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La Rivoluzione del dialogo

Cubadebate (italiano) - Lun, 30/11/2020 - 23:35

Fidel-Castro-palabras-a-losIl trionfo della Rivoluzione Cubana è avvenuto sull’odio, sulla repressione e sul crimine. La sua vittoria è stata contro una dittatura, i cui scagnozzi strappavano gli occhi e le unghie dei prigionieri, hanno torturato a morte i giovani o li hanno gettati nell’immondezza, come fanno le bestie feroci con i resti delle loro prede.

Coloro che hanno costruito l’apoteosi popolare del 1959 ed il nuovo patto sociale, politico ed economico socialista che ne è derivato, con il loro coraggio, il loro sangue o la loro vita, hanno portato José Martí come standard morale, etico e di giustizia. Non è mai stato l’odio, ma l’amore, il sentimento che, come ha magnificamente definito il Che, occupava il loro cuore.

Questa è una verità alta come le palme che cercano di travisare coloro che, in una rumorosa scommessa sulle reti e nei mass media controrivoluzionari, cercavano di fare finire la manifestazione dei giovani, principalmente artisti, avvenuta questo venerdì davanti alla sede del Ministero della Cultura, nella capitale del paese, in uno spettacolo repressivo.

Credevano di aver trovato la scintilla per accendere la prateria che stavano prosciugando ogni settimana con continue misure di assedio, senza considerare, anche per pietà cristiana, le conseguenze che la grave crisi totale causata dalla COVID-19 stava già lasciando sull’economia e sulla società.

Secondo i loro calcoli, era difficile per la maggioranza rivoluzionaria del paese assistere impassibile allo spettacolo – del tutto senza precedenti nella fase socialista – di più di cento giovani davanti ad un’istituzione governativa che facevano richieste, che erano collegate a quelle di un dubbio movimento, i cui leader offendono la dignità dei patrioti cubani con le loro azioni, dichiarazioni e gesti.

Speravano che la sorpresa dell’incontro finisse per generare disperazione ed una catena di errori di reazione, che avrebbero stimolato la violenza. Si sono sfregati le mani con la possibilità del Bengasi cubano, che ci porterebbe inevitabilmente a tribalizzare interessi e passioni, alla barbarie a cui hanno già condannato altre nazioni.

Era impossibile per gli entusiasti di un episodio violento, preferibilmente di sangue, gestire negli anni la variabile di una Rivoluzione forgiata in scenari complessi e che, nonostante il potere offerto dal sostegno maggioritario del popolo, l’ha sempre amministrata con determinazione, ma con sufficiente prudenza e saggezza per non lasciarsi trascinare dalle provocazioni.

È necessario apprezzare che di fronte alla scommessa di accentuare la tensione e la polarizzazione sono stati scelti il tatto politico, la moderazione e le risposte intelligenti che hanno garantito la sopravvivenza della Rivoluzione per oltre 60 anni, nonostante la malsana aggressione di numerose amministrazioni politiche statunitensi.

Il nostro approccio deve favorire le forme che mirano a disinnescare e dimostrare che tutte le giuste preoccupazioni ed aspirazioni rientrano nel campo rivoluzionario.

Si sbagliano coloro che propagano che la vocazione al dialogo per far fronte agli errori od ai disaccordi sia stata inaugurata dalla Rivoluzione la notte del 27 novembre e sotto pressione.
La storia della Rivoluzione non potrebbe essere raccontata senza questa parola. La volontà di dialogo, che nel caso di artisti e intellettuali ha avuto la sua nascita inaugurale con le conosciute come controverse “Parole agli intellettuali”, è germogliata in un peculiare rapporto e legame con le avanguardie creative, che ha coinvolto soprattutto il leader della Rivoluzione Fidel Castro e che ha trovato una continuità nella leadership statale e governativa nata dalla nuova Costituzione della Repubblica.

Il generale dell’esercito Raúl Castro, a capo del Partito Comunista e promotore dell’aggiornamento del modello socialista, ha rivendicato dibattiti e critiche in numerosi discorsi pubblici, abbastanza demonizzati da segmenti della burocrazia.

Contro la volontà di coloro che intendono spegnerli, zittirli, a Cuba gli anticonformisti di tutti i tempi sono stati collocati soprattutto nell’altare dell’onestà e della decenza nazionale negli interventi di Raúl al VII Congresso della FEU ed alla sessione di fine anno del Parlamento nel 2006.

Da questi interventi è chiaro che chi non è d’accordo con la verità “comoda” non sovverte la Rivoluzione, che può essere sovvertita solo dall’ipocrisia e dall’accomodamento del carattere, che non si esaurisce in altro che nella prostituzione dell’anima.

La Rivoluzione vive solo nella verità, nella franchezza, nell’onestà, nella purezza, ha proclamato. E sebbene alcuni non lo percepiscano, questo è uno dei migliori auguri per la Rivoluzione, poiché eleva il suo equilibrio spirituale.

Perché assumendosi nella pienezza delle sue luci, ed anche delle sue ombre, nobilita il mandato di Marti che agli esseri umani non si può imporre – o suggerire – di vivere contro la loro anima, perché li offende – o peggio ancora, li deforma o li degenera. Sia nel Congresso universitario che nelle sedute della già citata Assemblea Nazionale del Potere Popolare, la “discrepanza” è stata considerata come formula per migliorare la Rivoluzione, come principio del suo funzionamento, come metodo di consenso, di fronte ad ogni tipo di omogeneità, che paralizza e semplifica.

Quanto detto acquista maggior risalto nell’attuale scenario comunicativo sensibile, poroso e frammentato, reso più complesso dalla situazione del Paese e dalle pressioni esterne, quando la formula migliore è quella dell’amore trionfante.

di Ricardo Ronquillo, presidente dell’Unione dei Giornalisti di Cuba

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Granma

Categorie: News

Fidel Castro Ruz: questa scalinata universitaria è diventata sempre di più rivoluzionaria

Cubadebate (italiano) - Sab, 28/11/2020 - 02:25
Fidel, 27 novembre 1960, foto di Liborio Noval

Fidel, 27 novembre 1960, foto di Liborio Noval

DISCORSO PRONUNCIATO DAL COMANDANTE IN CAPO FIDEL CASTRO RUZ NELLA SCALINATA UNIVERSITARIA, IL 27 NOVEMBRE 1960

 

Studenti (APPLAUSI);

 

Giovani Ribelli (APPLAUSI);

 

Brigate Giovanili (APPLAUSI);

 

Miliziane (APPLAUSI);

 

Miliziani (APPLAUSI);

 

Popolo (APPLAUSI):

 

 

In questo 27 novembre esiste una circostanza degna di attenzione ed è che questo appuntamento, quest’anno, ha avuto più partecipazione dell’incontro dell’anno scorso. E ciò vuole dire molto. Vuole dire che, col decorso del tempo, non succede quello che prima succedeva, cioè che le commemorazioni come questa continuavano a perdere il calore del popolo.

 

La presenza di un numero maggiore di cubani nell’incontro di questa notte, significa che le commemorazioni patriottiche e rivoluzionarie, hanno sempre di più il calore del popolo. Perché? Semplicemente, perché la coscienza rivoluzionaria del popolo cresce e si fortifica. E non si tratta solamente del fatto che un numero maggiore di cubani assista quest’anno all’incontro sulla scalinata dell’università, ma bisogna tenere anche in conto che questo fatto significa, da un altro punto di vista, una sconfitta per la controrivoluzione. (APPLAUSI).

 

Per la Rivoluzione Cubana questo incontro significa molto, dopo quasi due anni di Rivoluzione, dopo le misure radicali e profonde che la Rivoluzione ha portato al nostro paese.

 

Se questo incontro si facesse in campagna, ed i contadini accorressero in massa, sarebbe qualcosa di molto naturale; se questo incontro si facesse tra i lavoratori, ed i lavoratori accorressero in massa, sarebbe qualcosa di molto naturale. La classe operaia ed i contadini, che sono anche operai agricoli nella loro maggior parte, appoggiano la Rivoluzione. E questo è molto logico.

 

L’opposizione non tentò di liberare la sua battaglia nel seno della classe operaia; la controrivoluzione non tentò di guadagnare terreno tra i contadini. Tuttavia, la controrivoluzione nasconde le sue speranze di prendere posizioni nell’Università de L’Avana e nei settori studenteschi. Perché? Perché la massa studentesca è una massa eterogenea; la composizione della massa studentesca è variata, ed, in generale, non avevano opportunità di venire a studiare nell’università i figli delle famiglie più povere. L’opportunità di studiare nel nostro paese era stata in ragione inversa delle risorse economiche, o per meglio dire —per non fare qui una confusione aritmetica—, in ragione diretta delle risorse, ed in ragione inversa della povertà. Cioè che quanto più povere erano le famiglie, esistevano meno opportunità per i loro figli di studiare.

 

Chi, per esempio, ha pulito le scarpe per le strade della nostra capitale? Da dove escono quei bambini che vendono giornali nelle ore della notte e nelle ore dell’alba? Che opportunità avevano di studiare all’università? E che opportunità avevano i figli delle famiglie contadine se nel campo non c’erano neanche maestri per la scuola elementare?

 

Quelli le cui famiglie avevano risorse potevano andare in città, e potevano studiare negli istituti e potevano studiare nelle università. Alcuni, i più privilegiati, potevano andare a studiare anche all’estero; andavano o negli Stati Uniti od in Europa. Le famiglie più povere del paese, in generale, e salvo eccezioni, non potevano mandare i loro figli a studiare.

 

Naturalmente, potevano esserci anche i poveri nell’università; e nell’università e negli istituti, ci sono molti figli di famiglie povere, ma nell’università ci sono anche figli di famiglie di medie risorse, e ci sono anche figli di famiglie ricche.

 

Poteva succedere che un giovane povero non potesse studiare, quello che non poteva succedere nella nostra patria, è che un giovane ricco non potesse studiare; il giovane ricco che non studiava era perché non voleva. Ed, in generale, le famiglie ricche volevano che i loro figli studiassero, ed erano molto interessate in potere perpetuare i loro interessi attraverso di loro. Questa è, rigorosamente, una cosa certa.

 

Tra gli studenti colpiti c’erano studenti universitari, c’erano studenti i cui interessi famigliari erano stati colpiti dalle leggi rivoluzionarie. Per questo motivo, da tutte le parti del mondo la controrivoluzione tenta di guadagnare terreno, non con i contadini, che cosa dice la controrivoluzione ad un contadino che abbiamo liberato dall’affitto?; che cosa dice la controrivoluzione ad un contadino la cui vita cambia radicalmente, che è stato liberato, grazie alla Rivoluzione, dalla miseria, dallo sfruttamento e dall’umiliazione, a cui la Rivoluzione ha portato tanti benefici? Che cosa dice la controrivoluzione agli operai?

 

La controrivoluzione si dirige, in primo luogo, verso i centri di insegnamento, soprattutto, gli alti centri di insegnamento, ed, in generale, in tutti i centri di insegnamento. E va a quei centri a reclutare i suoi agenti tra i figli di famiglie ricche, tra i figli delle famiglie colpite dalle leggi rivoluzionarie. E la controrivoluzione non va, precisamente, alla scuola pubblica che il Governo Rivoluzionario apre nelle profondità delle montagne. I controrivoluzionari non sono mai andati neanche in visita nelle zone montagnose! (APPLAUSI)

 

La controrivoluzione non va alle caserme ed alle fortezze convertite in scuole, dove studiano i figli degli operai e delle famiglie povere (APPLAUSI). La controrivoluzione sa che lì non deve cercare niente, l’imperialismo sa che lì non deve cercare niente, e quando cercano qualcosa, non lo cercano precisamente tra gli studenti; lo cercano, semmai, tra i professori di quei centri docenti (APPLAUSI).

 

Per parlare con chiarezza, sì, con chiarezza, perché ancora ci sono certi seguaci di Batista tra il gruppo docente del secondo insegnamento (ESCLAMAZIONI ED APPLAUSI), perché ci sono ancora pro-imperialisti reazionari e controrivoluzionari tra il gruppo docente del secondo insegnamento (APPLAUSI ED ESCLAMAZIONI di: “Fuori!, Fuori!”). E la controrivoluzione va a loro, la controrivoluzione si dirige a loro, per trasformarli in strumenti per i suoi propositi contro il popolo. E la controrivoluzione si dirige, soprattutto, dove voi sapete: alle scuole dei privilegiati (APPLAUSI). Lì, nelle scuole dei privilegiati, lì la controrivoluzione ha il suo migliore brodo di coltura, e nelle scuole dei super-privilegiati (ESCLAMAZIONI), dove difficilmente esiste qualche giovane i cui interessi di privilegiato, come gran proprietario terriero, o come gran commerciante importatore, o come gran proprietario di una piantagione di canna da zucchero, o come gran rappresentante delle finanze, o come gran proprietario urbano, o come professionista al servizio di quegli interessi che la Rivoluzione ha fatto sparire nella nostra patria, difficilmente, difficilmente esiste un giovane che in un modo o nell’altro non sia stato colpito nei suoi interessi privilegiati, dalle leggi della Rivoluzione degli umili, per gli umili e con gli umili (APPLAUSI).

 

Dal momento che noi parliamo qui a nome di quella Rivoluzione, che abbiamo il dovere di parlare molto chiaramente al nostro popolo, soprattutto agli umili del nostro popolo (APPLAUSI) e parlare anche ai privilegiati di ieri e semi-privilegiati di oggi, perché rimangono a loro alcuni privilegi; soprattutto, affinché sappiano che noi, i dirigenti della Rivoluzione, e che il popolo che sostiene questa Rivoluzione col suo appoggio e col suo entusiasmo e con la sua invincibile fede (APPLAUSI) sappiamo quello che stiamo facendo, e conosciamo il problema a fondo. Sappiano che quei semi-privilegiati che rimangono in giro, che noi comprendiamo il perché delle cose, e comprendiamo perché in quei centri si trova il migliore brodo di coltura della controrivoluzione.

 

E quando noi parlavamo qui di professori controrivoluzionari non stavamo facendo, precisamente, una critica al nostro compagno, il Ministro di Educazione. No, (APPLAUSI). Non è un compito facile affrontare quell’eredità che il passato ci ha lasciato. In ogni caso, è una conseguenza naturale del processo rivoluzionario, e soprattutto, del processo di una rivoluzione generosa come questa, di una rivoluzione che è stata come questa, ma che per essere generosa non si è debilitata, e sì per essere generosa ha la tremenda ascendenza morale che ha sul popolo, e la tremenda forza morale che ha per agire (APPLAUSI).

 

In molti di quei centri si predica apertamente la controrivoluzione, si predica apertamente l’odio alla patria, si predica apertamente l’odio di classe, l’odio contro il contadino umile, contro l’operaio, contro il giovane umile, contro il popolo umile, cioè, si predica l’odio contro le misure e gli atti che noi abbiamo fatto, non per beneficiare minoranze privilegiate, che si fecero non per mantenere i privilegi di quella minoranza, ma si fecero per portare la giustizia a quelli che non l’avevano, per portare il benessere a quelli che non l’avevano, per portare il progresso ed il miglioramento a quelli che non l’avevano; ed apertamente, sfacciatamente. E perché apertamente e sfacciatamente? Ah, perché nessuno è più furbo nel mondo che un controrivoluzionario! (APPLAUSI) Nessuno è più cinico nel mondo che un controrivoluzionario! (APPLAUSI)

 

E che cosa sanno gli scribi ed i farisei? Voi sapete chi sono i farisei e voi sapete chi sono gli scribi, e voi sapete chi sono qui gli anticristi. in questo paese (APPLAUSI). Cioè, quelli che non condividono i loro beni materiali coi poveri di questo mondo, quelli che non vogliono entrare nel cielo per la cruna di un ago (APPLAUSI), cioè, quelli che vogliono che il cammello passi per la cruna dell’ago (APPLAUSI).

 

Quelli che non sono mai andati nei quartieri umili, che non sono mai andati nei villaggi poveri ed abbandonati; quelli che si dedicarono ad incoraggiare i grandi privilegiati sociali e furono i loro maestri; quei, farisei e scribi, quelli che formano tutta la caterva corrotta della controrivoluzione, loro lo sanno, loro sanno quello che si sta complottando.

 

Loro sanno quello che la Rivoluzione vuole; loro sanno quello che la Rivoluzione si propone; loro sanno che la Rivoluzione è generosa; loro sanno che la Rivoluzione non vuole seguire il loro gioco; loro sanno che la Rivoluzione non vuole gettare legna sul fuoco delle campagne internazionali contro la patria; loro sanno quello che stanno progettando; loro sanno che qui non possono confondere nessuno. Ma loro sono al servizio degli interessi internazionali; a loro non importa il gioco qui a Cuba, a loro importa il gioco all’estero; a loro interessa creare conflitti nel paese, per fare propaganda all’estero.

 

Quelli che usano qui i templi, o le scuole dei super-privilegiati, per fare campagna criminale contro la Rivoluzione, che tanto bene ha fatto a quelli a cui doveva fare bene: cioè ai poveri ed agli umili della patria (APPLAUSI); quelli che vogliono sollevarsi contro la patria rivoluzionaria, è perché la patria rivoluzionaria ha distrutto interessi egoisti, ha distrutto interessi immorali, cioè immorali davanti agli occhi degli uomini e davanti agli occhi di Dio (APPLAUSI); quelli che si sollevano contro la patria è perché la patria ha distrutto quegli interessi immorali ed egoisti; loro, sanno che qui non possono ingannare nessuno; neanche risvegliare un fanatismo nel gruppo di figli di espropriati che vogliono trasformare in agenti della controrivoluzione, perché quelli che morivano crocifissi a Roma, erano fatti a pezzi nel circo senza rinnegare le loro credenze, non erano i figli dei patrizi romani, erano i figli dei plebei romani! (APPLAUSI.)

 

Quelli che ardevano sulle croci, quelli che erano divorati dalle fiere, erano schiavi o semi-schiavi: i poveri di Roma. Ed in quegli uomini la fede era solida; quegli uomini non erano abituati ai piaceri della classe dominante che viveva tra un banchetto e l’altro. Difficilmente, dunque, possano essere eroi, o fanatici, o fedeli a nessuna credenza, perché quelli che sono fedeli a qualsiasi idea religiosa o politica non sono quelli annoiati, non sono i soddisfatti, non sono quelli che ignorano quello che è la sofferenza nella vita e quello che è il dolore (APPLAUSI); difficilmente possano creare servitori fedeli di nessuna idea tra quelli che guidano lussuose automobili; tra quelli che sul tavolo hanno avuto sempre un’abbondante alimentazione; tra quelli che il giorno che manca loro qualcosa, credono che è arrivata l’ora del Giudizio Finale (APPLAUSI). E sì: arrivò l’ora nella nostra patria del Giudizio Finale del privilegio e dello sfruttamento criminale del nostro popolo! (APPLAUSI.)

 

Non troveranno eroi tra i figli dei privilegiati; con quella convinzione, che porta gli uomini a morire, non troveranno mai tra i figli dei privilegiati, e non potranno convincere la loro coscienza ad immolarsi, in contrapposizione a quelli che sì, sono disposti a morire (APPLAUSI). Ma li reclutano per fare propaganda all’estero; li reclutano per provocare. Loro sanno quello che hanno tra le mani; sanno che la Rivoluzione è generosa; sanno che la Rivoluzione non vuole gettare legna sul fuoco delle campagne contro la patria, e si approfittano di questo per creare —incluso tra i bambini, tra i bambini le cui menti non sono ancora formate—; opinioni reazionarie, opinioni di classi che hanno perso i loro privilegi, opinioni egoiste, opinioni contro la patria, opinioni contro la Rivoluzione, opinioni contro il popolo.

 

Sanno qual’è l’atteggiamento della Rivoluzione, e provocano. Forse arriveranno più lontano; forse si immaginano che la Rivoluzione li teme; forse si immaginano che alla Rivoluzione possa tremargli il braccio il giorno che debba decretare la fine di tanti crimini e di tanta sfrontatezza! (APPLAUSI ED ESCLAMAZIONI DI: “FIDEL, SICURO, GLI YANKEE LI COLPISCE DURO!”)

 

Si diedero il compito di diffonderele più vili calunnie e malgrado la Rivoluzione abbia dato prove ed ancora più prove del loro atteggiamento verso questi centri, perché questo è stata dal primo momento la politica della Rivoluzione che perfino siamo arrivati a chiedere ad un gruppo di maestri di una di quelle scuole che rinunciasse ad un atteggiamento legittimo, per risolvere il problema, abbiamo conversato con loro ed abbiamo chiesto a loro che abbandonassero il loro atteggiamento, che rinunciassero a questi diritti legittimi, in onore di una politica rivoluzionaria che tendeva a dimostrare con i fatti il loro atteggiamento generoso verso questi settori, mentre non adottassero un atteggiamento di piena belligeranza contro la Rivoluzione.

 

E con quella stessa università di super-privilegiati che hanno espulso un gruppo numeroso di giovani cubani per percepire il senso della Patria (APPLAUSI), con quell’università yankee e pro-yankee 100% (”ESCLAMAZIONI DI: “FUORI!”), abbiamo avuto il gesto di parlare con gli studenti universitari per chieder loro che fossero generosi con quelli che, mentre migliaia di giovani si immolavano, e mentre decine e decine di studenti cadevano assassinati per le strade, non hanno avuto neanche l’elementare civismo di solidarizzarsi coi loro compagni dell’Università de L’Avana, e sotto il crimine, e sotto il terrore, hanno ottenuto col sangue della patria, lucrare con l’iscrizione di più studenti, per avvantaggiarsi così sul civismo di un’università che ha chiuso le sue porte ed ha preferito lanciarsi sulla strada per combattere contro la tirannia! (APPLAUSI.)

 

E, tuttavia, il Governo Rivoluzionario ha ammorbidito le misure di sanzione che reclamavano gli studenti, con tutti i diritti, che persero due, e tre, e perfino quattro anni di studi, mentre i “signorini” ricevevano spiritosamente i loro titoli di professionisti.

 

Cioè che, la Rivoluzione, se di qualcosa non può essere accusata, è che sia stata aggressiva o sia stata ostile a questi centri di privilegiati. Ma la Rivoluzione è stata contro il privilegio, la Rivoluzione è stata contro gli interessi economici delle classi privilegiate; e dal momento che non era un problema di religione, non era un problema di credenze religiose, e sì un problema di interessi materiali, sì un problema di denaro, sì un problema economico, tutto il resto, la fede, la religione ed altre cose, sono servite come pretesto per aggravare la ferita; la ferita non della religione, né della fede, bensì la ferita dei tirchi ed egoisti interessi personali (APPLAUSI), gli interessi economici. Perché la Rivoluzione ha scoperto che esisteva uno stretto legame, per esempio, tra latifondisti, militari e clero (ESCLAMAZIONI DI: “FUORI!”).

 

Quando c’è stata la nazionalizzazione delle proprietà di piantagioni di canna da zucchero, si scoprì che esistevano delle prebende, di perfino centinaia di pesos, per alcuni chierici. Cioè che non inviavano solamente l’assegno allo sbirro; non inviavano solamente l’assegno al sergente, al tenente, al capitano ed al comandante; non inviavano solamente l’assegno all’avvocato famoso il cui studio si incaricava di difendere gli interessi sacrosanti di quei signori; inviavano “il piccolo assegno” ed anche, “il grande assegno”, anche al chierico (ESCLAMAZIONI DI: “FUORI!”), è si produceva così un ripugnante matrimonio tra il latifondista sfruttatore degli operai ed i contadini cubani, lo sbirro che picchiava ed assassinava, l’avvocato che riscuoteva somme sugose per difendere i privilegi ed il chierico che predicava la sottomissione tra l’operaio ed il contadino (APPLAUSI ED ESCLAMAZIONI DI: “FIDEL, SICURO, AI PRETI DAGLI DURO!”).

 

Per questo motivo alcuni di questi sbirri con veste talare (FISCHI), molto lontani, molto lontani delle prediche vere di Cristo, hanno cominciato a fare sermoni controrivoluzionari nelle chiese (ESCLAMAZIONI DI: “FUORI!”), e scrivere fogli parrocchiali che gli stessi cattolici, gli stessi credenti, hanno ricevuto con l’Inno Nazionale della Patria sulle labbra (APPLAUSI).

 

Ah!, quello che non sapevano i buoni credenti; quello che non sapeva il credente umile. Non sapevano che quel fariseo riceveva il gran assegno del latifondista sfruttatore dei poveri della nostra patria! Questo non lo sapevano. E la Rivoluzione non ebbe nessun atteggiamento ostile verso la religione; la Rivoluzione non attaccò nessuno in nessuna chiesa; la Rivoluzione, semplicemente, nazionalizzò proprietà di piantagioni di canna da zucchero, e lì, lì fece la stessa cosa che fece in tutti i dipartimenti dello Stato: bustarelle, no!; prebende no! (APPLAUSI.)

 

La Rivoluzione non ha attaccato gli interessi della fede, né della religione; la Rivoluzione sì ha colpito gli interessi materiali. Le leggi della Rivoluzione non furono mai contro nessuna chiesa. Che legge rivoluzionaria ha diminuito i diritti di qualche chiesa, o di qualche culto? Che legge rivoluzionaria ha leso qualche diritto religioso? Ah! Ma le leggi rivoluzionarie sì colpivano il latifondo, le leggi rivoluzionarie sì colpivano il monopolio straniero, le leggi rivoluzionarie sì colpivano chi sfruttava l’inquilino povero; furono contro gli alti affitti e furono, perfino, contro l’istituzione dell’affitto; le leggi rivoluzionarie furono contro gli interessi stranieri, furono contro i monopoli, furono contro tutto quello che ledeva l’interesse della patria. Nessuna legge rivoluzionaria si fece contro nessuna chiesa, e se le leggi della Rivoluzione si fecero contro beni materiali, è senza dubbio qualcosa che ha creato l’atteggiamento di alcuni chierici verso la Rivoluzione, non hanno mai ubbidito a nessuna ragione di tipo religioso, e che, invece, sì sbuffano per la ferita degli interessi economici colpiti delle classi con le quali erano alleati (APPLAUSI).

 

E queste verità, le ha dette, in questa stessa tribuna, un degno sacerdote cattolico (APPLAUSI); queste stesse verità furono proclamate qui da chi può venire con il suo vestito talare a parlare in una tribuna rivoluzionaria (APPLAUSI), per servire la sua patria senza negare Dio, per servire il suo popolo senza negare Cristo.

 

E qui sì, si può servire una fede politica e rivoluzionaria, ed una fede religiosa, perché la Repubblica pratica il rispetto pieno della libertà di culto; rispetto per quelli che credono come per quelli che non hanno credenze religiose. Esiste un fatto certo, cioè che dentro la patria ci stiamo tutti quelli che amiamo la patria! (APPLAUSI.) Dentro la Rivoluzione ci stiamo tutti quelli che amiamo il popolo!

 

Quelli che non hanno spazio dentro la Rivoluzione, sono quelli che odiano il povero!; quelli che non hanno spazio dentro la patria, sono quelli che odiano il popolo!; quelli che non hanno spazio dentro la patria, né potranno servire Dio né la patria, sono quelli che servono gli interessi del ricco egoista; quelli che servono gli interessi dei privilegiati! (APPLAUSI.)

 

Loro sono quelli che non possono parlare in questa tribuna dove risplende la verità, e dove ogni ipocrisia ed ogni bugia è stata abolita dal primo istante.

 

 

E questi argomenti spiegano perché la controrivoluzione tentò di prendere posizioni tra gli studenti, nelle università e nelle scuole private; nelle scuole private, stiano attenti!, noi non creiamo loro ostacoli, noi abbiamo detto che faremo scuole per i figli delle famiglie umili, migliori che le migliori scuole private, e stiamo compiendo la nostra parola! (APPLAUSI.) Ed è difficile che certe scuole possano competere col Centro Scolastico di Città Libertà (APPLAUSI).

 

Ed è logico che nella misura in cui progrediscano quei centri per il popolo, alcuni scuole di privilegiati continueranno a languire. Per due ragioni: perché ci sono scuole migliori delle loro; e per un’altra ragione: perché i privilegiati sono stati, semplicemente, espropriati (APPLAUSI).

 

Le cose sono chiare. Quel denaro che passava prima nelle mani del latifondista, quel denaro del gran commercio importatore, della gran finanza e dei grandi proprietari terrieri che prima serviva per sostenere scuole di privilegiati, ora quel denaro serve per fare scuole per il popolo. Il Governo Rivoluzionario requisisce quelle risorse e le trasforma in città scolastiche; con molta ragione in più, rispetto alle caserme ed alle fortezze, che erano già state costruite, saranno trasformate in scuole (APPLAUSI).

 

Ed il risultato è evidente: si danneggiano alcuni di quei collegi privilegiati. Tuttavia, non si rassegnano a languire economicamente, fatto che è una conseguenza delle misure rivoluzionarie dettate dal governo, non contro di loro, bensì in favore del popolo, e, naturalmente, loro non si rassegnano.

 

Che cosa tentano di fare? Prima di chiudere le scuole, duplicano e triplicano la provocazione, affinché si possa approfittare il fatto che le scuole che stanno chiudendo per mancanza di privilegi, e far credere internazionalmente che il Governo Rivoluzionario ha chiuso quelle scuole. Il Governo Rivoluzionario non le chiude, ma allora loro aumentano la dose di provocazione, come stanno facendo in quell’università di Yankeelandia.

 

E che il Governo Rivoluzionario in materia di cose yankee… al Governo Rivoluzionario, con tutto quello che odori di imperialismo yankee, non gli trema la mano per prendere qualsiasi misura. Ed il Governo Rivoluzionario non ha voluto dare nessun pretesto alla controrivoluzione per fare campagne internazionali, ma questo non significa, signori di Yankeelandia, questo non significa che avete diritto all’impunità. E che, inoltre, non fatevi illusioni, che in questa lotta i poveri staranno con la Rivoluzione (APPLAUSI), ed i poveri lottano, i poveri lottano; ed i privilegiati, ed i privilegiati rimarranno soli, ed i privilegiati non sono della stessa costituzione di quelli che nei tempi dell’antica Roma sapevano morire; i privilegiati vanno all’ambasciata e prendono il cammino di Miami. Questo è quello che hanno fatto in molti.

 

E nel Country, quel quartiere che vale la pena conoscere per vedere come vivevano alcuni, e da lì arrivare nel quartiere di Las Yaguas, per vedere come vivevano altri, e che dopo ci dicano che cosa era giusto, che cosa era molto nobile, che cosa era molto buono e che la Rivoluzione è molto cattiva, perché vuole che quelli di Las Yaguas abbiano case igieniche, ed abbiano pavimenti di cemento, ed abbiano installazioni sanitarie, ed abbiano centri scolastici, ed abbiano parchi ed abbiano pane da dare ai loro figli (APPLAUSI). E poi dicano che la Rivoluzione è cattiva. È tanto cattiva che lasciò loro 30 cavallerie (circa 403 ettari), per lo meno, ai proprietari terrieri! Vorrebbe qualsiasi abitante dei quartieri poveri avere 30 cavallerie di terra. È tanto malvagia che lasciò seicento pesos di reddito ai padroni delle grandi edificazioni! Vorrebbe qualsiasi famiglia del quartiere di Las Yaguas avere 600 pesos di entrate mensili.

 

È tanto cattiva che non ha tolto la casa a nessuno! Ma loro sono “tanto buoni”, “tanto buoni” che molti di loro si sono convinti che gli statunitensi sarebbero arrivati, hanno creduto nel racconto della fanteria della marina, e ci hanno lasciato le 30 cavallerie (ESCLAMAZIONI), ci hanno lasciato i 600 pesos. E dal momento che erano “più buoni”, “più buoni” ancora di più di quello che c’immaginavamo, ci hanno lasciato la casa nel Country Club (APPLAUSI). Nessuno li ha mandati via, ma, come era possibile che loro potessero vivere con 600 pesos? Questa era una Rivoluzione criminale che li ammazzava di fame. Come era possibile che potessero vivere con 30 cavallerie? Questa era una Rivoluzione criminale che non lasciava loro né dove seminare un albero di banane.

 

Come era possibile? Ed inoltre, se gli statunitensi stavano per arrivare, se gli statunitensi gli avrebbero restituito i loro latifondi, i loro negozi, avrebbero aumentato un’altra volta gli affitti, avrebbero trasformato un’altra volta le scuole in fortezze, avrebbero tolto la terra un’altra volta ai contadini cubani, tutto sarebbe ritornato a loro senza problemi.

 

Per che motivo vivere qui, in questo paese infernale, che costruisce case alle famiglie povere? Perché i poveri non continuavano a vivere nelle capanne ed in quei quartieri miserabili, affinché loro potessero continuare a vivere in quelle residenze che non avevano niente da invidiare alle residenze delle già varie volte menzionate famiglie patrizie di Roma.

 

È possibile che in pochi luoghi del mondo ci siano residenze come queste; è possibile che negli stessi Stati Uniti, centro dell’imperialismo, non abbiano molte residenze tanto lussuose come queste. E raccomandiamo, come un metodo di istruzione rivoluzionaria, passare per il Country, visitarlo, da lì passare per le case povere di Marianao che sono al lato, una linea divisoria: dove termina l’ultima residenza incomincia la prima casa miserabile. E quell’era il mondo che loro volevano. E quello è il mondo per il quale sospirano, un mondo dove 400 o 500 vivevano in quelle palazzine, e milioni e milioni di famiglie vivevano, come vivevano qui le famiglie, che per miseri appartamenti, di due stanze, dovevano pagare 70 e 80 pesos in alcuni casi (ESCLAMAZIONI).

 

Per quale motivo, per quale motivo pagavano gli 80 pesos? Per quale motivo il contadino cubano lavorava come uno schiavo? Per quale motivo l’operaio lavorava come uno schiavo? Per quale motivo? Affinché la patria che Martí aveva detto che era “di tutti e per il bene di tutti”… E questo lo disse Martí, e lo disse ben chiaro. Disse che la patria era “di tutti e per il bene di tutti” (APPLAUSI).

 

E mai Martí né nessuno ha detto che la patria era di pochi e nessun altro, e per il male di quasi tutto il paese. E la Rivoluzione è venuta per compiere quell’apotefgma di Martì che la patria era di tutti e per il bene di tutti, ed inoltre, l’ha compiuto tanto generosamente, tanto che la storia non registra casi simili; l’ha compiuto senza usare la ghigliottina, perché si sa che in Francia i nobili non li hanno solo presi a calci, ma li tagliarono la nuca con una ghigliottina (ESCLAMAZIONI). Ed in Haiti, quando gli schiavi si ribellarono, per citare alcuni esempi, e potremmo citarne molti di più, i padroni delle piantagioni di caffè sono stati ghigliottinati.

 

Ed i popoli quando si sono ribellati non hanno usato procedimenti molto soavi. Non solo qui i signori espropriati hanno ricevuto un buon trattamento, ma, inoltre, quando hanno voluto andare via, hanno preso la strada dell’ambasciata, hanno fatto la fila nell’ambasciata e nessuno li ha ostacolati, nessuno ha detto loro: no, lei rimane qui comunque, vivendo nella sua villa del Country Club… (QUALCUNO ESCLAMA: “Ora è Cubanacán!”) Per loro continua ad essere il Country Club; per noi è Cubanacán (APPLAUSI). L’atteggiamento nostro non è stato quello di proibire. Vogliono andare via? Auguri e che tutto vada bene a loro. Non li disturbiamo. Lo Zio Sam suffraga loro le spese? Molto bene. È meglio che glieli suffraghi lo Zio Sam prima che glieli suffraghi Liborio che era quello che stava suffragandogliele fino ad ora (APPLAUSI).

 

Ed immediatamente hanno costituito un comitato per aiutare i poveri emigrati, alcuni emigrati che avevano sull’isola 30 cavallerie di terra, e grandi conti nelle banche. Comunque, che costituiscano il comitato. Non li disturbiamo. Quelle 30 cavallerie possono servire per dar lavoro ai contadini e sviluppare di più la riforma agraria (APPLAUSI). Quei 600 pesos a cui rinunciano servono per dar lavoro a cinque operai in più costruendo nuove case (APPLAUSI).

 

E quelle case del Country Club, che cosa facciamo con loro? (ESCLAMAZIONI DI: “Scuole!”) Scuole no, perché lì non vivono i ragazzi poveri.

 

Abbiamo un’idea. C’è lì un capitale invertito in case, in mobili… che cosa dobbiamo fare? (ESCLAMAZIONI.) No, quelle case sono per i nostri ospiti, per i leader operai, studenteschi, contadini, per i visitatori illustri, la Rivoluzione ha sempre molti visitatori illustri (APPLAUSI). Prepariamo 100 case con Cadillac e tutto (ESCLAMAZIONI), per i visitatori che inviti l’Istituto di Amicizia coi Popoli che si è già costituito (APPLAUSI). E manteniamo ben conservati i giardini, e realizziamo una serie di piani.

 

Per esempio, delle Brigate Giovanili di Lavoro Rivoluzionario (APPLAUSI), scegliamo 100 ragazzi che vogliano studiare lingue ed essere guide turistiche, li portiamo ad un centro di secondo insegnamento, dove si preparano per studiare inseguito la carriera diplomatica, ma finché sono studenti del secondo insegnamento e del pre-universitario, sono guide turistiche, autisti di quelle Cadillac (APPLAUSI), per portare i visitatori a vedere le cooperative, le fattorie del paese, le città scolastiche e l’opera della Rivoluzione. Dopo, quegli stessi studenti andranno all’università, quelle guida; e dopo, nel futuro, possono arrivare ad essere perfino ambasciatori della Repubblica (APPLAUSI).

 

E non ci costa niente prestare quei servizi, perché questi stessi centri di educazione possono prestare tali servizi, e manteniamo i giardini, e miglioriamo. Ed usiamo anche altri centri, ed abilitiamo una parte degli alunni per l’attenzione dei visitatori. Quando ci sono i visitatori, loro li guidano; quando vanno via i visitatori, loro vanno un’altra volta a scuola (APPLAUSI). E così, quelle Cadillac non consumeranno molta benzina; dureranno abbastanza tempo, e staranno lì per trasportare esclusivamente i visitatori, quando ci saranno i visitatori.

 

Questo è quello che facciamo con le case di Cubanacán, “che illustri famiglie” hanno abbandonato volontariamente per andare a rifugiarsi nelle “proprietà ospitali” dello “Zio Sam”. Bene, molte grazie per le case!

 

Questo è, semplicemente, quello che è successo qui: un signore andò via e ci lasciò una scuola che si chiamava “Havana Military Academy”? Bene, stiamo già costruendo imbarcazioni addizionali e lì starà la prima scuola politecnica dell’Esercito Ribelle, dove studieranno 1 000 Brigate Giovanili di Lavoro Rivoluzionario (APPLAUSI).

 

Qui non rimarrà né un solo edificio vuoto, perché la Rivoluzione ha già un’organizzazione, ed ha già materiale umano per realizzare tutti i compiti che si propone, e riempire tutte le mete che si propone. Abbiamo già 600 borsisti universitari (APPLAUSI), e capacità per 2 000 in più; e tre edifici che si stanno terminando per albergare 2 500 borsisti in più (APPLAUSI). Ed ogni giovane di famiglia umile che voglia studiare una carriera universitaria non ha altro da fare che sollecitare la sua borsa di studio; non necessita un “padrino” (APPLAUSI); non ha bisogno di una lettera di raccomandazione. Semplicemente si dirige all’ufficio, e dice: “Desidero studiare tale carriera, e sono uno studente che non ha risorse economiche” (APPLAUSI).

 

Che cosa si fa con questi studenti? Si dà loro un’elemosina? No! È una carità dello Stato? No! Questi studenti pagheranno in seguito i loro studi (APPLAUSI); semplicemente sono anticipate loro le risorse. Come staranno lì? Dunque, nelle migliori condizioni possibili: luoghi storici, alimentazione buona ed adeguata, libri, vestiti, tutte le spese, e 10 pesos mensili nel primo anno (APPLAUSI). E man mano che continuino ad avanzare, saranno date loro maggiori risorse. Avranno tutto per dedicarsi allo studio; hanno, inoltre, la biblioteca; hanno, inoltre, le sale da pranzo; hanno, inoltre, il circolo sociale. Quelli di Città Libertà hanno lì i campi sportivi; quelli che stanno vicino allo stadio dell’università, hanno qui i loro campi sportivi; e svolgeranno una vera vita studentesca, finché si costruirà la città universitaria.

 

Questi studenti avranno tutte le opportunità per trasformarsi in magnifici tecnici; e dopo pagheranno in 10 anni, con una piccola parte delle loro entrate, quello che sono costati i loro studi, ed aiuteranno in modo che quando loro finiscano, migliaia e migliaia di studenti nuovi possano entrare, e ricevere le borse di studio (APPLAUSI).

 

Che cosa fa la Rivoluzione? Offrir loro l’opportunità. E quello lo fa la Rivoluzione nell’Università de L’Avana, nell’Università de Las Villas…

 

(SI ASCOLTA UN’ESPLOSIONE VICINA.)

 

…Non fate caso, non facciano caso; queste sono bombe che mettono contro i poveri, bombe che mettono contro il popolo umile. Nessuna di queste bombe è stata collocata da un contadino cubano, un contadino che è stato liberato dall’affitto, o vive in una cooperativa o lavora in una fattoria del paese, ed ha ricevuto maestri, ed ha ricevuto case, ed ha ricevuto i benefici della Rivoluzione; nessuna di quelle bombe è collocata da un contadino cubano delle montagne, dove ci sono oggi 1 000 maestri volontari insegnando ai loro figli; nessuna di quelle bombe è collocata da un lavoratore umile; nessuna di quelle bombe è stata messa da una famiglia alla quale abbiano abbassato l’affitto da 70 pesos a 35 pesos, ed ora gli abbiamo dato il diritto di essere padrone della casa (APPLAUSI); nessuna di quelle bombe la mette una famiglia che ha avuto un famigliare ricoverato in un ospedale, senza lettera di raccomandazione, senza influenza, e dove lì si sono curati ed in molti casi hanno salvato la vita; nessuna di quelle bombe la mette una famiglia i cui figli stiano studiando in quelle fortezze dove prima si albergavano quelli che assassinavano quegli stessi bambini nella nostra patria; nessuna di quelle bombe la mette un uomo umile del popolo; nessuna di quelle bombe la mette un patriota; nessuna di quelle bombe la mette un vero cittadino che sente amore per gli altri, che sente amore per la sua patria.

 

Quelle bombe, chi le mettono? Le mettono gli sbirri, le mettono gli espropriati, le mettono gli agenti dell’imperialismo, le mettono i venduti allo straniero, le mettono quelli che si inginocchiano davanti allo straniero, quelli che vogliono vedere insanguinata la patria! (ESCLAMAZIONI DI: “Fuori!, Fucilazione!” e “Cuba sì, yankee no!”)

 

Prima, prima i rivoluzionari usavano la dinamite per combattere contro lo sfruttamento, per combattere contro il crimine, per combattere contro la tirannia; prima i rivoluzionari usavano la dinamite per combattere contro lo sbirro, per combattere contro il politico ladro, per combattere contro il malversatore, per combattere contro quello che estraeva dalla patria la ricchezza, per combattere contro lo sfruttatore imperialista, per combattere contro il privilegio. Ah! Ed era con il rischio che l’assassinassero, era con il rischio che tentassero di strappargli confessioni a base di torture. Il rivoluzionario che lottava per il suo ideale sapeva che aveva in ogni angolo un delatore, aveva in ogni angolo un’automobile della polizia piena di sbirri, sapeva che aveva quasi in ogni isolato una camera per torture! Sapeva che nelle stazioni di polizia l’aspettavano gli strumenti di terrore; gli uncini per strappargli gli occhi, i ferri incandescenti per bruciargli i piedi, la mazza da baseball per distruggergli le ossa!; che l’inferno ed il terrore lo aspettavano nelle stazioni della polizia! (APPLAUSI.) Il rivoluzionario sapeva che l’aspettava il colpo di pistola alla nuca, il colpo di pistola alla schiena, la pozzanghera di sangue dove all’alba avrebbe riposato il suo cadavere. Ed il rivoluzionario affrontava coraggiosamente tutto questo per lottare per un ideale; nessuno lo pagava, non riscuoteva soldi per questi servizi!

 

Il controrivoluzionario, l’agente dell’imperialismo, il criminale che riscuote i suoi servizi all’ambasciata, che riscuote i suoi servizi ai privilegiati, lui sa che non l’aspetta la tortura né il crimine; lui sa che ha avuto come garanzia della sua propria vita la generosità con cui la Rivoluzione ha trattato anche gli stessi terroristi; lui sa che ancora nessun terrorista —e credo che non mi sbaglio—, credo che per adesso nessun terrorista sia andato davanti al plotone di fucilazione. Questa è la condotta del codardo terrorista controrivoluzionario (ESCLAMAZIONI DI: “Fucilazione!”). Sanno che nessuno è stato toccato con un dito; sanno che nessuno è stato toccato con un dito in una stazione di polizia; e sanno che la Rivoluzione è stata generosa; sanno che i tribunali rivoluzionari sono stati benigni. Ma noi sappiamo che nell’anima di un mercenario, nell’anima di un venduto, nell’anima di un criminale che riscuote per i suoi servizi, nell’anima di un nemico del suo popolo, nell’anima di un nemico degli uomini umili del suo popolo, nell’anima di un servitore dei privilegi, non c’è valore per affrontare i tribunali rivoluzionari e la pena che meritano per i loro crimini. E per questo motivo, non bisogna spazientirsi. Questa è la prova della loro impotenza.

 

Dove sono i mercenari che stavano allenando in Guatemala? dove sono gli aeroplani? dove sono le chiatte da sbarco? (ESCLAMAZIONI); dove sono le legioni di mercenari? Che cosa succede che non sono sbarcati? (ESCLAMAZIONI DI: “Che vengano!”) E si accontentano ora con fare rumore, si accontentano ora con mettere petardi. Sanno la quantità di migliaia di uomini —o se l’immaginano—che abbiamo preparato per le armi di appoggio, nei cannoni, nelle antiaeree, e nelle armi pesanti! (APPLAUSI.) Hanno un’idea del numero di battaglioni che si sono organizzati ed armati, hanno un’idea della straordinaria mobilitazione del popolo; e loro sanno quello che significa questi cannoni in mani degli operai, nelle mani dei contadini e nelle mani degli studenti, di questi studenti universitari, che si spogliarono della loro divisa per vestire la camicia azzurra della milizia operaia! (APPLAUSI), e compresero il gran onore che è fraternizzare ed unirsi, gomito a gomito, coi lavoratori del paese.

 

Sanno i nemici della patria e della Rivoluzione quello che sono questi cannoni, e questi mortai, e queste armi, in mani del popolo. E dal momento che sanno che se disarmare e vincere una casta militare, minoranza insignificante, costò molto sangue e molti sacrifici, al popolo che lottava per i suoi diritti e mentre la casta lottava per i suoi privilegi ed i privilegi della classe che difendevano, loro sanno che disarmare la classe operaia ed i contadini del paese, che per toglierli quei cannoni, per toglierli quelle armi… Cannoni, sì, non semplici fucili automatici, bensì cannoni di un considerabile calibro ed in un numero anche considerabile! (APPLAUSI.) Sanno che ancora non sono nati i mercenari che possano farlo! (APPLAUSI.) Ancora non sono nati gli imperialisti che possano farlo! (APPLAUSI.)

 

E per questo motivo rimuginano la loro impotenza, provocando rumori che servono solo per infiammare il popolo. Che idioti! (RISATE.) Perché noi quando lottavamo, anche nelle più difficili circostanze, c’incoraggiava un’idea: l’idea che avevamo la ragione, che difendevamo una causa giusta che il popolo si sarebbe ribellato per seguire quella causa, e che avremmo distrutto i nemici. Che speranza hanno loro di distruggere il popolo, difendendo fini ignobili?; che speranza possono avere di vittoria?; sono tanto incapaci che non si rendono conto, che non si rendono conto di quello che significa un popolo armato?; saranno tanto stupidi da albergare la più remota speranza? Perché loro non potrebbero affrontare nemmeno una parte del popolo; e loro, con i loro padroni imperialisti, non potrebbero affrontare il nostro popolo, e molto meno potrebbero affrontare una parte del mondo che c’appoggia (APPLAUSI).

 

Dove stanno, dove stanno le loro speranze? Per caso mobilitano contro la Rivoluzione l’uomo che non aveva lavoro, chiunque dei 200 000 lavoratori che hanno incominciato a lavorare dal trionfo della Rivoluzione nel campo? Per caso mobilitano contro la Rivoluzione il 35% dei nuovi lavoratori industriali che hanno trovato impiego dopo il trionfo della Rivoluzione? Per caso possono resistere l’opera della Rivoluzione?, e non l’opera dei mesi che sono trascorsi, che nonostante sia ingente, è ancora molto inferiore all’opera che verrà (APPLAUSI).

 

Come fanno, se si incominciano già a vedere i frutti, se ci sono già 600 borsisti nell’università? (APPLAUSI), se sono già qui i primi 600 partecipanti alle brigate giovanili (APPLAUSI), dei primi 2 000 che sono andati in cima cinque volte al Pico Turquino? (APPLAUSI), se sono già qui i 600 che hanno una preparazione a livello delle elementari, o di più, per entrare in diversi centri? Cento cinquanta, in una scuola di aviazione (APPLAUSI); quelli che abbiano più interesse e migliori condizioni fisiche, andranno in primo luogo ad imparare a maneggiare macchine di uso civile, lavoreranno nella vita civile, cioè, nella vita civile dei lavori agricoli; e dopo avranno opportunità di imparare aviazione militare; e dopo, dunque, saranno quelli che piloteranno i nostri grandi aeroplani di trasporto (APPLAUSI).

 

E così, i piloti futuri incominceranno, avranno incominciato tutti, dalle Brigate Giovanili di Lavoro Rivoluzionario “Camilo Cienfuegos” (APPLAUSI); saranno stati quattro mesi nella Sierra, avranno scalato cinque volte il Pico Turquino, e continueranno ad ascendere. Nessuno di questi giovani il giorno di domani ruberà un aeroplano (ESCLAMAZIONI DI: “No!, Mai!”). Questi giovani sono il prodotto più puro di questa Rivoluzione! (APPLAUSI), l’orgoglio più grande e più legittimo di questa Rivoluzione! (APPLAUSI), il seme della patria nuova, quelli che costituiranno una generazione migliore preparata per seguire l’opera rivoluzionaria. Perché la Rivoluzione deve garantire la sua marcia ascendente, un futuro migliore che l’entusiasmo di oggi; e che un popolo che si libera sia sostituito per l’entusiasmo di una generazione che sarà interamente un prodotto della Rivoluzione.

 

Un momento prima, parlavamo dell’eredità del passato, e l’eredità che riceverà la Cuba di domani sarà questa che stiamo facendo (APPLAUSI); saranno le decine di migliaia di tecnici borsisti (APPLAUSI); saranno le decine di migliaia di giovani scelti, scelti per i loro meriti, per le loro condizioni naturali, dove i deboli di carattere e di spirito resteranno indietro, ed i migliori arrivarono qui dove avranno l’opportunità di continuare a trionfare, di continuare a progredire. Nelle scuole, alcuni, andranno alla Scuola d’Arte e Mestieri Marittimi, e tra un anno (APPLAUSI), tra un anno, staranno manovrando le primi flotte da pesca (APPLAUSI), di pesca d’alto mare, le cui navi si stanno costruendo già nei cantieri navali nazionali (APPLAUSI). Altri, andranno alle scuole navali, dove impareranno per sei mesi le conoscenze indispensabili per essere marinaio di navi da guerra (APPLAUSI). Serviranno gratuitamente per due anni e mezzo (APPLAUSI); questi due anni e mezzo saranno anche, in parte, di apprendistato ed, in parte, proteggeranno le nostre coste (APPLAUSI), difenderanno la nostra sovranità, e, poi avranno un impiego assicurato nella nostra Marina Mercantile Nazionale (APPLAUSI), e percorreranno il mondo nelle navi di Cuba.

 

Cioè, loro avranno quell’opportunità; alcuni, in scuole di aviazione; altri, in scuole navali; altri, in scuole di pesca; altri, in scuole tecnologiche (APPLAUSI), dove costituiranno anche unità di combattimento mentre stanno studiando (APPLAUSI).

 

Finendo i loro studi nella tecnologia potranno, o andare a lavorare nelle fabbriche, o riceveranno borse di studio nell’università per continuare gli studi superiori (APPLAUSI). E questi giovani sono delle famiglie più umili; molti di loro vendevano giornali, altri pulivano scarpe; altri facevano altri lavori. Questi giovani, quello si, sono uno estratto puro della Rivoluzione! (APPLAUSI.) Tra loro nessun controrivoluzionario cercherà di fare proseliti. Che diversi dai signorini dell’università yankee di Villanueva!

 

E che alternativa può rimanere in una lotta dove qui sono gli umili, i giovani che hanno passato per le prove più dure e, oltre ad avere questo spirito formidabile, sono i guardiani della Rivoluzione, i difensori della patria, e manovreranno navi da guerra (APPLAUSI), e piloteranno aeroplani da combattimento (APPLAUSI), e maneggeranno armi pesanti (APPLAUSI), senza smettere di prepararsi un momento per la vita civile, senza smettere di studiare? Cioè, faranno tutto ciò, e saranno studenti, e si staranno preparando per il lavoro pacifico, per il lavoro creativo.

 

E sono già 2 000 quelli che hanno concluso; ognuno col suo maestro, ogni brigata col suo maestro. Quelli che avevano già un livello superiore per determinati centri; quelli che non avevano quei livelli realizzeranno altri compiti mentre studiano coi professori delle scuole elementari. Intanto, vanno corso per corso acquisendo conoscenza che dia loro le stesse opportunità che quelli che ora entrano nelle scuole tecnologiche. E, nel frattempo, ripopoleranno le nostre montagne di legno, di alberi da legna, zone enormi saranno riempite di milioni di alberi; realizzeranno opere (APPLAUSI) per il popolo; costruiranno città scolastiche e continueranno a marciare. 2000 hanno superato già le prove; 3 000 in più sono in questo momento negli accampamenti della Sierra Maestra e 10 000 entreranno il 28 gennaio prossimo (APPLAUSI).

 

Decine di migliaia di giovani come questi, tra i più umili ed i migliori della nostra patria, si stanno già organizzando, e saranno tecnici, saranno diplomatici, saranno professionisti, saranno operai specializzati delle fabbriche, saranno marinai di navi, saranno piloti di aeroplani, saranno capitani di navi, saranno comandanti di aeroplani! (APPLAUSI.)

 

E questa è la Rivoluzione, quella che continua a cercare il meglio della patria, e con il meglio della patria prepara il futuro migliore per tutti i cubani. E così continuiamo ad andare avanti con quello che abbiamo; quello che abbiamo non è perfetto, abbiamo ricevuto l’eredità del passato, l’eredità in molti aspetti negativa del passato. Ma, tuttavia, la generazione presente reagisce, reagiscono i professionisti, e quegli stessi professionisti, una gran parte di loro, che sono un prodotto del passato, tuttavia, reagiscono, e reagiscono con la Rivoluzione, reagiscono di fronte a quelli che abbandonano la patria, e vengono qui, a questa stessa scalinata, dove un giorno vennero ad acquisire quelle conoscenze che il popolo pagò, per giurare da qui, a quello stesso popolo, fedeltà alla Rivoluzione ed alla patria. E quei professionisti reagiscono sempre di più, ed ogni volta sembrano più miserabili e più meschini i codardi ed i poveri di spirito che abbandonarono il loro paese in questa ora.

 

E vediamo già questa reazione in medici, in architetti, in ingegneri ed in tutti i professionisti, e gli stessi studenti che oggi, o nei prossimi giorni, si laureano come medici, inviarono al Governo Rivoluzionario un documento che è per questo gruppo un orgoglio, ed, inoltre, un passo in avanti in un gesto che supera in qualità rivoluzionaria e patriottica a quelli del corso anteriore, perché quelli del corso anteriore, molti di loro sono oggi in campagna, diretti per due o tre leader di condotta sospettosa, reclamarono richieste di tipo economico, dimenticandosi totalmente le tremende necessità di medici che aveva il paese, furono incapaci di essere grati con la Rivoluzione e col popolo, con la Rivoluzione che si è proposta migliorare lo standard di vita dei tecnici. Ma noi consideriamo che non era corretto che uno studente appena laureato, i sei mesi che lavora con i contadini, stesse ricevendo 240 pesos. Noi stimavamo che era necessario una prova affinché quegli studenti, quelli che rimanevano in campagna, ricevessero un stipendio migliore, ma che non dovevano incominciare per 240 pesos, e che erano anche mesi di prova, perché se questi giovani stanno quattro mesi nella Sierra, scalano cinque volte il Pico Turquino e prestano servizio di lavoro volontario per tre anni, era corretto che un laureato universitario fosse disposto a dimostrare la sua vocazione di medico, il suo amore per il suo paese.

 

E non si trattava di denaro, perché per il governo non significavano nulla qualche pesos in più, né qualche pesos in meno; per l’economia nazionale non significavano niente qualche pesos in più, né qualche pesos in meno. Era una questione semplicemente morale, ed a noi quello che c’interessava non era l’ammontare del pagamento per quei mesi bensì c’interessava la qualità morale di quei medici appena laureati. E quelli del corso anteriore non sono stati —e lo dico qui con la sincerità e con l’onestà che ci caratterizza—, non sono stati all’altezza della Rivoluzione, perché quando dicemmo loro, bhè, esponiamo loro il problema in termini morali, ed abbiamo detto loro: decidete voi; due o tre leader, francamente controrivoluzionari, li istigarono e li portarono a mantenere una posizione di tipo economico.

 

Tuttavia, il corso di quest’anno, quei ragazzi che si laureano quest’anno hanno avuto una condotta diametralmente distinta. E proprio qui abbiamo il documento che hanno inviato, e che dice:

 

“I firmatari di questo documento, alunni del sesto anno di medicina che finiranno la loro carriera tra pochi mesi, preoccupati davanti ad una serie di fatti accaduti negli ultimi giorni, e coscienti del momento cruciale e rivoluzionario per il quale sta passando la nostra patria, vogliano lasciare in chiaro in maniera definitiva la nostra posizione davanti alla Rivoluzione Cubana, ed il nostro atteggiamento davanti al dovere sacro di compiere la nostra funzione sociale.

 

“Dal momento che consideriamo inopportuno fare richieste economiche in momenti dove da una parte il popolo di Cuba è disposto ai maggiori sacrifici, ed i satrapi dell’imperialismo yankee c’aggrediscono vigliaccamente per questo motivo, facciamo responsabilmente i seguenti pronunciamenti:

 

“Primo: Appoggiamo con la vita, se fosse necessario, le misure e norme rivoluzionarie prese dal governo.

 

“Secondo: Siamo a disposizione incondizionata delle autorità cubane, per quello che avranno bisogno da noi, una volta acquisito il nostro titolo.

 

“Terzo: Accetteremo con interezza e spirito di sacrificio, lo stipendio che il governo stimi opportuno pagarci.

 

“Quarto: Desideriamo solo essere utili al nostro paese ed utilizzare le conoscenze acquisite nell’università che paga il popolo, a favore di quel popolo.

 

“Quinto: Respingiamo per controrivoluzionario ogni altro atteggiamento che tenda a diminuire lo spirito rivoluzionario che fermenta oggi nella nostra patria.

 

“Sesto: Chiediamo a tutti i compagni del nostro corso che adottino questa posizione rivoluzionaria e dimostrino davanti al popolo il loro grande spirito di sacrificio ed il loro amore alla patria che sognava Martí.

 

“Sesto corso della scuola di medicina dell’Università de L’Avana” (APPLAUSI).

 

Che cosa ci proponiamo coi tecnici? Ci proponiamo semplicemente di pagarli come meritano. Cioè, pagarli bene, perché un tecnico deve dedicare una parte della sua vita a studiare senza percepire entrate. Quel tecnico merita lo stimolo di una buona rimunerazione, come compensazione allo sforzo realizzato ed ai servizi che presta al paese. Non c’importava il problema in termine di pesos in più o di pesos in meno, bensì in termini morali. C’interessava il tecnico rivoluzionario, vogliamo tecnici rivoluzionari, ed il popolo è disposto a pagare come meritano i tecnici rivoluzionari (APPLAUSI).

 

E noi crediamo che potremo farlo, perché l’economia del paese si svilupperà ad un ritmo straordinario. Ed abbiamo bisogno di quei tecnici, stiamo costruendo centinaia di paesini, e vogliamo che in ogni paesino che costruiamo ci sia, per lo meno un medico. Per questo motivo abbiamo tanto bisogno di medici.

 

Prima i medici non avevano lavoro, molti di loro. Dovevano lavorare durante vari anni per una miseria, ricevevano una miseria negli ospedali dello Stato, o ricevevano una miseria in ambulatori di altri medici. La Rivoluzione ha messo a lavorare tutti i tecnici. Non c’è un solo tecnico professionista universitario che possa dire che non ha lavoro. Non c’è un solo medico, un solo ingegnere agronomo, o civile, o meccanico che non abbia assicurato il suo lavoro. Questo dimostra l’imperdonabile che è la condotta dei tecnici che sono andati via, perché non sono andati via quando il professionista era sfruttato, quando l’immensa maggioranza dei professionisti non avevano opportunità; non sono andati via quando il paese viveva in mezzo al terrore ed al crimine. E tuttavia, sono andati via ora, abbandonando il loro paese. Ed il medico che va via, il medico che lavorando in un’istituzione nazionale, in un ospedale del paese, va via, è semplicemente un criminale, più criminale ancora che qualunque altro professionista, perché il medico venne qui a studiare per salvare vite, il medico venne qui a studiare per garantire vite del popolo (APPLAUSI). E non si può che qualificare come criminale il medico che, a rischio che qualche compatriota, o molti dei suoi compatrioti possano perdere la vita, abbandoni il territorio nazionale.

 

Ma anche criminale, criminali sono anche gli ingegneri, o gli architetti, od i professionisti che tradiscono, abbandonando il loro paese.

 

Il Collegio Medico Nazionale, in un’assemblea di medici, nel giorno di ieri prese accordi al riguardo, ed ha deciso di dare loro un’ultima opportunità per quelli che vogliano ritornare, dare loro un’opportunità fino al 31 dicembre. Bene, ma a partire dal 31 dicembre, noi stimiamo che non deve darsi nessuna opportunità a nessuno di quei professionisti che hanno abbandonato il loro paese nelle ore difficili, perché è molto comoda questa posizione di abbandonare la patria quando il pericolo era imminente, per ritornare dopo quando il paese si sviluppi, dal momento che già avanza ed avanzerà sempre di più, per sentieri di progresso e benessere straordinario. Quelli devono perdere, almeno, la cittadinanza del suo paese, ed il diritto di esercitare qui la professione (APPLAUSI).

 

Già si stanno riempendo le residenze studentesche di nuovi studenti, ed in quelle residenze aiutiamo anche gli attuali studenti che non abbiano risorse. Ed il Governo Rivoluzionario è disposto a spendere quello che sia necessario per dare un’opportunità per studiare, e per riempire le università di nuovi studenti, e per preparare i tecnici per il giorno di domani. Oggi non solo abbiamo già uno studente rivoluzionario, ma abbiamo tutta un’università rivoluzionaria, dove finalmente si sono realizzati grandi trasformazioni nei suoi programmi di studio, cioè finalmente si è realizzata anche la riforma universitaria (APPLAUSI). Per questo motivo vale la pena fare lo sforzo, per questo motivo il popolo renderà lo sforzo piacevole.

 

L’anno scorso parlavamo della città universitaria. Perché tra pochi giorni la città universitaria comincerà a costruirsi. E gli studenti ci aiutano, e gli operai della costruzione ci aiutano, e le brigate giovanili, ed i Giovani Ribelli ci aiutano (APPLAUSI). E per l’anno che viene, per settembre dell’anno che viene, avremo capacità per 8 000 studenti, solamente studenti con borse di studio nell’Università de L’Avana.

 

Possiamo dunque, contemplare il futuro con ottimismo in tutti gli aspetti, perché già tutto si vede sempre più chiaro, tutto si vede sempre più sicuro: maggiore organizzazione, più esperienza, migliori prospettive in tutti gli aspetti, più forte la Rivoluzione, con migliori circostanze.

 

Presto comincerà un nuovo anno. Basti dire che nel nuovo anno si creeranno nella campagna, cioè, solamente attraverso la riforma agraria, nel prossimo anno daremo lavoro nel campo a 200 000 cubani in più (APPLAUSI). E sono più o meno cifre esatte, cioè, senza esagerazioni. Siamo in condizioni di dare loro lavoro nel campo a 200 000 persone in più, solamente in campagna, nell’agricoltura! Le prospettive sono buone in tutti gli aspetti.

 

L’anno che viene sarà anche l’anno dell’educazione; la gran battaglia contro l’analfabetismo è una gran battaglia. Ci proponiamo di eliminare fino all’ultimo residuo di analfabetismo in un anno, e siamo sicuri che vinceremo questa battaglia, perché stiamo lavorando su questo già da adesso. Saranno più di 100 000 il numero di persone che lavoreranno nella campagna. Ma, se vediamo che non sarà sufficiente, la stessa mobilitazione che abbiamo fatto e stiamo facendo per difendere il paese la faremo per combattere l’analfabetismo, e mobiliteremo decine e decine di migliaia di studenti, di operai, di giovani ribelli, e di persone del popolo che abbiano preparazione sufficiente per insegnare, ed andremo a cercare fino all’ultimo analfabeta, e gli insegneremo a leggere ed a scrivere (APPLAUSI).

 

Ed il quadro internazionale dovrà migliorare. La Rivoluzione ha trionfato, la Rivoluzione è una realtà, e la Rivoluzione proseguirà invincibilmente. Che cosa può fare l’imperialismo davanti al quadro mondiale che si presenta? Non c’attaccarono con mercenari, ed ogni giorno che ha passato, ed ogni giorno che passa, i mercenari avranno qui un osso ancora più duro da rodere (APPLAUSI).

 

Per questo motivo, è cresciuta tanto la forza militare della Rivoluzione che possiamo aspettare i mercenari, per molti aiuti che abbiano, che vengano, possiamo aspettarli morti dal ridere: durerebbero abbastanza poco.

 

E per il resto, che cosa ha ottenuto l’imperialismo con il suo “pattugliamento” nei Caraibi? Solo discredito, ancora più discredito, ed, inoltre, una prova che sono spaventati, una prova che stanno dando colpi alla cieca. Si produce una rivoluzione in Guatemala, e correndo mandano le corazzate e le portaerei. Che cosa vuole dire questo? Paura. E che cosa vuole dire? Che la Rivoluzione non bisogna esportarla, che le rivoluzioni si producono da sole in tutto il continente americano.

 

Che cosa hanno fatto con le loro navi? Solo i ridicoli. Che cosa hanno fatto con le loro manovre? Solo i ridicoli. Che cosa hanno fatto con le loro aggressioni economiche? Solo i ridicoli. E la libbra di zucchero è cara negli Stati Uniti. Vediamo che cosa succederà il prossimo anno, e vediamo come risolveranno con lo zucchero. Noi tracciamo la nostra politica dello zucchero. Alla fine di dicembre, od agli inizi di gennaio, riuniamo tutti: i lavoratori dello zucchero delle piantagioni di canna da zucchero, i lavoratori della cooperativa, i coloni, tutto il mondo, e faremo una politica dello zucchero secondo le prospettive.

 

Ci sono paesi che vogliono speculare sull’aggressione economica a Cuba? Vediamo chi può competere con Cuba in produzione di zucchero. Cuba, semplicemente, è in una posizione privilegiata nel mercato, nonostante l’aggressione. E seguiamo una politica, e vediamo che cosa succede, e vediamo che cosa fa la nuova amministrazione che sostituirà l’amministrazione di Eisenhower (ESCLAMAZIONI DI: “Fuori!”). Vediamo che linea segue, perché il signore Kennedy fece molta demagogia durante la campagna elettorale, aizzando l’aggressione contro Cuba. Ma siccome “una cosa è con chitarra, ed un’altra cosa è con violino”, vediamo che cosa farà il signore Kennedy, vediamo. Vediamo se forse con la campagna di alfabetizzazione che stiamo facendo il signore Kennedy si alfabetizza politicamente e si rieduca politicamente. Magari questa campagna di alfabetizzazione possa contribuire ad aprire la comprensione al signore Kennedy. Ed allora, vediamo che cosa fanno, vediamo se vogliono seguire con la politica di aggressioni contro il nostro paese, politica stupida, politica rozza e politica fallita, o si decidono a lasciarci in pace, che è la situazione migliore per loro. Per lo meno avranno l’opportunità.

 

A loro stanno costando molto le aggressioni; molte fabbriche si sono rovinate negli Stati Uniti, ed il dirigenti molto rozzi di quel paese hanno sacrificato i loro stessi operai, hanno sacrificato le loro stesse industrie.

 

E col embargo, non ci hanno fatto molto danno. Dopo l’embargo, tutti abbiamo continuato più o meno bene; tutti abbiamo continuato a fare più o meno le stesse cose; e come, d’altra parte, la produzione agricola sta crescendo ad un ritmo straordinario, già in queste feste natalizie stiamo immagazzinando pollo congelato per le feste natalizie (APPLAUSI); già si sta raccogliendo il raccolto dei fagioli; ci sono 50 000 tacchini, e qualcosa in più: si sviluppa in maniera tanto straordinaria la produzione di maiali, di linee speciali che stiamo sviluppando da molti mesi, e cresce ad un ritmo tanto grande che avremo perfino il lattonzolo arrosto nelle feste natalizie (APPLAUSI), per i simpatizzanti che non potevano rassegnarsi alle feste natalizie senza questo piatto.

 

L’embargo è fallito. Noi abbiamo continuato a risolvere i nostri problemi e loro hanno sacrificato questo mercato. Politica grossolana; basterebbe che facessero la stessa cosa in tutte le parti del mondo, e si sarebbe liquidato per sempre l’imperialismo. Se facessero con tutto il mondo quello che hanno fatto con Cuba, durava sei mesi; vedete voi se sono stati stupidi con Cuba.

 

Cioè le prospettive sono buone in tutti gli aspetti. Programmiamo la nostra politica dello zucchero, e vediamo che cosa fa l’imperialismo: se persiste nelle sue aggressioni, e saranno fatti suoi, o comincia a ponderare ed a comprendere che la Rivoluzione Cubana è già una realtà indistruttibile, e ci lasciano in pace.

 

Noi vogliamo la pace. Perché vogliamo la pace? Perché abbiamo grandi progetti; abbiamo grandi piani; e vediamo come avanza tutto, e già stiamo contemplando il futuro del nostro paese, il futuro straordinario del nostro paese che sarà esempio per tutti i paesi dell’America, e che sarà oggetto del riconoscimento e dell’ammirazione degli altri paesi del mondo. Noi abbiamo bisogno della pace per realizzare questa gran opera; noi desideriamo investire tutta l’energia del nostro popolo in quell’opera; noi non vogliamo sangue; noi non vorremmo vedere cadere un solo giovane, un solo soldato, un solo miliziano, un solo operaio, un solo cubano; noi vorremmo vederli lavorare tutti. Se ci siamo armati è per difendere questo diritto a lavorare; se abbiamo investito energie straordinarie per preparare la nostra difesa è per garantire questo diritto.

 

E continueremo a prepararci, continueremo a migliorare la nostra difesa militare, perché all’ultima ora è la cosa più sicura. La garanzia più sicura di fronte all’imperialismo è essere ben armati. E questo lo stiamo ottenendo; presto saremo ben armati e ben preparati per difenderci da qualsiasi attacco (APPLAUSI). E dopo? In seguito, a lavorare, a realizzare i grandi piani della Rivoluzione. Questa preparazione militare ci dà diritto a continuare a lavorare; è stata una condizione previa per continuare a lavorare. E magari facciamo ponderare l’imperialismo che un attacco a Cuba è un attacco condannato al fallimento; che un attacco Cuba sarebbe il suicidio dell’imperialismo. Ed in realtà, per noi sarebbe meglio che l’imperialismo non si suicidasse per colpa nostra, e che invece l’imperialismo, per colpa sua, continuasse a morire lentamente fino alla sua totale ed inevitabile scomparsa storica.

 

Quella è la nostra maniera di pensare; e ne abbiamo voluto parlare oggi qui. Magari mancano alcune cose, ma non importa; la cosa essenziale è stata detta. Siamo stati franchi, siamo stati sinceri; abbiamo detto la verità con crudezza, quando abbiamo considerato che dovevamo dirla.

 

Ma abbiamo espresso anche la nostra fede, il nostro ottimismo. Oggi possiamo, ancora con più sicurezza, con più fiducia, parlare così in questa scalinata, perché in realtà questa scalinata è rivoluzionaria ogni giorno di più (APPLAUSI); e questa scalinata, ogni giorno si identifica sempre di più col popolo. Ed in realtà, non si può fare un tributo migliore per i martiri del 1871 e per gli studenti che diedero le loro vite giovani per quello che facciamo oggi, per questi trionfi della patria che oggi abbiamo davanti.

 

Ed è in realtà motivo di soddisfazione per tutti, per tutto il popolo, per gli studenti e per tutti noi, pensare a questo LXXXIX anniversario, che quegli studenti, vittime innocenti del monopolio, dello sfruttamento, dell’egoismo, vittime innocenti dei privilegi di ieri; quegli innocenti che caddero per l’odio che l’idea della giustizia svegliava negli odiosi oppressori di ieri, negli odiosi interessi stranieri che sfruttavano la nostra patria; che quelle vittime innocenti, sacrificate per il privilegio di ieri, insieme a tutti i martiri che caddero sacrificati per i privilegi, hanno contribuito a che finalmente sparissero i privilegi, quelli della colonia e quelli della semi-colonia, quelli della colonia spagnola, e quelli della colonia yankee. Sono stati vittime della colonia spagnola; vittima fu Mella, vittima fu Trejo, vittima furono José Antonio Echevarria e tutti i compagni della sua generazione (APPLAUSI), vittime, vittime della colonia yankee, dei fucili yankee, dell’oppressione e della sfruttamento yankee.

 

Ma, finalmente, lo sforzo di tutti è servito affinché non ci sia più la colonia, affinché non ci sia più privilegio, ed affinché la vera libertà e la vera giustizia, finalmente, risplendessero, alla fine, nella nostra patria.

 

E rendendo quell’omaggio ai caduti, esprimiamo anche il nostro riconoscimento a coloro che lottarono nella guerra e continuarono lottando nella pace; esprimiamo anche il nostro riconoscimento ai leader universitari; il nostro riconoscimento al massimo leader degli studenti, al compagno Rolando Cubelas (APPLAUSI) che seppe giocare un ruolo nella guerra e sa compiere il suo dovere nella pace. Prossimo a laurearsi in medicina, prossimo a compiere la sua tappa universitaria, merita davvero il nostro pubblico e sincero riconoscimento (APPLAUSI Prolungati), e la nostra soddisfazione di sapere che porta con sé il permesso che portano gli onesti: il diritto a portare la fronte in alto ed il riconoscimento del suo popolo!

 

La nostra espressione ottimista ed il nostro riconoscimento a tutta l’università; la nostra fede, e la nostra sicurezza che l’Università de L’Avana sarà in prima fila anche in questa ora creativa e gloriosa della patria!

 

(OVAZIONE.)

 

Dipartimento di Versioni Stenografiche del Consiglio di Stato

traduzione di Ida Garberi

 

 

 

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Fidel visto dall’obiettivo fotografico: “Catturare l’essenza della sua personalità”

Cubadebate (italiano) - Gio, 26/11/2020 - 23:31

Quando il fotografo cubano Liborio Noval ha pubblicato il suo libro di “Instantaneas”, ha chiesto al Comandante in Capo di dedicarglielo, e Fidel lo ha fatto solo con due parole. Ha scritto: “Per Liborio”. Poi, ha subito commentato: “Dire Liborio dice tutto”. Per 50 anni, le foto di Noval sono apparse quotidianamente sulla stampa. Tra i suoi archivi ha accumulato circa 90.000 fotogrammi del leader storico della Rivoluzione.

Roberto Salas, che lo conobbe all’età di 14 anni a New York nel 1955, si riunì a Fidel Castro dopo il trionfo rivoluzionario e divenne uno dei fotografi che accompagnarono il leader nelle sue visite in Venezuela, negli Stati Uniti e nei paesi dell’America Latina, durante quel primo anno. “Dato che mi sentivo rilassato intorno a lui, ho cercato di catturare l’essenza della sua personalità. Era senza dubbio un uomo del XXII o XXIII secolo “, ha detto una volta Salas.

foto di Burt Glinn

foto di Burt Glinn

“Questa macchina fotografica non fa dei video?”, ha chiesto una volta Fidel al fotoreporter di Cubadebate, Ismael Francisco. “Ho risposto di no. Ha insistito mentre fissava la macchina fotografica. “Sei sicuro che non fa dei video?”, ha chiesto tre volte di seguito ed io, sempre più nervoso, ho detto di no, racconta Francisco.
“Poi ha chiesto a Varela: dove hai preso questa mascotte, che scatta solo foto?” Tutti sono morti dal ridere, tranne io, che letteralmente volevo che la terra mi inghiottisse, mi ha dato uno yiti (attrito doloroso sulla testa fatto con due dita della mano) ed ha detto: “Non importa se non fa video, era solo una domanda”. Quello è stato uno dei loro primi incontri.

Tra il 1959 e il 1969, il fotoreporter americano Lee Lockwood fotografò Cuba e il leader rivoluzionario. “Ogni giorno, per diverse ore, ci sedevamo intorno al tavolo sotto il portico all’ingresso della stanza di Castro. Una conversazione con Castro è un’esperienza straordinaria e, finché non ci si abitua, molto sconcertante “, ha detto Lockwood.

Da quegli incontri, loro ed altri fotografi, che hanno catturato umorismo, umanesimo e coraggio nei loro obiettivi, ci hanno lasciato numerose fotografie. Cubadebate e il sito Fidel Soldado de las Ideas ne condividono una selezione con voi.

traduzione di Ida Garberi

 Elliott Erwitt.

Foto: Elliott Erwitt.

 Jorge Valiente

Foto: Jorge Valiente

 Roberto Salas

Foto: Roberto Salas

 Perferto Romero

Foto: Perferto Romero

 Raúl Corrales/ Granma

Foto: Raúl Corrales/ Granma

 Lee Lockwood

Foto: Lee Lockwood

 Alberto Korda

Foto: Alberto Korda

 Ismael Francisco/Cubadebate

Foto: Ismael Francisco/Cubadebate

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Cuba e l’Italia contro la pandemia. Incontro tra il Viceministro della sanità con l’ambasciatore cubano

Cubadebate (italiano) - Gio, 26/11/2020 - 02:28

Cuba-medici-in-arrivoL’ambasciatore di Cuba in Italia, José Carlos Rodríguez Ruiz, nei giorni scorsi ha avuto una riunione di lavoro con il Viceministro della Sanità italiana, Pierpaolo Silieri. L’incontro ha avuto luogo nella sede dell’Ambasciata cubana a Roma. I mass media, con forte miopia e scarso senso della responsabilità sulle informazioni utili in questo periodo, non hanno ritenuto di dover dare il dovuto rilievo all’incontro.

Il Viceministro e il diplomatico cubano hanno avuto uno scambio di vedute sulla situazione attuale del Covid 19 in Italia e a Cuba. L’Ambasciatore ha illustrato ai suoi interlocutori i risultati positivi  raggiunti dal suo paese nel controllo dell’epidemia del nuovo coronavirus. Recentemente Cuba ha iniziato a riaprire le sue frontiere, per quanto sotto stringente controllo sanitario.

Silieri e Rodríguez hanno dialogato anche sul modo più efficace per strutturare una cooperazione in materia sanitaria in forma stabile, che procuri beneficio a entrambi i paesi.

E’ bene rammentare che nella prima fase della pandemia di Covid 10 in Italia, nel nostro paese sono arrivate gratuitamente e con spirito solidale due brigate mediche provenienti da Cuba. I medici cubani sono andati a tappare i buchi della sanità a fronte dell’emergenza in Lombardia (a Crema) e in Piemonte (a Torino). Oggi che la pandemia colpisce indifferentemente sia il nord che il sud Italia il contributo delle  brigate mediche cubane in Italia potrebbe essere ancora più richiesto e rilevante.

A questo proposito, l’Ambasciatore  Rodríguez ha consegnato al Viceministro Silieri un progetto di Memorandum di Cooperazione tra i ministeri della sanità di entrambi i paesi che include anche l’ambito delle scienze mediche.

All’incontro hanno partecipato oltre al Viceministro Silieri, il Ministro Plenipotenziario Manuel Jacoangeli, Consigliere Diplomatico del Ministro della Sanità italiana, e Chiara Cappelli, assistente del Viceministro. Per l’Ambasciata di Cuba ha inoltre partecipato il Ministro Consigliere, Jorge Luis Alfonzo.

Fonti: Ministero degli Esteri e Ambasciata di Cuba in Italia

da Contropiano

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Inaugureranno due mostre virtuali in omaggio a Fidel

Cubadebate (italiano) - Mer, 25/11/2020 - 23:34

expo-candel-fidel-580x682Nell’ambito delle attività in omaggio al Comandante in Capo, Fidel Castro Ruz, e nell’ambito delle celebrazioni per il 62° anniversario del Trionfo della Rivoluzione, saranno presentate in questi giorni due mostre virtuali con il lavoro plastico e fotografico di importanti artisti a L’Avana.

La prima mostra, curata dal regista e fotografo Roberto Chile, sarà inaugurata oggi e sarà disponibile fino al 1º gennaio. Il catalogo “Fidel sarà sempre Fidel”, composto da fotografie degli artisti ed “altre evocazioni” sono uno sguardo rivelatore sui 25 anni di lavoro di Chile con il Comandante in Capo a partire dall’esposizione “Fidel es Fidel”.

Da parte sua, la Casa del ALBA Culturale de L’Avana invita tutti gli interessati questa domenica, 29 novembre alle 18:00 a visitare i social network dell’istituzione culturale, per godersi la mostra virtuale Candil, di un collettivo di autori; con l’organizzazione e l’appoggio della Galería Transeúntes.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Macron, tirannia alla francese

Altrenotizie.org - Mer, 25/11/2020 - 21:32

L’Assemblea Nazionale di Parigi questa settimana ha consegnato alle forze di sicurezza francesi un nuovo strumento di repressione che conferma la deriva autoritaria e liberticida da tempo in atto e accelerata durante la presidenza di Emmanuel Macron. A testimonianza di questa evoluzione, poche ore dopo che il nuovo testo di legge sulla “sicurezza globale” veniva approvato in prima lettura, la polizia francese ha portato a termine un brutale sgombero di rifugiati senzatetto nel centro della capitale.

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Fidel Castro: i mezzi diinformazione sono proprietà del popolo

Cubadebate (italiano) - Mar, 24/11/2020 - 23:53

Fidel-Castro-serioDiscorso del Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba, Fidel Castro Ruz, pronunciato in chiusura dell’ VIII Congresso della Federazione Latinoamericana dei Giornalisti FELAP), tenutosi nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, il giorno 12 novembre 1999
Data: 12/11/1999

Gentili lettori del Granma,

Per saldare un debito nei confronti dei membri dell’Unione dei Giornalisti di Cuba e di quelli della Federazione Latinoamericana dei Giornalisti, invio a Granma il discorso pronunciato in un tono familiare e quasi confidenziale nell’Aula magna dell’Università dell’Avana il giorno 12 novembre 1999, riservandomi di ritornare con attenzione su alcune delle parti più delicate. Mi assumo tutta la responsabilità di tutto quanto è in esso contenuto.

Fidel Castro

Cari amici,

Oggi sarà diverso che in altre occasioni. Ho cercato di sapere cos’è successo in questi ultimi giorni, ma siete stati voi stessi a non permettermelo, perché sono arrivato puntuale, forse addirittura con mezzo minuto di anticipo e correndo più del solito con la speranza che Tubal (Presidente dell’Unione dei Giornalisti di Cuba, UPEC) mi spiegasse come avevano lavorato, che programmi avevano per questa sera – era una cosa che non si sapeva e che forse nemmeno lui sapeva (risate) – e mi rispondevano che si sarebbe concluso il Congresso della FELAP (Federazione Latinoamericana dei Giornalisti) e inaugurato l’incontro dei giornalisti spagnoli e latinoamericani. Per la verità, si inaugura perché così è annunciato. Credo che ci siano due portoghesi e uno spagnolo.

Cercavo di capire come mai c’erano due manifestazioni nel medesimo tempo, e a un certo punto chiedo: E’ previsto un discorso?”. Risposta: “No, nessun discorso, un coro”. Per cui non avevo modo di orientarmi, e neppure di recuperare un minimo d’informazione; intorno alle 19,30 riuscivo solo a conoscere alcuni dettagli della questione e niente di più. Sì, sapevo che terminava il Congresso della FELAP; questo lo sapevo un po’ per la stampa e per aver visto la televisione per qualche minuto. Chiedo: “Dove?”. Mi rispondono:y “Nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana”. Mi chiedo perché, e dico fra me e me: Li avranno sloggiati dal Palazzo dei Congressi? (risate) – sì, perché a volte li fanno sloggiare – o forse è perché l’Aula Magna ha una forte carica simbolica? Mi ha fatto piacere sapere che era per quest’ultima ragione. E mi sono detto: Vorrei andarci anche solo per qualche minuto, anche solo per salutarli. Soltanto per stima e affetto verso questa organizzazione? No, non era solo per questo, era per l’importanza che, a mio giudizio, oggi più che mai riveste questa organizzazione.

Anche se so che alcuni dei giornalisti hanno avuto alcuni dubbi riguardo al suo ruolo, alle sue possibilità, alle sue prospettive; nonostante sia piccola e abbia poche risorse, penso che se si vuole, e ve lo proponete voi come ce lo proponiamo noi tutti, questa organizzazione può essere lo strumento di cui abbiamo sempre più bisogno.

Ho avuto il privilegio di partecipare, circa sette mesi fa, a un congresso di giornalisti cubani. In precedenza, alcune settimane prima, c’era stato un congresso di scrittori e artisti del nostro paese, e posso assicurarvi che nei lunghi anni della Rivoluzione non avevo avuto la possibilità di assistere a due riunioni tanto proficue quanto quelle, da noi chiamate congressi, e che hanno avuto luogo durante la prima metà dell’anno: per discutere, e discutere davvero di problemi e temi di ogni tipo.

Capisco bene che è difficile essere giornalista in un paese socialista, cioè in un paese come il nostro dove i mezzi e gli organi d’informazione non sono proprietà privata di nessuno e non appartengono neppure allo Stato – questa definizione sarebbe imprecisa, lo Stato è una istituzione sempre più criticata – perché noi consideriamo che la proprietà di questi mezzi sia una proprietà del popolo. Potrebbe sembrare una frase, una parola, uno slogan; forse la difficoltà sta nell’usare in modo efficiente e ottimale questi mezzi, che sono del popolo e che sono fortemente associati a quello che chiamiamo Stato.

Il grande sogno della reazione durante questo secolo, durante lo sviluppo del capitalismo, è stato di dimostrare che lo Stato non serve assolutamente a niente, anche se loro sanno a che cosa serve.

Stando alla filosofia di questi settori reazionari, lo Stato è inefficiente, lo Stato è un disastro; lo Stato va disprezzato, e io sarei anche d’accordo, perché dipende da quale Stato.

Lo Stato, chiamato a svolgere un ruolo fondamentale in un’epoca di evoluzione storica, è un’istituzione imprescindibile, assolutamente imprescindibile, e in questo senso quel che noi vorremmo eliminare sono le inefficienze dello Stato che noi rivoluzionari non siamo stati capaci di costruire meglio. Il vecchio Stato dei capitalisti, quello degli sfruttatori, è lo Stato che vorremmo veder sparire una volta per sempre.

Per cui esistono due tipi di Stato e due diversi concetti di Stato, diametralmente opposti: uno Stato perverso e perfettamente oliato, e questo nostro Stato inefficiente. Alla fine, quando entrambi avranno svolto il loro compito, scompariranno come Marx sognava.

Una delle cose del marxismo che più mi hanno attratto è stata l’idea che un giorno non sarebbe più esistito lo Stato; una volta conclusa la sua missione, quello strumento che sarebbe servito a creare una società nuova non avrebbe più avuto ragione di esistere.

Il marxismo è fatto di molti sogni e non sto certo facendo una conferenza sul marxismo, né la sua difesa. Questa è una semplice riflessione su un sogno, non un’utopia. C’è una grande differenza tra i sogni e le utopie, e contemporaneamente molta similitudine tra i sogni e le utopie.

Una volta Martí disse che i sogni d’oggi saranno le realtà di domani. Bisogna incominciare sempre sognando, bisogna incominciare a creare utopie, e vi parla un individuo che ha incominciato da utopista, e senza saperlo, che è la cosa più curiosa. Quando cominciai ad essere utopista, a meditare sui problemi della società che non conoscevo, credo che non sapevo nulla degli utopisti; ma la verità è che incominciai da sognatore, da utopista, e oggi credo di essere un realista, un sognatore e un utopista. Nasce tutto da una fede, la fede nell’uomo, e se esiste la fede nell’uomo, allora ci si convince che non esistono né sogni né utopie che non si possano realizzare.

Che lontano ci sembra il comunismo e quanto è realmente lontano!

Quanto siamo lontano dalla formula di distribuzione delle ricchezze: “Da ciascuno secondo il suo lavoro, a ciascuno secondo le sue necessità”. Quanto siamo lontani da questa splendida formula! E che saggio fu Marx a parlare di due tappe, una socialista e l’altra comunista, la prima presieduta dalla formula “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”. Molto semplice, semplicissima. Fu saggio, perché oggi è praticamente l’unica per la quale si può lottare, un cammino necessario dal quale non si può prescindere, e che a noi che ci eravamo innamorati della formula comunista ci sembrava ingiusta.

Per me la formula socialista è una formula necessariamente ingiusta, ma è molto al di sopra della ripugnate società capitalista in cui quelli che davvero contribuiscono secondo il loro lavoro non ricevono nulla, mentre i maggiori scansafatiche della società ricevono tutto.

Sì, anche voi siete proletari, nessuno si stupisca; siete proletari del lavoro intellettuale, proletari del pensiero, proletari delle idee, proletari nell’elaborazione del messaggio; siete proletari anche quando correte a portare un articolo al giornale, e prima, quando non esistevano i computer, quando battevate disperatamente sui tasti della macchina per scrivere. Siete, inoltre, operai stipendiati.

Non so, qualcuno di voi è della SIP (Società Interamericana di Stampa, NdT.)? No, ditemi la verità, c’è qualcuno? Immagino che voi, come giornalisti, viviate del vostro lavoro, e che, anche male, vi paghino qualcosa, a qualcuno di più a qualcuno di meno; siete dunque operai stipendiati. Forse, secondo la formula socialista, vi pagheranno secondo la vostra capacità, e dal momento che non tutti sono ugualmente capaci, i migliori di voi riceveranno molto di più. Alcuni possono essere meno capaci ma avere molti più figli, molte più necessità, e alla fine non si potrebbe parlare del tutto di una società giusta. Bene, questo è quello che vi succederebbe nel socialismo; nel capitalismo sappiamo già bene quello che succede.

Queste riflessioni – che non voglio approfondire – serviranno forse a spiegarvi l’enorme felicità che ho provato, durante il congresso di cui vi dicevo che si è svolto nel primo semestre di quest’anno, quando ho potuto vedere con più chiarezza che mai – e sì che dalla vittoria della Rivoluzione a oggi ne sono passati di anni – quanto può essere decisivo il ruolo della stampa nel socialismo, come deve funzionare la stampa nel socialismo e quante immense, infinite possibilità ha la stampa nel socialismo. E’ stato come quelle cose che si vedono subitamente con enorme chiarezza.

Sono stati necessari 40 anni di Rivoluzione, sono state necessarie esperienze di ogni tipo, è stato necessario un periodo speciale, è stata necessaria una gigantesca battaglia ideologica, è stato necessario finire in questo mondo cosiddetto globalizzato, dove, tra le altre cose, le più globalizzate sono la disinformazione e la menzogna.

Forse mai in circostanze come queste si può comprendere il valore dei mezzi di stampa quando sono al servizio del capitalismo e dell’imperialismo. L’imperialismo e il capitalismo sono sopravvissuti in gran parte grazie a fattori soggettivi, e si ha l’impressione che questo l’abbiano scoperto prima i capitalisti dei marxisti.

Per me hanno anche un’importanza enorme anche i fattori soggettivi, e la stessa storia non avanza in modo lineare, fa dei passi avanti e dei passi indietro, e poi di nuovo dei passi avanti che si riannodano sempre intercalati da maggiori o minori passi indietro.

Qualche giorno fa mi è capitato di conversare intensamente su questi argomenti con i nostri giornalisti. I capitalisti hanno scoperto il valore dei fattori soggettivi e hanno scoperto nei mezzi di massa il perfetto strumento per influire in modo massiccio su quei fattori soggettivi che risultano ingredienti imprescindibili della storia, dei progressi storici, o della sopravvivenza di sistemi iniqui, sfruttatori, mostruosi, inumani, che sussisteranno finché una crisi, che potremmo definire nucleare, li annullerà definitivamente.

E dico nucleare, perché le società esplodono soltanto quando si accumula una grande quantità di problemi e soltanto quando questi diventano assolutamente insostenibili, al di là dei fattori soggettivi, al di là persino del devastante dominio che può avere un sistema sui mezzi di divulgazione, con i quali si controllano questi fattori soggettivi, che potrebbero maggiormente contribuire ad accelerare il corso della storia e a far scomparire un mondo pieno di ingiustizie, pieno di miserie e pieno di mostruosità.

Voglio dire che gli uomini progressisti, gli uomini che desiderano un mondo migliore – uomini e donne, ovviamente – devono capire l’importanza di questi strumenti con i quali formare le coscienze, e possono trasformare tali fattori soggettivi in strumenti decisivi per l’avanzata degli avvenimenti storici.

Nella riunione di cui vi parlavo, queste verità risultarono evidenti. Non sono state scoperte quel giorno, è chiaro: esse dipendevano dalla battaglia che avevamo portato avanti, erano il prodotto di tante letture e nascevano dalla riflessione sulla quantità di notizie che provengono dal mondo, un mondo sempre più globalizzato, dove si dà notizia anche della morte di un gatto in un’ angolo del Cairo. Chi è abituato a informarsi, a dedicare due o tre ore tutti i giorni a raccogliere e analizzare informazione riguardo a quello che succede nel mondo, sa come funzionano i meccanismi atti a seminare menzogne e creare disinformazione.

Ho avuto questa possibilità, e sto riportando proprio questa esperienza vissuta, e vissuta più che mai in quest’epoca di crisi, di egemonismo unipolare e di globalizzazione delle idee reazionarie, delle menzogne, che prima arrivavano in un paese, poi arrivavano in un continente e adesso arrivano, in frazioni di secondo, in qualsiasi angolo del mondo.

La distruzione del blocco socialista e dell’URSS non è da ascriversi, fondamentalmente, ad errori interni. E’ da ascriversi a questo infernale marchingegno di menzogne, inganni e disinformazione, che ha indotto la gente a credere nelle società del consumo e ad illudersi che il mondo occidentale fosse la cosa più bella del mondo. Quelle riviste, per le quali è stata usata la carta necessaria a leggere e a scrivere all’attuale popolazione mondiale moltiplicata per dieci, dedicate, per esempio, ai pettegolezzi riguardo all’uno o all’altro personaggio, sono frivolezze sufficienti a mandare all’inferno centinaia di volte l’attuale popolazione mondiale. Tutte queste cose, tutta questa propaganda, non è stata combattuta da coloro che attuavano in nome di ideali progressisti.

Mi consta che l’immensa maggioranza credesse in quegli ideali, eppure non è stata capace di scoprire o sviluppare i mezzi, le forme e i processi per combattere la marea di menzogne e di chimere seminate da tutti i mezzi di comunicazione. Non era affatto stupido chi si impegnava ad organizzare emissioni radiofoniche come la Voce degli Stati Uniti d’America e dei loro alleati, per diffondere in tutti gli angoli dell’universo e nelle società dei paesi socialisti le stesse chimere e menzogne di cui milioni di persone erano vittime nei loro paesi.

Non è certo merito di noi cubani l’aver visto e scoperto con più chiarezza queste cose; perché, insomma, alcuni dei paesi del blocco socialista erano grandissimi, e c’era schematismo, dogmatismo, si arrivava all’estremo di trasformare la dottrina in una religione, c’erano il burocratismo e un sacco di cose che hanno permesso di fare un passo indietro nella storia e hanno reso possibile che venisse distrutto ciò che doveva essere perfezionato, che aveva un gran bisogno di essere perfezionato. L’elemento principale continuò ad essere lo stesso strumento tanto abilmente ed efficientemente usato dal capitalismo e dall’imperialismo.

Per questo strumento, come vi dicevo prima, sono state investite immense risorse e in esso si trovavano frivolezze, pettegolezzi, sciocchezze che avvelenano la gente, come possono avvelenare certe telenovelas frivolissime che incantano, catturano, conquistano e imprigionano le menti di milioni di persone. Così hanno manipolato e continuano a manipolare, oggi più che mai, la mente, potremmo dire, di migliaia di milioni di persone.

C’è l’enorme quantità di carta, della più pregiata, che si investe semplicemente in pubblicità, e i milioni di ore che investono all’anno in pubblicità. Era da un pezzo che noi non concepivamo la pubblicità alla radio, sulla stampa scritta e in televisione, ma non molto tempo fa ci vedemmo costretti, per poter trasmettere un importante avvenimento sportivo, ad esempio, a mandare in onda alcuni annunci televisivi. All’improvviso, nel bel mezzo di un’emozionante partita, la nostra televisione e il nostro popolo, specialmente chi è molto interessato a queste cose, assisteva a un’interruzione dello spettacolo per la pubblicità di una merce, che poteva essere un’automobile o altra cosa che la stragrande maggioranza della popolazione non aveva la minima possibilità di acquistare.

Finché, dopo gli ultimi giochi di Winnipeg, dove il banditismo e la corruzione, nello sport come in tante altre cose, si erano fatti più che mai evidenti, abbiamo deciso – a costo di tagliarci una mano, o come si dice, anche se ci costa un occhio della testa – ad eliminare la pubblicità dalle nostre emozionanti gare sportive.

A volte ho avuto l’opportunità di vedere un’intervista fattami da una qualche televisione straniera, ed è esasperante, si sopporta solo se si è abituati, il fatto che ogni tre minuti si interrompa quello che si sta dicendo per propagandare qualsiasi cosa, da un unguento, un olio da mettere sulla pelle per abbronzarla di più o di meno, per renderla più o meno morbida, articoli di profumeria, diciamo, o un marchingegno per fare ginnastica in casa propria correndo così e cosà, e tante altre sciocchezze, che a me, per lo meno, esasperano, è una cosa terribile.

Mi sa che oggi un cittadino nordamericano non può vivere senza queste interruzioni, perché ormai le ha trasformate in un riflesso condizionato e se la telenovela non si interrompe per una pubblicità questo probabilmente le toglie interesse e tensione, perché lo spettatore è abituato a vivere con l’ansia di vedere che cosa è stato immediatamente detto dopo quel signore che sta parlando e che cosa sarà successo a un certo personaggio.

Figuratevi noi, che abbiamo un giornaletto di otto pagine che sfruttiamo al massimo e che per anni è stato l’unico quotidiano, che cosa dobbiamo provare quando vediamo un giornale di 80 pagine fatto di annunci pubblicitari, cosa che avviene anche in certi paesi del Terzo Mondo, dove sappiamo che c’è tanta fame e miseria e tanti bambini che vivono per strada e non vanno a scuola, che chiedono l’elemosina e puliscono i parabrezza delle automobili. Per farli ci vogliono la carta, la tipografia e molte cose. E mi limito alla stampa scritta.

Volete cercare una notizia e avete tre pagine complete di pubblicità delle cose più strane. Finalmente trovate un titolo che vi interessa e un cappello introduttivo, e sotto leggete: continua alla pagina tale; e così, dovete sfogliare più di quaranta pagine per arrivare alla pagina tale e terminare di leggere quello che vi interessa.

Per cui, considerando l’enorme povertà di molti di questi paesi, oltre al colossale veleno che tutti i giorni si riceve attraverso questo mezzo di comunicazione, forse tanta carta può offrire unicamente il beneficio di un uso sanitario.

Dobbiamo rassegnarci, e anche voi giornalisti dovete rassegnarvi, al fatto che le cose buone che scrivete nei pochi spazi in cui potete scrivere, vadano incontro alla stessa sorte della maggioranza degli annunci pubblicitari (Risate).

Sentite, è meglio che io non continui su questo tema, o su questi temi, perché io volevo soltanto esprimere alcune idee e insistere sull’importanza della stampa, o meglio ancora, sull’importanza che hanno i giornalisti o, come oggi si usa chiamarli, i comunicatori. Io preferisco continuare a chiamarli giornalisti, anche se posso capire il perché di questa nuova definizione. Nella nostra università c’è una facoltà che si chiama Facoltà di Comunicazione Sociale. Perfetto, il nome è azzeccato una volta che l’avremo compreso nella sua complessità; ma ammetto che è più ampio, davvero più ampio.

Nel congresso di cui vi parlavo e che ho cercato di illustrarvi in breve, abbiamo ragionato con chiarezza e cercato di vedere come noi, comunicatori poveri (non ho la presunzione di definirmi giornalista, eppure ho necessità di comunicare; non sono un comunicatore, ma una persona che ha bisogno di comunicare) possiamo fronteggiare questo colossale impero e l’infinita forza di chi sta facendo retrocedere il mondo e minaccia di condurlo allo sterminio, e le cui idee, i cui pensieri, le cui menzogne, devono essere distrutti.

Sul momento che stiamo vivendo, sul nuovo secolo nel quale stiamo entrando, si stanno dicendo una serie di menzogne, e quando ci penso mi spazientisco. Si afferma, per esempio, che il prossimo millennio inizia nell’anno 2000. Dicono, su questo, un’altra menzogna, ammettendo pure che sia una menzogna convenzionale. Possiamo benissimo festeggiare, ma non bevendo champagne: denunciando le cose che devono essere denunciate, due inizi di secolo, e con essi celebrare due inizi di millennio. Il 31 dicembre di quest’anno e il 31 dicembre del prossimo anno, a mezzanotte e un secondo, in base alla posizione geografica di ogni paese, dov’è il cittadino, perché è tutto così relativo che in 12 ore si produrranno infiniti milioni di anni nuovi, secoli nuovi e millenni nuovi, così che ogni cittadino di questo mondo festeggerà, perché quando il nostro vicino sarà arrivato a quest’ora esatta, io non ci sarò ancora arrivato. Matematicamente è così; lo segnalo come un esempio, anche se in questo caso, si tratta di un esempio comico e ridicolo, dell’ignoranza, delle menzogne o delle convenzioni.

La verità è che i comunicatori sociali possono salvare il mondo. I comunicatori del nostro paese, per lo meno, sono impegnati nel compito di salvare un piccolo paese; ma un piccolo paese che sta lottando contro il più potente impero che sia mai esistito, la più potente potenza in tutti i campi, economico, militare, tecnologico che sia mai esistita, e che per noi ha inoltre l’inconveniente di essere non soltanto il vicino più prossimo, ma anche il nostro più acerrimo nemico. A quanto pare, il caso ci ha voluto in qualche modo “privilegiare”.

Nella lotta in cui siamo coinvolti, siamo l’unico paese al mondo a cui questo paese fa una guerra economica diretta. Gli altri li saccheggia, gli altri li deruba, degli altri si va rapidamente impossessando attraverso alcuni pezzi di carta che si chiamano buoni di credito della tesoreria e dollari nordamericani. Ed è proprio vero, perché gli Stati Uniti sono il paese i cui cittadini meno risparmiano al mondo, in questo momento hanno l’economia sotto zero e i loro cittadini spendono più di quanto guadagnano. Ecco in che condizioni sono coloro che più spendono e che più comprano nel mondo.

Alla nascita del capitalismo, si supponeva che le risorse monetarie finanziarie necessarie provenissero dai risparmi dei borghesi o dei piccoli borghesi, perché i poveri non hanno quasi mai potuto risparmiare qualcosa; coi risparmi si formava il capitale con cui si investiva dentro e fuori del paese. Oggi il capitale proviene dalle tipografie del sistema della riserva degli Stati Uniti. Credo che le macchine si trovino lì.

Pensate un po’ a che mondo, pensate un po’ a che ordine economico mondiale e pensate un po’ perché, nel momento in cui succederanno queste cose, inevitabilmente si dovranno scatenare non guerre nucleari ma esplosioni sociali nucleari, la crisi che metterà fine a tutto questo. Non ci sono dubbi, questa è una cosa insostenibile da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere e analizzare.

Per questo ho parlato – non per elogiarvi, ma per esprimervi la mia convinzione più profonda – dell’importanza del ruolo dei comunicatori e del ruolo che voi stavate qui svolgendo e contro chi stavate lottando. E che ci hanno concesso oggi, io direi, per onore di Cuba; in un mondo dove c’è tanta vigliaccheria politica, in un mondo dove ci sono molti politici molto deboli, o tanti politici assai deboli, per essere più esatti, l’immenso onore di essere l’unico paese, non solo soggetto a blocco economico, come tutti sanno, ma anche l’unico paese al quale il potentissimo impero proibisce di vendere alimenti e medicine, nel disperato tentativo di raggiungere l’impossibile obiettivo di ottenere la nostra resa.

Vedete a che livello di bassezza è ormai la morale di questo sistema e la sua decadenza.

Voi avete menzionato le votazioni delle Nazioni Unite. Vedete che livello di discredito essi hanno raggiunto, nonostante il loro immenso apparato propagandistico si prodighi a colpire ogni giorni questo piccolo paese. No, Dante non sarebbe stato capace di descrivere un paese come la Cuba che descrivono i mezzi di informazione statunitensi, quell’infernale marchingegno dell’imperialismo contro il nostro piccolo, e permettetemi di dirlo, eroico paese, non per meriti propri, ma per le circostanze che menzionavo prima, di avere per vicina e avversaria una potenza tanto forte. Se davvero il nostro nemico fosse un piccolo avversario, senza alcun potere, di Cuba non si parlerebbe proprio nel mondo.

Ha usato tutti questi mezzi, e nonostante si sono viste cose incredibili durante l’ultima votazione: gente arrivata tardi che andava alla tribuna a dire che il suo voto non appariva, ma che la sua posizione era questa, questa e questa a favore dalla Risoluzione di Cuba; un altro che pur avendo schiacciato il bottone non appariva tra i nomi che avevano votato e che dichiarava: Sentite, sono venuto qui a dir che ho schiacciato quel bottone e che appoggio la Risoluzione di Cuba”. No, non si era mai dato un fenomeno di questo tipo, mentre il rappresentante degli Stati Uniti continuava a negare che esistesse il blocco, che esistesse il blocco degli alimenti e delle medicine.

No, io mi sono proprio divertito in questi giorni, perché li ho visti imbarazzati, confusi, in difficoltà, qualsiasi aggettivo va bene, insomma sull’orlo di una crisi isterica. A che cosa sono serviti i loro mezzi di comunicazione? A che cosa è servito descrivere Cuba come un inferno e averlo fatto credere a tanta gente? E ve lo dice un testimone, qualcuno che riceve molte persone che visitano Cuba e quando capiscono che non è l’inferno che gli era stato descritto, cominciano a criticarci come se la colpa fosse nostra, come se noi avessimo tutta la colpa del fatto che le cose che succedono a Cuba e le cose che ha fatto la Rivoluzione Cubana non si conoscano nel mondo, e ci accusano quasi di essere degli imbecilli perché non abbiamo fatto conoscere tutto questo.

A quanti milioni di persone al mondo, per esempio, bisognerebbe spiegare questa votazione di 157 voti contro due (in realtà 155 più due che hanno dichiarato la loro posizione e le ragioni per le quali non avevano potuto votare, più un terzo paese che l’altro giorno ha dichiarato la stessa cosa, perché il giorno delle votazioni l’ambasciatore non era potuto essere presente ma poi aveva chiesto di far constare nel verbale la sua dichiarazione d’appoggio, quindi in voti sono158), e inoltre c’erano sei paesi che hanno sempre appoggiato la Risoluzione cubana e che per la terribile povertà che affetta molti paesi del Terzo Mondo erano stati esclusi perché non avevano potuto pagare la loro quota.

Perché questo appoggio, nonostante le molte calunnie? Mi viene in mento quello che è successo quest’anno con la famosa Risoluzione di Ginevra: il giorno previo alla votazione, a mezzanotte avevamo 25 voti a favore, 6 voti al di sopra dell’Impero, cioè, voti contro la Risoluzione yankee, e dopo qualche ora, alle 8 del mattino, avevamo un voto meno di loro; 20 voti a loro favore e 19 a favore nostro. Le più grandi personalità di questo paese, dall’illustre Ministro degli Affari esteri, all’eccellentissimo Vicepresidente, fino all’illustrissimo Presidente degli Stati Uniti, erano perennemente al telefono. Non intendo menzionare circostanze, né menzionerò i paesi, perché volevano davvero votare per il nostro paese.

Il voto determinante dell’ultimo minuto fu un astensione, che si trasformò in un no, e 5 paesi a nostro favore, a cui loro chiesero, pretesero, praticamente imposero, di astenersi. Questo successe in un periodo di setto od otto ore, perché quando si resero conto che avevano perso, non dormirono quella notte. Ah! Loro non si immaginano quanto umiliano un governante quando lo obbligano ad andare contro i suoi desideri, per non dire al suo impegno.

Questo successe a Ginevra, dove si sentivano al sicuro; ma c’era un numero ridotto di partecipanti, molti meno che nell’Assemblea Generale. Hanno un gruppo di alleati che su questi temi sono incondizionatamente con loro, e ciò dipende fondamentalmente dalla calunnia.

Voi parlavate delle migliaia di giornalisti assassinati negli ultimi anni, in America Latina e nel Mondo, e io mi scervellavo cercando di ricordare il nome di un giornalista cubano assassinato in 40 anni di Rivoluzione; mi scervellavo, cercando di assicurarmi che non soffrivo d’ amnesia, cercando il nome di un giornalista cubano torturato dalla Rivoluzione, il nome di un giornalista cubano picchiato dalla Rivoluzione.

Ah! E’ esistito chi ha disonorato questo nobile titolo agendo non da giornalista ma da servitore di quel potente impero, da mercenario, da traditore della sua piccola patria, che gli aveva permesso, grazie alla Rivoluzione, di poter studiare qualsiasi carriera universitaria, tra cui il giornalismo.

E qualsiasi siano stati i nostri errori, nessuno ha il diritto di tradire la sua patria; nessuno ha il diritto di vendersi e di lavorare come mercenario del nemico non solo del nostro popolo, ma del nemico dell’umanità. Sono traditori della patria e traditori dell’umanità!

Ma anche se traditori, nessuno li ha mai picchiati, nessuno li ha eliminati fisicamente, nessuno ha commesso contro di loro un atto di crudeltà. Se si ammala uno di questi mercenari va più in fretta all’ospedale di un ministro o di un dirigente sanitario di questo paese. Sono stati, sì, sanzionati alcuni traditori quando hanno commesso gravi delitti, quando hanno danneggiato il paese, ma non con la morte, non con le percosse, non con le torture, ed essi godono degli stessi diritti e delle stesse sicurezze del resto dei cittadini.

Ovviamente, c’è chi se n’è andato e chi vive prestando il proprio servizio alla diffusione delle menzogne e delle calunnie dell’impero. Peggio ancora: si autodefiniscono giornalisti alcuni che non hanno mai redatto un articolo né letto alcun testo di giornalismo. E’ l’impero che assegna tali titoli. Mescolano persone di ogni risma e li dichiarano giornalisti indipendenti, niente meno che indipendenti!, quando sono la quintessenza della dipendenza e del mercantilismo.

Assegnare loro questi aggettivi costituisce un’offesa tanto grande per questa degna professione, quanto battezzare con il nome di José Martí una radio nordamericana che opera da Miami, con un’antenna fissata su una sfera, che è non so a quanti metri di altezza e la cui potenza adesso vogliono, presi come sono dalla rabbia e dalla disperazione, raddoppiare di capacità, da 50.000 a 100.000 watts. Perché quegli esperti e geniali possessori delle più impressionanti tecnologie non sono riusciti a mostrare neanche la loro televisione, né a far sentire le loro stazioni radio, salvo alcune in determinati luoghi, perché i nostri modestissimi tecnici inventano sempre il modo di metterle a tacere. Emettono settimanalmente migliaia di ore e migliaia di menzogne!

Questa è la democrazia, questa è la libertà di stampa. No, no, sono i mezzi di stampa i mezzi di massa posti al servizio dei tipi più grottescamente bugiardi, professionisti della menzogna, della calunnia e del tradimento.

La propaganda fondamentale la fanno da là, sì, ma la fanno anche da qui. In occasione del vertice sono venuti mille e passa giornalisti stranieri. Era successo qualcosa di simile anche per la visita del Papa, quando migliaia di giornalisti vennero nel nostro paese, molti di essi giornalisti onesti, provenienti dai luoghi più diversi. Molti, però, erano stati mandati per osservare la caduta delle mura di Gerico, al suono di ipotetiche trombe, perché credevano che la visita del Santo Padre nel nostro paese significasse l’imminente crollo della Rivoluzione, ma si sbagliavano: prima di tutto ignoravano la forza ideologica, politica e intellettuale del nostro popolo – errore che hanno commesso migliaia di volte – e poi si sbagliavano sul Papa.

Recentemente – c’è qualcosa che non ho detto e che adesso vi racconterò – ho letto un dispaccio di agenzia, di quei dispacci che devo leggere tutti i giorni. Esso annunciava una nuova biografia di Papa Giovanni Paolo II – di un tizio che non ricordo bene, uno yankee, ah, biografia ufficiale, comunque – che dovrebbe uscire a giorni, in un’edizione di 900 pagine, e stando al dispaccio, in questi ultimi dieci anni l’autore avrebbe intervistato il Papa dieci volte, considerandolo una singolare personalità (e senza dubbio lo è, come ho avuto modo di dire anch’io varie volte). Ma stando ai dati del dispaccio, unica fonte di informazione che per ora possiedo, che immagine si vuole dare di lui in questo progetto di biografia? Quella di una sorta di domatore di leoni, qualcosa di molto lontano dalla benevola immagine che abbiamo di questo Papa.

In questa stessa Aula Magna il Papa ha fatto una conferenza. Lì, da quelle sedie (indica una delle sedie dove si siede il pubblico), ho ascoltato la conferenza del Papa; quel giorno non era in programma la mia presenza, ma volevo esserci. Ed egli è ben diverso dalla persona descritta nella notizia: un Papa domatore di leoni.

Benché si tratti evidentemente di una biografia concepita ed elaborata in vari anni, che cosa dice prima di tutto il dispaccio riguardante il libro che dedica un capitolo a Cuba? Niente di buono. Riferisce che il libro espone i dettagli di ciò che l’autore definisce la più severa prova della strategia del Papa nel secondo decennio del suo mandato (la chiama così, strategia, un termine militare): il suo viaggio a Cuba. Riporta subito le parole e le prodezze del portavoce del Vaticano, Navarro Valls, uno degli inviati del Papa nei mesi che precedettero la realizzazione della visita. E’ una persona che conosco, ho avuto l’onore di conoscerlo, ho conversato con lui anche di questioni che potremmo dire filosofiche, anche se di tali questioni ebbi modo di parlare soprattutto con un eccellente sacerdote e teologo che era al mio fianco (Monsignor Marini, assistente del Papa e attualmente vescovo), che mi fece una piacevole impressione per il suo comportamento discreto e i suoi ragionamenti profondi ed equanimi. Questo successe alla fine di una cena, e la conversazione attorno al tavolo si prolungò per ore. Navarro davanti a me e il sacerdote al mio fianco. Io avevo posto un problema teologico, domandando quale fosse la posizione della chiesa cattolica davanti alla possibilità dell’esistenza di vita intelligente in altri pianeti dell’universo. Per cui conosco bene Navarro Valls: so quello che dice, quello che pensa e quello che dichiara, ho parlato con lui più di una volta. Il suo comportamento è sempre stato rispettoso e misurato.

Mi spiace molto, e vorrei che non fossero vere le interpretazioni tendenziose, inesatte e volgarmente false che delle sue parole fa l’autore della biografia di cui parla il dispaccio.

E’ evidente che il redattore di questo dispaccio, un reporter dell’agenzia Notimex di Roma, ha ricevuto le primizie ed è anche probabile che gli abbiano dato il testo; è oltremodo possibile che abbia aggiunto qualcosa di suo alla versione del progetto che gli avevano dato.

La prima idea su cui insiste il dispaccio di agenzia è che la visita del Papa a Cuba è stata imposta a Castro. Ho così scoperto, e con molta tristezza, che per la prima volta in vita mia mi avevano imposto qualcosa, e che per la prima volta nella storia di questa Rivoluzione, al nostro popolo, al nostro governo, al nostro Partito, alla nostra patria, avevano imposto qualcosa. Quella frase mi ha fatto davvero ribrezzo.

Chiaro, c’erano altre cose. In quel dispaccio si parla di una lettera, reale o supposta, che, secondo l’autore del libro, il Papa avrebbe scritto a Breznev per impedirgli l’invasione della Polonia. Non sono al corrente della cosa, né so se il Papa mandò una lettera a Breznev, ma sono sicuro, questo sì, che negli archivi della CIA e dei Servizi Segreti degli Stati Uniti ci saranno le copie, perché è risaputo che, quando la Russia si “democratizzò” all’infinito, i suoi archivi segreti finirono nelle mani dei servizi segreti degli Stati Uniti, per cui loro conosceranno meglio di chiunque altro il contenuto di questa lettera. Io non lo conosco, non so come sia; nel dispaccio si menzionano soltanto alcune frasi virgolettate. Sicuramente nel libro apparirà integralmente.

Anche questo rientra nella tesi di un Papa domatore di leoni: il Papa, con la sua lettera, impedì l’invasione della Polonia.

Ho conosciuto bene Breznev e altri dirigenti sovietici della sua epoca. Metodi, stili, ordini, errori. Ma erano sommamente cauti nella loro enorme preoccupazione di evitare determinati rischi nelle loro relazioni con l’Occidente. Non furono poche le nostre divergenze e i timori che essi espressero quando Cuba decise di inviare truppe in Angola per affrontare l’invasione dei razzisti sudafricani in quel paese.

Considero che i sovietici non potevano invadere la Polonia; potrei enumerare un’infinità di motivi, il principale del quale è l’alto rischio che un’azione tanto sciagurata, nel cuore dell’Europa, avrebbe potuto provocare una guerra nucleare mondiale.

Chiunque conosca un po’ di storia e abbia un minimo di cervello può immaginare forti pressioni e persino parole grosse da parte dell’URSS; ma quel paese, già coinvolto nell’avventura dell’Afganistan, non era nelle condizioni politiche di mandare simultaneamente le truppe contro la Polonia, un popolo valoroso con tradizioni combattive e decine di milioni di abitanti, cosa che, a parte l’importante e decisivo fattore politico, avrebbe intasato e compromesso il suo dispositivo militare in mezzo a una grande tensione mondiale.

E’ lodevole che il Papa abbia scritto una lettera; è lodevole che abbia argomentato e ragionato contro questa remota possibilità, ma si esagera decisamente e scioccamente, volendolo presentare come un domatore di leoni, quando si afferma che con la sua lettera egli fermò l’invasione della Polonia.

Non neghiamo al Papa un importante influenza negli avvenimenti politici del suo paese natale, non neghiamo al Papa il peso della sua opinione, un importante fattore di carattere soggettivo che si sommò alle reali e oggettive ragioni per le quali la Polonia non fu né avrebbe potuto essere oggetto di un’invasione sovietica.

Ma c’è di peggio: in questo libro si racconta, stando al dispaccio, di un messaggio del Papa a Bush, in cui il Santo Padre avrebbe cercato di persuaderlo a non iniziare la guerra contro l’Iraq, alla qual cosa Bush rispose che era impossibile, e che poche ore prima dell’inizio dei combattimenti – dice testualmente il dispaccio – il Papa chiamò il presidente George Bush e, “anche se si dichiarò ancora una volta contrario all’uso della forza, gli diede il suo appoggio”.

Parlano del Papa come se avesse appoggiato quella guerra. Davvero non concepisco questo Papa che appoggia una guerra. Chi lo conosce, chi lo ha ascoltato, chi sa della sua grande cultura, delle sue profonde convinzioni, della sua conoscenza di quasi tutte le lingue, di tutte le filosofie e di tutte le religioni, non può immaginarsi che il Papa assuma questo atteggiamento.

Credo che se il Papa non può convincere qualcuno di non intraprendere una feroce e distruttiva guerra, la sua risposta non possa che essere: mi spiace molto, è triste, doloroso, moriranno migliaia, decine di migliaia di persone; moriranno centina di migliaia di bambini in quel paese, di fame, di mancanza di medicine. Come è successo. E’ impossibile ammettere l’idea che il Papa abbia augurato la vittoria al capo di un impero che alcuni anni fa uccise in Vietnam più di quattro milioni di esseri umani, rese invalide non so quante persone, avvelenò terre e boschi per decine di anni e causò, con la sua brutale e ingiusta aggressione, traumi psichici a decine di migliaia di vietnamiti di tutte le età, che non si cancelleranno finché vivranno.

Non è necessario essere membri della sua chiesa, non bisogna essere credenti per essere assolutamente convinti che questo è impossibile, è falso.

Come si può fare una biografia del Papa attribuendogli questo carattere? Questo può forse aiutare la Chiesa Cattolica che, come le altre chiese, aspira a propagandare la sua dottrina, la sua religione, aspira ad espandersi nel mondo?

E per quel che riguarda il capitolo sul nostro paese, come ci può essere gente capace dell’infamia di far corrispondere tante grossolane menzogne alle attenzioni, alle considerazioni, alla delicatezza e ai gesti che abbiamo avuto con il Papa, gesti sinceri, ospitali, rispettosi, familiari?

Ho parlato ore alla televisione chiarendo gli avvenimenti storici e affrontando i pregiudizi, per persuadere i militanti del Partito e della gioventù, la massa combattiva e rivoluzionaria del nostro eroico popolo, costituita da milioni di persone, affinché, nonostante le differenze filosofiche e politiche, dessimo un esempio assistendo senza un cartello, senza uno slogan e con il rispetto più assoluto alle attività del nostro illustre ospite.

Abbiamo praticamente consegnato il paese nelle mani del Papa. Non è sceso in piazza neanche un uomo con un fucile o una pistola. Non c’è stato neanche un incidente stradale a causa delle mobilitazioni. E’ stata – secondo quello che molti del Vaticano mi hanno detto – la più organizzata e la più perfetta visita compiuta dal Papa. Centodieci televisioni straniere, migliaia di giornalisti soltanto per trasmettere la visita! Tutti i mezzi di comunicazione, i trasporti necessari, quasi tutti quelli di cui il paese disponeva, le strutture e le piazze scelte dai rappresentanti del Papa sono state messe, senza alcuna eccezione, a disposizione. Hanno minuziosamente ispezionato i saloni e i luoghi del Consiglio di Stato giudicati interessanti. Hanno richiesto l’Aula magna dell’Università dell’Avana; la piazza Antonio Maceo di Santiago de Cuba; la Ignacio Agramonte di Camaguey, e infine la Piazza della Rivoluzione, nella capitale della Repubblica. Sono state concesse tutte. Per la messa di Santa Clara è stata offerta la piazza Ernesto Che Guevara. Ma non è stata accettata. E’ stato necessario creare in fretta una piazza nei campi sportivi della Facoltà di Educazione Fisica di Villa Clara. Il principale canale della Televisione Cubana è stato messo al servizio della visita papale per trasmettere le messe, le omelie e i discorsi che in ognuna di esse sono stati pronunciati. E’ stata una notevole espressione della nostra tradizionale ospitalità, della decenza, della cultura, del coraggio politico del nostro popolo, e un’indubbia dimostrazione di rispetto al Papa come eminente personalità, capo di un’istituzione religiosa millenaria, così come di rispetto e riconoscimento di tutte le religioni che si praticano nel nostro paese.

L’invito ufficiale a visitare Cuba lo feci arrivare personalmente al Papa il 19 novembre 1996, quando mi incontrai con lui in Vaticano, dove mi ricevette con grandissima gentilezza e rispetto.

Molte delle misure adottate per garantire la brillantezza e il successo della visita non le ha chieste nessuno, sono state un’iniziativa di Cuba.

E’ giusto, è decente, presentare la visita del Papa a Cuba come qualcosa che ci è stata imposta?

Tra gli inviati del Papa, chi ha più e meglio lavorato è padre Tucci, un nobile e rinomato sacerdote, organizzatore dei viaggi del Papa da 17 anni, con il quale mi sono riunito varie volte, cosa che nel dispaccio non si menziona affatto.

Indipendentemente dalle intenzioni di coloro che hanno cooperato all’elaborazione di questa biografia, l’autore della quale ha evidentemente avuto ampio accesso agli archivi del Vaticano e ha potuto sostenere lunghe e intime conversazioni con Navarro Valls, giacché ha trascritto, manipolato e interpretato a suo piacere le parole di questi, con indiscutibile odio per Cuba, io mi chiedo che cosa ci guadagna la Chiesa Cattolica a diffondere un’immagine così ingiusta come quella che si cerca di trasmettere tanto del Papa come di Cuba.

Si sa che il Papa desiderava visitare il Vietnam; se poi qualcuno dice che il Papa ha domato i vietnamiti e che un suo emissario gli ha imposto la visita in Vietnam, diminuirà molto la possibilità che i vietnamiti si arrischino a ricevere il Papa.

Si sa che il Papa desidererebbe visitare la China. Se i cinesi leggono un libro di questo tipo, con la concezione di un Papa domatore di leoni, sarà difficile che i cinesi accettino una visita del Papa. Si tratta di una completa sciocchezza, per nulla cristiana, per nulla diplomatica e per nulla politica. Sono assolutamente sicuro che Giovanni Paolo II si sentirà infastidito e amareggiato per questa rozza manipolazione del suo viaggio a Cuba, dove ha ricevuto tante attenzioni, dimostrazioni di rispetto, considerazione e affetto.

Vi ho raccontato questa storia. Una prova in più di come si impiegano i mezzi di comunicazione e di come si creano leggende sulla nostra patria, che oltretutto, come vi dicevo prima, spinge i nostri visitatori a criticarci quando scoprono che questo paese non è l’inferno di Dante, perché non sono stati capaci di far conoscere al mondo la verità.

Vi dicevo della soddisfazione e dell’entusiasmo che ha suscitato il congresso dell’Unione dei Giornalisti di Cuba. E’ stato un congresso che è durato molti più giorni del previsto. Terminava tutti i giorni a tarda notte, e l’ultimo giorno credo che sia andato avanti fino quasi all’alba, se non ricordo male. A che ora? (Alle otto e mezza del mattino, gli dicono). Quattro giorni e mezzo a discutere, parlare dei nostri problemi, analizzarli con profondità e spirito critico.

E’ chiaro che la nostra difficile situazione si è aggravata con l’uso non ottimale delle risorse dei mezzi di comunicazione nella nostra battaglia contro l’imperialismo; perché questo è stato l’obiettivo fondamentale della Rivoluzione: lottare per la giustizia sociale e umana, e lottare contro coloro che si oppongono nel mondo a questa giustizia, che è la ragione d’essere della Rivoluzione.

In questi giorni, ripeto, abbiamo discusso delle enormi possibilità dei mezzi di comunicazione in una rivoluzione e in uno stato socialista rivoluzionario. Ma in questa occasione abbiamo preso più che mai coscienza che la battaglia non era la nostra battaglia, che i meno importanti in essa eravamo noi, e che ormai la lotta del nostro paese e la lotta dei nostri comunicatori si trasformava in una battaglia per il mondo. Questa cosa, credetemi, ci ha straordinariamente stimolato. L’abbiamo visto con più chiarezza che mai e abbiamo toccato tutti i punti, abbiamo analizzato tutto.

Se oggi termina il corso è grazie a questo congresso, perché in esso si disse: “Che peccato che quei corsi a cui partecipavano i giornalisti latinoamericani si siano ridotti quasi a zero”. Lo stato in cui versava l’istituzione era pietoso per quel che riguardava i mezzi e la possibilità di borse di studio. Si concepirono una serie di misure da applicare immediatamente in molti sensi: Non vi potete immaginare quanto abbiamo avanzato in sette mesi!

In quell’occasione si decise la creazione di brigate di giornalisti che riportassero quanto fatto dai nostri medici nei luoghi più sperduti dei paesi del Centroamerica e dei Caraibi. Lì nacque questa idea, che ebbe un enorme valore perché aiutò a mantenere la comunicazione tra il nostro popolo e quei medici; tra i medici e i familiari, e i familiari e loro; aiutò a rafforzare lo spirito di quegli uomini che stavano svolgendo un lavoro eroico, in luoghi dove a volte bisognava camminare tre o quattro giorni per un sentiero paludoso per arrivare a una remota comunità dove non c’era acqua potabile né elettricità, e a volte neppure una radio. Stabilirono il meccanismo di comunicazione tra il paese e i più bravi, i più eroici apostoli dell’umanesimo su cui oggi come oggi conta il nostro popolo.

Sì, perché il nostro paese ha avuto maestri molto eroici, come quei 2000 che andarono sulle montagne del Nicaragua, dalle quali erano passati in migliaia in vari anni. Non potrei adesso dirvi la cifra esatta, non ricordo con precisione quanto durò quel programma, ma può essere che da quelle parti passarono dagli ottomila ai diecimila maestri, che vissero nelle condizioni più inconcepibili, dove a volte c’era una sola stanza dove vivevano il marito, la moglie e i numerosi figli, il cavallo e il maestro o la maestra. Insomma, non risiedevano in alberghi di lusso. Erano a molti giorni di distanza da casa, e in condizioni fisiche a volte rischiose per la salute, perché tutti loro avevano a Cuba determinate abitudini di migliore alimentazione.

Cercammo, a un certo punto, di rafforzare l’alimentazione, vedere come inviare loro qualcosa per evitare che per una caduta delle difese venissero colpiti da una qualche malattia. Non era possibile, perché quando mandammo i primi pacchetti di rinforzo alimentare, quello che facevano subito era di dividere, come logico, tra i bambini e la famiglia quello che gli inviavamo, cioccolato, latte in polvere, cose del genere. Ci ricordiamo con vergogna della stupidità di cercare di rafforzare la loro alimentazione. Era impossibile.

Per questo, quando parlo di eroi, apostoli, non parlo soltanto di questi medici, mi riferisco a quello che succede in questo momento. Oggi non abbiamo maestri in queste missioni all’estero, oggi non abbiamo combattenti che si scontrano contro le truppe razziste e fasciste del Sudafrica, oggi non abbiamo altre attività del genere; oggi come oggi l’attività veramente impressionante è quella che stanno svolgendo i nostri medici, e quella che presto realizzeranno sarà cinque o sei volte maggiore di quella che stanno svolgendo adesso. Perché il nostro paese ha creato un enorme potenziale umano, non ha investito la carta in riviste pettegole o in pubblicità, non ha investito le risorse in questo, le ha investite nel formare medici fino ad essere il paese con il più alto indice pro capite di medici del mondo, nel formare maestri fino ad arrivare ad avere il più alto indice pro capite di professori e maestri del mondo; ha formato professori di educazione fisica e sport, che sono legati all’educazione e alla formazione integrale e non allo sport professionale, fino ad avere l’indice pro capite più alto di tutti i paesi del mondo; forse anche a livello di ricercatori e personale scientifico siamo ai primi posti.

In questo abbiamo investito le nostre modestissime risorse, in mezzo a un blocco economico che dura da quarant’anni, al quale abbiamo saputo resistere quando non c’ era più soltanto il blocco degli Stati Uniti perché ad esso si era sommato quello dell’Unione Sovietica. Nel momento in cui si disintegrò e sparì, praticamente si liquidò il commercio, finché cominciò a migliorare un poco, ma senza raggiungere lontanamente quello che avevamo.

Sono passati quasi dieci anni di doppio blocco senza che si chiudesse una sola scuola, un solo asilo, un solo poliambulatorio; senza che un solo lavoratore rimanesse senza un salario garantito; non c’è stato un solo caso di questo tipo; il nostro paese è riuscito a incrementare il numero di medici in questi anni di periodo speciale di circa 30.000 unità.

Trentamila nuovi medici sono nati in questi ultimi dieci anni, e che medici, che preparazione! Perché ormai i programmi erano stati collaudati da anni. Ventuno facoltà universitarie, tutti gli ospedali e i centri d’assistenza del paese trasformati in centri docenti. Oggi questo ha un valore immenso, tutta l’esperienza accumulata da estendere a quei paesi che hanno bisogno di formare urgentemente specialisti. Possono avere un maestro pro capite o un professore pro capite, perché a chiunque di questi specialisti cubani che stanno compiendo la loro missione all’estero, basta mettere un giovane laureato in medicina, con testi corrispondenti, e diventa specialista nella metà del tempo in cui si formano negli ospedali docenti.

Ho parlato di questo perché sono cose della nostra patria di cui in nessun telegiornale del mondo si parla mai se non in casi eccezionali. Basta che un mercenario al servizio dell’impero venga arrestato e condannato a pochi anni di carcere, molto meno degli anni a cui i traditori sono condannati negli Stati Uniti, ed ecco che per un anno intero, tutti i giorni, appare la notizia nei dispacci e nei mezzi di stampa. E non sto incolpando i giornalisti stranieri, anche perché negli ultimi tempi abbiamo avuto più contatti con loro a causa di alcune iniziative, e abbiamo scoperto che sono persone capaci e chi si può parlare con un’alta percentuale di essi perché sono sensibili alla verità.

No, non sono responsabili, anche se abbiamo avuto la disgrazia di avere a Cuba alcuni assalariati puri degli Stati Uniti che lavoravano in stretto contatto con l’Ufficio degli Interessi di questo paese. Si è trattato di pochi casi, non certo di molti, non certo della maggioranza, nemmeno di una piccola minoranza, ma ci sono stati alcuni casi molto scandalosi per il ruolo che svolgevano nel nostro paese, promuovendo attività sovversive, compiendo ordini degli Stati Uniti, esaltando mercenari, creando falsi leader e figure che si riconoscevano soltanto per i dispacci d’agenzia e che in questo paese non riescono a trascinare con sé più di dieci persone.

Questo è il compito che più interessa svolgere all’impero: dividere, destabilizzare, creare artificialmente figure ed esaltarle con procedimenti molto discutibili. Non li colpevolizzo, perché i giornalisti vivono anch’essi di un lavoro, di uno stipendio. Per questo io chiedevo se ci fosse qualcuno della SIP qui, perché semplicemente voi sapete che i dispacci d‘agenzia si emettono verso le sedi, e sono le sedi che decidono quello che si pubblica. Questa è la libertà di stampa su cui contano, di regola, coloro che si vedono obbligati a lavorare con le grandi aziende della pubblicità e dell’informazione, molti dei lavoratori intellettuali della stampa.

Organi molto prestigiosi, come il New York Times, quando dalla casa Bianca lo chiamarono perché non pubblicasse l’informazione che possedeva sull’imminente invasione di Baia dei Porci, non pubblicarono una sola parola, con la qual cosa si rovinarono loro e rovinarono gli Stati Uniti, con l’umiliante sconfitta che subì con questa invasione.

Ci sono cose, per la verità, che nella stampa capitalista non ordina il governo. Una parte di essa si dichiara acerrima nemica di tutto quello che sia progresso; un’altra parte ha posizioni associate al di sopra degli interessi nazionali; e un’altra parte, semplicemente, si autocensura. Diciamo una parte, accanto ai peggiori interessi; un’altra parte, vicina al governo, alle posizioni del governo; e un’altra parte ancora che, per spirito patriottico o falso spirito patriottico, non pubblica le cose che non considera convenienti al suo paese. Voglio dire, con questo, che se c’è una sconfitta umiliante nelle Nazioni Unite, essi non pubblicano la notizia, né altre molte; se si è creato un clima isterico contro Cuba o sono state diffuse immagini di un certo tipo, non si arrischiano a dire qualcosa di positivo su Cuba.

Dal momento che ci considerano avversari del governo degli Stati Uniti, praticamente per istinto, per abitudine, per tradizione, non pubblicano determinate notizie che sono in totale opposizione al crimine del blocco o in totale opposizione alla politica del governo dell’impero. Sono le diverse cause per le quali non si conosce la verità nel mondo.

Non è che gli dicono: “Sentite, pubblicate questo”. Loro seguono una linea, una pratica. E allora dov’è davvero la libertà di stampa? Dove?

Ammetto, io non dico che ci sia una totale mancanza di libertà di stampa, a volte c’è un giornalista che scrive qualche verità. Ci sono giornalisti che fanno analisi, ricerche e altri sforzi; ci sono buoni giornalisti nordamericani. Ah! Ma pubblicano soltanto una volta; il secondo articolo non arriva più, perché le pressioni scendono dalla casa Bianca fino a livelli abbastanza modesti, che consigliano in nome di fantomatici interessi nazionali di non parlare di questo o di quello.

Si esercitano pressioni per impedire di pubblicare articoli e determinati materiali anche agli organi più seri, che spesso diffondono una serie di cliché stereotipati sul nostro paese. Ci sono cliché infallibili, invariabili, quando si parla di Cuba, un solo aggettivo. Fino a quando combattono la mostruosità del blocco, l’argomentazione è: ha fallito, ha quarant’anni e non ha raggiunto l’obiettivo di raggiungere davvero un cambiamento democratico, un rispetto dei diritti umani, un regime pluripartitico, eccetera, eccetera. Non appaiono considerazioni etiche o umane.

Perfino quando consigliano di rettifficare una cosa dichiarano, come fa anche il signor Clinton, che è per distruggere la Rivoluzione Cubana. Vogliono distruggere – lo dico senza sciovinismo – l’opera sociale migliore e più umana di questo secolo (Applausi).

Quale paese del Terzo Mondo è riuscito a ridurre l’analfabetismo a zero e in così poco tempo? Quale paese del Terzo Mondo ha raggiunto una media scolastica di nove anni pro capite in così poco tempo? Quale paese, a questo mondo, ha una popolazione con le conoscenze e la cultura politica del nostro popolo, dove qualunque giovane sa dove si trova la Cina, il Vietnam, la Cocincina, come si diceva una volta, o un lontano paese del Pacifico, mentre la stragrande maggioranza dei politici nordamericani non sa dove questi luoghi si trovano?

Quale paese è informato della storia universale e dei problemi essenziali che riguardano qualsiasi parte del mondo? Che cosa è successo in Vietnam, che cosa è successo nel Sahara, che cosa è successo in Sudafrica? Che cosa è successo in qualunque paese latinoamericano, in Argentina, in Uruguay, in Cile? Che cosa è successo in Centroamerica? Che cosa è successo con le guerre sporche? Chi ha armato e addestrato i torturatori e i più grandi criminali che sono esistiti a questo mondo? Chi è il colpevole del fatto che un’invasione mercenaria del tipo della Baia di Porci, in un paese fratello del Centroamerica, abbia cagionato 150.000 morti, di cui circa 100.000 scomparsi?

Sono gli “apostoli” della democrazia, della giustizia, dei diritti umani, quelli che che hanno patteggiato con i governi fascisti alla fine la seconda Guerra Mondiale, che si sono portati via i tecnici nazisti con i loro armamenti, che hanno contato, negli Stati Uniti, sui mezzi per produrre bombe più perfette, missili e tutte le armi sofisticate con le quali oggi dominano o cercano di dominare il mondo.

Quale paese ha rubato più cervelli? Basti dire che questo continente ha laureato in diversi decenni 1.500.000 di medici, dei quali 750.000 si trovano all’estero e quasi tutti negli Stati Uniti.

I paesi industrializzati hanno rubato negli ultimi quarant’anni all’America Latina numerosi professionisti, non ricordo con precisione la cifra. So soltanto che il costo della formazione di questi professionisti, secondo uno studio fatto, era di almeno 30.000 milioni di dollari; se li sono portati via senza pagare un centesimo.

Non sono i laureati nelle università degli Stati Uniti quelli che vanno ad Haiti, in Centroamerica, in Sudamerica per contribuire con le loro conoscenze allo sviluppo di questi paesi.

Rubando cervelli hanno tolto molti dei migliori talenti a questo emisfero, e oggi tutti accettano che l’intelligenza, le conoscenze, l’informazione siano il fattore fondamentale dello sviluppo. Hanno portato via molti dei migliori, non hanno pagato un centesimo; perché non ci saccheggiano soltanto attraverso gli alti tassi d’interesse, il debito pubblico, lo scambio disuguale, lo sfruttamento brutale della manodopera a buon mercato dei nostri paesi.

Cuba non subisce questa situazione in uguale misura. Abbiamo raggiunto elevati livelli d’istruzione; abbiamo superato gli Stati Uniti, il paese più ricco del mondo nell’educazione elementare; ormai siamo al di sopra di loro nell’indice di mortalità infantile, quasi un 10% in meno. Un indice migliore, sì, e, inoltre ben ripartito in tutte le provincie. Ad un certo punto loro avevano una media di 10 per ogni 1 000 nati vivi, adesso ne hanno più di sette (quest’anno non si sa se sarà di 7 o di 8, è da precisare), e proprio quest’anno è quasi sicuro che il nostro sarà di 6 o di 5, quando sembrava impossibile andare al di sotto di 7. Questo grazie a tutti i nostri medici, al loro impegno, ai lavoratori della salute, per quello che fanno per salvare una vita.

Per questo dico che nessun paese ha realizzato l’opera compiuta dal nostro popolo, la più umana, la più giusta. Ma noi, per milioni di persone al mondo, siamo dei torturatori, dei violatori dei diritti umani, dei totalitari. Sì, siamo totalitari, perché abbiamo stabilito il totalitarismo della giustizia, il totalitarismo di uno spirito veramente umano (Applausi).

Democrazia, pluripartitismo, quanti partiti vogliono, e perché li vogliono? Perché noi possiamo mostrare loro tutto quello che vogliono. Possiamo mostrare come sette od otto milioni di partiti.

Parlo di un popolo che sa leggere e scrivere, e dove i giovani votano a 16 anni, giovani che sanno di politica e che sanno quello che fanno, figli di un paese dove i cittadini sono quelli che propongono i candidati a delegati di circoscrizione in assemblee libere e aperte, dove il partito ha proibito a se stesso di intervenire e comunque glielo proibisce il sistema elettorale; sistema che lo stesso partito ha voluto, e dove l’Assemblea Nazionale, prodotto finale del processo, è composta da quasi il 50% dei delegati proveniente direttamente dalla base primaria che è la circoscrizione, cosa che non capita da nessun’altra parte. Che ci studino, invece di lanciare slogan vuoti di senso.

Come dicevo recentemente in un’intervista, noi abbiamo la formula per coloro che si dicono dissidenti: andate alle assemblee dove si propongono i candidati e alle elezioni dove sono eletti, perché se la Rivoluzione perde la maggioranza, perde il potere. Basta vincere. Si candidino pure in una circonscrizione di base, nella zona, perché le circoscrizioni sono divise in zone, si candidino pure in una di esse o in varie; vadano dove si riunisce il popolo per farsi conoscere dai cittadini, che vadano alle elezioni per essere eletti, perché non occorre altro per prendere il potere in questo Paese. Non è il Partito che candida e scrive sulla lista, ai primi posti, quelli che vuole siano eletti dopo una rapida inchiesta sugli umori degli elettori, che gli permette di sapere quasi con precisione matematica quanti saranno eletti, e la direzione del partito dice: “Questi saranno i tre deputati: il primo, il secondo e il terzo della nostra lista.” Questo non capita qui.

Qualunque cittadino ha il diritto di candidari, di eleggere e di essere eletto. Bisogna soltanto meritarselo. Non si tratta di avere soldi per pagare tutta la propaganda che è esattamente come quella della Coca-Cola, di una certa marca di sigarette, di una certa automobile, che come sapete ha un’enorme influenza sul risultato finale. Altrimenti a questo mondo non si spenderebbero miliardi di pubblicità ogni anno. Le risorse che si investono in un anno basterebbero a costruire tutte le scuole che il mondo ha bisogno, e di ottima qualità, mentre con una piccola parte di questa cifra si potrebbe dare da mangiare agli alunni e a tutti i bambini che lo richiedono, oltre a pagare un salario decoroso agli insegnanti.

Qualsiasi essere dotato di ragione dovrebbe pensare che spendere i soldi in questo modo è un tantino più sensato che spendere un miliardo in pubblicità velenosa e degradante, atta a seminare nella testa di migliaia di milioni di umili, di persone povere, il sogno di una macchina di lusso dell’ultimo modello, l’orologio svizzero più prezioso, l’abito più elegante di Parigi, Londra, New York, e perfino le lamette per radersi, le bibite da bere e la televisione con cui vedere i programmi.

Perché si spendono tanti miliardi? Perché chi non fa pubblicità viene automaticamente eliminato. Perché vince un candidato che ha la pubblicità assicurata? Certi nordamericani dichiarano di doversi ritirare perché hanno soltanto 18 milioni. La signora Dole, ad esempio, si è appena ritirata perché disponeva solo di 18 milioni e invece Bush contava già su circa 70 milioni; la signora si dichiarò vinta: 18 milioni non bastano e torno a casa. Questa è vera democrazia! Chi può negarlo?

Il denaro per la pubblicità e la pubblicità per mettere nella testa della gente il nome del candidato da votare e la sua brillante e trasparente idea politica, ma bisogna anche curare bene la pettinatura del candidato, la sua figura, seguire strettamente le istruzioni dei creatori d’immagine, scrivergli i discorsi e persuadere le masse del suo enorme talento quale statista e delle sue enormi virtù morali che ne fanno un grande presidente. Chi elegge veramente in questo sistema? Il denaro e la pubblicità, ecco i grandi elettori.

Tali elettori non esistono in questo paese totalitario; i grandi elettori sono gli 8 milioni di cittadini, dai 16 anni in poi, che, per di più, vanno tutti a votare. In quella superdemocrazia, i cittadini sono così convinti che tutto sia immondizia e ipocrisia che, consapevolmente o istintivamente, aprezzano tanto il diritto di votare che il giorno delle elezioni vanno in spiaggia, esempio incredibile. Qui, dove non è obbligatorio votare, vota più del 95% degli elettori, e in alcuni casi il 98%, 99%, secondo la circoscrizione, ed è gente che va a votare veramente, anche se qualcuno annulla la scheda o ci scrive sopra qualcosa di controrivoluzionario; ma coloro che vanno a votare, e a votare onestamente, sono più del 90% dei nostri elettori.

Sapete come sono fatti i cubani. Se si danno il lusso di ricevere pubblicamente le istruzioni dai funzionari dell’Ufficio d’Interessi degli Stati Uniti, come possono avere paura di non votare? Come possono le elezioni, nel nostro paese, trasformarsi in oggetto di coercizione? No, chi conosce i cubani sa che questo è assolutamente impossibile.

Quelli della SINA (Sezione d’ Interessi Nordamericani
N. d T.) hanno una bella faccia di bronzo. Pensate che oggi, avevano nei loro piani di sabotare il Vertice, organizzando tre manifestazioni con tre gruppuscoli controrivoluzionari in tre diversi luoghi della capitale e dando appuntamento a diversi giornalisti. E come sapete, in questi giorni a Cuba ci sono molti giornalisti di paesi stranieri. Bene, il giornalista è interessato, è incuriosito all’idea di andare in un luogo oppure in un altro a vedere che cosa succede, gli danno appuntamento per mostrargli la meravigliosa dottrina che stanno diffondendo. Bene, ovviamente un funzionario della SINA non poteva mancare, un funzionario di un altro paese che non voglio menzionare perché, tutto sommato, alcuni non si dedicano a quello a cui si dedica la SINA e possono averli invitati; ovviamente, c’erano più giornalisti che “gusanos”, ossia traditori. In realtà questi ultimi erano 11, stando a quanto mi ha detto chi li ha contati.

Ci sono state altre due manifestazioni: una doveva essere un dibattito su no so bene quale argomento – sarà stato l’immortalità del granchio – e non so quanta gente sarebbe dovuta intervenire, e l’altra… non mi ricordo più. Tre insomma, e alla prima hanno partecipato in 11 più i giornalisti; all’altra in nove e alla terza in cinque. Pensate un po’ che partecipazione, che forza, perché loro sanno bene che il popolo è consapevole dei loro tradimenti. La SINA non ha potuto nascondere il suo ignobile lavoro, né il ruolo di questi complici nei piani contro la riunione iberoamericana.

Dicevano che avrebbero sfilato con i cartelli. Noi abbiamo requisito quattro o cinque cartelli che hanno provocato alcuni incidenti tra i manifestanti e gli studenti del liceo e del politecnico che stavano facendo una festa in un parco, e li abbiamo mostrati in TV al popolo e a tutte le agenzie di stampa perché ne copiassero i testi e li diffondessero; di quelle scritte ciò che ci ha maggiormente deluso e fatto indignare – se di indignazione si tratta – sono stati i due errori di ortografia in una frase di cinque parole. Che vergogna, io dico, dopo il grande sforzo che abbiamo fatto in questo paese perché la gente impari a leggere e a scrivere bene!.

Volete sapere una cosa? L’invenzione suggerita dai loro precettori yankee era di sfilare per seicento metri. Per fortuna c’era la festa degli studenti e c’erano anche gli insegnanti.

Be’, mi dispiace, non ho potuto vedere la cosa di persona, ma ieri hanno rintracciato i quattro del camion, non so ne se siete al corrente. Ci siamo detti: “Vediamo di rintracciare i quattro!” Perché si è detto che qualcuno aveva colpito con un martello la cinepresa di un reporter straniero e figuratevi cosa diranno, che hanno colpito con il martello l’apparecchio di un giornalista. Diranno che a Cuba vige un crudele fascismo, visto che qualcuno da un camion ha colpito con il martello una cinepresa. Ci siamo adoperati per sapere con precisione com’era andata la cosa, di quale camion si trattava e cos’era successo. Ieri, dopo aver visto quanto avevamo detto alla TV, e cioè che volevamo rintracciare il camion, si sono presentati al Ministero del Commercio Interno, che è dove lavorano come trasportatori, l’uomo del martello e i due compagni che erano assieme a lui. Si presentarono spontaneamente, erano preoccupati: “Siamo stati noi, l’abbiamo visto alla TV e veniamo a spiegare i fatti.”

Oggi i quattri sono stati intervistati alla tv, compreso il camionista; erano i quattro testimoni che mancavano, credevamo che fossero tre ed erano quattro quelli che si trovavano sul camion nel luogo dell’incidente. Hanno raccontato quello che è successo e che hanno fatto. E abbiamo deciso che verso le otto e venti di stasera si sarebbe trasmessa l’intervista perché tutto fosse reso pubblico; il proprietario del martello e la versione di quelli sul camion.

In questo momento non sappiamo nulla, abbiamo perso la puntata della telenovela. Preferisco perderla e parlare con voi. Ormai i quattro hanno parlato, domani sentiremo le reazioni. Qui tutto è attraverso la TV. Ci dicono: “Laggiù da noi non si parla mai di un assassinio, né di un incidente grave capitato a un giornalista”. Alla nostra TV, invece, appaiono in tempo record gli imputati di un reato e le notizie di tutto il mondo. Si fanno inchieste e si interroga tutto il popolo.

Ho visto l’ora, credo di essermi dilungato un pochino (risate), e vi prometto che ho quasi finito. Dobbiamo vedere ancora alcune cose. Stiamo per inaugurare il Vertice; ma io mi sono completamente dimenticato delle cose che dovevo fare a questo proposito (risate).

Apprezzo davvero molto i Vertici iberoamericani, hanno un grande merito. Apprezzo, poi, i Vertici politici; ma aprezzo anche molto i Vertici intellettuali, e per me voi siete questo, soprattutto intellettuali coraggiosi, perché tutti abbiamo passato il nostro periodo speciale. Voi avete passato questi anni, e anche noi; ma da questi anni trarremo una tremenda forza, abbiamo fatto nostra la più bella e la più grandiosa di tutte le cause, e sappiamo che tali cause si difendono, si consolidano, procedono e trionfano grazie alle idee e alla trasmissione di idee e di messaggi; grazie alla trasmissione di verità, atte a creare questi fattori soggettivi che accelerano il corso della storia, giacché non possiamo aspettare semplicemente che saltino in aria le società, che salti in aria il sistema davanti ad un mondo di milioni e milioni di persone che non sanno neanche quello che succede, che non sanno che cosa pensare, che cosa fare, che cosa aspettare e non sanno neppure se vi sia una possibilità o una speranza.

Noi che crediamo veramente nella possibilità o nella speranza fondata su ragioni solide, possiamo trasmettere tale speranza, possiamo convincere di tale possibilità: facciamo il nostro lavoro. I partiti non c’entrano, anche se questo non significa che siamo contro i partiti; più ve ne saranno, e veramente di sinistra, meglio sarà, perché non ci sono tutti quelli che sono, né quelli che ci sono, sono tutti.

Mi sono ricordato di una notizia letta in questi giorni. Ho letto perfino che il Partito Democratico, per esempio quello della guerra del Vietnam, quello dell’invasione della Baia dei Porci, quello del blocco contro Cuba, è stato creato e appoggiato dai successivi presidenti dello stesso partito… Lo stesso partito, dico, perché sia il Democratico sia il Repubblicano sono così uguali, che hanno costituito un vero sistema monopartitista, o per meglio dire il più perfetto sistema monopartitista che esiste nel mondo, attraverso questo favoloso meccanismo di due partiti identici come due goccie di acqua.

Uno di questi due partiti, che sono fratelli gemelli, e gemelli omozigoti (e sapete che questi gemelli, se per caso qualcuno se lo fosse dimenticato, sono quelli che nascono da un solo ovulo che si divide in due parti e sono così uguali che possono confondersi e cambiare di moglie o di marito, se vivono nella stessa casa), il Partito Democratico degli Stati Uniti, è stato chiamato in causa con molta forza in un recente congresso dell’Internazionale Socialista pensando a una sua eventuale entrata in questa organizzazione; sì, quello della Toricelli e della Helms-Burton, il promotore e sostenitore del blocco genocida contro Cuba, malgrado molti dei suoi membri dicano di opporsi a questo crimine mostruoso. Dimenticando le brutali guerre di genocidio come quella che ha appena avuto luogo in Europa e le nuove concezioni strategiche della NATO, si pensa che questo movimento rappresenti una parte importante della sinistra mondiale in incontenibile avanzata verso il futuro, verso il progresso, verso la giustizia, verso la democrazia, verso la libertà. Invece noi abbiamo intrapreso vie secondarie e confuse, e quanta strada abbiamo fatto!

Sinceramente, con tutti i suoi difetti, preferiamo il nostro socialismo (applausi); preferiamo il totalitarismo della verità, della giustizia, della sincerità, dell’autenticità, il totalitarismo dei sentimenti veramente umanitari, il totalitarismo del tipo di multipartitismo da noi praticato.

Preferiamo il totalitarismo di otto milioni di partiti, e otto milioni di partiti uniti, perché candidano e perché eleggono, perché indicano la strada, perché approvano e appoggiano strategie politiche, e perché le discutono dalla base alle più alte istituzioni dello Stato. E’ preferibili a 80 partiti, o è preferibile al miracolo di due partiti in uno, che tirannizzano la società nordamericana, esempio luminoso, faro e guida per il mondo.

E’ preferibile essere ciechi per non vedere mai questa luce e camminare soli, senza un cane che ci accompagni, perché i nostri piedi, il nostro istinto ci porteranno verso il giusto cammino.

Facciamo luce, perché vi sono possibilità di fare luce, perché l’uomo non è cieco. Possono abbrutirlo con alcune delle cose che ho detto in questa sede, e lo stanno facendo: un antidoto contro l’abbrutimento, che è peggio dell’AIDS, ecco quello che abbiamo bisogno! Rimedi contro l’abbrutimento! Vaccini contro l’abbritumento! E questo vaccino ce l’avete voi, questo vaccino è vero, pensato per uno specifico: la ragione dell’uomo e il cuore degli uomini.

Non vi sta parlando uno che è qui per la prima volta, ma uno studente che frequentò questa università più di 50 anni fa, e che tutti allora consideravano pazzo, sognatore, utopista. E a dir la verità avevano anche ragione a considerarmi pazzo se si pensa a come si ragionava in quella società, in quel mondo in cui vivevo e in quella università di 15000 studenti iscritti, dove il maccartismo e i mass media – la stampa scritta, il cinema, la radio, non vi era ancora la TV -, le pubblicazioni, le riviste, i libri, salvo poche eccezioni, plasmavano i cervelli e ci instillavano l’odio nei confronti del socialismo, l’ammirazione sottomessa e servile alla grandezza dell’impero che “ci ha dato l’indipendenza” che con tanto sangue conquistarono i nostri genitori, e così, anche se sempre ribelli, combattivi e idealisti, il numero di studenti universitari coscienti si era ridotto a meno di 50. Era la triste epoca in cui la testa di tutto un popolo era bloccata ed ingannata dai mass media in mano alla borghesia e ai latifondisti alleati all’imperialismo, servitori dell’imperialismo, servi incondizionati dell’impero.

Non è forse vero che la stragrande maggioranza dell’attuale società nordamericana è vaccinata contro tutto quello che odori di socialismo con il vaccino più efficace del mondo, che consiste nel sequestrare le teste e trasformarle in ricettacolo di idee inculcate come si inculca il piacere di una bibita o una sigaretta, e riempite dei pregiudizi e delle menzogne più assurde?

Questo sistema economico, sociale e politico che saccheggia il mondo è quello che denunciamo, è quello che combattiamo, quello a cui neghiamo il minimo diritto di considerarsi un sistema democratico, giusto, umanitario; tutta una grossa menzogna.

Chi sono le persone che al mondo possono convincere? I comunicatori, quelli che trasmettono messaggi, e più efficacia, grazia, arte, trasparenza, coraggio riusciranno a trasmettere, più persone conquisteranno, più teste si libereranno della menzogna.

Ovviamente, non bisogna intimorirsi e scoraggiarsi, perché se anche nessuno di voi scrivesse una parola a favore di un cambiamento vero e vitale, questo sistema è comunque destinato e fallire.

Spessissimo loro, parlando di Cuba, parlano di cambiamento. Vogliono ignorare che il più grande cambiamento verificatosi in molto tempo, il più radicale, è questo con il quale Cuba è riuscita non solo a esistere ma a resistere. Parlano di cambiamento, è la parola di moda, e ciò che è veramente sul tappeto, o per lo meno ciò che costituisce un’urgentisima necessità, è cambiare questo infame ordine mondiale esistente, e quando cambierà, saranno cambiati tutti i paesi del mondo, perfino la società nordamericana.

Chiunque sappia un po’ di aritmetica, non dico di matematica, sa che nessuno può salvare questa società da una crisi peggiore di quella del 1929, di gran lunga peggiore, dal momento che oggi il 50% dei cittadini di quel paese ha i suoi risparmi investiti in azioni delle borse di valori, e nel 1929 era solo il 5%.

Il mondo cambierà, niente potrà evitarlo. Ma il nostro dovere è quello di aiutarlo a cambiare, e al più presto possibile, senza aspettare che la crisi diventi un big-bang, ma un big-change -e sono diventato quasi traduttore d’inglese, io che lo pronuncio così male- e una big-revolution (Risate e applausi). Lo dico perché lo credo e perché è inevitabile.

Allora, chi aveva la ragione quando Luis Suárez mi invitò a parlare, o mi esortò a parlare? Quando mi spinse e obbligò a dirvi alcune parole per la chiusura del congreso, senza essere al corrente delle vostre discussioni e senza aver avuto il tempo né di leggere né di ascoltare bene il vostro documento, gli risposi: “Non è possibile, perché qui ci sono cose molto serie e troppo importanti perché io vada su quella tribuna a improvvisare un discorso.”

Non ho parlato, semplicemente mi sono lasciato trascinare dall’atmosfera, la gioia di vedervi qui, la convinzione che ho di quello che potete fare, e per questo ho iniziato dicendo: “Bene, vi racconterò brevemente del nostro congresso di giornalisti tenutosi all’inizio di questo anno.”

Alcuni giorni fa abbiamo avuto un altro congresso, chiamato consiglio ampliato. Ma sapete com’è la cosa? Abbiamo invitato tutti i delegati presenti al Congresso e così quello è diventato un secondo congresso. Con quanta soddisfazione abbiamo potuto scrivere nella relazione finale che erano stato realizzati e addirittura superato tutti gli accordi!

Gli organi della stampa sono diventati organi docenti, una cosa incredibile e inconcepibile, lo stesso che abbiamo fatto con i medici, che hanno ormai diritto a un corso d’informatica e mi hanno detto che alla fine del prossimo anno anche tutti i nostri giornalisti riceveranno il terzo millenio avendo concluso un corso intensivo ed efficiente di questa materia. Tutti i giornalisti usano il computer, tutti senza eccezione (Applausi); tutti con possibilità future di comunicarsi fra loro e con tutto il mondo tramite Internet e i computer, a livello globale, non solo nazionale (Applausi). E’ ottimo che i nostri compagni giornalisti possano comunicarsi un giorno con i loro fratelli giornalisti dell’America Latina tramite computer e Internet!

Tutti, in un futuro non lontano, studieranno una lingua, ormai lo fanno 200 di loro; non vi erano gli spazi sufficienti, si è cercato e si sono adattati alcuni edifici e presto avremo raddoppiato a 400 il numero d’iscrizioni allo studio di una lingua. Ovviamente sarà fondamentalmente l’inglese, che per forza dobbiamo sequestrare, perché abbiamo bisogno di uno strumento, e visto che loro hanno imposto l’inglese nel mondo, non andremo adesso a inventare un dialetto, anche se questi ultimi vanno rispettati e gelosamente conservati, perché sono creazioni culturali dell’umanità; non parlo di dialetto con disprezzo, quindi, ma è chiaro che non possiamo comunicare con esso.

Ci sono altre lingue molto importanti ma molto dificili, come per esempio il cinese. Per questo motivo molti in questi paesi studiano l’inglese. Bisogna dominare l’inglese, ma anche un’altra lingua. Adesso non ci resta che calcolare il tempo preciso in cui circa 3 000 giornalisti cubani domineranno una lingua con ottimi laboratori, ottimi programmi, che non sono, per fortuna, molto costosi.

Perché abbiamo raddoppiato la nostra capienza d’iscrizione? Ormai pensiamo non soltanto ai corsi sulle tecniche di scrittura giornalistica e ad altre conoscenze, ma anche alle tecniche narrative. Tutti gli organi di stampa, la radio, la TV, i giornali, sono diventati centri docenti, dove i giornalisti studieranno sistematicamente. Gli studi di informatica procederanno rapidamente, perché bastano 40 o 50 centri; oltre a corsi specifici nelle scuole, si terranno corsi presso gli stessi organi di stampa.

Ci viene un’idea, la sviluppiamo, e nella misura in cui andiamo incontro a un successo pensiamo a qualcosa d’altro e lo portiamo avanti.

Abbiamo molta speranza su questa via, sulla possibilità di elevare al massimo il livello dei nostri comunicatori. La bibliografia che risulti necessaria, in tutti i luoghi dove sia necessaria. Non possiamo inviare 2 000 o 3 000 volumi ad ogni giornalista ma predisporremo luoghi dove vi sia un certo numero di libri non solo sul giornalismo ma anche di cultura generale.

Non prendetelo per sciovinismo, per una vana e puerile ambizione, ma posso assicurarvi una cosa che vogliamo per i nostri giornalisti e che magari tutti i giornalisti dell’America Latina e del resto del mondo potessero avere: che i nostri giornalisti si trasformino, col passare il tempo, nei migliori al mondo in quanto a formazione. Non dico i migliori del mondo in assoluto, ma quelli con la migliore formazione, per lavorare nel mondo e per il mondo, per portare avanti una battaglia universale.

Volete ottimi reporter? Inviateli dove ci sia qualcosa da documentare, dove ci sono i medici, dove ci sia un qualunque gruppo di uomini che fa qualcosa di straordinario. Non abbiamo i milioni delle multinazionali; no, non abbiamo capitale finanziario, ma abbiamo ormai un ottimo capitale umano.

I medici di cui vi ho parlato e che stanno lavorando in numero superiore al 1 000, e che in un tempo non lontano saranno alcune migliaia, esprimono questo capitale umano e sono in grado di andare nei posti dove non andrebbero, in linea di massima, i medici dei paesi industrializzati.

Chi ha una buona casa, tre macchine, quattro TV e tutti gli apparecchi domestici prodotti dalle industrie, e che inoltre si veste all’ultima moda di Parigi, di New York o della California, è molto dificile che si allontani dalla famiglia e se ne vada per un tempo lungo, che può essere un anno, un anno e mezzo o due, in luoghi dove ci sono serpenti, zanzare e caldo, dove si richiede un’incredibile capacità di abnegazione e di sacrificio.

Né per 100.000 dollari all’anno i medici dei paesi ricchi ci andrebbero, perché loro, con 50.000 o 60.000 dollari preferiscono rimanere dove sono. Non sono stati formati secondo la nostra concezione e i nostri ideali. Al massimo, i più generosi o filantropici, organizzano un piccolo staff e vanno in un altro paese per una settimana; non è una brutta cosa, va bene diffondere tecniche, assistere casi difficili. Ma non fanno niente di più, tranne ammirevoli eccezioni, non si fermano per più di una settimana in queste missioni.

D’altro canto, loro hanno un infinito capitale finanziario e un capitale umano quasi nullo. Noi stiamo facendo le cose con zero capitale finanziario e non dirò un’infinito, ma un grande capitale umano creato in questi 40 anni. Vi chiedo se un Paese del Terzo Mondo diviso in migliaia di pezzi, in permanente ed eterna instabilità, senza programma e senza niente di simile, avrebbe potuto fare questo.

Sono questi fatti che alimentano la nostra convinzione, la nostra fermezza, la nostra speranza; sono questi argomenti con i quali possiamo combattere, e non vi chiedo di difenderci, vi chiedo di prendere al massimo coscienza di queste realtà del mondo di oggi, di denunciare gli orrori del sistema che ci opprime e che possono addirittura mettere fine alla specie umana.

Questo sistema abominevole – lo dicevo quel giorno parlando con un gruppo di giornalisti durante una pausa del congresso – non solo orienta l’umanità verso il suo sterminio fisico, ma la distrugge spiritualmente, porta ogni essere umano a diventare egoista, nemico del suo prossimo e fa del cittadino un avaro, un falso, un egoista, un bugiardo.

Possono educare un popolo dei politici che si limitano a sentire quello che non dicono e a dire quello che non sentono? Lo stesso Presidente Clinton – con tutto il rispetto- ha un discorso per New York, un altro per la Florida, un altro per lo stato di Washington; uno se ci sono degli ispanici, l’altro se ci sono degli asiatici e un’altro ancora se ci sono cittadini di origine africana.

A volte un presidente si sbaglia, come è successo a Reagan, che stava parlando ai brasiliani pensando di trovarsi in Bolivia. Avrete sentito parlare di
questo. Non so se si trattò di un lapsus o di un infarto culturale, perché sono due Ma loro non hanno colpa, non l’hanno imparato a scuola, di solito non hanno una solida preparazione politica. Sarebbe meglio dire che il sistema glielo impedisce. Se hanno soltanto il concetto della competizione e della lotta individuale tra tutti gli esseri umani, se credono soltanto nel potere delle loro armi e delle loro ricchezze, come possono essere educati a un concetto umanista del mondo di domani?

Mi capita di parlare, di discutere con molti politici, di diverso livello, non solo nordamericani, tra i quali ammetto che ci sono persone serie e preparate, ma a volte rabbrividisco. E’ così: tre assistenti da una parte e tre dall’altra, e su qualsiasi tema uno gli passa un bigliettino, l’altro gliene passa un altro. E’ tragico. Ed è pure una mancanza di educazione, perché se bisogna aspettare che finiscano di passarsi bigliettini e cercare di indovinare quale argomento ha scatenato tutto questo, quale è stato il punto dolente che ha risvegliato un riflesso condizionato per il quale occorre fornire all’illustre invitato un dato, si interrompe il filo della conversazione e si ha l’impressione di una mancanza di cortesia.

Non voglio fare dei nomi di paesi, perché in qualsiasi paese abbiamo molti amici; ma ho visto personalità di paesi che, pur ritenendosi tra i più informati del mondo o contando su mezzi di informazione particolarmente avanzati, possiedono cittadini assolutamente disinformati, non sanno niente del mondo pur possedendo, magari, titoli universitari. Non possono leggere, non possono studiare.

Molte volte inviamo documenti a importanti personalità, con la speranza che gli assistenti li leggano; li consegniamo anche agli assistenti. Non possiamo quasi mai verificare se hanno avuto il tempo di leggere qualche materiale importante, relativo ai loro interessi politici; ma spesso non l’hanno letto neanche gli assistenti.

Vi parlo di esperienze che abbiamo vissuto. Non hanno il tempo di studiare, non possono leggere, trascinati in una voragine di attività che molte volte si limita, durante tutto il tempo, in tutti i giorni liberi, a bussare tutte le porte degli elettori. Coscienza degli interessi nazionali? Molto poca! Nei discorsi e negli atteggiamenti di ognuno dei rappresentanti di alcuni di questi paesi, si vede solo la difesa degli interessi dell’etnia, o del gruppo economico, o del gruppo sociale della propria area elettorale.

Noi abbiamo sempre detto ai nostri deputati che devono difendere gli interessi del distretto che li ha eletti, ma che devono difendere sempre, e al di sopra di tutto, gli interessi nazionali, perché il problema non è: “mi occupo di questo posto e del resto non m’importa”.

Oggi noi, alla vigilia di un Vertice, diciamo che quello che ci preoccupa di meno sono i nostri interessi, e ciò che abbiamo fatto nella discussione dei documenti è preoccuparci degli interessi degli altri, e specificamente degli interessi collettivi della nostra area, dell’America Latina e dei Caraibi. E’ vero che è in atto una globalizzazione, che si va inevitabilmente in questo senso. Come sarà? Dipenderà in grande misura dalla chiarezza che in questo momento abbiamo e di quello che saremo in grado di fare oggi.

Che cosa possiamo offrirvi? L’invito è a non scoraggiarvi per niente e per nessuno; l’invito è a non intimorirvi davanti all’enorme potere dei padroni degli organi di stampa e dei grossi mass- media che oggi non sono nazionali ma spesso multinazionali, e che minacciano l’integrità; minacciano, soprattutto, la cultura di tutti i paesi del mondo, come grande strumento di dominazione.

Cerchiamo continuamente meccanismi, metodi, per trasmettere il messaggio. I messaggi, infatti, sono diretti a decine e decine di migliaia di persone. I gruppi di solidarietà, coraggiosi e instancabili amici di Cuba, anche in condizioni avverse e senza risorse materiali svolgono uno straordinario ruolo nella battaglia contro la disinformazione e le menzogne. In alcuni casi essi vendono un 20% di conferenze o discorsi stampati, e con il denaro che raccolgono, stampano altri 1000 esemplari, che distribuiscono dove non arrivano altri mass-media.

Ogni giorno cerchiamo nuovi procedimenti per fare arrivare il linguaggio scritto, fare arrivare il messaggio di TV tramite video, tramite Internet e tramite tutti i mezzi possibili. Scervellandoci per trovare la possibilità di inviare molti messaggi a molti luoghi contemporaneamente.

Un giornale che si vende per strada, con un’edizione di 10 000 copie, arriva ai 10 000 nuclei di chi l’ha comprato, e a volte trasmettiamo 100 000 messaggi diretti a coloro che vogliamo informare. Possiamo trasmettere milioni di messaggi, e abbiamo idea di come farlo. Esistono dei mezzi per contrastare il gigantesco potere del monopolio dei mezzi d’informazione e dei padroni; gli schiavi, i giornalisti, i proletari della stampa hanno davanti a sé infinite possibilità.

Visto che non ho avuto il privilegio di partecipare al vostro congresso, visto che vi ho mantenuti seduti là per tanto tempo, visto che ho fatto un disastro alla vigilia del Vertice, non per le cose che ho detto, perché quello che ho detto non m’importa se arriva a conoscersi, anche si vi parlo confidenzialmente e familiarmente: il disastro riguada il tempo, perché abbiamo superato la mezzanotte. Ho pensato di offrirvi, diciamo così, una ricompensa alla vostra pazienza: vi prometto di organizzare un congresso di giornalisti latinoamericani (Applausi).

All’inizio di questo anno ci siamo riuniti con centinaia di economisti di diversi paesi, che parlavano diverse lingue, parlo di economisti stranieri, non ricordo se erano 500 o 600, oltre a un’ampia delegazione cubana. Visto che organizzeremo un incontro simile di economisti all’inizio dell’anno prossimo; visto che tra alcuni mesi ci sarà un congresso di studenti latinoamericani con 5 000 delegati, perché non organizzare un congresso di giornalisti latinoamericani? E’ un suggerimento.

Chiaro, mi piacerebbe che si facesse qui, perché se si fa in altro luogo è probabile che io non possa partecipare, sarebbe un grosso problema. Io sono molto caro, credetemi, quando viaggio, perché devo portare con me addirittura due aerei per disinformare, perché non sappiano dove sono; costa di più un mio viaggio che invitare a Cuba 200 o 300 giornalisti proletari, con i propri criteri. No, no, non vogliamo soltanto marxisti, no, non si tratta di questo, non c’è la minima obiezione nei confronti della partecipazione di persone con tutte le credenze o filosofie; vogliamo giornalisti onesti con criteri propri per discutere di questi problemi, veri giornalisti indipendenti! Per affrontare le vie e i metodi di lotta, e tra essi un numero di delegati cubani, alcune decine; no, non avremo altra possibilità se non vorremo litigare con un numero troppo alto di membri dell’Unione di Giornalisti di Cuba.

La questione del numero è importante. Si possono fare riunioni, anche con diverse centinaia di persone. Se si fanno in un teatro molto grande non si riesce a vedere la gente; se si fanno in un posto capace di contenere 300 o 400 persone, l’esperienza mi dice che si può discutere veramente in famiglia. Il tempo. Be’, il tempo che sia necessario, ma secondo il nostro stile, perché è discutendo, pensando, meditando, ponendo problemi, difficoltà che si trovano molte soluzioni, ne sono certo.

Che bello sarebbe non questo modesto congresso organizzato dalla FELAP, che è modestissimo, perché ci sono solo 30 o 40 delegati. Quanti sono i partecipanti? (40, gli dicono). Quaranta. E’ vero che Lenin credo che organizzò il partito bolscevico dell’Unione Sovietica durante un congresso di 10 o 12 delegati. Penso che se riuniamo in questa sede 300 o 400 giornalisti con le caratteristiche sopra indicate, allora possiamo chiamarlo congresso. Non più grande perché sarebbe meno proficuo; non più grande perché questo è tra i limiti di quello che può dare un congresso come quelli che abbiamo realizzato quest’anno. Abbiamo avuto due congressi di giornalisti cubani in sette mesi.

Permettetemi di dirvi che c’è uno spirito elevatissimo nei nostri giornalisti, hanno molti compiti, e quando sembrava che fossero troppi, ci siamo messi ad inventare e studiare iniziative per incrementare il numero di giornalisti, anche se ci sono soltanto due giornali che si pubblicano tutti i giorni, ma considerando tutte le pubblicazioni per bambini, riviste, la radio e la TV, ci prepariamo per il grosso compito che ci aspetta. L’entusiasmo è grande. L’uomo ha sempre avuto bisogno di credere in una grande causa. Non ci sarà mai uomo grande senza causa grande. Quando c’è una grande causa, molta gente, molta gente, quasi tutti possono arrivare ad essere dei grandi scrittori, dei grandi giornalisti, dei grandi comunicatori. I nostri giornalisti credono oggi in questa grande causa, ben definita e perfettamente compresa.

Se facciamo una riunione di questo tipo, la FELAP avrà molta più forza. E credetemi, i proprietari non vogliono sindacati, associazioni, né organizzazioni di schiavi, ma in un modo o nell’altro vi vogliono mantenere in catene.

Diciamo: Proletari di tutte le sfere della divulgazione del mondo, educatevi e unitevi! (Applausi)

Ho detto “educatevi”, perché è quello che facciamo noi quando prendiamo coscienza dell’enorme necessità di una superazione continua. La nostra organizzazione nazionale di giornalisti è diventata un’università, un centro di studi superiori di giornalismo, dove il tempo di apprendistato non ha limiti. Lo pensiamo così, senza una limitazione temporale. Ecco come vediamo e concepiamo oggi il ruolo dei giornalisti nel secolo che comincia (Applausi)

(Una delegata gli dice qualcosa)

Mi considerano membro della FELAP, siete d’accordo? (Dicono di sì) Grazie

Vi prego di pensare all’idea di un congresso come quello che abbiamo cercato di immaginare, con tutto il tempo che ci vuole, lavorando di mattina, pomeriggio e sera, per affrontare i problemi non solo dei nostri paesi, ma i cruciali problemi del mondo di oggi. Visto che parliamo di globalizzazione, dobbiamo globalizzare le nostre abitudini di pensare, smettendo di pensare solo a luoghi, piccoli, medi o grandi, e situandoci invece nel pianeta dove siamo costretti a vivere.

Anche i lavoratori della cultura hanno avuto il loro grandioso congresso. E molto proficuo. Ma le attività culturali non son tanto omogenee come quelle del giornalismo. Di solito sono più complesse, non è possibile misurare i sucessi con la stessa velocità.

Nel nostro paese aumenta notevolmente il numero degli intellettuali e la loro feconda opera. Menziono la parola intellettuale, partendo da un concetto del quale ho parlato ai nostri giornalisti: i giornalisti sono lavoratori intellettuali. Molti dei migliori romanzi sono stati scritti da giornalisti che sanno scrivere, che hanno conoscenze della vita, grande cultura e ricca immaginazione. Gabriel García Márquez ha cominciato da giornalista, da giornalista di Prensa Latina quando si creò questa agenzia, e così tanti altri ottimi autori. Direi che lo scrittore deve avere le tecniche del giornalismo e il giornalista deve avere le tecniche dello scrittore, del romanziere.

Forse la Sala del Palazzo dei Congressi dove abbiamo tenuto il congresso dell’Unione Nazionale degli Scrittori e degli Artisti di Cuba, e poi quello dei giornalisti, è il luogo migliore per il tipo d’incontro di cui sto parlando. E adesso adoperatevi, perché tutto dipende da voi.

Posso andarmene con la speranza che vi piaccia l’idea (Applausi e”Sì”!)

Allora dico come Giulio Cesare, stando alla tradizione, perché io credo che il 90% di queste frasi sono leggende inventate: “Alea jacta est.”

Come vedete, so l’inglese e il latino (Risate e applausi).

Grazie!

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La notte araba di Netanyahu

Altrenotizie.org - Mar, 24/11/2020 - 20:41

Nella serata di domenica scorsa è andata molto probabilmente in scena la prima visita in assoluto di un capo di governo israeliano nel territorio dell’Arabia Saudita. Benjamin Netanyahu si sarebbe infatti recato per alcune ore nella città saudita di Neom, sulla costa del Mar Rosso, per incontrare il principe ereditario della monarchia wahhabita, Mohammed bin Salman (MBS), con il quale esiste da tempo una convergenza di interessi, principalmente in funzione anti-iraniana. Prevedibilmente, da Riyadh è arrivata una smentita ufficiale, a testimonianza della delicatezza del processo di avvicinamento in atto tra uno dei più importanti paesi arabi e lo stato ebraico in assenza anche solo di una lontana prospettiva per la risoluzione della questione palestinese.

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Biden e il ritorno dei “falchi”

Altrenotizie.org - Lun, 23/11/2020 - 21:08

Se c’era qualche dubbio sugli orientamenti di politica estera che la nuova amministrazione Biden intenderà seguire dal prossimo anno, nelle prime ore di lunedì sono stati abbondantemente fugati con l’anticipazione sulla stampa americana delle scelte dei primi membri del gabinetto entrante fatte dal presidente eletto. Il nuovo segretario di Stato sarà infatti Anthony Blinken, veterano dei circoli diplomatici di Washington con un curriculum impeccabile di difensore dell’interventismo degli Stati Uniti all’estero, anche se rigorosamente nascosto dietro allo slogan del “multilateralismo” e alla promozione dei “diritti umani” e dei valori “democratici” americani.

La nomina di Blinken dovrebbe essere formalizzata martedì, assieme a quelle del prossimo ambasciatore USA alle Nazioni Unite e del consigliere per la Sicurezza Nazionale. Queste ultime due posizioni dovrebbero essere ricoperte rispettivamente da un'altra storica frequentatrice della diplomazia americana, l’afro-americana Linda Thomas-Greenfield, e da uno dei più stretti consiglieri di Biden, il 43enne protetto del clan Clinton Jake Sullivan.

Sempre lunedì, l’entourage di Biden ha anche fatto sapere i prescelti per l’incarico di segretario alla Sicurezza Interna, il cubano-americano Alejandro Mayorkas, e di direttore dell’Intelligence Nazionale, l’ex vice-direttrice della CIA Avril Haines. Sia Mayorkas sia la Haines avevano già fatto parte del gabinetto Obama. Biden ha infine assegnato all’ex segretario di Stato, John Kerry, la carica ancora non ben definita di inviato speciale per le questioni legate al cambiamento climatico.

I nomi di Blinken, Thomas-Greenfield e Sullivan erano citati in tutte le previsioni seguite alle elezioni del 3 novembre, anche se non era chiaro a quale incarico sarebbero stati nominati. La grande esclusa sembra essere per il momento Susan Rice, già ambasciatrice all’ONU e consigliere per la Sicurezza Nazionale con Obama, nonché anch’essa inquadrabile nella categoria dei “falchi” del Partito Democratico.

La ragione dell’esclusione della Rice potrebbe dipendere dagli ostacoli che la conferma della sua nomina avrebbe incontrato al Senato a maggioranza repubblicana, essendo quest’ultima dal 2012 al centro delle polemiche degli ambienti conservatori americani per il ruolo che aveva avuto nello scontro politico seguito all’attacco contro il consolato USA a Bengasi, in Libia. La ratifica del Senato è comunque prevista per le posizioni di segretario di Stato e di ambasciatore ONU, ma non per quella di consigliere per la Sicurezza Nazionale.

La presenza di Tony Blinken al vertice della diplomazia americana significa in primo luogo e a livello generale il ritorno alle politiche dell’amministrazione Obama, anche se l’impatto degli ultimi quattro anni sugli scenari internazionali di crisi non potrà essere senza conseguenze. Questa riproposizione di uomini e metodi nella conduzione della diplomazia americana non promette nulla di buono. Basti ricordare che le personalità scelte da Biden, così come lo stesso neo-presidente democratico, sono responsabili in prima persona di conflitti dalle conseguenze disastrose, come in Libia, in Siria, nello Yemen e in Ucraina, e hanno appoggiato anche i crimini di altre amministrazioni, come l’invasione dell’Iraq.

Per la stampa ufficiale, Blinken sarà in grado di rimediare alle distorsioni della tradizionale politica estera americana, cioè metterà da parte il relativo isolazionismo e i principi dell’America First promossi da Trump per ristabilire l’immagine internazionale di Washington. In particolare, il nuovo corso dovrà includere l’aggiustamento delle alleanze, a cominciare con l’Europa, e il rilancio della NATO, con l’obiettivo primario di contrastare di comune accordo l’avanzata della Cina, così come di continuare a esercitare pressioni sulla Russia.

In alcune analisi delle prospettive della politica estera sotto la guida di Blinken si spiega chiaramente come il fattore decisivo sia il ristabilimento della posizione preminente degli Stati Uniti sullo scacchiere internazionale, vale dire l’abbandono delle velleità di disimpegno avanzate da Trump, sia pure dando l’impressione di limitare l’utilizzo massiccio di risorse belliche e di personale militare americano.

Il curriculum di Blinken è dunque tale che la sua nomina a segretario di Stato non può che risultare tossica per la sinistra del Partito Democratico, ufficialmente impegnata a chiedere a Biden di considerare le ragioni del progressismo nel processo di selezione del nuovo gabinetto. Le primissime scelte fatte dal presidente eletto distruggono perciò qualsiasi illusione di un governo americano che possa guardare a sinistra e gli orientamenti delle personalità nominate per la gestione della politica estera rifletteranno quelli di coloro che occuperanno i dipartimenti responsabili degli affari domestici.

Per quanto riguarda il prossimo capo della diplomazia USA, Anthony Blinken aveva iniziato la sua carriera diplomatica nel dipartimento di Stato dell’amministrazione Clinton, mentre gli incarichi più prestigiosi li ha ricoperti finora durante la presidenza Obama. Dal 2013 al 2015 è stato vice-consigliere per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca e dal 2015 al 2017 vice-segretario di Stato. Storici e molto stretti sono poi i rapporti con Biden, del quale è stato il primo consigliere quando l’allora senatore faceva parte della commissione Esteri, dando tra l’altro la propria approvazione all’invasione dell’Iraq. In seguito, Blinken ha ricoperto il ruolo di consigliere per la Sicurezza Nazionale ai tempi della vice-presidenza.

All’interno dell’amministrazione Obama, Blinken ha dato un contributo cruciale alla formulazione della risposta americana alle crisi in Iraq, Libia, Siria e Ucraina. Le conseguenze che sono derivate appaiono evidenti dal livello di caos e distruzione in cui tutti questi paesi continuano a dibattersi.

Blinken personifica anche l’incontro tra le posizioni in politica estera dei falchi “neo-con” e quelle degli interventisti “liberal”. Non è un caso d’altra parte che molti riconducibili alla prima categoria si siano schierati apertamente a sostegno di Biden durante la campagna elettorale appena conclusa. Sempre per questa ragione, la nomina di Blinken sarà quasi certamente ratificata senza problemi al Senato con l’appoggio della maggioranza repubblicana.

Nel concreto, andranno valutate soprattutto le modalità con cui il dipartimento di Stato di Tony Blinken intenderà gestire il file cinese e concretizzare la promessa fatta da Biden in campagna elettorale di mettere fine alle guerre interminabili in cui sono coinvolti gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la Cina, è improbabile che ci sia un’inversione di rotta drastica rispetto alle politiche ultra-aggressive di Trump. Sono in molti a credere tuttavia che possa essere trovato un qualche equilibrio nelle relazioni bilaterali, almeno temporaneamente e forse in chiave anti-russa, anche se i fattori oggettivi che hanno fatto esplodere la rivalità strategica tra le prime due potenze economiche del pianeta vanno ben oltre l’identità dell’inquilino della Casa Bianca.

Blinken e Biden hanno anche assicurato di voler rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), da cui Trump era uscito unilateralmente nella primavera del 2018. Gli ostacoli anche a una modesta distensione nei rapporti con Teheran sono però tutt’altro che trascurabili, vista la mole di sanzioni reimposte da Trump, e la questione iraniana finirà per sovrapporsi a quella dell’approccio all’intero Medio Oriente, con le possibili scintille con i paesi più favoriti da Trump, come Israele e Arabia Saudita.

Le prime nomine di questi giorni e, soprattutto, quella di Anthony Blinken potrebbero completarsi con quella, decisamente controversa nel Partito Democratico, del prossimo numero uno del Pentagono. Superfavorita per la carica di segretario alla Difesa è la relativamente sconosciuta Michele Flournoy, vero e proprio simbolo dell’incrocio tra gli interessi della sicurezza nazionale e quelli dell’apparato militare-industriale americano. La Flournoy, anch’essa con un passato nell’amministrazione Obama, è uno dei principali teorici dell’interventismo USA, ma anche delle aggressive politiche di confronto con la Cina, ed era già la candidata numero uno a guidare la macchina da guerra americana in un’eventuale amministrazione di Hillary Clinton nel 2016.

Michele Flournoy è infine molto legata ad Anthony Blinken. I due hanno fondato a Washington la società di “consulenza” WestExec Advisors, un oscuro strumento di “lobbying” che opera tra l’altro come tramite tra le grandi compagnie di armamenti e gli organi di governo. Flournoy e Blinken hanno anche lavorato per vari “think tanks”, promuovendo gli impulsi alla militarizzazione della politica estera USA che hanno garantito e continuano a garantire profitti enormi ai loro principali finanziatori, da ricercare in primo luogo proprio tra i colossi dell’industria bellica americana.

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Patto e Recovery, destini incrociati

Altrenotizie.org - Dom, 22/11/2020 - 18:58

Al di là della risposta immediata alla crisi, l’andamento dell’economia italiana nei prossimi anni dipenderà in buona parte da due fattori: la riforma del Patto di Stabilità e l’esito della partita sul Recovery Fund. Sul primo fronte c’è una doppia decisione da prendere. Innanzitutto, l’Europa deve stabilire quando riattivare le regole del Patto (ora sospese per fronteggiare la pandemia): nel 2022, come chiedono i falchi, o nel 2023, come vorrebbero le colombe? L’altro dilemma è ancora più complicato, perché riguarda la correzione delle regole. Se fra due o tre anni tornassero in vigore le vecchie norme, i vari Paesi – Italia in testa – sarebbero costretti ad abbattere i debiti (esplosi a causa del Covid) con una nuova ondata di austerità che impedirebbe la ripresa delle economie.

Per scongiurare questo scenario, nel 2021 il commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, presenterà una proposta di riforma del Patto che conterrà un allentamento dei vincoli. La trattativa si annuncia lunga e complicata, ma l’obiettivo sembra comunque più realistico rispetto alla cancellazione del debito-Covid ventilata dal presidente dell’Europalamento, David Sassoli, in un’intervista a Repubblica.

Non è finita. La riforma del Patto di Stabilità porterà con sé una discussione ancora più ambiziosa: quella sulla possibilità di rendere permanenti gli eurobond. Al momento, le obbligazioni comunitarie servono solo a finanziare il Recovery Fund, per cui il loro orizzonte non va oltre il 2023, anno di scadenza del Fondo da 750 miliardi. Sganciare gli eurobond dallo strumento di emergenza e rendere quindi stabile la condivisione del debito europeo sarebbe la più grande rivoluzione finanziaria dalla nascita della moneta unica. Ma, secondo i Paesi favorevoli, perché la proposta abbia una chance di passare è cruciale che Italia e Spagna usino bene i fondi del Recovery Fund. In questo modo, i falchi del Nord potrebbero convincersi che quelli impiegati per gli eurobond sono soldi ben spesi (attenzione: il condizionale dell’ultima frase è grande come l’Olanda).

È qui che i due temi (Patto di Stabilità e Recovery Fund) si intrecciano. Visto che l’Italia è di gran lunga il primo beneficiario del Recovery Fund (208 miliardi: 127 in prestiti più 81 a fondo perduto) e che gli eurobond sarebbero manna dal cielo soprattutto per il nostro Paese, in molti a Bruxelles si aspettavano che il piano di Roma su come utilizzare gli aiuti fosse il primo ad arrivare. Invece non è stato così.

Per inviare il documento c’è tempo fino alla prima metà di gennaio e il governo italiano smentisce tutte le indiscrezioni su presunti ritardi, ma – conoscendo le capacità di programmazione del nostro Paese – l’ansia è comprensibile. Non solo in relazione ai tempi, ma anche alla sostanza: il vero pericolo è che il piano italiano sia azzoppato dal più classico degli assalti alla diligenza, con il fiume di soldi che si disperde in migliaia di rigagnoli ministeriali.

Intanto, la settimana scorsa Ungheria e Polonia hanno bloccato l’approvazione del Recovery Fund e del bilancio Ue pur di non accettare la “rule of law”, che vincola il trasferimento dei soldi al rispetto delle norme dello Stato di Diritto (indipendenza della magistratura, libertà della stampa…). L’obiettivo delle istituzioni europee è ricomporre la frattura al vertice del 10 dicembre con un’acrobazia diplomatica. Se ci riusciranno, la partenza del Recovery slitterà da gennaio a febbraio-marzo (servono 2-3 mesi per le ratifiche nazionali). Altrimenti, i tempi si allungheranno ancora. E l’Italia, come gli altri Paesi, rischierà di non incassare una serie di miliardi già iscritti a bilancio con l’ultima manovra.

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Trump contro i medici cubani

Cubadebate (italiano) - Ven, 20/11/2020 - 22:58

donald-trump-marco-rubio-580x326I senatori cubano-americani Marco Rubio e Robert Menéndez raccontano nuove strane avventure contro il loro paese d’origine. Approfittatori perenni dell’industria anti-castrista, propongono leggi contro la cooperazione medica cubana e promuovono, con fondi federali, una campagna per fornire un’immagine falsa e grottesca della stessa, come volgare traffico di esseri umani e produttrice di fondi per “aumentare le casse dello Stato”.

Un importante obiettivo che perseguono è quello di intensificare la campagna all’interno delle Nazioni Unite ed in Europa per impedire l’assegnazione del Premio Nobel alle Brigate Mediche Cubane Henry Reeve, proposta da centinaia di personalità, organizzazioni sociali e umanitarie, che ha già il sostegno di decine di migliaia di firme nel mondo, compreso negli Stati Uniti. Il contesto politico che rende possibili e stimola queste azioni è l’intensificarsi del bloqueo contro Cuba da parte del governo di Donald Trump, a livelli di un soffocamento senza precedenti.

Questa politica è stata portata agli estremi più crudeli durante la pandemia della COVID-19 ed include un grado insolito di persecuzione della cooperazione medica cubana nel mondo, pressioni evidenti su molti governi per farne a meno e l’espulsione dal Brasile, dalla Bolivia e dall’Ecuador di migliaia di operatori sanitari dell’isola. Ciò ha comportato un duro colpo per l’economia cubana, poiché l’esportazione di servizi medici costituisce la sua prima fonte di reddito. Ma, soprattutto, ha prodotto un sensibile e brusco deterioramento della situazione sanitaria dei tre paesi ed ha causato un forte indebolimento dei loro fragili sistemi sanitari pubblici alla vigilia dell’arrivo del nuovo coronavirus in America Latina e nei Caraibi.

Il drastico peggioramento del quadro sanitario ed epidemiologico sudamericano come risultato della brutale politica di Trump contro l’assistenza sanitaria cubana, le sue seccature contro l’Organizzazione Panamericana della Sanità, la sua negazione del virus e della scienza e persino la sua raccomandazione di rimedi assurdi per la malattia è stata così rilevante che ha meritato un lungo articolo sul New York Times intitolato “Donald Trump e Jair Bolsonaro hanno indebolito le difese sanitarie dell’America Latina contro la COVID -19″. L’articolo del quotidiano di New York, che nessun sano di mente classificherebbe come amico di Cuba, fa questa affermazione quasi all’inizio: “Trump e Bolsonaro hanno espulso 10.000 tra medici ed infermieri cubani da varie zone povere del Brasile, dell’Ecuador, della Bolivia.

Molti se ne sono andati, senza essere sostituiti, pochi mesi prima della pandemia”.

Successivamente, continua: “in seguito, entrambi i leader hanno attaccato l’organizzazione internazionale più qualificata per combattere il virus, l’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS), citando la loro partecipazione al programma medico cubano. Con l’aiuto di Bolsonaro, Trump ha quasi mandato in bancarotta l’agenzia trattenendo i fondi promessi al culmine dello scoppio della pandemia, in una mossa che non era stata precedentemente rivelata”.

“L’amministrazione Trump continua a fare pressioni su altri paesi affinché espellano i medici cubani. Durante quest’estate, un’organizzazione di Stati caraibici (si riferisce al CARICOM, di cui fanno parte 15 Stati caraibici e 5 territori membri associati) ha condannato la Casa Bianca per aver minacciato di ‘inserire nella lista nera’ coloro che si rifiutano di farlo”, aggiunge. Va ricordato che i sistemi sanitari di questi Stati sono stati costruiti con un’importante partecipazione di Cuba, che, per di più, ha costituito gran parte del suo personale sanitario. Come parte importante di queste azioni, L’Avana ha mantenuto gratuitamente dal 1998 una potente brigata medica ad Haiti, decisiva nell’innalzare gli indici di salute del Paese, protagonista della prima trionfante rivoluzione antischiavista della storia, nell’assistere le vittime di uragani e del terremoto del 2010 e nella lotta all’epidemia di colera dello stesso anno. Il personale medico ed infermieristico cubano è stato rafforzato in quegli stati durante la pandemia come parte delle 52 brigate che, dalla maggiore delle Antille, hanno affrontato il coronavirus negli ultimi mesi, con circa 3.000 membri, in decine di paesi in Africa, Asia, Europa, Medio Oriente ed Oceania.

I “trumpisti” sono furiosi per il riconoscimento internazionale che la medicina e la biotecnologia cubana hanno ottenuto, accresciuto dall’esperienza della COVID-19, e sono furiosi per il successo ottenuto dall’isola nell’affrontare la pandemia, con uno dei più bassi tassi di infezione e mortalità nel mondo. Per non parlare della comparazione con Stati Uniti, Brasile, Perù, Cile, Bolivia, Colombia ed i paesi europei.

Trump, nonostante gli attacchi d’ira, lascerà la Casa Bianca, ma rimane in prima linea quell’orrore fascista che è il “trumpismo”. E resta la mafia cubano-americana, che pur essendo ideologicamente in sintonia con Trump, ora corre a rendere omaggio a Biden per salvar i fondi milionari forniti dal bilancio federale per lottare per la “democrazia” a Cuba.

di Angel Guerra Cabrera

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Hispan TV

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Trump, prove di golpe

Altrenotizie.org - Gio, 19/11/2020 - 20:56

Mentre i voti ottenuti da Joe Biden si avvicinano alla cifra record di 80 milioni e il vantaggio su Donald Trump sfiora ormai i 6 milioni, il presidente repubblicano e i suoi legali continuano a non dare segnali apparenti di voler riconoscere la sconfitta. Il processo di certificazione della vittoria dell’ex vice di Obama si è ormai messo in moto in quasi tutti gli Stati Uniti, ma una serie di cause senza fondamento intentate dagli avvocati della Casa Bianca potrebbe quanto meno rallentare l’omologazione dei dati. Con l’avvicinarsi della data di fine mandato, tuttavia, la strategia di Trump per provare a restare al suo posto sembra doversi spostare dalle aule di tribunale a quelle della politica o, nella peggiore delle ipotesi, agli ambienti dove vengono prese le decisioni militari e relative alla sicurezza nazionale.

Teoricamente, le speranze di Trump sono riposte sui sei stati dove i risultati appaiono più equilibrati e i margini tra i due candidati alla presidenza non superano i 150 mila voti (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin). Dopo più di due settimane dalla chiusura delle urne, in nessuno di questi o di altri stati sono emerse prove di brogli tali da influenzare i risultati finali. La strategia del presidente uscente, per quanto assurda, consiste di fatto nel cercare di squalificare i voti di quei collegi che sono stati decisivi per l’aggiudicazione degli stati in bilico a Biden perché caratterizzati da un elettorato massicciamente democratico.

Questo sforzo si basa su ridicole cause legali, ma non solo, e riguarda contee e distretti elettorali che includono metropoli come Detroit (Michigan), Atlanta (Georgia), Phoenix (Arizona), Philadelphia (Pennsylvania) o Las Vegas (Nevada). Quello che è accaduto questa settimana nella prima di queste città è particolarmente grave e insolito, anche se al di fuori dell’ambito legale. Martedì, cioè, i due funzionari repubblicani che compongono la commissione di quattro elementi responsabile della certificazione dei risultati elettorali per la contea di Wayne, che include Detroit, si sono temporaneamente rifiutati di ratificare la vittoria di Biden.

Davanti alle proteste degli altri due membri, in quota al Partito Democratico, la presidente repubblicana della commissione aveva a un certo punto proposto di certificare i risultati di tutti i seggi della contea ad esclusione proprio di Detroit, dove Biden ha prevalso con la percentuale del 95%. Ciò avrebbe sottratto al candidato democratico ben 221 mila consensi, un numero superiore al suo vantaggio complessivo su Trump in Michigan. Così facendo, i 16 “voti elettorali” dello stato sarebbero quindi andati al presidente in carica.

Le manovre dei funzionari repubblicani, senza dubbio influenzati dagli ambienti vicini alla Casa Bianca, hanno scatenato una valanga di proteste tra i residenti di Detorit, allarmati per il furto che si stava per compiere. La videoconferenza di routine prevista dopo la riunione dei certificatori di contea si è così trasformata in una piattaforma per lo sfogo di attivisti e semplici elettori, fino a che la commissione è stata costretta a fare marcia indietro e a decidere la conferma dei risultati acquisiti favorevoli a Biden. In seguito, i due repubblicani hanno dichiarato di voler tornate sui loro passi e sospendere la certificazione della vittoria di Biden, ma per le autorità statali la decisione presa martedì sarebbe ormai definitiva. La pratica sarà così inviata all’ufficio successivo a livello statale, chiamato a sua volta alla ratifica dei dati ricevuti da tutte le contee del Michigan.

Per il resto, la Georgia sta ad esempio completando il riconteggio manuale di tutte le schede, ma anche il segretario dello stato, il repubblicano Brad Raffensperger, ha già anticipato che sarà praticamente impossibile ribaltare il vantaggio di quasi 12.800 voti di Biden. Preso atto della realtà, Trump ha allora definito una “farsa” il riconteggio, chiesto peraltro dai responsabili della sua campagna elettorale. Lo stesso Raffensperger ha poi rivelato di avere subito pressioni dal senatore repubblicano Lindsey Graham, considerato uno dei più fedeli alleati di Trump a Washington, per trovare un modo per annullare un numero sufficiente di voti espressi per Biden.

In Pennsylvania, invece, una vera e propria farsa si è consumata davanti a un giudice distrettuale, quando i legali di Trump hanno chiesto di dichiarare il presidente repubblicano vincitore dei 20 “voti elettorali” dello stato, in quanto le elezioni sarebbero state caratterizzate da scorrettezze, delle quali non è stata però presentata nessuna prova. I parlamentari repubblicani dell’assemblea dello stato hanno inoltre proposto un’ispezione di tutte le schede elettorali della Pennsylvania, citando quella che sostengono essere “una lunga serie di irregolarità”. Bocciata dalla Corte Suprema statale è stata infine anche una causa che chiedeva di invalidare i risultati in alcuni seggi dove sarebbe stato impedito l’ingresso agli osservatori repubblicani per controllare le operazioni di spoglio.

Se i ricorsi di Trump non sembrano dunque portare a nulla di concreto, i suoi legali insistono nel rivolgersi ai tribunali e assicurano anzi che nuove cause saranno intentate nei prossimi giorni. Al centro della strategia della Casa Bianca non c’è probabilmente più l’obiettivo di ribaltare i risultati manipolando i conteggi, ormai ultimati quasi ovunque, o sfruttando giudici compiacenti. Piuttosto, il presidente uscente e i suoi consiglieri intendono creare artificiosamente un clima fatto di polemiche e finte controversie per promuovere la tesi dell’elezione “rubata” e della vittoria illegittima di Biden, in modo da preparare il terreno, se ci fossero le condizioni, a una manovra di fatto eversiva.

Lo scenario che viene valutato probabilmente con maggiore attenzione riguarda la possibile iniziativa dei parlamenti statali a maggioranza repubblicana. L’elaborata e anti-democratica legge elettorale americana prevede che ogni singolo stato scelga un numero stabilito di delegati, corrispondenti ai cosiddetti “voti elettorali”, che dovranno poi riunirsi e scegliere il nuovo presidente. È norma che questi delegati votino in base alla scelta della maggioranza degli elettori nei loro stati di provenienza, ma in realtà non esistono vincoli specifici in questo senso, se non in pochi stati.

Trump, quindi, potrebbe convincere le assemblee statali a intervenire nominando delegazioni di “grandi elettori” disposti a rovesciare il voto popolare e a optare per il candidato perdente. Probabilmente per questa ragione, Trump incontrerà venerdì alla Casa Bianca i leader repubblicani della Camera e del Senato statali del Michigan. Una mossa simile sarebbe com’è ovvio altamente problematica, visto in primo luogo che non sussiste la condizione principale che la possa giustificare, vale a dire un risultato elettorale oggettivamente controverso. Inoltre, non c’è consenso tra gli esperti di diritto su quale sia l’organo statale che abbia il diritto di nominare il “collegio elettorale”, anche se le opinioni sembrano propendere a favore dei governatori piuttosto che dei parlamenti statali. Negli stati in bilico, i governatori sono attualmente quasi tutti democratici, mentre nei parlamenti statali prevalgono le maggioranze repubblicane.

In teoria, è perciò possibile che le due principali autorità di un determinato stato nominino entrambe una propria delegazione di “grandi elettori”, una favorevole a Trump e l’altra a Biden. A questo punto, spetterebbe al Congresso scegliere quale delle due ritenere legittima. Queste ipotesi sembrano quasi da fantascienza politica, ma ci sono pochi dubbi che la Casa Bianca stia ragionando in questi termini. Un avvocato del presidente ha infatti ammesso pubblicamente, durante gli eventi relativi al caso di Detroit ricordato in precedenza, che l’obiettivo dei repubblicani era appunto quello di spingere l’assemblea del Michigan a nominare un “collegio elettorale” pro-Trump. Uno degli ostacoli maggiori a questa soluzione, oltre alla rivolta popolare che si scatenerebbe, è rappresentato comunque dal fatto che al presidente servirebbe rovesciare la volontà degli elettori non in uno ma in più stati per recuperare lo svantaggio da Biden.

L’altro modo che potrebbe consentire a Trump di restare al suo posto nonostante la sconfitta è lo scoppio di una qualche emergenza nazionale, accompagnata da una manovra autoritaria che fermi la transizione alla Casa Bianca. Al centro di una trama di questo genere potrebbe esserci in primo luogo un’aggressione militare contro l’Iran. Un’eventuale guerra aperta contro questo paese farebbe impallidire gli ultimi conflitti che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti, tanto da giustificare misure di estrema emergenza imposte dal presidente.

Anche in questo caso, dell’attendibilità dell’ipotesi sono emersi solidissimi indizi. Qualche giorno fa, il New York Times aveva cioè rivelato come Trump la scorsa settimana avesse chiesto pareri militari per autorizzare un bombardamento contro le installazioni nucleari civili iraniane. L’idea criminale del presidente, per il momento rientrata, era probabilmente scaturita dall’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per certi versi fuorviante, seguito a una recente ispezione degli impianti iraniani, in base alla quale era emerso che Teheran ha accumulato una quantità di uranio arricchito di molto superiore ai limiti previsti dall’accorso di Vienna del 2015.

Non solo, nei giorni seguiti alle elezioni, Trump ha inaugurato una serie di avvicendamenti all’interno del suo gabinetto, decisamente insoliti nella fase finale di un mandato presidenziale. Le sostituzioni di personale riguardano in buona parte il Pentagono, che ha visto un passaggio di consegne anche al proprio vertice, e possono essere da un lato una purga di funzionari infedeli ma dall’altro anche un modo per installare in posti-chiave persone fidate che siano disposte a seguire gli ordini del presidente, incluso quello di condurre un attacco militare dalla portata devastante.

Le prossime mosse di Trump non dovrebbero ad ogni modo farsi attendere, visto che mancano poco più di 60 giorni all’insediamento di Biden e meno di un mese alla certificazione del successo di quest’ultimo da parte del “collegio elettorale” dei 50 stati americani. Le preoccupazioni per una qualche mossa estrema sembrano essere diffuse a Washington, anche se media ufficiali e Partito Democratico fanno di tutto per minimizzare il pericolo, visto che temono di più una mobilitazione popolare contro Trump e tutto il sistema rispetto a un’involuzione autoritaria.

Come minimo, il comportamento del presidente sconfitto punta a gettare le basi per il consolidamento di un movimento di estrema destra e ultra-populista, fondato sul mito del “voto rubato”, per estendere la propria influenza nel Partito Repubblicano e preparare il campo, da qui a quattro anni, a una sua clamorosa ricandidatura o a quella di un suo protetto.

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Marocco-Polisario, fine della tregua?

Altrenotizie.org - Mer, 18/11/2020 - 21:01

La tregua che dura da quasi trent’anni tra il governo marocchino e il movimento per l’indipendenza del territorio del Sahara Occidentale è da qualche giorno sul punto di crollare dopo una serie di scontri che hanno fatto scattare l’intervento delle forze armate di Rabat. Sulle ragioni del possibile riesplodere del conflitto non c’è molta chiarezza, visto anche che il Marocco limita fortemente l’accesso della stampa indipendente nella regione. Alla base del conflitto restano comunque tensioni e frustrazioni accumulate da tempo, soprattutto per via di un referendum sull’indipendenza promesso e mai organizzato, intrecciatesi di recente al deteriorarsi della situazione economica e alle spinte destabilizzanti che attraversano la regione nord-africana e sub-sahariana.

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La polveriera etiope

Altrenotizie.org - Mar, 17/11/2020 - 21:29

Il nuovo fronte di guerra che si è aperto da un paio di settimane in Etiopia minaccia seriamente di scatenare una sanguinosa guerra civile nel secondo paese del continente per popolazione e di destabilizzare tutta la regione del Corno d’Africa. Il governo centrale del primo ministro e premio Nobel per la pace, Abiy Ahmed, ha ordinato il bombardamento e l’occupazione militare della regione settentrionale del Tigrè, secondo la versione ufficiale per riportare “la legge e l’ordine” in un’area dominata politicamente dal Fronte di Liberazione Popolare Tigrino (FLPT), cioè l’organo che rappresenta la maggioranza dell’etnia a cui fa riferimento e che è da tempo ai ferri corti con le autorità di Addis Abeba.

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Discorso pronunciato da Fidel Castro Ruz nella Riunione di Lavoro del X Vertice Iberoamericano

Cubadebate (italiano) - Lun, 16/11/2020 - 23:04

Fidel CastroDiscorso pronunciato dal Dott. Fidel Castro Ruz, Presidente dei Consigli di Stato e di Ministri della Repubblica di Cuba, nella Riunione di Lavoro del X Vertice Iberoamericano dei Capi di Stato e di Governo, Città del Panama, 18 novembre 2000

“Stimati colleghi,

Ieri ho avuto il privilegio di parlare sull’infanzia. Per questa ragione non pensavo di parlare oggi sull’argomento, però l’importante dibattito che ha avuto luogo questa mattina mi costringe a pronunciare alcune brevi parole. Dico brevi perché nessuno si spaventi. (Risate).

La globalizzazione neoliberale conduce il mondo al disastro. Punto e basta.

Non condivido filosofie e dogmi di nessun tipo. Punto e basta.

Quando parliamo qui ci dimentichiamo di molte cose. Ci dimentichiamo che esistono nazioni europee e nazioni latinoamericane. Dimentichiamo che, molto eccezionalmente, soltanto alcuni, pochi, paesi latinoamericani –e ci rallegriamo- raggiungono certi livelli di sviluppo economico, industriale e sociale molto al di sopra del resto dei paesi latinoamericani.

Il Cile disse che, ad esempio, aveva ridotto il numero di poveri da cinque a tre milioni. E merita il nostro riconoscimento e congratulazioni per questo successo.

Gli studi più seri dimostrano, tuttavia, che, nell’insieme dell’America Latina, il numero di poveri cresce ogni giorno ed ogni anno, e che circa il 50% sono poveri e indigenti. Mi riferisco ai bambini.

Ci dimentichiamo che, ad esempio, il debito pubblico dell’America Latina e dei Caraibi, che era in 1992 di 478 miliardi di dollari, oggi raggiunge la cifra di 750 miliardi.

Ci dimentichiamo che, dopo aver pagato in quel periodo 913 miliardi, c’è stato questo colossale incremento.

Ci dimentichiamo che il Fondo Monetario Internazionale, ben noto a tutti, e i suoi padroni, esistono.

Ci dimentichiamo che l’investimento estero privato, che nell’ultimo decennio raggiungeva la cifra di 115 miliardi, crebbe nel 1999 fino a 865 miliardi. E che di tale somma il 71% si investì negli stessi paesi ricchi e solo il 29% si investì nei cosiddetti paesi in sviluppo. Di questo 29%, il 45% si investì in Cina, il 40% in America Latina e il 15% in Africa e in Asia. Del totale investito, l’85% circa non si investì nella creazione di nuove installazioni industriali e di servizi, e in conseguenza nella creazione di nuove fonti d’impiego e di nuove ricchezze, ma in acquistare imprese e servizi esistenti. Un nuovo fenomeno.

Non c’è risposta reale alle necessità dell’immensa maggioranza delle nostre nazioni.

Persino in paesi come Cuba, che ha ridotto al minimo la disuguaglianza nella distribuzione, ci sono differenze che si fanno sentire. Quando esse sono abissali e la povertà produce emarginazione, nasce la tragedia.

L’emarginazione, frutto delle enormi differenze di entrate, produce nell’educazione conseguenze disastrate; non c’è la più piccola uguaglianza tra le prospettive di un bambino povero e di un bambino con le entrate minime indispensabili e, in pratica, colpisce la metà dei bambini di America Latina e dei Caraibi. Questa tragedia reale esige risposta.

Non posso negare che seppur in queste condizioni, esiste un margine nei confronti di ciò che si può fare per i bambini nell’America Latina. Si deve adoperare, e qui si è dimostrato che alcuni paesi stanno facendo uno sforzo in questa direzione. A Cuba, dei cui progressi vi parlai ieri, nonostante il blocco e la povertà, non siamo soddisfatti perché abbiamo capito che ci resta ancora tanto da fare. Può farsi, e lo faremo, appoggiati sui favolosi mezzi audiovisivi e tecnici su cui si può contare oggi.

In modo incidentale aggiungo che nel nostro paese abbiamo sviluppato un metodo per insegnare a leggere e scrivere per radio, tale metodo si sta provando adesso nella Repubblica di Haiti. Cominciò con 300 persone e i risultati sono stati spettacolari. Adesso si è esteso a 3000 persone, e stanno pianificando come eseguirlo in tutto il paese. Lo abbiamo applicato con il creole, che è la lingua degli haitiani. I risultati sono veramente stimulanti. Se quello risulta così, la possibilità di ridurre il numero di analfabeti è grande, con un minimo di risorse, un minimo veramente.

Non parlo della televisione, con questo mezzo è facilissimo. Noi stiamo diffondendo l’insegnamento per televisione, gradualmente, fino a tali estremi che il paese, in pratica, si trasforma in un’università. Vi parlo non di cose che devono ancora farsi, ma di cose che si stanno facendo già, con risultati spettacolari e partendo dalla sete di conoscenze che l’uomo ha.

Stiamo facendo, tra l’altro, una profonda ricerca sulla povertà, l’emarginazione e l’educazione. Stiamo cercando dove sono le vere fonti del delitto, i cantieri del delitto. E qui si sono dette alcune parole molto interessanti riferite alla situazione persino familiare dei giovani. Su questo abbiamo raccolto, e stiamo ancora raccogliendo, un’enorme quantità di dati.

Un mondo si apre davanti ai nostri occhi, non soltanto in questo campo, ma anche in tanti altri. Senza essere ricchi, la disposizione di un abbondante capitale umano, frutto dell’educazione raggiunta, ci permette oggi di concepire sogni che anni fa sarebbero sembrati inconcepibili utopie, e ci fanno vergognare per quel poco che abbiamo raggiunto fino ad oggi.

Partiamo dalle realtà odierno, non andiamo avanti su nuvole d’illusioni e di inganni; cerchiamo nell’ingiusto ordine politico ed economico imposto al mondo la grande causa reale e fondamentale che fa sì che ci manchino le attese risorse con cui voremmo far diventare più umano il destino di tutti i nostri bambini.

Ringrazio tutti voi, con le vostre relazioni e criteri diversi e tuttavia interessanti e notevoli, per la profonda necessità che sentii di redarre queste riflessioni.

Aggiungo i miei complimenti a quelli giustificatissimi fatti a Sua Maestà il re Juan Carlos a cui stimo tanto, tanto, tanto. Spero che non gli dispiaccia che gli abbia detto che rimaniamo in due. E’ che Dio volle che lui fosse Re e Dio volle che io fossi vivo.

Grazie (Applausi)”.

Versioni Tachigrafiche del Consiglio di Stato

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RCEP: la rivoluzione di Pechino

Altrenotizie.org - Lun, 16/11/2020 - 20:58

La firma nel fine settimana del più importante trattato di libero scambio del pianeta rappresenta potenzialmente un successo cruciale della Cina nel confronto con gli Stati Uniti per imporre la propria influenza nel continente asiatico. L’accordo commerciale noto come “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP) è il risultato di quasi dieci anni di trattative che hanno visto proprio Pechino come protagonista principale. A risultare determinante per mandare in porto il trattato sono state in primo luogo le fallimentari decisioni in ambito commerciale e strategico di Washington sotto la guida dell’amministrazione Trump, tanto che a far parte del nuovo spazio creato dal RCEP saranno anche alcuni storici alleati americani in Estremo Oriente.

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Perù tra colpi di stato e corruzione

Altrenotizie.org - Lun, 16/11/2020 - 20:55

Il Perù ha un nuovo presidente, il quarto in due anni. Si tratta di Francisco Sagasti, del Partido Morado (centro-destra), che prende il posto del dimissionario Manuel Merino, travolto dalla contestazione di piazza. L’ingeniere, industriale ed ex dirigente della Banca Mondiale, è stato eletto con 97 voti a favore e 26 contrari e domani assumerà l'incarico rimasto vacante. Domenica scorsa, dopo una settimana di proteste, il paese andino si era risvegliato piangendo i suoi primi morti. Due ragazzi, Inti Sotelo Camargo di 24 anni e Bryan Pintado Sánchez di 22 anni, sono caduti sotto i colpi della polizia. Più di un centinaio i feriti, alcuni gravi, e almeno venti le persone di cui non si hanno più notizie.
Dopo essere stato abbandonato dalla maggior parte de suoi ministri e dovendo affrontare l’opposizione del suo stesso partito (Acción Popular) e il clamore per la violenza che si è scatenata contro i manifestanti, Manuel Merino ha rinunciato alla presidenza del Perù.

È durata quindi meno di una settimana la sua esperienza alla testa di un governo fantoccio, nato lo scorso 9 novembre dopo che 105 dei 130 deputati avevano destituito il presidente Martín Vizcarra e lo avevano sostituito, come prevede la costituzione peruviana, con il presidente del parlamento.

Per disfarsi di Vizcarra si sono appellati all’articolo 113 della Costituzione, che permette di adottare una misura così drastica in caso di "incapacità morale o fisica permanente" del presidente. Vizcarra è infatti indagato per la presunta partecipazione a un grosso giro di tangenti quando era governatore di Moquegua. Un sistema di corruzione ben oliato, attraverso il quale le più importanti imprese di costruzioni – tra cui la tristemente famosa società brasiliana Odebrecht, coinvolta in scandali simili in quasi tutta l’America latina – si spartivano le opere pubbliche mediante gare d’appalto truccate e dietro il pagamento di robuste bustarelle.

Che cosa però significhi “incapacità morale” non è solo un elemento di discussione tra le forze politiche presenti in parlamento, ma fa anche parte di un ricorso presentato lo scorso anno dallo stesso Vizcarra ai magistrati del Tribunale Costituzionale, i quali hanno ancora tempo fino al 18 novembre per darne un’interpretazione giuridica, legittimando o meno la destituzione dell’ex presidente.

In quell’occasione, di fronte al rifiuto della maggioranza parlamentare – in mano alle destre – di approvare riforme costituzionali, Vizcarra aveva sciolto il massimo organo legislativo e convocato nuove elezioni. Come risposta i deputati lo avevano destituito, ma il ricorso presentato al Tribunale Costituzionale aveva sospeso l’atto.


Un presidente illegittimo

Il nuovo colpo di mano da parte dei deputati è quindi stato catalogato dalla popolazione come un “colpo di stato parlamentare” e Merino si è trasformato, d’immediato, nel principale bersaglio delle proteste che sono esplose un po’ in tutto il paese. Una crisi politica ed istituzionale che si sovrappone a quella sanitaria che ha devastato la nazione andina a partire da marzo. Il Perù è tra i paesi latinoamericani maggiormente colpiti dalla pandemia, con 933 mila casi e più di 35 mila morti, un sistema sanitario al collasso e una crisi economica che ha ampliato ulteriormente le già enormi sacche di povertà.

La corruzione ha inoltre contraddistinto gli ultimi 30 anni della vita politica peruviana. Tutti i presidenti che si sono succeduti dal 1990 a oggi, da Alberto Fujimori a Alejandro Toledo, passando per Alan García e Ollanta Humala, fino ad arrivare a Pedro Pablo Kuczynski, sostituito dopo meno di due anni da Martín Vizcarra, sono stati coinvolti e indagati per gravi atti di corruzione. A questo si aggiunge un sempre meno sostenibile sistema istituzionale che, oltre a basarsi sulla corruzione, si fonda su una specie di 'presidenzialismo parlamentare', con l’elezione diretta del presidente che assume il controllo dell’azione di governo, ma con un parlamento che gode di ampi poteri che, di fatto, ne limitano la capacità. Un referendum promosso dallo stesso Vizcarra ha poi introdotto il divieto di rielezione consecutiva per i deputati, creando maggiore discontinuità e rendendo ancora più difficile consolidare una maggioranza che sostenga i piani di governo.

Dopo un primo tentativo fallito in cui il Frente Amplio (sinistra) aveva presentato una lista di candidati che avevano votato contro l’impeachment di Vizcarra, il parlamento si è riunito nuovamente questo lunedì e ha eletto la nuova giunta direttiva, il cui presidente, Francisco Sagasti appunto, ha assunto automaticamente la carica ad interim rimasta vacante dopo la rinuncia di Merino.

Sembra quindi che la destra peruviana e i gruppi di potere economico che controllano ancora il parlamento, non abbiano capito o non vogliano ascoltare le voci che arrivano dalla piazza. Un atteggiamento pericoloso, che potrebbe incendiare ulteriormente il paese e innescare una crisi ancora più profonda e dagli esiti incerti. Inutili e contraddittori sono quindi apparse le dichiarazioni di voto dei deputati della destra peruviana, che hanno giustificato la loro decisione con la necessità di portare stabilità e pace a un paese in piena convulsione sociale.

 

Costituente?

Chi protesta, o almeno la maggior parte della gente che è scesa in piazza, non lo fa perché apprezza Vizcarra e ne chiede il ritorno, né per garantire che il Perù possa arrivare al voto il prossimo aprile per eleggere il quinto presidente negli ultimi due anni, bensí per dire basta a un sistema politico-istituzionale corrotto, iniquo e incapace di generare stabilità e garantire i diritti della popolazione. L’appello della piazza ai deputati è stato infatti quello di nominare un governo di transizione per traghettare il paese verso una assamblea costituente, per la redazione di una nuova Constituzione e la creazione di  un nuovo patto sociale che contempli anche l’eradicazione della corruzione.

A questo proposito, la Confederazione generale dei lavoratori del Perù (Cgtp) ha pubblicato un comunicato che accompagna l’annuncio di uno sciopero generale per il prossimo 18 novembre, in cui non riconosce la legittimità dei poteri costituiti. “Se, come dice l'articolo 45 della Costituzione, il potere dello Stato emana dal popolo, esigiamo la nomina di un governo provvisorio con participazione popolare, che convochi immediatamente un’assamblea costituente”, segnala.
In pratica una soluzione simile a quella cilena dopo l’ondata di proteste popolari dello scorso anno e la vittoria nel plebiscito del 25 ottobre.

Una soluzione che comunque non sembra godere dell’approvazione degli Stati Uniti, nè di quella dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), che in questi giorni di convulsione sociale hanno mostrato grande cautela al momento si esprimere pareri su quanto stava accadendo, limitandosi a ribadire con forza la necessità di garantire lo svolgimento delle elezioni in aprile 2021. Lo stesso silenzio che ha contraddistinto una Unione Europea sempre più ruota di scorta degli Stati Uniti e un sempre più screditato Gruppo di Lima.

Usare lo strumento elettorale per dare un bel colpo di spugna e ristabilire lo status quo è una prassi molto spesso usata sia dalle autorità statunitensi che dall’organismo multilaterale americano. Troppi sono gli interessi che gli Usa hanno in Perù, a partire dai porti che da anni sono diventati centri operativi per la VI Flotta della US Navy, fino ad arrivare alla moltiplicazione delle basi militari e delle truppe statunitensi in territorio peruviano, nonché alle sempre più frequenti manovre militari congiunte e all’addestramento degli apparati di intelligence e di difesa.

Non è quindi un caso che il Perù abbia sostenuto sistematicamente le campagne d’intromissione e ingerenza lanciate dall’Osa, su mandato degli Stati Uniti, contro quei governi che non seguono pedissequamente gli ordini di Washingtoni. Non lo è nemmeno il fatto che il Perù sia tra i paesi che per primi hanno riconosciuto Juan Guaidó come presidente del Venezuela e che abbiano votato a favore di tutte le risoluzioni e sanzioni approvate conro contro Cuba, il Nicaragua e il Venezuela.

L’unica possibilità per rompere questo status quo malato sembra essere, ancora una volta, la piazza. Nella misura in cui si mantenga e si aumenti l’intensità della protesta, aumenterà la possibilità di mettere in crisi un sistema politico-istituzionale obsoleto, malato e corrotto. Il Cile insegna.

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Brahim Gali avverte Antonio Guterres: l’attacco marocchino è un atto di aggressione premeditato da parte dello Stato occupante per interrompere gli sforzi dell’ONU

Cubadebate (italiano) - Ven, 13/11/2020 - 21:49
Brahim Gali

Brahim Gali

Il Presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica e Segretario Generale del Fronte POLISARIO, Brahim Ghali, ha inviato oggi una lettera urgente al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ed al Presidente del Consiglio di Sicurezza, ambasciatrice Inga Rhonda King, rappresentante permanente di Saint Vincent e Grenadine alle Nazioni Unite, informando loro del violento attacco di oggi da parte delle forze marocchine contro civili saharawi disarmati, che stavano manifestando pacificamente a Guerguerat, nel Sahara occidentale sudoccidentale.

“È con grande urgenza e preoccupazione che scrivo per informarla che le forze militari marocchine hanno lanciato un brutale attacco contro civili saharawi disarmati che stavano manifestandosi pacificamente a Guerguerat, nel sud-ovest del Sahara occidentale”.

“L’operazione militare delle forze marocchine contro i civili saharawi è un atto di aggressione ed una flagrante violazione del cessate il fuoco che le Nazioni Unite ed il Consiglio di Sicurezza dovrebbero condannare con la massima fermezza possibile”, ha chiesto il leader saharawi.

L’anche capo delle forze armate ha indicato nella sua lettera che “di fronte a questo atto di aggressione, le forze militari del Fronte POLISARIO sono state costrette a confrontarsi con le forze marocchine in legittima difesa e protezione della popolazione civile”.

“Riteniamo lo Stato di occupazione marocchino pienamente responsabile delle conseguenze della sua operazione militare, e chiediamo alle Nazioni Unite di intervenire urgentemente per porre fine a questa aggressione contro il nostro popolo ed il nostro territorio”.

Allo stesso modo, il presidente saharawi, Brahim Gali, ha denunciato che “il fatto che l’azione militare si svolga alla vigilia dei contatti tra il Segretario generale delle Nazioni Unite e il Fronte POLISARIO, previsti per oggi, dimostra chiaramente che l’operazione è un atto premeditato di aggressione da parte dello Stato occupante per interrompere gli sforzi dell’ONU per disinnescare le tensioni nella violazione illegale di Guerguerat”.

Gali ha avvertito che “con il lancio oggi di questa operazione militare, lo Stato di occupazione marocchino ha seriamente minato non solo il cessate il fuoco ed i relativi accordi militari, ma anche ogni possibilità di raggiungere una soluzione pacifica e duratura alla questione della decolonizzazione nel Sahara occidentale “.

testo e foto Sahara Press Service

traduzione di Ida Garberi

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Biden e Iran, diplomazia in salita

Altrenotizie.org - Gio, 12/11/2020 - 20:56

Una delle questioni di politica estera più delicate che il presidente-eletto Joe Biden si troverà ad affrontare una volta entrato alla Casa Bianca è la gestione dei rapporti con l’Iran e il possibile rientro degli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA). L’ex vice di Obama qualche settimana fa aveva lasciato intendere di volere offrire alla Repubblica Islamica un percorso diplomatico per abbassare le tensioni, ma le condizioni che potrebbero essere chieste in cambio e le stesse disastrose iniziative adottate finora dall’amministrazione Trump rischiano di mettere in dubbio da subito le prospettive di un eventuale negoziato.

Il presidente uscente ha anzi promesso di moltiplicare le sanzioni punitive contro l’Iran durante le settimane che mancano al suo addio alla presidenza. L’accumularsi di misure punitive renderebbe difficile un piano di de-escalation dell’amministrazione entrante. L’intensificazione delle pressioni su Teheran da parte di Trump potrebbe essere poi addirittura una strategia deliberata per far precipitare la situazione, così da creare a tavolino un casus belli e un’emergenza nazionale in supporto dei piani per restare alla Casa Bianca nonostante la sconfitta elettorale.

Il riferimento principale delle intenzioni di Biden è per ora l’editoriale scritto a settembre per il sito della CNN nel quale affermava appunto di volere “offrire a Teheran un percorso realistico per tornare al tavolo della diplomazia”. Per Biden, “se l’Iran tornasse al rispetto rigoroso dell’accordo sul nucleare”, gli Stati Uniti rientrerebbero a loro volta nel JCPOA e ciò rappresenterebbe “il punto di partenza per successivi negoziati”. Infine, gli USA e i loro alleati “lavoreranno per rafforzare ed estendere le clausole dell’accordo” e, con una notazione forse cruciale, si adopereranno per includere nelle discussioni “altri argomenti che sollevano preoccupazioni”.

Com’è noto, il presidente Trump era uscito arbitrariamente e unilateralmente dal JCPOA nel maggio del 2018 al termine di una campagna di discredito dell’accordo sottoscritto da Obama, nonostante anche la sua amministrazione avesse sempre certificato il rispetto di esso da parte della Repubblica Islamica. Da allora, gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni sospese dal JCPOA e ne hanno imposte molte altre, incluse le famigerate sanzioni “secondarie” che colpiscono governi e soggetti privati di altri paesi intenzionati a intrattenere rapporti economici, finanziari e commerciali con l’Iran.

Gli altri argomenti a cui ha fatto riferimento Biden nella sua dichiarazione d’intenti sull’Iran si riferiscono quasi certamente alle “attività” di Teheran nella regione mediorientale, vale a dire l’alleanza con l’arco della “resistenza” sciita, e il programma dei missili balistici. Entrambe le questioni sono sempre state al centro anche dell’interesse dell’amministrazione Trump, ma rappresentano dei punti fermi che l’Iran non intende discutere, sia perché nulla hanno a che vedere con il nucleare e il JCPOA sia perché vanno a toccare il cuore degli interessi strategici del paese.

Se Biden e la sua futura squadra al dipartimento di Stato dovessero insistere nell’inclusione di questi elementi in un piano di rientro nell’accordo di Vienna, le possibilità di successo sarebbero nulle, anche perché una simile decisione mostrerebbe una sostanziale identità di vedute sull’Iran tra l’amministrazione repubblicana uscente e quella democratica entrante.

L’altra questione da valutare è quanto sarà disposto a concedere il presidente-eletto e fino a che punto chiederà a Teheran di rientrare nei parametri previsti dal JCPOA. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, domenica scorsa ha chiesto agli Stati Uniti di “risarcire” il suo paese per gli errori commessi da Trump, lasciando intendere che i danni provocati dalle sanzioni dovranno essere in qualche modo ripagati prima che la Repubblica Islamica torni al rispetto integrale delle norme dell’accordo sul nucleare.

Gli USA dovrebbero poi cancellare tutte le misure punitive imposte negli ultimi due anni, ma è difficile credere che Biden voglia liquidare un apparato sanzionatorio di tali dimensioni che, almeno in teoria, potrebbe costituire una leva per cercare di ottenere concessioni da Teheran. Soprattutto la galassia “neo-con” americana preme già sul presidente-eletto per utilizzare questo strumento e convincerlo a non sprecare quanto fatto da Trump.

Numerosi “falchi” della politica estera americana avevano d’altra parte appoggiato apertamente Biden in campagna elettorale, nonostante l’affiliazione al Partito Repubblicano, e l’eventuale scelta di personalità democratiche come Susan Rice o Anthony Blinken per la gestione degli affari internazionali nella prossima amministrazione porterebbe a una convergenza “bipartisan” su una condotta nei confronti dell’Iran non molto diversa da quella di Trump.

L’insistenza ad esempio sul superamento da parte iraniana dei limiti alla produzione di uranio arricchito previsti dal JCPOA serve a dare un’impressione distorta delle responsabilità per il riesplodere della crisi diplomatica. Proprio mercoledì, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha pubblicato l’ultimo rapporto sullo stato del programma nucleare dell’Iran, in seguito alla visita più recente dei suoi ispettori nelle installazioni del paese mediorientale, come previsto dall’accordo di Vienna. Nel rapporto viene spiegato come Teheran abbia oggi accumulato una quantità di uranio a basso livello di arricchimento dodici volte superiore a quello consentito dal JCPOA. La “purezza” di questo materiale raggiunge inoltre il 4,5%, cioè più del 3,67% permesso dall’accordo, anche se di molto inferiore al livello necessario per l’utilizzo in ambito militare.

A giudicare da come la stampa ufficiale ha trattato la notizia, si ha quasi sempre l’impressione che l’Iran abbia irresponsabilmente ripreso l’attività di arricchimento senza limiti e, in maniera velata, che si stia precipitando verso la bomba atomica. In realtà, al di là del fatto che l’applicazione militare è totalmente da escludere, le autorità di Teheran si sono mosse al di fuori dei limiti del JCPOA solo dopo che gli Stati Uniti hanno abbandonato il trattato stesso.

Anzi, prima di prendere questa decisione, prevista oltretutto dal JCPOA, l’Iran ha anche atteso a lungo che i paesi europei firmatari (Francia, Gran Bretagna, Germania) mettessero assieme il meccanismo promesso per bypassare le sanzioni americane e tenere in vita l’accordo. Una volta constatata l’impotenza europea, la Repubblica Islamica ha legittimamente valutato che il rispetto integrale del JCPOA non offriva più alcun vantaggio e ha riavviato il processo di arricchimento secondo i propri piani, sia pure continuando a garantire agli ispettori il totale accesso ai propri impianti.

Oltre a questi fattori, sarà da considerare anche il comportamento degli alleati di Washington che hanno collaborato e spinto sull’amministrazione Trump in questi anni per implementare e intensificare la politica di “massima pressione” sull’Iran. Il pensiero va subito a Israele, ma anche alle monarchie assolute del Golfo Persico. Questi paesi hanno sposato in pieno il boicottaggio delle scelte diplomatiche di Obama, sfruttando l’aggressione contro l’Iran di Trump per avanzare i propri interessi regionali.

Ci sarà quindi da attendersi una campagna feroce su Biden per impedire l’allentamento delle pressioni su Teheran. Infatti, il sovrano saudita giovedì ha rilasciato una dichiarazione pubblica rivolta in primo luogo al presidente americano appena eletto. Salman ha chiesto alla comunità internazionale di assumere una “posizione ferma” nei confronti dell’Iran e dei suoi sforzi, peraltro inesistenti, di sviluppare armi nucleari, ma anche di fermare l’espansione dell’influenza sciita in Medio Oriente.

Al centro delle preoccupazioni della casa regnante saudita c’è anche la possibile revisione integrale delle relazioni con gli Stati Uniti, soprattutto alla luce delle frizioni che avevano caratterizzato i due mandati della presidenza Obama. Le questioni che tra le altre si intrecciano in varia misura al file iraniano e che potrebbero risentire dell’avvicendamento alla Casa Bianca sono quelle della guerra in Yemen, dei rapporti con Israele, della fornitura di armi americane e delle ripercussioni del brutale assassinio del giornalista-dissidente Jamal Khashoggi.

Resta anche il fatto che la fazione della classe dirigente americana che ha scelto la diplomazia con l’Iran, e a cui fa riferimento Joe Biden, ha in fin dei conti lo stesso obiettivo finale dei “falchi”, ovvero il cambio di regime a Teheran o la sottomissione di questo paese agli interessi USA. L’accordo sul nucleare era uno strumento che in questo quadro doveva servire a dare l’impressione di un Occidente disposto a fare concessioni importanti alla Repubblica Islamica, ma se i suoi leader avessero insistito nel perseguire politiche radicali, cioè “indipendenti”, l’opzione militare sarebbe stata forse accettata con meno resistenze dall’opinione pubblica internazionale.

Va ricordato infine che, al di là delle intenzioni di Biden, peseranno sulle eventuali chances di successo della diplomazia gli scenari politici che usciranno dalle elezioni presidenziali iraniane della prossima estate. Proprio l’offensiva di questi anni di Trump ha generato rabbia e disillusione ai vertici della Repubblica Islamica e la nuova amministrazione USA potrebbe perciò trovarsi di fronte non più gli interlocutori “moderati” e ben disposti come Rouhani e il ministro degli Esteri, Zarif, bensì una leadership che preferisce l’opzione della linea dura e non si accontenterà di tornare semplicemente agli equilibri usciti dall’accordo di Vienna.

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Trump-Biden, transizione a ostacoli

Altrenotizie.org - Mer, 11/11/2020 - 20:54

Fino a che punto intende spingersi il presidente americano uscente Donald Trump nella sua battaglia contro i presunti brogli che lo avrebbero privato di un secondo mandato alla Casa Bianca? Le cause legali intentate in quasi tutti gli stati persi di misura e alcuni avvicendamenti di personale nel suo gabinetto stanno realmente preludendo a un colpo di mano per restare in carica o si tratta di manovre per ricavare un qualche vantaggio politico per il futuro? Questi interrogativi appaiono legittimi, alla luce del persistente rifiuto di Trump a riconoscere la sconfitta, ma le risposte dipenderanno dagli sviluppi dei prossimi giorni o delle prossime settimane e, probabilmente, da decisioni prese al di fuori dell’amministrazione repubblicana.

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