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La politica estera degli Stati Uniti: il circolo estremista si chiude

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 22:56

mike-pompeoNel mezzo dell’ambiente febbrile che si vive nalla Casa Bianca, le recenti nomine del presidente Trump a posti-chiave della sua amministrazione riflettono chiaramente l’accento militarista, di potere forte e di ricatto imperiale che questi sta imprimendo alla politica estera statunitense.

Insieme ai cambi al comando del Dipartimento di Stato e del Consiglio di Sicurezza nazionale, anche il bilancio che Trump ha appena firmato lo scorso venerdì, per quello che resta dell’esercizio fiscale 2018, mostra la preminenza delle politiche della forza sulla diplomazia, nel più classico stile detto “hard power”. Mentre le assegnazioni al Dipartimento della Difesa crescono più di 60 mila milioni di dollari, il bilancio della cancelleria statunitense e dei suoi organi per la diplomazia pubblica è stato tagliato del 32%. Mentre la spesa totale per la difesa, compreso il rinnovamento dell’arsenale nucleare, arriva a 700 mila milioni di dollari, il resto delle spese raggiungerà i 591.000 milioni. Gli Stati Uniti spenderanno in difesa più di quello che spendono i sette paesi che li seguono.

Nel presentare un anno fa la proposta di bilancio 2018, il direttore dell’Ufficio del Bilancio di Trump, Mick Mulvaney, è stato deciso: “Il presidente ha detto che avremmo speso meno denaro per la gente di fuori e più per quella di casa”. “E’ un bilancio di potere duro, non morbido, ed è intenzionale. Questo è il messaggio che vogliamo inviare ai nostri alleati e agli avversari. Questo è un Governo forte e potente”, ha detto in conferenza stampa.

I falchi fanno il nido

In una parodia con i giorni più sinistri dell’amministrazione W. Bush, vecchi e nuovi falchi assumono la conduzione della politica estera imperiale.

Donald Trump ha appena nominato come suo Consigliere alla Sicurezza nazionale il sinistro John Bolton, uno dei principali promotori della guerra in Iraq. Nel 2001 Bolton divenne sottosegretario di Stato per il controllo delle armi, una posizione che prese peso alla vigilia dell’invasione dell’Iraq perchè la giustificazione di Bush per attaccare si incentrava sul presunto possesso di armi chimiche e biologiche da parte di Saddam Hussein, che poi non furono trovate. “Siamo sicuri che Saddam Hussein ha nascosto armi di distruzione di massa” disse Bolton in un discorso nel 2002. E’ una figura così polemica a Washington che nel 2006 dovette abbandonare il suo posto di ambasciatore statunitense all’ONU dopo soli 14 mesi, a causa del rifiuto del Congresso di confermargli definitivamente l’incarico, a cui Bush l’aveva nominato approfittando di una sospensione congressuale.

Bolton, 69 anni, che assumerà le sue nuove funzioni il 9 aprile, è stato una delle candidature ipotizzate da Trump quando vinse le elezioni per essere a capo del Dipartimento di Stato. L’uomo è un indocile difensore dell’unilateralismo egemonico di Washington. Tra le sue frasi più celebri se ne trova una che è un’autentica espressione della sua intolleranza: “Per me, se l’ONU perde 10 piani, non fa proprio differenza” disse nel 1994 quando Kofi Annan annunciò la volontà di limitare i conflitti armati per sostituirli con le forze di pace dell’ONU. In una conferenza stampa disse anche che “le Nazioni Unite non esistono come istituzione” e, quando gli domandarono in che modo avrebbe riformato il Consiglio di Sicurezza, fu assolutamente chiaro: “La riforma sarebbe mettere nel Consiglio di Sicurezza un solo membro permanente perchè questo è il riflesso reale della distribuzione del potere nel mondo. Questo membro sarebbero gli Stati Uniti”.

Commentatore abituale sulla catena televisiva FOX, Bolton è un’ideologo ultra-conservatore, veemente difensore dell’ “interesse nazionale” degli Stati Uniti, che appoggia senza problemi gli attacchi militari come strategia preventiva. “E’ perfettamente legittimo che gli Stati Uniti attacchino per primi per rispondere alla ‘necessità’ (di difesa propria) che le armi nucleari della Corea del Nord rappresentano ” ha scritto in un articolo pubblicato due settimane fa sul quotidiano The Wall Street Journal.

Bolton avrà, a quanto pare, un buon alleato nella Segreteria di Stato. L’uscita di Rex Tillerson da questo incarico non ha sorpreso nessuno. Il magnate del petrolio non andava d’accordo con il magnate immobiliare e dei reality shows televisivi che oggi comanda nel palazzo presidenziale di Washington, per quanto alla lunga condividessero i propositi strategici. Tutto il contrario di quello che succede con Mike Pompeo, il nuovo capo della diplomazia statunitense, che viene considerato il più leale a Trump dei membri del gabinetto. “Con Mike Pompeo abbiamo un modo di pensare molto simile” ha detto il presidente annunciando la sua nomina.

Pompeo viene da una fulminante carriere politica, convenientemente finanziata dai reazionari fratelli Koch (miliardari ultraconservatori, n.d.t.). Laureato all’Accademia Militare di West Point, nel 2010 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti dove è stato sei anni, fino a che Trump l’ha nomimato capo della CIA. Ha acquistato fama a Washington per la durezza con cui ha criticato Hilary Clinton nella commissione speciale di indagine sull’attentato di Bengasi (Libia) del 2012, quando l’ex candidata presidenziale era segretaria di Stato. L’inchiesta finì senza addebitare responsabilità alla Clinton, ma Pompeo definì il caso qualcosa di “peggiore del Watergate sotto alcuni aspetti”. Questo lo mise in luce verso Donald Trump al momento di formare il suo governo.

Lo si considera un falco, seguace della politica ultraconservatrice del Tea Party. La sua visione come direttore della CIA era chiaramente imperiale: “Per avere successo, la CIA deve essere aggressiva, implacabile, tenace”, affermò. Non poche volte ha richiesto, con sarcasmo, la possibilità di assassinare il leader nordcoreano Kim Jong-un, provocando timori di una probabile ritorno di Washington alla pratica dell’assassinio di capi stranieri. Pompeo, che ora deve combattere con le difficoltà della politica estera, si è mostrato sostenitore di un “cambio di regime” nella Corea del Nord e del sabotaggio degli accordi nucleari con l’Iran. La coppia Bolton-Pompeo sarà ben assistita nella proiezione aggressiva verso il resto del mondo dall’ambasciatrice USA all’ONU, Nikki Haley, una despota con un incarico diplomatico.

Lo scorso dicembre Nikki Haley minacciò di rappresaglie gli Stati membri dell’ONU se avessero appoggiato una risoluzione che criticava la decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, e disse che il presidente Donald Trump prendeva la votazione come “un affare personale” e che gli Stati Uniti avrebbero “preso nota dei nomi”. In una lettera diretta ai rappresentanti di 180 paesi, Haley avvertì: “Il presidente osserverà attentamente questa votazione e mi ha chiesto di informarlo sui paesi che hanno votato contro di noi. Prenderemo nota di ogni voto su questa questione”. A questo ha aggiunto un messaggio energico sul suo account di twitter: “Nell’ONU ci chiedono sempre di fare di più e di dare di più. Per questo, quando prendiamo una decisione per volontà del popolo statunitense su dove mettere la NOSTRA ambasciata, non ci aspettiamo che quelli che aiutiamo ci attacchino. Giovedì si voterà su una critica alla nostra decisione. Gli USA annoteranno i nomi”. Due semplici perle del pensiero e dell’agire della dama dell’équipe di Trump per la politica estera.

Venezuela e Cuba nel mirino

Se qualcosa distingue e unisce i personaggi nominati è la loro profonda visione ingerentista e imperiale su Venezuela e Cuba, la loro vicinanza al senatore Marco Rubio e il loro sguardo sull’America Latina come cortile posteriore che deve essere ubbidiente. Tutti devono ricordare il prepotente intervento della signora Haley alle Nazioni Unite il giorno che fu approvata, con maggioranza assoluta, la risoluzione contro il blocco statunitense a Cuba, intervento che ricevette una decisa risposta dal cancelliere cubano.

Haley non ha smesso di usare la tribuna dell’ONU per attaccare continuamente Cuba e il Venezuela.

Recentemente è stata a Miami per una riunione con la più rancida risma anticubana. Haley si è incontrata all’Università Internazionale della Florica (FIU) con i congressisti anticubani Ileana Ros-Lehtinen, Marco Rubio, Carlos Curbelo e Mario Dìaz-Balart per discutere, secondo i reportages, su “come si può rafforzare la democrazia in America Latina e specialmente a Cuba e in Venezuela”. Secondo il senatore Marco Rubio, l’incontro è stato organizzato su richiesta di Nikki Haley per conoscere le richieste degli esiliati di Cuba e Venezuela, anche se si è parlato dello stato attuale degli affari nordamericani in America Latina e della relazione degli Stati Uniti con la regione.

Il nuovo segretario di Stato Mike Pompeo, da parte sua, è l’appoggio di Marco Rubio nella confezione delle menzogne sui presunti “attacchi sonori” a Cuba contro funzionari statunitensi, buona parte dei quali sono, secondo l’agenzia AP, funzionari dei servizi segreti. Questo è stato denunciato da varie fonti e ultimamente ratificato anche dal giornale spagnolo El Paìs, che attribuisce i presunti attacchi acustici contro funzionari statunitensi a Cuba ad un complotto della CIA per raffreddare ed, eventualmente, chiudere il processo di avvicinamento delle due nazioni.

Sia Pompeo che Rubio condividono la linea ideologica ultraconservatrice del Tea Party. Hanno da anni uno stretto legame. Nel 2015, quando Pompeo era rappresentante del Kansas, co-patrocinò il progetto di legge presentato da Rubio, il “Cuban Military Transparency Act” per impedire qualsiasi transazione finanziaria con società gestite dai militari cubani. Allora tale legge non fu approvata, ma il presidente Trump li lodò nei suoi annunci sulla politica verso Cuba nel giugno 2017. Appena tre giorni dopo quel discorso di Trump a Miami, il direttore dell’Agenzia Centrale di Intelligence (CIA), Mike Pompeo, partecipò ad una riunione a Langley, il 19 giugno, con vari membri della Brigata mercenaria 2506 guidati da Félix Rodrìguez Mendigutìa (uno delle persone coinvolte nell’assassinio del Che in Bolivia) ed altri personaggi, tra cui il commissario della contea di Miami-Dade, Estaban Bovo Jr:, lo Sceriffo Jorge Gutièrrez Izaguirre e il senatore cubano-americano Marco Rubio.

Pompeo è stato anche un attivo paladino delle politiche anti-venezuelane dell’amministrazione Trump. Lo scorso gennaio, durante un interscambio nell’American Enterprise Institute, alluse all’influenza che aveva avuto, tramite la CIA, perchè Trump disponesse sanzioni contro il governo di Nicolàs Maduro, in base “alle informazioni che avevamo fornito e che lui ci aveva chiesto”. Già nel luglio 2017 l’allora direttore della CIA aveva fatto alcune polemiche dichiarazioni sul Venezuela durante un forum sulla sicurezza dell’Istituto Aspen, in Colorado. “Abbiamo molte speranze che si possa avere una transizione in Venezuela e la CIA sta facendo del suo meglio per capire le dinamiche in luogo”. “Il Venezuela potrebbe trasformarsi in un rischio per gli Stati Uniti” avrebbe detto un mese dopo alla catena televisiva Fox. “Là ci sono i cubani, là ci sono i russi, gli iraniani, Hezbollah, stanno là. Sta diventando un posto molto pericoloso, per cui gli Stati Uniti devono prendere la situazione molto seriamente”.

Bolton il bugiardo

Pochi politici statunitensi negli ultimi decenni sono stati tanto perversi e manipolatori verso Cuba come John Bolton. Molto note sono le sue accuse nel maggio 2002 – quando Bush parlava di attaccare 60 o più paesi, l’Afganistan era stato invaso dalle forze imperiali, si minacciava l’Iraq per le presunte armi chimiche e Chàvez aveva sofferto il colpo di Stato organizzato da Washington – che Cuba stesse fabbricando armi biologiche per passarle a paesi “terroristi”. “Ecco ciò che sappiamo: gli Stati Uniti ritengono che Cuba stia facendo almeno un lavoro offensivo limitato di ricerca e sviluppo della guerra biologica. Cuba ha fornito tecnologia di doppio uso ad altri stati rinnegati. Ci preoccupa che questa tecnologia possa supportare programmi di armi biologiche in quegli stati. Esortiamo Cuba a cessare ogni cooperazione applicabile alle armi biologiche con gli stati rinnegati e a rispettare pienamente tutti i suoi obblighi in virtù della Convenzione sulle Armi Biologiche” segnalò Bolton davanti ad una sorpresa platea che lo ascoltava nella Heritage Foundation.

Pochi giorni dopo Fidel Castro avrebbe risposto duramente a Bolton: “Per quel che riguarda le armi di distruzione di massa, la politica di Cuba è stata senza macchia. Mai nessuno ha presentato una sola prova che nella nostra patria sia stato concepito un programma di sviluppo di armi nucleari, chimiche o biologiche. Coloro che non capiscono l’etica, l’attaccamento alla verità e la trasparenza nella condotta di un governo come quello di Cuba, potrebbero almeno capire che fare il contrario sarebbe stata una colossale stupidaggine. Qualsiasi programma di quel tipo rovina l’economia di quasiasi piccolo paese. Cuba non sarebbe mai stata in condizioni di trasportare tali armi; e commetterebbe inoltre l’errore di introdurle in un combattimento contro un avversario che conta , migliaia di volte, su armi di quel tipo, il quale riceverebbe come un regalo il pretesto per usarle. Dal punto di vista politico, viviamo in un’epoca nella quale ci saranno sempre più potenti armi di qualsiasi altra di quelle nate dalla tecnologia: le armi della morale, della ragione e delle idee. Senza queste nessuna nazione è potente; con esse nessun paese è debole. Questa posizione richiede una motivazione eccezionalmente profonda , sangue freddo e intelligenza. Dovrebbe essere noto che per il popolo cubano, al di sopra di qualsiasi altro valore sulla Terra, ci sono i valori che ispirano la libertà, la dignità, l’amore per la loro patria, la loro cultura e il più stretto senso della giustizia che l’essere umano possa concepire. Non sono armi di distruzione di massa, sono armi di difesa morale di massa, e siamo disposti a combattere e a morire per esse.”.

Avrà capito il messaggio il sig. Bolton?

Nel 2014, quando i presidenti di Cuba e degli Stati Uniti annunciarono l’inizio di una nuova tappa nelle relazioni bilaterali, John Bolton dichiarò in un programma radiofonico: “Credo che sia una tremenda sconfitta per gli Stati Uniti. Il Presidente, con la sua azione, ha dato legittimità politica a questa dittatura e ha fornito un salvavita economico al regime proprio nel momento in cui avremmo dovuto aumentare le pressioni”.

Il ritorno di Bolton a posizioni di potere nella politica estera imperiale promette nuovi giorni di minacce e conflitti. Sulle sue proiezioni, un alto funzionario dell’amministrazione repubblicana ha detto: “Per l’America Latina ha sempre prestato attenzione a come Cuba, Venezuela e Nicaragua hanno minato gli interessi degli Stati Uniti in tutta la regione …. Bolton crede che il Venezuela, con la sua crisi economica, sia vulnerabile e che altri paesi, compreso l’Iran, continuino ad avere una grande influenza sul suo Governo”.

Intanto il senatore Marco Rubio mostrava la sua gioia per la nomina del nuovo Consigliere della Casa bianca: “Conosco bene John Bolton, è una scelta eccellente e farà un gran lavoro come consigliere alla sicurezza nazionale”, ha scritto Rubio sul suo account twitter.

Lo scorso agosto Bolton disse al portale di estrema destra Breitbart che il Venezuela è una minaccia per gli Stati Uniti e ha esortato Washington a non essere “timida” rispetto alla “dittatura” di Nicolàs Maduro, chiedendo di appoggiare di più l’opposizione che cerca di “restaurare” un governo rappresentativo. “Non dimentichiamo che l’Iran ha abbastanza peso nel Venezuela di Maduro e l’ha avuto anche durante (il governo di Hugo) Chàvez”, ha detto. “Perchè l’ambasciata iraniana più grande del mondo è a Caracas? Perchè attraverso essa stanno lavando denaro e perchè il Venezuela, insieme al Canada, ha le maggiori riserve comprovate di uranio”.

Un altro figlioccio di Rubio nell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani, n.d.t.)

Guadagnandosi i non pochi favori che a quanto pare Trump gli deve, il senatore Rubio rafforza la sua influenza nell’attuale politica estera statunitense con l’essere riuscito a far nominare come Ambasciatore degli Stati Uniti nell’OEA l’ex rappresentante della Florida, Carlos Trujillo. “Carlos ha servito i suoi elettori in modo diligente nella camera bassa della Florida durante gli ultimi otto anni e so che farà lo stesso come rappresentante del popolo statunitense nell’OEA” ha detto Marco Rubio in un comunicato, essendo lui l’incaricato di annunciare la nomina. Trujillo diventa così la voce preminente dell’amministrazione Trump verso l’America Latina, visto che il Congresso non ha ancora confermato Kimberly Breir sottosegretaria di Stato per l’emisfero occidentale. Con l’ipocrita Almagro (segretario della OEA, n.d.t.) faranno una bella coppia nell’OEA per portare avanti gli interessi imperiali nella nostra regione. Trujillo ha affermato che il Venezuela è la priorità della sua gestione.

L’America Latina vivrà un momento di ridefinizione delle sue relazioni con gli Stati Uniti nel vicino Vertice delle Americhe. Là Trump andrà attorniato da questa banda di falchi, eredi della dottrina Monroe.

Tempi burrascosi si avvicinano.

(*) Giornalista cubano, direttore del programma “Mesa Redonda” della TV cubana

da: cubadebate.cu; 26.3.2018

Traduzione di Daniela Trollio – Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, Sesto San Giovanni, per www.pane-rose.it

Categorie: News

Contro il burocratismo

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 04:08

Che-trabajo-voluntario-580x342Sintesi di un articolo pubblicato nella rivista “Cuba socialista” in aprile del 1961.

La nostra Rivoluzione è stata, in essenza, il prodotto di un movimento guerrigliero che iniziò la lotta armata contro la tirannia e la cristallizzò nella presa del potere. I primi passi come Stato Rivoluzionario, come tutta la epoca primitiva della nostra gestione nel governo, erano fortemente impregnati degli elementi fondamentali della tattica guerrigliera come forma di amministrazione statale. Il “guerrillerismo” ripeteva l’esperienza della lotta armata delle catene montuose e nei campi di Cuba nelle distinte organizzazioni amministrative e di massa, e si traduceva nel fatto che solamente i grandi slogan rivoluzionari erano seguiti (e molte volte interpretati in maniere distinte) dagli organismi dell’amministrazione e della società in generale. La forma di risolvere i problemi concreti era soggetta al libero arbitrio di ognuno dei dirigenti.

Per occupare tutto il complesso apparato della società, i campi di azione delle guerriglie amministrative si scontravano tra di loro, producevano continue discussioni, ordini e contrordini, interpretazioni distinte delle leggi che arrivavano, in qualche caso, alla replica contro le stesse da parte di organismi che stabilivano i loro propri dettami in forma di decreti, non facendo nessun caso all’apparato centrale di direzione. Dopo un anno di dolorose esperienze giungiamo alla conclusione che era imprescindibile modificare totalmente il nostro stile di lavoro e tornare ad organizzare l’apparato statale di un modo razionale, utilizzando le tecniche della pianificazione conosciute nei paesi socialisti fratelli.

Come contro misura, si sono incominciati ad organizzare i forti apparati burocratici che caratterizzano questa prima epoca di costruzione del nostro Stato socialista, ma la sbandata fu troppo grande e tutta una serie di organismi, tra i quali si aggiunge il Ministero dell’Industria, hanno iniziato una politica di centralizzazione operativa, frenando esageratamente l’iniziativa degli amministratori. Questo concetto centralizzatore si spiega per la scarsità di quadri e lo spirito anarchico anteriore, quello che obbligava ad uno zelo enorme nelle esigenze di compimento delle leggi. Parallelamente, la mancanza di apparati di controllo adeguati rendeva difficile la localizzazione corretta in tempo dei difetti amministrativi, fatto che proteggeva l’uso della tessera di razionamento (libreta). Così la nostra Rivoluzione comincia a soffrire il mal chiamato burocratismo.

Il burocratismo, evidentemente, non nasce con la società socialista né è un suo componente obbligato. La burocrazia statale esisteva all’epoca dei regimi borghesi col loro corteo di prebende e di laccai, poiché all’ombra del bilancio dello stato cresceva un gran numero di approfittatori che costituivano la corte del politico di turno. In una società capitalista, dove tutto l’apparato dello Stato è costruito al servizio della borghesia, la sua importanza come organo dirigente è molto poca ed è fondamentale renderlo sufficientemente permeabile per permettere il transito degli approfittatori e sufficientemente ermetico per catturare nella sua rete il popolo. Dato il peso dei peccati originali giacenti negli antichi apparati amministrativi e le situazioni create con posteriorità al trionfo della Rivoluzione, il male del burocratismo cominciò a svilupparsi con forza. Se andassimo a cercare le sue radici nel momento attuale, aggregheremmo a cause vecchie nuove motivazioni, trovando tre ragioni fondamentali.

Una di queste è la mancanza di motore interno. Con questo vogliamo dire, la mancanza di interesse dell’individuo per rendere un servizio allo Stato e per superare una situazione data. Si basa su una mancanza di coscienza rivoluzionaria od, in ogni caso, nel conformismo di fronte a quello che si sta facendo male.

Si può stabilire una relazione diretta ed ovvia tra la mancanza di motore interno e la mancanza di interesse per risolvere i problemi. In questo caso, già sia che questo difetto del motore ideologico si produca per una carenza assoluta di convinzione o per una certa dose di disperazione di fronte a problemi ripetuti che non possono risolversi.

Un’altra causa è la mancanza di organizzazione. Pretendendo distruggere “il guerrillerismo” senza avere la sufficiente esperienza amministrativa, si producono distorsioni, colli di bottiglia, che frenano senza nessuna necessità il flusso delle informazioni delle basi e delle istruzioni od ordini derivati dagli apparati centrali. A volte queste, o quelle, prendono rotte deviate ed, altre, si traducono in indicazioni sbagliate, spropositate, che contribuiscono ancora di più alla distorsione.

La mancanza di organizzazione ha come caratteristica fondamentale il difetto nei metodi per affrontare una situazione data. Esempi possiamo vedere nei Ministeri, quando si vuole risolvere i problemi ad altri livelli che non sono adeguati o quando questi si trattano per vie incorrette e si perdono nel labirinto dei fogli di carta. Il burocratismo è la catena del tipo di funzionario che vuole risolvere in qualsiasi modo i suoi problemi, sbattendo una ed un’altra volta contro l’ordine stabilito, senza trovare la soluzione.

Non dobbiamo mai dimenticare, per fare una sana autocritica, che la direzione economica della Rivoluzione è la responsabile della maggioranza dei mali burocratici: gli apparati statali non si sono sviluppati mediante un piano unico e con le loro relazioni ben studiate, lasciando ampio margine alla speculazione sui metodi amministrativi. L’apparato centrale dell’economia, la Giunta Centrale di Pianificazione, non ha compiuto il suo compito di conduzione e non poteva compierlo, perché non aveva l’autorità sufficiente sugli organismi, era incapace di dare ordini precisi in base ad un sistema unico e con l’adeguato controllo e le mancava l’imprescindibile soccorso di un piano con prospettiva.

La terza causa, molto importante, è la mancanza di conoscenze tecniche sufficientemente sviluppate per potere prendere decisioni giuste ed in poco tempo. Le discussioni diventano interminabili, senza che nessuno degli espositori abbia l’autorità sufficiente per imporre il suo criterio. Dopo una, due, tre riunioni, il problema continua vigente fino a che si risolva da solo o bisogna prendere una risoluzione qualsiasi, nonostante a volte sia pessima.

Queste tre cause fondamentali influiscono, sole od in distinte congiunzioni, in minore o maggiore proporzione, in tutta la vita istituzionale del paese, ed è arrivato il momento di rompere le loro influenze maligne. Bisogna prendere delle misure concrete per velocizzare gli apparati statali, in tale modo che si stabilisca un controllo centrale rigido che permetta di avere, nelle mani della direzione, le chiavi dell’economia e liberi al massimo l’iniziativa, sviluppando su basi logiche le relazioni delle forze produttive.

Simultaneamente, dobbiamo sviluppare con impegno un lavoro politico per distruggere le mancanze di motivazioni interne, cioè, la mancanza di chiarezza politica, che si traduce in una mancanza di esecutività. Le strade sono: l’educazione continuata mediante la spiegazione concreta dei compiti, mediante l’instillazione dell’interesse negli impiegati amministrativi per il loro lavoro concreto, mediante l’esempio dei lavoratori di avanguardia, da un lato, e le misure drastiche per eliminare il parassita dall’altro, che sarà quello che nasconde nel suo atteggiamento un’inimicizia profonda verso la società socialista o che è irrimediabilmente incompatibile col lavoro.

Infine, dobbiamo correggere l’inferiorità che rappresenta la mancanza di conoscenze. Abbiamo iniziato il compito gigantesco di trasformare la società da una punta all’altra in mezzo all’aggressione imperialista, ad un bloqueo sempre più forte, ad un cambiamento completo nella nostra tecnologia, di scarsità acute di materie prime e di articoli alimentari e di una fuga in massa dei pochi tecnici qualificati che abbiamo. In queste condizioni dobbiamo fare un lavoro molto serio e molto perseverante con le masse, per supplire i vuoti che lasciano i traditori e le necessità di forza lavoro qualificata che si producono al ritmo veloce imposto al nostro sviluppo. Da tutto ciò, possiamo dedurre che l’abilitazione deve occupare un posto fondamentale in tutti i piani del Governo Rivoluzionario.

Dobbiamo analizzare le responsabilità di ogni funzionario, stabilirle nel modo più rigido possibile secondo le cause, dalle quali non si può evadere,  senza cadere sotto severe sanzioni e, su questa base, dare le più ampie facoltà possibili. Ed esigere azioni ai nostri funzionari, stabilire limiti di tempo per compiere le istruzioni derivate dagli organismi centrali, controllare correttamente ed obbligare a prendere decisioni in tempo prudenziale.

Se noi riusciamo a fare tutto questo lavoro, il burocratismo sparirà. In realtà non è un compito di un organismo, neanche di tutti gli organismi economici del paese, è il compito della nazione intera, cioè, degli organismi dirigenti, fondamentalmente del Partito Unito della Rivoluzione e dei gruppi di massa. Tutti dobbiamo lavorare per compiere questo slogan urgente del momento: Guerra al burocratismo. Velocizzazione dell’apparato statale. Produzione senza intoppi e responsabilità per la produzione.

Ernesto Che Guevara

da Cubadebate

(Con la collaborazione del Progetto Editoriale di Ocean Sur ed il Centro Studi Che Guevara)

traduzione Ida Garberi

Categorie: News

Il V Plenum del Comitato Centrale del Partito ha analizzato importanti temi dell’attualizzazione del modello economico e sociale cubano

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 00:29

Comitato-CentraleIl V Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, presieduto dal suo  Primo Segretario, il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, ha esaminato durante due intense giornate di lavoro, importanti temi relazionati con l’attualizzazione del modello economico e sociale cubano, un complesso processo intrapreso nel paese a partire dal 2011 quando si realizzò il VI Congresso del Partito.
Alla valutazione delle politiche implementate allora, è stato dedicato il primo punto dell’agenda che prcedentemente era stato analizzato in due occasioni dal Burò Politico.

Marino Murillo Jorge, capo della  Commissione Permanente per l’ Implementazione  e lo Sviluppo, presentando il tema ha esposto che per queste analisi sono state considerate fondamentalmente quelle politiche  con norme giuridiche e un tempo d’esecuzione sufficiente per poter misurare i loro risultati.
Questo studo ha avuto origine in un’indicazione impartita dal Generale d’Esercito sulla necessità di rivedere tutte le politiche per conoscere in profondità quello che era andato bene, quello che andava rettificato e quali questioni ostacolavano l’implementazione delle misure.

I primi tre anni sono stati caratterizzati da un alto ritmo d’implementazione delle politiche, che si è poi ridotto per la complessità delle misure e anche a causa di errori nella pianificazione dei processi e nel loro controllo.
In questo hanno inciso i limiti  economici e finanziari che hanno reso impossibile il supporto adeguato a un gruppo di misure che necessitavano investimenti.
Negli anni  2016 e 2017 gli sforzi erano stati diretti, principalmente, a perfezionare quanto realizzato.
Tra le cause e le condizioni  generali che hanno influito sui risultati sfavorevoli è stato segnalato che non sempre  la Commissione d’Implementazione è riuscita a coinvolgere gli organi, gli organismi, le organizzazioni e le entità per far sì che dalla base fossero capaci di orientare, preparare, appoggiare, controllare e rendere conto della loro gestione.
Nello stesso tempo si è manifestata un’insufficiente integralità, una visione limitata sui livelli dei rischi e una apprezzamento parziale dei costi e dei benefici.
In alcuni casi è stata insufficiente  l’attenzione come  il controllo delle politiche, varie delle quali sono fuoriuscite dai loro obiettivi senza opportune correzioni.
Nel Plenum è stato valutato che l’attualizzazione del modello economico e sociale ha messo in evidenza d’essere un tema di grande complessità. A questo si unisce il fermo proposito di non lasciare nessun cubano abbandonato, e questo ha inciso nel ritmo delle trasformazioni.
Attualmente si rivedono tutti i processi e tra questi le priorità  vanno all’ordinamento monetario in particolare, agli studi sull’unificazione monetaria  e del cambio,  l’elaborazione del Piano Nazionale di Sviluppo Economico e Sociele sino al 2030, così come l’esame integrale e il perfezionamento delle misure che lo richiedono,  con le corrispondenti proposte.
Su questo ultimo tema sono stati fatti esempi con la politica del lavoro indipendente, della quale sono state firmate le norme giuridiche di maggior importanza e si dovrà realizzare in continuazione un processo di preparazione che includerà 580.000 lavoratori indipendenti e almeno 30.000 funzionari pubblici.
I membri del Comitato Centrale si sono riferiti anche alla mancanza di una cultura tributaria nel paese,  allo scarso utilizzo ancora insufficiente della contabilità come strumento fondamentale per qualsiasi analisi economica; alle difficoltà nella comunicazione delle politiche che in occasioni non hanno permesso alla popolazione  una comprensione a  fondo di questi difficili temi, e hanno generato cattive interpretazioni per via del vuoto delle informazioni.
Finalmente, il V Plenum del Comitato Centrale ha approvato la relazione di valutazione e le azioni future che assicureranno la continuità  dell’attualizzazione del modello economico e sociale mediante una maggior partecipazione e responsabilità degli organismi dell’ Amministrazione Centrale dello Stato, delle entità nazionali e degli altri organi.
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del PCC  ha considerato che: «Si è lavorato duramente partendo delle Linee del VI e del VII Congresso,  nonostante gli errori e le insufficienze riconosciuti in questo Plenum, la situazione è migliorata rispetto ad alcuni anni fa», ha detto ed ha definito come impegno fondamentale di tutti i comunisti affrontare i problemi senza esitare, dal primo momento, pianificare meglio per porre le risorse dove sono veramente necessarie e non aspettare  che le soluzoni giungano dall’alto, ma apportare idee creatrici e razionali.
Poi ha reiterato la necessità di risparmiare sino al minimo, aggiustandoci alla realtà che viviamo.
«Dobbiamo prevedere i problemi e lottare risolutamente e con intelligenza, e mantenere l’unità della nazione», ha detto.
In questo senso ha ricordato i momenti difficili del Periodo Speciale, il decennio dei ’90,  quando il paese attraversava una situazione estrema.
«Lo scenario da allora è cambiato, ma dobbiamo riconoscere che c’è molto da fare nella pianificazione della nostra economia, perchè persiste ancora un mentalità sprecona quando la linea da seguire dev’essere quella del risparmio e dell’efficienza», ha aggiunto.
Poi ha ricordato che la Rivoluzione, che ha definito l’opera più bella che abbiamo fatto, ha dovuto affrontare e vincere sin dal suo inizio ogni genere di ostacolo e di fronte alle nuove sfide deve prevalere lo spirito di resistenza e combattività che ha sempre caratterizzato il nostro popolo senza una briciola di pessimiso e con tutta la fiducia nel futuro.

POLITICA DELLA CASA

I partecipanti al Plenum hanno analizzato dettagliatamente il progetto della Politica della Casa in Cuba, nel quale di lavora da uncerto tempo e che ha come punto di partenza le linee di politica economica e sociale del Partito e della Rivoluzione.

Il ministro della Costruzione, René Mesa Villafaña, ha assicurato che si tratta di toccare il tema della casa in una forma differente utilizzando tutte le risorse su cui conta il paese e in maniera ordinata.

Per la sua elaborazione sono stati considerati lo stato del fondo delle abitazioni e la formazione di una strategia per fermare il deterioramento e poi avanzare nel recupero e la soluzione.

In Cuba esistono circa 3824 case, secondo i dati dell’ultimo censimento della popolazione effettuato nel 2012 e altre valutazioni realizzate sino a giugno del 2007.

Di queste il 39% si trova in cattivo stato tecnico e precarie condizioni.

La proiezione per il recupero del fondo delle abitazioni nel paese si stima in non meno di dieci anni dando priorità nei primi cinque alle case più deteriorate.

Per intraprendere questo impegno si realizzeranno importanti investimenti nell’industria del cemento, mentre continua la ricostruzione dell’impianto di

Siguaney, a Sancti Spíritus, così come la modernizzazione dell’impianto di ceramica bianca di Holguín, che incrementerà in maniera sostanziale la fabbricazione di mattonelle e di elementi sanitari.

Alla pari di questi investimenti si prevede un maggiore sviluppo della produzione locale dei materiali, che negli ultimi cinque anni è cresciuta annualmente tra l’8% e l’11%.

Alla fine del 2016 nei 168 municipi si produceva già un totale di 57 prodotti partendo dalle materie prime e riciclabili delle località.

quest’anno si installeranno 423 mini industrie nei municipi e nei consigli popolari che si sommano a quelle che già funzionano nei territori.

I partecipanti al V Plenum han sottolineato l’importanza della produzione locale dei materiali come supporto fondamentale della politica della casa, perché avvicina la soluzione nei territori, permette la partecipazione collettiva e rinforza il ruolo dei municipi nella soluzione dei loro problemi delle abitazioni.

A questo intenso movimento costruttivo che intraprenderà il paese, parteciperanno tutti gli attori possibili, tra loro le famiglie, le organizzazioni statali della Costruzione, le cooperative, le imprese costruttrici subordinate ai consigli dell’Amministrazione provinciale e quelle dei sistemi delle imprese statali del paese.

Il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz ha reiterato che: «Questa politica della casa deve includere e prevedere il rispetto del riordino territoriale e urbanistico cominciando dalle istituzioni dello Stato, per poi esigerlo dalla popolazione.

Non si tratta di proibire la costruzione in questo o quel luogo, ha insistito, ma di farlo in maniera ordinata e dove esistono le condizioni elementari per questo».

Poi ha convocato i membri del Comitato Centrale ad analizzare con maggior precisione la relazione presentata e a consultarsi con altri compagni e specialisti nei loro rispettivi territori, con l’animo di approfondire e apportare nuove considerazioni prima dell’approvazione della sua implementazione da parte del Governo.

STUDI PER LA RIFORMA COSTITUZIONALE

In un altro momento della riunione, il segretario del Consiglio di Stato, Homero Acosta Álvarez, ha presentato ai membri del Comitato Centrale una relazione approvata dal Burò Politico sugli studi che si stano realizzando per una futura riforma della Costituzone che dovrà riflettere le principali trasformazioni economiche, politiche e sociali, derivate dagli accordi approvati nel VI e VII congresso del Partito e degli obiettivi della sua Prima Conferenza Nazionale; inoltre ha ratificato il carattere irrevocabile del nostro socialismo e il ruolo dirigente del Partito nella società cubana.

La riforma raccoglierà le esperienze apprese in questi anni di Rivoluzione, soprattutto nella sua organizzazione e nel funzionamento degli organi del Potere Popolare e l’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini, ed ha come riferimento la nostra storia costituzionale e processi simili in altri paesi.

(traduzione GM – Granma Int.)

foto: Estudio Revolucion

 

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Corea: Kim all’esame cinese

Altrenotizie.org - Mer, 28/03/2018 - 19:51

Se la visita di questa settimana a Pechino del leader nordcoreano, Kim Jong-un, è stata definita “inaspettata” dalla gran parte della stampa internazionale, l’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, non ha in realtà nulla di sorprendente, ma si inserisce in maniera perfettamente logica nelle recenti dinamiche strategiche che stanno interessando la penisola di Corea.

 

Gli oltre sei anni trascorsi a partire dall’ascesa al potere prima che Kim si sia deciso a recarsi sul territorio del proprio principale alleato corrispondono grosso modo a quelli che aveva atteso anche suo padre e predecessore, Kim Jong-il, prima di fare il suo debutto internazionale nel 2000. Anche il quel caso, il vertice in Cina era avvenuto alla vigilia di un incontro con i leader della Corea del Sud.

 

Anche solo da un punto di vista formale, sarebbe stato comunque inopportuno che il primo incontro tra Kim Jong-un e la dirigenza cinese fosse arrivato dopo quelli in programma con il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, e, forse, con lo stesso Donald Trump.

 

Il tempismo della prima trasferta oltreconfine dell’ultimo esponente della dinastia Kim è dunque cruciale per comprendere l’importanza e il significato del vertice con il presidente cinese. Entrambi i paesi sono infatti esposti a crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti. La Cina per quanto riguarda la guerra commerciale in atto, che è solo uno degli aspetti della rivalità strategica con gli USA, e Pyongyang, nonostante i timidi spiragli diplomatici, per la rinuncia al proprio programma nucleare militare.

 

La delicatezza del faccia a faccia tra Kim e Xi è apparsa chiara dall’alone di mistero che ha avvolto il viaggio in treno a Pechino del leader nordcoreano. Il governo cinese ha ad esempio confermato la visita di Kim nel paese solo dopo il suo ritorno in patria.

 

Le dichiarazioni ufficiali dei leader cinesi e i comunicati dei media governativi hanno chiarito abbondantemente la rilevanza dell’incontro. Al di là dei toni prevedibilmente retorici, Pechino ha insistito in particolare su due questioni, ovvero il riconoscimento degli sforzi del regime nordcoreano per aprire un percorso diplomatico con Seoul e Washington e l’importanza strategica delle relazioni con l’alleato.

 

A quest’ultimo punto è stato dato particolare risalto anche in Occidente, visto che i rapporti tra Pechino e Pyongyang sembravano avere imboccato una parabola discendente negli ultimi mesi, soprattutto in seguito alle pressioni americane sulla Cina per isolare la Corea del Nord. Il governo cinese aveva acconsentito ad applicare sanzioni economiche nei confronti del vicino, giungendo a istituire un blocco quasi totale dei traffici commerciali in direzioni nord-est. Per tutta risposta, la stampa ufficiale nordcoreana aveva rivolto accuse insolitamente dure nei confronti della Cina per essersi piegata al volere americano.

 

Pechino, d’altra parte, vive un grave dilemma strategico in relazione alle proprie politiche nordcoreane. Da un lato considera fondamentale il mantenimento in vita di un governo alleato nella penisola di Corea in funzione di cuscinetto che tenga a distanza le forze armate americane a sud del 38esimo parallelo. Dall’altro, però, si oppone al programma nucleare nordcoreano, visto come un elemento sfruttabile dagli Stati Uniti per forzare il crollo del regime di Kim.

 

Le dichiarazioni nordcoreane in merito al summit di inizio settimana hanno invece toccato prevalentemente la questione dei negoziati con Corea del Sud e, soprattutto, Stati Uniti. Kim ha confermato l’impegno per la denuclearizzazione della penisola, vincolando l’eventuale raggiungimento di un accordo alla volontà di Seoul e Washington di “rispondere positivamente ai nostri sforzi e di creare un clima di pace e stabilità”.

 

Per Pyongyang, insomma, la palla è ora nel campo americano e gli inviti di Kim sono anche un segnale di avvertimento alla Casa Bianca in vista del possibile storico incontro con Trump, visto che il cambio di personale delle ultime settimane ha portato nell’amministrazione americana esponenti, come Mike Pompeo e John Bolton, decisamente ostili, almeno finora, alla pace con la Corea del Nord. L’incontro con Kim, previsto in teoria a fine maggio, potrebbe infatti tradursi in poco meno di un ultimatum al regime per abbandonare senza condizioni il programma nucleare ed evitare di andare incontro a un’aggressione militare.

 

Il dialogo con Washington rischia così di trasformarsi in una pericolosa scommessa per Kim Jong-un e, infatti, la persistente minaccia militare americana è probabilmente una delle ragioni che lo ha convinto ad accettare l’invito a Pechino del presidente Xi.

 

La volontà di rinsaldare i rapporti bilaterali dopo gli attriti degli ultimi tempi è anche in cima alla lista delle priorità cinesi, tanto più alla luce delle decisioni sui dazi doganali di un’amministrazione Trump che aveva prospettato un atteggiamento più morbido in questo ambito grazie alla collaborazione di Pechino nella gestione della crisi coreana.

 

I vertici cinesi, quindi, in questa fase cruciale hanno tenuto a ribadire l’importanza strategica della Corea del Nord, in risposta anche ad alcune notizie circolate nelle ultime settimane. Alcuni giornali avevano parlato di presunti piani del regime di Kim per prendere le distanze da Pechino, nel quadro di una svolta clamorosa che avrebbe potuto spianare la strada a un accordo con gli USA, se non addirittura, nel medio o lungo periodo, a una qualche alleanza tra i due paesi nemici.

 

Dal punto di vista nordcoreano, poi, come ha spiegato una recente analisi di Bloomberg News, il riallineamento con la Cina offre a Pyongyang una sorta di “polizza assicurativa” nel caso i colloqui con Seoul e Washington dovessero crollare. Per Pechino, ancora, la dimostrazione di unità con Kim serve ad affermare il ruolo cinese in un eventuale futuro negoziato, preferibilmente nel formato, naufragato quasi un decennio fa, dei colloqui “a sei” (USA, Cina, Russia, Coree, Giappone).

 

Attorno alla crisi coreana vi è dunque un intenso fermento, il cui esito potrebbe condurre in qualsiasi direzione, inclusa quella della guerra. Dopotutto, una giustificazione per un’aggressione militare contro la Corea del Nord sarebbe facilmente individuabile per gli Stati Uniti. A ricordarlo è stato ad esempio un articolo dai toni di avvertimento pubblicato mercoledì dal New York Times. In esso si spiega come Pyongyang avrebbe da qualche tempo attivato un nuovo reattore nucleare, probabilmente destinato a uso civile ma anche potenzialmente in grado di produrre plutonio da destinare all’arsenale nucleare del regime di Kim.

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La nuova campagna di Russia

Cubadebate (italiano) - Mer, 28/03/2018 - 03:19

putin_ragno_guardian«Putin userà il Mondiale di calcio come Hitler usò l’Olimpiade del 1936, cioè per dissimulare il brutale, corrotto regime di cui è responsabile»: questa dichiarazione ufficiale del ministro degli esteri britannico Boris Johnson dimostra a quale livello sia giunta la campagna propagandistica contro la Russia.

In una vignetta sul giornale britannico The Guardian, ricalcata da un manifesto nazista degli anni Quaranta, la Russia viene rappresentata come un gigantesco ragno, con la testa di Putin, che ghermisce il mondo.
È la Russia accusata di aver avvelenato in Inghilterra un suo ex ufficiale, arrestato per spionaggio 12 anni fa e rilasciato 8 anni fa (quindi non più in possesso di informazioni sensibili), usando per avvelenare lui e sua figlia l’agente nervino Novichok di produzione sovietica (così da lasciare volutamente l’impronta di Mosca sul luogo del delitto).

La Russia accusata di penetrare con eccezionale abilità nelle reti informatiche, manipolando perfino le elezioni presidenziali negli Stati uniti («un atto di guerra» lo ha definito John Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale).

Accusata ora ufficialmente dal Dipartimento Usa per la sicurezza della patria e dall’Fbi di prepararsi a sabotare con i suoi hacker le centrali elettriche comprese quelle nucleari, gli impianti idrici e gli aeroporti negli Stati uniti e in Europa, così da paralizzare interi paesi.

Si fabbrica in tal modo l’immagine di un nemico sempre più aggressivo, da cui occorre difendersi. In una conferenza stampa con Johnson, il segretario generale della Nato Stoltenberg accusa la Russia del «primo uso di un agente nervino sul territorio dell’Alleanza», ossia di un vero e proprio atto di guerra; di «minare le nostre istituzioni democratiche», ossia di condurre una azione sovversiva all’interno delle democrazie occidentali; di «violare l’integrità territoriale dell’Ucraina», ossia di aver iniziato l’invasione dell’Europa.

Di fronte al «comportamento irresponsabile della Russia», annuncia Stoltenberg, «la Nato sta rispondendo». Si prepara in tal modo l’opinione pubblica a un ulteriore rafforzamento della macchina bellica dell’Alleanza sotto comando Usa, compreso lo schieramento delle nuove bombe nucleari B61-12 e probabilmente anche di nuovi missili nucleari statunitensi in Europa.

Obiettivo prioritario della Strategia di difesa nazionale degli Stati uniti, annuncia il Pentagono, è «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa». A tal fine vengono stanziati 6,5 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019, portando a 16,5 miliardi il totale del quinquennio 2015-2019.

Tale stanziamento costituisce solo una parte di quello complessivo dell’operazione Atlantic Resolve, lanciata nel 2014 per «dimostrare l’impegno Usa per la sicurezza degli alleati europei». Impegno dimostrato dal continuo trasferimento di forze terrestri, aeree e navali dagli Stati uniti nell’Europa orientale, dove sono affiancate da quelle dei maggiori alleati europei, Italia compresa.

Viene allo stesso tempo potenziata la Nato con un nuovo Comando congiunto per l’Atlantico, inventando lo scenario di sottomarini russi pronti ad affondare i mercantili sulle rotte transatlantiche, e con un nuovo Comando logistico, inventando lo scenario di una Nato costretta a spostare rapidamente le sue forze ad est per fronteggiare una aggressione russa.

Si cerca così di giustificare l’escalation Usa/Nato contro la Russia, sottovalutando la sua capacità di reagire quando viene messa alle corde. Johnson, che paragona Putin a Hitler, dovrebbe ricordarsi che fine fecero le armate di Hitler quando invasero la Russia.

 di Manlio Dinucci da www.marx21.it foto: The Guardian
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Strage di Orlando: i segreti dell’FBI

Altrenotizie.org - Mar, 27/03/2018 - 22:17

Alcuni risvolti inediti dell’assalto al gay club Pulse di Orlando, in Florida, nel giugno del 2016 sono emersi questa settimana nel corso del processo alla moglie dell’attentatore, l’allora 29enne di origine afgana Omar Mateen. Il padre di quest’ultimo sarebbe stato cioè un informatore dell’FBI per parecchi anni, così che uno dei più sanguinosi episodi di terrorismo mai accaduti sul territorio americano potrebbe ancora una volta intrecciarsi in maniera inquietante con le pratiche a dir poco ambigue dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti.

 

Le motivazioni dietro alla strage compiuta da Omar Mateen non sono mai state del tutto chiarite. Inizialmente sembrava che la ragione del gesto fosse da ricercare nei sentimenti contradditori nutriti verso la comunità gay dall’attentatore, lacerato tra la sua più o meno latente omosessualità e i dettami della religione islamica. In seguito sarebbe emerso invece che Mateen non conosceva nemmeno il Pulse di Orlando, scelto forse a caso come bersaglio.

 

Durante l’assedio, inoltre, prima di essere ucciso dal fuoco della polizia quest’ultimo aveva sostenuto con i negoziatori di agire per conto dello Stato Islamico (ISIS), come lasciava intendere la volontà espressa di vendicare le aggressioni militari occidentali nei paesi musulmani. Le successive indagini ufficiali non avrebbero però rivelato connessioni particolari con organizzazioni fondamentaliste.

 

L’informazione sui legami con l’FBI del padre di Omar Mateen, Seddique Mateen, è contenuta in una mozione presentata dai legali della vedova dell’attentatore, Noor Salman, i quali chiedono l’archiviazione del processo contro la loro assistita anche a causa della mancata rivelazione di questo rapporto da parte delle autorità americane.

 

Noor Salman è accusata di complicità nell’uccisione di 49 persone e nel ferimento di altre 60 che si trovavano al Pulse durante l’attacco. La pena massima prevista è l’ergastolo. Il suo contributo alla strage consisterebbe nell’avere accompagnato il marito in un giro di ricognizione in auto per esaminare gli accessi al night club prima dell’assalto.

 

La presunta prova della sua responsabilità è stata però smontata nel corso del processo. La vedova di Omar Mateen, a cui viene attribuito un QI ben al di sotto della media, sarebbe stata pesantemente influenzata dagli agenti dell’FBI e, inoltre, questi ultimi avrebbero compilato la confessione in base ai loro ricordi, senza registrare l’interrogatorio.

 

Non solo, prove dei tracciati telefonici di Noor Salman presentate dalla difesa hanno mostrato che l’accusata non si trovava nei pressi del Pulse nella data indicata dagli investigatori. Una testimonianza in aula di un agente dell’FBI ha anche rivelato che le autorità erano venuti a conoscenza già pochi giorni dopo la strage che le informazioni sui movimenti della moglie dell’attentatore erano false.

 

Queste manipolazioni delle indagini si sommano ora al tentativo di occultare i precedenti del padre di Omar Mateen, il quale infatti non era stato stranamente nemmeno chiamato a testimoniare dall’accusa nel processo a Noor Salman. Gli sviluppi degli ultimi giorni rendono dunque sempre più probabile un’archiviazione del caso in cui è coinvolta quest’ultima.

 

Al di là delle vicende legali, il fatto che Seddique Mateen abbia lavorato per l’FBI tra il gennaio 2005 e il giugno 2016 solleva una serie di interrogativi sia sull’azione del figlio sia sulla gestione dell’anti-terrorismo negli Stati Uniti. Il padre di Omar Mateen, nato in Afghanistan ed emigrato in America negli anni Ottanta del secolo scorso, si era visto interrompere il suo rapporto con l’FBI subito dopo la strage commessa dal figlio a Orlando.

 

La perquisizione della sua abitazione aveva portato al reperimento di ricevute di pagamenti effettuati dallo stesso Seddique Mateen a beneficiari in Turchia e in Afghanistan. Il ritrovamento aveva fatto emergere relazioni più che sospette con ambienti fondamentalisti oltreoceano, ma per le autorità americane la scoperta non era esattamente cosa nuova.

 

A inizio novembre del 2012, ad esempio, l’FBI aveva ricevuto una soffiata sul tentativo di Seddique Mateen di raccogliere tra i 50 e i 100 mila dollari per finanziare un’operazione terroristica in Pakistan. Dopo avere ottenuto questa informazione, l’FBI decise comunque di continuare il proprio rapporto con il cittadino afgano emigrato negli USA. Sia pure risiedendo in America, Seddique Mateen era inoltre piuttosto attivo nelle vicende del suo paese di origine, dimostrandosi estremamente critico verso l’attuale regime sostenuto da Washington. Per una rete satellitare afgana con sede negli USA conduceva anche un programma dai toni piuttosto accesi.

 

Nonostante le apparenti incongruenze, è del tutto plausibile che l’FBI abbia deciso di tenere Seddique Mateen come informatore proprio per i suoi possibili legami con ambienti del terrorismo internazionale. Le ragioni possono essere molteplici e complesse, tra le quali non vanno probabilmente esclusi i rapporti ambigui tra l’apparato dell’intelligence americano e i movimenti jihadisti che ufficialmente dovrebbe combattere o la coltivazione di elementi estremisti, spesso psicologicamente instabili, da utilizzare come finta minaccia terroristica sul suolo domestico.

 

Molti punti oscuri della vicenda potrebbero essere chiariti se fosse noto il contenuto della collaborazione di Seddique Mateen con l’FBI. Gli agenti del “Bureau”, in ogni caso, non sembravano troppo allarmati dalle attività del loro informatore, né presumibilmente del figlio. Omar Mateen stava infatti progettando un viaggio in Turchia proprio nel periodo in cui il padre inviava somme di denaro in questo paese. Per i legali di Noor Salman, ciò dimostrerebbe che il futuro attentatore di Orlando intendeva unirsi a un gruppo estremista finanziato dal padre.

 

L’FBI aveva peraltro condotto due indagini su Omar Mateen ricorrendo a interrogatori e attività di sorveglianza. In uno dei casi l’indagine era scattata in seguito alle segnalazioni di alcuni suoi colleghi che avevano descritto come Mateen avesse vantato legami con organizzazioni come al-Qaeda, i Fratelli Musulmani e, in maniera del tutto incoerente, Hezbollah. A sua discolpa, Mateen aveva sostenuto di avere ostentato simili contatti per far cessare le vessazioni subite dai colleghi di lavoro per via della sua religione.

 

Dopo dieci mesi di controlli, l’FBI decise comunque di non procedere ulteriormente. Sempre secondo i difensori di Noor Salman, in questa indagine del 2013-2014 Seddique Mateen avrebbe interceduto con l’FBI per convincere gli agenti incaricati del caso ad archiviare la pratica che riguardava suo figlio.

 

La seconda indagine sarebbe stata aperta un anno più tardi a causa dei rapporti tra Omar Mateen e Moner Mohammad Abusalha, un cittadino americano della Florida fattosi esplodere in un attentato suicida in Siria. Per l’FBI i legami tra i due non erano però rilevanti, essendo limitati alla frequentazione della stessa moschea in Florida. Anche questa indagine venne così lasciata cadere, non è chiaro se con o senza l’intervento del padre di Omar Mateen.

 

Le frequentazioni e gli orientamenti della famiglia Mateen non erano dunque un impedimento alla costruzione di rapporti proficui con l’FBI. Oltre al padre Seddique, infatti, anche il figlio Omar era entrato almeno in un’occasione nel radar dei federali americani. Nella sua testimonianza in aula di questa settimana, l’agente dell’FBI Juvenal Martin, responsabile della gestione dell’informatore Seddique Mateen fin dal 2006, ha rivelato di avere valutato in passato la possibilità di reclutare a questo scopo anche il figlio Omar.

 

Anche in assenza di prove e con molti aspetti oscuri, l’intreccio di rapporti tra la famiglia Mateen, gli ambienti del fondamentalismo internazionale e le forze di intelligence e di sicurezza americane rendono i contorni dell’attentato di Orlando estremamente sospetti. Quanto meno, una seria e approfondita indagine sull’accaduto dovrebbe fare luce in primo luogo su quanto potevano eventualmente sapere sulla preparazione della strage sia l’FBI sia il suo informatore, Seddique Mateen.

 

Per quanto riguarda l’FBI, d’altra parte, i precedenti richiederebbero particolare attenzione. L’attentato alla maratona di Boston del 2014 presenta ad esempio aspetti per certi versi simili all’attacco di Orlando. I due attentatori, Tamerlan e Dzhokar Tsarnaev, erano infatti da tempo all’attenzione delle autorità americane, soprattutto dopo una segnalazione dell’intelligence russa sui legami di uno di loro con gli ambienti fondamentalisti.

 

Uno zio dei due fratelli di origine kirghiza aveva inoltre contatti documentati con la CIA ed era a capo di un’organizzazione che riforniva di armi i separatisti islamici in Cecenia, ovvero uno dei tanti “asset” strategici degli Stati Uniti per la promozione dei propri interessi all’estero.

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Respingono risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Corea del Nord

Cubadebate (italiano) - Mar, 27/03/2018 - 02:19

Corea-del-Norte-Kim-Jong-Un-580x326La rappresentazione permanente della Corea del Nord presso l’ONU ed altre organizzazioni internazionali a Ginevra hanno respinto energicamente il progetto di risoluzione sulla situazione dei diritti umani in questo paese asiatico.  

Attraverso un comunicato, hanno enfatizzato sul fatto che questo progetto è stato approvato in maniera coercitiva nella 37º riunione del Consiglio dei diritti umani (DD.HH.) dell’ONU, ed è stato presentato dall’Unione Europea e dal Giappone.

La rappresentazione diplomatica ha assicurato che questa risoluzione è stata “inventata dalle forze ostili come gli Stati Uniti con lo scopo di macchiare l’immagine della Repubblica Popolare Democratica della Corea (RPDC) ed isolare e schiacciare il socialismo allo stile coreano.”

“La risoluzione è un altro documento criminale pieno di falsità ed invenzioni e diviene un prodotto della politica ostile alla RPDC da parte degli Stati Uniti per abbattere il nostro sistema”, ha affermato.

Ha sollecitato contemporaneamente alla comunità internazionale a respingere quello che ha considerato una politicizzazione, dovuta alla selettività ed alla doppia morale sui Diritti Umani.

Se l’ONU è interessata davvero nella protezione e nello stimolo dei diritti umani, deve discutere in primo luogo la severa situazione della loro violazione da parte degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, ha sottolineato. Ha ricordato in questo senso i crimini perpetrati dal Giappone in Corea ed altri paesi asiatici, che includono il sequestro e reclutamento forzato di più di 8.400 mila persone; il genocidio di più di un milione e la schiavitù sessuale di 200 mila donne.

Inoltre, ha delimitato, dovrebbe chiedere la cancellazione delle sanzioni “brutali ed inumane” contro il popolo nordcoreano, che ostacolano veramente i diritti umani degli abitanti della RPDC.

“La RPDC dà importanza alla cooperazione internazionale per la protezione e lo stimolo dei veri diritti umani. Ma, non tollererà mai qualsiasi tentativo che vuole perseguire la manipolazione politica sotto il pretesto dei ‘problemi dei diritti umani’ e difenderà fino alla fine il sistema socialista coreano centrato sulle masse popolari”, conclude il comunicato.

(Con informazioni di Prensa Latina)

traduzione di Ida Garberi

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Bolton, il falco di ritorno

Altrenotizie.org - Lun, 26/03/2018 - 20:27

La decisione presa qualche giorno fa dal presidente americano Trump di nominare John Bolton nuovo consigliere per la sicurezza nazionale rappresenta un nuovo pericoloso passo avanti verso la creazione a Washington di una sorta di gabinetto di guerra. L’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite è infatti uno dei “falchi” più irriducibili dell’establishment repubblicano, nonché gravemente compromesso con i crimini dell’amministrazione Bush. Per ogni sfida alle mire egemoniche americane, la soluzione offerta da Bolton è e continua a essere quella della forza militare.

 

Il ritorno di John Bolton alla Casa Bianca era nell’aria da tempo. Il consigliere per la sicurezza nazionale uscente, H. R. McMaster, era infatti ai ferri corti con il presidente e l’occasione per rimuoverlo dal suo incarico è stata l’ennesima divergenza tra i due, emersa sulle congratulazioni fatte da Trump a Putin per il recente successo elettorale di quest’ultimo.

 

Il licenziamento di McMaster è arrivato dopo un altro rimpasto ai vertici della sicurezza nazionale e della diplomazia americana, che prospetta ugualmente un irrigidimento delle posizioni internazionali degli Stati Uniti. Al dipartimento di Stato, Rex Tillerson è stato sostituito con il direttore della CIA, Mike Pompeo, anch’egli ascrivibile alla fazione dei “falchi”.

 

Per rimpiazzare l’ex deputato repubblicano alla guida della più nota agenzia di intelligence USA, Trump ha scelto invece Gina Haspel, già responsabile della supervisione delle torture somministrate ai sospettati di terrorismo in un centro di detenzione illegale in Thailandia all’indomani dell’11 settembre 2001.

 

Questi e altri cambiamenti nel gabinetto Trump hanno tolto di mezzo alcuni esponenti, a cominciare da Tillerson, che erano considerati come forze moderatrici delle tendenze guerrafondaie e ultra-nazionaliste che caratterizzano una parte sempre più importante dei collaboratori presidenziali. Il possibile siluramento in un futuro più o meno vicino del capo di gabinetto, generale John Kelly, e del segretario alla Difesa, generale James Mattis, potrebbe ancor più spostare a destra gli equilibri del governo di Washington e avvicinare una guerra rovinosa contro uno o più “nemici” degli Stati Uniti.

 

Con l’arrivo di Bolton nell’amministrazione Trump, ad ogni modo, gli obiettivi più immediati potrebbero essere Corea del Nord e Iran. La Casa Bianca ha risposto positivamente alla proposta nordcoreana di uno storico faccia a faccia tra Trump e Kim Jong-un. Il vertice dovrebbe tenersi alla fine di maggio, ma la presenza di Bolton a fianco di Trump conferma, assieme ad altre prese di posizione da parte americana nelle ultime settimane, come l’evento potrebbe in realtà essere usato da Washington non per favorire il processo di pace, bensì per accelerare l’aggressione contro il paese asiatico.

 

Nel caso l’incontro tra i due leader dovesse andare in porto, Bolton aveva d’altra parte consigliato a Trump di consegnare un vero e proprio ultimatum a Kim, così da costringerlo a una scelta impossibile tra la denuclearizzazione senza condizioni e la guerra. Nella sua prolifica carriera da commentatore e analista, l’ex membro dell’amministrazione Bush ha più volte invocato un attacco preventivo contro la Corea del Nord, da ultimo in un articolo pubblicato dal Wall Street Journal nel mese di febbraio, cioè nel pieno degli sforzi diplomatici per risolvere pacificamente la crisi coreana.

 

Bolton è anche un critico particolarmente acceso dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), sottoscritto nel 2015 a Vienna. In quello stesso anno, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump aveva scritto un commento per il New York Times dal titolo “Per fermare la bomba iraniana, bombardiamo l’Iran”. La ricetta prescritta in quell’occasione da Bolton era un mix tra aggressione militare e un impegno per il cambio di regime a Teheran. Queste posizioni rischiano così di saldarsi in maniera esplosiva con i propositi di Trump di uscire dall’accordo di Vienna il prossimo mese di maggio.

 

A dare l’idea delle intenzioni di Bolton è stato nei giorni scorsi l’ex ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz, il quale in una conferenza ha rivelato come il neo-consigliere di Trump, ai tempi del suo incarico all’ONU, avesse cercato di convincerlo a intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Mofaz, che è stato anche comandante delle forze armate di Israele, si era alla fine opposto, spiegando a Bolton che un’aggressione contro la Repubblica Islamica non sarebbe stata utile né per Washington né per Tel Aviv.

 

La stessa attitudine si ritrova nel “pensiero” di Bolton per quanto riguarda Russia e Cina. La minaccia rappresentata da entrambi agli interessi americani dovrebbe essere cioè affrontata con una condotta ancora più aggressiva. Nel caso di Pechino, Bolton auspica un’intensificazione delle provocazioni sia nel Mar Cinese Meridionale e Orientale sia in merito ai rapporti con Taiwan e alla messa in discussione della politica di “una sola Cina”.

 

Sulla Russia, l’integralismo di Bolton e la scelta di Trump di metterlo alla guida del Consiglio per la Sicurezza Nazionale appaiono però decisamente meno estremi o fuori sintonia rispetto alle inclinazioni della classe dirigente americana in genere.

 

La resurrezione politica di Bolton è stata accolta in effetti con preoccupazione da molti politici, ex membri del governo e commentatori negli Stati Uniti, precisamente per il rischio di far esplodere nuove dispendiose e cruente guerre che la sua visione della politica estera americana comporta.A ben vedere, tuttavia, praticamente l’interno panorama politico, militare e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è coinvolto nei preparativi di guerra per cercare di salvaguardare gli interessi americani nel mondo. Le differenze tra le posizioni che oggi passano per “moderate” e quelle più apertamente guerrafondaie di un Bolton sembrano riguardare più che altro le modalità e i tempi del prossimo scontro armato, così come il nome del “nemico” da affrontare per primo.

 

Rivela tore in questo senso è stato un recente editoriale del New York Times seguito alla notizia della nomina di Bolton. Il baluardo del giornalismo “liberal” americano ha messo in guardia dall’estrema pericolosità di un simile individuo al fianco del presidente, ma ha allo stesso tempo elogiato i suoi propositi decisamente aggressivi in relazione alla Russia, a conferma del sostanziale consenso tra le élites americane sulla necessità, in un modo o nell’altro, di invertire il declino degli Stati Uniti attraverso la forza militare.

 

L’influenza e le eventuali conseguenze della presenza di John Bolton alla Casa Bianca si dovranno misurare anche con l’evoluzione dei rapporti con gli alleati degli Stati Uniti. Un’ulteriore accelerazione del confronto con Russia, Cina, Iran o Corea del Nord potrebbe mettere ad esempio in crisi i governi europei o quello sudcoreano, sempre meno interessati a cercare una mediazione con gli USA sulle varie crisi internazionali se dovesse prevalere la percezione che a Washington si è già di fatto deciso per la linea dura o, addirittura, una nuova guerra.

 

Nonostante il discredito e l’opposizione che incontra anche negli ambienti politici di Washington, la nomina di Bolton andrà con ogni probabilità a buon fine senza troppi ostacoli. La carica di consigliere per la sicurezza nazionale è infatti a completa discrezione del presidente e non richiede la ratifica del Senato, come è previsto invece per la gran parte delle posizioni governative.

 

Una massiccia campagna contro la deriva militarista dell’amministrazione Trump sarebbe in teoria l’unica possibilità di invertire la tendenza a Washington, ma nessuna fazione della classe dirigente americana, incluso il Partito Democratico, è chiaramente disposta ad appoggiarla. Il timore maggiore è infatti quello di innescare un movimento popolare di opposizione che, saldandosi a tensioni sociali esplosive, potrebbe facilmente sfuggire di mano e minacciare un intero sistema già in avanzato stato di crisi.

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Siria: siamo pronti a respingere qualsiasi attacco degli Stati Uniti

Cubadebate (italiano) - Sab, 24/03/2018 - 02:52

SiriaL’ambasciatore della Siria a Mosca, Riad Haddad, ha avvertito gli Stati Uniti che il paese arabo e la sua difesa antiaerea sono pienamente pronti a rispondere a qualsiasi aggressione straniera, compreso il possibile bombardamento di Washington.

“Siamo pronti per ogni possibile situazione che la Siria possa affrontare. Il nostro esercito, così come le nostre forze antiaeree, sono pronte a respingere qualsiasi attacco per preservare la sovranità del nostro territorio e difendere i nostri cittadini”, ha sottolineato il diplomatico.

Parlando all’agenzia di stampa russa Sputnik, Haddad ha risposto alle dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense. alle Nazioni Unite (ONU), Nikki Haley, che hanno minacciato la Siria ieri dicendo che Washington continua a mantenere in agenda l’opzione di un’aggressione militare contro Damasco.

D’altra parte, Haddad ha fatto riferimento alle accuse contro la Siria e la Russia di usare armi chimiche e ha specificato che entrambi i paesi hanno svelato i piani dei terroristi per usare questo tipo di arma con l’intenzione di giustificare le bombe contro l’esercito siriano da parte paesi che sostengono i “ribelli”.

“Varie provocazioni che le formazioni terroristiche stavano preparando per fabbricare le loro menzogne ??al fine di influenzare l’opinione pubblica mondiale e incitare i poteri che sostengono loro di attaccare la Siria, come hanno fatto a Khan Shaykhun sono stati scoperti”, ha sottolineato il rappresentante Damasco.

Il diplomatico siriano ha ricordato che lo scorso aprile gli Stati Uniti Sparò decine di razzi contro la base aerea di Al-Shairat nella provincia centrale siriana di Homs, con il pretesto di un attacco chimico registrato nella città di Khan Shaykhun a Idlib (nord-ovest), che Washington accusa Damasco senza prove chi ha usato sostanze tossiche, ha aggiunto.

Damasco, ha detto Haddad, ha scoperto con l’aiuto di Mosca che questi incidenti sono stati inventati dagli sponsor del terrorismo per invadere la Siria.

Fonte: Sputnik

da L’AntiDiplomatico

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Il castello di carte del caso Skripal

Altrenotizie.org - Gio, 22/03/2018 - 21:05

Gli sforzi del governo britannico nell’attaccare la Russia per il presunto avvelenamento dell’ex ufficiale dei servizi segreti militari di Mosca, Sergei Skripal, e la figlia Yulia sembrano procedere di pari passo con il progressivo crollare delle esili fondamenta su cui si basa la versione ufficiale della vicenda.

 

La ricostruzione del caso fatta dalle autorità di Londra sarebbe anzi molto probabilmente già stata smentita se i media ufficiali, invece di propagandare la tesi del governo, si fossero interrogati o avessero indagato in maniera seria su una serie di questioni a dir poco sospette e tuttora senza risposta.

 

Il primo ministro Theresa May e alcuni membri del suo gabinetto hanno in questi giorni insistito con i loro partner europei per superare le resistenze di questi ultimi ad abbracciare la linea della Gran Bretagna. Un comunicato ufficiale di Bruxelles sulla vicenda ha infatti espresso una relativa cautela nell’attribuzione delle responsabilità dell’avvelenamento, secondo fonti diplomatiche soprattutto per le perplessità di Italia e Grecia.

 

La stessa May avrebbe deciso di condividere con i colleghi europei le informazioni segrete raccolte dall’intelligence britannica e che proverebbero la colpevolezza di Mosca. Nessuna di queste presunte informazioni sarà comunque resa pubblica e, com’è successo finora, ciò che verrà chiesto sarà una cieca fiducia nella versione ufficiale offerta dal governo e dai servizi segreti.

 

Mentre la campagna britannica di demonizzazione della Russia proseguirà forse fino a portare al punto di rottura le relazioni con Mosca, fonti indipendenti, ma anche filo-russe, stanno a poco a poco smontando il quadro ufficiale della vicenda Skripal. Soprattutto i siti di informazione alternativa hanno proposto interrogativi e approfondimenti che aiutano a fare luce sul caso e, quanto meno, mettono in evidenza la natura colpevolmente sospetta delle conclusioni del governo di Londra.

 

La prima e più logica domanda riguarda le condizioni di Sergei e Yulia Skripal. Dal loro ritrovamento il 4 marzo scorso in un parco della città di Salisbury, sono stati diffusi solo vaghi aggiornamenti e bollettini medici. Ad oggi non si conoscono con precisione i sintomi che i due russi mostrano, se vi sono stati miglioramenti o peggioramenti del loro stato, essendo definiti entrambi generalmente “stabili”.

 

La questione delle loro condizioni di salute va collegata a un dettaglio che in molti hanno fatto notare. Un medico della struttura nella quale gli Skripal sarebbero ricoverati aveva indirizzato una lettera alla stampa britannica per smentire una precedente notizia che parlava di una quarantina di persone esposte a una sostanza tossica e sotto trattamento. Questo medico affermava che “nessun paziente aveva mostrato sintomi da avvelenamento da gas nervino”, per poi correggersi e confermare il ricovero di tre persone interessate da avvelenamento.

 

I tre sarebbero appunto gli Skripal e un agente di polizia giunto sul luogo del ritrovamento della coppia russa. Sull’apparente contraddizione del medico dell’ospedale di Salisbury non ci sono stati chiarimenti, ma un altro elemento va ricordato a questo proposito. La sostanza incriminata è stata descritta come altamente tossica e in grado di colpire chiunque venisse in contatto. La BBC e altri media hanno però assicurato che un medico intervenuto per soccorrere Yulia Skripal, trattandola per una mezz’ora nel parco di Salisbury, stranamente non aveva in seguito mostrato alcun sintomo da avvelenamento.

 

La stessa sostanza presumibilmente individuata dagli specialisti britannici sarebbe tra le cinque e le otto volte più tossica di un agente nervino molto nocivo conosciuto come VX e, quindi, pochi milligrammi rappresenterebbero una dose letale. Tuttavia, stando alle notizie di dominio pubblico, sia gli Skripal sia il poliziotto contaminato sarebbero sopravvissuti e, anzi, quest’ultimo è stato dimesso giovedì dall’ospedale. Se, inoltre, questa sostanza è realmente così pericolosa e letale, non è chiaro il motivo per cui le autorità della sanità pubblica inglese abbiano raccomandato misure igieniche e di sicurezza decisamente blande alle persone che avevano frequentato un pub e un ristorante visitati dagli Skripal prima del loro ritrovamento.

 

La natura e la provenienza del gas nervino responsabile dell’avvelenamento sono poi tra gli aspetti più controversi e oscuri della vicenda. Il governo di Londra assicura di avere elementi certi per ricondurre la sostanza a un programma militare, definito “Novichok”, sviluppato in Unione Sovietica negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. La Gran Bretagna sostiene che il governo russo sia automaticamente responsabile di quanto accaduto a Salisbury per il solo fatto che la sostanza è stata “sviluppata” in Unione Sovietica. Com’è evidente, da ciò non deriva affatto che l’agente nervino utilizzato contro gli Skripal sia stato prodotto in Russia e da qui giunto in territorio britannico.

 

I particolari di questo aspetto sono complessi e in continuo aggiornamento. Tuttavia, indagini indipendenti e varie interviste con ex scienziati sovietici coinvolti nelle ricerche di agenti chimici e nello stesso programma “Novichok” hanno spiegato che le procedure per la creazione di queste sostanze furono rivelate già nel 1992. Il laboratorio dove si eseguivano le ricerche si trovava inoltre in Uzbekistan e il sito, dopo la fine dell’Unione Sovietica, sarebbe stato smantellato e decontaminato con la collaborazione di personale del dipartimento della Difesa americano che, evidentemente, avrebbe potuto ottenere campioni delle sostanze e trasferirli negli Stati Uniti.

 

La stampa britannica ha anche citato la testimonianza del chimico russo Vil Mirzayanov, oggi residente negli USA, autoproclamatosi inventore della formula per la produzione del “Novichok” e oggi tra gli accusatori del Cremlino. Secondo la testimonianza di alcuni suoi ex colleghi, Mirzayanov non avrebbe però avuto le responsabilità e il ruolo che si auto-attribuisce. Non solo, senza apparente ironia, Mirzayanov assegna la responsabilità dell’avvelenamento degli Skripal alla Russia o “a qualcuno che ha letto il mio libro”, dove appunto rivelava la presunta formula del “Novichok”.

 

A conferma che queste sostanze non sono da tempo esclusiva russa o sovietica, a partire dal 2013 l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) aveva anch’essa condotto delle ricerche con scienziati iraniani che avevano sintetizzato con successo agenti riconducibili alla categoria del “Novichok”.

 

Proprio simili scrupoli devono avere avuto gli scienziati che operano nel laboratorio governativo britannico di Porton Down, situato a pochi chilometri da Salisbury. Secondo Londra, sono stati loro a identificare la sostanza che avrebbe avvelenato gli Skripal ma, da quanto rivelato dall’ex diplomatico britannico Craig Murray, si sarebbero rifiutati di sottoscrivere una dichiarazione ufficiale che ne faceva risalire la produzione alla Russia, in quanto non vi erano elementi certi per sostenerlo. Solo in seguito alle pressioni del governo i chimici di Porton Down avrebbero accettato un compromesso, acconsentendo solo a definire la sostanza di “un genere sviluppato dalla Russia”.

 

La versione britannica fa dunque acqua da molte parti. Anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson, in uno dei suoi spesso bizzarri interventi pubblici per puntare il dito contro Mosca, ha ammesso la possibilità che la sostanza in questione possa avere origine non solo dalla Russia ma, anzi, anche da una località molto più vicina a Salisbury. In una recente intervista alla rete pubblica tedesca Deutsche Welle, Johnson ha cioè affermato che lo stesso laboratorio di Porton Down possiede campioni di “Novichok” e proprio questa circostanza avrebbe consentito il rapido riconoscimento della sostanza che ha avvelenato Sergei e Yulia Skripal.

 

Sempre aperta resta anche la questione, sollevata legittimamente da Mosca, del rifiuto del governo di Theresa May di fornire alla Russia campioni del gas nervino e del sangue dei due cittadini russi avvelenati. L’accesso alle prove da parte dell’accusato è evidentemente un principio basilare del diritto ed è previsto anche dalle regole dell’OPCW, di cui Londra fa parte.

 

La Gran Bretagna sarebbe in violazione di queste norme anche per un'altra ragione. Sempre Boris Johnson ha assicurato che il suo paese avrebbe prove del fatto che la Russia da dieci anni sta producendo e accumulando sostanze assimilabili al “Novichok” con il preciso scopo di utilizzarle per condurre assassinii mirati. Se così fosse, Londra sarebbe stata tenuta a informare del programma clandestino russo l’OPCW, la quale, fino a prova contraria, nel settembre del 2017 aveva certificato l’eliminazione di tutte le armi chimiche detenute da Mosca.

 

Mentre il governo conservatore si è precipitato ad accusare la Russia dell’accaduto, oggi sembra invece che i tempi delle indagini si allungheranno di parecchi mesi. Il comportamento del gabinetto May aveva perciò il preciso scopo di attaccare Mosca per ragioni di diversa natura e, così facendo, ha irrimediabilmente compromesso e politicizzato le indagini. Questa settimana, il capo dell’anti-terrorismo di Scotland Yard ha avvertito che l’inchiesta sul caso Skripal si prolungherà almeno fino alla prossima estate. Da ciò deriva inevitabilmente che, per lo meno, non esistono ancora prove certe della colpevolezza della Russia.

 

Un ultimo elemento della vicenda ignorato dai media ufficiali solleva inquietanti interrogativi e attende di essere approfondito. Sergei Skripal potrebbe essere stato cioè colpito per il suo coinvolgimento nel famigerato “dossier Steele”, compilato dall’ex agente segreto britannico Christopher Steele su commissione di ambienti del Partito Democratico americano vicini a Hillary Clinton per screditare Donald Trump mesi prima delle elezioni presidenziali negli USA.

 

Questo documento diffamatorio e di scarsissima attendibilità descriveva presunti rapporti compromettenti e illegali di Trump in Russia e, almeno per un certo periodo, è stato alla base del “Russiagate” negli Stati Uniti. Skripal era molto legato all’agente dell’MI6 britannico che lo aveva reclutato, Pablo Miller, anch’egli residente a Salisbury e coinvolto nella stesura del “dossier Steele”. Skripal, dunque, potrebbe ragionevolmente avere contribuito alla sua stesura.

 

Vista la durezza dello scontro in America sulle connessioni tra la Casa Bianca e il Cremlino, non è da escludere che l’ex agente dei servizi militari russi possa essere stato preso di mira a causa di quello che sapeva sulla questione. In ogni caso, anche questa pista meriterebbe quanto meno una seria indagine giornalistica o da parte delle autorità di polizia britanniche.

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L’ora dell’America Latina e dei Caraibi prima di tutto

Cubadebate (italiano) - Gio, 22/03/2018 - 02:29

mappaLa politica, “gli Stati Uniti per primi”, difesa dall’attuale amministrazione repubblicana, costituisce una dichiarazione di principio.

Se Washington fantasticava sino a poco tempo fa con un mondo a sua immagine e somiglianza in cui  il progresso si sarebbe sparso allo stesso modo tra le nazioni che non discutevano  la sua egemonia, ora riconosce che nella cuspide c’e spazio solo per un paese: quello delle stelle e strisce. E chiunque tenti di cambiarlo dovrà affrontare «fuoco e furia».

Che cosa si possono aspettare allora l’America Latina e i Caraibi dal loro vicino?

La prossima riunione dei mandatari del continente alla metà d’aprile a Lima, in Perù, sarà una buona opportunità per verificarlo.

Dato che resta meno di un mese per l’apertura del VIII Vertice delle Americhe, un’iniziativa sorta durante il governo di Bill Clinton per promuovere il libero commercio, la Casa Bianca necessita  preparare il  terreno. Questo sarà  il compito del  vicepresidente Mike Pence oggi nel Consiglio del’Organizzazione degli Stati Americani  – OSA – con sede a Washington, dove offrirà straordinariamente un discorso sulle priorità del suo governo in relazione al continente.

Pence sarà il primo vicepresidente statunitense che parla in questo emiciclo da quando il democratico Al Gore lo fece nel 1994, e questo dimostra la scarsa importanza che Washington dà al suo «ministero delle colonie», eccetto quando lo necessita per attaccare paesi sovrani o promuovere colpi di Stato.

I portavoce hanno già anticipato che ha pianificato di raddoppiare le aggressioni contro i governi del Venezuela la cui caduta è diventata un’ossessione per l’attuale amministrazione repubblicana, e cercherà di lanciare un ramo d’olivo e rendere più “leggere” le offese del presidente Donald  Trump contro vari paesi della regione.

Lima sarà il primo faccia e faccia del  presidente statunitense con i suoi omologhi latinoamericani e dei Caraibi, quando sono ancora fresche nelle memoria la sua retorica xenofoba durante la campagna del 2016, le minacce per obbligare il Messico a pagare il muro alla frontiera del sud, i termini di assassini e violatori usati per gli emigranti della regione e l’offesa di chiamare “paesi di merda” Haiti e Salvador.

Quando Pence si dirigerà all’OSA in Washington, nello stesso tempo a Lima si riuniranno i rappresentanti della società civile del continente, in un chiamato Dialogo Emisferico, dove uno può sperare che si tocchino questi temi così come la scomparsa forzata, i brogli neoliberisti, i licenziamenti, la diminuzione delle pensioni, gli assassinii dei giornalisti, la corruzione e i colpi di Stato segrati che colpiscono la nostra regione.

A Cuba, in parallelo, il Forum “Pensando America”  avrà l’impegno di mostrare la diversità e la ricchezza della società civile cubana in tempi di cambio trascendentali, per garantire un socialismo prospero e sostenibile.
Tre avvenimenti in tre punti distinti del continente che hanno come asse il momento chiave che vive la regione, posta ancora una volta di fronte alla disgiuntiva di due Americhe, due progetti storici diversi che coincidono nello stesso continente.

Come fecero il liberatori 200 anni fa, questa sembra l’ora per dire : «America Latina e Caraibi per primi».

da Granma

traduzione di Francesco Monterisi

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USA-UE, guerra al Nord Stream 2

Altrenotizie.org - Mer, 21/03/2018 - 22:49

La costruzione del gasdotto Nord Stream 2 continua a essere una spina nel fianco degli Stati Uniti e di quegli ambienti di potere europei attestati su posizioni ferocemente anti-russe. Il progetto in fase di realizzazione nel Mar Baltico incrementerà in maniera sensibile il flusso di gas naturale dalla Russia alla Germania, limitando il transito attraverso paesi che hanno rapporti complicati con Mosca, a cominciare dall’Ucraina.

 

Il Nord Stream 2 è da tempo nelle mire americane, così come dell’Unione Europea, ufficialmente perché aggraverebbe la dipendenza energetica del vecchio continente dalla Russia e permetterebbe al Cremlino di aumentare la propria influenza oltre i confini occidentali.

 

Secondo Washington e Bruxelles, in definitiva, il Nord Stream 2 non sarebbe nell’interesse della Germania né dell’Europa nel suo insieme. A Berlino, tuttavia, il progetto continua a essere sostenuto in modo bipartisan, nonostante su un piano politico e strategico più ampio la classe dirigente tedesca risulti divisa in merito all’approccio da tenere nei confronti di Mosca.

 

Malgrado le posizioni di Stati Uniti e UE, entrambi hanno potuto finora fare ben poco per impedire la prosecuzione dei lavori, sia per la natura privata del progetto sia per il peso politico continentale e internazionale della Germania. Con l’intensificarsi delle tensioni con Mosca, però, soprattutto da Washington la campagna per fermare il Nord Stream 2 sembra avere ritrovato un qualche vigore.

 

Settimana scorsa un gruppo di 39 senatori americani di entrambi i partiti ha indirizzato una comunicazione al segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, per chiedere che l’amministrazione Trump prenda provvedimenti al fine di bloccare la costruzione del gasdotto.

 

I membri del Senato di Washington sollecitano a questo proposito l’utilizzo della legislazione approvata la scorsa estate dal Congresso – CAATSA (“Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”) – che consente al governo di imporre sanzioni nell’ambito delle presunte interferenze russe nel processo elettorale americano. Tra le misure previste dalla legge c’è appunto la possibilità di applicare sanzioni punitive a compagnie private che partecipano a progetti energetici in Russia o con la partecipazione di compagnie russe.

 

Una mossa in questo senso risulterebbe particolarmente delicata anche alla luce del peso delle compagnie energetiche impegnate nel progetto con il colosso russo Gazprom, ovvero l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, la francese Engie, l’austriaca OMV e le tedesche Uniper e Wintershall.

 

Allo spettro delle sanzioni grazie all’autorità del CAATSA hanno fatto riferimento questa settimana anche due rappresentanti del dipartimento di Stato americano. In una conferenza stampa a Washington, la portavoce Heather Nauert ha ribadito l’opposizione del suo governo al gasdotto Nord Stream 2, il cui completamento metterebbe in pericolo a suo dire la stabilità e la sicurezza energetica di tutto il continente, visto che consegnerebbe a Mosca “un altro strumento di pressione sui paesi europei”.

 

La portavoce del segretario di Stato USA ha fatto poi ricorso a una lunga perifrasi per minacciare l’imposizione di sanzioni contro le compagnie impegnate nella costruzione del Nord Stream 2, sia pure ostentando il rifiuto a esprimere commenti più precisi sull’eventuale decisione e le modalità dell’implementazione.

 

Più esplicita è apparsa la vice assistente al segretario di Stato per le questioni di “diplomazia energetica”, Sandra Oudkirk, nel corso di una visita a Bruxelles. Quest’ultima ha affermato senza equivoci che gli USA “si oppongono alla costruzione del Nord Stream 2”. In riferimento a questo e ad altri progetti simili, la diplomatica americana ha aggiunto che “qualsiasi compagnia operante nel settore dell’export energetico russo attraverso oleodotti o gasdotti deve fare i conti con un elevato rischio di sanzioni”.

 

La Oudkirk ha definito il Nord Stream 2 “una pessima idea dal punto di vista geopolitico”. Gli Stati Uniti non vedono infatti la Russia come “un fornitore particolarmente affidabile”, così che, peggiorando la dipendenza da Mosca, il gasdotto “aggiungerebbe un elemento di vulnerabilità” per l’Europa.

 

Le minacce americane sembrano essere una manovra per esercitare pressioni sull’Europa, dove, nonostante l’opposizione al Nord Stream 2, si continua a perseguire una linea più morbida in relazione al gasdotto. Tanto che lo scorso anno Bruxelles aveva ipotizzato ritorsioni contro gli USA se fossero state adottate sanzioni senza tenere conto degli interessi delle compagnie europee coinvolte nel progetto con Gazprom.

 

Alla chiamata di Washington hanno invece già risposto gli alleati più fedeli degli Stati Uniti in Europa. Governi e parlamenti di paesi attraversati dall’isteria anti-russa come Polonia, Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania hanno in vari modi espresso la loro decisa opposizione al progetto nel Mar Baltico, invitando l’UE e i singoli governi membri a muoversi per ostacolarne il completamento.

 

La questione della dipendenza energetica europea dalla Russia e della necessità di affidarsi ad altre fonti di approvvigionamento per gas e petrolio sembra essere il classico esempio di una tesi che acquista qualche attendibilità solo perché ripetuta fino alla nausea.

 

Per quanto riguarda la Germania, il Nord Stream 2 è in realtà un progetto a tutti gli effetti conveniente. Quest’opera facilita le importazioni di gas da un fornitore affidabile evitando rischi e tensioni connessi al transito sulla terra ferma in paesi esposti alle manovre destabilizzanti non russe ma occidentali, soprattutto americane. La dipendenza è dunque piuttosto una scelta commerciale e strategica ponderata, dovuta anche agli svantaggi e alle difficoltà delle fonti potenzialmente alternative.

 

Il costo del gas acquistato dalla Russia è poi nettamente più vantaggioso rispetto a quello che, nei piani di Washington, dovrebbe rimpiazzarlo. Dietro alle minacce del governo americano c’è infatti il tentativo di promuovere le esportazioni verso l’Europa di gas liquefatto americano (LNG), di fatto più costoso.

 

Un’idea, quest’ultima, che non ha nulla a che fare con gli interessi europei, ma che punta a consolidare quelli americani da questa parte dell’Atlantico. L’entrata in funzione del Nord Stream 2 rappresenterebbe d’altronde un grattacapo strategico per gli USA a causa di vari fattori. In primo luogo, indebolirebbe la campagna in atto per cercare di isolare la Russia, dando un forte impulso al superamento delle tensioni odierne e all’integrazione di questo paese con l’Europa.

 

I vantaggi economici per Mosca derivanti dal raddoppio delle esportazioni di gas verso la Germania compenserebbero inoltre almeno in parte anche gli effetti delle sanzioni americane. Su un piano strategico, l’aggiramento grazie al nuovo gasdotto di paesi di transito filo-americani come l’Ucraina ridurrebbe infine il peso di questi ultimi nelle vicende energetiche europee, con riflessi negativi sull’influenza degli Stati Uniti nel continente.

 

Forse ancora più che sullo scontro USA-Russia, quindi, la sorte del Nord Stream 2 sembra giocarsi sui rapporti transatlantici, chiaramente in fase calante sull’onda dell’acuirsi della competizione e delle rivalità internazionali provocate dalla crisi del capitalismo globale e degli orientamenti ultra-nazionalistici dell’amministrazione Trump.

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Facebook-gate: la Russia in California

Altrenotizie.org - Mer, 21/03/2018 - 22:44

Dopo mesi passati a cercare le prove del “Russiagate”, gli Stati Uniti scoprono di avere la Russia in casa. Nella californiana Silicon Valley, per la precisione. Si chiama Facebook. Sono partiti da lì, e non da misteriosi hacker nascosti fra gli Urali, i dati che poco più di un anno fa hanno permesso a Donald Trump di giocare sporco e di vincere le elezioni presidenziali contro Hillary Clinton.

 

Da quando è scoppiato lo scandalo, il social network più diffuso al mondo è al centro di un tiro al bersaglio sul Nasdaq capace di bruciare oltre 50 miliardi di dollari in un paio di sedute. Il suo padre fondatore, Mark Zuckerberg, ne è uscito con parecchi soldi in meno e soprattutto con un’immagine irrimediabilmente infangata.

 

Si diceva che il 30enne multimiliardario avesse velleità politiche, ma ormai è chiaro che i Democratici dovranno cercare altrove il loro homo novus. Ciò che più conta, tuttavia, non è il dolore del giovane Mark, che non ha saputo proteggere i dati dei suoi utenti. L’anima nera di questa storia è un’altra: Steve Bannon.

 

Proprio lui, il paffuto teorico del suprematismo bianco, consigliere e stratega politico di Trump durante la campagna elettorale del 2016 e nella prima fase post-elezioni. Ormai è uscito dal cono di luce, caduto in disgrazia nel volgere di pochi mesi a causa degli attriti con la coppia Ivanka-Jared Kushner, ossia la figlia del Presidente e il di lei marito.

 

Eppure, Bannon ha svolto senz’altro un ruolo decisivo nella vittoria di Trump. E ora conosciamo anche l’arma più potente che ha usato.

Nel 2013 il buon Steve ha indotto Robert Mercer, insolito miliardario reazionario cresciuto nella Silicon Valley, a sborsare 15 milioni di dollari in favore della divisione politica di Cambridge Analytica. Si tratta di una costola degli Strategic Communication Laboratories, società inglese fondata nel 1990 che raccoglie i dati, li analizza e li usa per campagne stampa o di propaganda.

 

È qui che nasce lo scandalo. Dopo aver lavorato un po’ per il candidato fascistoide Ted Cruz, Cambridge Analytica si sposta su The Donald. A quel punto entra in gioco il suo cavallo di Troia: “Thisisyourdigitallife”, un’app per Facebook che prima di attivarsi chiedeva agli utenti l’accesso ai dati personali.

 

Hanno cliccato su “accetto” in 270mila e, attraverso la loro rete di amicizie, l’applicazione ha raccolto informazioni da 51 milioni di profili. I dati sono passati nel 2015 a Cambridge Analytica, che li ha usati per realizzare il marketing più potente al mondo, quello personalizzato. Solo che non vendeva scarpe o portafogli in pelle. Vendeva Donald Trump.

 

Il peso dei big data è tale che chi ne gestisce una mole considerevole può orientare non solo le scelte di consumo, ma anche il dibattito civile e sociale, l’agenda politica e mediatica, per non parlare degli orientamenti elettorali. Di per sé, questa non è una novità.

 

A preoccupare è il fatto che Facebook - un impero costruito proprio sulla raccolta e lo smercio dei big data - si sia rivelato assai più vulnerabile del previsto. E che ad approfittarne siano stati gli esponenti dell’estrema destra americana, un’accolita di personaggi suprematisti, sovranisti e razzisti. Ma anche più russi dei russi, a quanto pare.

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Perché la coscienza è tanto importante ?

Cubadebate (italiano) - Mer, 21/03/2018 - 02:39

che_catalejo580x458Frammenti del discorso di Ernesto Che Guevara nell’assemblea generale dei lavoratori dell’Industria Tessile Ariguanabo, il 24 marzo 1963  

(…) Ci sono ancora molte cose da fare; soprattutto, non dovremo portarci dietro le tradizioni dal passato anteriore al trionfo della Rivoluzione, però rimangono una serie di tradizioni del passato che appartiene alla nostra storia pre-rivoluzionaria.

Le tradizioni che membri del Partito, dei sindacati, di diverse organizzazioni di massa, dirigano, orientino, si pronuncino ma molte volte non lavorino. E questo è qualcosa completamente negativo.

Chi aspiri ad essere dirigente deve potere affrontare, o per meglio dire, esporsi al verdetto delle masse, ed avere fiducia di che è stato scelto come dirigente o che si propone come dirigente perché è il migliore tra i buoni, per il suo lavoro, il suo spirito di sacrificio, il suo costante atteggiamento di avanguardia in tutte le lotte che il proletariato deve realizzare tutti i giorni per la costruzione del socialismo.

(…)Tutto ciò pesa ancora in noi. Ancora, le nostre organizzazioni non sono completamente esenti da questo peccato che si incorporò ben presto nelle nostre tradizioni dentro la Rivoluzione, e che incominciò a fare male. Bisogna anche estirpare totalmente tutto quello che significa pensare che, se sei eletto membro di qualche organizzazione di massa o del partito dirigente della Rivoluzione, -dirigente in qualcuno dei distinti aspetti che prevede,– hai il diritto di avere anche la più piccola opportunità di ottenere qualcosa in più rispetto al resto del popolo.

Cioè, questa politica di premiare il buono con beni materiali, di premiare chi ha dimostrato di avere maggiore coscienza e maggiore spirito di sacrificio con beni materiali.

Ma, precisamente, l’azione del Partito di avanguardia è quella di alzare al massimo la bandiera opposta, quella dell’interesse morale, quella dello stimolo morale, quella degli uomini che lottano e si sacrificano e non aspettano un’altra cosa che non sia il riconoscimento dei suoi compagni, non aspettano un’altra cosa che non sia la decisione che oggi voi avete dato ai compagni eleggendoli per fare parte del Partito Unito della Rivoluzione.

Lo stimolo morale, la creazione di una nuova coscienza socialista, è il punto su cui dobbiamo appoggiarci e verso dove dobbiamo andare, e fare enfasi in lui.

(…) Lo stimolo materiale non parteciperà nella società nuova che si crea, si estinguerà durante il tragitto e bisogna preparare le condizioni affinché questo tipo di mobilitazione che oggi è effettiva continui a perdere sempre di più la sua importanza e la vada occupando lo stimolo morale, il senso del dovere, la nuova coscienza rivoluzionaria.

(…) Il socialismo non è una società di beneficenza, non è un regime utopico, basato sulla bontà dell’uomo come uomo. Il socialismo è un regime al quale si arriva storicamente, e che ha come basi la socializzazione dei beni fondamentali di produzione e la distribuzione equa di tutte le ricchezze della società, dentro una cornice nel quale ci sia una produzione di tipo sociale.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Taiwan e dazi, Trump attacca la Cina

Altrenotizie.org - Mar, 20/03/2018 - 21:45

L’offensiva dell’amministrazione Trump contro la Cina, nel disperato tentativo di contenere la crescente influenza economica e strategica del gigante asiatico, ha subito una nuova accelerazione in questi giorni, dispiegandosi su due fronti particolarmente delicati: Taiwan e guerra doganale.

 

Lo scorso fine settimana, il presidente americano ha firmato una nuova legge, approvata all’unanimità dal Congresso di Washington, che rappresenta una provocazione nei confronti di Pechino. Il Taiwan Travel Act incoraggia in sostanza esponenti di qualsiasi livello del governo USA a recarsi in questo paese per incontrare le proprie controparti. Allo stesso tempo, il provvedimento consente e facilita le visite negli Stati Uniti di alti ufficiali del governo taiwanese.

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Sarkozy, la vendetta di Gheddafi

Altrenotizie.org - Mar, 20/03/2018 - 15:04

Con notevole ritardo, la magistratura francese, precisamente la Procura di Nanterre, ha deciso di mettere agli arresti l’ex presidente Nicolàs Sarkozy, accusandolo di finanziamento illecito alla sua campagna elettorale del 2007. Si tratta dei fondi ricevuti dall’ex leader libico Moammar Gheddafi, dapprima generoso finanziatore del candidato all’Eliseo, poi vittima della guerra che lo stesso Sarkozy ha scatenato per deporlo, affinché la verità sui fondi neri provenienti da Tripoli non fosse divulgata.

 

L’ex presidente era già stato messo sotto inchiesta per la disinvoltura con i finanziamenti destinati alle sue fortune politiche, nello specifico per aver speso, nella campagna elettorale del 2010, oltre 42 milioni di euro, superando così di circa 20 milioni il limite imposto per legge che prevede una spesa massima di 22,5 milioni di Euro.

 

Quelli di Tripoli erano finanziamenti non  a titolo gratuito, ma funzionali a un accordo che prevedeva un do ut des tra Sarkozy e Gheddafi in direzione di una stabilizzazione delle relazioni tra Francia e Libia. Stabilità che in parte era già stata ottenuta negli anni precedenti all’arrivo all’Eliseo di Sarkozy, con l’indennizzo da parte libica ai familiari delle vittime del volo UTA 772, abbattuto in Niger nel 1989 con 179 persone a bordo. L’azione, immediatamente addossata all’ex leader libico, si disse fosse stata concepita per colpire la Francia che ostacolava militarmente l’avventura libica nel paese africano.

 

Alcune fonti dell’intelligence internazionale ipotizzarono anche una vendetta contro il tentativo francese di alcuni anni prima di abbattere il jet sul quale viaggiava Gheddafi da Tripoli a Belgrado (che causò invece l’abbattimento del volo Itavia su Ustica), ma non vi sono testimonianze o riscontri diretti che avvalorano quella che resta una tesi indimostrabile.

 

Per l’abbattimento del volo del volo di linea 772 della società aerea francese Union de Transports Aériens (UTA), partito da Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo e diretto all’aeroporto parigino di Roissy, Parigi identificò i responsabili in sei uomini dei servizi libici. Gheddafi rifiutò di estradarli, sottoponendo la Libia ad un duro embargo internazionale che durò fino al 2003, quando Tripoli ammise indirettamente le sue colpe versando un ricchissimo indennizzo alle famiglie delle vittime. Ebbe inizio così una fase di disgelo tra Parigi e Tripoli, culminata con il sostegno finanziario di Gheddafi a Sarkozy nel 2007.

 

A rinsaldare il connubio arrivò la vicenda delle 33 infermiere bulgare che avevano infettato con l’Aids decine di piccoli pazienti dell’ospedale di Bengasi. Arrestate, processate e condannate a morte da un tribunale libico, vennero graziate ed estradate proprio in Francia, grazie all’indennizzo da parte del governo di Sarkozy ammontante a 400 milioni di dollari, oltre che dell’iniziativa del presidente francese per la creazione della "Unione del Mediterraneo", che sebbene fosse solo un tentativo nemmeno troppo convincente di rilanciare l’azione francese nel Maghreb, era particolarmente gradita al Colonnello libico.

 

L’idillio tra i due trovò poi rappresentazione simbolica a fine 2007, quando il presidente francese ospitò Gheddafi a Parigi consentendogli di piantare la sua tenda beduina nei giardini dell’Hotel de Marigny, vicino all’Eliseo.

 

Ma dal Darfour al conflitto in Sierra Leone, in Kenya come in Ciad e in Mali, l’ansia di Gheddafi per un ruolo regionale della Libia si scontrò con le mire coloniali francesi, con tanti saluti alla mai formatasi "Unione del Mediterraneo", che nel 2008 lo stesso leader libico cominciò a definire “un progetto neocoloniale”.

Furono somme importanti quelle versate da Gheddafi, ma tutto sommato relative se si pensa all’immenso patrimonio dilapidato dal leader libico alla ricerca di amici in Occidente e di un ruolo egemonico nel Nord Africa, entrambe strategie dimostratesi fallimentari, comunque eccessivamente ambiziose per lui.

 

Ma, appunto, il Colonnello non si risparmiò. Il rapporto con Sarkozy d’altra parte era eccellente, anche sotto il profilo personale, e lo rimase almeno fino al 2011, quando il regime egiziano e quello tunisino caddero sotto le cosiddette “primavere arabe”, nelle quali Obama aveva avuto un ruolo decisamente predominante e che colsero di sorpresa Parigi. Sarkozy, che di colpo perse influenza su Tunisi e Il Cairo, pensò di guadagnarne una nuova a Tripoli (a spese dell’Italia) e propose a Londra e a Washington di estendere le “primavere arabe”anche alla Libia.

 

Sostenuto dalla Total e dalla British Petroleum, Parigi e Londra erano ansiose di cacciare l’ENI e rimettere le mani sul prezioso greggio libico: Sarkozy decise che l’occasione era propizia per liberarsi di uno scomodo testimone e di un debito che non aveva nessuna voglia di onorare.

 

Ma già sei anni orsono, grazie ad una inchiesta giornalistica di due cronisti del sito online Mediapart, Fabrice Arfi e Karl Laske, autori di un libro dal titolo “Avec les compliments du Guide”, l’affaire Libia si era imposto all’attenzione pubblica. Nel libro si raccontavano con dovizia di particolari le borse piene di banconote che da Tripoli arrivarono a Parigi, così come i bonifici bancari sospetti per un totale di circa 50 milioni di Euro e con aggiunta di lettere nelle quali la Libia prometteva ulteriori, massicci finanziamenti per favorire l’elezione di Sarkozy.

 

E’ dal 2013 che i magistrati anti-corruzione di Nanterre indagano sui finanziamenti occulti di Gheddafi a Sarkozy, ma la morte di molti dei fedelissimi del Colonnello libico che erano stati testimoni dei pagamenti avvenuti ha complicato notevolmente lo sviluppo dell’inchiesta. Nel gennaio di quest’anno, però, Alexander Djouhri, uomo d’affari francese che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato il tramite per lo svolgimento delle operazioni tra Tripoli e Parigi, venne arrestato all’aeroporto londinese di Heatrow su mandato di cattura internazionale emesso dalla Francia.

 

Il prossimo 17 aprile si svolgerà l’udienza per l’estradizione di Djouhri, ma non bisognerà attendere per valutare le pesantissime responsabilità dell’ambizioso brevilineo francese che, per eliminare i testimoni di una corruzione che permise la sua entrata all’Eliseo, non esitò a scatenare una guerra con migliaia di morti, la distruzione di un paese laico, l'assassinio di un presidente, la messa al potere delle fazioni legate alle tribù della Cirenaica, della Tripolitania e del Fezzan.

 

Si è fatto della Libia una cimitero di migranti e un lager a cielo aperto, uno spezzatino succulento per il piatto dell’Isis, che dopo la cacciata dalla Siria di Assad, ha ora proprio in quella che fu la terra di Gheddafi il suo ultimo rifugio. Terra che sarà teatro della prossima guerra, che vedrà nella cacciata dei residui del Califfato l’obiettivo dichiarato e nella conquista del greggio libico il principale obiettivo.

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Commissione Elettorale Nazionale cubana certifica i risultati finali delle elezioni dell’11 marzo

Cubadebate (italiano) - Mar, 20/03/2018 - 01:38

Grafica-elecciones-resultados-580x580L’85,65% del totale degli elettori –7 399 891–ha esercitato il suo diritto al voto, ha informato la Commissione Elettorale Nazionale (CEN), come parte dei suoi risultati finali e dopo il controllo dei dati col Registro degli Elettori.

Tale e come aveva affermato in una conferenza stampa, Alina Balseiro Gutierrez, presidentessa della CEN, i 605 candidati a deputati all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare sono stati eletti, perché hanno raggiunto più della metà dei voti validi emessi secondo i termini regolati dalla Legge; fatto convalidato dalla Commissione in ognuno dei territori.

Conclusa l’elezione ed informati i risultati preliminari, la CEN ha dato continuità al lavoro per la conclusione delle informazioni generate lo stesso giorno delle elezioni che ha incluso il citato controllo.

Questo processo ha permesso di evitare le ripetizioni nel Registro degli Elettori, a partire dalle inclusioni realizzate in ogni collegio, specialmente in quanto alle iscrizioni eccezionali di elettori che si trovavano nella lista del loro luogo di residenza permanente, ma hanno esercitato il diritto al voto in una scuola differente alla quale corrispondeva loro.

Si sono anche escluse le persone decedute dopo l’aggiornamento, stampa e consegna delle liste degli elettori, da parte del Registro, alle commissioni elettorali municipali per il giorno delle votazioni.

Il controllo menzionato, una volta riveduta la possibile duplicità di 336 215 inclusioni eccezionali, ha permesso di concludere con una lista aggiornata di 8 639 989.

Il 94,42% delle schede depositate nelle urne sono state dichiarate valide, riunendo i requisiti stabiliti dalla Legge, cifra superiore alla registrata nella prima tappa di questo processo, dove si sono scelti i delegati alle assemblee municipali del Potere Popolare, ed anche quella ottenuta nelle elezioni del 2013.

La CEN ha sottolineato il lavoro delle autorità elettorali a tutti i livelli, la collaborazione decisiva dei fattori nei territori e, specialmente, la partecipazione del popolo, dimostrazione palpabile del riconoscimento del Sistema Elettorale Cubano, che permette l’elezione trasparente di quelli che dirigeranno la nazione per un periodo di cinque anni.

da Granma

traduzione di Ida Garberi

Alina Balseiro Gutierrez

Alina Balseiro Gutierrez

 

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Russia, Putin mette la quarta

Altrenotizie.org - Lun, 19/03/2018 - 22:25

Il nuovo successo elettorale conquistato domenica scorsa assicura a Vladimir Putin un prevedibile quarto mandato alla guida della Russia che sarà segnato quasi certamente da crescenti tensioni internazionali attorno al ruolo del suo paese in alcune aree strategicamente cruciali del pianeta.

 

Il voto era stato preceduto da un’eccezionale campagna di discredito orchestrata dai governi occidentali, culminata negli ultimi giorni nelle accuse infondate rivolte a Mosca per l’avvelenamento dell’ex ufficiale dei servizi segreti militari, Sergei Skripal, e della figlia nella cittadina britannica di Salisbury.

 

Putin ha ottenuto più del 76% dei consensi in una competizione mai lontanamente in bilico. Le denunce di irregolarità e brogli diffusi, spesso rivolte in passato da più parti in Occidente alle operazioni di voto, sono state questa volta decisamente più contenute, lasciando spazio a critiche di altra natura: dal restringimento degli spazi del dibattito democratico agli ostacoli posti alle candidature indipendenti e di esponenti dell’opposizione, alla mancanza di reali alternative a causa delle tendenze repressive del regime di Putin.

 

L’assenza di alternative di orientamento progressista ha indubbiamente influito sulla nuova vittoria schiacciante del presidente russo, anche se, allo stato attuale delle cose, ci possono essere poche discussioni sul livello di consenso raccolto da Putin e sulla sua sostanziale popolarità, peraltro rafforzata dall’isteria anti-russa che sta dilagando in Occidente. Lo stesso livello di astensionismo relativamente elevato - attorno al 33% - è almeno in parte dovuto alla sensazione di inevitabilità della conferma di Putin, assieme alla scarsa considerazione per l’opposizione, soprattutto quella liberale promossa da media e politici occidentali.

 

Il candidato che ha ottenuto più consensi dopo Putin è stato quello del Partito Comunista (KPRF), Pavel Grudinin. Con poco meno del 12%, quest’ultimo ha fatto peggio di Gennady Zyuganov nel 2012, ma, considerando svariati fattori, il suo risultato indica comunque l’esistenza di un bacino elettorale potenzialmente consistente anche in Russia, non tanto per un soggetto nostalgico come il KPRF, quanto per politiche progressiste se non apertamente socialiste.

 

Grudinin, in ogni caso, è un uomo d’affari milionario accusato di custodire la sua fortuna in conti esteri più o meno legali. Allo stesso tempo, Grudinin non è nemmeno membro del Partito Comunista, mentre lo è stato del Partito Russia Unita del presidente Putin, con il quale aveva legami piuttosto stretti. Se il KPRF e, sia pure in fase calante, il partito ultra-nazionalista di Vladimir Zhirinovsky (6%) rappresentano ancora la gran parte dell’opposizione russa al governo di Putin, quella liberale filo-occidentale continua a essere una forza politica del tutto trascurabile.

 

I candidati assimilabili a questa galassia sono rimasti inchiodati complessivamente a un 4% che è di fatto lo stesso risultato fatto segnare sei anni fa. L’esponente dell’opposizione liberale che ha fatto meglio è stata la star televisiva Ksenia Sobchak, in grado comunque di ottenere un misero 1,66%. Assente forzato dal voto era invece il preferito dell’Occidente, Alexey Navalny, il cui appello al boicottaggio delle presidenziali è però caduto in larga misura nel vuoto.

 

Questi risultati confermano lo scarsissimo appeal tra gli elettori russi dell’opposizione liberale esaltata dai media europei e americani. Un discredito dovuto in primo luogo alla corretta identificazione dei politici che a essa fanno riferimento con le manovre esterne per indebolire e, possibilmente, rimuovere Putin dal potere, facendo tornare la Russia a uno stato di vassallaggio di fronte all’Occidente. Politici come Navalny, inoltre, hanno legami nemmeno troppo segreti con gli ambienti dell’estrema destra razzista e xenofoba, decisamente impopolari anche in Russia.

 

Nonostante l’incapacità dell’opposizione liberale di conquistarsi una base d’appoggio nel paese, all’interno dello stesso governo russo e delle élite economiche ci sono con ogni probabilità fazioni che auspicano una riconciliazione con l’Occidente, se necessario anche nei termini imposti da Washington.

 

Al di là dell’immagine di compattezza e stabilità proiettata da Putin, sono in molti a descrivere l’esistenza di forti tensioni al Cremlino, provocate soprattutto dallo scontro sempre più duro tra Mosca e l’Occidente, giocato ormai su vari fronti, dall’Europea orientale alla Siria fino alla vicenda Skripal.

 

Se la posizione di Putin appare tuttora solida, non è da escludere che esistano voci all’interno dell’apparato di governo che vedono con un certo favore addirittura un cambio di regime in senso filo-occidentale, anche se in prospettiva futura. A questo scopo potrebbero essere state promosse o tollerate, se non altro come tentativo di sondare il terreno, alcune candidature di opposizione, a cominciare da quella di Ksenia Sobchak.

 

Quest’ultima ha trovato d’altra parte un certo spazio durante la campagna elettorale anche sui media governativi, dimostrazione probabilmente di un certo sostegno raccolto negli ambienti di potere per alcune sue posizioni più morbide e concilianti rispetto a quelle avanzate da altri candidati ben visti dall’Occidente.

 

I media soprattutto americani e britannici hanno comunque coperto l’esito delle elezioni presidenziali russe dipingendo il successo di Putin come l’ennesima dimostrazione della totale mancanza di democrazia in questo paese. Slogan preconfezionati e pseudo-analisi politiche hanno prevalso nel raccontare l’appuntamento con le urne di domenica. Il voto avrebbe cioè confermato una realtà russa caratterizzata da una dittatura di fatto e da un esercizio elettorale sostanzialmente svuotato di significato.

 

Un’analisi, quest’ultima, che mai nemmeno lontanamente viene applicata, ad esempio, a un sistema politico dominato dai grandi interessi come quello americano, nel quale la scelta formalmente democratica di fronte agli elettori è limitata a due partiti che rappresentano altrettante fazioni di un complesso economico e militare lontano anni luce dalla stragrande maggioranza della popolazione.

 

La scontata conferma di Putin al Cremlino, oltre a spingere i propri rivali in Occidente ad aumentare le pressioni sulla Russia, determinerà sul piano internazionale una rinnovata offensiva da parte di Mosca sia sul fronte mediorientale per la difesa dell’alleato siriano sia su quello asiatico a favore della crescente integrazione economico-strategica con la Cina.

 

Il suo quarto mandato sarà dunque segnato da nuove instabilità e dai preparativi di guerra da parte dell’Occidente, con ripercussioni inevitabili su un fronte domestico già caratterizzato da tensioni che stridono con il quadro ufficiale di un paese quasi irrobustito dalle sanzioni subite negli anni seguiti al colpo di stato neo-fascista in Ucraina.

 

Se i dati sull’economia russa indicano una situazione complessiva tutt’altro che drammatica, le condizioni di vita di decine di milioni di persone appartenenti alle fasce più disagiate della popolazione sono decisamente peggiorate. I servizi pubblici e l’assistenza sociale sono inoltre in continua erosione, mentre il risentimento nei confronti di un sistema di potere percepito come irrimediabilmente corrotto è in netta crescita.

 

Significativa a questo proposito è stata la scelta di Putin di presentarsi alle elezioni come candidato formalmente indipendente e non espressione del suo Partito Russia Unita. La decisione era stata presentata come il tentativo di favorire un’ampia convergenza politica sulla candidatura di Putin.

 

In realtà, l’intento era quello di cercare di sganciare il presidente da un establishment screditato, ma anche di rispondere in qualche modo alla preferenza per il cambiamento, secondo alcuni sondaggi espressa per la prima volta nell’ultimo quarto di secolo dagli elettori rispetto al desiderio di stabilità del sistema politico russo.

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La macelleria turca di Afrin

Altrenotizie.org - Dom, 18/03/2018 - 19:29

La Turchia e i suoi alleati dell’Esercito libero siriano (Els) hanno conquistato Afrin, enclave curda nel nord ovest della Siria. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha raggiunto così l’obiettivo di sottrarre la città al controllo dell’Unità di Protezione Popolare (Ypg), la milizia curdo-siriana accusata dai turchi di avere legami con il Pkk, movimento secessionista curdo attivo in Turchia e classificato fra le organizzazioni terroristiche da Ankara, Ue e Usa.


“La città è stata conquistata alle 8.30 - ha detto Erdogan domenica - la maggioranza dei terroristi è già fuggita con la coda fra le gambe. Le nostre forze speciali e i membri dell'Els si stanno occupando di quelli che restano e delle trappole che hanno lasciato dietro di loro”.


Ma i miliziani curdi hanno chiarito che non intendono arrendersi: “Combatteremo fino alla liberazione di Afrin - si legge in una nota - la resistenza continuerà fino a che ogni millimetro sarà liberato e il popolo ritornerà alle proprie case. La nostra guerra contro l'occupazione turca e le forze militanti chiamate Esercito libero siriano è entrata in una nuova fase, passando dal confronto diretto ad una tattica colpisci e scappa”.


La presa di Afrin rientra nell’ambito dell’offensiva “Ramoscello d'Ulivo” lanciata lo scorso 20 gennaio dalla Turchia contro la Siria settentrionale. Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, in meno di due mesi sono stati uccisi oltre 280 civili e più di 1.500 combattenti curdi, soprattutto a causa di raid aerei e colpi di artiglieria. Ankara ha riferito della morte di 46 soldati turchi e di oltre 400 ribelli filo-turchi.


Insomma, una volta la Turchia aiutava l’Isis in funzione anti-Assad, oggi invece massacra i curdi, che hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta dell’Isis in Siria (le Ypg erano il pilastro delle Syrian democratic Forces, la coalizione sostenuta e addestrata dagli Usa che ha conseguito i maggiori successi nella guerra contro lo Stato Islamico). E lo fa con i metodi più brutali, senza pietà per malati o bambini.

 

In un comunicato, l’Amministrazione autonoma di Afrin afferma che “l’esercito invasore colpisce deliberatamente cliniche e forni che forniscono servizi vitali ai civili. Decine di migliaia di residenti sono stati costretti a fuggire e stanno affrontando un’immane tragedia. Chiediamo che le organizzazioni internazionali condannino questi barbari attacchi e aiutino le decine di migliaia di civili nel loro tragitto attraverso il deserto di Shehba. Ci sono bambini, anziani e feriti senza cibo né acqua”.

 

Tutto questo accade mentre i Paesi Nato e la Russia restano a guardare indifferenti. Mosca a gennaio ha perfino ritirato i propri militari dal cantone di Afrin, consentendo all'aviazione turca di volare (e bombardare) in uno spazio aereo tuttora sotto il controllo russo. Il presidente Vladimir Putin non vuole rinunciare all'alleanza con Erdogan, soprattutto ora che può trarre vantaggio dalla tensione sempre più alta fra Ankara e Washington.


Intanto gli Usa e gli altri alleati Nato fingono di non vedere che il Presidente turco sta usando il loro arsenale per condurre un’offensiva giustificata solo dai suoi obiettivi politici. Ora non resta che capire fin dove si spingerà la sete di potere di Erdogan.


La presa di Afrin non è la tappa conclusiva, ma solo il primo atto di un’offensiva anti-curda dalla portata ben più ampia. Il Presidente turco non ha mai fatto mistero di voler estendere l'operazione a Manbij, per poi arrivare agli altri distretti siriani controllati dai curdi, compresa Kobane. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di cacciare Ypg e Pkk anche dal Kurdistan iracheno.


Il problema è che a Manbij si trovano quasi 2mila soldati americani: Erdogan ha già chiesto agli Usa di abbandonare la città, ma gli statunitensi hanno chiarito più volte che non intendono obbedire. Il rischio che un nuovo conflitto sia alle porte esiste. Forse anche per questo, oggi, tutto il mondo rimane in silenzio di fronte massacro di Afrin.

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Judy Bryden, una canadese che sopravvive al cancro grazie al vaccino cubano

Cubadebate (italiano) - Sab, 17/03/2018 - 02:39

judy-bryden-01Ad una donna di Regina, capitale della provincia di Saskatchewan in Canada, hanno diagnosticato un cancro al polmone nel 2016. Anche se le avevano dato solo un anno di vita, ora la sua malattia cronica è in remissione. Judy Bryden assicura che è grazie ad un vaccino che le hanno somministrato a Cuba.  

Judy è andata l’anno scorso a Cuba per ricevere trattamento e raccogliere varie dosi del vaccino CIMAvax EGF. Il vaccino terapeutico è stato sviluppato contro il cancro al polmone di cellule non piccole in stadi avanzati che rappresenta fino all’85% di questo tipo di patologia.

Dopo avere preso la dose del vaccino durante vari mesi, Bryden ha informato che nell’ultimo esame dei suoi polmoni non hanno trovato resti del patimento.

“Quando mi hanno detto che avevo solo un anno di vita, ho risposto che avrei dimostrato loro che si sbagliavano”, ha detto Bryden a CTV Regina. “Non sapevo come, ma avrei dimostrato che si sbagliavano”, ha affermato.

Lei desidera che CIMAvax sia disponibile in Canada per altri pazienti che sono rimasti senza opzioni di trattamento.

Dopo la sua diagnosi, Bryden si è sottomessa a chemioterapia e cinque trattamenti di radiazioni che non hanno potuto fermare il progresso del suo cancro. Quando suo marito, Lorne Bryden, ha cominciato a cercare in Internet altre opzioni di trattamento, ha scoperto l’esistenza del CIMAvax.

Il vaccino funziona attivando il proprio sistema immunitario del paziente per produrre anticorpi contro una proteina relazionata con la crescita e la moltiplicazione delle cellule cancerose. Gli studi hanno suggerito che CIMAvax può prolungare il tempo di sopravvivenza per pazienti con cancro di cellule non piccole. Una prova clinica ha dimostrato che la somministrazione a lungo termine di CIMAvax è “molto sicura.”

L’agenzia di salute pubblica del Canada, Health Canadá, ha detto che la CIMAvax non è disponibile nel paese, perché non si è presentato qui nessun sollecito per l’approvazione del vaccino.

Nel 2016, l’Amministrazione di Alimenti e Medicine degli USA ha approvato una prova clinica di CIMAvax nel suo territorio. La prova iscriverebbe fino a 90 pazienti e si completerebbe in tre anni.

Judy Bryden ha organizzato il suo viaggio a Cuba attraverso CubaHeal che facilita il turismo medico e l’attenzione di pazienti nel paese caraibico. Tra pochi giorni, Lorne Bryden viaggerà a Cuba col fine di raccogliere più dosi del vaccino per sua moglie.

Foto: Pamela Bryden / CTV Regina.

(Preso di CTV Regina / Traduzione dall’inglese di Cubadebate)

traduzione in italiano di Ida Garberi

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