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Lula si consolida come favorito in vista alle presidenziali

Cubadebate (italiano) - Sab, 18/11/2017 - 04:07

lula-580x328Secondo un’inchiesta divulgata questa settimana in Brasile, l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva intesta l’intenzione di voto tra l’elettorato locale con un appoggio del 42%. Secondo questi risultati, il dirigente risulterebbe trionfatore in tutti gli scenari simulati per un secondo turno elettorale, hanno segnalato i mezzi locali.  

I risultati dell’inchiesta realizzata dalla ditta Vox Popul a 2000 brasiliani in 18 municipi del paese, hanno anche indicato che Lula è il candidato presidenziale con minore indice di rifiuto in paragone col resto dei nomi.

D’accordo con questi dati, il candidato al secondo posto è il deputato federale e candidato di destra, Jair Bolsonaro, con appena il 16% di appoggio che, inoltre, avrebbe un rifiuto del 60% dei brasiliani.

Nelle settimane scorse, Bolsonaro è stato condannato a pagare una multa di 16.000 dollari per avere fatto commenti razzisti in un evento politico. “Gli afrodiscendenti non fanno niente, credo che non servono più neanche come riproduttori”.

Da parte sua, il candidato del Partito dei Lavoratori (PT) iniziò in agosto una carovana per sette regioni e 14 città del paese, con l’obiettivo di dialogare con la popolazione e conoscere le sue esigenze.

Accompagnato nel suo percorso dalla presidentessa costituzionale Dilma Rousseff e da altri leader del PT, Lula ha sottolineato che la destra mantiene una campagna di discredito e di persecuzione contro di lui.

Il mandatario ha annunciato in diverse opportunità che ci sono molte cose da cambiare in Brasile: democratizzare l’accesso all’educazione, lavorare nello sviluppo del paese e fermare le politiche neoliberali del presidente de facto Michel Temer.

(Con informazioni di TeleSur)

traduzione di Ida Garberi

Foto: @LulapeloBrasil

Categorie: News

Esperti: incongruenze nell’ipotesi degli attacchi acustici

Cubadebate (italiano) - Ven, 17/11/2017 - 04:15

la-ciencia-y-los-ataques-soCon più di 330 interventi e un vasto consenso sulle incongruenze dell’ipotesi de un attacco  acustico contro i diplomatici statunitensi in Cuba, è terminata la prima giornata del Forum online a cui hanno partecipato scienziati ed esperti di differenti settori scientifici.

Il sito web della Rete Cubana della Scienza  ha accolto il dibattito che continuerà oggi dalle 10:00 a.m. ora cubana.
In accordo con la versione di  Washington, il suo personale diplomatico a L’Avana  ha presentato sintomi  provocati da  «attacchi sonici».

I danneggiati riportano d’aver sentito rumori nelle loro residenze e i seguenti «sintomi»: nausea, cefalea, disturbi dell’equilibrio, perdita dell’udito, dolore facciale e addominale, disturbi della memoria e commozione cerebrale.

Il dibattito del Forum  online ha avuto al centro tre domande di base:

I sintomi descritti possono essere conseguenza di agenti sonici?
Altre malattie potrebbero avere provocato tali sintomi?
Esiste la probabilità di cause d’origine psicosociale?

Il Dr. Manuel Jorge Villar Kuscevic, specialista di II Grado in Otorinolaringoiatria e Professore Ausiliare,  ha risposto  a una domanda inviata da Gramma per via digitale , sulle registrazioni dei presunti sintomi dannosi che che sono state filtrate alla stampa statunitense.

Villar, che è  a capo del Servizio di Otorinolaringoiatria e Chirurgia  della Testa e del Collo dell’Ospedale  «Enrique Cabrera»,  ha spiegato il processo di ricezione e analisi delle mostre offerte dalle autorità statunitensi ai cubani.
Secondo lo specialista questo Comitato ha avuto accesso a diverse registrazioni consegnate dal governo statunitense, delle quali se ne è filtrata una sola».

«Posso dire responsabilmente che la mostra di maggior intensità ha raggiunto i  74,6 decibels (DB),  e questo non è nocivo per la salute umana»,  ha assicurato lo specialista, membro del Comitato degli Esperti.
«Nessuna delle 14 mostre consegnate dalle autorità statunitensi a quelle dell’Isola indicava d’essere dannosa per le persone», ha aggiunto Villar Kuscevic.

«Queste mostre contengono rumori ambientali e il suono ben noto di un grillo cubano».

Il dottore in Scienze Fisiche, investigatore e professore titolare dell’Istituto di Igiene, Epidemiologia e Microbiologia, dottor Carlos Barceló Pérez, ha precisato a Granma i tipi di suoni che devono essere registrati per generare danni come quelli descritti.

Ha spiegato che le perdite dell’udito vincolate all’esposizione e a suoni possono essere temporanee o permanenti.
«Con livelli d’intensità di suoni moderati come può essere il rumore del traffico, c’è un perdita dell’acutezza uditiva che, quando termina lo stimolo sonoro, cioè quando smette il traffico, si recupera lentamente nel tempo».

«Ma, ha aggiunto, ci sono perdite permanenti che hanno a che vedere con la detta ipoacustica neurosensoriale, che è un problema dell’igiene dell’occupazione, ossia quando una persona è esposta a livelli sonori del’ordine di 85 o più decibels per molti anni – per esempio dieci anni –  allora soffre di una perdita della sensibilità uditiva».

«Un’altra forma è quando istantaneamente uno è esposto a un suono improvviso, quello che chiamiamo rumore d’impulso, un’esplosione. Questo può rompere il timpano e per tanto non c’è trasmissione meccanica del suono all’udito medio e il cervello smette di decodificare la sensazione di udire.

Queste sono le cause che possono portare alla perdita permanente della soglia uditiva», ha aggiunto Barceló.

«In generale i livelli moderati tra 60 e 80  decibels producono perdite transitorie della soglia uditiva, tra i vari effetti anche psicosomatici e non specifici, come l’aumento della frequenza cardiaca, ma che in generale si recuperano quando smette l’esposizione al suono. I danni permanenti appaiono solo di fronte ad alte dosi d’esposizione al disopra di 85 decibels per lungo tempo o traumi acustici in frequenza di suoni d’impatto, come colpi, esplosioni…

Lo specialista, che ha avuto l’opportunità d’analizzare le registrazioni di suono consegnate dalla parte statunitense, ha detto che non ha incontrato suoni d’impulso in nessuna parte. ma si sono sentiti solo suoni continui e fluttuanti a livelli d’intensità moderati, che non hanno superato gli 80 decibels e che questo permette di concludere che  non possono avere provocato danni permanenti alla salute delle persone esposte.

Rispetto ad uno dei sintomi più inverosimili riportati dalla parte statunitense e associato agli incidente acustici il noto neurologo cubano, Dr.C. Nelson Gómez Viera,  ha spiegato che la commozione cerebrale, (chiamata anche lesione cerebrale minore) è un quadro neurologico che sorge come risultato di un trauma cranico o di un processo di accelerazione o disaccelerazione brusca del cranio.

Questo tipo di malattia si vede maggiormente tra gli atleti e le vittime di incidenti del transito, ha spiegato.
«Realmente una delle  caratteristiche più visibili della commozione cerebrale è la perdita della coscienza e nei casi in cui questo non avviene la persona resta come stordita», ha indicato  Gómez Viera, che è a capo del centro di Neurologia dell’Ospedale  Hermanos Ameijeiras.

«Perchè un’arma  sonica possa produrre una commozione cerebrale dovrebbe comportarsi come un’onda di  shock, e non è questo il caso».

Inoltre il dottore in scienze mediche ha detto che se questo fosse vero, i danni non sarebbero solo cerebrali ma riguarderebbero anche altre parti dell’organismo e questo non è stato descritto in nessuno dei casi.
Inoltre questi disturbi  riguarderebbero tutti coloro che stavano attorno al paziente. E non sarebbero individuali», ha specificato.

Il membro del Comitato degli Esperti  Daniel Stolik Kovygrod, dottore in Scienze Fisiche con  più di 50 anni d’esperienza e presidente della Cattedra Onorifica «Fisica e Musica» dell’Università de L’Avana, si  è riferito alla possibilità maneggiata da alcuni media di comunicazione, rispetto al possibile uso di onde elettromagnetiche per perpetrare i citati attacchi alla salute.

«Quello che giunge all’udito, quello che l’uomo può percepire, è un’onda sonora, una fluttuazione della pressione atmosferica», ha detto.

L’udito non riceve, non è capace di percepire e trasformare le onde elettro magnetiche».

da Cubainformazione

Categorie: News

Russia e Venezuela firmano un accordo per la ristrutturazione del debito di Caracas

Cubadebate (italiano) - Gio, 16/11/2017 - 03:56

Putin-MaduroMosca e Caracas hanno firmato un accordo per la ristrutturazione del debito venezuelano. Lo conferma il Ministero delle Finanze russo in una nota ufficiale.

L’importo del debito consolidato ammonta a 3.150 milioni di dollari.

La nuova durata del debito stabilisce i pagamenti in dieci anni.

Nei primi sei anni i pagamenti saranno minimi. “La riduzione del debito” come risultato della ristrutturazione accettata da Mosca serve per permettere al Venezuela “di stanziare fondi per lo sviluppo dell’economia del paese, migliorare la solvibilità come debitore e aumentare le possibilità che tutti i creditori siano pagati”, afferma la nota del Ministero delle Finanze.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze del Venezuela, Simón Zerpa, e il ministro dell’Agricoltura, Wilmar Castro Soteldo, sono volati a Mosca a firmare l’accordo.

La settimana scorsa, il ministro russo delle finanze Antón Siluánov aveva dichiarato che il Venezuela avrebbe accettato le condizioni per la ristrutturazione del suo debito proposto dalla Russia.

Nel 2011 Mosca concesse un prestito a Venezuela di 4.000 milioni di dollari per finanziare le forniture di prodotti industriali russi e nel 2014 Caracas ha chiesto una proroga per la restituzione del prestito.

Anche il Ministero degli Affari Esteri della Cina ha preso posizione sulla ristrutturazione del debito da parte del Venezuela, affermando mercoledì che Caracas può “gestire correttamente” il proprio debito. Il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang ha indicato in una conferenza stampa che la cooperazione tra Pechino e Caracas in tutti i settori, incluso il tema del finanziamento, sta “procedendo normalmente”.

“Crediamo che il governo venezuelano e le persone proposte siano in grado di gestire adeguatamente le proprie questioni interne, incluso il problema del debito”, ha dichiarato Geng.

da L’AntiDiplomatico

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Zimbabwe: la fine di Mugabe

Altrenotizie.org - Mer, 15/11/2017 - 22:34

La lunghissima permanenza al potere in Zimbabwe del 93enne presidente, Robert Mugabe, è sembrata essere giunta clamorosamente al termine mercoledì, quando le forze armate del paese dell’Africa meridionale hanno preso di fatto il potere intervenendo in una durissima disputa interna al partito di governo.

 

La crisi politica esplosa definitivamente in queste ore aveva registrato un aggravamento nei giorni scorsi che faceva in effetti presagire una possibile imminente resa dei conti nel partito ZANU-PF (Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe-Fronte Patriottico) di Mugabe.

 

Questo partito, così come il presidente, è al potere in Zimbabwe fin dalla fine della guerra per l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1980. Con l’indebolimento fisico e politico di Mugabe e il peggiorare della situazione economica interna, la guerra per la successione alla guida del paese si è da qualche tempo intensificata, fino a creare una profonda spaccatura nel partito al potere.

 

Da un lato, la fazione fedele a Mugabe, appoggiata in particolare dall’organizzazione giovanile dello ZANU-PF (G40), intendeva facilitare l’ascesa alla presidenza della moglie dell’anziano leader, Grace Mugabe. L’altra principale corrente del partito fa capo invece all’ex vice-presidente, il 75enne Emmerson Mnangagwa, recentemente rimosso dal suo incarico.

 

Proprio un’accesa disputa tra Grace Mugabe e Mnangagwa aveva fatto alla fine precipitare la situazione. Nel corso di un manifestazione organizzata dal partito un paio di settimane fa, la moglie di Mugabe era stata contestata dai sostenitori del suo rivale, provocando la reazione del presidente, il quale aveva minacciato di licenziare lo stesso Mnangagwa.

 

Quest’ultimo era stato effettivamente rimosso dalla vice-presidenza due giorni più tardi, con l’accusa di “tradimento, mancanza di rispetto e disonestà” nei confronti di Mugabe. Al provvedimento era poi seguita un’epurazione di altri importanti membri del partiti facenti parte della corrente di Mnangagwa, fino a che, lunedì scorso, è intervenuto nella disputa il comandante delle forze armate dello Zimbabwe.

 

Il generale Constantino Chiwenga aveva in sostanza imposto a Mugabe e alla sua cerchia di potere di mettere fine alla purga dei fedelissimi di Mnangagwa, visto che l’iniziativa del presidente stava “colpendo chiaramente membri del partito con un passato da protagonisti nella guerra di liberazione”. Mnangagwa, come Mugabe, è appunto un veterano della lotta contro il governo della minoranza bianca nella ex Rhodesia.

 

In maniera minacciosa, il generale Chiwenga aveva anche avvertito che i militari “non avrebbero esitato a intervenire” per “proteggere la nostra rivoluzione”. A questi avvertimenti, Mugabe e gli uomini a lui vicini avevano risposto condannando apertamente l’interferenza dei militari nelle vicende politiche del paese.

A poche ore dalla dichiarazione del capo delle forze armate, però, i militari hanno deciso di agire. Già nella notte tra martedì e mercoledì erano iniziate a circolare le voci di un possibile golpe. Nella mattinata di mercoledì, poi, i soldati hanno occupato il quartier generale della televisione di stato ZBC e contemporaneamente messo in stato di fermo Mugabe e la moglie Grace.

 

A lungo nel corso della giornata, la sorte di questi ultimi era apparsa incerta, anche se i vertici militari avevano fatto sapere che il presidente e la sua famiglia erano “sani e salvi”. In seguito, il presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha assicurato che Mugabe era effettivamente in buone condizioni anche se di fatto in stato di detenzione nella sua residenza.

 

Gli alti ufficiali responsabili dell’operazione hanno cercato di minimizzare gli eventi, negando che quello in corso sia un colpo di stato e garantendo che l’obiettivo non è il presidente Mugabe, bensì “soltanto i criminali che lo circondano”, responsabili di “crimini che stanno causando sofferenze sociali ed economiche nel paese”.

Nonostante le smentite, l’iniziativa dei militari dello Zimbabwe ha avuto tutti i crismi del golpe, inclusa la consueta dichiarazione che, una volta ultimata la loro missione, la situazione ritornerà alla normalità. Che quello di mercoledì è a tutti gli effetti un colpo di stato sembra essere confermato anche dall’arresto di personalità governative di spicco, come il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, e dalla condanna dell’azione dei militari di molti leader dello ZANU-PF vicini a Mugabe.

 

Il ministro dell’Informazione, Simon Khaya Moyo, ha ad esempio definito “oltraggioso” il comportamento delle forze armate, mentre il segretario della sezione giovanile dello ZANU-PF, allineata alla fazione pro-Mugabe, ha chiesto il ritorno immediato del governo civile e accusato i generali di avere preso posizione a favore dell’ex vice-presidente Mnangagwa. Anche per i suoi precedenti nella guerra di liberazione, a quest’ultimo vengono attribuiti legami molto stretti con i vertici delle forze armate dello Zimbabwe, incluso lo stesso generale Chiwenga.

 

Il tempismo e la dinamica dell’intervento militare, d’altra parte, lasciano pochi dubbi sui probabili beneficiari della deposizione di Mugabe. Secondo quanto riportato mercoledì dall’agenzia di stampa sudafricana African News Agency (ANA), Mnangagwa già mercoledì sarebbe sbarcato in una base aerea dello Zimbabwe, dopo un breve auto-esilio proprio in Sudafrica, per assumere il controllo del governo del paese.

 

A scatenare la crisi in atto nello Zimbabwe è dunque la questione irrisolta della successione a Mugabe, spia a sua volta dello scontro nella classe dirigente del paese africano sulla direzione che esso dovrà intraprendere in ambito politico e, soprattutto, economico alla luce delle gravi difficoltà che continuano a caratterizzare la situazione interna.

 

Già nel 2014, le dispute nello ZANU-PF avevano rischiato di degenerare. In quello’occasione, Mugabe aveva rimosso dall’incarico di vice-presidente una possibile aspirante alla guida del paese, Joice Mujuru, soffocando temporaneamente la faida interna al partito.

 

L’emergere di Grace Mugabe come principale favorita alla presidenza dello Zimbabwe ha provocato ben presto il risentimento dei veterani della guerra di liberazione, i quali hanno visto a rischio lo status privilegiato di cui godono e percepito il rischio di essere esclusi dalla corsa alla successione di Mugabe.

In maniera cruciale, lo scontro interno allo ZANU-PF si è concentrato soprattutto sulla gestione dell’economia del paese, da qualche tempo precipitato nuovamente in una grave crisi dopo essersi relativamente risollevato dall’autentico tracollo del biennio 2007-2008.

 

La guerra fratricida nel partito di governo ruota cioè attorno all’opportunità di mantenere l’impronta “indipendente” data dal regime di Mugabe, con la supremazia assoluta di un’élites economica di colore, oppure di aprire il paese al capitale occidentale e alla “medicina” neo-liberista.

 

Fino a meno di un decennio fa, questa disputa si era svolta prevalentemente tra lo ZANU-PF e l’opposizione filo-occidentale del partito MDC (Movimento per il Cambiamento Democratico), il cui leader, l’ex sindacalista Morgan Tsvangirai, era stato primo ministro in “coabitazione” con Mugabe tra il 2009 e il 2013 in seguito alle controverse elezioni presidenziali del 2008.

 

L’accordo tra Mugabe e Tsvangirai era il frutto anche delle pressioni dei governi occidentali, impegnati dietro le quinte in un’operazione che avrebbe dovuto portare al rovesciamento di un regime ostile, colpevole oltretutto di fare affari con la Cina. Il crescente discredito del MDC e i metodi repressivi di Mugabe avrebbero però fatto naufragare il progetto promosso dall’Occidente, ma lo scontro si è successivamente spostato all’interno del regime stesso.

 

Secondo quanto aveva scritto qualche mese fa la Reuters, una volta conquistata la presidenza, Mnangagwa intendeva ristabilire le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, mentre i suoi piani per rilanciare l’economia dello Zimbabwe includevano il ritorno degli agricoltori bianchi, cacciati ed espropriati delle loro fattorie quasi due decenni fa nell’ambito della riforma agricola lanciata da Mugabe.

 

Mnangagwa era ed è insomma a capo di un gruppo di leader del partito di Mugabe che da tempo sta preparando la successione all’anziano presidente, con un progetto per il paese che prevede la normalizzazione dei rapporti con l’Occidente. In questo senso va visto anche il possibile coinvolgimento del leader dell’opposizione Tsvangirai, decisamente ben visto dai governi occidentali, a cominciare da quello britannico.

 

In questo quadro, non è da escludere che proprio Londra abbia avuto un ruolo nell’operazione delle forze armate di mercoledì che finirà probabilmente per installare alla guida dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa. Sempre la Reuters, basandosi su documenti di intelligence, aveva infatti rivelato anche come l’ambasciatrice britannica a Harare, Catriona Laing, si fosse espressa a favore del deposto vice-presidente per l’assunzione del potere e, quasi certamente ne aveva discusso con i vertici militari protagonisti del golpe andato in scena nella giornata di mercoledì.

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Moira Millan: la lotta del popolo mapuche può costituire la base per creare un nuovo modello di umanità

Cubadebate (italiano) - Mer, 15/11/2017 - 03:10
Moira Millan

Moira Millan

“Svegliamoci, svegliamoci umanità già non c’è più tempo. Le nostre coscienze saranno scosse dal fatto di stare solo contemplando l’autodistruzione basata nella depredazione capitalista, razzista e patriarcale”. Berta Caceres

Ho avuto nella mia vita la fortuna di conoscere donne molto coraggiose, guerriere, impegnate, lottatrici fino al midollo: a Barcellona, poco tempo fa, nel mezzo delle proteste indipendentiste, ho avuto l’orgoglio di condividere con la weychafe (che significa guerriera in mapuche) Moira Millan, coordinatrice del movimento Marcia delle Donne Originarie per il Buen Vivir.

Lei stessa rivela che “sono nata un giorno di agosto in un inverno innevato, in un paesino chiamato El Maiten, nel nordovest della provincia di Chubut, il Lof Pillañ Mahuiza è la mia comunità mapuche”.

Il popolo Mapuche, dalla notte dei tempi, passando per tutte le conquiste del luogo dove vive, cerca di preservare la sua identità, che comprende le sue abitudini ed il suo territorio, la terra che dà loro non solo il sostentamento ma anche l’essere. Per questo popolo, questa è la forma in cui si acquisisce la dignità. Mapuche significa letteralmente “gente della terra”. Cioè, non terra degli uomini e delle donne, bensì al contrario: sono gli uomini e le donne coloro che appartengono alla terra, un’idea semplice ma perturbatrice nelle menti di quasi tutti i politici di oggigiorno.

Alla fine del IX secolo, la nazione mapuche è stata vittima di un genocidio e le sue terre ancestrali occupate da un’invasione illegittima dei “huincas” argentini e cileni. “Huinca” è un termine proveniente dalla lingua “mapudungún” e significa “Nuovo Inca”, in riferimento alle persone di razza bianca, i nuovi conquistatori. Bisogna chiarire che i mapuche non sono né cileni né argentini, semplicemente perché entrambi gli Stati sono costruzioni storiche posteriori al Wallj Mapu, il loro territorio ancestrale.
Negli anni 90, più o meno, Carlos Menen regala le terre da dove provengono gli antenati di Moira ad un conosciuto compaesano mio, Luciano Benetton, che pagando con poche “perline”, oggi occupa illegalmente quasi due milioni di ettari della Patagonia argentina.

Moira mi dice che “Benetton ha creato un stato feudale dentro lo stato argentino. Benetton finanzia questa situazione bellicista contro i mapuche per potere continuare a rubare i prodotti della terra”.

La consegna ed il saccheggio delle terre della Patagonia e delle sue risorse nazionali per mano di aziende straniere è un problema della notte dei tempi, come i reclami e la lotta del popolo mapuche per recuperarle.

Dal 2015, varie famiglie della provincia di Chubut hanno realizzato recuperi di terre occupate da Benetton ed hanno dichiarato, mediante un comunicato pubblico firmato dai Pu Lof in Resistenza del Dipartimento Cushamen ed il Movimento Mapuche Autonomo del Puel Mapu (MAP): “Noi, i Mapuche, continuiamo ad essere un’immensa maggioranza senza terra, con l’unica alternativa di essere braccianti, impiegate domestiche ed operai, cioè, manodopera poco cara e sfruttata dall’oligarchia creola e l’imprenditorialità multinazionale”. E sostenevano che “l’unica maniera di frenare l’assassinio organizzato dal potere economico e dallo stato (ecocidio ed etnocidio), è mediante il controllo territoriale effettivo delle nostre comunità mobilitate”.

La risposta della Compagnia delle Terre del Sud Argentino (compagnia di Benetton) è stata una denuncia penale per usurpazione.

Da allora la violenza, le minacce ed i tentativi di sgombro sono stati permanenti. L’attuazione della gendarmeria, nelle terre che l’italiano rivendica per sé stesso, dall’inizio dell’anno, è stata ancora più violenta, di repressione contro la comunità Pu Lof (anche contro donne e bambini), hanno sequestrato Santiago Maldonado con la diretta responsabilità dal ministro di Sicurezza Patricia Bullrich, il suo capo di gabinetto Pablo Noceti e dello Stato. Il governatore di Chubut, Mario Dan Neves è stato anche complice dell’azionare repressivo, avallando l’entrata della gendarmeria alla comunità e demonizzando i mapuche attraverso una campagna mediatica che cominciò l’anno scorso, mentre quasi obbligava il giudice Otranto ad arrestare i dirigenti, considerati “terroristi” senza nessuna prova incriminante.

Sul tema Moira riafferma: “non c’è nessun dubbio, è stato il governo che prima sequestrò Santiago Maldonado per mano della gendarmeria e dopo piantò il corpo nel fiume della comunità mapuche Pu Lof Resistencia Cushamen. La tattica fu ‘liberarsi’ del loro crimine, perché la sparizione forzata non prescrive, è un delitto di lesa umanità ed i funzionari di turno dovevano ‘lavare’ il fatto che l’avevano assassinato. Così hanno creato tutta una campagna mediatica per segnalare come responsabili i giovani weychafe della comunità mapuche. Ed anche io sono accusata di essere una dei responsabili, perché in interviste che mi hanno fatto anteriormente alla scoperta del corpo di Santiago avevo pronosticato quello che dopo è successo in realtà. Spero che il popolo argentino approfitti dell’opportunità per non accettare la manipolazione dei popoli e ribellarsi. Nel momento in cui il caso di Santiago ha provocato che il popolo argentino guardasse al sud del suo paese e finalmente ha permesso che si accorgessero della lotta del popolo mapuche, spero che sia la ragione perché questa pseudo-democrazia dittatoriale, marchingegno della partitocrazia per potere mantenere il modello estrattivista cada per il suo proprio peso, perché la sua politica aberrante ed assassina non è oramai accettata dalla coscienza del popolo argentino. Bisogna proseguire con la luce della verità, contrastare il mucchio di menzogne, continuare con la lotta dei popoli originari, in maniera articolata e con la saggezza dei popoli in unità. Definitivamente bisogna respingere questo governo criminale”.

La lotta di Moira e del suo popolo da prima della scoperta del corpo di Santiago aveva irritato lo Stato argentino e lei è stata minacciata a morte.

“I funzionari dello Stato sanno che il problema non sono io, il problema è che rappresento la lotta del mio popolo, un mondo completamente diverso che respinge strutturalmente questo sistema. L’unica cosa che otterranno, se portano a termine il mio assassinio, è che la mistica mapuche che afferma che per ognuno che cade dieci in più incominceranno la lotta è pura verità. La nostra lotta non vuole arrivare a possedere la terra od a creare un nuovo Stato, no, noi vogliamo creare una relazione armonica tra la terra, la mapu, ed i popoli, la reciprocità con la natura. Noi respingiamo questo sistema di morte, questa progressiva distruzione ed inquinamento, siamo il popolo più povero che vive nel territorio più ricco dell’America del Sud e reclamiamo il Buen Vivir tra i popoli. Sappiamo che è possibile un nuovo futuro, un domani diverso a questo presente ed è il nostro diritto. Il sistema sta ammazzandoci perché deve distruggere la speranza, necessita che ci rassegniamo al sistema di morte. Ma noi per migliaia di anni abbiamo dimostrato che sì, un altro mondo è possibile! Inoltre negli ultimi tempi siamo riusciti a generare empatia per il nostro popolo in Argentina, abbiamo ottenuto che le femministe di ‘Ni una menos’ facciano il loro incontro nazionale a Chubut, in Porto Madryn. La lotta del mio popolo è il tema principale, mi nominano come referente del movimento e credo che questo spaventa lo Stato”.

Un’altra denuncia che formula Moira è che Santiago Maldonado è il primo “bianco” scomparso, ma solo nella provincia di Chubut esistono 145 mapuche scomparsi, uno di loro è Eduardo Cañulef, che era il bracciante principale di Benetton. Questo lavoratore rurale reclamò condizioni migliori di lavoro ed il miliardario lo sequestrò.

“Non ho mai visto il tuo compaesano nel banco degli accusati, questo è accaduto nell’anno 1996 e sua madre è morta reclamando il recapito di Eduardo. Aveva 28 anni e nessuno ha fatto una manifestazione per lui. In Argentina la vita indigena non vale chiaramente tanto quanto la vita del bianco. Questo non significa che non mi solidarizzi con la famiglia Maldonado ed esigo  con lei che si faccia giustizia. Ma voglio anche giustizia per il mio popolo, voglio che Benetton paghi per le aberrazioni che ha commesso contro il popolo mapuche. Necessitiamo anche che si svegli il popolo italiano ed abbia coscienza di quello che fanno i miliardari del suo paese, che lontano dalla loro patria, in silenzio e nascosti dall’opinione pubblica, ammazzano i popoli originari e distruggono l’ecosistema. Perché Benetton non produce soli vestiti, è un estrattivista e nel territorio che occupa illegalmente ci sono giacimenti auriferi”.

Io, come sorella bianca, concludo promettendo di appoggiare la lotta dei popoli indigeni, principalmente delle donne indigene e, come ha scritto Moira, voglio ascoltarle, desiderosa di conoscere il loro pensiero, non voglio convertirle, né etichettarle, né studiarle, né rubare per mia utilità il loro sapere, mi unisco a questa Rivoluzione di pensiero, e sarò, terra, seme, vento, acqua e fuoco.

di Ida Garberi, responsabile della pagine in italiano di Prensa Latina e Cubadebate

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Bruxelles lancia la PESCO

Altrenotizie.org - Mar, 14/11/2017 - 22:11

Ventitre degli attuali ventotto membri dell’UE hanno sottoscritto questa settimana un accordo vincolante sulla difesa comune che rappresenta un passo avanti probabilmente decisivo sia nella creazione di un esercito continentale sia, soprattutto, nel processo di militarizzazione incoraggiato dalle classi dirigenti europee in un clima internazionale sempre più incerto e competitivo.

 

Il cosiddetto accordo sulla Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) è stato prevedibilmente presentato dai singoli governi coinvolti e da Bruxelles come un evento storico che rafforzerà la sicurezza dei membri dell’Unione, consentendo anche a questi ultimi di agire in maniera indipendente sugli scenari internazionali.

 

L’intesa prevede una serie di progetti congiunti che avranno a che fare principalmente con l’acquisto di nuovi armamenti, l’addestramento, la ricerca e lo sviluppo. Inoltre, dovrebbero essere istituiti contingenti militari congiunti in grado di rispondere a situazioni di crisi e unità di combattimento regolari. Sul fronte logistico, invece, è allo studio una sorta di area di “Schengen militare” che consenta lo spostamento rapido e senza intoppi burocratici di soldati ed equipaggiamenti attraverso i confini europei.

 

A sostegno dei piani di fornitura di armi ci sarà un fondo europeo da cinque miliardi di euro, mentre altri stanziamenti speciali sono previsti per il finanziamento delle operazioni sul campo. I 23 paesi che hanno aderito alla PESCO, i quali manterranno il controllo sui propri “asset” militari nazionali, dovranno presentare piani di azione per delineare i rispettivi obiettivi militari. Soprattutto, poi, tutti i paesi s’impegnano ad aumentare progressivamente e in maniera regolare il livello delle loro spese militari.

 

La questione immediata che emerge in relazione al progetto di difesa comune europea è la sua apparente sovrapposizione con la NATO. Ufficialmente, in ogni caso, il Patto Atlantico e gli stessi Stati Uniti si dicono favorevoli alla formazione di un nuovo organismo di difesa congiunto in Europea, identificando tra gli obiettivi comuni la battaglia contro la minaccia terroristica e la presunta minaccia russa.

 

Leader e ministri della Difesa dei vari paesi europei hanno da parte loro insistito nel sottolineare la complementarietà della PESCO con le strutture e le operazioni NATO. Il comunicato ufficiale che ha accompagnato la sottoscrizione dell’accordo lunedì a Bruxelles afferma che “le rafforzate capacità militari dei paesi EU saranno utili anche alla NATO”. Esse dovrebbero rispondere infatti “alle ripetute richieste [americane] per una maggiore condivisione transatlantica degli oneri” legati alla difesa.

 

La pretesa che la PESCO si inquadri in uno sforzo che tenda ad armonizzare le strutture difensive occidentali o che dia un qualche impulso al consolidamento delle relazioni transatlantiche è in realtà assurda. Infatti, anche i resoconti della stampa ufficiale in questi giorni hanno sostanzialmente ammesso che la spinta decisiva a un progetto che, in varie forme, circola nei corridoi del potere in Europa da decenni è arrivata in definitiva grazie a due fattori che stanno letteralmente lacerando l’unità continentale e le strutture politiche e diplomatiche consolidate negli ultimi decenni, ovvero la “Brexit” e l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca.

 

Il referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE ha rimosso uno dei principali ostacoli alla creazione di un apparato comune di difesa nel vecchio continente. Londra, in stretta collaborazione con l’alleato americano, si era sempre opposta a questo progetto, sostenuto invece da Parigi e Berlino, principalmente per impedire la formazione di una possibile alternativa militare alla NATO e, di conseguenza, per prevenire l’erosione dell’influenza di Washington sull’Europa. La Gran Bretagna è ovviamente uno dei cinque paesi che non ha sottoscritto la PESCO. Gli altri sono Danimarca, Irlanda, Malta e Portogallo, i quali avranno però la possibilità di aderirvi in qualsiasi momento.

 

Per quanto riguarda l’amministrazione americana, le tendenze ultra-nazionalistiche di Trump e la promozione esclusiva degli interessi del suo paese nella conduzione degli affari internazionali hanno portato precocemente a un inasprimento delle tensioni transatlantiche. Gli attacchi del governo americano alle istituzioni e alle pratiche tradizionali del commercio globale, la portata destabilizzante delle aggressive politiche di Washington in Medio Oriente, così come nei confronti della Russia e della Cina, hanno messo a rischio gli interessi economici e strategici dell’Europa. A ciò va aggiunta poi la crescente competizione, sia con le potenze emergenti sia con gli stessi Stati Uniti, per i mercati internazionali e le risorse energetiche che richiede, nell’ottica delle classe dirigenti europee, uno strumento militare in grado di imporre e difendere i propri interessi.

 

Da qui, il rinnovato impulso a creare una struttura militare indipendente, se non addirittura ostile, a un Alleanza Atlantica dominata dagli Stati Uniti. A dare voce, sia pure non esplicitamente, a questi scrupoli era stata, tra gli altri, la stessa cancelliera tedesca Merkel, quando la scorsa primavera, durante la campagna elettorale e nel pieno della polemica con Trump, annunciò la fine dell’era in cui, per le questioni legate alla difesa, “potevamo contare totalmente sugli altri”, cioè gli Stati Uniti. A suo dire, perciò, era giunto il momento di “prendere realmente il destino nelle nostre mani”.

 

Un riferimento indiretto alla possibile competizione tra PESCO e NATO affiora in parte anche nello stesso comunicato che ha seguito l’accordo di lunedì a Bruxelles. In esso si parla della necessità di aumentare le spese militari e di implementare gli altri progetti di difesa per “rafforzare l’autonomia strategica europea”, in modo da “agire indipendentemente quando necessario”, anche se “assieme ai partner quando possibile”.

 

Se i leader e la stampa europei hanno messo il maggiore impegno possibile nel minimizzare il potenziale destabilizzante della PESCO sui rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, negli USA simili scrupoli hanno spesso lasciato il posto ad analisi più realistiche e allarmate. Il New York Times, ad esempio, nel parlare dell’impatto della recente visita di Trump in Estremo Oriente, ha attribuito ai governi europei la stessa attitudine di molti paesi asiatici, impegnati questi ultimi come i primi a “ricavare il massimo dal declino dell’egemonia americana e dalla nuova ripartizione in atto a livello globale del peso politico ed economico” delle varie potenze.

 

L’accordo sulla difesa comune, che dovrebbe essere formalizzato nel corso di un vertice UE di metà dicembre, dovrebbe anche servire, nelle intenzioni dei suoi principali promotori, a contenere le forze centrifughe da tempo evidenti a livello europeo. Ciò non comporta, tuttavia, un superamento delle divisioni e delle tensioni che caratterizzano anche i rapporti interni all’Unione.

 

Sulla struttura della PESCO vi era innanzitutto una diversità di vedute tra la Francia e la Germania. Parigi auspicava un progetto fondato su una sorta di club più ristretto che avrebbe dovuto includere solo i paesi con gli eserciti più importanti e quindi in grado di creare una forza agile ed efficiente facilmente utilizzabile in scenari di crisi. L’idea di Berlino, che ha finito per prevalere, è invece quella di coinvolgere il numero più alto possibile di paesi e di ampliare al massimo il ventaglio di progetti da perseguire in ambito militare.

 

Sulla stessa realizzazione dei propositi della PESCO peseranno inoltre le rivalità interne e i diversi obiettivi strategici dei paesi firmatari. Un analista di Carnegie Europe citato dal Financial Times ha rilevato ad esempio come la PESCO rischi di “scontrarsi o essere oscurato da iniziative separate nel quadro NATO o intraprese in maniera indipendente dai singoli paesi UE”.

 

Al di là della forma della PESCO, ciò che conta sono in ogni caso le forze che hanno agito sulla realizzazione di un progetto che è comunque ancora allo stadio iniziale. Nonostante le previsioni ottimistiche e le rassicurazioni dei leader europei, la creazione di un esercito comune non può che rappresentare uno strumento per l’imposizione con la forza degli interessi di una classe dirigente che, nell’ultimo decennio, ha presieduto a un processo di impoverimento di massa in numerosi paesi e al costante restringimento degli spazi democratici in nome della lotta al terrorismo.

 

L’impiego della forza militare congiunta potrebbe avvenire infine non solo all’estero, ma teoricamente anche all’interno degli stessi paesi europei. Un commento all’accordo di lunedì apparso sul sito del network russo RT ha spiegato che Bruxelles potrebbe volersi preparare a “significativi fenomeni di instabilità” in qualche paese dell’Unione. In uno scenario caratterizzato da gravi disordini sociali, un contingente internazionale altamente addestrato e con compiti di repressione potrebbe sostituire più efficacemente le forze di sicurezza dei singoli paesi.

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Oscar Lopez a Cuba: due bandiere in un solo cuore

Cubadebate (italiano) - Mar, 14/11/2017 - 02:18

isma01-2-580x396Non ci sono stati spazi vuoti nell’Istituto Cubano di Amicizia coi Popoli, né uomini né donne che non celebrassero la vittoria. E’ arrivato invincibile alla nostra terra ed ha realizzato un vecchio anelito di incontrarsi coi suoi fratelli. Oscar Lopez Rivera, tutto un simbolo di resistenza e di lotta per l’indipendenza è stato festeggiato da quelli che sono sempre stati al suo fianco.  

“Questo giorno è un sogno realizzato. Questo giorno è un sogno di amore per questa Patria, di amore per il suo popolo, per la Rivoluzione e per un uomo che ci ha dato un esempio di quello che sono la resistenza e la lotta”, ha commentato durante l’incontro politico – culturale che si celebrò nel pomeriggio di lunedì nell’ICAP.

L’indipendentista portoricano ha ringraziato per tutti i gesti di solidarietà che hanno permesso la sua liberazione e soprattutto l’appoggio del popolo cubano.

“Mi sento pieno di umiltà, pieno di amore e di gratitudine per tutto quello che il popolo cubano ha fatto per la nostra Patria, ma anche l’ha fatto per tutti gli esseri nel mondo che meritano giustizia e dignità. Non ho mai pensato che questo giorno sarebbe diventato realtà. Oggi raggiungiamo qualcosa che esemplifica quello che si può fare quando c’è amore, quando c’è rispetto dell’altro e dell’altra, quando si aspira a creare un mondo migliore e più giusto”, ha aggiunto.

Il leader indipendentista ha sottolineato che “noi portoricani non abbiamo mai sperimentato come popolo quello che è la libertà, tuttavia dobbiamo lottare per decolonizzarci perché crediamo davvero in che apparteniamo alla comunità delle nazioni latinoamericane e che una nazione piccola può trasformarsi in un paese forte.”

Durante l’omaggio, gli hanno consegnato la distinzione “L’Utilità della Virtù”, riconoscimento assegnato dal Presidente dell’Ufficio del Programma Martiano e della Società Culturale Josè Martì.

Inoltre, il tre volte campione olimpico Felix Savon ha consegnato a Lopez Rivera e come riconoscimento del Comitato Olimpico Cubano una tuta della squadra Cuba.

L’Eroe della Repubblica di Cuba, Fernando Gonzalez Llort, che è stato compagno di cella di Oscar per più di quattro anni, ha espresso la sua allegria per potere ricevere il patriota portoricano. “Parlare di Oscar è un impegno enorme, è difficile trovare le parole giuste che siano capaci di esprimere la sua grandezza, la sua opera ed il suo esempio. Quell’opera e quell’esempio l’hanno collocato, senza che se lo proponesse, nei più alti ranghi della resistenza contro la dominazione imperiale”, ha detto.

Inoltre, il presidente dell’ICAP, ha continuato ricordando che a dispetto dei multipli sforzi nazionali ed internazionali per ottenere la sua scarcerazione è stato in prigione tanto tempo, da essere il prigioniero politico con più anni scontati che nessun altro nella storia di Portorico, e la sua liberazione si è trasformata in una contesa degli uomini di buona volontà in tutto il pianeta.

“Il nostro popolo, condotto dalla sapienza di Fidel e di Raul, ha impregnato questa battaglia della priorità che meritava, cosciente che lottando per la sua libertà stava lottando anche per l’indipendenza della sua patria e per la libertà degli oppressi nel mondo.”

Ha ricordato che le giornate di solidarietà sono state molte, in cui l’Istituto Cubano di Amicizia coi Popoli ha reclamato la sua libertà. “Non dimenticheremo mai l’allegria immensa che abbiamo provato quando abbiamo saputo del tuo ritorno a Portorico, la tua terra amata. E’ stato un giorno di gloria e di celebrazione per tutti noi. Oggi l’emozione c’invade mentre osserviamo un uomo modesto, esempio di resistenza e decoro.”

“L’impero ha voluto spaventarti nelle sue prigioni, ma tu sapevi chiaramente la massima di Martì che “un principio giusto dal fondo di una grotta ha più forza che un esercito. Sappiamo che la vera ragione per la quale ti punivano era per non averti arreso, hai sostenuto la tua morale rivoluzionaria contro tutte le forze e le provocazioni che contro di te ha realizzato il governo più poderoso di tutto il pianeta”, ha concluso.

di Oscar Figueredo Reinaldo, da Cubadebate

tradzione di Ida Garberi

foto Ismael Francisco

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RT, il nuovo fronte del “Russiagate”

Altrenotizie.org - Lun, 13/11/2017 - 21:36

La caccia alle streghe in corso negli Stati Uniti contro ogni fantomatico indizio di ingerenza russa nella società e nella politica americane ha fatto segnare qualche giorno fa un salto qualitativo preoccupante con l’annunciato attacco frontale al popolare network RT (ex Russia Today), finanziato dal governo di Mosca.

Con una scadenza brevissima, il dipartimento di Giustizia USA ha imposto cioè la registrazione di RT come “agente straniero” al servizio del Cremlino. Il provvedimento è stato preso in base al “Foreign Agents Registration Act” (FARA) del 1938 e prevede l’obbligo, per le persone o gli enti colpiti, di fornire informazioni sui loro legami con un determinato governo, così come sul proprio stato finanziario e, nel caso di organizzazioni o compagnie, sul personale che vi lavora.

 

La gravità della decisione americana che ha colpito RT, ferma restando l’ovvietà che il network è allineato in larga misura alle posizioni del Cremlino, è dovuta in primo luogo al fatto che, in quasi ottant’anni, la legge dai molti tratti reazionari non era mai stata applicata a un organo di stampa.

Nella posizione di RT vi sono inoltre molte altre testate giornalistiche che operano negli USA, come ad esempio la britannica BBC, ma nessuna di queste è stata oggetto della decisione che ha penalizzato il network russo.

 

Il governo americano, com’è noto, finanzia esso stesso direttamente o indirettamente, in maniera ufficiale o clandestina, un numero consistente di organi di stampa attivi in paesi stranieri, tutti impegnati, spesso in modo aggressivo, a promuovere gli interessi di Washington o a screditare governi e regimi eventualmente ostili.

Più in generale, poi, tutti i media “mainstream” americani agiscono ormai in buona parte da cassa di risonanza non tanto del governo del momento, quanto dell’apparato militare, della “sicurezza nazionale” e dell’intelligence degli Stati Uniti.

 

Da notare è anche il fatto che gli USA criticano regolarmente e in modo molto duro quei paesi – dalla Cina all’Iran alla stessa Russia – quando essi, sul fronte domestico, mettono a tacere o sono accusati di mettere a tacere voci scomode o contrarie alla linea governativa ufficiale.

La notifica secondo il dettato del FARA a RT rappresenta dunque un nuovo attacco a Mosca nel quadro della saga del cosiddetto “Russiagate”. Non solo, il provvedimento serve al preciso scopo di intimidire i giornalisti del network e, ancor più, i numerosi ospiti americani e occidentali in genere che intervengono regolarmente all’interno dei vari programmi o che scrivono per il sito web, la gran parte dei quali è attestata su posizioni critiche nei confronti delle politiche del governo americano.

Proprio la possibilità data da RT a commentatori e a punti di vista alternativi a quelli propagandati dal governo USA o da testate come New York Times e Washington Post ha contribuito in maniera decisiva a far finire il network russo sulla lista nera del dipartimento di Giustizia. Ufficialmente non sono state date giustificazioni per la clamorosa disposizione, ma il governo aveva delineato le ragioni tutte politiche di essa già nel gennaio scorso, quando un rapporto preparato dall’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, allora facente capo ancora all’amministrazione Obama, prendeva di mira proprio RT nell’ambito del “Russiagate”.

 

Tra l’altro, l’indagine criticava la rete russa per avere dato spazio ai dibattiti tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti non appartenenti ai due principali partiti di Washington, mentre nei suoi commenti sosteneva che “il sistema bipartitico americano viene bocciato da almeno un terzo della popolazione”.

In maniera ancora più rivelatrice, il capo dell’intelligence americana prefigurava un futuro intervento della censura in relazione alla copertura dell’ormai defunto movimento Occupy Wall Street. Quest’ultimo era stato colpevolmente inquadrato da RT come “una lotta contro la classe al potere” e una critica “all’attuale sistema politico americano… corrotto e dominato dalle corporations”.

 

Una simile caratterizzazione viene attribuita anche ai presunti sforzi russi per interferire nel processo politico USA. In altre parole, i cittadini americani sarebbero ingannati dal governo di Mosca e dai suoi organi di propaganda, come RT, i quali fanno credere loro che gli Stati Uniti sono un paese attraversato da laceranti divisioni sociali e dominato da una classe politica al servizio dei grandi interessi economici. Senza l’intrusione di Putin, si presume, in America regnerebbe al contrario l’armonia sociale e un sistema politico perfettamente democratico.

 

Per rendersi conto della situazione del proprio paese, delle tensioni sociali, delle divisioni di classe o del deficit democratico del sistema politico, i cittadini americani non hanno in realtà bisogno delle attività di presunti “agenti stranieri”. La popolarità anche negli USA di testate come RT è dovuta proprio al fatto che esse, al di là delle motivazioni, danno spazio a voci critiche che sono completamente escluse dai media ufficiali e dipingono in sostanza un quadro veritiero della società e della classe politica americane.

 

Anche per questa ragione, RT è stata colpita nel fine settimana scorso da un provvedimento senza precedenti e che servirà probabilmente da esempio alle tendenze sempre più autoritarie del governo di Washington sul fronte della libertà di stampa e di opinione.

 

Solo qualche giorno prima dell’imposizione a RT, due commissioni del Senato e della Camera dei Rappresentanti di Washington avevano tenuto audizioni pubbliche con i rappresentanti di Facebook, Twitter e Google, durante le quali avevano in pratica invitato i tre colossi privati a intensificare la censura nei confronti di media e utenti realmente o apparentemente legati in qualche modo al governo russo.

 

Proprio riguardo RT, senza ragioni logiche Google aveva in precedenza rimosso la testata russa dalla lista dei canali “preferiti” di YouTube, mentre Twitter ne aveva bloccato ogni iniziativa pubblicitaria sulla propria piattaforma. RT ha comunque fatto sapere di volersi adeguare alla decisione del dipartimento di Giustizia americano e lunedì avrebbe perfezionato la registrazione. In precedenza, i suoi vertici editoriali avevano affermato che la registrazione come “agente straniero”, ovviamente forzata, prevedeva tempi molto stretti. Ciò poteva essere dovuto al tentativo di creare un pretesto legale che, in caso di ritardi, avrebbe giustificato addirittura la chiusura di RT negli USA.

 

Il governo di Mosca, da parte sua, ha comprensibilmente annunciato possibili ritorsioni che potrebbero includere gli stessi obblighi imposti a RT anche per i media americani operanti in Russia. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha anticipato azioni già per questa settimana, aggiungendo che il provvedimento contro RT dimostra come “l’establishment americano abbia compreso di non essere in grado di vincere nella competizione con i media russi”.

In definitiva, la vicenda che sta coinvolgendo RT, e che potrebbe presto allargarsi ad altre testate russe e non solo, serve da un lato ad attribuire alla propaganda di Mosca qualsiasi critica rivolta alla classe dirigente di Washington e alle politiche ufficiali americane sul fronte domestico e internazionale.

 

Dall’altro, invece, la lista nera della stampa in fase di compilazione a Washington annuncia un giro di vite imminente, se non già in atto, da parte di un governo in gravissima crisi di legittimità democratica, impegnato a mettere il bavaglio a quelle voci che si discostano dall’interpretazione ufficiale dei fatti offerta puntualmente dalla sempre più docile galassia dei media “mainstream”.

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USA, la morte del diritto

Altrenotizie.org - Dom, 12/11/2017 - 21:25

L’iniezione letale che nella tarda serata di mercoledì ha ucciso in un penitenziario del Texas il cittadino messicano Ruben Ramirez Cardenas non ha rappresentato solo l’ultima conferma della natura barbara e violenta del sistema giudiziario americano, ma ha anche messo ancora una volta gli Stati Uniti al di fuori della legalità internazionale.

 

Il 47enne Cardenas è stato rinchiuso nel braccio della morte per quasi vent’anni e i suoi diritti sono stati deliberatamente violati fin dall’arresto, avvenuto nel 1997. La sua storia aveva sollevato accese polemiche soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Dopo l’arresto, infatti, non gli era stato comunicato tempestivamente il diritto di ricevere assistenza da parte delle autorità consolari del suo paese. Il governo messicano avrebbe avuto notizia dell’arresto di Cardenas solo cinque mesi più tardi.

 

Questo diritto fondamentale previsto per gli accusati di qualche crimine in un paese di cui non hanno la cittadinanza è sancito dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, sottoscritta, sia pure con alcuni importanti distinguo, anche dagli Stati Uniti.

 

Il governo messicano aveva più volte manifestato il proprio disappunto per la vicenda legale di Cardenas e nella giornata di mercoledì in un messaggio su Twitter lo stesso presidente, Enrique Peña Nieto, ha “condannato fermamente” l’esecuzione.

 

Il comportamento americano era stato oggetto delle pesanti critiche anche di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani. Tra le altre, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani, organo indipendente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), aveva recentemente adottato una risoluzione nella quale, vista la gravità del caso Cardenas, chiedeva agli USA di “astenersi dall’applicazione della pena di morte” nei confronti del detenuto messicano.

 

Tutte le proteste internazionali e l’evidenza della violazione dei diritti di Cardenas non sono riusciti alla fine a fermare la mano del boia in Texas. Per legittimare la condanna e l’esecuzione, le autorità politiche e la giustizia americane hanno creato in questi anni varie giustificazioni pseudo-legali a dir poco discutibile. Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2008, in particolare, aveva stabilito che la Convenzione di Vienna era da considerarsi vincolante solo per il governo federale, mentre non risulterebbe applicabile nei casi di competenza dei singoli stati americani.

 

Per neutralizzare poi una decisione della Corte di Giustizia Internazionale, che metteva di fatto fuori legge la detenzione nel braccio della morte negli USA di una cinquantina di cittadini messicani, la stessa Corte Suprema aveva rimandato al Congresso di Washington una decisione sull’argomento. Prevedibilmente, tuttavia, da quest’ultimo non è mai arrivato nessun provvedimento in proposito.

 

Oltre a mostrare l’indifferenza degli Stati Uniti per il diritto internazionale, il caso di Cardenas è risultato emblematico anche del carattere anti-democratico e ultra-autoritario del sistema penitenziario e giudiziario americano, anche quando in gioco vi è la vita dei condannati.

 

Cardenas aveva ricevuto la sentenza di morte nel 1998 per il rapimento e l’assassinio di una cugina di 16 anni. Le circostanze seguite all’arresto sarebbero state messe però in seria discussione dal cittadino messicano e dai suoi legali. La sua confessione era stata la prova principale nel procedimento ma, secondo Cardenas, gli sarebbe stata estorta dalla polizia del Texas e, infatti, egli stesso avrebbe ben presto dichiarato la propria innocenza.

 

Non solo, un’altra gravissima violazione dei suoi diritti ha pesato sulla condanna, visto che la polizia gli permise di ottenere un avvocato solo dolo 11 giorni dal suo arresto, durante i quali era stato interrogato ripetutamente senza assistenza legale. Le dichiarazioni rilasciate in questo periodo di tempo erano risultate contraddittorie. Ad esempio, Cardenas aveva dichiarato di avere violentato la vittima, ma l’esame sul cadavere aveva smentito l’ipotesi dello stupro. Gli avvocati difensori di Cardenas hanno poi sempre sostenuto che le prove raccolte dagli inquirenti potevano essere state contaminate, ma i tribunali americani non hanno mai consentito nuovi esami del DNA che avrebbero potuto scagionare il loro cliente.

 

Nei giorni e nelle ore precedenti l’esecuzione, i legali di Cardenas hanno presentato svariati ricorsi, sia nel circuito statale del Texas sia a livello federale fino alla Corte Suprema di Washington. Nonostante gli elementi a favore del cittadino messicano, tutti gli appelli anche per una sospensione della condanna sono stati però respinti, a conferma del disinteresse del sistema giudiziario USA per le più basilari norme democratiche e per il diritto americano e internazionale anche in presenza di elementi e fattori di estrema rilevanza.

 

Cardenas, da parte sua, ha continuato a ribadire la sua innocenza fino al momento dell’esecuzione. Nella sua ultima dichiarazione scritta prima dell’iniezione letale, Cardenas ha affermato di non potersi scusare per “un crimine commesso da qualcun altro”. Come già ricordato, l’esecuzione di Ruben Ramirez Cardenas non rappresenta un caso isolato negli Stati Uniti. Oltre ai più di cinquanta detenuti nel braccio della morte, sono almeno cinque i cittadini messicani già giustiziati negli USA in violazione del diritto internazionale.

 

La storia di Cardenas si inserisce in un quadro giudiziario caratterizzato da ripetuti abusi, eccessi e aberrazioni legali nell’ambito della somministrazione della pena capitale in America. Uno degli esempi più recenti è rappresentato da una decisione della Corte Suprema di Washington, presa proprio questa settimana, che ha dato il via libera all’esecuzione di un detenuto 67enne gravemente invalidato da una serie di ictus. Svariate perizie psicologiche hanno dimostrato che il condannato, detenuto in Alabama, non è in grado nemmeno di ricordare il crimine del 1985 che gli sarebbe costato la condanna a morte nove anni più tardi.

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L’Asia e il fattore Trump

Altrenotizie.org - Dom, 12/11/2017 - 21:15

Il presidente americano Trump ha iniziato mercoledì in Cina la terza tappa di una lunga trasferta in Estremo Oriente, il cui obiettivo primario è quello di raccogliere consensi e serrare i ranghi tra gli alleati in vista di una possibile aggressione militare diretta contro il regime nordcoreano. La seconda parte della visita a Seoul, che ha preceduto l’arrivo a Pechino, come quella precedente a Tokyo aveva visto Trump tornare duramente all’attacco della Corea del Nord in un discorso al Parlamento dai toni ben diversi rispetto a quelli relativamente insoliti di poche ore prima. Martedì aveva infatti sorpreso molti prospettando una qualche apertura a Pyongyang, se non addirittura la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico per risolvere la crisi.

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Senza elettricità: Cuba o Portorico? Senza democrazia: Venezuela o Spagna?, scomodi confronti

Cubadebate (italiano) - Sab, 11/11/2017 - 04:11

TrumpA settembre, devastanti uragani hanno colpito Cuba (2) e Portorico (3). 20 giorni dopo l’impatto, Cuba aveva ripristinato il 99% del suo sistema elettrico (4). Al contrario, un mese dopo, l’80% della popolazione di Portorico continua a rimanere senza luce. Le autorità prevedono raggiungere il 50% della fornitura due mesi dopo l’uragano (5).

È un confronto scomodo che non leggeremo -naturalmente- nella stampa corporativa (6).

In Spagna, nessun tribunale ha incriminato per “esaltazione del terrorismo” il portavoce del Partito Popolare Pablo Casado (7): ha minacciato Carles Puigdemont, presidente della Generalitat catalana, col finire come il suo predecessore Lluis Companys, fucilato dalla dittatura di Franco ( 8). La stampa spagnola aiutava Casado a “mascherare” le sue minacce: “Il PP avverte Puigdemont che può finire in carcere come Companys”, leggiamo nei titoli, quasi identici, di El Mundo (9), El País (10) e ABC (11 ).

Mentre nessuno di questi giornali informava dell’entrata in carcere di Alfredo Remirez (12), uno dei 76 twitters accusati nella cosiddetta “Operazione Ragno” (13). Il suo crimine: aver copiato in Twitter la frase di una canzone del gruppo “Los Chikos del Maiz” (14), che allude al torturatore e criminale di stato Enrique Rodriguez Galindo (15); e di aver denunciato, attraverso un bambolotto, la politica di dispersione dei prigionieri baschi (16).

Ma chi “censura” le reti sociali, -ci dicono- è il governo del Venezuela (17).

La sezione digitale “Planeta futuro” di “El País” pubblicava un fotoreportage sugli “insediamenti precari” nella Repubblica Dominicana (18). In esso leggiamo che migliaia di famiglie vivono accanto ad acque contaminate ed i loro bambini, con disabilità, non hanno accesso a “farmaci, pannolini o sedie a rotelle”. Una miseria asettica, non correlata -per “El País”- con il modello economico vigente. Curioso, perché in questo giornale leggiamo decine di articoli sul presunto “fallimento” del modello economico di Cuba (19), responsabile -lì sì- del problema dell’abitazione. Benché la popolazione cubana, anche quella che non dispone di alloggi adeguati, ha le garanzie dei servizi di base, assistenza sanitaria o protezione per le persone con disabilità (20). Il reportage ci parlava, inoltre, dei giovani domenicani che sognano di “emigrare”. Non sono -apparentemente- come quelli di Cuba, che ciò che vogliono -leggiamo anche in “El País”- non è emigrare, ma “fuggire” (21).

Le cosiddette “carte del paradiso” coinvolgono 127 figure della politica, del mondo dell’impresa o dello spettacolo con i paradisi fiscali (22). Certo: non vedremo editoriale né alcun articolo che spiega la relazione dei paradisi fiscali con gli interessi dei potenti governi occidentali (23). Ma potete immaginare come cambierebbe il “tono informativo” se, in detta lista, apparissero membri del governo di Cuba o del Venezuela?

I media spagnoli ci raccontano della “persecuzione politica” contro l’oppositore Freddy Guevara (24), che verrà processato in Venezuela per organizzare gli atti violenti che hanno causato quasi 150 morti in quel paese (25). Allo stesso tempo, incoraggiano entusiasti la reclusione, in Catalogna, (26), per “ribellione” e “sedizione” di un governo totalmente eletto (27) e di attivisti assolutamente pacifici (28).

Così, la stampa spagnola, continuerà ad istruirci sulla democrazia e sulla libertà … mentre continuiamo a permetterlo.

di Josè Manzaneda, coordinatore di Cubainformacion

traduzione di Francesco Monterisi

per vedere il video

(1)    https://twitter.com/ErreHarriaLIBRE

(2)    http://www.cubadebate.cu/temas/sociedad-temas/2017/09/15/cuba-despues-del-huracan-irma-ultimas-noticias-y-testimonios-v/#.WgGl0nZryig

(3)    https://islamiacu.blogspot.com.es/2017/11/puerto-rico-sufre-mientras-lucha-contra.html

(4)    https://www.elnuevodia.com/opinion/columnas/algonomecuadraconmaria-columna-2365759/

(5)    https://www.debate.com.mx/mundo/Difieren-fechas-para-restituir-electricidad-en-Puerto-Rico-20171102-0313.html

(6)    http://www.telecinco.es/informativos/internacional/Puerto-Rico-suministro-electrico-huracanes_0_2463825067.html

(7)    https://www.youtube.com/watch?v=E89V6thk_oo

(8)    http://www.publico.es/politica/referendum-pp-avisa-puigdemont-acabar-fusilado-companys.html

(9)    http://www.elmundo.es/espana/2017/10/09/59db7a9522601ddc6e8b4614.html

(10)            https://politica.elpais.com/politica/2017/10/09/actualidad/1507561131_566766.html

(11)            http://www.abc.es/espana/abci-casado-avisa-puigdemont-puede-acabar-como-companys-encarcelado-201710091547_noticia.html

(12)            http://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20171104/alfredo-remirez-ha-ingresado-esta-tarde-en-la-prision-de-basauri

(13)            http://kaosenlared.net/los-encausados-de-la-operacion-arana-denuncian-los-ultimos-juicios-en-la-audiencia-nacional/

(14)            http://versosperfectos.com/canciones/nega-mi-novia-es-de-derechas

(15)            http://www.eldiario.es/norte/euskadi/terrorismo-GAL-fiscal-Audiencia_Nacional-ETA-violencia_0_494501352.html

(16)            https://www.elsaltodiario.com/enaltecimiento/mi-familia-va-a-sufrir-la-politica-de-dispersion-que-yo-llevo-anos-denunciando

(17)            http://www.larazon.es/internacional/maduro-regulara-el-uso-de-redes-sociales-en-venezuela-para-acallar-a-la-oposicion-AP15839801

(18)            https://elpais.com/elpais/2017/06/27/album/1498559792_381928.html#1498559792_381928_1498559821

(19)            https://elpais.com/internacional/2017/05/22/actualidad/1495407193_921185.html

(20)            http://elcisne.org/2017/07/04/la-atencion-de-la-discapacidad-en-cuba/

(21)            https://elpais.com/internacional/2015/12/04/actualidad/1449258039_213104.html

(22)            http://cadenaser.com/ser/2017/11/05/internacional/1509907267_736124.html

(23)            http://www.rebelion.org/noticia.php?id=211539

(24)            http://www.abc.es/internacional/abci-supremo-venezolano-solicita-levantamiento-inmunidad-parlamentaria-opositor-freddy-guevara-201711031912_noticia.html

(25)            http://misionverdad.com/la-guerra-en-venezuela/cinco-escenas-de-freddy-guevara

(26)            https://elpais.com/elpais/2017/11/03/hechos/1509709459_804377.html

(27)            http://www.elmundo.es/cataluna/2017/11/03/59fc20b922601d62688b4584.html

(28)            http://www.abc.es/espana/abci-fiscalia-acusa-jordis-llamar-movilizacion-social-desde-prision-201710280342_noticia.html

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Trump, Marco Rubio e l’emigrazione cubana

Cubadebate (italiano) - Ven, 10/11/2017 - 03:57

marco-rubi-donald-trump-ap-Rainier-Ehrhardt-580x385Dalla sua campagna presidenziale Trump si dedica a creare un clima di odio razziale, religioso e politico all’interno e all’esterno degli USA. Ha rotto con l’Accordo di Parigi sul cambio climatico e ha fatto lo stesso rispetto all’UNESCO. Ha rifiutato di certificare il compimento, da parte dell’Iran, dell’accordo nucleare, anche se nessuno obietta sulla più rigorosa osservanza dei suoi termini da parte del paese persiano. Ora viaggia per l’Asia impegnato nella vendita di armi e riscaldando, con la sua stessa presenza e parole, il pericolosissimo conflitto con Piongyang che potrebbe essere risolto attraverso il dialogo, ma con le provocazioni trumpiane può portare ad una guerra nucleare.

L’aggressivo gruppo imperialista che Trump rappresenta non è disposto ad accettare che ora gli USA non possano esercitare l’egemonia, quasi solitaria, come lo ha fatto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, né accettare il fatto irreversibile della multipolarità. Non vuole accettare dissensi, tanto meno dai piccoli paesi.

Per questo sta smantellando gran parte delle misure distensive di Obama su Cuba, nonostante che l’argomento principale che ha brandito il suo predecessore per effettuarle rimane vigente: che il blocco e la politica di ostilità non abbiano funzionato (per ottenere il cambio di regime). Come corollario, Obama ha proposto, al Congresso, di eliminare la misura genocida. Non era diventato socialista. Ha espresso un’idea condivisa dalla maggior parte degli statunitensi e dei cubani residenti negli USA, che ha fatto sua gran parte dell’establishment, come si vede dalla pioggia di critiche di questa settimana all’ annunciarsi, in maniera dettagliata, le misure anti-cubane di Trump.

Nello stesso modo in cui Trump si slega dall’accordo con l’Iran benché questo lo rispetti scrupolosamente, il Dipartimento di Stato espelle quasi tutto il personale dell’Ambasciata di Cuba senza spiegare perché al di là di vaghe allusioni al già insostenibile attacco sonico. Soprattutto, lascia senza sufficiente personale il consolato con l’evidente scopo di ostacolare i viaggi all’isola degli statunitensi e dei cubani residenti nel paese del nord. Come se fossero pochi gli ostacoli ai viaggi degli statunitensi che ha ordinato e a quelli dei cubani residenti nell’isola, costringendoli a trasferirsi in paesi terzi per richiedere un visto USA.

Nonostante le invettive che ha rivolto a Marco Rubio, durante la campagna per le primarie repubblicana alla presidenza, Trump si è riconciliato con il senatore e mantiene una relazione con l’invecchiato nucleo duro della controrivoluzione di Miami, un gruppo minoritario nella comunità cubana e molto lontano dai sentimenti di questa ma con potere economico e politico in Florida, arricchitosi con l’industria dell’anti-castrismo. Il magnate immobiliare ha consegnato a Rubio ed al rappresentante Mario Díaz-Balart una quota importante del disegno della politica verso Cuba e Venezuela. A quanto sembra entrambi i legislatori s’intendono direttamente con il generale McMaster -consigliere alla sicurezza nazionale ed esperto di contro insurrezione- e con la CIA ed il Comando Sud.

Ma mentre Washington ostacola la relazione dei cubani su entrambi i lati, Cuba dà più passi per facilitarla in coerenza con la politica di attualizzazione migratoria iniziata il 14 gennaio 2013. Elimina ostacoli burocratici, autorizza l’ingresso di migliaia di migranti che uscirono in modo irregolare e che dal 1 gennaio 2018 potranno riunirsi ai loro parenti a Cuba. Decide concedere il diritto alla cittadinanza cubana ai figli nati all’estero di cubani residenti negli altri paesi, un importante vantaggio nel caso di Francia e Germania, che non consentono loro di essere suoi cittadini.

Dal 2013, hanno viaggiato all’estero più di 769254 cubani, il 79% di loro per la prima volta. Finora, nel 2017, si è raggiunto una crescita del 28% rispetto allo stesso periodo del 2016.

Nel 2016, hanno visitato Cuba 428mila cubani residenti all’estero, dei quali 329mila provenienti dagli USA, mentre nel 2015 l’hanno visitata 378mila cubani e 285mila provenienti dal vicino del nord. Si mantiene l’incremento dei cubani residenti all’estero che decidono di stabilire la loro residenza permanente a Cuba.

L’emigrazione irregolare si è ridotta al minimo da quando Washington ha eliminato la politica detta dei piedi secchi-piedi bagnati, che conferma la posizione dell’Avana che sempre l’ha considerata la causa di tale emigrazione pericolosa e caotica.

Angel Guerra Cabrera

traduzione di Francesco Monterisi

Foto: Rainier Ehrhardt/ AP

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USA, la morte del diritto

Altrenotizie.org - Ven, 10/11/2017 - 00:00

di Michele Paris

L’iniezione letale che nella tarda serata di mercoledì ha ucciso in un penitenziario del Texas il cittadino messicano Ruben Ramirez Cardenas non ha rappresentato solo l’ultima conferma della natura barbara e violenta del sistema giudiziario americano, ma ha anche messo ancora una volta gli Stati Uniti al di fuori della legalità internazionale.

Il 47enne Cardenas è stato rinchiuso nel braccio della morte per quasi vent’anni e i suoi diritti sono stati deliberatamente violati fin dall’arresto, avvenuto nel 1997. La sua storia aveva sollevato accese polemiche soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Dopo l’arresto, infatti, non gli era stato comunicato tempestivamente il diritto di ricevere assistenza da parte delle autorità consolari del suo paese. Il governo messicano avrebbe avuto notizia dell’arresto di Cardenas solo cinque mesi più tardi.

Questo diritto fondamentale previsto per gli accusati di qualche crimine in un paese di cui non hanno la cittadinanza è sancito dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, sottoscritta, sia pure con alcuni importanti distinguo, anche dagli Stati Uniti.

Il governo messicano aveva più volte manifestato il proprio disappunto per la vicenda legale di Cardenas e nella giornata di mercoledì in un messaggio su Twitter lo stesso presidente, Enrique Peña Nieto, ha “condannato fermamente” l’esecuzione.

Il comportamento americano era stato oggetto delle pesanti critiche anche di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani. Tra le altre, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani, organo indipendente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), aveva recentemente adottato una risoluzione nella quale, vista la gravità del caso Cardenas, chiedeva agli USA di “astenersi dall’applicazione della pena di morte” nei confronti del detenuto messicano.

Tutte le proteste internazionali e l’evidenza della violazione dei diritti di Cardenas non sono riusciti alla fine a fermare la mano del boia in Texas. Per legittimare la condanna e l’esecuzione, le autorità politiche e la giustizia americane hanno creato in questi anni varie giustificazioni pseudo-legali a dir poco discutibile. Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2008, in particolare, aveva stabilito che la Convenzione di Vienna era da considerarsi vincolante solo per il governo federale, mentre non risulterebbe applicabile nei casi di competenza dei singoli stati americani.

Per neutralizzare poi una decisione della Corte di Giustizia Internazionale, che metteva di fatto fuori legge la detenzione nel braccio della morte negli USA di una cinquantina di cittadini messicani, la stessa Corte Suprema aveva rimandato al Congresso di Washington una decisione sull’argomento. Prevedibilmente, tuttavia, da quest’ultimo non è mai arrivato nessun provvedimento in proposito.

Oltre a mostrare l’indifferenza degli Stati Uniti per il diritto internazionale, il caso di Cardenas è risultato emblematico anche del carattere anti-democratico e ultra-autoritario del sistema penitenziario e giudiziario americano, anche quando in gioco vi è la vita dei condannati.

Cardenas aveva ricevuto la sentenza di morte nel 1998 per il rapimento e l’assassinio di una cugina di 16 anni. Le circostanze seguite all’arresto sarebbero state messe però in seria discussione dal cittadino messicano e dai suoi legali. La sua confessione era stata la prova principale nel procedimento ma, secondo Cardenas, gli sarebbe stata estorta dalla polizia del Texas e, infatti, egli stesso avrebbe ben presto dichiarato la propria innocenza.

Non solo, un’altra gravissima violazione dei suoi diritti ha pesato sulla condanna, visto che la polizia gli permise di ottenere un avvocato solo dolo 11 giorni dal suo arresto, durante i quali era stato interrogato ripetutamente senza assistenza legale. Le dichiarazioni rilasciate in questo periodo di tempo erano risultate contraddittorie. Ad esempio, Cardenas aveva dichiarato di avere violentato la vittima, ma l’esame sul cadavere aveva smentito l’ipotesi dello stupro.

Gli avvocati difensori di Cardenas hanno poi sempre sostenuto che le prove raccolte dagli inquirenti potevano essere state contaminate, ma i tribunali americani non hanno mai consentito nuovi esami del DNA che avrebbero potuto scagionare il loro cliente.

Nei giorni e nelle ore precedenti l’esecuzione, i legali di Cardenas hanno presentato svariati ricorsi, sia nel circuito statale del Texas sia a livello federale fino alla Corte Suprema di Washington. Nonostante gli elementi a favore del cittadino messicano, tutti gli appelli anche per una sospensione della condanna sono stati però respinti, a conferma del disinteresse del sistema giudiziario USA per le più basilari norme democratiche e per il diritto americano e internazionale anche in presenza di elementi e fattori di estrema rilevanza.

Cardenas, da parte sua, ha continuato a ribadire la sua innocenza fino al momento dell’esecuzione. Nella sua ultima dichiarazione scritta prima dell’iniezione letale, Cardenas ha affermato di non potersi scusare per “un crimine commesso da qualcun altro”.

Come già ricordato, l’esecuzione di Ruben Ramirez Cardenas non rappresenta un caso isolato negli Stati Uniti. Oltre ai più di cinquanta detenuti nel braccio della morte, sono almeno cinque i cittadini messicani già giustiziati negli USA in violazione del diritto internazionale.

La storia di Cardenas si inserisce in un quadro giudiziario caratterizzato da ripetuti abusi, eccessi e aberrazioni legali nell’ambito della somministrazione della pena capitale in America. Uno degli esempi più recenti è rappresentato da una decisione della Corte Suprema di Washington, presa proprio questa settimana, che ha dato il via libera all’esecuzione di un detenuto 67enne gravemente invalidato da una serie di ictus. Svariate perizie psicologiche hanno dimostrato che il condannato, detenuto in Alabama, non è in grado nemmeno di ricordare il crimine del 1985 che gli sarebbe costato la condanna a morte nove anni più tardi.

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Esercitazione Blue Flag, che ci fanno i piloti italiani ad esercitarsi con quelli che massacrano Gaza?

Cubadebate (italiano) - Gio, 09/11/2017 - 03:19

Blue-FlagE’ una notizia passata inosservata, ma una sua importanza per la stampa nostrana dovrebbe averla se non altro perché partecipa anche l’Italia. Dal 2 al 19 settembre, i caccia di nove nazioni si sono uniti a quelli dell’aviazione israeliana (IAF) per una grande esercitazione nel deserto del Negev, la più grande esercitazione interforze nei cieli di Israele.

Si tratta dell’esercitazione Blue Flag, che è durata per 11 giorni nella base di Ovda, nel profondo sud israeliano. L’esercitazione coinvolge oltre 1000 persone tra piloti, equipaggi, tecnici a terra e amministrativi provenienti da Stati Uniti, Grecia, Polonia, Francia, Italia, Germania e un altro paese il cui nome non è stato comunicato.

Secondo quanto riportato da un portavoce militare, l’esercitazione ha sperimentato vari scenari con l’obiettivo di raggiungere “una cooperazione unificata di formazione, apprendimento delle tecniche di volo e un rafforzamento della sinergia diplomatica tra i paesi”.

La prima esercitazione Blue Flag è stata avviata nel 2013, si svolge ogni due anni ed è ormai parte integrante del piano di esercitazioni dell’IAF. Quella di quest’anno è la terza “edizione” ed è la prima volta che vede la partecipazione dell’aviazione indiana. Secodo quanto riportato sul canale televisivo israeliano Channel 2, l’esercitazione Blue Flag ha una grande importanza strategica per la difesa dello Stato di Israele.

Tra i paesi dicevamo anche l’Italia e poi quella dell’Italia e di tutti gli altri paesi della UE che ufficialmente condannano Israele per l’occupazione e la colonizzazione ma poi si esercitano con gli stessi piloti che massacrano Gaza e stritolano la Cisgiordania.

“E’ molto interessante questa lista che include anche i paesi del Mediterraneo con cui abbiamo legami di difesa, come Italia e Grecia. [..]E’ una lista di paesi chiave per le percezioni strategiche di lungo periodo di Israele. Non solo in termini di difesa ma anche economici, tecnologici e diplomatici.”, ha dichiarato Eran Lerman del Jerusalem Institute for Strategic Studies al Tazpit Press Service (TPS).

da l’Antidiplomatico

foto da Yeshiva World news

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L’Asia e il fattore Trump

Altrenotizie.org - Gio, 09/11/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

Il presidente americano Trump ha iniziato mercoledì in Cina la terza tappa di una lunga trasferta in Estremo Oriente, il cui obiettivo primario è quello di raccogliere consensi e serrare i ranghi tra gli alleati in vista di una possibile aggressione militare diretta contro il regime nordcoreano.

La seconda parte della visita a Seoul, che ha preceduto l’arrivo a Pechino, come quella precedente a Tokyo aveva visto Trump tornare duramente all’attacco della Corea del Nord in un discorso al Parlamento dai toni ben diversi rispetto a quelli relativamente insoliti di poche ore prima. Martedì aveva infatti sorpreso molti prospettando una qualche apertura a Pyongyang, se non addirittura la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico per risolvere la crisi.

Mercoledì mattina, al contrario, il presidente americano ha parlato di gulag e violazioni dei diritti umani in relazione al regime di Kim Jong-un, mentre ha invitato gli altri paesi a isolare completamente la Corea del Nord. Le minacce dei mesi scorsi sono state inoltre ribadite quando Trump ha avvertito Pyongyang a “non sottovalutare né mettere alla prova” gli Stati Uniti, vista anche la presenza di ben tre portaerei americane nel Pacifico occidentale impegnate in esercitazioni militari.

Proprio in Corea del Sud, Trump e il presidente Moon Jae-in avevano anche concordato un massiccio piano di fornitura di armamenti americani a Seoul, inclusi sottomarini nucleari, mentre saranno con ogni probabilità aumentati nel prossimo futuro la forza di fuoco e il personale militare USA dispiegato sul territorio dell’alleato asiatico.

L’unica via d’uscita pacifica alla crisi in atto, secondo Trump, sarebbe lo stop da parte della Corea del Nord al programma di sviluppo di missili balistici e la “totale denuclearizzazione” del paese.  L’insistenza su simili concessioni preventive impedisce però di fatto anche solo l’avvio di negoziati concreti, poiché il regime di Kim continua comprensibilmente a escludere di abbandonare programmi militari che potrebbero rappresentare l’unico deterrente contro un’aggressione americana.

In merito al vertice con il presidente cinese, invece, i media americani hanno insistito nel ricordare la presunta sintonia tra quest’ultimo e Trump, già emersa nel corso della visita di Xi negli USA nel mese di aprile. A confermare l’intesa a livello personale tra i due leader sarebbe stata anche l’insolita decisione di Xi di accompagnare il presidente americano e la consorte in una visita alla Città Proibita di Pechino.

Al di là delle apparenze, la tappa cinese di Trump è senza dubbio la più delicata del tour asiatico in corso. Le tensioni tra le prime due potenze economiche del pianeta continuano infatti a crescere in parallelo allo scontrarsi dei rispettivi interessi in Asia e su scala globale.

L’ingresso di Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente peggiorato una situazione già segnata da fattori oggettivi legati alla perdita di influenza internazionale del capitalismo americano e alla costante crescita di quella cinese.

L’agenda ultra-nazionalista del presidente repubblicano e la promozione assoluta degli interessi americani a discapito di qualsiasi altro paese, sia esso partner o rivale di Washington, hanno accelerato da subito il deterioramento dei rapporti tra Washington e Pechino.

Da un lato, la crisi più o meno latente nella penisola di Corea è esplosa fino a giungere sull’orlo di un conflitto di vasta scala e, dall’altro, gli squilibri della bilancia commerciale negli scambi USA-Cina sono diventati consuetudine nel dibattito politico americano e internazionale.

A Pechino, così, al centro della discussione tra Trump e Xi ci sono proprio la questione coreana e quella commerciale, in un mix di avvertimenti e incentivi che caratterizzerà il faccia a faccia formale previsto nella giornata di giovedì.

L’intenzione di Trump sarebbe di convincere il governo cinese a raddoppiare gli sforzi per rimettere in riga l’alleato nordcoreano, implementando in pieno le sanzioni punitive approvate dalle Nazioni Unite e, in sostanza, limitando al massimo o azzerando del tutto i legami economici e finanziari.

La disponibilità di Pechino ad assecondare almeno in parte il gioco americano è in ogni caso limitata. Oltre al fatto che l’ascendente cinese su Kim è oggetto di discussione, la Cina ha già fatto molti passi in questo senso per poi ritrovarsi puntualmente esposta a nuove pressioni da parte degli USA.

Xi Jinping e l’apparato di potere cinese sono d’altra parte ben consapevoli che l’obiettivo americano è precisamente quello di ridurre il peso strategico di Pechino in Estremo Oriente attraverso un’offensiva diplomatica e (forse) militare contro la Corea del Nord. Allo stesso tempo, tuttavia, pur non potendo tollerare il crollo del regime, il governo cinese ha scelto di fare una serie di concessioni all’amministrazione Trump, così da evitare di dare a quest’ultima la giustificazione per attaccare il regime nordcoreano e destabilizzare l’intera regione.

Un’eco della necessità di Pechino di muoversi con cautela nell’approccio al governo USA si è visto da vari commenti apparsi sui media ufficiali cinesi, i quali mercoledì hanno assunto un tono generalmente positivo nei confronti di Trump e sottolineato la disponibilità del governo guidato da Xi a rafforzare i rapporti bilaterali tra le due potenze.

In ultima analisi, la moderazione cinese nell’affrontare la portata distruttiva dell’aggressiva politica estera USA è dettata dal bisogno di allentare le tensioni e disporre di un clima internazionale disteso per mettere in atto l’ambizioso piano di integrazione economica globale che ha ricevuto un nuovo impulso nel recente Congresso del Partito Comunista Cinese.

Il fattore destabilizzante della situazione asiatica e internazionale è determinato però dal fatto che gli Stati Uniti puntano a ostacolare i progetti di crescita cinesi, mettendo in atto pericolose provocazioni negli scenari di crisi dove appaiono più sensibili gli interessi di Pechino, come appunto nella penisola di Corea o nell’ambito delle contese marittime e territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Dopo la Cina, ad ogni modo, la trasferta asiatica di Trump proseguirà venerdì in Vietnam, dove parteciperà al summit dell’APEC (Cooperazione Economica dell’Asia e del Pacifico) e potrebbe incontrare il presidente russo Putin, per poi concludersi domenica nelle Filippine.

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Fidel: Senza la Rivoluzione di Ottobre non sarebbe stata possibile la fine del colonialismo

Cubadebate (italiano) - Mer, 08/11/2017 - 01:29
 Agenzia di notizie TASS / sito Fidel Soldato delle Idee.

Fidel pronuncia il discorso nella tribuna del Mausoleo Lenin nella Piazza Rossa di Mosca in un atto di massa. L’accompagnano il Presidente dell’URSS, Nikita Jrushchov ed il Segretario Generale del PCUS Leonid Brezhnev, il 28 aprile 1963. Autore: Agenzia di notizie TASS / sito Fidel Soldato delle Idee.

Un secolo fa, la storia mondiale cambiò per sempre. La Gran Rivoluzione Socialista di Ottobre fu uno dei fatti più importanti nella storia contemporanea dell’umanità. Simile fatto storico, come la presenza del suo leader Vladimir Ilich Lenin, ebbe una gran influenza in molti paesi dell’Europa, dell’America Latina e nel resto del mondo.  

Su questa gesta trascendentale, che servì di ispirazione per la Rivoluzione Cubana, il nostro Comandante in Capo Fidel Castro disse nell’Atto Centrale in Commemorazione del XX Anniversario dell’Assalto alla Caserma Moncada, a Santiago di Cuba, il 26 luglio 1973:

“Senza la Rivoluzione di Ottobre e senza l’immortale gesta del popolo sovietico, che ha resistito in primo luogo all’intervento ed al blocco imperialista e sconfisse più tardi l’aggressione del fascismo e lo schiacciò con un costo di 20 milioni di morti, che ha sviluppato la sua tecnica e la sua economia ad un costo incredibile di sudore e sacrificio senza sfruttare il lavoro di un solo operaio in nessun paese della terra, non sarebbe stato assolutamente possibile la fine del colonialismo e la liberazione di decine di paesi in tutti i continenti.”

Due anni dopo, nel discorso pronunciato nell’incontro solenne per il 50º anniversario della fondazione del primo partito marxista-leninista del nostro paese, nel teatro “Lazaro Peña”, il 22 agosto 1975, disse:

“(…) con la Rivoluzione di Ottobre del 1917, sorgeva nel mondo il primo stato di operai e contadini, ed il movimento rivoluzionario, tanto nella sua lotta contro il colonialismo e per l’indipendenza nazionale come per la liberazione sociale, acquisisce una straordinaria ispirazione ed un’immensa portata di esperienze.”

Nell’università “Carolinum”, di Praga, in Cecoslovacchia, con motivo di concedergli il titolo di Dottore in Scienze Giuridiche Honoris Causa, il 22 giugno 1972, e sull’importanza della Rivoluzione di Ottobre, espresse:

“Nessuno aveva diritto a pensare che tanto straordinario cambiamento come quello che incominciò nel mondo con la Rivoluzione di Ottobre sarebbe stato un cambiamento facile, che parto tanto straordinario della società umana sarebbe stata una nascita facile. Il socialismo sorge come un sistema nuovo, come gigantesca e storica vittoria contro lo sfruttamento, come una promessa per tutta l’umanità.”

In terre dell’antica URSS, nel XXV Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il 25 febbraio 1976, affermò:

“Nessun rivoluzionario smise di sentire il coraggio e lo stimolo che derivò sempre dai comunisti sovietici. Si può dire che da allora tutte le nuove generazioni rivoluzionarie si educarono nelle idee, nello spirito e nei principi della Rivoluzione di Ottobre. Nessun avvenimento ebbe un’influenza così grande sulla mente degli uomini, sul destino dei popoli e sul progresso del mondo. L’umanità ha vissuto da allora il più fecondo periodo di trasformazione rivoluzionaria di tutta la sua esistenza.”

Per l’importanza storica di questo fatto, esempio storico della lotta del proletariato contro il capitalismo, nell’atto centrale per la XXXI Anniversario dell’Assalto alla Caserma Moncada, effettuato nella città di Cienfuegos, il 26 luglio 1984, il leader della Rivoluzione Cubana ha detto:

“(…) la realtà storica è che l’idea di schiacciare con la forza le rivoluzioni, ha sempre fatto parte della filosofia e del pensiero dell’imperialismo e di tutti i sistemi reazionari durante la storia.”

Per conoscere di più sull’ideologia del leader della Rivoluzione Cubana, può visitare il nostro sito: Fidel Soldato delle Idee

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

 Agenzia di notizie TASS / sito Fidel Soldato delle Idee.

Fidel saluta il Presidente dell’URSS, Nikita Jrushchov, dopo avere firmato la dichiarazione congiunta sovietico-cubana nel Palazzo del Cremlino, il 23 maggio 1963. Autore: Agenzia di notizie TASS / sito Fidel Soldato delle Idee.

 Agenzia di notizie TASS / sito Fidel Soldato delle Idee.

In un atto di massa nello stadio Leningrado. L’accompagnano il Presidente dell’URSS, Nikita Jrushchov ed il Segretario Generale del PCUS, Leonid Brezhnev, il 15 maggio 1963. Autore: Agenzia di notizie TASS / sito Fidel Soldato delle Idee.

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Callista, ambasciatrice per amore

Altrenotizie.org - Mer, 08/11/2017 - 00:00

di Bianca Cerri

Callista Bisek Gingrich, designata quale ambasciatrice degli Stati uniti in Vaticano, fa parte di un ristretto gruppo di donne che hanno sposato uomini politici con un certo potere dopo aver scalciato le legittime consorti dei suddetti. Il colpaccio riesce in genere a signore capaci di rendersi invisibili fino al raggiungimento dell'ambita meta. Callista invece ha operato alla luce del sole facendo di tutto per farsi notare al fianco di Newt Gingrich che già le aveva assegnato un posto di “assistente” presso il Comitato per l'Agricoltura della Camera.

Metteva in ordine la collezione di francobolli di lui cercando di imparare alcune nozioni di storia di cui non capiva assolutamente nulla. Andava in giro nella mano nella mano con l'esponente repubblicano nei parchi attorno a Georgetown, la zona dei potenti di Washington, e la si vedeva entrare e uscire negli stessi motels frequentati dai rappresentanti di Camera e Senato con amiche ed escorts.

Callista era in fondo una donna ingenua che non trovava nulla da ridire sulle amicizie talvolta ambigue dell'amante, né sul fatto che questi fosse regolarmente sposato. D’altra parte, Repubblicani o Democratici che siano, i politici americani hanno sempre avuto una certa tendenza all'adulterio, compreso lo stesso Gingrich, considerato il signore assoluto della moralità e dei valori cristiani.

Callista dal canto suo non poteva permettersi di fare tanto la difficile, visto che prima di conoscere l'esponente repubblicano non aveva mai avuto mai veramente lavorato. A meno che finire in un coro religioso o sospirare come una ghiandaia soffiando in un corno francese sia da considerarsi un lavoro.

Sapeva già, comunque, che farsi sposare da un uomo politico dopo esserne stata per anni l'amante è una operazione complicata negli Stati Uniti, dove ci si aspetta che la nuova arrivata sia per lo meno all'altezza della moglie abbandonata. Soprattutto se l'uomo politico abbandona la moglie malata di cancro e devastata da anni di tradimenti come aveva fatto in passato Newt Gingrich, le elucubrazioni su valori familiari e patriottismo vanno a farsi benedire e anche l'aspirante sostituta verrà travolta dal ridicolo.

Per la verità di mogli malate e abbandonate nella vita di New Gingrich ce ne sono state due. A 16 anni, bisognoso di dimostrarsi sicuro e virile, sposò Jean Bettley, sua insegnante di geometria, che di anni ne aveva ventisette. Però le cose non andarono bene e il matrimonio si concluse che un divorzio.

E' molto difficile che i repubblicani statunitensi si facciano condizionare da sentimenti come la pietà o la semplice solidarietà umana. E infatti Gingrich abbandonò la prima moglie dopo venti anni di matrimonio mentre questa era in ospedale, dove aveva subito l'asportazione di un tumore.

Gli uomini che abbandonano le mogli sono una faccenda quotidiana ma nessuno lo fece con la stessa noncuranza. In quell'anno,1980, era già iniziata la scalata del rappresentante repubblicano verso la Casa Bianca e al tempo stesso si intensificavano le relazioni con qualunque donna gli capitasse a tiro.

Anne Manning, che conobbe Gingrich alla fine degli anni '70, ebbe con lui una breve relazione. Nata in Inghilterra, ma residente negli USA, Manning rivelò che Gingrich la portava nei motels di Georgetown esclusivamente per brevi sedute di sesso orale, ma ci fu anche il tempo di scambiarsi alcune confidenze. Fu Manning che in seguito rivelò alla stampa che l'esponente repubblicano, obeso e maldestro, era deluso dalla moglie, non abbastanza avvenente per diventare un giorno first lady. Bettley si ammalò gravemente e questa divenne una ragione sufficiente per chiedere il divorzio. Ci fu un po' di burrasca sulla questione degli alimenti e solo molto tempo dopo Gingrich le concesse 1650 dollari al mese.

I begli occhi di Marianne Ginther, giovane collaboratrice del suo staff, lo avevano già incantato e, con una semplice firma apposta su un modulo prestampato dal letto di un ospedale, il divorzio fu sancito. Con quella firma Gingrich tornò libero e sei mesi dopo iniziò un secondo matrimonio più tormentato del primo. Ginther aiutò il marito a scrivere un libro sul futuro dell'America. Ma in poco tempo si accorse però di aver sposato un vero camaleonte non solo della politica ma un uomo cinico e falso, con un ego gonfiato all'estremo, che la  umiliava ricordandole la scarsa avvenenza anche durante gli eventi pubblici.

Nel 1997 Gingrich passò dalle stelle alle stalle, perdendo una umiliante battaglia con Bill Clinton sull'affare Lewinsky; non poteva andare diversamente, dato che tutta l'America sapeva che aveva avuto storie persino con la moglie di un giocatore di baseball in macchina mentre le figlie assistevano alla partita.

La sua relazione con Callista Bisek era iniziata già da anni ma lui chiese a Marianne di acconsentire ad una “coppia aperta”, aveva il terrore dei costi di un nuovo divorzio. Marianne non fece commenti, in quei giorni era troppo preoccupata dalla diagnosi di sclerosi multipla che le era stata appena comunicata. Gingrich approfittò di nuovo di una malattia implacabile per liberarsi della seconda moglie e s'impegnò a pagare un'assicurazione da 26 dollari al mese a suo favore.

L'adulterio è ancora reato in numerosi stati americani ma Marianne era troppo presa dai propri problemi personali per ingaggiare una guerra legale. L'ex-marito le concesse anche un vitalizio da 149 dollari al mese per le cure mediche e, prima di sposare Callista, si dimise dalla carica di portavoce repubblicano alla Camera per ragioni di “moralità”. Solo 48 ore prima aveva tenuto un discorso sul valore dei padri fondatori e criticato i liberals che avevano approvato l'aumento delle tasse danneggiando così mogli e figli.

Dopo quattro mesi il  terzo matrimonio. Ci sarebbe voluto qualche anno ma il pubblico avrebbe dimenticato le molte peripezie maritali dell'aspirante presidente. Nel frattempo Callista doveva imparare a sfoggiare un sorriso a 32 denti per ammaliare gli scettici. E naturalmente imparare a vestirsi come una vera first lady.

Finalmente arrivarono le presidenziali del 2012 e Callista commise subito un errore madornale. Si presentò alla prima di un documentario sulla religione cattolica prodotto assieme al marito con un collier di diamanti. La coppia aveva già speso più di mezzo milione di dollari da Tiffany. Gingrich si era convertito al cattolicesimo nel 2009 colpito dalla serenità emanata da papa Ratzinger. Per gratitudine due anni dopo il secondo matrimonio era stato completamente annullato.

In un documentario l'uomo politico aveva rivisitato il ruolo di Dio negli Stati Uniti, ormai sicuro che sarebbe diventato presidente. La Casa Bianca però non è alla portata di tutti i candidati che hanno cambiato il look della moglie con un paio di bigodini. Lo sa molto bene l'ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che nel 2008 si era candidato alla presidenza.

Giuliani voleva portare la seconda moglie, conosciuta in un bar nel 1999, alla Casa Bianca e per riuscirci aveva rotto drasticamente col passato. Ma fu proprio la biografia di Judy Nathan Giuliani a mettere fine alle ambizioni presidenziali del marito. Certo, oltreoceano la britannica Camilla aveva atteso oltre venti anni per impalmare il principe Carlo, rinunciando persino al titolo di principessa a favore di quello più modesto di duchessa, ma Judy sperava che i tabloid l'avrebbero resa popolare in un battibaleno.

La dipingevano come una madre nubile che aveva lottato tutta la vita per mantenere i figli. Passi che invece la signora aveva già tre divorzi alle spalle e i figli di lui mai avrebbero accettato di sostenere la campagna presidenziale alla sua presenza. E passi pure che nei primi tempi i suoi interventi su temi delicati come l'intervento militare in Iraq e la Sanità pubblica avevano sbalordito l'opinione pubblica. Sui giornali, ad ogni tappa delle primarie, uscivano fuori nuove storie su Judy che non le facevano onore.

A far traboccare il proverbiale vaso fu però la lussuosa cerimonia di nozze con la sposa in bianco tempestato di diamanti e un diadema in testa alla presenza di quattrocento invitati, tutti rigorosamente miliardari. Ma a infastidire ancora di più il pubblico fu l'acquisto di un appartamento da quattro milioni di dollari nell'East Side.

Non c'è niente da fare: gli americani hanno la loro idea in materia di first ladies che non corrisponde alla personalità di Judy. L'opinione pubblica ama i personaggi come Nancy Reagan, “out of touch” ma con lo sguardo adorante sempre rivolto verso il marito. Anche Callista fu scartata quando si presentò con gioielli che costavano quanto la casa di un americano medio. In quell'epoca il debito pubblico era alle stelle e neppure la rivista Time perdonò un paio di orecchini da 22 mila dollari esibiti dall'aspirante first lady.

Solo Gingrich ormai era convinto che la terza moglie lo avrebbe portato alla presidenza. Il 3 marzo 2011 aveva avviato un'indagine esplorativa sulle possibilità di vincere. Il 4 aprile 2012 una vittoria di Gingrich sembrava però assai improbabile. Il 24 aprile il candidato repubblicano si era ritirato dalla corsa presidenziale dando il suo supporto a Mitt Romney.

Nel 2016 Gingrich incoraggiò la candidatura di Donald Trump che sembrava ancora indeciso. Visto che Trump (ahinoi!) aveva vinto, sperava nella vice-presidenza che andò invece a Mike Pence. Gingrich era stato il principale mastino a sostegno di Trump anche nei momenti difficili ed era rimasto deluso dalla sua mancanza di gratitudine. Per rimediare Trump ha aumentato il gruppo di incompetenti del suo entourage  assegnando a Callista Gingrich il ruolo di nuovo ambasciatore presso la Santa Sede.

Il bello è che le politiche di Washington sull'immigrazione, ad esempio, divergono drasticamente da quelle di Francesco. L'Enciclica papale dello anno scorso è tutta centrata sul ruolo della famiglia. La nomina di Callista, secondo lo Spokane Review, insulterebbe il Papa. Ma ormai è cosa fatta. Qualcuno ipotizza che Gingrich è felice del nuovo incarico che impegnerà la moglie per molte ore al giorno lasciandogli il tempo di fare nuove conquiste. Callista assicura di essere sempre stata una persona molto religiosa.

Ma con le ultime vicende che interessano la Casa Bianca e lo spettro dell'impeachment su Trump, la nomina di Callista può tornare utile per distogliere l'attenzione da problemi gravi. Newt Gingrich rimarrà sempre l'elefante zoppo della politica USA e a Cally Lou toccherà la missione impossibile di collegare la squinternata amministrazione Trump con l'intransigente Santa Sede.






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Le mani saudite sul Libano

Altrenotizie.org - Mer, 08/11/2017 - 00:00

di Michele Paris

Gli eventi mediorientali degli ultimi giorni hanno probabilmente segnato una nuova accelerazione dell’offensiva contro la crescente influenza nella regione dell’Iran da parte dell’Arabia Saudita e delle forze strettamente alleate alla monarchia assoluta sunnita, compresi gli Stati Uniti del presidente Trump.

In quest’ottica, la notizia più significativa è consistita nelle inaspettate dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, a nemmeno un anno dal suo ritorno alla guida del governo grazie a un accordo inter-settario che sembrava poter stabilizzare la delicata situazione nel “paese dei cedri”.

Hariri ha annunciato le sue dimissioni in un comunicato letto dalla rete televisiva saudita Al Arabiya mentre si trovava nella capitale del regno, Riyadh, facendo riferimento a una possibile minaccia contro la sua incolumità, peraltro smentita dai vertici delle forze di sicurezza libanesi.

La località da cui ha parlato sabato scorso Hariri e, ancor più, il contenuto del suo annuncio hanno lasciato pochi dubbi sul fatto che l’addio al governo di Beirut sia stato in sostanza ordinato dai suoi sponsor sauditi. La sua denuncia esplicita delle operazioni in Medio Oriente della Repubblica Islamica e di Hezbollah ha rappresentato infatti la conferma dell’allineamento delle forze sunnite libanesi, guidate dal clan Hariri, alla campagna anti-iraniana di Riyadh e Washington.

“Ovunque vi sia traccia dell’Iran”, ha sostenuto Hariri, “troviamo scontri e guerre”. Ribaltando la realtà dei fatti in relazione agli eventi degli ultimi anni in Medio Oriente, poi, il premier libanese ha accusato Teheran di “seminare distruzione” nel suo paese, ma anche in Siria, Bahrein e Yemen.

Se Hariri e la sua fazione politica e settaria in Libano costituiscono il contrappunto alle forze sciite guidate da Hezbollah e che fanno riferimento a Teheran e Damasco, a Beirut il primo ministro uscente era alla guida dallo scorso dicembre di un governo nato grazie a un’intesa con i propri “nemici”. Questo accordo aveva portato allo sblocco di un’impasse politica durata quasi tre anni e aveva consentito l’elezione alla presidenza del Libano dell’ex generale cristiano alleato di Hezbollah, Michel Aoun.

A cambiare le posizioni di Hariri e a determinare la sua inversione di rotta sul fronte interno, facendo cadere il suo governo di cui fanno parte esponenti di Hezbollah, è stata in definitiva l’accelerazione della campagna contro l’Iran e lo stesso “partito di Dio” impressa da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma anche da Israele.

Questi sviluppi sono intimamente legati a quelli registrati in Siria negli ultimi mesi, con il governo di Assad, assistito da Russia, Iran e Hezbollah, in grado di riconquistare ampie porzioni di territorio dallo Stato Islamico (ISIS) e dalle altre forze dell’opposizione armata sostenuta dagli USA, dalla Turchia e dalle monarchie arabe.

Avendo fallito nei loro piani in Siria, questi ultimi intendono cioè spostare in Libano la guerra contro l’Iran e, più in generale, contro l’arco della resistenza sciita in Medio Oriente. Questa strategia include il soffiare sulle tradizionali divisioni settarie in Libano per far cadere il governo di “unità nazionale” guidato finora da Hariri e avvicinare nel contempo una nuova possibile guerra tra Israele e Hezbollah attraverso la demonizzazione del partito-milizia sciita.

I fatti più recenti erano stati preannunciati da una serie di eventi che avevano interessato il Libano negli giorni precedenti. In particolare, all’inizio della scorsa settimana il ministro saudita per gli Affari del Golfo Persico, l’ultra-settario Thamer al-Sabhan, aveva pubblicamente attaccato e minacciato Hezbollah, definito il “partito di Satana”, fino a prospettare “immediati sviluppi sconvolgenti”.

Subito dopo la presa di posizione saudita e in seguito all’incontro a Beirut tra Hariri e il diplomatico iraniano consigliere dell’ayatollah Khamenei, Ali Akbar Velayati, il primo ministro libanese è stato convocato a Riyadh, dove ha finito per annunciare le proprie dimissioni in TV recitando un copione scritto con ogni probabilità dallo stesso ministro Sabhan e dal numero uno di fatto del regime saudita, l’erede al trono Mohammad bin Salman.

Tra lunedì e martedì, la vicenda ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il quotidiano libanese Al Akhbar ha scritto che Hariri sarebbe stato messo in stato di fermo dalle autorità saudite fin dal suo arrivo a Riyadh venerdì scorso. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha da parte sua accusato il regime saudita di avere costretto il premier alle dimissioni, definendo “legittimi” gli interrogativi su una sua possibile detenzione a Riyadh.

I vertici sauditi hanno smentito l’arresto di Hariri, mentre la stampa del regime ha dato notizia che il leader sunnita libanese si è recato negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il principe ereditario Sheikh Mohammed bin Zayed, per poi fare ritorno a Riyadh. Secondo alcuni media, però, lo stesso governo francese lunedì aveva chiesto al governo saudita di rimettere in libertà Hariri, con il quale era impossibile mettersi in contatto. A Beirut, intanto, il presidente Aoun ha affermato di non potere accettare le dimissioni del primo ministro fino a che quest’ultimo non tornerà in Libano e sarà fatta chiarezza sulla vicenda.

Nonostante una condotta al limite del criminale che mette in serio pericolo la stabilità del Libano, l’Arabia Saudita, tramite il ministro Sabhan, ha sostenuto che questo paese e Hezbollah avrebbero niente meno che “dichiarato guerra” a Riyadh, così che il regime sarà costretto ad adottare provvedimenti adeguati.

Martedì, poi, Mohammad bin Salman ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, quando ha accusato l’Iran di avere messo in atto una “aggressione militare diretta” nei confronti del suo paese. Il principe saudita ha fatto riferimento alla distruzione, avvenuta sabato scorso, di un missile lanciato dai “ribelli” Houthis in Yemen e diretto a Riyadh. L’Arabia Saudita e gli altri regimi sunniti del Golfo accusano da tempo Teheran di sostenere militarmente e finanziariamente gli Houthis, protagonisti nel 2015 del rovesciamento del governo che Riyadh cerca da allora di reinsediare con una campagna bellica sanguinosa. 

Lo sfondo su cui si sono svolti i fatti più recenti era stato preparato già dalla visita di Trump in Arabia Saudita nel mese di maggio, quando il presidente americano aveva inaugurato l’offensiva anti-iraniana facendo appello alle forze ultra-reazionarie sunnite nel mondo arabo. A ciò ha fatto seguito la recente denuncia dell’accordo sul nucleare di Teheran siglato a Vienna nel 2015 e l’adozione, da parte del Congresso di Washington, di una serie di sanzioni punitive contro esponenti di Hezbollah.

A influire sulle decisioni prese a Riyadh negli ultimi giorni può per molti avere influito anche la visita in Arabia Saudita a fine ottobre del consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, durante la quale potrebbero essere state concordate le mosse del regime sul fronte dell’offensiva anti-iraniana e anti-Hezbollah.

In qualche modo collegate alle dimissioni di Hariri sembrano essere inoltre le notizie arrivate sempre dall’Arabia Saudita nel fine settimana, con gli arresti e la destituzione forzata di numerosi principi, ministri e alti funzionari del regime sunnita. La nuova purga all’interno della casa regnante è stata ordinata da Mohammad bin Salman nel tentativo di azzerare le resistenze al consolidamento del potere nelle sue mani e reprimere le voci critiche contro la crociata anti-iraniana promossa dal 32enne principe saudita.

Che nei piani americani e sauditi debba svolgere un ruolo di spicco anche Israele è confermato poi dal fatto che le dimissioni di Hariri sono state subito commentate positivamente dal primo ministro Netanyahu. Quest’ultimo ha definito la decisione del premier libanese “un campanello d’allarme” che dovrebbe convincere la comunità internazionale ad “agire contro l’aggressione iraniana”.

Più precisamente, la mossa di Hariri telecomandata da Riyadh potrebbe servire, come ha spiegato un commento del Jerusalem Post, a “dare a Israele maggiore legittimità per una campagna intransigente e a tutto campo contro Iran e Libano, e non solo Hezbollah, in caso di guerra” oltre il confine settentrionale.

Quello che la nuova situazione libanese potrebbe comportare per il momento è una nuova crisi politica a Beirut e, anche senza prevedere il riesplodere della guerra civile, un riaggravarsi delle tensioni settarie, già alimentate dal conflitto in Siria. In Libano, ad esempio, nel 2018 sono previste elezioni che già sono state rimandate di ben quattro anni e, vista la cronica difficoltà a mettere assieme governi funzionanti, potrebbero essere nuovamente posticipate.

A ben vedere, in ogni caso, l’intensificazione della battaglia contro Iran e Hezbollah da parte americana e saudita, oltre a risultare estremamente rischiosa per la sorte del Libano, non è che la prova della disperazione di Washington e Riyadh, costretti a prendere atto del naufragio dei loro piani in Siria e in Iraq, ma anche degli effetti indesiderati della sanguinosa guerra in Yemen e dell’aspra disputa in corso con il Qatar.

I tentativi di destabilizzare ulteriormente la regione, di rovesciare governi ostili e di limitare l’influenza dell’Iran hanno finora ottenuto l’effetto esattamente contrario, ingigantendo cioè il ruolo della stessa Repubblica Islamica e della Russia in Medio Oriente. Gli sforzi diretti ora in Libano, perciò, se pure minacciano nuove violenze in quest’ultimo paese, potrebbero anche finire per riprodurre lo stesso identico risultato.

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La Rivoluzione bolscevica nel suo centenario: ciò che non dobbiamo dimenticare

Cubadebate (italiano) - Mar, 07/11/2017 - 01:37

Logo-CentenarioMolto ha a che vedere la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia con le attuali ricerche di un mondo migliore in cui milioni di esseri umani aspirano per aver provocato una trasformazione rivoluzionaria di grande portata, oltre le frontiere della Russia -dopo sovietiche-, e per essere la prima esperienza di disconnessione dal dominio capitalista ed imperialista.

I meriti di questo importante evento si moltiplicano se si tiene conto delle condizioni economiche della Russia nel primo 900, immenso paese semi-feudale, con milioni di analfabeti e solo con alcune sacche di sviluppo industriale. A ciò si aggiunge che al rovesciare la reazionaria monarchia zarista ed intraprendere il cambio rivoluzionario ha dovuto affrontare l’aggressione economica e militare di praticamente tutte le potenze capitaliste del tempo.

In quelle difficili condizioni, la rivoluzione ha provocato una colossale trasformazione socioeconomica, politica e culturale a favore degli interessi delle maggioranze  indigenti ed escluse da ricchezze e diritti.

Fu un’esperienza di ricerca e scoperta di un cambiamento culturale e di civiltà e, come molti riconoscono, fu un uragano di speranze, non solo per la Russia e le repubbliche sovietiche, che più tardi andarono conformandosi, ma per i lavoratori di tutto il mondo impegnati ad ottenere una migliore distribuzione della ricchezza e la cessazione dello sfruttamento, insieme alla dignità del lavoro.

La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre ha rivoluzionato il mondo, ha portato alla realizzazione di formule organizzative per affrontare il capitale e come un’ondata si andarono moltiplicando partiti comunisti, sindacati, movimenti di operai e contadini, insieme con  organizzazioni di donne in difesa dei loro diritti, mentre crebbe lo scontro col colonialismo ed il neocolonialismo.

Quella rivoluzione impregnò di nuovi slanci la lotta popolare nel nostro continente, concepita dalla fine del XIX secolo quando l’imperialismo USA – come aveva allertato José Martí – si espandeva con stivali d’ingerenza e usurpatrice di risorse naturali. In quel contesto la classe operaia cresceva, in alcuni paesi di maggior sviluppo industriale, sotto l’influenza delle idee rivoluzionarie, marxiste in molti casi, anarchiche in altri, che  portavano gli immigrati europei che giungevano in terra latinoamericana e caraibica. Furono idee e azioni rivoluzionarie che, dopo il 1917, si moltiplicarono.

Molto ebbe a che fare, la rivoluzione del 1917 in Russia, con le conquiste sociali ottenute da larghe masse popolari lungo il XX secolo e con capacità patriottiche e internazionaliste sviluppate nei popoli delle repubbliche sovietiche che, insieme con l’Armata Rossa, furono decisive nell’affrontare e nella sconfitta del fascismo.

Anche ebbe molto a che vedere con le ragioni che hanno fatto sì che l’URSS si convertisse nella seconda potenza mondiale; a diventare fattore di equilibrio che consentì migliori condizioni per l’ottenimento dell’indipendenza di molti paesi coloniali. Quell’immenso paese fu quello che inviò il primo uomo, la prima donna e il primo latinoamericano nello spazio, che non è semplice simbolismo, ma mostra di sviluppo scientifico e tecnologico a favore della pace.

Il capitalismo stesso non ha potuto eludere gli impatti della rivoluzione e fu costretto ad adattarsi ad un nuovo contesto in cui apparve un forte rivale che, successivamente, portò alla bipolarità. Le tesi e le azioni riformiste a favore del cosiddetto “stato sociale” nelle formazioni del capitalismo europeo fu uno di quegli impatti, come la politica del chiamato New Deal (1933-1938) adottata dal presidente USA Franklin Delano Roosevelt.

Fu una genuina rivoluzione con incalcolabile valore storico e politico, che non può essere sottovalutata per le deviazioni, che in qualche periodo, allontanarono i dirigenti e settori della società sovietica dalle basi concettuali e politiche della rivoluzione e dalle oneste radici marxiste degli ideali e azioni di Vladimir I. Lenin e altri leader di quell’impresa.

Non è in questa occasione che  giudichiamo le tergiversazioni circa l’ideale socialista, né la perversione di pratiche democratiche che poi permearono l’URSS, neppure ci fermeremo su punti di vista circa lo smantellamento della costruzione del socialismo che ha condotto al crollo di una società che si elevò con notevoli successi come alternativa al capitalismo. Ma molto meno svaluteremo ciò che ha significato la Rivoluzione d’Ottobre e l’esistenza dell’URSS e del campo socialista europeo per il mondo sottosviluppato e per il progresso della Rivoluzione Cubana.

La verità è che ciò che è successo è stata una straordinaria esperienza i cui risultati ed errori richiedono un approfondimento e un’analisi. I primi come dimostrazione di ciò che può essere raggiunto dai popoli a favore dei loro interessi, ed  i secondi per riflettere sui fattori endogeni in un processo di transizione socialista che possono portare al suo smantellamento, addirittura in un tempo molto breve, se non si risolvono, adeguatamente, le contraddizioni inerenti a questo tipo di processo.

Sono temi che devono essere approfonditi insieme a domande intorno ad approcci concettuali, socioeconomici e politici che si andarono installando nell’URSS su questioni molto delicate, in particolare per il popolo.

E’ il caso della correlazione tra  sviluppo e la crescita economica senza che si dispieghi una coscienza individuale e sociale permeata dai valori socialisti e comunisti; l’allontanamento delle strutture partitiche, statali e di governo delle masse e dello Stato con la società civile, insieme con la sottovalutazione del fattore soggettivo in un processo rivoluzionario e del suo ruolo nel necessario rinnovamento dell’egemonia socialista. Anche l’impatto sociale di distorsioni nel campo della cultura, del dogmatismo, del burocratismo e della corruzione meritano una seria riflessione se si tiene conto delle avvertenze sollevate da Lenin prima del trionfo della rivoluzione, ma soprattutto tra il 1918 e il 1923.

Di molte opere, note e riflessioni esposte, durante poco più dei primi cinque anni della rivoluzione al potere, evidenziamo le sue analisi in “I compiti immediati del potere sovietico” e Rimarranno, i bolscevichi, al il potere? dove ha approfondito le complessità associate al compito di governare rappresentando gli interessi degli operai e dei contadini. Segnaliamo inoltre le proiezioni su questioni organizzative e della politica del partito esposte nella sua lettera, del dicembre 1922, al congresso del partito che, per molti, costituisce il suo testamento politico con chiari riferimenti all’importante ruolo degli operai e contadini, delle masse popolari, in un processo verso il socialismo.

La verità è che ciò che ha portato al crollo dell’URSS non può essere imputato né a Lenin né al marxismo, né può essere utilizzato per screditare il valore storico e politico della Rivoluzione bolscevica del 2017, evento che è di grande attualità al di là della celebrazione del suo centenario. Non si tratta di avvolgerci nella nostalgia, ma di analizzare, equilibratamente, gli eventi storici, i successi, gli errori, le contraddizioni che esistevano, ma anche l’inconsistenza di miti e le insidie che si innalzano, soprattutto dal 1989, al fine di “giustificare” la presunta non-percorribilità del socialismo e l’inevitabilità del capitalismo, ciò che costituisce un fatalismo storico inaccettabile.

Ma soprattutto l’analisi della Rivoluzione d’Ottobre dimostra che le lezioni della storia sono un patrimonio irrinunciabile che nutre il movimento anticapitalista ed antimperialista oggi, sono risorse che alimentano l’agire per affrontare il presente e proiettare il futuro di coloro che aspirano ad un mondo migliore. Sono le lezioni per l’implementazione dei processi di transizione socialista che sempre si svilupperanno con molte condizioni inedite, perché non ci sono due paesi uguali, ma che, allo stesso tempo, richiedono di bussole che permettano indirizzare la rotta verso una strategia di ordine socialista. Pertanto, non solo contribuisce alla valutazione del passato, ma alla proiezione del presente e del futuro dell’umanità.

Dottoressa Olga Fernández Ríos. Istituto di Filosofia. Cuba

traduzione di Francesco Monterisi

 

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Cento anni fa

Altrenotizie.org - Lun, 06/11/2017 - 23:42

di Fabrizio Casari

Cento anni fa, mentre con la più sanguinosa delle guerre le monarchie europee si contendevano il dominio dell’Europa, la Rivoluzione Bolscevica chiudeva per sempre la storia delle monarchie, inaugurando il XX secolo con la più grande storia di ribellione ed emancipazione mai conosciuta.

Guidata da Vladimir Ilic Ulianov Lenin, la Rivoluzione Bolscevica cambiava la geografia sociale, politica ed economica, fino a quel momento destinata solo a favorire l’aristocrazia e la Russia si tirava fuori dalla prima guerra mondiale. Irrompeva nel libro della storia la classe proletaria, assumevano un volto e un nome i contadini e gli operai non più disponibili ad assoggettarsi al regime zarista.

D’improvviso, una massa di sfruttati ed impotenti si fece classe. Mise fine ad un regime feudale, prese in mano le redini di un paese immenso ed aprì al mondo intero una diversa prospettiva di liberazione dalla tirannide prima e di emancipazione delle classi lavoratrici poi. Da dominati divennero governo. Il grande disordine divenne l’Ordine Nuovo. L’unità di misura della politica apprese la scienza delle trasformazioni radicali che, sebbene datesi in un solo paese, si riflettevano sull’intero pianeta.

La Rivoluzione Bolscevica, forgiatasi sulla idealità marxista, smentì le previsioni del filosofo di Treviri, che vedeva nella borghesia la classe rivoluzionaria per eccellenza e che, per questo, immaginò lo sviluppo dei processi rivoluzionari nei paesi industrialmente più avanzati, Stati Uniti e Inghilterra in primo luogo. E invece in Russia, come successivamente in Cina e nei processi di liberazione in Asia, in America Latina e persino in Africa, fu il proletariato la classe protagonista dei processi rivoluzionari e che avrebbe permesso, con la sua liberazione, quella della società in generale.

Con i suoi limiti, con i suoi errori e con le sue rettifiche, la rivoluzione russa fu lo spartiacque della storia, l’inizio di un'altra lettura del Novecento, il secolo che cambiò i paradigmi dell’esistente insegnando che un mondo diverso era possibile. Il nascente capitalismo moderno, che si erigeva sulle macerie delle monarchie e prosperava nel colonialismo, da quel momento in poi avrebbe dovuto misurarsi con un modello nuovo, che chiamava a raccolta le ragioni dei dimenticati, ergeva a metro di misura il bene collettivo e proponeva un nuovo assetto nella storia dell’umanità.

L’edificazione della nuova Russia, divenuta Unione Sovietica nella riunificazione di una nazione grande come un continente e nell’abolizione delle differenze tra le etnie contenute al suo interno, dovette affrontare il mostro nazifascista che le borghesie europee avevano concepito prima e legittimato poi. Il nazifascismo, infatti, era stata la risposta disperata di queste, che nell’Unione Sovietica vedevano – giustamente - una minaccia mortale al loro dominio, all’ordine stabilito delle classi dominanti.

L’Unione Sovietica fu anche scuola di resistenza, quando per difendersi e difendere l’Europa intera dal terrore nazifascista offrì alla storia 22 milioni di morti per piegare il Terzo Reich e il fascismo italiano. La bandiera Sovietica che sventolò sul Reichstag di Berlino annunciò la fine dell’orrore, permise la liberazione di un intero continente e l’inizio di una nuova era per tutta l’umanità.

Successivamente alla vittoria, l’esempio dell’Unione Sovietica spinse il proletariato europeo ad un ruolo di protagonista, al punto che il capitalismo uscito dal secondo conflitto mondiale dovette cercare un modello di dominio calibrato sulle concessioni di diritti ai lavoratori divenute inevitabili; il sacrificio sovietico contro il nazifascismo non aveva solo liberato l’Europa dalla tirannide ma anche spinto su un piano molto più avanzato la lotta per le rivendicazioni di diritti sociali in ogni paese del vecchio continente.

L’Unione Sovietica non si limitò, però, a fungere da esempio. Nonostante avesse firmato gli accordi di Yalta, che prevedevano la divisione del mondo in sfere d’influenza, Mosca intervenne ad aiutare, in ogni parte del pianeta, le lotte per l’indipendenza dei popoli oppressi dal colonialismo e dalle dittature militari decise e sostenute dal capitalismo internazionale a garanzia dei suoi interessi.

La decolonizzazione in Africa, così come le lotte di liberazione in America Latina, videro il sostegno dell’Unione Sovietica. La rivoluzione cubana poté contare per decenni sull’aiuto sovietico e la stessa Rivoluzione Sandinista, in Nicaragua, ricevette ogni sostegno da Mosca e dall’intero blocco dell’Europa Orientale, decisivo nella difesa del paese aggredito dagli Stati Uniti di Reagan e Bush.

Oggi ricorrono i cento anni da quel 1917 che cambiò il destino della Russia e la storia del mondo intero. Quella dell’Unione Sovietica, durata oltre settant’anni, fu non priva di passaggi controversi e di vere e proprie pagine drammatiche. Ma l’ostacolo più importante al processo venne da un assetto interno a forte vocazione burocratica ed accentratrice, poco sensibile alle esigenze di rinnovamento e incardinato nel confronto militare con l’Occidente (che sapeva di dissanguare l’Urss con la continua corsa al riarmo, conscia di una superiorità tecnologica e finanziaria decisive per prevalere nello scontro). Il sistema sovietico non seppe autoriformarsi.

Sebbene per la sua composizione territoriale fu in qualche modo costretta ad un modello sviluppista, l'Urss non seppe costruire in parallelo un cammino alternativo all’industrializzazione pesante nella sua produzione. Allo stesso tempo, sul piano politico, sclerotizzò il dispiegarsi del dibattito politico all’interno della comunità socialista e privilegiò il controllo interno sulla libertà di espressione. Con la riproposizione autoritaria dell’ortodossia ideologica esaurì progressivamente la spinta affascinante di un modello che aveva cambiato l’umanità, e non fu in grado di valorizzare le modificazioni del costume che, grazie anche al progresso tecnologico, s’imposero su scala globale.

Ma tutto il processo politico che contrassegnò la sua esistenza fu un processo di emancipazione per le classi popolari che oggi in molti rimpiangono, a cominciare dagli ex paesi Oltrecortina. La caduta dell’Urss portò con sé l'equilibrio bipolare del pianeta e il trionfo del capitalismo neoliberista, che negli ultimi venti anni ha portato il mondo del lavoro e dei diritti sociali vicino al collasso. Il suo affermarsi ha prodotto il punto più basso della civiltà occidentale. Il fallimento delle sue ricette per i popoli non è però un errore collaterale, ma la conseguenza voluta del successo per le elites. Al suo massimo grado di sviluppo incontrastato, il sistema che ha vinto ha prodotto la supremazia dei potenti e determinato un ordine economico ingiusto ed escludente che rende i poveri più poveri e i ricchi più ricchi.

Cento anni dopo quel 7 Novembre del 1917, la speranza è che non sia ancora scritta l’ultima pagina della storia e che la sinistra che verrà serva a fare di questo mondo un luogo meno ingiusto e più degno di essere vissuto.

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