutalità dei metodi dell’imperialismo americano. In patria e, frequentemente, tra i governi occidentali, l’attacco deliberato nei pressi dell’aeroporto di Baghdad è stato invece accolto con estrema ambiguità da parte dei media ufficiali e di gran parte della classe politica, inclusa quella di orientamento teoricamente progressista.

Categorie: News

Cinque chiavi geopolitiche per pensare America Latina nel 2020

Cubadebate (italiano) - Mar, 07/01/2020 - 02:58

america-latina-620x400-580x374Comincia il 2020 e si ravvivano le braci di un 2019 turbolento che è cominciato con un Venezuela sotto assedio, ed è terminato con un golpe di Stato contro il processo di cambiamento boliviano e con Evo Morales come rifugiato politico dei governi del Messico prima, ed Argentina dopo, tutto ciò mentre insurrezioni popolari sfidavano nuovamente il modello neoliberale ad Haiti, Honduras, Ecuador o Cile, alle quali si sommavano le grandi mobilitazioni contro il sistema politico in Colombia.  

Probabilmente nell’anno 2020 ci saranno ancora più “focolai” rossi sui quali puntare la nostra attenzione, ma cerchiamo di dare priorità ed analizzare i 5 principali:

L’asse progressista Messico-Argentina. Il ritorno del “kirchnerismo” e del peronismo nella terza economia latinoamericana non solo implica la sconfitta del progetto neoliberale “macrista” alle urne, essendo il primo presidente latinoamericano in tutto il ciclo progressista che non ottiene la rielezione, ma insieme al Messico conforma un asse progressista conformato da 2 dei 3 paesi latinoamericani membri del G20.

La buona sintonia tra Alberto Fernandez ed Andres Manuel Lopez Obrador, il cui governo inoltre è incaricato della presidenza pro tempore della CELAC (che avrà un primo incontro di conversazioni l’8 gennaio a Città del Messico) potrebbe dare un nuovo impulso all’integrazione regionale di un’America Latina agitata da golpe di Stato e ribellioni popolari. Benché ogni Presidente abbia molto da fare in casa sua per smontare il danno sociale neoliberale, con la rinegoziazione del debito di più di 50.000 milioni di dollari contratta con l’FMI nel caso di Fernandez, e le sfide per diminuire i tassi di povertà, disuguaglianza e violenza, nel caso di Lopez Obrador, sembra che ci sia un’intenzione per spingere una leadership regionale che nessun Presidente della destra latinoamericana può avere.

Il golpe di Stato in Bolivia. Con Evo Morales protetto dal governo argentino e già molto più vicino alla Bolivia, i prossimi movimenti passano per la convocazione di elezioni il 6 gennaio (per il 3 maggio, con la presa di possesso il 6 agosto) e la designazione il 19 gennaio del candidato del MAS-IPSP, che tutto sembra indicare potrebbe essere Luis Arce Catacora, l’ex Ministro di Economia, artefice del miracolo economico boliviano, come una forma di ricorrere non tanto alla classe media bensì soprattutto alla tasca della gente comune, che rimarrà seriamente colpita in caso che i golpisti continuino nel potere. Il suo accompagnatore potrebbe essere un indigeno come l’ex Cancelliere Diego Pary, o un dirigente contadino come Andronico Rodriguez, Vicepresidente delle Sei Federazioni del Tropico di Cochabamba.

Ma malgrado il MAS potrebbe essere il partito più votato nel primo turno, è necessario essere coscienti che quelli che hanno spinto il golpe di Stato in Bolivia non consegneranno il potere in un appuntamento elettorale, e faranno tutto quello che possono e non possono fare per mantenerlo. Il ritorno della DEA, USAID e dell’Ambasciatore degli Stati Uniti, come la privatizzazione di aziende pubbliche o la vendita del litio, non saranno facilmente messe a rischio dai golpisti e dai loro soci del Dipartimento di Stato.

Venezuela. Nonostante abbia sofferto durante il 2019 un’aggressione militare, diplomatica e mediatica maggiore che quella che ha provocato la caduta del processo di cambiamento boliviano, ed un blocco economico che ha rubato più di 30 mila milioni di dollari di pesos dovuto alle sanzioni, Venezuela comincia il 2020 come uno dei paesi più stabili della regione, consegnando l’abitazione numero 3 milioni ai settori più umili (con una meta di 5 milioni di abitazioni per il 2025) e dedicando il 76% del PIB ad investimento sociale, qualcosa di inedito nel continente.

Questo 2020 ci saranno le elezioni legislative, il numero 26 dal 1998 (delle 25 anteriori il chavismo ne ha vinte 23) e se si riesce a riattivare l’economia e l’opposizione golpista si mantiene divisa, può essere l’anno in cui si consolidi la tappa post Chavez della Rivoluzione Bolivariana.

Ribellioni anti-neoliberali. Con un capitalismo globale in fase di decomposizione, ed un modello neoliberale che non può garantire condizioni di vita degne per la maggioranza della popolazione, le mobilitazioni popolari che adottano differenti ritmi, intensità e leadership secondo il paese, saranno in aumento durante 2020. Se a questo si somma l’onda femminista che può convertirsi in tsunami proprio là dove la sinistra non assuma il femminismo come parte del suo orizzonte politico, si danno le condizioni affinché la destra non possa imporre il suo programma grazie alle lotte di quelle e quelli più in basso.

Stati Uniti. Last but not least, l’elezione presidenziale colpisce in America Latina, dal Messico all’Argentina, passando per Cuba ed ovviamente Venezuela, oltre a Bolivia o Brasile di un sempre più discusso Bolsonaro e di un Lula che può dimostrare una leadership in libertà non solo politica, bensì sociale.

L’atto di inizio della campagna “trumpiana” eseguito a Baghdad mediante l’assassinio del generale iraniano Soleimani è solo la conferma della necessità che ha Trump di una guerra e vari nemici esterni per assicurarsi la rielezione.

Se il 2020 non ci troverà confessati, speriamo almeno di essere informati.

di Katu Arkonada

da Telesur

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

La follia che abita la Casa Bianca

Altrenotizie.org - Lun, 06/01/2020 - 22:05

La tendenza alla guerra appare sempre più irrefrenabile, principalmente per effetto del declino della potenza statunitense che, sempre più in crisi da vari punti di vista, economicamente indebolita, socialmente disgregata, culturalmente devastata, cerca rifugio nel terreno militare, l’unico nel quale continui a mantenere una certa, seppure sempre più relativa, superiorità.

L’assassinio del generale Suleimani costituisce senza dubbio una manifestazione di questa tendenza, ed al tempo stesso una violazione evidente del diritto internazionale, un atto di terrorismo di Stato e un crimine gravissimo contro la pace.

Categorie: News

Catena di hotel Melià vince azione giudiziale negli USA per hotel a Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 03/01/2020 - 22:36

MeliaUna giudice statunitense ha deciso di allontanare la catena alberghiera spagnola Melià da un reclamo interposto contro di lei in nome del Titolo III della controversa Legge Helms-Burton contro Cuba, ha informato la rivista Preferente.

D’accordo con questa pubblicazione spagnola, specializzata in turismo, la magistrata Cecilia M. Altonaga, dello stato meridionale statunitense della Florida, ha paralizzato ieri un giudizio previsto per il prossimo 10 gennaio nel quale doveva essere analizzato il reclamo di una famiglia sull’uso di uno degli hotel amministrati da Melià nell’isola caraibica.

Il mezzo di comunicazione, che afferma avere avuto accesso al documento dell’ordine giudiziale, ha informato che la stessa sentenza allontana anche dalla causa agenzie di viaggi in Internet come Trivago, ed i gruppi alberghieri cubani Gran Caribe, Cubanacan e Gaviota.

Secondo Preferente, Melià ha presentato il 31 dicembre una mozione davanti al tribunale della Florida per mettere fine alla lite, una petizione che è stata considerata soli due giorni dopo dalla giudice, che dirige la causa.

Il processo doveva incominciare la prossima settimana, quando le parti dovevano selezionare un mediatore e programmare un’ora, data e luogo per portare a termine l’incontro, e più tardi, il 31 gennaio, dovevano presentarsi gli allegati.

Come parte della sua crescente ostilità verso Cuba, l’amministrazione di Donald Trump ha attivato il 2 maggio 2019 il Titolo III della Legge Helms-Burton del 1996, che permette agli statunitensi di interporre reclami nelle corti statunitensi contro persone ed entità, perfino di paesi terzi che investano nel territorio cubano in proprietà nazionalizzate dopo il trionfo della Rivoluzione, il 1º gennaio 1959.

La giudice ha considerato il tutto come una contraddizione del diritto internazionale, infatti questo paragrafo concede autorità per reclamare a cubano-americani che erano cittadini cubani nel momento in cui le proprietà sono state nazionalizzate.

A causa di questa attivazione, membri della famiglia Mata hanno introdotto una causa collettiva nella Corte Federale del Distretto Meridionale della Florida, per chiedere compensazione per l’uso del hotel Melià San Carlos, ubicato nella provincia centrale cubana di Cienfuegos.

Il risultato di questa settimana in Florida si produce dopo che, nel settembre scorso, Melià ha vinto una causa quando la giustizia spagnola ha ordinato archiviare nel paese europeo un reclamo presentato contro il gruppo dalla famiglia Sanchez-Hill, dovuto all’ipotetico sfruttamento illegittimo di alcuni hotel a Cuba.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Il Generale e il criminale

Altrenotizie.org - Ven, 03/01/2020 - 19:08

È difficile valutare se l’assassinio mirato del generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad sia da considerarsi un atto più sconsiderato o più criminale da parte degli Stati Uniti. Quel che è certo è che l’operazione, autorizzata direttamente dal presidente Trump, alza ulteriormente il livello di criminalità della condotta internazionale di Washington e, nel contempo, fa aumentare in maniera vertiginosa il rischio di una conflagrazione senza precedenti nella regione mediorientale. Assieme a Soleimani, il blitz americano ha ucciso il vice-comandante delle Unità di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, le forze sciite irachene.

Sul piano giuridico, aver ordinato l’assassinio di Qesam Soulemani pone il Presidente Trump nel non invidiabile ruolo di criminale internazionale, dal momento che far uccidere il numero 3 di un Paese con il quale non si è in guerra, equivale ad una azione di terrorismo puro e semplice.
Sessantadue anni, dal 1998 Soleimani era il numero uno delle “Forze Quds”, reparto d’élite dei Guardiani della Rivoluzione operante prevalentemente all’estero, ed è stato regista di tutte le operazioni militari persiane nell’intero Medio Oriente ed Asia Minore. Autorevolezza personale e sapienza militare, Soleimani è stato una figura di primissimo piano per la rivoluzione iraniana.
Carismatioa in patria, ha accompagnato la crescita dello stato sciita nel puzzle musulmano: dal Libano alla Siria, allo Yemen, Soleimani è stato per Teheran scudo e avanguardia militare e, nello stesso tempo, tessitore politico di primissimo livello. E' stato artefice, insieme a russi, Hezbollah ed esercito siriano, della sconfitta dello stato islamico e della cacciata dei mercenari dalla Siria. Nel dialogo tra Russia, Iran e Turchia, che tentano di superare gli equilibri a guida israelo-saudita-statunitense nel governo della regione, Soleimani è stato riferimento importantissimo.
L’assassinio era stato in qualche modo annunciato dagli Stati Uniti, con voci di un’operazione imminente che circolavano da qualche giorno sui media israeliani e non solo. Il generale persiano era l’obiettivo principale dell’offensiva contro Teheran, perché considerato in Occidente - e soprattutto negli Stati Uniti – artefice principale della strategia di espansione iraniana in Medio Oriente. La retorica del Pentagono e della Casa Bianca indicava a sua volta un’iniziativa clamorosa in fase di studio contro l’Iran, malgrado la regola non scritta nei rapporti internazionali che evita di prendere di mira i vertici militari o dell’intelligence anche di paesi nemici. Trump ha rotto questa consuetudine e, da ora, nessuno dei vertici delle diverse intelligence coinvolte potrà ritenersi al sicuro.
La provocazione con cui l’amministrazione Trump ha deciso di aprire il nuovo decennio rappresenta dunque un atto irresponsabile che dimostra come potenti forze all’interno del governo e dell’apparato militare degli Stati Uniti, così come tra i loro alleati, intendano andare verso un confronto militare diretto con l’Iran.
La volontà politica di attaccare Teheran, del resto, era stata già chiara quando Trump decise di ritirare la firma statunitense dall’accordo 5+1 sul nucleare iraniano e già nell’occasione si capì come il egli fosse completamente ostaggio di Ryad e Tel Aviv. Cancellare gli accordi sul nucleare, imporre embarghi e sanzioni, serve soprattutto ad impedire il rafforzamento dell’economia iraniana e, ancor più, garantire la predominanza del petrolio saudita privo di concorrenza da parte di un paese ostile. Impedire che l’Irak possa  muovere verso una intesa con l’Iran serve a chiudere il cerchio a favore di Ryad. Ed ora, che all'accerchiamento economico e politico si aggiunge anche l’assassinio mirato di un uomo come Soleimani, sembra proprio che il progetto israelo-saudita di creare una nuova, spaventosa guerra mediorientale, stia andando in porto.
Ma la strategia irachena degli USA per colpire la Repubblica Islamica rischia seriamente di ritorcersi contro la stessa Casa Bianca. Proprio nel teatro iracheno, infatti, l’assassinio di Soleimani potrebbe fare esplodere definitivamente le frustrazioni diffuse tra la società e una parte significativa della classe dirigente irachena, con conseguenze tutt’altro che favorevoli per Washington. Il risultato finale potrebbe essere una mobilitazione del paese mediorientale contro la stessa presenza militare americana. Dopo la morte di Soleimani, infatti, il premier Mahdi ha definito il raid niente meno che una “aggressione” contro l’Iraq e una “seria violazione” delle condizioni che regolano la presenza USA nel suo paese.
Il Parlamento di Baghdad è stato inoltre convocato d’urgenza e non è da escludere che possa deliberare l’espulsione del contingente militare USA dal paese, dato che la classe dirigente irachena teme fortemente l’eventualità sempre più probabile di un conflitto USA-Iran combattuto entro i propri confini. E seppure le decisioni del governo di Baghdad hanno poche possibilità di essere concretizzate nei confronti degli Stati Uniti, è altrettanto vero che il radicalizzarsi dell’ostilità verso Washington renderebbe inevitabile il ricorso a una sorta di nuova complicatissima occupazione per potere utilizzare l’Iraq come base di una guerra contro la Repubblica Islamica.
La questione cruciale sarà comunque la reazione iraniana all’assassinio di Soleimani. Tutte le più alte cariche del paese hanno annunciato misure durissime e proporzionate al crimine commesso dagli USA. E l’Iran non può essere sottovalutato, non è un paese qualunque. Non lo è sotto il profilo storico, politico, militare, religioso. E’ una potenza che non resterà con le mani in mano di fronte ad un attacco proditorio ai suoi più alti livelli. Dunque, deciderà il come e il quando, ma che si vendicherà si può esser certi.
L’inevitabilità di una ritorsione adeguata da parte dell’Iran prospetta poi un’ulteriore risposta degli Stati Uniti, facendo aumentare il rischio di un’escalation fuori controllo. A livello teorico, la Casa Bianca dovrebbe essere frenata dalle conseguenze disastrose di un conflitto che, come aveva dimostrato l’attacco degli Houthi a settembre contro le raffinerie saudite, potrebbe paralizzare le esportazioni petrolifere dal Medio Oriente e mettere perciò in ginocchio le monarchie del Golfo Persico alleate di Washington. Sarà bene ricordare come attraverso lo stretto di Hormutz, in territorio iraniano, passi la maggior quota di petrolio destinato al fabbisogno dell’Occidente.
In vista dell’appuntamento elettorale di novembre, inoltre, l’esplosione di una guerra con l’Iran rappresenterebbe un fardello gigantesco per Trump e le sue prospettive di successo. La possibile violazione di una delle regole fondamentali della politica USA, cioè appunto quella di evitare l’innesco di conflitti in un anno elettorale, dimostra tuttavia come l’operazione contro Soleimani risponda a esigenze di natura geo-strategica ritenute vitali dal “deep state” americano, oppure sia in primo luogo una risposta a sollecitazioni esterne provenienti da Riyadh e Tel Aviv, spesso decisive nell’orientare le scelte di politica estera della Casa Bianca al di là delle implicazioni domestiche.
Quest’ultima ipotesi appare realistica se si considera la responsabilità assunta in prima persona dal presidente Trump per l’assassinio del generale iraniano e, di conseguenza, forse non condivisa almeno da una parte dell’apparato militare e della “sicurezza nazionale” USA. Se è al momento difficile stabilire quali siano le forze dietro il blitz di venerdì a Baghdad, già i prossimi giorni potrebbero mostrare invece come Trump, arrivato alla Casa Bianca con la promessa di chiudere tutte le guerre in cui sono impegnati gli Stati Uniti, rischi di diventare il presidente che ha scatenato il conflitto più rovinoso per il suo paese, per il Medio Oriente e, forse, per l’intero pianeta.

 

articolo scritto in collaborazione con Michele Paris

Categorie: News

61 anni di Rivoluzione: “Un popolo così non si improvvisa”

Cubadebate (italiano) - Gio, 02/01/2020 - 21:08
 Raul Corrales

foto: Raul Corrales

Durante quest’anno, come nel 1959 che dava inizio alla Rivoluzione, abbiamo combattuto con cento braccia, con cento spade contro l’idra da cento teste. Abbiamo lasciato un’impronta di guerra e di lotta eterna. Da Cuba e fuori da lei sono state molte le voci che abbiamo combattuto insieme. Abbiamo celebrato anche questi giorni, come ha detto il presidente Diaz-Canel, come se trionfasse un’altra volta la Rivoluzione.

Nella prima rivista Bohemia dell’anno 1960 si dichiarò quel fine d’anno come il Capodanno più felice di Cuba: “È stato visibile e resta nel ricordo dei cubani per sempre. Queste festività sono state le più appassionate, le più spontanee che si sono celebrate nella Cuba indipendente.”

Questo Capodanno, a sua volta, l’abbiamo vissuto come quello, perché “la Rivoluzione trionfa ogni volta che strappiamo all’impero una vittoria per la nostra causa. E nel 2019 l’abbiamo fatto molte volte.”

Quel 1º gennaio 1960 alle nove e dieci minuti della notte Fidel apparve nel marciapiede numero due della Stazione Terminale per abbordare il treno speciale che avrebbe portato le milizie universitarie fino a Yara, un allenamento della brigata Josè Antonio Echeverria nella Sierra Maestra. Insieme a Celia ed ad altri compagni si sommò ai 390 membri dell’avventura.

Nell’ultimo vagone il leader ha risposto alle domande delle ragazze. “Questa spedizione mi ricorda quando io ero studente e sono andato in escursione al Pico Turquino. Ma allora andammo senza fucile ed ora gli studenti vanno armati per la Rivoluzione”, ha detto. Quando tutti dormivano, nel treno solo si ascoltava la sua voce conversando sulle battaglie. E così fu fino a che arrivò a Yara alle 11 della mattina.

Lì ha mostrato agli studenti le scuole che funzionavano già a Caney de las Mercedes. Ai piedi della Sierra descrisse il combattimento di Las Mercedes e si gettò sulla spalla il suo zaino di più di 70 libbre di peso. All’alba seguente intraprese l’arrampicata verso Minas del Frio, dove dimostrò la sua eccellente mira.

Poi continuarono verso La Plata, ed in quel ripido cammino si ascoltò Fidel cantare abbastanza stonato e quasi recitando con voce roca. Lui camminava bene, Celia sembrava non sentire il viaggio, e così arrivarono a La Plata. Quel 7 gennaio, dopo cinque giornate di marcia nella montagna, fissarono la bandiera cubana nel picco più alto di Cuba.

Ricordiamo allora un giorno come oggi 60 anni fa, quando la nascente Rivoluzione compiva un anno. Un anno di resistenza.

da Cubadebate/Gruppo di Editori di Fidel Soldato delle Idee

traduzione di Ida Garberi

Fidel a Santiago de Cuba 1º gennaio1959

Fidel a Santiago de Cuba 1º gennaio1959

 Burt Glinn

Foto: Burt Glinn

Categorie: News

Il governo de facto boliviano espelle l’ambasciatrice del Messico e diplomatici spagnoli

Cubadebate (italiano) - Mar, 31/12/2019 - 03:25
Jeanine Añez

Jeanine Añez

Tensioni diplomatiche in Bolivia. Il governo ad interim espelle María Teresa Mercado, ambasciatrice del Messico, Cristina Borreguero, la console di Spagna e altri diplomatici, per aver dato rifugio a personalità vicine a Evo Morales.

“Il governo costituzionale che presiedo ha deciso di dichiarare persona non gradita l’ambasciatrice del Messico in Bolivia, María Teresa Mercado; l’incaricata degli affari di ambasciata, Cristina Borreguero, e console di Spagna in Bolivia, Álvaro Fernández, chiedendo loro di lasciare il paese entro 72 ore “, ha annunciato alla stampa l’autoproclamata presidente Jeanine Áñez.

La Añez ha aggiunto che la decisione riguarda anche “il gruppo di diplomatici [spagnoli] presumibilmente incappucciati e armati”, che il 27 dicembre si sarebbero resi protagonisti di un incidente mentre tentavano di entrare nell’ambasciata messicana e sono stati intercettati dalla polizia locale.

A sua volta, il governo del Messico ha dato istruzione  alla sua ambasciatrice in Bolivia, María Teresa Mercado, di tornare nel paese per “salvaguardarne la sicurezza e l’integrità. L’ambasciata messicana in Bolivia resterà a carico di Ana Luisa Vallejo, attuale capo della Cancelleria della Missione. La nostra rappresentanza continuerà a funzionare normalmente dopo questo spostamento”, ha dichiarato l’amministrazione di Andrés Manuel López Obrador in una nota pubblicata sul suo sito web.

Il 26 dicembre, il Messico ha presentato un ricorso contro il governo de facto della Bolivia dinnanzi alla Corte internazionale di giustizia de L’Aia, per l’assedio all’ ambasciata messicana e alla residenza ufficiale del suo ambasciatore a La Paz.

La tensione tra i due paesi è cresciuta negli ultimi giorni a causa dell’accerchiamento imposto dalle autorità de facto boliviane al quartier generale diplomatico messicano, dove nove persone legate all’ex presidente Evo Morales (2006-2019) hanno chiesto asilo.

da Sputnik in italiano

Spagna espelle tre diplomatici del governo de facto boliviano

Il governo spagnolo che fino ad ora aveva mantenuto un atteggiamento di somma cautela, ha deciso di rispondere in reciprocità al gesto ostile del governo de facto della Bolivia con l’espulsione di tre funzionari dalla sua Ambasciata a Madrid che dovranno anche uscire dalla Spagna in 72 ore. Si tratta dell’incaricato di affari, Luis Quispe Condori; dell’associato militare, Marcelo Vargas Barral; e dell’associato della polizia, Orso Fernando Oblitas Siles.  

Invece, il governo messicano non risponderà per il momento con misure reciproche a La Paz. Alte cariche della Segreteria di Relazioni Estere hanno affermato che aspetteranno per decidere le prossime azioni, con l’obiettivo di proteggere i più di 10.000 messicani che vivono in Bolivia.

Il governo spagnolo ha diffuso questo lunedì un comunicato nel quale respinge pesantemente qualunque insinuazione su una supposta volontà di ingerenza nei temi politici interni della Bolivia. Per Spagna, sottolinea, qualunque affermazione in questo senso costituisce una calunnia diretta a danneggiare le nostre relazioni bilaterali con false teorie cospiratorie. Spagna esige che l’attuale governo de facto della Bolivia ritratti i contenuti delle sue affermazioni affinché possa ritornare quanto prima il buon senso di fiducia e cooperazione, conclude.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Sputnik

Categorie: News

Pagine

Abbonamento a ANAIC- Circolo di Roma aggregatore - News