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Intervento di Cuba, nel 46º Periodo di Sessioni del Comitato di Sicurezza Alimentare Mondiale FAO #14oct2019

Cubadebate (italiano) - Mer, 16/10/2019 - 23:59

ambasciatoreNOTA NECESSARIA:  
 
Discorso preparato per la Missione di Cuba presso gli Organismi Internazionali, con sede a Roma.  Doveva essere pronunciato dal Rappresentante Permanente di Cuba, Ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz, nella plenaria del 46º periodo di sessioni del Comitato di Sicurezza Alimentare Mondiale che si è effettuato nella sede della FAO. Per due giorni consecutivi, il 14 ed il 15 ottobre 2019, la delegazione cubana è stata pronta per intervenire ed in tale senso, dal primo istante, era stato così sollecitato. Tuttavia, gran parte dell’agenda dell’incontro è stata concepita in base a pannelli con numerosi esperti, su temi che sono stati già trattati in consultazioni ufficiose ed in riunioni del CSA, e su tutto ciò ci sono non poche pubblicazioni e diversa documentazione. A questi esperti ed anche ai rappresentanti del settore privato è stato concesso loro, in alcuni sessioni di lavoro, un tempo eccessivo, come quello del pomeriggio del giorno 15 ottobre, nel Pannello “Associazioni tra parti molteplici interessate per finanziare meglio la sicurezza alimentare e la nutrizione nella cornice dell’Agenda 2030”. Detto pannello, ideato a modo di ricettario didattico per gli Stati membri, ha dato ampio spazio ai rappresentanti di fondazioni e del settore privato, in detrimento della possibilità che vari stati membri potessero presentare in plenario i loro punti di vista, realizzazioni e sfide di fronte agli obiettivi dello sviluppo sostenibile ed in specifico in quanto riferito a con l’ODS2. Queste situazioni colpiscono la natura e l’operatività di un forum eminentemente intergovernativo, come lo è il Comitato di Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite. Sono gli stati i principali responsabili delle politiche pubbliche per raggiungere la fame zero a livello mondiale e l’implementazione dell’Agenda 2030. La contribuzione di altri attori può essere utile, a patto che non pretenda soppiantare l’adempimento degli Stati e l’accordo multilaterale intergovernativo.  

Intervento che aveva previsto pronunciare il rappresentante di Cuba nel 46º periodo di sessioni del CSA:  

“Cuba osserva con preoccupazione le osservazioni e le cifre statistiche contenute nel resoconto della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per il Diritto all’Alimentazione, Sra.Hilal Elver; ed anche nella relazione dello stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione Mondiale (SOFI), entrambi presentati qui.

Da 45 anni ci proponiamo sradicare la fame e la malnutrizione nel mondo, ma continuiamo ad essere molto distanti dal raggiungere questi obiettivi. Invece di diminuire, la quantità di affamati nel mondo continua a crescere, sono già più di 821 milioni di esseri umani quelli che si trovano in questa situazione deplorevole e quotidiana. Non solo diminuiscono i tempi tracciati come meta, ma giorno per giorno milioni di esseri umani continuano a soffrire fame e malnutrizione, terreno fertile per malattie e morte.

E questo succede quando si nascondono e non ci si occupa di tutte le cause, quando le dichiarazioni sono più abbondanti dei fatti.

Si parla delle crisi prolungate, la decelerazione delle economie ed il cambiamento climatico come cause essenziali dell’insicurezza alimentare. Non sono queste, comunque, le uniche cause.

In anni recenti, la disuguaglianza economica ha raggiunto livelli senza precedenti. Nel 2017, la ricchezza mondiale è aumentata un 3,1%, ma approssimativamente l’82% di questa crescita è stata a favore dell’1% più ricco.

Come parlare di sviluppo sostenibile e di sicurezza alimentare se non ci sono cambiamenti significativi nelle problematiche strutturali che mantengono un ordine internazionale squilibrato ed ingiusto?

Come parlare di conflitti e crisi prolungate, ma non di blocchi e misure coercitive unilaterali, persecuzione finanziaria ed istigazione ai conflitti, che sostengono alcuni paesi perfino contro piccole nazioni e che provocano serie difficoltà alimentari?

Il blocco imposto da 60 anni dagli Stati Uniti dell’America contro il popolo cubano, ha causato, nell’ultimo anno, danni diretti all’alimentazione ed all’agricoltura per più di 400 milioni di dollari. I danni indiretti sono incalcolabili.

Esortiamo il Comitato di Sicurezza Alimentare, con l’appoggio del GANESAN affinché realizzi uno studio con rigore scientifico e basato sulle evidenze, sui danni dell’imposizione di sanzioni coercitive unilaterali nella sicurezza alimentare.

L’accesso agli alimenti non può continuare ad essere usato come strumento per sottomettere i paesi, questo modo di agire è contrario al diritto internazionale, è troppo ingiusto ed immorale.

Nonostante queste sanzioni, Cuba si trova tra i primi 14 paesi che sono riusciti a ridurre l’indice della fame e della denutrizione in maniera sostenuta per vari anni e si trova tra le nazioni che hanno avanzato di più, con equità, nelle sue politiche pubbliche alimentari. Secondo la Relazione sulla Politica Alimentare Mondiale del 2018, siamo uno dei paesi che è più vicino a raggiungere le mete del #ODS2 della #Agenda2030. Quanto di più potremmo fare senza il peso del blocco statunitense?

Cuba considera la sicurezza alimentare come una priorità per lo sviluppo, si realizzano diverse azioni in tutto il paese, come il piano di autoapprovvigionamento municipale. Secondo la stessa FAO, questo è l’unico nel mondo con carattere istituzionale e che tiene in conto l’offerta e la domanda locali, le necessità nutritive e di salute della popolazione e la preservazione dell’ambiente.

Come fino ad ora, lo Stato cubano continuerà a mantenere un impegno fondamentale con la sicurezza alimentare. Continueremo a spingere programmi come quello citato ed altri che contribuiscano al risultato consolidato e sostenibile dell’ODS2 a Cuba. Apprezziamo e ringraziamo per la collaborazione gli organismi internazionali, che uniscono oggi i loro sforzi con tali propositi, e quella di molti paesi che c’appoggiano.

Cuba conferma, in questo 46º periodo di sessioni del Comitato di Sicurezza Alimentare Mondiale, che la sicurezza alimentare e lo sviluppo della sua agroindustria continueranno ad essere le priorità delle sue strategie dello sviluppo futuro.

Concludo citando Fidel Castro Ruz che, nel suo contundente intervento nel Vertice Mondiale sull’Alimentazione, effettuato in questa stessa sala, il 16 novembre 1996, ha detto: “Regni la verità e non l’ipocrisia e la menzogna. Dobbiamo prendere coscienza che in questo mondo deve cessare il l’egemonismo, l’arroganza e l’egoismo.”

Molte grazie”

Josè Carlos Rodriguez Ruiz, Ambasciatore Cubano in Italia e Rappresentante Permanente di Cuba presso la FAO

testo e foto dalla pagina web Cubadiplomatica, Ambasciate e Consolati di Cuba all’estero

traduzione di Ida Garberi

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“¡Tierra! La Habana”, caffè speciale della Lavazza per il 500º anniversario della città

Cubadebate (italiano) - Mer, 16/10/2019 - 02:34

cafe-por-el-aniversario-500-de-la-habana-580x329Come omaggio a L’Avana nel 500º anniversario della sua fondazione, la firma italiana di caffè Lavazza ha presentato sabato scorso ne la Casa de la Amistad, della capitale cubana, un blend speciale chiamato “¡Tierra! La Habana”, elaborata con una selezione di grani di diverse piantagioni di caffè della maggiore delle Antille.  

Si tratta di un caffè espresso 100% della varietà Arabica cubana, con qualità “caracolillo” ed aromi di cioccolato e cereali, varietà che si potrà degustare nei prossimi giorni in tre punti della città: la caffetteria America, ubicata in calle 23 angolo F, Vedado; nel Caffè Oriente, nella Piazza di San Francisco ed al Caffè El Escorial, della Piazza Vecchia, ambedue a L’Avana Vecchia.

Alla presentazione hanno assistito i membri del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba (PCC), Luis Antonio Torres Iribar, primo segretario del PCC a L’Avana, e Reinaldo Garcia Zapata, presidente dell’Assemblea Provinciale del Potere Popolare; Gustavo Rodriguez Rollero, ministro dell’Agricoltura, e Noemì Rabaza Fernandez, prima vicepresidentessa dell’Istituto Cubano di Amicizia coi Popoli.

Inoltre, erano presenti Samuele Fazzi, ministro consigliere dell’Ambasciata d’Italia a Cuba; Mauro de Tommasi, direttore dell’Istituto di Commercio Estero Italiano, e Mariarosa Stevan, direttrice dell’Agenzia per la Collaborazione Italiana.

Miguel Angel Arregui Martinez, presidente del Gruppo Agro-forestale del Ministero dell’Agricoltura, ha ricordato che il prodotto presentato ha come antecedente il progetto di cooperazione iniziato nel 2018 tra questo Istituto di Investigazione Agro-forestale e la fondazione Lavazza, col decisivo appoggio dell’Agenzia per lo Scambio Economico Culturale con Cuba (Aicec), per fortificare l’agricoltura cubana.

Michele Curto, presidente dell’Aicec, istituzione che patrocina ed accompagna Lavazza in territorio cubano, ha risaltato l’importante lavoro del contadini di questo paese caraibico nell’elaborazione del blend menzionato.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Perché la vittoria del movimento indigenista non è totale in Ecuador?

Cubadebate (italiano) - Mar, 15/10/2019 - 00:07

ecuador-afp-580x387Ci sono alcune celebrazioni in Ecuador. Sono cominciate la serata della domenica quando il governo nazionale ed il movimento indigeno, centralmente attorniato nella Coordinatrice delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE) hanno annunciato di essere giunti ad un accordo rispetto al decreto 883, quello che ha tolto i sussidi alla benzina.  

La reazione è stata doppia. Da una parte, le strade si sono riempite di euforia dopo quello che è stato considerato come una vittoria dopo 11 giorni di proteste confrontate con una forte repressione. Lo scenario di battaglia del centro di Quito è stato di applausi, clacson, camion carichi di gente con bandiere dell’Ecuador, tassisti, feste nei quartieri popolari.

D’altra parte, è cominciata la domanda su che cosa si era ottenuto esattamente. Si era trattato di una deroga immediata ed effettiva, come ha annunciato ed ha celebrato la CONAIE, o di una sostituzione senza data determinata, come ha annunciato nel suo account di Twitter il presidente Lenin Moreno?

Parte della risposta è stata chiarita dal comunicato delle Nazioni Unite dell’Ecuador, organismo mediatore nel dialogo, che ha affermato che “si lascia senza effetto il decreto 883” e “si procederà in maniera immediata a lavorare nell’elaborazione di un nuovo decreto, che permetta una politica di sussidi, con una messa a fuoco integrale, che prevenga che questi non si destinino al beneficio di persone con maggiori risorse ed ai contrabbandieri, con criteri di razionalizzazione, focalizzazione e settorializzazione”.  

La stessa notte della domenica si è installata la commissione per, ha informato la CONAIE, “la redazione del decreto che lo rimpiazza -il 883 – e questo non finisce fino a quando l’accordo non si concreti completamente”.

In questo modo, si è ottenuta una vittoria parziale dentro l’insieme di misure accordate tra il governo ed il Fondo Monetario Internazionale, essendo il decreto 883 quello di maggiore impatto nell’economia e nella battaglia simbolica. Il risultato finale di questa parzialità dipenderà dal nuovo decreto che si sta preparando.

Esternamente allo spazio di dialogo c’è anche, fino ad ora, un accordo sul procedimento per investigare le attuazioni e gli abusi delle forze di sicurezza dello Stato, che è costato almeno 7 morti, 1152 detenuti e 1340 feriti.

Esisteva la possibilità di ottenere una vittoria maggiore? Questa domanda riunisce i principali punti interrogativi. Secondo i protagonisti delle giornate, cioè la CONAIE, non era possibile. E le mobilitazioni, sebbene non sono state unicamente del movimento indigeno, sono ricadute principalmente nella sua capacità di azione, sia in Quito come nei blocchi delle strade nel paese.

Un altro scenario preoccupante in parallelo al dibattito sul decreto: la persecuzione contro i dirigenti della Rivoluzione Cittadina, lo spazio politico dell’ex presidente Rafael Correa. Quell’azionare era stato annunciato da Moreno, scaricando la responsabilità dei fatti di violenza accaduti sulle spalle di Correa. La tattica del governo è stata quella di riconoscere gli indigeni come interlocutori legittimi e criminalizzare il “correismo”.

Lo spiegamento persecutorio è cominciato durante i giorni della mobilitazione: la membro dell’assemblea Gabriela Rivadeneira ha dovuto rifugiarsi nell’ambasciata del Messico e l’ex sindaco Alexandra Arce è stata arrestata. All’alba del lunedì è stata fermata nella sua casa la prefetta di Pichincha, Paola Pabon, ed in mattinata è stata perquisita la casa dell’ex membro dell’assemblea Virgilio Hernandez.

Questi arresti e persecuzioni attraverso il potere giudiziale articolato alla condanna mediatica si sono sommati con casi anteriori, come quello dell’ex vicepresidente Jorge Glas, quello dell’ex cancelliere Ricardo Patiño, rifugiato in Messico, e quello dello stesso Correa.

In questo modo, Ecuador avanza su vari temi simultaneamente: quello della celebrazione della vittoria parziale della CONAIE e la mobilitazione popolare che è durata undici giorni, quello della persecuzione del “correismo” come parte dell’attacco politico di Moreno al suo avversario, e quello dello stesso governo che ha dovuto cedere sul decreto 883, ma che cerca come non modificarlo sostanzialmente.

Dentro questo quadro si sottolinea un elemento di maggiore complessità: le differenze tra una parte della direzione della CONAIE ed il “correismo” che durano da vari anni, che sono state risaltate via Twitter durante i giorni di protesta, e sono rimaste in primo piano durante il dialogo, quando il presidente del movimento indigeno Jaime Vargas si è scagliato contro la Rivoluzione Cittadina.

Ecuador, che ha albeggiato oggi nel suo primo giorno con decompressione delle mobilitazioni, vive uno scenario complesso. Il governo di Moreno non si tratterrà nel suo tentativo di neoliberalizzazione dell’economia che ha, nell’FMI, un punto di profondità, come nel suo allineamento con gli Stati Uniti, come epicentro della sua politica estera. Quali saranno i prossimi passi della CONAIE? Che cosa farà il “correismo” davanti alla persecuzione politica? I pezzi sono in movimento.

di Marco Teruggi

preso da Pagina 12

traduzione di Ida Garberi

foto: AFP

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Ecuador: i diritti non si negoziano

Altrenotizie.org - Ven, 11/10/2019 - 13:41

Quito. Dopo otto giorni di sciopero nazionale, causati da decisioni economiche sbagliate e dallo stato d’assedio, decretato dal governo, l’Ecuador continua a sperimentare uno stato di shock interno e una mobilitazione sociale diffusa, purtroppo repressa con violenza selvaggia da polizia e militari. Per circa otto mesi di propaganda mediatica settimanale, il vicepresidente dell'Ecuador, Otto Sonnenholzner, ha ingannato il paese parlando del "grande accordo nazionale", che in realtà non era altro che un accordo con il FMI, con uomini d'affari e con grandi social media.

Un accordo totalmente incostituzionale poiché ciò che si cercava davvero era di liberare i prezzi del carburante; non a beneficio dello Stato ecuadoriano, ma per consentire alle grandi multinazionali estrattive di rilevare la nuova raffineria da 200.000 barili di petrolio giornalieri e la concessione della raffineria di Esmeraldas, da 110.000 barili al giorno, che sarebbero state assegnate alle multinazionali a prezzi liberati a loro esclusivo vantaggio. Va notato che il FMI è un facilitatore per gli affari delle grandi società transnazionali, creando le condizioni appropriate affinché i paesi consegnino le attività statali. L'obiettivo di questo pacchetto altro non era che l'appropriazione da parte delle multinazionali delle raffinerie del Paese.

L'Ecuador è stato vittima di un'aggressione permanente da parte di un governo traditore, resa ancor più evidente con la fuga del presidente Moreno, che ha lasciato il palazzo del governo a Quito per rifugiarsi a Guayas, dai suoi complici social-cristiani. Nelle misure economiche decretate il primo ottobre, che vìolano gravemente la maggioranza delle persone e danneggiano l'economia delle classi più svantaggiate del Paese, c’è anche l'annuncio della riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, attraverso misure come rinnovo di contratti occasionali con una retribuzione inferiore del 20%, il contributo di un giorno di stipendio al mese e la diminuzione di 15 giorni di ferie all'anno.

Questo colpo di stato selvaggio del governo contro l'economia del paese, è però riuscito a risvegliare il popolo ecuadoriano, che ha finalmente reagito, nonostante le notizie distorte dei social media, la loro palese difesa degli indifendibili, il loro impegno della politica del governo neoliberista.

Oggi, Quito si è svegliata con la notizia di una massiccia concentrazione del movimento indigeno, operaio e sindacale nella Casa della cultura ecuadoriana, dove i manifestanti hanno tenuto un'assemblea popolare per chiedere al governo di abrogare le misure economiche antipopolari o le sue dimissioni ed hanno, inoltre, deciso di sorvegliare i loro compagni uccisi mercoledì dalla brutale repressione della polizia.

Mentre migliaia di persone stavano manifestando nell'Agorà della Casa della Cultura, il Segretariato della Comunicazione - SECOM proibiva categoricamente a tutti i social media, la diffusione di questa notizia ai cittadini; e i media, se per alcuni istanti lo hanno fatto, lo hanno completamente distorto.

Oggi si è appreso che anche i cittadini ecuadoriani residenti a New York si sono uniti alle marce per chiedere la sospensione dello stato di emergenza dichiarato dal presidente Lenin Moreno. Gli attivisti hanno preso d'assalto l'ufficio del rappresentante speciale del Fondo monetario internazionale presso le Nazioni Unite e poi hanno marciato verso il consolato ecuadoriano.

La Confederazione delle nazionalità indigene dell'Ecuador (CONAIE), rileva che coloro che attualmente sostengono il governo sono "la classe economica vende patria e pro imperialista, che vuole ottenere prestiti dal Fondo monetario internazionale (FMI) in modo che i suoi debiti e le sue crisi, li paghino la classe operaia, gli indigeni e i settori popolari. La CONAIE, dopo aver denunciato la forte repressione alle proteste contro il "pacchetto", che ha lasciato diversi morti, feriti, prigionieri e scomparsi, ha invitato le forze armate e la polizia a ritirare il loro sostegno al presidente Lenin Moreno, sottolineando anche che non ci saranno negoziati con il governo fino a quando non saranno abrogate le misure che hanno scatenato le proteste. La lotta coraggiosa, perseverante e dignitosa del popolo ecuadoriano, e delle comunità indigene in particolare, merita profondo rispetto e ammirazione, costituendo un esempio inestimabile per le generazioni future che vogliano realizzare i loro sogni di libertà e sovranità.

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Miguel Diaz-Canel eletto come presidente della Repubblica di Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 11/10/2019 - 01:33

sesion-extraordinaria-asamblea-3-580x384L’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (ANPP) ha scelto questo giovedì 10 ottobre come presidente della Repubblica di Cuba Miguel Mario Diaz-Canel Bermúdez, che assumerà l’incarico fino al 2023.

Riuniti in sessione straordinaria nel Palazzo delle Convenzioni de L’Avana, i legislatori hanno scelto con 579 voti favorevoli Diaz-Canel, di 59 anni, deputato per il municipio di Santa Clara, provincia di Villa Clara.

Fino all’attualità, occupava la Presidenza dei Consiglio di Stato e dei Ministri, nomenclatura che ora sparisce come stipula la Costituzione approvata in aprile del 2019.

Dopo 43 anni, Cuba riprende la figura del presidente della Repubblica come capo di Stato, eletto nel seno dell’Assemblea ed accompagnato da un vicepresidente, con una centralità forte dentro la struttura del potere statale.

I deputati hanno scelto come vicepresidente della Repubblica Salvador Valdes Mesa, che ugualmente concluderà il suo mandato nel 2023. Ha 74 anni di età ed è deputato per Güines, provincia di Mayabeque.

In questa giornata storica per la nazione, l’ANPP ha scelto come presidente di questo organo e del Consiglio di Stato di Cuba Esteban Lazo Hernandez. Ana Maria Mari Machado e Homero Acosta Alvarez hanno assunto gli incarichi di vicepresidentessa e segretario, rispettivamente.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez-Cubadebate

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La morte del Che Guevara

Cubadebate (italiano) - Gio, 10/10/2019 - 00:00

Che-muertoDiciassette uomini camminano verso l’annichilazione. Il cardinale Maurer arriva in Bolivia da Roma. Porta le benedizioni del Papa e la notizia che Dio appoggia decisamente il generale Barrientos contro le guerriglie.

Nel frattempo, deboli per la fame, oppressi dalla geografia, i guerriglieri camminano tra i cespugli del fiume Ñancahuazú. Ci sono pochi contadini in queste immense solitudini; e nemmeno uno, nemmeno uno solo, si è incorporato alla piccola truppa del Che Guevara. Le loro forze continuano a diminuire di imboscata in imboscata.

Il Che non indebolisce, non si lascia indebolire, benché sente che il suo proprio corpo è una pietra tra le pietre, pesante pietra che lui trascina avanzando davanti a tutti; e neanche si lascia tentare dall’idea di salvare il gruppo abbandonando i feriti.

Per ordine del Che, camminano tutti al ritmo di quelli più lenti: insieme saranno tutti salvi o persi. Mille ottocento soldati, diretti dai ranger statunitensi, pestano la loro ombra. Il cerchio si stringe sempre di più. Alla fine, un paio di contadini informatori ed i radar elettronici della National Security Agency, degli Stati Uniti denunciano l’ubicazione esatta. La mitraglia gli rompe le gambe.

Seduto, continua a lottare, fino a quando gli volano il fucile dalle mani. I soldati disputano a spintoni l’orologio, la borraccia, la cintura, la pipa. Vari ufficiali l’interrogano, uno dietro l’altro. Il Che tace e perde sangue. Il contrammiraglio Ugarteche, audace lupo di terra, capo della Marina di un paese senza mare, l’insulta e lo minaccia.

Il Che gli sputa in faccia. Da La Paz, arriva l’ordine di liquidare il prigioniero. Una raffica lo crivella. Il Che muore di pallottola, muore a tradimento, poco prima di compiere quaranta anni, esattamente alla stessa età alla quale sono morti, anche di pallottola, anche a tradimento, Zapata e Sandino.

Nel paesino de La Higuera, il generale Barrientos esibisce il suo trofeo ai giornalisti. Il Che giace su un lavatoio per i panni sporchi. Dopo le pallottole, lo crivellano i flash. Questo ultimo volto ha gli occhi che accusano ed un sorriso malinconico. Credeva che bisogna difendersi dalle trappole dell’avidità, senza abbassare mai la guardia.

Quando era presidente della Banca Nazionale di Cuba, firmava Che le banconote, per prendersi gioco del denaro. Per amore alla gente, disprezzava le cose. Il mondo è malato, credeva, dove avere ed essere significano la stessa cosa. Non conservò mai niente per sé, nemmeno chiese mai niente. Vivere è darsi, credeva; e si diede.

Di Eduardo Galeano

estratto dal libro: “Memorias del Fuego parte III”

pubblicato in Granma

traduzione di Ida Garberi

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Ecuador, la democrazia dal basso

Altrenotizie.org - Mer, 09/10/2019 - 21:12

Il fiume di indigeni che invade Quito, proietta sulla scena internazionale un film da non perdere. Protagonisti, coloro i quali vengono immaginati sempre e solo come braccia povere destinate a produrre altrui ricchezze. Stavolta però il film si fa documentario e racconta una storia diversa, quella di chi non accetta di vedersi ridurre lo spazio di sopravvivenza per favorire un ulteriore salto dei profitti privati. E non pensa nemmeno di dover ridurre le sue possibilità per aumentare le royalties delle imprese estrattive statunitensi che, dall’arrivo a Quito di Lenin Moreno, hanno ricominciato a considerare l’Ecuador come un protettorato energetico di Washington.

Il traditore Moreno è accucciato sugli stivali dei militari. Coraggioso nel tradire il mandato ottenuto e i voti ricevuti, ardito nel piegare ai suoi interessi la magistratura e le forze armate, spregiudicato nel proporre una serie di misure con lo scopo di riaprire ed estendere la breccia tra le classi, si dimostra piuttosto codardo nell’affrontare le vittime delle sue prepotenze politiche.

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Trump e la guerra all’impeachment

Altrenotizie.org - Mer, 09/10/2019 - 19:58

La procedura di impeachment messa in moto contro il presidente americano Trump rischia di trasformarsi in uno scontro costituzionale senza precedenti e con un esito che, comunque vada, prospetta un nuovo pericoloso deterioramento delle forme democratiche di governo negli Stati Uniti. Lo scontro si è aggravato in particolare con la decisione della Casa Bianca di non collaborare con le indagini condotte dal Partito Democratico alla Camera dei Rappresentanti, dove la messa in stato d’accusa del presidente dovrà muovere i primi passi in maniera ufficiale.

L’ostruzionismo è diventato politica ufficiale della Casa Bianca in seguito all’invio di una lettera infuocata alla leader democratica alla Camera, Nancy Pelosi, da parte del consigliere del presidente, Pat Cipollone. In otto pagine, viene in sostanza respinta qualsiasi richiesta in corso e futura di documenti e di possibili testimoni nel quadro del procedimento di impeachment nei confronti di Trump. L’annuncio della Casa Bianca era stato anticipato dallo stop all’audizione al Congresso dell’ambasciatore USA presso l’Unione Europea, Gordon Sondland, la cui testimonianza era stata concordata da giorni.

Sondland, facoltoso finanziatore della campagna elettorale di Trump, è considerato una delle figure centrali delle manovre del presidente per spingere il governo ucraino a riaprire le indagini per corruzione e influenza illecita sull’ex presidente Joe Biden e suo figlio Hunter. L’ambasciatore americano a Bruxelles avrebbe collaborato con Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e legale di Trump, nella stesura di un comunicato ufficiale che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, avrebbe dovuto leggere e con il quale si impegnava ad acconsentire alle richieste della Casa Bianca.

Al centro dell’impeachment ci sono appunto le pressioni che Trump avrebbe esercitato su Zelensky al fine di colpire legalmente e politicamente Biden, fino a pochi giorni fa favorito per la nomination democratica e perciò potenziale rivale del presidente repubblicano nelle elezioni del novembre 2020. Trump avrebbe anche congelato quasi 400 milioni di dollari in aiuti militari destinati all’Ucraina allo scopo di convincere Zelensky a muoversi contro i due Biden.

Dopo il colpo di stato di estrema destra orchestrato a Kiev nel 2014, Hunter Biden e il suo studio legale avevano ottenuto un lucroso incarico ai vertici di una compagnia energetica ucraina appartenente a uno degli oligarchi che controllano l’economia e la politica di questo paese. Decine di migliaia di dollari venivano accreditati ogni mese al figlio dell’allora vice-presidente solo per i suoi legami famigliari. Quando la compagnia era finita nella rete della magistratura ucraina, Joe Biden era intervenuto con il governo di Kiev per ottenere il licenziamento del procuratore incaricato del caso, minacciando a sua volta lo stop a circa un miliardo di dollari di aiuti già stanziati dall’amministrazione Obama.

La reazione di martedì della Casa Bianca tramite la lettera inviata alla leadership della camera bassa del Congresso implica un’affermazione di un potere praticamente assoluto dell’esecutivo. Secondo l’interpretazione dei consiglieri di Trump, tra cui deve avere avuto un ruolo decisivo il neo-fascista Stephen Miller, il presidente non può essere sottoposto a limiti né al controllo di un altro potere o organo dello stato.

Questa presa di posizione non è per nulla inedita per quanto riguarda la presidenza Trump ma è evidente che l’intrecciarsi di essa con un delicatissimo procedimento di impeachment va al cuore delle fondamenta democratiche americane e minaccia di produrre conseguenze esplosive. Il rifiuto di Trump ad accettare un’indagine prevista e codificata dal dettato costituzionale, al di là del merito dell’azione lanciata dal Partito Democratico americano, è così perfettamente in linea con il tentativo in atto da oltre due anni e mezzo di introdurre modalità sempre più autoritarie di governo negli Stati Uniti. La sfida di Trump al Congresso si accompagna inoltre a un’altra iniziativa che ha già caratterizzato le azioni del presidente durante i momenti più complicati del suo mandato, cioè l’appello alla mobilitazione della propria base di estrema destra nel paese.

Solo la settimana scorsa, Trump aveva comunque lasciato intendere che sarebbe stato disposto a collaborare con l’indagine nei suoi confronti. Il brusco cambio di rotta indica invece una rottura con i democratici, nella speranza di impedire a questi ultimi di avere accesso a testimoni e documenti a sostegno dell’accusa. In particolare, secondo alcuni, Trump teme non tanto l’impeachment, vista la maggioranza repubblicana al Senato pronta a opporsi ai democratici, quanto il prolungarsi del procedimento che rischia di fare emergere particolari non esattamente edificanti, ad esempio della sua situazione finanziaria e patrimoniale, che potrebbero screditarlo ancora di più. Trump, inoltre, continua a mostrare la propria volontà di sfruttare l’impeachment come arma elettorale.

L’atteggiamento della Casa Bianca finirà peraltro per irrigidire le posizioni del Partito Democratico, i cui leader hanno avvertito che l’ostruzionismo del presidente potrebbe essere anch’esso motivo di incriminazione, come accadde nel 1974 a Richard Nixon dopo il rifiuto di fornire informazioni utili all’inchiesta in corso nei suoi confronti.

La difesa di Trump contro i democratici potrebbe comunque avere un certo successo e non solo per il fatto che il Partito Repubblicano detiene la maggioranza al Senato, dove la rimozione del presidente dovrà essere approvata dai due terzi dei suoi membri. È la stessa tattica scelta dai democratici per incriminare Trump a rendere possibile un contrattacco basato sulla tesi del complotto orchestrato nei suoi confronti dal “deep state” e dai suoi rappresentanti a livello politico.

È necessario infatti ricordare come l’impeachment di Trump si basi interamente sugli input dell’intelligence americana, nel concreto sotto forma di segnalazione di un ignoto agente della CIA che aveva rilevato un comportamento sospetto da parte del presidente nel corso del colloquio telefonico del 25 luglio scorso con il suo omologo ucraino Zelensky.

In definitiva, l’offensiva del Partito Democratico americano non comporta una mobilitazione popolare contro i metodi anti-democratici, anti-costituzionali e in odore di fascismo del presidente, ma punta a rimuovere quest’ultimo dal suo incarico attraverso una campagna che consiste in primo luogo nella celebrazione dell’intelligence e dell’apparato militare come capisaldi della democrazia USA.

Un’operazione di questo genere non ha niente di democratico o progressista, ma è da ricondurre piuttosto allo scontro di ordine strategico tra due fazioni ugualmente reazionarie della classe dirigente americana, esploso soprattutto a causa della politica estera dell’amministrazione Trump, ritenuta contraddittoria e non sufficientemente aggressiva nella promozione degli interessi dell’imperialismo a stelle e strisce.

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Hasta la Victoria Siempre, Che amato

Cubadebate (italiano) - Mar, 08/10/2019 - 21:15

Che-Guevara-poster-2(Lettera di Haydée Santamaria al Che Guevara, scritta dopo l’assassinio del Che in Bolivia)

Che: dove posso scriverti? Mi dirai che in qualunque parte, ad un minatore boliviano, ad una madre peruviana, al guerrigliero che c’è o non c’è, ma ci sarà. Tutto questo lo so, Che, tu stesso me l’hai insegnato, ed inoltre questa lettera non sarebbe per te. Come dirti che non avevo mai pianto tanto dalla notte in cui ammazzarono Frank, e che questa volta non ci credevo. Tutti erano sicuri, ed io dicevo: non è possibile, una pallottola non può far terminare l’infinito, Fidel e tu dovete vivere, se voi non vivete, come vivere. Da quattordici anni vedo morire persone tanto immensamente care che oggi mi sento stanca di vivere, credo che abbia vissuto già troppo, il sole non lo vedo tanto bello, la palma, non sento piacere a vederla; a volte, come adesso, nonostante mi piaccia tanto la vita che per queste due cose vale la pena aprire gli occhi ogni mattina, sento il desiderio di averli chiusi come loro, come te.

Come può essere certo, questo continente non merita tutto ciò; coi tuoi occhi aperti, l’America Latina avrebbe avuto ben presto il suo cammino. Che, l’unico che avrebbe potuto consolarmi sarebbe stato il fatto di essere andata con te, ma non ci sono stata, sono vicino a Fidel, ho fatto sempre quello che lui vuole che io faccia. Ti ricordi?, me l’avevi promesso nella Sierra, mi avevi detto: non rimpiangerai il caffè, avremo il mate. Non avevi frontiere, ma mi avevi promesso che mi avresti chiamato quando saresti andato nella tua Argentina, e dal momento che l’aspettavo, sapevo bene che l’avresti compiuto. Non può più essere possibile oramai, non hai potuto, non ho potuto. Fidel l’ha detto, deve essere vero, che tristezza. Non poteva dire “Che”, prendeva forza e diceva “Ernesto Guevara”, così lo comunicava al popolo, al tuo popolo. Che tristezza tanto profonda, piangevo per il popolo, per Fidel, per te, perché non potrò, oramai. Dopo, nella veglia, questo gran popolo non sapeva che grado ti avrebbe dato Fidel. Te l’ha dato: artista. Io pensavo che tutti i gradi erano pochi, limitati, e Fidel, come sempre, ha trovato quelli veri: tutto quello che hai creato è stato perfetto, ma hai fatto una creazione unica, ti sei creato a te stesso, hai dimostrato come quell’uomo nuovo sia possibile, tutti così abbiamo visto che quell’uomo nuovo è la realtà, perché esiste, tu lo sei. Che cosa posso dirti ancora, Che. Se sapessi, come te, dire le cose. Comunque, una volta mi hai scritto: “Vedo che ti sei trasformata in una letterata con dominio della sintesi, ma ti confesso che come più mi piaci è in un giorno dell’anno nuovo, con tutti i fusibili sparati e tirando cannonate tutte intorno. Quell’immagine e quella della Sierra (perfino le nostre liti di quei giorni mi sono gradite nel ricordo) sono quelle che porterò di te per uso proprio”.

Per questo motivo non potrò mai scrivere niente su di te ed avrai sempre questo ricordo.

Hasta la Victoria Siempre, Che amato

Haydée

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Ecuador, rivolta contro Moreno

Altrenotizie.org - Mar, 08/10/2019 - 20:24

Quito. Il presidente Lenín Moreno è stato eletto liberamente e democraticamente, nel 2017, dalla cittadinanza ecuadoriana. Venne eletto poiché, come si presumeva, rappresentava la continuazione della rivoluzione dei cittadini, rappresentata dall'ex presidente Rafael Correa Delgado e che, per le importanti conquiste economiche e sociali raggiunte durante il suo periodo di gestione, è stato chiamato "il decennio guadagnato". A quel tempo, eravamo lungi dal sospettare che la svolta neoliberista di Lenin Moreno ci avrebbe portato ad affrontare una delle tappe più terribili della storia dell'Ecuador.

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Siria, Trump liquida i curdi

Altrenotizie.org - Mar, 08/10/2019 - 20:19

Le prime incursioni delle forze armate della Turchia contro le postazioni curde nel nord-est della Siria sono arrivate nella serata di lunedì dopo il sostanziale via libera americano a un’operazione militare chiesta da tempo dal presidente Erdogan. La decisione di Trump, comunicata come al solito via Twitter, di non ostacolare le manovre di Ankara e di ritirare il piccolo contingente USA al confine tra Turchia e Siria, avrà gravi implicazioni sia sul fronte domestico sia su quello strategico regionale, complicando con ogni probabilità gli equilibri venutisi a creare negli ultimi anni attorno alla crisi siriana.

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Portogallo, il bis della sinistra

Altrenotizie.org - Lun, 07/10/2019 - 20:41

Le elezioni del fine settimana in Portogallo hanno come previsto rafforzato la posizione del Partito Socialista (PS) portoghese del primo ministro António Costa. La maggioranza che lo sostiene, e che potrebbe essere replicata per i prossimi quattro anni, è stata quasi universalmente definita come un esempio del successo di una coalizione progressista in grado di promettere e implementare politiche anti-austerity. La realtà appare tuttavia più sfumata e tra le righe dei risultati di domenica non è difficile intravedere le contraddizioni nell’operato dell’esecutivo di centro-sinistra e il rapido emergere anche in Portogallo di tensioni sociali tutt’altro che trascurabili.

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La Compagnia General Electric pagherà una multa milionaria a causa del bloqueo di Washington contro Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 04/10/2019 - 21:49

z-gneral-electric-580x386L’accusa è venuta alla luce mentre il governo del repubblicano Donald Trump sta adottando misure destinate a rinforzare l’assedio economico, commerciale e finanziario contro Cuba, in vigore da 60 anni.

Attraverso una nota ufficiale il Dipartimento del Tesoro statunitense ha comunicato che la compagnia General Electric (GE) dovrà pagare una multa di due milioni 718 mila 581 dollari per presunte violazioni relazionate al bloqueo di Washington contro Cuba.

L’Ufficio di Controllo delle Attività Straniere (OFAC) di questo organo federale ha informato che la multinazionale statunitense, che ha sede a Boston, in Massachusetts, ha accettato di pagare questa penalità a nome di tre sussidiarie (Getsco Technical Services inc., Bentley Nevada e GE Betz).

Secondo il comunicato queste imprese di GE sono incorse in 289 supposte violazioni del Regolamento di Controllo delle Attività Cubane dal dicembre del 2010 fino al febbraio del 2014.

Durante questo periodo, si legge nel comunicato, le imprese hanno accettato pagamenti realizzati dalla compagnia The Cobalt Refinery Company (Cobalt) per beni e servizi prestati a un cliente di GE in Canada “con forti legami economici storici e attuali con l’industria mineraria cubana”.

“Le informazioni disponibili hanno dimostrato che il vecchio cliente canadese di GE è una corporazione con forti legami economici storici e attuali con l’industria mineraria cubana, attraverso le sue associazioni commerciali e imprese congiunte con il Governo cubano”, ha segnalato la OFAC.

Secondo l’OFAC, le compagnie di GE approvarono Cobalt come terzo pagatore e, durante un periodo di quattro anni, “non hanno riconosciuto in modo adeguato la relazione significativa e ampiamente pubblicata tra Cobalt e il suo cliente canadese, e non hanno dimostrato la diligenza sufficiente nelle attività dei loro clienti”.

La OFAC ha determinato che GE ha divulgato volontariamente le presunte violazioni ed ha segnalato che la penalità monetaria civile massima applicabile in questo tipo di violazioni è di 18 milioni 785 mila dollari.

Notizie sull’imposizione di multe o punizioni per violazioni del bloqueo che impongono gli Stati Uniti contro Cuba da quasi 60 anni sono frequenti sotto qualsiasi amministrazione statunitense ed, in molti casi, evidenziano il carattere extraterritoriale di questa politica.

Altre multe applicate quest’anno a causa del bloqueo hanno colpito le compagnie Expedia Group, Hotelbeds USA e Cubasphere e la banca italiana Gruppo UniCredit.

(con informazioni di Prensa Latina)

Foto: Prensa Latina

traduzione di Marco Bertorello

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Iraq, esplode la rivolta

Altrenotizie.org - Gio, 03/10/2019 - 19:52

Il fragilissimo equilibrio politico e settario dell’Iraq è messo a dura prova in questi giorni dall’improvvisa esplosione di manifestazioni di protesta anti-governative che hanno già fatto registrare un numero imprecisato di vittime. Le dimostrazioni, animate soprattutto da giovani iracheni che chiedono un rimedio alla povertà diffusa e all’assenza di prospettive per il futuro, appaiono in larga misura spontanee e sono iniziate martedì a Baghdad e in altre città a maggioranza sciita per poi diffondersi rapidamente e incontrare la reazione spesso molto dura delle forze di sicurezza.

Proteste di piazza sono state in realtà tutt’altro che infrequenti negli ultimi anni in Iraq, ma quella in corso sembra avere raggiunto rapidamente un livello di mobilitazione significativo, così come già importante risulta il bilancio di morti e feriti. Martedì erano state almeno due le vittime, una a Baghdad e l’altra a Nassiriya, mentre il giorno successivo sempre in quest’ultima località sono morte negli scontri altre tre persone, assieme a un agente di polizia.

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Grazie per “Pensare come Paese”

Cubadebate (italiano) - Gio, 03/10/2019 - 01:42

diaz-canel-580x386Il 30 settembre, come si informò previamente, ha chiuso l’accettazione dei messaggi su che cosa significa “Pensare come Paese” che abbiamo lanciato il 26 agosto.  
 
Il nostro sito (www.presidencia.cu) e quello di Cubadebate (www.cubadebate.cu) hanno pubblicato fino alla chiusura, 1210 messaggi nelle loro pagine principali ed altri, innumerevoli, nelle reti sociali.  
 
A proposito di quelli pubblicati, il Presidente ha scritto il seguente messaggio ai partecipanti:

“Cari compatrioti:

Come commentava in un twitter recente, risulta impressionante la risposta ricevuta al nostro invito a ‘Pensare come Paese’. Non tanto per la quantità che non poteva essere maggiore in tanto poco tempo e nelle condizioni che vive la nazione nelle ultime settimane, bensì per la qualità del contenuto.

Praticamente tutti i testi ricevuti trasmettono entusiasmo, responsabilità cittadina ed impegno. Emozionano per la sincerità, abbordando i nostri problemi, e per la maniera in cui la critica diventa, in molti casi, autocritica e si traduce quasi sempre in proposte.

Quelli che abbiano rivisto dettagliatamente i messaggi, noteranno una chiara sintonia tra quello che il governo si è proposto di fare e quello che la cittadinanza chiede. Il paese che vogliamo è lo stesso.

Non è opera della casualità. È il frutto di anni di dibattiti e di ricerche dei cammini più decisi, affinché transiti il nostro socialismo, in consultazione col popolo. Le discussioni sulla Costituzione e per i modi più attivi di affrontare il cerchio esterno e gli intoppi interni, hanno apportato molto a questa sintonia, che è parte della nostra storia rivoluzionaria.

Sarebbe stato semplice e facile implementare le politiche di aggiustamento con quelle con cui il neoliberalismo ha creato un benessere abbagliante per le minoranze latinoamericane, mentre seppelliva nella miseria tanti popoli della nostra regione dai già lontani anni ‘90 del secolo scorso.

Cuba ha scelto preservare la maggiore quota di giustizia e solidarietà sociale possibile. Ed abbiamo dovuto pagare un alto prezzo: il bloqueo si è inasprito fino a livelli insoliti. Genocidio è la parola esatta per qualificarlo. E nessuno può negare che solo grazie alla storia, all’unità ed al socialismo, non hanno potuto distruggerci.

Crediamo fermamente nelle enormi potenzialità del lavoro collettivo e nelle esperienze che tutti i cittadini possono apportare.

Scambiare criteri, collegare proposte diverse, che sono frutto dello studio e fondamentalmente della pratica, aiutano ad illuminare la strada. Lo sviluppo, la prosperità, il benessere che si aspetta e merita il nostro popolo, non possono stabilirsi per decreto. Tra propositi e conquiste mediano le circostanze.

Il nostro maggiore interesse e sforzo si dedica a differenziare quelle che realmente dipendono da fattori esterni. E non solo il bloqueo, benché soprattutto il bloqueo: economico, finanziario e commerciale -così, coi suoi tre cognomi che equivalgono a tre cerchi – ma anche le ingiuste relazioni che la tirannia del mercato impone a tutti i paesi di meno risorse.

Gli altri ostacoli, quelli che dipendono da noi stessi, sono generalmente identificati e citati in grassetto nei documenti che guidano il lavoro del Partito e del Governo. Ed i vostri messaggi li hanno sezionati con la proverbiale saggezza popolare cubana.

Ma non è superfluo insistere una ed un’altra volta su questi stessi, perché è anche necessario riflettere sulla quota che ognuno di noi ha in queste circostanze dannose che abbiamo contribuito a creare.

Abbiamo letto ogni messaggio col maggiore interesse, e ci soddisfa comprovare che molto di quello che già si sta implementando o si cerca trasformare da parte del Governo, va giustamente per i cammini che ci propongono molti di voi nei vostri messaggi.

Si potrà già vedere che ‘Pensare come Paese’ è molto di più che uno slogan per tempi ardui. È un esercizio di Governo collettivo del quale tutti possono essere parte.

Diceva Fidel che ‘Quando la patria affronta l’impero in un gesto senza precedente e senza parallelo, quando si è trasformata nella prima trincea della difesa dell’America, quando la patria è quella che volle costruire Martì, è un vero privilegio essere cubano’.

Da questa certezza è nato il nostro appello a ‘Pensare come Paese’. Grazie per l’energia, la fiducia e le proposte.

Vinceremo,

Miguel Diaz-Canel Bermudez

Presidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri”

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Estudios Revolucion

 

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USA, la febbre dell’impeachment

Altrenotizie.org - Mer, 02/10/2019 - 19:50

Dopo l’avvio formale delle procedure di impeachment contro il presidente americano Trump da parte dei leader del Partito Democratico, le due parti stanno affilando i coltelli in vista di uno scontro politico che si annuncia durissimo e potenzialmente in grado di destabilizzare il sistema “democratico” degli Stati Uniti. La Casa Bianca sta opponendo una certa resistenza alle richieste iniziali dei democratici al Congresso, mentre lo stesso presidente continua a contrattaccare con toni durissimi, agitando nemmeno troppo velatamente lo spettro della guerra civile.

Il processo in fase di apertura nei confronti di Trump ha coinvolto a inizio settimana anche il segretario di Stato, Mike Pompeo, non appena si è diffusa la notizia che quest’ultimo era uno dei presenti alla telefonata del 25 luglio scorso tra il presidente USA e quello ucraino, Volodymyr Zelensky, da cui ha preso le mosse l’impeachment. Una delle commissioni della Camera dei Rappresentanti incaricate dell’indagine sul presidente ha richiesto la testimonianza di cinque funzionari ed ex funzionari del dipartimento di Stato interessati dai fatti.

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Lula: non scambierò la mia dignità per la mia libertà

Cubadebate (italiano) - Mer, 02/10/2019 - 02:59

carta LulaIn Brasile si gioca una partita chiave per gli equilibri internazionali, oltre che per il futuro di più di 200 milioni di brasiliani. L’incendio dell’Amazzonia e un modello di sviluppo feroce e predatorio, l’influenza delle Chiese evangeliche, l’asservimento agli USA sono il portato dei primi 9 mesi della presidenza Bolsonaro.

In carcere rimane l’uomo che per decine di milioni di brasiliani costituisce il simbolo del riscatto, la possibilità di un futuro diverso. È Lula, l’ex presidente. Che ha scritto questa breve lettera al suo popolo, per dire una cosa tutt’altro che banale: non scambierà la libertà di cui potrebbe godere con la sua dignità. In sistemi politici che ci hanno abituato al continuo mercanteggiare anche dell’immunità dai processi (Berlusconi, Salvini, giusto per fare due nomi nostrani) è raro vedere un uomo rinunciare alla libertà per condurre fino in fondo la propria battaglia. Che condensa quelle del popolo brasiliano, il cui futuro è inestricabilmente legato a quello di un uomo, Lula.

Di seguito, la traduzione della lettera:

“Al popolo del Brasile.

Non scambierò la mia dignità per la mia libertà.
Ciò che i giudici di Lava-Jato dovrebbero davvero fare sarebbe chiedere perdono al popolo brasiliano, ai milioni di disoccupati e alla mia famiglia per il male che hanno fatto alla democrazia, alla Giustizia e al paese.
Voglio sappiate che non accetto di barattare i miei diritti e la mia libertà.
Ho già dimostrato che le accuse che mi si muovono sono false. Sono loro, e non io, che sono prigionieri delle bugie che hanno raccontato al Brasile e al mondo.
Dinanzi agli arbitri commessi dai giudici e da Sergio Moro, tocca ora al Tribunale Supremo correggere gli errori affinché ci sia una giustizia indipendente e imparziale. Che è diritto di qualunque cittadino.
Ho piena coscienza della decisione che ho preso in questo processo, e non riposerò fino a quando non torneranno a prevalere la verità e la giustizia.

Luiz Inácio da Silva
Curitiba, 30 settembre 2019″

testo di Giuliano Granato, traduzione presa dalla pagina di Potere al Popolo

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Nicaragua, golpisti all'angolo

Altrenotizie.org - Mar, 01/10/2019 - 18:07

L’opposizione ai suoi ordini non cresce nei consensi e mette in scena spettacoli penosi, i suoi leader si rendono patetici e i piani di destabilizzazione si rivelano fallimentari, ma l’ostilità degli Stati Uniti verso il Nicaragua non finisce. Non ha l’impeto comunicativo e operativo che viene messo in campo contro il Venezuela e non si mostra con l’odio ideologico ed anacronistico che dedica a Cuba, ma apertamente e sotto traccia l’attività di destabilizzazione contro il Nicaragua non cessa. L’uscita di scena di John Bolton è stato certamente un segnale positivo per tutto il pianeta e, dunque, anche per il Nicaragua; ma la movimentazione di personale (che ha origini e destini diversi da caso a caso) non deve essere interpretata come un cambio nella linea politica dell’impero in decadenza.

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Giornate della cultura cubana in Italia, dedicate ai 500 anni de L’Avana

Cubadebate (italiano) - Mar, 01/10/2019 - 00:59

Instituto-Superior-de-Arte-580x329Dal 3 al 31 ottobre prossimi si realizzeranno le Giornate della Cultura Cubana in varie città d’Italia, organizzate dall’Ambasciata dell’isola in questo paese, e dedicate al 500º anniversario della fondazione de L’Avana, che conta con una significativa impronta culturale ed artistica italiana.

Con l’auspicio del Ministero di Cultura di Cuba e dell’Istituto Italo-latinoamericano, e con l’appoggio di altre entità di entrambi i paesi, le giornate accoglieranno eventi a Roma, Milano, Padova, Venezia, Firenze, Torino, Bari, Matera e Genova.

Gli eventi programmati proietteranno i ponti culturali tra Cuba ed Italia, come l’Università delle Arti, (ISA), insieme architettonico riconosciuto mondialmente, creato da architetti di entrambi i paesi nei primi anni della Rivoluzione cubana.

Inoltre, si parlerà di figure italiane come Italo Calvino o Alba de Cespedes, molto intrecciate con la nazione antillana, o cubani della taglia di Eusebio Leal, Alejo Carpentier o Roberto Fernandez Retamar, la cui opera diversa ha nessi sostanziali con la cultura del paese mediterraneo.

Tra gli artisti ed intellettuali italiani che onoreranno con la loro partecipazione il programma di #CubaCulturaItalia2019, (etichetta che si utilizzerà nelle giornate) si trovano l’artista plastico Michelangelo Pistoletto, e la critica e storiografa della danza, Elissa Guzzo Vaccarino.

Da Cuba parteciperanno, tra gli altri, il direttore del Museo Nazionale delle Belle Arti di Cuba, Jorge Fernandez Torres, riconosciuto esperto in arte contemporanea, ed anche il maestro della danza Santiago Alfonso, attore protagonista del film “Yuli–Danza e Libertà” (Spagna/Regno Unito/Cuba 2018), ispirata nella vita del gran ballerino cubano Carlos Acosta, che si presenta nel mese di ottobre in varie città italiane, con la collaborazione dell’Ambasciata.

Assisterà, inoltre,  un’ampia rappresentazione di artisti cubani residenti in Italia, come il ballerino Maykel Fonts, il cantante Andres Roman, la musicologa e soprano Monica Marziota, ed i ballerini Irma Castillo ed Ulisse Mora, tra gli altri.

(Con informazione di Missioni diplomatiche di Cuba)

da Cubadebate

foto: Trabajadores

traduzione di Ida Garberi

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Austria, il trionfo di Kurz

Altrenotizie.org - Lun, 30/09/2019 - 19:57

Le elezioni anticipate di domenica scorsa in Austria non hanno riservato particolari sorprese, anche se la composizione, se non la natura, del prossimo esecutivo potrebbe rimanere incerta per settimane o addirittura mesi. Il Partito Popolare Austriaco (ÖVP) dell’ex cancelliere federale, il 33enne Sebastian Kurz, si è confermato la prima forza politica del paese con un margine decisamente ampio. A pagare il prezzo più caro del caos politico registrato a Vienna negli ultimi mesi è stato invece l’ex partner di governo dei popolari, cioè il Partito della Libertà (FPÖ) di estrema destra, la cui partecipazione al nuovo gabinetto resta però un’ipotesi tutt’altro che remota.

L’ÖVP è passato dal 31,5% dell’ottobre 2017 a oltre il 37%, migliorando anche il risultato delle ultime elezioni europee. Questa prestazione è dovuta in primo luogo all’emorragia di voti dell’FPÖ, imbrigliato in uno scandalo che la scorsa primavera aveva fatto naufragare l’alleanza di governo con il partito di Kurz. La principale formazione della destra xenofoba austriaca ha perso ben dieci punti percentuali, fermandosi al 16%.

Numericamente, ÖVP e FPÖ sarebbero in grado di dare vita a una nuova coalizione e, prima del voto, i leader di entrambi i partiti avevano lanciato segnali espliciti in questo senso. Dal punto di vista ideologico, le distanze tra i due partiti si sono ormai ridotte e, nella più recente esperienza di governo, Kurz aveva sfruttato la presenza dell’estrema destra nel suo gabinetto per implementare misure anti-migranti, mantenendo invece per se stesso l’immagine di “riformista” impegnato in primo luogo in ambito economico con iniziative di stampo neo-liberista.

Una nuova partnership tra i popolari e l’estrema destra sarebbe tuttavia una scommessa rischiosa per il cancelliere in pectore, soprattutto perché vista con sospetto a Bruxelles. I rapporti con le due più importanti personalità dell’FPÖ, l’ex leader Heinz-Christian Strache e l’ex ministro dell’Interno, Herbert Kickl, restano inoltre molto tesi dopo la crisi della scorsa primavera. Com’è noto, la stampa tedesca aveva pubblicato un video nel quale Strache si intratteneva con la presunta figlia di un miliardario russo e altri ospiti in una villa a Ibiza nel luglio del 2017, cioè alcuni mesi prima delle elezioni che avrebbero riportato il suo partito al governo. Sull’isola spagnola, Strache aveva discusso di possibili donazioni all’FPÖ in cambio di favori sotto forma di appalti pubblici.

La vicenda presentava non pochi aspetti oscuri, tanto da far pensare a un’operazione mirata, forse ad opera dell’intelligence tedesca, per colpire la destra populista e sovranista, nonché filo-russa, alla vigilia delle elezioni europee. In ogni caso, il risultato è stato precisamente quello di penalizzare l’FPÖ e scoraggiare l’ingresso di questo partito in un nuovo governo Kurz. Kickl, peraltro, dopo le elezioni di domenica ha affermato di vedere il suo partito all’opposizione, dal momento che “il 16% [dei consensi] non rappresenta un mandato [nemmeno] per intavolare negoziati” con il futuro cancelliere.

Non è da escludere ad ogni modo che ÖVP e FPÖ intendano impegnarsi in un gioco delle parti per avvantaggiarsi il più possibile in previsione proprio di un nuovo accordo di governo. Che questa ipotesi resti sul tavolo dipende principalmente a due ragioni. La prima è la necessità per l’FPÖ di conservare incarichi di potere e allargare la propria influenza dentro gli apparati dello stato prima di un possibile futuro ulteriore ridimensionamento dei consensi. In Austria come altrove, il voto destinato all’estrema destra non rivela almeno per il momento un appoggio di massa per queste formazioni, ma è piuttosto una manifestazione di disagio e protesta contro l’establishment politico tradizionale. Come spesso accade, la concretizzazione delle politiche estreme di queste forze provoca un riflusso, spesso netto, in termini elettorali.

L’altro motivo che spinge ÖVP e FPÖ verso una nuova intesa è appunto la sostanziale coincidenza delle rispettive agende politiche. Kurz, in altre parole, nonostante la retorica relativamente moderata, punta a implementare misure xenofobe e neo-liberiste, così da rendere l’estrema destra di Strache e Kickl il partner ideale o, quantomeno, quello più adatto tra quelli disponibili dopo il voto del fine settimana.

Il baricentro politico austriaco si è però spostato talmente a destra negli ultimi anni che qualsiasi altra coalizione guidata da Kurz resta una possibilità concreta. Gli altri due partiti che garantirebbero la maggioranza assoluta all’ÖVP sono quello Socialdemocratico (SPÖ) e i Verdi, in grado di salire da poco meno del 4% del 2017 ad addirittura il 14%.

L’SPÖ ha partecipato a molti governi di “unità nazionale” con i popolari dal secondo dopoguerra fino all’approdo di Sebastian Kurz alla guida dell’ÖVP. I socialdemocratici sono stati anche per questo fortemente screditati agli occhi del proprio elettorato di riferimento. A livello locale, poi, l’SPÖ ha in più di un’occasione governato con l’estrema destra e, durante l’ultima campagna elettorale, alcuni suoi leader avevano ipotizzato una possibile coalizione federale con l’FPÖ.

I socialdemocratici hanno alla fine fatto segnare la peggiore performance del dopoguerra, fermandosi al di sotto del 22% dei consensi. Questo risultato rende improbabile una partecipazione al prossimo governo, sempre che le dinamiche post-elettorali non richiedano l’intervento stabilizzatore di uno dei due partiti del tradizionale panorama politico austriaco.

I Verdi, invece, hanno dato per ora segnali contrastanti su un’alleanza di governo con i popolari. Alcuni esponenti del partito hanno ricordato le presunte profonde differenze che lo separano dall’ÖVP, sia pure mostrando totale disponibilità al dialogo. Al di là dell’agenda ecologica dei Verdi, in linea di massima in contrasto con le politiche ambientali di Kurz, esistono potenzialità di intesa tra i due partiti in ambito economico e, a ben vedere, anche sulla gestione dei flussi migratori. A conferma di ciò, alcuni osservatori ritengono probabile una partecipazione a un eventuale governo ÖVP-Verdi del partito neo-liberista e pro-business NEOS, capace di sfiorare l’8% nelle elezioni di domenica.

Qualunque sia l’identità delle forze che comporranno il prossimo governo di Vienna, è probabile che le trattative si protrarranno a lungo. Le posizioni del nuovo gabinetto guidato da Sebastian Kurz sembrano invece già chiare fin da ora e i partner di quest’ultimo determineranno solo le sfumature o poco più di un’agenda politica sostanzialmente e inequivocabilmente orientata verso destra.

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