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È scomparso l’ex presidente vietnamita, Le Duc Anh, veterano di quattro guerre

Cubadebate (italiano) - Mar, 23/04/2019 - 02:57
 Thanhnien.vn

Il generale Le Duc Anh, uno dei comandanti della campagna di Ho Chi Minh. Foto: Thanhnien.vn

L’ex presidente del Vietnam, Le Duc Anh, è scomparso oggi ad Hanoi a 99 anni, ha informato la Commissione di Protezione ed Attenzione della Salute dei Funzionari del Comitato Centrale del Partito Comunista.  

L’ex mandatario è scomparso in casa sua, dovuto alla malattia ed all’età avanzata.

Nel momento dell’offensiva generale e dell’insurrezione nella primavera del 1968, Anh è stato il capo di Stato maggiore del Comando dell’Esercito di Liberazione del Vietnam del Sud. Inoltre, è stato il secondo al comando della Campagna Ho Chi Minh, la campagna militare che ha messo la parola fine al conflitto di tre decadi in Vietnam, ed ha unificato il paese, il 30 aprile 1975.

Veterano di quattro guerre e compagno di lotta del leader storico Ho Chi Minh, Anh è stato il massimo capo delle forze vietnamiti spiegate in Cambogia dopo la sconfitta del regime genocida di Pol Pot nel 1979. Anh è stato asceso al rango di generale nel 1984. Nella sua carriera militare, il generale Le Duc Anh ha lottato durante più di 30 anni nelle guerre di resistenza contro i francesi e gli statunitensi.

È anche famoso per combattere per 10 anni il regime dei Khmer Rossi nella guerra della Cambogia. È stato anche ministro della Difesa dal 1987 al 1991, ed in seguito è stato presidente fino al settembre del 1997, svolgendo un ruolo importante nella normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Vietnam, Cina e Stati Uniti.

Le Duc Anh era nato nel 1920 nel distretto da Phu Loc, provincia di Thua Thien-Hue, e dal febbraio scorso, per via di un’emorragia cerebrale, rimaneva in stato critico. Nei prossimi giorni si conosceranno i dettagli dei suoi funerali.

In ottobre del 1995 ha visitato Cuba in qualità di presidente. In quell’epoca Hanoi inviava a L’Avana importanti donazioni di riso per fare fronte all’impatto del bloqueo nordamericano.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

In dicembre del 1995, il leader cubano ha iniziato la sua seconda visita in Vietnam. Ha fatto una foto ricordo con l’allora segretario generale del PCV, Do Muoi, il presidente Le Duc Anh ed il primo ministro Vo Van Ket

In dicembre del 1995, il leader cubano ha iniziato la sua seconda visita in Vietnam. Ha fatto una foto ricordo con l’allora segretario generale del PCV, Do Muoi, il presidente Le Duc Anh ed il primo ministro Vo Van Ket

 Jorge Oller

Arrivo di Fidel all’aeroporto di Gia Lam. Fu ricevuto da Le Duc Anh, Pham Van Dong ed altri dirigenti. Foto: Jorge Oller

Categorie: News

Davanti all’aggressione imperiale, la stessa convinzione di Vittoria che ci ha insegnato Fidel

Cubadebate (italiano) - Gio, 18/04/2019 - 22:14

bolton-mercenarios-derrota-580-580x321Il Governo degli Stati Uniti ha annunciato questo 17 aprile nuove misure che aumentano l’aggressione contro Cuba ed esacerbano la guerra economica, finanziaria e commerciale che successive amministrazioni imperiali hanno sostenuto, in maggiore o minore grado, dal Trionfo stesso della Rivoluzione Cubana.  

Si mantengono in essenza i maligni propositi raccolti nello scarno memorandum del Sottosegretario di Stato Lester D. Mallory, il 6 aprile 1960:

“L’unico mezzo prevedibile per alienare l’appoggio interno è attraverso la delusione e lo scoraggiamento basate nell’insoddisfazione e nelle difficoltà economiche… deve usarsi prontamente qualsiasi mezzo concepibile per debilitare la vita economica di Cuba. Una linea d’azione che avrà il maggiore impatto è negare denaro e somministrazioni a Cuba, per diminuire i salari reali e monetari con lo scopo di causare fame, disperazione ed il rovesciamento del governo.”

È la continuità della politica di odio ed irrazionalità che i settori più aggressivi e belligeranti della stablishment statunitense hanno brandito permanentemente nella loro relazione con Cuba. È il prolungamento del desiderio ancestrale, abbozzato da John Quincy Adams, di impadronirsi della frutta matura che si incontrava a poche miglia al sud del nascente impero.

Il Governo di Donald Trump ha scelto il confronto, invece del dialogo, le misure punitive, invece del commercio mutuamente vantaggioso; le proibizioni, invece della cooperazione. Si ritorna ai tempi del Gran Randello e della Dottrina Monroe.

Sono ritornati alla politica statunitense dinosauri come John Bolton, ideologo dell’isolazionismo e dell’egemonismo statunitense e giurato amante della bugia per ottenere i suoi propositi imperiali (non poche volte attraverso la guerra) che insieme alla nuova covata di opportunisti ed ossessi con cognomi come Pompeo, Rubio, Claver-Carone, riflettono chiaramente l’accento bellicista, di potere forte e ricatto imperiale che ha oggi la politica estera statunitense.

Le nuove misure sono state annunciate in data e scenario simbolici: lo stesso giorno in cui 58 anni fa si lanciava l’invasione mercenaria contro Cuba finanziata, armata e preparata dagli Stati Uniti; e davanti al rimanente di quella forza occupante che è stata sconfitta in appena 66 ore, trasformata poi in una spaventata truppa di cuochi che è finita per essere cambiata per conserve.

Le sanzioni pretendono abbattere l’economia cubana, bruciare la nostra indipendenza, far vacillare la morale del nostro popolo; e non ci sono dubbi che renderanno ancora più complessa la nostra realtà; ma non è niente di nuovo nella nostra Storia. Così abbiamo vissuto generazioni di cubani, determinati nel non lasciarci vincere da un vicino poderoso.

Piano contro Piano. Davanti all’aggressione ed alla perfidia si impone l’intelligenza, la creatività, lo sforzo quotidiano, l’efficienza, la ricerca di soluzioni nazionali, la razionalità, l’unità, i principi.

Noi cubani non c’arrendiamo né accettiamo leggi o imposizioni che vengano dall’impero e siano fuori dalla nostra Costituzione.

Nulla può materializzare meglio la nostra risposta che questo stesso giorno: 58 anni fa abbiamo lottato, abbiamo difeso il luogo più inospitale del nostro suolo, valorosi compagni sono caduti in difesa dell’appena conclamato Socialismo, ed abbiamo vinto. Come allora, non ci spaventiamo davanti alla forza dell’impero. Come allora, c’incoraggia la convinzione di vittoria che ci ha insegnato Fidel:
“Patria o Morte!, perché questo è lo slogan di ogni cubano. Per ognuno di noi, individualmente, lo slogan è: Patria o Morte!, ma per il popolo che alla lunga uscirà vittorioso, lo slogan è: Vinceremo!”.

Editoriale di Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Il mio amico Julian Assange

Cubadebate (italiano) - Gio, 18/04/2019 - 01:05

julianassangeNel 2012, l’anno in cui sono arrivata a Londra come ambasciatrice, Julian Assange ha ottenuto l’asilo diplomatico dall’Ecuador e si è installato nell’ambasciata in Hans Crescent street. Quel giorno l’ambasciata è stata circondata da auto della polizia britannica e alcuni agenti spingevano per entrare. Il mio primo riflesso è stato quello di mandare un vassoio di “empanadas” ed “alfoajores” per alliviare il lavoro dell’ambasciatrice Ana Alban. Insieme abbiamo organizzato per i giorni successivi una riunione di ambasciatori latinoamericani per seguire dalla sede diplomatica dell’Ecuador la sessione dell’OSA dove si discuteva dell’asilo di Assange.
Ci siamo seduti, per la prima volta, intorno a questo tavolo scuro, in un sala austera. Subito, discretamente, come tutti ci aspettavamo, è entrato Julian Assange. Era già una leggenda.

Gli ho detto quanto dovevamo ringraziarlo noi latinoamericani per le sue rivelazioni dei telegrammi diplomatici che mostrano il grado intimo e perverso dell’ingerenza del governo degli Stati Uniti nei nostri affari. Io stessa avevo come prova il telegramma scritto dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Argentina, Lino Gutierrez, sulla mia designazione come ambasciatrice in Venezuela, dove si descrivevano dettagli puntuali delle mie azioni, che io stessa non ricordavo.

Quel giorno è cominciata un lunga serie di incontri con Julian nei quattro anni della mia missione a Londra e negli anni seguenti, in cui l’ho visitato varie volte. La nostra prima conversazione è stata a proposito delle accuse ricevute in Svezia sulla violenza sessuale; abbiamo parlato con franchezza, ed ho concluso che si trattava di una montatura di due donne senza scrupoli con le quali ha avuto relazioni casuali, che erano state manipolate per criminalizzarlo. Svezia reclamava la sua estradizione per rispondere a queste denunce “mai trasformate in accuse” mentre i suoi avvocati hanno sollecitato instancabilmente che potesse dichiarare da Londra, visto che Svezia lo avrebbe estradato negli Stati Uniti per aver rivelato segreti di Stato.

In quel tempo la sede dell’ambasciata si popolava di persone interessanti che lo visitavano, filosofi, politici, musicisti, disegnatori, e io potevo dispiacermi se mi perdevo la visita di Zizek, di Yoko Ono o di Yannis Varoufakis, però nella successiva riunione trovavo la disegnatrice Vivienne Westwood, l’avvocata per i diritti umani Helena Kennedy, il cineasta Ken Loach, Bianca Jagger ed i mitici giornalisti investigativi, come lo statunitense Gavin MacFadyen, creatore del Centro per il giornalismo investigativo (CIJ) e l’australiano John Pilgier. Molti di loro sono miei amici ancora oggi. Abbiamo lavorato per alleggerire la sua prigionia con qualsiasi scusa: abbiamo festeggiato le sue feste di compleanno, i suoi 100 giorni di asilo, occasione in cui ho portato una torta con il numero 100, ci siamo entusiasmate con mia figlia a fare il suo alberello di Natale ed abbiamo passato insieme anche alcune feste di fine anno. Ecuador era diventato il centro della vita politica e culturale di Londra e l’ex presidente Rafael Correa era riconosciuto dai settori progressisti come uno strenuo difensore dei diritto umani.

In ognuna delle mie lunghe conversazioni con Julian ho appreso qualcosa su un uomo ossessionato da una missione chiara e inusuale: democratizzare la verità. A differenza di altre piattaforme, Wikileaks non rivela informazioni relazionate con un’affinità politica determinata, ma pubblica l’informazione che riceve, una volta che sia dettagliatamente decifrata e controllata e senza rivelare la fonte. Ha pubblicato più di 10 milioni di documenti classificati, rivelando i segreti che prima appartenevano a una piccola élite vincolata al complesso industriale militare.

Con il passare del tempo le comodità dell’ambasciata sono diminuite; il successivo ambasciatore aveva posto condizioni di visita  più rigide; c’era poco da mangiare quando l’hanno visitato l’ex cancelliere Ricardo Patino, che mi ha sorpreso per come canta instancabilmente tutto il repertorio latinoamericano pur essendo totalmente astemio ed il giudice Baltasar Garzon, uno degli avvocati dell’equipe di Assange, che invece mi ha sorpreso per il suo spirito nel ballare il flamenco. Abbiamo tentato inutilmente che Julian cantasse una sillaba o ballasse, ma non ci siamo riusciti, però si rilassava e ci accompagnava con i suo sorriso radioso, oggi perso. Un giorno mi sono resa conto  che Julian erano ormai da anni che non toccava un animale ed ho cominciato a fargli visita con la mia cagnolina Mandiyu, che prendeva in braccio e che ha imparato ad amare, così come si è affezzionato alle “empanadas” e al nostro Malbec, che gli portavo di tanto in tanto. Poi siamo riusciti ad ottenere che gli permettessero avere un gatto, la cui compagnia amava molto e la cui presenza nell’ambasciata ha generato una delle insolite e più grossolane lamentele dell’attuale presidente dell’Ecuador. Lenin Moreno gli ha tolto l’asilo diplomatico in violazione al diritto internazionale e alla risoluzione del Comitato contro le Detenzioni Arbitrarie delle Nazioni Unite che ha stabilito nel 2015 che la detenzione di Assange è arbitraria ed illegale e che deve essere messo in libertà.

L’ultima volta che l’ho visto la sua situazione era preoccupante. Veniva spiato e portava appesa al collo una cintura con una serie di pen drive. Abbiamo parlato nella sala, intorno a quel tavolo dove ci siamo riuniti per la prima volta, alzando la radio e scrivendo parte di ciò che volevamo dirci, scambiando due quaderni e nascondendo le nostre facce per evitare telecamere e microfoni. Lui non si sarebbe mai arreso.

Julian è stato estratto violentemente dall’ambasciata dell’Ecuador e incarcerato dalla polizia della decadente Teresa May, mentre gridava che Regno Unito deve resistere alla pressione di Trump. Questa immagine mi soffoca e non ho potuto vederla senza piangere, nè posso smettere di pensare adesso al mio amico confinato ingiustamente in un carcere.

Lenin Moreno ha accordato con Donald Trump la sua consegna negli Stati Uniti, e Assange dovrà affrontare un giudizio di estradizione, accusato di “cospirazione” per una presunta cooperazione con l’ex analista di intelligence Chelsea Manning per aver decifrato la password di un computer del ministero della Difesa degli Stati Uniti, appartenente al Secret Internet Protocolo Network (SIPRNet). Trump e May difendono e sostengono lo spionaggio sulla vita privata dei cittadini e l’opacità degli Stati.

Oggi,  dove tutti e tutte siamo vittime della manipolazione volgare dell’informazione, soggetti ad operazioni mediatiche forgiate per demonizzare e armare cause contro dirigenti politici e sociali, nel mezzo di una guerra di “fake news” che distorcono la realtà, risulta scioccante e paradossale che sia incarcerato un giornalista per agire come un soldato della verità.

Assange non è statunitense e la piattaforma Wikileaks è un’organizzazione di notizie straniera. L’idea che il governo degli Stati Uniti possa raggiungere ed estradare un appartenente a qualsiasi mezzo di comunicazione nel mondo è devastante. Mai nella storia degli Stati Uniti un editore è stato perseguito per  aver presentato informazioni vere all’opinione pubblica. Segna il precedente che qualsiasi giornalista possa essere estradato, giudicato e incarcerato per aver pubblicato informazioni vere sugli Stati Uniti. La libertà di stampa non consiste solo nel diritto di pubblicare, m anche nel diritto di leggere, nel diritto di informarsi, nel diritto che abbiamo come lettori di essere informati.

Questo diritto universale ha il suo miglior difensore in Julian Assange, un eroe di tipo nuovo, per la cui libertà reclameremo instancabilmente, insieme ad uomini e donne del mondo che credono che la verità ci renderà liberi.

di Alicia Castro, ex ambasciatrice argentina in Venezuela e nel Regno Unito

traduzione di Marco Bertorello

pubblicato da Pagina 12

Categorie: News

Oligopolio digitale

Cubadebate (italiano) - Mar, 16/04/2019 - 00:21

oligopolioSiamo tutti dipendenti da Google, Apple, Amazon, Microsoft, Facebook, e adesso Netflix. E non c’è un modo di scegliere liberamente: i nostri smartphone funzionano solo con i sistemi Android e IOS.

Tutto l’occidente è colonizzato oggigiorno dalle corporazioni digitali. Loro sanno quello che pensiamo e cosa ci piace. Non è un caso che il valore di mercato di Apple e Amazon arrivi oggi al miliardo di dollari ciascuna. Quasi la metà del PIL brasiliano del 2017.

Questa concentrazione di potere non succede in nessun altra sfera dell’attività umana. E non ci importa, visto che le risorse che ci offrono sono utili e comode.

Secondo il Forum Economico Mondiale, tra i 20 giganti dell’economia digitale non compare nessuna azienda europea. Le cinque maggiori sono “made in USA”: Apple, Amazon, Alfabet (google), Microsoft e Facebook. Il sesto e il settimo posto sono occupati da due giganti cinesi: Alibaba e Tencent.

Tutte queste imprese investono enormi somme in innovazione tecnologica e, specialmente, nel terreno dell’intelligenza artificiale. Putin ha dichiarato nel 2017 che il paese che avesse ottenuto la leadership nell’intelligenza artificiale sarebbe stato il padrone del mondo.

E’ nella Silicon Valley, in California, che si ordisce la strategia capitalista della manipolazione delle emozioni e delle scelte, come ha fatto l’azienda britannica Cambridge Analytica con dati di Facebook e i bots russi (account falsi che funzionano automaticamente) nelle elezioni di Trump e Bolsonaro e nel referendum sul Brexit.

Tutte queste potenti imprese ci offrono sempre più intrattenimento e meno cultura, più informazioni e meno conoscenza. La Cultura è ciò che arricchisce la nostra coscienza e il nostro spirito. L’intrattenimento “parla” ai cinque sensi e, in generale, manca di valori. Ciò che rimane sono l’esacerbare l’individualismo, la competitività, il consumismo e l’edonismo, innaffiati con una buona dose di violenza.
Quanto più questo oligopolio digitale controlla l’egemonia ideologica e più si controllano le finanze delle grandi corporazioni bancarie e le istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, meno democrazia c’è nel mondo.
Tutto cospira affinché accettiamo la proposta del sistema: scambiare la libertà con la sicurezza.
Secondo l’ottica del sistema basta dare un’occhiata intorno per vedere che tutto respira violenza: il telegiornale, i telefilm e i film, i meme di internet ed i messaggi di Facebook; la delinquenza nelle strade e l’insicurezza permanente del cittadino. A questo punto, suggerisce il messaggio subliminale, consegnatevi a chi si disfa in fretta della tolleranza e delle convenzioni dei diritti umani e vivrete in un mondo sicuro, dove niente e nessuno vi minaccerà.

Siccome la base del sistema è il consumismo compulsivo, gli oligopoli mettono a funzionare i loro algoritmi per sapere come noi ci identifichiamo con milioni di persone in cerca di un determinato prodotto. Se abbiamo la febbre e lo comunichiamo ad i nostri amici nella rete digitale, e altri rispondono che anche loro hanno la febbre, e le parole “febbre”, “raffreddato”, “tosse” si moltiplicano a milioni nel web, gli oligopoli captano questa informazione e la passano ai laboratori e alle farmacie, che, a loro volta, aumentano la pubblicità e i prezzi delle medicine nella regione dove si è scoperta l’epidemia di febbre. Il mercato è veramente capace di assicurarci il benessere e la felicità.

Quando si apre Google per realizzare una ricerca, appaiono molti annunci, perché sono questi che sostengono il potente oligopolio.
Se si cerca, per esempio, “come viaggiare in Amazzonia”, appaiono varie informazioni, ed, infondo alla pagina, una sequenza numerica che indica che ce ne sono altre con più dati. Qual’è il criterio che determina che un’informazione sia nella prima pagina? Pagare per questo! In generale la risposta alla nostra domanda apparirà nella prima pagina sotto forma di pacchetti turistici ed aziende di trasporto.

I giganti digitali forgiano il mondo ad immagine e somiglianza di ciò che è più sacro per il sistema: il mercato e i suoi astronomici guadagni, dei quali si appropria un selezionata setta di stregoni che trasformano l’informazione virtuale in denaro reale.

di Frei Betto è autore, tra gli altri libri, di “Oficio de escrever” (Rocco/Anfiteatro).

www.freibetto.org
Twitter: @freibetto

tradotto da Marco Bertorello

Pubblicato da: Mundo Digital

Categorie: News

Bolton parlerà di Cuba davanti ai mercenari sconfitti della Baia dei Porci

Cubadebate (italiano) - Sab, 13/04/2019 - 04:35

John-Bolton-Foto-Reuters-580x327L’assessore di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha annunciato oggi che il prossimo mercoledì andrà a Miami per fare un discorso sulla politica del suo paese verso Cuba, Venezuela e Nicaragua.

“Sono contento di annunciare che il 17 aprile mi unirò all’Associazione dei Veterani della Baia dei Porci a Miami per fare un discorso sugli importanti passi che sta dando il Governo per affrontare le minacce alla sicurezza in riferimento a Cuba, a Venezuela ed alla crisi democratica in Nicaragua”, ha scritto Bolton nel suo account di Twitter.

La sua presenza a Miami coinciderà con il 58ºanniversario dell’inizio dell’invasione mercenaria attraverso la Cienaga de Zapata, il 17 aprile 1961, che è stata sconfitta dalle Forze Rivoluzionarie dirette da Fidel Castro in poco più di 60 ore.

L’elezione della data e lo scenario predice, secondo gli analisti, che la Casa Bianca annuncerà nuove misure punitive contro Cuba e le altre due nazioni latinoamericane.

Da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Reuters

Categorie: News

Guillaume Long: la consegna di Julian Assange è una vergogna nazionale ed un errore storico per Ecuador

Cubadebate (italiano) - Ven, 12/04/2019 - 03:27

Assange-arrestatoGuillaume Long, ex ministro di Relazioni Esteriori in Ecuador nel governo di Rafael Correa, pubblica nelle reti sociali quattro punti chiave per capire le violazioni del Diritto Internazionale commesse dallo stato dell’Ecuador:

1. La consegna di Julian Assange, trascinato dalla polizia britannica dopo che questa sia entrata nella nostra missione diplomatica per potere catturarlo, è una vergogna nazionale ed un errore storico che lascerà una profonda impronta nell’Ecuador per molto tempo.

2. Ecuador ha appena violato il principio di non devoluzione del rifugiato, un principio fondamentale di protezione dei Diritti Umani, consacrati nel diritto internazionale. Ecuador ha appena violato l’opinione 54/2015 del Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie delle Nazioni Unite.

3. Ecuador ha appena violato l’Opinione OC-25/2019 della Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) e la Risoluzione MC-54-19 della CIDH di marzo del 2019 che obbliga Ecuador a non deportare, restituire, espellere, estradare o rimuovere Assange dalla nostra ambasciata.

4. Questa decisione porterà, evidentemente, molto seguito giuridico per lo Stato ecuadoriano. Oltre ciò, sarà ricordata per le future generazioni di ecuadoriane ed ecuadoriani come un atto di servilismo, di viltà e di degradazione etica del potere politico nel nostro paese.

dalla pagina di Facebook di Guillaume Long

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Perché hanno tanta paura di Lula libero?

Cubadebate (italiano) - Ven, 12/04/2019 - 02:58

Lula-multitud-580x387Da un anno sono prigioniero ingiustamente, accusato e condannato per un crimine che non è mai esistito. Ogni giorno che ho passato qui ha fatto aumentare la mia indignazione, però ho fiducia in un giudizio giusto dove la verità prevarrà. Posso dormire con la coscienza tranquilla della mia innocenza. Dubito che abbiano un sonno sereno quelli che mi hanno condannato con una farsa giudiziale.

Quello che mi fa male, senza dubbio, è ciò che succede in Brasile e la sofferenza del nostro popolo Per imporre un giudizio di eccezione, hanno superato i limiti della legge e della Costituzione, indebolendo la democrazia. I diritti del popolo e dei cittadini sono stati revocati, mentre impongono il taglio dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento del costo della vita. Abbiamo consegnato la sovranità nazionale, le nostre ricchezze, le nostre imprese e perfino il nostro territorio per soddisfare gli interessi stranieri.

Oggi è chiaro che la mia condanna è stata parte di un movimento politico iniziato dalla rielezione della presidentessa Dilma Rousseff nel 2014. Sconfitta nelle urne per la quarta volta consecutiva, l’opposizione ha scelto il cammino del golpe per tornare al potere, riprendendo il vizio autoritario delle classi dominanti brasiliane.

Il colpo dell’impeachment senza crimini di responsabilità è stato contro il modello di sviluppo con inclusione sociale che il paese stava costruendo dal 2003. In 12 anni, creammo 20 milioni di posti di lavoro, abbiamo tolto 32 milioni di persone dalla miseria, moltiplicammo il PIL per cinque. Abbiamo aperto l’università a milioni di esclusi.
Abbiamo vinto la fame.

Quel modello era ed è intollerabile per una cupola privilegiata e precostituita della società. Ha colpito potenti interessi economici fuori dal paese. Mentre il Pre-sal ha risvegliato l’avidità  delle petroliere straniere, imprese brasiliane sono passate a contendere mercati con esportatori tradizionali di altri paesi.

L’impeachment è arrivato per far tornare il neoliberalismo, in una versione ancora più radicale. Per questo hanno sabotato gli sforzi del governo di Rousseff per affrontare la crisi economica e correggere i suoi propri errori. Si è affondato il paese in un collasso fiscale e in una recessione che continua. Hanno promesso che sarebbe bastato togliere il PT dal governo perché i problemi del paese finissero.

Il popolo ha capito subito di essere stato ingannato. La disoccupazione è aumentata, i programmi sociali svuotati, scuole e ospedali hanno perso denaro. Una politica suicida attuata da Petrobras ha portato il prezzo del gas da cucina ad essere proibitivo per i poveri ed ha portato alla paralisi dei camionisti. Vogliono far scomparire le pensioni degli anziani e dei lavoratori rurali.

Nelle carovane in giro per il paese ho visto negli occhi della nostra gente la speranza e il desiderio di riprendere quel modello che iniziò a correggere le disuguaglianze e che ha dato opportunità a tutti quelli che non le avevano mai avute.

All’inizio del 2018 i sondaggi segnalavano che io avrei vinto le elezioni al primo turno.

Era necessario impedire la mia candidatura ad ogni costo. La Lava Jato, che è stata uno schermo nel colpo dell’impeachment, ha investito posti e prerogative della difesa per condannarmi prima delle elezioni. Hanno registrato illegalmente le mie conversazioni, i telefoni dei miei avvocati e persino quello della presidentessa della Repubblica. Sono stato oggetto di una condotta coercitiva illegale, un vero sequestro. Hanno rivoltato casa mia, il mio materasso, hanno preso i cellulari e persino i tablet dei miei nipoti.

Non hanno trovato nulla per incriminarmi: né conversazioni di banditi, ne valige di denaro, né conti all’estero. Nonostante tutto sono stato condannato in un tempo record da Sergio Moro e il TRF-4, per “atti indeterminati” senza che trovassero nessuna connessione tra l’appartamento che non è mai stato mio e presunte deviazioni di soldi di Petrobras. Il tribunale Supremo mi ha negato un giusta petizione di habeas corpus, sotto pressione dei media, del mercato e persino delle Forze Armate, come ha confermato recentemente Jair Bolsonaro, il maggior beneficiario di questa persecuzione.

La mia candidatura è stata proibita contro la legge elettorale, la giurisprudenza e una determinazione del Comitato dei Diritti Umani dell’ONU emessa per garantire i miei diritti politici. Nonostante questo il nostro candidato Fernando Haddad ha raccolto un sostegno notevole nelle votazione ed è stato sconfitto solo dall’industria della menzogna di Bolsonaro nelle reti sociali, finanziata perfino con denaro straniero, secondo la stampa.

I più rinomati giuristi del Brasile e di altri paesi considerano assurda la mia condanna e indicano la parzialità di Sergio Moro, confermata in pratica quando ha accettato di essere ministro della Giustizia del presidente che lui ha aiutato ad essere eletto con la mia condanna. Tutto quello che voglio è che mi indichi anche solo una prova contro di me.

Perché hanno tanta paura di Lula libero, se hanno già raggiunto l’obiettivo che era impedire la mia elezione, se non c’è nulla che sostenga questa prigione? In realtà ciò che temono è l’organizzazione del popolo che si identifica con il nostro progetto di paese. Temono di dover riconoscere le arbitrarietà che hanno commesso per eleggere un presidente incapace che ci riempie di vergogna.

Sanno che la mia liberazione è una parte importante della riattivazione della democrazia in Brasile. Però sono incapaci di convivere con il processo democratico.

Luiz Inacio Lula da Silva
Ex presidente della Repubblica (2003-2010)

Articolo pubblicato su Folha de S. Paulo

traduzione di Marco Bertorello

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Call of Duty invita a generare un blackout in Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mer, 10/04/2019 - 03:23

call-of-duty.jpg_1718483347-580x327Il videogioco di stile bellico Call of Duty ricrea nella sua più recente versione un intervento militare a Caracas, che ha come parte della “missione” installare un virus nel sistema elettrico per generare un blackout.

La diga di sbarramento de El Guri è un obiettivo di attacco nel videogioco di spari in prima persona. Appaiono una serie di elementi che evocano la capitale venezuelana, come il cerro El Avila, la torre Provinciale ed una bandiera del Venezuela

Il riferimento all’attacco al sistema elettrico in Venezuela è la realtà che attraversa il paese che dal 7 marzo scorso ha ricevuto una serie di attacchi cibernetici.

Come prodotto degli attacchi, denunciati dal governo venezuelano come una guerra elettrica, circa il 70% del paese ha sofferto la perdita del servizio elettrico e, quindi, ha colpito il somministro di acqua.

Non è la prima volta che Call of Duty usa Venezuela come uno scenario per le sue “missioni”. Nel 2013, è uscito Call of Duty: Ghosts, nel quale gli Stati Uniti smettono di essere una potenza per colpa dei paesi sud-americani e vogliono una vendetta contro di loro.

In questo contesto di vendetta, in Call of Duty: Ghosts arrivano alcune guerriglie a Caracas per eseguire le “missioni” contro il nemico invisibile.

con informazioni di TeleSur

traduzione di Ida Garberi

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Nuova aggressione extraterritoriale: gli Stati Uniti sanzionano le imbarcazioni che trasportano petrolio tra Cuba e Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mar, 09/04/2019 - 03:52

barco-petrolero-PDVSA-580x434Gli Stati Uniti hanno sanzionato questo venerdì imbarcazioni e compagnie che partecipano al trasporto di combustibile tra Cuba e Venezuela, un’attività legale e protetta da accordi commerciali tra entrambi i paesi.

L’Ufficio di Controllo delle Attività Straniere (OFAC) del Dipartimento del Tesoro ha incluso nella sua lista sanzionatoria 34 imbarcazioni di proprietà della compagnia petrolifera venezuelana PDVSA e due compagnie straniere che, secondo quanto sostiene Washington, lavorano con Caracas per l’invio di petrolio alla maggiore delle Antille.

Si tratta di Ballito Shipping Incorporated, con sede in Liberia e ProPer In Management Incorporated, con base in Grecia.

Le misure di Washington sono un nuovo esercizio di extra territorialità, perché sono dirette contro attività legittime di paesi terzi sui quali gli Stati Uniti non hanno alcuna potestà, violando le norme elementari del diritto internazionale e la sovranità delle nazioni indipendenti.

“Stiamo attuando misure contro una fonte vitale della ricchezza del regime di Maduro, compiendo gli ordini del presidente (Donald) Trump”, ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, durante una visita a Houston, Texas, nel cuore petrolifero nordamericano.

Pence si trovava in questa città per riunirsi con i venezuelani che appoggiano la cacciata del governo legittimo di Nicolas Maduro ed offrire appoggio alla figura di Juan Guaidò, l’auto-proclamato presidente venezuelano interino che ogni giorno perde appoggio e che ha fallito nel compiere gli obiettivi di Washington.

“Stiamo concretando azioni contro imbarcazioni ed entità che trasportano petrolio e offrono un aiuto vitale per mantenere il regime illegittimo di Maduro”, ha indicato in un comunicato il segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.

Mnuchin ha sottolineato che “Cuba continua ad approfittarsi sostenendo il regime attraverso meccanismi petroliferi, con la repressione, al fine di mantenere Maduro al potere”.

Le parole del segretario del Tesoro fanno eco alle manipolazioni del senatore della Florida, Marco Rubio, e al consigliere della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Bolton, che formano parte di un gruppo radicale di consiglieri che ha sequestrato la politica dell’attuale amministrazione verso l’America Latina in generale, ed a Cuba in particolare.

Secondo con il Dipartimento del Tesoro, le sanzioni includono il congelamento delle attività finanziarie che possano essere sotto giurisdizione statunitense e la proibizione di transazioni finanziarie con le entità e imbarcazioni incluse nella lista.

Le nuove misure di aggressione si sommano alla lista di blocchi, sabotaggi economici e tentativi di golpe di stato che applica Washington contro la Rivoluzione Bolivariana.

Sono disegnate per chiudere il cerchio economico sul Venezuela ed al tempo stesso cercano di colpire l’economia cubana, due dei membri della cosiddetta “troika” di nazioni che non rientrano nei gusti statunitensi, secondo quanto detto da Bolton a Miami nel novembre dell’anno scorso.

Washington cerca di coprire le sue azioni con un manto di legittimità aggiungendo che è stata l’Assemblea Nazionale del Venezuela, un organo dichiarato in oltraggio dal potere giudiziario, a determinare il divieto di esportare petrolio a Cuba.

Guaidò ha chiesto all’inizio marzo agli Stati Uniti che lo aiutassero a frenare gli invii a Cuba, che formano parte di un accordo che offre copertura sanitaria a milioni dei suoi compatrioti, gli stessi che sostiene di rappresentare, anche se nessuno l’ha eletto nelle urne.

Il leader storico della Rivoluzione, Fidel Castro, e il Comandante Hugo Chavez, hanno firmato il 30 ottobre dell’anno 2000 l’Accordo Integrale di Cooperazione Cuba-Venezuela, un trattato che ha aperto la possibilità per decine di migliaia di professionisti cubani di prestare servizio nella nazione bolivariana, in settori chiave come l’educazione e la salute. Venezuela, da parte sua ha offerto garanzie a Cuba per la somministrazione di combustibile che prima si doveva importare da destinazioni più lontane e costose.

Attraverso la Missione “Barrio Adentro”, i medici cubani hanno compiuto più di 1300 milioni di visite a pazienti venezuelani, salvando potenzialmente milioni di vite.

Le zone più remote della geografia venezuelana hanno ricevuto un medico per la prima volta nella storia.
Allo stesso modo più di 60 mila pazienti venezuelani con malattie oftalmiche hanno beneficiato nel 2017 di interventi chirurgici come parte del programma sociale “Mission Milagro”.

In 21 dei 24 stati del paese sia applica oggi il nuovo prodotto medico cubano contro l’ulcera del piede diabetico “Heberprot-P”, che ha migliorato la vita di circa 300.000 pazienti nel mondo.

Anche altri settori, come lo sport, la cultura e l’educazione sono stati beneficiati. Con il metodo educativo cubano “Yo si puedo!” e la “Missione Robinson”, Venezuela è stato dichiarato paese libero dall’analfabetismo.

Questa collaborazione è quella nel mirino di Washington adesso con il suo nuovo giro di sanzioni.

Sergio Alejandro Gomez

da Cubadebate

traduzione di Marco Bertorello

foto: Mundo Maritimo

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Con Dio dalla nostra parte

Cubadebate (italiano) - Ven, 05/04/2019 - 23:37

trumpMike Pompeo, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha commentato nei giorni passati che è molto probabile che sia stato Dio a mettere Trump alla Casa Bianca. Non è l’unico. La portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha dichiarato alla fine di gennaio che Dio voleva che Donald Trump diventasse presidente e che è per questo che oggi lo è.

Pompeo, così come il vicepresidente Mike Pence, è un cristiano evangelico e così come promuovono politiche favorite da queste correnti religiose negli Stati Uniti, allo stesso tempo condizionano la politica estera, dal Medio Oriente (soprattutto nella difesa di Israele per motivazioni bibliche), al finanziamento di programmi anti-aborto, fino alla costruzione del muro di frontiera, tra le altre cose.

Pompeo, Pence, Jeff Session, ex procuratore generale, e Betsy Devos, Segretaria all’Educazione, sono parte di un gruppo di studi della Bibbia presieduto dal pastore Ralph Drollinger, che crede che i cristiani nel governo debbano essere obbligati ad assumere solo altri cristiani, scrive Ron Charles, del Washington Post.

Trump, nonostante i suoi gravi peccati tra cui due divorzi e frequenti avventure extra matrimoniali, anche con stelle del cinema porno, ha formato un’alleanza con le correnti cristiane conservatrici, adottando le sue posizioni anti-aborto, anti-omosessuali, la promozione degli studi biblici (inclusi quelli che parlano dell’evoluzione) nelle scuole pubbliche e l’annullamento (parziale) delle regole federali che proibiscono il supporto ai candidati politici da parte delle chiese, ottenendo, tra l’altro di essere incoronato come un salvatore.

Robert Jeffress, leader nazionale evangelico, ha dichiarato che milioni di statunitensi credono che l’elezione del presidente Trump abbia rappresentato un ‘opportunità offerta da Dio, forse “l’ultima nostra opportunità per rendere di nuovo l’America grande davvero.”

Senza dubbio, Trump, confrontato con i suoi predecessori, è il presidente con minori vincoli religiosi in tutta la sua vita (è ufficialmente presbiteriano). Di fatto, anche se lo ricordano, non sarebbe benvenuto nelle chiese dalla sua gioventù al giorno d’oggi, giacché si oppongono alla sue politiche, inclusa quella anti-migranti. Nonostante ciò, come quasi tutto nella sua vita, questo si gestisce come parte dello spettacolo e Trump è disposto perfino a mettere il suo autografo in un libro che non solo non ha scritto, ma che è perfino difficile credere che abbia letto: la Bibbia.

Questo è il Paese più religioso del primo mondo; gli statunitensi pregano con più frequenza, assistono a più funzioni religiose settimanali e danno un importanza maggiore alla fede nella loro vita che gli adulti degli altri paesi occidentali avanzati, sostiene il Centro di Ricerca Pew. All’incirca l’83% degli adulti crede in Dio (il 63% di loro in termini assoluti).

Il motto ufficiale di ogni biglietto dei dollari è: “Confidiamo in Dio”, (qualcosa che all’inizio si è scritto nella guerra civile ed è riapparso nel 1956, quando il Congresso lo dichiarò motto ufficiale).
Il Giuramento di Lealtà (pledge of Allegiance), una frase semiufficiale che si recita nelle scuole e in alcuni atti ufficiali, è stato scritto nel 1891, ma nel 1954 la frase “sotto Dio” è stata aggiunta in un o sforzo per definire gli Stati Uniti come un paese di fede di fronte al nemico: l’Unione Sovietica atea. E per quanto curiosamente la Costituzione degli Stati Uniti non menziona Dio o alcun altra forza divina, le 50 costituzioni statali includono un riferimento divino, informa l’istituto Pew.

Serve comunque ricordare che non c’è un solo Dio qui, e la storia di questo paese è stata in parte scritta dalle grandi correnti religiose progressiste che hanno nutrito enormi movimenti sociali e politici per l’abolizione della schiavitù, i diritti del lavoro, i diritti civili, i movimenti pacifisti, di difesa dei migranti e rifugiati, tra gli altri.

In pieno secolo XXI nel paese più potente del mondo un Dio molto bianco e ricco che, dicono ha scelto Trump, si confronta, un’altra volta, con il Dio di coloro che lottano per un paradiso della giustizia, della dignità e dell’uguaglianza.

di David Brooks

da Cubadebate

traduzione di Marco Bertorello

foto:AP

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Juan Guaidò, un prodotto di laboratorio che non funziona più

Cubadebate (italiano) - Gio, 04/04/2019 - 22:34
Juan Guaidó

Juan Guaidó

Un articolo pubblicato da Orlando Avendaño sul giornale reazionario PanamPost afferma che l’idea della presidenza di transizione di Juan Guaidò è nata in una riunione nella sede dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Secondo Avedaño, nell’incontro del 14 dicembre, il segretario generale, Luis Almagro, con Julio Borges, Leopoldo Lopez, Maria Corina Machado e Antonio Ledezma, hanno definito l’ultima gran scommessa dell’opposizione, ossia far nascere un governo di transizione.

Il 16 gennaio, dopo diversi andirivieni tra i quattro dirigenti dell’opposizione, la strategia è stata riproposta nuovamente nell’OSA, quando gli Stati Uniti hanno convocato una riunione in video-chiamata con Leopoldo Lopez e Juan Guaidò. Questa volta la proposta è stata presentata agli ambasciatori presso l’Organizzazione di Argentina, Brasile, Colombia, Guatemala, Cile, Honduras e Paraguay.

Gli Stati Uniti l’hanno avallata il giorno dopo, il vicepresidente Mike Pence ha parlato con Guaidò prima della sua auto-proclamazione per confermagli l’appoggio della Casa Bianca, secondo un articolo del The Wall Street Journal, firmato da Juan Forero e David Luhnow. Il 18 febbraio, quasi un mese dopo dall’entrata in scena di Guaidò, questi due cronisti hanno citato un ex alto funzionario statunitense: “Le persone che hanno organizzato questo piano a Caracas e che lo hanno venduto qui (a Washington), l’hanno venduto con la promessa che se Guaidò avesse creato un movimento e (i paesi del Sud America) e gli Stati Uniti fossero intervenuti come appoggio, i militari avrebbero cambiato lato e Maduro se ne sarebbe andato”.

Come si sa, questo non è successo il 23 febbraio nel tentativo di far entrare gli “aiuti umanitari”, diretto in prima fila dall’inviato in Venezuela del Dipartimento di Stato, Elliott Abrams, dal Capo dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), Mark Green, dal Segretario Generale della OSA, Luis Almagro; dal Presidente colombiano Ivan Duque e dai suoi colleghi del Paraguay e Cile, Mario Abdo Benitez e Sebastian Piñera. Si ritiene che già lunedì 25 il vicepresidente Mike Pence abbia “sgridato” Guaidò per non aver ottenuto che la metà dei militari venezuelani si ribellassero, come aveva promesso, secondo un articolo de La Politica Online.

 

Chi c’è dietro a Guaidò?

 

Dan Cohen e Max Blumenthal hanno scritto da tempo che Guaidò era un prodotto dei laboratori del cambio di regime appoggiato dagli Stati Uniti. Formato da istituzioni come la Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED la sigla in inglese), insieme a organizzazioni satellite come Otpor dalla Serbia, l’utopia politica della generazione di Guaidò, inculcata da questi, è sempre stata il golpe di stato dolce, o rivoluzione colorata, l’uscita violenta del chavismo dal potere.

Si può dire che Guaidò essenzialmente è un fusibile del partito Voluntad Popular, forse il più finanziato e più relazionato con il Dipartimento di Stato e la fauna politico-mafiosa della Florida, rappresentata oggi dal senatore Marco Rubio; che attraverso Mauricio Claver-Carone e Carlos Trujillo controlla il posto dell’America Latina del Consiglio di Sicurezza Nazionale e la rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti nell’OSA. Entrambi sono conosciuti per essere stati consiglieri e persone vicine a Rubio nelle sue ultime campagne elettorali, finanziate dagli industriali Koch, colpiti dalla nazionalizzazione dell’azienda FertiNitro in Venezuela e da molti imprenditori relazionati a Cuba e Venezuela, con sede a Miami.

Paradossalmente, il 30 agosto scorso, molto prima che cominciasse l’avventura di Guaidò, Marco Rubio ha dichiarato, dopo una riunione alla Casa Bianca: “Le Forze Armate degli Stati Uniti si utilizzano in caso di una minaccia alla sicurezza nazionale. Ci sono argomenti molto forti per dire che il Venezuela è diventato una minaccia per gli Stati Uniti”. In quei giorni di agosto, la campagna di sovraesposizione della migrazione venezuelana, aggravata dalle sanzioni, coincideva con le affermazioni del Segretario Generale della OSA, Luis Almagro, sul fatto che il caso venezuelano fosse il caso tipico della dottrina di Responsabilità di Proteggere (R2P), utilizzata in Libia come figura diplomatica ad hoc per l’intervento. Il titolo del giornale El Universal è stato: “Almagro chiede alla comunità internazionale di evitare che il Venezuela sia un altro Ruanda”.

Lo stesso agosto, il Presidente Maduro ha denunciato in una conferenza stampa successiva al tentativo di omicidio con i droni, che gli Stati Uniti, insieme ad altri paesi, lavoravano appoggiando l’ex militare Oswaldo Garcia Palomo perché tornasse a tentare un golpe di Stato dopo aver fallito con l’Operacion Constitucion, prima delle elezioni presidenziali di maggio e l’esperimento della cellula armata capitanata da Oscar Perez.

A dicembre, molto vicino alla riunione dell’OSA che ha forgiato Guaidò, il presidente Maduro ha dato un’altra conferenza stampa nella quale ha denunciato che gli Stati Uniti si preparavano ad appoggiare un governo parallelo, un nuovo tentativo di golpe di Garcia Palomo e se tutto fosse andato male, un intervento sostenuto da più di settecento mercenari allenati in Colombia ed equipaggiati dalla Forze Speciali degli Stati Uniti, addestrati nella base Eglin della Forza Aerea, che si trova paradossalmente in Florida.

Il finale di questa storia si conosce bene: Guaidò si è autoproclamato in una piazza di Chacao, con questa scusa gli Stati Uniti hanno ordinato un embargo petrolifero contro il Venezuela, Garcia Palomo è stato arrestato alcuni istanti prima di dare il via al suo ultimo tentativo di golpe e Washington, un mese dopo ha sostenuto un’operazione militare dalla Colombia, sotto la copertura di un disinteressato “aiuto umanitario”.

 

Guaidò, il fusibile che si brucia

 

La Casa Bianca ha disegnato Guaidò come un’operazione con codice aperto che potesse unirsi a molti gruppi dispersi, ma con un solo obiettivo comune: cacciare Maduro. Come nel 2014 e nel 2017 è stato “La Salida”, dopo le dimostrazioni violente (guarimbe), la comparsa di Oscar Perez e la sovraesposizione dell’esodo migratorio; tra molte altre operazioni dello stesso tipo. Guaidò, come tutte le altre, è solo funzionale, fino a quando permetterà di essere usato come copertura narrativa dell’insieme di aggressioni e azioni contro la Repubblica Bolivariana.

L’impegno di Washington ad aggiungere sanzioni, embargo, minacce ed offese diplomatiche è ampiamente dimostrativo su come è utilizzato per accelerare un percorso che si è impantanato, soprattutto sul versante regionale e internazionale, dove la tesi di un intervento non è stata ricevuta bene al punto che uno dei creatori dell’operazione, John Bolton è stato obbligato a dire che hanno bisogno di “una coalizione più ampia possibile per cacciare Maduro ed il suo regime corrotto”.

L’operazione Guaidò ha bisogno di incamminarsi, come il percorso del piano Bolton, perché oltre l’epopea mediatizzata e standardizzata dalle reti sociali: la quantità di risorse di potere poste contro il Venezuela non ha ottenuto gli obiettivi necessari, ma al contrario ha reso più coeso il chavismo intorno a Maduro. In questo pantano arrestare Guaidò avrebbe reso credibile la storia che Bolton vuole vendere al mondo per armare una coalizione contro Maduro, però non è successo, e con questo si alimenta il discorso chavista, e la paura e il rifiuto che produce uno sfacciato intervento esterno guidato da Trump. Le ultime riunioni del Gruppo di Lima e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU lo dimostrano.

Parafrasando un alto funzionario di Ronald Reagan, nel senso “che l’Impero agisce creando la sua propria realtà per farlo”, la storia sul conflitto venezuelano gli è scappata di mano. Per questo, per dare vita alla minaccia socialista, agitata da Trump in previsione delle presidenziali del 2020, il cammino dell’aggressione al Venezuela deve trovare uno sbocco che Guaidò non gli ha dato. Ciò renderebbe utile, sempre che se ne possa spiegare o no la comparsa, nella fase seguente, un rinnovato intento di creare uno Stato Islamico venezuelano, nel caso di non riuscire a cacciare il governo in qualsiasi altro modo.

In questo contesto, di attori locali che non riescono a compiere gli ordini globali, l’importanza di Guaidò si riduce solo a quel che possono fare con lui.

da Mision Verdad

di Bruno Sgarzini

traduzione di Marco Bertorello

floto:Semana.com

 

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Concerto numero 100 nei quartieri

Cubadebate (italiano) - Mar, 02/04/2019 - 21:59
Silvio Rodriguez

Silvio Rodriguez

Questa fase di concerti di quartiere è cominciata all’improvviso un giorno di qualche anno fa. E’ nata dall’invito di un compagno, il Maggiore Josè Ilvarez Lopez, che lavorava a La Corbata, un quartiere di realtà precarie. Quell’esperienza, che noi abbiamo fatto per solidarietà, è risultata molto gratificante e per questo l’abbiamo voluta ripetere in un altro quartiere e poi in altri ancora, e siamo arrivati qui.

Personalmente non ho mai visto questi concerti come qualcosa di straordinario; noi della nostra  generazione di trovadores ci siamo abituati a suonare nei quartieri, nelle scuole, nei centri di lavoro, nelle prigioni, in ogni luogo.

Devo anche dire che quando abbiamo iniziato a vincolare il nostro lavoro alla società avevamo idea di esperienze simili. Uno dei poeti che più ammiro, l’andaluso Federico Garcia Lorca, negli anni 30 del secolo passato, ha caricato su di un camion scenari e attori e girava i campi portando alla gente teatro e poesia. Quell’esperienza si chiamò “La Barraca”.

Un altro precedente ha avuto a che fare con la danza. La prima volta che ho assistito ad uno spettacolo di balletto non è stato in un teatro, ma per strada, di fronte all’Università de L’Avana, dove Alicia e Fernando Alonso hanno portato il Balletto Nazionale di Cuba.

Un altro precursore è stato il cinema, che molti contadini della Sierra Maestra e di altri luoghi impervi non avevano mai visto. Per questo quando è stato fondato l’ICAIC, di cui ricorre in questi giorni il 60esimo anniversario, Alfredo Guevara ha ordinato di portare con i muli gli impianti elettrici ed i proiettori e grazie a questo si sono incominciati a vedere i film nelle montagne.

Tutti questi esempi, e sicuramente altri che non conosco o che ho dimenticato, precedono questa esperienza di cantare sistematicamente nei quartieri, in questo tour che è stato definito “interminabile”. Quello che voglio dire è che tutto ciò che facciamo era già stato inventato.

Oggi, che questa fase raggiunge i 100 concerti, è impossibile non ricordare e ringraziare gli artisti talentuosi di tante discipline diverse che ci hanno accompagnato. Sento particolarmente presenti alcuni amici che sono già partiti e che non ci abbandonano mai, come il poeta e professore Guillermo Rodriguez Rivera che era a La Timba, come lo scrittore Jaime Sarusky che è venuto a Cocosolo, come il carissimo attore Carlos Ruiz de la Tejera che ci ha accompagnato a Buena Vista. Per di più il geniale Santiaguito Feliù che è stato con noi a Mantilla e in molte altre occasioni, oggi, il 30 marzo, compie 57 anni.

Ho sempre preferito la qualità alla quantità. Questo è quello che sento che si merita il popolo. Per questo il tour, in gran parte musicale, si è preoccupato soprattutto di avere una buona acustica. Così onoriamo le qualità espressive degli artisti che ci accompagnano. Seguendo questo principio, oggi abbiamo il piacere di presentare uno dei gruppi rumberi più importanti di quest’arte: Yoruba Andabo.

Lunedì inserirò la lista completa degli invisibili imprescindibili.

di Silvio Rodriguez

da Segunda Cita

traduzione di Marco Bertorello

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Vargas Llosa, l’affabulatore

Cubadebate (italiano) - Mar, 02/04/2019 - 00:54
Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa

Ci sono pochi dubbi sulla qualità di Mario Vargas Llosa come narratore. Nonostante le sue ultime opere non abbiano lo stesso spessore letterario delle precedenti, il peruviano rimane un notevole scrittore. Come ho però dimostrato in un libro di prossima uscita “El Hecicero de la Tribu”, il suo talento come analista politico, volendo essere benevoli, non supera la mediocrità.

Chiaramente l’analisi politica non è il suo meglio, perché non conosce neanche le teorie e ancora meno la metodologia, il suo mondo, quello in cui naviga con maestria, è la finzione. Come lui stesso ha dichiarato più di una volta, uno scrittore è colui che scrive menzogne che sembrano verità.

L’eleganza e la precisione formale della sua scrittura, accompagnate sempre da un enfasi confinante con il fanatismo quando tratta argomenti politici o ideologici, esercitano una potente seduzione sui suoi lettori.

Ubriaco delle sue stesse parole, Vargas Llosa oltrepassa con assoluta tranquillità i limiti della finzione e si avventura nell’analisi politica e lì, su questo terreno scivoloso e in alcuni momenti traditore, scarica a destra ed a sinistra affermazioni colleriche quando reagisce di fronte a fenomeni o ideologie politiche che sono agli antipodi delle sue convinzioni.

Per questo, il colombiano Cesar Gaviria, che è stato segretario dell’OSA prima che, sotto la guida di Luis Almagro, questa istituzione affondasse in un’incancellabile ignominia, ha detto che a volte a leggere Don Mario “ho l’impressione che le sue capacità di analisi politica sia proporzionalmente inverse ai suoi meriti letterari, e dovrebbe ascoltare più frequentemente il ritornello che a tutti noi hanno insegnato da bambini: “calzolaio alle tue scarpe” (parla solo di ciò che conosci).” (El Pais, Spagna, 18 giugno 2000)

Non metterò mai in dubbio che Vargas Llosa possa manifestare liberamente le sue opinioni politiche o, come avrebbe detto il suo amico Octavio Paz, le sue vezzosità, che sono qualcosa che deve essere disgiunto dalle idee. Però l’aria pontificale con cui le emette come se fossero il prodotto di una minuziosa analisi e la complicità di chi le riceve e le riproduce sui mezzi egemonici, trasformano in verità irrefutabili un esercizio volgare di propaganda, per il quale il narratore si trasforma in un affabulatore. La recente intervista concessa ad un giornalista del quotidiano La Nacion di Buenos Aires lo scorso 25 marzo, in occasione della sua visita a questo paese per partecipare all’VIII Congresso Internazionale della Lingua Spagnola, che si celebrava a Cordoba, lo prova senza attenuanti. Prenderò solo due passaggi a titolo di esempio.

Nel primo si dice testualmente che “in questo momento l’umanità ha un privilegio che non ha mai avuto prima. Gli stati possono decidere se vogliono essere prosperi o poveri. E le ricette sono lì, provate. I paesi che hanno rafforzato la proprietà privata, l’impresa privata, il libero mercato e si sono aperti al mondo hanno progredito.”

Se questa sparata fosse certa bisognerebbe concludere, cosa che il peruviano non fa, che almeno i quattro quinti dell’umanità sono costituiti da profondi imbecilli, che al posto di vivere nella prosperità, preferiscono vivere nell’indigenza, senza case degne, senza educazione, salute pubblica, accesso all’acqua potabile e fognature. Siccome il nostro autore non ha formazione nelle scienze sociali non gli capita neanche di consultare alcune fonti insospettabili di essere contaminate con il virus populista o sinistrorso che tanto lo mantiene insonne.

Come Oxfam, per esempio, che, nel suo rapporto presentato al Vertice di Davos nel 2019 ha dimostrato che dal 2015 l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più ricchezza che il resto del pianeta; che le entrate del 10% più povero della popolazione mondiale sono aumentate meno di tre dollari all’anno tra il 1988 e il 2011, mentre quelle dell’ 1% più ricco sono incrementate 182 volte di più. E, ricordiamo, la maggioranza di questi paesi poveri si sono visti imporre dall’FMI o dalla Banca Mondiale o dai loro succedanei regionali, le politiche di libero mercato e privatizzatrici dell’imperialismo, che con tanto ardore pubblicizza Vargas Llosa.

Parlando specificamente dell’Argentina, il narratore ritorna ad affabulare quando sentenzia che “questo paese è stato il primo della regione a sradicare l’analfabetismo. Adesso nessuno lo ricorda però se l’è proposto e l’ha fatto. La domanda è com’è successo che l’Argentina ha smesso di essere un paese prospero. E la risposta è facile: ha scelto la strada della povertà.”
Due cose: la risposta non è semplice ma semplicistica, che non è la stessa cosa. Per di più è falsa in più di un significato. E’ stata Cuba, dopo la Rivoluzione, il primo paese a sradicare l’analfabetismo in America Latina. E secondo, perché, se avesse avuto la prudenza di consultare le fonti statistiche argentine si sarebbe accorto che questo Paese, a differenza dei suoi tanto ingiuriati Cuba e Venezuela, non ha sradicato l’analfabetismo.
Agli albori del peronismo, il censimento del 1947 registrava un 13,6% di analfabeti tra la popolazione maggiore di 10 anni.

Significa che dopo quasi settanta anni di politiche liberali, gestite dall’oligarchia di questo paese, quando, ipoteticamente, argentine e argentini hanno scelto la prosperità, il tasso di analfabetismo continuava ad essere considerevolmente elevato. Si è dovuto attendere fino al 1991 per farlo scendere fino al 3,7% e nel censimento del 2010, sotto il governo di Cristina Fernandez, il tasso è arrivato all’1,92%, che è quello che tecnicamente si considera il limite minimo per certificare la fine dell’analfabetismo in un paese.

Giudizio finale: bocciato in analisi politica per gravi errori metodologici.

Come disse Cesar Gaviria “Zapatero a tus zapatos”, Don Mario. Finiscila di dire menzogne affinché sembrino verità.

di Atilio Boron

da Cubadebate

traduzione di Marco Bertorello

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Il disastro della Exxon Valdez, 30 anni dopo

Cubadebate (italiano) - Gio, 28/03/2019 - 02:32

exxon-valdez-ballenaIl 24 marzo del 1989 la Exxon Valdez, una petroliera appartenente alla statunitense Exxon, si incagliò  nella baia Principe Guglielmo, in Alaska e disperse in mare 37.000 tonnellate di petrolio, secondo la International Tanker Owners Pollution Federation (ITOPF). La Exxon Valdez trasportava 1.260.000 barili di petrolio.

E’ stato forse il disastro ambientale di maggior risonanza nel 1989 per l’impatto che la macchia nera ha causato spargendosi nelle acque cristalline dell’Alaska, però, 30 anni dopo il disastro dell’Exxon Valdez è appena una statistica, e non il più grande, per le tonnellate di petrolio riversate fino ad allora e da quel momento in poi.

Una semplice disattenzione fece in modo che la nave colpisse uno scoglio e liberasse petrolio nella baia. Gli ostacoli per la pulizia dell’area furono maggiori dato che si trovava in una zona di difficile accesso e in condizioni climatiche estreme.

Dall’enorme nave naufragata nelle acque dell’Oceano Pacifico uscì una spessa marea nera di 250 chilometri quadrati, che si sparse su più di 2000 chilometri di costa, diventando così il maggior disastro ecologico della storia degli Stati Uniti.

Lo spargimento di petrolio ha messo in pericolo dieci milioni di uccelli migratori, nutrie, leoni di mare, focene, balene e pesci.

Migliaia di animali sono morti a causa dell’inquinamento prodotto, inclusi circa 250.000 uccelli marini e 2.800 nutrie marine. Si ricordano ancora le immagini delle balene morte.

Le attività di ripulitura, interrotte nel 1992, sono costate due miliardi di dollari e alcune aree al largo della costa più vicina all’incidente ancora oggi sono contaminate con petrolio sotto la superficie.

Il gigante petroliero Exxon è stato condannato a pagare 5 miliardi di dollari a 32.000 residenti e pescatori della regione, però a giugno del 2008 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abbassato l’ammontare della multa a 500 milioni di dollari.

Le popolazioni di aringhe e salmoni non si sono ricostituite interamente e la pesca di alcune specie ancora anni dopo continua ad essere soggetta a regolamenti stringenti.

Tre decenni più tardi, anche grazie al fatto che si è manifestata una tendenza decrescente nel numero di incidenti che coinvolgono imbarcazioni, rispetto all’aumento del petrolio e del gas movimentato, l’Exxon Valdez compare al posto 36 della lista delle maggiori perdite di petrolio registrate dalla ITOPF, che comprende gli incidenti registrati tra il 1967 e il 2018.

Qui di seguito i dieci maggiori sversamenti nel mondo in cui sono state coinvolte alcune petroliere:

Atlantic Empress Nel 1979 sono stati dispersi nel mar dei Caraibi 287.000 tonnellate di petrolio, dopo lo scontro tra le superpetroliere Atlantic Empress e Aegean Captain di fronte alle coste di Trinidad e Tobago.

ABT Summer Un’esplosione seguita da un incendio durato tre giorni di questa imbarcazione è stata la causa nel 1991 del secondo maggior sversamento della storia, con 260.000 tonnellate di petrolio sparse di fronte alla costa dell’Angola.

Castillo de Bellver La petroliera spagnola è naufragata nell’agosto del 1983, di fronte al capo di Buona Speranza, nella costa sud africana, riversando in mare 252.000 tonnellate di petrolio, che causarono una macchia di più di 40 chilometri quadrati.

Amoco Cadiz Questa petroliera battente bandiera liberiana si ribaltò nel 1978 sulle coste della Bretagna francese, originando la dispersione di 223.000 tonnellate di petrolio che hanno contaminato 360 chilometri quadrati di spiagge.

Haven Questa nave cipriota, che esplose nell’aprile del 1991 nelle acque della località genovese di Arenzano sparse in mare 144.000 tonnellate di idrocarburi e causò la morte dei cinque membri dell’equipaggio.

Odyssey Questa petroliera ha disseminato nel 1988 nelle coste della Nuova Scozia, Canada, 132.000 tonnellate di petrolio.

Torrey Canyon 119.000 tonnellate di petrolio sono entrate in mare nel 1967 per il naufragio di questa nave nelle isole Scilly (Regno Unito), e nel canale della Manica.

Sea Star Nel 1972 questa imbarcazione è affondata nel golfo di Omano e ha comportato 115.000 tonnellate di petrolio finite in mare.

Sanchi Questa nave, dalla quale si sparsero 113.000 tonnellate di condensato di petrolio è affondata nel gennaio del 2018 a 530 chilometri da Shanghai dopo un esplosione che la fece bruciare alla deriva per otto giorni dopo la collisione con il mercantile di Honkong CF Crystalì.

Irenes Serenade L’affondamento, dovuto a un’esplosione di questa imbarcazione greca ha causato nel 1980 unsversamento di 100.000 tonnellate di petrolio nella baia di Navarone, Grecia.

con informazioni da El Espectador e agenzie

traduzione di Marco Bertorello

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Una macchia di vergogna: 20 anni dall’inizio dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia

Cubadebate (italiano) - Mar, 26/03/2019 - 23:57
 Petar Kujundizic/Reuters

L’impianto chimico di Pancevo nella capitale jugoslava, Belgrado, dopo l’attacco aereo della Nato, il 18 aprile del 1999. Foto: Petar Kujundizic/Reuters

Il 24 marzo si sono compiuti 20 anni dall’inizio dei bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia, paese che si è disintegrato dopo una serie di conflitti etnici negli anni 90 e che nel 1999 era formato solo dagli attuali Serbia e Montenegro. Le forze dell’Alleanza sono intervenute nel conflitto relazionato all’indipendenza del Kosovo, senza l’approvazione dell’ONU.

Il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton ha annunciato l’inizio degli attacchi contro la Jugoslavia in un discorso, il 24 marzo 1999, giustificandolo come un “intervento umanitario” per impedire “la brutale repressione” delle forze jugoslave contro la maggioranza albanese nella provincia serba del Kosovo.

I bombardamenti hanno avuto luogo dal 24 marzo all’11 giugno 1999. Durante quei 78 giorni, la NATO ha lanciato un totale di 2.300 missili contro 990 obiettivi e 14.000 bombe sopra il territorio jugoslavo. Solo nella capitale, Belgrado, sono cadute 212 bombe. Furono anche lanciati “tra le 10 e le 15 tonnellate di uranio impoverito”, che hanno provocato un disastro ambientale e hanno quintuplicato i casi di malattie oncologiche.

Questi due mesi e mezzo di attacchi aerei incessanti sono costati la vita a più di 2000 civili, tra loro 88 bambini e hanno causato 6000 feriti.

 

“Barbari bombardamenti chiamati intervento umanitario”

Una “macchia vergognosa”. Così si è espresso il Ministro degli esteri russo qualificando l’attacco della NATO contro la Jugoslavia in una dichiarazione ufficiale per commemorare il 20º anniversario del suo inizio.

Il ministro degli esteri Russo, Serguei Lavrov: “I bombardamenti in Jugoslavia sono stati un’aggressione per dominare il mondo che non ha insegnato nulla agli Stati Uniti ed ai suoi alleati.”

Secondo la cancelleria russa l’Alleanza “non aveva motivi legittimi per compiere tali azioni, soprattutto non aveva il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. “Con questo atto di aggressione, i principi fondamentali del diritto internazionale, consacrati nella Carta delle Nazioni Unite, sono stati gravemente violati”, recita il comunicato.

La cancelleria russa ha anche ricordato che durante quei “barbari bombardamenti chiamati cinicamente e sfacciatamente “intervento umanitario”, sono morti 2000 civili. “Tra le vittime ci sono stati molti albanesi del Kosovo, del cui salvataggio si era incaricata la NATO” ha precisato.

“Il pesante carico di responsabilità per tali azioni e le loro conseguenze ricade interamente sulla leadership dell’Alleanza e dei suoi stati membri, che hanno partecipato all’aggressione contro la Jugoslavia. Questa macchia vergognosa rimarrà per sempre sulla reputazione della NATO”, conclude la dichiarazione.

 

“Non dimenticheremo mai”

 

Il presidente serbo Alksandar Vucic ha concesso un’intervista ad un canale televisivo russo, nella quale ha sostenuto che il suo popolo non dimenticherà mai gli orrori degli attacchi perpetrati dalla NATO.

“Si, siamo pronti a perdonare, però non dimenticheremo mai! Oggi non possiamo fare conto sul risarcimento per le nostre perdite, né con la punizione di chi ha partecipato a questo orribile crimine. Però penso che sia molto più importante che tutto ciò non possa succedere mai più”, ha sottolineato il presidente serbo.

A questo proposito ha aggiunto di aver espresso molto chiaramente al segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, che Belgrado non entrerà mai nella NATO. “La Serbia è qualcosa che non si può spezzare o distruggere. Siamo instancabili nella nostra intenzione di preservare la nostra indipendenza e la nostra libertà. E la Serbia non farà parte della NATO” ha assicurato Vucic.

L’anche ministro della Difesa del paese balcanico, Aleksandar Vulin ha assicurato che la Serbia non sarà parte della NATO, a costo di essere l’unica nazione europea a non esserne membro.

“La Serbia ha scelto di rimanere neutrale in quanto alle sue alleanze militari. Non ci uniremo alla NATO, neanche se dovessimo rimanere l’ultimo paese dell’Europa che rimane fuori dal gruppo”, ha confermato Vulin. “Abbiamo preso questa decisione non solo perché siamo stati bombardati, ma, prima di tutto perché non faremo mai ad altre nazioni quello che hanno fatto a noi”.

 

(preso da RT)

 

traduzione di Marco Bertorello

 

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I soliti sciacalli attaccano la sovranità del Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mar, 26/03/2019 - 01:45

GuaidoIeneNel giorno in cui in Argentina si ‘celebra’ l’anniversario di una di quelle dittature che piacciono tanto agli USA e quindi anche a ‘Le Iene’, e in cui cade il ventesimo anniversario del criminale bombardamento di Belgrado da parte delle forze NATO con il sostegno del governo italiano dell’epoca – di centrosinistra guidato da Massimo D’Alema – da una trasmissione che si autodefinisce irriverente, libera e non prona ad alcun potere come ‘Le Iene’, ci saremmo aspettati quantomeno un servizio su un evento tanto grave. Che tra l’altro smonta anche la favoletta ripetuta a reti unificate senza soluzione di continuità sui settant’anni di pace garantiti dall’Europa Unita. Un vero e proprio evergreen ripetuto a ogni piè sospinto dai fanatici sostenitori dell’Unione Europea.

Invece, in questo stesso giorno, ‘Le Iene’ decidono di vestire di nuovo l’abito da sciacalli che gli è più consono per tornare ad attaccare la sovranità del Venezuela. A suon di fake news. Come è nel loro stile, evidentemente, visto che l’ultimo servizio che la trasmissione di Italia1 ha dedicato al Venezuela era pieno zeppo di bufale, o fake news per usare il termine maggiormente in voga in questi tempi.

Questa volta il noto ‘Premio Pultizer’ Gaston Zama, già autore di memorabili servizi sui terrapiattisti e la bufala conosciuta come Blue Whale – per la cui diffusione ‘Le Iene’ furono costrette a scusarsi – intervista l’autoproclamato presidente ad interim del Venezuela, Juan Guaidó.

Per dimostrare che la loro attitudine alle fake news non è per nulla cambiata, Le Iene, ne inseriscono una bella grossa già nel titolo. Il deputato venezuelano viene infatti presentato come presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Come ben sappiamo Guaidó si è autoproclamato presidente ed in realtà è solo un golpista. Così sarebbe etichettato in tutti gli Stati satelliti degli USA che hanno proceduto al suo riconoscimento. Ed ormai è stato declassato a semplice ingegnere finanche dall’agenzia Reuters. Resta presidente solo per qualche criminale di guerra che risiede in quel di Washington come Bolton o Adams.

reuters

Circa 60 sono i paesi che hanno riconosciuto il golpista Guaidó come viene sottolineato sul sito de Le Iene. Peccato che i nostri sciacalli occultino il fatto che la stragrande maggioranza della comunità internazionale riconosca Nicolas Maduro come unico e legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Per la comunità internazionale la credibilità del golpista Juan Guaidó in qualità di presidente del Venezuela è pari a quella di un terrapiattista per la comunità scientifica. Forse proprio per questo il giornalista (?) de ‘Le Iene’ ha deciso di intervistarlo.

da L’AntiDiplomatico

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Arreaza: per il bene dell’umanità Donald Trump deve andare via

Cubadebate (italiano) - Sab, 23/03/2019 - 02:00
Jorge Arreaza

Jorge Arreaza

Il cancelliere del Venezuela, Jorge Arreaza, ha risposto alle dichiarazioni del vicepresidente degli USA, Mike Pence, contro le autorità del paese caraibico dicendo che per il bene dell’umanità è il mandatario Donald Trump ed il suo Governo che devono andare via.

È urgente! Per il futuro di tutta l’umanità, Donald Trump, Mike Pence e compagnia devono andare via, ha scritto il cancelliere in Twitter. Pence ha affermato che per il bene del Venezuela, il capo di Stato, Nicolas Maduro, doveva uscire dal potere.

Pence ha reiterato la minaccia di Trump che ha detto questa settimana che potrebbe applicare sanzioni ancora molto più dure ed ha fatto un appello alla comunità internazionale affinché si unisca agli Stati Uniti e tolga il suo appoggio al mandatario Nicolas Maduro.

Dall’inizio del 2019, il Dipartimento del Tesoro ha applicato 6 sanzioni al Governo venezuelano; due di queste dirette all’industria petrolifera, che rappresenta il 99% delle entrate di questo paese.

 

 

da Sputnik

traduzione di Ida Garberi

Arreaza

 

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Polemica sul voto nullo in Ecuador. Di cosa si tratta?

Cubadebate (italiano) - Ven, 22/03/2019 - 22:13

CNE-EcuadorLa Costituzione in vigore dal 2008, all’articolo 117, dice che “è vietato realizzare riforme legali in materia elettorale nell’anno precedente allo svolgimento delle elezioni”.

A due giorni dalla data prevista per le elezioni amministrative e locali in Ecuador, il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) ha esaminato un progetto di riforma del processo di conteggio dei voti nulli nell’elezione delle componenti e dei componenti del Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale (Cpccs). Questo mercoledì i membri del CNE non hanno approvato il cambiamento, però sì una mozione affinché questo venga esaminato dall’istanza superiore, nel Tribunale del Contenzioso Elettorale.

Durante la sessione sono stati ascoltati gli argomenti dei consiglieri ed è stato messo in votazione il progetto di cambiamento, che non è stato approvato per due voti contrari, un’astensione e due voti favorevoli. Verdesoto ha proposto la mozione per l’invio della proposta al Tribunale del Contenzioso Elettorale, che potrebbe ribaltare la decisione entro il 24 marzo.

“Nel frattempo le regole del gioco continuano ad essere le stesse per le elezioni di questa domenica” ha sostenuto Dioana Atamaint, Presidente del CNE.

Questa sessione è stata necessaria dopo che un mezzo d’informazione locale ha riportato martedì che l’organo statale aveva già definito che ogni scheda annullata avrebbe avuto il valore di tre voti nulli anziché uno, proposta presentata dal Consigliere Luis Verdesoto. In caso di vittoria dei voti nulli la normativa comporta una nuova elezione e i candidati non potranno ripresentarsi.

Senza dubbio e indipendentemente dalla data di approvazione, questo cambiamento comporterebbe un atto incostituzionale da parte del CNE. La Costituzione ecuadoriana vigente dal 2008 prevede all’articolo 117 che  è vietato realizzare riforme legali in materia elettorale durante l’anno precedente lo svolgimento delle elezioni, qualunque sia la natura della riforma.

Per questa ragione, l’annuncio ha provocato le critiche di molti legislatori, degli utenti delle reti sociali e anche dell’ex presidente Rafael Correa, con l’hashtag #CNEesFraude, che è diventato la seconda tendenza di Twitter, subito dopo a #PorelNulo, promosso da vari settori politici dell’Ecuador.

Questo attacco si è rafforzato negli ultimi giorni, con l’obiettivo di porre in dubbio la legittimità dell’organismo e di conseguenza fare pressione per ottenere una consultazione popolare che riformi o cancelli l’istituzione. Una proposta che le fazioni della destra ecuadoriana desiderano realizzare e alla quale ha dato il suo appoggio l’attuale presidente del Cpccs-Provvisorio, Julio Cesar Trujillo.

Il Cpccs-provvisorio è stato approvato nella consultazione popolare del 4 febbraio 2018, ed è stata l’Assemblea Nazionale dell’Ecuador (Parlamento) che ha designato i sette membri principali, la cui azione durante quest’anno è stata quella di destituire tutti i funzionari pubblici considerati sostenitori dell’ex presidente Correa.

“Si sono fatti le regole e adesso, siccome non sono di loro convenienza, le cambiano. Questo è un comportamento farsesco. E’ ancora peggio, perché  a considerare ogni voto nullo come tre si creano elettori di prima categoria e di seconda categoria, calpestando i diritti cittadini, perché chi voterà nullo conterà per tre”. Così ha commentato Kinnto Lucas, ex vice ministro degli esteri ecuadoriano ed analista politico.

Il capo della missione degli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Kevin Casas, ha chiesto mercoledì 20 che si decida il più in fretta possibile come conteggiare i voti nulli per l’elezione dei componenti del Consiglio di Partecipazione.

testo e foto TeleSur

traduzione di Marco Bertorello

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Cuba-USA: riduzione validità visto B2

Cubadebate (italiano) - Gio, 21/03/2019 - 02:07

xam-caricaturas-bloqueo-cubGli Stati Uniti ridurranno la validità del visto B2 per i cittadini cubani a tre mesi e con il diritto a una sola entrata a partire dal 18 marzo 2019, secondo un comunicato stampa pubblicato sul sito ufficiale della sua Ambasciata a La Habana.

La categoria dei visti B2 è quella che si richiede per turismo, visite familiari, cure mediche e viaggi simili, sempre con status di non migrante. Fino ad ora, parte dei cittadini cubani che hanno presentato domanda per questo permesso hanno ricevuto un visto per ingressi multipli con 60 mesi di validità. Questa variante è utilizzata principalmente da persone che hanno forti legami con gli Stati Uniti ma non vogliono migrare formalmente.

La nota chiarisce che per coloro che possiedono un visto B2 la validità dura fino alla data di scadenza.
L’ambasciata degli Stati Uniti afferma che la riduzione è dovuta a una “reciprocità” con il trattamento che Cuba concede agli americani e aggiunge che questo processo si sta portando avanti in tutto il mondo.

“Cuba concede ai turisti statunitensi visti di ingresso per una sola entrata per un soggiorno di due mesi, prorogabili per altri 30 giorni per un totale di tre mesi”, afferma il comunicato stampa americano. La menzione di “turisti americani” inclusa nella nota ufficiale dell’Ambasciata ignora le attuali leggi del proprio paese che impediscono ai nordamericani di fare turismo a Cuba.

I permessi concessi da Cuba agli statunitensi devono rientrare in una delle circa 12 categorie approvate per i viaggi a Cuba, come scambi popolo a popolo e per motivi religiosi e culturali. La nuova misura si aggiunge alla macchinosa procedura di rilascio dei visti che deve essere effettuato eccezionalmente dai cittadini cubani a causa delle misure unilaterali applicate dal Dipartimento di Stato a metà 2017, che ha praticamente paralizzato i servizi consolari di La Habana.

La ragione addotta da Washington per tagliare drasticamente il personale dell’Ambasciata era legata ai presunti “attacchi acustici” contro i diplomatici statunitensi a Cuba, per i quali non ci sono evidenze o prove scientifiche dopo più di due anni di indagini.

Dal 1  aprile dell’anno scorso, gli Stati Uniti trattano i visti di immigrazione per i cubani attraverso la sua Ambasciata a Georgetown, in Guyana, mentre i visti non migratori possono essere richiesti presso qualsiasi consolato che non sia quello di La Habana.

L’Ambasciata cubana a Washington, da parte sua, lavora con personale ridotto ma svolge tutte le sue funzioni e rimane vitale. Cuba e gli Stati Uniti hanno firmato il 12 gennaio 2017 un accordo migratorio in cui le parti si impegnano a lavorare per un flusso di immigrazione legale, ordinato e sicuro.

di Sergio Alejandro Gómez, da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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Governo venezuelano denuncia occupazione forzosa delle sue sedi diplomatiche negli USA

Cubadebate (italiano) - Mar, 19/03/2019 - 19:37

occupazionesedediplomaticheIl Governo del Venezuela ha denunciato questo lunedì l’occupazione forzosa ed illegale delle sue sedi diplomatiche ubicate negli Stati Uniti, in franca violazione di quanto stabilito nell’Accordo di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche.

In un comunicato pubblicato nell’account di Twitter del cancelliere Jorge Arreaza, si afferma che questa azione conta con l’appoggio delle autorità statunitensi ed ha interessi politici.

“Tollerare o promuovere qualunque minaccia o intimidazione contro gli agenti diplomatici venezuelani da parte di cittadini che risiedono negli USA, costituisce una grave violazione degli obblighi internazionali del governo statunitense”, ha riferito.

Inoltre, hanno reiterato che le sedi diplomatiche devono essere utilizzate dagli agenti diplomatici ufficiali che siano stati designati e rappresentino il governo democratico del presidente Nicolas Maduro.

Al rispetto, esigono alle autorità degli USA “che compiano i loro obblighi di diritto e prendano le misure necessarie affinché in maniera immediata si concluda questa occupazione forzosa.”

In caso che il Governo degli USA continui con l’inadempimento dei suoi obblighi internazionali, hanno avvisato che Venezuela “si riserva le decisioni ed azioni legali e reciproche corrispondenti” nel suo territorio.

Da parte sua, il funzionario designato dagli USA per il deputato oppositore auto-nominato Juan Guaidò, Carlos Vecchio, ha informato che sono state tre le sedi diplomatiche occupate, due a Washington ed un consolato a New York.  Carlos Vecchio è il coordinatore nazionale del partito Voluntad Popular; il 27 gennaio 2019 è stato designato dall’auto-proclamato presidente Guaidò come incaricato di affari dell’ambasciata venezuelana negli USA ed è stato riconosciuto da Mike Pompeo.

da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

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