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Aggressione contro i diplomatici statunitensi a L’Avana? Una storia senza fondamento

Cubadebate (italiano) - 4 ore 49 min fa
Tra le armi soniche che si conoscono esiste il sistema LRAD, che è usato dalle forze di sicurezza di vari paesi del mondo. Gli apparati sono di grandi dimensioni e difficili da occultare

Tra le armi soniche che si conoscono esiste il sistema LRAD, che è usato dalle forze di sicurezza di vari paesi del mondo. Gli apparati sono di grandi dimensioni e difficili da occultare

L’insolita storia dei diplomatici statunitensi che avrebbero sofferto una perdita uditiva ed altri danni alla salute durante il loro lavoro a Cuba saltò nei mezzi di comunicazione nell’agosto scorso. Il primo degli ipotetici incidenti sarebbe accaduto a novembre del 2016 e l’ultimo appena alcune settimane fa.  

Tuttavia, fino ad oggi non esiste una spiegazione credibile per la varietà di sintomi descritti e gli esperti negano l’applicazione delle leggi fisiche in alcune delle ipotesi citate.

Il caso, che sembra estratto da un romanzo, è preso molto sul serio a L’Avana.

Su indicazione del più alto livello del Governo, le autorità cubane iniziarono la loro propria investigazione non appena hanno ricevuto le prime notificazioni dall’Ambasciata degli Stati Uniti e dal Dipartimento di Stato il 17 febbraio di quest’anno.

“D’accordo coi risultati preliminari ottenuti e coi dati condivisi dalle autorità statunitensi, fino al momento non ci sono evidenze che confermino le cause e l’origine dei supposti danni di salute dei diplomatici degli USA e dei loro parenti”, assicura una fonte esperta dell’indagine cubana.

Le indagini statunitensi, da parte loro, non sono neanche molto chiare. Membri delle agenzie specializzate di questo paese furono invitati da Cuba per svolgere investigazioni sul terreno, ma i loro risultati non sono stati concludenti. “La realtà è che non sappiamo che cosa o chi ha causato tutto ciò”, riconobbe la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert. “È per questo motivo che l’investigazione continua aperta.”

La complessità dell’investigazione e lo sconcerto degli specialisti non sono stati limitanti affinché qualcuno cerchi di segnalare Cuba come responsabile e tenti di smontare gli sviluppi nelle relazioni con gli Stati Uniti che incominciarono dopo il 17 dicembre 2014.

Il senatore di origine cubana ed oppositore di qualunque avvicinamento con L’Avana, Marco Rubio, inviò recentemente una lettera al sottosegretario, Rex Tillerson, nella quale chiede l’espulsione di tutti i diplomatici cubani da Washington e l’eventuale chiusura dell’Ambasciata di questo paese a Cuba, come rappresaglia davanti ai supposti “attacchi acustici” che hanno causato, secondo lui, danni alla salute dei funzionari statunitensi a L’Avana.

Tuttavia, la missiva firmata inoltre dai senatori repubblicani Tom Cotton, Richard Burr, John Cornyn e James Lankford, non apporta nessuna prova della “colpevolezza cubana” ed ignora la disposizione delle autorità locali dimostrata fin dall’inizio per stabilire una cooperazione e portare avanti l’investigazione.

Rubio è stato uno degli architetti della revisione della politica verso Cuba intrapresa dall’amministrazione di Donald Trump nel giugno scorso per rinforzare l’applicazione del bloqueo. Il legislatore, con un seggio nel Comitato di Intelligenza del Senato, ha utilizzato qualunque tipo di stratagemmi per limitare i nessi tra i due paesi.

Fatti insoliti

L’ipotesi di un “attacco acustico” e l’uso di sofisticate “armi soniche” contro i diplomatici statunitensi è presente da quando la storia uscì alla luce pubblica, nonostante la mancanza di evidenze ed il criterio di esperti sull’impossibilità che un artefatto possa generare i sintomi descritti nelle condizioni riportate.

Il Dipartimento di Stato non si è riferito specificamente agli effetti sulla salute del suo personale a L’Avana, ma i mezzi di stampa hanno riportato un’ampia varietà di sintomatologie. Alcuni casi includono emicrania, nausea e perdita dell’audizione, mentre altri arrivano a deficienze cognitive, problemi per ricordare parole e lesioni cerebrali lievi.

Le diagnosi provocano confusione tra gli specialisti, l’FBI, il Dipartimento di Stato e le agenzie statunitensi incluse nell’investigazione, come riporta l’agenzia Associated Press (AP).

“Danno cerebrale e commozione, non sono possibili”, disse all’AP Joseph Pompei, un ex investigatore del MIT ed esperto in psicoacustica. “Qualcuno avrebbe dovuto sommergere la testa in una piscina strapiena di poderosi trasduttori ultrasonici.”

Il Dr. Toby Heys, capo di un centro di investigazione sulle tecnologie futuriste nell’Università Metropolitana di Manchester, nel Regno Unito, ha detto alla rivista New Scientist che le onde sonore sotto il rango di audizione potrebbero causare teoricamente un danno fisico, ma sarebbe necessario utilizzare enormi clacson a grandi volumi che sarebbero molto difficili da nascondere.

Le armi soniche che si usano per disperdere le moltitudini e per la protezione di alcune navi di fronte a barche di pirati funzionano con questo stesso tipo di equipaggiamento. Gli apparati coprono un’area considerabile e tutte le persone dentro la loro portata risultano colpite.

Tra le armi soniche che si conoscono esiste il sistema LRAD, che è usato dalle forze di sicurezza di vari paesi del mondo. Gli apparati sono di grandi dimensioni e difficili da occultare.

Ma buona parte degli incidenti allegati a L’Avana, secondo fonti pubbliche statunitensi, si diedero in spazi delimitati, a volte dentro una sola stanza, e con precisione laser, colpendo una persona specifica, ma senza danneggiare il resto.

Alcuni degli ipotetici attacchi avrebbero avuto luogo nelle residenze dei diplomatici e perfino in edifici pubblici come l’appena rimodellato Hotel Capri, una torre di cemento di 19 piani e 250 stanze, dove non ci sono notizie di altri ospiti colpiti.

Come ha riportato l’agenzia AP, lo stesso FBI viaggiò a L’Avana ed investigò in alcune delle stanze dove sarebbero successi gli attacchi e non trovò nessun indizio di dispositivi sonici.

Da parte sua, i servizi specializzati cubani non hanno scoperto “possibili autori né persone con motivazione, intenzione o mezzi per eseguire questo tipo di azioni”, secondo fonti vincolate con le investigazioni. “Non si è stabilita neanche la presenza di persone o mezzi sospettosi nei luoghi dove si sono denunciati gli incidenti né nei loro paraggi.”

A Cuba non esistono precedenti di fatti con queste caratteristiche. “Le autorità cubane non possiedono né sono abituate ad usare l’equipaggiamento né la tecnologia che potrebbe essere stata utilizzata con fini simili a quelli descritti come attacchi acustici”, aggiunge la stessa fonte.

Cuba è stata sempre disposta a cooperare

Dopo aver ricevuto le prime notificazioni dell’Ambasciata degli Stati Uniti, le autorità cubane crearono un comitato inter-istituzionale di esperti per l’analisi dei fatti; ampliarono e rinforzarono le misure di protezione e sicurezza alla sede, al suo personale ed alle residenze diplomatiche, ed abilitarono nuovi canali di comunicazione diretta tra l’Ambasciata ed il Dipartimento di Sicurezza Diplomatica, secondo la dichiarazione ufficiale del Ministero di Relazioni Estere del 9 agosto scorso, quando la notizia uscì alla luce pubblica.

La parte cubana ha insistito affinché le agenzie specializzate degli Stati Uniti visitassero il paese ed anticipassero le investigazioni sul terreno, fatto che si concretò in giugno del 2017. Altre visite si svolsero nei mesi di agosto e settembre.

“I tre incontri sostenuti tra rappresentanti delle autorità cubane ed agenzie specializzate degli Stati Uniti si svilupparono in un clima costruttivo e professionale”, riferisce una fonte con conoscenza degli scambi. La parte statunitense, aggiunge, espresse l’intenzione di cooperare “in forma più sostenuta nell’investigazione su questi incidenti”. Inoltre, i membri delle agenzie specializzate che hanno visitato Cuba hanno riconosciuto che le autorità locali hanno agito con celerità e professionalità.

“Stimiamo positivamente la continuità di queste visite. Le autorità cubane hanno un gran interesse nel dinamizzare e culminare l’investigazione, per ciò è essenziale la cooperazione delle autorità statunitensi”, precisa la fonte.

Davanti all’infinità di variabili del caso, caratterizzato dalla lunga storia di conflitti tra i due paesi, la cooperazione risulta essenziale. Notificare opportunamente gli incidenti; consegnare evidenze; condividere informazioni che facilitino la caratterizzazione dei fatti o l’identificazione di possibili autori, in caso ci fossero; accedere alle persone colpite ed ai medici che li diagnosticarono e comunicarsi con gli esperti che conoscono gli incidenti e la supposta tecnologia utilizzata, sarebbero aspetti basilari per la cooperazione e per ottenere risultati in qualsiasi scenario.

Neanche nei momenti peggiori

Un altro delle grandi incongruenze della saga acustica è il momento in cui sarebbero incominciati gli attacchi. Nel novembre del 2016, i governi di Cuba e gli Stati Uniti avanzavano con celerità per concretare un gruppo importante di accordi a favore di entrambi i paesi.

Dopo una lunga storia di aggressioni e tentativi di sottomettere per fame e necessità il popolo cubano con l’obiettivo di trasformare il suo sistema politico, il governo di Barack Obama riconobbe il 17 dicembre 2014 che il bloqueo è stato un fallimento e finì per isolare gli stessi Stati Uniti.

Il clima tra i due paesi cambiò significativamente. Si ristabilirono i nessi diplomatici e si firmarono 22 accordi in diverse materie, dalla protezione dell’ecosistema e la riapertura dei voli diretti, fino alla cooperazione in materia di sicurezza. Chi poteva aver interesse a sabotare le relazioni con Washington?

Inoltre, se per una questione di principi rivoluzionari, il governo di Cuba non ricorse mai a metodi aggressivi contro i diplomatici statunitensi, perfino nei momenti di maggiore tensione, che logica avrebbe avuto cominciare a farlo dopo la decisione sovrana di ristabilire i nessi con Washington?

Nel maggio scorso, il Dipartimento di Stato sollecitò che due funzionari cubani abbandonassero il territorio degli Stati Uniti come conseguenza dei fatti che danneggiarono, secondo lui, la salute del suo personale diplomatico a L’Avana, misura che è stata considerata da Cuba come “ingiustificata ed irriflessiva.”

Ora si conosce che, giusto mentre questo succedeva, le autorità dell’Isola realizzavano tutte le azioni investigative e dimostravano la loro totale disposizione a collaborare con le sue controparti statunitensi.

La dichiarazione ufficiale emessa dal MINREX segnala che Cuba compie ed ha compiuto sempre con “ogni rigore e serietà” i suoi obblighi derivati della Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche del 1961, in quanto riferito alla protezione dell’integrità degli agenti diplomatici e dei locali della missione. “L’impeccabile etica del nostro paese in questo ambito è internazionalmente riconosciuta, e Cuba è considerata universalmente come un destino sicuro per visitatori e diplomatici stranieri, compresi gli statunitensi”, aggiunge.

Con lo stesso tono della dichiarazione, un alto ufficiale della diplomazia cubana ratifica che “il governo di Cuba non ha perpetrato né perpetrerà mai attacchi di nessuna natura contro funzionari diplomatici accreditati né i loro parenti, né ha permesso né permetterà che il territorio cubano sia utilizzato da terzi con questo proposito.”

Davanti alla mancanza di evidenze e la complessità di questo caso, le autorità cubane mantengono aperta l’investigazione e sono disposte a collaborare con le loro controparti statunitensi per fare chiarezza sui fatti.

di Sergio Alejandro Gómez

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Germania, l'ossessione del contagio

Altrenotizie.org - 5 ore 5 min fa

di Vincenzo Maddaloni

BERLINO. Da qualche anno a questa parte o forse più, ogni fine settimana in qualche paese o città della Germania compaiono i neonazisti che marciano con i loro tatuaggi, con i loro scarponi chiodati, con i loro irritanti striscioni, con le loro bandiere. Ancora sopravvive  il ricordo dei semila partecipanti al  Neonazi-Festival “Rock für Identität” di due mesi fa a Themar, una cittadina  della Turingia.

Durante quella manifestazione, che si era svolta con il benestare del tribunale, erano state vendute centinaia di t-shirt con la scritta “HTLR” che sta per  “Patria-Tradizione-Lealtà-Rispetto”, non a caso al prezzo di 8,80 euro, perché 8 è la lettera H dell’alfabeto e 88 è il codice che “collega” i nostalgici all' “Heil Hitler!”, e al  “1933”, l’anno in cui i nazisti conquistarono il potere.

Naturalmente, gli scarponi chiodati non sono d'obbligo per poter partecipare alle sfilate. Da due anni, ogni lunedì a Dresda i militanti marciano indossando le scarpe di tutti i giorni in sintonia con il loro abbigliamento curato, da media borghesia insomma. Si dichiarano i difensori della “cultura tedesca dalle invasioni degli immigrati islamici”, e marciano con slogan, canti, e qualche fiaccolata. Sono i Pegida (in tedesco Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, che tradotto significa: Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'Occidente), i quali si battono per delle misure più restrittive in materia di immigrazione.

Sicuramente il 24 settembre essi voteranno l'Afd, Alternative für Deutschland, il partito di opposizione che predica un estremismo di chiaro stampo xenofobo e che fa leva anche sullo scoramento dei tedeschi moderati che, da qualche tempo a questa parte stanno chiedendo un cambio di rotta sulla gestione dei flussi migratori.

Naturalmente, come prevede Roberto Giardina, corrispondente di lungo corso da Berlino, «il risultato delle elezioni di domenica 24 settembre è già scontato. Per la quarta volta vincerà Angela, con qualche voto in meno rispetto al 2013. L’unico dubbio è se ci sarà una nuova Grosse Koalition, oppure un’alleanza tra cristianodemocratici e liberali». Ma, avverte Giardina, «per la prima volta, entrerà al Bundestag l'AfD, Alternative für Deutschland, che raccoglierà i voti dei neonazisti, e anche di molti degli appartenenti alla classe media e alla borghesia benestante. Sicché per molti versi si infrangerà un tabù».

L'Afd dovrebbe incassare – così i sondaggi – il dieci per cento dei voti e forse più. E' un risultato epocale perché il populismo dirompente nella Germania del welfare è un fenomeno su cui si appuntano gli occhi dell'Europa intera. La Germania del benessere - dal 2013 anno di nascita dell'AfD - è diventata una sorta di laboratorio per studiare il fossato che si allarga a dismisura in ogni parte d'Europa, tra la gente comune e la piccola e media borghesia da un lato e dall'altro lato l'immigrazione, favorita dai circoli affaristici ed economici in nome della libera circolazione delle persone e dei capitali.

Una immigrazione incontrollata, massiccia e incalzante, tale da generare nuove guerre fra poveri già aggravate dal sistema economico capitalista e dai fenomeni di terrorismo islamico che rendono la situazione ancora più disperante. Così la rabbia dei tedeschi entrerà con l'AfD nel Bundestag e i Podemos in Spagna, il Front National e France Insoumise in Francia, il Movimento Cinque Stelle in Italia avranno un alleato in più. Un alleato molto speciale con tutti i requisiti per diventare il leader indiscusso del populismo europeo.

Sebbene, dagli inizi del secolo fino ad oggi la povertà in Europa si è via via urbanizzata, si è “ringiovanita” perché i giovani sono più poveri delle generazioni precedenti, in  Germania non ha mai raggiunto i picchi di disperazione dell'Italia, della Spagna, della Francia per non parlare della Grecia. Nel paese della Cancelliera il tasso di disoccupazione in agosto girava intorno al cinque per cento e, sempre un mese fa, il numero di disoccupati è diminuito di 5 mila unità. Eppure, benché la situazione sia di gran lunga migliore rispetto all'Italia, alla Spagna, alla Francia, il populismo tedesco è un fenomeno in crescendo, non episodico e nemmeno elettorale.

Certamente la campagna elettorale è servita come pretesto. Frau Merkel è stata accolta da un lancio di pomodori durante un comizio a Heidelberg, nota città universitaria, nel Baden-Württemberg sulle rive del fiume Neckar. Uguale sorte la Cancelliera ha subito a Vacha, cittadina di tremila e cinquecento abitanti della Turingia e a Annaberg-Buchholz in Sassonia. Persino a Bitterfeld che ai tempi della Ddr era considerata la città più “sporca” d'Europa per via dell'alta concentrazione sul territorio dell'industria chimica, e che oggi è un esempio di come si deve bonficare, Angela è stata accolta con i fischi.

“Mutti Coraggio”, “Madre Coraggio”, così il settimanale Der Spiegel aveva titolato la cronaca di quella giornata, durante la quale gli apprezzamenti della Cancelliera sull'opera svolta e su quel che resta da fare erano stati accolti da una valanga di fischi, di urla, di invocazioni del tipo “più lavoro, salari più alti, più prospettive di carriera”. Che poi è quel che va predicando Alternative für Deutschland, da quando è iniziata la campagna elettorale.

Nell'ex Germania comunista, l'AfD pesca molto tra coloro che oggi hanno più di cinquant’anni e ricordano la Ddr con nostalgia, non certo per il sistema oligarchico che vi governava, ma perché vi era l’illusione che le aspirazioni del popolo fossero in cima alle priorità. Beninteso, questa nostalgia diffusa è storia recente che rischia di diventare contagiosa da quando la parola “gente” - qui come altrove in Europa - ha preso il posto della parola popolo. Lo scambio è avvenuto sull’onda della crisi economica che ha mostrato i limiti della politica di fronte allo strapotere dell’economia.

Infatti, dapprima la sensazione è che la società che consuma  appaia più "libera" e venga percepita come la più "democratica" e la più "prospera". Poi, quando se ne diventa parte, ci si accorge che benché sia il trionfo dell'individualismo moderno di matrice liberale e progressista, essa  finisca con l' opprimere i popoli, ovvero i loro intrinseci bisogni di socialità, solidarietà, stabilità, comunità e dunque di autentica libertà. In Germania questi “bisogni” sono avvertiti nell'ex Ddr più che in Baviera, e l'avanzata dell'AfD è un chiaro segnale che la voglia di cambiamento non soltanto esiste, ma si sta estendendo.

Il fatto che avviene anche nella patria della Cancelliera fa notizia, come usa dire. Perché la Germania è in Europa un fulgido esempio di quella"governance" - molto di moda nell'ultimo decennio - che obbliga i governi ad attuare scelte tecniche in linea con le esigenze del mercato e della finanza. La "governance" è infatti il trionfo degli interessi dei pochi privilegiati che governano i destini del mondo, ogni qualvolta  riesce a plasmare la società sul modello del mercato. Il quale non va affatto d'accordo con la democrazia, ma tende a subordinarla alle sue regole esigendo, di volta in volta la soppressione delle frontiere, la liberalizzazione dell'economia, degli stili di vita, della precarizzazione dei rapporti umani e affettivi, dello sradicamento identitario e via dicendo. Insomma, i mercati asservendo i governi ai propri interessi gestiscono di fatto il potere con una tale determinazione, come mai era accaduto da sessant’anni a questa parte.

Il merito della Cancelliera è di aver saputo gestire questa realtà senza  arrecare traumi eccessivi, anzi migliorando il welfare del suo popolo, il quale gliene è molto grato, come confermano i sondaggi della vigilia elettorale. Tutto questo è stato possibile alla Cancelliera perché nel suo team ci sono personaggi come il ministro delle finanze, Schaeuble, che continua a spremere i paesi più poveri dell’Europa meridionale; o come il ministro della difesa, Ursula von der Leyen, che sollecita altri miliardi per la difesa e manda i soldati nel deserto del Mali, sulle montagne dell’Afghanistan. E infine come il ministro dei trasporti Alexander Dobrindt che sorvola di molto sugli inquinamenti prodotti dell’industria automobilistica tedesca.

Sono questi alcuni esempi - tra i tanti - su come in Germania si può migliorare il welfare senza fare tanto chiasso. Dopotutto questo è il paese dove la politica non si sorregge sulla rissa, non ricorre alle sbracamento totale per raccogliere i consensi. Sono comportamenti che non rientrano nella cultura dei tedeschi, per i quali - per capirci - gli strilli della Lorenzin, gli insulti di Di Maio, sono puro folklore.

E tuttavia, nel Paese esiste questo malessere diffuso che l'Alternative für Deutschland con il suo pacchetto di voti ben rappresenta. I neonazisti sono diventati minoranza perché oramai, «il tipico elettore AfD è di età media, con un’istruzione media, e un reddito medio», come informa Der Spiegel. E dunque, nel movimento i neonazisti debbono lasciar spazio alle  genti della middle class alle quali sta particolarmente a cuore il destino della Germania-Nazione, punto di riferimento per tutti i paesi d' Europa.

Insomma, il media mainstream ha già approntato il ritratto: a Berlino l' AfD sarà il tarlo del Bundestag. Quanto basta per riaprire  un discorso serio sull'equità sociale, prima che se ne stravolgano il valore e il significato. Le ultime cronache tedesche ne evidenziano l'urgenza, per  Francia, Spagna e Italia soprattutto.













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Catalogna, il pugno di ferro di Madrid

Altrenotizie.org - 5 ore 5 min fa

di Mario Lombardo

Il governo centrale spagnolo ha messo in chiaro nella giornata di mercoledì di non avere alcuna intenzione di allentare la presa sugli organizzatori del referendum per l’indipendenza della Catalogna, previsto per il prossimo primo di ottobre. Dopo le iniziative e le minacce dei giorni scorsi, mercoledì sono state messe in atto nuove misure repressive che, da un lato, confermano la volontà di Madrid di ricorrere a qualsiasi metodo per fermare il voto e, dall’altro, rischiano di consolidare il sostegno della maggioranza dei catalani per una clamorosa separazione dalla Spagna.

La polizia spagnola ha effettuato 14 arresti di esponenti del governo regionale dopo un blitz che ha riguardato gli uffici di Barcellona della presidenza della Catalogna, del dipartimento dell’Economia, degli Esteri, del Lavoro e degli Affari Sociali.

La personalità più importante in stato di fermo è il segretario generale del ministero regionale dell’Economia e braccio destro del vice-presidente della regione, Josep Maria Jové. L’arresto di quest’ultimo sarebbe collegato alla sua attività nel lancio di siti internet che promuovono il referendum.

Le operazioni del governo di Madrid per impedire il voto potrebbero tuttavia non fermarsi qui. Qualche giorno fa, il procuratore generale spagnolo, José Manuel Maza, si era rifiutato di escludere il possibile arresto dello stesso presidente del governo regionale, Carles Puigdemont.

Martedì, poi, erano stati requisiti documenti relativi al referendum nella sede di una compagnia di spedizioni nella città di Terrassa, a nord-ovest di Barcellona. Il sequestro, portato a termine tra l’opposizione di decine di sostenitori dell’indipendenza, era seguito a quello di oltre 1,5 milioni di volantini e altro materiale propagandistico. Ancora, più di 700 sindaci catalani erano stati incriminati per avere preso parte ai preparativi del referendum.

Sempre mercoledì, si è saputo del sequestro anche di 10 milioni di schede referendarie in un magazzino nei pressi Barcellona, mentre il ministero dell’Interno del governo conservatore del premier Rajoy ha cancellato tutti i permessi dei membri dei reparti della “Guardia Civil” e della polizia nazionale incaricati di contrastare l’organizzazione del voto. La mobilitazione o la disponibilità degli agenti interessati è stata decisa fino al 5 ottobre, anche se, ha assicurato il ministero, potrebbe essere prolungata in caso di necessità.

Le prime manette ai polsi di esponenti politici indipendentisti segnalano una pericolosa escalation nella crisi che sta attraversando il paese iberico, aggravatasi a partire dal via libera formale al referendum da parte del parlamento regionale catalano ai primi di settembre. Le autorità politiche di Barcellona favorevoli all’indipendenza si sono trovate da allora a fare i conti con il fronte compatto del governo centrale e della magistratura, entrambi determinati a impedire un procedimento bollato senza mezzi termini come illegale.

Gli arresti e le perquisizioni di mercoledì hanno subito scatenato nuove proteste di piazza. Secondo i resoconti della stampa, centinaia di manifestanti si sono riuniti di fronte all’ufficio di Josep Maria Jové nel centro di Barcellona, chiedendone la scarcerazione e inneggiando all’indipendenza della Catalogna. Altre proteste sono state segnalate nel capoluogo catalano, spesso segnate da scontri con le forze di polizia.

Il presidente della regione, da parte sua, ha fatto ben poco per calmare gli animi. Puigdemont si è scagliato contro le autorità di Madrid, accusate di avere messo in atto “un’aggressione coordinata” e di avere “un’attitudine totalitaria”. Il leader del Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT) ha poi sostenuto che il governo Rajoy ha “oltrepassato i confini” democratici e assicurato che il referendum si terrà nonostante gli abusi subiti dai suoi sostenitori.

Il governo Rajoy continua a essere al centro di forti critiche, soprattutto dall’estero, per i metodi repressivi adottati nel tentativo di fermare il referendum. Se la classe dirigente europea è quasi del tutto schierata contro l’indipendenza della Catalogna, sono in molti a ritenere che il ricorso a metodi palesemente anti-democratici non faccia che rafforzare la causa dei separatisti. Un comportamento rischioso, quello del primo ministro, soprattutto alla luce del fatto che i sondaggi sembrano indicare una leggera prevalenza dei contrari all’autodeterminazione della Catalogna.

In un clima di forti tensioni sociali e con un’economia che è lontanissima dal ritorno ai livelli pre-crisi, a Madrid si è però deciso di mettere in campo ogni mezzo per bloccare l’iniziativa referendaria. La consultazione del primo ottobre potrebbe in effetti risolversi a favore della permanenza della Catalogna nel quadro statale spagnolo o, comunque, anche un esito favorevole ai separatisti potrebbe non portare a breve all’indipendenza della regione, aprendo la strada piuttosto a un qualche negoziato.

Il timore è tuttavia quello che un cedimento da parte del governo centrale possa innescare un movimento centrifugo che la classe politica di Madrid riuscirebbe difficilmente a controllare. Oltre a ciò, influisce anche l’effetto rovinoso che il distacco da Madrid avrebbe sull’economia sia del futuro nuovo stato catalano sia della Spagna, a cui la regione nord-orientale contribuisce oggi per circa un quinto del PIL. Da qui deriva dunque la determinazione di Rajoy nel soffocare le spinte separatiste.

Se i partiti politici nazionali spagnoli all’opposizione si erano finora mostrati in parte più cauti nell’affrontare la crisi catalana, pur rimanendo contrari al referendum e ancora di più all’indipendenza, con l’avvicinarsi della data del voto e dopo avere preso atto dell’ostinazione di Barcellona, sembra essere in corso un certo compattamento attorno alle posizioni del governo.

A segnalare questa evoluzione è stato ad esempio un recentissimo editoriale del quotidiano filo-socialista El País. L’articolo ha parlato di “minaccia all’unità” della Spagna e, significativamente, “all’armonia sociale”, per poi accusare i separatisti di “agire in maniera irresponsabile, togliendo legittimità alle istituzioni, abusando della buona fede di chi sostiene la democrazia e approfittando delle garanzie offerte da uno stato di diritto”.

Per il giornale, quindi, il governo centrale “ha l’obbligo di agire fermamente e di usare tutti i mezzi legali per difendere la Costituzione” spagnola. Il procedimento in atto in Catalogna sarebbe del tutto illegale per El País, come ha stabilito la stessa Corte Costituzione spagnola, la quale subito dopo il voto del parlamento regionale sul referendum aveva imposto la sospensione dei preparativi per il voto.

Lo stesso Partito Socialista (PSOE) sembra avere lasciato intendere in questi giorni di essere disposto a valutare l’imposizione di una sorta di “opzione nucleare” nei confronti del governo regionale catalano, vale a dire il ricorso all’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questo articolo, di cui si sta discutendo sulla stampa e nella classe politica spagnola, permetterebbe al governo centrale di sospendere di fatto l’autonomia della Catalogna, con il trasferimento appunto dei relativi poteri a Madrid. L’implementazione dell’articolo 155 non è mai stata registrata in Spagna a partire dal 1978 e anche la sola ipotesi di un’azione di questo genere chiarisce a sufficienza la gravità della situazione attuale nel paese iberico.

Ancora durante l’estate, i leader del PSOE si erano detti contrari all’applicazione dell’articolo 155, mai esclusa invece dal governo e dai vertici del Partito Popolare (PP). Sempre il quotidiano El País, citando un portavoce del direttivo socialista, ha scritto invece martedì che il partito è ora “aperto a ogni scenario”, anche se l’articolo 155 resta un’opzione “non auspicabile”.

Il parziale cambiamento di rotta del PSOE, se confermato, potrebbe così rafforzare la posizione del governo Rajoy, il quale, nel caso dovesse decidere alla fine di procedere con la sospensione dell’autonomia della Catalogna, avrebbe evidentemente bisogno del più ampio appoggio politico possibile.

Il presidente della regione catalana Puigdemont ha peraltro già accusato Madrid di avere sospeso “di fatto” l’autonomia catalana e di avere imposto uno stato di emergenza con le ultime iniziative. A segnalare un’evoluzione in questo senso è d’altra parte la conferma del ministro delle Finanze spagnolo, Cristóbal Montoro, dell’assunzione del controllo delle finanze catalane da parte di Madrid, come aveva già stabilito nel fine settimana il governo Rajoy.

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ONU, il delirio di Trump

Altrenotizie.org - Mer, 20/09/2017 - 00:00

di Michele Paris

Per la prima volta in 72 anni, martedì un capo di stato intervenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha minacciato apertamente di distruggere un intero paese e i suoi abitanti. Il primo discorso del presidente americano Trump al Palazzo di Vetro è stato infatti segnato da un delirio di militarismo e aggressività, diretto contro i soliti presunti nemici degli Stati Uniti, a cominciare dal regime nordcoreano di Kim Jong-un.

Nel passaggio più agghiacciante del suo intervento, Trump ha affermato che gli USA, “se costretti a difendere se stessi e i propri alleati”, non avranno altra scelta che “distruggere completamente” la Corea del Nord” e, inevitabilmente, i suoi 25 milioni di abitanti.

La ragione delle minacce sarebbe dovuta al fatto che “nessuna nazione sulla terra ha interesse a vedere questa banda di criminali dotarsi di armi e missili nucleari”. Trump ha poi ripreso la definizione di “Rocket Man” – “uomo dei missili” – per definire Kim, come già aveva fatto qualche giorno fa in un tweet, definendo le sue “provocazioni” come una “missione suicida”.

I toni pesantissimi del presidente americano nei confronti della Corea del Nord erano ampiamente previsti, ma la minaccia diretta di spazzare via un interno paese ha alzato decisamente il livello di criminalità del governo e dell’apparato militare degli Stati Uniti. Se la gestione della politica estera e le scelte sulla sicurezza nazionale americana sono ormai nelle mani dei vertici militari, e questi ultimi sono considerati relativamente più moderati nell’approccio alla crisi nordcoreana, la continua escalation di minacce rischia di innescare una dinamica difficilmente arrestabile o risolvibile con la diplomazia.

Secondo indiscrezioni trapelate dal Palazzo di Vetro, il discorso di Trump ha suscitato l’orrore di molti diplomatici presenti e non solo tra i nemici o presunti tali degli Stati Uniti. La visione proposta dal presidente americano riporta d’altra parte ai tempi dell’amministrazione Bush, con la riproposizione di una sorta di “asse del male” che, come allora, include l’Iran e a cui si aggiungono il Venezuela e la Siria.

Singolarmente, come di consueto, molte delle accuse sollevate da Trump martedì all’ONU hanno poco o nessun fondamento e, anzi, potrebbero essere facilmente rivolte agli stessi Stati Uniti. Per quanto riguarda ad esempio la Siria, il presidente americano ha ribadito la tesi, mai provata e addirittura smentita da svariate indagini indipendenti, che il regime di Assad ha fatto ricorso ad armi chimiche contro il proprio popolo.

In merito all’Iran ha invece affermato che le principali esportazioni del paese sciita sono “violenza e sangue”, nonostante le accuse arrivino dal leader di un paese che solo nell’ultimo decennio ha letteralmente distrutto interi paesi e provocato direttamente o indirettamente milioni di morti. L’offensiva contro la Repubblica Islamica, appoggiata e alimentata dal premier israeliano Netanyahu, fa parte delle manovre di Washington per cercare di far saltare l’intesa sul nucleare, siglata a Vienna nel 2015, a fronte delle resistenze degli alleati americani in Europa e degli altri paesi che parteciparono al negoziato.

In definitiva, il raccapricciante intervento di Trump alle Nazioni Unite è servito a chiarire che gli Stati Uniti, per invertire la crisi avanzata della propria posizione a livello internazionale, non intendono in nessun modo recedere dall’aggressività che li ha contraddistinti negli ultimi due decenni, a costo di scatenare altre guerre preventive che, sempre più, rischiano di sfociare in conflitti nucleari.

Anche riguardo al Venezuela, Trump ha chiarito che Washington proseguirà nel tentativo di forzare il cambio di regime a Caracas, attraverso il sostegno all’opposizione di destra al governo del presidente Maduro. Alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea Generale, Trump aveva incontrato alcuni leader latino-americani, con i quali aveva verosimilmente concordato la strategia venezuelana. Anche in quell’occasione, come nel discorso di martedì, aveva parlato assurdamente di voler “ristabilire la democrazia in Venezuela”, di fatto tramite un golpe guidato dagli ambienti filo-americani del paese sudamericano.

L’atteggiamento del presidente americano non rappresenta comunque un segnale della forza del suo paese, ma è al contrario il sintomo della debolezza degli Stati Uniti, incapaci di conciliarsi con le tendenze multipolari ormai più che evidenti a livello globale e costretti perciò a combatterle con il ricorso alla forza.

Quel che resta da verificare sarà l’effettiva convergenza delle sezioni della classe dirigente americana, quanto meno nel breve periodo, sull’agenda ultra-nazionalista e guerrafondaia presentata da Trump nella giornata di martedì a New York. I vari centri di potere negli USA rimangono infatti divisi sulle priorità strategiche del loro paese, mentre lo stesso Trump, come già ricordato, sembra avere già perso il controllo sulle decisioni legate alle più importanti questioni di politica estera.

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Qualificano come storica e soddisfacente “Giornata Tutti Siamo Venezuela”

Cubadebate (italiano) - Mar, 19/09/2017 - 23:51

todosvenezuela1La presidentessa dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), Delcy Rodriguez, definì oggi storico e soddisfacente la “Giornata Tutti Siamo Venezuela: dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana”.

Davanti ai più di 200 delegati di 60 paesi all’evento, che termina questo martedì, l’ex cancelliera sottolineò l’impatto favorevole dell’appuntamento nella ricerca di azioni per frenare l’avanzamento imperiale degli Stati Uniti e dei suoi accoliti della destra nazionale ed internazionale.

Nella sala Josè Felix Ribas del Teatro Teresa Carreño, a Caracas, la titolare dell’ANC risaltò che le giornate di lavoro facilitarono permanentemente la costruzione di una strategia in favore del futuro dei popoli del mondo, davanti alle minacce di Washington.

Ripudiò anche il discorso pronunciato dal mandatario statunitense, Donald Trump, presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), nel quale attaccò i governi sovrani del Venezuela, Iran, Siria e la Repubblica Popolare Democratica della Corea, e ratificò la continuità del bloqueo commerciale, economico e finanziario contro Cuba.

Inoltre respinse la doppia morale del presidente de facto del Brasile, Michel Temer, che insieme al copione interventista di Washington criticò nell’ONU la democrazia della Patria del Libertador, Simon Bolivar.

Sull’ANC, Rodriguez affermò che il forum del potere originario rappresenta i tutti i settori della società, e dunque forgia una democrazia più profonda per il popolo.

L’evento Tutti siamo Venezuela culmina con una gigantesca manifestazione antimperialista con la partecipazione dei delegati all’appuntamento solidale, in unione al popolo rivoluzionario.

da Prensa Latina

traduzione Ida Garberi

 

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Venezuela si ribella al petrodollaro e Trump annuncia “l’opzione militare”

Cubadebate (italiano) - Mar, 19/09/2017 - 23:41

Manlio«A partire da questa settimana si indica il prezzo medio del petrolio in yuan cinesi»: lo ha annunciato il 15 settembre il Ministero venezuelano del petrolio. Per la prima volta il prezzo di vendita del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari.

È la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana.

Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione interna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero, ossia far fallire lo Stato con le maggiori riserve petrolifere del mondo, quasi dieci volte quelle statunitensi.

Caracas cerca di sottrarsi alla stretta soffocante delle sanzioni, quotando il prezzo di vendita del petrolio non più in dollari Usa ma in yuan cinesi. Lo yuan è entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti futures di compravendita del petrolio in yuan, convertibili in oro.

«Se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana», commenta il Sole 24 Ore.

Ad essere messo in discussione da Russia, Cina e altri paesi non è solo lo strapotere del petrodollaro (valuta di riserva ricavata dalla vendita di petrolio), ma l’egemonia stessa del dollaro. Il suo valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense, ma dal fatto che esso costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la moneta con cui si stabilisce il prezzo del petrolio, dell’oro e in genere delle merci.

Ciò permette alla Federal Reserve, la Banca centrale (che è una banca privata), di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico Usa – circa 23 mila miliardi di dollari – attraverso l’acquisto di obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro.

In tale quadro, la decisione venezuelana di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro provoca una scossa sismica che, dall’epicentro sudamericano, fa tremare l’intero palazzo imperiale fondato sul dollaro. Se l’esempio del Venezuela si diffondesse, se il dollaro cessasse di essere la principale moneta del commercio e delle riserve valutarie internazionali, una immensa quantità di dollari verrebbe immessa sul mercato facendo crollare il valore della moneta statunitense.

Questo è il reale motivo per cui, nell’Ordine esecutivo del 9 marzo 2015, il presidente Obama proclamava «l’emergenza nazionale nei confronti della inusuale e straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dalla situazione in Venezuela».

Lo stesso motivo per cui il presidente Trump annuncia una possibile «opzione militare» contro il Venezuela. La sta preparando lo U.S. Southern Command, nel cui emblema c’è l’Aquila imperiale che sovrasta il Centro e Sud America, pronta a piombare con i suoi artigli su chi si ribella all’impero del dollaro.

di Manlio Dinucci- il Manifesto

preso da l’Antidiplomatico

 

 

 

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Facebook chiede scusa e restituisce contenuto eliminato alla dottoressa Mariela Castro

Cubadebate (italiano) - Mar, 19/09/2017 - 00:04

fbMariela1Grazie alla solidarietà ed alle denunce opportune, Facebook ha appena chiesto scusa alla nostra direttrice, Dr.C Mariela Castro Espin, ed abilitò nuovamente la sua pagina pubblica e ripose il blog censurato che non violava nessuna norma… si è fatta giustizia!

“Un membro della nostra squadra di Facebook eliminò per sbaglio qualcosa che avevi pubblicato su Facebook”, indicò una notificazione che ha ricevuto nel pomeriggio la dottoressa Mariela Castro. Di seguito chiedono scusa ed informano che il “contenuto eliminato” deve essere già disponibile nell’account.

Centro Nazionale di Educazione Sessuale

traduzione di Ida Garberi

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Catalogna, la febbre del referendum

Altrenotizie.org - Mar, 19/09/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

La questione del referendum per l’indipendenza della Catalogna sta innescando una gravissima crisi politica in Spagna, con il governo centrale impegnato in una campagna repressiva con pochi precedenti nel dopo-Franco per impedire un voto che potrebbe avere riflessi catastrofici non solo per il paese iberico ma per tutta l’Unione Europea.

Da Madrid continuano ad arrivare minacce nei confronti dei separatisti. Negli ultimi giorni, la polizia ha sequestrato più di un milione di volantini e del materiale propagandistico in varie località, mentre la magistratura ha fatto sapere che gli esponenti del governo regionale, coinvolti nella promozione del referendum, potrebbero essere incriminati per abuso d’ufficio e uso improprio di fondi pubblici.

In precedenza, indagini ufficiali erano state aperte a carico di oltre 700 sindaci della Catalogna per avere collaborato nella preparazione del voto sull’indipendenza. La gran parte di questi ultimi ha tuttavia partecipato a una marcia a favore del referendum nel fine settimana a Madrid.

La gravità della situazione è confermata anche dalle dichiarazioni del procuratore generale, José Manuel Maza, il quale non ha escluso che, “in determinate circostanze”, potrebbe essere preso in considerazione addirittura l’arresto del presidente del governo regionale, Carles Puigdemont, del Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT).

Il 6 settembre scorso, il parlamento della Catalogna aveva dato il via libera al referendum sull’indipendenza della regione, da tenersi il primo ottobre prossimo. Per tutta risposta, il giorno successivo la Corte Costituzionale spagnola aveva sospeso i preparativi per il voto, in attesa di una decisione definitiva dei suoi membri.

La presa di posizione della Corte non ha di fatto avuto alcun effetto sulla determinazione dei promotori, tanto che l’11 settembre scorso tra 500 mila e un milione di persone hanno manifestato a Barcellona a favore del referendum.

Secondo alcuni sondaggi, in Catalogna vi è una forte maggioranza che chiede l’organizzazione del referendum, anche se i favorevoli alla separazione da Madrid sembrano essere al momento poco meno della metà. Gli equilibri rischiano però di cambiare rapidamente proprio a causa del pugno di ferro minacciato e parzialmente già messo in atto dal governo centrale.

La misura più pesante che si teme è l’adozione della misura di emergenza contemplata dall’articolo 155 della Costituzione spagnola e che prevede il trasferimento del governo regionale direttamente a Madrid nel caso l’autorità locale agisca in un modo tale da “pregiudicare l’interesse generale della Spagna”.

Questa opzione, mai implementata dal ritorno alla democrazia, è stata invocata apertamente o velatamente da molti a Madrid, tra cui il premier Rajoy e il suo ministro della Giustizia, Rafael Catalá. Lo stesso governo centrale di centro-destra era sembrato molto cauto sulla questione fino a poco tempo fa, nel timore che un’azione così drastica avrebbe alimentato ulteriormente i sentimenti indipendentisti, saldandoli al malcontento diffuso per le pesantissime misure di austerity di questi anni e dei persistenti effetti della crisi economica.

La mobilitazione del governo del PP e delle forze di sicurezza nel tentativo di bloccare il referendum della Catalogna sta comunque assumendo contorni sempre più anti-democratici. La classe dirigente anti-indipendentista è profondamente divisa sui metodi di Rajoy nel far fronte alle iniziative dei leader catalani. Allo stesso modo, anche in Europa sono molto forti i timori che il precipitare dello scontro tra Madrid e Barcellona possa gettare la Spagna nel caos, con effetti inevitabili sull’Unione o la stessa NATO in un frangente caratterizzato da una serie di situazioni esplosive a livello internazionale.

I giornali ufficiali in Europa hanno generalmente invitato le due parti a trovare un compromesso, così da evitare una rottura che porti a un referendum in cui a prevalere sarebbero i favorevoli all’indipendenza della Catalogna. Con il procedere dell’escalation di minacce e della repressione del governo di Madrid, tuttavia, è palpabile il senso di frustrazione nei circoli ufficiali europei, dove si teme che le possibilità per una riconciliazione siano quasi del tutto svanite.

Evidentemente, il governo Rajoy e gli interessi a cui fa riferimento sembrano avere scelto la strada del muro contro muro, nel tentativo di intimidire almeno una parte della classe dirigente catalana, così da spaccare o indebolire il fronte indipendentista.

La strategia di Madrid potrebbe comunque fallire clamorosamente, scatenando forze difficili da contenere. Per i leader dei partiti catalani favorevoli alla separazione dalla Spagna diventa infatti sempre più agevole promuoversi come difensori dei diritti democratici di fronte a un governo centrale repressivo e già odiato a causa delle politiche economiche messe in atto e degli scandali giudiziari che hanno coinvolto il partito del primo ministro.

Anche a livello regionale, peraltro, i governi catalani hanno spesso adottato tagli alla spesa pubblica e misure dirette contro lavoratori e classe media, sia pure attribuendone per lo più la responsabilità a Madrid. La scelta dell’indipendenza, al di là della crisi costituzionale che potrebbe scatenare in Spagna e del pericolo di un possibile ricorso alla forza per impedire la separazione della Catalogna, di per sé non comporta dunque nulla di progressista né promette benefici per le classi che hanno pagato maggiormente le misure del governo centrale seguite al tracollo dell’economia.

Dietro la retorica nazionalista catalana, i partiti che sostengono l’indipendenza della regione promuovono piuttosto l’agenda e gli interessi della borghesia e del business locale, risentiti nei confronti di Madrid per il contributo percepito come eccessivo al paese e alle altre regioni economicamente meno avanzate.

Come quasi tutte le classi dirigenti indipendentiste di realtà con un’economia forte, inoltre, anche quella della Catalogna aspira soprattutto a fare del proprio potenziale nuovo stato uno strumento per attrarre in maniera autonoma il capitale internazionale, liberandosi dai vincoli con l’autorità centrale e raccogliendo direttamente i benefici che ne potrebbero derivare.

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Facebook blocca arbitrariamente in maniera temporanea account della dottoressa Mariela Castro

Cubadebate (italiano) - Lun, 18/09/2017 - 23:10

mariela-bloqueo-1Mentre l’immensa maggioranza del popolo cubano lavora e lotta per accelerare il recupero davanti ai gravi danni che ha causato l’uragano Irma, durante questo fine settimana la pagina pubblica della direttrice del Cenesex, la Dr.C Mariela Castro Espin, è stata assediata da individui che in modo irrispettoso, villano ed insensibile, scommettono sull’odio mediante insulti, minacce e violenza che in fondo —sotto il manto di codardi attacchi personali—solo pretendono scoraggiare le infinite manifestazioni di affetto e solidarietà, ed intorpidire le numerose iniziative solidali che Cuba riceve dai diversi confini del mondo.  

In aggiunta, nella mattinata di questo lunedì Facebook si unì all’aggressione, sopprimendo la pubblicazione che originò l’attacco iniziale —i dati del conto bancario che il governo cubano abilitò per canalizzare gli aiuti economici di persone e gruppi solidali che desiderano contribuire ad affrontare la devastazione che provocò l’uragano Irma—, con il pretesto che “non compie le norme comunitarie.”

E’ stato anche bloccato temporaneamente la funzione di pubblicare durante 24 ore ed il servizio di chat, un’altra forma di facilitare gli attacchi durante questo periodo. È questa un’iniziativa individuale di un’impiegata di questa rete sociale o è la posizione ufficiale di questa multinazionale?

Esortiamo di rifiutare fortemente queste provocazioni, ed esprimiamo la nostra decisione irrevocabile di continuare il nostro umile lavoro in favore del recupero di Cuba, per il benessere del suo popolo.

Centro Nazionale di Educazione Sessuale

traduzione di Ida Garberi

 

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Aprono 35 processi penali per delitti relazionati con l’uragano Irma a Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 15/09/2017 - 23:47

delitos-huracan-irma-580x406L’Organo del Lavoro Giuridico del Consiglio della Difesa Nazionale, in sintesi preliminare dopo il passaggio dell’uragano Irma al nord di Cuba, informò che si svolge una battaglia contro i delitti realizzati in forma opportunista contro gli interessi delle persone e dello Stato.  

Si conobbe che si stabilirono 35 processi penali nei quali le condotte più marcate furono la speculazione e l’accaparramento, le attività economiche illecite, ed in minor misura furti con forza, furti ed oltraggio all’autorità.

D’accordo con quell’organo di lavoro, precisioni effettuate vogliono applicare una politica penale di severità davanti ai fatti vandalici perpetrati da individui negligenti, che si approfittano di situazioni difficili, tali come il passaggio di un uragano, per commettere delitti contro la cittadinanza e le risorse statali.

Si riafferma che il confronto penale deve essere immediato, agile, ed in coordinazione con gli organi del Ministero dell’Interno e dei tribunali, senza diminuzione dei diritti e garanzie dei cittadini, al fine di contribuire con la giustizia a preservare la tranquillità del paese.

L’agire si dirige diligentemente anche all’attenzione ed efficiente impiego delle risorse materiali e finanziarie, destinati ai lavori della tappa di recupero ed al compimento dei piani dell’economia.

Speciale attenzione si presterà ai fatti criminali che colpiscono il sistema elettro-energetico nazionale, la produzione e la commercializzazione di alimenti, la telefonia, i combustibili, ed i beni aggiudicati in funzione di risarcire i danni; si considereranno gli aggravanti che corrispondano davanti alla difficile situazione, e si adotteranno misure cautelari fino alla presentazione al tribunale.

Nei casi che lo meritano, ed in coordinazione col Partito, si potrà sollecitare ai tribunali la realizzazione di giudizi esemplari, che richiedono di un’adeguata preparazione dei procuratori generali con totale attaccamento ai procedimenti stabiliti, oltre alla divulgazione attraverso i mezzi di comunicazione locali, dice il documento dell’Organo di Lavoro Giuridico del Consiglio della Difesa Nazionale.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Marcelino Vázquez Hernández / ACN

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USA, il miraggio della sanità pubblica

Altrenotizie.org - Ven, 15/09/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

L’ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico, il senatore “democratico-socialista” Bernie Sanders, ha introdotto questa settimana al Congresso una proposta di legge per creare un sistema sanitario pubblico universale, grosso modo sul modello di quello esistente in molti paesi europei.

Ipotesi di questo genere hanno talvolta fluttuato ai margini del panorama politico americano in passato, ma la novità dell’iniziativa dell’ex rivale di Hillary Clinton nelle primarie del 2016 risiede nel fatto che essa abbia ricevuto l’appoggio ufficiale di altri 15 senatori democratici. L’ultima volta che lo stesso Sanders aveva presentato una proposta simile non era stato invece in grado di trovare un solo collega disposto a sostenerla.

Il relativo successo incontrato in questa occasione dal disegno di legge Sanders non gli dà in ogni caso maggiori possibilità di essere approvato. Anzi, il nuovo pacchetto su un eventuale sistema sanitario pubblico universale, definito “single-payer” negli USA, con ogni probabilità non verrà nemmeno discusso né tantomeno votato in aula.

L’aspetto interessante della vicenda è legato piuttosto alle intenzioni dei senatori che lo hanno sponsorizzato assieme a Sanders, visto che un partito che difende in sostanza gli interessi dei grandi poteri economici e finanziari americani, come quello Democratico, non si è evidentemente trasformato in un baluardo del progressismo da un giorno all’altro.

Se alcuni senatori che hanno promosso la legge, a cominciare da Sanders, sono probabilmente favorevoli per principio all’introduzione di un’opzione pubblica nel sistema sanitario americano, le ragioni dell’iniziativa sono in primo luogo elettorali e, più in generale, legate alla necessità di dare a quello democratico una certa patina di partito di “sinistra”.

Necessità, quest’ultima, derivante dalla progressiva radicalizzazione dell’elettorato di riferimento del partito, dovuta a sua volta all’aggravamento della crisi sociale negli Stati Uniti, al costante spostamento verso destra dei democratici e all’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca.

Per giudicare la serietà dell’iniziativa è sufficiente scorrere i nomi dei senatori che hanno appoggiato Sanders. Alcuni di essi, come Cory Booker (New Jersey) o Kirsten Gillibrand (New York), sono i beneficiari di sostanziosi contributi di istituzioni finanziarie e corporation, incluse quelle farmaceutiche e assicurative, che non vedono esattamente con favore il potenziale smantellamento dell’attuale sistema sanitario, basato in larga misura sul settore privato.

Indicativo è anche il fatto che i leader democratici al Congresso – Nancy Pelosi (Camera) e Charles Schumer (Senato) – abbiano preso le distanze dalla proposta di Sanders, lasciando appunto intendere che non è prevista nessuna battaglia o mobilitazione del partito per un sistema sanitario pubblico universale.

Ben sapendo che la proposta di legge non ha possibilità di essere approvata e, quindi, senza inquietare potenziali donatori nel business privato, una manciata di senatori democratici ha deciso così di appoggiare una misura che incontra ampi favori tra lavoratori e classe media. Nel partito e negli ambienti che ruotano attorno a esso, d’altra parte, in molti hanno ricavato una lezione precisa dalle presidenziali del 2016, cioè che i democratici possono tornare a vincere solo proponendo un’agenda esteriormente progressista, sull’esempio appunto di Bernie Sanders.

Tra gli sponsor della legislazione sul sistema sanitario pubblico figurano d’altra parte alcuni senatori che la stampa USA indica come possibili candidati alla Casa Bianca nel 2020. Oltre allo stesso Sanders, questi ultimi sarebbero in particolare Kamala Harris (California), Elizabeth Warren (Massachusetts) e il già ricordato Cory Booker.

In questa prospettiva va inquadrata anche l’accoglienza quasi del tutto positiva riservata alla proposta di Sanders dai media ufficiali che appoggiano più o meno apertamente il Partito Democratico.

Per la cronaca, la proposta di Sanders prevede il progressivo allargamento a tutta la popolazione americana della copertura sanitaria oggi garantita solo agli over 65 e ai portatori di disabilità dal programma pubblico Medicare. Esso espanderebbe inoltre la gamma dei servizi offerti in maniera virtualmente gratuita, mentre gli ingentissimi finanziamenti necessari a mettere in atto il piano potrebbero derivare da svariate fonti, tra cui l’applicazione di una nuova tassa sulle grandi ricchezze.

Un altro aspetto rivelatore dell’iniziativa è che essa è stata presentata proprio mentre i leader democratici sono impegnati nel primo sforzo bipartisan con l’amministrazione repubblicana a partire dall’insediamento di Trump alla presidenza.

Mentre cioè da un lato una parte del Partito Democratico si allinea all’iniziativa apparentemente più a “sinistra” della sua storia recente, dall’altro i suoi vertici aprono le trattative su varie questioni con l’amministrazione probabilmente più reazionaria del dopoguerra.

Mercoledì, ad esempio, Pelosi e Schumer hanno cenato con Trump alla Casa Bianca e al termine dell’incontro hanno annunciato di avere raggiunto un nuovo possibile accordo con il presidente, dopo quello già siglato settimana scorsa sull’innalzamento provvisorio del tetto del debito pubblico americano.

In base all’intesa, peraltro non confermata dalla Casa Bianca, verrebbe salvato un programma, adottato da Obama e che Trump sembrava intenzionato a smantellare, per evitare la deportazione di circa 700 mila immigrati “irregolari” giunti negli USA da bambini. In cambio, però, il Partito Democratico si impegna a collaborare con i repubblicani a un pacchetto di legge che rafforzi ulteriormente la “sicurezza” ai confini americani, sia pure escludendo la costruzione del muro voluto da Trump.

Anche in altri ambiti i democratici appaiono disposti a lavorare con Trump e i repubblicani per favorire un’agenda comunque reazionaria. Il taglio alle tasse per le corporation è ad esempio uno dei temi su cui i due partiti potrebbero convergere, assieme proprio alle modifiche alla legge sul sistema sanitario in vigore (“Obamacare”).

Su quest’ultimo punto, un eventuale sforzo bipartisan, derivante dal probabile definitivo fallimento repubblicano di cancellare “Obamacare”, potrebbe portare a variazioni importanti alla legge del 2010, rafforzando il ruolo delle compagnie di assicurazione private e in senso diametralmente opposto all’iniziativa di Sanders per un sistema sanitario pubblico.

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Avanza ripristino elettrico a Cuba

Cubadebate (italiano) - Gio, 14/09/2017 - 02:41

servicios-electrico-plaza-fIl processo di ripristino del servizio elettrico avanza in tutto il paese, assicurò a Cubadebate Jorge Armando Cepero Hernandez, direttore di distribuzione dell’Unione Elettrica. Secondo il dirigente, attualmente già è interconnesso tutto il Sistema Elettro-energetico Nazionale e si incorporarono le principali unità generatrici, eccetto la Guiteras per il grado dei danni causati da Irma.

“I principali generatori del paese stanno funzionando e sono interconnessi al Sistema Elettrico Nazionale (SEN), benché non si incorpori Guiteras per i grandi danni che ha sofferto. Siamo riusciti nel pomeriggio di ieri ad allacciare il sistema attraverso la rete di 110 mila volt ed oggi rimane ristabilito attraverso la rete di 220 mila volt”, informò.

Il dirigente spiegò che rimane in attesa allacciare la linea Guiteras-Santa Clara col quale rimarrebbe restituita completamente la rete di trasmissione nazionale.

“Il paese ha un 70% di recupero, ed è per ciò che ha cominciato il trasferimento degli operai delle province che hanno già il servizio in buone condizioni come Pinar del Rio, Santiago di Cuba e Granma”, segnalò Cepero Hernandez.

Nel caso della capitale alle tre del pomeriggio di oggi si trova ad un 77% di recupero delle linee di distribuzione principale, cifra che deve aumentare nelle prossime ore.

“Tutte le reti principali di distribuzione sono ristabilite, come le sottostazioni che le alimentano; rimangono solo casi gravi e soprattutto di assicurare la generazione che appoggi il consumo che si genererà. Esistono anche difficoltà in alcune reti secondarie”, delimitò.

Cepero Hernandez ha messo in chiaro che le province centrali, soprattutto nella loro porzione nord risultarono molto danneggiate dopo il passaggio dell’uragano. Nel caso di Nuevitas, Esmeralda, Puerto Padre, Bolivia, Chambas, Yaguajay e Caibarien si lavora intensamente per offrire al più presto possibile il servizio.

L’uragano Irma colpì 2300 circuiti di distribuzione primaria dei quali rimangono in attesa di essere aggiustati ancora 644.

Stato di ripristino

Pinar del Rio 99%
Artemisa 94%
L’Avana 77%
Mayabeque 82%
Matanzas 34%
Villa Clara 30%
Cienfuegos 72 percento

Sancti Spiritus 47%
Ciego de Avila 20%
Camagüey 73%
Las Tunas 74%
Holguin 92%
Granma 100%
Santiago de Cuba 99,9%
Guantanamo 99,4%

di Oscar Figueredo Reinaldo

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Erdogan e i missili di Putin

Altrenotizie.org - Gio, 14/09/2017 - 00:00

di Michele Paris

Il progressivo allontanamento della Turchia dal blocco occidentale e dalla NATO ha trovato una nuova conferma questa settimana dopo che il presidente, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato la sostanziale ratifica del contratto di acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400. La notizia era nota già da qualche tempo, ma le parole di Erdogan hanno confermato che un primo pagamento è effettivamente avvenuto a favore di Mosca per un equipaggiamento che rischia di incrinare ancor più i rapporti tra Ankara e i suoi tradizionali alleati, a cominciare dagli Stati Uniti.

Il tempismo dell’annuncio del presidente turco non è per nulla casuale, inserendosi in un momento segnato dalle tensioni con Washington sulla crisi siriana e, proprio nei giorni scorsi, da una nuova polemica con la Germania, da dove alcuni membri del governo avevano fatto sapere di voler congelare la vendita di armamenti alla Turchia.

Le relazioni sempre più complicate con gli USA sono da collegare alle contraddizioni non solo delle politiche americane nei confronti della Siria, ma anche di quelle della stessa Turchia, passata dalla guerra al regime di Assad alla sostanziale accettazione della permanenza al potere di quest’ultimo. La questione più grave che ha accentuato lo scontro tra Ankara e Washington è quella dell’appoggio degli Stati Uniti alle forze curde siriane, viste dalla Turchia come organizzazioni terroristiche legate ai ribelli curdi attivi all’interno dei propri confini.

Per quanto riguarda la Germania, lunedì da Berlino il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, aveva annunciato lo stop alle esportazioni di armi verso la Turchia, ufficialmente a causa del deterioramento dei diritti umani in questo paese. La decisione è sembrata essere tanto più grave alla luce dell’obbligo teorico di fornire armi a un alleato NATO, nel caso quest’ultimo ne faccia richiesta.

Da Ankara le reazioni sono state tutt’altro che positive, visto anche che le parole di Gabriel hanno seguito una serie di dispute tra i due paesi e la presa di posizione della cancelliera Merkel a inizio settembre nel corso di un dibattito elettorale, nel quale si era detta favorevole alla chiusura dei negoziati per l’accesso della Turchia all’Unione Europea.

La stessa Merkel martedì ha comunque attenuato in parte le dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, riconoscendo alla Turchia lo status di alleato nella guerra allo Stato Islamico (ISIS) e precisando che le vendite di armi saranno valutate in base alle singole richieste. La disputa con Berlino è comunque emblematica della parabola discendente dei rapporti tra la Turchia di Erdogan e l’Occidente nel corso degli ultimi due anni.

L’intesa con la Russia per il sistema S-400 era stata data come raggiunta già lo scorso mese di luglio, anche se in molti avevano da allora ipotizzato che l’acquisto sarebbe stato sospeso a causa delle pressioni occidentali.

Ankara necessita da tempo di un sistema anti-missile di lunga distanza, poiché al momento può contare soltanto su batterie di alcuni paesi NATO. Oltretutto, missili americani, tedeschi e olandesi erano stati rimossi dal territorio turco lo scorso anno, convincendo ancor più Erdogan della necessità di ricorrere a soluzioni alternative.

Già nel 2013, il governo turco aveva siglato un accordo di fornitura per un sistema anti-aereo cinese, ma due anni più tardi era stato cancellato su insistenza americana. Proprio dall’autunno del 2015, però, era iniziata la svolta strategica di Erdogan che ha portato il suo paese a riavvicinarsi a Mosca dopo il rischio concreto di un conflitto armato a causa dell’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione turca nel mese di novembre.

L’acquisto del sistema S-400 russo è un autentico schiaffo agli alleati NATO della Turchia. Innanzitutto, esso dà un impulso significativo alla partnership russo-turco, rafforzata in questi giorni anche dalla notizia della creazione di una “joint venture” in ambito energetico tra Gazprom e la turca Botas per la costruzione della porzione “onshore” del gasdotto Turk Stream che trasporterà verso occidente il gas naturale russo.

L’S-400, poi, non è integrabile con i sistemi NATO e l’alleanza non era stata nemmeno informata dal governo turco sui dettagli della fornitura. In definitiva, il completamento delle batterie russe potrebbe teoricamente consentire alla Turchia di chiudere il proprio spazio aereo ai velivoli degli alleati NATO.

Sulla decisione di Erdogan e sul suo avvicinamento alla Russia ha influito con ogni probabilità anche il possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel fallito golpe contro il presidente turco nel luglio del 2016. Se la mano di Washington era o meno dietro ai cospiratori non è ancor del tutto chiaro, ma è comunque evidente che Erdogan deve sentirsi in qualche modo al centro delle trame occidentali visto il progressivo divergere delle strategie di Turchia e USA in Siria e in Medio Oriente.

Da parte sua, il presidente turco ha dissimulato a malapena le ragioni del riorientamento strategico della Turchia. Nello spiegare la decisione di guardare a Mosca per il rafforzamento della difesa anti-aerea turca, Erdogan ha citato i costi eccessivi degli equipaggiamenti forniti dall’Occidente, ma ha aggiunto anche che i presunti alleati di Ankara “consegnano carri armati, cannoni e veicoli blindati a organizzazioni terroristiche [curde]” per poi lasciare sprovvista la Turchia del materiale necessario.

In un’intervista al giornale turco Hurriyet, lo stesso Erdogan ha infine confermato il sostanziale allineamento con la Russia anche in relazione alla situazione interna alla Siria, nonostante le persistenti divergenze su alcuni aspetti della crisi. In particolare, Erdogan ha salutato l’imminente negoziato di Astana e garantito la piena intesa con Mosca e Teheran sulle operazioni in fase di pianificazione per la località di Idlib, dove dovrebbe essere condotto un assalto per espellere le rimanenti forze legate ad al-Qaeda.

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USA, la guerra civile dei repubblicani

Altrenotizie.org - Mer, 13/09/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

L’allontanamento dalla Casa Bianca di molti tra i fedelissimi della prima ora di Trump, assimilabili alla fazione “populista” di estrema destra della galassia repubblicana, non ha risolto il conflitto interno al partito di governo negli Stati Uniti, ma ne ha se possibile aggravato la crisi fino a portarlo potenzialmente sull’orlo di una clamorosa scissione.

Il rimescolamento del team presidenziale negli ultimi mesi ha visto in sostanza affidare le questioni di politica estera a una sorta di giunta militare, guidata dagli influenti James Mattis (segretario alla Difesa), John Kelly (capo di gabinetto) e H. R. McMaster (consigliere per la Sicurezza Nazionale), mentre sul fronte interno l’agenda politica continua a essere in buona parte influenzata dalle tendenze “populiste”, sia pure senza significativi risultati concreti.

Questa evoluzione dell’amministrazione Trump è stata accolta pressoché unanimemente come una rivincita dell’establishment di Washington sull’ala libertaria-populista-neofascista che aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria delle elezioni del novembre 2016.

L’uscita di scena di individui come l’ormai ex “stratega capo” della Casa Bianca, Stephen Bannon, era vista invece come necessaria per rimettere in carreggiata un’amministrazione lacerata e in profonda crisi a causa anche di iniziative e prese di posizioni considerate troppo estreme di fronte alla crescente ostilità degli americani.

Le scosse registrate a Washington hanno però fatto poco o nulla per sanare le divisioni nel Partito Repubblicano e tutti i segnali indicano come siano ancora in atto manovre per orientare quest’ultimo sempre più verso la destra estrema. Addirittura, in molti parlano di un possibile nuovo movimento – di fatto neo-fascista – che faccia capo al presidente Trump e agli uomini a lui più vicini, anche se ormai quasi tutti allontanati dalla Casa Bianca.

A spiegare queste dinamiche c’è la fortissima sfiducia degli americani nei confronti della classe politica di Washington. Una frustrazione che l’estrema destra intende sfruttare e orientare nella direzione di un nazionalismo spinto, in primo luogo attraverso un’accesa retorica contro l’Islam e l’immigrazione, così da ostacolare il formarsi di un movimento indipendente di matrice progressista.

Questi temi, assieme alla guerra contro il “sistema”, a cominciare proprio da quello controllato dai vertici repubblicani, sono così al centro degli sforzi della destra al di fuori del Congresso di Washington e che continua a guardare a Trump come il propulsore di un nuovo blocco politico ultra-reazionario.

Nei giorni scorsi, una serie di apparizioni pubbliche di Stephen Bannon ha fatto salire il livello di apprensione tra i leader repubblicani, dopo che l’ex consigliere di Trump ha prospettato senza mezzi termini una vera e propria “guerra civile” nel partito in vista delle elezioni di “medio termine” dell’autunno 2018.

A inizio settimana, la testata on-line Politico ha dedicato un lungo articolo alle iniziative che Bannon sta mettendo in campo per cercare di impedire tra poco più di un anno la rielezione di deputati e senatori repubblicani identificati con l’establishment. Questa possibile battaglia interna ai candidati repubblicani ha scatenato il panico nel partito, con i leader di maggioranza preoccupati che una serie di primarie roventi e dispendiose possa consumare il partito e favorire i democratici.

Il numero uno repubblicano al Senato, Mitch McConnell, avrebbe già fatto pressioni sulla Casa Bianca per contenere le trame di Bannon, presumibilmente approvate dal presidente Trump. Ciò non ha però impedito allo stesso Bannon di muoversi per promuovere la candidatura di possibili rivali di senatori in carica che dovranno difendere i loro seggi nel 2018.

Nel mirino ci sarebbe in primo luogo il senatore Dean Heller del Nevada, già considerato tra i repubblicani più vulnerabili nel voto del prossimo anno perché il suo stato figura tra quelli vinti da Hillary Clinton nelle presidenziali del 2016. Heller è l’identikit del candidato che la destra repubblicana intende colpire nei prossimi mesi, dal momento che ha spesso criticato il presidente Trump, così come si era rifiutato di appoggiarlo durante la campagna per la Casa Bianca.

Secondo Politico, Bannon starebbe valutando sfide per le primarie anche contro altri senatori poco entusiasti di Trump o finiti recentemente ai ferri corti con il presidente. Tra di essi figurerebbero Jeff Flake (Arizona), Roger Wicker (Mississippi) e Bob Corker (Tennessee). Quest’ultimo qualche giorno fa ha fatto sapere di non essere certo di volersi ricandidare nel 2018, convincendo molti che il suo possibile ritiro sia legato alla guerra che potrebbe essere costretto a combattere nelle primarie con la destra del suo partito.

Bannon ha comunque già attivato vari consulenti e uomini di fiducia impegnati in alcuni gruppi conservatori operanti nelle campagne elettorali per reclutare candidati con curriculum di estrema destra che siano in grado di opporsi a quelli appoggiati dall’establishment repubblicano.

Lo sforzo è sostenuto dal punto di vista mediatico dal sito BreitbartNews, diretto dallo stesso Bannon, ed economicamente da vari finanziatori ultra-miliardari, a cominciare dal manager di “hedge fund”, Robert Mercer, e dall’imprenditore della Silicon Valley, Peter Thiel. I legami dell’estrema destra americana e di Bannon, egli stesso ex banchiere d’affari, con alcuni grandi donatori repubblicani smentisce chiaramente il carattere “popolare” del movimento in fase di aggregazione attorno a Trump.

Il primo test dei rapporti di forza in casa repubblicana sarà il prossimo 26 settembre, quando si terranno le primarie per il seggio del Senato in Alabama lasciato libero dopo la nomina a ministro della Giustizia di Jeff Sessions. In questo stato si scontreranno l’attuale senatore, Luther Strange, nominato temporaneamente al posto di Sessions e sostenuto dai vertici del partito, e l’ex giudice Roy Moore, candidato di Bannon e della destra del partito.

Per molti commentatori negli Stati Uniti, lo scontro tra i repubblicani potrebbe non rimanere confinato all’interno del partito. Il New York Times, citando varie personalità vicine ai repubblicani, lunedì ha scritto che mai come in questo frangente storico sembra esistere il potenziale per la nascita di un terzo partito con reali ambizioni di governo.

A contribuire a questo scenario è in primo luogo proprio Donald Trump, “incapace o non interessato a tenere assieme il partito”, visto come impedimento o come fattore che aggrava l’impopolarità del presidente. I primi mesi della sua amministrazione sono stati segnati d’altra parte da svariati attacchi ai leader repubblicani al Congresso, spesso accusati di non essere in grado di far approvare l’agenda politica della Casa Bianca.

Se i tempi siano maturi per la nascita di un nuovo soggetto politico negli Stati Uniti è però tutto da verificare. Quel che è certo è che l’evolversi del panorama americano verso un possibile “terzo partito” attorno alla figura di Trump rappresenta uno sviluppo totalmente reazionario che minaccia di spostare gli equilibri politici a Washington ancora più a destra rispetto anche a quelli attuali.

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La Corea allontana USA ed Europa

Altrenotizie.org - Mar, 12/09/2017 - 00:00

di Michele Paris

L’aggravarsi della crisi nella penisola di Corea e il crescente rischio di un conflitto nucleare sembrano avere approfondito le divisioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e i governi europei. Mentre Washington si apprestava a preparare una durissima proposta di risoluzione alle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha lanciato infatti un’ipotesi di negoziato sull’esempio di quello che nel 2015 portò allo sblocco dello stallo sul programma nucleare dell’Iran.

La Merkel ha avanzato l’idea nel corso di un’intervista pubblicata nel fine settimana dal Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, elaborando una posizione decisamente più moderata rispetto a quella americana che già aveva esposto a inizio mese durante l’unico dibattito elettorale in diretta televisiva con il leader socialdemocratico, Martin Schulz.

Il formato delle trattative di Vienna sull’Iran, secondo la Merkel, potrebbe essere adottato anche “per risolvere il conflitto nordcoreano”. A esso, “l’Europa e soprattutto la Germania dovrebbero essere pronte a prendervi parte in maniera attiva”, ha spiegato il capo del governo tedesco.

Il modello suggerito dalla Merkel prevedeva negoziati tra i rappresentanti della Repubblica Islamica da una parte e dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna) più quelli della Germania dall’altra. L’intesa definitiva, raggiunta a Vienna nel luglio del 2015, è stata descritta dalla Merkel come “un momento importante per la diplomazia”, tanto da essere potenzialmente replicato per la Corea del Nord.

Le parole della cancelliera ribadiscono la volontà del governo di Berlino di proporre sempre più la Germania come potenza in grado di intervenire attivamente nelle questioni internazionali e, come già ricordato, indicano ancora una volta i tracciati divergenti con l’amministrazione Trump, già evidenti fin dall’ingresso alla Casa Bianca del presidente repubblicano.

Gli Stati Uniti devono avere accolto con un certo fastidio l’intervento della Merkel sulla Corea del Nord. L’intervista è arrivata d’altra parte alla vigilia della convocazione del Consiglio di Sicurezza al Palazzo di Vetro, nel quale la risoluzione americana ha dovuto fare già i conti con la ferma opposizione di Russia e Cina a implementare quello che sarebbe un blocco commerciale ed energetico totale nei confronti del regime di Kim Jong-un.

Non solo, il riferimento della Merkel all’accordo sul nucleare iraniano è doppiamente irritante per Washington, visto che Trump e buona parte del suo staff denunciano da tempo i termini sottoscritti a Vienna e, anzi, minacciano di ritirare gli USA dall’intesa alla prima occasione possibile.

La presa di posizione della cancelliera tedesca rischia così di allargare ulteriormente il solco tra gli Stati Uniti e l’Europa. Praticamente tutti i governi del vecchio continuano ad avvertire Washington che un passo indietro sul nucleare di Teheran sarebbe uno sbaglio enorme, in primo luogo perché molte aziende europee hanno ormai gettato le basi per il ritorno sul mercato iraniano.

Trump sembra intenzionato comunque a non certificare nuovamente l’adempienza dell’Iran ai termini dell’accordo di Vienna quando sarà chiamato a farlo per la terza volta a metà ottobre. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) continua in realtà a confermare il comportamento conforme all’intesa da parte di Teheran, ma l’amministrazione repubblicana ha di fatto anticipato che ricorrerà a qualsiasi giustificazione per far naufragare l’accordo.

Una mossa in questa direzione sarebbe basata su scelte di natura puramente strategica, essendo l’Iran uno dei principali ostacoli agli interessi USA in Medio Oriente e al tentativo di impedire l’integrazione euroasiatica in atto, di cui la Repubblica Islamica è appunto uno snodo cruciale.

Inevitabilmente, quindi, il precipitare della crisi nella penisola di Corea dopo il sesto test nucleare del 3 settembre scorso ha finito per sovrapporsi alle tensioni esplose tra le due sponde dell’Atlantico dopo l’arrivo al potere di Donald Trump con la sua agenda ultra-nazionalista.

Sulla questione coreana, i governi europei hanno finora assecondato le dure condanne del regime di Kim provenienti da Washington, ma le rispettive reazioni hanno evidenziato approcci innegabilmente diversi. Se gli USA hanno affermato che il tempo del dialogo è ormai passato e non hanno mai escluso l’opzione militare, inclusa quella nucleare, giungendo anzi talvolta ad ipotizzarla seriamente, l’Europa si è fermata alle sanzioni punitive come strumento per giungere a una qualche soluzione diplomatica.

La stessa Merkel avrebbe già preso iniziative in questo senso, avendo discusso nei giorni scorsi della Corea del Nord con il presidente cinese, Xi Jinping, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, e, secondo il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, anche con Vladimir Putin.

Il governo tedesco non è comunque l’unico a voler escludere l’uso della forza. L’ambasciatore francese all’ONU, François Delattre, ad esempio, ha detto settimana scorsa all’americana CBS che le sanzioni, “più pesanti risulteranno, più ci renderanno forti nel promuovere una soluzione politica” alla crisi coreana.

Leggermente più sfumata è invece la posizione britannica, dal momento che essa si incrocia con i dilemmi strategici di Londra legati alla “Brexit”. Il rappresentante del governo May alle Nazioni Unite, Matthew Rycroft, ha anch’egli collegato eventuali nuove sanzioni contro il regime di Kim alla necessità di lanciare un’iniziativa diplomatica.

Tuttavia, come ha scritto domenica il Guardian, Downing Street non vuole rompere con l’amministrazione Trump, sulla quale conta per mandare in porto un accordo di libero scambio di importanza fondamentale dopo l’uscita dall’Unione Europea. Nonostante queste apprensioni, anche Londra si oppone sia a un’iniziativa militare contro la Corea del Nord sia all’uscita degli USA dall’intesa sul nucleare iraniano.

Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad ogni modo, nella giornata di lunedì si è votato su una risoluzione americana ammorbidita, vista l’impossibilità di ottenere l’appoggio di Mosca e Pechino su una versione precedente. In essa, Washington chiedeva tra l’altro l’embargo sulle forniture di greggio alla Corea del Nord, lo stop alle esportazioni di manufatti tessili e sanzioni dirette contro Kim Jong-un.

Russia e Cina non sono evidentemente disposte a forzare il tracollo dell’economia nordcoreana. Da parte dei membri europei del Consiglio di Sicurezza invece, il timore è che un impasse all’ONU possa spingere l’amministrazione Trump ad abbandonare la ricerca del consenso internazionale e ad agire in maniera unilaterale.

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Intensificano evacuazione delle famiglie cubane davanti alla vicinanza di Irma

Cubadebate (italiano) - Sab, 09/09/2017 - 00:41

cono-trayectoria-irma-3pm-580x330Con la premessa di evitare perdite umane si intensifica oggi a Ciego de Avila l’evacuazione delle famiglie davanti alla prossimità del pericoloso uragano Irma nei Cayo del nord di questa provincia centrale cubana.

Più di 37 mila abitanti delle zone più propense ad inondazioni ed ad penetrazioni del mare si sono trasferiti in abitazioni più confortevoli della comunità od ai 120 centri di evacuazione condizionati per l’occasione.

I municipi dello zona nord di Ciego de Avila ed il villaggio di Jucaro nella parte meridionale sono i più vulnerabili ai danni del poderoso uragano, che si ubica già a circa 300 chilometri all’est di Cayo Coco.

Moron, Bolivia e Chambas, e di questo ultimo il villaggio di Punta Alegre con case precarie ubicate molto vicino alla riva del mare saranno i territori di maggiore rischio davanti alla minaccia del potente fenomeno meteorologico.

Sono anche stati protetti in luoghi sicuri i più di 600 giovani stranieri che studiano nelle università del capoluogo di provincia al fine di protegger le loro vite.

Oltre al piano di evacuazione, la provincia di Ciego de Avila ha adottato altre misure come il raccolto di circa 13 mila tonnellate di zucchero, la pulitura dei sistemi di irrigazione nell’agricoltura e la protezione dei pannelli solari.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Fidel e Raúl, comunione di idee

Cubadebate (italiano) - Ven, 08/09/2017 - 03:55

portada-libro-raul-castro-nFrammenti del prologo del libro “Raul Castro e Nostra America. 86 discorsi, interventi e dichiarazioni”.

Ho letto con meditata attenzione le pagine di questo libro che contiene frammenti di 86 discorsi, discorsi, interventi e dichiarazioni di Raúl Castro Ruz su vari aspetti della politica internazionale, la realtà di Cuba in quel contesto, lo sviluppo economico e sociale del paese e la trascendenza del pensiero rivoluzionario.

Nell’introduzione, il giovane analista e ricercatore ci presenta una visione sintetica dell’ascendente forza e radicate convinzioni di colui a cui le circostanze di una vita marcata, sin dalla sua prima gioventù, dalla sua vocazione di ribelle, lo hanno unito a Fidel non solo da legami fraterni ma per comunione di idee.

***

Un anno prima che si celebrasse il centenario della nascita di Jose Marti, il colpo di stato militare di Batista fu, come si direbbe in buon cubano, la ciliegina sulla torta.

Un anno prima, un’altra onorabile promessa, Eduardo Chibás, chiamato Adalid, aveva consumato il suicidio, il 16 agosto 1951, chiudendo quello che avrebbe potuto essere una via d’uscita, una possibile soluzione politica, anche se caotica ed
incoerente per la diversità degli elementi che nutrivano il suo partito.

A questo punto Fidel si rende più visibile, dopo la sua forgia come dirigente universitario e scrittore il cui pensiero supera le pagine del manifesto. I suoi articoli nella stampa guadagnano popolarità mentre si tempra una selettiva ed agguerrita avanguardia, punta di diamante della Rivoluzione. Dalla Colina universitaria scenderanno i giovani, nell’aprile del 1952, per la simbolica sepoltura  della costituzione democratica calpestata dall’usurpatore. E lì sarebbe apparso pubblicamente il giovane alfiere, Raul, che, nel marzo 1953, viaggerà in Europa per partecipare alla Conferenza Internazionale sui Diritti delle Gioventù, che si terrà a Vienna.

Mi sembra di ascoltare oggi la sua narrazione di quel viaggio che molti anni dopo supera, con il calore della viva parola, ciò che abbiamo letto delle sue testimonianze. Il suo avventuroso itinerario lo porta a Bucarest dove si preparava il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti ed al ritorno scopre la città di Parigi, dove solo 82 anni prima, i comunardi avevano cercato di toccare il cielo con le mani. Le stesse strade attraverso le quali i bellicosi ribelli della cosiddetta Era della Rivoluzione, tra il 1789 ed il 1848; la città descritta anche da Martí nel suo opulento splendore.

Raul, con i suoi due compagni di viaggio, guatemaltechi, voleva imbarcarsi nel suo  inaugurale viaggio transatlantico sulla nave Ile de France, ma uno sciopero dei lavoratori li costrinse a navigare lungo le coste d’Italia e prendere, nel porto di Genova, la nave da carico e passeggeri Andrea Gritti (…)

Raul ha raccontato che nel lungo viaggio di ritorno a Cuba giunsero a La Guaira e con gli ultimi soldi che possedeva decise di prendere la vecchia strada degli spagnoli sino a Caracas, al solo scopo di riverire, come prima, nel marzo 1881, lo aveva fatto Martí davanti alla sua statua,  il liberatore Simon Bolivar, mentore e artefice dell’emancipazione di cinque nazioni e dell’ideale dell’unità continentale.

A L’Avana una lapide posta nella porta del molo di di San Francisco, oggi Sierra Maestra, ci ricorda il ritorno di Raul a Cuba, quel 6 giugno 1953, a bordo dell’Andrea Gritti. Con il Comandante della Rivoluzione Juan Almeida e per sua iniziativa, abbiamo segnalato il posto dove lo hanno arrestato quando identificato dal Bureau per la Repressione delle Attività Comuniste (BRAC).

***

La storia lo ha portato, per proprio diritto, a succedere al più importante pensatore politico ed al cubano che dopo Jose Marti conobbe, con maggior profondità, il contesto globale e le relazioni tra Cuba e USA.

Con Fidel ha condiviso l’insurrezione e la vittoria.  Fu, insieme a lui, fondatore del Partito Comunista di Cuba, chiave per la comprensione di una società che ha richiesto, richiede e richiederà dell’unità monolitica per sopravvivere. Ma lo ha concepito come un partito della nazione aperto al dialogo, attento alla realtà che palpita nel cuore del popolo.

Non teme il futuro. Ognuno dei suoi compleanni, ogni 3 giugno, pianta un albero nel giardino che di solito percorre nei suoi pochi momenti di svago.

Al depositare nel monolite di pietra l’urna contenente le ceneri di Vilma, le baciò con sincera devozione. Un pò audacemente gli dissi su ciò che sarebbe inevitabilmente accaduto dopo quel momento: “Generale Presidente, lei sarà ora  più amato e meno temuto” ..

di Eusebio Leal

(Originariamente pubblicato sul quotidiano Granma)

tradotto da Francesco Monterisi per Cubainformazione.it

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Myanmar, il vero volto di San Suu Kyi

Altrenotizie.org - Gio, 07/09/2017 - 00:00

di Michele Paris

Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.

San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.

Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.

A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.

I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.

I musulmani Rohingya che hanno lasciato i loro villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.

La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.

L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).

Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.

È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.

Il sostegno garantito da Washington alla NLD era collegato ai tentativi di sottrarre un paese strategico come il Myanmar all’influenza cinese, cresciuta a dismisura nel corso degli anni della dittatura militare durante i quali esso era virtualmente isolato dalla comunità internazionale.

Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.

Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.

Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.

Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.

Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.

A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.

Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.

La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.

La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.

Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.

Il Myanmar rappresenta d’altronde una componente importantissima della strategia di crescita e di integrazione economica euro-asiatica della Cina, interessata, tra l’altro, a fare di questo paese un punto di transito delle rotte energetiche e commerciali provenienti dal Medio Oriente, in modo da evitare le potenzialmente pericolose vie marittime sud-orientali.

In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.

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Giornalista colombiana paga ex funzionario affinché racconti menzogne sul Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mer, 06/09/2017 - 04:00
Edgar Sevilla

Edgar Sevilla

La giornalista colombiana Claudia Cano pagò un ex funzionario del Servizio Bolivariano di Intelligenza (Sebin) affinché mentisse sul Venezuela come parte della campagna diffamatoria internazionale contro la Rivoluzione bolivariana ed i suoi funzionari.  

D’accordo con un reportage della multinazionale TeleSur, Cano, del Canale 1 colombiano, pagò otto milioni di pesi colombiani (circa due mila dollari) all’ex integrante del Sebin, Edgar Sevilla affinché parlasse di supposte torture contro attivisti politici carcerati in Venezuela.

Inoltre, l’ex funzionario dell’organo venezuelano di intelligenza doveva mentire su supposti vincoli del dirigente socialista Diosdado Cabello e l’attuale direttore del Sebin, Gustavo Gonzalez, col gruppo del narcotraffico denominato Cartel de los Soles.

Secondo l’investigazione giornalistica, Cano e Sevilla mantennero per quell’obiettivo contatti telefonici ed un incontro nella panetteria Caffè Las Delicias di Bogotà.

Un materiale di audio sulla riunione svela la preoccupazione di Sevilla per “dire menzogne” sulla realtà del Venezuela.

“No, no, no, non sono bugie. Sono, vediamo: affinché la notizia abbia enfasi e sia più interessante, bisogna aggiungere dei fatti piccanti, perché non andiamo a raccontare una cosa così, tanto lineare. Bisogna mettergli il piccante ed alti e bassi, nella notizia”, rispose Cano.

La giornalista colombiana ha consigliato l’ex funzionario venezuelano affinché assuma questo compito come una supposta forma di aiutare i suoi “fratelli venezuelani”, con l’obiettivo di divulgare l’idea di una presunta fuga per ragioni umanitarie.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Canal1

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“Loi Travail”: la controrivoluzione di Macron

Altrenotizie.org - Mer, 06/09/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

La riforma del lavoro in Francia, minacciata in campagna elettorale dal presidente Emmanuel Macron e presentata ufficialmente qualche giorno fa dal primo ministro Édouard Philippe, mira in maniera esplicita a garantire alle aziende private mano libera nel licenziare i propri dipendenti e a fissare regole di lavoro più flessibili e a loro totale vantaggio.

Soprattutto, la misura che verrà approvata per decreto dal governo nel mese di settembre è vista sempre più come un test cruciale per la classe dirigente francese, chiamata a dare un esempio a livello internazionale della capacità di liberalizzare in maniera drastica il mercato del lavoro e di reprimere la vasta opposizione popolare che numerosi sondaggi stanno da tempo registrando.

Il testo della nuova “loi travail” francese si compone di 36 provvedimenti che promettono in gran parte di liquidare il contenuto del codice del lavoro. La stampa d’oltralpe e internazionale si è concentrata però su una manciata di misure più significative e potenzialmente in grado di stravolgere i rapporti tra lavoratori e padroni.

Alcune misure, inoltre, rispecchiano quelle messe da parte lo scorso anno dal governo del Partito Socialista e dal presidente François Hollande, la cui riforma del lavoro era stata accolta da massicce manifestazioni di protesta in tutto il paese.

La nuova legge, secondo Macron e il suo governo, dovrebbe finalmente scuotere il mercato del lavoro e contribuire ad abbassare il livello di disoccupazione, ben al di sopra di quello registrato nei paesi considerati come i principali rivali del capitalismo francese, ovvero Germania e Gran Bretagna.

Uno dei punti chiave della riforma è la “decentralizzazione” a livello aziendale dei negoziati per i contratti di lavoro, in aperta violazione quindi di quelli collettivi nazionali. Secondo l’interpretazione ufficiale, questa norma consentirà alle singole compagnie di trattare con i rappresentanti dei propri dipendenti condizioni di lavoro più adatte alle circostanze dettate dal mercato. In realtà, in questo modo i dipendenti risulteranno divisi ed esposti al ricatto dei vertici aziendali, con la collaborazione dei sindacati, essendo privati della forza dell’intera categoria di lavoratori a cui appartengono a livello nazionale.

Le aziende potranno poi licenziare molto più facilmente rispetto a oggi. Mentre fino ad ora eventuali licenziamenti di massa possono essere bloccati se l’azienda in questione ha attività o filiali all’estero che fanno registrare profitti, la riforma Macron fisserà come riferimento le sole operazioni in territorio francese.

Legato a questo provvedimento ce n’è un altro che riduce i risarcimenti dovuti ai lavoratori in caso di licenziamenti ingiustificati. Non solo, anche i tempi a disposizione dei lavoratori per presentare ricorso contro i licenziamenti si restringono, passando da due anni a uno solo.

Esplicitamente a favore delle aziende medio-grandi è infine la cancellazione di alcune regole previste una volta superati i 50 dipendenti. La deregolamentazione stabilita dalla riforma elimina varie prescrizioni che i datori di lavoro denunciano come un ostacolo alla produttività e ai profitti, come la nomina di rappresentanti dei lavoratori e la creazione di consigli e comitati che verranno invece accorpati in un unico organo.

Il presidente Macron e il governo, guidato dall’ex Socialista ed ex gollista Philippe, sono ben consapevoli che la nuova riforma del lavoro francese è vista con ostilità dalla maggioranza della popolazione. Precisamente per questa ragione è stata scelta la strada del decreto esecutivo, con il parlamento che sarà soltanto chiamato ad approvarla senza trattative e lunghi dibattiti.

Il pacchetto di misure appena presentato a Parigi è stato poi negoziato in segreto negli ultimi mesi tra il governo, gli imprenditori e, in maniera cruciale, i sindacati. Questi ultimi risulteranno probabilmente decisivi nel mandare in porto la riforma, anche se, viste le resistenze tra i lavoratori, i loro leader stanno in questi giorni manifestando riserve più o meno significative.

La CGT, vicina al Partito Comunista, sembra opporsi del tutto alla legge e ha indetto una manifestazione di protesta per il 12 settembre prossimo. La moderata CFDT e la teoricamente più combattiva FO hanno invece anch’esse espresso critiche al governo, ma hanno annunciato che i loro membri non parteciperanno alla protesta della CGT.

A livello politico, spicca l’ipocrisia di un Partito Socialista lacerato dalle divisioni interne. Ufficialmente, il PS si oppone alla riforma, ma un suo governo aveva avanzato le stesse proposte di Macron lo scorso anno. Anche i Socialisti, poi, non prenderanno parte né alle manifestazioni sindacali né a quelle pianificate dall’ex candidato alla presidenza, Jean-Luc Mélenchon, del movimento “Francia ribelle”.

Macron, da parte sua, ha ammesso che la riforma del lavoro non incontra i favori dei francesi. In un’intervista rilasciata recentemente al giornale Le Point, il presidente ha riconosciuto di dover “convivere con l’impazienza dei francesi nei prossimi mesi”, ma ha nondimeno promesso di portare a termine la “trasformazione” del mercato del lavoro del suo paese.

Molti giornali europei e americani negli ultimi giorni hanno dedicato editoriali e analisi alla “missione” o “battaglia” che attende Macron e il suo governo. Invariabilmente, la raccomandazione è quella di mettere in atto qualsiasi sforzo per riformare un sistema insostenibile che strangolerebbe la crescita economica e i profitti delle aziende. Soprattutto, un successo contro i lavoratori in Francia rappresenterebbe un evento decisivo, visti i precedenti storici come quello del 1968, che spianerebbe la strada a riforme simili in altri paesi con un mercato del lavoro ritenuto ancora troppo “rigido”.

L’intenzione del governo francese è inoltre quella di procedere nella maniera più spedita possibile, non solo con le modifiche al mercato del lavoro, ma con un piano di contro-riforme che dovrebbe cambiare radicalmente anche la natura del welfare d’oltralpe. Tra le altre misure allo studio, la più rivelatrice dell’attitudine del governo Macron è la riduzione del carico fiscale delle aziende private.

In un’intervista al Financial Times, la ministra del Lavoro, Muriel Pénicaud, ha fissato in 18 mesi la scadenza dell’ambizioso progetto di “riforma” del governo di Parigi. La ex manager di Danone ha parlato della necessità di muoversi in fretta per sfruttare “l’energia dell’esecutivo”, ma la speranza è piuttosto quella che un’azione rapida, eventualmente con metodi anti-democratici che bypassino il parlamento, possa limitare al massimo l’opposizione popolare.

Il riferimento di Macron nel muoversi in questa direzione è in primo luogo la cosiddetta “Agenda 2010”, implementata più di un decennio fa dal governo Social Democratico tedesco dell’allora cancelliere Gerhard Schröder. Questa riforma, attuata in buona parte con la legge “Hartz IV”, rivoluzionò il sistema sociale in Germania, consentendo tra l’altro la creazione di un mercato del lavoro dominato sempre più dal precariato e dalla compressione dei salari.

Vista la maggioranza parlamentare detenuta dal partito del presidente – “La République En Marche” – è molto probabile che la riforma del lavoro non incontrerà particolari ostacoli legislativi nelle prossime settimane. Inoltre, il governo e le forze di polizia avranno a disposizione i poteri straordinari garantiti dallo stato di emergenza tuttora in vigore per far fronte alle proteste che con ogni probabilità caratterizzeranno l’autunno francese. La legge sarà infine sottoposta anche a un esame della Corte Costituzionale a partire dal 28 settembre.

La legittimità di Macron e del governo nel procedere contro i lavoratori francesi è comunque testimoniata già da ora dal tracollo dell’indice di gradimento del presidente. Un recentissimo sondaggio commissionato a YouGov ha rivelato come solo il 30% dei francesi sia soddisfatto della performance di Macron, mentre il 54% risulti scontento e il 28% addirittura “molto scontento”.

A partire da quello che era stato salutato come un trionfo nelle elezioni presidenziali di maggio, Macron ha visto scendere in fretta il proprio livello di popolarità, rivelando la natura artificiosa e reazionaria della sua proposta politica. Se l’ex ministro Socialista aveva vinto in modo relativamente facile elezioni dominate dal disgusto verso la classe dirigente tradizionale, sono bastate poche settimane al potere per mostrare il suo vero volto e la popolarità che riscuote effettivamente nel paese.

A contribuire in maniera determinante al crescente discredito di Macron è proprio la “loi travail”, già avversata, sempre secondo un recente sondaggio, da quasi il 60% dei francesi ancor prima che tutto il suo contenuto reazionario sia conosciuto più approfonditamente da milioni di lavoratori che ne subiranno le conseguenze.

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