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Gli Stati Uniti destinano più di 6 milioni di dollari ai Caschi bianchi in Siria

Cubadebate (italiano) - Sab, 16/06/2018 - 04:13

cascosblancosIl presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha autorizzato la consegna di 6,6 milioni di dollari ai cosiddetti Caschi Bianchi, la controversa organizzazione “umanitaria” attiva nel territorio siriano, dove sono presenti organizzazioni terroristiche.

La portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Heather Nauert, ha annunciato ieri che Washington ha approvato la somma milionaria per i Caschi bianchi, attivi nel territorio siriano, come presunto gruppo di soccorritori, soprattutto dove sono presenti organizzazioni come Al Nosra, braccio siriano di Al Qaeda nel paese arabo.

“Il governo degli Stati Uniti sostiene fermamente i caschi bianchi, che hanno salvato a più di 100.000 vite dall’inizio del conflitto, comprese le vittime degli attacchi di armi chimiche del presidente Bashar al-Assad”, ha dichiarato Nauert. riecheggiando accuse infondate sugli attacchi chimici portati avanti dalle forze siriane.

D’altra parte, ha sottolineato il ruolo “vitale” dei caschi bianchi per raccogliere prove e testimoniare contro i funzionari siriani che gli Stati Uniti e i loro alleati accusano, senza fornire alcuna prova, di aver commesso crimini contro la popolazione siriana.
Nauert ha ringraziato il lavoro “eroico” dei membri di questa organizzazione non governativa e ha attaccato Damasco e Mosca per aver presumibilmente compiuto attacchi aerei indiscriminati contro la popolazione civile in Siria, un’accusa che sia il paese arabo che la Russia hanno sempre respinto fermamente.

I Caschi bianchi, finanziati da diversi paesi occidentali, sono presumibilmente associati all’organizzazione e registrazione di attacchi chimici sotto falsa bandiera e sono stati visti più volte lavorare con i gruppi terroristici in Siria.

Il governo russo, da parte sua, ha accusato questo corpo di essere presunti volontari, fingendosi un’organizzazione umanitaria non governativa, di sostenere i terroristi che combattono contro Damasco.

Fonte: https://www.state.gov

da L’AntiDiplomatico

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Lottiamo!

Cubadebate (italiano) - Mar, 12/06/2018 - 23:17

Militantes-del-PSUV-580x435“Quando più oscura diventa la notte, significa che siamo più vicini all’alba”.

In questa frase si riassume la speranza viva del nostro popolo che non si arrende davanti alla complessa situazione che viviamo, siamo il popolo dell’ “Uomo delle difficoltà” come si chiamò lui stesso il nostro Padre Bolivar.  In mezzo a questa guerra senza quartiere dell’Imperialismo e delle sue oligarchie lacchè, Venezuela è riuscita a vincere nell’ultima e ben preparata imboscata dell’OSA. Abbiamo avuto successo perché abbiamo dignità e prodezza, abbiamo vinto perché ci siamo guadagnati il rispetto dei paesi della Nostra America.

Nel fragore del confronto ed in attesa delle soluzioni concrete che dobbiamo costruire, per recuperare gradualmente la vita quotidiana della famiglia venezuelana, la generazione d’oro ci riempie di allegria ed orgoglio patrio, con la sua brillante attuazione nei giochi Sud-americani di Cochabamba.

Questo gruppo di giovani è riuscito a battersi per la dignità nazionale di fronte a quelli che pretendono umiliarci nel mondo per essere venezuelani e venezuelane di questo tempo di difficoltà, di resistenza, di lotte, di fucina. Questa è la gioventù venezuelana, dotata, impegnata, degna, patriota. Grazie ragazzi e ragazze per questa aria fresca che avete inviato al nostro paese, dalla sorella Bolivia.

Siamo un paese benedetto e Dio premierà la nostra costanza con la vittoria della pace e della prosperità. Così sarà.

In questo contesto, dobbiamo sottolineare anche la convocazione al IV Congresso del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), fatta dal nostro Presidente Nicolas Maduro, con l’obiettivo generale di consolidare il corpo di idee e di valori nel territorio, verso il socialismo, e cercare la verità.

Inoltre, il compagno Presidente della Repubblica e del nostro Partito, ha esposto i temi seguenti per il dibattito: la coerenza politica ideologica; la struttura ed il funzionamento dei livelli di direzione;  la costruzione di soluzioni concrete per i principali problemi che c’angosciano, nella cornice delle sei linee di azione che lui ha orientato; la battaglia internazionale per la verità del Venezuela ed una politica di alleanze e di inclusione nella cornice della definizione del Chavismo come forza storica.

Abbiamo coincidenze piene col dibattito ed i temi esposti, consideriamo che esprimono l’anelito della donna, dell’uomo, del giovane e della giovane chavista che milita nelle Unità di Battaglia Bolivar Chavez (UBCH) ed in altre organizzazioni di base del potere popolare. Bisogna ascoltare la domanda crescente della nostra coraggiosa e cosciente militanza che vuole essere ascoltata, proporre soluzioni, essere compresa nella presa di decisioni ed aprirsi uno spazio nei livelli di direzione.

Oggi più che mai è vigente la frase del nostro Comandante Hugo Chavez, nel 2010, “Io il gioco col popolo”. In questa ora, non dobbiamo dubitare, bisogna giocarsela col popolo.

Il nostro compagno Nicolas, ci ha convocati a “Cambiare tutto quello che debba essere cambiato, rinnovare tutto quello che debba essere rinnovato, mediante la critica ed autocritica sana”. Andiamo, compagno, trasformiamo il IV Congresso del PSUV in una gran battaglia di idee per la rinnovazione e la democratizzazione del Partito, affinché si trasformi in un strumento poderoso delle lotte quotidiane del nostro popolo.

È arrivata l’ora, lottiamo per un PSUV senza esclusioni, dove ci stiamo tutti e tutte, quelli e quelle che l’abbiamo costruito durante una decade.  Il PSUV siamo tutti e tutte, lottiamo e vinceremo. Che il Congresso Socialista occupi le strade ed apra l’orizzonte!.

di Elias Jaua

preso da “Horizonte en disputa”

traduzione di Ida Garberi

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Cuba ribadisce il suo sostegno alla Siria

Cubadebate (italiano) - Sab, 09/06/2018 - 03:19

bandera-siriaDopo oltre 50 anni, le relazioni tra Cuba e la Repubblica araba siriana sono sempre più strette, all’insegna della lotta all’imperialismo, contro le ingerenze esterne e per l’autodeterminazione dei popoli.
José Ramón Balaguer, capo delle relazioni internazionali per il comitato centrale del Partito comunista di Cuba, ha ribadito la posizione di Cuba a sostegno della Siria in tutti i settori, in particolare nella sua lotta contro il terrorismo.

Durante un incontro tenutosi con il ministro delle informazioni siriane Imad Sara, Ramón ha elogiato i sacrifici offerti dai soldati dell’esercito siriano e i loro atti eroici contro il terrorismo.

Da parte sua, il ministro Sara ha sottolineato che le vittorie consecutive dell’esercito siriano contro il terrorismo e i suoi sponsor, hanno aperto la strada per l’inizio del processo di ricostruzione e l’impulso del processo politico.

Ha notato che i media nazionali hanno affrontato la guerra mediatica lanciata contro il paese impedendo di raggiungere i suoi obiettivi.

Fonte: SANA

da L’AntiDiplomatico

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Il paese Titanic

Cubadebate (italiano) - Gio, 07/06/2018 - 03:40

brasil_vs_temerL’immagine è arci nota: nel mezzo di una spaventosa tempesta, in pieno oceano, una nave oscilla pericolosamente. Il capitano ordina all’orchestra di continuare il suo lavoro, mentre la nave avanza verso un iceberg. Quando si verifica la prevedibile collisione, mancano le imbarcazioni di soccorso.

Niente può essere più esplicativo in relazione a quello che avviene con il Brasile, il paese più popoloso e la più grande economia dell’America Latina: il moribondo governo affonda ogni ora, e Michel Temer, sollevato alla presidenza a seguito di un colpo di stato istituzionale , si limita ad una sfilata di frasi vuote mescolate a gesti da salotto.

Uno sciopero di camionisti che, in realtà, è nato da un serrata padronale (lockout) annunciata diverse volte dallo scorso ottobre, ha paralizzato il paese per 10 infiniti giorni. La popolazione è stata duramente colpita: oltre ai combustibili, è mancato tutto. Supermercati vuoti, strade deserte, ospedali senza condizioni per servire le persone, tutto è sparito, persino i soldi nei bancomat. Eppure, lo sciopero è stata sostenuto da non meno dell’87% di quelli consultati in inchieste e sondaggi.

La ragione di tale contraddizione è chiara: si è cercato di manifestare, a chiare lettere, l’infinita insoddisfazione che vive il paese. Dalla destituizione della presidentessa eletta Dilma Rousseff, poco più di due anni fa, nulla di ciò che è stato promesso è avvenuto. Al contrario: l’economia ha proseguito in recessione, tranne che per momentanee esplosioni di ripresa, la disoccupazione è rimasta alle stelle -ci sono 13 milioni 400 mila disoccupati, più 14 milioni di sottoccupati- e non c’è nessuna luce all’orizzonte.
L’assoluta mancanza di leadership e di legittimità del governo Temer è diventata più evidente che mai nel bel mezzo della crisi scoppiata negli ultimi giorni di maggio. Concordando con i datori di lavoro dei trasportatori, Temer ed i suoi seguaci hanno rivelato a che punto arriva la loro incompetenza: hanno dato tutto in cambio di nulla.

Se l’origine del movimento era nell’aumento quotidiano del combustibile, al momento di sedersi e negoziare, hanno concesso tutto ciò che era richiesto dai grandi trasportatori, senza alcuna garanzia che lo sciopero -che letteralmente bloccava strade e autostrade in tutto il Brasile- sarebbe stato revocato. Risultato: più usara e demoralizzazione per un governo morente. Il movimento è scomparso per proprio conto, senza che il governo abbia avuto alcuna iniziativa.

Venerdì scorso un’altra bomba: l’ingegnere Pedro Parente, presidente della statale Petrobras, si è dimesso. E lo ha fatto irresponsabilmente, quando la borsa brasiliana era in pieno apogeo. La cosa normale sarebbe presentare le proprie dimissioni dopo la chiusura della giornata nel mercato. Quanti avranno beneficiato della notizia?

Alla fine, ciò che è stato discusso durante la crisi è stata la politica economica imposta dal governo Temer. Per quanto riguarda Petrobras de i combustibili, la questione è semplice: Temer, obbedendo all’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, ha messo Pedro Parente alla testa di Petrobras. I suoi primi passi erano chiaramente mirati a distruggere la politica energetica portata avanti prima da Lula da Silva e poi da Dilma Rousseff: ridurre la produzione nazionale di benzina di almeno il 28% e aumentare le importazioni. Principale beneficiario: gli USA, che hanno raddoppiato le esportazioni di combustibile in Brasile.

L’equazione è semplice: con il prezzo del petrolio e derivati in aumento, e con la produzione nazionale fortemente ribassata, le spese aumentano e, di conseguenza, il prezzo viene aggiustato ogni giorno -sì: ogni giorno- il prezzo dei combustibili è diventato insopportabile per gli utenti, mentre aumentava astronomicamente il profitto degli azionisti di Petrobras, una società a capitale misto controllata dallo Stato. Le quotazioni delle sue azioni nella borsa di New York hanno dato luogo alla gioia degli azionisti stranieri.

In silenzio, quell’aspetto del colpo di stato che prima ha destituito la legittima presidentessa e poi imprigionato -senza che ci fosse una misera prova- l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva era trionfante. Cioè, l’aspetto della consegna, alle multinazionali, del petrolio brasiliano.

L’azione tra camionisti e compagnie di trasporto (vale la pena ribadire che il 67% dei trasporti in Brasile è su camion) ha messo in evidenza ciò che era nascosto o ignorato dai mezzi egemonici di comunicazione.

La crisi di maggio ha evidenziato l’inesistenza, l’insignificanza del governo Temer.

Resta da sapere cosa faranno ora con un governo moribondo. Mancano quattro mesi alle elezioni e sette per l’insediamento del nuovo presidente. La prima domanda, e più urgente, è: ci saranno elezioni in ottobre?; la seconda: riusciranno a mantenere Temer ed il suo gruppo fino a gennaio del prossimo anno?; e la terza: fino a quando il paese sopravviverà a questo caos?

di Eric Nepomuceno

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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Ecuador e Stati Uniti valutano riattivazione delle relazioni bilaterali. Dove vuole andare Lenin Moreno?

Cubadebate (italiano) - Mer, 06/06/2018 - 04:35
Rafael Correa

Rafael Correa

Continua in Ecuador l’inversione a U di Lenin Moreno. Il nuovo presidente eletto soprattutto grazie alla popolarità di cui godeva Rafael Correa, sconfessa ulteriormente il suo predecessore, anche sulle alleanze internazionali del paese.

Come confermato dal vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, non proprio un amico dell’America Latina socialista e progressista, nel corso di questo mese visiterà l’Ecuador per “riattivare” le relazioni tra i due paesi.

L’agenzia statale ecuadoriana Andes afferma che Pence arriverà a Quito “dopo l’invito che il presidente Lenin Moreno avrebbe fatto, secondo quanto riferisce la Casa Bianca”.

La stessa fonte cita l’ambasciata statunitense a Quito e riferisce che Pence ha tenuto una conversazione telefonica con il presidente Moreno sul ripristino delle relazioni bilaterali tra i due paesi.

Secondo quanto riferisce la diplomazia statunitense, l’invito serve ad “analizzare l’opportunità di riattivare le relazioni bilaterali tra gli Stati Uniti e l’Ecuador”.

La stessa fonte sottolinea che nel quadro dell’incontro dell’Assemblea Generale dell’OAS, i rappresentanti di entrambi i paesi hanno discusso “della crisi umanitaria ed economica in Venezuela e della necessità di collaborare con altre nazioni con idee affini per proteggere e promuovere la libertà nell’emisfero”.

Una differenza abissale con il governo di Rafael Correa che non esitò a vietare l’utilizzo della base militare di Manta agli Stati Uniti.

Fin dove si vuole spingere Moreno?

da L’AntiDiplomatico

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Jeff Flake sulle relazioni Cuba-USA: abbiamo fatto un passo indietro, ma abbiamo ancora delle speranze

Cubadebate (italiano) - Mar, 05/06/2018 - 04:06

slider_cubaeeuu_banderas_11_0Il senatore repubblicano per lo stato nordamericano dell’Arizona, Jeff Flake, si è augurato oggi che i due paesi possano continuare a lavorare insieme per il bene delle relazioni tra gli Stati Uniti e Cuba.  

Questo è il messaggio che ha detto che porterà di ritorno al suo paese, come ha commentato in brevi dichiarazioni a Prensa Latina, insistendo che continuerà a sforzarsi per “ampliare i voli” perché “più cubano-americani, più statunitensi potranno viaggiare sull’isola caraibica ancora più persone potranno conoscere cosa succede veramente a Cuba”.

“È sicuro viaggiare a Cuba”, ha confermato Flake nelle sue parole riferendosi agli sviluppi che si sono ottenuti con le rappresentazioni diplomatiche, l’apertura delle ambasciate, quando era presidente Barack Obama.

Prima, in una dichiarazione ai giornalisti della stampa nazionale e straniera che l’aspettavano nell’Hotel Cohiba, di questa capitale, espresse il suo desiderio di “più cooperazione, più viaggi, più comunicazione ed una migliore relazione tra le due nazioni”, obiettivo nel quale spera “poter continuare ad avanzare”.

Questi sono stati i termini che hanno caratterizzato l’incontro che sia lui che il presidente esecutivo di Google, Emerson Schmidt -che l’accompagnava -, hanno sostenuto nel pomeriggio di questo lunedì col mandatario cubano, Miguel Diaz-Canel.

Con eccellente buon umore e rispondendo a tutte le domande dei reporter, il senatore ha scherzato segnalando che “non ci sono due persone che parlino lingue differenti ed allo stesso tempo conversino molto bene nello stesso linguaggio”, in riferimento al fatto che Diaz-Canel e Schmidt sono entrambi ingegneri.

In un altro momento ha sottolineato che “non sono mai stato a favore del bloqueo, sono a favore delle relazioni normali tra i due paesi”.

Il ministro cubano di Relazioni Estere, Bruno Rodriguez, ha anche ricevuto oggi il senatore repubblicano ed il presidente esecutivo di Google.

Flake, che non si presenterà alla rielezione nei suffragi a metà mandato di novembre negli Stati Uniti – ha viaggiato a Cuba in varie occasioni, ed è uno dei promotori di proposte legislative per un avvicinamento e per migliorare i vincoli tra L’Avana e Washington.

Il suo ritiro dal seggio nella Camera Alta del Congresso statunitense, apre la sfida per lo scanno dell’Arizona, che non ha un senatore democratico dal 1994.

testo di Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Riposino in pace gli innocenti

Cubadebate (italiano) - Sab, 02/06/2018 - 05:09
Luis Posada Carriles

Luis Posada Carriles

Non ha mai pagato per i crimini che ha commesso. È morto impunemente a Miami la scorsa settimana. I suoi seguaci dicono che Luis Posada Carriles ha lottato tutta la sua vita adulta contro il comunismo, e così lo giustificano. Ma Posada non ha mai lottato nel campo dell’onore. Le sue vittime non furono mai i soldati dell’Esercito Ribelle cubano. La sua strategia militare fu  uccidere innocenti per, in tale maniera, cercare di terrorizzare coloro che volevano visitare, dialogare o commerciare con Cuba.

Ha lasciato un saldo di sofferenza in vari paesi della Nostra America, specialmente a Cuba, Venezuela, El Salvador e Guatemala. Fu l’autore intellettuale dell’assassinio di 73 persone a bordo di un aereo passeggeri cubano, nel 1976, tra cui 24 adolescenti della squadra di scherma giovanile dell’isola e anche una bambina della Guyana di nove anni, di nome Sabrina.

Come capo delle operazioni speciali del servizio di intelligence venezuelano, durante la presidenza di destra di Rafael Caldera, ha torturato e assassinato decine di cittadini, tra cui le sorelle Brenda e Marlene Esquivel. Una testimone ha dichiarato che Brenda era incinta di otto mesi quando l’arrestarono e Posada Carriles reagì: Uccidi quel seme prima che nasca, perché sarà un comunista. Brenda perse il bambino a causa delle torture.
Posada ha anche lavorato per gli squadroni della morte in El Salvador ed in Guatemala. Dalla sua tana in El Salvador ha condotto una campagna terroristica, nel 1997, allo scopo di scoraggiare il turismo a Cuba. Ha contrattato diversi centroamericani perché facessero esplodere bombe nei centri più emblematici del turismo dell’isola, tra cui l’Hotel Nacional, La Bodeguita del Medio e l’Hotel Meliá Cohiba. Una di quelle bombe ha ucciso il turista italiano Fabio di Celmo nella lobby-bar dell’Hotel Copacabana di Miramar. Ha confessato, l’anno seguente, al New York Times, che l’italiano era nel posto sbagliato nel momento sbagliato ed è per questo che dormo come un bambino.

Nel 2000 ha cercato di assassinare il presidente Fidel Castro a Panama. Progettava depositare nove chilogrammi di esplosivi C-4 nel Paraninfo dell’Università Nazionale di Panama, affinché l’auditorium  esplodesse  durante il discorso del presidente cubano davanti a circa mille ospiti, che includevano studenti e diplomatici.
Il suo avvocato, Arturo Hernández (l’avvocato preferisce che lo chiamino Art Jernandes), ha ammesso davanti a una corte federale statunitense che tutto ciò che Luis Posada Carriles ha fatto è stato a nome della CIA. E sono proprio i documenti della CIA, del Dipartimento di Stato e dell’FBI che ammettono il curriculum terroristico di Posada Carriles.

Documenti declassificati dal governo USA e pubblicati dall’Archivio Nazionale della Sicurezza comprovano che, giorni prima dell’esplosione dell’aereo, Posada ha dichiarato che pensava colpire un aereo cubano e Orlando (suo complice) ha tutti i dettagli. Una fonte confidenziale confidò alla CIA, il giorno dopo l’esplosione dell’aereo passeggeri, che Posada Carriles era l’autore intellettuale del sinistro attacco.

Gli autori materiali sono Hernán Ricardo e Freddy Lugo, entrambi venezuelani e subordinati a Luis Posada Carriles. Sono stati condannati a 20 anni di carcere in Venezuela. Ricardo disegnò lo schema delle bombe C-4 che lui e Lugo posero sulla sull’aereonave CU-455 quel giorno. Lugo testimoniò che Ricardo si vantava di aver ucciso più persone su quell’aereo che Carlos Lo Sciacallo e Ricardo disse di aver ricevuto $ 25000 per l’atto terroristico. Disse anche che lavorava per la CIA e che il suo capo era Luis Posada Carriles.

Dopo una vita dedicata al terrorismo, Posada Carriles ha deciso di ritirarsi a Miami. Arrivò alla fine di marzo 2005, illegalmente, a bordo di una imbarcazione chiamata El Santrina. La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha intentato una causa per la sua estradizione, nel maggio 2005, ma Washington ha rifiutato inviarlo a Caracas per rendere conto dei suoi crimini. Lo ha protetto fino al giorno della sua morte. Come disse l’ex presidente USA, Franklin D. Roosevelt, del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza García, sarà un figlio di puttana, ma è nostro figlio di puttana.

La morte di Posada Carriles, il 23 maggio scorso, ha ispirato diversi articoli giornalistici. Usano diversi aggettivi per descriverlo. La BBC di Londra ha titolato che era un radicale anticastrista. El País lo ha semplicemente descritto come un ex agente della CIA. Per El Nuevo Herald di Miami, Posada era un militante anti-castrista. Il New York Times ha intitolato: Muore a 90 anni Luis Posada Carriles, che ha lottato per rovesciare Castro. La Voz de América, l’organo ufficiale del governo USA, ha informato, in modo asettico, i suoi ascoltatori che l’anti-castrista Posada Carriles era morto.

Come avrebbero intitolato, quei media, se Posada fosse stato musulmano? Molto probabilmente: E’ morto il terrorista Luis Posada Carriles. Riposino in pace gli innocenti.

di José Pertierra , avvocato cubano che vive a Washington. Ha rappresentato il Venezuela nei suoi sforzi per estradare Posada Carriles

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Foto: Huffington Post

 

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Mettono in allerta in Venezuela sui rischi dell’entrata della Colombia nella NATO

Cubadebate (italiano) - Mar, 29/05/2018 - 02:23

NATOIl deputato all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) del Venezuela Juan Carlos Aleman ha messo in allerta oggi sui rischi per la regione dell’entrata della Colombia nella NATO.

In un’intervista concessa al programma “Al Aire”, trasmesso da Venezuelana di Televisione, il membro del forum plenipotenziario ha denunciato che con l’entrata dello Stato colombiano alla NATO nella categoria di socio globale, si cerca di imporre posizioni e modelli imperialisti, con l’intenzione di controllare l’America Latina.

Con la formalizzazione dell’entrata della Colombia alla NATO, prevista per il 31 maggio, questo paese si convertirà “nella punta di lancia dell’imperialismo nordamericano” per l’esecuzione di azioni contro l’influenza commerciale di nazioni asiatiche ed europee nella regione, ha indicato il deputato costituente venezuelano.

Venezuela ha respinto sabato scorso l’annuncio realizzato dal mandatario della Colombia, Juan Manuel Santos, sull’entrata del suo paese alla NATO, nella categoria di socio globale.

Attraverso un comunicato diffuso dalla cancelleria, il governo venezuelano ha denunciato “davanti alla comunità internazionale l’intenzione delle autorità colombiane di prestarsi per introdurre in America Latina e nei Caraibi, un’alleanza militare esterna con capacità nucleare”.

Le autorità di Caracas hanno ricordato la posizione storica dell’America Latina e dei Caraibi, “che hanno sempre preso una dovuta distanza dalle politiche e dalle azioni guerrafondaie della NATO e di qualunque altro esercito od organismo militare che pretenda di ricorrere all’uso della forza” per imporre l’egemonia di un modello politico ed economico imperialista.

Venezuela ha esortato il governo colombiano a compiere gli obblighi internazionali a cui si è impegnato come membro di organizzazioni regionali, destinate a garantire la pace e la soluzione pacifica delle controversie.

Tra questi strumenti ha sottolineato la Dichiarazione de L’Avana della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici che ha proclamato zona di pace la regione dell’America Latina e dei Caraibi.

da Prensa Latina

traduzione Ida Garberi

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Ramonet smonta le fake news sul Venezuela

Cubadebate (italiano) - Sab, 26/05/2018 - 03:44
Ignacio Ramonet

Ignacio Ramonet

Le recenti elezioni presidenziali svolte in Venezuela sono state vinte con un ampio margine dal candidato della Rivoluzione Bolivariana, nonché presidente uscente Nicolas Maduro. Come sempre accade in materia di Venezuela, la stampa internazionale si è scatenata a reti unificate per screditare l’intero processo elettorale e sminuire la schiacciante vittoria del chavismo.

A confutare la classica narrazione tossica mainstream è il rinomato giornalista e professore spagnolo Ignacio Ramonet. Questo è quanto ha dichiarato ai microfoni del programma Encuentro Popular trasmesso da YVKE Mundial: «Come ognuno degli oltre 2000 osservatori internazionali che hanno girato tutto il paese, tutti i giornalisti che erano qui hanno potuto constatare che queste elezioni si sono svolte in maniera libera, trasparente, democratica».

Il giornalista spagnolo ha inoltre dato particolare rilievo a tre considerazioni riguardanti le elezioni: sono state svolte nonostante le pressioni e le minacce provenienti da più parti; all’interno dalla destra e all’esterno dalle manovre di Washington. Gli esponenti dell’opposizione hanno goduto, come di norma in Venezuela, della massima libertà possibile per esporre in tutto il paese le proprie idee e proposte alternative. Nella giornata delle elezioni ha regnato un’atmosfera di tranquillità e normalità. Fatto non scontato visto le violenze scatenate dall’opposizione di destra in occasione delle elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente del passato mese di luglio.

Le varie cronache che abbiamo letto sul Venezuela, evidentemente di parte, avevano come unico obiettivo quello di unirsi alla campagna diffamatoria contro il paese sudamericano «perché non basate sulla razionalità di osservazione su quel che è realmente accaduto in Venezuela il 20 maggio e le settimane che hanno preceduto l’elezione presidenziale», ha infine denunciato Ramonet.

da AVN

traduzione di L’AntiDiplomatico

 

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Venezuela: i compiti immediati

Cubadebate (italiano) - Mer, 23/05/2018 - 03:44

Maduro-ChávezL’opposizione venezuelana ha sperperato, questa domenica, una possibilità unica di misurare le forze con il governo di Nicolás Maduro. Se, come dicono i suoi portavoce, dentro e fuori il Venezuela, gli oppositori contano sul favore della stragrande maggioranza della popolazione, perché non hanno presentato una candidatura unica che, forse, avrebbe potuto aprirgli la porta del Palacio de Miraflores e raggiungere, con mezzi istituzionali, la tanta anelata “uscita” del presidente Maduro?

Non l’hanno fatto, e la scusa era che non c’erano garanzie di onestà e trasparenza nel processo elettorale. Hanno dimenticato, o hanno preferito dimenticare, il giudizio dell’ex presidente USA Jimmy Carter -un critico del chavismo- quando, nel 2012, ha detto, nel discorso annuale al Carter Center, che “delle 92 elezioni che abbiamo monitorato, direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”.

Come se ciò non bastasse nei 23 processi elettorali che hanno avuto luogo, da quando Hugo Chávez assunse la presidenza nel 1999, mai si sono presentate prove concrete di frode al Consiglio Nazionale Elettorale. Tutto si è ridotto ad irate dichiarazioni ed accuse infondate, false come le stiamo ascoltando in questi giorni e che sono raccolte e riprodotte all’infinito da quella cloaca puzzolente di ciò che una volta fu il giornalismo: i grandi media egemonici in America Latina, incaricati di disinformare, meticolosamente, l’opinione pubblica.

Perché hanno disertato le elzioni, perché non hanno raccolto il guanto che gli ha lanciato Maduro?

Facile: perché neppure loro credevano alle proprie spacconate. Sapevano che non era vero che la maggioranza dell’elettorato avrebbe sostenuto l’opposizione; erano coscienti che per più proteste e lamentele che suscita la crisi economica e le poco efficaci risposte del governo il popolo venezuelano sa molto bene che gli oppositori sono l’oligarchia, superficialmente aggiornata, che per secoli lo ha oppresso e disprezzato. Così, invece di andare alle urne si sono dedicati a denunciare, in anticipo, che le elezioni sarebbero state fraudolente, un pretesto per evitare che la loro inferiorità numerica rimanesse registrata per sempre. Al posto di ciò hanno scommesso sull’astensione e sulla “via breve” per rovesciare Maduro con mezzi violenti e facendo affidamento sull’efficacia distruttiva delle pressioni internazionali. È la strategia del “cambio di regime” che gli USA promuovono da decenni. In linea con questa, la Casa Bianca si è posta a capo di questa offensiva ed ha ordinato alle sue pedine latinoamericane di lanciare un attacco frontale contro Caracas.

Per sfortuna dell’opposizione, l’astensione è rimasta molto lontana dalla soglia che stava aspettando per, in questo modo, delegittimare il trionfo di Maduro. In realtà questa è quasi identica a quella che si è verificato in Cile nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, dove il tasso di affluenza alle urne è stato anche del 46%, e non abbiamo sentito alcun pubblicista de impiegato della destra, che sostengono essere giornalisti, strapparsi per questo le vesti e mettere in discussione il trionfo di Sebastián Piñera. Ma una cosa è il Venezuela e un’altra è il Cile; il primo ha la principale riserva petrolifera del mondo, il Cile no.

Un indice comparativo della rappresentatività presidenziale, necessario per calmare le ansie delle anime buone democratiche, lo fornisce il rapporto tra i voti ottenuti da diversi presidenti e la popolazione elettorale. Sebastián Piñera è stato eletto presidente del Cile con il sostegno del 26,5% dell’elettorato; Juan M. Santos con meno ancora, 23,7%; Mauricio Macri, con il 26,8%; Donald Trump con il 27,3% e Nicolás Maduro, domenica scorsa, con il 31,7%. In altre parole, che si parla dell’oltraggio alla democrazia in Venezuela, come lo fa il Cartello di Lima, dovrebbe prima guardare un pò queste cifre e capire cosa esse significano.

Ma la Casa Bianca non sussulta davanti a nulla. Fedele a ciò che una volta disse a un giornalista del New York Times il signor Karl Rove (nel 2003, quando era il principale consigliere di George W. Bush) “noi ora siamo un impero, e quando agiamo, creiamo la realtà”, il governo USA ha creato la “realtà” di una dittatura per un governo che ha convocato 23 elezioni in 20 anni e che nelle due occasioni in cui fu sconfitto riconobbe immediatamente il verdetto delle urne. L’opposizione “democratica” non ha mai riconosciuto le sue sconfitte e ha immerso il paese nel caos e nella violenza di strada nel 2013 e 2017.

Ma gli USA hanno creato tale “realtà” ed i suoi impresentabili lacché di Lima si sono inmediatamente mobilitati per molestare il governo bolivariano e approfondire la crisi in Venezuela.

Non smette di essere una penosa tragicommedia che personaggi screditati come i membri di quella banda pretendono dare lezioni di democrazia al Venezuela bolivariano.

Il governo argentino, guidato da un demagogo che ha promesso mare e monti nella sua campagna per poi non adempiere tutte le sue promesse e che inoltre presiede un governo i cui protagonisti sono milionari che non rimpatriano le loro fortune, convenientemente alloggiate in paradisi fiscali, perché non si fidano nella sicurezza legale … che offre il loro stesso governo! oltre ad aver spazzato via la libertà di stampa e lo stato di diritto; il governo del Messico che, nei 6 anni di Peña Nieto, ha contato 40  giornalisti assassinati, fino a gennaio di quest’anno, e con un processo politico elettorale corrotto sino al midollo dal narcotraffico e dal paramilitarismo, con migliaia di morti e dispersi e dove 43 giovani di Ayotzinapa sono la piccola punta di un gigantesco iceberg di 170000 morti e oltre 35000 dispersi, negli ultimi dieci anni, senza che l’iperattivo segretario generale dell’OSA prendesse nota di quello che per lui è, sicuramente, una sciocchezza; quello della Colombia, un altro governo penetrato dal narco con un presidente che ha sabotato il processo di pace ed ha assistito, impassibile, alla incessante uccisione di leader sociali, a parte della sua provata partecipazione -come Ministro della Difesa- negli omicidi di massa all’epoca di Uribe, i “falsi positivi” e le fosse comuni che continuano ad apparire in tutta la Colombia; il governo del Brasile, presieduto da un conclamato corrotto che ha  progettato un colpo di stato e usurpato la presidenza di quel paese, e che conta sulla rachitica approvazione del solo 3% della popolazione e dello 0,9% delle intenzioni di voto.

Questi sono i personaggi che hanno l’audacia di vituperare il governo di Maduro qualificandoli come una dittatura. Non penso che nessun democratico nel mondo dovrebbe preoccuparsi dell’opinione che possono emettere soggetti con tante dubbie credenziali democratiche.

Pensando al futuro: con la ri-elezione di Maduro assicurata, con l’Assemblea Nazionale Costituente a favore del governo, quasi tutti i governatori e comuni non può esserci alcuna scusa per evitare di lanciare una lotta senza quartiere contro la guerra economica decretata dall’impero ed attaccare a fondo la corruzione (non solo quella praticata dalle grandi società, ma anche quella che purtroppo è radicata in alcuni settori della pubblica amministrazione) e combattere con forza le manovre speculative ed il contrabbando dei grandi agenti economici locali, pedine della strategia indigente progettata da Washington.

Sarebbe suicidal ignorare che le penurie che la popolazione venezuelana sta soffrendo hanno un limite. La bassa affluenza alle urne, questa domenica, è stato un segnale precoce di tale malcontento ed un pericoloso approccio a quel limite.

Il governo, con il potere che accumula nelle sue mani, deve agire, senza indugio, su due fronti: il politico, per resistere a una nuova ed imminente assalto dell’impero, che può giungere ad essere violento e che per farlo fallire sarà necessario approfondire l’organizzazione e coscienza del campo popolare. Ed il fronte economico, per risolvere i problemi della carenza, della scarsità, del circolante ed inflazione. In una parola: è necessario correggere la rotta e migliorare la qualità della gestione della politica economica per evitare che le penurie del popolo si convertano in delusione e questa, in assenza di una soluzione ai problemi, nella nausea che apre le porte alla rabbia de alla violenza. E, per favore, evitare per ora di impigliarsi in sterili discussioni sul cambio della matrice produttiva della rendita petrolifera e su tutto ciò che lo circonda. Questo è un programma di cambio strutturale che, con un pò di fortuna, per concretizzarsi richiede quindici o venti anni di continuità politica.

Pertanto, bisogna concentrarsi sui compiti immediati, almeno per ora. I problemi economici che colpiscono la popolazione e che il governo deve risolvere sono a brevissimo termine, oggi e domani, di una settimana al massimo. Se questi sforzi fallissero il futuro del governo di Nicolas Maduro potrebbe essere seriamente indebolito e la sua stabilità entrerebbe in una zona di pericolo imminente.

di Atilio Boron, dal suo blog

traduzione di Francesco Monterisi

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Il parlamentare russo Yushchenko spiega che in Venezuela «il popolo ancora una volta ha vinto la partita contro la CIA»

Cubadebate (italiano) - Mar, 22/05/2018 - 03:14

MaduroVittoriaAlexander Yushchenko è un parlamentare del Partito Comunista delle Federazione Russa, vicepresidente della Commissione per la politica dell’informazione della Duma russa. Secondo la sua opinione, il risultato delle presidenziali in Venezuela, dimostra che «il popolo ancora una volta ha vinto la partita contro la CIA, che lavora in Venezuela. I venezuelani sostengono il percorso avviato da Hugo Chavez, nonostante il fatto che i cosiddetti “esperti” statunitensi nel “regime change” stiano portando avanti la loro propaganda».

Yushchenko ha richiamato l’attenzione sugli svariati tentativi perpetrati dalla Central Intelligence Agency (CIA), al fine di fine di rovesciare il governo guidato dal presidente Nicolás Maduro. Secondo il parlamentare comunista quest’attività potrebbe aumentare d’intensità perché adesso l’unico obiettivo è quello di rovesciare il governo rivoluzionario.

In diverse occasioni, il governo del Venezuela ha denunciato i tentativi di diversi governi stranieri di bloccare le elezioni presidenziali in attraverso richieste di boicottaggio.

Nonostante tutto, però, Nicolás Maduro è stato rieletto presidente con 6 milioni 190mila 612 voti, mentre il suo rivale più vicino, il candidato Henri Falcón, ottenuto 1 milione 909 mila 172 voti.

Numeri che mostrano come il chavismo sia forza viva nel seno della società venezuelana.

da teleSUR

traduzione de L’AntiDiplomatico

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E’ deceduta Grettel Landrovell, una delle tre sopravvissute dell’incidente aereo a Cuba

Cubadebate (italiano) - Mar, 22/05/2018 - 03:07
Grettel Landrovell

Grettel Landrovell

Grettel Landrovell Font, una delle tre sopravvissuto dell’incidente aereo di venerdì scorso, che era ricoverata nell’Ospedale Universitario Calixto Garcia, è deceduta nel pomeriggio di questo lunedì 21 maggio 2018.

Nell’informazione della mattina di questo lunedì, il direttore dell’Ospedale Universitario Generale Calixto Garcia, Carlos Alberto Martinez, aveva precisato che tra le tre pazienti quella con prognosi più sfavorevole era Grettel, che era già stata operata due volte per un ematoma dentro il tessuto cerebrale, con un’incisione per decomprimere la zona e migliorare la circolazione, come risultato delle scottature nella schiena.

Landrovell, di 23 anni, nata ad Holguin e residente a L’Avana, era in stato critico estremo con alto rischio di complicazioni.

Col decesso di Grettel si alza a 111 la cifra dei morti nell’incidente aereo in cui un Boeing 737-200 affittato da Cubana de Aviacion all’azienda messicana Damojh, si è schiantato venerdì scorso dopo decollare dall’Aeroporto Internazionale Josè Martì, a L’Avana.

Nell’Ospedale Calixto Garcia rimangono in stato critico estremo con alto rischio di complicazioni Mailen Diaz Almaguer, di 19 anni, ed Emiley Sanchez de la O, di 39 anni, entrambe di Holguin.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: dalla pagina di Grettel Landrovell in Facebook

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Rafael Correa a Roma: “In Ecuador c’è un colpo di stato. Non c’è più stato di diritto e ci sono prigionieri politici ma all’Europa non interessa”

Cubadebate (italiano) - Sab, 19/05/2018 - 04:45
Rafael Correa

Rafael Correa

“In Ecuador un anno fa ha vinto la Revolucion Ciudana grazie a 10 anni di nostri successi straordinari, ma alla guida del paese c’è oggi un traditore che applica il programma delle destre, distrugge tutte le nostre conquiste sociali e si macchia di arresti arbitrari. In Ecuador sono tornati i prigionieri politici”. L’ex Presidente dell’Ecuador e una delle figure più carismatiche della stagione d’oro del progressismo in America Latina, Rafael Correa era a Roma nella giornata di ieri, giovedì 17 maggio, per denunciare l’arresto anticostituzionale di Jorge Glas e per partecipare ad una cena di raccolta fondi per le spese legali del suo ultimo vice-presidente. “Gli danno del corrotto. Ma per le spese legali servono soldi. Lo hanno arrestato senza una prova. Dove sono i soldi? Per la difesa serve lo sforzo di tutti per questo sono qui, per una cena di raccolti di fondi”.

Su Lenin Moreno, suo primo vice-presidente e oggi il principale nemico della Revolucion Ciudadana, solo parole di fuoco. “E’ un traditore. E’ un bugiardo. Mi definiva il miglior presidente della storia dell’umanità e oggi sono un corrotto, un autoritario. E’ un bugiardo. Sta distruggendo tutti i nostri risultati, le nostre istituzioni, il nostro partito. Perché non lo ha detto prima che era contro? E’ un bugiardo. Contro di me si sono aperti dei procedimenti penali che sono un assurdo e il tutto solo per arrivare ad una condanna di peculato che possa impedire di ricandidarmi. In soli due mesi hanno arrestato in modo anti-costituzionale il vice-presidente Glas e per la parola di un noto corrotto senza presentare una singola prova, è stato destituito sempre in modo anti-costituzionale il Fiscal General, e si applicano leggi in modo retroattivo. Non c’è più uno stato di diritto in Ecuador. Non c’è più democrazia perché non c’è più separazione di poteri nel paese. E’ in corso un colpo di stato”.

Sui suoi ex collaboratori, amici e sostenitori che hanno deciso di seguire la virata a destra di Moreno, Correa ha dichiarato come sia “davvero duro per me vedere persone con cui ho collaborato negli anni precedenti, che devono la loro posizione ai nostri successi, che oggi mi danno dell’autocrate. Ed è poi duro anche combattere ogni giorno contro le fake news che creano contro di me”, ha proseguito Correa.

Riprendendo anche il caso di Lula – “se fosse successo in Venezuela che il candidato sicuro di vincere venisse arrestato senza prove avremo avuto l’invasione il giorno stesso” – Correa non ha paura di dire che in America Latina “è in corso un nuovo Piano Condor.” In questo nuovo Piano Condor un ruolo importante lo hanno i mezzi di stampa. “Se sei dalla loro parte, sei un democratico anche se ci sono giornalisti e attivisti arrestati ogni giorno, se applichi politiche di sinistra che eliminano dalla povertà 92 milioni di persone sei invece un dittatore. Se Temer in Brasile fa un colpo di stato e Lula viene arrestato sicuro di vincere le sue elezioni tutto è democratico. Se Lenin Moreno sceglie politiche di destra e rompe l’ordine costituzionale c’è indifferenza dei media. Perché? Perché è passato dalla loro parte. Fosse successo in Venezuela un caso Lula o un caso Glas avreste avuto tutti i giorni le prime pagine per mesi che chiedevano interventi politici. Le grandi corporazioni dell’informazioni sono parte di questo nuovo Piano Condor”.

Il caso Assange, i 4 morti nella frontiera nord con la Colombia e la richiesta di aiuto alle organizzazioni internazionali da parte di Moreno, venendo alla politica internazionale Correa non ha dubbi sul “riallineamento” dell’Ecuador di oggi. “Moreno sta tradendo la Revolucion Ciudadana in politica estera”.

In America Latina è inutile nasconderlo c’è un cambio geopolitico in corso. Con l’appoggio della stampa internazionale, della speculazione e con diversi colpi di stato “blandi” è tornato il neo-liberismo. “Hanno distrutto l’Unasur con 6 paesi della destra che sono usciti, la Celac è congelata e tutte le straordinarie conquiste sociali sono a rischio. Abbiamo tirato fuori dalla povertà 92 milioni di persone. Semplicemente non lo hanno tollerato”. Sul futuro e sul “pendolo dell’America Latina” Correa non ha dubbi. “Torneremo a vincere. La Revolucion Ciudana vincerà nuovamente. Ma il problema è quando? Mi preoccupa il paese che troveremo e credo che solo una nuova Assemblea Costituente potrà rimarginare le ferite attuali”.

da L’AntiDiplomatico

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Venezuela alla vigilia di un’elezione storica

Cubadebate (italiano) - Ven, 18/05/2018 - 04:33

MaduroElezioniI venezuelani si preparano ad andare alle urne questa domenica in un contesto segnato dall’aumento delle tensioni politiche e nonostante le richieste di astensionismo di fronte alle complessità economiche.

Comunque, tutto è pronto per le elezioni presidenziali e l’elezione dei 251 membri ai consigli legislativi statali questo 20 di maggio.

Le attrezzature e il materiale elettorale destinati alle 14.638 sezioni elettorali che saranno attivate per le elezioni sono già nelle diverse entità federali del paese, tutte sotto la protezione del Plan República. Allo stesso modo, le ambasciate e gli uffici consolari nei cinque continenti hanno il materiale corrispondente per l’esercizio del diritto di voto all’estero.

Questa settimana le autorità elettorali hanno supervisionato il pre-invio del materiale alle comunità in tutto il territorio nazionale. Il test di connettività è previsto per giovedì e i centri di voto saranno installati questo venerdì. Il Consiglio Elettorale Nazionale ha ordinato che alle 6 di domenica mattina si tenga la costituzione dei seggi elettorali per dare inizio all’atto di voto.

Il presidente dell’entità, Tibisay Lucena, ha lanciato un appello martedì pomeriggio a tutti i venezuelani che sono stati selezionati per fornire il servizio elettorale obbligatorio a partecipare alle attività di formazione programmate e quindi devono assistere all’installazione e alla costituzione dei seggi.

Una delegazione di esperti della Centrale Elettorale della Federazione Russa accompagnerà l’evento elettorale in Venezuela.
Lo ha annunciato dopo la firma di un accordo di cooperazione con il potere elettorale venezuelano.

Dirittura d’arrivo

Durante tutta la campagna è prevalso un clima di pace e tranquillità. Il presidente del CNE ha ribadito l’appello ai media nel loro lavoro informativo affinché continuino a contribuire a garantire la pace e la civiltà durante la fase finale del processo elettorale.

Alcuni giorni prima delle elezioni, l’opposizione venezuelana riunita nel “Frente Amplio por la Liberación de Venezuela” ha lanciato nuovi appelli per proteste e manifestazioni nel rifiuto delle elezioni. Questo mercoledì c’è stata una mobilitazione nell’est della città di Caracas fino alla sede dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA).

Economicamente, lo scenario è difficile e il panorama rimane incerto per i venezuelani. L’elevata inflazione indotta dai tassi di cambio del dollaro nel mercato parallelo continua a devastare l’economia. L’aumento dei prezzi per prodotti alimentari, prodotti e servizi di base è praticamente giornaliero.

Poche ore prima delle elezioni, le pressioni economiche si intensificano, un chilo di carne arriva a costare tra i tre ed i cinque salari minimi. La speculazione continua la sua corsa, raggiungendo l’aumento di stipendio più recente.

L’aspettativa di tutti coloro che andranno alle urne è che dopo le elezioni presidenziali inizi una fase di ripresa economica e di potere d’acquisto. Tutti i candidati affermano di avere proposte e piani di governo per affrontare la crisi, essendo antagonisti dei due principali contendenti: Nicolás Maduro e Henri Falcón.

di Roxana Martínez – América XXI

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela

Cubadebate (italiano) - Gio, 17/05/2018 - 03:26
Kurt Walter Tidd

Kurt Walter Tidd

Gli Stati Uniti e i loro alleati preparano in silenzio un piano brutale per «mettere fine alla dittatura» in Venezuela. La prima parte di questo «colpo da maestro» (Masterstroke), già predisposta, dovrebbe essere messa in atto prima delle prossime elezioni. Se l’esito di questa offensiva, che sarà sorretta dall’intero apparato propagandistico e mediatico, nonché da azioni violente “in difesa della democrazia”, non sarà la cacciata del presidente Nicolas Maduro, il piano B è già pronto, coinvolgerà molti Paesi per riuscire a imporre una “forza multilaterale” che intervenga militarmente.

Panama, Colombia, Brasile e Guyana, appoggiati dall’Argentina e da “altri amici”, sono il fulcro dell’operazione, con la regia del Pentagono. Tutto è pronto: le basi militari, i Paesi confinanti che forniranno aiuto diretto mettendo a disposizione ospedali e riserve di viveri per i soldati.

Ecco il contenuto di un documento di 11 pagine, non ancora divulgato, che porta la firma dell’ammiraglio Kurt Walter Tidd, attuale comandante in capo del SouthCom degli Stati Uniti .

Nel documento si analizza la situazione attuale, si ratificano la guerra contro il Venezuela e lo schema perverso di una guerra psicologica che utilizzerà mezzi come la persecuzione, le molestie, le infamie, non solo per farla finita con i dirigenti politici, ma anche per prostrare la popolazione.

Il rapporto afferma che «la dittatura chavista traballa per i problemi interni, per la grave penuria alimentare, per l’esaurimento del filone dell’esportazione del petrolio, per una corruzione sfrenata. Il sostegno internazionale, ottenuto a colpi di petrodollari, si sta affievolendo e il potere d’acquisto della valuta nazionale è in caduta libera».

Questa situazione, che [i golpisti] ammettono di aver loro stessi creato, favoriti da una sconvolgente impunità, non cambierà. Ritengono quindi giustificate le loro azioni, poiché il governo venezuelano, pur conservare il potere, adotterà nuove misure «populiste».

Nel documento, può meravigliarci il trattamento riservato all’opposizione, un’opposizione manipolata, guidata e pagata dagli Stati Uniti. Vi si legge infatti: «Il governo corrotto di Maduro crollerà, ma, purtroppo, le forze di opposizione che difendono la democrazia e il livello di vita della popolazione, non posseggono le capacità per mettere fine all’incubo venezuelano», a causa di dispute interne e di una «corruzione paragonabile a quella dei loro rivali, con i quali hanno in comune lo scarso senso di appartenenza» che «non permette loro di sfruttare al meglio la situazione e di prendere le decisioni opportune per rovesciare lo situazione di penuria e precarietà in cui il gruppo di pressione, che esercita la dittatura di sinistra, ha sprofondato il Paese».

Nel documento si legge che ci troviamo di fronte a «un’azione criminale, senza precedenti in America Latina». Al contrario, il governo del Venezuela non ha mai agito per ostacolare i vicini, anzi ha sempre dato prova di un’intensa solidarietà regionale e mondiale. Il piano statunitense sostiene che «la democrazia si sta diffondendo in America, continente che sembrava destinato a cadere sotto il controllo del populismo radicale. Argentina, Ecuador e Brasile ne sono esempi. Questa rinascita della democrazia si fonda su scelte coraggiose ed è propiziata dalle condizioni della regione. È venuto il momento per gli Stati Uniti di mostrare di essere implicati in questo processo, in cui la caduta della dittatura venezuelana segnerà un punto di svolta per il continente».

E il presidente Donald Trump deve essere pronto agire: «Si tratta della prima opportunità per l’amministrazione Trump di portare avanti la propria visione della democrazia e della sicurezza. Dimostrare un attivo impegno è cruciale, non solo per l’amministrazione, ma anche per il continente e per il mondo intero. È il momento di agire».

Questo implica, oltre all’eradicazione definitiva dello chavismo e all’espulsione del suo rappresentante, lavorare per «incoraggiare l’insoddisfazione popolare, favorendo maggiore instabilità e penuria dei beni fondamentali, per rendere irreversibile la sconfessione del dittatore al potere».

Se si vuole andare più a fondo nell’arte della perversione contro-rivoluzionaria, basti leggere la parte del documento in cui si raccomanda di «diffamare il presidente Maduro, di ridicolizzarlo e presentarlo come esempio di goffaggine e incompetenza, un fantoccio agli ordini di Cuba».

Si suggerisce anche di esacerbare le divisioni tra i membri del gruppo al potere, di rivelare le differenze fra il loro livello di vita e quello dei loro sostenitori, di fare in modo che queste differenze si accentuino.

Il piano è portare a termine azioni folgoranti, come quelle di Mauricio Macri in Argentina e di Michel Temer in Brasile, due maggiordomi agli ordini di Washington. Personalità corrotte, diventate, per grazia imperiale, «esemplari esponenti di trasparenza», che hanno preso provvedimenti che in poche ore, con la precisione di un missile, hanno distrutto gli Stati nazionali.

Il documento, firmato dal capo del SouthCom, chiede di rendere il Venezuela ingovernabile, per costringere Maduro a esitare, per indurlo a negoziare o a fuggire. Il piano, che dovrebbe portare in tempi brevi alla fine della cosiddetta dittatura del Venezuela, prevede che venga «incrementata l’instabilità interna, fino a un livello critico, intensificando la de-capitalizzazione del Paese, la fuga dei capitali esteri e favorendo il tracollo della moneta nazionale, applicando nuove misure inflazionistiche».

Altro obiettivo: «Ostacolare ogni forma d’importazione e, nello stesso tempo, demotivare gli eventuali investitori stranieri, per contribuire così a rendere più critica la situazione della popolazione».

In questo documento di 11 pagine ci si appella anche «agli alleati interni e alle altre persone, ben inserite nel panorama nazionale, con l’obiettivo di provocare manifestazioni, disordini e insicurezza, saccheggi, furti e attentati, sequestro di battelli e altri mezzi di trasporto, mettendo così a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi». È utile anche «causare vittime, addossandone la responsabilità al governo, aumentare agli occhi del mondo le proporzioni della crisi umanitaria». Tutto questo richiede un uso corrente della menzogna. Occorre parlare di corruzione generalizzata all’interno delle istituzioni, «collegarle al narcotraffico per degradarne l’immagine sia sul piano interno sia davanti al mondo intero». Questo senza disdegnare di «incoraggiare lo sfinimento dei membri del Partito Socialista Unificato del Venezuela (PSUV), accrescerne l’irritazione per indurli a rompere clamorosamente con il governo e a rifiutare quelle misure restrittive che li opprimono, come opprimono il resto della popolazione; […] L’opposizione è così debole che bisogna rafforzarla suscitando frizioni tra il PSUV e Somos Venezuela».

E non è tutto, bisogna «strutturare un piano per incrementare la diserzione dei quadri più preparati, per privare il Paese dei professionisti più altamente qualificati; la situazione interna si aggraverà ulteriormente e anche questa colpa ricadrà sul governo».

Ingerenza militare

Come in un thriller, questo piano esorta a «utilizzare gli ufficiali dell’esercito come un’alternativa per una soluzione definitiva» e a «rendere ancora più dure le condizioni all’interno delle forze armate, per creare le condizioni per un colpo di Stato prima della fine del 2018, qualora la crisi interna non portasse al crollo della dittatura, o se il dittatore si rifiutasse di farsi da parte».

Prendendo in considerazione l’ipotesi che il piano di destabilizzazione interna non abbia successo, con evidente disprezzo per l’opposizione, il documento invita ad «alimentare in continuazione la tensione lungo il confine con la Colombia, incentivando il traffico di combustibile e altre merci, i movimenti dei paramilitari, le incursioni armate e di trafficanti di droga, per provocare incidenti con le forze di sicurezza di confine venezuelane »; chiama a «reclutare paramilitari, soprattutto nei campi di rifugiati della Cúcuta, della Huajira e nel nord della provincia di Santander, vaste zone popolate da cittadini colombiani che emigrarono in Venezuela e ora vogliono rientrare nel loro Paese per fuggire da un regime che ha permesso l’incremento delle attività destabilizzanti alla frontiera fra i due Paesi, sfruttando lo spazio lasciato vuoto dalle FARC [Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, ndt], la belligeranza dell’ELN [Esercito di Liberazione Nazionale colombiano, ndt] e le attività [paramilitari] del Cartello del Golfo».

Ed ecco la pianificazione del colpo finale: «Preparare il coinvolgimento delle forze alleate in appoggio degli ufficiali [ribelli] dell’esercito o per controllare la crisi interna, qualora esitino a prendere l’iniziativa, […] Fissare un termine breve per impedire al dittatore di allargare il proprio consenso e di continuare ad avere il controllo dello scacchiere interno. Se necessario, agire prima delle elezioni del prossimo mese di aprile».

Le elezioni si svolgeranno in realtà il 20 maggio, ma gli Stati Uniti e i loro alleati hanno già fatto sapere che non ne riconosceranno l’esito. Il punto cruciale è «ottenere l’appoggio e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana). Organizzare l’approvvigionamento delle truppe, l’appoggio logistico e sanitario da Panama. Fare buon uso dei vantaggi della sorveglianza elettronica e dei segnali intelligenti, degli ospedali e degli equipaggiamenti sanitari del Darién (giungla panamense), dell’equipaggiamento in droni del Piano Colombia, come anche dei campi delle vecchie basi militari di Howard e Albroock (Panama) e di quelle lungo il Rio Hato. Approfittare anche nel Centro Regionale Umanitario delle Nazioni Unite, attrezzato per situazioni catastrofiche e di urgenza umanitaria, dotato di pista d’atterraggio e di riserve proprie».

Siamo di fronte a uno scenario d’intervento che prevede di «Promuovere il posizionamento di aerei di combattimento e di elicotteri, di blindati, di stazioni d’intelligence, di unità militari speciali per la logistica (poliziotti, responsabili militari, prigioni)». […] Bisognerà che «l’operazione militare venga sviluppata sotto bandiera internazionale, con l’avallo della Conferenza degli Eserciti Latino-Americani, sotto l’egida dell’OSA [Organizzazione degli Stati Americani, ndt] e con la supervisione, in ambito giuridico e mediatico, del suo segretario, Luis Almagro». Sarà opportuno «dichiarare la necessità per il Comando Continentale di corroborare la propria azione utilizzando gli strumenti della democrazia interamericana, per evitare uno strappo della democrazia». E, soprattutto, bisognerà operare per «un’unità d’intenti di Brasile, Argentina, Colombia e Panama, affinché contribuiscano a incrementare le truppe, per poter sfruttare la loro vicinanza geografica e la loro esperienza in operazioni in zone di foreste e nella giungla. A rafforzare la dimensione internazionale dell’operazione contribuirà la presenza di unità di combattimento degli Stati Uniti e delle nazioni prima menzionate, sotto il comando dello Stato Maggiore Congiunto, controllato dagli Stati Uniti».

Stupisce che questo piano abbia potuto essere impunemente architettato, a danno delle popolazioni e nell’illegalità più assoluta. Esso chiarisce la ragione delle recenti manovre militari degli Stati Uniti nella regione, lungo la frontiera tra Brasile e Venezuela (Brasile, Perù, Colombia), nell’Atlantico del Sud (Stati Uniti, Cile, Regno Unito, Argentina); nel caso argentino le manovre sono state fatte in ottobre-novembre 2017, senza alcuna autorizzazione del Congresso Nazionale.

«Utilizzare le strutture del territorio panamense per le retrovie e le capacità dell’Argentina per garantire la sicurezza dei porti e delle posizioni marittime […],
-  Appoggiarsi su Brasile e Guyana per servirsi della situazione migratoria, che si intende incoraggiare alla frontiera con la Guyana;
-  Coordinare l’appoggio a Colombia, Brasile, Guyana, Aruba, Curaçao, Trinidad e Tobago e ad altri Stati, per gestire il flusso di migranti venezuelani provocato dall’evoluzione della crisi».

Il piano prevede anche di «promuovere la partecipazione internazionale a questo sforzo, facente parte di un’operazione multilaterale cui contribuiscono Stati, Organizzazioni non governative, corpi internazionali, fornendo adeguata logistica, servizi d’intelligence, supporto per sorveglianza e controllo. Occorrerà precorrere gli avvenimenti, in particolare nei punti più vulnerabili, ad Aruba, Puerto Carreño, Inirida, Maicao, Barranquilla e Sincelejo in Colombia, e a Roraima, Manaos e Boavista in Brasile». Ecco disegnata la mappa di una guerra d’ingerenza annunciata.

Informazione strategica

In quanto alla prospettiva strategica, bisognerà soffocare «la simbolica presenza di Chavez, emblema dell’unità e del supporto popolare», continuare a molestare il dittatore, «additandolo come unico responsabile della crisi in cui è precipitata la nazione», e i suoi più stretti collaboratori, altrettanto corresponsabili della crisi e dell’impossibilità di uscirne.

In un altro paragrafo del documento si invita a «intensificare il malcontento contro il regime di Maduro, […] a mettere in luce l’inefficienza dei meccanismi d’integrazione, voluti dai regimi di Cuba e del Venezuela, in particolare dell’ALBA (Alleanza Bolivariana dei Popoli della nostra America) e di Petrocaribe.

In quanto alla propaganda mediatica, il piano vuole incrementare la diffusione nel Paese, nei media locali e stranieri, di messaggi costruiti su testimonianze e pubblicazioni dal Venezuela, usando qualunque mezzo, inclusi i social network, per disseminare messaggi che «veicolino attraverso i media la necessità di mettere fine a questa situazione, ormai insostenibile».

In uno degli ultimi paragrafi del documento si parla di garantire, o addirittura di mostrare, l’uso da parte della dittatura di mezzi violenti, per acquisire l’appoggio internazionale, utilizzando «tutte le competenze dell’esercito degli Stati Uniti nella guerra psicologica».

In altri termini si tratta di costruire scenari fondati su menzogne, montaggi di notizie, foto e video truccati, insomma di utilizzare tutti i mezzi già usati nelle guerre coloniali del XXI secolo.

Altro punto, «Gli Stati Uniti dovranno sostenere sul piano interno gli Stati americani che li sostengono», risollevare la loro immagine e mettere in evidenza «il carattere multilaterale delle istituzioni del sistema interamericano, strumenti per la soluzione di problemi regionali; infine promuovere l’idea della necessità dell’intervento militare dell’ONU, per imporre la pace dopo che la dittatura corrotta di Nicolas Maduro sarà stata spazzata via».

di Stella Calloni

da Voltaire.net

Traduzione
Rachele Marmetti

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Iraq, la rivincita di al-Sadr

Altrenotizie.org - Mer, 16/05/2018 - 21:20

Dopo il sorprendente successo nelle elezioni di sabato scorso in Iraq, il leader politico e religioso sciita Moqtada al-Sadr, ha iniziato in questi giorni le trattative con gli altri principali partiti per la possibile formazione del nuovo governo del paese mediorientale. Grazie a un programma populista e nazionalista che ha sfruttato abilmente l’ostilità degli iracheni per la classe politica indigena, Sadr e la sua variegata coalizione hanno ottenuto la maggioranza relativa dei seggi in palio, creando non pochi grattacapi alle potenze con la maggiore influenza sulle dinamiche politiche di Baghdad, ovvero l’Iran e gli Stati Uniti.

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Al Nakba e la mattanza israeliana del popolo palestinese

Cubadebate (italiano) - Mer, 16/05/2018 - 04:14

strageGazaMentre scrivo le agenzie riportano 59 martiri a Gaza. Purtroppo, anche stamattina, mi compaiono solo i 43 nomi già scritti, più un altro.

Leila al-Ghandour, 8 mesi, morta stanotte per eccessiva inalazione di gas lacrimogeni. Otto mesi, infanticidio.

Erano 900 i feriti da inalazione. Ma ciò che conta e che in molti non sanno è che i lacrimogeni sparati dai cecchini israeliani, che si aprono all’impatto con il suolo o direttamente in aria, non contengono solo elementi urticanti, ma agenti altamente tossici che, se inalati per tempo più o meno prolungato, portano ad un arresto respiratorio. Per questo motivo, i villaggi della Cisgiordania, dove ogni venerdì si svolgono manifestazioni che vorrebbero essere pacifiche, ma che vengono disperse dall’uso delle armi israeliane, hanno sempre un’ambulanza dotata di attrezzi per la rianimazione. Il gas penetra nelle vie aeree ed in un primo momento brucia e chiude la gola. Mi direte, scappa, no? E no, perché bruciano e si chiudono anche gli occhi. E stavolta la fonte sono io.
Naturalmente, Leila non poteva scappare. Forse nemmeno dare segno di sofferenza. Forse, quando i genitori se ne sono accorti, era troppo tardi. Sono ipotesi, ma non tropo azzardate.
Ora, la domanda è : davvero Israele ha mirato i “terroristi”? O ha usato indiscriminatamente la sua forza armata?

Vi segnalo un altro caso, Fadi Abu Salmi. Nel 2008, durante Cast Lead aveva perso entrambe le gambe ma la sua menomazione fisica non ha mai domato la sua sete di giustizia. E così, per cinque venerdì si è recato al border, armato della sua piccola fionda. Dev’essere stato un duro affronto per i soldatini israeliani, la sfida di quest’uomo! Con che ardire si permetteva di sfidare loro, lui povero storpio?

E così ieri hanno fatto fuoco. Per uccidere. E con Fadi, chiunque abbia premuto il grilletto, ha perso la sua dignità e la sua umanità, posto ne fosse dotato. Adesso mi piacerebbe non leggere su Breaking the Silence, associazione israeliana che fa un lavoro pregevole, che il soldatino è pentito. Breaking the Silence è stata preziosa fonte di informazioni, almeno per me, durante Protective Edge, l’offensiva israeliana del 2014 contro la Striscia. Tramite i racconti dei soldati presenti all’invasione di terra, e non solo, è stato possibile sapere come erano indottrinati. Ma oggi no. Sei un soldato, presumibilmente nemmeno di leva? Il tuo superiore ti ordina ti sparare ad un handicappato che MAI potrà nuocere né a te né al tuo paese? Diserta, affronta il carcere, salva la faccia, non sporcarti le mani ancor più di quanto non ti facciano credere sia necessario. Non mi serve sapere che dopo aver ucciso Fadi a sangue freddo hai pianto, sei andato ad ubriacarti in uno dei lussuosi bar di Tel Aviv, hai abbracciato mammina e papino. E non serve alla famiglia di Fadi. E non ci fai più pena e rabbia, ma schifo.

Stessa sorte era toccata il 14 dicembre scorso ad Ibrahim Nayef Ibrahim Abu Thurayeh, 20 anni, gambe amputate e cieco. Ibrahim era al border a manifestare contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Anche in quel caso, un uomo senza gambe fu ritenuto un pericolo imminente per la salvezza dei cecchini che lo freddarono. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, “scioccato” per il fatto, chiese un’inchiesta indipendente.

Ieri, Il Kuwait, piccolo Paese arabo del Golfo e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, ha annunciato oggi che presenterà una richiesta per una riunione di emergenza dell’organismo esecutivo dell’Onu per i fatti a Gaza. Il Consiglio dovrebbe riunirsi oggi, dopo che Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un comunicato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un’inchiesta indipendente sugli scontri mortali nella Striscia di Gaza.

Nella bozza di testo che la France Presse è riuscita a ottenere, “il Consiglio di Sicurezza esprime indignazione e tristezza di fronte alla morte di civili palestinesi che esercitano il loro diritto a manifestare pacificamente”.

Il Consiglio “chiede un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire” che sia fatta luce a riguardo, ha aggiunto il testo.

Intanto, il Sudafrica ha convocato il proprio ambasciatore, il ministro degli Esteri iraniano,  Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che  “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo mentre protestano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e nel frattempo (il presidente Usa Donald) Trump celebra lo spostamento del’ambasciata illegale Usa. Un giorno di grande vergogna”.

Francia ed Italia condannano le violenze, ma oltre non vanno.

La Turchia ha invece accusato gli Stati Uniti di essere “complici” di Israele per il “massacro” a Gaza, dove oltre 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre stavano protestando contro il trasferimento del ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Purtroppo, gli Stati Uniti si sono messi a fianco del governo israeliano nel massacro di civili e sono diventati complici di questo crimine contro l’umanità”, ha detto ai giornalisti il primo ministro turco Binali Yildirim ad Ankara. “Condanniamo fermamente questo vile massacro”. In precedenza, il portavoce del governo turco Bekir Bozdag ha dichiarato su Twitter che “l’amministrazione statunitense è responsabile quanto Israele per questo massacro”.
Ed Abu Mazen? Il presidente palestinese si è limitato a  proclamare tre giorni di lutto e  ad affermare che “gli Stati Uniti non sono più un mediatore in Medio Oriente” e che la nuova ambasciata equivale a “un nuovo avamposto coloniale americano” a Gerusalemme.

Davvero di più non si poteva? Davvero una denuncia per crimini di guerra, dopo l’istruttoria presentata a L’Aia nel 2015, di cui io ho perso le tracce, non sarebbe stata più adeguata? Che ne è stato della I istruttoria? Congelata, ritirata o boicottata? Non sarebbe giusto che il mondo sapesse se gli eletti governano anche a L’Aia?

Intanto oggi ricorre anche il 70° anniversario della Nakba e sono attesi nuovi scontri, dal momento che nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce ai palestinesi in Palestina di manifestare pubblicamente lutto e dolore in questa data.

Al Nakba, la Catastrofe, è  il temine che sta a designare l’esodo forzoso della popolazione Palestinese costretta ad abbandonare le proprie terre e le proprie case, all’indomani della fine del mandato britannico in Palestina e della fondazione dello stato d’Israele, secondo quanto previsto dal Piano di Partizione della Palestina ( risoluzione 181 del 29 novembre 1947 ). Il 14 maggio 1948, alla scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion autoproclamò lo Stato d’Israele.

Il 15 maggio del 1948 l’esercito sionista invase i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.
L’Inghilterra facilitò la strada agli ebrei, arrivati da Europa, Russia e America, per creare il proprio stato su terreni altrui, per colonizzare lentamente Il territorio palestinese, a poco a poco e con ogni possibile mezzo e modo.

Se risulta vero che immigrazioni di ebrei in Palestina, si erano già registrate sin dagli inizi del 1900, è altrettanto vero che, con la Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, esse si intensificarono. L’allora ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour scriveva a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo Palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone, l’85% dei palestinesi, sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi, sono state cacciate dalla terra che divenne Israele. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare, o si sono ribellati, o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista, sono stati uccisi.

La comunità internazionale era al corrente di questa pulizia etnica, ma decise, soprattutto in occidente, di non scontrarsi con la comunità ebraica in Palestina dopo l’Olocausto. Le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia e dalla memoria. Sulle rovine dei villaggi palestinesi gli israeliani costruiscono insediamenti per i coloni chiamandoli con nomi che richiamano quello precedente. Un monito ai palestinesi: ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di far tornare indietro l’orologio. Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, goderla nel divertimento e nel piacere. È un strumento formidabile per un atto di “memoricidio”.

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese. Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa otto milioni di rifugiati e continua ad espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne del peggiore apartheid. Il tutto sotto lo sguardo complice della “comunità internazionale”.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.

Tutti i rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è sancito da una risoluzione ONU, la 194, una delle oltre 70 che Israele continua impunemente a violare.

di Paola Di Lullo

da L’AntiDiplomatico

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Trump, credibilità in caduta libera

Altrenotizie.org - Mar, 15/05/2018 - 21:11

“Fu lui a dettare l'intera lettera. Non l'ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull'eccellente salute dell'allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all'epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.

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Israele, terrore sugli inermi

Altrenotizie.org - Mar, 15/05/2018 - 21:02

Lo spettacolo raccapricciante delle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre a un centinaio di chilometri andava in scena un nuovo massacro dei palestinesi di Gaza, ha mostrato a tutto il mondo il vero stato e la natura del regime israeliano, per qualcuno ancora oggi l’unica “democrazia” esistente in Medio Oriente.

 

Allo stesso tempo, i fatti di lunedì hanno chiarito in cosa consista la promozione dei principi “democratici”, della “pace” e dei “diritti umani” da parte di Washington, ovvero nel via libera a repressione, violenza e genocidio in nome della difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

L’immagine forse più chiara di questo stato delle cose in Israele e in Palestina si è avuta con il discorso tenuto lunedì a Gerusalemme dal consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. Il marito della primogenita del presidente americano ha ribadito il pieno appoggio degli USA a Israele, poiché entrambi i paesi “credono nei diritti umani e nella democrazia”. Per questa ragione, spostare la sede diplomatica americana, legittimando l’occupazione illegale israeliana e calpestando i diritti e le aspirazioni palestinesi, “è [stata] la cosa giusta da fare”.

 

Non solo, per Kushner, l’iniziativa della Casa Bianca potrebbe innescare un processo per il quale “tutti i popoli [israeliano e palestinese] vivano in pace e in sicurezza, liberi dalla paura e con la possibilità di inseguire i propri sogni”.  Una dichiarazione che ha fatto seguito alle assurde parole di Trump, intervenuto in collegamento video con Gerusalemme, il quale ha confermato l’impegno di Washington per un “accordo di pace duraturo”.

 

Per il governo americano, come ha spiegato ancora Kushner, i palestinesi sarebbero i responsabili dei massacri commessi da Israele ai loro danni. “Coloro che provocano la violenza”, infatti, “sono parte del problema e non della soluzione”. La posizione ufficiale della Casa Bianca sui fatti di Gaza di lunedì è d’altra parte che le responsabilità vadano cercate nelle azioni “ciniche” di Hamas.

 

La cerimonia di trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme è coincisa con il 70esimo anniversario della nascita dello stato ebraico di Israele ed è stata appunto la testimonianza più chiara del fallimento del progetto sionista, basato sull’esclusività razziale e religiosa e sull’espulsione di massa di un intero popolo dalle proprie terre.

 

Immagini come quelle provenienti lunedì da Gaza hanno fatto in modo che Israele sia visto come un regime illegittimo e criminale dall’opinione pubblica internazionale e questa realtà non può essere in nessun modo cambiata dal sostegno incondizionato garantito dal governo americano, a sua volta l’altro principale fattore di destabilizzazione e generatore di caos e violenza in Medio Oriente.

 

Le ultime gravissime deliberate violenze contro i manifestanti palestinesi sono state il culmine della repressione da parte israeliana della mobilitazione chiamata “Grande Marcia del Ritorno”, iniziata il 30 marzo scorso a Gaza. La giustificazione di Israele per le azioni delle proprie forze armate consiste nella minaccia che rappresenterebbero le proteste palestinesi, ma in queste settimane non si è ancora registrata una sola vittima israeliana.

 

Il comportamento criminale di Israele è perfettamente coerente con le tendenze ultra-reazionarie e semi-fasciste del suo governo e dei suoi sostenitori internazionali, inclusi quelli non dichiarati, come la monarchia saudita. Dimostrazione di ciò si è avuta sempre lunedì a Gerusalemme, dove, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione Trump, hanno partecipato alle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata USA svariati personaggi pubblici i cui precedenti la dicono lunga sulla deriva di estrema destra della galassia che compone i difensori di Israele.

 

Tra di essi, erano presenti a Gerusalemme il miliardario americano Sheldon Adelson, finanziatore della campagna elettorale di Trump e degli insediamenti illegali ebraici nei territori palestinesi occupati, e il “falco” Joseph Lieberman, ex candidato democratico alla vice-presidenza USA e uno dei principali promotori della legge del 1995 sul trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Inoltre, ospiti di riguardo erano anche il predicatore battista americano Robert Jeffress, già anti-semita e noto islamofobo, e il fondamentalista cristiano John Hagee, protagonista in passato di commenti positivi nei confronti dei crimini hitleriani.

 

Un regime, come quello di Israele, che arriva a commettere atti di violenza deliberata nei confronti di un popolo sostanzialmente indifeso e costretto a vivere da decenni in un vero e proprio lager a cielo aperto non può d’altra parte che basarsi su un’ideologia reazionaria e razzista.

 

Se i principali responsabili dei massacri di palestinesi sono da cercare a Washington e a Tel Aviv, gli altri governi occidentali e quelli arabi sono quanto meno facilitatori dei crimini israeliani. Le condanne per “l’uso eccessivo della forza”, arrivate lunedì dall’Europa, dalla Lega Araba e, ad esempio, del regime egiziano, sanno di ipocrisia e, soprattutto in Occidente, continuano a equiparare assurdamente le violenze israeliane a quelle palestinesi, come conferma il puntuale richiamo a limitare l’uso della forza da entrambe le parti.

 

Il carattere distruttivo dello stato di Israele appare evidente infine anche dalla concomitanza dei festeggiamenti per il 70esimo anno della sua fondazione e dell’ennesima strage di palestinesi con le manovre per far naufragare l’accordo sul nucleare iraniano e spingere la regione sull’orlo di un’altra guerra rovinosa.

A contribuire a questa drammatica escalation delle violenze delle forze di sicurezza israeliane e delle attività di destabilizzazione del Medio Oriente è anche il disperato tentativo da parte del governo Netanyahu di allentare le pressioni interne, dovute sia alle crescenti tensioni sociali sia ai guai giudiziari in cui è coinvolto lo stesso premier.

 

L’evolversi della situazione sulla spinta delle azioni di Washington e Tel Aviv sta ad ogni modo generando serie preoccupazioni tra la comunità internazionale. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte americana e la repressione cruenta dei palestinesi hanno ormai di fatto messo fine anche alla farsa del processo di pace basato sulla formula dei “due stati”.

 

L’irresponsabilità dell’amministrazione Trump e il ricorso sempre più esplicito a metodi criminali da parte del regime di Netanyahu rischiano infatti di generare una situazione fuori controllo e di compromettere irrimediabilmente l’immagine di apparente imparzialità nel conflitto israelo-palestinese dietro alla quale si sono finora nascosti i governi occidentali.

 

Parallelamente, questi nuovi scenari mediorientali mettono in crisi anche i regimi arabi, il cui asservimento agli interessi americani e la sostanziale arrendevolezza nei confronti di Israele erano sostenibili, a fronte della ferma opposizione popolare, soltanto con il mantenimento di una prospettiva di successo, sia pure illusoria o a lunga scadenza, delle legittime aspirazioni del popolo palestinese.

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Nicaragua tra terroristi e fake news

Altrenotizie.org - Lun, 14/05/2018 - 20:10

La Conferenza Episcopale del Nicaragua ha annunciato l’inizio del dialogo convocando una prima riunione il prossimo 16 maggio e questo rappresenta un concreto passo avanti nella direzione di una soluzione politica per la crisi che vive il Nicaragua. E’ anche un successo della strategia di conciliazione voluta dal governo di Daniel Ortega, che nelle scorse ore ha dato via libera alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani affinché possa recarsi in Nicaragua e svolgere una sua inchiesta per determinare violazioni dei diritti umani ed eventuali responsabilità. Una scelta coraggiosa, che dimostra come il governo abbia poco e niente da temere sul piano delle responsabilità per il clima esistente.

 

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