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Discriminazioni che il virus non ha portato via

Cubadebate (italiano) - 13 ore 8 min fa

racismo-2-580x326Il nuovo coronavirus si è portato via confini e vite, abitudini ed impieghi; ma non è riuscito a strappare pregiudizi e discriminazioni che rimangono più forti delle paure.  

L’apparizione di questa pandemia in una città della Cina ha portato alle stelle in primo luogo gli attacchi anti-cinesi che sono affiorati in occidente. La retorica imperiale ha tentato di imporre i termini di virus o polmonite di Wuhan come nome della nuova malattia. Discorsi, espressioni, vignette e condotte hanno attaccato con efferatezza contro i nazionali del gigante asiatico.

Ma la pazienza cinese rende i suoi frutti, e dopo sopportare l’uragano spietato, questo paese ha potuto controllare la malattia, riaprire Wuhan ed offrire aiuto materiale ed esperienze mediche a decine di paesi nel mondo.

Negli Stati Uniti, nel frattempo, neri, latini e poveri sono le vittime principali della pandemia. Loro hanno meno accesso alle assicurazioni mediche ed ai servizi di salute.

A Chicago, la sesta città più popolata del paese, circa la metà dei quasi 5000 contagiati fino al 5 aprile erano persone di origine afrodiscendenti. In questa città sono morti 1824 neri, numero che rappresentava il 72% delle morti, benché sono solo il 30% della popolazione in una città di 2,7 milioni di abitanti.

“Queste cifre ti lasciano senza fiato”, ha detto il sindaco di Chicago, Lori Lightfoot, al quotidiano The New York Times. “È delle cose più forti che credo avere visto come sindaco.”

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rivelato ieri che negli ultimi tre mesi, periodo durante il quale la sua entità ha diretto la lotta globale contro il coronavirus, ha ricevuto minacce di morte ed attacchi di distinti tipi, tra loro quelli di carattere razzista.

“È da tre mesi che ricevo attacchi personali, alcuni razzisti e per essere onesto sono orgoglioso del mio colore. Ho ricevuto perfino minacce di morte, ma non mi importa in assoluto. Non mi importa essere attaccato se la gente sta morendo, stiamo perdendo vite ogni minuto!”, ha detto il funzionario di origine etiope.

Alcuni giorni fa, un medico francese ha suscitato un’ira opprimente suggerendo, in forma dispregiativa, che il possibile trattamento contro la COVID-19 dovrebbe avere gli africani come campo di sperimentazione.

Jean Paul Mira, capo dell’unità di attenzioni intensive di un ospedale parigino ha detto in un’intervista televisiva: “non dovremmo fare questo studio in Africa dove non ci sono mascherine, trattamento o attenzioni intensive, un po’ come si fa, per certi studi sull’AIDS o con prostitute?”.

Nel momento di questa dichiarazione, Francia aveva riportato un numero di casi positivi al COVID-19 10 volte maggiore rispetto a tutta l’Africa insieme.

“No al trattamento degli africani come hamster da laboratorio umani!” ha scritto in twitter quello stesso giorno la stella ritirata del calcio Didier Drogba. “È assolutamente schifoso”.

La malattia principale degli esseri umani e della società contemporanea continua ad essere l’ingiustizia che divide i paesi in poderosi e deboli, che esclude persone per il loro colore della pelle, nazionalità, se sono disabili; che condanna alla morte in un’epidemia gruppi di persone in numero maggiore rispetto ad altre.

In questi tempi di riflessione profonda della specie umana davanti alle sfide che lacerano la sua stessa esistenza, converrebbe ricordare un postulato della Dichiarazione dell’Assemblea Generale dell’ONU in dicembre del 2013, dichiarando il Decennio Internazionale degli Afrodiscendenti: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti ed hanno la capacità di contribuire in maniera costruttiva allo sviluppo e benessere della società, e che tutte le dottrine di superiorità razziale sono scientificamente false, moralmente condannabili, socialmente ingiuste e pericolose e devono essere respinte, come le teorie con cui si pretende determinare l’esistenza di distinte razze umane”.

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Vivere senza avere prezzo ed affrontando il nemico

Cubadebate (italiano) - Gio, 09/04/2020 - 02:48
Israel Rojas

Israel Rojas

Caro Silvio. Stimati tutti. Non siamo molti gli artisti che abbiamo dedicato la nostra carriera a fare critica sociale come l’asse concettuale della nostra produzione artistica. Umilmente, l’opera di Buena Fe, per venti anni, lo dimostra. Abbiamo cantato alle distorsioni, agli arcaismi, ai disastri, alle deformazioni della nostra società, si può dire perfino con una relativa effettività. Come dice bene Giordan (che ringrazio per le sue parole), bisogna analizzare le cose nel loro contesto.  

Benché a nessuno devo spiegazioni. Ma le darò qui, in questa casa virtuale che Silvio ha creato affinché sia accolta la virtù.

Per prima cosa devo dire che il termine “blocco interno” è stato sequestrato da quelli che non hanno mai avuto i pantaloni per affrontarlo. È stato usato per articolare una meschina cortina di fumo contro il giusto reclamo di alzare il bloqueo genocida degli Stati Uniti contro Cuba.

Tra il 20 ed il 22 marzo 2020, il professore Carlos Lazo, da Seatle, negli Stati Uniti ha lanciato una proposta di petizione al Presidente degli Stati Uniti per la sospensione con carattere temporaneo, durante questo periodo di pandemia globale, del bloqueo contro Cuba. L’ha messa in due siti web per riscuotere le firme che appoggiassero questa iniziativa. Pochi giorni dopo, Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha formulato esattamente la stessa proposta. È tutto giusto conforme al diritto internazionale umanitario. Da questa pandemia si esce con la cooperazione internazionale, non alimentando i conflitti.

Va bè, perché dalle piattaforme digitali progettate (o prestate) per distruggere la Rivoluzione Cubana (Cibercuba, Cubani per il Mondo, CubitaNow, Cubacute, eccetera) non è stato dato il benché minimo spazio a questa iniziativa del Professor Carlos Lazo.

Invece, non ha ritardato molto che vedesse la luce una controproposta. Un youtuber da Miami ha lanciato una petizione che faceva un appello alla comunità cubana affinché firmasse una proposta per togliere il blocco interno, basata su due argomenti. In primo luogo, l’affermazione esplicita che la proposta di Carlos Lazo era uno “stratagemma opportunista” per eludere le pressioni di Trump. La seconda, il falso argomento che si può chiedere il sollevamento del bloqueo a Cuba, solo quando si alzi il blocco interno.

Non mi estendo per dimostrare la canagliata. Qualsiasi lettore di questo sito può trarre le sue proprie conclusioni.

Quello che sì devo spiegare è che immediatamente quell’altra proposta ha avuto tutto l’appoggio mediatico della controrivoluzione (chiamo le cose con il loro nome, scusatemi se sono diretto). Amplificata e promossa, la proposta di sollevamento del blocco interno, ha raggiunto la sua meta, era evidente che l’obiettivo era eclissare la petizione nobile non solo di Lazo, ma bensì delle forze dell’umanesimo e dell’amore tra i popoli.

Allora, è arrivato il concerto online di Buena Fe, in tempi di pandemia. Ed in quel concerto, con tanto cubani collegati soprattutto fuori da Cuba, ho ricordato Silvio, che non ha dubitato un solo momento nel sacrificare il suo enorme capitale poetico e di convocazione per appoggiare la causa per la liberazione dei Cinque, nei concerti internazionali, quando non c’era né il minore barlume di speranza. Ed ho usato, questa tribuna digitale, questo spazio per appoggiare il Professor Carlos Lazo ed attaccare la proposta ingannevole, gretta e meschina che gli era stata anteposta. Potevo farlo meglio? Sicuro. Ma così è stato. Ed ovviamente, le piattaforme digitali della controrivoluzione si sono accanite contro di me. In quello stesso concerto online abbiamo ricevuto la chiamata del Dottor Carlos Perez, capo della brigata medica cubana in Lombardia. È stato un momento molto commovente per me e per l’udienza del concerto. Né una riga è stata dedicata a questo momento.

Infine. Una canzone di Silvio che ho cantato molto all’università, mi ha insegnato le “necedades” utili della vita. Tra queste, vivere senza avere prezzo e soprattutto affrontando il nemico. E questo implica essere disposto ad accettare i colpi, le calunnie, gli assassinati mediatici.

Non succede niente.

Grazie, caro Silvio.

(Da uno scambio nel Blog “Segunda Cita” del cantautore Silvio Rodriguez)

di Israel Rojas, direttore del gruppo musicale Buena Fe

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Andate all’inferno, yankee di merda!

Cubadebate (italiano) - Mer, 08/04/2020 - 01:58

hugo-chavez-boina-roja-580x326I

Fermiamoci un momento, per adesso, riguardo le riflessioni che stavamo realizzando in articoli anteriori sulla nostra prima vita insieme al Comandante Chavez, data la necessità di riferirci al nuovo assalto del governo suprematista di Donald Trump contro il Popolo del Venezuela e le sue istituzioni; un’azione che si iscrive negli sforzi permanenti che realizza il decadente impero statunitense per tentare di distruggere il progetto di ampie trasformazioni che le venezuelane ed i venezuelani stanno sviluppando dall’anno 1999, quando il leader storico della Rivoluzione Bolivariana ha assunto per la prima volta la Presidenza della Repubblica.  
Di fronte a questo prolungato e brutale assalto, allora come adesso, il Governo ed il Popolo Bolivariano hanno mantenuto una ferma posizione di difesa della sovranità ed indipendenza nazionale, il bene più pregiato che abbiamo riconquistato dopo 200 anni, come ha detto il Comandante Chavez nel Piano della Patria; una posizione che è stata conseguente, inoltre, quando la stabilità di altri paesi fratelli della Nostra America Latino-Caraibica, è stata minacciata da chi insiste nel considerarci il suo patio posteriore.

II

Ricordiamo come il leader storico della Rivoluzione Bolivariana ha annunciato l’11 settembre dell’anno 2008, in un incontro di presentazione ed appoggio alle candidate ed ai candidati del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) al Governo ed ai Comuni dello stato Carabobo; che il Governo Bolivariano concedeva un termine di 72 ore all’allora ambasciatore gringo in Venezuela, Patrick Duddy, affinché abbandonasse il nostro paese; ordinando, contemporaneamente, il ritorno immediato alla Patria del compagno Bernardo Alvarez, che si sdebitava come Ambasciatore Venezuelano a Washington.

Il Comandante Chavez adottava questa misura in solidarietà col fratello popolo boliviano ed il compagno Presidente Evo Morales, il cui governo manteneva una dura disputa diplomatica con quello degli Stati Uniti, per la loro intromissione nei temi interni di questo paese, come normalmente succede, in appoggio ai settori di destra genuflessi ai propositi imperiali. Sia La Paz che Washington avevano espulso i loro rispettivi rappresentanti diplomatici.

Così, durante l’incontro, che abbiamo appena menzionato, il nostro Comandante Eterno ha detto: “Vadano all’inferno, yankee di merda, che qui c’è un Popolo degno…noi siamo i figli di Bolivar, i figli di Guaicaipuro, i figli di Tupac Amaru, e siamo risoluti ad essere liberi…Se venisse qualche paese, se venisse qualche aggressione contro Venezuela, allora non ci sarà petrolio né per il Popolo né per il governo degli Stati Uniti, noi, yankee di merda, sappiatelo, siamo risoluti ad essere liberi, passi quello che passi e ci costi quello che ci costi…”. Senza dubbio, un lascito del Comandante Chavez che continua ad essere completamente vigente.

III

Ed è che il Comandante Chavez è stato un veemente difensore della dignità nazionale e latino-caraibica, minacciata permanentemente dal nemico storico dei nostri Popoli; in questi tempi nei quali l’umanità intera sta combattendo una battaglia senza precedenti, negli ultimi anni, in cui continuiamo ad essere oggetto dell’accanimento yankee, caratterizzato in questo momento dall’approfondimento della guerra economica e dalle minacce di invasione militare contro il paese, e dalla pretesa di applicare la “formula Noriega” al Presidente Maduro ed ad altri dirigenti della Rivoluzione Bolivariana.

Orbene, è certo che dopo il golpe di Stato dell’anno 2002, contro il Governo Bolivariano diretto dal Comandante-Presidente Hugo Chavez, l’immensa maggioranza delle venezuelane e dei venezuelani -fondamentalmente la classe lavoratrice, le contadine ed i contadini della Patria -, hanno fortificato le loro convinzioni rivoluzionarie, hanno difeso tenacemente il paese, contro ogni avanzata impetuosa del pericoloso vicino del nord, nonché il progetto di trasformazioni profonde proposto dal leader storico della Rivoluzione Bolivariana; oggi sotto la conduzione dal compagno Presidente Nicolas Maduro.

Ovviamente, ciò non significa che si sono risolti i problemi propri della lotta di classe presenti nella società; e che il cammino da quel momento in poi sia stato liscio e senza inciampi. Sappiamo che non è stato così, e che il nostro Popolo, con un alto grado di organizzazione e consapevolezza, ha dovuto affrontare diversi ostacoli, tra i quali ci sono le situazioni generate nel paese dopo il risultato delle elezioni parlamentari di dicembre del 2015.

Proprio per questo, davanti ad un prevedibile scenario della continuità dell’aggressione gringa, e nonostante abbiamo avanzato molto fino ad ora; è necessario continuare a fortificare la nostra consapevolezza del dovere sociale, affinché non incontrino nessuno spazio le diserzioni, le divisioni e gli anti-valori coi quali le forze controrivoluzionarie pretendono debilitare questo Popolo organizzato e cosciente; dobbiamo essere capaci di sconfiggere definitivamente l’egoismo, l’individualismo ed il riformismo; e di blindarci di fronte alla brutale campagna anti-bolivariana sfrenata dalle grandi corporazioni mediatiche mondiali.
Dobbiamo, inoltre, fortificare il ruolo del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) e del Gran Polo Patriottico; ed, in maniera particolare, degli e delle dirigenti della rivoluzione, nell’orientazione e nella formazione che dobbiamo svolgere con l’eroico e patriota Popolo venezuelano. È chiave il ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria che orienta, dirige ed apprende nella pratica congiunta.

In definitiva, risulta necessario approfittare della congiuntura che stiamo vivendo, davanti al feroce assalto dell’impero, per continuare a consolidare il nostro movimento civico-militare, sempre di più attecchito nell’ideologia bolivariana e chavista. È il momento di aggiornare permanentemente il nostro piano strategico per cambiare la società ereditata, nella teoria e nel programma di azione socialista; affinché frema con più forza il sangue ribelle nelle nostre vene e nelle nostre coscienze. Applichiamo, con tutto quello che significa, le tre “R” al quadrato (Revisione, Rettifica e Rilancio, n.d.t.) che ci ha lasciato il Comandante Chavez; e nella difesa del suo lascito, Vinceremo sempre.

di Adan Chavez- da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: AP

Categorie: News

Sessanta anni di genocidio contro un paese: dal Memorandum di Mallory ai tempi della pandemia

Cubadebate (italiano) - Lun, 06/04/2020 - 23:55

No-al-Bloqueo-contra-Cuba-940-580x283Un giorno come oggi, 60 anni fa, il governo degli Stati Uniti ha lasciato per iscritto i fondamenti della sua politica genocida contro Cuba. Il 6 aprile 1960, Lester D. Mallory, Vice Sottosegretario Assistente per i Temi Interamericani, in un memorandum segreto del Dipartimento di Stato definiva:  

“La maggioranza dei cubani appoggiano Castro… l’unico modo prevedibile per sottrargli appoggio interno è mediante la delusione e l’insoddisfazione che sorgano dal malessere economico e le difficoltà materiali… bisogna usare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba… una linea di azione che, deve essere la più ingegnosa e discreta possibile, per ottenere i maggiori sviluppi nella privazione a Cuba del denaro e delle somministrazioni, per ridurle le risorse finanziarie ed i salari reali, provocare fame, disperazione ed il rovesciamento del governo.”

La strategia, da allora, è consistita, non solo nel provocare fame e miseria al popolo cubano, ma anche e soprattutto, nel far vedere che la causa di tali sventure è sempre stata nell’inefficiente gestione del governo cubano e non nelle “sanzioni” di Washington.

Col risultato che chi, deliberatamente o per ignoranza, sottrae importanza al bloqueo, o semplicemente lo considera un pretesto delle autorità cubane per giustificare le loro proprie deficienze ed errori, si trasformano in complici di questa politica degli USA.

Il bloqueo a Cuba sembra irrazionale, ma non lo è tanto se viene inteso come mezzo per il risultato di un obiettivo criminale definito: colpire duramente la volontà della maggioranza dei cittadini di un paese impegnato nell’esercitare la sovranità della sua patria.

Inoltre, il bloqueo contro Cuba ha la caratteristica che include la persecuzione, a volte spietata di quelli che tentano di evaderlo in qualunque terreno, perfino nei più inusitati.

In questi tempi in cui Cuba lotta per la vita dei suoi cittadini ed appoggia la battaglia internazionale contro la terribile pandemia del COVID-19, il bloqueo si mostra in tutta sua la crudeltà e carattere genocida. Proibire ad un’azienda trasportatrice recapitare a questa nazione caraibica mezzi di protezione, materiale medico e prove diagnostiche dalla Cina, che possono salvare esseri umani, è la migliore dimostrazione che quello che meno interessa a Washington sono i diritti e la realizzazione del popolo cubano.

Il Bloqueo uccide

Da tutto il mondo si sentono voci di condanna contro questa politica irrazionale. Somma la tua voce in solidarietà col popolo cubano.

della Redazione di Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Ecuador, il virus Moreno

Altrenotizie.org - Lun, 06/04/2020 - 20:09

Quito. Immagini dolorose e scioccanti diffuse in tutto il mondo sugli effetti della pandemia  Covid-19 nella provincia di Guayas e in particolare nella città di Guayaquil, il principale porto del nostro paese. Il 29 febbraio 2020, l'allora Ministro della Salute riferì che il primo caso di coronavirus era già stato rilevato nel paese. Quel giorno, quando la terribile entità del disastro poteva essere evitata, la nostra storia è cambiata per sempre.
Nonostante l'urgenza e l’attenzione con le quali doveva essere gestita questa pericolosa pandemia, l'irresponsabilità delle autorità ha consentito una partita di calcio con uno stadio quasi pieno, proprio in quei giorni, così come è stato permesso celebrare una festa di nozze in uno dei quartieri più ricchi di Guayaquil, con ospiti europei. Due eventi che hanno aumentato significativamente la diffusione del virus in città.

Un altro contribuito fondamentale alla rapida diffusione della pandemia, oltre alla mancanza di attenzione da parte del governo del governo Lenin Moreno, è stato senza dubbio l'estremo modello finanziario di riduzione considerevole del budget dei servizi pubblici che h prosciugato il sistema sanitario e privilegiato altri tipi di investimenti, come la consegna di 355 milioni di Dollari negli ultimi 2 anni alle forze armate ecuadoriane.

Da parte sua, Víctor Álvarez, presidente del Collegio dei medici di Pichincha, ha spiegato che, nonostante la dichiarazione del governo in merito a un presunto aumento del sistema sanitario, in realtà ciò che esiste è piuttosto un deficit che colpisce il diritto della popolazione a ricevere cure di qualità, perché diminuendo il budget, anche la voce relativa a medicinali, attrezzature, forniture diminuisce e causerebbe persino tagli al personale sanitario.

Allo stesso modo, in un'intervista recentemente rilasciata alla rete della CNN, il ministro della salute ecuadoriano, Juan Carlos Zevallos, ha riconosciuto che i morti di Covid-19 in Ecuador sono 1500, numeri che contraddicono i dati forniti dalle autorità ecuadoriane che parlano di 145 persone. Nell’intervista il ministro afferma che “i cadaveri e il numero dei morti non possono essere nascosti poiché questo è completamente indegno ed è un segno di totale mancanza di trasparenza”, sottolineando che “c'è stato un aumento senza precedenti del numero di defunti in città (Guayaquil) che vanno da 700 a 1500 morti in un periodo di tempo molto breve, e che questo è qualcosa che è diventato ingestibile”.

In Ecuador, gli ospedali non hanno la capacità di assistere i pazienti infetti da Covid-19, poiché non dispongono degli strumenti e del personale necessari, come denunciato da medici e infermieri. Come conseguenza, soprattutto nelle famiglie più povere di Guayaquil ci sono stati casi strazianti come, ad esempio, quello di un uomo che morto da sette giorni nella sua casa situata in un quartiere periferico e il cui corpo inerte si stava decomponendo davanti agli occhi e al dolore di suo fratello. E soprattutto casi multipli di corpi abbandonati per le strade senza il minimo supporto da parte delle istituzioni pubbliche. Questa schifosa verità è ancora ripetuta in modo angosciante, mentre le morti e l'oblio del governo stanno minando tutti.

Di fronte a questa travolgente situazione, in cui ci stanno lasciando intenzionalmente morire, prendendo in considerazione quanto previsto dallo "Statuto di Roma", all’Art. 7 - "Crimini contro l'umanità" - dove lo sterminio è definito come "l'imposizione intenzionale, da parte di un gruppo di potere, di condizioni di vita che impediscono a un grande conglomerato umano di accedere a cibo, cibo, medicine e servizi sanitari, che finisce per mettere a rischio vita delle persone ", la Federazione nazionale degli avvocati dell'Ecuador ha deciso di sporgere denuncia presso il procuratore della Corte penale internazionale contro il Presidente dell'Ecuador, Lenin Moreno Garcés, così come contro Richard Martínez (ministro delle finanze) e María Paula Romo per il crimine di sterminio.

Va ricordato che quando il governo Lenin Moreno dovette decidere tra LIFE e DEBT, decise di pagare il DEBT. Ha preferito pagare 325 milioni di Dollari al FMI e non indirizzarli all'emergenza. Eppure quei soldi avrebbero potuto essere usati per acquistare almeno attrezzature di protezione professionale per medici, barellieri, infermieri, cioè per il personale di prima linea. Avremmo avuto bisogno di quei soldi per poter portare materie prime e preparare qui, nel nostro paese, nei laboratori ecuadoriani, i farmaci le cui dosi sono urgentemente richieste per alleviare la pandemia, la produzione di maschere e, fondamentalmente, respiratori artificiali che avrebbero impedito la morte di molte persone. Invece siamo in uno scenario agghiacciante, con morti e morenti nelle case, nelle strade; con le porte chiuse degli ospedali dove, per mancanza di test di Covid-19 o per nascondere la verità e difendere il regime, vengono stilati certificati di morte per "Polmonite virale non specificata".

L'inefficacia e la crudeltà dell'attuale governo sono state evidenziate in innumerevoli video che documentano una realtà dove coloro che sono costretti a vivere con dolore e morte e che cercano aiuto sono trattati dal governo come bugiardi dalla stampa di regime. Una verità negata con un cinismo enorme, che parla di 700 morti mentre chi vi lavora conta già tra i 2.500 e 3.500 morti. Il silenzio del governo è finito quando alcuni media internazionali hanno puntano lo sguardo su questo piccolo paese colpito dalla pandemia, dall'indolenza e dall'abbandono, e solo allora la verità ha messo il governo Moreno con le spalle al muro e il mondo ha iniziato a conoscere la verità.

Ciò ha motivato diversi presidenti a prendere il governo dell'Ecuador come un cattivo esempio, quello di un governo che nasconde la verità per cercare di appiattire la terrificante curva di morti e infezioni. Moreno però non aveva scelta: non ha rassegnato le dimissioni ma ha riconosciuto pubblicamente di aver mentito, che i dati ufficiali non erano veritieri e ha ordinato che siano resi trasparenti. Ma si è dimenticato di dire che chi aveva nascosto la verità sono funzionari di un governo disumano ai suoi ordini.

I prezzi folli dei medicinali, delle forniture necessarie per la prevenzione del contagio, dei test per verificare l'esistenza del coronavirus, dell'accesso ai servizi sanitari pubblici, colpiscono duramente gli strati più umili. A questo, simbolicamente, si aggiunge la decisione di chiudere i mercati popolari e le vendite di strada, lasciando solo a grandi supermercati e imprese private la possibilità di vendere. Così un altro giro di vite a beneficio degli imprenditori e dei poteri economici che il governo ha palesemente deciso di proteggere a scapito del settore popolare.

Moreno e i suoi soci avevano negoziato apertamente con uomini d'affari e banchieri l’impegno aperto a favorire i loro profitti futuri. La successiva firma di una lettera di intenti con il Fondo monetario fu la conseguenza di ciò. Insieme si sono sbarazzati del vicepresidente Jorge Glas con false accuse. Dopo il fallimento dell'amministrazione di María Alejandra Vicuña, Otto Sonnenholzner, un eminente radiofonico Guayaquil upstart, è stato nominato come suo sostituto, che cercano di istituire come unico candidato per le elezioni presidenziali del 2021.

Sulla base di questa politica concentrata, hanno smantellato lo stato di diritto e l'istituzionalità, hanno ridotto il budget per l'istruzione, la salute e gli investimenti sociali. La scusa è stata la lotta contro la corruzione.

Tutto questo caos istituzionale che si vive in Ecuador, così come in altri paesi del mondo, ci porta a concludere che siamo nelle mani di personaggi totalmente senza scrupoli, disonesti e avidi. Governanti che non sono minimamente interessati alla loro gente, ma solo al potere, al denaro e al raggiungimento di determinati dividendi politici, attraverso bugie e inganni per l'intera popolazione.
Per 3 anni, la libertà di pensiero, espressione, partecipazione e diritti sono stati ridotti a una dichiarazione che sostanzialmente serve a condizionare la coscienza dei cittadini. La manipolazione opportunistica, il processo e l'errore del morenoismo furono l'inizio della distribuzione del potere e dell'autoritarismo, dell'arroganza e della qualità camaleontica che caratterizza l'attuale governo e che è ora il suo imperativo pragmatico.

Se c'è un aspetto trascurabile in politica, è proprio quello dell'ambizione, quando è lo standard monetario che segna i disegni dell'essere umano. Perché i politici insaziabili non misurano mai fin dove l'avidità può portarli o chi possono influenzare lungo il cammino: la loro sarà sempre distruzione e disonestà, cinismo senza limiti. In questa sinistra equazione tra potere, capitale e calcolo, c'è una combinazione macabra. È lì che sorgono aberrazioni morali, le atrofie della personalità e l'autorità della coscienza di produrre grandi eventi storici si estingue.
Come dice Noam Chomsky, “la crisi del coronavirus avrebbe potuto essere prevenuta se avesse avuto autentici leader politici”. O, per dirla con Shakespeare, nel suo Re Lear, “il momento della pestilenza è quello in cui uomini pazzi guidano i ciechi.”

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USA, il virus sulla portaerei

Altrenotizie.org - Dom, 05/04/2020 - 20:50

Il comandante della portaerei americana Theodore Roosevelt, capitano Brett Crozier, è risultato positivo al Coronavirus un paio di giorni dopo essere stato bruscamente rimosso dal proprio incarico dal segretario della Marina militare USA dell’amministrazione Trump, Thomas Modly. La vicenda ha sollevato un polverone politico a Washington e una valanga di polemiche per la reazione della Casa Bianca alla clamorosa denuncia dello stesso ufficiale per la possibile diffusione incontrollata dell’epidemia tra i soldati sotto il suo comando.

In sostanza, Crozier è stato fatto fuori per avere cercato di portare l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica americana sulle condizioni venutesi rapidamente a creare sulla Roosevelt nelle ultime settimane. Il capitano della Marina USA aveva deciso di scrivere un “memorandum” per sollecitare misure volte a garantire la salute dei quasi 5 mila marinai a bordo della portaerei. Il documento era apparso la scorsa settimana sul San Francisco Chronicle, provocando le ire dell’amministrazione Trump.

La situazione, aveva scritto il comandante, “richiede una soluzione politica… Non siamo in guerra e ai marinai non è richiesto di dare la vita”. Nella lettera di quattro pagine venivano anche sottolineate le pericolose condizioni di vita a bordo della nave da guerra, con spazi per forza di cose limitati e quindi senza la possibilità di assicurare il distanziamento necessario a fermare l’epidemia. La Roosevelt è attraccata nell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico, e qui, sempre secondo la richiesta del capitano Crozier, avrebbero dovuto essere predisposte stanze per mettere in quarantena i soldati contagiati.

Ufficialmente, al momento sono circa 155 i marinai della Roosevelt risultati positivi al COVID-19, ma meno della metà dei 4.800 che compongono l’equipaggio sono stati finora sottoposti al test. Un migliaio sarebbero invece quelli già evacuati. Come ha fatto sapere il dipartimento della Marina USA, altrettanti dovranno comunque rimanere a bordo per garantire il mantenimento e la “sicurezza” della nave a propulsione nucleare e degli armamenti che trasporta.

Per i marinai della Roosevelt e buona parte dell’opinione pubblica americana, la condotta del capitano Crozier è stata impeccabile, dal momento che ha messo la sicurezza dei propri uomini davanti alle formalità previste dai vertici militari. Il governo di Washington è stato però di diverso avviso, perché il 50enne capitano originario della California è stato appunto destituito dal suo incarico.

Le motivazioni offerte dal dipartimento della Marina, dal segretario alla Difesa, Mark Esper, e dallo stesso presidente Trump sono apparse contorte, a testimonianza del fatto che il capitano ha in definitiva perso il suo incarico e visto svanire brillanti prospettive di carriera per avere smascherato l’incompetenza dei vertici militari e politici degli Stati Uniti.

La ragione ufficiale della rimozione del comandante della portaerei Roosevelt è che quest’ultimo ha mostrato una “scarsa capacità di giudizio” nell’esprimere le lamentele per la situazione provocata a bordo dal Coronavirus. Con una dichiarazione a tratti confusa, il segretario della Marina Modly ha spiegato che Crozier non ha seguito la “catena di comando”, dal momento che ha indirizzato la sua lettera, oltre che ai suoi superiori, a “20 o 30 altre persone”, provocando un “putiferio”.

Modly e la Casa Bianca hanno escluso che Crozier sia stato punito a causa della pubblicazione sulla stampa della sua denuncia, anche se è estremamente probabile che sia stata proprio l’apparizione del “memorandum” di protesta sul San Francisco Chronicle a provocare l’ira dei suoi superiori e di un’amministrazione Trump già oggetto di durissime critiche per la gestione complessiva della crisi provocata dal Coronavirus negli Stati Uniti.

Lo stesso presidente ha condannato pubblicamente il comportamento del capitano Crozier, mentre allo stesso tempo ha negato qualsiasi responsabilità per il licenziamento, a suo dire deciso in maniera autonoma dal segretario della Marina. Per Trump, il comandante della Roosevelt avrebbe anche commesso un errore imperdonabile quando nel mese di febbraio decise di fare attraccare la portaerei nel porto di Da Nang, in Vietnam, nel pieno di una pandemia. In quel momento nel paese del sud-est asiatico risultavano tuttavia pochissimi casi di COVID-19 e gli stessi vertici del Pentagono hanno definito del tutto giustificata la scelta di Crozier.

Il danno di immagine per cui l’amministrazione Trump intendeva punire il comandante della Roosevelt rischia prevedibilmente di ritorcersi contro la Casa Bianca. La stampa americana ha dato ampio spazio alla storia, rilanciata nel fine settimana dalla già accennata positività al Coronavirus di Crozier. Il San Francisco Chronicle ha ad esempio pubblicato un lungo profilo dell’ormai ex comandante, citando anche alcuni marinai della portaerei che hanno elogiato senza riserve il suo comportamento tenuto dopo che erano stati accertati i primi casi di COVID-19.

Anche sul fronte politico, la situazione potrebbe trasformarsi in un’altra grana per la Casa Bianca. Deputati e senatori del Partito Democratico hanno criticato la decisione del segretario della Marina, anche se in molti si sono detti concordi nel definire inappropriato il tentativo di bypassare i propri superiori da parte di Crozier. Al Congresso, i democratici hanno chiesto al Pentagono di istituire una speciale commissione d’inchiesta sia sulle modalità della rimozione del capitano sia sulla gestione dell’epidemia sulla nave da guerra di stanza a Guam.

Il caso della “USS Roosevelt” rischia di non essere l’unico che minaccia l’amministrazione Trump nell’emergenza Coronavirus. Il diffondersi dell’epidemia sulle navi da guerra USA è infatti favorito dalle condizioni di convivenza forzata in spazi angusti a cui devono sottostare i marinai a bordo. Altre situazioni critiche potrebbero già essere state segnalate, anche se l’esempio della punizione somministrata al capitano Crozier potrebbe scoraggiare la pubblicazione di ulteriori notizie imbarazzanti.

Secondo quanto riportato dalla stampa, in ogni caso, almeno un altro caso potenzialmente esplosivo sta interessando la Marina militare americana. Sulla “USS Ronald Reagan”, all’ancora nella base navale di Yokosuka, in Giappone, già una settimana fa erano stati registrati due casi di marinai positivi al Coronavirus. Come la situazione si sia evoluta da allora è però difficile stabilirlo, non essendo apparsa nessun’altra notizia in proposito sui media d’oltreoceano.

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Inno di Cuba risuona ad Andorra in omaggio ai medici della brigata Henry Reeve

Cubadebate (italiano) - Sab, 04/04/2020 - 00:58

medicos-cubanos-en-andorra-580x330Nella città di Andorra la Vella, capitale del Principato di Andorra, hanno risuonato le note dell’Inno Nazionale di Cuba, come omaggio ai professionisti della salute dell’isola caraibica che lavorano in questo paese europeo contro la pandemia del nuovo coronavirus.

Dai suoi account in Twitter e Facebook, Gustavo Machin, ambasciatore di Cuba in Spagna, ha pubblicato un video dove si vede che il gesto è arrivato dai balconi e dalle finestre di molti edifici della città, a partire dall’azione spontanea di un andorrano, che è stato il primo a cominciare a far suonare l’inno.

“L’inno nazionale di Cuba si ascolta sulle strade di Andorra la Vella, capitale del Principato di Andorra, come gesto di gratitudine di uno dei suoi abitanti per la contribuzione della brigata medica cubana alla lotta contro il COVID-19”, ha scritto in twitter il diplomatico.

Attualmente, 39 professionisti della salute della nazione caraibica, tra i quali si trovano dottori, specialisti e personale di infermeria e logistica, sono arrivati lunedì scorso a questo paese dal Vecchio Continente, su un sollecito del governo andorrano.

Le autorità del Principato hanno accompagnato il contingente nel suo viaggio in autobus da Madrid verso il paese vicino, che supera i 400 contagi e più di una decina di morti per il coronavirus SARS-Cov-2, causante del COVID-19.

Andorra è un piccolo principato indipendente ubicato tra Francia e Spagna sulle montagne dei Pirenei, con una popolazione di circa 76 mila abitanti in 468 chilometri quadrati.

Con informazioni di ACN

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: facebook dell’ambasciatore cubano Gustavo Machin

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Trump all'assalto del Venezuela

Altrenotizie.org - Ven, 03/04/2020 - 21:43

Invece di dedicare energia e attenzione alla micidiale pandemia da coronavirus che, al pari di altri irresponsabili leader dell’Occidente ha sottovalutato e che ora minaccia di devastare gli Stati Uniti, Donald Trump torna a riproporre piani di invasione e di ingerenza negli affari interni venezolani.

Si tratta evidentemente di un pretesto per deviare l’attenzione della propria opinione pubblica sempre più avvilita e preoccupata per gli effetti della pandemia, e di quella internazionale, che assiste incredula al dilagare del virus nelle metropoli statunitensi.

Il sistema sanitario degli Stati Uniti, debilitato al pari di altri del mondo occidentale dalle politiche neoliberiste e dove ancora non esiste un’assicurazione sanitaria degna di questo nome per l’insieme della popolazione, non è evidentemente in grado di proteggere i cittadini statunitensi dalla pandemia.

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Cuba e le sue due pandemie

Cubadebate (italiano) - Ven, 03/04/2020 - 01:50

trumpvirus“Nessuno muore, meno adesso”. È un verso di una canzone che Silvio Rodriguez ha dedicato all’invasione fallita della CIA a Playa Giron, a Cuba, ed è diventata di moda perché, nuovamente, “l’aria prende forma di uragano”. Il Malecon ed altre strade famose de L’Avana sono deserte, tutti preparati, in casa, per la guerra contro il nemico invisibile.  

La chiusura è arrivata anche alle sue frontiere. Da una settimana vigeva una chiusura parziale e solo potevano entrare i residenti, ma a partire da oggi non potranno atterrare voli con passeggeri, salvo di emergenza ed aeroplani con determinati alimenti e merci. Il governo è da varie settimane in discussione da combattimento, con gabinetto giornaliero di crisi, prodighe spiegazioni attraverso i mezzi e studi di indagine attiva -revisione clinica nelle comunità – per oltre 8 milioni di cubani, in una popolazione di 11 milioni.

Fino al 1º aprile, il paese aveva 212 casi confermati e 6 morti, con una guida all’azione molto stretta per evitare i contagi ed, anche, per fare arrivare ad ogni famiglia -e non solo ai più benestanti – i prodotti della pulizia ed il cloro, le medicine e gli alimenti di base. Lo sforzo per salvare vite si completa con aiuti ai più vulnerabili, brigate mediche in altri paesi per affrontare la pandemia, produzione a marcia forzata della “medicina meraviglia” -come The NewsWeek ha chiamato l’Interferone alfa 2B che si usa per il trattamento dei casi critici del COVID-19 – e la produzione degli alimenti necessari per la quarantena, in un’isola che è sorta dal mare e la cui geografia è formata da rocce calcaree dure con insufficiente terra coltivabile.

Ma l’eredità più pesante non si vede, passa sotto la superficie. C’è un tessuto sociale costruito con corde molto tese che ha avuto una gigantesca difficoltà per ottenere un consenso sul proprio significato di quella che si definisce “normalità”. Non c’è un’altra nazione sulla Terra che affronti la pandemia con 60 anni previ di un’altra epidemia feroce, le innumerevoli sanzioni economiche, finanziarie e commerciali del governo degli Stati Uniti.

Con l’attuale amministrazione statunitense le misure coercitive producono la stessa vertigine che l’accelerazione delle goffaggini del presidente Donald Trump che porta quel paese al caos sotto il controllo di mafie onnipotenti, alcune delle quali hanno sequestrato la politica verso Cuba. Ieri, per non andare più lontano nel passato, Jack Ma, il fondatore del gigante cinese Alibaba, ha annunciato che non ha potuto mandare a Cuba un donativo di mascherine, kits di diagnosi rapida e ventilatori, perché l’autotrasportatore contrattato ha ricevuto minacce dagli USA in virtù della Legge Helms-Burton.  “Né in tempi di pandemia i cubani possono respirare tranquilli”, ha affermato l’ambasciatore cubano in Cina, Carlos Miguel Pereira.

L’investigatore statunitense Peter Kornbluh, coautore di un libro che è già un classico sulla storia delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti -Back Channel to Cuba -, ha fatto un appello nella rivista The Nation a togliere il bloqueo ed ha dato ragioni sensate: “Con milioni di vite in gioco, una politica estera statunitense basata nell’aiuto umanitario è l’unica messa a fuoco che farà avanzare la guerra contro questo nemico esistenziale.”

Ma la solidarietà è un valore che esige sacrifici, impegno, doveri, mettere al di sopra dell’interesse proprio il bene comune. Guardare in alto e guardare lontano, possibilità che non è -né è stata – nel radar della Casa Bianca. Le debolezze strutturali di quella società hanno creato le condizioni affinché sorgesse un demagogo come Trump, il cui accanimento con Cuba è uno dei suoi tratti perversi che proietta contro il suo proprio popolo.

In The Guardian, l’ex segretario del Lavoro durante il governo di Bill Clinton, Robert Reich, ha riconosciuto che “invece di un sistema di salute pubblica, abbiamo un sistema privato con fini di lucro per le persone che hanno la possibilità di pagarlo ed un sistema di previdenza sociale sgangherata per quelli che hanno la sorte di avere un lavoro a tempo completo.”

Attualmente, 30 milioni di persone non possiedono assicurazione medica in quel paese, ed altri 40 milioni accedono solo a piani deficienti, con assicurazioni di costi tanto elevati che possono essere solo utilizzate in situazioni estreme. La paura di non potere pagare le costose visite e trattamenti ostacola che si scoprano i contagiati ed il coronavirus continua a diffondersi nel paese, dove si trovano la quarta parte di tutti i malati a livello mondiale.

Cento di migliaia di immigranti sprovvisti di documenti hanno pagato contribuzioni monetarie per un’assicurazione federale, nel caso perdessero un giorno i loro lavori, ma ora vedono che non possono riscuotere le loro proprie contribuzioni perché “i loro documenti non sono in regola”. Dopo la morte di un immigrante che non è andato in ospedale, nonostante fosse infettato col coronavirus, il sindaco di Washington ha fatto un appello disperato ai clandestini, affinché non abbiano paura di andare ad un ospedale se si ammalano. Trump più volte ha preso le distanze da queste autorità “troppo sensibili.”

Se fosse meno superbo ed avesse un istinto di conservazione, il governo degli USA capirebbe che la solidarietà potrebbe tradursi in azioni per frenare le conseguenze sociali dell’epidemia nel suo proprio paese, e che potrebbe contare con Cuba per questo, come stanno facendo oggi decine di paesi, ricchi e poveri.

Il filosofo Albert Camus ha detto che “la cosa peggiore della peste non è che ammazza i corpi, ma spoglia le anime e questo spettacolo normalmente è orribile”. Il COVID-19 ha spogliato l’anima terrificante della Casa Bianca. Quali saranno le conseguenze per loro e per noi?

di Rosa Miriam Elizalde

da Cubadebate, pubblicato in origine su La Jornada

traduzione di Ida Garberi

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I blocchi

Cubadebate (italiano) - Gio, 02/04/2020 - 05:00

Stupore, almeno, ed un’alta quota di ripugnanza, mi produce continuare a leggere frasi ed articoli che vanno dal volgare all’inganno per “analizzare” come Cuba deve affrontare la realtà davanti a questo virus.

Quelli che scrivono così “sanno” più che i direttori degli ospedali, scienziati e specialisti di tutti i rami, presidente, ministri, governatori, infine, tutti quelli che albeggiano lavorando o non dormono, perché non hanno tempo di pensare a loro stessi; perché non sono annoiati nel loro metro quadrato, dietro lo schermo di un computer o del loro cellulare, per “dettare” consigli con il telecomando, senza apportare niente di vantaggioso, senza riconoscere uno sforzo, senza il minimo senso di quello che è arrischiarsi e cercare una soluzione.

Alcuni pubblicano sotto un titolare dolcificato e di apparenza positiva, perché sanno che ci sono lettori, in generale, che non aprono l’articolo in questione (facile da sapere quando in un commento domandano dettagli compresi dentro l’articolo). I più abietti vedono come una barzelletta che qualcuno abbandoni un centro di isolamento o si rifiuti di seguire le misure sanitarie o non apra una porta davanti alle ricerche sanitarie; lo condividono ed incoraggiano alla disubbidienza. I più preparati sgranano filosofie come “questo è il blocco interno”. Niente di empatia e solidarietà.

Cuba ha dovuto comprare una nave per avere il petrolio che caricava. In questi giorni, il donativo medico di mascherine, kits di diagnosi rapida e ventilatori, da parte di Jack Ma, fondatore di Alibaba, il gigante elettronico cinese, non è potuto arrivare alla nostra isola, perché l’azienda statunitense contrattata per farlo si è negata, allegando le leggi che l’ostacolano, malgrado sì sono arrivati al Giappone, alla Corea del Sud, in Italia, in Iran, in Spagna, in Etiopia, in Belgio, in Francia, agli stessi Stati Uniti ed a circa cinquanta paesi in più. L’informazione dettagliata appare nella pagina dell’Ambasciata di Cuba in Cina, ed oggi nei mezzi cubani. Questa è la realtà.

I critichi da salotto non sono interessati nel fare campagna contro un fatto che è contrario coi loro supposti desideri di unità e preoccupazione per i cubani tutti. Dovrebbero menzionare la parola bloqueo, che è ancora più amaro ed inumano quando si tratta di salute, e riconoscere che in quello che Cuba pianifica e costruisce contro ogni difficoltà, per la salute, sì sono compresi tutti i cubani, perfino loro.

Mi accusano di non essere già una poeta, per credere nella poesia delle parole ed in quella delle vite delle persone. Sono anche specialista in letteratura. Qualcuno che ha avuto un’opera, che oggi si riassume in post infami che non apportano nulla se non consumati aggettivi per i suoi ego di miseria. Inviano le loro bestie quando una pubblicazione difende gli sforzi di Cuba. Non credo in nessuno che dica di amare fiori, animali ed albe, e non ami il suo vicino. E non sia capace di dirlo, almeno, se non lavorerà per il bene comune.

Io credo in Cuba, anche perché Cuba, in questa battaglia per la vita, crede perfino in quelli che non credono in lei.

di: Teresa Melo

da Cubadebate

traduzione di Cubadebate

Foto: Irene Perez / Cubadebate

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Venezuela, la farsa della transizione

Altrenotizie.org - Mer, 01/04/2020 - 19:54

Visto il fallimento della strategia seguita finora per rimuovere con la forza il legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro, l’amministrazione Trump ha sfoderato questa settimana un’offerta di stampo mafioso che la leadership del paese sudamericano dovrebbe accettare per mettere in moto un nuovo “piano di transizione” politica. La “proposta” del segretario di Stato USA, Mike Pompeo, è in realtà un’altra manovra per provare a dividere il governo e i vertici militari del Venezuela, nel tentativo di sfruttare la crisi sanitaria in atto per imporre finalmente a Caracas un regime filo-americano.

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Uno stato in esilio, il Saharawi, dove il deserto è il grande mare prosciugato (2)

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/04/2020 - 04:53

“Prima di ogni oasi c’è un deserto da affrontare”

(Proverbio Saharawi)

 

Continuando il mio resoconto sulla “Missione 2020″ nei campi profughi saharawi in Algeria, in particolare ad Auserd e Rabuni, la mia voce nei campi, Federica Cresci, ha intervistato Federico Mazzinghi, capo gruppo nei campi del Progetto Saharawi-Tor Vergata CittàVisibili.

Dalla pagina del facebook del progetto possiamo conoscere che è un “progetto di collaborazione tra gli studenti del corso di laurea in Medicina&Chirurgia in lingua italiana ed inglese dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata e la R.A.S.D. – Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Il Progetto Saharawi – Tor Vergata nasce nel 2017 dall’impegno di un gruppo di studenti che si sono interessati alla causa, finora ancora troppo sconosciuta, del popolo Saharawi. Abbiamo cominciato in punta di piedi, aggregandoci a viaggi solidali organizzati ogni anno da alcune associazioni toscane per dare continuità a vari progetti dal carattere umanitario.

In questo modo abbiamo avuto la possibilità di imparare a conoscere da vicino questo popolo, la loro cultura, la loro storia e le loro molte necessità, stringendo contatti importanti con istituzioni e strutture sanitarie locali.

Negli ultimi anni, grazie alla maggiore consapevolezza delle caratteristiche di questo popolo ed alle crescenti adesioni che il nostro gruppo sta riscontrando nell’Università di Tor Vergata e in alte Università italiane, abbiamo orientato i nostri progetti verso problematiche specifiche.

Stiamo portando avanti uno screening di prevalenza sul diabete, particolarmente presente nella popolazione Saharawi. Riuscire ad avere un quadro preciso della situazione potrebbe aiutare ad ipotizzare le cause di una così larga diffusione intervenendo di conseguenza. Con costi economici relativamente contenuti si potrebbe ottenere un enorme vantaggio in termini di salute e qualità della vita.

È un progetto iniziato nel 2018 e che continueremo nel tempo in modo da ampliare il campione di studio: i risultati emersi dal campione raccolto sembrano confermare ciò che avevamo riscontrato nella pratica clinica di tutti i giorni. Tra i Saharawi il diabete è diffuso e, purtroppo, non sufficientemente trattato, un po’ per mancanza di mezzi ed un po’ per mancanza di consapevolezza da parte della popolazione.

Accanto alla studio abbiamo cercato di impostare una campagna di informazione e sensibilizzazione e, con nostra grande soddisfazione, la stessa è stata continuata dal personale locale.

Altro punto fondamentale del nostro progetto è la raccolta di farmaci indirizzata verso quelli di uso più comune: ipoglicemizzanti orali e ACE-inibitori. In generale cerchiamo di soddisfare il più possibile le loro richieste e di rifornirli dei farmaci abitualmente prescritti dai medici del posto, molto ben preparati ma troppo spesso senza mezzi necessari a trattare le più semplici patologie.

Un altro punto del progetto, dal 2020, è l’eventuale collaborazione con alcuni ospedali italiani: faremo uno screening sulle schisi cranio facciali (ad esempio il “labbro leporino”) per individuare eventuali pazienti che potrebbero ricevere un trattamento chirurgico qui in Italia, in accordo con la struttura ospedaliera.

Abbiamo inoltre svolto uno studio sulla food security, ponendo sotto la lente alimentazione e disponibilità idrica. Nell’acqua presente nei campi abbiamo rilevato un alto tasso di nitrati, floruri e basso tasso di zinco. Questo è significativo perché, secondo molti studi epidemiologici, è correlato all’aumento di insorgenza del diabete, ragione per la quale continueremo ad indagare in tal senso.

In ultimo, ma non meno importante, ogni anno organizziamo una pratica clinica presso le strutture sanitarie del campo profughi.

In questo modo riusciamo ad avvicinare sempre più giovani alla questione Saharawi: questo è fondamentale per conoscere questo popolo dimenticato, rendere il team di anno in anno più numeroso, aggiungere idee ed incrementare la partecipazione attiva, in maniera da dare continuità ai progetti e renderli sempre più efficaci oltre che creare un momento di condivisione e di amicizia, completando il percorso di studi con una intensa esperienza umanitaria.

Quindi non solo Medicina, ma una grande opportunità per scoprire e conoscere la storia di un popolo che non si arrende e che continua a lottare per i propri diritti”, ed io aggiungo, uno degli ultimi territori da descolonizzare a livello mondiale.

Federico è nato a Fiesole, ma si sente orgogliosamente di Sesto Fiorentino (gemellato con il popolo saharawi dagli anni ’80), si è innamorato del popolo saharawi e del progetto di CittàVisibili di Nadia Conti nell’anno della sua fondazione, il 2016, e subito “è nata l’esigenza di aiutare concretamente questo popolo. La proposta al governatore di Auserd di creare un progetto sanitario che portasse nei campi studenti, partendo dalla facoltà di Medicina di Tor Vergata, ha riscontrato il suo parere positivo. Sono già 4 anni che viaggiamo nei campi, a parte il viaggio esplorativo iniziale, ad oggi contiamo 44 iscritti”.

“Già il primo anno abbiamo effettuato un tirocinio e fatto dei corsi di formazione nell’ospedale di Auserd, oltre a donare farmaci. Nel corso del terzo anno, grazie in particolare al contributo importantissimo di un’altra studentessa, Marzia Belli, abbiamo ampliato il progetto ulteriormente, orientandoci in particolare sul diabete. Con l’impegno degli altri studenti partecipanti, che gradualmente diventano attivisti, abbiamo potenziato molto questo progetto, anche con farmaci donati, perché dai nostri dati abbiamo appreso che il tasso di diabete sembra alto in modo allarmante.

Allora quest’anno abbiamo deciso di ampliare il campione, ed abbiamo creato 4 gruppi. Due di noi vanno tenda per tenda nelle famiglie per fare lo screening e fare prevenzione, due sono nel dispensario per studiare le cartelle cliniche e fare visite, incluso quelle sul diabete, e la maggioranza è nell’ospedale di Auserd per lavorare fianco a fianco con i medici saharawi”. Inoltre quest’anno due persone stanno facendo un documentario sulle nostre attività e sul popolo saharawi.

“Siamo molto orgogliosi anche del fatto che quest’anno siamo riusciti a portare con noi più di 200 kg di farmaci (e questo specialmente grazie al Centro Missionario di Firenze) e che ogni anno aumentano i giovani che sono disposti ad aiutarci, perché significa che un domani, a parte gli aiuti sanitari, il popolo saharawi avrà un maggiore appoggio di persone disposte a lottare per la sua autodeterminazione”.

Federica continua la sua intervista chiedendo a Federico se per lui è stato interessante incontrare la Brigata Medica Cubana che lavora nei campi profughi e collaborare con i medici caraibici nelle guardie mediche.

“Sì, Federica, è stata una grande emozione e un grande onore. Conosciamo bene la grande preparazione medica dei medici cubani”.

Federico ricorda il grande apporto di Cuba al popolo saharawi, soprattutto per la grande quantità di studenti di medicina che apprendono sull’isola, e che una volta laureati, ritornano nei campi profughi ad aiutare il loro popolo. Inoltre dagli anni ’70 sono presenti costantemente brigate mediche cubane per svolgere un lavoro docente e di appoggio, nell’ambiente inospitale del deserto.

“Dobbiamo sempre tener presente che quello che fa Cuba per i paesi del terzo mondo e non solo, dal punto di vista sanitario, non è così scontato, se pensiamo ai quasi 60 anni di bloqueo commerciale e finanziario che l’isola subisce da parte degli USA, nonostante la condanna mondiale di questo genocidio”.

Sempre grazie a Federica, ho avuto il piacere di conversare con il funzionario saharawi Abdalahi Bucheiba, vice ambasciatore della missione in Colombia e presidente onorario di CittàVisibili, che mi ricorda la politica sporca dei paesi europei, soprattutto Francia e Spagna, e chiaramente anche degli USA, che manipolano il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e proteggono Marocco, per ostacolare gli accordi di pace, non sono interessati affatto al diritto internazionale, ma solo ai loro interessi economici.

“Qui nei campi profughi, per poter sopravvivere e sussistere necessitiamo gli aiuti di diversi popoli europei, che, molto più avanzati dei loro governi, ci tendono la mano, ci permettono resistere, e si occupano, sempre al nostro fianco, per esempio di adozioni a distanza, della salute pubblica o della salubrità dell’acqua. Il fatto più importante è che non solo ci aiutano materialmente, ma vogliono conoscere a fondo il nostro popolo, non vanno negli hotel a cinque stelle, si alloggiano nelle tende con le famiglie e condividono il nostro vivere quotidiano”. “Per noi, questa solidarietà è importantissima, vedere che i popoli europei appoggiano la nostra autodeterminazione, ci da forza ed aumenta la resilienza. Su Cuba, bhè l’isola caraibica è stata al nostro fianco da sempre, fin dal principio, nei momenti più difficili del nostro esilio, ci ha aiutato all’ONU e nel Movimento dei Paesi Non Allineati, nello studio dei nostri giovani, nell’appoggio medico nei campi. L’appoggio cubano è completo, da parte del popolo e del governo, in forma incondizionata”.

Ecco perché senza essere cubana, però vivendo a Cuba, amo moltissimo questa piccola isola eroica…e concludo, per adesso, con le parole della canzone del gruppo cubano Buena Fe, “Valientes”: “Cosa sto facendo qui? Amando questo paese come a me stesso. No, cosa dici, non c’è eroismo, sono venuto a darle un bacio al mondo e nulla più”.

(continuerà…)

di Ida Garberi

foto di Federico Mazzinghi

 

 

 

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Diaz-Canel: le misure per combattere il COVID-19 stanno dando risultati, ma non possiamo rilassarci

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/04/2020 - 04:28

Il Presidente della Repubblica, Miguel Diaz-Canel Bermudez, ha sollecitato questo lunedì affinché si continui a lavorare senza riposo nel combattimento contro il COVID-19. “Le misure ci stanno dando risultati, ma non possiamo rilassarci, ancora non siamo entrati nel momento più critico”, ha affermato dirigendo la riunione giornaliera di check-up alla situazione col nuovo coronavirus nell’Isola ed il Piano per il suo contenimento.  

“Se continuiamo a lavorare con questa efficienza, con questo risultato, ed incrementiamo ora, con le possibilità che abbiamo, le prove e pertanto i rilevamenti e gli isolamenti, possiamo avanzare ed allontanarci dalle conseguenze tanto funeste che ha portato la pandemia in altri luoghi del mondo”, ha sottolineato.

Diaz-Canel ha considerato che il paese deve occuparsi “in maniera molto intenzionata nell’implementazione e nel controllo delle misure promosse recentemente e che sono state comunicate nella Mesa Redonda”. Tra i compiti che danno vitalità alla nazione, ha menzionato la produzione di alimenti e la raccolta di canna da zucchero.

Valutando quello che è successo a Cuba con il COVID-19, il Capo di Stato ha fatto riferimento al decesso di due cubani, “si lottò per la loro vita, ma purtroppo lo stato in cui stavano ha ostacolato la loro guarigione.”

Ha sottolineato il comportamento più disciplinato della popolazione durante il fine settimana. La domenica praticamente le strade de L’Avana e di altre città del paese erano vuote e le code all’entrata dei negozi sono state più disciplinate, ed allora ha detto, “questo ci dimostra che quando si convoca, quando si spiega, quando si argomenta e quando c’è una logica in quello che stiamo facendo, il popolo ci appoggia.”

Il Presidente della Repubblica ha commentato due momenti di emozione che hanno segnato il fine settimana. Uno è stato “il ricevimento spontaneo che hanno fatto all’aeroporto di Madrid alla brigata medica che lavora in Andorra”. L’altro, “l’applauso convocato nella televisione domenica alle nove di sera che apparentemente rimarrà come un’abitudine in questi giorni, ed è anche un riconoscimento al personale medico ed a tutti quelli che stanno lavorando per affrontare l’epidemia. Questo ci parla dei sentimenti, della solidarietà e dell’appoggio della popolazione.”

di Leticia Martinez

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

 

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Ungheria: il virus e la dittatura

Altrenotizie.org - Mar, 31/03/2020 - 12:10

Un voto del parlamento di Budapest nella giornata di lunedì ha assegnato poteri di fatto dittatoriali al controverso primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ufficialmente per combattere il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus. Il colpo di mano di Orbán è finora il più estremo dei provvedimenti adottati dai governi di tutto il mondo impegnati nella crisi sanitaria in atto. Molti altri anche in Occidente, tuttavia, si stanno muovendo o si sono già mossi in questa direzione autoritaria, inclusi quei paesi da dove sono arrivate alcune delle critiche più ferme nei confronti della deriva anti-democratica ungherese.

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CORAGGIOSI: Infermiere cubano in Lombardia, senza riposo, ma con l’onore di portare il nome di Cuba in alto

Cubadebate (italiano) - Mar, 31/03/2020 - 03:07

L’infermiere di Cienfuegos, Ruben Carballo Herrera, integrante del Contingente Internazionalista Henry Reeve che presta collaborazione in Lombardia, ha condiviso oggi sulle reti sociali alcuni dei difficili ma gratificanti momenti che lui ed i suoi compagni vivono in questi giorni.  

“Qui tutti ci stanno ringraziando per la collaborazione prestata. Siamo stanchi, senza riposo, ma con l’onore di portare il nome di Cuba in alto, specialmente la nostra infermeria e la nostra medicina. Continuiamo a fare storia”, ha detto Carballo Herrrera in un messaggio al giornalista cubano Ildefonso Igorra.

In un altro momento, l’internazionalista riferisce: qui le persone ci prendono la mano con un’espressione di fiducia. Molti ci mostrano un’immagine sorridente, gratificante, dietro la loro maschera di ossigeno e la loro mascherina.

Caraballo Herrera ha trasmesso un messaggio di fiducia alla famiglia ed al popolo cubano.

“È certo che stiamo in un rischio costante di contagio, ma lavoriamo molto organizzati e senza perdere neanche un secondo la percezione del rischio. Siamo sicuri che vinceremo e ritorneremo sani e con la nostra missione soddisfacentemente compiuta”.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Foto: Ruben Carballo Herrera, membro del Contingente Internazionalista Henry Reeve

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Trump, Maduro e la droga

Altrenotizie.org - Dom, 29/03/2020 - 19:54

Indifferente ad ogni decenza e in spregio al Diritto Internazionale, certamente influenzato dalla sua passione smodata per il western, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato di essere disposto ad offrire 15 milioni di dollari per la cattura del Presidente venezuelano, Nicolàs Maduro. Trump accusa Maduro ed altri dirigenti bolivariani di commerciare droga, o meglio di esportarla negli Stati Uniti. Che sia una infamia destinata ad alzare il livello della minaccia militare lo si intuisce facilmente. Che sia una bugia colossale lo si ricava anche solo dal fatto che il Venezuela é bloccato via mare, via terra e nei corridoi aerei verso gli USA; dunque si deve dedurre che il transito che denuncia Trump sia in realtà immaginifico.

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Primo evento di trasmissione locale di COVID-19 a Cuba, informa il ministro di Salute Pubblica

Cubadebate (italiano) - Sab, 28/03/2020 - 02:15

Il ministro di Salute Pubblica, Josè Angel Portal Miranda, aggiornando questo venerdì sulla situazione del COVID-19 nel paese, ha informato che “abbiamo il primo evento di trasmissione locale nel paese, specificamente nel municipio di Cardenas, della provincia di Matanzas.”

Secondo una notizia che si è conosciuta nella Mesa Redonda, questo evento è relazionato con uno dei casi diagnosticati il 21 marzo e si tratta un animatore di un hotel di Varadero, la cui fonte di contagio è stato un gruppo di turisti italiani.

A partire da questo paziente si sono identificati 53 contatti che si trovavano isolati ed in vigilanza epidemiologica, dei quali in giorni recenti sono risultati positivi al COVID-19 quattro parenti ed un amico.

Il titolare ha anche dettagliato che le azioni per fare fronte a questo scenario sono state concepite nel Piano di lotta e controllo del nuovo coronavirus ed in base a loro è il lavoro che si è venuto realizzando.

Tenendo in conto questa situazione in questione, Portal Miranda ha insistito sull’importanza che le persone informino il fatto che, se presentano qualche tipo di sintomo, è necessario informarlo ed isolarsi immediatamente dai parenti e dagli amici.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Israele, il governo dell’emergenza

Altrenotizie.org - Ven, 27/03/2020 - 21:01

La crisi politica che sta attraversando Israele da oltre un anno si è avvicinata sorprendentemente a una possibile soluzione martedì con l’emergere improvvisa dell’ipotesi di un governo di “unità nazionale” formato dai due principali partiti del paese. A sbloccare lo stallo è stata l’elezione a presidente del parlamento (“Knesset”) del leader dell’opposizione, Benny Gantz, con una mossa che ha di fatto rilanciato la posizione del primo ministro, Benjamin Netanyahu, e frantumato in maniera clamorosa l’alleanza di “centro-sinistra”, ovvero la coalizione “Blu e Bianca” guidata dallo stesso ex capo di Stato Maggiore israeliano.

Il voto del 2 marzo scorso aveva decretato un altro sostanziale pareggio tra il Likud di Netanyahu e il raggruppamento politico guidato da Gantz. Quest’ultimo era sembrato però a un certo punto essere vicino a mettere assieme i 61 seggi necessari a creare un nuovo governo, grazie a un accordo sia con il partito laico di estrema destra Yisrael Beiteinu dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, sia con la “Lista Congiunta” arabo-israeliana.

La fragilissima intesa aveva spinto il presidente dello Stato ebraico, Reuven Rivlin, ad assegnare un mandato esplorativo a Gantz, ma la complicata ipotesi di governo non si è mai materializzata. Tre deputati della coalizione “Blu e Bianca” di Gantz si erano infatti subito dichiarati indisponibili ad appoggiare un esecutivo che avrebbe dovuto contare sui voti di parlamentari arabi. Più in generale, la tenuta di un gabinetto basato su uno spettro politico che avrebbe incluso la destra estrema di Lieberman e la sinistra araba appariva da subito pressoché impossibile da garantire.

Su uno scenario che minacciava di precipitare verso la quarta elezione anticipata consecutiva in poco più di un anno si è alla fine abbattuta la crisi del Coronavirus. Negli ultimi giorni, le vicende politiche in Israele sono diventate frenetiche. Tra le iniziative del governo Netanyahu di istituire un regime ultra-autoritario con la scusa di combattere il diffondersi dell’epidemia e le manovre apparentemente contraddittorie all’interno della Knesset, il risultato è stato un probabile governo formato dalle due formazioni rivali confrontatesi negli ultimi tre appuntamenti con le urne.

Nei giorni scorsi, l’ormai ex “speaker” dell’unica camera del parlamento di Israele, Yuli Edelstein, si era rifiutato di aprire la Knesset e tenere un voto sulla scelta del suo successore perché a suo dire ciò non era permesso dalle norme sanitarie implementate dal governo contro il Coronavirus. La Corte Costituzionale israeliana aveva allora ordinato l’apertura della Knesset e, per tutta risposta, Edelstein, tra i più fedeli alleati di Netanyahu, si era dimesso.

I media avevano raccontato di un Gantz intenzionato a riconvocare il parlamento per cercare di mandare in porto alcune misure che, grazie alla tenue maggioranza appena assemblata, avrebbero decretato la fine della carriera politica di un Netanyahu atteso da un umiliante processo per corruzione e abuso di potere. Al centro della campagna elettorale di Gantz c’era sempre stato d’altra parte l’obiettivo di mettere da parte Netanyahu e la promessa di non partecipare a un governo col Likud se non ci fosse stato un avvicendamento nella leadership di questo partito.

Giovedì, il parlamento è dunque tornato a riunirsi ma, a sorpresa, l’aula ha eletto Benny Gantz a presidente della Knesset, garantendo di riflesso a Netanyahu la permanenza nel proprio incarico. Dietro alla decisione di Gantz di prendersi la carica di “speaker” c’è un accordo con il Likud e lo stesso primo ministro per un governo di “unità nazionale” che, secondo i media israeliani, potrebbe contare su circa 78 dei 120 seggi totali.

Netanyahu resterebbe alla guida dell’esecutivo per i prossimi 18 mesi, al termine dei quali cederebbe la mano a Gantz. A conferma che l’elezione a presidente della Knesset di giovedì potrebbe essere una manovra tattica e provvisoria, Gantz viene indicato come prossimo ministro degli Esteri, mentre il suo alleato, Gabi Ashkenazi, dovrebbe assumere la carica di ministro della Difesa. La rotazione tra i due leader alla guida del governo è da tempo un elemento centrale della proposta di quanti auspicavano una soluzione negoziata tra le due principali forze politiche di Israele. Che Netanyahu mantenga il proprio impegno è però quanto meno dubbio, visto che la mossa di questa settimana ha in sostanza distrutto l’alleanza di Gantz.

L’ex capo di Stato Maggiore porterà in dote solo una quindicina di seggi, poiché alcuni dei partiti che fanno parte della coalizione “Blu e Bianca” hanno criticato fortemente la sua decisione e annunciato che lasceranno l’alleanza. Con un “alleato” così indebolito e un’opposizione spaccata, è altamente probabile che Netanyahu finirà per consolidare la propria posizione e, non è da escludere, potrà decidere nei prossimi mesi di indire un altro voto anticipato per liquidare Gantz e ricostruire una coalizione di estrema destra.

In molti hanno caratterizzato il comportamento di Benny Gantz come un vero e proprio tradimento del mandato elettorale, in base al quale avrebbe dovuto essere del tutto esclusa l’ipotesi di una collaborazione con Netanyahu. Il “centro-sinistra” israeliano ha poi commesso l’ennesimo suicidio, come conferma l’annuncio del Partito Laburista di voler partecipare al nuovo esecutivo, offrendo alla destra la certezza di restare anche per il prossimo futuro la principale forza politica del paese.

A sbloccare la situazione è stata ad ogni modo una telefonata tra Gantz e Netanyahu nella serata di mercoledì. Gantz si è accordato con il primo ministro nonostante la ferma contrarietà degli altri due  leader di maggiore spicco della sua coalizione, l’ex ministro delle Finanze Yair Lapid, numero uno del partito Yesh Atid, e l’ex generale Moshe Ya’alon di Telem. Entrambi hanno infatti denunciato Gantz e confermato il loro addio alla coalizione “Blu e Bianca”, proponendosi come alternativa di opposizione al nascente esecutivo.

Gantz, da parte sua, ha giustificato la propria decisione con la nuova realtà emersa in seguito all’esplosione dell’epidemia di Coronavirus, la quale avrebbe costretto i leader politici israeliani a mettere da parte le divisioni. Così facendo, tuttavia, l’ex macellaio di Gaza ha distrutto l’unica alternativa realistica, almeno in questo momento, alla destra in Israele, legando oltretutto il proprio incerto futuro politico a quello di un Netanyahu passato in pochi giorni dalla disperazione ad essere sempre più il padrone del panorama politico dello Stato ebraico.

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Spazzatura dei politici e dei funzionari dell’impero

Cubadebate (italiano) - Gio, 26/03/2020 - 23:22

UsaCovidInvece di dirigere il combattimento mondiale contro la pandemia del COVID-19, o almeno concentrarsi su come affrontare la grave situazione che stanno vivendo gli Stati Uniti con la malattia, il macchinario politico e governativo dell’impero continua con la sua imperturbabile abitudine di ripartire sanzioni e qualificazioni a destra e sinistra; facendo orecchio da mercante agli appelli alla cooperazione realizzati dal Segretario Generale dell’ONU.

Il Dipartimento del Tesoro degli USA ha annunciato questo giovedì l’imposizione di sanzioni contro 15 persone e cinque entità dell’Iran nella cornice di un supposto programma antiterrorista. Le compagnie colpite sono vincolate al settore degli armatori, commerciale e della costruzione. È stata sanzionata anche un’azienda chimica.

L’Iran è una delle nazioni che più duramente ha dovuto combattere contro la pandemia, dovuto ai danni che le sanzioni economiche degli Stati Uniti e dell’Europa hanno causato nella sua economia ed hanno colpito nel sistema sanitario. L’Iran ha più di 29 mila malati e conta già più di 2200 morti.

Anche oggi il vergognoso sceriffo di Hollywood, il Pubblico Ministero Generale (Ministro di Giustizia) dell’Amministrazione Trump è comparso sullo schermo offrendo 15 milioni di dollari per l’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e vari funzionari del suo governo, ovviamente per traffico di droga verso gli Stati Uniti. Con tale quantità di denaro si comprerebbero milioni di kits di diagnosi per COVID-19, che sono in deficit nel sistema sanitario statunitense.

Il colmo della disinvoltura è stato quello della sottosegretaria di Stato, solitamente distratta, per Cuba e Venezuela, Carrie Filipetti, che ha detto oggi in una videoconferenza che la pandemia del nuovo coronavirus in Venezuela, con un sistema di salute collassato e la maggioranza della popolazione senza accesso continuo ad acqua e sapone, è un pericolo per tutta la regione, se non è controllata.

“La situazione in Venezuela è eccessivamente nefasta (…) Se il Venezuela non può fare fronte al COVID-19, nel futuro arriverà in Brasile, in Colombia e nella regione circostante, come stiamo osservando con la crisi dei rifugiati”, ha assicurato la funzionaria.

“Vedremo un’espansione della pandemia del COVID-19 nella regione, se non a livello globale, se Venezuela come paese non può affrontare la crisi”, ha anticipato piena di cinismo la Filipetti, senza una sola allusione al vergognoso blocco economico che da più di cinque anni ha decretato il governo degli Stati Uniti contro la nazione sud-americana ed il furto sfacciato da parte di Washington di miliardari di denaro dei venezuelani.

La signora non sembra sapere che Brasile è il paese latinoamericano con la maggiore quantità di malati per COVID-19; per questo che Venezuela non potrebbe esportare un’epidemia già presente nel suo vicino confinante.

Nel frattempo, le morti negli Stati Uniti per COVID-19 sorpassano già il numero 1000, i positivi sono più di 75000, i solleciti di disoccupazione sono un record per l’ultimo mezzo secolo, mentre The New York Times pubblica un reportage da un ospedale di Brooklyn con il titolo “Siamo in modo disastro”. I funzionari statunitensi non dovrebbero occuparsi di più della situazione negli Usa del COVID-19 invece di assumersi il ruolo di poliziotti mondiali? Non possono capire dall’impero che è ora della solidarietà e non dei blocchi?

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Covid-19: destino o capitalismo?

Altrenotizie.org - Gio, 26/03/2020 - 18:26

Col passare dei giorni aumentano i Paesi e le popolazioni contagiate dalla pandemia di Covid-19. Ad eccezione di alcuni casi, i governi delle nazioni colpite hanno imposto misure drastiche per rallentare almeno la diffusione del coronavirus. Misure che spesso si scontrano con i diritti fondamentali dei cittadini. Proteggono le frontiere interne ed esterne, militarizzano città e territori, decretano stato d’emergenza e coprifuoco, cercando così di alleviare le debolezze e i fallimenti cronici di un sistema sanitario vittima sacrificale di un modello economico neoliberale privatizzatore, individualista e acaparratore.

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