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USA, democratici e finti progressisti

Altrenotizie.org - 2 ore 39 min fa

di Mario Lombardo

Le varie anime di un Partito Democratico americano in crisi si sono riunite in Virginia a inizio settimana per cercare di gettare le basi di un nuovo programma politico che dovrebbe costituire la piattaforma da cui lanciare le prossime campagne elettorali dopo il clamoroso tracollo del novembre 2016.

Le prime proposte presentate dai leader democratici sono all’insegna di un molto cauto riformismo progressista, in un evidente tentativo di dare qualche risposta alle fortissime pressioni provenienti da un elettorato di riferimento spostato sempre più a sinistra, senza però alterare in maniera significativa l’orientamento neo-liberista del partito.

La proposta del Partito Democratico è stata battezzata “A Better Deal” e, in questa fase, si articola attorno a tre questioni principali. La prima riguarda il rafforzamento delle leggi anti-trust, a fronte della tendenza alla concentrazione delle grandi corporation americane, mentre le altre dovrebbero portare a una riduzione del costo dei medicinali e all’aumento dei posti di lavoro e delle retribuzioni.

A scanso di equivoci, nessuna delle ricette offerte dai democratici americani si ispira a principi autenticamente progressisti, per non dire socialisti. Per stessa ammissione della senatrice Elizabeth Warren, icona dei “liberal” d’oltreoceano, le modifiche alla piattaforma democratica presentate lunedì sono da considerare “pro-market” e quindi, anche se implementate, farebbero poco o nulla per cambiare la situazione economica e sociale odierna.

Lo spirito con cui i vertici democratici hanno dato vita all’iniziativa di questa settimana è chiaro dal ruolo svolto in essa dalla personalità più importante del partito, il leader di minoranza al Senato, Charles Schumer.

Il senatore dello stato di New York aveva anticipato l’evento di lunedì in Virginia con un commento pubblicato sul New York Times, nel quale lamentava di come il sistema americano sia stato “truccato” dai grandi interessi economici, a cui “è stato permesso di riscrivere le regole in loro favore”.

Per questa ragione, spiegava Schumer, viene ormai disatteso il principio condiviso della società americana, per cui chiunque “lavori duramente e rispetti le regole” può permettersi di “possedere una casa e un’auto, mandare i figli al college e garantirsi una pensione dignitosa”.

La disonestà di Schumer, così come del nuovo programma del Partito Democratico, consiste nel fatto che il primo è uno dei principali beneficiari delle donazioni elettorali delle grandi banche di Wall Street, mentre il secondo, per limitarsi agli ultimi due decenni, ha presieduto a governi che hanno promosso la deregulation economico-finanziaria, responsabile delle esplosive differenze di reddito attuali, e favorito il trasferimento di ricchezza verso il vertice della piramide sociale. In altre parole, lo stesso Partito Democratico è pienamente responsabile della manomissione del sistema che i suoi leader pretendono di denunciare.

Non essendosi verificato alcun ricambio all’interno del partito, l’operazione scaturita dalla batosta elettorale dello scorso anno risulta quindi puramente di facciata. Attraverso di essa, i democratici cercano di intercettare con slogan vuoti il consenso di quella stessa fetta di elettorato maggiormente colpita dai cambiamenti economici di questi anni e che aveva in parte premiato il populismo di Trump anche come protesta nei confronti dei democratici stessi.

La sola natura del Partito Democratico come organizzazione ultra-screditata al servizio di una fazione dei grandi interessi economici americani renderebbe quasi superflua la lettura e l’analisi delle proposte contenute nel cosiddetto “Better Deal”.

Alcune delle misure avanzate, ad ogni modo, sono tutt’altro che nuove e, significativamente, si richiamano talvolta a proposte già contenute nel programma di Trump, tra cui il piano per la costruzione e il rinnovamento delle infrastrutture del paese, studiato dall’attuale inquilino della Casa Bianca come una sorta di regalo alle imprese private.

Sul fronte del lavoro, poi, non si va oltre i soliti crediti fiscali per le aziende disposte ad assumere o ai programmi di formazione rivolti ai disoccupati. La stessa proposta di alzare a 15 dollari l’ora la paga minima è ispirata dalle battaglie di alcune organizzazioni vicine al Partito Democratico, sfociate negli ultimi anni in qualche modesta vittoria. Anche se adottato, in molti stati e città americane questo livello minimo di retribuzione non garantirebbe oggi l’uscita dalla povertà, per non parlare del fatto che, oltretutto, esso sarebbe raggiunto solo in maniera graduale.

Per quanto riguarda la lotta ai monopoli promessa dai democratici, invece, quello di cui si parla nel nuovo programma è poco più di un vago rafforzamento del controllo federale sulle fusioni, assieme alla creazione di un organo che garantisca la concorrenza e segnali eventuali situazioni problematiche agli enti governativi addetti alla vigilanza in questo ambito.

Il lancio della piattaforma democratica ha trovato poco spazio sui media americani, interessati più che altro agli sviluppi del “Russiagate”, cioè una campagna reazionaria alimentata in larga misura proprio dal partito di opposizione a Washington.

Molti commenti dedicati all’evento hanno comunque evidenziato il carattere opportunistico dell’operazione, anche tra le testate più vicine al Partito Democratico. Il Washington Post ha scritto ad esempio che il “Better Deal” democratico sembra servire a “tenere calma, almeno per il momento, una sinistra irrequieta”.

Il New York Times ha a sua volta ammesso che il progetto democratico è stato studiato per “soddisfare quante più fazioni possibili – populisti ‘liberal’, moderati suburbani, attivisti per la giustizia sociale – fissando nel contempo alcuni principi economici generici a cui vincolare formalmente il partito”.

In sostanza, i leader democratici stanno cercando di superare le divisioni tra l’ala centrista e quella “liberal”, mettendo assieme un programma elettorale che dia spazio ad alcune istanze moderatamente progressiste, non tanto perché esista una reale volontà di metterle in pratica ma per provare a invertire il declino di un partito considerato, a ragione, sempre più lontano da lavoratori e classe media.

Una strategia, quella del Partito Democratico, che non ha dunque nulla di progressista e che potrà tutt’al più raccogliere qualche successo nei prossimi appuntamenti elettorali solo grazie all’impopolarità delle politiche ultra-reazionarie dell’amministrazione Trump e della maggioranza repubblicana al Congresso.

La conferma del vicolo cieco che offre il Partito Democratico americano l’ha data lo stesso Schumer nel discutere la nuova piattaforma. Il senatore di New York ha fatto riferimento più volte alla strategia elettorale di Trump, da lui più o meno apertamente celebrato per essere riuscito a offrire un progetto politico “populista” in grado di far presa sulla “working-class” americana.

La pretesa dei democratici di rappresentare una vera forza di opposizione contro l’agenda anti-sociale dei repubblicani è smentita infine anche dalla disponibilità di Schumer a trovare un compromesso e a lanciare una collaborazione con la Casa Bianca e la maggioranza al Congresso su alcune delle questioni all’ordine del giorno, come la “riforma” sanitaria voluta da Trump o l’intensificazione di pericolose misure protezionistiche in ambito commerciale.

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Maduro: “la Costituente è l’espressione più grande del potere del popolo”

Cubadebate (italiano) - Mar, 25/07/2017 - 03:18

Nicolás-Maduro-1-580x378Il popolo venezuelano è ad una settimana dalla gran vittoria nell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), risaltò il presidente Nicolas Maduro, durante il suo abituale programma domenicale.  

“Ad appena una settimana della gran vittoria dell’ANC si ascolta l’allegria di un popolo che vuole pace”, emerse il mandatario, nell’inizio del suo programma “Las domenicas con Maduro”, che questa volta si è trasmesso dalla Piazza Bolivar della capitale.

Secondo il presidente venezuelano, l’ANC, i cui suffragi si realizzeranno il 30 luglio, “è l’espressione più grande del potere originario”, e risaltò che “è il potere che può fare tutto, che può rigenerarlo tutto, può crearlo tutto di nuovo. Il potere dei poteri, non esiste un altro potere al di sopra della Costituente.”

Respinse anche le azioni interventiste di alcuni paesi della regione fatte contro Venezuela, e risaltò che è il popolo, come potere originario, “è l’unico che dà ordini al governo.”

“Dall’estero la destra imperiale crede che possa dare ordini al Venezuela, ed in Venezuela l’unico che dà ordini è il popolo sovrano. Qui comanda il popolo, non comandano governi imperiali né stranieri”, sottolineò il capo di stato.

A sua volta, ripudiò così la posizione interventista adottata dai governi dell’Argentina, Brasile, Perù, Stati Uniti e di altri paesi della regione contro Venezuela.

Ha catalogato come “insolito” e “scritto male” il comunicato emesso recentemente dagli Stati Uniti, nel quale Washington minaccia Venezuela di applicare forti sanzioni economiche, se prosegue con la Costituente.

Maduro enfatizzò che, a dispetto delle azioni interventiste contro questa nazione sud-americana, il 30 luglio si realizzeranno i suffragi nei quali si sceglieranno 537 dei 547 deputati costituenti.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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“Russiagate”, il Congresso sfida Trump

Altrenotizie.org - Mar, 25/07/2017 - 00:00

di Michele Paris

Mentre il consigliere/genero del presidente Trump, Jared Kushner, è apparso per la prima volta lunedì di fronte a una delle due commissioni del Congresso incaricate di indagare sui presunti legami tra l’amministrazione repubblicana e la Russia, lo scontro interno alla classe politica americana ha fatto segnare un altro aggravamento in seguito all’accordo bipartisan sull’approvazione di nuove sanzioni contro Mosca di cui la Casa Bianca avrebbe fatto volentieri a meno.

Il pacchetto che contiene ulteriori misure punitive nei confronti di entità russe era stato approvato quasi all’unanimità nel mese di giugno dal Senato di Washington. Alla Camera si era però arenato, ufficialmente per questioni tecniche ma in realtà a causa delle perplessità di alcuni deputati repubblicani poco inclini a votare una misura che avrebbe potuto mettere in imbarazzo l’amministrazione Trump.

L’appartenenza al partito non ha comunque impedito la ormai molto probabile risoluzione del percorso parlamentare delle nuove sanzioni. Anzi, come previsto, la legge è stata scritta in modo da rappresentare precisamente una sfida alla Casa Bianca sulla questione del cosiddetto “Russiagate”.

Nel pacchetto di sanzioni, che dovrebbe approdare in aula alla Camera dei Rappresentanti già martedì, sono incluse misure punitive anche contro l’Iran e, al contrario della versione iniziale licenziata dal Senato, la Corea del Nord. Ciò mette decisamente alle strette Trump, il cui eventuale veto finirebbe per bloccare sanzioni contro Teheran e Pyongyang che egli stesso aveva richiesto e auspicato.

Non solo, il ricorso al veto presidenziale risulterebbe virtualmente inutile, visto che i leader del Congresso hanno assicurato che esiste una larga maggioranza in grado di annullarlo, e ad ogni modo non farebbe che accentuare il conflitto in corso tra i poteri dello stato.

Ancora peggio per la Casa Bianca, la legge impedisce di fatto al presidente di agire in maniera autonoma nell’applicazione delle sanzioni. Se Trump, cioè, giudicasse necessario un allentamento delle misure contro Mosca dovrebbe sottoporre una proposta al Congresso, senza la cui approvazione non potrebbero essere apportati cambiamenti allo status quo.

Gli scenari per la Casa Bianca sembrano essere dunque sempre più cupi, come confermano le prese di posizione pubbliche nei giorni scorsi di alcuni leader repubblicani, evidentemente intenzionati ad avvertire il presidente a non insistere sulla strategia russa perseguita finora.

Lo sblocco dell’impasse sul pacchetto di sanzioni ha così messo in imbarazzo una Casa Bianca già in pieno caos. Dall’amministrazione sono giunti segnali contraddittori nel fine settimana, anche se si è intravista una certa disponibilità a prendere atto della situazione e ad accettare di malavoglia l’iniziativa del Congresso.

La vice-capo ufficio stampa della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, aveva prima affermato alla ABC che Trump era in sostanza d’accordo con l’ultima versione del pacchetto di sanzioni, mentre in seguito il nuovo numero uno delle comunicazioni del presidente, Anthony Scaramucci, era apparso più cauto, avvertendo che una decisione in merito non era stata ancora presa.

La più che probabile approvazione definitiva delle nuove sanzioni contro la Russia sarà quindi prevedibilmente un’altra arma che gli oppositori di Trump utilizzeranno per aumentare le pressioni sulla sua amministrazione, così da convincerlo a cambiare rotta sugli indirizzi strategici americani.

Lo stesso accadrà quasi certamente anche dopo le testimonianze di questa settimana di Jared Kushner, sentito lunedì a porte chiuse dalla commissione Servizi Segreti del Senato e atteso invece martedì da un’audizione pubblica di fronte a quella della Camera.

Soprattutto, il tono delle risposte di Kushner alle domande di deputati e senatori sui suoi legami con la Russia potrebbe alimentare la caccia alle streghe in atto. Il Washington Post aveva pubblicato già nella mattinata di lunedì il contenuto delle dichiarazioni predisposte dallo stesso consigliere di Trump in preparazione alle due audizioni. In esse, Kushner mostrava appunto di voler continuare a negare contatti “impropri” o qualsiasi collusione con esponenti del governo di Mosca.

A poco più di sei mesi dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, il governo americano sta precipitando in una crisi quasi senza precedenti su una questione alimentata ad arte da una parte della classe dirigente e dai media ufficiali, nonostante non vi siano prove concrete delle “collusioni” con la Russia per orientare le elezioni e la politica estera degli Stati Uniti.

Un’ulteriore idea del livello di scontro interno al governo USA ha contribuito a darla nel fine settimana l’intervento in un forum dell’Aspen Institute di due uomini fino a pochi mesi fa ai vertici dell’intelligence americana. L’ex direttore della CIA, John Brennan, e l’ex direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), James Clapper, hanno di fatto invitato all’insubordinazione gli esponenti del governo incaricati di mettere in atto le decisioni del presidente Trump.

Il riferimento è andato in particolare al possibile licenziamento da parte di Trump del “consigliere speciale” dell’FBI, l’ex direttore Robert Mueller, impegnato a guidare l’indagine del “Russiagate”. Se ciò dovesse accadere, ha spiegato Brennan, si dovrebbe resistere a un ordine che risulterebbe “contrario ai valori di questo paese”, così che non solo il Congresso ma anche i funzionari governativi sarebbero chiamati a opporsi clamorosamente a una decisione che risulta peraltro tra le prerogative del presidente.

La disponibilità di una parte della classe politica e dell’apparato militare e dell’intelligence USA a violare le stesse norme democratiche consolidate dà a sufficienza la misura dell’importanza delle questioni che sono alla base del violento scontro che sta attraversando le istituzioni americane.

Per coloro che combattono contro l’amministrazione Trump, continuare a tenere alta la pressione sulla Russia è infatti una componente cruciale di un disegno strategico volto a frenare il declino dell’influenza degli Stati Uniti a livello globale.

Per quanto riguarda le sanzioni contro Mosca, l’iniziativa del Congresso rischia comunque di peggiorare non solo lo scontro interno agli USA ma anche con gli alleati europei. Con una tempestività che dimostra ancora una volta le crescenti tensioni intercontinentali, Bruxelles ha subito messo in guardia Washington dall’adottare misure punitive contro la Russia che non siano coordinate a livello di G7. Anzi, una dichiarazione della Commissione Europea ha addirittura prospettato ritorsioni se Trump dovesse firmare la legge in fase di approvazione al Congresso.

La durissima presa di posizione europea è dovuta soprattutto al contenuto delle ultime sanzioni anti-russe che, se implementate, metterebbero a rischio gli investimenti e la partecipazione a progetti nel settore energetico con Mosca di molte compagnie europee. Questo aspetto chiave non era stato toccato dalle precedenti sanzioni, decise dagli USA contro la Russia in collaborazione con l’Europa, mentre ora viene unilateralmente minacciato dall’azione del Congresso americano.

Un’azione, quella proveniente da Washington, che rischia perciò di distruggere quello che resta dell’apparente unità d’intenti con gli alleati europei nel penalizzare la Russia dopo l’esplosione della crisi in Ucraina, aggiungendo un nuovo fattore destabilizzante alle sempre più precarie relazioni transatlantiche nell’era Trump.

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Polonia, la fine del diritto

Altrenotizie.org - Lun, 24/07/2017 - 00:02

di Carlo Musilli

Senza armi e senza violenza, la Polonia dice addio alla democrazia e s’incammina verso il regime. Nonostante le proteste di piazza, il governo di Varsavia – dal 2015 guidato dal partito di estrema destra euroscettica Diritto e Giustizia (Pis) – ha fatto passare in Parlamento un pacchetto di leggi che cancellano l’autonomia del potere giudiziario. È la demolizione dello Stato di diritto in uno dei Paesi più grandi dell’Unione europea.

L’ultima riforma in ordine di tempo dà al governo il potere di controllare la nomina dei giudici della Corte suprema, consentendogli anche di sostituire quelli attualmente in carica. Perché il provvedimento entri in vigore manca solo la firma del presidente Andrzej Duda, a cui decine di migliaia di dimostranti hanno chiesto di porre il veto sul disegno di legge. Il Presidente ha accettato di incontrare lunedì la numero uno della Corte Suprema, Malgorzata Gersdorf, per discutere della riforma. Ma l’ipotesi veto sembra solo un’illusione, considerato che Duda è membro del partito al governo. 

Un altro provvedimento approvato dal parlamento riguarda il Consiglio nazionale della magistratura, che svolge una funzione decisiva nelle scelta dei magistrati. In questo caso la maggioranza delle nomine (15 su 25) sarà in mano al Sejm, la camera bassa del parlamento polacco, in cui il Pis detiene la maggioranza. Inoltre, il ministro della Giustizia deciderà quando i membri del Consiglio dovranno andare in pensione e nominerà i presidenti dei tribunali regionali e delle corti d'appello.

Non è finita. In precedenza il governo polacco aveva già unificato le funzioni della Procura generale con quelle del ministero della Giustizia, affidando il doppio ruolo al super-ministro Zbigniew Ziobro. A quest’ultimo sarà consentito anche di condurre una caccia alle streghe tra i membri dell’avvocatura polacca attraverso un nuovo consiglio disciplinare con un ampio raggio d’azione.

Morale della favola: il potere giudiziario sarà nelle mani di Jaroslaw Kaczynski, vero uomo forte della Polonia di oggi. In teoria si tratta un semplice deputato, ma di fatto è il vero capo dello Stato: governo, maggioranza e presidente della repubblica obbediscono a lui. Già primo ministro fra il 2006 e il 2007, è cofondatore e presidente del Pis, nonché fratello gemello di Lech Kaczynski, ex presidente della Repubblica morto in un incidente aereo nel 2010. Un caso su cui è stato costruito un romanzo di spionaggio funzionale all’ascesa del partito: l’incidente sarebbe stato un attentato organizzato dai russi e coperto dalle élite liberali polacche, compreso l’odiato ex premier Donald Tusk (oggi presidente del Consiglio europeo malgrado la feroce opposizione proprio del governo polacco).

Intanto, Bruxelles organizza la controffensiva. “L’Ue è sempre più vicina a invocare l’Articolo 7”, ha minacciato Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea. Il provvedimento, previsto del Trattato di Lisbona, porterebbe alla sospensione del diritto di voto della Polonia nel Consiglio Ue. Sarebbe una punizione senza precedenti, ma con ogni probabilità Varsavia potrà contare sul veto di Victor Orban: “In questo momento – ha detto premier ungherese – il principale obiettivo dell'inquisizione, l'esempio di governo nazionale da indebolire, smantellare e spezzare è la Polonia”.

Come si è arrivati a questo punto? Quello che sta accadendo a Varsavia dimostra come le istituzioni democratiche e i principi stessi dello Stato di diritto possano andare in pezzi senza che nessuno imbracci un fucile. La crisi di rappresentanza che in mezzo mondo sta travolgendo i partiti tradizionali può aprire la strada a chiunque sia in grado d’intercettare una quota significativa di rabbia sociale.

Esempio. Nel 2013, quando al governo c’era Tusk, il ministero degli Esteri polacco acquistò 28 sedie alla cifra astronomica 300mila zloty per "mantenere un design uniforme". Fu uno scandalo che finì sui giornali. Al contrario, una delle principali promesse (poi mantenuta) con cui Diritto e Giustizia ha vinto le ultime elezioni era quella di concedere a ogni famiglia polacca, indipendentemente dallo status economico, un bonus di 500 zloty al mese (circa 115 euro) per ogni figlio dal secondo in poi, dalla nascita fino al 18esimo compleanno. Sono tanti soldi, visto che la metà dei lavoratori polacchi guadagna meno di 2.500 zloty al mese (600 euro) e che i prezzi continuano a salire ben più rapidamente degli stipendi. Come diceva lo scozzese John Boyd Orr, premio Nobel per la Pace nel 1949, “se la gente deve scegliere tra la libertà e i panini, sceglierà i panini”.

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Conclude sciopero della fame il comandante Santrich, delle FARC-EP

Cubadebate (italiano) - Sab, 22/07/2017 - 04:02
Jesus Santrich

Jesus Santrich

Il membro del Segretariato delle FARC-EP, Jesus Santrich, ha terminato oggi lo sciopero della fame che aveva iniziato 25 giorni fa, in protesta per il ritardo dell’emissione in libertà degli ex guerriglieri amnistiati.  

Il comandante insorto segnalò che la promulgazione del Decreto 1252 del 19 luglio 2017 che regolamenta l’amnistia, è un “trionfo della dignità, della persistenza e della solidarietà”.

Commentò che il digiuno, che appoggiarono circa 1300 membri della guerriglia nelle prigioni del paese, rappresentò un elemento di pressione per le autorità affinché si realizzi l’indulto decretato, che favorisce i combattenti carcerati delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia-Esercito del Popolo.

In una comparizione ieri sera davanti ai giornalisti insieme al comandante delle FARC-EP, Ivan Marquez, Santrich disse che nelle prigioni colombiane si mantengono circa 1900 prigionieri in disubbidienza carceraria fino a quando non saranno liberati.

Santrich ha esatto alle istituzioni dello Stato coinvolte nel processo di amnistia che smettano con le dilazioni per concedere la libertà agli ex guerriglieri imprigionati, e che siano seri nel compimento della parola data, come l’ha fatto la guerriglia con gran dignità. Il dirigente guerrigliero è stato ricoverato il 14 luglio scorso in una clinica di Bogotà, dopo aver presentato un grave deterioramento della sua salute, dovuto al prolungato sciopero della fame.

Durante i giorni che rimase a digiuno il comandante di questo movimento ribelle, la missione dell’ONU in Colombia ha fatto un energico appello allo stato colombiano affinché smetta con il ritardo nel conferimento del beneficio concesso dalla legge ai carcerati dell’insorgenza.

Le Nazioni Unite avvertono in un comunicato pubblico che la mancanza di compimento dell’amnistia può mettere a rischio l’implementazione in corso degli accordi di pace.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Vice Procuratrice Generale del Venezuela investiga attacco a canale televisivo dello Stato

Cubadebate (italiano) - Ven, 21/07/2017 - 04:15

uarimba81500574784.jpg_1718483347-580x326La vice procuratrice generale del Venezuela, Katherine Haringhton, informò questo giovedì che il Corpo di Investigazioni Scientifiche, Penali e Criminalistiche (CICPC) investigano l’attacco effettuato contro la sede di Venezuelana di Televisione (VTV), manifestò.  

Haringhton indicò in Twitter che sta dirigendo l’investigazione sull’attacco per garantire il suo sviluppo opportuno.

L’aggressione contro la rete televisiva, ubicata a Los Ruices, nel municipio Sucre, stato Miranda, è stato preceduto dalla chiusura delle vie confinanti da parte di gruppi di scontro dell’opposizione che affrontarono le unità della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB) che arrivarono a ristabilire l’ordine pubblico nella zona.

I manifestanti decisero di fare dei blocchi stradali nella zona di sicurezza che circonda  VTV ed hanno attaccato il canale, lanciando molotov ed oggetti contundenti contro la sede.

Il presidente Nicolas Maduro ripudiò l’attacco. “Ho ordinato la cattura di tutti i terroristi e fascisti. Responsabilizzo il sindaco Carlos Ocariz e chiedo alla giustizia di agire contro lui”, ha concluso.

Preso da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

foto: AVN

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Siria, Trump verso la svolta ?

Altrenotizie.org - Ven, 21/07/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

La decisione del governo americano di chiudere entro i prossimi mesi il programma clandestino della CIA di addestramento e fornitura di armi ai “ribelli” anti-Assad è un altro segnale del parziale cambiamento di rotta dell’amministrazione Trump sul conflitto in Siria. Lo stop al piano lanciato da Obama nel 2013 giunge infatti in parallelo alla tregua concordata con la Russia lungo il confine meridionale con la Giordania, anche se quasi certamente non determinerà un significativo disimpegno americano dal paese mediorientale in guerra.

A riportare la notizia della decisione della Casa Bianca è stato per primo e con una certa insofferenza uno dei giornali maggiormente impegnati nella campagna contro Trump per i suoi presunti legami con Mosca, il Washington Post. Trump si sarebbe convinto a cancellare il programma della CIA quasi un mese fa, in seguito a una riunione con il direttore dell’agenzia di Langley, Mike Pompeo, e con il consigliere per la sicurezza nazionale, H. R. McMaster.

La consultazione era avvenuta poco prima del faccia a faccia di Trump con Putin del 7 luglio scorso durante il G20 di Amburgo, al termine del quale sarebbe stata appunto annunciata l’entrata in vigore di un cessate il fuoco nella Siria sud-occidentale.

Per il governo USA, le due iniziative non sono comunque collegate, né la fine delle operazioni gestite dalla CIA a favore dei “ribelli” in Siria sarebbe stata chiesta dal Cremlino come condizione per il raggiungimento di un accordo. Se ciò è effettivamente possibile, vi sono tuttavia pochi dubbi sul fatto che la recente decisione di Trump da un lato favorisca quanto meno il regime di Damasco e, dall’altro, si inserisca nel quadro della nascente collaborazione tra Mosca e Washington sulla crisi siriana.

A ben vedere, la mossa di Trump è anche una presa d’atto dell’inefficacia di un programma dispendioso che avrebbe dovuto servire fin dall’inizio a mettere in pratica i propositi di cambio di regime in Siria di una parte dell’apparato militare e dell’intelligence americano, sia pure dietro l’apparenza della guerra al terrorismo.

Le armi destinate a gruppi di opposizione considerati come “moderati” erano in realtà finite spesso nelle mani delle formazioni jihadiste. L’addestramento, invece, non ha mai nemmeno lontanamente prodotto le migliaia di combattenti ben selezionati che erano previste inizialmente. Al contrario, per stessa ammissione di molti nel governo e tra i vertici militari USA, gli uomini pronti alla battaglia usciti dal programma della CIA erano stati al massimo poche decine.

Tra i “falchi” dell’interventismo in Siria ci saranno in ogni caso reazioni molto negative alla decisione di Trump, soprattutto perché essa non può che apparire come un favore fatto a Vladimir Putin.

In effetti, ciò che segnala il provvedimento preso questa settimana dalla Casa Bianca è probabilmente la rinuncia, almeno per il momento, a perseguire i sogni di cambio di regime in Siria, non tanto per scrupoli o ripensamenti dopo oltre sei anni di guerra e un paese letteralmente distrutto, quanto per l’impossibilità materiale di realizzare questo obiettivo dopo l’intervento militare di Mosca.

I piani dell’amministrazione Trump per la Siria non sono ad ogni modo pacifici, bensì rivolti a trarre il massimo risultato possibile alla luce della realtà sul campo. Gli sviluppi degli ultimi mesi indicano cioè un ripiegamento su una soluzione che porti a una sorta di balcanizzazione della Siria.

Se questo progetto lascerebbe Assad al suo posto sotto la protezione di Russia e Iran, nondimeno creerebbe in Siria uno spazio occupato dagli Stati Uniti e dalle forze loro alleate, come le milizie curde nel nord del paese, e impedirebbe la ricostituzione di uno stato unitario sotto l’influenza di potenze ostili a Washington.

Com’è evidente, questa strada può essere percorsa oggi in Siria solo attraverso la collaborazione con Mosca. Trump, infatti, ha già fatto sapere che è allo studio la possibilità di estendere la tregua concordata con Putin ad Amburgo ad altre aree della Siria.

Le incognite tutt’altro che trascurabili per la Casa Bianca sono però molteplici. In primo luogo, non ci sono indicazioni che la Turchia e le monarchie sunnite del Golfo Persico abbiano intenzione di interrompere a loro volta il sostegno ai vari gruppi fondamentalisti che combattono il regime di Damasco, anche se almeno il Qatar sembra essersi deciso in questo senso.

Inoltre, le forze contrarie a qualsiasi accomodamento con Mosca all’interno del governo, delle forze armate e dell’intelligence degli Stati Uniti potrebbero muoversi per far saltare l’intesa sul cessate il fuoco in Siria, come è già accaduto nel recente passato.

Da non trascurare è infine anche la variabile israeliana. Il premier Netanyahu, come ha scritto mercoledì la testata on-line Al-Monitor, avrebbe già “messo Trump sull’avviso”, manifestando la propria contrarietà alla tregua in vigore e l’intenzione di agire militarmente se l’accordo dovesse portare a una presenza permanente in Siria di Iran e Hezbollah.

L’impegno americano in Siria proseguirà comunque attraverso la campagna di bombardamenti contro le rimanenti postazioni dello Stato Islamico (ISIS), le attività delle centinaia di uomini delle forze speciali presenti nel paese, il mantenimento di un numero imprecisato di basi militari e l’appoggio alle milizie curde nell’ambito delle cosiddette “Forze Democratiche Siriane”.

Non solo, lo sforzo americano per finanziare, armare e addestrare gruppi “ribelli” siriani non verrà meno del tutto. La decisione presa questa settimana da Trump non toccherà un altro programma simile a quello della CIA, ma al contrario di quest’ultimo riconosciuto ufficialmente e condotto dal dipartimento della Difesa.

Tutti questi fronti che continueranno ad assicurare il coinvolgimento diretto degli USA in Siria dovrebbero consentire al governo di Washington sia di trattare condizioni favorevoli nel quadro di un accordo con Mosca sia di riattivare le operazioni volte al cambio di regime nel caso gli scenari attuali dovessero mutare.

Gli sviluppi di questi ultimi giorni della crisi siriana ratificano infine una tendenza in atto praticamente fin dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti, cioè, sembrano intenzionati a concentrare il proprio impegno in Siria sulle forze curde, sganciandosi invece dai gruppi sunniti, tra i quali hanno peraltro sempre prevalso elementi fondamentalisti.

Questa strategia rischia però di complicare ulteriormente il quadro in Siria, mettendo a rischio anche la precaria stabilità che potrebbe realizzare un eventuale allargamento del cessate il fuoco nel paese. Il ruolo centrale delle milizie curde nel conflitto sta infatti sempre più allarmando la Turchia, il cui governo, già impegnato direttamente oltre il confine meridionale, continua a mostrare nei confronti di Washington segnali di impazienza che potrebbero facilmente degenerare.

Anzi, lo scontro tra i due alleati NATO ha fatto segnare un netto aggravamento proprio nei giorni scorsi, quando gli Stati Uniti hanno protestato fermamente con Ankara dopo che l’agenzia di stampa governativa turca, Anadolu, ha deciso di pubblicare informazioni dettagliate sulla posizione delle basi militari americane nella Siria settentrionale.

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USA-Iran: l’accordo e le sanzioni

Altrenotizie.org - Gio, 20/07/2017 - 00:00

di Michele Paris

Nell’arco di poche ore, questa settimana l’amministrazione Trump ha preso due provvedimenti diametralmente opposti in merito all’Iran che mostrano tutte le contraddizioni del governo americano sull’approccio da tenere nei confronti di questo paese e dell’intera regione mediorientale.

Lunedì, la Casa Bianca aveva dovuto certificare nuovamente il rispetto dell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA) da parte di Teheran. La decisione sarebbe stata presa in maniera riluttante dal presidente USA, il quale fin dalla campagna elettorale dello scorso anno si era impegnato a uscire dall’accordo di Vienna.

Secondo le ricostruzioni fatte dalla stampa americana, Trump avrebbe cercato di passare da subito alla linea dura, ma alcuni esponenti di spicco della sua amministrazione – dal segretario di Stato, Rex Tillerson, a quello alla Difesa, James Mattis, dal consigliere per la sicurezza nazionale, H. R. McMaster, al capo di Stato Maggiore, Joseph Dunford – lo hanno convinto a confermare almeno momentaneamente la validità dell’accordo.

Con la stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite che continua a garantire il comportamento conforme all’accordo dell’Iran e gli altri cinque paesi coinvolti nelle trattative (Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) intenzionati a proseguire sulla strada della distensione, alla fine Trump non ha potuto che adeguarsi.

Il Congresso americano stabilisce che la Casa Bianca debba notificare ogni 90 giorni la conformità dell’Iran alle condizioni del JCPOA. Quella di questa settimana è la seconda certificazione fatta da Trump e anche la prima volta la sua decisione in senso positivo era arrivata con una serie di recriminazioni e riserve.

Che la Casa Bianca abbia agito in questo senso solo perché costretta dalle circostanze è apparso chiaro quando, martedì, il dipartimento di Stato, assieme a quelli di Giustizia e del Tesoro, ha annunciato nuove sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica.

L’azione è tecnicamente svincolata dall’accordo sul nucleare ma, come risulta evidente, nelle intenzioni dell’amministrazione Trump serve a incrinare ancora di più le relazioni bilaterali e a preparare il terreno per un’accelerazione dell’offensiva contro Teheran.

Le nuove misure punitive colpiscono 18 tra “entità” e individui iraniani che Washington ritiene coinvolti in attività quali lo sviluppo del programma missilistico, l’acquisto di armi e il furto di software. Non solo, a essere colpite dalle sanzioni sono anche una compagnia turca e una cinese che il Tesoro americano sostiene abbiano fornito materiale alle forze armate iraniane.

In realtà, tutte le attività considerate illegali dagli USA appaiono interamente legittime. La vera ragione della persistente ostilità americana nei confronti dell’Iran si può leggere tra le righe del comunicato ufficiale che ha accompagnato le sanzioni. Per il governo americano, cioè, le misure scaturiscono dalle “gravi preoccupazioni che suscitano le attività maligne della Repubblica Islamica in Medio Oriente” che “minacciano la stabilità, la sicurezza e la prosperità della regione”.

Al di là del fatto che questa descrizione si adatta alla perfezione alle attività destabilizzanti proprio degli Stati Uniti nel vicino Oriente, essa spiega chiaramente le ragioni dell’ostilità di Washington verso l’Iran. Nonostante l’accordo sul nucleare, Teheran continua in sostanza a rappresentare il principale ostacolo agli interessi degli USA e dei loro alleati in Medio Oriente.

Il riferimento dello stesso Trump alla violazione da parte iraniana dello “spirito”, se non della lettera, del JCPOA rivela come una parte della classe dirigente americana, quella contraria fin dall’inizio al negoziato con Teheran, abbia accettato a denti stretti l’intesa sul nucleare a condizione di utilizzarla come strumento di pressione per far desistere la Repubblica Islamica dalle proprie ambizioni da potenza regionale.

Il problema per Washington è che l’accordo ha innescato un processo di integrazione economica, sia pure alle primissime battute, dell’Iran con molti alleati degli Stati Uniti, per non parlare del consolidamento dei legami che già manteneva con paesi come Russia, Cina, India o Turchia.

Soprattutto l’Europa appare sempre meno disposta a rivedere i termini del JCPOA, visto che numerose aziende di svariati paesi stanno già facendo a gara per entrare nel mercato iraniano, da cui invece quelle americane restano in larga misura escluse. Proprio alcuni giorni fa, ad esempio, il colosso francese dell’energia Total ha sottoscritto un accordo da quasi 5 miliardi di dollari con la cinese CNP e l’iraniana Petropars per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale South Pars.

Se l’amministrazione Trump, con il sostegno pressoché unanime del Congresso, intenderà proseguire sulla strada del confronto con Teheran, risulta evidente che quello che si prospetta è l’apertura a tutti gli effetti di un nuovo fronte nello scontro tra alleati in Occidente. Negli ultimi mesi sono state d’altronde sempre più numerose le voci dei leader europei che hanno celebrato l’accordo con l’Iran e condannato apertamente le posizioni americane.

Lo stesso governo della Repubblica Islamica ha fatto i propri calcoli in considerazione dei mutati equilibri internazionali, tanto che questa settimana il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, non ha avuto scrupoli a criticare l’amministrazione Trump, oltretutto nel corso di una visita negli Stati Uniti.

Zarif ha affrontato in varie occasioni la questione delle sanzioni e del JCPOA durante discorsi tenuti presso istituti e “think tank” americani o nel corso di interviste ai media d’oltreoceano, rimandando le accuse al mittente e giungendo egli stesso a minacciare una comunque improbabile uscita di Teheran dall’accordo.

La partita del nucleare iraniano non è ad ogni modo una questione isolata, ma si inserisce nel quadro più generale del sovrapporsi degli interessi di Washington e Teheran in Medio Oriente. La sorte del JCPOA, anche se non dipende unicamente dagli Stati Uniti, sarà infatti da collegare alle prossime mosse dell’amministrazione Trump nella regione.

Lo scontro tra gli USA e i loro alleati contro l’Iran e l’asse sciita, dal quale derivano in sostanza le tensioni sulla vicenda del nucleare di Teheran, continuerà così a giocarsi su tutti gli scenari più caldi, dalla guerra in Siria a quella nello Yemen, dalla sfida per garantirsi l’influenza sull’Iraq alla crisi che sta lacerando il gruppo delle monarchie sunnite del Golfo Persico.

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Venezuela attiva il Consiglio della Difesa nazionale per minacce degli USA

Cubadebate (italiano) - Mer, 19/07/2017 - 04:00

Maduro-ChávezIl presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, attivò oggi il Consiglio di Difesa della Nazione, in risposta alle minacce del suo omologo degli Stati Uniti, Donald Trump, contro la sovranità e la democrazia della nazione sud-americana.  

Il mandatario venezuelano ricorse alla misura come conseguenza delle minacce dell’attuale capo della Casa Bianca di applicare sanzioni economiche al Venezuela se continua il cammino verso l’Assemblea Nazionale Costituente (ANC).

Nessun governo straniero darà ordini o dominerà la nostra patria, qui comandano i venezuelani ed il popolo”, affermò Maduro dal Palazzo di Miraflores (sede del governo).

Il capo dello Stato bolivariano attivò il Consiglio di Difesa della Nazione secondo l’articolo 323 della Costituzione per salvaguardare in maniera integrale il paese, la sua sovranità ed il suo spazio geografico.

Detto organismo è diretto dal presidente della Repubblica ed è integrato dal vicepresidente esecutivo e dai titolari dell’Assemblea Nazionale, del Tribunale Supremo di Giustizia e del Consiglio Morale Repubblicano.

Inoltre, sono inclusi i ministri dei settori della difesa, della sicurezza interna, delle relazioni estere e della pianificazione, ed altri la cui partecipazione si consideri pertinente, secondo la Costituzione venezuelana.

In precedenza, il cancelliere Samuel Moncada ratificò la disposizione del popolo del Venezuela a difendere la sua dignità ed il suo paese, di fronte al desiderio dell’imperialismo di sottomettere la Patria di Simon Bolivar.

In una conferenza stampa, Moncada spiegò che “il presidente del paese più poderoso del mondo si diverte ad umiliare i suoi vicini, minacciandoli con muri, con espulsioni, con coercizione, (…) ed ora crede che col Venezuela possa fare lo stesso, ma con Venezuela non si può”.

Il ministro venezuelano reiterò che Washington agisce contro le elezioni, contro la voce di un popolo, “di un governo popolare, democratico, costituzionale”.

Moncada reiterò che si farà una revisione profonda delle relazioni con il governo degli Stati Uniti perché “non accettiamo umiliazioni da nessuno, non lo faremo mai. Con rispetto, sì, con umiliazioni, no”.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Corea: strade divergenti tra Seoul e Washington

Altrenotizie.org - Mer, 19/07/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

L’evoluzione della crisi nella penisola di Corea sta progressivamente portando alla luce le potenziali differenze di approccio alla “minaccia” del regime di Pyongyang tra il governo americano e quello di Seoul. La distanza tra i due alleati è dovuta a questioni di natura economica e strategica e questa settimana è emersa in maniera chiara forse per la prima volta dall’ascesa al potere del presidente sudcoreano, Moon Jae-in, quando quest’ultimo ha proposto apertamente alla Corea del Nord la ripresa di colloqui diretti tra rappresentanti delle rispettive forze armate.

La proposta fatta al regime di Kim Jong-un prevede un incontro presso la località di Panmunjom, al confine demilitarizzato tra le due Coree, già per venerdì prossimo. Il primo di agosto, invece, la Croce Rossa sudcoreana vorrebbe rilanciare anche le riunioni tra le famiglie divise tra i due paesi dalla guerra del 1950-1953.

Gli ultimi colloqui diretti a livello militare tra i due paesi si erano tenuti nell’ottobre del 2014, mentre le riunioni famigliari erano state abbandonate un anno più tardi. Seoul non ha comunque specificato i termini delle discussioni proposte ma, secondo la stampa locale e internazionale, potrebbero essere affrontate questioni preliminari per favorire la ripresa del dialogo, come la cessazione del lancio di volantini di propaganda nel territorio della Corea del Nord e lo stop ai voli dei droni rudimentali di Pyongyang oltre il confine meridionale.

La proposta dell’amministrazione Moon deve essere stata accolta con poco entusiasmo a Washington. A pochi può sfuggire infatti il tempismo dell’iniziativa sudcoreana, con il nuovo presidente di centro-sinistra impegnato a tendere in qualche modo la mano a Kim Jong-un mentre gli Stati Uniti sono nel pieno di un’escalation militare nella penisola di Corea e stanno cercando di adottare nuove sanzioni punitive contro lo stesso regime e le compagnie cinesi che con esso fanno affari.

Fin dal suo insediamento, Moon ha in realtà cercato in tutti i modi di sminuire le diverse posizioni sulla questione coreana tra il suo governo e quello dell’alleato americano. Durante il vertice tra Moon e Trump alla Casa Bianca nel mese di giugno, entrambi avevano provato a dare un’immagine di unità nell’affrontare la crisi, anche se appariva già allora evidente la crescente divergenza dei rispettivi approcci.

Moon, d’altra parte, in un discorso tenuto a Berlino il 6 luglio alla vigilia del G20 di Amburgo aveva anticipato un piano per la ripresa del dialogo con la Corea del Nord. Significativamente, il suo intervento era arrivato pochi giorni dopo il test missilistico intercontinentale del regime di Kim che aveva generato un’ondata di accuse e minacce, con gli USA in prima linea nel cercare l’appoggio degli alleati per aumentare ulteriormente le pressioni su Pyongyang.

Poco sorprendente è stata perciò la reazione della Casa Bianca alla notizia della proposta di dialogo lanciata lunedì da Seoul. Il portavoce del presidente, Sean Spicer, ha concesso che il suo paese contempla in maniera teorica l’ipotesi di un negoziato pacifico con la Corea del Nord, ma ha aggiunto che le condizioni richieste da Washington affinché ciò avvenga sono “molto lontane” dall’essersi realizzate.

Una dichiarazione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale americano ha in seguito ribadito sostanzialmente lo stesso concetto. Per Washington, la possibilità di ristabilire un qualche dialogo con Kim dipende dalla disponibilità di quest’ultimo ad abbandonare preliminarmente il proprio programma nucleare e missilistico. Una condizione, cioè, di fatto impossibile da accettare per il regime nordcoreano, il quale ritiene, non senza ragioni, che il possesso di armi in grado di provocare gravissime perdite agli USA o alla Corea del Sud sia l’unica garanzia di sopravvivenza di fronte alla minaccia americana.

Se il governo di Seoul è ben cosciente delle differenze tra la propria attitudine verso Pyongyang e quella dell’amministrazione Trump, nelle dichiarazioni ufficiali continua tuttavia a prevalere il tentativo di mostrare un’unità di vedute poco meno che perfetta. Martedì, ad esempio, in risposta alle perplessità manifestate dalla Casa Bianca dopo la proposta di Moon, il ministero dell’Unificazione sudcoreano ha assicurato che non esiste alcun divario “nel valutare le condizioni per la ripresa del dialogo sulla denuclearizzazione della Corea del Nord”. Questo stesso ministero e quello degli Esteri hanno poi garantito che gli Stati Uniti e “le altre principali potenze” erano state avvertite preliminarmente dell’iniziativa di Moon.

Da parte del regime di Kim non c’è stata ancora risposta all’offerta di dialogo proveniente da Seoul. Nei giorni scorsi, la stampa ufficiale nordcoreana aveva però mostrato aperture molto caute a un possibile processo di distensione. La priorità della Corea del Nord rimane ad ogni modo un accordo con gli Stati Uniti, dai quali ritiene comprensibilmente derivi la minaccia principale nei suoi confronti.

Il governo di Washington ha però già fatto sapere in più di un’occasione di non essere disposto nemmeno a considerare concessioni preliminari in cambio di un congelamento del programma militare nordcoreano. Dapprima la Cina, riportando quasi certamente una proposta di Pyongyang, e in seguito Pechino e Mosca in forma congiunta avevano di recente chiesto agli USA di sospendere le esercitazioni militari con le forze armate sudcoreane in un gesto che potesse favorire la ripresa del dialogo, ma l’amministrazione Trump ha entrambe le volte escluso questa possibilità.

Proprio nella richiesta di concessioni preliminari da parte nordcoreana risiede dunque la differenza principale tra i punti di vista di Washington e Seoul, con quest’ultimo governo che, nella sostanza, sembra spesso maggiormente allineato alle posizioni cinesi o russe rispetto a quelle americane, malgrado i tentativi di dare l’impressione del contrario.

Mentre la classe dirigente della Corea del Sud continua com’è ovvio a considerare l’alleanza con gli Stati Uniti il perno della sicurezza del paese, le dinamiche internazionali degli ultimi anni, accelerate dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, hanno spinto Seoul a guardare altrove per la promozione dei propri interessi strategici ed economici.

Soprattutto il centro-sinistra sudcoreano, a cui appartiene appunto l’attuale presidente Moon, rappresenta una fazione dell’apparato di potere che vede con particolare favore il rafforzamento delle relazioni commerciali con Pechino. Da qui deriva anche la migliore disposizione, rispetto ai conservatori sudcoreani, verso la Corea del Nord, considerata inoltre come potenziale bacino in grado di fornire manodopera a bassissimo costo per le imprese di Seoul.

Nel calcolo di Moon rientra anche la predisposizione della maggioranza della popolazione del suo paese, decisamente ostile a un’escalation con la Nordcorea che potrebbe sfociare in un conflitto armato dalle conseguenze incalcolabili. Moon e il suo Partito Democratico (DPK) erano d’altra parte riusciti a riconquistare la presidenza proprio grazie a un programma incentrato sulla distensione con Pyongyang.

Da considerare con attenzione è poi l’interesse del governo sudcoreano nel partecipare al progetto di integrazione economica e infrastrutturale eurasiatica lanciato dalla Cina e noto alternativamente come “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI). Un’aspirazione, quella della classe dirigente sudcoreana, che non può prescindere dal mantenimento di relazioni cordiali con la Cina, così come dalla distensione con Pyongyang, se non altro per garantirsi un collegamento territoriale verso occidente.

Seoul si trova d’altronde nella stessa situazione di molti altri paesi asiatici e non solo, più o meno vincolati da un’alleanza strategica e militare con gli Stati Uniti ma attratti sempre più nell’orbita economica e commerciale della Cina.

Il perseguimento di questi obiettivi di sviluppo è così la ragione principale del potenziale conflitto tra la Corea del Sud e gli Stati Uniti, con questi ultimi impegnati non solo a mettere in un angolo il regime di Kim e ad aumentare le pressioni su Pechino, ma anche, secondo l’agenda ultra-nazionalistica di Trump, a rimettere in discussione i termini delle alleanze e delle relazioni commerciali con i propri partner.

La difficile, se non impossibile, scommessa di Seoul, rilanciata dalla recente proposta di distensione con il regime di Kim, sarà dunque quella di riuscire a intraprendere un percorso indipendente sulla Cina e la Corea del Nord, evitando una clamorosa rottura con gli Stati Uniti che potrebbe avere conseguenze disastrose sia sul piano domestico che internazionale.

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Noam Chomsky allerta sulle sfide per costruire democrazie solidarie

Cubadebate (italiano) - Mar, 18/07/2017 - 02:10

noam-chomsky-580x330L’accademico statunitense Noam Chomsky affermò oggi a Montevideo che l’umanità vive un’epoca molto strana, dopo far notare che esiste quella che chiamò “la tempesta perfetta”. Questo è ”un periodo molto speciale della storia dell’umanità”, assicurò il famoso linguista nella conferenza “Le sfide per costruire democrazie solidali”, organizzata dalla fondazione Liber Seregni ed incorniciata nel ciclo di dibattiti “Che cosa significa essere di sinistra nel secolo XXI?”.  

Chomsky segnalò che appena pochi anni fa gli uomini costruirono due macchine di distruzione che sono un pericolo per la vita: le armi nucleari e la catastrofe ambientale, delle quali “ne esistono molte, di queste macchine, aspettando di distruggerci”.

Ha osservato che dentro gli esiti, le forze dominanti della società globale istituirono politiche che erodono in maniera sistematica la migliore linea di difesa contro l’autodistruzione.

In riferimento, disse, che l’intelligenza umana ha creato “la tempesta perfetta” che se continua come esperimento umano, probabilmente, la nostra specie non sopravviverà per molto tempo.

Rimarcò che la migliore difesa contro questo disastro imminente sarebbe una “democrazia funzionale”, nella quale cittadini informati e coinvolti, si uniscano per così potere sviluppare dei mezzi che possano superare questa minaccia.

L’anche professore e filosofo statunitense assicurò che le politiche neoliberali potenziarono questa minaccia ed in qualche modo queste stesse politiche “escludono la popolazione in generale di partecipare al processo di creazione delle politiche”.

Commentò che questo processo ha promosso una concentrazione della ricchezza ed anche del potere politico ed è “una maniera di inquinare le istituzioni”, che potrebbero essere responsabili e potrebbero dare risposte alla volontà del pubblico generale; invece, in questo modo, diminuisce la democrazia reale, ha affermato.

Consociata con questa erosione della democrazia, commentò, si produce anche un attacco all’apparato di regolazione che potrebbe mitigare in qualche modo le minacce, ed ha osservato che tutto questo “si vive in una maniera molto drammatica” nel paese più poderoso del mondo.

Chomsky citò il bollettino degli scienziati atomici del marzo scorso, sui programmi di modernizzazione nucleare iniziati dal presidente Barack Obama e continuati dal suo successore Donald Trump.

In questo senso, espresse che nei bollettini si denuncia che la modernizzazione nucleare degli Stati Uniti “sta facendo barcollare la stabilità strategica dalla quale dipendiamo per sopravvivere”.

Sulla base del documento, sottolineò che la modernizzazione attuale di questi programmi “include tecnologie rivoluzionarie che aumentano in maniera esagerata la capacità degli arsenali di missili balistici degli Stati Uniti”.

Riferendosi al riscaldamento globale affermò che chiunque può rendersi conto che “i pericoli sono enormi ed imminenti” e si domandò come possiamo reagire davanti a tutto ciò.

Nella sua conferenza di quasi un’ora, nella quale è stato accompagnato dall’ex mandatario Josè Mujica e dal presidente del Fronte Ampio, Javier Miranda, Chomsky menzionò gli sforzi della comunità mondiale per resistere agli effetti del cambiamento climatico ed i passi del suo paese in questo senso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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“El Pais” ammette che ha manipolato immagini sul Venezuela e responsabilizza EFE

Cubadebate (italiano) - Mar, 18/07/2017 - 01:59
Ernesto Villegas

Ernesto Villegas

Il quotidiano spagnolo “El Pais” ammise questa domenica che ha manipolato immagini dell’ampia partecipazione dei venezuelani nel simulacro della votazione dell’Assemblea Nazionale Costituente, pubblicandole come parte della mobilitazione per la consultazione illegale di opposizione promossa dalla Mensa dell’Unità Democratica (MUD).

FOTO TWITTER DE EL PAIS

Inoltre, il mezzo di comunicazione spagnolo negò la sua responsabilità nel fatto ed accusò l’agenzia internazionale di notizie EFE di avere commesso l’errore ed essere la fonte di detta azione che va contro la pace e la verità in Venezuela.
Il ministro di Comunicazione ed Informazione della nazione sud-americana, Ernesto Villegas Poljak, attraverso messaggi nella sua rete sociale, informò del caso: “El Pais, quotidiano spagnolo, ammette che pubblicò foto di Prova Costituente come se fosse di consultazione interna oppositrice.”

 

da La Radio del Sur

traduzione di Ida Garberi

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Il percorso a ostacoli di “Trumpcare”

Altrenotizie.org - Mar, 18/07/2017 - 00:00

di Michele Paris

Il voto finale del Congresso americano sulla nuova legge del sistema sanitario, che dovrebbe rimpiazzare la riforma approvata durante la presidenza Obama nel 2010 (“Obamacare”), dopo gli sviluppi dei giorni scorsi continua a sembrare una vera e propria corsa a ostacoli. Con la leadership del Partito Repubblicano già in grave difficoltà nel mettere assieme i 50 voti necessari al Senato per licenziare il pacchetto approvato dalla Camera dei Rappresentanti ai primi di maggio, l’improvviso forfait per motivi di salute del senatore dell’Arizona, John McCain, ha determinato un nuovo ritardo di un iter legislativo sempre più complicato.

Al momento, due senatori repubblicani hanno manifestato apertamente l’intenzione di votare contro la legge voluta dal presidente Trump: la “centrista” Susan Collins e il “libertario” di estrema destra, Rand Paul.

La prima teme conseguenze disastrose per la propria carriera politica a causa degli attacchi senza precedenti contenuti nella nuova legge al programma di assistenza pubblico “Medicaid”, destinato ai redditi più bassi. Il secondo, al contrario, reputa la cosiddetta “Better Care Reconciliation Act” troppo poco incisiva nell’eliminare i cambiamenti introdotti nel settore sanitario da “Obamacare”.

Due sono esattamente i voti che i repubblicani al Senato possono permettersi di perdere per riuscire a mandare in porto la legge. Come ha spiegato la stessa senatrice Collins, però, sarebbero almeno altri dieci i senatori del suo partito indecisi o con forti riserve sulla misura, così che, con o senza la presenza a Washington di McCain, il rinvio del voto in aula sarebbe stato comunque inevitabile questa settimana.

Un altro colpo mortale alla legislazione sanitaria potrebbe arrivare nei prossimi giorni con la nuova analisi dell’Ufficio per il Budget del Congresso, vale a dire l’organo indipendente che valuta l’impatto delle leggi americane in discussione. Questo ufficio si era già espresso sulla legge, spiegando che essa provocherebbe la perdita di qualsiasi copertura sanitaria per 22 milioni di americani nel prossimo decennio, ma è stato sollecitato a dare un altro parere dopo la recente introduzione di alcuni emendamenti nel tentativo di convincere qualche senatore indeciso.

La modifica principale è stata presentata dal senatore del Texas, Ted Cruz, anch’egli vicino alle tendenze “libertarie” nel Partito Repubblicano. Il cuore della sua proposta prevede la creazione di piani sanitari economici e virtualmente senza nessuno dei servizi fondamentali offerti ai sottoscrittori delle polizze, come previsto invece da “Obamacare”, teoricamente per evitare che la prevista impennata del costo delle assicurazioni sanitarie provochi un crollo nel numero degli americani con qualche copertura.

La nuova analisi della legge da parte dell’Ufficio per il Budget del Congresso non dovrebbe scostarsi di molto da quella offerta per la versione precedente del Senato e potrebbe dunque complicare ancor più gli equilibri in casa repubblicana.

Il leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell, aveva già dovuto rimandare il voto in aula sulla legge sanitaria nel mese di giugno e ancora ai primi di luglio per la mancanza dei voti necessari all’approvazione. Nel corso delle settimane successive la situazione non è cambiata di molto, con l’ala moderata del partito preoccupata soprattutto per gli effetti devastanti dei tagli a Medicaid e gli esponenti dell’estrema destra che chiedono in sostanza di consegnare totalmente il sistema sanitario americano agli interessi privati.

Nei prossimi giorni proseguiranno le trattative nella maggioranza repubblicana per trovare un difficile compromesso e consegnare almeno un successo legislativo a un’amministrazione Trump in gravissimo affanno sul fronte interno. Già alcuni membri del Congresso repubblicani sembrano vedere tuttavia come inevitabile un negoziato con l’opposizione democratica per giungere a un qualche risultato nell’ambito della riforma sanitaria.

Il Partito Democratico ha finora opposto un’opposizione compatta alle varie versioni della legge circolate al Congresso, ma la sua leadership al Congresso non ha escluso trattative con i repubblicani, quanto meno per apportare modifiche a “Obamacare”. I principi tutt’altro che progressisti che hanno ispirato quest’ultima legge – riduzione dei costi sanitari e sistema di copertura incentrato sulle compagnie private – sono d’altra parte il punto di partenza di quella promossa dall’amministrazione Trump. Qualsiasi accordo “bipartisan” non farebbe perciò che peggiorare la legge del 2010 attualmente in vigore.

La determinazione con cui i repubblicani e la Casa Bianca continuano a cercare di mandare in porto una legge che ha già fatto registrare una serie di umiliazioni per il partito e sembra un autentico rompicapo quasi impossibile da sciogliere è motivata da vari fattori.

Il primo è già stato ricordato in precedenza e ha a che fare con la necessità di Trump di offrire un primo risultato ai propri sostenitori con l’adozione di un provvedimento promesso in campagna elettorale. Ciò appare ancora più urgente alla luce di due dinamiche, cioè l’addensarsi di nuvole sempre più minacciose sulla presidenza a causa del cosiddetto “Russiagate” e la crescente impopolarità della stessa legge sanitaria man mano che gli americani ne conoscono i contorni.

L’altro elemento che spiega l’ansia dei repubblicani e dell’amministrazione Trump di mettere mano nuovamente al settore sanitario americano è lo smantellamento di Medicaid. Nella legge allo studio sono annunciati tagli per poco meno di 800 miliardi di dollari a questo programma popolare da qui al 2026, ovvero più di un quarto del finanziamento totale, da ottenere in primo luogo cancellando l’espansione della copertura attraverso di esso prevista da “Obamacare”.

“Trumpcare” trasformerebbe inoltre un programma pubblico che copre oggi 75 milioni di americani poveri e disabili in base alle necessità in un piano con stanziamenti fissi e limitati da erogare ai singoli stati. Il risultato sarebbe inevitabilmente una riduzione del numero dei beneficiari, assieme al taglio delle prestazioni offerte e al probabile aumento dei contributi richiesti a coloro che continueranno a ricevere assistenza.

Il drastico ridimensionamento di Medicaid in quanto voce di spesa tra le più consistenti del bilancio federale è – in un modo o nell’altro – nel mirino da tempo della classe politica americana, soprattutto della destra repubblicana. L’approvazione della legge sanitaria voluta da Trump rappresenterebbe perciò il primo assalto di vasta portata a questo programma pubblico e aprirebbe la strada a ulteriori attacchi allo stesso Medicaid, ma anche ad altri creati negli anni Sessanta e durante il “New Deal” rooseveltiano, come Medicare e Social Security.

Le difficoltà nel superare le divisioni interne al Partito Repubblicano e giungere all’approvazione della legge sanitaria dipendono proprio dal carattere ultra-reazionario di quest’ultima e dalla vastissima opposizione popolare che essa incontra.

In questo quadro, perciò, neanche le menzogne spudorate dei repubblicani sul contenuto della legge, a cominciare da quelle del presidente Trump, riusciranno con ogni probabilità a limitare i danni politici a cui andranno incontro i promotori della nuova contro-rivoluzione sanitaria, sempre che essa, alla fine, riesca a superare ostacoli che appaiono oggi quasi insormontabili.

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Cuba mantiene volontà di dialogo con gli USA con rispetto alla sovranità

Cubadebate (italiano) - Sab, 15/07/2017 - 04:07

asamblea-nacional-cuba-8-580x405“Cuba mantiene la volontà di continuare a negoziare temi bilaterali in sospeso con gli Stati Uniti e di proseguire il dialogo e la cooperazione in temi di interesse comune sulla base dell’uguaglianza e del rispetto alla sovranità”, ha assicurato oggi il presidente Raul Castro.  

Durante il discorso alla chiusura del nono periodo di sessioni dell’Ottava Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Parlamento), affermò che entrambe le nazioni possono cooperare e convivere rispettando le differenze e promuovendo tutto quello che sia buono per entrambi i popoli ed i paesi.

Ma non devono aspettarsi che per questo Cuba realizzi concessioni inerenti alla sua sovranità ed indipendenza o che negozi i suoi principi o accetti condizionamento di qualsiasi tipo come non ha mai fatto, espresse.

Considerò che nell’annuncio del presidente Donald Trump sulla politica del suo governo verso Cuba fatto il 16 giugno scorso non c’è stato nulla di innovativo, perché riprende un discorso e le sfumature del passato, di scontro, che ha già dimostrato il suo totale fallimento durante 55 anni.

È evidente che il presidente non è stato ben informato sulla storia di Cuba e delle relazioni con gli Stati Uniti, e sul patriottismo e la dignità dei cubani, puntualizzò.

La storia non può essere dimenticata, come a volte ci hanno suggerito di fare, disse, ed aggregò che per più di 200 anni i vincoli tra Cuba e la nazione settentrionale sono stati marcati, da un lato, per le pretese del vicino del nord, di dominazione, e dall’altro, per la determinazione dei cubani ad essere liberi, indipendenti e sovrani.

Durante il secolo XIX, invocando le politiche della “Dottrina del destino manifesto”, differenti governanti statunitensi hanno tentato di impadronirsi di Cuba e nonostante la lotta dei “mambises”, e sono riusciti con un intervento ingannevole, alla fine della guerra per l’indipendenza, ricordò.

I nordamericani entrarono come alleati e rimasero come occupanti, dissolsero l’Esercito Liberatore ed imposero un’appendice alla Costituzione cubana, l’Emendamento Platt, che dava a loro il diritto di intervenire in temi interni e stabilire la base navale di Guantanamo, che usurpa ancora oggi parte del territorio nazionale e la cui devoluzione continueremo a reclamare, aggiunse.

Enfatizzò che il 1º gennaio 1959, col trionfo della Rivoluzione diretta dal suo leader Fidel Castro, Cuba divenne definitivamente libera ed indipendente e da quel momento l’obiettivo strategico degli Stati Uniti è stato quello di abbattere il processo che qui governa.

Per ciò, precisò che durante più di cinque decadi Washington ricorse ai metodi più dissimili: guerre economiche, rotture di relazioni diplomatiche, attentati a dirigenti, sabotaggi, blocchi navali, isolamento internazionale, tra gli altri.

Dieci governi sono passati nel potere fino a che il presidente Barack Obama, senza rinunciare al proposito strategico, ebbe la sensatezza di riconoscere che l’isolamento non funzionò e che era ora di una nuova messa a fuoco verso Cuba, ha osservato.

Ha detto inoltre che nessuno può negare che gli Stati Uniti, in un tentativo di isolare Cuba, sono caduti in una profonda emarginazione. La politica di ostilità verso Cuba si era trasformata in un ostacolo serio per le loro relazioni in America Latina e nei Caraibi, dal momento che il bloqueo è stato rifiutato quasi unanimemente nel mondo.

Ha ricordato che nel VI Vertice delle Americhe del 2012, Ecuador si rifiutò di partecipare senza Cuba e tutte le nazioni della regione manifestarono il ripudio al bloqueo ed all’esclusione dell’isola da questi vertici, e vari sentenziarono che non si potevano continuare a svolgere queste riunioni senza il paese caraibico.

Commentò che sulla base del rispetto, durante questi due anni, si stabilirono le relazioni diplomatiche e si sono ottenuti avanzamenti nella soluzione dei problemi bilaterali in sospeso e nella cooperazione in temi di interesse di beneficio mutuo.

Disse ugualmente che fu modificata in maniera limitata l’applicazione di alcuni aspetti del bloqueo e si sono poste le basi per una relazione di un nuovo tipo, dimostrando che è possibile convivere in forma civilizzata nonostante le profonde differenze esistenti.

Gli annunci di Trump significano una retrocessione nelle relazioni bilaterali, così lo considerano molte organizzazioni di questo paese e del mondo che hanno manifestato il loro rifiuto ai cambiamenti divulgati, come l’hanno fatto le organizzazioni della società civile cubana.

Considerò che le decisioni di Trump ignorano l’appoggio di ampi settori della sua nazione, includendo la maggioranza della migrazione cubana, al sollevamento del bloqueo ed alla normalizzazione delle relazioni, e soddisfanno solo un gruppo del sud della Florida sempre di più isolato e minoritario, che insiste nel danneggiare Cuba ed il suo popolo per avere scelto di difendere a qualunque prezzo il suo diritto ad essere libero, indipendente e sovrano.

Allo stesso modo respingiamo la manipolazione del tema dei diritti umani contro Cuba che invece è molto orgogliosa per i risultati raggiunti e non deve ricevere lezioni né dagli Stati Uniti né da nessuno, ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez-Cubadebate

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Brasile: obiettivo Lula

Altrenotizie.org - Ven, 14/07/2017 - 07:56

di Fabrizio Casari

MANAGUA. Nove anni e mezzo di carcere e interdizione per 18 dai pubblici uffici. Questa la sentenza pronunciata dal giudice Sergio Mora nei confronti di Ignacio Lula Da Silva, per tutti “Lula”, fondatore del Partito dei Lavoratori ed ex Presidente della Repubblica per due mandati consecutivi. Le accuse? Sarebbe stato il destinatario di una tangente consistente in un appartamento. Accuse provate? No, si basano su articoli di stampa privi persino di citazioni delle fonti. In trecento pagine di requisitoria non c’è nemmeno un’accusa provata.

A sostegno della Procura c’è solo un contratto di acquisto o cessione di un appartamento che si dice sia della società OAS, ma è un contratto senza intestazione di nessuna società e senza nessuna firma, meno che mai quella di Lula o di suoi familiari. E allora?

E allora Lula è stato giudicato colpevole di corruzione e riciclaggio di denaro sulla esclusiva base di un teorema politico camuffato da inchiesta giudiziaria. La famosa “Lava Jato”, la Tangentopoli in formato carioca, concepita con un obiettivo chiaro e nemmeno troppo nascosto: sovvertire il quadro politico progressista scelto dagli elettori e sostituirlo con uno gradito a Washington e ai poteri forti locali. Per questo si doveva procedere su tre fronti contemporaneamente: abbattere il governo di Dijlma Roussef, colpire a fondo il PT e, in particolare, mettere Lula in condizioni di non nuocere per un bel pezzo.

Perché Lula? Perché oltre ad essere il leader naturale del suo partito (il primo partito del paese) e il politico di maggior rilievo della scena brasiliana, Lula è, a distanza di anni dalla sua uscita dal Planalto, l’uomo verso il quale la stragrande maggioranza dei brasiliani ripone la maggior fiducia. Proprio la dichiarata intenzione di Lula di ricandidarsi alla guida del Brasile ha fatto scattare l’allarme per chi ha intenzione di ricondurre il gigante carioca alle dipendenze di Washington e nuovo terreno di conquista di mano d’opera a basso costo e risorse naturali in regalo.

Si obietterà che un giudice si limita solo a prendere atto di prove inoppugnabili e che non ha interessi politici diretti. Ma è proprio così? In generale non è detto e nel caso specifico, secondo quanto rivelato da Wikileaks, i dubbi aumentano.

Il giudice Mora, infatti, fa parte di un gruppo di procuratori e giudici formati dagli Stati Uniti allo scopo di combattere la corruzione in America Latina. Frequentano corsi denominati “I ponti” impartiti direttamente dal Dipartimento di Stato USA, ed è con il sostegno statunitense che vengono poi insediati nelle diverse sedi operative dei rispettivi paesi del subcontinente.

Certo, è a suo modo una innovazione: fino a pochi anni orsono i corsi statunitensi erano destinati ai militari latinoamericani, cui veniva insegnata l’arte dell’obbedienza a Washigton, le procedure per i colpi di stato e le tecniche di tortura e scomparsa dei prigionieri (vedi Scuola delle Americhe a Panama o Fort Branning in Carolina del Nord), ora, che i mezzi d’ingerenza esterna si sono fatti più sofisticati, s’insegna a sovvertire e destabilizzare al riparo di ruoli civili. Ma questa inchiesta somiglia straordinariamente ad una riedizione del Plan Condor di triste memoria.

L’inchiesta “Lava Jato”, che per comodità potremmo definire la Tangentopoli brasiliana, poggia su un livello impressionante di incriminazioni, avvenute solo a seguito di dichiarazioni “spontanee” delle aziende corruttrici, che ad oggi coinvolgono 409 dirigenti del PT, 287 del Partito Democrático del Centro Brasiliano e altri 152 del Partito della Social Democrazia che sono stati condannati per episodi di corruzione. Beneficiari di questa sarebbero state diverse società, tra le quali la Odebrecht S.S., la OAS, la Embraer, la Petrobras, e la JBS.

Sembrerebbe, apparentemente, una buona notizia quella che vede la disarticolazione di un sistema di relazioni perniciose ed illegali che alterano il mercato interno brasiliano, ma se gli elementi probatori nel caso di Lula latitano, le conseguenze di questa operazione presentano invece un quadro certo: il ritorno d’interessi straordinari per i soliti noti.

Il sostanziale blocco operativo della Petrobras, ad esempio, permette ora alla Chevron di rientrare in gioco nel mercato brasiliano della estrazione e distribuzione del greggio (uno dei maggiori al mondo). Il blocco ventennale della spesa pubblica permette alla JP Morgan di rimettere le unghie nella privatizzazione delle pensioni voluta dal Presidente Temer. Temer infatti (tra i personaggi più corrotti del paese) ex alleato di governo di Dijlma Roussef, organizzò il golpe parlamentare che la depose e che ha dato il via - in alcuni casi senza nemmeno la legittimità parlamentare -  ad alcune “riforme” ispirate dalle multinazionali statunitensi.

Tra queste quella del lavoro, che prevede, tanto per dire, la durata della giornata lavorativa portata da 8 a 12 ore! Allo stesso tempo,  con la scusa della stabilità dei conti, viene stabilito il blocco della spesa pubblica per venti anni su sanità, istruzione, assistenza sociale e piani di sviluppo. Perché queste perle abbiano seguito si deve però spodestare il PT dal governo; impedire che la politica mantenga il controllo sulla gestione del paese è decisivo per il progetto delle multinazionali USA di invadere il Brasile con fondi speculativi multinazionali, destinati a depredare le sue immense risorse naturali e, attraverso la privatizzazione dei servizi, a realizzare quella liquidità di cui le multinazionali statunitensi hanno bisogno in un quadro internazionale recessivo.

Lula, e con lui il PT, rappresentano un ostacolo insormontabile ai progetti di conquista del Brasile ed è per questo che, pur senza prove, si tenta d’inibire il vecchio sindacalista e dirigente politico dalla ricandidatura. In questo senso la scelta di non procedere con l’esecuzione della sentenza, sospesa in attesa del secondo grado, è anche un modo per tenere sotto scacco l’ex presidente, che però gode dell’appoggio del suo partito e di tutta la sinistra latinoamericana.

Proprio ieri, anticipando di fatto la risoluzione del Foro di Sao Paulo (l’organismo che tiene insieme tutta la sinistra latinoamericana si troverà a Managua dal 16 al 19 luglio), il FSLN del Nicaragua, guidato dal Presidente Daniel Ortega, ha dichiarato ogni appoggio al leader del PT. Lula ha deciso di non restare a guardare e, con il sostegno del suo partito e di tutta la sinistra latinoamericana ha assicurato l’intenzione di dare battaglia per rovesciare il tavolo e riproporre la sua candidatura.

La quale, stando ai sondaggi indipendenti, vede il suo governo rimpianto da circa il 73% dell’elettorato brasiliano. Molti di più di quelli che metterebbero le mani sul fuoco sulla correttezza del giudice Moro.


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Una condanna politica

Cubadebate (italiano) - Ven, 14/07/2017 - 03:47

lula-una-condena-politica-580x330È difficile leggere in modo diverso la sentenza del giudice Sergio Moro: è una condanna politica, che cerca di dare una frustata in più ad un paese che vive di soprassalti istituzionali da tre anni, in mezzo ad una severa crisi socioeconomica. Come caratterizzare altrimenti una condanna a 9 anni di prigione per colui che dirige tutte le inchieste presidenziali svolte per le elezioni del 2018? È una condanna politica, senza dubbio, per un appartamento sul quale non hanno nessuna prova (firma, contratto, trasloco, eccetera) che dimostri che sia dell’ex presidente, come è rimasto dimostrato nell’udienza, mesi fa.  

Chi condanna il dirigente storico sindacale è il pirotecnico e mediatico giudice Moro che appare in decine di fotografie sorridendo vicino ad Aecio Neves -seriamente implicato nella causa Lava Jato – ed al barcollante Michel Temer, che potrebbe essere rimpiazzato da Rodrigo Maia in questi giorni. Molto lontano dall’equidistanza politica sotto la quale i mass media regionali cercano di situare Moro, è un giudice il cui obiettivo finale è rimasto chiaro: che Lula non competa (o lo faccia seriamente condizionato) nelle elezioni presidenziali del 2018. La campagna della destra -la stessa che ha sferrato il golpe a Rousseff – avrà ora un sicuro slogan in caso che Lula decida ugualmente di competere: “Come votare qualcuno già condannato?.”

Tuttavia, la storia latinoamericana dimostra che la strategia della destra brasiliana è ben rischiosa, potrebbe colpirla di ritorno come un boomerang. Lula non solo dirige le inchieste di intenzione di voto rispetto all’anno prossimo, ma i sondaggi dimostrano come sia l’ex presidente vivo più considerato della storia del suo paese. Governò in un periodo di bonaccia economica e ridistribuì la ricchezza. Riuscirà questa condanna in prima istanza ad abbassare il suo indice di popolarità, o potrà essere vista come una decisione arbitraria di quelli che effettuarono già un golpe alla democrazia brasiliana nel 2016? Le prossime settimane lo diranno. Lula che sopravvisse a quattro decadi di assedio del gruppo Globo, pensa di sopravvivere al giudice Moro.

Brasile dimostra di essere un esperimento della destra regionale in vari sensi. Primo perché dirige un profondo aggiustamento dopo una decade di ampliamento dei diritti: Temer ritagliò l’investimento sociale, principalmente nella salute e nell’educazione, per le prossime due decadi e ha appena approvato nel Senato una riforma lavorativa profondamente regressiva. Ma inoltre perché la persecuzione contro Lula può essere uno specchio nel quale si guarderebbero Argentina e Paraguay, dove Cristina Fernandez de Kirchner e Fernando Lugo, rispettivamente, mantengono ancora una vigorosa attività politico-elettorale.

La condanna contro Lula, oltre ad essere politica, sembra essere un messaggio dell’establishment all’insieme dei leader popolari della regione che, anche se hanno le corporazioni mediatiche, giudiziali e finanziarie contro di loro, continuano a dirigere le inchieste. Staremo entrando nella fase di un “Piano Condor giudiziale”, come affermò recentemente Eugenio Raul Zaffaroni? Fino a dove si azzarderanno la destra brasiliana e quella latinoamericana in questo tentativo di “restaurazione conservatrice” che vive il continente? Ci saranno nuove “condanne politiche” nel Cono Meridionale? Le domande sono sul tavolo. Nel frattempo, la difesa dell’ex presidente brasiliano farà un ricorso contro la condanna e ricorrerà al tribunale di seconda istanza che ora avrà sulle sue spalle il peso di definire se conferma o assolve.

preso da Pagina 12

di  Juan Manuel Karg

traduzione di Ida Garberi

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Funzionari di compagnia statunitense sono coinvolti nell’aggressione all’ambasciatore venezuelano

Cubadebate (italiano) - Gio, 13/07/2017 - 03:46

Agresores-del-diplomático-venezolano-Rafael-Ramírez-Gabriel-Manzano-y-Tatiana-Low-vinculados-a-CitibankGli aggressori del diplomatico venezuelano Rafael Ramirez, Gabriel Manzano e Tatiana Low, occupano incarichi esecutivi nel consorzio statunitense Citibank, conosciuto come uno dei principali attori nella guerra finanziaria contro Venezuela.  

L’attuale ambasciatore del Venezuela denunciò recentemente presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) che due individui hanno aggredito lui e vari membri della sua famiglia nella città di New York.

Come riportano alcuni mezzi che controllarono i profili professionali degli aggressori, ambedue lavorano nella dipendenza di Citibank in Perù; Manzano, venezuelano di origine, come capo dei mercati e tesoriere, e sua moglie Low, oriunda della Colombia, è vicepresidente nell’area di Custodia e Compensazione.

Il sito La Tabla ha ricordato che Citibank è uno dei canali degli Stati Uniti per fabbricare una falsa immagine di supposta scarsità di effettivo in Venezuela per pagare il debito estero, con l’obiettivo di colpire la produzione dell’industria petrolifera della nazione sud-americana.

Fabbricare questa situazione artificiale per chiudere il finanziamento della sfruttamento dell’industria petrolifera, è il piano che Washington si è posto come parte della sua strategia per provocare un collasso del governo di Nicolas Maduro, ha messo a fuoco in un articolo il sito web.

Come parte di questa guerra non convenzionale, Citibank chiuse nel 2016 i conti del Venezuela in quell’istituzione finanziaria, fatto che implicò anche la sospensione del servizio come agente pagatore dei buoni di Petroli del Venezuela S. A. (PDVSA) che scadevano alla fine di quell’anno.

Detta decisione si prese quattro giorni dopo il fallimento di una mobilitazione di protesta convocata dall’opposizione a Caracas, ed a poco più di una settimana che il capo del Comando Meridionale, ammiraglio Kurt Tidd, convocasse un incontro a Miami con esperti in finanza per analizzare che cosa succederebbe se Venezuela rimanesse senza denaro, ha concluso il mezzo alternativo.

(Con informazione di Prensa Latina)
traduzione di Ida Garberi

foto: Noticia al Dia

 

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Trump e il complotto del “Russiagate”

Altrenotizie.org - Gio, 13/07/2017 - 00:00

di Michele Paris

Gli attacchi contro l’amministrazione Trump nell’ambito del cosiddetto “Russiagate” sono aumentati sensibilmente negli ultimi giorni con l’evolversi della nuova “rivelazione” del New York Times su un incontro, avvenuto nel giugno del 2016, tra il figlio maggiore del presidente americano – Donald jr. – e un avvocato russo con presunti legami con il governo di Mosca. L’escalation contro la Casa Bianca sarebbe giustificata dalla pubblicazione di alcune e-mail scambiate tra lo stesso Donald Trump jr. e l’intermediario di nazionalità britannica che aveva favorito la riunione avvenuta alla Trump Tower tredici mesi fa.

La ferocia con cui le pressioni sulla Casa Bianca stanno aumentando non sono in nessun modo giustificate dal contenuto delle e-mail, ma si spiegano soltanto con la determinazione della stampa ufficiale e di buona parte della classe politica di Washington di far naufragare sul nascere l’intesa tra Washington e Mosca prospettata dal vertice di settimana scorsa ad Amburgo tra Putin e Trump.

Il passaggio cruciale dello scambio di messaggi tra Trump jr. e l’intermediario, ovvero il promotore musicale Rob Goldstone, consisterebbe in una frase scritta dal figlio del presidente in risposta a una dubbia offerta di materiale “ufficiale” che poteva screditare la candidata democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton, nel quadro “dell’appoggio del governo russo” a Donald Trump.

Trump jr. scriveva cioè che, se effettivamente esistevano documenti di questo genere, sarebbe stato interessato ad averli ed essi sarebbero tornati utili “soprattutto alla fine dell’estate”, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali.

La disponibilità di Trump jr. a valutare l’aiuto della Russia proposto in questi termini sarebbe per la stampa “mainstream” americana la prova dell’intenzione che aveva manifestato lo staff del presidente di collaborare con Mosca per ostacolare la campagna di Hillary Clinton.

La vicenda presenta però svariati aspetti tutt’altro che chiari. Per cominciare, l’avvocato russo che avrebbe poi effettivamente incontrato Trump jr., Natalia Veselnitskaya, non era in possesso di nessuna informazione relativa alla Clinton, tanto che il figlio del futuro presidente degli Stati Uniti l’avrebbe messa alla porta dopo pochi minuti.

Lo stesso Trump jr. ha rilasciato una dichiarazione al New York Times per spiegare la sua versione dei fatti. L’avvocato russo, facendo seguito alle promesse contenute nell’e-mail di Goldstone, aveva effettivamente sostenuto di avere informazioni relative a finanziamenti destinati a Hillary provenienti da cittadini russi, ma le sue affermazioni apparivano “vaghe, ambigue e senza senso”. Natalia Veselnitskaya, secondo Trump jr., sarebbe poi passata in fretta ad altri argomenti che sembravano essere il vero motivo della sua visita.

All’incontro erano presenti anche il genero di Trump e ora consigliere della Casa Bianca, Jared Kushner, e l’allora direttore della campagna elettorale, Paul Manfort, ma entrambi avevano abbandonato quasi subito la riunione, evidentemente non interessati a quanto l’avvocato russo aveva da riferire.

Il governo russo ha negato inoltre di avere legami con Natalia Veselnitskaya, la quale intendeva in realtà sollevare la questione della cosiddetta “legge Magnitsky” del 2012 che, approvata per penalizzare cittadini russi sospettati di avere violato i diritti umani, creava più di un ostacolo al business di alcuni suoi clienti a Mosca.

Non essendoci prove del fatto che l’incontro sia andato diversamente da questa ricostruzione, è innanzitutto impossibile affermare che, al di là delle loro intenzioni, Trump jr. o gli altri partecipanti all’incontro del giugno 2016 abbiano complottato o semplicemente discusso con emissari del Cremlino per gettare fango sulla candidata alla presidenza del Partito Democratico.

Già questo sarebbe sufficiente a liquidare come insignificante la presunta “bomba” pubblicata a inizio settimana dal New York Times. Per quanto riguarda poi la frase di Rob Goldstone citata in precedenza sull’appoggio russo alla campagna di Trump, va ricordato che essa è stata espressa da un cittadino britannico che non rappresentava né pretendeva di rappresentare il governo di Mosca.

Goldstone era in contatto con Trump jr. in qualità di agente della pop star russa Emin Agalarov, il cui padre era in rapporti d’affari con il futuro presidente americano, mentre la sua impresa di costruzioni aveva ottenuto importanti appalti dal governo di Mosca.

In ogni caso, continuano a non esserci prove che la predilezione del Cremlino per il candidato repubblicano alla Casa Bianca si sia concretizzata in qualsiasi modo, se non in commenti e prese di posizione che, comprensibilmente, lasciavano intendere vantaggi politici e strategici per Mosca in caso di successo di Trump.

Nell’analizzare la storia proposta dal New York Times è indispensabile sottolineare anche come non ci sia alcun riferimento al cuore dell’accusa rivolta a Mosca di avere interferito nelle elezioni del novembre scorso, vale a dire la violazione dei sistemi informatici del Comitato Nazionale Democratico e del computer del numero uno della campagna di Hillary, John Podesta.

Se pure la proposta sottoposta da Rob Goldstone a Trump jr. si fosse materializzata nei termini promessi, è bene ricordare che Natalia Veselnitskaya avrebbe messo a disposizione, come spiegava appunto l’agente inglese, documenti “ufficiali” provenienti dal Cremlino che rivelavano azioni illegali della candidata democratica.

Ciò avrebbe reso improbabile eventuali manovre segrete per penalizzare Hillary, visto anche che la pubblicazione dei fantomatici documenti sulla ex first lady ne avrebbe necessariamente mostrata l’origine. Soprattutto, qualunque sia il giudizio sull’entourage di Trump, appare giustificabile che il figlio di quest’ultimo fosse interessato a mettere le mani su del materiale, oltretutto sanzionato ufficialmente da un governo, che poteva mostrare operazioni illegali della rivale per la presidenza.

Nel mese di giugno e ancora fino a ridosso del voto, Trump appariva infatti in grave ritardo nei sondaggi e, visto anche il clima tossico della campagna, non è difficile credere che membri del suo staff vedessero con favore l’ipotesi di reperire, non necessariamente in maniera illegale, informazioni screditanti su Hillary.

L’inconsistenza delle accuse a Trump jr. che, secondo molti negli Stati Uniti, rappresenterebbero una qualche svolta nel “Russiagate”, risulta evidente proprio quando viene fatto notare come il comportamento del primogenito del presidente sia stato di dubbia legalità.

Un’editoriale del New York Times al limite del delirante sostiene ad esempio che Trump jr. potrebbe finire in guai legali poiché, a causa della corrispondenza con Rob Goldstone e forse dell’incontro con Natalia Veselnitskaya, avrebbe violato le leggi elettorali federali che proibiscono a membri delle campagne dei candidati di “sollecitare” qualsiasi “cosa di valore” a cittadini stranieri, incluse informazioni dannose.

Per quanto faziosa – o fantasiosa – possa essere l’interpretazione degli ultimi sviluppi del “Russiagate”, è estremamente difficile leggere nel comportamento di Trump jr. una qualche richiesta di materiale utilizzabile contro Hillary Clinton. Di ciò non vi è certo traccia nelle e-mail scambiate con Rob Goldstone né, quanto meno, esiste finora traccia che questo sia stato l’argomento di discussione durante il breve incontro con l’avvocato russo alla Trump Tower.

La questione da approfondire sarebbe piuttosto relativa alla discrepanza tra le promesse di Goldstone e quanto riferito effettivamente da Natalia Veselnitskaya a New York. La spiegazione più semplice è che il primo fosse stato convinto dalla seconda a ingigantire l’importanza delle informazioni da esporre a Trump jr. nella speranza di ottenere un incontro.

Oppure, come ha ipotizzato qualche commentatore filo-russo, l’intermediario inglese avrebbe potuto essere assoldato da qualcuno interessato a colpire Trump lanciando un’esca al figlio di quest’ultimo per convincerlo a incontrare un avvocato legato al governo di Mosca. A supporto di questa tesi, come a quella persecutoria degli accusatori del presidente, non vi sono tuttavia prove, ma è pur vero che già nel mese di giugno dello scorso anno stavano circolando voci sui presunti contatti tra Trump e la Russia.

Ad ogni modo, in questa come nelle precedenti “rivelazioni” sui rapporti tra Trump o uomini a lui vicini e il governo di Mosca, sempre favorite da fughe di notizie all’interno del governo, il tentativo degli oppositori del presidente è in sostanza quello di criminalizzare in quanto tali incontri con esponenti collegati in qualche modo al Cremlino o semplicemente di nazionalità russa.

Con una tattica riconducibile al maccartismo, ogni contatto o legame dell’amministrazione o della famiglia Trump con la Russia viene dunque amplificato come un atto che deve necessariamente nascondere qualche trama illegale, riconducibile in primo luogo all’interferenza (mai provata) di Mosca nelle elezioni americane del 2016.

Su basi decisamente più solide si fondano invece alcune notizie, poco o per nulla approfondite, emerse nei mesi scorsi sulla collusione proprio di Hillary Clinton o di organizzazioni a lei vicine con enti o individui stranieri per screditare Trump. Già a gennaio, la testata on-line Politico.com aveva rivelato come “esponenti del governo ucraino” avessero cercato di aiutare Hillary e di penalizzare Trump, “mettendo in dubbio pubblicamente la sua idoneità a diventare presidente”.

Inoltre, individui legati al governo golpista di estrema destra di Kiev avevano “divulgato documenti che accusavano di corruzione un consigliere di Trump”, salvo poi fare marcia indietro dopo le elezioni, e altri ancora avevano collaborato con “alleati della Clinton nel reperire informazioni che potevano danneggiare” il candidato repubblicano.

Organizzazioni vicine all’ex segretario di Stato avevano infine ingaggiato un ex agente segreto britannico per produrre un dossier che gettasse fango su Trump, descrivendo particolari morbosi della sua condotta nel corso di trasferte in Russia e i suoi legami compromettenti con gli ambienti del Cremlino.

Il rapporto era stato pubblicato integralmente senza scrupoli dalla stampa americana e, pur essendo giudicato universalmente falso, come gli altri “contributi” esteri alla campagna di Hillary non aveva sollevato alcuna obiezione tra coloro che oggi, per ragioni legate agli orientamenti strategici degli Stati Uniti, conducono la loro campagna contro Donald Trump per le sue presunte collusioni con il governo di Mosca.

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Caracas esige agli Stati Uniti che puniscano gli attaccanti del suo ambasciatore presso l’ONU

Cubadebate (italiano) - Mer, 12/07/2017 - 00:14
Rafael Ramirez

Rafael Ramirez

Venezuela sollecitò alle autorità degli Stati Uniti di sottomettere alla giustizia a coloro che attaccarono l’ambasciatore permanente di Caracas presso le Nazioni Unite, Rafael Ramirez, e la sua famiglia, in un ristorante a New York.

Inoltre il Ministero degli Esteri esige al governo statunitense il rispetto delle garanzie e dell’immunità previste per il personale e le sedi diplomatiche contemplate nella Convenzione (delle Nazioni Unite) di Vienna del 1961.

D’altra parte, considera che la violenza “fanatica” che esercitarono queste persone contro Ramirez e la sua famiglia, “riflette la campagna di odio e di aggressione quotidiana gettata sulla nostra nazione.”

Il diplomatico scrisse nel suo account di Twitter:

“Hanno aggredito la mia famiglia due dissociati: Gabriel Manzano e Tatiana Low. Li abbiamo messi a tacere. Si facevano scudo di un bambino. Attuerà la giustizia”.

Il confronto è rimasto registrato in un video che diventò virale nelle reti sociali il 9 luglio scorso, nel quale i citati individui hanno accusato Ramirez di assassino ed hanno gridato slogan oppositori contro i suoi famigliari.

Questa azione è stata criticata dalle autorità venezuelane che hanno sottolineato che non è il primo incidente che si registra, perché vari funzionari del governo venezuelano sono stati i bersagli di attacchi simili da quando sono iniziate le manifestazioni oppositrici il passato mese di aprile.

traduzione di Ida Garberi

(Con informazione di Sputnik)

 

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Germania, dal G20 alla repressione

Altrenotizie.org - Mer, 12/07/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

Dopo gli scontri tra polizia e manifestanti nel corso del G20 di settimana scorsa ad Amburgo, la classe politica tedesca ha promesso di intensificare gli sforzi per criminalizzare e mettere a tacere quello che ha definito come “estremismo di sinistra” con la scusa di limitare gli episodi di violenza nel corso degli eventi internazionali.

Il coro di denunce nei confronti di quanti hanno partecipato alle proteste – in larghissima misura pacifiche – ha visto protagonisti i politici di quasi tutti i partiti tedeschi, impegnati in una vera e propria offensiva contro il dissenso, perfettamente in linea con il rilancio del militarismo e delle ambizioni da grande potenza della Germania in atto ormai da alcuni anni a questa parte.

Come accade in pratica in occasione di qualsiasi vertice internazionale di alto livello, anche ad Amburgo la repressione delle forze di sicurezza è arrivata puntuale in seguito, da un lato, alla militarizzazione della città e alla drastica riduzione dei diritti di movimento e di espressione e, dall’altro, a provocazioni attentamente studiate.

Il primo confronto tra polizia e manifestanti si era verificato già giovedì scorso alla vigilia dell’apertura dei lavori, anche se gli stessi giornali ufficiali avevano dovuto riconoscere il clima del tutto pacifico che prevaleva tra i gruppi intenzionati a protestare contro i leader dei venti paesi più industrializzati del pianeta.

La presenza di qualche manifestante mascherato e l’azione di individui isolati, come al solito riconducibili a gruppi anarchici o ai “black blocs”, notoriamente infiltrati in maniera pesante dalla polizia, hanno fornito l’occasione per procedere con l’assalto ai dimostranti, risoltosi nelle consuete scene di guerriglia urbana e in un numero imprecisato di feriti e arrestati.

Singolarmente, i vertici della polizia di Amburgo avevano avvertito prima della marcia di protesta che anche soltanto nascondere il viso sarebbe stato considerato un atto di violenza, così da rendere inapplicabile il diritto di espressione e di “libera assemblea” garantito dalla costituzione tedesca.

Ciò che è seguito ai primi scontri di giovedì è stata un’escalation di violenze e interventi delle forze di sicurezza, la cui responsabilità è stata attribuita a gruppi antagonisti di “estrema sinistra”, bersaglio appunto degli sfoghi dei politici tedeschi.

All’interno del governo di coalizione di Berlino, le voci più dure sono state probabilmente quelle degli esponenti del Partito Socialdemocratico (SPD). Ciò è dovuto in parte anche al tentativo da parte di questo partito di recuperare terreno a destra con proposte politiche reazionarie dopo il crollo nei sondaggi a poco più di due mesi dalle elezioni federali.

Il ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, ha parlato di “danno d’immagine” per la Germania a causa di una vera e propria “orgia di violenza” fine a se stessa, contro la quale “uno stato… deve sapersi difendere”. Il compagno di partito di Gabriel, il ministro della Giustizia Heiko Maas, ha invece chiesto una risposta collettiva europea all’esplosione dell’estremismo di sinistra, cominciando con la creazione di una sorta di lista nera a livello continentale.

Il carattere strumentale delle dichiarazioni dell’esponente del governo Merkel è confermato dal fatto che un archivio di questo genere esiste già a livello europeo ed è servito nei giorni precedenti il G20 di Amburgo a bloccare alle frontiere tedesche centinaia di attivisti di sinistra, oltretutto monitorati negli spostamenti dalle loro città di provenienza.

Sul fronte opposto, ma sempre nel governo Merkel, il ministro dell’Interno della CDU, Thomas de Maizière, ha spiegato che “gli eventi del G20 devono rappresentare un punto di svolta nel nostro modo di considerare la propensione alla violenza dei gruppi di sinistra”.

Il “punto di svolta” auspicato da de Maizière, figlio di un alto ufficiale della “Wehrmacht” nazista, consiste nell’adozione di misure permanenti destinate a combattere “l’estremismo di sinistra”, non essendo più sufficiente la sola repressione violenta nel corso di manifestazioni o proteste occasionali. Lo stesso ministro ha d’altra parte paragonato la presunta minaccia che sarebbe esplosa ad Amburgo a quella “islamista” e “neo-nazista”.

In concreto, come ha spiegato Christian Lindner, leader del Partito Democratico Libero (FDP), al governo fino al 2013 nel secondo gabinetto Merkel, ciò dovrebbe ad esempio consistere nel “monitoraggio più attento” degli estremisti di sinistra da parte dell’intelligence domestica.

Che l’intenzione dell’establishment tedesco sia nulla di meno che il restringimento degli spazi del dissenso, in particolare quello orientato all’anti-capitalismo, è chiaro anche dalle dichiarazioni di svariati politici – dal segretario generale della CDU, Peter Tauber, al deputato della CSU, Stephan Mayer, al capo di gabinetto della cancelleria federale, Peter Altmaier – sulla necessità di chiudere gli spazi urbani “occupati” da gruppi di sinistra.

Nel mirino ci sarebbero in particolare le occupazioni della “Rigaer Strasse” a Berlino o del teatro “Rote Flora” di Amburgo, già oggetto di tentativi violenti di sgombero da parte delle forze di polizia nel recente passato.

L’ossessione sui disordini e le violenze che avrebbero provocato i manifestanti di sinistra ad Amburgo sono in primo luogo il riflesso di una crescente irritazione tra le classi dirigenti di qualsiasi paese nei confronti di movimenti popolari di opposizione alle politiche anti-sociali e anti-democratiche dilagate dopo l’esplosione della crisi del capitalismo internazionale tra il 2008 e il 2009.

Sia il puntuale soffocamento con metodi violenti delle proteste da parte delle forze di polizia sia le iniziative proposte dai politici tedeschi nei giorni scorsi sono perciò il tentativo di soffocare ogni forma di protesta e di resistenza provenienti da sinistra.

Inoltre, la criminalizzazione di quella che viene dipinta come una frangia estremista alimenta l’illusione che esista un ampio consenso popolare sulle attuali forme di governo “democratiche”, mentre è al contrario sempre più forte e diffusa l’opposizione alle politiche ufficiali, caratterizzate ovunque da disuguaglianze sociali esplosive, militarismo e restringimento degli spazi democratici.

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