Seguici su twitter facebook youtube RSS

La risposta eccezionale di Cuba alla pandemia di COVID-19

Cubadebate (italiano) - Sab, 07/11/2020 - 00:19

cuba-covidLa risposta della Cuba socialista alla pandemia globale di SARS-CoV2 è stata eccezionale, sia per la risposta interna sia per il suo contributo internazionale.

Il fatto che una piccola nazione, sottomessa a secoli di colonialismo e imperialismo, e a partire dalla Rivoluzione del 1959 a sei decenni di un blocco criminale da parte degli Stati Uniti, possa svolgere questo ruolo esemplare è dovuto al sistema socialista di Cuba.

La pianificazione centralizzata indirizza le risorse nazionali secondo una strategia di sviluppo che dà priorità al benessere umano e alla partecipazione della comunità e non gli interessi del privato.

Le autorità cubane hanno reagito rapidamente all’informazione fornita dalla Cina all’inizio di quest’anno sul SARS-CoV2. A gennaio le autorità cubane hanno stabilito una Commissione Nazionale Intersettoriale per la COVID-19, hanno messo in atto il proprio Piano di Azione Nazionale per le epidemie, hanno cominciato a controllare porti, aeroporti, installazioni marittime, hanno dato informazioni agli agenti di frontiera e immigrazione per rispondere al COVID-19 e hanno elaborato un piano di “prevenzione e controllo”.

Specialisti cubani hanno viaggiato in Cina per comprendere il comportamento del nuovo coronavirus e le commissioni del Consiglio Scientifico del governo hanno cominciato a lavorare per combattere contro il coronavirus.

Durante il mese di febbraio si sono riorganizzate le strutture mediche ed è stato formato il personale sanitario per controllare la diffusione del virus all’interno dell’isola.

All’inizio di marzo è stato creato un gruppo scientifico e bio-tecnologico per sviluppare i trattamenti, test, vaccini e altre innovazioni relative al COVID-19. A partire dal 10 Marzo si è incominciato a fare test del COVID-19 alle persone che entravano nel Paese. Tutto questo è stato fatto prima che si manifestasse il virus nell’isola.

L’11 marzo è stato confermato che tre turisti italiani erano i primi casi di COVID-19 a Cuba. Le autorità cubane si sono messe in azione organizzando riunioni nei quartieri, facendo controlli di salute, test, localizzazione dei contagi e quarantene casa per casa, tutto ciò accompagnato da programmi di educazione e aggiornamento quotidiano dei dati.

Il 20 Marzo è stata “confinata”1 la popolazione e gli è stato chiesto di rispettare le norme di distanziamento sociale e di portare le mascherine per uscire di casa per svolgere lavori essenziali. Sono state sospese le tasse alle attività commerciali (private n.d.t.) e i debiti delle utenze domestiche, è stato assicurato il 50% dello stipendio alle persone ricoverate e le famiglie con entrate basse hanno ricevuto assistenza sociale e familiare, dato che gli sono stati consegnati a domicilio medicine, cibo e altri articoli.

Nei laboratori di confezioni di tutta la nazione si è cominciato a produrre mascherine, incoraggiati da un movimento popolare di produzione domestica e si sono organizzati gruppi comunitari di mutualismo per aiutare le persone vulnerabili e anziane a comprare cibo dato che erano divenute abituali le grandi file.

Il 24 marzo Cuba ha chiuso le proprie frontiere alle persone non residenti, una decisione difficile data l’importanza che hanno per lo Stato le entrate del turismo.

Si è deciso l’obbligatorietà per qualsiasi persona che entrava nel Paese di passare una quarantena sotto controllo medico di 14 giorni durante i quali vengono effettuati test e analisi. Nelle provincie e nei municipi si sono attivati i Consigli di Difesa.

Ad aprile è stato sospeso sia il pagamento delle bollette dei servizi pubblici, sia il trasporto interprovinciale e urbano, nonostante sia stato garantito il trasporto al personale medico e ad altre persone che lavoravano in servizi essenziali. Sono state sanificate l’Havana e altre città. Sono state messe in quarantena totale o parziale 20 comunità di sei provincie.

È stata messa in funzione un’applicazione progettata a Cuba, “Virtual Screening”, con un’applicazione di opt-in che permette alle persone che la utilizzano di trasmettere un’indagine epidemiologica al Ministero della Salute Pubblica (MINSAP) perché faccia un’analisi statistica.

Sono state prese misure di prevenzione affinché il virus non entrasse nelle carceri dove sono stati fatti dei controlli attivi due volte al giorno e alla data del 23 aprile non era stato registrato nessun caso in esse.

Alla data del 24 maggio2 era stato informato di 82 morti e meno di due mila casi confermati a Cuba, la cui popolazione è di 11,2 milioni di abitanti. Ciò presuppone 173 casi per un milione di abitanti, in comparazione con i 3.907 per milione in Gran Bretagna. Non è morta nessuna persona appartenente al personale sanitario, nonostante alla metà di aprile si fossero infettate 92 persone.

La risposta esemplare di Cuba si basa su cinque caratteristiche del suo sviluppo socialista

  • Primo, il suo sistema di salute pubblica unico, universale e gratuito, che premia la prevenzione alla cura, con una rete di medici di famiglia, responsabili della salute comunitaria e che vivono tra i propri pazienti.

  • Secondo, l’industria biofarmaceutica di Cuba che è orientata verso le necessità della salute pubblica e produce quasi il 70% delle medicine che si consumano nel Paese e le esporta a 50 Paesi.

  • Terzo, l’esperienza dell’isola in materia di difesa civile e di riduzione del rischio di disastri, generalmente in risposta a disastri naturali e relazionati al clima. La sua capacità, internazionalmente lodata, di mobilitare le risorse nazionali per proteggere la vita umana, si ottiene grazie ad una rete di organizzazioni popolari che facilitano la comunicazione e l’azione comunitaria.

  • Quarto, l’esperienza dell’isola nel fare controlli sulle malattie infettive. Per decenni Cuba ha inviato professionisti sanitari in Paesi che curano malattie infettive debellate da molto tempo nell’isola e ha invitato decine di migliaia di persone di altri Paesi a studiare a Cuba. Conta su procedimenti ben sviluppati per mettere in quarantena le persone che entrano nell’isola.

  • Quinto, l’internazionalismo sanitario cubano grazie al quale 400.000 professionisti della salute hanno fornito assistenza sanitaria gratuita a popoli che hanno carenze di essa in 164 Paesi. Quando è iniziata la pandemia c’erano 28.000 professionisti sanitari che lavoravano in 59 Paesi. Alla fine di maggio altri 2.300 specialisti sanitari della Brigata Medica Henry Reeve di Cuba, specializzata in risposta epidemiologica e a disastri, è andata in 243 Paesi per trattare pazienti del COVID-19.

IMPEGNO PER UN’ASSISTENZA SANITARIA PUBBLICA DI GRANDE QUALITA’

Nel 1959 Cuba aveva circa 6.000 medici, però la metà di essi se ne andarono presto. Solamente rimasero 12 dei 250 professori cubani della Facolta di Medicina dell’Università di L’Avana.

C’era solo un ospedale rurale. Il governo rivoluzionario affrontò la sfida di offrire una sanità pubblica di grande qualità partendo praticamente da zero.

A questo fine venne stabilito nel 1960 il Servizio Medico Rurale (SMR), e nel corso del decennio successivo si destinarono a zone remote centinaia di medici recentemente laureati. I medici dell’SMR svolsero la funzione di educatori della salute oltre a quella di medici clinici.

Vennero stabiliti programmi nazionali per la prevenzione e il controllo di malattie infettive. Dal 1962 un programma nazionale di immunizzazione ha somministrato a tutti i cubani otto vaccini gratis. Si ridussero rapidamente le malattie infettive sino ad eliminarle totalmente.

Nel 1970 la quantità di ospedali rurali era giunta a 53. Sino al 1976 non venne recuperata la proporzione tra medici e cittadini anteriore alla Rivoluzione. A quel punto tutto il Paese disponeva di servizi di salute e gli indicatori erano migliorati in maniera significativa.

Nel 1974 venne stabilito un nuovo modello di policlinici basato a livello comunitario, che offrì alle comunità cubane l’accesso locale a specialisti per la assistenza sanitaria di base.

Sia la formazione che la politica hanno messo in risalto l’impatto che fattori biologici, sociali, culturali, economici e ambientali avevano sui pazienti. I programmi nazionali si concentrano sulla salute materno-infantile, sulle malattie infettive, sulle malattie croniche non trasmissibili e sulla salute delle persone anziane.

Nel 1983 venne introdotto in tutto il paese il Piano Medici e Infermieri della Famiglia, per il quale si installarono nei quartieri consultori di medici di famiglia nella cui parte superiore dell’edificio vivevano con la propria famiglia il medico o l’infermiere, in modo che l’assistenza sanitaria fosse garantita 24 ore al giorno.

I medici di famiglia coordinano l’assistenza medica e dirigono le campagne di promozione della salute che insistono sulla prevenzione e le analisi epidemiologiche. Si basano sulla creazione di anamnesi aggiornate costantemente e sulla capacità clinica, mentre riservano i trattamenti medici ad alta tecnologia costosi ai pazienti che li necessitano, concludono gli appuntamenti con i pazienti nella mattina e fanno visite a domicilio il pomeriggio.

Le squadre mediche fanno diagnosi della salute del quartiere e fanno interagire la salute pubblica con la medicina clinica, e “la valutazione continua e l’analisi dei rischi” (VCER) individuale dei propri pazienti. I medici e infermieri di famiglia lavorano anche in centri di lavoro e grandi scuole, asili nido, centri per anziani ecc.

Nel 2005 la popolazione cubana aveva un medico ogni 1674 persone, la proporzione più alta del mondo. Cuba ha attualmente 449 policlinici, ognuno dei quali assiste tra le 20.000 e 40.000 persone e funzionano come centro di riferimento per medici della famiglia della zona, generalmente tra i 15 e i 40. Ci sono più di 10.0005 medici di famiglia divisi in maniera uniforme su tutta l’isola.

L’ASSISTENZA PRIMARIA DELLA SALUTE, COLONNA VERTEBRALE DELLA RISPOSTA DI CUBA

Un articolo pubblicato ad aprile 2020 da parte di Medicc Review descrive il sistema di assistenza primaria a Cuba come una potente arma contro il COVID-19. “senza un rapido accesso ai test, è chiaro che i test di massa6 non erano la prima opzione strategica. Tuttavia, l’assistenza primaria della salute lo era.”

Le autorità cubane hanno garantito che tutte le persone che facevano parte del sistema sanitario, incluso il personale ausiliario, ricevessero una formazione sul COVID-19, anche prima che fosse rilevato il virus.

I medici di più alto grado di ogni provincia hanno ricevuto una formazione nell’ospedale cubano di malattie tropicali famoso a livello mondiale, l’istituto Pedro Kourí. successivamente, tornando nelle proprie provincie, hanno formato i propri colleghi del grado successivo, i direttori degli ospedali e dei policlinici.

“a seguire si è passati al terzo passaggio: la formazione dei propri medici e infermieri della famiglia, i tecnici di laboratorio e radiologia, il personale amministrativo e anche il personale di manutenzione, gli autisti delle ambulanze e i portantini e qualsiasi persona che potesse avere un contatto con i pazienti”, ha spiegato la direttrice di un policlinico, la Dottoressa Mayra García, citata nell’articolo di Medic Review.

Ogni policlinico ha formato nella propria zona geografica anche persone che non appartenevano al settore sanitario, nei luoghi di lavoro, i proprietari di piccole attività economiche, le persone che affittano case, specialmente agli stranieri, i lavoratori degli asili nido, e gli hanno fornito indicazioni su come riconoscere i sintomi e applicare misure di prevenzione e protezione.

Come rinforzo sono stati inviati professionisti medici di alto grado dei policlinici, ai consultori dei medici di famiglia. È stato destinato personale medico agli hotel locali per fornire un rilevamento e assistenza medica 24 ore al giorno agli stranieri lì ospitati.

Sono stati riorganizzati i servizi di emergenza senza appuntamento preventivo per isolare qualsiasi persona che presentasse sintomi respiratori e fornire una valutazione generale 24 ore al giorno. Ove possibile sono stati rinviati gli appuntamenti (ambulatoriali) non relazionati al COVID-19 o sono stati cambiati in visite a domicilio nel caso di gruppi prioritari.

L’articolo di Medic Review sottolinea l’importanza del modello di “valutazione continua e analisi dei rischi” per lottare contro il COVID-19. Già è stata classificata tutta la popolazione cubana in quattro gruppi: apparentemente sani, con fattori di rischio di infezione, malati e in corso di recupero o riabilitazione.

I medici conoscono le caratteristiche della salute e le necessità delle comunità che seguono. Il modello di “valutazione continua e analisi dei rischi” inoltre ci allerta automaticamente sulle persone che sono maggiormente predisposte ad avere malattie respiratorie e delle persone le cui malattie croniche sono i fattori di rischio maggiormente associati a complicazioni in pazienti di COVID-19, ha spiegato il dottore Alejandro Fadragas.

I Comitati di Difesa della Rivoluzione hanno organizzato in tutta Cuba delle riunioni informative sulla salute pubblica affinché i medici e gli infermieri avvertissero gli abitanti dei quartieri circa la pandemia. Da quando sono stati confermati i primi casi sono state aumentate le visite giornaliere dei medici di famiglia nelle case e sono stati convertiti nello strumento più importante per il rilevamento dei casi e anticipare la propagazione del virus.

Circa 28.000 studenti di medicina si sono uniti a loro per realizzare queste visite casa per casa e individuare i sintomi. Tale procedimento significa che si sta monitorando tutta la popolazione.

Si inviano le persone che hanno sintomi al proprio policlinico locale affinché gli si faccia una rapida diagnosi. Le persone che si sospetta abbiano contratto la COVID-19 sono inviate ad uno dei nuovi centri municipali di isolamento situati in tutta l’isola, dove devono stare per un massimo di 14 giorni dove ricevono assistenza medica preventiva e gli si effettua il test.

Qualora il caso risulti essere altra malattia respiratoria, i pazienti ritornano alle proprie abitazioni dove devono permanere per un periodo di 14 giorni curati dal sistema di assistenza primario della salute. Gli ospedali si riservano per le persone che seriamente lo necessitano.

I professionisti del sistema di assistenza primario della salute sono anche responsabili di localizzare velocemente i contatti di tutti i casi sospetti, ai quali si effettuano test e si isolano in casa7.

Inoltre, le case e gli ingressi comuni degli edifici di quei pazienti che sono stati inviati nei centri di isolamento sono disinfettati da parte di squadre di “risposta rapida” formate da direttori e vicedirettori dei policlinici, uniti ai membri della famiglia. Anche i consultori dei medici di famiglia si disinfettano ogni giorno.

MEDICINE PRODOTTE A CUBA

Il protocollo cubano per trattare i pazienti del COVID-19 include 228 farmaci, la maggior parte di questi prodotte nel Paese. L’attenzione si concentra sulla prevenzione, con misure destinate a migliorare l’immunità innata.

Sin dall’inizio si è identificato il potenziale che aveva la medicina antivirale cubana interferone alfa 2b ricombinante umano (IFNrec). Questo prodotto biotecnologico ha dimostrato essere efficace per malattie virali come epatite di tipo B e C, l’herpes zoster, il VIH-SIDA e il dengue.

Si produce a Cuba dal 1986 e in Cina dal 2003 attraverso una impresa mista cubano-cinese, ChangHeber e a gennaio 2020 la Commissione Nazionale di Salute in Cina lo ha scelto tra i 30 farmaci per il trattamento di pazienti con COVID-19. Subito è arrivato alla cima nella lista di medicine antivirali dopo aver dimostrato buoni risultati.

Questa medicina è più efficace se si utilizza in forma preventiva e nelle prime tappe dell’infezione. A Wuhan, Cina, quasi 3.000 persone appartenenti al personale medico hanno preso Heberon come misura preventiva con il fine di potenziare la propria risposta immune e nessuno di essi ha contratto il virus, mentre il 50% di altri 3.300 medici che non hanno preso questa medicina hanno contratto il COVID-19.

L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), il centro medico Johns Hopkins e il Giornale Mondiale dei Pediatri, tra gli altri, consiglia il IFNrec di Cuba nei protocolli medici di vari Paesi.

Il prodotto era già registrato in Algeria, Argentina, Cile, Ecuador, Jamaica, Thailandia, Venezuela, Vietnam, Yemen e Uruguay. Alla metà di aprile sono state ricevute richieste da circa 80 Paesi per il suo utilizzo, inoltre lo stanno utilizzando le Brigate Mediche Cubane Henry Reeve che curano pazienti di COVID-19 all’estero.

Il 14 di aprile si è data informazione che sono stati trattati con Heberon il 93.4% dei pazienti di COVID-19 a Cuba, solo il 5.5% hanno raggiunto uno stato grave. A quella data è stato reso noto che il tasso di mortalità era del 2.7% però nel caso di pazienti trattati con Heberon è stata solo del 0.9%.

Altri farmaci cubani che offrono risultati promettenti sono: la Biomodulina T, un immunomodulatore che stimola il sistema immunitario delle persone vulnerabili e viene utilizzato a Cuba da 12 anni, soprattutto per il trattamento delle infezioni respiratorie ricorrenti negli anziani; l’anticorpo monoclonale Itolizumab (Anti-CD6), utilizzato per il trattamento dei linfomi e della leucemia, che è stato somministrato a pazienti COVID-19 in stato grave o critico per ridurre la secrezione di citochine infiammatorie che causano il flusso massiccio di sostanze e liquidi nei polmoni; il CIGB-258, un nuovo peptide immunomodulatore progettato per ridurre i processi infiammatori.

Al 22 maggio, 52 pazienti di COVID-19 erano stati trattati con CIGB-258 e il tasso di sopravvivenza di quelli in fase grave era del 92% rispetto ad una media complessiva globale del 20%, mentre il tasso di sopravvivenza tra quelli in stato critico è stato del 78%. E infine, è stato utilizzato il plasma sanguigno dei pazienti recuperati.

Gli scienziati medici cubani stanno producendo la loro versione di Kaletra, una combinazione antiretrovirale di Lopinavir e Ritonavir usata per trattare l’HIV/AIDS.

Il fatto di produrlo a Cuba eliminerà le costose importazioni della grande industria farmaceutica capitalista e il blocco degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la medicina omeopatica Prevengho-Vir, che si ritiene rafforzi il sistema immunitario, è stata distribuita gratuitamente a tutti gli abitanti dell’isola.

Gli scienziati della medicina stanno valutando due vaccini per stimolare il sistema immunitario e quattro9 candidati sono allo studio per un vaccino preventivo specifico per COVID-19.

All’inizio di maggio, gli scienziati cubani hanno adattato SUMA, un sistema diagnostico computerizzato cubano per rilevare rapidamente gli anticorpi COVID-19, consentendo di effettuare test di massa a basso costo.

“L’obiettivo è quello di trovare nuovi casi e poi intervenire, isolare, rintracciare i contatti e prendere tutte le misure possibili per garantire che Cuba continui come ha fatto finora”, ha detto il principale epidemiologo cubano Francisco Durán durante la sua apparizione quotidiana in televisione l’11 maggio. Ciò significa che l’isola non dipende più dai test donati o dai costosi test che acquista all’estero. Il numero relativamente alto di test a Cuba aumenterà notevolmente”.

BioCubaFarma produce in massa maschere, dispositivi di protezione individuale e prodotti medici e sanitari, oltre a coordinare le aziende statali e i lavoratori autonomi per la riparazione di attrezzature vitali, come i respiratori.

Gli sforzi di Cuba per l’acquisto di nuovi respiratori sono stati ostacolati dal blocco10 degli Stati Uniti11, che per quasi 60 anni ha incluso cibo e medicine tra i suoi divieti per l’importazione sull’isola.

GUIDARE LA LOTTA GLOBALE

Il 18 marzo Cuba ha permesso alla nave da crociera MS Braemar, con 684 passeggeri per lo più britannici con 5 casi confermati di COVID-19, di attraccare all’Avana dopo aver trascorso una settimana abbandonata al suo destino in mare dopo che Curaçao, Barbados, Bahamas, Repubblica Dominicana e Stati Uniti le avevano negato l’ingresso nei loro Paesi. Le autorità cubane hanno facilitato il trasferimento sicuro dei passeggeri ai voli charter predisposti per il loro rimpatrio.

Tre giorni dopo, una brigata medica cubana di 53 persone è arrivata in Lombardia, Italia, che all’epoca era l’epicentro della pandemia, per assistere le autorità sanitarie locali.

I medici sono membri delle Brigate Mediche Henry Reeve, che nel 2017 hanno ricevuto il Premio per la Sanità Pubblica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in riconoscimento dell’assistenza medica d’emergenza fornita gratuitamente. È stata la prima missione medica cubana a raggiungere l’Europa.

Al 21 maggio, più di 2.300 operatori sanitari cubani si erano recati in 24 paesi12 per curare i pazienti del COVID-19, tra cui una seconda brigata nel nord Italia e un’altra nel principato europeo di Andorra.

LA MINACCIA DEL BUON ESEMPIO

L’internazionalismo medico cubano è iniziato nel 1960 , ma l’invio di professionisti della salute non è diventata una fonte di entrate statali13 fino alla metà degli anni 2000 con il famoso programma “petrolio per i medici”, in base al quale 30.000 operatori sanitari cubani hanno svolto il loro lavoro in Venezuela.

Il governo del presidente statunitense Bush ha risposto cercando di sabotare le entrate della cooperazione medica cubana con il programma Libertà Vigilata Medica Cubana14, che provava a indurre i professionisti cubani – che non avevano pagato le tasse scolastiche, si erano laureati senza indebitarsi (l’educazione era ed è totalmente gratuita a Cuba) e avevano firmato volontariamente contratti di lavoro all’estero per aiutare le popolazioni bisognose – ad abbandonare le missioni mediche in cambio dell’ottenimento della cittadinanza statunitense.

Il presidente Obama ha mantenuto il programma anche quando ha elogiato i medici cubani per aver combattuto l’Ebola nell’Africa occidentale. Il Programma si è concluso negli ultimi giorni del suo mandato nel gennaio 201715.

L’amministrazione Trump ha rinnovato i suoi attacchi alle missioni mediche cubane e ha istigato la loro espulsione dal Brasile, dall’Ecuador e dalla Bolivia, lasciando milioni di persone in questi Paesi senza assistenza sanitaria.

Il motivo è lo stesso, bloccare una delle fonti principali di reddito di una nazione che è sopravvissuta a 60 anni di ostilità statunitense. Nel contesto della pandemia, mentre i deliberati fallimenti del governo degli Stati Uniti hanno causato decine di migliaia di morti inutili, la leadership globale della Cuba socialista ha incluso la minaccia di un buon esempio.

Nei suoi attacchi, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha definito i medici cubani “schiavi” e ha affermato che il governo cubano cerca entrate e influenza politica. Ha fatto pressione sui paesi che beneficiano degli aiuti cubani affinché li respingano16 in un momento in cui ne hanno urgente bisogno. Questi attacchi sono particolarmente vili, poiché è probabile che Cuba non riceva nessuna remunerazione per questo aiuto, al di là dei costi.

Nel frattempo, il criminale blocco statunitense, che è stato inasprito in forma maggiormente punitiva sotto la presidenza di Trump, impedisce l’acquisto di ventilatori per i pazienti cubani della COVID-19, di cui c’è urgente bisogno.

Una donazione cinese a Cuba di attrezzature mediche è stata bloccata perché la compagnia aerea che trasportava la merce non si è recata a Cuba per paura di una multa statunitense.

In questo momento sta aumentando in maniera sempre più forte la domanda a livello internazionale per esigere la fine di tutte le sanzioni, in particolare contro Cuba, che ha dimostrato la sua leadership globale nella lotta contro la pandemia della SARS-CoV2.

Dobbiamo unire le nostre voci a queste molte altre per imporlo. Ci sono anche appelli da parte di organizzazioni e individui a favore della nomina delle Brigate Mediche Henry Reeve per il Premio Nobel per la Pace.

Quello che rimane chiaro da questa storia di internazionalismo medico basato su forti principi di solidarietà internazionalista è che, con quel riconoscimento o senza di questo, la Cuba rivoluzionaria continuerà a lottare per l’assistenza sanitaria globale in qualsiasi luogo i suoi cittadini in camice bianco possono raggiungere, e possa arrivare il suo esempio rivoluzionario.

Per maggiori dettagli sulla risposta di Cuba al COVID-19 si veda Medicc Review, aprile 2020.

da CONTROPIANO

di Helen Yaffe, professoressa di Storia Economica e sociale presso l’università di Glasgow , specializzata in materia di sviluppo di Cuba e dell’America Latina, è autrice di: Che Guevara The Economics Revolution e coautrice con Gavin Brown di: Youth Activism and Solidarity: The No-Stop Picket against Apartheid. Nella primavera del 2020 si pubblicherà il suo prossimo libro: We Are Cuba! How a Revolutionary People have survived in a Post-Soviet World.

Note dell’autrice.

Véase el vídeo sobre los centros destinados a pasar la cuarentena:https://www.youtube.com/watch?v=elfGioEb_G8&feature=emb_title

Según datos del Ministerio de Salud Pública de Cuba, “a fecha del 5 de junio de 2020 había 2173 casos confirmados, 553 ingresados con sospecha 1855 recuperados y 83 personas fallecidas” (N. de la t.).

Véase Helen Yaffe, ‘Cuban medical science in the service of humanity’,www.counterpunch.org/2020/04/10/cuban-medical-science-in-the-service-of-humanity/

Véase C. William Keck y Gail A. Reed, “The Curious Case of Cuba”, American Journal of Public Health, 2012.

Tania L. Aguilar-Guerra y Gail Reed, ‘Mobilizing Primary Health Care: Cuba’s Powerful Weapon against COVID-19’, Medicc Review, abril de 2020.https://mediccreview.org/wp-content/uploads/2020/05/MR-April2020-1.pdf

Aguilar-Guerra y Reed, Mobilizing Primary Health Care. Véase también el vídeo sobre las visitas médicas casa por casa:https://www.youtube.com/watch?v=WRjZtA_3SUY&feature=emb_title

Véase el vídeo sobre sobre las brigadas médicas cubanas https://www.youtube.com/watch?time_continue=19&v=MUYS1EVutmg&feature=emb_title

Este artículo se publico originalmente en Fight Racism! Fight Imperialism! Nº 276, Junio/Julio de 2020.

Fonte:https://www.counterpunch.org/2020/06/04/leading-by-example-cuba-in-the-covid-19-pandemic/

(pubblicato anche su Rebelión)

1Bisogna specificare che non è avvenuto l’equivalente del lock down generale come in altri paesi, a parte alcune zone territorialmente molto circoscritte in quarantena, per il resto del territorio si è fatto un appello costante alla quarantena volontaria, all’uscire di casa solamente per necessità impellenti e al senso di responsabilità, (n.d.t.).

2I dati aggiornati al 05/11/2020 riportano 7184 casi totali, 129 decessi totali, dal 11 marzo. 40 nuovi casi il 04/11/2020, casi attivi (pazienti positivi) 551 tutti ricoverati, 6502 pazienti guariti per una percentuale del 90,5%.

3Gli ultimi dati a nostra disposizione sulle brigate sanitarie Henry Revee partite per curare gli effetti della Covid 19 nel mondo riportano riportano 46 brigate distribuite in 39 paesi con un personale sanitario di 3500 effettivi, (n.d.t.)

4Oggi il rapporto è di un medico per ogni 111 abitanti, si mantiene la proporzione più alta al mondo, (n.d.t.).

5Gli ultimi dati aggiornati indicano: i consultori della famiglia con medico e infermiere sono 10800; tutto il sistema sanitario nazionale conta su 95000 medici e 85000 infermieri, suddivisi nelle varie specialità,(n.d.t.).

6Durante i primi mesi della diffusione del virus a Cuba la media dei test era tra i 2000 e i 3000 giornalieri, nelle ultime settimane se ne contabilizzano all’incirca 9000 al giorno, (n.d.t.).

7In realtà i contatti dei casi sospetti e ovviamente i sospetti vengono tutti isolati nei centri sanitari predisposti a questo scopo, ne sono stati allestiti 500 su tutto il territorio nazionale, che assistono anche il personale medico e ausiliario durante le quarantene a fine turno,il turno di lavoro dura circa 15 gg. Più 15 gg di quarantena e alcuni giorni di riposo a casa con le famiglie prima di riprendere il lavoro, (n.d.t.).

8Attualmente sono 24 farmaci dei quali 22 prodotti a Cuba, (N.D.T.)

9“Soberana 1” questo è il nome del primo vaccino già in fase due di sperimentazione clinica, a breve inizierà la fase tre. “Soberana 2” ha iniziato la fase uno di sperimentazione, gli altri due vaccini sono in fase di studio, (n.d.t.).

10Due fabbricanti svizzeri Medical ag e Acutronics, fornitori di respiratori artificiali alla sanità cubana, hanno dichiarato che avrebbero sospeso le loro forniture dopo essere stati acquisiti dall’impresa Statunitense Vyaire Medical Inc, (n.d.t.)

11Con il ricatto e la minaccia di sanzioni a una impresa di trasporto marittima, il governo degli Stati Uniti ha bloccato l’arrivo di respiratori e altre forniture sanitarie a Cuba, donate dall’impresa cinese Alibaba, (n.d.t.).

12Vedi nota 3 (n.d.t.)

13La cooperazione medica Cubana e assolutamente gratuita per i 30 paesi, poveri e/o in via di sviluppo, dei 59 in cui sono attualmente presenti missioni permanenti. Gli introiti che si ricavano dalle missioni presenti in paesi ricchi servono a migliorare le condizioni del personale medico cubano, finanziare il sistema sanitario nazionale, sostenere le missioni nei paesi poveri e finanziare la Brigata medica d’emergenza Henry Revee che operano gratuitamente.

14Ci si riferisce al Cuban Medical Professional Parole (2006), conosciuto a Cuba come: “Programa Parole” che tenta di incitare – con scarsissimi risultati, in Brasile su 8500 medici solo una decina hanno abbandonato la missione – la diserzione del personale della salute che operano all’estero promettendogli l’acquisizione automatica della cittadinanza statunitense, (n.d.t.).

15Attualmente esistono fortissime pressioni per ripristinare il programma Parole da parte della destra anticubana rappresentata nel senato e nella camera dei rappresentanti dai senatori e deputati Marco Rubio, Mario Diaz Balart, Rick Scott, Bob Menendez, tra gli altri, e in generale dall’amministrazione Trump, (n.d.t.).

16Lo scorso giugno i senatori statunitensi Marco Rubio, Ted Cruz e Rick Scott hanno presentato un disegno di legge per sanzionare i paesi che richiedano la cooperazione medica cubana perché, a loro dire, responsabili di complicità nella tratta di esseri umani.

Categorie: News

Le emissioni di carbonio crescono in Brasile a causa della deforestazione in Amazzonia

Cubadebate (italiano) - Ven, 06/11/2020 - 23:30
 Reuters.

Incendio in un’area della foresta pluviale amazzonica vicino a Porto Velho, stato di Rondonia, Brasile. 20 settembre 2019. Foto: Reuters.

Le emissioni di carbonio del Brasile sono aumentate del 9,6% nel 2019, in gran parte a causa della deforestazione della foresta pluviale amazzonica durante il primo anno del governo di Jair Bolsonaro. Il paese è riuscito a ridurre il contributo dei gas ad effetto serra tra il 2004 e il 2012, ma nuovi dati indicano che la tendenza si è invertita.

I dati indicano che Brasile non rispetterà i suoi obiettivi di emissioni di carbonio per quest’anno e che si sta allontanando dal suo obiettivo per il 2025.

La nazione sudamericana ha emesso 2,15 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2e) nel 2019, secondo il Sistema di Stima delle Emissioni di Gas ad Effetto Serra (SEEG), lo studio più dettagliato sull’argomento in Brasile.

Nel 2018, le emissioni di CO2 avevano raggiunto 1 980 milioni di tonnellate, il che rappresenta un aumento dello 0,3% rispetto al 2017.

Brasile è riuscito a ridurre le emissioni dal 2004 al 2012, ma nuovi dati confermano che questa tendenza è stata invertita nonostante gli obiettivi volontari concordati prima del vertice sul clima di Copenaghen nel 2009. Tali obiettivi sono stati successivamente inclusi in una legge in Brasile e divennero obbligatori per il governo.

“Ci stiamo muovendo pericolosamente nella direzione sbagliata”, ha detto Tasso Azevedo, un esperto di clima che coordina lo studio del SEEG.

“Dalla regolamentazione della legge nazionale sul clima nel 2010, Brasile ha aumentato del 28% la quantità di gas ad effetto serra che rilascia nell’aria ogni anno, invece di ridurla”, ha aggiunto.

La crescita delle emissioni nel 2019 è stata dovuta per un aumento del tasso di deforestazione dell’Amazzonia, che ha rappresentato il 44% delle emissioni totali di CO2 del Brasile, osserva lo studio.

I cambiamenti nell’uso del suolo verso le attività agricole e l’aumento della produzione di bestiame sono stati il secondo fattore che ha contribuito alle emissioni.

Nel 2018, le emissioni di carbonio del Brasile sono rimaste stabili nonostante l’aumento della deforestazione, poiché la deforestazione è stata compensata da un maggiore utilizzo di fonti di energia pulita come l’etanolo e l’energia eolica.

Con informazioni da Reuters

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Milton e l’Africa

Cubadebate (italiano) - Gio, 05/11/2020 - 22:49
Milton Diaz Canter

Milton Diaz Canter

Milton Díaz Cánter, “Machete” per quelli che lo amano, è la prima persona che mi viene in mente quando vedo gli spot che ricordano i 45 anni dell’Operazione Carlota. “Machetón” è uno di quei tipi speciali, intelligente, perseverante, molto fedele e franco. Ogni volta che parla, devi ascoltarlo.

La sua esperienza, la sua vita, ti obbliga. Va in giro felice, a tutto gas, filmando con betacam o sony, instancabile con i suoi sport preferiti, orgoglioso della sua famiglia e buon amico. Ma per coronare il tutto, è un ragazzo storico … uno degli eroi che sono andati in Africa con la telecamera in mano per compiere una missione internazionalista. E non solo ha registrato con la sua macchina fotografica … hanno anche registrato i suoi occhi su un nastro più resistente: il nastro dell’anima.

Per questo ha potuto qualche anno fa, ancora commosso dalle sue visioni, riprendere quelle immagini, montarle con la sensibilità di Migueles -il miliziano o il Chichi- e farle risuonare nel nostro tempo con la musica di Edesio Alejandro.

Così è nata “L’epopea di Angola”, una serie che ha debuttato in prima serata televisiva per ricordare il valore dei cubani di quell’impresa …. Sono stata particolarmente commossa dal capitolo dedicato a Raúl Díaz Argüelles … un uomo eccezionale … che molti hanno pianto … un eroe.

E poi è arrivata la sua testimonianza sull’Operazione Carlota, un libro bellissimo e per sempre, che lo conferma come un collega completo con un cuore a prova di qualsiasi fenomeno.

Ecco perché oggi penso a lui, un giornalista coraggioso, coerente e bello. Perché molti come lui, 45 anni fa, hanno capito il nostro dovere verso i nostri fratelli in Africa e sono salpati nonostante i rischi … E la vittoria è stata – ed è – il miglior tributo al sangue che lì si è versato.

Ne è valsa la pena, Machete. Quindi oggi ti ringrazio.

di Daily Sánchez Lemus

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

USA, Biden verso il traguardo

Altrenotizie.org - Gio, 05/11/2020 - 21:13

Dopo quasi due giorni dalla chiusura delle urne, gli Stati Uniti non conoscono ancora il nome del prossimo presidente, anche se l’evoluzione dei conteggi negli stati in bilico sembra avvicinare un esito favorevole al candidato democratico Joe Biden. Con l’attribuzione dei successi in Michigan, Wisconsin e, molto probabilmente, Arizona, all’ex vice-presidente mancano ora solo pochissimi “voti elettorali” per raggiungere quota 270 e assicurarsi la Casa Bianca. A far persistere un certo senso di incertezza è tuttavia la strategia del presidente Trump per cercare di restare al suo posto, affidata per il momento a una serie di cause legali che, nella peggiore delle ipotesi, minacciano di precipitare l’America in una gravissima crisi istituzionale.

Categorie: News

L'America in bilico

Altrenotizie.org - Mer, 04/11/2020 - 14:02

L’ondata democratica che la maggior parte dei media e dei sondaggi ufficiali negli Stati Uniti aveva previsto nelle settimane precedenti le elezioni presidenziali non solo non si è presentata nella giornata di martedì, ma l’ex vice-presidente Joe Biden rischia di incassare una clamorosa sconfitta e di consegnare un inquietante secondo mandato a Donald Trump. Tutto dipenderà da una manciata di stati ex industriali del “Midwest”, dove il presidente repubblicano ha al momento un certo vantaggio che potrebbe però svanire una volta contati i moltissimi voti arrivati per posta. Nonostante il tentativo di Trump di dichiararsi vincitore già nella mattinata di mercoledì, il risultato finale potrebbe essere noto solo tra svariati giorni, sempre che a decidere il nome del prossimo presidente non siano, come nel 2000, i tribunali americani.

Che Biden e i democratici non avrebbero avuto una nottata serena lo si era capito già poco dopo la mezzanotte negli USA, quando due degli stati in teoria in bilico e vinti da Trump nel 2016 – Ohio e Iowa – sono finiti precocemente nella colonna del presidente. Poche ore dopo è sparita anche l’illusione di vincere in Florida e in Texas, dove pure la campagna di Biden aveva investito non poco. Il primo di questi due stati era un obiettivo particolarmente ambito dai democratici, perché i suoi 29 “voti elettorali”, se conquistati da Biden, avrebbero ristretto in modo drastico il percorso verso il successo di Trump. L’ex vice di Obama ha invece fallito soprattutto nell’intercettare il voto “latinos”, qui in buona parte allineato su posizioni ultra-conservatrici e anti-comuniste. Nella popolosa e determinante contea di Miami-Dade, infatti, Trump ha incassato 526 mila voti contro i 334 mila di quattro anni fa.

Gli stati per i quali è possibile per ora stabilire il vincitore o fornire una proiezione solida sono andati nella stessa direzione del 2016, con l’eccezione importante dell’Arizona. Ad assegnare per prima a Biden questo stato del sud-ovest è stata addirittura Fox News nelle prime ore di mercoledì e, se il risultato fosse confermato, gli aprirebbe più di una strada verso la Casa Bianca, anche ad esempio con una sconfitta in uno degli stati più combattuti, cioè la Pennsylvania.

Gli stati che in definitiva potrebbero ancora andare a uno o all’altro dei candidati, con diversi gradi di probabilità, sono Wisconsin, North Carolina, Georgia, Michigan e, appunto, Pennsylvania. Solo nel primo è in vantaggio Biden, ma in tutti e cinque restano da processare le schede elettorali di quanti hanno votato per posta. Visti i rischi della pandemia, quest’anno circa 100 milioni di americani hanno votato in questo modo o, laddove era possibile, presentandosi ai seggi di persona nei giorni precedenti l’election day.

Il voto postale ha creato ritardi e innescato complesse cause legali, quasi tutte presentate dal Partito Repubblicano nel tentativo di escludere il numero più alto possibile di schede dal conteggio finale. Gli elettori registrati come democratici sono infatti quelli che hanno maggiormente fatto ricorso a queste modalità per esprimere la loro preferenza. Se gli equilibri in North Carolina non dovrebbero cambiare, diverso è il discorso per la Georgia e soprattutto per gli altri tre stati della cosiddetta “Rust Belt”. Su di essi, Biden e i democratici puntano per ribaltare i risultati provvisori una volta che saranno completate le operazioni di conteggio dei voti “a distanza”.

Michigan, Wisconsin e Pennsylvania potrebbero anche diventare la Florida del 2000, cioè finire in una disputa sul riconteggio che Trump intendeva usare fin dall’inizio come strumento per restare alla Casa Bianca. Già nei giorni scorsi c’erano state sentenze sui tempi di accettazione e conteggio dei voti per posta. In Pennsylvania sarà ad esempio possibile omologare le schede ricevute fino a tre giorni dopo il 3 novembre, a patto che siano state inviate entro questa data. Sulla questione si era espressa la Corte Suprema, ma alcuni dei giudici conservatori, con un chiaro segnale utile alle manovre di Trump, hanno lasciato aperta l’ipotesi di un possibile nuovo intervento dello stesso tribunale dopo la chiusura dei seggi.

La controversia rischia di gettare l’intero processo elettorale nel caos, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente nella mattinata di mercoledì. Come previsto, Trump si è di fatto proclamato vincitore e ha definito il conteggio prolungato negli stati in bilico un “imbroglio ai danni degli americani”, sia pure chiedendo esattamente questo in Arizona, dove Biden sembra essersi assicurato i “voti elettorali” in palio. In modo ancora più preoccupante, Trump ha poi minacciato un ricorso alla Corte Suprema per “fermare tutti i conteggi”, esattamente come accadde in Florida vent’anni fa. In questo senso, la nomina della nuova giudice della Corte Suprema, l’ultra-reazionaria Amy Coney Barrett, poco prima delle elezioni è stato uno degli elementi decisivi della strategia del presidente.

Le affermazioni di Trump possono essere un tentativo di sondare il terreno tra la popolazione e i poteri forti americani per passare eventualmente all’azione se la bilancia dovesse spostarsi a favore di Biden nelle prossime ore. Oppure è del tutto plausibile pensare a un disegno già in atto per pilotare a proprio favore l’esito del voto. In questo caso, sarà da osservare attentamente la possibile mobilitazione di milizie armate di estrema destra, a cui Trump ha fatto più volte appello in campagna elettorale, e la collaborazione delle forze di polizia, della Guardia Nazionale e delle autorità politiche locali repubblicane.

Il pericolo di un colpo di mano di Trump o di una manovra pseudo-legale con l’aiuto dei tribunali è dunque nell’ordine delle cose e, proprio come nel 2000, difficilmente gli americani potranno contare sulla resistenza dei democratici. Tutto quello che Biden ha fatto dopo la chiusura delle urne è stato esprimere una certa fiducia sulla sua vittoria e chiedere “pazienza” ai suoi sostenitori.

D’altro canto, è interamente possibile anche un successo legittimo di Trump, alla luce del sostanziale flop democratico, quanto meno rispetto alle previsioni. Il solo fatto che le presidenziali siano state comunque così equilibrate è di per sé un atto d’accusa devastante per il Partito Democratico. In un anno segnato dalla gestione catastrofica di un’epidemia che ha fatto 9 milioni di contagi e più di 230 mila morti, in cui l’economia è crollata, la legalità è stata calpestata ripetutamente, sono state mobilitate forze fascistoidi e il rischio di un conflitto nucleare è aumentato vertiginosamente, i democratici non hanno saputo che presentare un candidato ultra-compromesso con le ultra-corrotte strutture di potere di Washington, oltretutto con uno stato di salute mentale a dir poco dubbio.

Biden e il Partito Democratico non sono stati minimamente in grado in campagna elettorale di offrire un piano di salvataggio del paese veramente progressista, basato in primo luogo sulla lotta efficace al Coronavirus e alla creazione di un sistema sanitario universale pubblico. La corsa alla presidenza è stata impostata invece e in primo luogo sul consueto appello all’identità razziale e di genere, caro alle classi medio-alte, e sull’isteria anti-russa, accusando Putin e il suo presunto burattino alla Casa Bianca praticamente per tutti i problemi che affliggono l’America.

Molto poco ha fatto Biden anche per riconquistare ai democratici ampie fasce dell’elettorato maggiormente penalizzato dalla crisi economica e dalla de-industrializzazione proprio in quel “Midwest” da cui arriverà il verdetto definitivo del voto. Nel 2016, lo scostamento delle intenzioni di voto tra i lavoratori di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania fu decisivo per la sconfitta di Hillary Clinton e potrebbe determinare anche oggi il destino dell’ex vice-presidente.

Le contee operaie devastate dalla chiusura di fabbriche storiche soprattutto del settore automobilistico hanno spesso votato anche in questa occasione a favore di Trump mentre, su un piano più generale, il presidente repubblicano ha migliorato la sua quota di consensi quasi in tutte le categorie di elettori. Gli exit poll dell’istituto di ricerca Edison hanno mostrato infatti che Trump ha perso terreno solo tra i maschi bianchi (-5%) su scala nazionale, ma ha fatto segnare progressi tra le donne bianche (+2%), gli uomini e le donne di colore (+4%) e di origine ispanica (+3%).

La mancata “ondata blu” ha avuto riflessi anche sull’altra competizione più importante dell’election day 2020, quella per il Senato di Washington. In gioco c’era un terzo dei seggi e i democratici puntavano a riconquistare la maggioranza, oggi in mano ai repubblicani (53-47). Il Partito Democratico, oltre a conservare quelli già nelle proprie mani, dovrebbe aggiudicarsi 3 seggi attualmente occupati da senatori repubblicani oppure 4 se Trump dovesse essere confermato alla Casa Bianca. Al momento il guadagno netto è di appena un seggio, ma alcune sfide restano in bilico, come per i due seggi della Georgia. Comunque vada, anche in questo caso la dirompente avanzata democratica non sembra essersi materializzata.

Resta ora da vedere fino a che punto uno scontro accesissimo sui risultati finali rimarrà nell’ambito della legalità o se, come in molti temono, finirà per sfociare in violenze e addirittura nell’implementazione di trame eversive. Lo spettacolo delle attività commerciali che in molte città hanno costruito barricate difensive o della Casa Bianca isolata da un vero e proprio muro per tenere lontani possibili dimostranti è più da paese del terzo mondo e non sembra preannunciare un epilogo pacifico. La crisi terminale della democrazia americana resta così il dato più evidente e clamoroso di una stagione elettorale che è il prodotto di un sistema oligarchico e corrotto, capace di rigurgitare sulla società candidati alla massima carica del paese come Joe Biden e Donald Trump.

Categorie: News

Cuba andrà meglio, prevede un analista analizzando la strategia socioeconomica

Cubadebate (italiano) - Lun, 02/11/2020 - 21:17
Esteban Morales

Esteban Morales

“Cuba avrà una performance economica più alta ed un migliore tenore di vita con l’applicazione della strategia sociale ed economica approvata in vista del 2030 e di fronte alla COVID-19″, ha detto l’analista Esteban Morales.

In un’intervista a Prensa Latina, Morales ha affermato che esiste consenso sull’isola su un percorso del genere, che, ha predetto, “ci renderà migliori”, anche se persiste l’assedio economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti.

Dottore in Economia politica e politologo, l’analista cubano ha difeso il rapido adempimento delle decisioni contemplate negli accordi del Partito Comunista Cubano (PCC), del Consiglio dei Ministri e dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare.

Il consenso include anche accademici, economisti, produttori ed altri settori di questo paese, ha detto.

È stato sorprendente che molte delle misure recentemente esposte dal presidente Miguel Diaz-Canel e da altri alti funzionari fossero già state adottate nei congressi del PCC, promossi dal suo primo segretario, il generale dell’esercito Raul Castro.

Ma è passato quasi un decennio e tutto sembra indicare che ora l’accettazione è imposta ed il tempo stringe nonostante le difficili condizioni che Cuba sta vivendo, ha sottolineato.

“È arrivata la COVID-19 a Cuba, ma prima avevamo un’altra COVID, quella dell’economia, con anche l’inasprimento del bloqueo imposto dal governo di Donald Trump e la sua intenzione di soffocarci economicamente”, ha sottolineato.

A questo proposito, ha esemplificato con la recente decisione messa in pratica da Washington di limitare le rimesse alla vicina isola, “che colpisce le famiglie e l’intera nazione”.

Ha elogiato che il governo attui una strategia volta a definire il modello sociale ed economico in vista del 2030, ma anche le decisioni adottate per la rapida unificazione e parità monetaria, accompagnata da una riforma salariale, pensionistica e dei prezzi.

Allo stesso tempo, avanza decisioni a favore della riattivazione del paese di fronte alla pandemia, in particolare la catena produttiva di varie forme di proprietà che mirano a stimolare la produzione, il mercato interno e le esportazioni.

Possiamo anche sfruttare il potenziale del capitale interno. A Cuba ci sono contadini, artisti, intellettuali ed altri che hanno denaro e potrebbero investirli qui. Come i connazionali all’estero interessati a fare affari in patria, ha sottolineato.

Cuba ha bisogno, a suo avviso, tra i tre ed i quattro miliardi di dollari all’anno di investimenti esteri per il suo sviluppo, una necessità contro il cui adempimento opera a pieno ritmo il bloqueo imposto dagli Stati Uniti.

Esteban Morales ha preso le distanze da coloro che prescrivono riforme economiche per Cuba come quelle adottate da paesi amici come Cina e Vietnam.

Le nostre decisioni sono in sintonia con la realtà nazionale. Sono economie diverse, il che non significa che possiamo anche utilizzare meccanismi che erano positivi per loro, ha detto.

Il master in Economia politica riconosce che il suo paese potrebbe utilizzare i soliti meccanismi dell’economia di mercato. “Ma da lì dire che Cuba sta transitando verso capitalismo, è un’enorme assurdo”, ha sottolineato.

Ha detto che “approfittare delle capacità produttive nazionali, del risparmio interno, del potenziale dell’agricoltura, dell’industria, della forza lavoro qualificata che abbiamo non conduce al capitalismo”.

In questo senso, ha riconosciuto che la strategia ufficiale privilegia l’azienda statale, ma crea anche nuovi incentivi per le cooperative, le piccole e medie imprese, che, ha insistito, si traducono in sfruttare le possibilità nazionali per mettere in moto la produzione.

L’economia può essere rinvigorita in tutte le sue forme produttive, da quelle che lo fanno in modo artigianale, che devono essere meccanizzate e dar loro un significato molto più locale, territoriale, ha aggiunto commentando un altro degli scopi della strategia ufficiale.

In questa linea, ha elogiato gli sforzi per consolidare un mercato all’ingrosso per il settore privato, che è quello dei lavoratori in proprio, che, ha predetto, eliminerebbe le illegalità che erodono magazzini e risorse statali.

L’economia, anche la nostra, che è pianificata, non può essere gestita in modo amministrativo, dall’alto verso il basso. Questa massima è al centro della strategia adottata, ha sottolineato.

Deve essere implementata, anche se il bloqueo statunitense la ostacola. Avremo un paese migliore, ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

GB: complotto contro Corbyn

Altrenotizie.org - Lun, 02/11/2020 - 21:06

La sospensione dal Partito Laburista britannico dell’ex numero uno Jeremy Corbyn la scorsa settimana ha scatenato una guerra interna che sta mettendo di fronte le centinaia di migliaia di iscritti, in gran parte di orientamento progressista se non apertamente socialista, alla nuova leadership erede di Tony Blair. L’operazione in atto contro Corbyn non è niente di meno di una resa dei conti contro tutta la sinistra del partito, basata su un’odiosa e cinica caccia alle streghe. Quello che sta accadendo è cioè il tentativo di attribuire alla sinistra del “Labour” un’attitudine irrimediabilmente anti-semita o, quanto meno, un disinteresse da parte dei suoi dirigenti verso un fenomeno che appare, tutt’al più, di proporzioni a dir poco trascurabili.

L’attacco frontale contro Corbyn è partito subito dopo la pubblicazione di un rapporto altamente politicizzato sul “problema” dell’anti-semitismo nel Partito Laburista da parte della commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC). Questo organo nominalmente indipendente ha il compito di implementare quanto previsto dal cosiddetto “Equality Act” del 2010, cioè in sostanza vigilare sulla legislazione relativa alle garanzie contro ogni atto di discriminazione in Inghilterra, Galles e Scozia.

La EHRC ha individuato tre violazioni della legge durante la leadership di Jeremy Corbyn, finita dopo il disastroso risultato elettorale del dicembre 2019. La prima ha a che fare con le “interferenze politiche” nella gestione dei reclami contro episodi di antisemitismo all’interno del “Labour”, la seconda riguarda l’assenza di “adeguato addestramento” di coloro che erano incaricati di valutare questi reclami e l’ultima e più grave il verificarsi di “atti illegali di discriminazione e molestie”.

Il rapporto ha citato più volte il nome di Corbyn, leader del partito dal 2015 al 2019, sia pure senza formulare accuse specifiche nei suoi confronti. Corbyn, da parte sua, aveva rilasciato una dichiarazione per difendere il suo operato, fornendo un’interpretazione più che corretta del rapporto. “La gravità del problema” dell’anti-semitismo nel Partito Laburista, ha spiegato l’ex leader, “è stata drasticamente gonfiata per ragioni di ordine politico da parte dei nostri oppositori dentro e fuori il partito, così come dalla gran parte dei media”.

Queste parole sono bastate per fare scattare l’imboscata, con ogni probabilità preparata da tempo dalla leadership di Keir Starmer. Dopo appena un paio d’ore, infatti, il nuovo numero uno ha deciso la sospensione di Corbyn, in risposta a una valanga di richieste di espulsione di quest’ultimo e di altri esponenti a lui vicini provenienti dalla destra del partito. Un’indagine interna stabilirà ora la sorte di Corbyn, che potrebbe subire un’umiliante espulsione dal partito.

Il finto problema dell’anti-semitismo è diventato così il mezzo per operare una purga della sinistra del “Labour”, dopo che già era già stato utilizzato per colpire Corbyn durante il suo mandato. Dietro a questa campagna ci sono ambienti sionisti britannici e quelli del partito vicini all’ex primo ministro, nonché criminale di guerra a piede libero, Tony Blair, terrorizzati dal possibile spostamento a sinistra del Partito Laburista dopo le due vittorie a valanga di Jeremy Corbyn nelle competizioni per la leadership del partito stesso.

Questa offensiva, che aveva contribuito tra l’altro alla pesantissima sconfitta nelle elezioni del dicembre scorso, si basa sulla distorsione deliberata della definizione di “anti-semitismo”. Questa accusa viene cioè mossa contro chiunque si permetta di criticare le politiche di apartheid e genocidio dello stato di Israele. Da un punto di vista formale, cioè è stato possibile dopo l’adozione da parte del Partito Laburista nel 2018 di questa definizione di “anti-semitismo”, proposta dalla Alleanza Internazionale per la Commemorazione dell’Olocausto (IHRA).

Com’è ovvio, Corbyn, il cui curriculum politico lo esonera oggettivamente da qualsiasi accusa di razzismo, è stato investito da simili calunnie solo per aver sostenuto i diritti del popolo palestinese e per avere talvolta criticato i crimini di Israele. Lo stesso dicasi per i moltissimi membri a ogni livello del “Labour” bersaglio di denunce di anti-semitismo e in molti casi espulsi dal partito. Le accuse non puntano poi solo a liquidare la sinistra interna, ma anche ad assicurare che, in caso di ritorno al potere in futuro, il Partito Laburista resti fermamente nel campo filo-israeliano.

L’attribuzione di atteggiamenti anti-semiti alla sinistra e agli ambienti laburisti è oltretutto storicamente assurda, nonché beffarda, visti i trascorsi ben più gravi e documentati di orientamenti simili tra la classe dirigente britannica, inclusa la stessa famiglia reale, e di numerosi episodi riguardanti il Partito Conservatore. Studi indipendenti hanno inoltre mostrato come i casi reali di anti-semitismo, che pure possono essere esistiti, tra esponenti del Partito Laburista siano numericamente irrilevanti. Lo stesso Corbyn ha citato recentemente un’indagine che dimostrava come a essere coinvolti in procedimenti per atti anti-semiti erano appena lo 0,3% dei membri del partito. Di fatto, cioè, una percentuale più bassa rispetto a quella relativa alla popolazione del Regno Unito nel suo complesso.

Nonostante l’ondata di proteste contro la sospensione di Corbyn, il leader laburista Keir Starmer sembra volere andare fino in fondo nella battaglia contro la sinistra del partito. In un’intervista alla BBC nel fine settimana, Starmer ha invitato il suo predecessore a “riflettere” sulla sua risposta al rapporto dell’EHRC, per poi affermare assurdamente che la “grande maggioranza dei membri del Partito Laburista e del movimento che in esso si riconosce ritiene che la reazione di Corbyn sia stata sbagliata”. Per Starmer, poi, “coloro che negano oppure minimizzano il problema dell’antisemitismo”, riconducendolo a una “guerra di fazioni”, quale in effetti è, “sono parte del problema”.

Se la guerra contro Corbyn è del tutto strumentale e fondata sulla creazione di un problema quasi inesistente, l’ex leader laburista non è comunque esente da responsabilità per avere favorito la riconquista del partito della fazione “blairita” e, di conseguenza, la persecuzione nei suoi confronti. Corbyn era arrivato ai vertici del “Labour” grazie a un entusiasmo popolare per la sua proposta progressista che aveva fatto aumentare enormemente il numero di iscritti al partito.

Invece di spostare il partito a sinistra e di mettere fuori gioco la ultra-screditata destra interna, però, Corbyn si è puntualmente piegato alle pressioni di quest’ultima, cedendo terreno e consentendole un attacco dopo l’altro. In definitiva, invece di imporre un’agenda per la quale aveva un massiccio mandato popolare, Corbyn ha optato per conservare l’unità del “Labour”, gettando così le basi per il naufragio della sua leadership e la possibile clamorosa espulsione da un partito di cui è parte da mezzo secolo.

Categorie: News

L'internazionale di Trump

Altrenotizie.org - Lun, 02/11/2020 - 20:25

La politica estera dell’amministrazione Trump è stato uno dei terreni dove lo scontro ideologico ha avuto maggiori riverberi. Per la ovvia propagazione su scala planetaria e per l’aggressività mostrata, la politica internazionale del tycoon ha spesso messo in evidenza la dimensione ideologica, che spesso ha prevalso sulla concretezza degli obbiettivi. Ma se la minaccia nucleare, la destabilizzazione internazionale, il riaccendersi di conflitti in Medio Oriente e Asia minore, le reiterate minacce alla Cina ed alla Corea del Nord e il rilancio della stagione dei golpe in America Latina, hanno marcato i primi 4 anni di Donald Trump, c’è però da sottolineare che egli non ha iniziato nessuna nuova guerra, si è limitato a stanziare risorse per continuare a combattere quelle che aveva trovato, in alcuni casi riducendo di molto il contributo statunitense. Ma andiamo a vedere cosa è stato delle promesse più rilevanti del programma elettorale in ordine alla politica estera di questo suo primo mandato.

Categorie: News

USA 2020, istruzioni per il voto

Altrenotizie.org - Dom, 01/11/2020 - 20:57

Il sistema elettorale americano è tradizionalmente oggetto di curiosità e interesse per via della singolarità e delle sfumature che possono talvolta determinare il successo di un determinato candidato, al di là dell’effettivo numero di consensi popolari ottenuti. Quest’anno, il meccanismo elettorale degli Stati Uniti sembra meritare ancora più attenzione, alla luce dei tentativi in atto, soprattutto da parte del presidente Trump, di piegarlo a proprio favore in collaborazione con i tribunali e le autorità politiche locali.


Le elezioni presidenziali americane sono regolate dal secondo articolo e dal dodicesimo Emendamento della Costituzione e si fondano sul concetto, dalla dubbia legittimità democratica, di “Collegio Elettorale”. Esso consiste in una delegazione di 538 rappresentanti eletti direttamente dai cittadini registrati in ognuno dei 50 stati degli USA e nel District of Columbia, i quali a loro volta, pur essendo teoricamente liberi di votare per un qualsiasi candidato alla presidenza del paese, si esprimono in accordo con la decisione presa dagli elettori. Il candidato che riceve la maggioranza assoluta delle preferenze di questi delegati, o “voti elettorali”, cioè almeno 270, viene eletto presidente degli Stati Uniti.


L’elezione per il presidente avviene ogni quattro anni e dal 1845 si tiene il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Quella di quest’anno è la 59esima elezione presidenziale ed è fissata per il 3 novembre, anche se molti stati offrono la possibilità del voto anticipato, generalmente per posta a partire tra le due e le sei settimane prima dell’election day. In questa tornata elettorale, segnata dalla devastante epidemia di Coronavirus, più di 80 milioni di americani hanno già espresso il loro voto. Questo numero rappresenta circa il 60% dell’affluenza totale registrata nel 2016.


Il presidente americano può rimanere in carica per un massimo di due mandati. A fissare questo limite è il 22esimo Emendamento alla Costituzione, approvato nel 1951 per formalizzare una consuetudine che, con la sola eccezione di Franklin Roosevelt, era stata rispettata fin dal primo presidente, George Washington. Dopo il voto, il candidato vincente inizia i preparativi per la creazione del proprio gabinetto e l’inaugurazione ufficiale del suo mandato è fissata per il giorno 20 del gennaio successivo (il 21 se il 20 cade di domenica).


Ogni singolo stato assegna dunque un certo numero di voti elettorali in relazione al numero dei propri parlamentari presenti al Congresso, attribuzione a sua volta determinata in base al numero di abitanti. In seguito alla ratifica del 23esimo Emendamento nel 1961, anche al District of Columbia - il distretto federale che ospita la capitale Washington - sono stati garantiti 3 “voti elettorali”, pari al numero di quelli assegnati dagli stati meno popolosi. Complessivamente, i 538 elettori per i quali votano gli americani corrispondono ai 435 membri della Camera dei Rappresentanti e ai 100 senatori, a cui si aggiungo appunto i 3 elettori del District of Columbia.


Lo stato che assegna il maggior numero di “voti elettorali” è la California (55), seguito dal Texas (38), da New York e Florida (entrambi 29), da Illinois e Pennsylvania (20), dall’Ohio (18), da Georgia e Michigan (16), dalla North Carolina (15) e dal New Jersey (14). Oltre al District of Columbia, sette stati ne assegnano invece appena 3: Alaska, Delaware, Montana, North Dakota, South Dakota, Vermont e Wyoming.


Alla luce di questo sistema elettorale, la conquista del voto popolare su base nazionale da parte di un singolo candidato alla presidenza risulta meno importante, e non necessariamente decisiva, rispetto alla conquista di un numero di “voti elettorali” tale da permettergli di raggiungere la soglia di 270, necessaria a garantirsi il successo. L’esempio più recente e clamoroso della conquista da parte di un candidato della maggioranza dei voti espressi, ma della minoranza dei “voti elettorali”, è stato proprio nel 2016 con Hillary Clinton che ottenne quasi tre milioni di preferenze in più rispetto a Donald Trump.


In precedenza, questa eventualità era successa nel 1824, nel 1876, nel 1888 e nel 2000. Quest’ultima circostanza è tornata nelle ultime settimane al centro del dibattito politico americano, poiché le manovre di Trump e dei repubblicani sembrano mirare al coinvolgimento dei tribunali per garantirsi la vittoria se i risultati dovessero essere equilibrati in alcuni stati determinanti.


Le elezioni presidenziali del 2000, com’è noto, furono segnate dal clamoroso intervento della Corte Suprema americana che fermò il riconteggio delle schede elettorali in Florida. Il candidato democratico Al Gore aveva ottenuto oltre 500.000 voti in più di George W. Bush su scala nazionale (il 48,4% contro 47,9%), ma quest’ultimo, grazie all’intervento del più alto tribunale USA, si sarebbe garantito 271 voti elettorali e quindi l’accesso alla Casa Bianca.


Teoricamente, è possibile che alla chiusura delle urne due candidati siano in perfetta parità (269 / 269) o che nessuno degli aspiranti alla Casa Bianca ottenga la maggioranza assoluta dei voti elettorali. In tal caso, la soluzione dell’impasse spetta alla Camera dei Rappresentanti. Ciò è successo finora una sola volta nella storia americana, nel 1824, quando la camera bassa del Congresso di Washington assegnò la presidenza a John Quincy Adams dopo che nessuno dei candidati aveva ottenuto la maggioranza dei voti elettorali.


Quarantotto stati e il District of Columbia adottano un sistema maggioritario integrale (“winner-take-all”) nell’assegnazione dei propri voti elettorali, secondo il quale il candidato che ottiene almeno la metà più uno dei voti popolari si aggiudica l’intera posta in palio. Gli stati del Maine e del Nebraska - il primo dotato di 4 voti elettorali, il secondo di 5 - assegnano invece una parte di essi in base all’esito delle elezioni in ogni singolo distretto elettorale, mentre il candidato che ottiene il maggior numero di preferenze nell’intero stato viene premiato con altri 2 voti elettorali.


Tale sistema - definito “Congressional District Method” - fa in modo che, ad esempio, in uno stato solidamente Repubblicano come il Nebraska, per i Democratici vi siano buone probabilità di conquistare comunque un voto elettorale, quello assegnato dal distretto che comprende la città di Omaha, in genere di tendenze meno conservatrici.

 

Negli ultimi decenni, la competizione elettorale per le presidenziali americane è stata decisa da una manciata di stati tradizionalmente in bilico tra i due partiti (“swing states”). Questi ultimi sono ad esempio Michigan, Wisconsin, Ohio, Florida e New Hampshire, ma nelle ultime elezioni anche stati come Nevada, North Carolina e Virginia. A detta dei sostenitori democratici, quest’anno sarebbero addirittura in gioco anche Georgia e Texas, ma questa ipotesi appare a molti decisamente troppo ottimistica.


A partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, la maggior parte degli stati nord-orientali e della costa occidentale è di solito favorevole al Partito Democratico (“blue states”), mentre i Repubblicani si sono quasi sempre assicurati quelli del sud, della regione dei Monti Appalachi, delle grandi pianure centrali e del sud-ovest (“red states”). Negli stati che appaiono già assegnati, i candidati non fanno praticamente campagna elettorale, mentre riservano le loro risorse soprattutto per gli “swing states”.


Dal punto di vista puramente teorico, per candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti è sufficiente essere nato in questo paese, risiedervi per almeno 14 anni e avere compiuto 35 anni di età al momento dell’inizio del mandato. In realtà, in un sistema bipartitico bloccato e con un’influenza spropositata dei grandi interessi economico-finanziari, dell’industria militare e dell’intelligence e degli stessi media nazionali, l’ascesa alla presidenza è di fatto consentita solo a personalità legate in qualche modo all’establishment - milionari o sostenuti da milionari/miliardari - e con una certa visibilità pubblica.


Questa realtà è sempre più evidente in parallelo al degrado della qualità “democratica” dell’intero sistema politico americano. Infatti, la campagna elettorale di quest’anno è stata di gran lunga la più costosa della storia degli Stati Uniti. I candidati alla presidenza, assieme a quelli per la Camera dei Rappresentanti e del Senato, hanno raccolto complessivamente qualcosa come 11 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali, come sempre, provenienti dai grandi finanziatori della politica USA, ai cui interessi i nuovi eletti faranno scrupolosamente riferimento per tutta la durata dei loro mandati.

Categorie: News

Spagna, prove di patrimoniale

Altrenotizie.org - Sab, 31/10/2020 - 12:48

Mentre in Italia il Governo prova a spegnere i primi focolai di protesta contro le nuove misure di contenimento del contagio da coronavirus con la politica dei “ristori”, in Spagna l’esecutivo targato PSOE-Podemos vara una legge di bilancio per il 2021 (Presupuestos Generales del Estado – PGE) all’insegna di cospicui investimenti infrastrutturali (+115%), del rafforzamento del sistema sanitario, di misure strutturali per il sostegno al reddito e della redistribuzione della ricchezza attraverso una maggiore imposizione sui redditi più elevati e sui grandi patrimoni.

Un modo diverso di rispondere alla crisi, avendo riguardo in primo luogo alle fasce più deboli e vulnerabili della società; un primo tentativo, per quanto ancora timido, di intervenire sulle gravi diseguaglianze prodotte dalla crisi precedente. Non solo. Rinunciando al MES e ai prestiti del pacchetto Next Generation Ue, l’esecutivo spagnolo sta dimostrando di essere molto più avanti di altri governi europei, a cominciare da quello italiano, nella comprensione di ciò che sta accadendo in questa fase nell’ambito della governance comunitaria.

La prova che Sanchez e Iglesias stanno andando nella direzione giusta? Il giudizio sulla manovra da parte del padronato spagnolo e dei mass media ad esso collegati, che può essere riassunto nell’incipit di un articolo apparso sul noto quotidiano economico Expansion, a firma di Ignacio de la Rica: «Il discorso del duo dei Flintstones è vecchio. Suona come una stantia sacralizzazione del collettivismo sovietico o, non volendo esagerare, del socialismo scandinavo del secolo scorso, felicemente superato dagli stessi paesi di quella regione».

Ma andiamo con ordine. Dopo molti anni di dominio dell’ideologia monetarista (i suoi danni li abbiamo scontati anche nella crisi del 2008-2012), sembra che questa nuova crisi abbia riportato in auge un concetto che nel dopoguerra, dagli Stati Uniti al Vecchio Continente, nessun Governo avrebbe mai messo in discussione: nei periodi di recessione o depressione non basta aumentare l’offerta di moneta, ma è necessario che questa moneta vanga effettivamente spesa. Meglio ancora se banche centrali e governi lavorano, ognuno dalla loro postazione, per lo stesso obiettivo. Una formuletta keynesiana, che, come tante regole economiche, è solo una regola di buonsenso. Un po’ quello che sta succedendo in Europa in questo periodo. Il patto di stabilità è stato momentaneamente sospeso, i governi spendono in deficit come non si vedeva da decenni, la Banca Centrale Europea tiene bassi i tassi sulle obbligazioni statali. 

Perché, allora, indebitarsi con un organismo tecnico come il MES o con la stessa Ue, quando l’accesso al mercato dei capitali attualmente è quasi a costo zero (in Spagna il rendimento dei decennali è inferiore dello 0,5% rispetto a quelli italiani, quindi quasi nullo)? È il ragionamento che hanno fatto a Madrid che, evidentemente, tiene conto di un altro e non secondario elemento: le emissioni statali vengono acquistate sul mercato secondario dalla Bce per il tramite delle banche centrali nazionali e il “reddito monetario” da esse prodotto viene retrocesso agli Stati stessi.

Siamo al dunque: meglio avere come creditore la propria banca centrale o un’organizzazione internazionale? Sarebbe logico che anche in Italia alcuni esponenti politici e di governo si facessero questa domanda, anziché parlare di MES senza cognizione di causa, ovvero per buttarla in caciara, come spesso accade dalle nostre parti.

Nella situazione in cui siamo immersi, tuttavia, affidarsi esclusivamente alle risorse del mercato non è la soluzione ideale e nemmeno quella più conveniente (il momento della resa dei conti è sempre incombente). Servono tanti soldi ed è giusto che chi ha molto paghi una parte del costo della crisi per chi ha meno o non ha niente. «Giustizia fiscale, chi ha di più contribuisca di più», ha dichiarato il leader di Podemos Pablo Iglesias. Un concetto che il Governo spagnolo ha provato a mettere in pratica, accompagnando alla dilatazione del disavanzo alcuni interventi redistributivi dal lato, per l’appunto, dell’imposizione fiscale.

Vediamo di che si tratta. Per quanto riguarda la rimodulazione delle aliquote (IRPF), si prevede un aumento di due punti percentuali di quelle sui redditi da lavoro superiori a 300 mila euro annui e di tre punti per quelle relative ai redditi da capitale superiori a 200 mila euro annui. A queste modifiche si aggiungerà un prelievo dell’1% sui patrimoni superiori a dieci milioni di euro, una piccola patrimoniale, e una tassa minima del 15% per le società di investimento immobiliare quotate.

La platea dei contribuenti coinvolta non è molto larga (36.194 contribuenti, lo 0,17% del totale, secondo le stime del Ministero delle finanze), ma, al di là del valore simbolico delle misure, e tenendo conto anche di alcune tasse indirette (bevande zuccherate, “aliquote Google”, tassa sulla plastica), il Governo stima di conseguire da questa manovra maggiori entrate per quasi sette miliardi di euro nel 2021 e di due miliardi e mezzo nel 2022.

Dove andranno questi soldi, tra nuovo deficit, nuove entrate e grants europei (196,1 miliardi di euro, di cui 27 da aiuti Ue)? Anche qui la differenza con il nostro Paese e con altri paesi europei è notevole.

I soldi per le piccole e medie imprese ci sono, ma il grosso degli interventi vanno nella direzione della sanità pubblica, del sociale, del welfare. C’è un aumento significativo della spesa sanitaria (+151,4%) e per l’educazione (+70%); un aumentano delle risorse per la ricerca e l’innovazione (+80%), per i sussidi di disoccupazione e per quella che in Spagna viene definita «economia della cura», nella quale rientra il sistema degli asili nido, il baby sitting e tutte le misure di sostegno alle famiglie, compresi i congedi parentali di maternità e di paternità; l’ampliamento della platea dei beneficiari dell’Ingreso Minimo Vital (IMV), il reddito di base che attualmente varia da 461 a 1015 euro al mese (sono stati modificati alcuni requisiti d’accesso alla luce della caduta dei redditi privati nella pandemia). Cose diverse dal “ristorare” attività economiche senza alcun riguardo al loro fatturato o tagliare l’IRAP anche alle imprese che con questa crisi ci stanno guadagnando o dispensare bonus una tantum agli scarti della società.

Non è il “socialismo” di cui parla il giornalista di Expansion, niente rispetto alle conquiste dei primi trent’anni del Secondo dopoguerra, ma la dimostrazione che da questa crisi si può uscire senza portare tutto il conto ai ceti popolari come è accaduto nel recente passato un po’ ovunque in Europa. Un esempio che potrebbe seguire anche il nostro Governo con la prossima legge di bilancio, magari facendo anche meglio.

 

fonte. www.volerelaluna.it

Categorie: News

USA 2020, il gioco sporco di Trump

Altrenotizie.org - Ven, 30/10/2020 - 20:55

Se i sondaggi sull’esito delle presidenziali americane del 3 novembre prossimo danno in gran parte come favorito il candidato democratico Joe Biden, la situazione della corsa alla presidenza potrebbe essere in realtà più equilibrata di quello che appare a prima vista. Trump, secondo alcuni osservatori, ha infatti ancora alcune carte importanti a sua disposizione per ribaltare i pronostici. Ciò che potrebbe determinare il risultato finale sono però soprattutto alcuni fattori che poco o nulla hanno a che vedere con le solite dinamiche elettorali, quanto piuttosto con una serie di dispute e di manovre inquietanti, la cui regia è da ricercare alla Casa Bianca.

Il problema più discusso e controverso in questi giorni è il voto per posta, a cui un numero record di americani sta ricorrendo per evitare il rischio di contagio. Fino a giovedì sono stati più di 80 milioni gli elettori che hanno già votato, di persona nei seggi che permettono di farlo anticipatamente o appunto per posta. Questo numero, a meno di una settimana dal vero e proprio election day, rappresenta quasi il 60% dell’affluenza complessiva registrata nelle presidenziali del 2016.

A fronte di un così massiccio ricorso all’invio delle schede elettorali per posta si riscontrano da un lato pesanti ritardi nella consegna di queste ultime agli addetti allo scrutinio e, dall’altro, un tentativo da parte del Partito Repubblicano di ostacolare il conteggio dei voti a distanza. Questi sforzi si traducono in numerose cause legali che hanno l’obiettivo di escludere le schede spedite per posta che arriveranno a destinazione dopo il 3 novembre e sono la logica conseguenza delle denunce senza fondamento di Trump per possibili frodi collegate a questa modalità di espressione del consenso popolare.

La ragione di questa battaglia di Trump e dei repubblicani è presto spiegata. Tutti i dati indicano che sono gli elettori orientati a votare per il Partito Democratico a preferire il voto a distanza, mentre tra quelli repubblicani prevale la decisione di presentarsi di persona ai seggi. Nei venti stati che mettono a disposizione i dati sull’affiliazione degli elettori risulta infatti che 18,2 milioni registrati come democratici hanno già espresso il loro voto, contro 11,5 registrati come repubblicani.

Svariate cause legali sono dunque in corso per stabilire i tempi di conteggio dei voti. Qualche giorno fa, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha consegnato una vittoria ai repubblicani, stabilendo che nel Wisconsin saranno annullate tutte le schede ricevute dopo il 3 di novembre. Ciò potrebbe falsare in modo decisivo i risultati finali, soprattutto se la sentenza dovesse essere replicata in altri stati. Un istituto di ricerca americano ha rivelato mercoledì che delle 92 milioni di schede inviate agli elettori che ne hanno fatto richiesta per votare per posta, ben 42 milioni non sono ancora arrivate agli addetti allo scrutinio.

Un certo numero di questi elettori potrebbe in realtà aver deciso alla fine di recarsi di persona ai seggi, ma da considerare ci sono anche le manovre che il capo del servizio postale americano (USPS), Louis DeJoy, che è anche uno dei principali donatori della campagna elettorale di Trump, sta attuando da mesi per boicottare l’agenzia che dirige. Riduzione di fondi e direttive controproducenti sono gli strumenti che il “Postmaster General” degli Stati Uniti sta usando per rallentare le consegne di schede elettorali, nonostante il recente intervento di alcuni tribunali per cercare di garantirne la puntualità.

Questa strategia è con ogni probabilità coordinata con la Casa Bianca e potrebbe servire a Trump per chiedere una fine anticipata del conteggio dei voti dopo la chiusura delle urne, senza cioè attendere l’arrivo di tutte le schede inviate per posta e quasi certamente favorevoli ai democratici. In realtà, la stessa Corte Suprema mercoledì ha ratificato la possibilità di continuare a contare i voti espressi a distanza in Pennsylvania e in North Carolina, rispettivamente dopo tre e nove giorni dal 3 novembre, ma la situazione appare estremamente fluida. Giovedì, infatti, un tribunale federale d’appello ha dichiarato illegali le preferenze che arriveranno dopo l’election day in Minnesota, mettendo a rischio il voto di quasi 400 mila elettori dello stato. Anche quest’ultima causa potrebbe finire davanti alla Corte Suprema.

Battaglie legali sono ancora in corso in altri stati e i giudici conservatori della Corte hanno fatto sapere di essere pronti a intervenire sulla questione anche dopo la chiusura delle urne. La base legale di nuove eventuali decisioni anti-democratiche sarebbe la sentenza che nel 2000 consegnò la presidenza a George W. Bush dopo lo stop ordinato al riconteggio delle schede elettorali in Florida che avrebbe quasi certamente decretato la vittoria di Al Gore.

In parallelo al tentativo di screditare il voto per posta e alla denuncia di fantomatici brogli, con l’appoggio di una Corte Suprema dove si è appena consolidata una maggioranza ultra-conservatrice grazie alla nomina della giudice Amy Conet Barrett, Trump minaccia di mobilitare a proprio favore attivisti e milizie di estrema destra. Il pericolo è in questo senso molto concreto, come dimostrano tra l’altro i complotti recentemente scoperti dall’FBI, organizzati da ambienti dell’ultra destra per rapire e giustiziare i governatori democratici di Michigan, Virginia e Ohio e seminare il caos il giorno delle elezioni.

Anche in questo caso, tribunali e autorità di polizia sembrano spesso essere pronti ad assistere Trump e i suoi piani eversivi. In Michigan, ad esempio, questa settimana un giudice ha bocciato l’ordine del procuratore generale dello stato che proibiva agli elettori di avvicinarsi ai seggi con un’arma al seguito. Prima ancora del verdetto, molti uffici di polizia e sceriffi si erano apertamente rifiutati di eseguire l’ordine, mostrando la loro disponibilità ad assecondare un’eventuale mobilitazione di milizie di estrema destra. Le informazioni emerse in questi giorni mostrano legami talvolta innegabili tra elementi coinvolti in queste cospirazioni e ambienti riconducibili al presidente Trump.

In alcuni stati, ancora, è già stato autorizzato il dispiegamento di truppe della Guardia Nazionale per il giorno delle elezioni, come ad esempio in Texas, in previsione di proteste contro un possibile colpo di mano di Trump. Le basi per una dura repressione sono state così gettate. Malgrado i segnali evidenti di questo pericolo, i democratici continuano in larga misura a rifiutarsi di allertare gli elettori circa le intenzioni di Trump. Al massimo, Biden e i vertici del suo partito contano sull’intervento di militari e servizi di intelligence per impedire una spallata autoritaria di Trump. Se ciò non dovesse accadere, è praticamente certo che i democratici abbandonerebbero in fretta qualsiasi battaglia, lasciando a loro stessi gli americani che scenderanno per le strade a protestare contro Trump e le milizie di estrema destra.

Il clima generale in cui si svolgono le presidenziali americane è dunque a dir poco esplosivo e ad aggiungere tensioni sono anche le divisioni che caratterizzano le varie sezioni della classe dirigente d’oltreoceano. Buona parte dell’apparato di potere USA e dei grandi interessi economico-finanziari desidera una vittoria di Biden, perché ritiene un secondo mandato di Trump troppo rischioso per le potenzialità destabilizzanti che avrebbe sul fronte domestico e globale.

Questa accesissima competizione, che è prima di tutto per il salvataggio della posizione internazionale degli Stati Uniti, si riflette anche sulla quantità enorme e senza precedenti di denaro che è piovuto sulla campagna elettorale in corso. Durante la stagione 2020, che include le elezioni presidenziali ma anche quelle per il rinnovo di tutta la Camera dei Rappresentanti e di un terzo dei seggi del Senato, sono stati raccolti poco meno di 11 miliardi di dollari, cioè quasi il 60% in più rispetto al 2016, quando già venne battuto il precedente primato.

A questa cifra si deve aggiungere la spesa difficilmente definibile delle organizzazioni che sostengono i vari candidati ma non sono ad essi ufficialmente affiliate. Le cosiddette “Super PAC”, grazie a una sentenza della Corte Suprema del 2010, hanno facoltà di raccogliere e spendere denaro senza limiti e senza obbligo di rendere conto della provenienza.

Per quanto riguarda i finanziamenti finiti direttamente nelle casse dei candidati e quindi tracciabili, è possibile sapere che Biden ha beneficiato maggiormente della generosità di Wall Street e dell’industria delle telecomunicazioni. Corporation operanti nel settore sanitario, energetico e delle costruzioni hanno invece preferito staccare assegni per Trump, anche se praticamente tutte le grandi compagnie americane si assicurano di finanziare entrambi i partiti.

I finanziamenti dei piccoli donatori hanno fatto segnare infine un certo incremento in questo ciclo elettorale, ma la maggior parte del denaro, come sempre, non è arrivato da questi ultimi. Nonostante la pretesa di dipingere Biden come la scelta obbligata per difendere le classi più disagiate, il candidato democratico ha in realtà incassato il 61% dei propri fondi totali dai grandi finanziatori, contro il 55% di Donald Trump.

Categorie: News

Trump e le rimesse a Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 30/10/2020 - 20:25

una-sucursal-de-western-union_0_12_507_315-580x330Il regime di Trump annuncia il suo nuovo piano per “aiutare” il popolo cubano e sanziona l’invio di rimesse dagli Stati Uniti, con il pretesto che aiutano i militari. Più di 400 uffici della Western Union hanno dovuto chiudere sull’isola, in virtù del calcolo imperiale che offre i cubani come agnelli sacrificali per vincere voti in Florida, senza che nessuno spieghi come la “democrazia” possa essere rappresentata dal dolore delle famiglie, o perché così tante persone a Miami si prestano a collaborazioni aperte con il boia dei loro genitori, nonni e fratelli.

Un sondaggio della Florida International University certifica che il 76% dei cubani arrivati a Miami nell’ultimo decennio, con la possibilità di votare, lo farà per Donald Trump. È il segmento della popolazione che dimostra la maggiore adesione al programma del presidente, al di sopra dei bianchi nativi e dei conservatori. Alcuni studiosi di Cuba interpretano che il movimento forzato di destra di questo gruppo è un “prodotto della rivoluzione cubana”. Oppure, in altre parole, coloro che sono sbarcati a 90 miglia dall’isola non sono emigranti ma convertiti, sostenitori attivi e zelanti che hanno bisogno di dare prova della loro fede ritrovata.

Francamente, non lo credo assolutamente. La maggior parte degli emigrati cubani in qualsiasi altra città del mondo, compresi quelli negli Stati Uniti, non si comportano nel modo in cui i cubani sono rappresentati a Miami, che Trump continua a corteggiare aggressivamente sei giorni prima del voto presidenziale, come se la vita dipendesse da questo.

Non è il socialismo cubano che trasforma nel suo nemico un gruppo che realmente o presumibilmente ha sfilato fino a ieri in Plaza de la Revolución, ma una macchina dell’odio che ha messo radici in quella città e trasforma non pochi nuovi arrivati, desiderosi di essere assimilati, in esseri abietti che chiedono lo “stop” delle rimesse, per rompere i ponti familiari e punire chi è rimasto indietro. Solo a Miami si osserva questa metamorfosi, iniziata quando un piano della CIA ha deciso di installarvi una stazione segreta, la JMWAVE, e con essa la sua industria anti-Castro ed i suoi serial killer.

Ileana Ros-Lehtinen, ex deputata repubblicana della Florida ora accusata di corruzione, è arrivata al punto di dire in un’intervista del dicembre 2006 per il documentario “638 modi per uccidere Castro”: “Accolgo con favore chiunque abbia l’opportunità di assassinare Fidel Castro od un altro leader che opprime il suo popolo”.

I cittadini battistiani sbiaditi, mescolati nel cosiddetto “esilio storico”, un gruppo di emigranti multimilionari e di estrema destra hanno sostenuto finanziariamente e ideologicamente queste posizioni estreme che non di rado hanno rasentato il grottesco. Sono quelli secondo cui la parola socialista, per non dire comunista, suona come il diavolo. In questa atmosfera maccartista, la disinformazione ha raggiunto livelli così irresistibili che gli analisti hanno cominciato ad accettare che non ci sarà modo di incolpare Russia o qualsiasi altro governo straniero per la svolta che potrebbero prendere queste elezioni.

“Quando la propaganda è ‘democratizzata’, quando pubblicare non costa nulla, quando la velocità e la viralità guidano l’ecosistema dell’informazione, e quando i provocatori non affrontano conseguenze per diffamazione, letteralmente tutti hanno il potere di promuovere la disinformazione. Oggi gli Stati Uniti sono in allerta perché agitatori esterni possono provocare rivolte. Ma l’attività più controversa nella politica statunitense è prevalentemente locale ”, ha scritto recentemente la ricercatrice Reneé Di Resta su The Atlantic.

La realtà è che i cubani che arrivano a New Orleans, in California od a Madrid difficilmente agiscono in quel modo. A Miami non lo fanno quelli che sanno che, anche se superano tutte le prove, nell’universo repubblicano, gli stranieri convertiti e gli immigrati difficilmente vengono accettati come “membri a pieno titolo” del club presidenziale.

Per fortuna, in mezzo a tanti bagliori e urla di Trump, si sentono grida di buon senso e si dicono cose del genere, sui social: “Dov’è il reato di offrire un servizio che permetta ai cubani di inviare denaro alle proprie famiglie, quasi sempre per cibo e medicine? Il crimine non è offrire il servizio di rimessa, ma chiuderlo”.

(Pubblicato originariamente su La Jornada, Messico)

di Rosa Miriam Elizalde

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Milenio

Categorie: News

Maduro denuncia l’attacco terrorista contro la principale raffineria del Venezuela

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/10/2020 - 22:32

maduro-580x387Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha riferito questo mercoledì in una conferenza stampa internazionale che la raffineria di Amuay, la principale raffineria del paese, situata sulla costa occidentale, è stata attaccata con un’arma potente e forte martedì scorso.

Il presidente ha annunciato che coloro che hanno attaccato il complesso di raffinazione, situato nella penisola di Paraguanà, nello stato di Falcon, volevano provocare un’esplosione totale.

Maduro ha dichiarato che durante il fatto hanno demolito una torre con uno spessore nell’acciaio maggiore di un carro armato da guerra. È stato un attacco terrorista, ha sentenziato.

Cospirazione permanente

Durante una videoconferenza con i media internazionali dal Palazzo Miraflores, Maduro ha assicurato che il suo governo affronta una cospirazione permanente, appoggiata e finanziata dagli Stati Uniti, con la complicità di diversi governi in Europa.

Il presidente venezuelano ha assicurato che due cittadini stranieri sono stati detenuti nello stato di Zulia, nella parte occidentale del Venezuela: questi individui avrebbero avuto intenzione di attaccare i leader del suo governo.

Inoltre, ha annunciato che nelle prossime ore il capo della Procura, Tarek William Saab, terrà una conferenza stampa per ampliare le informazioni.

Benzina per 20 giorni

Il presidente venezuelano ha anche riferito che il Paese sudamericano ha una riserva di benzina di 20 giorni. Secondo lui, questa cifra è stata raggiunta perché Venezuela produce il 30% in più di quanto consuma ed il carburante è arrivato anche da altri paesi.

Il capo dello Stato ha affermato che la produzione è in fase di regolarizzazione nonostante il duro colpo che ha subito il Paese sudamericano, che tra il 2015 e il 2019 ha smesso di generare circa 1,19 miliardi di barili di petrolio a causa delle misure coercitive unilaterali imposte da Washington.

Alla domanda sul recente atterraggio in Venezuela di un volo di carica iraniano della compagnia Fars Air Qeshm, sanzionato dal Dipartimento del Tesoro, il presidente ha sottolineato che nel suo Paese arrivano aerei da tutto il mondo.

Maduro ha fatto riferimento alla curiosità generata nei media internazionali dalla presenza di voli dall’Iran in Venezuela. “Stanno arrivando aeroplani dagli Stati Uniti e nessuno mi chiede perché sono arrivati”, ha aggiunto.

Nonostante le forti accuse di cospirazioni statunitensi contro il suo paese, il capo di stato venezuelano ha ribadito la sua volontà di ristabilire ponti politici con Washington, dopo le elezioni presidenziali nella nazione statunitensi.

“Chiunque vinca le elezioni, vorremmo dialogare”. Gli Stati Uniti avranno un valido interlocutore in Venezuela e sarà Nicolas Maduro ”, ha detto mercoledì.

Tuttavia, ha sottolineato che finora non ha avuto contatti né con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, né con il suo avversario democratico, Joe Biden, sebbene abbia accusato entrambi di usare il nome del Venezuela per fare offerte fuorvianti al loro elettorato.

da Cubadebate/informazioni di RT

traduzione di Ida Garberi

Foto: Twiiter / @PresidencialVE

Categorie: News

USA 2020, i dubbi dietro i sondaggi

Altrenotizie.org - Gio, 29/10/2020 - 21:44

Il voto per le presidenziali di martedì prossimo negli Stati Uniti si preannuncia come uno dei più caotici della storia di questo paese e probabilmente il primo su cui grava la minaccia concreta di un colpo di mano autoritario. La grandissima maggioranza dei sondaggi indica da tempo un successo più o meno netto del candidato democratico, Joe Biden, ma una serie di fattori – non tutti riconducibili all’alveo della legalità – sembrano prospettare una sfida equilibrata, se non addirittura una nuova inaspettata vittoria del presidente Trump o, quanto meno, la sua permanenza alla Casa Bianca qualsiasi cosa dovesse succedere alla chiusura delle urne.

Come quasi sempre accade per le presidenziali americane, a risultare decisivo sarà il comportamento dei votanti in quella manciata di stati che sulla mappa elettorale sono perennemente in bilico tra democratici e repubblicani. Dal Michigan alla Florida, dal Wisconsin alla North Carolina, dalla Pennsylvania al Nevada, dall’Ohio alla Florida, le presidenziali dell’era moderna si sono quasi sempre combattute attorno agli equilibri nella distribuzione dei “voti elettorali” in dotazione di questi e pochissimi altri stati.

In una normale tornata elettorale, per assicurarsi un secondo mandato Trump sarebbe chiamato al difficile compito di difendere le vittorie di misura del 2016 soprattutto negli stati (ex-)industriali del “Midwest”: Michigan, Ohio, Pennsylvania, Wisconsin. Qui, Trump fu in grado di capitalizzare la repulsione diffusa nei confronti di Hillary Clinton, intercettando un numero appena sufficiente di elettori generalmente riconducibili alla categoria della “working-class” bianca, di solito inclini a votare per il Partito Democratico.

Trump mise a segno il suo capolavoro politico proponendosi come una sorta di paladino dei lavoratori, capace di interrompere decenni di assalti alle loro condizioni di vita e di far tornare magicamente centinaia di migliaia di posti di lavoro distrutti dalla globalizzazione. Definire fallimentare il bilancio della sua amministrazione in questo senso è poco. I colossali tagli alle tasse dei super-ricchi, l’erosione dei programmi e della spesa sociale, i dazi doganali contro le importazioni cinesi pagate in definitiva dai consumatori e la disastrosa gestione dell’epidemia di Coronavirus sono inoltre alcuni degli altri “risultati” conseguiti dall’attuale presidente, da sommare a quelli che hanno alla fine contribuito a peggiorare la situazione dei lavoratori americani.

Dalle analisi e dalle indagini dei media d’oltreoceano si riscontra perciò una prevedibile inversione di rotta di questa fetta importantissima dell’elettorato. La testata on-line Vox ha citato ad esempio alcuni dirigenti sindacali del “Midwest” che spiegano come molti loro iscritti, dopo la relativa sbornia per Trump del 2016, siano orientati quest’anno a votare per Biden e i democratici.

Un altro elemento a favore dell’ex vice di Obama è il voto femminile e, forse in misura minore, quello della borghesia suburbana di tendenze conservatrici, in altre occasioni naturalmente inquadrabile nella base elettorale del Partito Repubblicano. Questi possibili spostamenti negli equilibri del voto potrebbero essere dunque decisivi anche nel caso dovessero verificarsi in maniera trascurabile in alcuni dei cosiddetti “swing states”. In Michigan, ad esempio, nel 2016 Trump prevalse su Hillary per meno di 11 mila voti, pari a 0,2 punti percentuali.

Uno degli ultimi sondaggi pubblicati in America è quello commissionato dal New York Times al Siena College e pubblicato giovedì. L’indagine è in linea con quasi tutte le rilevazioni pubblicate dai media “mainstream” nelle ultime settimane e mostra un vantaggio di circa 8 punti per Biden nello stato del Michigan e un margine ancora maggiore in Wisconsin, mentre in fase di restringimento sarebbe il divario tra i due rivali in Pennsylvania. In Ohio, invece, Trump sembra tenere ed è dato alla pari o in leggero vantaggio su Biden, così come in Florida.

Su scala nazionale, per quello che può valere questo dato alla luce del sistema elettorale americano, Biden dovrebbe avere un vantaggio su Trump tra l’8% e il 12%, ma non mancano le indicazioni in controtendenza. Anche un istituto autorevole come Rasmussen suggerisce una situazione decisamente più equilibrata, tanto che nell’aggiornamento quotidiano sulle intenzioni di voto diffuso giovedì ha dato Trump in vantaggio di un punto su Biden a livello nazionale (48% a 47%).

Se si esce dalla galassia dei giornali principali, quasi tutti schierati a favore di Biden, non sembra essere dunque esclusa un’altra clamorosa sconfitta per i democratici. Il principale fattore di rischio è d’altra parte lo stesso candidato alla Casa Bianca per questi ultimi. Anche se non impopolare come Hillary Clinton, soprattutto tra i “bianchi non laureati del Midwest”, Biden è anch’egli la personificazione del sistema politico ultra-corrotto di Washington, con un curriculum di oltre quarant’anni per molti versi reazionario.

La scelta di Biden ha raffreddato gli entusiasmi di quanti avevano intravisto una qualche alternativa progressista nelle prime fasi delle primarie con le candidature di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Alcune scelte fatte da Biden e dai vertici della sua campagna elettorale sono anch’esse oggetto di critiche perché rischiano di costargli non pochi consensi. Ad esempio, non sembrano essere state messe in atto strategie efficaci per mobilitare a suo favore gli elettori afro-americani e ispanici, molti dei quali, anche se in larga misura non opteranno per Trump, potrebbero scegliere l’astensionismo.

Forse ancora più preoccupanti sono poi le poche risorse dedicate alla campagna sul campo affidata agli attivisti del partito. I democratici hanno limitato queste operazioni “porta a porta” a causa della pandemia, mentre Trump vi ha invece puntato moltissimo, in particolare negli stati in bilico. Grazie a questo lavoro, i repubblicani sono riusciti insolitamente a far registrare un numero molto più alto di nuovi elettori per il loro partito rispetto a quello democratico. Negli Stati Uniti, per poter votare, gli aventi diritto devono registrarsi indicando l’affiliazione a un partito oppure come “indipendenti”, anche se poi hanno ovviamente facoltà di esprimere il proprio voto per qualsiasi partito o candidato.

Un altro aspetto da tenere in considerazione per quanto riguarda l’attendibilità dei sondaggi è il grado di sincerità degli intervistati riguardo le loro intenzioni di voto per Donald Trump. Basandosi anche sui dati del 2016, che davano la Clinton vincente, in molti ritengono che i potenziali elettori di Trump sono tendenzialmente meno inclini a rivelare la loro scelta. Uno studio di Rasmussen ha a questo proposito rilevato che il 17% di potenziali votanti che “approvano convintamente” l’operato di Trump è meno propenso a far sapere ad altri la sua intenzione di voto, contro appena l’8% di coloro che ne disapprovano la performance.

A giudicare dalla stampa vicina ai democratici, Biden avrebbe ad ogni modo nel mirino anche stati considerati solidamente repubblicani. Tra questi la Georgia e addirittura il Texas, stati i cui “voti elettorali” sono andati per l’ultima volta al candidato democratico alla presidenza rispettivamente nel 1992 e nel 1976. Sulla spinta della presunta ondata che dovrebbe travolgere i repubblicani grazie a Joe Biden, il Partito Democratico viene dato in avanzamento anche al Congresso. Alla Camera dei Rappresentanti la maggioranza democratica potrebbe allargarsi ulteriormente, mentre al Senato sarebbe possibile un ribaltamento degli equilibri, oggi favorevoli ai repubblicani.

Queste previsioni sono da prendere con le molle, visto anche che ricordano in modo inquietante quelle che precedettero il voto del novembre 2016. Tutti gli elementi che sembrano almeno in parte poter contraddire la versione prevalente di un Biden favorito, potrebbero comunque non essere sufficienti a Trump per ribaltare la situazione, come dimostrano anche i dati sull’altissimo numero di americani che hanno già votato per posta o di persona nei seggi che consentono di farlo anticipatamente. Chi ricorre a queste modalità di voto è infatti molto più frequentemente un elettore democratico piuttosto che repubblicano.

Esistono tuttavia altre questioni che prospettano un esito a dir poco controverso delle presidenziali e sono da collegare alle manovre non esattamente legali in atto alla Casa Bianca per arrivare a imporre, se ce ne fosse bisogno, un esito favorevole a Trump nel voto del 3 novembre. Questi temi saranno al centro dell’analisi delle elezioni americane che pubblicheremo domani.

Categorie: News

Bielorussia, tramonto sulla protesta

Altrenotizie.org - Mer, 28/10/2020 - 20:58

Le proteste contro il regime di Alexander Lukashenko in Bielorussia avrebbero dovuto raggiungere il culmine questa settimana con uno sciopero generale teoricamente in grado di assestare la spallata definitiva dopo undici settimane di mobilitazione, seguite alle controverse elezioni presidenziali di agosto. Il successo dell’iniziativa proclamata dai leader dell’opposizione filo-occidentale non sembra essere stato tuttavia quello auspicato, ma le ragioni non sono da ricondurre soltanto ai metodi repressivi e intimidatori del governo e delle forze di sicurezza di Minsk.

L’autoproclamata numero uno della campagna contro Lukashenko, cioè la principale candidata alla sua successione Sviatlana Tsikhanouskaya, aveva lanciato un paio di settimane fa un ultimatum perentorio al presidente. Entro il 25 ottobre, l’uomo forte di Minsk avrebbe dovuto dimettersi e porre fine al “terrore” scatenato contro i manifestanti oppure prepararsi a fronteggiare uno sciopero generale e la paralisi dell’economia dell’ex repubblica sovietica. Il comunicato della Tsikhanouskaya, da tempo fuggita in Lituania, prospettava una chiusura totale a partire dal settore nevralgico del sistema bielorusso, ovvero le grandi fabbriche controllate in larga misura dallo stato. Inoltre, le dimostrazioni pacifiche sarebbero tornate a invadere le strade della capitale e delle altre città della Bielorussia.

Davanti allo scontato rifiuto di Lukashenko di dimettersi, una nuova protesta è in effetti andata in scena domenica con una partecipazione significativa, secondo alcune stime pari ad almeno 100 mila persone nella sola Minsk. Le forze del regime hanno a loro volta risposto ancora una volta in maniera molto dura. Gli arresti sono stati più di 500, portando il numero totale dei fermati dal 9 di agosto a circa 16 mila.

Coloro che hanno preso parte sia alle manifestazioni anti-Lukashenko sia soprattutto allo sciopero sono sembrati essere però in gran parte studenti e appartenenti alle classi medie o medio-alte. Le stesse proteste, a detta anche dei media occidentali, avrebbero perso l’intensità delle scorse settimane. Un certo senso di rassegnazione prevale ormai in molti di questi ambienti che si ritrovano a fare i conti con il consolidamento del regime, grazie in primo luogo all’appoggio garantito dal governo russo.

Secondo il racconto degli eventi di questi giorni fatto dalla Reuters, una certa mobilitazione si sarebbe registrata nelle scuole e nelle università bielorusse, così come, ad esempio, in una compagnia di telecomunicazioni della capitale. In modo cruciale, tuttavia, la stessa agenzia di stampa, non esattamente bendisposta verso Minsk e Mosca, ha ammesso che “l’appello allo sciopero [generale] non è per ora riuscito a fermare le attività delle aziende statali” del paese. Secondo il britannico Guardian, la partecipazione allo sciopero degli operai che lavorano in queste fabbriche è stata tutt’al più sporadica o di breve durata, ma praticamente “nessuno si è rifiutato di lavorare”. Allo stesso modo, dopo le ultime manifestazioni di protesta, non si sono registrati blocchi stradali o altri problemi per il traffico della capitale.

Notizie della partecipazione allo sciopero di numerosi lavoratori delle ferrovie e di quelli di un’importante fabbrica di fertilizzanti sono in realtà circolate, ma la fonte è da prendere quanto meno con le molle. A diffonderle è stato infatti il canale Telegram NEXTA, operato da un blogger bielorusso allineato all’opposizione con l’appoggio di una fondazione polacca finanziata dal governo di estrema destra di Varsavia, al centro delle trame estere anti-Lukashenko e ben poco interessato alle aspirazioni democratiche della popolazione bielorussa.

Senza la mobilitazione della “working-class” bielorussa e i conseguenti contraccolpi economici, è evidente che le possibilità dell’opposizione sostenuta dall’Occidente di rovesciare Lukashenko e il suo governo sono quasi inesistenti. Ad agosto e a inizio settembre, un’ondata di scioperi aveva peraltro attraversato la Bielorussia in parallelo alle proteste di piazza, tanto da portare il paese sull’orlo del disastro economico. Da allora, l’attivismo registrato nelle fabbriche è venuto decisamente meno, se non sparito del tutto. Nello spegnere gli entusiasmi, un fattore è stato senza dubbio il pugno di ferro di Lukashenko, chiaramente consapevole dei pericoli per il suo regime provenienti dalle grandi fabbriche sotto il controllo dello stato.

La leader dell’opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya ha parlato martedì della mancata mobilitazione degli operai bielorussi, giustificandola con la “pressione colossale” esercitata dalle autorità su quanti intendevano scioperare. Oltre e forse ancora di più delle “pressioni” del regime ha influito lo sconforto e la presa di coscienza che la battaglia contro Lukashenko è guidata da forze politiche e sociali i cui obiettivi non coincidono con quelli dei lavoratori.

L’essenza degli eventi che da quasi tre mesi stanno interessando la Bielorussia è in altre parole da ricondurre alla pratica consolidata delle “rivoluzioni colorate”, promosse e finanziate a suon di dollari e di euro dall’Occidente. Al di là dell’indiscutibile carattere autoritario del regime di Lukashenko, l’interesse dei governi europei e degli Stati Uniti, così come di improvvisati leader indigeni come Sviatlana Tsikhanouskaya, è di riorientare strategicamente verso Occidente un paese nell’orbita di Mosca.

Per gli oppositori interni di Lukashenko, poi, in ballo ci sono occasioni altamente redditizie derivanti dall’accesso alle stanze del potere politico ed economico. Da ciò deriva una prospettiva sostanzialmente neo-liberista, nascosta dietro alla retorica delle riforme democratiche, che, come si rendono conto le classi più oppresse della società bielorussa, comporterebbe misure radicali di austerity e privatizzazioni selvagge, vale a dire sacrifici ancora più pesanti di quelli che dovrebbero spingerli a prendere parte alle proteste in corso.

Gli esempi del “cambiamento democratico” prodotto dall’appoggio occidentale sono d’altra parte molteplici e quasi tutti hanno comportato sofferenze e devastazione sociale. Che la Tsikhanouskaya e i suoi alleati dell’opposizione coordinino quanto meno le loro mosse con i governi occidentali, ma anche con quelli di Polonia e dei paesi baltici, è ormai chiaro a chiunque, visti anche i loro numerosi incontri con capi di governo e ministri degli Esteri di svariati paesi europei in queste settimane. È probabile anzi che la riuscita dello sciopero generale proclamato per questa settimana sia un ultimo banco di prova delle potenzialità della leadership di Sviatlana Tsikhanouskaya, dopo le recenti misure punitive adottate da Bruxelles e Washington contro alcuni esponenti della cerchia di Lukashenko.

A Minsk, in ogni caso, sembra esserci un relativo senso di sicurezza all’interno del regime, anche se restano forti preoccupazioni per la possibilità che le proteste sfuggano di mano. Lukashenko ha infatti alzato i toni negli ultimi giorni, minacciando apertamente di attuare iniziative ancora più repressive per pacificare il paese. Uguale apprensione circola anche al Cremlino, dove la pazienza nei confronti del presidente bielorusso appare vicina al limite.

Al momento, Putin non ha alternative a Lukashenko, visto che un qualsiasi cedimento si tradurrebbe quasi certamente in un regime ostile agli interessi di Mosca. Oltre alla questione strategica, cioè il pericolo di ritrovarsi la NATO ancora più vicina ai propri confini, in gioco ci sono forti interessi economici, essendo la Bielorussia un importante fornitore per vari settori industriali russi e una via di transito cruciale del gas naturale diretto verso occidente. La visita di giovedì scorso a Minsk del capo dell’intelligence estera russa, Sergey Naryshkin, dimostra le inquietudini del Cremlino e, assieme, ribadisce il sostegno a Luhaskenko e la collaborazione tra i due alleati nella gestione della crisi.

Se la maggior parte degli osservatori concorda nel ritenere che il presidente bielorusso finirà per restare al suo posto, la campagna occidentale di destabilizzazione continuerà in un modo o nell’altro, in attesa di una nuova occasione per penetrare ancora di più in un paese profondamente legato alla Russia e, oltretutto, destinatario da alcuni anno di ingenti investimenti cinesi.

Categorie: News

I reazionari della Corte Suprema

Altrenotizie.org - Mar, 27/10/2020 - 20:54

Il voto favorevole del Senato di Washington alla nomina della giudice ultra-conservatrice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema nella giornata di lunedì rappresenta un evento eccezionale sia per le modalità con cui è avvenuto sia soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere in ambito politico, giuridico e sociale negli Stati Uniti. Se il Partito Repubblicano disponeva di una maggioranza sufficiente a garantire la ratifica della nomina voluta dal presidente Trump, è altrettanto vero che le iniziali promesse dei democratici di utilizzare qualsiasi mezzo per farla naufragare si sono sciolte come neve al sole.

Categorie: News

Diaz-Canel: Cuba scommette sulla ricerca di soluzioni in comune e complete nei confronti della CEPAL

Cubadebate (italiano) - Lun, 26/10/2020 - 22:35

cepal-er-2-2-580x330Cuba ha ceduto questo lunedì al Costa Rica la presidenza pro tempore della Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi, dopo due anni di duro lavoro in cui ha scommesso “sulla ricerca di soluzioni concertate e globali a problemi comuni o simili; sempre con la premessa di non lasciare nessuno indietro”.

L’ha affermato il presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, intervenendo via internet all’inaugurazione della 38º sessione della Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi, “la nostra cara CEPAL”, ha detto.

Da L’Avana, il Capo dello Stato ha sottolineato che nei 70 anni di lavoro della Commissione nella promozione dello sviluppo economico, sociale e sostenibile in America Latina e nei Caraibi, “c’è stato e ci sarà sempre una partecipazione attiva di Cuba a favore del multilateralismo, lo scambio di conoscenze e la cooperazione ”.

Di seguito, Cubadebate pubblica il discorso completo del presidente cubano:

“Sua Eccellenza Carlos Alvarado Quesada, Presidente della Repubblica di Costa Rica;

Sua Eccellenza il Sig. Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite;

Sua Eccellenza Alicia Bárcena, Segretaria Esecutiva della CEPAL;

Illustri Ministri, Capi Delegazioni, Delegati ed Ospiti:

È un onore per Cuba partecipare insieme a voi, anche se virtualmente, all’apertura della 38º sessione della Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi (la nostra cara CEPAL), di cui abbiamo celebrato il 70 ° anniversario a L’Avana nel maggio del 2018, quando il nostro Paese ha assunto la Presidenza pro tempore della Commissione, che oggi consegniamo al Costa Rica.

In questi più di 70 anni di lavoro instancabile per la promozione dello sviluppo economico, sociale e sostenibile in America Latina e nei Caraibi, c’è stata sempre una partecipazione attiva di Cuba a favore del multilateralismo, dello scambio di conoscenze e della cooperazione, tutto questo ci fa sentire parte della CEPAL.

Dalla Presidenza pro tempore della Commissione, dal suo Comitato per la Cooperazione Sud-Sud e dal Forum dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi, Cuba ha lavorato intensamente per lo sviluppo sostenibile, consapevole delle enormi sfide implicate nell’impegno per promuovere la cooperazione e lo sviluppo sostenibile nella regione, in particolare con le nazioni sorelle dei Caraibi, rispondendo all’iniziativa della CEPAL di “El Caribe Primero”, “CaribbeanFirst”.

Durante il suo periodo di Presidenza, prolungato di alcuni mesi a causa della pandemia della COVID-19, Cuba è onorata di aver accompagnato i principali processi diretti all’implementazione dell’Agenda 2030 ed al rafforzamento della cooperazione Sud-Sud e Triangolare, che si sono sviluppati a livello regionale ed internazionale, nell’interesse di ampliare ed approfondire i risultati ed il superamento degli obiettivi.

Lavorando per ridurre i dislivelli esistenti e consolidare lo spazio regionale, abbiamo scommesso sulla ricerca di soluzioni concertate e globali a problemi comuni o simili; sempre con la premessa di “non lasciare nessuno indietro”.

Di questi ultimi due anni, vorrei sottolineare lo svolgimento della Terza Riunione del Forum dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi sullo Sviluppo Sostenibile, nell’aprile del 2019, quando è stato presentato il resoconto del bilancio quadriennale sui progressi e sulle sfide per la regione nell’implementazione dell’Agenda 2030.

Con la partecipazione di oltre 1200 persone, inclusi rappresentanti della società civile e del settore privato; e con più di 50 incontri paralleli; quella riunione ha segnato un record nella storia del Forum.

Stimati delegati,

In America Latina e nei Caraibi persiste un vergognoso grado di disuguaglianza economica e sociale. I dislivelli strutturali e sistemici tra le nazioni, ed all’interno di ogni paese, rimangono e si ampliano in un contesto internazionale complesso e difficile in tutti i settori: sanitario, economico, finanziario, sociale ed ambientale.

È un dato di fatto che la pandemia ha accentuato i limiti dei nostri sistemi di produzione ed ha svelato tutte le nostre vulnerabilità.

Il suo impatto economico e finanziario ed i suoi conseguenti costi sociali portano a proiezioni deludenti. La regione, che sta vivendo un rallentamento della crescita economica più intenso rispetto ad altre parti del mondo, presenta una performance inferiore rispetto agli ultimi sette decenni.

Non lo hanno detto gli altri. La stessa Commissione regionale, la nostra CEPAL, prevede un calo del 9,1% per il 2020, il peggior prodotto interno lordo (PIL) dell’intera storia della regione.

Nel frattempo, il cambiamento climatico continua a colpire senza pietà i nostri paesi, in particolare gli stati insulari. Si stima che entro il 2050 il costo economico del cambiamento climatico nella regione rappresenterà tra l’1,5 ed il 5% dell’attuale PIL regionale.

Di fronte a questa drammatica prospettiva, è urgente la promozione di politiche globali in materia di sviluppo sostenibile, mitigazione, adattamento e resilienza.
È fondamentale creare condizioni e capacità migliori per la gestione e la riduzione del rischio nei Caraibi, colmare il dislivello tecnologico, nonché promuovere la cooperazione e l’accesso tempestivo alle risorse essenziali per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

Crediamo fermamente che solo una risposta articolata tra i paesi a tutti i livelli possa aiutarci a superare le molteplici crisi che l’America Latina ed i Caraibi devono affrontare oggi.

Per raggiungere questo obiettivo, è essenziale continuare a scommettere su un multilateralismo rinnovato e rafforzato; sulla cooperazione solidale e sulla ricerca di soluzioni concertate ed innovative. Multilateralismo, cooperazione e solidarietà devono essere parole d’ordine in questi tempi.
È nostro dovere proteggere la pace fra tutti, premessa indispensabile per lo sviluppo, il diritto e la rivendicazione storica dei nostri popoli.

Riaffermo qui quanto abbiamo dichiarato due anni fa all’incontro de L’Avana: “non ci sarà sviluppo senza pace e non ci sarà pace senza sviluppo”. E di conseguenza evidenziamo la validità dei postulati della proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace.

In questo contesto, è impossibile ignorare la nostra denuncia del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dal governo degli Stati Uniti, che si è intensificato brutalmente negli ultimi due anni, anche in tempi di pandemia della COVID-19.

Questa componente essenziale della politica di ostilità degli Stati Uniti contro Cuba cerca di arrecare danno alla nazione nel suo insieme con l’obiettivo di ottenere concessioni politiche e provocare il caos.

L’escalation opportunistica dell’assedio criminale, come riconosciuto dall’attuale amministrazione statunitense, vuole strangolare totalmente il nostro commercio, l’accesso al carburante ed alle valute forti, e rafforza la sua condizione di vero ostacolo allo sviluppo nazionale.

La recente misura di questo bestiale assedio potrebbe qualificarsi come un atto di brutalità, estrema crudeltà, barbarie umana: a breve, la famiglia cubana sarà privata delle rimesse provenienti dalla nazione in cui risiede il gruppo più numeroso dei suoi emigranti.

Come abbiamo detto tante volte, il blocco si qualifica come genocidio e costituisce una flagrante, sistematica violazione di massa dei diritti umani del nostro popolo, ma non ci separerà, nemmeno di un millimetro, dai nostri programmi di sviluppo.

Cuba persiste nel suo impegno per l’implementazione dell’Agenda 2030. Abbiamo un Piano Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale fino al 2030, i cui assi strategici sono intrecciati con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile; così come con una “Strategia economico-sociale per rilanciare l’economia ed affrontare la crisi globale causata dalla COVID-19” per la ripresa del Paese.

Ancora una volta, ribadiamo qui il nostro impegno per la cooperazione solidale, basata sul rispetto reciproco, sull’aiuto disinteressato e sulla complementarità, secondo il principio invariabile della condivisione di ciò che abbiamo, non di ciò che ci risulta superfluo.

Né il blocco né la più feroce delle campagne diffamatorie lanciate oggi contro la cooperazione medica umanista che Cuba offre, intaccheranno la vocazione umanista della sua Rivoluzione, in particolare di fronte al complesso panorama internazionale ed alle pressanti richieste generate dalla pandemia.
Vorrei anche far constatare il più profondo apprezzamento dello Stato cubano per l’azione della CEPAL e per la signora Alicia Bárcena, per la sua dedizione ed il suo impegno verso lo sviluppo sostenibile in America Latina e nei Caraibi. E per la sua analisi pulita e senza pregiudizi su Cuba, accolta all’interno della CEPAL durante il suo incarico, con un apprezzato spirito di cooperazione che opera in due direzioni: chiedendo rispettosamente i nostri possibili contributi e sostenendo, con disposizione e grande impegno, le nostre richieste di consulenza tecnica.

Negli anni alla guida della Commissione, Cuba ha percepito che la gestione dell’attuale Segretaria Esecutiva non solo si fa notare per l’efficacia di un lavoro professionale e responsabile, ma anche per la passione e l’impegno di un’autentica patrocinatrice di un ambiente di pace e cooperazione per raggiungere lo sviluppo.

Inoltre, faccio constare il nostro sostegno al Costa Rica ed al suo presidente, Carlos Alvarado, insieme ai migliori auguri per l’esercizio della Presidenza Pro Tempore della Commissione, che formalmente consegniamo oggi. Come ha detto il nostro leader storico, Fidel Castro Ruz, alla chiusura del Primo Vertice del Sud tenutosi a L’Avana il 14 aprile 2000: “Tutto dipenderà da noi stessi”.
Contate sempre su Cuba per rendere possibili nella Nostra America gli Obiettivi di Sviluppo e l’Agenda 2030. È un debito nei confronti di tutti gli eroi dell’indipendenza americana e dei sogni di emancipazione dei suoi popoli. Tutto ciò che dipende dai nostri sforzi, lo faremo.

Molte Grazie”.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Estudios Revolucion

Categorie: News

La guerra all’Islam di Macron

Altrenotizie.org - Lun, 26/10/2020 - 20:46

Il ritiro del proprio ambasciatore da un determinato paese è una delle misure più drastiche che un governo possa adottare durante una crisi diplomatica e può talvolta anticipare la rottura totale delle relazioni bilaterali. Un fatto esattamente di questa gravità si è verificato nel fine settimana e ha coinvolto Francia e Turchia, cioè due alleati formali nel quadro della NATO. I rapporti tra Parigi e Ankara sono in rapido deterioramento e questo processo è dovuto, da un lato, a fattori di crisi con cui entrambi i governi devono fare i conti sul fronte interno e, dall’altro, al ripetuto scontro tra i rispettivi interessi economici e strategici in alcuni dei conflitti più caldi che si stanno consumando dal Nordafrica alla regione caucasica.

A riaccendere i toni è stata la risposta del presidente francese Macron al brutale assassinio, avvenuto il 16 ottobre scorso, dell’insegnante Samuel Paty per mano di un 18enne di origini cecene avvicinatosi agli ambienti del fondamentalismo islamico. Paty era stato preso di mira da una campagna che intendeva fargli pagare in qualche modo il fatto di avere mostrato ai suoi studenti le offensive caricature del profeta Muhammad, pubblicate dal giornale satirico Charlie Hebdo, per stimolare una discussione sulla libertà di espressione.

Il governo di Parigi aveva subito presentato una nuova legge destinata a mettere fine a quello che viene definito come il “separatismo islamico” nella società francese. Scritta dal primo ministro, Jean Castex, la legge rappresenta un altro attacco alla libertà religiosa in Francia, questa volta attraverso il sostanziale controllo dello stato sulla pratica della fede islamica e l’imposizione di una sorta di giuramento di fedeltà alla repubblica da parte di enti e organizzazioni non solo religiose, ma anche operanti in ambito politico e sociale.

Praticamente tutta la classe politica francese è salita sul carro dell’anti-islamismo negli ultimi giorni, mostrando in più di un’occasione atteggiamenti apertamente intolleranti e razzisti. Particolare rumore ha fatto tra la comunità musulmana l’uscita del ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, lamentatosi della presenza di cibo halal, cioè preparato secondo le prescrizioni islamiche, nei supermercati francesi.

La criminalizzazione dell’Islam da parte del governo di Parigi ha scatenato proteste e provocato denunce in moltissimi paesi, innescando anche una campagna di boicottaggio dei prodotti francesi di esportazione, la quale a sua volta è stata denunciata duramente dall’Eliseo. Lo scambio più pesante di accuse e insulti si è registrato appunto tra Macron e il presidente turco Erdogan. Quest’ultimo nel fine settimana ha attaccato Macron per l’attitudine mostrata nei confronti dell’Islam, per poi suggerire che il collega francese necessiti di un qualche “trattamento mentale”.

Parigi, per tutta risposta, ha richiamato il proprio ambasciatore ad Ankara “per consultazioni”, mentre Macron ha rilanciato nella notte di domenica scrivendo su Twitter in lingua inglese e in arabo che il suo governo non intende fare nessun passo indietro sulla guerra all’Islam, sia pure “nel rispetto di tutte le differenze e in uno spirito di pace”. Il ministero degli Esteri ha invece denunciato la già ricordata campagna di boicottaggio anti-francese partita in alcuni paesi musulmani.

Lo scontro si è allargato poi ad altri paesi, col rischio di moltiplicare le crisi diplomatiche provocate dalle decisioni prese a Parigi. Lunedì, il governo pakistano ha ad esempio convocato l’ambasciatore francese a Islamabad, dopo che il giorno prima il presidente, Imran Khan, aveva anch’egli condannato il comportamento di Macron. Una presa di posizione pubblica contro la Francia l’ha adottata anche il Marocco, il cui ministero degli Esteri ha spiegato che “la libertà di espressione non può per nessuna ragione giustificare provocazioni, offese e insulti contro la religione musulmana”.

In tutte le accesissime dichiarazioni dei governi coinvolti nella polemica in atto vanno ricercate motivazioni in parte legate ai problemi che essi stanno in varia misura affrontando sul fronte domestico. In particolare, dietro il paravento della difesa dei valori del secolarismo repubblicano, Macron sta per l’ennesima volta cercando di compattare l’opinione pubblica francese attorno a un appello nazionalista per alimentare un clima di isteria anti-islamica. Con una retorica tipica dell’estrema destra, l’inquilino dell’Eliseo spera in questo modo di distogliere il più possibile l’attenzione dal bilancio reazionario della sua amministrazione e, più concretamente, dalle responsabilità per il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus che sta facendo segnare un numero di contagi da record e ha di recente richiesto l’imposizione di altre impopolari misure restrittive.

D’altro canto, la risposta di Erdogan e i suoi attacchi diretti contro Macron hanno in parte lo stesso obiettivo, viste le croniche difficoltà economiche della Turchia e la gestione ugualmente inefficace della pandemia. Erdogan, inoltre, continua a utilizzare la difesa della comunità musulmana come arma principale della politica estera turca e una campagna come quella scatenata contro la Francia serve perfettamente ai suoi scopi. Così come l’autoproclamazione di Macron a paladino della libertà di espressione è a dir poco risibile, anche la pretesa di Erdogan di essere il protettore dei popoli di fede musulmana è tuttavia fuori dalla realtà. Basti pensare alla partecipazione attiva di Ankara alla devastazione di svariati paesi islamici pianificata dall’Occidente in questi anni, come Siria e Libia.

A rendere esplosivo lo scontro diplomatico tra Francia e Turchia sono in ogni caso soprattutto ragioni di natura geo-politica e che, nel vortice di dichiarazioni, accuse e contro-accuse delle ultime ore, il ministro per gli Affari Europei del governo Macron ha tra gli altri spiegato con sufficiente chiarezza. Clément Beaune ha lamentato cioè “la strategia politica offensiva, provocatoria e aggressiva della Turchia” contro gli alleati di Parigi. I fronti più caldi in questo senso sono il Mediterraneo orientale, la Libia, la Siria e, da ultimo, il Nagorno-Karabakh.

In tutte queste crisi, Parigi e Ankara si ritrovano su fronti opposti e il pericoloso peggioramento dei rapporti tra i due paesi è fortemente indicativo delle tensioni e delle forze centrifughe che stanno lacerando la NATO. Nelle dispute territoriali e soprattutto per il gas nel Mar Mediterraneo, la Francia appoggia in pieno la Grecia contro la Turchia e in quest’area le forze navali dei paesi coinvolti sono già arrivate in più di un’occasione vicine allo scontro.

In Libia, Parigi appoggia, anche se non ufficialmente, le forze del maresciallo Haftar e il sostegno turco al governo rivale di Tripoli, riconosciuto dall’ONU, costituisce una minaccia agli interessi energetici francesi nell’Africa settentrionale. Lo stesso dicasi per il teatro di guerra siriano, dove il riferimento della Francia sono in primo luogo le milizie curde, nemiche giurate di Ankara.

La guerra in corso da qualche settimana nel Caucaso ha innestato infine un nuovo elemento di scontro. Erdogan è a fianco dell’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia per l’enclave del Nagorno-Karabakh, vedendo nel tentativo di Baku di riconquistare una regione che è da tre decenni sotto il controllo della maggioranza di etnia armena un modo per avanzare le proprie ambizioni da grande potenza. Parigi, al contrario, è schierata con Yerevan, sia per il peso della forte minoranza armena che vive in Francia sia soprattutto per via della rivalità con la Turchia.

Proprio attorno alla crisi del Nagorno-Karabakh, i governi di Parigi e Ankara si sono già scambiati pesantissime accuse reciproche e gli eventi delle ultime settimane hanno prospettato il rischio dell’allargamento del conflitto ad altri paesi. Oltre a un possibile intervento diretto di Russia, Turchia, Iran o degli stessi Stati Uniti, la guerra nel Caucaso minaccia anche di coinvolgere la Francia, che si ritroverebbe appunto per la prima volta a combattere sul campo, e con tutte le conseguenze del caso, un alleato formale del Patto Atlantico.

Categorie: News

L’alba del nuovo Cile

Altrenotizie.org - Lun, 26/10/2020 - 14:40

Ci sarà una nuova Costituzione in Cile. Il 72 per cento dei cileni hanno schiacciato definitivamente la Costituzione pinochettista, approvando la proposta di nuova Costituente. Il pinochetismo diventa così orfano di sovrastruttura giuridico-costituzionale. I 155 costituenti che verranno eletti rappresenteranno l’insieme della società cilena e questo, di per sé, è un tributo in premessa alla nuova pagina della storia cilena che si è aperta da ieri. Tra i 155 vi saranno gli indios Mapuche, il che racconta l’esito valoriale, oltre che politico della vittoria ed offre una suggestione affascinante che si scaglia contro la rappresentanza di classe della minoranza bianca e ricca.

La Costituzione pinochettista diventa così memoria orrenda ma non più ipoteca futura. Elaborata nel 1980 e votata tra accuse di brogli, sancì il proseguimento del pinochettismo senza Pinochet. Quella Costituzione era sostanzialmente il modo per mantenere in vita un ordinamento funzionale al perpetrarsi del sistema. Un sistema infame, che si reggeva - e si regge - sulla combinazione di fame e paura, di sostegno ai privilegi di classe a fronte dell’azzeramento dei diritti sociali e politici, un mix spaventoso di povertà e repressione. Il Cile ha sperimentato nelle sue carni il modello economico monetarista, il turbo capitalismo che assegna libertà agli affari e repressione alle persone. Due elementi che hanno fatto del paese andino un laboratorio a cielo aperto del modello peggiore della storia delle dottrine economiche dal dopoguerra ad oggi.

Il Plebiscito di ieri disegna una mutazione profonda dell’orientamento elettorale che non potrà non avere i suoi contraccolpi politici. Ciò però non deve divenire oggetto di trionfalismi prematuri, perché sebbene il risultato rispecchi perfettamente il sentire dell’opinione pubblica cilena, esso non si ripercuote in automatico e con le stesse proporzioni nell’equilibrio complessivo del sistema politico cileno. Si dovranno fare i conti con i militari, che del Paese sono la vera classe dirigente, esercitano una pesante ipoteca sullo sviluppo democratico cileno e godono del sostegno internazionale della destra latinoamericana e, soprattutto, degli Stati Uniti.

Sono i militari, infatti, gli addetti alla salvaguardia delle distanze tra la minoranza bianca e ricca e l’immensa maggioranza dei cileni.

Sono i militari, con abuso di sadica ferocia, a stabilire le regole del gioco. Rappresentano in loco la catena di comando che dagli Stati Uniti fino alla borghesia cilena garantiscono che il sentiment del golpe del ’73 resti vigente. Oltre che della collocazione geopolitica del Cile, le multinazionali statunitensi dispongono delle sue notevoli risorse di suolo e sottosuolo e le elites del Paese, razziste ed ignoranti, dedite al cumulo di vizi e privilegi, svolgono il ruolo di interessati addetti alla tutela del patrimonio. Riassumendo: i militari, che dispongono del Paese, impongono al governo l’agenda di lavoro ma, a loro volta, prendono ordini dal Pentagono. Tutti insieme formano il "modello".

Un modello fatto di dolore e sangue per un Paese che già con la dittatura militare ne aveva già versati oltre ogni accettabilità, e che anche con il cosiddetto “ritorno alla democrazia” non ha visto invertire granché le sorti.

Altissimo, infatti, è il prezzo pagato dalle proteste popolari in vigore dall’Ottobre del 2019, cui gli studenti hanno dato voce e che continuano ad incontrare un vasto sostegno di massa: nel silenzio tombale della OEA e della Commissione Onu sui Diritti Umani guidata dalla ex premier Michelle Bachelet (che ha scambiato incarico con vergogna e s’interessa molto al Venezuela, invece) il bilancio è di 30 morti, migliaia di feriti, 10.000 arrestati, violenza cieca sugli indifesi, stupri e torture, quasi 500 manifestanti con lesioni oculari per proiettili indirizzati agli occhi dai carabineros. Perché, alla fine, il post-Pinochet che avrebbe dovuto segnare la fine della dittatura con l’arrivo della democrazia, ha dato vita al pinochettismo: un modo, parafrasando Von Clausewitz, di proseguire la dittatura con altri mezzi.

C'è logica nell’ardore con il quale i militari sostengono convenientemente questo modello. Il primo è che in un Paese dove il sistema pensionistico è completamente privatizzato, i militari sono l’unica categoria a godere di pensioni pubbliche. Quando, nel 1981, Pinochet impose la privatizzazione del sistema pensionistico, le forze armate ottennero l’esonero dalla privatizzazione e continuarono a godere di ciò che è tuttora vigente: un sistema di sicurezza sociale pubblico finanziato e garantito dallo Stato. Dunque sparano addosso a chi chiede per tutti quello che é previsto sia solo per loro.

Inoltre, il 10% degli introiti dell’industria estrattiva del rame va proprio alle forze armate, che non hanno nemmeno l’obbligo di rendicontazione. Il Cile ne è il primo produttore al mondo e con la sua esportazione ottiene all’incirca il 20 per cento delle entrate complessive del Paese. Ottimo business quello dei militari ma davvero una macabra ironia della sorte: il rame, che venne statalizzato da Salvador Allende, è rimasto di proprietà pubblica ma è ora la prima fonte di guadagno proprio per quei militari codardi che tradirono, lui, il popolo e la Costituzione.

Ma con il plebiscito di ieri il Cile comincia a vedere la luce in fondo al tunnel, pur se la strada da percorrere è ancora lunga e irta di ostacoli. La percentuale altissima di elettori che hanno offerto il sostegno alla cancellazione della Costituzione pinochetista non può essere letta solo con la volontà di cambiare l’assetto costituzionale e giuridico del Paese. Il voto di ieri contiene anche un giudizio politico complessivo sul governo, che cambia il volto reale e quello percepito internazionalmente su un modello infame ma ormai agonizzante. E’ un giudizio duro e senz’appello verso il governo, le sue ricette socioeconomiche e le sue capacità di gestione: insomma verso un modello non più sopportabile.

Del resto che offre il modello? Il 30 per cento dei suoi introiti della bilancia commerciale vanno nelle tasche dell’uno per cento della popolazione e il Cile risulta tra i 15 paesi con più diseguaglianza del mondo. I salari sono africani e i prezzi europei, dunque uno dei paesi con il PIL più alto dell’America Latina è invivibile per il 70 per cento della sua popolazione. Il debito procapite delle famiglie per arrivare alla fine del mese raggiunge il 48% del PIL. L’accesso all’acqua è in mano ai privati. Il sistema pensionistico è privato e la sanità è privatizzata per le prestazioni di livello medio alto, essendo quella pubblica solo oggetto di tagli di spesa e destinata a sanità di emergenza.

Trent’anni di tagli ad ogni servizio sociale sono la manifestazione esantematica di questo modello, la cifra autentica di un sistema che ha bisogno dell’impoverimento di massa per generare ricchezza per le elites.

I voti espressi ieri, che hanno scritto la prima pagina del nuovo libro del Cile, andranno pesati, oltre che contati. Ogni voto espresso andrà valorizzato nei prossimi mesi e l’esigenza di costruzione dell’alternativa democratica e socialista dovrà costruirsi su scelte politiche nette e non derogabili. Un posto di rilievo dovrà essere assunto dagli studenti che sono stati la spina dorsale dell’opposizione durante tutti questi mesi, e fra essi va rivolto un ringraziamento particolare alla “primera linea”, che s’incarica di difendere il legittimo diritto alla protesta e tiene indietro le belve in uniforme. Sono i figli legittimi di Miguel e di Edgardo Enriquez, di tutti coloro che misero il loro corpo tra la barbarie golpista e il proprio popolo. Non potranno essere ignorati nel rappresentare il Cile che verrà. Se si vuole che, dopo la morte di Pinochet, muoia anche il pinochetismo, ultima sua orrenda eredità.

Categorie: News

Il ministro degli Esteri cubano presenta il resoconto sull’impatto del bloqueo degli Stati Uniti contro Cuba

Cubadebate (italiano) - Gio, 22/10/2020 - 22:36

Bruno-R.PIl ministro delle Relazioni Estere di Cuba, Bruno Rodriguez Parrilla, ha presentato questo giovedì il resoconto sull’impatto del bloqueo degli Stati Uniti contro Cuba nell’ultimo anno, documento che denuncia la rinascita di questa politica ostile e aggressiva.

Il resoconto intitolato “Necessità di porre fine al bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba” sarà votato nel maggio del 2021, per la ventinovesima volta in seno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; questa volta è stato posticipato a causa dell’impatto della COVID-19 su scala globale.

In una conferenza stampa, il ministro delle Relazioni Estere ha affermato che il governo degli Stati Uniti ha intensificato intensamente il blocco, anche in tempi di pandemia. Ha commentato come, in conseguenza al bloqueo, una donazione di forniture mediche inviata da una compagnia cinese non sia potuta arrivare in territorio cubano. Ha anche sottolineato che il confronto efficace contro la COVID-19 è stato possibile grazie alla solidità del sistema sanitario cubano.

Ha anche fatto riferimento alle misure contro le forniture di carburante, alle menzogne ed alle calunnie che stanno aumentando contro il paese.

“Chiunque vinca le elezioni negli Stati Uniti dovrà affrontare il fatto che il bloqueo danneggia i cubani, le loro famiglie, viola i diritti umani e rende difficili i viaggi, i visti ed il ricongiungimento familiare”.

Migliaia di famiglie subiscono le implicazioni di questa politica da entrambe le parti. Ha menzionato l’attacco aggressivo alle rimesse, l’eliminazione o la minimizzazione dei contatti e della comunicazione utilizzando “strumenti ed azioni spurie”.

Il capo della diplomazia cubana ha dichiarato che l’applicazione extraterritoriale del bloqueo non solo viola la sovranità, ma colpisce anche gli interessi di tutti gli stati del pianeta, compresi gli Stati Uniti, un paese che “soffre un profondo isolamento ed un grande discredito”.

In ambito economico, ha sottolineato che, per la prima volta, i danni hanno superato i cinque miliardi di dollari in un anno, poiché solo da aprile del 2019 a marzo del 2020 il bloqueo ha causato perdite nell’ordine di 5.570 milioni.

A prezzi correnti, i danni accumulati durante quasi sei decenni di applicazione di questa politica ammontano a 144mila 413,4 milioni di dollari, mentre tenendo conto del deprezzamento del dollaro rispetto al valore dell’oro nel mercato internazionale, la cifra ammonta a più di un bilione 98 mila 8 milioni di dollari.

Rodriguez Parrilla ha sottolineato che a livello pratico, il bloqueo significa negare a Cuba l’accesso ad apparecchiature ed a forniture mediche di origine statunitense o, anche, da paesi terzi che hanno più del 10% di componenti o di tecnologie statunitensi, essendo l’area sanitaria una delle più colpite.

Il ministro delle Relazioni Estere ha sottolineato quanto sia difficile misurare l’impatto del bloqueo sulla vita quotidiana, sull’economia e sulla società cubane.

“Il bloqueo nella sua natura ed il suo straordinario rafforzamento in questi due anni è l’espressione dell’incapacità storica del governo degli Stati Uniti di riconoscere che Cuba è una nazione indipendente, che deve godere secondo il diritto internazionale ed esercitare pienamente la sua sovranità e la sua autodeterminazione ”.

Il capo della diplomazia cubana ha anche sottolineato che costituisce una violazione grave, flagrante e sistematica dei diritti umani ed un ostacolo “alle prospettive di sviluppo del nostro paese, alla soddisfazione dei bisogni perentori del nostro popolo”.

Ha assicurato che ha un impatto dannoso e reale sul processo di aggiornamento del modello economico cubano e costituisce “il principale ostacolo dell’avanzamento delle relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Cuba”.

“Si tratta di un atto di genocidio tipizzato dalla Convenzione di Ginevra del 1948 e privo di qualsiasi giustificazione politica, morale o giuridica”, per questo “suscita un rifiuto universale che si esprime nello schiacciante appoggio per Cuba da parte dei paesi appartenenti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez/Cubadebate

per vedere il video clikka qui

Categorie: News

Pagine

Abbonamento a ANAIC- Circolo di Roma aggregatore - News