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Trump e la farsa degli Accordi

Altrenotizie.org - Mar, 15/09/2020 - 20:29

Con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele da una parte ed Emirati Arabi Uniti e Bahrein dall’altra, ratificata martedì alla Casa Bianca, è stata di fatto liquidata – e con un gesto di aperto tradimento – la questione palestinese come elemento centrale dell’approccio dei paesi arabi allo stato ebraico. Lo “storico” accordo è il frutto degli sforzi dell’amministrazione del presidente americano Trump, che spera di raccoglierne i frutti nelle elezioni di novembre, ma risponde anche ai calcoli dei regimi coinvolti. Che la clamorosa svolta possa portare i risultati sperati per questi ultimi, rimane tuttavia in forte dubbio.

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Trump si vanta di ricevere un presunto premio dei mercenari cubani sconfitti a Playa Giron

Cubadebate (italiano) - Lun, 14/09/2020 - 21:25
Fidel Castro, Playa Larga, 17 aprile 1961

Fidel Castro, Playa Larga, 17 aprile 1961

“Come un premio alla sconfitta” ha qualificato il cancelliere di Cuba, Bruno Rodriguez, l’onorificenza Baia dei Porci che si suppone sarebbe stata concessa al presidente statunitense, Donald Trump.  

“Qualunque onorificenza in #EEUU sulla Baia dei Porci è un premio alla sconfitta. Chi onora così il presidente, lo marca come un fallito”, ha sottolineato Rodriguez nel suo account di Twitter, in allusione all’orgoglio di Trump per questo premio, che rappresenta la fallita invasione mercenaria sull’isola in aprile del 1961.

“Il macchinario politico anti-cubano del sud della Florida è corrotto e disonesto, consiglia malamente il presidente dirigendolo verso una rotta isolata e reietta”, ha aggiunto il capo della diplomazia dell’isola ribelle.

Conosciuta come la prima grande sconfitta dell’imperialismo in America Latina, l’invasione di Playa Giron (Baia dei Porci) è stata preceduta da bombardamenti simultanei a tre basi aeree militari cubane, il 15 aprile 1961.

Il presidente si è vantato questa domenica di avere ricevuto il premio dei mercenari cubani e l’usò per attaccare il suo rivale democratico nell’importante stato decisivo della Florida.

Tuttavia, vari mezzi di stampa hanno reso noto che il premio menzionato da Trump in realtà non esiste.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Foto: Prensa Latina/ Sitio Fidel Soldado de las Ideas

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Gli spioni di Amazon

Altrenotizie.org - Lun, 14/09/2020 - 19:55

Una nuova conferma del carattere orwelliano della compagnia fondata da Jeff Bezos si è avuta nei giorni scorsi con l’ingresso nel consiglio di amministrazione di Amazon dell’ex numero uno della famigerata Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), Keith Alexander. La scelta dell’ex generale risponde ad alcune esigenze ben precise dell’evoluzione di Amazon, non da ultima quella della sorveglianza e del controllo quasi totale della propria forza lavoro.

Alexander è stato per quasi cinque anni – dall’agosto 2005 al maggio 2010 – il principale responsabile dei programmi di raccolta indiscriminata di informazioni sulle comunicazioni elettroniche degli utenti di praticamente tutto il mondo. Le operazioni da regime totalitario della NSA furono rivelate al mondo da Edward Snowden nel 2013 e, in un riconoscimento tardivo quanto sterile, proprio settimana scorsa la parte relativa al monitoraggio massivo dei cittadini americani è stata dichiarata illegale e anticostituzionale da un tribunale federale.

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Trump prolunga per un altro anno la Legge di Commercio col Nemico che sostenta il bloqueo contro Cuba

Cubadebate (italiano) - Gio, 10/09/2020 - 22:38

trump-bloqueo-cuba-usa-580x321Il presidente degli USA, Donald Trump, ha rinnovato questo mercoledì per un anno in più la chiamata Legge di Commercio col Nemico, un statuto del 1917 che sostenta il bloqueo economico imposto contro Cuba.  

“Ho deciso che è di interesse nazionale degli USA estendere queste misure contro Cuba per un altro anno”, afferma il comunicato. Inoltre, il mandatario ha ampliato i suoi poteri per concedersi libertà di azione in quanto al compimento di questo sequestro e rispetto all’emissione di permessi per transazioni individuali.

Trump doveva decidere prima del 14 settembre, se prolungava le restrizioni contro Cuba sotto la chiamata Legge di Commercio col Nemico, un statuto del 1917, a cui ricorse l’allora presidente John Kennedy nel 1962 per imporre il bloqueo contro L’Avana e che da allora hanno rinnovato, anno dopo anno, i dieci presidenti seguenti.

Tuttavia, l’insieme di leggi che sostengono il bloqueo unilaterale contro la maggiore delle Antille è codificato dal Congresso.

Secondo la cancelleria cubana, a prezzi correnti, i danni accumulati dall’isola durante quasi sei decadi di applicazione di questa politica superano i 139 mila milioni di dollari.

da Cubadebate

 

traduzione di Ida Garberi

 

 

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Trump e il complotto del virus

Altrenotizie.org - Gio, 10/09/2020 - 21:51

Le ultime rivelazioni sulla duplicità del presidente americano Trump nella gestione dell’emergenza Coronavirus hanno aperto un nuovo fronte di attacco per i democratici a meno di otto settimane dalle elezioni. Il comportamento indiscutibilmente criminale dell’inquilino della Casa Bianca non è però una sorpresa, così che le indiscrezioni che questa settimana hanno anticipato l’uscita dell’ultimo libro del noto giornalista, Bob Woodward, sembrano essere una testimonianza d’accusa più per quest’ultimo e i suoi contatti nel governo e nei media che per lo stesso presidente.

Woodward, noto in tutto il mondo per avere rivelato lo scandalo Watergate che nel 1974 costrinse alle dimissioni Richard Nixon, ha consegnato mercoledì alla stampa USA alcune registrazioni delle 18 interviste concessegli da Trump per il suo ultimo lavoro (“Rage”), in uscita la prossima settimana.

Le frasi più incriminanti per il presidente riguardano appunto le fasi iniziali dell’epidemia. Il 7 febbraio, ad esempio, Trump confidava all’anziano giornalista di avere appena discusso del virus col presidente cinese, Xi Jinping, dal quale aveva avuto conferma del fatto che il COVID-19 poteva avere un impatto “mortale”, molto peggio della “influenza più aggressiva” e con una possibile percentuale di mortalità del “5%”. Trump spiegava anche come il virus avesse un alto livello di contagiosità, “per via aerea”, mettendo in luce un approccio “scientifico” molto diverso da quello tenuto a livello pubblico.

Ancora prima, sul finire di gennaio, Trump era stato anche avvisato dal suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, Robert O’Brien, del fatto che l’epidemia sarebbe stata “la più grave minaccia alla sicurezza nazionale della sua presidenza”. Agli americani, però, Trump continuava ad assicurare che la malattia esplosa in Cina e in arrivo anche negli USA non costituiva una minaccia maggiore di un comune raffreddore e che, con ogni probabilità, sarebbe svanita di lì a poco nel nulla senza particolari conseguenze.

Il negazionismo ostentato da Trump, nonostante le informazioni che la sua amministrazione aveva a disposizione, ha provocato una perdita di tempo di settimane che avrebbero potuto risultare determinanti nel frenare il contagio e salvare migliaia di vite. Per spiegare il suo comportamento, nell’intervista a Woodward del 19 marzo seguente, Trump ammetteva di avere minimizzato la pericolosità del virus e che lo avrebbe fatto ancora, in quanto non voleva “creare il panico” negli Stati Uniti.

L’unico panico che Trump intendeva evitare era in realtà quello che poteva scatenarsi a Wall Street. Dall’inizio del suo mandato, il riferimento praticamente esclusivo delle prestazioni dell’amministrazione repubblicana è rappresentato dagli indici di borsa. In fretta e furia, infatti, ancora a marzo la Casa Bianca e il Congresso prepararono un mega-pacchetto di sostegno all’economia da seimila miliardi di dollari, in gran parte destinato al mondo degli affari.

Per il resto, pur essendo perfettamente consapevole dei rischi, Trump si mise alla guida di una campagna inizialmente per tenere aperti tutti i settori dell’economia e, dopo un periodo di lockdown ottenuto solo a seguito delle proteste che si erano diffuse nel paese, per far tornare i lavoratori nelle fabbriche. Il ritorno forzato al lavoro e l’allentamento delle misure restrittive avrebbero poi determinato una nuova vertiginosa impennata di contagi e decessi.

Le rivelazioni di Woodward sono dunque una prova del fatto che Trump ha mentito deliberatamente sul Coronavirus e, così facendo, ha favorito l’esplodere del contagio in tutti gli Stati Uniti. Per contro, la testimonianza del veterano giornalista del Washington Post apre un ventaglio di responsabilità che non si fermano alla Casa Bianca.

Lo stesso Woodward ha preferito tacere sulla realtà che era emersa durante le sue interviste al presidente, probabilmente per non “bruciare” un’esclusiva che avrebbe potuto monetizzare rivelandola pubblicamente alla vigilia dell’uscita del suo libro, cioè questa settimana. Il suo silenzio lo rende evidentemente e in qualche modo complice del presidente e, infatti, sulla stampa americana è in corso un’accesa discussione attorno al fatto che il giornalista fosse tenuto o meno a rivelare agli americani la condotta di Trump e i rischi del virus.

C’è tuttavia dell’altro in questa vicenda. Woodward è un “insider” che può vantare agganci nell’apparato di potere USA come pochi altri nel mondo dei media ed è perciò probabile che non abbia deciso e agito da solo nella gestione del materiale esplosivo raccolto alla Casa Bianca. In altri termini, le informazioni che Woodward aveva in mano a febbraio e a marzo grazie alle dichiarazioni di Trump venivano sostanzialmente dall’intelligence americana e quindi, per definizione, erano a disposizione anche del Congresso e della stampa ufficiale.

Per quanto riguarda i politici, compresi quelli del Partito Democratico, è noto che ad almeno una parte di essi vengono consegnate regolarmente informazioni sensibili da parte dei servizi segreti. Una questione così importante come il probabile impatto di una pandemia doveva senza dubbio far parte precocemente dei briefing dell’intelligence ai leader del Congresso. A conferma di ciò c’è anche il fatto che alcuni deputati e senatori, anche democratici, già a fine gennaio decisero di vendere parecchie azioni dei loro portafogli in previsione di un possibile crollo dei mercati.

In merito alla stampa, è risaputo che giornali come New York Times e Washington Post ricevono puntualmente imbeccate dall’intelligence USA per pubblicare “esclusive” che servono a influenzare l’opinione pubblica o a colpire un determinato bersaglio politico. Visto anche che Bob Woodward era a conoscenza delle informazioni sul COVID-19, è di conseguenza probabile che almeno qualcuno all’interno dei media più importanti fosse a conoscenza della realtà.

La decisione di far passare la versione negazionista di Trump non è quindi solo da attribuire alla Casa Bianca, ma fu probabilmente una scelta collettiva della classe dirigente americana, d’altronde in sostanza concorde nel cercare di limitare l’impatto del virus sui grandi interessi economici e finanziari, anche se a costo di milioni di contagi e centinaia di migliaia di morti.

Il fatto che le rivelazioni su Trump ottenute da Woodward siano uscite solo ora dipende da due fattori. Il primo, già ricordato, è di natura editoriale, cioè l’imminente pubblicazione del libro del giornalista. Il secondo è tutto politico e, nelle intenzioni di quegli stessi ambienti che hanno taciuto sei mesi fa, la nuova offensiva contro la Casa Bianca serve a inasprire la battaglia elettorale in un momento in cui la candidatura di Joe Biden sembra vicina a esaurire la propria spinta, facendo intravedere lo spettro di un secondo mandato di Donald Trump.

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USA, il prezzo della guerra

Altrenotizie.org - Mer, 09/09/2020 - 20:04

Sul fatto che gli Stati Uniti e la loro politica estera rappresentino la forza più distruttiva del pianeta negli ultimi due decenni ci sono pochissimi dubbi. I numeri della devastazione esportata in decine di paesi sono tuttavia rimasti finora in larga misura sconosciuti o indefiniti, giocando sostanzialmente a favore dei difensori dell’imperialismo americano. Una scrupolosa ricerca condotta da un progetto di una università USA ha ora invece delineato in termini concreti lo sconvolgente bilancio – sia pure provvisorio e sottostimato – delle campagne belliche intraprese da Washington dopo l’11 settembre 2001. I risultati confermano come la promozione degli interessi a stelle a strisce abbia prodotto un livello di distruzione quasi senza precedenti nell’ultimo secolo.

Lo studio è firmato dalla Brown University e si concentra soprattutto sugli otto conflitti più violenti scatenati o a cui hanno partecipato gli Stati Uniti dal 2001: Afghanistan, Filippine, Iraq, Libia, Pakistan, Siria, Somalia e Yemen. Il dato indagato più a fondo dai ricercatori è quello del numero di profughi e richiedenti asilo che hanno creato queste guerre, la cui responsabilità è interamente o in grandissima parte da attribuire ai governi americani. Il totale stimato è di 8 milioni di persone costrette a fuggire all’estero e addirittura di 29 milioni di profughi interni.

Questo numero (37 milioni), già di per sé sconcertante, è come anticipato in precedenza da considerarsi di natura conservativa. Gli stessi autori della ricerca spiegano infatti che l’accuratezza dei calcoli su vittime e profughi nelle zone di guerra è tradizionalmente inadeguata. I numeri potrebbero perciò essere superiori anche di 1,5 o due volte quelli proposti.

Inoltre, lo studio considera, per quanto riguarda la Siria, il periodo successivo all’intervento diretto degli Stati Uniti nel 2014, ufficialmente per combattere lo Stato Islamico (ISIS). Se si includono al contrario anche gli anni dal 2011, cioè dall’inizio di un conflitto alimentato in primo luogo proprio da Washington tramite l’appoggio a gruppi armati islamici fondamentalisti, il totale dei rifugiati per tutte e otto le guerre dal 2001 a oggi potrebbe risultare in una cifra che va dai 48 ai 59 milioni.

Questo numero è paragonabile a quello relativo alla Seconda Guerra Mondiale, quando le persone costrette a lasciare i luoghi in cui vivevano sono valutate dagli storici tra i 30 e i 64 milioni. Comunque si considerino i dati, le guerre che nel nuovo secolo portano il marchio americano hanno già di gran lunga provocato maggiori sofferenze e danni materiali di alcuni dei conflitti più sanguinosi del 20esimo secolo, a molti dei quali gli USA presero parte. Nella Prima Guerra Mondiale, ad esempio, i profughi furono circa 10 milioni, nella guerra che segnò la separazione tra India e Pakistan 14 milioni, in Vietnam 13 milioni.

Per mettere in prospettiva questi numeri, la stima più prudente sui rifugiati – 37 milioni – corrisponde grosso modo all’intera popolazione del Canada. Le guerre USA sono poi responsabili del raddoppiamento del numero dei rifugiati avvenuto su scala globale tra il 2010 e il 2019 (da 41 a 79,5 milioni). Singolarmente, nessun dipartimento o agenzia governativa americana ha tenuto il conto dei danni provocati in questo ambito. I ricercatori hanno perciò dovuto appoggiarsi alle informazioni messe a disposizione da organizzazioni internazionali, come l’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR).

Quelle che dunque per la retorica di Washington sono state iniziative belliche necessarie alla promozione della democrazia, alla difesa della “sicurezza nazionale” o alla sconfitta del cancro del terrorismo, per le popolazioni coinvolte hanno significato “bombardamenti aerei, fuoco di artiglieria, irruzioni armate nelle proprie abitazioni, incursioni con droni, battaglie armate, stupri”. Ma anche “distruzione di case, interi quartieri, ospedali, scuole, posti di lavoro, fonti di cibo e acqua”, nonché fuga da “minacce di morte e pulizia etnica su larga scala”. Questi sono, in sostanza e in aggiunta a un numero altrettanto vertiginoso di morti, gli effetti delle operazioni belliche attuate dagli Stati Uniti per la difesa degli interessi strategici ed economici planetari della loro classe dirigente.

A questo bilancio va aggiunto anche quello derivante dalle attività di governi, eserciti, organizzazioni armate e milizie varie – da al-Qaeda ai Talebani fino all’ISIS – dei paesi coinvolti nei conflitti che, tuttavia, sono da considerare una conseguenza delle iniziative americane. Gli autori dello studio avvertono inoltre che gli stessi effetti sono stati causati in misura quantitativamente minore anche in un’altra ventina di paesi, dove gli Stati Uniti hanno operato e continuano a operare con militari sul campo, droni, programmi di addestramento, sorveglianza e vendita di armi, tra cui Kenya, Mali, Niger, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Tunisia e Uganda.

Gli effetti provocati dallo sradicamento forzato non sono soltanto di ordine psicologico ed economico sulle singole persone le cui vite si sono incrociate tragicamente con le mire dell’imperialismo USA. I danni sono evidentemente anche culturali, sociali e politici per i paesi e le comunità che hanno perso milioni di membri e per quelle che ospitano i profughi, spesso privi dei mezzi necessari ad assisterli e a evitare perciò l’esplodere di ulteriori tensioni e conflitti.

I paesi che hanno dovuto pagare il conto più salato in termini di profughi sono l’Iraq (9,2 milioni) e la Siria (7,1 milioni solo a partire dal 2014). Questi numeri corrispondono per entrambi a circa il 37% della loro popolazione. In termini percentuali è però la Somalia ad avere il bilancio più grave per quanto riguarda i rifugiati (46%). Per il paese del Corno d’Africa i dati si riferiscono al periodo che inizia nel 2002, quando gli USA hanno inaugurato l’appoggio militare al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite in opposizione alla cosiddetta Unione delle Corti Islamiche. Dal 2006, poi, Washington ha intensificato gli sforzi in quest’area strategicamente cruciale del continente africano con la giustificazione di combattere i fondamentalisti di al-Shabaab.

Gli altri cinque conflitti più rovinosi del 21esimo secolo innescati dall’intervento americano o a cui gli Stati Uniti hanno partecipato hanno invece causato un numero di profughi nella misura seguente: 5,3 milioni in Afghanistan (26% della popolazione), 3,7 milioni in Pakistan (3%), 1,7 milioni nelle Filippine (2%), 4,4 milioni nello Yemen (24%), 1,2 milioni in Libia (19%). Di questo esercito di disperati, quasi due milioni hanno cercato rifugio in Europa e negli stessi Stati Uniti. Per quanti in Occidente continuano a interrogarsi sulle ragioni degli “sbarchi” senza riflettere sulle responsabilità dei loro governi, quasi sempre impegnati a fianco di Washington in queste guerre, la ricerca dell’università americana potrà forse offrire qualche spunto interessante.

Una parte importante dello studio, anche se meno documentata, riguarda le vittime delle avventure belliche a stelle e strisce. In questo caso, i numeri sono probabilmente ancora più imprecisi di quelli dei rifugiati. Ad ogni modo, anche così i dati sono altrettanto scioccanti. Le guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan e Yemen contano da sole fino a 786 mila morti a causa delle operazioni militari. Se si includono i decessi per i fattori derivanti dalla guerra, come malattie o malnutrizione, si superano facilmente i 4 milioni. Per gli stessi autori, stime credibili potrebbero aggirarsi in realtà sui 12 milioni di morti.

Pesantissimo è anche il bilancio per militari e “contractors” americani. In questo caso i morti potrebbero essere circa 15 mila, per non parlare del numero di veterani tornati in patria con mutilazioni o danni psicologici permanenti. I dati del governo USA risalenti al 2018 parlano di 1,7 milioni di soldati in congedo con una qualche disabilità causata dall’aver servito in uno dei tanti teatri di guerra del 21esimo secolo.

Il panorama che esce dalla ricerca della Brown University è quello causato da una potenza che da almeno due decenni sta provocando morte e distruzione in tutto il mondo in sostanza per rimediare militarmente al declino della propria posizione internazionale, minacciata dall’ascesa di altri paesi. Le campagne di questi anni sono un affare bipartisan a Washington che si manifesta, tra l’altro, in un appoggio senza esitazioni di tutta la classe politica a una macchina da guerra, così come ai colossi privati della produzione di armamenti, che si nutre di un bilancio che sfiora ormai gli 800 miliardi di dollari l’anno.

Complessivamente, ma anche in questo caso si tratta solo di una stima, il costo materiale di tutta la “guerra al terrore” condotta dall’autunno del 2001 ammonta alla cifra quasi inconcepibile di 6.400 miliardi di dollari. Per quanto il bilancio economico, di vittime e di distruzione appaia colossale, è tutt’altro che da escludere un’ulteriore escalation nel prossimo futuro.

Gli obiettivi strategici e militari americani da un paio d’anno non sono infatti più focalizzati sulla minaccia del “terrorismo”, bensì sulla “competizione tra grandi potenze”. In altre parole, le guerre combattute in questi anni contro organizzazioni con un potenziale relativamente limitato come al-Qaeda e ISIS lasceranno il posto o si affiancheranno a conflitti di più ampia portata con paesi dotati di eserciti formidabili e armi nucleari. Le conseguenze che ne deriveranno per popolazioni, economie e infrastrutture sono facilmente immaginabili.

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Bielorussia tra rivolta e complotto

Altrenotizie.org - Mar, 08/09/2020 - 20:04

Con le proteste contro il presidente Lukashenko che non accennano a fermarsi, in questo inizio di settimana ha tenuto banco in Bielorussia la misteriosa sparizione e le ricostruzioni conflittuali della sorte dell’ultima leader dell’opposizione – o presunta tale – rimasta in patria, Maria Kolesnikova. Se la tenuta del regime di Minsk continua a non essere messa in serio dubbio dalla maggioranza degli osservatori, nondimeno l’Occidente e i paesi dell’Europa orientale alleati di Washington e Bruxelles continuano a soffiare sul fuoco del malcontento, con l’obiettivo non tanto di appoggiare le aspirazioni democratiche della popolazione bielorussa, quanto di aggiungere un altro tassello alla strategia di accerchiamento della Russia di Putin.

Per quanto riguarda la Kolesnikova, il panico si era scatenato lunedì in Occidente dopo la diffusione della notizia del suo rapimento in centro a Minsk da parte di uomini mascherati che l’avrebbero spinta in un van di colore scuro. Assieme a lei c’erano altri due attivisti dell’opposizione, Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov. Fonti della polizia bielorussa, citate dall’agenzia di stampa russa Interfax, avevano invece assicurato che nessuno dei tre era in stato di fermo.

Per alcune ore, l’enigma circa lo status di questi ultimi è stato al centro dell’interesse della stampa internazionale e, soprattutto, ha dato la possibilità ai governi occidentali e anti-russi in genere di montare una nuova campagna contro la brutalità di Lukashenko. Il capo della diplomazia UE, Josep Borrell, e i ministri degli Esteri di Germania e Regno Unito hanno subito espresso preoccupazione per le condizioni della Kolesnikova e dei suoi due colleghi. Da Bruxelles sono poi arrivate minacce di sanzioni contro membri della cerchia di potere di Lukashenko, sia per il presunto rapimento sia per le violenze seguite alle proteste esplose dopo le discusse elezioni presidenziali del 9 agosto scorso.

Durissima è stata in particolare la presa di posizione del ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius, il cui paese, assieme alla Polonia, coerentemente con la tradizionale feroce attitudine russofoba è in prima linea nella battaglia contro Lukashenko. Linkevicius ha definito i metodi a cui sarebbe stata sottoposta Maria Kolesnikova degni della NKVD, la polizia politica dell’Unione Sovietica di Stalin. Lo stesso diplomatico lituano ha affermato che simili episodi non sono ammissibili nell’Europa del 21esimo secolo.

Se forse non lo sono da questa parte dell’oceano, lo sono invece negli Stati Uniti, di cui la Lituania è uno strettissimo alleato. Nel corso delle proteste contro la brutalità della polizia americana degli ultimi mesi, infatti, nelle città USA sono stati documentati svariati rapimenti “extra-giudiziari” di manifestanti, immobilizzati da individui non identificati e caricati su veicoli privi di segni distintivi. I fermati in questo modo sono stati rilasciati dopo molte ore, senza che contro di loro sia mai stato emesso alcun provvedimento giudiziario ufficiale.

Ad ogni modo, martedì sono poi emerse versioni dei fatti contrastanti. I leader dell’opposizione Rodnenkov e Kravtsov sarebbero giunti in Ucraina. A confermarlo è stato il ministero degli Interni di questo paese, che ha precisato come il loro abbandono del territorio bielorusso non sia stata una scelta volontaria ma seguita a un provvedimento di espulsione deciso da Minsk.

Meno chiaro è il caso della Kolesnikova. Anch’essa avrebbe dovuto essere espulsa e spedita in Ucraina, ma le cose non sono andate come dovevano per Lukashenko. A questo proposito, sempre da Kiev è arrivato un dettaglio che ha infiammato gli account sui social network dei sostenitori occidentali dell’opposizione bielorussa. La Kolesnikova avrebbe cioè distrutto il suo passaporto, impedendo così agli agenti dei servizi di sicurezza bielorussi di farle oltrepassare il confine con la forza.

Diversa è stata la ricostruzione della TV di stato bielorussa. In questo caso, i tre oppositori di Lukashenko erano diretti volontariamente verso il confine con l’Ucraina prima dell’alba di martedì ma, una volta arrivati nei pressi di un check-point, la loro auto avrebbe accelerato per evitare una pattuglia di guardie di frontiera. Un qualche incidente sarebbe poi seguito e Maria Kolesnikova avrebbe abbandonato l’automobile, per poi essere fermata e messa agli arresti dagli agenti di confine.

La Kolesnikova rimarrebbe dunque in territorio bielorusso, mentre le altre principali leader auto-proclamate della rivolta si trovano ormai all’estero. Sviatlana Tsikhanouskaya, la faccia più nota in Occidente dell’opposizione e prima sfidante sconfitta da Lukashenko nelle presidenziali, ha trovato rifugio in Lituania, mentre Veronika Tsepkalo è in Polonia. Come queste ultime, che avevano preso il posto sulle schede elettorali dei mariti, anche la Kolesnikova aveva sostituito un candidato arrestato e a cui era stato impedito di correre per la presidenza, il banchiere Viktor Babariko.

A un mese dalle contestate elezioni, la mobilitazione popolare in Bielorussa era tornata a livelli importanti nella giornata di domenica con una manifestazione che, secondo alcuni gruppi dell’opposizione, ha potuto contare su oltre centomila persone nella sola Minsk. Le forze di sicurezza di Lukashenko erano nuovamente intervenute ricorrendo spesso a metodi brutali che, come all’inizio della protesta, sembrano essere una delle ragioni principali del perdurare delle dimostrazioni.

Gli arrestati nel fine settimana sono stati un centinaio e ancora una volta le preoccupazioni maggiori del regime sembrano riguardare gli scioperi e le manifestazioni nelle fabbriche del paese, molte delle quali controllate dallo stato. Se la mobilitazione dei lavoratori bielorussi appare più o meno sotto controllo, grazie ai sindacati ufficiali così come a licenziamenti e intimidazioni, ci sono segnali di un persistente quanto giustificato malcontento nei confronti di Lukashenko.

La situazione in questo senso non promette nulla di buono se si considera l’impatto delle proteste sull’economia del paese. I dati forniti lunedì dalla Banca Centrale bielorussa hanno mostrato ad esempio come l’ex repubblica sovietica abbia bruciato quasi un sesto delle sue riserve auree e di valuta estera nel solo mese di agosto per sostenere la propria moneta durante il caos di queste settimane.

I timori per una rivolta che possa sfuggire di mano non agitano solo Lukashenko, ma anche la stessa opposizione filo-occidentale, riunita nel cosiddetto Consiglio di Coordinamento. Questa è una delle ragioni che spinge i leader della protesta a tenere aperta la porta delle trattative con il regime. L’altro motivo è da collegare invece al vicolo cieco in cui si ritrovano, quanto meno al momento e soprattutto per via del sostegno assicurato da Mosca a Lukashenko. La Bielorussia è d’altronde un elemento fondamentale per il Cremlino nella strategia di respingimento dell’offensiva UE/NATO verso i confini russi.

Ciò non toglie che le manovre occidentali continueranno, nel tentativo di destabilizzare il paese facendo leva sulle frustrazioni della popolazione bielorussa e i metodi anti-democratici di Lukashenko, la cui permanenza al potere non è vista peraltro con particolare interesse nemmeno dalla Russia nel medio e lungo periodo.

Le preoccupazioni dell’Occidente e dei governi di Lituania, Polonia e Ucraina sono soprattutto per il possibile compiersi del progetto di “Stato Unitario” tra Russia e Bielorussia, sul tavolo da due decenni ma sempre osteggiato da Lukashenko prima della recente marcia indietro, resasi necessaria per incassare l’appoggio di Putin. Con questo piano di integrazione realizzato, il fronte anti-russo vedrebbe infatti spegnersi del tutto e anche per il futuro qualsiasi velleità di “rivoluzione colorata”, ovvero di penetrare in Bielorussia per strappare il paese all’orbita strategica di Mosca.

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Ballerina cubana dedica ad Eusebio Leal il Premio Positano della Danza

Cubadebate (italiano) - Lun, 07/09/2020 - 22:14
Viengsay Valdes nel Kennedy Center, USA

Viengsay Valdes nel Kennedy Center, USA

La direttrice del Balletto Nazionale di Cuba (BNC), Viengsay Valdes, ha dedicato allo scomparso storiografo de L’Avana, Eusebio Leal, il Premio Positano Premia la Danza Leonide Massine, che le è stato concesso in Italia.  

La 48º edizione dell’appuntamento ha concesso a Valdes il lauro nella categoria di Migliore Ballerina nella scena internazionale.

“Sentimenti molto personali mi hanno portato a prendere questa decisione. Eusebio è stato amico di mio padre, Roberto Valdes, che è stato diplomatico e storiografo, ed in questa maniera sento che rendo un omaggio degno ad entrambi”, ha detto l’artista a Prensa Latina.

Allo stesso tempo, ha definito Leal come un fedele ammiratore del balletto cubano e della prima ballerina assoluta Alicia Alonso, ed ha ricordato una valutazione che ha fatto il famoso accademico sulla compagnia che lei rappresenta: “Il BNC non ha mai accettato un omaggio che non sia unito alla sua ‘cubania’. La ‘cubanidad’ è il simbolo distintivo della sua opera creativa, dell’energia e della forza che ha il Balletto, la sua continuità nel tempo ed il podere che lascerà domani non è un’altra cosa che la sua fedeltà alla cultura nazionale cubana dentro l’universale”.

A giudizio di Valdes, lo storiografo -scomparso lo scorso 31 luglio – è arrivato ad essere una figura principale del suo paese, e dice di essere sicura che questa dedica sarà la prima di grandi omaggi che tanto merita il Dottore in Scienze Storiche e Maestro in Scienze Archeologiche.

Leal ha saputo vedere che, perfino nei tempi più difficili per il nostro paese, il balletto, in altri scenari del mondo, alzava la stella solitaria ed otteneva che l’applauso fosse una vittoria, ha assicurato l’artista.

Il BNC è stato creato negli anni di ostilità e di bloqueo, ma ha saputo guadagnarsi l’ammirazione per Cuba, quando ha saputo costruire, nel cuore dei nostri nemici o detrattori, quel riconoscimento che era, oltre all’elogio dell’opera di Alicia e del BNC, anche, lo vogliano o no, all’opera poderosa del suo paese, considerava Leal.

“Ballerina di alto livello accademico, di tecnica virtuosa ed intensa presenza scenica, interprete di tutti i grandi ruoli del repertorio a Cuba e nel mondo”, così ha dichiarato la giuria internazionale nel conferimento del Premio Positano Premia la Danza Leonide Massine.

“Il premio che riceve Viengsay Valdés questo anno a Positano è anche un omaggio alla memoria di Alicia Alonso, leggenda del balletto mondiale fino alla sua morte, in ottobre dell’anno scorso, a 99 anni”, dichiarano i verbali del premio.

da Prensa Latina/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto Prensa Latina

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Navalny e il veleno dell’Occidente

Altrenotizie.org - Lun, 07/09/2020 - 19:54

L’operazione che sta dietro al vero o presunto avvelenamento dell’oppositore del Cremlino, Alexei Navalny, sembra avere fatto nel fine settimana un passo importante verso quello che potrebbe essere il suo principale obiettivo. Questa sensazione si è avuta domenica, dopo che il governo tedesco, nonostante i moltissimi aspetti oscuri, per non dire assurdi, della vicenda, ha preso una posizione per certi versi clamorosa collegando per la prima volta il caso del “dissidente” russo alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2.

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Sovrana 01: come va la prova clinica?

Cubadebate (italiano) - Gio, 03/09/2020 - 20:13
Dra. Sonia Pérez Rodríguez parla con un volontario

Dra. Sonia Pérez Rodríguez parla con un volontario

Circa venti cubani si sono incorporati ieri alla giovane storia di Sovrana 01, il primo candidato vaccinale di Cuba contro la COVID-19. Hanno tra 60 e 80 anni ed integrano il secondo gruppo di volontari che riceveranno la prima dose di questo promettente candidato nella lotta contro una pandemia che ha fermato il mondo e strappa vite tutti i giorni. Tutti sono parte di uno studio necessario a cui i cubani dirigono i loro sguardi e gli augurano successo per potere immunizzare posteriormente tutta la popolazione di fronte a questo nuovo coronavirus.  

Come parte di questa prova clinica, in momenti anteriori si sono realizzate, seguendo i protocolli stabiliti, spiegazioni dettagliate per tutti i possibili volontari da incorporare. Naturaleza Secreta ha avuto l’opportunità di partecipare ad una di loro, in cui la dottoressa Sonia Perez Rodriguez -specialista con ampia esperienza che ha partecipato allo sviluppo clinico del Heberprot-P, il Heberferon, il vaccino anti-meningococcico ed altri prodotti importanti, ed ora è l’investigatrice principale della prova clinica del candidato vaccinale Sovrana 01 – parlava coi possibili volontari ed offriva loro soprattutto informazioni sul processo:

“Ora vi consegno un documento informativo sul consenso informato, con una copia doppia del formulario che voi dovete firmare, datare e mettere l’ora, se decidete partecipare. Voglio spiegarvi che una volta che vi sia dato il documento informativo, avete tutto il tempo di cui abbiate bisogno e desiderate per decidere se partecipate o no, attraverso la firma del formulario di consenso”.

“Voi se non siete convinti ora od avete dei dubbi, potete fare delle domande, potete portarvi a casa il documento informativo e quando vi sarete chiariti e lo decidete, allora lo firmerete, o no. Se voi firmate il consenso e decidete di partecipare, una volta che entrate nella prova, potete abbandonarla quando lo desiderate e questo non significa che non sarete curati o che si diminuisce la qualità dell’attenzione medica, niente di questo, è un vostro diritto, noi difendiamo principalmente il vostro diritto come volontari.”

“La prova clinica è uno studio, è un’investigazione che si fa in volontari e che ha in questa occasione due fasi. In questa prima tappa, abbiamo diviso in due gruppi, un gruppo di volontari più giovani tra 19 e 59 anni ed un altro gruppo di volontari meno giovani, da 60 a 80 anni, a sua volta ogni gruppo si divide in maniera aleatoria in tre sottogruppi per la differente dose del prodotto dell’investigazione o per il prodotto controllo che è il vaccino VA-MENGOC-BC”.

“Il candidato vaccinale Sovrana 01 si applica in due dosi, il primo giorno che si chiama tempo zero e dopo è aggiornato con una seconda dose. L’investigazione in maniera continua con il gruppo di ricercatori finisce in 28 giorni, dopo l’applicazione della seconda dose, cioè, in totale sono 59 giorni, ed in questo tempo si fanno quattro prelievi di sangue, il primo che è il tempo zero ed un altro il giorno 56 dopo la seconda dose, per poter fare un analisi del sangue dal punto di vista clinico e di immunologia, e si fanno due prelievi intermedi per misurare i titoli degli anticorpi”.

“Il proposito di questa investigazione è determinare se il vaccino è sicuro per poterlo estendere ad un gruppo maggiore di partecipanti volontari e dopo alla popolazione”.

“È un vaccino preventivo, questa prima fase ha un solo protocollo dove noi dobbiamo misurare la sicurezza del prodotto, significa che tutto quello che succeda coi volontari noi lo registriamo. Se il vaccino dimostra che è sicuro, avanziamo nella ricerca. Valutando due dosi del prodotto, nella misura che si avanzi nell’investigazione, si dimostrerà qual’è la dose più effettiva e più sicura, e così sarà quella che lasceremo come valida per le tappe posteriori alle prove cliniche.”

testo e foto: Naturaleza Secreta

preso da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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La scommessa del nuovo Libano

Altrenotizie.org - Mer, 02/09/2020 - 19:51

La nomina insolitamente rapida di un nuovo primo ministro e l’intervento del presidente francese, Emmanuel Macron, non sembrano avere convinto la maggior parte della popolazione del Libano della genuinità dei progetti di cambiamento ufficialmente messi in moto per il paese mediorientale, precipitato in una crisi gravissima dall’emergenza Coronavirus e dalla spaventosa esplosione al porto di Beirut del 4 agosto scorso.

Proprio la seconda visita in meno di un mese di Macron e l’indicazione ufficiale del diplomatico Mustapha Adib a capo del governo da parte della maggioranza dei partiti libanesi hanno scatenato ancora una volta le proteste popolari. Martedì sono scesi nuovamente nelle strade della capitale migliaia di manifestanti, affrontati dalla polizia mentre cercavano di farsi strada verso la sede del Parlamento e intenzionati a celebrare a loro modo il centenario dalla creazione dello Stato del Grande Libano, avvenuta durante il mandato francese.

La creazione di un nuovo governo si era resa necessaria dopo le dimissioni del governo di Hassan Diab, seguite all’esplosione che ha provocato poco meno di 200 vittime e migliaia di feriti, nonché privato di un’abitazione circa 300 mila residenti di Beirut. Diab era in carica da una manciata di mesi e a sua volta aveva assunto la carica di primo ministro dopo le dimissioni del leader sunnita filo-occidentale e vicino ai sauditi, Saad Hariri, sull’onda delle proteste contro l’ultra-corrotto sistema oligarchico e clientelare libanese.

Nel paese dei cedri, la formazione di un esecutivo è solitamente un affare che richiede mesi o anni di trattative tra le varie fazioni delle élites che rappresentano le numerose confessioni tra cui è divisa una popolazione di poco più di 4 milioni di abitanti. In questa occasione, le principali forze politiche si sono invece accordate in tempi brevi e a larga maggioranza per scegliere il 48enne ex ambasciatore in Germania, decisamente poco conosciuto al grande pubblico del Libano.

Adib ha ricevuto 90 voti lunedì in Parlamento sui 120 totali, grazie al sostegno dei principali partiti, dai sunniti del Movimento Il Futuro ai cristiani maroniti del Movimento Patriottico Libero, guidato dal presidente libanese Michel Aoun, fino agli sciiti di Amal e, soprattutto, Hezbollah. Secondo il sistema settario del Libano, il primo ministro di questo paese deve sempre essere di fede sunnita, mentre la carica di presidente è riservata a un cristiano e quella di “speaker” del Parlamento a uno sciita.

Sulla rapida nomina di Adib ha influito il grave stato di crisi del paese affacciato sul Mediterraneo, ma con ogni probabilità anche le pressioni internazionali, più che evidenti dalla doppia visita di Macron. I governi occidentali spingono in particolare per un esecutivo in grado di negoziare con le istituzioni finanziarie internazionali, come il Fondo Monetario (FMI), per ricevere un pacchetto di aiuti in cambio di profonde riforme economiche e sociali. L’altro obiettivo, probabilmente ancora più sentito, riguarda invece il ruolo di Hezbollah, di cui si dirà meglio in seguito.

Se il metro di giudizio sono le richieste occidentali e quelle dei manifestanti libanesi, la scelta di Adib non è esattamente di rottura. Pur non avendo un passato politico di alto profilo, il premier in pectore è considerato un protetto dell’ex primo ministro e imprenditore multimiliardario, Najib Mikati, di cui è stato a lungo consigliere. Questi suoi legami con l’establishment lo rendono prevedibilmente sgradito ai movimenti di protesta e, oltretutto, Adib non può nemmeno vantare un’esperienza tale da essere considerato in grado di gestire un frangente così delicato.

Il nome di Adib ha avuto comunque il via libera di Macron e dell’Occidente. Il presidente francese ha ricordato alla classe politica libanese come da essa ci si aspetti in ogni caso iniziative concrete per ottenere gli aiuti internazionali promessi. A suo dire, anzi, se entro i prossimi tre mesi il paese non si sarà avviato seriamente sulla strada delle “riforme”, l’Europa potrebbe addirittura valutare l’ipotesi di imporre sanzioni nei confronti dei politici libanesi.

Che Macron e gli altri leader occidentali credano davvero in un cambiamento concreto della realtà politica ed economica del Libano con un primo ministro e un governo scelti e controllati dalla classe politica responsabile della situazione attuale è del tutto improbabile. Le forze che hanno dato in fretta il loro consenso all’incarico ad Adib intendono piuttosto prendere tempo per rimandare indefinitamente una serie di provvedimenti che, se adottati, finirebbero per mettere a rischio le loro stesse posizioni di privilegio.

Le pressioni e le minacce velate di Macron puntano perciò a un obiettivo parzialmente diverso da quello dichiarato a livello ufficiale, anche se con esso è in qualche modo intrecciato. La nuova campagna partita da Parigi per tornare a esercitare una certa influenza sul Libano, verosimilmente con il consenso di Stati Uniti e Israele, intende in sostanza utilizzare la prospettiva degli aiuti finanziari come incentivo per ribaltare le priorità strategiche di Beirut.

Nel mirino ci sono in sostanza il ruolo di Hezbollah e l’ascendente dell’Iran sul Libano. Più precisamente, l’offensiva occidentale in atto in questo paese, assieme causa e conseguenza della crisi odierna, serve in primo luogo a spezzare l’asse della resistenza sciita e, in seconda battuta, a ostacolare e possibilmente invertire il percorso del Libano verso oriente, ovvero verso i piani di integrazione euro-asiatica promossi principalmente dalla Cina e che hanno tra gli snodi principali proprio la Repubblica Islamica.

In questi anni, le sirene cinesi hanno suonato insistentemente in un Libano affamato di aiuti, investimenti e progetti infrastrutturali, nonostante i tradizionali legami con l’Occidente di buona parte della popolazione e della propria classe politica. Il cambiamento di rotta, sia pure tutt’altro che univoco né condiviso da tutte le forze politiche, è andato di pari passo con gli eventi della vicina Siria e con il rafforzarsi delle posizioni di Hezbollah.

Questa realtà ha alimentato una campagna furiosa contro il “Partito di Dio” e i suoi sponsor a Teheran, il cui operato, fondamentale non solo per difendere il paese dalla minaccia di Israele, è stato e continua a essere dipinto come la ragione di tutti i mali che affliggono il Libano. Questa ossessione, da collegare come già spiegato anche all’espansione dell’influenza cinese, è in definitiva alla base dell’interesse di Macron per Beirut. Com’è ovvio, simili scrupoli non sono un’esclusiva francese. Gli Stati Uniti sono anch’essi in prima linea, come conferma la presenza a Beirut nella giornata di mercoledì, cioè poche ore dopo il ritorno in patria di Macron, dell’assistente segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente, David Schenker.

Hezbollah, da parte sua, è ben consapevole delle dinamiche in atto, ma i suoi leader sono costretti a muoversi con estrema cautela, alla luce sia della situazione politica interna e internazionale sia del persistere delle proteste che i media occidentali e quelli filo-occidentali libanesi cercano di rivolgere contro lo stesso partito-milizia sciita e la presunta eccessiva influenza dell’Iran.

Il fattore decisivo per l’uscita dalla crisi o, quanto, per segnarne la prossima fase è dunque forse proprio il futuro del movimento popolare che non accenna a spegnersi, stretto tra un establishment intoccabile, un sistema ultra-settario che continua a tenere in ostaggio il paese, interferenze esterne tutt’altro che disinteressate e una crisi economica virtualmente senza precedenti.

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La Dichiarazione de L’Avana, 2 settembre 1960

Cubadebate (italiano) - Mer, 02/09/2020 - 06:35

Declaracion de La HabanaDISCORSO PRONUNCIATO DAL COMANDANTE IN CAPO FIDEL CASTRO RUZ ALLA GRANDE ASSEMBLEA POPOLARE DEL POPOLO DI CUBA ALLA PIAZZA CIVICA, 2 SETTEMBRE 1960

(IL POPOLO RICEVE FIDEL CANTANDO IN CORO LE PAROLE D’ORDINE RIVOLUZIONARIE DI: “FIDEL, FIDEL, COS’È CHE HA FIDEL, CHE GLI AMERICANI NON CE LA FANNO CON LUI”; “FIDEL, EVVAI, CONTRO I YANKEE CE LA FAI”; “CUBA SÌ, YANKEE NO”; e ALTRE. SI FA SILENZIO SOLTANTO QUANDO SI ASCOLTA L’INNO NAZIONALE).

Cittadini,

E’ evidente che nessuno di voi, dal posto in cui vi trovate, può farsi un’idea della grande folla riunitasi qui in questo pomeriggio. E’ una vera marea di persone, che va da un estremo all’altro della Piazza civica.

Per noi, uomini del Governo Rivoluzionario, noi che abbiamo visto tanto, questa è una manifestazione che, dalle sue dimensioni, ci colpisce vivamente e ci fa capire l’enorme responsabilità che abbiamo noi tutti sulle nostre spalle.

Abbiamo convocato il popolo per dibattere su importanti questioni, soprattutto d’ordine internazionale. Ma, come mai non è rimasto quasi nessuno a casa? perché è questa la più grande adunanza celebrata dal nostro popolo dopo la vittoria della Rivoluzione? Perché? Perché il nostro popolo sa cosa sta difendendo, il nostro popolo sa la battaglia che sta ingaggiando. E siccome il nostro popolo sa che sta ingaggiando una battaglia per la propria sopravvivenza e per la propria vittoria, e siccome il nostro popolo è un popolo combattivo e coraggioso, è proprio per questo che i cubani sono qui presenti.

Ed è un peccato che oggi, quando discuteremo qui le stesse questioni discusse in Costarica, non siano qui seduti i 21 ministri degli Affari Esteri dell’America (ESCLAMAZIONI DI: “Via!”). E’ un peccato, è un peccato che non siano qui seduti in modo da poter incontrare il popolo che hanno condannato nella riunione in Costarica. È un peccato che oggi non siano qui seduti in modo da poter confrontare quanto diverso sia il linguaggio diplomatico dei ministri degli affari esteri e il linguaggio dei popoli.

Lassù, ovviamente, ha parlato il nostro ministro degli affari esteri in nome del nostro popolo (OVAZIONE). Però, coloro che l’ascoltavano, la stragrande maggioranza di quelli che c’erano riuniti, non rappresentavano i loro popoli. Se lassù, in Costarica, ci fossero riuniti uomini che rappresentassero il vero interesse e parere dei popoli d’America, soprattutto dei popoli dell’America latina, non ci sarebbe mai articolata una dichiarazione come quella che hanno pronunciato contro gli interessi di un popolo d’America, e contro gli interessi di tutti i popoli fratelli d’America (APPLAUSI).

E su cosa ci si dibatteva? Lassù, era in gioco il destino della nostra patria; si legittimavano le aggressioni contro la nostra patria; ci si stava affilando il pugnale che vuole piantare al cuore della patria cubana la mano criminale dell’imperialismo yankee (ESCLAMAZIONI DI: “Cuba sì, yankee no!”).

Ma, perché volevano condannare Cuba? Che cosa ha fatto Cuba per essere condannata? Che cosa ha fatto il nostro popolo per meritare la Dichiarazione di Costarica? Il nostro popolo non ha fatto altro che spezzare le catene! (APPLAUSI.) Il nostro popolo non ha fatto altro che lottare per un destino migliore, senza danneggiare alcun altro popolo, senza togliere niente a nessun altro popolo. Il nostro popolo non ha voluto altro che affrancarsi; il nostro popolo non ha voluto altro che vivere del proprio lavoro, e il nostro popolo non ha voluto altro che vivere del frutto del proprio sforzo; il nostro popolo non ha voluto altro che fare suo quello che è suo, fare suo ciò che viene dalla sua terra, fare suo ciò che viene dal suo sangue, fare suo ciò che viene dal suo sudore (APPLAUSI e ESCLAMAZIONI DI: “Fidel, evvai contro i yankee ce la fai!”).

I cubani non hanno voluto altro che fare sue le determinazioni che guidano il loro comportamento; fare sua, e soltanto sua la bandiera della stella solitaria che sventola nella nostra patria! (APPLAUSI.) Fare sue le leggi; fare sue le proprie ricchezze naturali; fare sue le istituzioni democratiche e rivoluzionarie; fare suo il proprio destino; e che questo destino non deve essere interferito da nessun interesse anche se potente, da nessuna oligarchia né da nessun governo, benché sia molto potente (APPLAUSI).

E dev’essere nostra la libertà, perché la libertà ci ha costato molti sacrifici; e dev’essere pienamente nostra la sovranità, perché il nostro popolo ci ha lottato per ben mezzo secolo; e dev’essere nostra la ricchezza della nostra terra e il frutto del nostro lavoro, perché questo ha costato molti sacrifici al nostro popolo; e tutto quello che c’è, è stato creato dal popolo; e tutta la ricchezza che c`è, è stata prodotta dal nostro popolo, con il suo sudore e con il suo lavoro (APPLAUSI).

Il nostro popolo aveva il diritto, un giorno, di essere libero; il nostro popolo aveva il diritto, un giorno, di reggere i propri destini; il nostro popolo aveva il diritto, un giorno, di contare su dirigenti che non difendessero i monopoli stranieri, con dirigenti che non difendessero gli interessi privilegiati, con dirigenti che non difendessero gli sfruttatori, ma con dirigenti che mettessero gli interessi del loro popolo e della loro patria al di sopra degli interessi dello straniero devastatore; con dirigenti che mettessero gli interessi del popolo, dei contadini, degli operai, gli interessi dei giovani, gli interessi dei bambini, gli interessi delle donne, gli interessi degli anziani, al di sopra degli interessi dei privilegiati e degli interessi degli sfruttatori. (APPLAUSI).

Il 1 gennaio 1959, quando la Rivoluzione arriva al potere circa un anno e mezzo fa, che cosa c’era nella nostra patria? Che cosa c’era nella nostra patria se non lacrime, sangue, miseria e sudore? Che cosa c’era per i nostri contadini nella nostra patria? Che cosa c’era per i nostri bambini nella nostra patria? Che cosa c’era per i nostri lavoratori nella nostra patria? Che cosa c’era per le nostre famiglie umili nella nostra patria? Che cosa aveva imperato fino a quel giorno nella nostra patria? Aveva imperato il più efferato sfruttamento; aveva imperato l’abuso, aveva imperato l’ingiustizia; aveva imperato il saccheggio sistematico dei fondi pubblici dai politici predatori; aveva imperato il saccheggio sistematico delle ricchezze nazionali dai monopoli stranieri; aveva imperato la disuguaglianza e la discriminazione; aveva imperato la menzogna e l’inganno; aveva imperato la soggezione ai disegni stranieri; aveva imperato la povertà.

Centinaia e centinaia di migliaia di famiglie vivevano nelle loro umili bohío [capanne di legno e rami]; centinaia di bambini non avevano scuole; più di mezzo milione di cubani non avevano lavoro, e i cubani neri avevano ancora meno opportunità degli altri per trovare lavoro (APPLAUSI); i contadini vivevano nelle guardarrayas [via stretta costeggiata da piantagioni di canna da zucchero]; gli operai del settore dello zucchero lavoravano soltanto alcuni mesi l’anno, e il resto del tempo pativano la fame, sia loro, sia i loro figli. Il vizio, il gioco, e connessi, imperavano nella nostra nazione; era sfruttato l’agricoltore; era sfruttato il pescatore; era sfruttato il lavoratore; era sfruttato il popolo nella sua stragrande maggioranza.

Per il popolo non si faceva mai niente; per il popolo non si adottavano mai misure di giustizia per affrancarlo dalla sua fame, per affrancarlo dalla sua povertà, per affrancarlo dal suo dolore e dalla sua sofferenza; per affrancare voi, cittadini cubani, per affrancare voi, uomini e donne, anziani e bambini, per affrancare voi, questa immensa folla radunata in questa sede, per affrancare la nazione cubana, per fare qualcosa a suo favore, per fare qualcosa di buono a suo favore, non si faceva affatto niente (APPLAUSI).

E il popolo doveva pazientare impotente; il popolo doveva pagare gli affitti più alti al mondo nella nostra patria; il popolo doveva pagare le bollette della luce più alte al mondo nella nostra patria; il popolo doveva pagare le bollette del telefono secondo gli interessi di una compagnia straniera che aveva strappato concessioni a un governo tirannico, quando il sangue dei nostri giovani studenti era ancora caldo sui pavimenti del Palazzo Presidenziale (APPLAUSI).

Nelle riserve monetarie della nazione c’erano soltanto 70 milioni; la nostra nazione, in commercio disuguale con gli Stati Uniti, aveva pagato in 10 anni 1 miliardo di dollari in più di quello che loro ci avevano pagato per i nostri articoli. Non c’erano fabbriche, chi andrebbe a creare delle fabbriche per le centinaia di migliaia di cubani disoccupati? Non c’erano programmi per l’agricoltura; non c’erano programmi per l’industria, chi andrebbe in pensiero per creare industrie? E il popolo, che cosa poteva fare? Che cosa poteva fare l’operaio del settore dello zucchero? Cosa poteva fare il lavoratore? Al lavoratore gli restava solo il suo misero stipendio; al lavoratore gli restava solo un pezzo di pane che minimamente poteva portare ai figli affamati. I profitti gli portavano via i monopoli estranei, i profitti gli accumulavano i padroni…; i profitti gli accumulavano gli interessi che si nutrivano dal lavoro del popolo. E quel denaro, sia si depositava interamente nelle banche, si si invertiva in qualsiasi lusso, o, soprattutto, si inviava all’estero.

Chi andrebbe a creare le fabbriche per le centinaia di migliaia di cubani disoccupati? E siccome la popolazione cubana aumentava, e siccome ogni anno più di 50 mila giovani arrivavano alla maggiore età, di che cosa andrebbero a vivere loro? Di che cosa andrebbe a vivere la popolazione sempre in aumento della nostra patria? Di che cosa andrebbero a vivere i contadini se non avevano né lavoro né terre? Di che cosa andrebbe a vivere la popolazione che si moltiplicava, la cui crescita umana era molto superiore della crescita dell’industria e dell’economia?

Il popolo era privo di ogni opportunità. Ah! il figlio del contadino, o il figlio dell’operaio, il figlio di una qualsiasi famiglia umile, molto difficilmente poteva aspirare a diventare un giorno un professionista, un medico, in ingegnere, un architetto o un tecnico universitario! Comunque c’erano dei figli di famiglie povere che, costasse quel che costasse e al prezzo di grossi sacrifici potevano accedere agli studi superiori, ma la stragrande maggioranza dei figli delle nostre famiglie, molte volte non avevano nemmeno occasione d’imparare le prime lettere e c’erano intere regioni di Cuba dove non avevano mai visto un maestro. Il nostro popolo solo poteva accedere al lavoro, se lo trovava! Per i nostri paesi c’era sempre il peggio; nei nostri paesi non c’era mai uno spazio per lo svago; nei nostri paesi non c’era mai una strada; nei nostri paesi non c’era mai un giardino pubblico, e ce n’era ai cittadini neri gli era vietata l’entrata (APPLAUSI) .

Ecco ciò che ha trovato la Rivoluzione al suo arrivo al potere: una nazione economicamente sottosviluppata, una popolo vittima di ogni tipo di sfruttamento. Ecco ciò che ha trovato dopo una lotta eroica e cruenta. E le rivoluzioni non si fanno per lasciare le cose tale quale; le rivoluzioni si fanno per rettificare ogni tipo d’ingiustizia. Le rivoluzioni non si fanno per proteggere e brigare privilegi; le rivoluzioni si fanno per aiutare i bisognosi; le rivoluzioni si fanno per instaurare la giustizia, per mettere fine all’abuso, per mettere fine allo sfruttamento. E la nostra Rivoluzione è stata fatta per quello, e con quello scopo sono caduti coloro che sono caduti. E per raggiungere tale proposito si sono fatti parecchi sacrifici.

La Rivoluzione è arrivata per sistemare la patria; la Rivoluzione è arrivata per fare ciò che da molto tempo i singoli cubani chiedevano che si facesse. Quando i singoli cubani esaminavano impotenti la vita della nostra nazione e il quadro in cui si svolgeva la vita nazionale, dicevano sempre una cosa: “Occorre sistemare questo, occorre che questo venga sistemato; occorre che, un giorno, questo sia sistemato.” E i più ottimisti dicevano: “Un giorno questo verrà sistemato.”

Da molto tempo, i cubani lottavano per sistemare la nazione. Però, c’era una forza molto potente che ci impediva di sistemare la nostra nazione. Quella forza era la penetrazione imperialista degli Stati uniti nella nostra patria; quella stessa forza che aveva frustrato la nostra piena indipendenza, quella stessa forza che aveva impedito l’entrata di Calixto García e dei suoi coraggiosi soldati a Santiago de Cuba; quella stessa forza che aveva impedito all’esercito liberatore di fare la rivoluzione agli albori della repubblica; quella stessa forza che aveva determinato, dagli inizi, i destini della nostra patria; quella stessa forza che aveva consentito agli interessi stranieri di impadronirsi delle risorse naturali e delle migliori terre della nostra patria; quella stessa forza che si aveva arrogato il diritto di intervenire negli affari interni della nostra nazione; quella stessa forza che aveva calpestato tutte le rivoluzioni tentate; quella stessa forza che si aveva associato sempre al negativo, al reazionario e all’abusivo nella nostra nazione. Quella stessa forza che aveva impedito alla nostra patria di fare una rivoluzione in precedenza. E quella stessa forza è proprio ciò che cerca di impedirci adesso di sistemare la nostra patria.

Ecco la forza che ha mantenuto la tirannia; quella è stata la forza che ha preparato gli sbirri della tirannia, quella che ha armato i soldati della tirannia, quella che ha procurato armi, aerei e bombe al regime tirannico per mantenere il nostro popolo sotto la più grande oppressione. Quella forza è stata il principale nemico dello sviluppo e del progresso della nostra patria; quella forza è stata la causa principale dei nostri mali; quella forza è quella che si impegna nel fare sconfiggere la Rivoluzione Cubana; quella forza è quella che si impegna nel fare ritornare i criminali di guerra, nel fare ritornare gli sfruttatori, nel fare ritornare i monopoli, nel fare ritornare i latifondi, nel fare ritornare la miseria e l’oppressione alla nostra patria (APPLAUSI).

I cubani devono conoscere per bene che l’imperialismo, quella forza di cui abbiamo già parlato, cerca di impedire al nostro popolo di raggiungere il suo pieno sviluppo; devono capire che quella forza non vuole che voi, i cubani, possiate avere uno standard di vita più alto; non vuole che i vostri figli siano istruiti, non vuole che i nostri operai percepiscano il frutto del loro lavoro; non vuole che i nostri contadini percepiscano il frutto della loro terra; non vuole, infatti, che il nostro popolo possa crescere, che il nostro popolo possa lavorare e che il nostro popolo possa avere un destino migliore.

Finora il nostro popolo non aveva avuto occasione di capire queste verità. Al nostro popolo veniva nascosta la verità, al nostro popolo l’ingannavano miserabilmente, al nostro popolo lo tenevano diviso e confuso. Il nostro popolo non aveva mai avuto occasione di dibattere su questioni internazionali; il popolo non sapeva nulla di ciò che parlava l’ambasciatore nordamericano con i governanti; il popolo non sapeva nulla di ciò che ordivano i ministri degli esteri; il popolo non contava per nulla; il popolo non veniva convocato perché esprimesse i loro problemi; il popolo non veniva convocato per orientarlo, il popolo non veniva convocato per conoscere la verità. I destini dei nostri popolo erano decisi al ministero degli esteri nordamericano; il nostro popolo non contava per nulla nei destini della nazione.

Poteva Cuba continuare rassegnata a questa sorte? Potevano i cubani continuare sopportando quel sistema? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Cosa hanno fatto i cubani? L’unica cosa che hanno fatto i cubani è quella di ribellarsi contro tutto quello; ciò che hanno fatto i cubani è affrancarsi da tutto quello (APPLAUSI).

Nel loro tentativo di fare sconfiggere la Rivoluzione, hanno cominciato a calunniarla, hanno cominciato nel fare una campagna contro di essa nel mondo per isolarci dai popoli fratelli del continente e perché il mondo non sapesse ciò che la nostra Rivoluzione stava facendo. Poi, quando sono falliti i tentativi per discreditare la Rivoluzione, per dividere la Rivoluzione e per bloccare la Rivoluzione, hanno cominciato le aggressioni più o meno dirette, hanno cominciato i bombardamenti contro i nostri campi di canna da zucchero, hanno cominciato gli attacchi aerei sul nostro territorio, hanno continuato le manovre per lasciarci senza petrolio, e hanno finito attaccando la nostra economia strappandoci un milione di tonnellate della nostra quota di zucchero.

Quella era una politica aggressiva contro la nostra nazione; era un atto che contravveniva il diritto internazionale; era un’aggressione economica contro una piccola nazione perché abbandonasse il suo proposito rivoluzionario; era un’aggressione economica per ottenere un risultato politico. La nazione più piccola era stata assalita; la nazione più piccola aveva visto i suoi campi bombardati e bruciati da aerei provenienti dagli Stati Uniti.

Il logico era che in qualsiasi riunione dei ministri degli esteri non si condannasse Cuba; il logico era che in qualsiasi riunione dei ministri degli esteri si condannassero gli Stati Uniti dalle loro aggressioni contro una piccola nazione. L’assurdo era che la piccola nazione fosse condannata dai ministri degli esteri, proprio per servire i disegni della potente nazione attaccante. Ecco su cui andremo a discutere oggi in questa assemblea nazionale del popolo di Cuba.

Prima di tutto, perché questa è un’assemblea generale del popolo? Che cosa vuol dire un’assemblea generale del popolo? Vuol dire, prima di tutto, che il popolo è sovrano, cioè che la sovranità risiede nel popolo, di cui derivano tutti gli altri poteri (APPLAUSI). Il popolo di Cuba è sovrano. Nessuno potrebbe questionare che qui è rappresentata la stragrande maggioranza del popolo; nessuno potrebbe questionare che qui è rappresentato il popolo. Lungo la storia della nostra patria non si è mai riunita una folla come questa; lungo la nostra storia della nostra patria non si è mai vista una manifestazione del genere; lungo la storia dell’America non si è riunita una folla del genere; lungo la storia dell’America non si è mai visto una manifestazione del genere (APPLAUSI).

Noi, i cubani, possiamo parlare oggi all’America; noi, i cubani, possiamo parlare oggi al mondo. Qui non è riunito un gruppetto di “sergenti” politici; qui non è riunito un piccolo pugno di mercenari; qui è riunito oggi il popolo! (APPLAUSI.) Coloro che vogliano sapere che cosa è un popolo riunito, ben vengano a vedere questo! coloro che vogliano sapere che cosa è un popolo democratico ben vengano a vedere questo! coloro che vogliano sapere che cosa è un popolo reggendo i propri destini, ben vengano a vedere questo! coloro che vogliano sapere che cosa è una democrazia, ben vengano a vedere questo!

Oggi possiamo parlare all’America e al mondo perché parliamo loro con la parola… (ESCLAMAZIONI DI: “Fidel, Fidel, Fidel!”) Possiamo parlare all’America e al mondo perché a parlare non è un gruppo di uomini che dice di rappresentare un popolo, così come hanno fatto coloro che hanno detto di rappresentare i popoli fratelli dell’America. Possiamo parlare all’America con la voce, con l’approvazione e con l’appoggio di un’intera nazione! E coloro che nell’America, coloro che nell’America dicono di parlare in nome del loro popolo, che riuniscano i loro popoli! Coloro che nell’America dicono di rappresentare i popoli e che si sono recati in Costarica per parlare in nome dei loro popoli, che riuniscano i loro popoli! Coloro che nell’America, coloro che nell’America si dicono democratici, che riuniscano i loro popoli, come l’abbiamo fatto noi oggi, per affrontare con i loro popoli le questioni dell’America!

E perché gli accordi di qualsiasi congresso internazionale siano validi, occorre che abbiano l’approvazione del popolo. Se loro vogliono che noi rispettiamo gli accordi di Costarica, che gli sottopongano all’approvazione dei loro popoli! (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Fidel, Fidel!”; “¡Cuba sì, yankee no!”; “Fidel, evvai, contro i yankee ce la fai!” e “Fidel, Fidel, cos’è che ha Fidel, che gli americani non ce la fanno con lui”. SOLO L’INNO NAZIONALE FA TACERE LE ESCLAMAZIONI).

È un principio, è un principio elementare del diritto pubblico, che nessun ministro degli esteri può compromettere la sua nazione in atti di diritto internazionale a meno che esso abbia l’approvazione del popolo. Un rappresentante di una qualsiasi nazione non va a una riunione internazionale per diritto proprio. Nessuno ha il diritto individuale di compromettere l’atteggiamento internazionale di una nazione, e coloro che vanno in qualità di rappresentanti di una nazione, a compromettere l’atteggiamento delle nazioni, non compromettono tale atteggiamento. Qualsiasi atto fatto alle spalle della volontà sovrana dei popoli, è un atto nullo e non valido. Quindi, la validità della Dichiarazione di Costarica dipenderà non dai ministri degli esteri, ma dei popoli, e al popolo di Cuba no possono venire a raccontargli che tale dichiarazione è valida perché loro dicono di rappresentare i popoli, no! a noi devono provarci che quello è il desiderio dei popoli (APPLAUSI). E noi chiediamo al governo del Venezuela, al governo del Perù, al governo del Cile, al governo dell’Argentina, al governo del Brasile, al governo dell’Ecuador, al governo di Costarica; chiediamo rispettosamente ai governi dell’America di convocare i loro popoli in assemblea generale per sottoporre loro la Dichiarazione di Costarica (APPLAUSI).

E che non dicano, che non dicano che non possono; parliamo democraticamente, parliamo democraticamente! perché noi sì che possiamo parlare di democrazia; noi sì che possiamo riunire subito il popolo perché sia il popolo a decidere (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI). Perché, perché il Presidente del Venezuela non convoca il popolo? (ESCLAMAZIONI) Noi invitiamo rispettosamente il Presidente del Venezuela a convocare a Caracas il popolo del Venezuela per sottoporgli la Dichiarazione di Costarica. Noi invitiamo, rispettosamente, il Presidente dell’Argentina (FISCHIATE e ESCLAMAZIONI) a convocare a Buenos Aires, in assemblea generale, il popolo dell’Argentina per consultarlo, come facciamo noi adesso, sulla Dichiarazione di Costarica (ESCLAMAZIONI). Noi invitiamo, rispettosamente, il governo dell’Uruguay a convocare alla capitale il popolo dell’Uruguay per consultarlo sulla Dichiarazione di Costarica. Noi invitiamo, rispettosamente, il governo del Cile a convocare alla capitale (ESCLAMAZIONI) —no, non dite nulla! Vediamo se riescono a radunarlo! (ESCLAMAZIONI) —, che riuniscano il popolo del Cile alla capitale e lo consultino sulla Dichiarazione di Costarica. Invitiamo, allora, il governo del Perù, il governo dell’Ecuador, e perché non, il governo del Nicaragua o del Guatemala, o del Paraguay, perché questo sarebbe uno scherzo, questo sarebbe uno scherzo. No, non parlerò di quei governi tirannici come quello del Nicaragua o quello del Paraguay, no, no! Parliamo dei cosiddetti governi democratici e la parola democrazia viene da popolo! Democrazia vuol dire governo del popolo, dal popolo e per il popolo! (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Con OEA o senza OEA, comunque ce la faremo!”)

E chi non riuscirà a radunare il popolo, chi non riuscirà a radunare il popolo, non è democratico! chi non consulterà il popolo, non è democratico! Per essere democratico occorre consultare il popolo! (ESCLAMAZIONI DI: “Questo è possibile soltanto a Cuba!”) e questa è davvero una rappresentazione, perché qui non c’è “broglio elettorale”, né frode pagato né c’è sergente politico né macchinario né furbetti del cartellino non c’è niente del genere; questo è puro! (APPLAUSI.) Questa è una democrazia senza impurità, senza impurità, è una democrazia veramente “pasteurizzata” (RISATE E APPLAUSI). E che non vengano a dirci che l’altra è più democrazia di questa; che la democrazia del sergente politico, del “broglio elettorale”, dei furbetti del cartellino, della politica da strapazzo, delle bustarelle, dell’acquisto di coscienze, della coazione, del macchinario politico, è più pura di questa.

Ci può trovare qualcosa più pura di una riunione con l’intero popolo? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Qualcuno ha fatto venire il popolo per forza? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Qualcuno ha pagato il popolo perché ci venisse? (ESCLAMAZIONI DI: “No!”) Chi ci è venuto e sta passandocela brutta come voi, perché sappiamo che in una folla stretta sono molte le persone che svengono, e sono molte le persone…

Sappiamo quanta sete soffrite, sappiamo il sacrifico che fate (ESCLAMAZIONI DI “Siamo pronti a tutto!”, “siamo pronti a tutto!”). Quando uno di voi viene dai posti lontani come la provincia di Oriente, o la provincia di Camagüey, o Las Villas, o Matanzas, o dalla provincia dell’Avana, o dai quartieri più lontani dalla capitale, viene qui, ci rimane per ore in piedi, fermo, fa tutti quei sacrifici, tutto quello lo fa spontaneamente, lo fa assolutamente in modo spontaneo. Ognuno di voi intende che è un proprio dovere e ci viene perché capisce che è il proprio dovere, e che avete grossi doveri nei confronti della vostra patria, che dovete difendere la vostra patria e che dovete mettere in alto il nome della vostra patria e che dovete alzarvi contro la calunnia (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Siamo pronti a tutto!”, “siamo pronti a tutto!”).

E perché sapete, sapete che dovete inviare un messaggio ai popoli fratelli dell’America, e perché sapete che dovete dare una risposta alla Dichiarazione di Costarica, e perché sapete che l’intero popolo deve rispondere presente, perché è un popolo consapevole dei propri doveri, perché è un popolo chi sa che sta svolgendo un grande ruolo storico, chi sa che sta difendendo una causa molto nobile, chi sa che è diventato la fiaccola di 200 milioni di esseri umani che soffrono oggi le stesse cose che soffrivate voi in precedenza (APPLAUSI).

Ah! Che cosa vuol dire quello? Che il popolo va avanti insieme, perché il popolo sa che la sola cosa che conta sono i suoi interessi, che la sola cosa che conta è la volontà, che nella loro patria, oggi, non si fa niente se non nel suo benessere. E così devono essere tutti i governanti, tutti i governanti devono esistere per il benessere del proprio popolo, non per derubare, non per saccheggiare, non per vendere il proprio popolo, non per tradire il proprio popolo! (APPLAUSI.)

E proprio per quello, proprio per quello noi, noi sì possiamo parlare in nome della democrazia, diciamo questo, e lo diciamo ai governi dell’America, e ci auguriamo che non si offendano, infatti noi non diciamo loro niente di male, gli chiediamo solo di convocare il popolo perché sia il popolo a dire l’ultima parola sulla Dichiarazione di Costarica, e se il popolo non dà il suo gradimento, la Dichiarazione di Costarica non è valida per noi! (APPLAUSI.) E ci auguriamo che nessun governo democratico dell’America si offenda perché gli chiediamo di convocare il popolo.

Quando dicono che siamo noi ad allontanarci dalla famiglia americana, noi rispondiamo di no, che coloro che si sono allontanati dalla famiglia americana, cioè dalla famiglia latinoamericana, sono quelli che si accostano all’impero yankee sfruttatore, sono quelli che si sono riuniti in Costarica, loro sì si stanno allontanando dalla famiglia latinoamericana, non siamo noi! Anzi, noi vogliamo che la nostra famiglia, i popoli dell’America latina, si riunisca per dire l’ultima parola, perché quella sì che è la nostra famiglia, i popoli dell’America latina sono la nostra famiglia! (APPLAUSI.)

Ma che cosa succede? Che cosa ha fatto l’impero? Ci toglie la quota dello zucchero e la distribuisce tra tutti quei governi che avrebbero dovuto condannare tale azione. Questo vuol dire che siamo noi la vittima; il governo nordamericano ci toglie la nostra quota e, prima di discuterci, la distribuisce tra i giudici. Che cosa ha fatto il governo degli Stati Uniti? Ha dato delle bustarelle! ha offerto ai giudici la parte che ci aveva tolto della nostra quota. E inoltre: intanto si dibatteva in Costarica, pattuiscono un credito del valore di 600 milioni di dollari per distribuirlo tra i governi, cioè, tra le oligarchie dell’America latina. Come mai, in mezzo a una conferenza, un governo che rispetti sé stesso e che rispetti gli altri, viene a offrire un credito di 600 milioni di dollari alle nazioni con le quali sta discutendo? Come mai si può concepire tale politica come una politica morale? E’ una politica immorale quella del governo degli Stati Uniti, che toglie a Cuba la sua quota per distribuirla tra le oligarchie, adotta un credito di 600 milioni di dollari in mezzo ad una conferenza e lo distribuisce tra le oligarchie, ma con quello, con quello potranno acquistare le oligarchie, ma non i popoli! che lo chiedano ai popoli! (APPLAUSI.) Che lo chiedano ai popoli, e vedranno che i popoli faranno come abbiamo fatto noi e diranno: “No, no, ciò che vogliamo è che le miniere siano nostre, e che le industrie siano nostre, e che i monopoli se ne vadano a casa loro, che non ci servono i loro dollari.” Ecco ciò che diranno i popoli! (APPLAUSI.)

Perché, cosa vuole il popolo del Venezuela, i dollari? No, ciò che vuole è che non portino via i dollari! ecco ciò che vuole, che non portino via il suo petrolio, che non esauriscano le loro risorse naturali; ciò che vuole il popolo del Venezuela è la restituzione del suo petrolio, delle sue miniere e delle sue risorse naturali, per poter sviluppare le proprie risorse naturali e andare avanti; ecco ciò che vuole il popolo del Venezuela. Ed è proprio questo che vogliono i popoli.

I popoli sanno che quel denaro rimane tra le mani dell’oligarchia, dei latifondisti, degli sfruttatori, di tutti quelli che guidano la politica di quelle nazioni; i popoli sanno che loro non ricevono nulla. Quindi, quella è una diplomazia che si dà da fare in segreto, alle spalle dei popoli che restano dei semplici spettatori e che non vengono consultati quando si prendono tali decisioni.

Per tale motivo noi diciamo all’imperialismo che ciò che conta non è l’opinione dell’oligarchia, che le oligarchie si possono vendere ma i popoli fratelli dell’America, non si venderanno mai per nessun oro dell’imperialismo yankee! (APPLAUSI.)

Si sono recati lassù per discutere, la borsa in una mano e il bastone nell’altra. Ovviamente, anche se non avessero portato la borsa, avrebbero ottenuto comunque la Dichiarazione di Costarica. Perché? Perché portavano il bastone. Ma inoltre, anche se non avessero portato il bastone, avrebbero votato assieme all’imperialismo. Sapete perché? Perché i latifondisti dell’America non vogliono la riforma agraria; i monopoli dell’America non vogliono la riforma agraria; gli sfruttatori dell’America latina non vogliono giustizia nell’America latina. Così loro, per paura di una rivoluzione come questa che ha finito con tutti i privilegi, che ha finito con i latifondi, che ha finito con lo sfruttamento, per paura di una rivoluzione come questa, e per paura che tutti i popoli s’impregnino dello spirito rivoluzionario di Cuba, votano contro Cuba, perché ciò che vogliono è che venga distrutto l’esempio della Rivoluzione Cubana.

Tuttavia gli operai dell’America latina non la pensano così; i contadini non la pensano così; gli studenti non la pensano così; il popolo dell’America latina non la pensa così. Il popolo dell’America latina, anche se è vittima di una campagna contro Cuba, anche se le notizie pubblicate dalle agenzie yankee mentono continuamente, calunniando e ripetendo ogni tipo di falsità sulla Rivoluzione, i popoli non credono, i popoli non credono le bugie dell’imperialismo! (APPLAUSI.)

Invece noi, che cosa abbiamo fatto? Ci siamo recati lassù per discutere, per esporre i nostri punti di vista, e ce l’abbiamo fatta molto bene. Che cosa è successo? Ciò che tutti si attendevano. Malgrado i formidabili motivi, la straordinaria forza morale di Cuba, quei ministri degli esteri, anche se molti di essi provavano del pudore, hanno convalidato con la loro firma la dichiarazione. Non tutti, perché il ministro degli esteri Arcaya, del Venezuela, disattendendo, si è rifiutato di osservare la direttrice governativa (APPLAUSI); perché anche se la delegazione del Venezuela aveva firmato in ottemperanza delle istruzioni del governo del Venezuela, il ministro degli esteri Arcaya, in rappresentanza del sentimento di quel eroico popolo del Venezuela, di quel eroico popolo del Venezuela che sin da una settimana era sulla strada per protestare contro la Dichiarazione di Costarica (APPLAUSI), il ministro degli esteri Arcaya si è rifiutato di firmare la dichiarazione.

Ma c’è anche un altro caso, il ministro degli esteri che aveva convocato quella riunione su istruzioni del suo governo, perché è stato il ministro degli esteri del Perù chi convocò questa riunione per discutere della presunta intrusione extra-continentale, tale fu la repugnanza prodotta dallo spirito autoritario del Dipartimento di Stato nordamericano, fu tale la ripugnanza che ha prodotto la farsa, che anche lui si è rifiutato di convalidare con la sua firma la dichiarazione (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Roa, Roa!”).

E anche se il ministro degli esteri del Messico aveva firmato la dichiarazione, al suo arrivo nel Messico ha detto che non era d’accordo con la condanna di Cuba; e anche se, ovviamente, la dichiarazione era una condanna a Cuba, lui, personalmente, ha detto che non era la sua intenzione quella di condannare la Rivoluzione Cubana.

Questo per dire che era tale la forza morale di Cuba, era tale il prestigio della nostra Rivoluzione, che diversi ministri degli esteri si sono rifiutati di firmare la dichiarazione, e alcuni di loro che l’hanno firmata hanno fatto dichiarazioni esprimendo il loro punto di vista favorevole a Cuba.

Ovviamente quello non decide il contenuto della dichiarazione; il contenuto della dichiarazione è contro Cuba. Ma comunque sono successe parecchie cose straordinarie in quella conferenza e, da quanto ci ha raccontato il compagno Olivares, la delegazione dell’Argentina aveva presentato un progetto in lingua inglese, un progetto in lingua inglese. Poi hanno spiegato che si trattava di un errore, ma badate bene al errore: una nazione, una delegazione che parla la lingua spagnola, presenta un progetto in lingua inglese (ESCLAMAZIONI).

E’ stata questa una vittoria dell’imperialismo? No, c’è stato solo una vittoria di Pirro dell’imperialismo. Le vittorie di Pirro sono quelle in cui si perde più di quello che si guadagna. Vediamo adesso cosa diranno di questa assemblea democratica, e se adesso oseranno dire che il popolo è stato obbligato ad accettare una risoluzione non democratica; basta di balle sulla democrazia. Finora hanno potuto raccontare delle balle sulla democrazia negli Stati Uniti (ESCLAMAZIONI), e da questo momento, da adesso in poi, siamo noi a parlare di democrazia, noi che siamo riusciti a radunare il popolo per dibattere sui problemi (APPLAUSI). E coloro che dovranno servirsi di leggi di eccezioni, di leggi repressive, perseguendo il popolo sulle strade assieme alle forse repressive, sbattendo in galera i cittadini, che non parlino di democrazia; chi non sarà in grado di riunire il popolo né di consultare il popolo né di contare sul popolo perché decida sui destini della nazione, che non venga a raccontarci balle sulla democrazia, questa è acqua passata!

E adesso, dibattiamo, decidiamo, il popolo di Cuba deve decidere, in quest’assemblea generale nazionale del popolo, sulla Dichiarazione di Costarica e poi dobbiamo formulare la nostra dichiarazione. Così come loro hanno fatto la loro, noi dobbiamo fare la nostra, la Dichiarazione di L’Avana (APPLAUSI).

Pressoché tutti gli articoli della dichiarazione sono contro Cuba, ma leggiamo i tre più importanti, che sono quelli che ci interessano. E poi decidiamo se accettiamo o respingiamo —non ancora— la dichiarazione. Eravamo presenti in Costarica, non abbiamo firmato, e adesso siamo qui. Adesso sottomettiamo la dichiarazione al popolo di Cuba.

Al primo articolo della dichiarazione si legge: “Condanna energicamente l’intervento o minaccia, anche se è condizionata” — guardate bene fino a che punto siamo, anche se è condizionata— “da una potenza extra-continentale negli affari interni delle repubbliche americane, e dichiara che l’accettazione di una minaccia di intervento extra-continentale da parte di uno stato nordamericano, mette in pericolo la solidarietà e la sicurezza americane, ciò che costringe l’Organizzazione degli Stati Americani a disapprovarla e a rifiutarla con la stessa energia”. Con quale energia, quella della cricca o quella del popolo? Perché, da quanto mi risulta l’energia del popolo si sta usando nelle proteste che avvengono sulle strade delle capitali delle nazioni americane.

Così, siamo costretti ad interrogare il popolo riunitosi in quest’assemblea generale, sul primo punto: se qualora la nostra Isola fosse occupata militarmente da forze imperialiste, accetta o non accetta l’aiuto dell’Unione Sovietica? (IL POPOLO ESCLAMA: “Sì! SI SENTONO INOLTRE ESCLAMAZIONI DI: “Fidel, Fidel!” “Cuba sì, yankee no!” “Fidel, Fidel, cos’è che ha Fidel, che gli americani non ce la fanno con lui!”, “Via, su, Caimanera vada giù!”)

Prima votazione e prima risposta del popolo di Cuba riunitosi in assemblea generale nazionale. Prima risposta ai ministri degli esteri di Costarica: Che il popolo di Cuba, riunitosi in assemblea generale nazionale, dichiara, che se l’Isola di Cuba è occupata dalle forze militari imperialiste, Cuba accetta l’aiuto dell’Unione Sovietica (APPLAUSI).

È utile, è utile che noi, inoltre, interroghiamo i ministri degli esteri che condannavano energicamente la minaccia di intervento, anche se era condizionata da una potenza extra-continentale. Cioè, che loro dichiarano che se l’Unione Sovietica ci offre l’appoggio militare in caso d’invasione dagli Stati Uniti, loro avrebbero condannato sia l‘offerta di aiuto che l’accettazione dell’aiuto, bella roba!

Noi vogliamo porre un’altra domanda ai ministri degli esteri riunitisi in Costarica: Su che cosa contano i governi dell’America latina per difendere Cuba in caso d’invasione dalle forze militari imperialiste, così come è capitato una volta al Messico, due volte, varie volte al Nicaragua, così come è capitato in Haiti e Costarica? Su che cosa contano i governi dell’America latina, con quali effettivi militari, per difendere Cuba?

Pima di tutto, che non ce gli hanno e, in secondo luogo, che se gli avessero non avremmo neppure potuto contare su di essi. Cioè, la loro intenzione era che rifiutassimo l’aiuto in caso d’aggressione. Perché? Perché così saremmo stati costretti a dipendere, esclusivamente da loro, che sicuramente ci avrebbero lasciato nell’incrocio. Quindi, la risposta intelligente, la risposta giusta, la risposta rivoluzionaria e la risposta coraggiosa, è la risposta che il popolo di Cuba invia ai ministri degli esteri riunitisi in Costarica (APPLAUSI). Adesso loro sanno come regolarsi.

In un altro punto si legge: “…rifiuta, ugualmente, la pretesa delle potenze cinese-sovietiche di servirsi della situazione politica, economica o sociale di qualsiasi stato nordamericano…” — ovviamente, non menzionano Cuba, ma si riferiscono a Cuba— “visto che la suddetta pretesa è suscettibile di far crollarle l’unità e di porre in pericolo la pace e la sicurezza dell’emisfero”.

Adesso vi chiediamo questo: Pensa il popolo che l’Unione Sovietica o la Repubblica Popolare Cinese sono responsabili di questa Rivoluzione che abbiamo fatto? (IL POPOLO ESCLAMA: “No!”) Chi è responsabile di questa Rivoluzione? Chi è responsabile che noi, i cubani, abbiamo dovuto fare questa Rivoluzione? Chi è responsabile: l’Unione Sovietica, la Repubblica Popolare Cinese o l’imperialismo yankee? (ESCLAMAZIONI DI: “I yankee!”) Cioè, l’unico responsabile della Rivoluzione che avviene a Cuba è l’imperialismo yankee, e, quindi, il popolo di Cuba respinge l’accusa che l’Unione Sovietica o la Repubblica Popolare Cinese cerchino di approfittarsi della situazione politica, economica e sociale di uno stato nordamericano per far crollare l’unità continentale e porre in pericolo la pace e la sicurezza dell’emisfero. Chi pone in pericolo l’unità continentale? (ESCLAMAZIONI DI: “I yankee!”) Chi allontana un popolo latinoamericano dagli altri popoli latinoamericani? (ESCLAMAZIONI DI: “I yankee!”) Chi ha riunito un gruppo di ministri degli esteri latinoamericani per fare una dichiarazione contro un popolo latinoamericano? (ESCLAMAZIONI DI: “I yankee!”) I yankee. Chi è l’unico aggressore in questo continente? (ESCLAMAZIONI DI: “I yankee!”) I yankee. Siffatto, la nostra risposta a questo secondo punto è che l’unico che attacca i popoli dell’America latina, l’unico che fa crollare l’unione dei popoli dell’America latina, l’unico responsabile dello stato rivoluzionario che avviene a Cuba, e che avverrà nell’America latina, è l’imperialismo yankee (APPLAUSI).

E un ultimo esempio per provarlo. Ecco un patto firmato il 7 marzo 1952, tra l’allora ministro di Stato, signor Aureliano Sánchez Arango (ESCLAMAZIONI), e l’ambasciatore nordamericano. Questo patto fu denominato… (ESCLAMAZIONI DI: “Si denominava!”) Si denominava, si denominò o si denominava, è sempre lo stesso, Patto Bilaterale di Aiuto Militare tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. Ovviamente che questo è un patto tra il pescecane e la sardina.

Ed è interessante, ad esempio, il comma due dell’articolo uno. So che il popolo non se ne intende molto di questi patti perché non è stata detta neanche una parola al popolo. Ecco la politica dell’imperialismo: obbligava i singoli governi a sottoscrivere con lui patti tra pescecane e sardina; un patto militare, pensate a quel tipo di patto! tra gli Stati Uniti e gli stati dell’America latina, patto bilaterale per controllare, per via di un gruppo di impegni, tutti i popoli dell’America latina. E al punto due si legge: “Il governo della Repubblica di Cuba s’impegna a fare un uso adeguato dell’aiuto che riceverà dal governo degli Stati Uniti d’America, nei limiti della presente convenzione, allo scopo di attuare i piani di difesa accettati da ambedue i governi, in virtù dei quali ambedue i governi condivideranno compiti importanti per la difesa dell’emisfero occidentale, e a meno che previamente…” — sentite bene ciò che dice il patto. Dice: “… e a meno che previamente si ottenga l’acquiescenza del governo degli Stati Uniti d’America…” —a meno che previamente si ottenga l’acquiescenza del governo degli Stati Uniti d’America— “…non destineranno tale aiuto a dei fini diversi da quelli per i quali è stato prestato”. Questo vuol dire che se noi siamo testimoni che gli aerei prestati, i carri armati prestati, le bombe prestate e le armi prestate, sono state utilizzate per assassinare contadini, per bombardare contadini alla Sierra Maestra, e per assassinare migliaia di cubani, cioè, per opprimere il popolo e per fare la guerra spietata contro il popolo, questo patto che dice “a meno che previamente si ottenga l’acquiescenza del governo degli Stati Uniti d’America, non destineranno tale aiuto a dei fini diversi da quelli per i quali è stato prestato”. Che cosa vuol dire? Che il governo degli Stati Uniti d’America ha dato l’autorizzazione perché i cannoni, le bombe e gli aerei vengano utilizzati contro il popolo di Cuba.

Ecco un patto, anche se potrebbe sembrare assurdo… Ovviamente, la missione militare non era più sul territorio, ma il patto era ancora in vigore. Anche questo lo sottoponiamo alla considerazione del popolo, e chiediamo al popolo se si deve mantenere o annullare il suddetto patto militare (ESCLAMAZIONI DI: “Annulliamolo!”). Cioè, coloro che sono d’accordo con l’annullamento del patto militare in questo momento, che alzino la mano (IL POPOLO RIUNITO, NELLA SUA STRAGRANDE MAGGIORANZA, ALZA LA MANO). Cioè, che per volontà sovrana del popolo di Cuba, è annullato questo patto tra Cuba e gli Stati Uniti, che tanto sangue ha costato (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Bruciatelo!”). No, non lo bruceremo; lo teniamo per la storia, frantumato come è.

Domani, il Ministero di Stato, il Ministero degli Affari Esteri, che è la denominazione durante il Governo Rivoluzionario, comunicherà al governo degli Stati Uniti che il popolo di Cuba, per volontà assolutamente sovrana e libera, riunito in assemblea generale nazionale, ha annullato quella, ormai obsoleta dai fatti e dal sentimento, convenzione militare (ESCLAMAZIONI DI: “Via!”, “Via!” “Via, su, Caimanera vada giù!”). Un momento, un momento, che nella nostra agenda non è ancora inclusa la questione di Caimanera (APPLAUSI). Ci saranno altre assemblee generali nazionali. Ce ne saranno altre ma dobbiamo decidere sulle singole cose opportunamente. E proponiamo al popolo di lasciare per un altro momento la questione di Caimanera, lo chiediamo al popolo. Perché c’è anche un altro motivo: oggi, rispondiamo a fatti internazionali, ad aggressioni internazionali.

Noi siamo stati vittime delle aggressioni economiche, e quando ci hanno tolto le 900.000 tonnellate di zucchero, noi abbiamo avvertito che avrebbero pagato con i loro zuccherifici e imprese le aggressioni perpetrate contro la nostra economia. Ci hanno tolto 900.000, circa un milione di tonnellate, e abbiamo nazionalizzato loro 36 zuccherifici, la compagnia elettrica, la compagnia di telefono e le compagnie petroliere (APPLAUSI).

Dunque, a loro ci resta ancora una parte, che è di riserva, così, se ci fossero nuove aggressioni economiche, allora noi faremmo la nazionalizzazione delle imprese residuali. Cioè, quale sarebbe la politica del Governo Rivoluzionario? Molto semplice e chiara, e anche questo è necessario che il popolo lo capisca e ci dia il loro appoggio. Se continuano le aggressioni economiche contro la nostra nazione, continueremo nazionalizzando le imprese nordamericane (APPLAUSI). Però, se malgrado la realtà che vive la nostra nazione e il nostro popolo a causa delle continue aggressioni, l’imperialismo continua gli attacchi contro la nostra nazione, e s’impegna nel distruggere economicamente la nostra nazione, e si impegna nel continuare attaccando la nostra nazione, allora, convocheremo il popolo in assemblea generale e chiederemo alle forze navali degli Stati Uniti di abbandonare il territorio di Caimanera (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI: “Via, su, Caimanera vada giù!”).

A questo punto tutti sanno come si sono impadroniti di questa parte della nostra Isola; a questo punto tutti sanno in virtù di quali procedure; non dialogando con una nazione sovranamente libera ma con una nazione occupata e sottoposta alle clausole dell’Ammendamento Platt. Inoltre, tutti sanno il rischio che rappresenta per la nostra nazione che la potenza attaccante e bellicista abbia una base sul nostro territorio; i rischi che implicano per la nostra popolazione – in caso di una guerra atomica-, la presenza di una base militare yankee sul territorio cubano. E inoltre, tutti sanno che questo è stato per noi un motivo di preoccupazione permanente, e su questa stessa tribuna abbiamo denunciato più volte che qualsiasi cosa che potrebbe capitare su quel pezzo del territorio, sarà sempre un’auto-provocazione, perché noi non cadremo mai sull’errore di dare loro dei pretesti perché invadano la nostra nazione. Se loro vogliono invadere la nostra nazione, che lo facciano, ma senza pretesto, senza giustificazione, a questo punto conoscono perbene come dovranno regolarsi se attaccano la nostra nazione. Ma noi, che conosciamo le ambiguità e truculenze del Dipartimento di Stato nordamericano, che conosciamo perbene le procedure di cui si sono serviti, abbiamo avvertito il popolo e il mondo che non avremmo mai attaccato la base, anzi, avvertiamo sulla possibilità di auto-provocazione, perché loro ne sono capaci, ne sono perfettamente capaci, certo?, di escogitare un’auto-provocazione con criminali di guerra, per avere il pretesto, e noi, che abbiamo l’obbligo di essere sempre allerta e di avvertire il popolo su ogni cosa, e di avvertire il mondo sui pericoli, diciamo che qualsiasi cosa potesse capitare, sarebbe sempre un’auto-provocazione, perché non attaccheremo mai la base. Quando le circostanze così lo chiederanno, domanderemo sovranamente e democraticamente – come abbiamo fatto oggi-, l’annullamento del suddetto patto perché ci venga restituito il nostro territorio, però non agiremo in modo tale da dare pretesti all’imperialismo per insanguinare la nostra nazione (APPLAUSI).

E siccome il nostro popolo è un popolo intelligente, un popolo che capisce l’occorrenza di marciare con piede fermo, un popolo che capisce l’occorrenza di portare avanti questa lotta con intelligenza, quindi il popolo appoggia la linea adottata dal Governo Rivoluzionario in questi casi delicati e spinosi.

Parliamo adesso di un altro punto della dichiarazione, ecco cosa si legge al punto cinque:

“Proclama che tutti gli Stati membri dell’Organizzazione Regionale” — sentite bene— “che tutti gli Stati membri dell’Organizzazione Regionale sono costretti a rispettare la disciplina del sistema interamericano convenuta volontariamente e liberamente, e che la garanzia più ferma della propria sovranità e indipendenza viene dal rispetto alle disposizioni della Carta dell’organizzazione degli Stati Americani”.

Guardate bene il tipo di garanzia: “che la garanzia più ferma… viene dal rispetto alle disposizioni della Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani”, loro che non sono stati capaci di difenderci dagli attacchi aerei, dai piani controrivoluzionari escogitati nel territorio nordamericano, dalle spedizioni che si organizzano, dagli attentati che organizza, prepara e paga il Dipartimento di Stato yankee, dagli attentati terroristici, dalle bombe e da qualsiasi atto di perturbazione ispirato, preparato e pagato dal Dipartimento di Stato yankee. Loro, che tuttora non hanno potuto difenderci da tali aggressioni né dall’ostilità crescente contro la nostra nazione né dall’aggressione economica dichiarano che “gli Stati membri dell’Organizzazione… sono costretti a rispettare la disciplina”. Molto bene! Prima di sottoporci alla disciplina invitiamo gli Stati membri a convocare e consultare il popolo su tali questioni attinenti all’Organizzazione degli Stati Americani e alla Dichiarazione di Costarica. E una volta consultato il popolo, una volta che il popolo darà il suo accordo, allora sì possono parlare di disciplina.

No, il nostro dovere lo capiamo così: il nostro ministro degli affari esteri si reca in Costarica assieme alla delegazione cubana, si tiene la riunione e i ministri degli esteri adottano la dichiarazione. Che cosa fa il governo di Cuba? Il governo di Cuba convoca il popolo e gli sottopone la dichiarazione. Nessuno Stato può essere costretto a rispettare un accordo internazionale contro la volontà del suo popolo. Noi siamo stati i primi e i soli a sottoporre la suddetta questione alla considerazione del popolo. Ecco ciò che abbiamo fatto, ecco il nostro dovere. Noi rispettiamo ciò che dirà il popolo di Cuba non ciò che diranno i ministri degli esteri che agiscono su istruzioni di Washington (APPLAUSI). Il governo di Cuba non è costretto a rispettare una disciplina diversa da quella emanata dalla volontà libera e sovrana del suo popolo.

Ci sono ancora altre questioni che vogliamo sottoporre alla considerazione del popolo, cioè vogliamo sapere se è d’accordo che la nostra nazione intrattenga rapporti di amicizia e rapporti commerciali con tutti i popoli del mondo (ESCLAMAZIONI ALL’UNANIMITÀ DI: “Sì!”).

Vogliamo sottoporre al nostro popolo un’altra cosa. Il nostro popolo ha ripreso le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica; vogliamo chiedere al nostro popolo se è d’accordo (ESCLAMAZIONI A’UNANIMITÀ DI: “Sì!”); se il nostro popolo è d’accordo che intratteniamo relazioni anche con le altre nazioni socialiste (ESCLAMAZIONI ALL’UNANIMITÀ DI: “Sì!”).

E c’è ancora un’altra questione molto importante. Come sapete, l’imperialismo ha colto l’occasione per accusare la Repubblica Popolare Cinese d’intromissione anche negli affari dell’America latina, ma il vero è che finora, la nostra nazione non aveva relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, anzi, solitamente il nostro Paese intratteneva relazioni con un governo fantoccio, protetto da navi della Settima Flotta americana. Ah! Tuttavia, nessuna nazione dell’America latina ha osato intraprendere relazioni, non solo diplomatiche, neppure commerciali, con la Repubblica Popolare Cinese. Quindi, il Governo rivoluzionario di Cuba vuole chiedere al popolo di Cuba se è d’accordo, che il popolo di Cuba, in questa assemblea sovrana e libera, decida sulla instaurazione di relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese (ESCLAMAZIONI ALL’UNANIMITÀ DI: “Sì!”). Quindi, da questo momento, cessano le nostre relazioni diplomatiche con il regime di Chiang Kai Shek (ESCLAMAZIONI DI: “Sì!”), e se la Repubblica Popolare Cinese desiderasse aiutarci anche nel caso in cui Cuba venisse attaccata da forze militari dell’imperialismo, Cuba accetti l’aiuto della Repubblica Popolare Cinese (ESCLAMAZIONI ALL’UNANIMITÀ DI: “Sì!” “Siamo d’accordo!”).

Questo vuol dire che noi siamo davvero una nazione libera nell’America, che noi decidiamo sulla nostra politica nazionale e internazionale democraticamente e sovranamente. Democratica significa assieme al popolo; sovrana significa senza soggezione ai dettami di una politica estera.

Questo vuol dire che il nostro popolo non deve chiedere il permesso a nessuno per prendere una decisione. Questo vuol dire popolo libero; questo vuol dire popolo sovrano. Quelli che non potranno chiamarsi popoli liberi e popoli sovrani sono quelli che devono chiedere il permesso a Mister Herter quando vogliono fare un passo (EESCLAMAZIONI DI: “Via!”), quelli che devono chiedere il permesso all’ambasciata yankee quando vogliono fare un passo. Questa manifestazione di oggi è la prova che Cuba è davvero il territorio libero d’America! (APPLAUSI e ESCLAMAZIONI DI: “Cuba sì, yankee no!”)

Non volevano rivoluzioni nell’America? Allora, ecco una rivoluzione nell’America! Non volevano giustizia in una nazione d’America, che alfine i nostri contadini fossero padroni della terra, che alfine i nostri bambini avessero scuole, che alfine le nostre famiglie avessero case, che alfine il popolo avesse lavoro, avesse spiagge, che ci fossero pari opportunità di accesso alle università sia per il figlio del contadino che per il figlio dell’operaio? Non volevano un popolo felice? Allora, ecco un popolo felice, anche se non lo vogliono! perché a questo popolo nessuno gli ha regalato questa felicità, essa è stata conquistata con molto sacrificio, ed è un popolo che ha il diritto alla felicità, perché sa conquistarla, perché solo quando ci si ha uno spirito rivoluzionario come quello che ha il popolo di Cuba, quando ci si conta su un popolo tanto maturo politicamente e tanto formidabile come questo, allora si può davvero ingaggiare una lotta come quella avviatasi a Cuba. Non per niente il nostro popolo ha il rispetto del mondo, l’ammirazione del mondo, l’affetto degli altri popoli del mondo! perché capiscono che siamo un popolo piccolo che ha fatto fronte a ostacoli molto grandi. Capiscono che eravamo un popolo piccolo sottoposto all’influenza yankee, sottoposto alla propaganda yankee, sottoposto ai film yankee, sottoposto alle riviste yankee, alla moda yankee, alla politica yankee, alle abitudini yankee, e che qui tutto era yankee (ESCLAMAZIONI).

Ah!, come vanno a parlare adesso, come vanno a parlare adesso d’intromissione sovietica, oppure come vanno ad accusare la Repubblica Popolare Cinese, se la sola influenza che ci avevamo tutti i giorni, se i soli libri che vedevamo tutti i giorni, i soli film che vedevamo tutti i giorni, le sole abitudini e le sole mode, venivano dagli Stati Uniti; cioè che se ci si deve parlare d’intruso, l’intruso è l’imperialismo yankee che cercò di distruggere il nostro spirito nazionale, che cercò di distruggere il patriottismo dei cubani, che cercò di distruggere la nostra resistenza alla penetrazione degli interessi stranieri. Grazie all’esistenza di un popolo straordinariamente virtuoso, grazie a che questo popolo ingaggiò la lotta molto prematuramente, che lottò da solo per la sua indipendenza per ben un secolo, un popolo che ha avuto uomini come Maceo, Céspedes, Agramonte, Calixto García, e un popolo che ha avuto uno straordinario Apostolo, un uomo lungimirante, un uomo molto umano, un uomo di eloquenza e saggezza straordinarie come José Martí, che creò la nazionalità della patria (APPLAUSI PROLUNGATI), e grazie agli uomini che in condizioni molto avverse, agli uomini che all’epoca repubblicana ingaggiarono la lotta disuguale contro la penetrazione yankee, uomini che vanno da Juan Gualberto Gómez e Sanguily – che si opposero tenacemente alla penetrazione-, fino agli uomini che negli anni 20 e 30 si sacrificarono e caddero lottando perché sopravvivesse la nazionalità cubana, lo spirito nazionale cubano, perché lo spirito nazionale non fosse assorbito dallo straniero potente; grazie a loro, a quell’opera di generazioni, a quella tradizione, noi abbiamo potuto raccogliere questa maturità e questa coscienza rivoluzionaria nel nostro popolo, ammirato dall’America, ammirato dal mondo; ammirato per il suo spirito, ammirato per i suoi fatti, ammirato per il suo coraggio, ammirato per il suo entusiasmo, perché è un popolo che quando gli si dice: “Occorre riunirsi per contestare l’aggressione!, occorre riunirsi per dimostrare ai nemici di Cuba che il popolo è accanto alla Rivoluzione!, occorre riunirsi per dimostrare che il popolo non ha paura!, occorre riunirsi perché vedano che il popolo è disposto a compiere la promessa di Patria o Morte!” (ESCLAMAZIONI), questo popolo è tanto numeroso che riempie una Piazza di queste dimensioni e offre uno spettacolo mai immaginato.

Ah! Ecco ciò che spiega l’ammirazione che provano i nostri visitatori, perché non c’è spettacolo più impressionante e più formidabile che un popolo vivente, un popolo consapevole, un popolo con spirito, un popolo con morale, ragione, spirito di lotta, coraggioso, capace di sentire un ideale e di sacrificare tutti gli interessi individuali per quel ideale! Perché quando un popolo arriva a questo grado di consapevolezza rivoluzionaria, gli individui si fondono nell’anima del popolo e a questo punto, individualmente, ognuno di noi non conta, c’è qualcosa che non muore né può morire mai, ecco il popolo! Gli uomini individualmente possono scomparire ma i popoli perdurano. E questo popolo nostro, questo popolo rivoluzionario, questa folla, questo popolo in corteo, questo popolo riunito, questo popolo che lavora, questo popolo che si prepara, questo popolo che si istruisce, è qualcosa che ha vita eterna, è qualcosa che ha vita immortale, qualcosa dove l’opera di ognuno di noi, il piccolo chicco di sabbia di ognuno di noi, continuerà lungo la storia, perché le generazioni avvenire possano continuare la tradizione del suo popolo, così come noi abbiamo continuato la tradizione di coloro che hanno avviato la lotta per la nazione cubana un secolo fa; le generazioni avvenire continueranno la tradizione nostra e avranno gli esempi nostri, così come noi abbiamo avuto gli esempi dei nostri predecessori (APPLAUSI). Per quello il popolo dice: la Patria o la Morte! Che cosa vuol dire la Patria o la Morte!? Vuol dire che poco importa morire se il popolo continuerà a vivere, se la patria continuerà a vivere; che poco importa dare la nostra vita per la patria, perché la patria continuerà a vivere (ESCLAMAZIONI DI: “la Patria o la Morte!” “Vinceremmo!”). E, perché il popolo dice Vinceremmo! Il popolo dice Vinceremmo! perché anche se molti di noi potranno cadere, perché anche se individualmente molti compatriotti, se la patria lo esigesse, potranno dare la loro vita in sacrificio, ciò vuol dire che non la danno invano, la danno perché la patria trionfi! Ecco perché noi diciamo: la Patria o la Morte! E il popolo dice: Vinceremmo! la patria dice: Vinceremmo! (ESCLAMAZIONI DI: “Vinceremmo!”)

E siamo certi che la patria vincerà. Non abbiamo alcun dubbio, perché conosciamo la materia, perché inoltre, non è una battaglia di un gruppo di uomini, è la battaglia di un intero popolo e un intero popolo non ha mai perso una battaglia; è una battaglia motivata, una battaglia per la giustizia, una battaglia per il benessere dei nostri compatriotti, una battaglia per il benessere dei nostri prossimi, una battaglia per il benessere dell’uomo, una battaglia per il benessere dell’umanità, e mai un intero popolo che ha lottato per una causa tanto nobile ha perso la battaglia! Ma, inoltre, perché Cuba non è sola. Sarebbe sola se non difendesse una causa giusta, sarebbe sola se non lottasse per il benessere dell’umanità. Anzi, rimarranno soli quelli che lottano contro il progresso dell’umanità, quelli che lottano contro il benessere dell’uomo; quelli saranno sempre più soli intanto saranno sempre più accompagnati tutti quelli che come noi, lottano per il benessere dell’uomo e per il benessere dell’umanità (APPLAUSI).

La nostra patria piccola rappresenta oggi interessi che vanno oltre le nostre frontiere. Alla nostra patria piccola ha toccato il destino di essere il faro che illumina i milioni e milioni di uomini e donne come noi, che nell’America soffrono oggi lo stesso che noi abbiamo sofferto ieri! Ecco il glorioso destino che ci ha toccato e noi saremmo una chiarore che non si spegnerà mai, un chiarore che sarà sempre più splendente e i cui rifletti arriveranno sempre più lontani sulle terre di nostra sorella l’America!

E questo lo sa il nostro popolo, ed è per questo che risponde in modo eccezionale, ed è per questo che agisce degnamente ed eroicamente.

Che ci sia permesso, che abbiamo la responsabilità del Governo Rivoluzionario, che sia permesso al sottoscritto e ai miei compagni, di esprimerci in questa tribuna, che ci sia permesso di soddisfare la necessità di esprimere tutto l’orgoglio che proviamo per il nostro popolo, tutta la soddisfazione che proviamo per il nostro popolo, la gioia infinita che proviamo per i successi del nostro popolo (APPLAUSI e ESCLAMAZIONI). Che ci sia permesso di esprimere l’incentivo che proviamo nel nostro lavoro, l’entusiasmo che proviamo nella nostra lotta, come cresce il nostro fervore per questa causa e come avvertiamo che le nostre forze e le nostre energie si moltiplicano per continuare lavorando per il popolo, per continuare lottando contro gli ultimi resti dell’ingiustizia, contro gli ultimi resti della povertà; continuare lavorando per il benessere del nostro popolo; continuare lavorando per rendere felice il nostro popolo; continuare lavorando per riqualificarci, per compiere i nostri doveri in modo sempre più efficiente; per agire sempre meglio. E come noi, in momenti come questi, ci promettiamo a noi stessi che anche i piccoli errori devono essere eliminati; ci promettiamo a noi stessi che perfino le cose che non sono state fatte interamente bene o perfettamente bene, o che non sono assolutamente riuscite, perché, chi meglio di noi per sapere che gli uomini sbagliano, che gli uomini commettono errori, e che le rivoluzioni, anche se giuste, nobile e buone, commettono a volte ingiustizie perché sono uomini quelli che agiscono, sono uomini quelli che decidono. Come, nei momenti come questi, davanti a un popolo tanto eccezionale come questo, noi avvertiamo che anche noi cresciamo e abbiamo sempre più forza e proviamo sempre più amore per questa causa, e abbiamo sempre più disposizione per fare i sacrifici che siano necessari perché forse, poche volte nella storia, un gruppo di uomini al governo si è visto tanto contraccambiato dal suo popolo come è capitato agli uomini del Governo Rivoluzionario cubano! (APPLAUSI PROLUNGATI ED ESCLAMAZIONI DI: “Con voi!” “Con voi!”)

E, per concludere quest’assemblea, ci resta ancora un’altra cosa: vogliamo sottoporre alla considerazione del popolo una dichiarazione che contiene i punti di vista del popolo di Cuba, e sui quali abbiamo già dibattuto. E’ una sorta di risposta alla Dichiarazione di Costarica, per contrapporla alla dichiarazione dei ministri degli esteri, cioè la dichiarazione dei popoli, la dichiarazione che si denominerà nella storia dell’America la Dichiarazione di L’Avana! (APPLAUSI.)

Questa dichiarazione, una volta sottoposta alla considerazione del popolo di Cuba, chiederemo a tutte le organizzazioni rivoluzionarie dell’America, a tutti i sindacati di operai, alle organizzazioni di studenti, intellettuali, artisti e a tutti gli uomini rivoluzionari dell’America, di appoggiarla (APPLAUSI). Questa ha il merito di essere una dichiarazione sottoscritta da un intero popolo, ha il merito del contributo democratico del nostro popolo, perché ciò che si deve sottolineare, e che sottolineeremo sempre, è che questa Rivoluzione è arrivata al potere grazie alla volontà del popolo, governa grazie alla volontà del popolo e si sostiene al potere unicamente grazie all’appoggio del popolo! (APPLAUSI); che c’è Governo Rivoluzionario perché c’è un popolo rivoluzionario che lo appoggia; ed i governi rimangono al potere, sia per la forza, sia per l’appoggio del popolo. Rimangono al potere per la forza le oligarchie militari e le oligarchie politiche che rappresentano gli interessi più reazionari dei singoli stati, che rappresentano lo sfruttamento dei loro operai e contadini, che rappresentano lo sfruttamento dei loro popoli, e per la congiunzione della forza, del denaro e della bugia, si mantengono al potere. E malgrado gli attacchi, malgrado le aggressioni, malgrado le campagne di calunnie in cui ha investito tutto il potere propagandistico l’impero potente del Nord, malgrado le aggressioni economiche, malgrado le manovre diplomatiche internazionali, la Rivoluzione rimane al potere. Perché? Per il popolo! e resterà al potere fintantoché ci sarà il popolo! (APPLAUSI); e avrà il popolo, fintantoché lotterà e lavorerà per il popolo! (APPLAUSI.)

Con questo prestigio e con questo appoggio si fa questa dichiarazione.

“Dichiarazione di L’Avana.

“Insieme all’immagine e al ricordo di José Martí (APPLAUSI), a Cuba, Territorio Libero di America (APPLAUSI), il popolo, nell’esercizio dei poteri inalienabili derivanti dall’effettivo esercizio della sovranità, espressa nel suffragio diretto, universale e pubblico, si è costituito in Assemblea Generale Universale (APPLAUSI).

“Nel mio nome, e cogliendo il parere della nostra America, l’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba,

“PRIMO: Condanna in tutti i suoi estremi la cosiddetta Dichiarazione di San José di Costarica, documento dettato dall’Imperialismo Nordamericano, e lesivo dell’autodeterminazione nazionale, la sovranità e la dignità dei popoli fratelli del Continente (APPLAUSI).

“SECONDO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba condanna energicamente l’intervento aperto e criminale che per ben più di un secolo ha esercitato l’Imperialismo Nordamericano su tutti i nostri popoli dell’America latina; popoli che più di una volta hanno visto occupato il loro suolo, cioè nel Messico, il Nicaragua, Haiti, Santo Domingo o Cuba; che hanno perso a causa della voracità degli imperialisti yankee vaste e ricche zone, tale il Texas, centri strategici vitali come il Canale di Panama, intere nazioni come il Portorico, diventato territorio di occupazione; che hanno subito, inoltre il trattamento umiliante dalla marina militare contro le nostre donne e figlie e contro i simboli più alti della storia patria, come l’effigie di José Martí.” (APPLAUSI.)

Tale intervento, consolidato nella superiorità militare, in patti disuguali e nella sottomissione miserabile di governanti traditori, nell’arco di più di cento anni ha fatto diventare la nostra America, l’America che Bolívar, Hidalgo, Juárez, San Martín, O’Higgins, Sucre, Tiradentes e Martí hanno voluto libera, una zona di sfruttamento, nel cortile posteriore dell’impero finanziario e politico yankee, una riserva di voti per gli organismi internazionali, in cui noi, stati latinoamericani, abbiamo figurato da bestia da soma del “Nord turbolento e brutale che ci disprezza” (APPLAUSI).

“L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo dichiara che l’accettazione da parte dei governi che assumono ufficialmente la rappresentanza degli stati dell’America latina di quel intervento continuato e storicamente irrefutabile, tradisce gli ideali d’indipendenza delle loro nazioni, cancella la sovranità e impedisce la vera solidarietà tra i nostri stati; ciò che costringe quest’Assemblea a repudiarla, in nome del popolo di Cuba, e con voce che coglie la speranza e la decisione dei popoli latinoamericani e l’accento liberatore dei proceri immortali della nostra America (APPLAUSI).

“TERZO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo respinge ugualmente il tentativo di preservare la Dottrina Monroe- utilizzata finora-, siffatto l’aveva previsto José Martí, ‘per estendere la dominazione nell’America degli imperialisti voraci – per iniettare il veleno denunciato opportunamente da José Martí – il veleno degli imprestiti dei canali, delle ferrovie…’

“Per tale motivo, di fronte all’ipocrita panamericanismo che non è altro che la predominanza dei monopoli yankee sugli interessi dei nostri popoli e la gestione yankee dei governi prostrati davanti a Washington, l’Assemblea del Popolo di Cuba proclama il latinoamericanissimo liberatore latente in José Martí e in Benito Juárez (APPLAUSI). E, nello stendere l’amicizia verso il popolo nordamericano — il popolo dei neri linciati, degli intellettuali perseguitati, degli operai forzati ad accettare la direzione dei gangster—, riafferma la volontà di avanzare ‘con l’intero mondo e non con una parte di esso’ (APPLAUSI).

“QUARTO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo dichiara, che l’aiuto spontaneamente offerto dall’Unione Sovietica a Cuba qualora il nostro stato fosse attaccato da forze militari imperialiste, non potrà reputarsi mai un atto d’intromissione, anzi, è un evidente atto di solidarietà, e tale aiuto, fornito a Cuba in caso di imminente attacco dal Pentagono yankee (ESCLAMAZIONI), onora il Governo dell’Unione Sovietica che l’offre e al tempo stesso disonora il Governo degli Stati Uniti, le sue codardi e criminali aggressioni contro Cuba (APPLAUSI).

“QUINDI: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo dichiara davanti all’America e al mondo, che accetta e riconosce l’appoggio dei missili dell’Unione Sovietica (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “¡Muoia, gringo!”), se il suo territorio fosse occupato da forze militari degli Stati Uniti.

“SESTO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba, respinge categoricamente la presunta pretesa da parte dell’Unione Sovietica e della Repubblica Popolare Cinese di ‘utilizzare la posizione economica, politica e sociale di Cuba, per far crollare l’unità continentale e mettere in pericolo l’unità dell’emisfero’.

“Dal primo all’ultimo sparo, dal primo all’ultimo dei 20.000 martiri che ha costato la lotta per sconfiggere la tirannia e conquistare il potere rivoluzionario, dalla prima all’ultima legge rivoluzionaria, dal primo all’ultimo atto della Rivoluzione, il popolo di Cuba ha agito per volontaria e assoluta determinazione, quindi non si può responsabilizzare l’Unione Sovietica o la Repubblica Popolare Cinese dell’esistenza di una rivoluzione, che è la risposta giusta di Cuba contro i crimini e le ingiustizie perpetrati dall’imperialismo nell’America (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Fidel, evvai, contro i yankee ce la fai!”).

“Invece, l’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba è dell’avviso che la politica d’isolamento e ostilità verso l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese, difesa dal Governo degli Stati Uniti e imposta dal suddetto ai governi dell’America latina, e l’atteggiamento bellicista e aggressivo del Governo nordamericano, e il suo rifiuto sistematico all’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nelle Nazioni Unite, anche se rappresenta uno stato di oltre 600 milioni di abitanti, mette davvero in pericolo la pace e la sicurezza dell’emisfero e del mondo.

“QUINDI: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba ratifica la sua politica di amicizia con tutti i popoli del mondo, riafferma il suo proposito di stabilire relazioni diplomatiche con tutti gli stati socialisti (APPLAUSI e ESCLAMAZIONI DI: “¡Kruscev, Kruscev!”), e da adesso in poi, nell’esercizio della sua sovranità e libera volontà, fa sapere al Governo della Repubblica Popolare Cinese, che decide stabilire relazioni diplomatiche tra ambedue gli stati e che, per tale motivo, sono rescisse le relazioni che finora Cuba aveva intrattenuto con il regime fantoccio che sostengono a Formosa le navi della Settima Flotta yankee (APPLAUSI).

“SESTO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo riafferma — ed è certa che è questo il desiderio comune dei popoli dell’America latina—, che la democrazia non è compatibile né con l’oligarchia finanziaria né con la discriminazione del nero né con i vandalismi del Ku-Klux-Klan né con la persecuzione che privò delle loro cariche scienziati come Oppenhimer; che impedì per anni che il mondo ascoltasse la voce meravigliosa di Paul Robeson, prigioniere nella propria nazione, e che portò alla morte, davanti alla contestazione e allo spavento dell’intero mondo, e malgrado l’appello di governanti di vari stati e del Pappa Pio XII, agli sposi Rosenberg.

“L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba, esprime la convinzione cubana che la democrazia non è solo l’esercizio di un voto elettorale, che quasi sempre è finto ed è gestito da latifondisti e politici da professione, ma anche il diritto dei cittadini di decidere, come lo fa adesso quest’Assemblea Generale del Popolo di Cuba, i propri destini. Inoltre, ci sarà la democrazia nell’America quando i popoli saranno veramente liberi di decidere, quando gli umili non saranno ridotti — dalla fame, l’iniquità sociale, l’analfabetismo ed i sistemi giuridici— alla più ominosa impotenza.

“Quindi, l’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba: condanna il latifondo, fonte di miseria per il contadino e il sistema di produzione agricolo retrogrado e disumano; condanna salari da fame e lo sfruttamento iniquo del lavoro umano da bastardi e privilegiati interessi; condanna l’analfabetismo, l’assenza di maestri, di scuole, di medici e di ospedali; la non tutela della vecchiaia che impera negli stati dell’America; condanna la discriminazione del nero e dell’indio; condanna la disuguaglianza e lo sfruttamento della donna; condanna le oligarchie militari e politiche che tengono i nostri popoli nella miseria, impediscono il loro sviluppo democratico e il pieno esercizio della loro sovranità; condanna il trasferimento delle risorse naturali delle nostre nazioni ai monopoli stranieri come politica di cessione e di tradimento degli interessi dei popoli; condanna i governi che disattendono il sentimento dei loro popoli sugli ordini di Washington; condanna l’inganno sistematico ai popoli dai mass media che rispondono agli interessi delle oligarchie e alla politica dell’imperialismo oppressore; condanna il monopolio delle notizie dalle agenzie yankee, strumenti dei trust nordamericani e agenti di Washington; condanna le leggi repressive che impediscono agli operai, ai contadini, agli studenti e agli intellettuali, alla stragrande maggioranza dei singoli stati, organizzarsi e lottare per le loro rivendicazioni sociali e patriottiche; condanna i monopoli e imprese imperialiste che saccheggiano, mandano in rovina e mantengono arretrate le nostre economie, e sottopongono la politica dell’America latina ai loro disegni e interessi.

“L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba condanna, infine, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (APPLAUSI), e lo sfruttamento delle nazioni sottosviluppate dal capitale finanziario imperialista. Di conseguenza, l’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba, proclama davanti all’America:

“Il diritto dei contadini alla terra; il diritto degli operai al frutto del loro lavoro; il diritto dei bambini all’istruzione; il diritto dei malati all’assistenza medica e ospedaliera; il diritto dei giovani al lavoro; il diritto degli studenti all’insegnamento libero, esperimentale e scientifico; il diritto dei neri e degli indi alla ‘dignità piena dell’uomo’; il diritto della donna all’uguaglianza civile, sociale e politica; il diritto dell’anziano a una vecchiaia sicura; il diritto degli intellettuali, artisti e scienziati a lottare, con le loro opere, per un mondo migliore; il diritto degli Stati alla nazionalizzazione dei monopoli imperialisti, ricuperando così le ricchezze e le risorse nazionali; il diritto delle nazioni al commercio libero con tutti i popoli del mondo; il diritto delle nazioni alla piena sovranità; il diritto dei popoli a trasformare le caserme militari in scuole, ed ad armare gli operai, i contadini, gli studenti, gli intellettuali, i neri, gli indi, le donne, i giovani, gli anziani, cioè, tutti gli oppressi e sfruttati, perché difendano, da soli, i loro diritti e destini (APPLAUSI E ESCLAMAZIONI DI: “Fidel, Fidel; Fidel, Fidel, cos’è che ha Fidel, che gli americani non ce la fanno con lui!”).

“SETTIMO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba postula: Il dovere degli operai, dei contadini, degli studenti, degli intellettuali, dei neri, degli indi, dei giovani, delle donne, degli anziani, di lottare per le loro rivendicazioni economiche, politiche e sociali (APPLAUSI); il dovere delle nazioni oppresse e sfruttate di lottare per la loro liberazione; il dovere dei singoli popoli di solidarietà con tutti i popoli oppressi, colonizzati, sfruttati o attaccati (APPLAUSI), ovunque si trovino e qualunque sia la distanza. Tutti i popoli del mondo sono fratelli! (ESCLAMAZIONI DI: “Unità, unità!”.)

“OTTAVO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba riafferma la sua fiducia che l’America latina avanzerà presto, unita e vincente, affrancata dai legami che rendono la sua economia ricchezza alienata all’imperialismo nordamericano e che gli impedisce di fare ascoltare la propria voce nelle riunioni dove i ministri degli esteri ammansiti, servono di coro infamante al padrone despotico. Ratifica, di conseguenza, la sua decisione di lavorare per questo comune destino latino-nordamericano che consentirà alle nostre nazioni di edificare una solidarietà vera, basata sulla libera volontà di ognuno di loro e sulle aspirazioni collettive di tutti. Nella lotta per quell’America affrancata, di fronte alle voci disciplinate di coloro che usurpano la loro rappresentanza ufficiale, emerge adesso, con potenza invincibile, la voce autentica dei popoli, voce che si fa strada dalle viscere delle miniere di carbone e stagno, dalle loro fabbriche e zuccherifici, dai loro feudi, dove roto, cholo, gaucho, jíbaro, eritieri di Zapata e di Sandino, brandiscono le armi della loro libertà, voce che riecheggia nei loro poeti e romanzieri, nei loro studenti, donne e bambini e anziani insonne. A quella voce sorella, l’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba risponde (APPLAUSI): Presente! Cuba non cederà. Oggi Cuba è qui per ratificare, davanti all’America latina e davanti al mondo, come un impegno storico, il suo dilemma irrinunciabile: Patria o Morte.

“NONO: L’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba.

“Decide che la presente dichiarazione sia nota come ‘Dichiarazione di L’Avana’, Cuba, L’Avana, Territorio Libero d’America. 2 settembre 1960.” (APPLAUSI.)

Sottoponiamo questa Dichiarazione di L’Avana all’opinione del popolo, cioè, coloro che appoggiano la Dichiarazione, alzino la mano (LA FOLLA ALZA LA MANO). (PER VARI MINUTI ESCLAMANO: “Abbiamo già votato con Fidel!” e “¡Fidel, Fidel, cos’è che ha Fidel, che gli americani non ce la fanno con lui!” e “Evviva Raúl Roa!”).

Dunque, c’è ancora un’altra cosa. E con la Dichiarazione di San José, che cosa facciamo? (ESCLAMAZIONI DI: “Facciamola a pezzi!”) Facciamola a pezzi! (Fidel la fa a pezzi davanti alla folla.)

I suddetti accordi dell’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba, che abbiamo appena letto, verranno comunicati a tutti i popoli fratelli dell’America latina.

(OVAZIONE).

Versioni stenografiche

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Trump e lo spettro del fascismo

Altrenotizie.org - Mar, 01/09/2020 - 19:45

La campagna elettorale negli Stati Uniti si sta infuocando a tal punto che in questi giorni si è assistito allo spettacolo di un presidente che ha apertamente celebrato e incoraggiato le violenze di organizzazioni neofasciste. L’atteggiamento di Donald Trump punta esattamente ad alimentare un clima di odio, diretto contro i manifestanti in piazza per protestare la brutalità della polizia, e dipingere qualsiasi elemento di opposizione al suo governo, incluso il Partito Democratico, come una minaccia eversiva di estrema sinistra.

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Le cattive intenzioni di quelli che negano l’esistenza del vaccino cubano

Cubadebate (italiano) - Mar, 01/09/2020 - 01:08

soberana-2-580x326Le chiamerò “cattive intenzioni” per non darle un altro nome più forte, più aggressivo. Chiamerò così l’atteggiamento di quelli che dicono che Sovrana non è nostra, che non esiste.

In questi giorni ho ricevuto messaggi che mi dicevano che per comunista, ciber-pesce ed altri aggettivi meno pubblicabili mi avrebbero preso come cavia per provare il vaccino russo contro la COVID, che non esiste tale vaccino cubano, che hanno pagato Cuba un’assurdità di milioni affinché lo provino su di noi, etc.etc.

Io non ho perso neanche un secondo ed ho subito risposto, e poi ho visto nelle reti sociali una delle scientifiche che hanno lavorato per ottenere questo risultato, Dagmar Garcia, spiegando le differenze tra uno e l’altro vaccino con un’umiltà enorme, ed allora ho ricordato suo padre.

Josè Luis Garcia Cuevas è stato il mio professore quasi 40 anni fa, eccellente, preparato, tra i migliori che ho avuto. Io frequentavo il 4º anno dell’università, lui era vice-rettore dell’UCLV (Universidad Central  “Marta Abreu” de Las Villas) e per avere tante responsabilità gli lasciavano sempre l’ultimo turno del pomeriggio nella programmazione (da 5 a 7).

Io ero già incinta di mia figlia più grande.

Finendo la classe diceva sempre la stessa frase …La panciona ed altri due per Santa Clara… Il vice-rettore delle Ricerche dell’Università offriva il passaggio nella sua macchina a tre alunni e la panciona (io), avevo priorità.

Quando è finito il corso, per la data del parto che mi avevano dato non facevo in tempo a fare l’esame col resto dei miei compagni, gli ho chiesto se potevo anticiparlo. Senza esitazione, mi ha detto…Certo, lo facciamo quando vuoi…, due giorni dopo ero seduta nel suo ufficio ed ho fatto l’esame da sola.

Sarà che l’umiltà si eredita? A me sembra di no, l’umiltà si insegna, si esercita in casa ed i nostri figli l’imparano.

Io ringrazio a Dio per avere avuto un professore come Josè Luis. Dell’elettronica che mi ha insegnato non so oramai niente perché non è stata nella mia pratica giornaliera, ma le lezioni di vita che mi ha dato non le dimenticherò mai.

Io ringrazio Dio che sua figlia Dagmar sia tanto intelligente come lui e che segua la sua stessa strada.

Mi fido di Dagmar ed in tutti quelli che hanno lavorato nell’ottenimento di Sovrana.

Le loro virtù sono innegabili e non sono toccate dalle cattive intenzioni dei calunniatori.

di Maria del Carmen Hernandez

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Giappone, i dubbi del dopo Abe

Altrenotizie.org - Lun, 31/08/2020 - 19:42

Con le dimissioni improvvise nel fine settimana del primo ministro giapponese, Shinzo Abe, rischia di aprirsi per la terza potenza economica del pianeta un periodo di incertezza che sta già mettendo in allarme la classe dirigente indigena. Tra una pesantissima crisi economica e sanitaria e le scosse internazionali provocate dalla condotta americana e dalla rivalità USA-Cina, gli interrogativi che emergono dall’addio alla guida del governo del premier più longevo della storia nipponica sono l’identità del suo successore e le capacità che avrà quest’ultimo di mantenere o accelerare la linea politica ed economica degli ultimi otto anni.

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Cuba salva, sempre

Cubadebate (italiano) - Ven, 28/08/2020 - 23:30

coronavirus-disegni“I bambini, scevri da schemi e convenzioni sociali, con il loro linguaggio libero, spontaneo e sincero, possono sicuramente raccontarci e trasmetterci, da questa devastante esperienza della COVID-19, un messaggio positivo, che è quello della solidarietà, della fratellanza, dell’unione senza differenze di sesso, nazionalità, religione”.

dal progetto “Vi presento il signor Coronavirus”

Oggi stiamo affrontando una nuova realtà, un cambio radicale delle più insignificanti abitudini, con l’orrendo dubbio che niente e nulla potrà ritornare come prima, quando non conoscevamo l’esistenza del coronavirus SARS-CoV-2.

Personalmente mi sento molto triste per la sequela di morti che ci ha lasciato, anche perché sembra una lista che non vuole mai concludersi, e perché mi rendo conto che i bambini, soprattutto i più piccoli, forse non potranno godere tanto del piacere di condividere con gli altri le loro esperienze, come invece abbiamo potuto fare noi, già adulti da un bel pezzo.

Questa terribile emergenza, come sappiamo, ha reso ancora più grave la profonda crisi economica mondiale, lasciando numerose famiglie, soprattutto le più povere, sul confine dell’indigenza.

Per dare un modesto aiuto a quelli che si trovano in questa situazione, la Pubblica Assistenza di Campi Bisenzio, in collaborazione con il Comitato Gemellaggi, diretto dall’Assessore Giorgia Salvatori e con il Patrocinio del Comune di Campi Bisenzio ha deciso di promuovere un progetto “Vi presento il signor Coronavirus”.

Il gruppo di coordinamento del progetto, formato dalle volontarie della Pubblica Assistenza Paola Zanobetti, Federica Cresci, Mirella Magonio, ha promosso la raccolta di disegni e racconti di bambini e pre-adolescenti, dai 3 ai 14 anni, il cui titolo e guida tematica è stata: “Vi presento il Signor Corona Virus” e prevede, inoltre, la pubblicazione di un libro dallo stesso titolo, con i disegni che sono stati inviati.

Gli obiettivi del progetto sono: stimolare i bambini all’espressione grafica e scritta, attraverso la produzione di disegni, testi scritti, fumetti, materiale fotografico, di ciò che vivono rispetto ai cambiamenti forzati delle abitudini della vita quotidiana, determinati dalla situazione d’emergenza della COVID-19; promuovere la comunicazione e lo scambio di emozioni e vissuti tra bambini del territorio e dei paesi gemellati con il Comune di Campi Bisenzio; raccolta fondi per sostenere la Pubblica Assistenza di Campi Bisenzio, attraverso la successiva vendita del libro ed una parte dei fondi sarà devoluta alle famiglie del territorio in estrema difficoltà economica a causa dell’emergenza della COVID-19. Inoltre, una copia del libro, sarà regalata a tutti i bambini che hanno partecipato, in Italia ed all’estero.

Il messaggio che si vuole trasmettere è che la globalizzazione è un processo d’integrazione che interessa le economie, le culture e il costume dell’intero pianeta. La rapida circolazione di idee, merci e persone ha purtroppo portato anche alla rapida trasmissione di malattie infettive che, diffuse nel pianeta, si sono trasformate in pandemia, colpendo intere popolazioni. La COVID-19 ha unito, nella drammatica situazione sanitaria, tutte le nazioni del pianeta terra. Molte persone in questo momento devono affrontare il deterioramento delle condizioni domestiche,
e l’improvviso isolamento rispetto a reti di supporto formali ed informali, come amici, famiglia ed educatori. Da questa devastante esperienza possiamo apprendere e trasmettere un messaggio positivo, di unione nella distanza, perché, comunque non siamo soli.

I bambini che hanno partecipato sono della Piana Fiorentina e dei paesi gemellati con il Comune di Campi Bisenzio: Pallagorio-Calabria, Repubblica Araba Democratica Saharawi, Scozia, Francia, Nicaragua, Cuba. Materialmente, fino ad ora, il gruppo di coordinamento ha ricevuto i disegni dall’Italia, e dall’estero, attraverso il Comitato Gemellaggi, da Orly (Francia), dai Campi Profughi Saharawi in territorio algerino e da Cuba.

Ecco, Cuba, che non solo ha inviato in Italia, nelle zone più colpite, senza esitare, due brigate del Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Disastri e Gravi Epidemie “Henry Reeve”, voluto dal Comandante in Capo Fidel Castro nell’anno 2005, ma ha anche partecipato senza titubare a questa raccolta di disegni per aiutare bambini meno fortunati di quelli dell’isola, che, pur vivendo in un paese del primo mondo, subiscono l’impatto di un governo capitalista, dove il punto centrale dell’esistenza è il mercato e non l’essere umano.

Da Cuba i disegni sono arrivati in tre forme diverse: per posta dal comune di Caimito, in provincia di Artemisa, direttamente al gruppo di coordinamento da L’Avana e dalla provincia di Villa Clara e attraverso il Comitato Gemellaggi da La Paloma, località del comune di Trinidad, nella provincia di Sancti Spiritus.

Il popolo cubano, da sempre educato alla solidarietà, ha voluto far sentire il suo calore umano ai bambini italiani e tra le persone che hanno partecipato vi sono anche personaggi significativi, che fanno parte della storia e della cultura di questa isola ribelle.

Per esempio, il direttore del gruppo musicale Buena Fe, Israel Rojas, ha inviato il disegno della sua bimba Ana Paola, che è risultata tra le prime concorrenti. Buena Fe a Cuba ha rotto gli stereotipi della canzone di autore mescolandoli con influenze della trova, il rock, il pop, la guaracha, il reggae, il flamenco e ritmi autoctoni dell’oriente dell’isola. Uno dei loro brani, “Valientes”, è stato dedicato proprio ai medici internazionalisti cubani ed il ritornello dice : “Cosa sto facendo qui? Amando questo paese come a me stesso. No, cosa dici, non c’è eroismo, sono venuto a darle un bacio al mondo e nulla più”.

Juan Carlos Travieso, regista e membro della giunta direttiva del Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano de L’Avana, ha inviato un racconto illustrato e la foto di una scultura della sua bimba Lucia ed ha anche inoltrato un messaggio per i bambini della penisola: “Ci sentiamo molto felici al sapere che nostra figlia apporta con le sue storie e disegni ad una tanto nobile causa per aiutare i bambini necessitati dell’Italia. È bello che capisca fin da piccola il valore della solidarietà. La pandemia ha lasciato per l’umanità molti insegnamenti”.

Randy Alonso Falcon, giornalista cubano, direttore del portale web Cubadebate, il sito web “Fidel Soldado de las Ideas” e del programma della Televisione Mensa Redonda, ha inviato il disegno di suo figlio Daniel Alejandro ed ha scritto ai partecipanti: “I bambini sono stati i veri eroi in questa battaglia del mondo per la vita. Dalla loro piccola statura e dalla grandezza dei loro sogni hanno saputo affrontare i lunghi periodi di confinamento, il distanziamento sociale dagli amici, l’assenza fisica della scuola. Per alcuni, disegnare è stato un rifugio creativo e spirituale in mezzo a tanta incertezza. Conserverò con amore i disegni di mio figlio in questi mesi come uno dei pochi ricordi graditi di quest’anno 2020″.

Olga Salanueva, moglie di un eroe di questa isola ribelle, René Gonzalez, che con 4 compagni, ha scontato quasi 15 anni nelle prigioni statunitensi, con l’unica colpa di aver tentato di difendere Cuba dagli atti terroristi che si organizzano periodicamente in Florida, su ordine della mafia di Miami, non solo ha inviato il disegno di suo nipote, Ignacio René, ma anche coinvolto una decina di bambini, suoi conoscenti.

Concludo questo breve articolo dedicato all’isola che salva con le parole di Olga, proprio perché ci invita a riflettere su quest’epoca così particolare che stiamo vivendo ed aggiungo che spero che anche in Italia, non solo a Cuba, la parola solidarietà diventi la bandiera più alta da sostenere.

Olga scrive: “Vogliamo salutare da Cuba tutti i bambini che leggano questo libro in Italia, ed anche tutti quelli che l’hanno reso possibile con i loro disegni. Questa esperienza collettiva che vive l’umanità lascerà un’impronta nella maggioranza di noi, compresi i nostri bambini. Molti racconteranno ai loro figli ed ai loro nipoti questo momento, ed attraverso il prisma degli anni trascorsi probabilmente trasmetteranno un’immagine plasmata da esperienze posteriori. Ma nulla potrà superare la testimonianza che quegli stessi genitori e nonni hanno raccontato giusto adesso, mentre affrontano questo tempo. È proprio in tutto ciò l’importanza di questa opera. Quello che è stato registrato in lei dai bambini che hanno partecipato, perdurerà come la narrazione insostituibile di un’epoca, e speriamo sia parte del miglioramento umano che esige questa crisi mondiale”.

di Ida Garberi, per Cubadebate

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Mar Cinese, la guerra delle sanzioni

Altrenotizie.org - Gio, 27/08/2020 - 21:47

Praticamente una manciata di ore dopo la sospirata ripresa dei colloqui bilaterali sull’implementazione della prima fase dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, l’amministrazione Trump ha deciso questa settimana di imporre nuove e decisamente inconsuete misure punitive contro Pechino. L’iniziativa intende colpire decine di compagnie e individui ed è relativa alla situazione del Mar Cinese Meridionale, con ogni probabilità lo snodo più delicato della rivalità tra le due potenze, nonché il teatro potenziale di un futuro scontro armato.

Da un certo punto di vista, l’aggiunta di sanzioni per le attività cinesi in queste acque è la logica conseguenza delle ripetute provocazioni delle forze armate americane nell’area. Dal Mar Cinese Meridionale transita una parte consistente dei beni diretti da e verso la Cina, mentre l’area rappresenta anche il fronte più esposto, e per questo segnato da una crescente militarizzazione, del sistema difensivo di Pechino.

Nel Mar Cinese Meridionale si sovrappongono numerose rivendicazioni territoriali che coinvolgono, oltre alla Cina, altri paesi come Filippine, Vietnam, Brunei e Malaysia. Per decenni le dispute sono state di bassa intensità, ma l’intervento degli Stati Uniti, soprattutto a partire dalla “svolta” asiatica anti-cinese dell’amministrazione Obama, ha spesso finito per infiammare i rapporti tra i paesi coinvolti.

Il governo cinese, da parte sua, ha iniziato da tempo la costruzione di isole artificiali e installazioni militari in alcune aree contese, in larga misura in risposta alla minaccia americana. Le sanzioni decise mercoledì si riferiscono appunto a queste attività e confermano come Washington abbia ormai abbandonato anche formalmente la precedente neutralità circa le dispute nel Mar Cinese Meridionale per allinearsi su posizioni contrarie a quelle della Cina. A metà luglio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva ratificato questo cambio di rotta, dichiarando ufficialmente “illegali” la gran parte delle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Le compagnie cinesi colpite dalle sanzioni sono 24 e tutte avrebbero avuto un ruolo nelle attività di costruzione che interessano il Mar Cinese Meridionale. Per loro sarà d’ora in poi impossibile acquistare qualsiasi bene dagli Stati Uniti senza prima avere ottenuto un’improbabile licenza speciale dal dipartimento del Commercio USA. Anche un numero imprecisato di individui presumibilmente coinvolti in queste attività verranno penalizzati, in primo luogo vedendosi respinte eventuali richieste di visti d’ingresso in America.

Come già anticipato, queste ultime misure contro la Cina sono del tutto inedite e particolarmente controverse. Mentre per quanto riguarda le questioni di Hong Kong o della minoranza musulmana dello Xinjiang il governo americano poteva quanto meno nascondersi dietro i principi della democrazia e la difesa dei diritti umani, in questo caso è difficile non vedere un puro interesse strategico e militare, sia pure anche in questo caso proposto come una battaglia per la difesa della sovranità dei paesi della regione.

Inoltre, le sanzioni più recenti rappresentano un altro strumento con cui cercare di ostacolare i piani di integrazione infrastrutturale e commerciale della Cina nell’area euro-asiatica, riassunti nella definizione di “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative”. Svariate compagnie appena sanzionate sono infatti impegnate in progetti a essa riconducibili, soprattutto nel settore della costruzione di infrastrutture per le telecomunicazioni.

La concomitanza di queste misure con il vertice virtuale di inizio settimana tra i responsabili delle politiche commerciali di Washington e Pechino è la testimonianza di come la Casa Bianca non abbia nessuna intenzione di allentare le pressioni sulla Cina a poche settimane dalle elezioni presidenziali.

Le discussioni tenute nei giorni scorsi erano state le prime da molti mesi a questa parte ed erano servite a rilanciare l’impegno cinese ad aumentare le importazioni di prodotti americani secondo quanto richiesto da Trump per sospendere i dazi doganali imposti fino all’anno scorso. Il clima cordiale dei colloqui aveva ridato una certa momentanea fiducia ai mercati, ma gli sviluppi successivi hanno riconfermato la volontà USA di mantenere la linea dura contro Pechino.

Il Mar Cinese Meridionale resta dunque un’area cruciale nella rivalità sino-americana ed è infatti teatro di regolari operazioni di “pattugliamento” da parte della marina militare e dell’aviazione USA. Queste manovre vengono giustificate da Washington come indispensabili per riaffermare il principio della “libertà di navigazione” in acque internazionali, ma sono comprensibilmente viste come aperte provocazioni da parte cinese.

Proprio mercoledì, la Cina avrebbe lanciato due missili nelle acque del Mar Cinese Meridionale nel quadro di un’esercitazione militare in corso, dopo che il giorno precedente le autorità di Pechino avevano denunciato l’ingresso nel proprio spazio aereo di un aereo spia americano.

Le sanzioni di questa settimana sono solo l’ultima tranche dell’offensiva anti-cinese degli Stati Uniti. L’elenco di provvedimenti e misure punitive è talmente lungo da far pensare alla Cina come la causa di tutti i mali del pianeta. In realtà, lo zelo americano nel punire la Cina è piuttosto il sintomo della disperazione della classe dirigente USA nel tentativo di arrestare la crescita della principale potenza concorrente sullo scacchiere internazionale.

Tra le decisioni più clamorose prese dall’amministrazione Trump solo negli ultimi tempi vanno ricordate almeno l’ordine di vendita a una corporation americana della popolare applicazione TikTok, la chiusura del consolato cinese di Houston, il tentativo di compromettere la linea di approvvigionamenti di Huawei e le sanzioni contro politici e amministratori cinesi ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang.

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Candidato vaccinale cubano contro la COVID-19 non presenta effetti avversi nelle prime 48 ore

Cubadebate (italiano) - Mer, 26/08/2020 - 22:41

soberana11-580x388Alle 48 ore da essere stati vaccinati i primi 20 individui della Prova Clinica del candidato vaccinale anti SARS-CoV – 2 FINLAY-FR-1, si trovano in perfetto stato di salute, ha informato questo mercoledì il Centro Coordinatore.

La nota informativa No. 1 del 2020 della Prova Clinica Sovrana 01 segnala che l’unico effetto avverso registrato è stato un dolore lieve nel luogo dell’iniezione, fatto che è un effetto secondario, comune in tutti i vaccini.

La prima notizia sulla sicurezza sarà consegnata il lunedì 31 agosto alle autorità del Centro per il Controllo Statale delle Medicine, Macchinari e Dispositivi Medici, ha riferito il comunicato pubblicato nella web dell’Istituto Finlay dei Vaccini, centro leader del progetto.

Posteriormente, incomincerà la prova col resto degli individui previsti, appartenenti al gruppo di età tra 60-80 anni.

Fino al momento, si compie il programma previsto in questa prova clinica, dove si valuta la sicurezza, reattogenicità ed immunogenicità in adulti in salute da 19 a 80 anni di età.

Cuba è una dei primi 14 paesi che ottengono lo sviluppo di un candidato vaccinale contro la COVID-19 fino ad arrivare alla fase di prove cliniche.

Nota informativa No1/2020–Prova Clinica Sovrana 01

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Ismael Francisco/Cubadebate

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USA-Iran, sanzioni e spiragli

Altrenotizie.org - Mer, 26/08/2020 - 20:01

Anche se la campagna americana di “massima pressione” sull’Iran ha incontrato un previsto ostacolo nei giorni scorsi alle Nazioni Unite, gli sforzi dell’amministrazione Trump per cercare di mettere all’angolo la Repubblica Islamica non sembrano volersi fermare. Le manovre USA stanno infatti procedendo con il tour in Medio Oriente e in Africa settentrionale del segretario di Stato, Mike Pompeo, il cui obiettivo principale è appunto di raccogliere e allargare i consensi per le politiche anti-iraniane di Washington, in parallelo alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni regimi arabi sunniti.

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La realtà parallela di Donald Trump

Altrenotizie.org - Mar, 25/08/2020 - 20:00

Quella che si è aperta lunedì a Charlotte, in North Carolina, con la nomina ufficiale di Donald Trump a un secondo mandato alla guida degli Stati Uniti è una convention repubblicana quasi del tutto inedita. Le ragioni non dipendono solo dalla ridottissima presenza di partecipanti in loco per via dell’emergenza Coronavirus, ma anche e soprattutto dallo spazio che stanno trovando e troveranno fino a giovedì le posizioni ultra-reazionarie, se non apertamente fasciste, dei partecipanti, a cominciare dal presidente in carica.

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