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Chi è Gina Haspel, nuova direttrice CIA, coinvolta nella tortura di prigionieri?

Cubadebate (italiano) - Gio, 15/03/2018 - 23:44
Gina Haspel

Gina Haspel

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scelto Gina Haspel come nuova direttrice della Central Intelligence Agency (CIA), in sostituzione di Mike Pompeo, dirottato sulla poltrona di Segretario di Stato. In luogo di Rex Tillerson allontanato per forti divergenze con Trump.

Haspel, 61 anni, ha occupato fino ad oggi la carica di vicedirettore della CIA e ha trascorso gran parte della sua carriera nel servizio di intelligence statunitense lavorando in qualità di agente sotto copertura. Sotto l’amministrazione Bush ha lavorato all’implementazione del programma extragiudiziale che prevedeva la reclusione e l’interrogatorio di sospetti terroristi in diversi paesi del mondo.

Da un’indagine del Senato si evince che ‘Gina Doe’ – nome in codice utilizzato nei documenti della CIA – era presente in almeno due interrogatori cui sono stati utilizzati metodi di tortura: il sospetto di al Qaeda Abu Zubaydah e Abd al Rahim al Nashiri. Documenti rivelati successivamente evidenziano che Zubaydah è stato sottoposto per 83 volte alla tecnica di “annegamento simulato”. Il brutale waterboarding di cui Donald Trump ha pubblicamente tessuto le lodi, annunciando di voler introdurre «un inferno di cose peggiori del waterboarding».

La Haskel, inoltre, nel 2005 ha ordinato la distruzione di un centinaio di videocassette dove vi erano impresse le torture commesse dalla CIA in Thailandia. Una delle prigioni segrete create dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Le torture furono compiute durante interrogatori condotti contro presunti terroristi di al Qaeda.

La nomina è stata commentata anche dal noto whistlebowler Edward Snowden attraverso Twitter.

«La nuova direttrice della CIA ha ricoperto un ruolo chiave nelle torture dei sospetti e nell’insabbiamento di questa prassi. Il suo nome è in un documento top secret, in base al quale tutte le registrazioni devono essere distrutte, in modo da non finire al Congresso. Incredibile», allegando al commento un link che rimanda ad un articolo pubblicato sulla questione dal New York Times.

L’articolo del quotidiano newyorchese riporta la già citata presenza della nuova direttrice della CIA nella prigione thailandese e la successiva distruzione dei nastri che provavano quanto avvenuto.

Snowden ha poi evidenziato – sempre attraverso un cinguettio sul popolare social network – che Gina Haspel non potrà recarsi tranquillamente in vista nei paesi dell’Unione Europea dove rischia di essere tratta in arresto.

«Interessante: la nuova direttrice della CIA Gina Haspel, che “torturava le persone”, probabilmente non potrà recarsi nella UE per incontrarsi con i capi delle altre agenzie di sicurezza senza il rischio di essere arrestato per una denuncia dell’ECCHR (Centro europeo per i diritti costituzionali e umani — ndr) alla Procura tedesca».

Bisogna notare, infine, che la nomina di ‘Gina Doe’ arriva nel febbraio del 2017. Pochi mesi dopo la chiusura della campagna elettorale di Donald Trump, durante la quale il tycoon newyorchese aveva espresso la volontà di ripristinare la pratica della tortura nei confronti di presunti terroristi. Una consuetudine abolita durante l’amministrazione Obama.

da L’AntiDiplomatico

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La nuova guerra fredda

Altrenotizie.org - Gio, 15/03/2018 - 22:38

Il caso dell'avvelenamento di Sergej Skripal, ex agente segreto russo passato armi, bagagli e soldi al controspionaggio inglese, sembra destinato a produrre un severo peggioramento delle relazioni tra Londra e Mosca. Sebbene non vi siano prove, nemmeno una, del coinvolgimento dei Servizi russi nell'attacco all’ex spia, Theresa May ha deciso di aprire una violenta guerra politico-diplomatica con Vladimir Putin.

 

Sono 23 i diplomatici russi che entro una settimana dovranno lasciare l’Inghilterra, colpiti da provvedimento di espulsione per la loro attività di “agenti non dichiarati”. A ruota, sono arrivate le prese di posizione di Stati Uniti, Francia e Germania, che in un comunicato congiunto accusano la Russia e si dicono vicine a Londra. Un sostegno scontato quanto pregiudiziale.

 

L’accusa a Mosca è di aver utilizzato armi chimiche e operato illegalmente sul suolo britannico, ma la valutazione di Downing Street è priva di qualunque evidenza, mentre emerge il carattere politico e propagandistico dell’operato inglese. La risposta diplomatica russa sarà inevitabile, ma al Cremlino si valutano le misure con l’intenzione di non dare ulteriore spazio alla russofobia che appare utile solo alla riapertura della Guerra Fredda.

 

Si accusa Mosca di aver organizzato l'avvelenamento della sua ex spia e di non aver risposto all’ultimatum imposto dal governo May che prima accusava senza prove, quindi chiedeva imperiosamente risposte entro 48 ore per poi definire l’assenza di queste una ulteriore conferma delle responsabilità russe. La risposta di Mosca in realtà c’era stata: nel affermare la propria estraneità, il Cremlino aveva definito “uno show da circo” l’intervento della Premier britannica alla Camera dei Comuni e, com’era logico attendersi, ha ignorato l’ultimatum della May. Improbabile del resto che la Russia potesse ricevere ultimatum dalla Gran Bretagna e Lavrov, nella speranza di un ravvedimento britannico, non aveva voluto calcare la mano, allo scopo di evitare una escalation inutile e basata sul confezionamento di una colossale fake news.

 

Del resto perché Mosca avrebbe dovuto colpire Skripal, che era pedina di nessun interesse sullo scacchiere dell’intelligence? Un uomo bruciato, un relitto della guerra di spie che non poteva dire e fare nulla di più di quel che aveva già detto e fatto. Inutile qualunque suo utilizzo e inutile anche ucciderlo con il rischio di innescare una crisi con l’Occidente. Pensare che allo FSB si possa decidere un’azione senza valutarne le conseguenze significa non conoscere l’agire russo.

 

E comunque, se i russi avessero voluto colpire Skripal, certo non avrebbero scelto di usare il gas nervino né nessun altro metodo che potesse dar luogo ad accuse nei loro confronti. Non avevano e non hanno, i russi, nessun interesse a lasciare la loro carta d’identità nelle loro covert action; se davvero avessero voluto colpire Skripal avrebbero avuto mille modi per farlo, magari facendolo apparire come un incidente.

 

Nel mondo dell’intelligence chi deve capire capisce quello che a tutti appare incomprensibile. Perciò non regge la storiella inglese per cui Mosca avrebbe agito per dare un monito ai traditori: ogni membro dei Servizi sa bene come ogni intelligence del mondo si premuri di colpire chi tradisce, non c’è bisogno di un’esecuzione per ricordarlo.

 

Sebbene quindi Londra tenti di accreditare la versione della vendetta, la verità è che Mosca non aveva nessun interesse a riaprire uno scontro politico, economico e diplomatico oltre quello già abbastanza fastidioso in corso con Usa ed Europa.

 

Media e cancellerie indossano l’elmetto ed escludono doversi cimentare con domande scomode alla ricerca di una logica. Eppure il mondo intero ha ben presente l’abilità nel confezionare bugie da parte di Londra. Illuminante a tal proposito il caso dell’Irak che deteneva armi di distruzione di massa: inventato di sana pianta da Tony Blair di concerto con Bush, condannò a morte più di un milione e mezzo di iracheni e diede inizio della sovversione totale di tutto il Medio Oriente.

 

E’ sempre Londra che da anni offre le strutture necessarie e decine di milioni di sterline alla fabbrica di menzogne denominata “Osservatorio per i diritti umani in Siria”, che in realtà é gestito dal cosiddetto "Esercito Libero Siriano", composto in buona parte dalla fazione di Al-Queda in Siria. L’appoggio fornito dai Servizi inglesi è servito alla propaganda necessaria per provare a spingere l’opinione pubblica internazionale all’assenso all’invasione della Siria e ad occultare natura, personaggi e finanziamenti del cosiddetto “Esercito libero” e del suo “osservatorio”.

 

Ma perché Londra decide ora di arruolarsi nella nuova guerra fredda? Ci sono aspetti di politica interna ed internazionale. Le trattative sulla Brexit vanno malissimo per Londra, che vorrebbe ora ben riconsiderare la scelta ma, ovviamente, non può permettersi di farlo. Allo scopo innalza la tensione con Mosca, nella convinzione che ciò comporti l’immediato sostegno di Washington e la solidarietà della Ue che, in vista del ricompattamento in chiave antirussa, potrebbe ammorbidire la trattativa, decidendo grande flessibilità sulle procedure previste per la sua uscita.

 

D’altra parte gli errori di calcolo della coppia Johnson-May nel valutare l’uscita dalla Ue sono stati enormi. Seppure hanno riproposto un legame preferenziale con Washington (cosa mai venuta meno, del resto) hanno anche prodotto una serie di problemi nell’ambito britannico. Non solo la crisi economica ma anche una nuova tensione che rischia di riaprire il conflitto in l’Irlanda del Nord. Dublino non vuole assolutamente lasciare la Ue, così come la Scozia e c’è il rischio che le maggiori istituzioni finanziarie internazionali possano lasciare la City per assumere questa - fuori dalla Ue - una posizione meno strategica nei mercati azionari e valutari.

 

Se questi sono gli interessi di Londra nel prestarsi al gioco deciso a Washington, Mosca d’altra parte si rende conto di come un’operazione di tale portata ha sì origine a Londra ma si nutre di un riverbero internazionale che è di tutto l’Occidente. La Russia con Putin ha cancellato l’era di Eltsin, un alcolista dalle lunghe grinfie che aveva trasformato l’ex Urss in una dependance di Washington fatta di fame e corruzione. Ma quella era la Russia che si voleva in Occidente.

 

Con Putin invece è tornata ad essere attore internazionale di prima grandezza ed il suo riposizionamento a livello globale desta preoccupazione. Le iniziative della Nato per minacciarne l’integrità territoriale riescono sì a produrre una escalation di tensione ma non certo una condizione di sottomissione, come dimostra il recentissimo riarmo russo, con missili strategici e aerei da combattimento superiori alle attuali dotazioni Nato e che riequilibrano gli assetti militari geo-strategici.

 

Sarebbe opportuno, quindi, chiedersi a chi giova il quadro che seguirà la vicenda Skripal. E qui le strade del cui prodest diventano diverse. Il tentativo inglese di intervenire a gamba tesa nel processo elettorale russo di domenica prossima non funzionerà. Putin rivincerà e questa sarà una pessima notizia per l’Alleanza Atlantica. La quale prefigura un mondo privo di contrappesi, dove l’Occidente detiene il dominio politico, commerciale e militare e dove gli attori che non obbediscono alle esigenze di dominio statunitense, siano ridotti a dei paria attraverso sanzioni, isolamento, boicottaggi.

 

Le recenti nomine di Pompeo e della Haspel ai vertici della politica estera e d’intelligence statunitense vanno in direzione di un aumento dell’escalation russofobica. In fondo, la guerra fredda resta l’unica speranza per la Nato di giustificare la propria esistenza e per Washington di reagire al suo declino politico, economico e militare, facendoci passare in fretta all'orrore di nuove guerre per il dominio dei nuovi mercati.

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USA e Vietnam uniti contro Pechino

Altrenotizie.org - Gio, 15/03/2018 - 22:31

A oltre 40 anni dalla fine della guerra, gli Stati Uniti e il Vietnam stanno allacciando rapidamente relazioni politiche e militari sempre più solide in un quadro regionale, come quello del sud-est asiatico, segnato dalla crescente competizione tra Washington e Pechino. Lo stato dei rapporti bilaterali tra questi due paesi è risultato evidente la scorsa settimana, quando la portaerei americana “Carl Vinson”, accompagnata da altre due navi da guerra, è stata protagonista di una visita di cinque giorni nel porto vietnamita di Da Nang.

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Haspel, la tortura firmata CIA

Altrenotizie.org - Mer, 14/03/2018 - 21:14

In un normale stato di diritto, un funzionario pubblico con il curriculum di Gina Haspel dovrebbe essere implicato in vari processi penali e, quasi certamente, ritrovarsi con una lunga condanna sulle spalle. Nel sistema americano modellato dalle amministrazioni Bush, Obama e, ora, Trump, avere commesso crimini gravissimi, legati principalmente alla tortura, è al contrario un segno distintivo, tanto che, nel caso della 61enne veterana del servizio segreto USA, non solo non ha impedito, ma ha anzi probabilmente favorito la recentissima nomina alla guida della CIA.

 

L’ascesa fino ai vertici dell’agenzia di Langley di Gina Haspel è inestricabilmente legata al dilagare del ricorso a metodi illegali e criminali da parte dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti negli anni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001. In relazione a quel periodo, le azioni della CIA e dei suoi uomini, sotto la direzione delle più alte sfere del governo, sono diventati giustamente sinonimo di rapimenti (“extraordinary renditions”), detenzioni indefinite senza fondamento legale, torture e assassinii.

 

La fase più importante della carriera della Haspel si inserisce precisamente in questo quadro. Le sue responsabilità non sono però soltanto generiche o impossibili da individuare ai fini legali, né si perdono nel calderone degli “eccessi” giustificati da molti, in America e non solo, perché avvenuti in un periodo caotico durante il quale era necessario agire in fretta e senza troppi scrupoli democratici per prevenire nuovi devastanti attacchi terroristici.

 

I crimini della direttrice in pectore della CIA sono chiari e definiti, descritti anche da documenti ufficiali e cause legali avviate da associazioni a difesa dei diritti civili. Il fatto che Gina Haspel, così come molti altri alle sue dipendenze e ben al di sopra della sua posizione, sia oggi a piede libero e abbia beneficiato di una carriera folgorante è possibile solo grazie all’impegno di una classe politica compromessa con quei crimini e che ha garantito impunità e protezione ai responsabili materiali.

 

La Haspel era stata reclutata dalla CIA nel 1985 e nel corso degli anni ha ricoperto svariati incarichi, quasi sempre nei panni di agente clandestino. Da capo delle “stazioni” CIA in varie città del mondo, la Haspel era passata a un ruolo di primo piano nel cosiddetto “Centro Anti-terrorismo”, prima di diventare, sotto l’amministrazione Obama, vice-direttrice del Servizio Clandestino, responsabile delle azioni sotto copertura all’estero.

 

In seguito, l’allora numero uno della CIA, John Brennan, l’avrebbe destinata a incarichi meno operativi e più “politici”, fino a che il direttore uscente, Mike Pompeo, nominato martedì segretario di Stato dal presidente Trump, non aveva deciso di promuoverla alla carica di vice-direttrice della stessa agenzia di intelligence.

Al 2002 risale l’incarico più controverso di Gina Haspel, quando cioè fu inviata in Thailandia per dirigere la prima struttura detentiva clandestina e illegale della CIA, destinata a ricevere sospettati di terrorismo rapiti in varie parti del mondo, dal Marocco al Pakistan al Medio Oriente.

 

Qui, Gina Haspel si era guadagnata l’appellativo di “patriota” che il direttore della CIA Pompeo avrebbe attribuito quasi quindici anni più tardi ai torturatori ufficialmente impegnati nella guerra contro al-Qaeda. Nel sito thailandese, i maltrattamenti, le torture e le violenze descritte in maniera esplicita da chi li aveva subiti, ma anche dall’introduzione al rapporto del Congresso sugli interrogatori della CIA, pubblicato nel 2014, erano dunque responsabilità diretta della Haspel.

 

I casi di due detenuti, in particolare, appaiono come macchie indelebili sull’operato di quest’ultima e degli agenti sotto la sua direzione in Thailandia: Abu Zubaydah e Abdel Rahim al-Nashiri, entrambi tuttora detenuti a Guantanamo in situazioni di gravissimo deterioramento fisico e mentale.

 

Dai documenti ufficiali e dalle cause legali intentate contro la CIA, era emerso ad esempio che Abu Zubaydah era stato soggetto alla famigerata tecnica del “waterboarding” per ben 83 volte in un solo mese. Altri trattamenti gli costarono quasi la morte e la perdita di un occhio. Le torture cessarono solo quando la CIA accertò che Zubaydah non aveva informazioni utili da rivelare.

 

L’altra vicenda più eclatante che ha coinvolto Gina Haspel è la distruzione deliberata dei filmati che la CIA aveva girato di questi interrogatori. I video erano conservati in una cassaforte nella sede della CIA in Thailandia fino a quando, nel 2005, venne dato l’ordine di distruggerli. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, a prendere la decisione fu l’allora capo del servizio clandestino, José Rodriguez, di cui la Haspel era l’immediata subalterna.

 

Sul “cablo” che conteneva l’ordine della distruzione del materiale era riportato tuttavia proprio il nome della Haspel, la quale sarebbe stata successivamente descritta come una dei più accesi sostenitori di questa azione palesemente illegale. Una quasi conferma delle sue responsabilità sarebbe giunta qualche anno più tardi, quando la senatrice democratica Dianne Feinstein, proprio a causa dei suoi precedenti, impedì di fatto una sua promozione voluta dai vertici della CIA.

 

L’approdo di Gina Haspel alla guida della CIA è così direttamente collegato al suo ruolo nel programma di torture nel quadro dell’antiterrorismo americano post-11 settembre. Se Obama fece di tutto per proteggere i responsabili da indagini e incriminazioni, Trump e i membri della sua amministrazione hanno più volte espresso pubblicamente la loro approvazione per le torture.

 

Pompeo, ad esempio, ha affermato di non considerare il “waterboarding” un metodo di tortura, mentre Trump, prima di essere eletto, aveva promesso di reintegrare questa tecnica e altre “molto peggiori” tra quelle previste negli interrogatori, dal momento che i vertici militari gli avevano assicurato che “le torture funzionano”.

Svariate associazioni umanitarie hanno criticato duramente la nomina di Gina Haspel.

 

L’ACLU (American Civil Liberties Union) ha chiesto la pubblicazione di tutti i documenti relativi al suo coinvolgimento negli interrogatoti con metodi di tortura. Il Center for Constitutional Rights ha invece emesso una dichiarazione ufficiale, nella quale si afferma che “Gina Haspel dovrebbe essere soggetta a incriminazione piuttosto che promossa”.

 

Il Centro Europeo per i Diritti Umani e Costituzionali (ECCHR), da parte sua, ha diffuso un comunicato che ricorda come nel giugno del 2017 avesse chiesto alla procura federale tedesca di emettere un mandato d’arresto nei confronti di Gina Haspel per il suo ruolo nei fatti avvenuti nel 2002 in Thailandia. Secondo questa organizzazione, grazie al principio della “giurisdizione universale”, applicabile nei casi di violazione dei diritti umani, la candidata alla direzione della CIA dovrebbe essere messa in stato di fermo nel caso posasse piede in un paese europeo.

 

Decisamente più accomodanti nei confronti di Gina Haspel sono apparsi i membri del Congresso americano. I repubblicani hanno prevedibilmente accolto con favore la nomina di Trump, ma anche non pochi democratici si sono mostrati ben disposti nei confronti sia della Haspel per la direzione dalla CIA sia di Mike Pompeo per il dipartimento di Stato. Per entrambe le nomine sarà necessario un voto di conferma da parte del Senato di Washington.

 

Il leader di minoranza al Senato, il democratico di New York Charles Schumer, ha escluso di voler chiedere alla delegazione del suo partito di votare contro la nomina di Pompeo e Haspel. L’unico impegno promesso da Schumer è quello di fare luce, nel corso delle audizioni che precederanno il voto di conferma in aula, sui precedenti e le dichiarazioni di entrambi relativamente alle torture e ad altre questioni sensibili.

 

Lo stesso Pompeo, d’altra parte, nonostante le posizioni estreme e al limite del razzismo espresse durante la sua precedente esperienza da deputato, era stato confermato lo scorso anno alla guida della CIA anche con il voto favorevole di 14 senatori democratici. Le perplessità dei democratici sono infatti rivolte in primo luogo ad altre questioni che poco hanno a che fare con legalità, democrazia e diritti umani. A confermarlo è stata ancora una dichiarazione di Schumer rilasciata martedì alla stampa americana.

 

In previsione del voto per la conferma di Gina Haspel e, soprattutto, di Mike Pompeo, il numero uno dei senatori democratici ha spiegato che il suo impegno sarà quello di assicurarsi che entrambi, una volta assunti i rispettivi incarichi, prenderanno posizioni sufficientemente ferme nei confronti delle presunte interferenze del governo russo nei meccanismi politici degli Stati Uniti.

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UNICEF: Cuba è campione nei diritti dell’infanzia

Cubadebate (italiano) - Mer, 14/03/2018 - 01:08

pionieros«Cuba è campione a livello mondiale nella promozione e la protezione dei diritti dell’infanzia», ha affermato la direttrice regionale di UNICEF per l’America Latina e i Caraibi, María Cristina Perceval.

Durante un forum realizzato recentemente a Managua sui diritti dei bambini di crescere in famiglia, Perceval ha parlato con Prensa Latina sulle conquiste di Cuba.

«L’Isola grande delle Antille ha il programma “Educa a tu hijo”, un modello mondiale per lo sviluppo infantile precoce che abbiamo condiviso con altri paesi», ha riferito la rappresentante del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, (UNICEF).

La Perceval ha anche segnalato con orgoglio i passi avanti nella salute della nazione dei Caraibi, la prima ad eliminare la trasmissione materno infantile del VIH/SIDA nel 2015.

«Un’altra grande forza del paese è la preparazione di fronte ai disastri naturali», ha aggiunto.
«In questo senso va riconosciuta la capacità installata dal governo e dall’organizzazione sociale comunitaria, non solo per essere pronti di fronte alle emergenze, ma anche per agire durante i fenomeni con efficacia, professionalità e rapidità», ha indicato.

Inoltre ha espresso la sua gratitudine al governo e al popolo cubano per aver accettato il contributo dell’Agenzia per il recupero del paese dopo i danni degli uragani, l’anno scorso.

«Voglio ringraziarli per averci permesso di condividere quello che hanno costruito nell’educazione della prima infanzia, nel tema dell’eliminazione della trasmissione verticale del VIH, la prevenzione delle gravidanze nelle adolescenti… Campione, campione, campione!», ha festeggiato.

Lo staff nel paese partecipa al citato programma “Educa a tu hijo”, che contribuisce allo sviluppo integrale dei bambini da zero a 6 anni che non frequentano istituzioni educative.

Fomentata dal governo cubano 26 anni fa, questa iniziativa promuove il ruolo protagonista della famiglia nella formazione dei piccoli, con una messa a fuoco comunitaria e multisettoriale.

Inoltre ha detto la specialista si dà priorità al tema dell’adolescenza con metodi di partecipazione e d’impegno sociale, per contribuire alla generazione di opportunità e progetti di vita nel settore di questa età.

Poi ha spiegato che sono stati presi accordi per rinforzare le componenti di prevenzione della violenza soprattutto se basata nel genere.

«La Federazione delle Donne Cubane ha una forza immensa , ma sappiamo che a volte le pratiche violente avvengono in spazi di convivenze e si deve insistere nello sradicamento di ogni tipo di maltrattamento contro i bambini nelle comunità e nelle istituzioni», ha segnalato.

La Perceval spera di visitare quest’anno l’arcipelago per celebrare la riunione regionale di Unicef, posposta nel 2017 per il passaggio del ciclone tropicale María.

Data la vulnerabilità della zona, ha indicato l’importanza di stare all’erta di fronte ai disastri naturali che danneggiano soprattutto gli anziani, le donne, i bambini e gli handicappati.

«Siamo artefici di quel che c’è di più bello, ma anche vittime privilegiate del dolore», ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Francesco Monterisi

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Trump fa fuori anche Tillerson

Altrenotizie.org - Mar, 13/03/2018 - 22:33

Per quanti si aspettavano un cambiamento di rotta incoraggiante dopo la notizia del possibile incontro tra il presidente americano Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, il licenziamento del segretario di Stato, Rex Tillerson, nella giornata di martedì è arrivato come un brusco avvertimento della pericolosità e del carattere imprevedibile dell’amministrazione repubblicana.

 

La notizia era nell’aria da qualche tempo e, anzi, già svariati mesi fa la stampa americana aveva parlato di un imminente allontanamento dal dipartimento di Stato dell’ex amministratore delegato di ExxonMobil. Le divergenze tra Tillerson e Trump o, meglio, tra il primo e la fazione dei “falchi” della politica estera erano d’altra parte ben note.

 

Anche le modalità del licenziamento, oltre a confermare la totale confusione che regna alla Casa Bianca, hanno evidenziato il logorarsi definitivo di un rapporto mai decollato ed esemplificato dall’invito, fatto qualche mese fa dal presidente al suo segretario di Stato, a “non sprecare tempo” nel cercare un qualche dialogo con il regime della Corea del Nord.

 

Trump ha come al solito annunciato la sua decisione con un “tweet” scritto di prima mattina e solo alcune ore più tardi ha chiamato al telefono Tillerson per comunicargli la decisione di rimuoverlo dal suo incarico e sostituirlo con l’attuale direttore della CIA, l’ex deputato repubblicano Mike Pompeo.

 

La Casa Bianca aveva inoltre sostenuto che Tillerson era pronto ad abbandonare il suo posto già dallo scorso fine settimana, ma un portavoce del dipartimento di Stato, poi a sua volta licenziato, aveva smentito questa versione, rivelando che il suo superiore ancora nella mattinata di martedì era ben deciso a conservare l’incarico.

 

In un incontro con i giornalisti prima della sua partenza per una visita in California, martedì Trump ha comunque ribadito le differenti vedute con Tillerson, scegliendo come esempio la questione del nucleare iraniano. Per il segretario di Stato uscente, cioè, l’accordo di Vienna del 2015 andava salvaguardato, mentre Trump continua a minacciare un’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’intesa.

 

Paradossalmente, anche sulla Corea del Nord la posizione di Tillerson era considerata troppo conciliante, nonostante il suo allontanamento coincida con i preparativi di uno storico faccia a faccia tra Trump e Kim, a conferma probabilmente delle intenzioni non esattamente pacifiche della Casa Bianca in relazione al vertice.

 

Sulla sorte di Tillerson hanno pesato anche altri due fattori. Il primo è da collegare alle pressioni sulla Casa Bianca per il suo licenziamento esercitate da paesi come Israele e Arabia Saudita, irritati per il mancato pieno sostegno del segretario di Stato alle politiche anti-iraniane da loro promosse.

 

L’altro è il clima teso e ostile creatosi al dipartimento di Stato fin dall’arrivo di Tillerson oltre un anno fa, principalmente a causa dei metodi di quest’ultimo, impegnato a limitare il peso dei diplomatici di carriera, preferendo affidarsi a una ristretta cerchia di fidati consiglieri.

 

Il messaggio che giunge da Washington con il licenziamento di Rex Tillerson è dunque quello di un’amministrazione intenzionata a imprimere una nuova svolta aggressiva alla propria politica estera. La scelta di Pompeo per guidare la diplomazia americana lascia d’altra parte pochi dubbi.

 

Il numero uno della CIA, oltre ad avere inclinazioni anti-islamiche al limite del razzismo e a essere un noto sostenitore dei metodi di tortura negli interrogatori di presunti terroristi, si colloca su posizioni decisamente più a destra per quanto riguarda le principali questioni internazionali, dall’Iran alla Siria alla Corea del Nord.

 

Anche in merito alle relazioni con la Russia è probabile attendersi un ulteriore peggioramento. Pur non essendosi mai adoperato apertamente e in maniera particolarmente incisiva per una distensione tra Washington e Mosca, Tillerson aveva talvolta mostrato una certa moderazione su questo fronte.

 

Pompeo, al contrario, ha puntualmente assecondato la caccia alle streghe contro Mosca di questi ultimi mesi. Non a caso, infatti, alcuni commenti sui media ufficiali USA, apparsi poco dopo la notizia della sua nomina alla guida del dipartimento di Stato, hanno invitato Pompeo a muoversi rapidamente per contrastare la presunta minaccia russa, così da mettere fine alle incertezze e alle ambiguità mostrate finora dall’amministrazione Trump.

 

Che l’ennesimo terremoto all’interno dell’amministrazione Trump prefiguri un ulteriore rafforzamento dell’ala “neo-conservatrice” dell’establishment americano è confermato anche dalla scelta della nuova numero uno della CIA che dovrà sostituire Pompeo.

 

Al suo posto andrà l’attuale vice-direttrice dell’agenzia di Langley, Gina Haspel. Nonostante si tratti della prima donna in assoluto alla guida della CIA, la Haspel è una figura gravemente compromessa. Negli anni successivi all’11 settembre 2001, quest’ultima aveva presieduto agli interrogatori illegali di sospettati di terrorismo in una prigione clandestina in Thailandia.

 

In questo “buco nero” della CIA veniva fatto ampio ricorso al metodo del “wateboarding”, mentre la stessa Haspel è stata anche coinvolta nella controversa vicenda della distruzione illegale delle registrazioni degli interrogatori. Gina Haspel, così come gli altri membri della CIA responsabili di questi crimini, hanno potuto evitare incriminazioni e condanne solo grazie alla protezione di fatto garantita dall’amministrazione Obama.

 

Tornando a Tillerson, la sua cacciata potrebbe non essere l’ultima tra gli esponenti di spicco dell’amministrazione Trump. Il segretario di Stato era considerato molto vicino ad esempio al numero uno del Pentagono, James Mattis, anch’esso frequentemente ai ferri corti con il presidente e forse a rischio nel prossimo futuro. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale, H. R. McMaster, sembra essere al centro di ripetuti scontro con Trump e per questo con un piede fuori dalla Casa Bianca, come hanno rivelato i media americani nelle scorse settimane.

 

Con l’aggravarsi dello scontro interno all’amministrazione Trump e della crisi politica a Washington sull’onda del “Russiagate”, il continuo ricambio deciso dalla Casa Bianca comporta così un costante spostamento a destra delle posizioni del governo americano, con conseguenze potenzialmente esplosive sullo stato dei conflitti a livello internazionale.

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Russia-GB, ultimatum e propaganda

Altrenotizie.org - Mar, 13/03/2018 - 19:24

L’ossessione anti-russa dei governi occidentali si è trasformata in questi giorni in una pericolosa farsa dopo l’intervento al Parlamento di Londra del primo ministro britannico, Theresa May, per incolpare pubblicamente Mosca dell’avvelenamento dell’ex ufficiale dei servizi segreti militari russi, Sergei Skripal, e della figlia, Yulia, nella città inglese di Salisbury.

 

Skripal era stato condannato in patria per avere passato informazioni riservate all’intelligence del Regno Unito. Rilasciato nel 2010 in seguito a uno scambio di spie che aveva coinvolto Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna, Skripal si era subito trasferito in quest’ultimo paese, dove viveva apparentemente indisturbato e senza fare attività politica contro il governo del suo paese d’origine.

 

Alla mezzanotte di martedì dovrebbe scadere un ridicolo ultimatum imposto al Cremlino per dimostrare l’estraneità della Russia nell’attacco, avvenuto, secondo le autorità britanniche, con un “agente nervino”. Anche accettando per buone le conclusioni dell’assurda propaganda del governo di Londra,  le modalità dell’indagine, che avrebbe portato a individuare all’interno del governo del presidente Putin i responsabili dell’accaduto, non hanno alcun fondamento logico né legale.

 

Tutto l’impianto accusatorio, per così dire, consiste in una nuova campagna anti-russa all’insegna della massima isteria. L’operazione è stata orchestrata a Londra e a Washington e a essa ha preso diligentemente parte la stampa ufficiale britannica e svariati governi europei, del cui appoggio il ministro degli Esteri Boris Johnson si è compiaciuto nella giornata di martedì.

 

Il tono e la gravità delle accuse a tutto campo rivolte lunedì dalla May alla Russia indicano innanzitutto una chiara premeditazione da parte del suo governo, con ogni probabilità in collaborazione con i più stretti alleati, per far salire ulteriormente il livello dello scontro con Mosca. La leader conservatrice ha tratto una serie di conclusioni dal presunto atteggiamento russo, col preciso intento di caratterizzare le azioni di questo paese come criminali e al di fuori della legalità internazionale.

 

Così stando le cose, i servizi di sicurezza britannici e il governo di Londra ritengono “altamente probabile” che la Russia sia direttamente responsabile dell’avvelenamento di Sergei e Yulia Skripal. Se così non fosse, Mosca è ugualmente da condannare in quanto ha consentito che la sostanza tossica impiegata nell’attacco finisse nelle mani degli ignoti colpevoli.

 

Il fatto che Theresa May si sia astenuta dal dare per certe le responsabilità russe, ricorrendo invece alla formula “altamente probabile”, è di per sé già un primo indizio della natura politica del suo intervento. Londra non ha cioè individuato alcun responsabile certo per i fatti di Salisbury, visto che nessuna prova concreta e credibile è stata presentata, ma ciononostante ha deciso di puntare il dito contro Mosca, oltretutto attraverso una clamorosa esibizione in Parlamento del primo ministro.

 

Il coinvolgimento di Mosca dipenderebbe dall’uso, per l’avvelenamento degli Skripal, di una sostanza riconducibile a un programma per la produzione di agenti chimici sviluppato per la prima volta dall’Unione Sovietica negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Tuttavia, il programma “Novichok”, come hanno spiegato vari commentatori indipendenti e filo-russi, oltre a essere stato smantellato, da decenni non è più un segreto o un’esclusiva russa, essendo stato in vari modi condiviso o spiegato nel dettaglio ai governi occidentali e alle agenzie internazionali competenti.

 

La stessa Gran Bretagna è senza dubbio in grado di produrre queste sostanze, probabilmente anche nel laboratorio di armi chimiche di Porton Down, situato a una manciata di chilometri da Salisbury. Secondo le autorità britanniche, proprio il personale operante in questa struttura avrebbe individuato la sostanza utilizzata nell’operazione diretta contro Sergei Skripal e la figlia.

 

Il modo con cui Londra sta procedendo nella costruzione del caso contro Mosca conferma ancora di più le perplessità. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha rivelato come la Gran Bretagna abbia respinto la richiesta del Cremlino di avere accesso ai campioni di gas nervino raccolti e presumibilmente responsabili dell’avvelenamento.

 

L’analisi delle prove da parte dell’accusato dovrebbe essere un elemento fondamentale in un procedimento di questo genere e ciò è anche previsto dalla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, di cui Russia e Gran Bretagna sono firmatarie. Mosca ha poi offerto la propria collaborazione nell’indagare sull’accaduto, ma l’intenzione di Londra è precisamente quella di impedire che si faccia luce sui fatti e dichiarare la Russia colpevole a priori attraverso l’imposizione di un ultimatum, nonostante l’assenza di prove concrete.

 

Il caso è dunque un chiaro esempio di inversione dell’onere della prova. Il governo di Mosca dovrebbe cioè dimostrare la propria innocenza di fronte ad accuse infondate e senza avere accesso alle informazioni e al materiale raccolto dalla Gran Bretagna in relazione all’attacco di Salisbury.

 

In ogni caso, il mancato rispetto dell’ultimatum da parte del Cremlino farà scattare ritorsioni che potrebbero andare dall’espulsione di diplomatici russi dalla Gran Bretagna all’adozione di nuove sanzioni. In maniera inquietante, la stampa britannica ha scritto che qualsiasi eventuale azione decisa dal governo May potrebbe essere fatta rientrare nel campo di applicazione dell’articolo 51 della carta ONU, che consente la legittima difesa di un paese membro di fronte a un attacco esterno, o, peggio ancora, dell’articolo 5 del trattato NATO, relativo alla difesa comune.

 

Nel delirio che sta coinvolgendo praticamente tutto l’establishment politico e mediatico d’oltremanica, in molti hanno anche avanzato l’ipotesi di revocare la licenza di trasmettere in Gran Bretagna al network russo RT (ex Russia Today).

 

In questo scenario irrazionale, fuori da ogni discussione resta una qualsiasi analisi delle motivazioni che avrebbero spinto Putin ad autorizzare un’azione all’estero per colpire, oltre sette anni dopo l’espatrio, un ex agente segreto che aveva soggiornato a lungo nelle prigioni patrie, nonché la figlia, che continuava a vivere e a lavorare in Russia. Non solo, a sfuggire continua a essere anche il meccanismo che sarebbe alla base della decisione di Mosca di procedere, senza evidenti benefici, con un’operazione clamorosa che avrebbe ovviamente provocato un nuovo intensificarsi della caccia alle streghe anti-russa già in atto.

 

Ad ogni modo, vista l’ovvia impossibilità russa di rispondere a un ultimatum oggettivamente assurdo, il governo di Londra ha già convocato una riunione del consiglio per la sicurezza nazionale nella giornata di mercoledì, all’interno del quale saranno discusse le misure da adottare.

 

Quest’ultimo episodio della campagna anti-russa in atto si registra in un momento in cui lo scontro tra Mosca e l’Occidente sta facendo segnare una grave escalation su vari fronti, tra cui quello siriano. Il governo May nei giorni scorsi aveva infatti assicurato che avrebbe valutato un intervento militare contro le forze di Assad, appoggiate dalla Russia, se fossero emerse prove dell’uso di armi chimiche da parte del regime nell’assedio di Ghouta est, alla periferia di Damasco.

 

In un’azione probabilmente coordinata con gli alleati da questa parte dell’Atlantico, inoltre, a inizio settimana gli Stati Uniti hanno minacciato a loro volta un’azione militare a Ghouta, di fatto per salvare i gruppi fondamentalisti “ribelli” dall’offensiva siriana. Per tutta risposta, Mosca ha avvertito che le proprie forze armate presenti in Siria reagiranno in maniera adeguata a qualsiasi minaccia militare.

 

Il convergere di questi scenari di crisi minaccia così di spingere la Russia e l’Occidente sempre più verso uno scontro armato. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il rischio è aggravato anche dallo sbando in cui si trova il governo di Theresa May, deciso a dirottare verso un presunto nemico esterno le tensioni esplosive provocate dalle spaccature prodotte dalla “Brexit” e dalle complicate trattative in corso con l’Unione Europea.

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L’esercito siriano trova un laboratorio di armi chimiche dei “ribelli” nel Ghouta orientale

Cubadebate (italiano) - Mar, 13/03/2018 - 01:28

SiriaLe truppe del governo siriano hanno trovato un laboratorio artigianale di produzione di armi chimiche nel Ghouta orientale, sobborgo di Damasco.
 
“Presumibilmente, quello che la squadra ha trovato poteva essere utilizzato come parte della preparazione di una provocazione per accusare le truppe governative utilizzano le armi chimiche”, ha dichiarato il colonnello dell’esercito siriano, Ibrahim Ferraz citato da RIA Novosti.

Questo ritrovamento arriva una settimana dopo che 24 tonnellate di agenti chimici sono stati trovati in territori precedentemente controllati dai “ribelli”. Damasco ha richiesto un’azione corrispondente dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), ma l’organo ha rifiutato di inviare esperti perché sostengono che ci sia eccessivo pericolo nella regione.

Sabato scorso, il vice ministro degli esteri siriano, Feisal Mekdad, aveva avvertito che i “ribelli” nel Ghouta orientale si stavano preparando a organizzare un attacco chimico nella regione, per il quale prevedevano di sacrificare diverse donne.

da Ria Novosti

traduzione de L’AntiDiplomatico

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Trump-Kim, nubi sul vertice

Altrenotizie.org - Lun, 12/03/2018 - 21:31

A pochi giorni dall’accettazione da parte degli USA della proposta nordcoreana di un faccia a faccia tra il presidente Trump e Kim Jong-un, le prospettive per la possibile apertura di un serio canale diplomatico tra Washington e Pyongyang rimangono a dir poco incerte e piene di insidie. L’incognita principale è rappresentata proprio dall’atteggiamento del governo degli Stati Uniti, ancora ben lontano dal chiarire su quali basi e con quali obiettivi specifici la Casa Bianca intende apprestarsi ad affrontare lo storico incontro.

 

Oltre alle complicazioni relative agli USA che stanno emergendo in questi giorni, qualsiasi considerazione sul possibile vertice dovrà tenere conto anche della risposta del regime nordcoreano alle discussioni che, fino ad ora, hanno coinvolto solo Washington e Seoul.

 

Lunedì, il ministero dell’Unificazione sudcoreano ha attribuito alla prudenza di Pyongyang la mancata reazione ufficiale alla notizia dell’accoglimento della proposta del faccia a faccia. La stampa sudcoreana ha comunque scritto che Kim Jong-un avrebbe espresso alla delegazione di Seoul, con cui si era incontrato la settimana scorsa, la propria disponibilità a sottoscrivere un accordo di pace con Washington e a instaurare normali relazioni diplomatiche che portino all’apertura di un’ambasciata USA a Pyongyang.

 

Lo stesso Kim aveva inoltre confermato al numero uno del consiglio per la sicurezza nazionale sudcoreano, Chung Eui-yong, l’intenzione di smantellare il proprio programma nucleare in cambio di garanzie, da parte degli Stati Uniti, sulla sopravvivenza del regime. Non solo, Kim si era spinto a offrire il congelamento dei testi missilistici e nucleari nel corso dei futuri negoziati e, in maniera significativa, a tollerare la ripresa delle esercitazioni militari tra Washington e Seoul al termine dei giochi paralimpici attualmente in corso in Corea del Sud.

 

Com’è evidente, le concessioni prospettate da Pyongyang indicano una chiara volontà di trovare un accordo con l’amministrazione Trump. In molti negli Stati Uniti continuano però a mettere in guardia dalla presunta doppiezza di Kim e da una strategia, attuata da quest’ultimo, volta a imbrigliare la Casa Bianca in un negoziato che non porterà a nulla ma che potrebbe servire solo a legittimare il regime stalinista.

 

Singolarmente, alcuni di coloro, soprattutto negli ambienti “liberal”, che fino a poche settimane fa criticavano aspramente Trump per la rischiosa retorica bellicista nei confronti della Corea del Nord, invitano oggi il presidente e il suo staff a non lanciarsi in un processo diplomatico con un dittatore pazzo di cui non ci si può fidare in alcun modo.

 

La storia delle relazioni tra USA e Corea del Nord negli ultimi due decenni, così come le posizioni prese sulla questione dall’attuale amministrazione repubblicana di Washington suggeriscono piuttosto estrema cautela relativamente all’attitudine e al comportamento americano.

 

Se scrupoli e precauzioni appaiono inevitabili, questi devono riguardare in maniera particolare un governo, come quello americano, che nel recente passato si è rimangiato almeno in due occasioni (1994 e 2007) gli accordi stipulati con la Corea del Nord. In merito all’affidabilità di Trump, inoltre, va ricordato come il presidente USA nei mesi scorsi abbia preso costantemente posizione contro qualsiasi negoziato con Pyongyang.

 

La stessa determinazione nel provare a far saltare l’intesa sul nucleare iraniano, sottoscritta nel 2015 a Vienna assieme ad altre potenze internazionali, è un altro segnale dell’impossibilità dei rivali o degli interlocutori degli Stati Uniti di nutrire fiducia nel rispetto di qualsiasi accordo da parte del governo di questo paese.

 

L’ipotesi più pessimistica circa il possibile incontro Trump-Kim è che gli Stati Uniti possano utilizzare l’evento proprio per aumentare le pressioni sulla Corea del Nord e, addirittura, giustificare un attacco militare, di fatto già in avanzata fase di preparazione. Se il vertice non dovesse produrre alcun frutto, cioè, Washington potrebbe argomentare che nemmeno un confronto diretto tra i leader dei due paesi è in grado di risolvere la crisi sulla penisola di Corea, così che l’unica soluzione possibile sarebbe il ricorso alla forza.

 

Rivelatore del pensiero di una parte della classe dirigente americana, forse anche all’interno dell’amministrazione Trump, è stato un recente commento del “falco” John Bolton, già ambasciatore USA all’ONU per George W. Bush. Nell’eventualità che il faccia a faccia dovesse avere luogo, Bolton ha in sostanza raccomandato a Trump di imporre un ultimatum a Kim, mettendolo di fronte alla scelta di cancellare senza condizioni il programma nucleare nordcoreano o di subire le conseguenze di un rifiuto, ovvero un’aggressione militare.

 

Sulla riuscita o la stessa organizzazione di un vertice di questo genere pesano ad ogni modo incognite logistiche e diplomatiche. Ad esempio, un avvenimento simile richiede una preparazione diplomatica laboriosa per la creazione di una piattaforma più o meno condivisa, attorno alla quale dovrebbe svolgersi la discussione diretta tra i due leader. Ad oggi, al contrario, non vi sono praticamente contatti tra i due paesi, mentre il dipartimento di Stato americano risulta fortemente sottodimensionato né è stato ancora nominato un ambasciatore a Seoul.

 

Soprattutto, anche nell’improbabile ipotesi che un accordo dovesse alla fine essere raggiunto, la piena implementazione di esso richiederebbe una svolta strategica pressoché impossibile da parte americana, indipendentemente dalla disponibilità di Pyongyang ad accettare le imposizioni di Washington.

 

Per Trump o il suo successore si tratterebbe in altre parole di acconsentire a una de-escalation delle tensioni nella penisola di Corea, rimuovendo dal quadro asiatico una crisi che gli Stati Uniti hanno alimentato al preciso scopo di giustificare un massiccio piano di militarizzazione diretto contro il principale rivale strategico ed economico americano, ovvero la Cina.

 

Se da Seoul a Pechino a Mosca c’è la ferma intenzione di promuovere un negoziato serio che porti a una soluzione pacifica della crisi coreana, il relativo disgelo di queste prime settimane dell’anno è forse il massimo che Washington sembra essere in grado di concedere.

 

D’altra parte, gli avvertimenti e le precisazioni di svariati esponenti del governo americano nel fine settimana lasciano intendere che le premesse per una seria trattativa, a cui l’incontro tra Kim e Trump dovrebbe dare un impulso, non sono esattamente confortanti.

 

Il direttore della CIA, Mike Pompeo, in un’apparizione su Fox News ha da un lato assicurato che il presidente “risolverà il problema nordcoreano”, per poi aggiungere che Kim dovrà essere pronto a discutere di una “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile”. Alla NBC, invece, il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha escluso un ammorbidimento nei confronti della Corea del Nord. Al contrario, la “campagna di massima pressione” su Pyongyang resterà inalterata, così come non saranno sospese né le sanzioni economiche in vigore né le esercitazioni militari previste con le forze armate di Seoul.

 

In uno dei commenti più rivelatori, infine, il portavoce della Casa Bianca, Raj Shah, parlando in diretta alla ABC ha avvertito di come esista la possibilità che i colloqui con Pyongyang finiscano nel nulla e, se ciò dovesse accadere, “la colpa ricadrebbe interamente sul regime nordcoreano”.

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Pubblicheranno una nuova raccolta di aforismi e frasi del Che Guevara

Cubadebate (italiano) - Sab, 10/03/2018 - 05:15

Che-GuevaraUna raccolta di aforismi e frasi espresse dal Che in discorsi e documenti è stata radunata in un testo, realizzato da un collettivo di autori del Complesso Scultoreo Ernesto Guevara e si trova in fase di revisione.  

Ismary Fernandez, specialista principale del centro storico, ha spiegato all’Agenzia Cubana di Notizie che il compendio si presenterà come parte del programma in omaggio al medico argentino-cubano nel 90º anniversario del suo compleanno, che si celebrerà il prossimo 14 giugno.

Emerse che il testo è il risultato del lavoro di dipendenti del Complesso, in risposta ad una necessità di organizzazioni ed organismi di Villa Clara che regolarmente si interessano degli aforismi del rivoluzionario latinoamericano.

L’opera raccoglie importanti tematiche come economia, qualità, solidarietà ed internazionalismo e contribuisce a saziare la necessità di quelli che si interessano di queste frasi, che trasmettono un messaggio educativo, ha aggiunto.

Noris Cardenas, direttrice del centro storico ha sottolineato che per il 90º compleanno del Che esiste una programmazione che include un concorso di disegno e letteratura per bambini, adolescenti e persone anziane, la cui premiazione è prevista per principio di giugno prossimo.

Nel Complesso Scultoreo è incominciata la visualizzazione dei documentari “Hombres de la Guerrilla” e “Semillas de Ñancahuazú”; può essere diretta ad un pubblico di un’età determinata od una comunità che lo solleciti, ha informato.

Cardenas ha anche ricordato l’apertura dell’esposizione fotografica, “Che que crece de sí mismo”, regalata da un matrimonio uruguaiano, amico di Cuba, con alcune immagini inedite e raccolte dall’infanzia dell’eroe fino ai suoi ultimi momenti.

Il programma si estende dall’inizio dell’attuale anno fino al 14 giugno, data del 90ºanniversario del compleanno di Ernesto Guevara e continuano le azioni di omaggio al guerrigliero eroico fino alla fine di dicembre, quando si celebrano i 30 anni dall’inaugurazione dell’istituzione storica.

con informazioni di ACN

traduzione di Ida Garberi

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Premi, provocazioni e idee fallite

Cubadebate (italiano) - Ven, 09/03/2018 - 04:08

OEAAlmagro è più interessato al trambusto che al ritornare nella Maggiore delle Antille, un paese che conosce bene. Ma deve aver chiaro che né l’OSA, né alcuno dei suoi funzionari, tanto meno coloro che tradiscono i principi etici elementari, sono stati o saranno mai benvenuti nella Cuba rivoluzionaria di Fidel.

Chiunque senta il nome di “Rete Latinoamericana di Giovani per la Democrazia” pensa, come reazione, ai recenti colpi di stato sotto copertura contro governi sovrani, i pacchetti di misure neoliberali applicati a scapito delle maggioranze o le proteste per la galoppante corruzione nella regione.

Ma nulla è più lontano dalla realtà. Guidato da membri della controrivoluzione cubana, il gruppo si alterna tra Miami e alcune capitali europee, sue case madri, alla ricerca di fondi e istruzioni per piani sovversivi. Le sue visite nei paesi dell’America Latina sono molto selettive e con un chiaro obiettivo: le tasche dei magnati della destra.

Per il secondo anno consecutivo, la Rete e i suoi sponsor stranieri assegnano un premio internazionale per il presunto lavoro a favore della libertà.

Ma gli eletti non sono attivisti sociali né difensori dei diritti dei popoli, ma un gruppo di ex presidenti, di destra, latinoamericani che si sono uniti per minare qualsiasi progetto progressista sorga nella regione.

La cosiddetta Iniziativa Democratica di Spagna e delle Americhe (IDEA) è composta da una selezione di promotori del paramilitarismo; corrotti che hanno accettato milioni di dollari in cambio della liberazione di terroristi confessi come Luis Posada Carriles; truffatori; responsabili della morte di decine di migliaia di persone in massacri e lotte inefficaci contro il crimine organizzato; neoliberali che hanno rovinato i loro paesi e spiantati che sono diventati milionari nella poltrona presidenziale.

La lista comprende, tra gli altri, gli ex mandatari José María Aznar e Felipe González, Spagna; Mireya Moscoso, Panama; Belisario Betancur, Andrés Pastrana, César Gaviria e Álvaro Uribe, Colombia; Felipe Calderón e Vicente Fox, Messico; Miguel Ángel Rodríguez, Rafael Ángel Calderón e Laura Chinchilla, Costarica; Alfredo Cristiani, El Salvador; Fernando de la Rúa, Argentina; Osvaldo Hurtado, Ecuador; Luis Alberto Lacalle e Julio María Sanguinetti, Uruguay, e Jorge Quiroga, Bolivia.

IDEA sorse nel 2015 con etichetta ‘Made in Washington’ e sotto l’ombrello di Nelson J. Mezerhane, suo presidente e anche proprietario dell’ ultra reazionario ‘Diario de las Américas’, promotore di terroristi e colpi di stato in America Latina. Il direttore del gruppo è Asdrubal Aguiar, un ex politico venezuelano della VI Repubblica, che è rimasto nel dimenticatoio dopo la schiacciante vittoria di Hugo Chavez.

Annunciato a Miami la scorsa settimana, il nuovo premio per IDEA va a “riconoscere” l’attivismo del gruppo contro i governi progressisti della regione e la sua sottomissione ai piani interventisti dell’Organizzazione degli Stati Americani contro paesi come Venezuela.

Non è neppure casuale che una “menzione speciale” sia finita nelle mani del venezuelano Antonio Ledezma, che è fuggito dalla giustizia sotto la protezione di diversi governi che si vantano della loro lotta contro il terrorismo.

Ledezma, che era sindaco del Distretto Metropolitano di Caracas, è stato arrestato nel febbraio 2015 per promuovere un appello alla violenza chiamato “La Salida”, che costò la vita a decine di persone in Venezuela. Si è dato alla fuga, a novembre dell’anno scorso, dopo aver beneficiato degli arresti domiciliari.
Come nel 2017, la consegna del premio è accompagnata da un piano per montare una provocazione nella capitale cubana, durante questa settimana, generare instabilità e danneggiare l’immagine internazionale del paese, mentre si cerca di influenzare il progresso delle relazioni diplomatico con la regione.

Il premiato del 2017 è stato niente meno che Luis Almagro, segretario generale dell’OSA, che dal suo insediamento è stato ossessionato con il rovesciamento del governo democraticamente eletto del Venezuela e si è dimenticato di tutto quello che ha difeso al tempo in cui era cancelliere dell’Uruguay, durante il governo di Pepe Mujica.

Nell’occasione precedente, al conoscere i piani dei gruppi anticubani e facendo rispettare le leggi che sostengono la sovranità della nazione, il Governo Rivoluzionario ha deciso negare l’ingresso sul territorio nazionale a cittadini stranieri vincolati con la provocazione, secondo una nota rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri.

Gli obiettivi attuali sono gli stessi de è già in marcia una strategia di comunicazione di portata internazionale per cercare di delegittimare l’agire della Rivoluzione.

Lo stesso Almagro, che sarebbe stato convocato, ancora una volta, alla consegna del premio, ha fatto recentemente dichiarazioni ai mass media sulla sua richiesta di visto per l’ingresso a Cuba.

Indubbiamente, Almagro è più interessato al trambusto che al ritornare nella Maggiore delle Antille, un paese che conosce bene. Ma deve aver chiaro che né l’OSA, né alcuno dei suoi funzionari, tanto meno coloro che tradiscono i principi etici elementari, sono stati né saranno mai benvenuti nella Cuba rivoluzionaria di Fidel.

Sotto il suo mandato, si sono raddoppiati gli attacchi imperialisti e oligarchici dell’OSA contro l’integrazione latinoamericana e caraibica e contro le istituzioni democratiche. Il meccanismo, con sede a Washington, si è dedicato ad imporre lezioni di governabilità, democrazia e costituzionalità, per le quali non ha alcun mandato morale.

Nel momento in cui il Segretario di Stato Rex Tillerson rispolvera la Dottrina Monroe, l’istituzione Almagro dirige  assume il comando come “ministero delle colonie yankee” per articolare l’assalto contro l’America Latina e i Caraibi che, dopo 200 anni di attesa, aveva intrapreso il cammino della definitiva unità ed indipendenza.

La sequenza temporale delle azioni di Almagro, dell’OSA, del gruppo di ex presidenti e del gruppo anti-cubano non lascia spazio alla casualità.

Per metà aprile è programmato l’VIII Vertice delle Americhe a Lima, Perù. Crescono gli appelli affinché si rettifichi la decisione di privare il Venezuela di partecipare all’incontro e le critiche verso un gruppo di paesi che rivendicano il diritto di parlare a nome dell’intera regione.
Sembra, ci siano quelli che sono interessati a creare cortine di fumo per coprire la realtà.

Per quanto riguarda gli obiettivi della controrivoluzione, la sua disperazione è ovvia. Il calendario indica che le elezioni generali a Cuba si terranno domenica prossima, 11 marzo. Di fronte alla sua incapacità di ottenere il minimo sostegno se non attraverso la corruzione e il ricatto economico, l’unica via è mettere in essere uno spettacolo.

Ciò che gli fa davvero male è che, questa domenica, Cuba deciderà il suo futuro, ma senza tutele né ingerenze esterna.

Autore: Sergio Alejandro Gómez

da Granma

traduzione di Francesco Monterisi

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Russia-GB, spie e veleni

Altrenotizie.org - Gio, 08/03/2018 - 22:50

Il probabile avvelenamento in una città inglese di un ex colonnello dei servizi segreti militari russi ha prevedibilmente inasprito questa settimana lo scontro diplomatico tra Londra e Mosca. Il 66enne Sergei Skripal e la figlia, Yulia, restano in condizioni critiche dopo essere entrati in contatto con una sostanza ancora non del tutto definita.

 

Media ufficiali e politici britannici, da parte loro, hanno già puntato il dito contro il Cremlino, nonostante non ci siano prove del coinvolgimento del governo di Putin né, tantomeno, un ragionevole motivo che abbia potuto spingere quest’ultimo ad autorizzare un’azione così clamorosa.

 

I due cittadini russi erano stati ritrovati privi di senso nel pomeriggio di domenica scorsa su una panchina in un parco di Salisbury, nel Wiltshire. La segnalazione del loro stato era arrivata alla polizia da una persona che conosceva entrambi. Skripal e la figlia avevano pranzato in un vicino ristorante, successivamente chiuso e sottoposto a dettagliati controlli per la ricerca di possibili tracce della sostanza in questione.

 

In un primo momento era circolata la notizia che i due russi avevano assunto fentanyl, un oppioide sintetico molto più forte dell’eroina, facendo pensare a un’overdose involontaria o a un tentativo di suicidio. Questa ipotesi era stata però smentita dal coinvolgimento nella vicenda di un agente di polizia intervenuto sul luogo dei fatti, anch’egli finito in ospedale in gravi condizioni. Mercoledì, poi, la polizia ha annunciato che la coppia è stata vittima di un attacco con un “gas nervino” e il caso è stato subito classificato come “tentato omicidio”. La sostanza sarebbe stata identificata con precisione dalle autorità, ma l’informazione non viene per il momento diffusa pubblicamente.

 

Nonostante le pochissime informazioni disponibili, soprattutto su ciò che ha provocato le condizioni in cui si trovano l’ex colonnello Skripal e la figlia, il governo di Londra ha fatto di tutto per trasformare la vicenda in poco meno che una crisi nazionale.

 

Skripal è un ex alto ufficiale della GRU, il servizio segreto militare russo, e nel 2006 era stato condannato in patria a 13 anni di carcere per avere passato informazioni segrete all’MI6, l’intelligence estera britannica. Nel 2010 era stato però rimesso in libertà nell’ambito di uno scambio di agenti segreti detenuti tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. L’ex colonnello si era così trasferito in Gran Bretagna, dove ha vissuto fino ad ora.

 

Nella mattinata di mercoledì, Downing Street ha convocato una seduta straordinaria del cosiddetto “COBRA”, il comitato interministeriale che si riunisce per affrontare le emergenze nazionali. Il governo ha poi attivato le indagini dell’anti-terrorismo, anche se la polizia sembra essere tuttora alla guida del caso. Soprattutto, i ministri degli Esteri, della Difesa, degli Interni e, da ultimo, lo stesso primo ministro, Theresa May, hanno parlato pubblicamente della vicenda e quasi tutti hanno puntato il dito contro Mosca in maniera più o meno diretta.

 

Il titolare del “Foreign Office”, Boris Johnson, nel suo intervento in Parlamento ha prima assicurato che non era sua intenzione formulare accuse in assenza di prove, ma subito dopo ha tirato in ballo il governo russo, definito come una “forza maligna e distruttrice”. L’ex sindaco di Londra ha aggiunto che, se emergeranno elementi sulle responsabilità di Mosca, Londra adotterà “qualsiasi misura” sarà ritenuta necessaria. Johnson ha anche minacciato il boicottaggio inglese dei prossimi mondiali di calcio in Russia prima di essere smentito da una fonte interna al suo stesso ministero.

 

Relativamente più caute sono state le parole del ministro dell’Interno, Amber Rudd, la quale in un’intervista alla BBC non ha mai citato apertamente la Russia in relazione a quello che ha definito “un attacco molto molto serio”. L’insistenza sulla prontezza del governo a colpire i colpevoli dell’avvelenamento e l’utilizzo del termine “attività di stato” per definire il crimine commesso ai danni dei due cittadini russi ha comunque lasciato intendere una nuova escalation di minacce nei confronti di Mosca.

 

Molto più esplicito è apparso invece il ministro della Difesa, Gavin Williamson. Partendo dalla vicenda ancora quasi del tutto oscura di Skripal e della figlia, il politico conservatore si è lanciato in una tirata incoerente e assurda per dipingere la Russia coma una minaccia vitale alla Gran Bretagna. Williamson ha sostenuto che il Cremlino sta diventando “una minaccia sempre più grande”, vista la “crescente aggressività” mostrata. Per questa ragione e in seguito al recente “attacco disgustoso”, Londra dovrebbe cambiare il proprio modo di trattare con la Russia e il suo governo.

 

La stampa ufficiale, soprattutto quella allineata al governo conservatore, si è puntualmente adeguata al clima di isteria, producendo titoli sensazionalistici e tesi senza fondamento su quella che viene descritta come una sorta di campagna di assassinii lanciata da Mosca per le strade della Gran Bretagna.

 

In maniera poco sorprendente, il caso di questi giorni è stato accostato a quello che coinvolse nel 2006 l’ex agente segreto russo, Alexander Litvinenko. Residente in Gran Bretagna dal 2000, dopo che questo paese gli aveva concesso l’asilo politico, quest’ultimo era morto al termine di una lunga agonia causata da avvelenamento con polonio, una sostanza altamente radioattiva.

 

Anche la vicenda Litvinenko era stata sfruttata per creare una campagna sfrenata diretta contro il presidente russo Putin e la sua morte viene tuttora considerata dagli ambienti ufficiali britannici come responsabilità del Cremlino, nonostante un’indagine ufficiale non fosse stata in grado di individuare prove concrete del coinvolgimento di Mosca.

 

Oltre all’assenza di prove anche per quanto riguarda il caso dell’ex colonnello Skripal e della figlia, sono le possibili motivazioni dietro all’azione attribuita alla Russia e, ancor più, i possibili vantaggi o svantaggi che ne sarebbero derivati per il Cremlino a suscitare forti perplessità. Una qualche considerazione su questi aspetti è però difficile da trovare sui media e nelle dichiarazioni dei politici britannici, i quali preferiscono produrre propaganda a ciclo continuo per nascondere l’inconsistenza dei loro argomenti.

 

Già il fatto che la Russia si trovi al centro di una caccia alle streghe, messa in atto in molti paesi occidentali, compresa la Gran Bretagna, rende improbabile che Putin o membri della sua cerchia abbiano potuto fare un vero e proprio regalo ai propri rivali, autorizzando l’assassinio di due persone all’estero, in un luogo pubblico e con modalità che non sarebbero passate esattamente inosservate.

 

A meno di non attribuire al governo di Mosca un’ingenuità sconfinante nell’incompetenza, non si comprende come le reazioni che puntualmente si stanno registrando in Gran Bretagna potrebbero non essere state messe in preventivo. Oltretutto a poca distanza dalle elezioni presidenziali in Russia e alla luce dell’esperienza del caso Litvinenko.

 

Anche tralasciando queste premesse, sono svariati gli aspetti della vicenda che non hanno alcun senso. È difficile pensare, ad esempio, per quale ragione nel 2010 il governo russo avrebbe accettato di scarcerare il colonnello Skripal e scambiarlo con agenti segreti detenuti negli USA per poi assassinarlo quasi otto anni più tardi per le strade di Salisbury.

 

Alcuni commentatori hanno fatto notare come Skripal non fosse impegnato in alcuna attività politica o di propaganda in Gran Bretagna, così come, allo stesso modo, tutto quello che poteva conoscere riguardo agli ambienti dell’intelligence russi e britannici era stato con ogni probabilità da lui già rivelato ai governi di Mosca e Londra.

 

Anche il Guardian, spesso in prima linea nella campagna anti-russa, ha ammesso nei giorni scorsi che Skripal viveva in tutta tranquillità con la moglie nel Wiltshire, tenendosi lontano da Londra ed evitando apparizioni o interventi pubblici. Skripal non rappresentava cioè una minaccia per Putin, al contrario ad esempio dell’ex tecnico nucleare Igor Sutyagin. Quest’ultimo, oggi attivo oppositore di Putin in Gran Bretagna, era stato anch’egli arrestato per avere passato informazioni all’intelligence di Londra e poi graziato assieme a Skripal nel 2010.

 

La figlia dell’ex colonnello della GRU, inoltre, viveva e lavorava in Russia, da dove si recava regolarmente all’estero. Anche nel suo caso è quanto meno singolare che sia stata presa di mira mentre si trovava in un altro paese.

 

Se fosse reale e confermato l’utilizzo di un “gas nervino” per l’avvelenamento dei due cittadini russi, infine, è proprio questa modalità che suscita più di un dubbio. Uccidere in questo modo comporta infatti rivelare già di per sé un intento omicida e, vista la sostanza probabilmente non facile da reperire, anche l’appoggio o la direzione di un governo. Come se, in altre parole, i presunti killer russi avessero fatto di tutto per lasciare tracce che conducano al Cremlino.

 

Con uno scenario simile, è quindi comprensibile che da più parti in Russia si sia ipotizzata la mano proprio dei servizi segreti d’oltremanica dietro l’attacco di Salisbury. Tra gli altri, l’ex agente segreto russo Andrey Lugovoy, sospettato a Londra dell’assassinio di Litvinenko, in un’intervista a un giornale inglese ha affermato di “non potere escludere che [l’avvelenamento di Skripal e della figlia] sia un’altra provocazione dell’intelligence britannica”.

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Il mondo conferma solidarietà a governo e popolo del Venezuela

Cubadebate (italiano) - Gio, 08/03/2018 - 04:39

Todos-VenezuelaLa Giornata Mondiale di Solidarietà “Todos Somos Venezuela” è stata inaugurata ieri presso la Sala José Félix Ribas del Teatro Teresa Carreño di Caracas, a cui hanno preso parte oltre 200 delegati internazionali arrivati in Venezuela per riaffermare il loro forte impegno a sostegno del Governo bolivariano e del presidente Nicolás Maduro.

In questo contesto, il ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Jorge Arreaza ha dichiarato che questa giornata non ha l’intenzione di cercare il sostegno da parte di organizzazioni internazionali, o élite imperialiste, lo scopo è garantire la solidarietà tra i popoli liberi del mondo, ed è questo che ci rende più forti.
“In questa giornata di solidarietà sono presenti 116 delegati dell’America Latina, 33 dei Caraibi, 48 del Nord America, 19 dell’Africa, 34 dell’Europa, oltre a diversi delegati dell’Oceania”, ha affermato il ministro Arreaza. Inoltre, il Ministro degli Esteri ha spiegato che l’imperialismo è andata riducendo l’assedio e che il Venezuela sta affrontando un blocco simile a quello sofferto dalla repubblica di Cuba.

“Ieri al vertice dell’ALBA i nostri leader hanno elaborato un piano per garantire che il Venezuela non venga umiliato da altri governi corrotti e per garantire la dignità del popolo venezuelano e procedere verso le elezioni presidenziali”, ha dichiarato il diplomatico.

Allo stesso tempo, la giornalista argentina Stella Calloni ha informato che la Giornata è stata un’opportunità per ricordare il caro Comandante Hugo Chávez, che rappresenta per l’America Latina e i popoli del mondo un esempio assoluto di dignità insieme con l’ex presidente cubano, Fidel Castro Ruz.

“Hanno permesso la formazione dell’ALBA che si è mantenuta così forte fino ad ora. Vi siamo grati perché in un momento in cui è in atto una guerra psicologica tra i popoli del mondo, il Venezuela ci sta dando un esempio di eroica resistenza, il governo bolivariano ha attuato misure straordinarie, sconfiggendo ripetutamente i tentativi dell’impero”, ha concluso la delegata internazionale.

La Giornata Mondiale della Solidarietà “Todos Somos Venezuela” si terrà fino al 7 marzo 2018 negli spazi del Teresa Carreño di Caracas, dove si cercherà di smantellare la guerra mediatica internazionale e si realizzerà una discussione sulle sfide delle lotte sociali future in America Latina, Caraibi e nel mondo.

da Cubainformazione

traduzione di Francesco Monterisi

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I protezionisti della Casa Bianca

Altrenotizie.org - Mer, 07/03/2018 - 23:05

L’emorragia di collaboratori del presidente americano Trump è proseguita in questi giorni con le dimissioni del numero uno del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca, Gary Cohn. Quello dell’ex top manager di Goldman Sachs è l’abbandono più importante tra i moltissimi registrati finora, sia per la posizione occupata sia, ancor più, per le implicazioni che potrà avere sul corso della politica economica dell’amministrazione repubblicana.

 

Le dimissioni di Cohn sono la conseguenza della recente decisione di Trump di imporre pesanti tariffe doganali in maniera indiscriminata sulle importazioni di acciaio e alluminio. L’ormai ex consigliere del presidente era fermamente contrario a questa iniziativa protezionistica e aveva da tempo minacciato di lasciare il suo incarico se fosse stata implementata.

 

Nel periodo precedente l’annuncio dei nuovi dazi, Cohn aveva discusso aspramente con la fazione ultra-nazionalista dello staff presidenziale, mettendo in guardia dal pericolo di innescare una guerra doganale anche con alcuni paesi alleati, così come di provocare un rallentamento dell’economia americana.

 

Le divisioni all’interno della Casa Bianca hanno alla fine visto il successo dei “falchi” della politica commerciale, identificati principalmente nel consigliere del presidente, Peter Navarro, e nel segretario al Commercio, Wilbur Ross. Questi ultimi hanno finora fermamente respinto anche la proposta di applicare tariffe doganali selettive, esentando cioè alleati come Canada, Giappone ed Europa per colpire invece Russia e Cina.

 

La spaccatura nell’amministrazione Trump sui dazi ha coinvolto anche titolari di altri dicasteri, a conferma del peso delle politiche commerciali sugli orientamenti strategici generali degli Stati Uniti, come di qualsiasi altro paese. Contrari ai dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio erano anche il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, quello di Stato, Rex Tillerson, e il numero uno del Pentagono, James Mattis.

 

Mnuchin è al pari di Cohn un ex dirigente di Goldman Sachs e come quest’ultimo rappresenta nel governo Trump gli interessi delle banche di Wall Street, preoccupate per le conseguenze di possibili ritorsioni dei paesi colpiti dalle nuove tariffe doganali americane. I membri dell’amministrazione alla guida di dipartimenti che hanno a che fare con sicurezza nazionale ed esteri temono invece l’esplodere di ulteriori tensioni con gli alleati, con conseguenze sulle politiche di contenimento dei rivali strategici degli Stati Uniti.

 

L’abbandono di Cohn ha messo così in allarme la fazione neo-liberista della classe dirigente e del business americano. La sua presenza alla Casa Bianca era considerata come un indispensabile contrappeso all’influenza dei consiglieri di orientamento nazionalista, anch’essi peraltro coinvolti in epurazioni varie nell’ultimo anno.

 

La stampa americana ha avvertito che le dimissioni di Cohn potrebbero segnare uno spartiacque per gli indirizzi, soprattutto economici, dell’amministrazione Trump. I prossimi mesi potrebbero essere cioè segnati da un’intensificazione dei conflitti internazionali, come stanno già prospettando le reazioni internazionali alle recenti decisioni su acciaio e alluminio.

 

Non a caso, i vertici di svariate banche d’affari USA hanno espresso il loro rammarico per l’allontanamento di Gary Cohn dalla Casa Bianca. L’amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, è stato uno di questi e in una dichiarazione alla stampa ha ricordato anche un altro motivo della gratitudine di Wall Street per l’ex consigliere di Trump, cioè il suo contributo all’approvazione del pacchetto di tagli alle tasse da 1.500 miliardi di dollari riservato ai redditi più alti.

 

La possibile accelerazione protezionistica della Casa Bianca dopo l’uscita di scena di Cohn sembra essere comunque un rischio calcolato da parte del presidente, intenzionato a compattare la propria base di consenso ultra-nazionalista in un momento di grave crisi sul fronte interno a causa dei persistenti attacchi provenienti principalmente dall’indagine-farsa del “Russiagate”.

 

La marginalizzazione dell’ala liberista nel proprio governo rischia anche di fare esplodere i contrasti tra la Casa Bianca e la leadership repubblicana al Congresso. Le divergenze sono state finora tenute tutto sommato sotto controllo per ragioni di convenienza politica. Le dinamiche che minacciano di scatenare le ultime misure protezionistiche potrebbero però cambiare radicalmente il quadro.

 

Già i leader di maggioranza alla Camera e al Senato, rispettivamente Paul Ryan e Mitch McConnell, hanno preso apertamente posizione contro i nuovi dazi, soprattutto perché i loro stati di provenienza rischiano di essere fortemente penalizzati dalle ritorsioni ipotizzate ad esempio dall’Europa sulle esportazioni di una serie di prodotti americani.

 

Mercoledì a Bruxelles la commissaria UE per il commercio, Cecilia Malmström, ha promesso una risposta “ferma e proporzionata” alle misure decise a Washington. Le iniziative prospettate potrebbero andare in tre direzioni: dal ricorso all’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) all’adozione di “salvaguardie” per evitare che l’acciaio dirottato dagli USA arrivi nei paesi dell’Unione, fino all’imposizione a propria volta di dazi su beni di origine americana.

 

Per quanto riguarda lo stato dell’amministrazione Trump, le dimissioni di Gary Cohn sono infine un nuovo segnale della crisi profonda che essa sta attraversando, in primo luogo sotto la spinta della già ricordata offensiva a cui è sottoposta sul fronte domestico. Il tasso di ricambio di personale dell’attuale governo è di gran lunga superiore a quelli fatti segnare dalle amministrazioni susseguitesi a Washington negli ultimi decenni.

 

Limitatamente alle ultime settimane, l’addio di Cohn era stato preceduto da quelli del suo alleato, l’ex segretario dello staff, Rob Porter, e della responsabile della comunicazione della Casa Bianca, Hope Hicks. Le prossime settimane potrebbero inoltre riservare altre dimissioni pesanti, almeno a giudicare dalle indiscrezioni riportate dalla stampa americana.

 

Da qualche tempo si parla dell’intenzione di lasciare del capo di gabinetto, generale John Kelly, e del consigliere per la Sicurezza Nazionale, H. R. McMaster. Entrambi sarebbero ai ferri corti con il presidente e il suo entourage allineato alla fazione populista e ultra-nazionalista della destra repubblicana.

 

Sia Kelly che McMaster, come Gary Cohn, sono graditi all’establishment americano, sostanzialmente perché considerati in grado di garantire una certa moderazione delle politiche presidenziali e l’allineamento di queste agli obiettivi dell’apparato militare e della sicurezza nazionale americano.

 

Il loro eventuale abbandono della Casa Bianca, perciò, non solo accentuerebbe la crisi politica a Washington ma determinerebbe anche un nuovo spostamento a destra del baricentro dell’amministrazione Trump e un ulteriore pericoloso aggravamento delle tensioni a livello internazionale.

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Fidel Castro: “Chavez è un educatore infaticabile”

Cubadebate (italiano) - Mar, 06/03/2018 - 01:12

Fidel-Castro-y-Hugo-Chávez-Atto di riconoscimento con l’Ordine Carlos Manuel de Cespedes al Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Rafael Chavez Frias, nel X Anniversario della sua prima visita a Cuba. Teatro Carlos Marx, 14 dicembre 2004.

“Da molto tempo ho la più profonda convinzione che, quando la crisi arriva, i leader sorgono. Così è sorto Bolivar quando l’occupazione della Spagna da parte di Napoleone e l’imposizione di un re straniero hanno creato le condizioni propizie per l’indipendenza delle colonie spagnole in questo emisfero. Così è sorto Martì, quando è arrivata l’ora propizia per l’esplosione della Rivoluzione indipendentista a Cuba. Così è sorto Chavez, quando la terribile situazione sociale ed umana in Venezuela e nell’America Latina determinava che il momento di lottare per la seconda e vera indipendenza era arrivato.”

“[…] tu hai detto dieci anni fa che non meritavi gli onori che stavi ricevendo da quelli che avevano riconosciuto in te le qualità di un gran rivoluzionario, quando sono incominciate ad arrivare le notizie della tua storia, della tua condotta e delle tue idee, mentre eri in prigione nel carcere di Yare.”

“La tua capacità organizzativa, il tuo carisma con gli ufficiali giovani, la tua nobiltà e fermezza nell’avversità, ti facevano creditore di questi e molti altri onori.”

“Hai promesso di ritornare un giorno con propositi e sogni realizzati. Sei ritornato come un gigante, non solo oramai come leader del processo rivoluzionario vittorioso del tuo paese, ma anche come una personalità internazionale rilevante, amata, ammirata e rispettata da molti milioni di persone nel mondo, ed in modo speciale dal nostro popolo.”

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Trump e la guerra dei dazi

Altrenotizie.org - Lun, 05/03/2018 - 21:55

La decisione presa settimana scorsa dal presidente americano Trump di imporre pesanti tariffe doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio ha scatenato una valanga di critiche sul fonte domestico e internazionale, così come una serie di minacce di ritorsioni, anche da parte di paesi alleati di Washington, che prospettano lo scatenarsi a tutti gli effetti di una pericolosissima nuova guerra dei dazi su scala globale.

 

L’annuncio del primo marzo scorso è sembrato rappresentare un momento cruciale nel processo di erosione in atto del sistema economico e commerciale creato dopo il secondo conflitto mondiale. La ragione di ciò va ricercata nelle motivazioni ufficiali dell’imposizione di dazi del 25% e del 10%, rispettivamente sulle importazioni di acciaio e alluminio, le quali sarebbero legate appunto a questioni di “sicurezza nazionale”.

 

Una motivazione di questo genere dovrebbe riferirsi a eventuali gravi minacce o emergenze, se non a situazioni di guerra. Se gli USA non sono in realtà coinvolti in una guerra che richieda una mobilitazione economica totale, la decisione di Trump rimanda però allo stadio avanzato dei preparativi in questo senso. Nel commentare il provvedimento, il presidente americano ha infatti affermato che, presumibilmente in un prossimo futuro, per gli Stati Uniti sarà tutt’altro che opportuno dover importare acciaio e alluminio da paesi “con cui siamo in guerra”.

 

Sintomatico a questo proposito è che le misure commerciali, che saranno molto probabilmente firmate da Trump nel corso di questa settimana, non colpiscono solo i rivali strategici degli USA - Cina e Russia - ma anche e soprattutto alleati come Canada, Giappone, Corea del Sud e la stessa Unione Europea.

 

Ancora più indicativo del rapido precipitare dello stato delle relazioni internazionali è poi l’ipotesi, cominciata a circolare in maniera sommessa nei giorni scorsi, di una possibile futura uscita di Washington dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Successore del GATT (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) del 1947, questo organo rimane uno dei pilastri del sistema di relazioni economiche internazionali promosso proprio dagli Stati Uniti per prevenire il ripresentarsi dei conflitti esplosivi, tra cui quelli sui dazi, che avevano segnato la prima metà del secolo scorso fino alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Le immediate reazioni ai provvedimenti protezionistici di Trump non hanno in ogni caso prodotto alcun cambiamento di posizione alla Casa Bianca. Lo stesso presidente ha confermato la sua determinazione in alcuni “tweet” scritti nel fine settimana, facendo intendere di curarsi poco o nulla degli avvertimenti circa il pericolo di innescare una guerra doganale. Nella visione di Trump e degli ambienti ultra-nazionalisti che lo hanno spinto in questa direzione, d’altra parte, gli Stati Uniti sono già nel pieno di una guerra di questo tipo e l’unica via d’uscita è rappresentata da azioni ritorsive come quella adottata in relazione all’acciaio e all’alluminio.

 

Gli ambienti del business americano che beneficiano dei prezzi bassi di questo materiale proveniente dall’estero hanno manifestato tutta la loro opposizione ai nuovi dazi, visto anche il pericolo che iniziative simili di altri paesi potrebbero mettere a rischio le esportazioni USA.

 

Politici e commentatori, soprattutto democratici e “liberal” ma non solo, si sono allo stesso modo lamentati con la Casa Bianca, in primo luogo proprio per il rischio concreto di una guerra dei dazi su vasta scala. In molti casi, tuttavia, gli scrupoli non sembrano essere tanto per gli ostacoli al libero commercio provocati dalla decisione di Trump, quanto per il suo carattere indiscriminato che finisce per colpire anche importanti alleati degli Stati Uniti.

 

Come era già accaduto nei mesi scorsi con le critiche di Trump a vari trattati di libero scambio in essere tra gli USA e un certo numero di paesi, una parte importante della classe dirigente americana teme che questo orientamento protezionista possa mettere a repentaglio i rapporti con determinati alleati. Così facendo, in sostanza, Trump rischia di complicare i piani di guerra contro Iran o Corea del Nord, ma anche contro Russia e Cina, basati sulla collaborazione militare e strategica di paesi che possono essere stati colpiti da dazi e tariffe doganali.

 

A questo dilemma, e ai malumori di una parte delle aziende private americane, vanno collegate in buona parte le divisioni create all’interno dell’amministrazione Trump dalla recente accelerazione protezionistica del presidente. La stampa americana ha scritto di un fronte contrario alla decisione sui dazi di cui farebbero parte, tra gli altri, il segretario di Stato Tillerson, quello della Difesa Mattis e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster.

 

Il primo consigliere economico del presidente, Gary Cohn, di fatto rappresentante degli ambienti finanziari USA alla Casa Bianca, avrebbe inoltre minacciato di dimettersi dal proprio incarico. Evidentemente, il provvedimento di Trump, seguito ad altre misure dello stesso tenore anche se di portata inferiore, è di fatto un successo della fazione nazionalista del governo di Washington, rappresentata dal segretario e dal consigliere del presidente per il Commercio, rispettivamente Wilbur Ross e Peter Navarro.

 

Quest’ultimo è stato protagonista nel fine settimana di varie interviste sui media americani per difendere la scelta protezionistica della Casa Bianca. In particolare, Navarro ha escluso che ci potranno essere eccezioni ai dazi per le importazioni provenienti da paesi amici. A conferma del carattere imprevedibile di Trump, ma anche della gravità delle tensioni all’interno del suo governo, il segretario Ross non ha invece del tutto escluso un possibile cambiamento di opinione del presidente su questo punto.

 

I timori maggiori riguardano il Canada, primo esportatore verso gli USA di acciaio e alluminio. Il vicino settentrionale ha già una bilancia commerciale negativa nei confronti degli Stati Uniti, così che eventuali ritorsioni potrebbero facilmente penalizzare l’export americano. Washington e Ottawa sono inoltre nel pieno di delicati negoziati, assieme al governo messicano, per la revisione del NAFTA (Trattato di Libero Scambio Nordamericano), il cui esito potrebbe risentire delle recenti misure annunciate dall’amministrazione Trump.

 

Proprio il ministro degli Esteri canadese, Chrystia Freeland, ha evidenziato l’apparente assurdità delle motivazioni citate dalla Casa Bianca per l’imposizione dei dazi, visto che il Canada non rappresenta esattamente una minaccia alla sicurezza nazionale americana. Il primo ministro Trudeau, impegnato da tempo a costruire un rapporto cordiale con il presidente americano malgrado le presunte differenze ideologiche, ha da parte sua definito “totalmente inaccettabili” le nuove tariffe su acciaio e alluminio.

 

Anche da questa parte dell’Atlantico non si sono risparmiati toni molto duri nei confronti di Washington. Il commissario UE per il Commercio, Cecilia Malmström, ha messo in guardia dal rischio di un “pericoloso effetto domino”, per poi avvertire che Bruxelles non avrà altra scelta che imporre a sua volta dazi sui prodotti americani e presentare un ricorso al WTO.

 

Sulla stessa linea sono stati i commenti provenienti da Berlino, Parigi e Londra. La premier britannica May ha invitato ad esempio a risolvere i problemi legati alla sovrapproduzione di acciaio e alluminio all’interno degli organismi multilaterali esistenti, nonostante sia precisamente il tracollo dell’ordine internazionale stabilito anche attraverso di essi a generare le tensioni odierne.

 

Le tendenze protezionistiche mostrate dall’amministrazione Trump non sono in ogni caso da attribuire soltanto alla predisposizione del presidente o di una parte del suo staff. Esse sono piuttosto la risposta data da determinate sezioni dell’establishment americano a un processo oggettivo come il costante declino della posizione internazionale del capitalismo USA. Così facendo, sale vertiginosamente il rischio di una spirale di ritorsioni in ambito commerciale che, come dimostra la storia del Ventesimo secolo, potrebbe sfociare in un qualche conflitto armato.

 

Ciò che appare evidente è che la decisione sui dazi di Trump finirà per avere effetti negativi sull’andamento di un’economia globale la cui ripresa, quando è visibile, sembra basarsi ancora su fondamenta estremamente fragili. Soprattutto, come hanno confermato le reazioni di questi giorni, l’accentuarsi dell’involuzione protezionistica americana finirà per inasprire le tensioni geo-politiche internazionali, già responsabili dei venti di guerra che soffiano ormai in numerose aree del pianeta.

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Hugo, il presidente di tutti

Altrenotizie.org - Dom, 04/03/2018 - 16:05

Dima Hasan è una ragazza siriana. Agronoma, interessata all’ecologia, internazionalista, lavora come educatrice. Il 5 marzo, Dima si recherà con altri coetanei all’ambasciata della Repubblica bolivariana del Venezuela a Damasco, per rendere omaggio a Hugo Chávez, che tanto lavorò contro le guerre imperialiste. Come quella che, per procura, continua a devastare la patria di Dima, dal 2011.

 

Dopo aver guidato il Venezuela dal 1999, Hugo Chávez morì il 5 marzo di 5 anni fa. Uno choc, per tanti nel mondo, non solo nel suo paese. Forse molti ricordano che cosa stavano facendo quando lo vennero a sapere.

 

E’ automatico accostare il presidente Chávez ad altri grandi leader che furono capi di Stato disinteressatamente utili al mondo.

 

Intanto Fidel Castro, il suo grande amico. Dai cervelli, dai cuori e dall’indicibile energia di quei due scaturì un’alleanza a prova di tutto, quella fra Cuba e Venezuela, e poco dopo un Asse pacifico che si spera torni ad allargarsi: l’Alba.

 

Poi Thomas Sankara. Non si incrociarono né poterono lavorare insieme, perché il presidente del Burkina Faso fu ucciso 38enne nel 1987, dopo soli quattro anni alla guida del paese saheliano. Ma non è un caso se, pochissimi giorni dopo la morte del presidente venezuelano, in Burkina Faso un gruppo di studenti dell’università di Ouagadougou ne lesse il messaggio indirizzato al vertice dell’Asa (America del Sud e Africa), un’altra alleanza in via di costruzione sulla quale Chávez aveva puntato. E un gruppo di burkinabè negli stessi giorni si recò sulla tomba di Sankara, ma con la bandiera venezuelana sulle spalle…

 

Che cosa dice, invece, il vivissimo Hugo Chávez all’Europa, questo continente un po’ morto, come già la definiva il peruviano Manuel Scorza ne La danza immobile?

In primo luogo, l’opera coraggiosa del presidente bolivariano contro le guerre di aggressione - il più diabolico di tutti i mali, il “crimine internazionale supremo”  - merita ricerche e approfondimenti perché potrebbe servire da modello per paesi che non siano indecenti come i nostri. Diciamo «potrebbe», e non «avrebbe potuto», perché la politica estera del Venezuela fortunatamente non è cambiata con la scomparsa del presidente invicto.

 

In secondo luogo, hanno portata universale le alleanze internazionali intessute da Hugo Chávez e la sua visione realizzata di un blocco autonomo di pace e sviluppo, per una liberazione congiunta; un modello altermondialista fondato sulla complementarietà e la solidarietà, anziché sulla competizione e sui conflitti. A quando un’Alba euromediterranea?

 

Infine, nel contesto di un capitalismo distruttivo come quello occidentale, la proposta del socialismo del XXI secolo suscita un appello: non imitate l’Occidente! E un invito: sul petrolio e sulle altre materie prime fossili, anche se finalmente diventate - grazie alla forza trainante del presidente bolivariano - carburante per un’opera di giustizia solidale, si dovrebbe fare affidamento solo por ahora, pena il caos climatico e un oceano di distruzioni.

 

La diversificazione dell’economia, del lavoro e dell’organizzazione sociale e politica, diversificazione sulla quale il  presidente Chávez  tanto insisteva, potranno costruire quell’ecosocialismo del XXI secolo in grado di offrirsi come modello a un mondo scriteriato.

 

In fondo, il mondo si divide fra chi fa le guerre e chi le contrasta. Fra chi sfrutta i popoli impoveriti e chi costruisce alleanze paritarie. Fra chi cerca di mantenere l'iniquo disordine mondiale e chi disegna i lineamenti di una nuova realtà.

 

Hugo Chávez è stato capace, insieme ai paesi dell'Alleanza Alba, di portare avanti iniziative per la prevenzione dei conflitti, costruire relazioni internazionali emancipatrici e pacifiche ben al di là del continente sudamericano, avviare la sperimentazione di un modello economico e culturale equo e sostenibile, di valenza planetaria. Studiare il suo operato è un esercizio non accademico ma di utilità operativa.

 

Come europea dissidente ritengo in particolare doveroso rendere omaggio a un politico che, pur a distanza, ho considerato il «vero presidente», soprattutto quando, invece, i leader nostrani bombardavano altri popoli, senza rischiare né missili né tribunali e in più con la fortuna di sentirsi buoni: perché quei popoli, li si uccideva per salvarli, in una moderna versione di Torquemada e dell’Inquisizione.

 

I cittadini dei paesi Nato/Golfo hanno l’enorme lusso della pace: vivono sotto un cielo fortunato dal quale piove solo acqua; i rombi sono solo quelli del tuono e i lampi sibilanti sono solo quelli dei fuochi d’artificio.

 

Chi non è mai stato circondato da morti bruciati, amputati, decapitati, senzatetto di guerra, esodi in massa, chi non ha perso un occhio o la pelle o la testa od ogni bene, chi non ha visto il suo paese sfaldarsi dovrebbe sentire tutta la responsabilità di opporsi in ogni modo alle azioni belliche  condotte all’Impero. Così fece Hugo Chávez.

 

 

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Arrestano autore intellettuale dell’assassinio di Berta Caceres

Cubadebate (italiano) - Sab, 03/03/2018 - 03:49

berta-caceresMass media honduregni hanno comunicato che David Castillo stava per abbandonare il paese quando è stato catturato dagli agenti di sicurezza.  
 
Le autorità dell’Honduras hanno arrestato questo venerdì il presidente dell’azienda Sviluppi Energetici S. A. (DESA), David Castillo, accusato di essere il presunto autore intellettuale dell’assassinio della leader indigena Berta Caceres.

Nel secondo anniversario del crimine, mezzi locali hanno riportato che la cattura si è realizzata mentre Castillo cercava di abbandonare il paese dall’aeroporto Ramon Villeda Morales della città San Pedro Sula, nel dipartimento di Cortes (nordovest).

Caceres è stata assassinata il 2 marzo 2016 nella città de La Esperanza, dipartimento di Intibucà (ovest), quando un gruppo di sconosciuti hanno forzato l’entrata di casa sua per eseguire l’ordine.

Secondo l’investigazione che dirige il Dipartimento dei Delitti Contro la Vita dell’Agenzia Tecnica di Investigazione Criminale (ATIC), l’imprenditore ha proporzionato la logistica e le risorse necessarie ad uno degli autori materiali del fatto.

Inoltre, l’investigatore Juan Carlos Cruz e l’ex polizia Miguel Arcandel Rosales Izcano sono già stati processati per presentare prove false per deviare l’investigazione per l’assassinio dell’ambientalista honduregna.

Fino al momento, almeno otto persone sono accusate, e tra loro il direttore di DESA, Sergio Ramon Rodriguez Orellana.

da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

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Legislatori della Florida approvano consegna di armi ai maestri

Cubadebate (italiano) - Ven, 02/03/2018 - 02:19

maestros-armas-eeuuDue pannelli di congressisti della Florida hanno approvato progetti legislativi che includono 67 milioni di dollari per insegnare ai maestri a maneggiare le armi, come conseguenza della sparatoria successa due settimane fa in questo stato nordamericano.  

Il Comitato di Assegnazioni della Camera di Rappresentanti e quello del Senato hanno approvato questo martedì le proposte destinate, secondo loro, a prevenire sparatorie di massa come quella del 14 febbraio, che ha lasciato 17 morti e 15 feriti nella scuola media Marjory Stoneman Douglas di Parkland.

D’accordo col quotidiano Tampa Bay Times, la posizione favorevole a contare su professori armati nelle aule risulta un fatto senza precedenti in quell’istanza ed ignora la posizione dei residenti di Parkland che si oppongono fermamente a tale idea.

Il programma di ufficiali giudiziari scolastici è l’aspetto più controverso dei progetti presentati in entrambe le istanze legislative, che si trovano già nei plenum e potrebbero essere votati venerdì.

Con queste iniziative si pretende anche imporre un periodo di attesa di tre giorni per l’acquisto di armi, aumentare da 18 a 21 anni l’età per acquisire questi artefatti e concedere alla polizia più potere per sequestrare quelli che considerano in mani sbagliate.

La normativa cerca di avere in ogni scuola 10 maestri qualificati per trasportare un’arma da fuoco, fatto che equivarrebbe a 37 mila docenti in tutto il territorio meridionale.

Lo Stato coprirebbe i costi delle verifiche degli antecedenti, prove di droga, esami psicologici e 132 ore di abilitazione, mentre quelli che partecipano come volontari riceverebbero uno stipendio di 500 dollari una sola volta.

Secondo il quotidiano Sun Sentinel, il governatore Rick Scott non appoggia la parte del piano che permetterebbe ai maestri di portare armi, ma fino al momento lui non ha detto se l’inclusione di questo aspetto nella legge finale lo porterebbe a vietarla.

I progetti non includono la proibizione delle armi d’assalto come chiedono i democratici e gli attivisti favorevoli ad un maggiore controllo di questi artefatti, perché tale misura conta sull’opposizione della poderosa National Rifle Association e della maggioranza dei repubblicani.

da Prensa Latina

traduzione Ida Garberi

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La guerra economica contro il Venezuela, mito o realtà?

Cubadebate (italiano) - Gio, 01/03/2018 - 02:54

VenezuelaSe vogliamo analizzare cosa succede in Venezuela, un paese in cui poche persone sono state, ma tutti sembrano conoscere e commentare ciò che accade lì, dobbiamo ampliare la frase e dire: “È la geopolitica, stupido”.

Qualsiasi analisi sul Venezuela deve partire da una premessa, quella di essere il paese con le maggiori riserve di petrolio certificate al mondo (circa 300.000 milioni di barili). A quella quantità di oro nero deve essere aggiunto l’essere tra le prime 10 principali riserve di gas, biodiversità e minerali e “terre rare”, come il coltan.

Come se non bastasse, una petroliera impiega meno di una settimana per attraversare i Caraibi e arrivare dal Venezuela ai principali porti della costa orientale degli Stati Uniti, rispetto al mese e mezzo che la stessa nave impiega per arrivare dal Golfo Persico attraversando il canale di Suez.

Solo da questa base geopolitica minima possiamo provare ad analizzare cosa succede in Venezuela e se c’è davvero una guerra economica.

In “La Mano Visibile del Mercato“, l’economista venezuelana Pascualina Curcio, determina 3 coordinate fondamentali per poter parlare di guerra economica: accaparramento dei prodotti di consumo di base; inflazione indotta attraverso la manipolazione artificiale del tasso di cambio; ed embargo finanziario.

Esaminiamo il primo dei 3 indicatori. Perché è facile in Venezuela trovare prodotti della campagna, come frutta e verdura, ma invece è estremamente difficile trovare determinati farmaci o prodotti per l’igiene? Perché questi ultimi appartengono a 2 aziende statunitensi, Procter & Gamble e Johnson & Johnson, che detengono il monopolio del 90% del mercato e controllano quando e quali prodotti vengono immessi sul mercato. È una decisione politica, e non economica, trovare alcuni prodotti e altri non nei negozi e nei supermercati del Venezuela.

In secondo luogo, l’inflazione, che dal Cile di Allende è sempre stata un’arma politica in cui chi controlla l’offerta di prodotti controlla il prezzo di questi. Il concetto di inflazione è diverso dall’aumento dei prezzi e non ha nemmeno a che fare con l’economia, ma con decisioni politiche. Un altro economista, in questo caso spagnolo, Alfredo Serrano, spiega come il valore del tasso di cambio in Venezuela si sia moltiplicato da metà 2014 di 1410 volte, mentre il numero di banconote moltiplicato per 43, la liquidità per 64 e il tipo di cambio implicito per 141.

Questo può essere compreso solo a partire da decisioni politiche, come la manipolazione del tasso di cambio diretta dal sito web Dólar Today, ospitato su server a Miami, negli Stati Uniti; o che l’agenzia di rating Standard & Poor’s dichiari il Venezuela in default selettivo pur avendo onorato tutti i 5 debiti e interessi con i suoi creditori, pagando fino ad oggi 70.000 milioni di debiti.

In terzo luogo, il blocco economico degli Stati Uniti è una realtà che si nasconde dietro il decreto esecutivo firmato dal premio Nobel per la pace Barack Obama, che dichiara il Venezuela un pericolo per la sicurezza nazionale. Al di là delle dichiarazioni pompose, questa misura ha conseguenze molto reali. Ad esempio, nel mese di novembre 2017, sono state annullate 23 operazioni nel sistema finanziario internazionale del valore di 39 milioni di dollari per l’acquisto di generi alimentari, beni di prima necessità e medicinali.

Per completare questa breve analisi e se ripassiamo un po’ la storia, possiamo trovare molte somiglianze tra quanto accade oggi in Venezuela e ciò che è accaduto nel Cile di Salvador Allende o nella Cuba di Fidel Castro. Attacchi all’economia che sono in realtà contro un intero popolo nella misura in cui i meccanismi di produzione e distribuzione dei prodotti di base sono alterati; manipolazione dei media nazionali e internazionali contro questi governi; presenza diretta o indiretta dell’imperialismo USA attraverso i suoi diversi meccanismi di interferenza; dalla CIA alla DEA, attraverso l’USAID e il finanziamento con decine di milioni di dollari dell’opposizione politica.

Per tutto questo, possiamo affermare che sì, il Venezuela subisce una guerra economica contro un intero popolo e tracciare una linea di demarcazione se vogliamo discutere sul Venezuela: il dibattito non è sinistra o destra, socialismo o capitalismo, ma democrazia contro terrorismo politico, economico e mediatico.

Il Venezuela, sì, ha molti problemi che vanno dall’insicurezza fino all’inefficienza o alla corruzione. Ma questi problemi deve risolverli il popolo venezuelano in maniera sovrana. Nessun altro.

di Katu Arkonada – teleSUR

traduzione per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde

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