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Fady Marouf: in Siria, nessuna famiglia si è salvata dalla guerra

Cubadebate (italiano) - Mar, 03/04/2018 - 04:05

 

Fady Marouf

Fady Marouf

“Per questa libertà di essere strettamente legati con la parte essenziale, forte e dolce, del popolo bisognerà darlo tutto (…) se fosse necessario perfino l’ombra e non sarà mai sufficiente”.

Fayad Jamis

 

“In Siria, su centomila famiglie, può essere che ce ne sia una sola che non abbia ferite della guerra, tutte hanno morti, feriti, sfollati. Qualcuna è dovuta emigrare 4 o 5 volte, fuggire da casa sua solamente con i vestiti che aveva addosso, per un attacco terroristico”. Chi mi sta trasmettendo queste verità terrificanti è Fady Marouf, un giornalista siriano, collaboratore dell’Agenzia di Notizie Prensa Latina, di Cuba, che è venuto sull’isola caraibica per ricevere la ben meritata Distinzione Felix Elmuza che concede l’Unione dei Giornalisti di Cuba. Fady è un uomo molto coraggioso, molto riconoscente verso Cuba, perché grazie alle borse di studio che l’isola concede agli studenti del suo paese ha potuto studiare qui a Santa Clara “Letteratura Spagnola”, dal 1997 fino al 2003, ed in seguito è ritornato in Siria per incorporarsi nel Ministero di Comunicazione.

“Per me, Cuba significa tutto, qui ho imparato ad essere una persona coraggiosa, che ama la sua patria, ad appoggiare i più umili, a resistere, che cosa significa la parola resilienza, ho conosciuto persone che adesso considero come i miei fratelli”, mi dice Fady molto emozionato.

“Sono un ragazzo che proviene da una famiglia povera di una provincia del centro di Siria, Hama, vivo in Damasco per il mio lavoro e nella capitale è molto facile incontrarti con la morte. Io l’ho avuta a pochi metri ed a pochi secondi da me, mi sono salvato già 7 volte, ma il momento più pericoloso è stato quando i terroristi sponsorizzati dagli USA hanno messo un’autobomba, un giorno, alle tre del pomeriggio fuori da casa mia, tre anni fa, mi sono salvato per caso, sono stato ferito gravemente, ma la casa è stata distrutta. Per fortuna, mia moglie ed i miei figli non erano in casa, ma sono morte 6 persone del quartiere e 4 sono state ferite. Per spiegarti, il mio paese natale, Rabù, di 4000 abitanti, conta già 110 morti, tra civili e militari. Dopo il 2011, da quando è cominciata questo guerra genocida, l’unica cosa nuova che abbiamo potuto costruire nel paese è stato il Cimitero dei Martiri”.

Fady si accorge della mia espressione, triste ed arrabbiata nello stesso tempo e mi dice: “non so se puoi capirmi…….”. Ha ragione, io non so che cosa significa questa tragedia perché non ho mai vissuto personalmente una guerra, posso solo vergognarmi per il mio paese di nascita, Italia, che è il principale venditore di armi e mine antiuomo ai terroristi assassini in Siria, supposti “ribelli”, secondo i gringo. È che non posso continuare a scrivere senza fare una domanda retorica: fino a quando quelli sotto a sinistra permetteremo che i gringo ripetano lo stesso copione dell’Iraq, della Libia, affinché i popoli attaccati da loro possano contare solo morti o cimiteri?

“Mio cognato è stato sequestrato dall’Isis, nella provincia di Raqqa, e non abbiamo più saputo nulla di lui, la zona è già stata liberata e non si sono incontrati indizi su di lui, è già stato dichiarato morto. Sicuramente l’hanno decapitato per essere un poliziotto ed essere fedele a Bashar al Assad”.

“Quello che più mi infastidisce dell’ipocrisia degli USA è che chiamano questi assassini terroristici ‘moderati’: che cosa hanno di moderato dei criminali che decapitano la gente solo perché porta dei pantaloni corti che lasciano scoperte le ginocchia? Davvero non posso assimilarlo, mi sento molto impotente davanti alle menzogne dei governi occidentali”.

“Non capiscono che i mostri terroristici sono i loro ‘frankenstein’ di questa epoca, che si rivolteranno contro i loro padroni, morderanno la mano che li ha alimentati”.

“Gli Stati Uniti vivono inventando e raccontando menzogne ai popoli, i terroristi non solo sono pagati dai gringo, ma anche li evacuano per salvarli dagli attacchi dell’esercito siriano e perfino bombardano ipoteticamente ‘per errore’ le milizie fedeli al governo di Bashar al Assad”.

“È incredibile come tu, in Siria, puoi vedere terroristi che stanno sequestrando gente, secondo loro infedeli, per decapitarli ed in un canale di televisione straniero, nello stesso momento, stanno presentandoteli come difensori della pace e come moderati. Il Fronte al Nusra è il peggio di Al Qaeda, non ha niente di democratico, nessuno può ingannarmi!”.

“Ma scusatemi, assassini appoggiati dall’Arabia Saudita, una monarchia, cosa possono avere di democratico? Per sapere come è realmente l’Arabia Saudita possiamo chiedere alle donne saudite, che libertà hanno nel loro paese, dove le trattano come schiave?”.

“Israele è un altro dei nemici principali della Siria, sempre è stato preoccupato per il trattato di aiuti mutui tra Siria ed Iran, che è stato firmato negli anni ‘ 90. Iran c’appoggia con alimenti, medicine, armi e munizioni. In questo momento a Damasco i prodotti alimentari più economici sono gli iraniani”.

Fady mi racconta che dopo l’abbattimento dell’aeroplano F-16 israeliano due mesi fa, “Israele dovrà pensarci su prima di massacrare il popolo siriano solo perché ne ha voglia. Gli israeliani sono spaventati per la forte resistenza popolare (tipo Hezbola) e dell’esercito siriano nella vicinanza del Golan, territorio siriano occupato illegalmente da Israele”.

Fady continua a riferirmi che: “le potenze occidentali sanno bene che il nostro alleato più importante, Russia, ha già vinto la guerra, loro non vogliono ammetterlo, ma grazie alla capacità di questo paese di aiutarci in tutti i fronti, di rappresentarci nei dialoghi di pace, di lottare per una soluzione pacifica, già le loro menzogne non hanno molto effetto”.

Per concludere, Fady vuole chiarire che, come cittadino siriano, il futuro della Siria dipende dall’esercito siriano e che Bashar al Assad è l’unico garante dell’unità nel suo paese.

“Il pianeta deve capire che il nuovo ordine mondiale dipende dall’esercito siriano, ogni proiettile dell’esercito che ammazza un terrorista sta costruendo la pace, l’esercito siriano compie gli ordini perché è fedele, l’ha fatto con molti sacrifici, con le perdite di più di 100.000 militari, ma sa che tutto questo è molto meno che pagare il prezzo di ritornare al medioevo, come pretendono i jihadisti ed i giornalisti mercenari pagati dai mezzi occidentali, entrambi rappresentano una classe stipendiata dall’imperialismo più feroce”.

testo e traduzione di Ida Garberi

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La politica estera degli Stati Uniti: il circolo estremista si chiude

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 22:56

mike-pompeoNel mezzo dell’ambiente febbrile che si vive nalla Casa Bianca, le recenti nomine del presidente Trump a posti-chiave della sua amministrazione riflettono chiaramente l’accento militarista, di potere forte e di ricatto imperiale che questi sta imprimendo alla politica estera statunitense.

Insieme ai cambi al comando del Dipartimento di Stato e del Consiglio di Sicurezza nazionale, anche il bilancio che Trump ha appena firmato lo scorso venerdì, per quello che resta dell’esercizio fiscale 2018, mostra la preminenza delle politiche della forza sulla diplomazia, nel più classico stile detto “hard power”. Mentre le assegnazioni al Dipartimento della Difesa crescono più di 60 mila milioni di dollari, il bilancio della cancelleria statunitense e dei suoi organi per la diplomazia pubblica è stato tagliato del 32%. Mentre la spesa totale per la difesa, compreso il rinnovamento dell’arsenale nucleare, arriva a 700 mila milioni di dollari, il resto delle spese raggiungerà i 591.000 milioni. Gli Stati Uniti spenderanno in difesa più di quello che spendono i sette paesi che li seguono.

Nel presentare un anno fa la proposta di bilancio 2018, il direttore dell’Ufficio del Bilancio di Trump, Mick Mulvaney, è stato deciso: “Il presidente ha detto che avremmo speso meno denaro per la gente di fuori e più per quella di casa”. “E’ un bilancio di potere duro, non morbido, ed è intenzionale. Questo è il messaggio che vogliamo inviare ai nostri alleati e agli avversari. Questo è un Governo forte e potente”, ha detto in conferenza stampa.

I falchi fanno il nido

In una parodia con i giorni più sinistri dell’amministrazione W. Bush, vecchi e nuovi falchi assumono la conduzione della politica estera imperiale.

Donald Trump ha appena nominato come suo Consigliere alla Sicurezza nazionale il sinistro John Bolton, uno dei principali promotori della guerra in Iraq. Nel 2001 Bolton divenne sottosegretario di Stato per il controllo delle armi, una posizione che prese peso alla vigilia dell’invasione dell’Iraq perchè la giustificazione di Bush per attaccare si incentrava sul presunto possesso di armi chimiche e biologiche da parte di Saddam Hussein, che poi non furono trovate. “Siamo sicuri che Saddam Hussein ha nascosto armi di distruzione di massa” disse Bolton in un discorso nel 2002. E’ una figura così polemica a Washington che nel 2006 dovette abbandonare il suo posto di ambasciatore statunitense all’ONU dopo soli 14 mesi, a causa del rifiuto del Congresso di confermargli definitivamente l’incarico, a cui Bush l’aveva nominato approfittando di una sospensione congressuale.

Bolton, 69 anni, che assumerà le sue nuove funzioni il 9 aprile, è stato una delle candidature ipotizzate da Trump quando vinse le elezioni per essere a capo del Dipartimento di Stato. L’uomo è un indocile difensore dell’unilateralismo egemonico di Washington. Tra le sue frasi più celebri se ne trova una che è un’autentica espressione della sua intolleranza: “Per me, se l’ONU perde 10 piani, non fa proprio differenza” disse nel 1994 quando Kofi Annan annunciò la volontà di limitare i conflitti armati per sostituirli con le forze di pace dell’ONU. In una conferenza stampa disse anche che “le Nazioni Unite non esistono come istituzione” e, quando gli domandarono in che modo avrebbe riformato il Consiglio di Sicurezza, fu assolutamente chiaro: “La riforma sarebbe mettere nel Consiglio di Sicurezza un solo membro permanente perchè questo è il riflesso reale della distribuzione del potere nel mondo. Questo membro sarebbero gli Stati Uniti”.

Commentatore abituale sulla catena televisiva FOX, Bolton è un’ideologo ultra-conservatore, veemente difensore dell’ “interesse nazionale” degli Stati Uniti, che appoggia senza problemi gli attacchi militari come strategia preventiva. “E’ perfettamente legittimo che gli Stati Uniti attacchino per primi per rispondere alla ‘necessità’ (di difesa propria) che le armi nucleari della Corea del Nord rappresentano ” ha scritto in un articolo pubblicato due settimane fa sul quotidiano The Wall Street Journal.

Bolton avrà, a quanto pare, un buon alleato nella Segreteria di Stato. L’uscita di Rex Tillerson da questo incarico non ha sorpreso nessuno. Il magnate del petrolio non andava d’accordo con il magnate immobiliare e dei reality shows televisivi che oggi comanda nel palazzo presidenziale di Washington, per quanto alla lunga condividessero i propositi strategici. Tutto il contrario di quello che succede con Mike Pompeo, il nuovo capo della diplomazia statunitense, che viene considerato il più leale a Trump dei membri del gabinetto. “Con Mike Pompeo abbiamo un modo di pensare molto simile” ha detto il presidente annunciando la sua nomina.

Pompeo viene da una fulminante carriere politica, convenientemente finanziata dai reazionari fratelli Koch (miliardari ultraconservatori, n.d.t.). Laureato all’Accademia Militare di West Point, nel 2010 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti dove è stato sei anni, fino a che Trump l’ha nomimato capo della CIA. Ha acquistato fama a Washington per la durezza con cui ha criticato Hilary Clinton nella commissione speciale di indagine sull’attentato di Bengasi (Libia) del 2012, quando l’ex candidata presidenziale era segretaria di Stato. L’inchiesta finì senza addebitare responsabilità alla Clinton, ma Pompeo definì il caso qualcosa di “peggiore del Watergate sotto alcuni aspetti”. Questo lo mise in luce verso Donald Trump al momento di formare il suo governo.

Lo si considera un falco, seguace della politica ultraconservatrice del Tea Party. La sua visione come direttore della CIA era chiaramente imperiale: “Per avere successo, la CIA deve essere aggressiva, implacabile, tenace”, affermò. Non poche volte ha richiesto, con sarcasmo, la possibilità di assassinare il leader nordcoreano Kim Jong-un, provocando timori di una probabile ritorno di Washington alla pratica dell’assassinio di capi stranieri. Pompeo, che ora deve combattere con le difficoltà della politica estera, si è mostrato sostenitore di un “cambio di regime” nella Corea del Nord e del sabotaggio degli accordi nucleari con l’Iran. La coppia Bolton-Pompeo sarà ben assistita nella proiezione aggressiva verso il resto del mondo dall’ambasciatrice USA all’ONU, Nikki Haley, una despota con un incarico diplomatico.

Lo scorso dicembre Nikki Haley minacciò di rappresaglie gli Stati membri dell’ONU se avessero appoggiato una risoluzione che criticava la decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, e disse che il presidente Donald Trump prendeva la votazione come “un affare personale” e che gli Stati Uniti avrebbero “preso nota dei nomi”. In una lettera diretta ai rappresentanti di 180 paesi, Haley avvertì: “Il presidente osserverà attentamente questa votazione e mi ha chiesto di informarlo sui paesi che hanno votato contro di noi. Prenderemo nota di ogni voto su questa questione”. A questo ha aggiunto un messaggio energico sul suo account di twitter: “Nell’ONU ci chiedono sempre di fare di più e di dare di più. Per questo, quando prendiamo una decisione per volontà del popolo statunitense su dove mettere la NOSTRA ambasciata, non ci aspettiamo che quelli che aiutiamo ci attacchino. Giovedì si voterà su una critica alla nostra decisione. Gli USA annoteranno i nomi”. Due semplici perle del pensiero e dell’agire della dama dell’équipe di Trump per la politica estera.

Venezuela e Cuba nel mirino

Se qualcosa distingue e unisce i personaggi nominati è la loro profonda visione ingerentista e imperiale su Venezuela e Cuba, la loro vicinanza al senatore Marco Rubio e il loro sguardo sull’America Latina come cortile posteriore che deve essere ubbidiente. Tutti devono ricordare il prepotente intervento della signora Haley alle Nazioni Unite il giorno che fu approvata, con maggioranza assoluta, la risoluzione contro il blocco statunitense a Cuba, intervento che ricevette una decisa risposta dal cancelliere cubano.

Haley non ha smesso di usare la tribuna dell’ONU per attaccare continuamente Cuba e il Venezuela.

Recentemente è stata a Miami per una riunione con la più rancida risma anticubana. Haley si è incontrata all’Università Internazionale della Florica (FIU) con i congressisti anticubani Ileana Ros-Lehtinen, Marco Rubio, Carlos Curbelo e Mario Dìaz-Balart per discutere, secondo i reportages, su “come si può rafforzare la democrazia in America Latina e specialmente a Cuba e in Venezuela”. Secondo il senatore Marco Rubio, l’incontro è stato organizzato su richiesta di Nikki Haley per conoscere le richieste degli esiliati di Cuba e Venezuela, anche se si è parlato dello stato attuale degli affari nordamericani in America Latina e della relazione degli Stati Uniti con la regione.

Il nuovo segretario di Stato Mike Pompeo, da parte sua, è l’appoggio di Marco Rubio nella confezione delle menzogne sui presunti “attacchi sonori” a Cuba contro funzionari statunitensi, buona parte dei quali sono, secondo l’agenzia AP, funzionari dei servizi segreti. Questo è stato denunciato da varie fonti e ultimamente ratificato anche dal giornale spagnolo El Paìs, che attribuisce i presunti attacchi acustici contro funzionari statunitensi a Cuba ad un complotto della CIA per raffreddare ed, eventualmente, chiudere il processo di avvicinamento delle due nazioni.

Sia Pompeo che Rubio condividono la linea ideologica ultraconservatrice del Tea Party. Hanno da anni uno stretto legame. Nel 2015, quando Pompeo era rappresentante del Kansas, co-patrocinò il progetto di legge presentato da Rubio, il “Cuban Military Transparency Act” per impedire qualsiasi transazione finanziaria con società gestite dai militari cubani. Allora tale legge non fu approvata, ma il presidente Trump li lodò nei suoi annunci sulla politica verso Cuba nel giugno 2017. Appena tre giorni dopo quel discorso di Trump a Miami, il direttore dell’Agenzia Centrale di Intelligence (CIA), Mike Pompeo, partecipò ad una riunione a Langley, il 19 giugno, con vari membri della Brigata mercenaria 2506 guidati da Félix Rodrìguez Mendigutìa (uno delle persone coinvolte nell’assassinio del Che in Bolivia) ed altri personaggi, tra cui il commissario della contea di Miami-Dade, Estaban Bovo Jr:, lo Sceriffo Jorge Gutièrrez Izaguirre e il senatore cubano-americano Marco Rubio.

Pompeo è stato anche un attivo paladino delle politiche anti-venezuelane dell’amministrazione Trump. Lo scorso gennaio, durante un interscambio nell’American Enterprise Institute, alluse all’influenza che aveva avuto, tramite la CIA, perchè Trump disponesse sanzioni contro il governo di Nicolàs Maduro, in base “alle informazioni che avevamo fornito e che lui ci aveva chiesto”. Già nel luglio 2017 l’allora direttore della CIA aveva fatto alcune polemiche dichiarazioni sul Venezuela durante un forum sulla sicurezza dell’Istituto Aspen, in Colorado. “Abbiamo molte speranze che si possa avere una transizione in Venezuela e la CIA sta facendo del suo meglio per capire le dinamiche in luogo”. “Il Venezuela potrebbe trasformarsi in un rischio per gli Stati Uniti” avrebbe detto un mese dopo alla catena televisiva Fox. “Là ci sono i cubani, là ci sono i russi, gli iraniani, Hezbollah, stanno là. Sta diventando un posto molto pericoloso, per cui gli Stati Uniti devono prendere la situazione molto seriamente”.

Bolton il bugiardo

Pochi politici statunitensi negli ultimi decenni sono stati tanto perversi e manipolatori verso Cuba come John Bolton. Molto note sono le sue accuse nel maggio 2002 – quando Bush parlava di attaccare 60 o più paesi, l’Afganistan era stato invaso dalle forze imperiali, si minacciava l’Iraq per le presunte armi chimiche e Chàvez aveva sofferto il colpo di Stato organizzato da Washington – che Cuba stesse fabbricando armi biologiche per passarle a paesi “terroristi”. “Ecco ciò che sappiamo: gli Stati Uniti ritengono che Cuba stia facendo almeno un lavoro offensivo limitato di ricerca e sviluppo della guerra biologica. Cuba ha fornito tecnologia di doppio uso ad altri stati rinnegati. Ci preoccupa che questa tecnologia possa supportare programmi di armi biologiche in quegli stati. Esortiamo Cuba a cessare ogni cooperazione applicabile alle armi biologiche con gli stati rinnegati e a rispettare pienamente tutti i suoi obblighi in virtù della Convenzione sulle Armi Biologiche” segnalò Bolton davanti ad una sorpresa platea che lo ascoltava nella Heritage Foundation.

Pochi giorni dopo Fidel Castro avrebbe risposto duramente a Bolton: “Per quel che riguarda le armi di distruzione di massa, la politica di Cuba è stata senza macchia. Mai nessuno ha presentato una sola prova che nella nostra patria sia stato concepito un programma di sviluppo di armi nucleari, chimiche o biologiche. Coloro che non capiscono l’etica, l’attaccamento alla verità e la trasparenza nella condotta di un governo come quello di Cuba, potrebbero almeno capire che fare il contrario sarebbe stata una colossale stupidaggine. Qualsiasi programma di quel tipo rovina l’economia di quasiasi piccolo paese. Cuba non sarebbe mai stata in condizioni di trasportare tali armi; e commetterebbe inoltre l’errore di introdurle in un combattimento contro un avversario che conta , migliaia di volte, su armi di quel tipo, il quale riceverebbe come un regalo il pretesto per usarle. Dal punto di vista politico, viviamo in un’epoca nella quale ci saranno sempre più potenti armi di qualsiasi altra di quelle nate dalla tecnologia: le armi della morale, della ragione e delle idee. Senza queste nessuna nazione è potente; con esse nessun paese è debole. Questa posizione richiede una motivazione eccezionalmente profonda , sangue freddo e intelligenza. Dovrebbe essere noto che per il popolo cubano, al di sopra di qualsiasi altro valore sulla Terra, ci sono i valori che ispirano la libertà, la dignità, l’amore per la loro patria, la loro cultura e il più stretto senso della giustizia che l’essere umano possa concepire. Non sono armi di distruzione di massa, sono armi di difesa morale di massa, e siamo disposti a combattere e a morire per esse.”.

Avrà capito il messaggio il sig. Bolton?

Nel 2014, quando i presidenti di Cuba e degli Stati Uniti annunciarono l’inizio di una nuova tappa nelle relazioni bilaterali, John Bolton dichiarò in un programma radiofonico: “Credo che sia una tremenda sconfitta per gli Stati Uniti. Il Presidente, con la sua azione, ha dato legittimità politica a questa dittatura e ha fornito un salvavita economico al regime proprio nel momento in cui avremmo dovuto aumentare le pressioni”.

Il ritorno di Bolton a posizioni di potere nella politica estera imperiale promette nuovi giorni di minacce e conflitti. Sulle sue proiezioni, un alto funzionario dell’amministrazione repubblicana ha detto: “Per l’America Latina ha sempre prestato attenzione a come Cuba, Venezuela e Nicaragua hanno minato gli interessi degli Stati Uniti in tutta la regione …. Bolton crede che il Venezuela, con la sua crisi economica, sia vulnerabile e che altri paesi, compreso l’Iran, continuino ad avere una grande influenza sul suo Governo”.

Intanto il senatore Marco Rubio mostrava la sua gioia per la nomina del nuovo Consigliere della Casa bianca: “Conosco bene John Bolton, è una scelta eccellente e farà un gran lavoro come consigliere alla sicurezza nazionale”, ha scritto Rubio sul suo account twitter.

Lo scorso agosto Bolton disse al portale di estrema destra Breitbart che il Venezuela è una minaccia per gli Stati Uniti e ha esortato Washington a non essere “timida” rispetto alla “dittatura” di Nicolàs Maduro, chiedendo di appoggiare di più l’opposizione che cerca di “restaurare” un governo rappresentativo. “Non dimentichiamo che l’Iran ha abbastanza peso nel Venezuela di Maduro e l’ha avuto anche durante (il governo di Hugo) Chàvez”, ha detto. “Perchè l’ambasciata iraniana più grande del mondo è a Caracas? Perchè attraverso essa stanno lavando denaro e perchè il Venezuela, insieme al Canada, ha le maggiori riserve comprovate di uranio”.

Un altro figlioccio di Rubio nell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani, n.d.t.)

Guadagnandosi i non pochi favori che a quanto pare Trump gli deve, il senatore Rubio rafforza la sua influenza nell’attuale politica estera statunitense con l’essere riuscito a far nominare come Ambasciatore degli Stati Uniti nell’OEA l’ex rappresentante della Florida, Carlos Trujillo. “Carlos ha servito i suoi elettori in modo diligente nella camera bassa della Florida durante gli ultimi otto anni e so che farà lo stesso come rappresentante del popolo statunitense nell’OEA” ha detto Marco Rubio in un comunicato, essendo lui l’incaricato di annunciare la nomina. Trujillo diventa così la voce preminente dell’amministrazione Trump verso l’America Latina, visto che il Congresso non ha ancora confermato Kimberly Breir sottosegretaria di Stato per l’emisfero occidentale. Con l’ipocrita Almagro (segretario della OEA, n.d.t.) faranno una bella coppia nell’OEA per portare avanti gli interessi imperiali nella nostra regione. Trujillo ha affermato che il Venezuela è la priorità della sua gestione.

L’America Latina vivrà un momento di ridefinizione delle sue relazioni con gli Stati Uniti nel vicino Vertice delle Americhe. Là Trump andrà attorniato da questa banda di falchi, eredi della dottrina Monroe.

Tempi burrascosi si avvicinano.

(*) Giornalista cubano, direttore del programma “Mesa Redonda” della TV cubana

da: cubadebate.cu; 26.3.2018

Traduzione di Daniela Trollio – Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, Sesto San Giovanni, per www.pane-rose.it

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Contro il burocratismo

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 04:08

Che-trabajo-voluntario-580x342Sintesi di un articolo pubblicato nella rivista “Cuba socialista” in aprile del 1961.

La nostra Rivoluzione è stata, in essenza, il prodotto di un movimento guerrigliero che iniziò la lotta armata contro la tirannia e la cristallizzò nella presa del potere. I primi passi come Stato Rivoluzionario, come tutta la epoca primitiva della nostra gestione nel governo, erano fortemente impregnati degli elementi fondamentali della tattica guerrigliera come forma di amministrazione statale. Il “guerrillerismo” ripeteva l’esperienza della lotta armata delle catene montuose e nei campi di Cuba nelle distinte organizzazioni amministrative e di massa, e si traduceva nel fatto che solamente i grandi slogan rivoluzionari erano seguiti (e molte volte interpretati in maniere distinte) dagli organismi dell’amministrazione e della società in generale. La forma di risolvere i problemi concreti era soggetta al libero arbitrio di ognuno dei dirigenti.

Per occupare tutto il complesso apparato della società, i campi di azione delle guerriglie amministrative si scontravano tra di loro, producevano continue discussioni, ordini e contrordini, interpretazioni distinte delle leggi che arrivavano, in qualche caso, alla replica contro le stesse da parte di organismi che stabilivano i loro propri dettami in forma di decreti, non facendo nessun caso all’apparato centrale di direzione. Dopo un anno di dolorose esperienze giungiamo alla conclusione che era imprescindibile modificare totalmente il nostro stile di lavoro e tornare ad organizzare l’apparato statale di un modo razionale, utilizzando le tecniche della pianificazione conosciute nei paesi socialisti fratelli.

Come contro misura, si sono incominciati ad organizzare i forti apparati burocratici che caratterizzano questa prima epoca di costruzione del nostro Stato socialista, ma la sbandata fu troppo grande e tutta una serie di organismi, tra i quali si aggiunge il Ministero dell’Industria, hanno iniziato una politica di centralizzazione operativa, frenando esageratamente l’iniziativa degli amministratori. Questo concetto centralizzatore si spiega per la scarsità di quadri e lo spirito anarchico anteriore, quello che obbligava ad uno zelo enorme nelle esigenze di compimento delle leggi. Parallelamente, la mancanza di apparati di controllo adeguati rendeva difficile la localizzazione corretta in tempo dei difetti amministrativi, fatto che proteggeva l’uso della tessera di razionamento (libreta). Così la nostra Rivoluzione comincia a soffrire il mal chiamato burocratismo.

Il burocratismo, evidentemente, non nasce con la società socialista né è un suo componente obbligato. La burocrazia statale esisteva all’epoca dei regimi borghesi col loro corteo di prebende e di laccai, poiché all’ombra del bilancio dello stato cresceva un gran numero di approfittatori che costituivano la corte del politico di turno. In una società capitalista, dove tutto l’apparato dello Stato è costruito al servizio della borghesia, la sua importanza come organo dirigente è molto poca ed è fondamentale renderlo sufficientemente permeabile per permettere il transito degli approfittatori e sufficientemente ermetico per catturare nella sua rete il popolo. Dato il peso dei peccati originali giacenti negli antichi apparati amministrativi e le situazioni create con posteriorità al trionfo della Rivoluzione, il male del burocratismo cominciò a svilupparsi con forza. Se andassimo a cercare le sue radici nel momento attuale, aggregheremmo a cause vecchie nuove motivazioni, trovando tre ragioni fondamentali.

Una di queste è la mancanza di motore interno. Con questo vogliamo dire, la mancanza di interesse dell’individuo per rendere un servizio allo Stato e per superare una situazione data. Si basa su una mancanza di coscienza rivoluzionaria od, in ogni caso, nel conformismo di fronte a quello che si sta facendo male.

Si può stabilire una relazione diretta ed ovvia tra la mancanza di motore interno e la mancanza di interesse per risolvere i problemi. In questo caso, già sia che questo difetto del motore ideologico si produca per una carenza assoluta di convinzione o per una certa dose di disperazione di fronte a problemi ripetuti che non possono risolversi.

Un’altra causa è la mancanza di organizzazione. Pretendendo distruggere “il guerrillerismo” senza avere la sufficiente esperienza amministrativa, si producono distorsioni, colli di bottiglia, che frenano senza nessuna necessità il flusso delle informazioni delle basi e delle istruzioni od ordini derivati dagli apparati centrali. A volte queste, o quelle, prendono rotte deviate ed, altre, si traducono in indicazioni sbagliate, spropositate, che contribuiscono ancora di più alla distorsione.

La mancanza di organizzazione ha come caratteristica fondamentale il difetto nei metodi per affrontare una situazione data. Esempi possiamo vedere nei Ministeri, quando si vuole risolvere i problemi ad altri livelli che non sono adeguati o quando questi si trattano per vie incorrette e si perdono nel labirinto dei fogli di carta. Il burocratismo è la catena del tipo di funzionario che vuole risolvere in qualsiasi modo i suoi problemi, sbattendo una ed un’altra volta contro l’ordine stabilito, senza trovare la soluzione.

Non dobbiamo mai dimenticare, per fare una sana autocritica, che la direzione economica della Rivoluzione è la responsabile della maggioranza dei mali burocratici: gli apparati statali non si sono sviluppati mediante un piano unico e con le loro relazioni ben studiate, lasciando ampio margine alla speculazione sui metodi amministrativi. L’apparato centrale dell’economia, la Giunta Centrale di Pianificazione, non ha compiuto il suo compito di conduzione e non poteva compierlo, perché non aveva l’autorità sufficiente sugli organismi, era incapace di dare ordini precisi in base ad un sistema unico e con l’adeguato controllo e le mancava l’imprescindibile soccorso di un piano con prospettiva.

La terza causa, molto importante, è la mancanza di conoscenze tecniche sufficientemente sviluppate per potere prendere decisioni giuste ed in poco tempo. Le discussioni diventano interminabili, senza che nessuno degli espositori abbia l’autorità sufficiente per imporre il suo criterio. Dopo una, due, tre riunioni, il problema continua vigente fino a che si risolva da solo o bisogna prendere una risoluzione qualsiasi, nonostante a volte sia pessima.

Queste tre cause fondamentali influiscono, sole od in distinte congiunzioni, in minore o maggiore proporzione, in tutta la vita istituzionale del paese, ed è arrivato il momento di rompere le loro influenze maligne. Bisogna prendere delle misure concrete per velocizzare gli apparati statali, in tale modo che si stabilisca un controllo centrale rigido che permetta di avere, nelle mani della direzione, le chiavi dell’economia e liberi al massimo l’iniziativa, sviluppando su basi logiche le relazioni delle forze produttive.

Simultaneamente, dobbiamo sviluppare con impegno un lavoro politico per distruggere le mancanze di motivazioni interne, cioè, la mancanza di chiarezza politica, che si traduce in una mancanza di esecutività. Le strade sono: l’educazione continuata mediante la spiegazione concreta dei compiti, mediante l’instillazione dell’interesse negli impiegati amministrativi per il loro lavoro concreto, mediante l’esempio dei lavoratori di avanguardia, da un lato, e le misure drastiche per eliminare il parassita dall’altro, che sarà quello che nasconde nel suo atteggiamento un’inimicizia profonda verso la società socialista o che è irrimediabilmente incompatibile col lavoro.

Infine, dobbiamo correggere l’inferiorità che rappresenta la mancanza di conoscenze. Abbiamo iniziato il compito gigantesco di trasformare la società da una punta all’altra in mezzo all’aggressione imperialista, ad un bloqueo sempre più forte, ad un cambiamento completo nella nostra tecnologia, di scarsità acute di materie prime e di articoli alimentari e di una fuga in massa dei pochi tecnici qualificati che abbiamo. In queste condizioni dobbiamo fare un lavoro molto serio e molto perseverante con le masse, per supplire i vuoti che lasciano i traditori e le necessità di forza lavoro qualificata che si producono al ritmo veloce imposto al nostro sviluppo. Da tutto ciò, possiamo dedurre che l’abilitazione deve occupare un posto fondamentale in tutti i piani del Governo Rivoluzionario.

Dobbiamo analizzare le responsabilità di ogni funzionario, stabilirle nel modo più rigido possibile secondo le cause, dalle quali non si può evadere,  senza cadere sotto severe sanzioni e, su questa base, dare le più ampie facoltà possibili. Ed esigere azioni ai nostri funzionari, stabilire limiti di tempo per compiere le istruzioni derivate dagli organismi centrali, controllare correttamente ed obbligare a prendere decisioni in tempo prudenziale.

Se noi riusciamo a fare tutto questo lavoro, il burocratismo sparirà. In realtà non è un compito di un organismo, neanche di tutti gli organismi economici del paese, è il compito della nazione intera, cioè, degli organismi dirigenti, fondamentalmente del Partito Unito della Rivoluzione e dei gruppi di massa. Tutti dobbiamo lavorare per compiere questo slogan urgente del momento: Guerra al burocratismo. Velocizzazione dell’apparato statale. Produzione senza intoppi e responsabilità per la produzione.

Ernesto Che Guevara

da Cubadebate

(Con la collaborazione del Progetto Editoriale di Ocean Sur ed il Centro Studi Che Guevara)

traduzione Ida Garberi

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Il V Plenum del Comitato Centrale del Partito ha analizzato importanti temi dell’attualizzazione del modello economico e sociale cubano

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/03/2018 - 00:29

Comitato-CentraleIl V Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, presieduto dal suo  Primo Segretario, il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, ha esaminato durante due intense giornate di lavoro, importanti temi relazionati con l’attualizzazione del modello economico e sociale cubano, un complesso processo intrapreso nel paese a partire dal 2011 quando si realizzò il VI Congresso del Partito.
Alla valutazione delle politiche implementate allora, è stato dedicato il primo punto dell’agenda che prcedentemente era stato analizzato in due occasioni dal Burò Politico.

Marino Murillo Jorge, capo della  Commissione Permanente per l’ Implementazione  e lo Sviluppo, presentando il tema ha esposto che per queste analisi sono state considerate fondamentalmente quelle politiche  con norme giuridiche e un tempo d’esecuzione sufficiente per poter misurare i loro risultati.
Questo studo ha avuto origine in un’indicazione impartita dal Generale d’Esercito sulla necessità di rivedere tutte le politiche per conoscere in profondità quello che era andato bene, quello che andava rettificato e quali questioni ostacolavano l’implementazione delle misure.

I primi tre anni sono stati caratterizzati da un alto ritmo d’implementazione delle politiche, che si è poi ridotto per la complessità delle misure e anche a causa di errori nella pianificazione dei processi e nel loro controllo.
In questo hanno inciso i limiti  economici e finanziari che hanno reso impossibile il supporto adeguato a un gruppo di misure che necessitavano investimenti.
Negli anni  2016 e 2017 gli sforzi erano stati diretti, principalmente, a perfezionare quanto realizzato.
Tra le cause e le condizioni  generali che hanno influito sui risultati sfavorevoli è stato segnalato che non sempre  la Commissione d’Implementazione è riuscita a coinvolgere gli organi, gli organismi, le organizzazioni e le entità per far sì che dalla base fossero capaci di orientare, preparare, appoggiare, controllare e rendere conto della loro gestione.
Nello stesso tempo si è manifestata un’insufficiente integralità, una visione limitata sui livelli dei rischi e una apprezzamento parziale dei costi e dei benefici.
In alcuni casi è stata insufficiente  l’attenzione come  il controllo delle politiche, varie delle quali sono fuoriuscite dai loro obiettivi senza opportune correzioni.
Nel Plenum è stato valutato che l’attualizzazione del modello economico e sociale ha messo in evidenza d’essere un tema di grande complessità. A questo si unisce il fermo proposito di non lasciare nessun cubano abbandonato, e questo ha inciso nel ritmo delle trasformazioni.
Attualmente si rivedono tutti i processi e tra questi le priorità  vanno all’ordinamento monetario in particolare, agli studi sull’unificazione monetaria  e del cambio,  l’elaborazione del Piano Nazionale di Sviluppo Economico e Sociele sino al 2030, così come l’esame integrale e il perfezionamento delle misure che lo richiedono,  con le corrispondenti proposte.
Su questo ultimo tema sono stati fatti esempi con la politica del lavoro indipendente, della quale sono state firmate le norme giuridiche di maggior importanza e si dovrà realizzare in continuazione un processo di preparazione che includerà 580.000 lavoratori indipendenti e almeno 30.000 funzionari pubblici.
I membri del Comitato Centrale si sono riferiti anche alla mancanza di una cultura tributaria nel paese,  allo scarso utilizzo ancora insufficiente della contabilità come strumento fondamentale per qualsiasi analisi economica; alle difficoltà nella comunicazione delle politiche che in occasioni non hanno permesso alla popolazione  una comprensione a  fondo di questi difficili temi, e hanno generato cattive interpretazioni per via del vuoto delle informazioni.
Finalmente, il V Plenum del Comitato Centrale ha approvato la relazione di valutazione e le azioni future che assicureranno la continuità  dell’attualizzazione del modello economico e sociale mediante una maggior partecipazione e responsabilità degli organismi dell’ Amministrazione Centrale dello Stato, delle entità nazionali e degli altri organi.
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del PCC  ha considerato che: «Si è lavorato duramente partendo delle Linee del VI e del VII Congresso,  nonostante gli errori e le insufficienze riconosciuti in questo Plenum, la situazione è migliorata rispetto ad alcuni anni fa», ha detto ed ha definito come impegno fondamentale di tutti i comunisti affrontare i problemi senza esitare, dal primo momento, pianificare meglio per porre le risorse dove sono veramente necessarie e non aspettare  che le soluzoni giungano dall’alto, ma apportare idee creatrici e razionali.
Poi ha reiterato la necessità di risparmiare sino al minimo, aggiustandoci alla realtà che viviamo.
«Dobbiamo prevedere i problemi e lottare risolutamente e con intelligenza, e mantenere l’unità della nazione», ha detto.
In questo senso ha ricordato i momenti difficili del Periodo Speciale, il decennio dei ’90,  quando il paese attraversava una situazione estrema.
«Lo scenario da allora è cambiato, ma dobbiamo riconoscere che c’è molto da fare nella pianificazione della nostra economia, perchè persiste ancora un mentalità sprecona quando la linea da seguire dev’essere quella del risparmio e dell’efficienza», ha aggiunto.
Poi ha ricordato che la Rivoluzione, che ha definito l’opera più bella che abbiamo fatto, ha dovuto affrontare e vincere sin dal suo inizio ogni genere di ostacolo e di fronte alle nuove sfide deve prevalere lo spirito di resistenza e combattività che ha sempre caratterizzato il nostro popolo senza una briciola di pessimiso e con tutta la fiducia nel futuro.

POLITICA DELLA CASA

I partecipanti al Plenum hanno analizzato dettagliatamente il progetto della Politica della Casa in Cuba, nel quale di lavora da uncerto tempo e che ha come punto di partenza le linee di politica economica e sociale del Partito e della Rivoluzione.

Il ministro della Costruzione, René Mesa Villafaña, ha assicurato che si tratta di toccare il tema della casa in una forma differente utilizzando tutte le risorse su cui conta il paese e in maniera ordinata.

Per la sua elaborazione sono stati considerati lo stato del fondo delle abitazioni e la formazione di una strategia per fermare il deterioramento e poi avanzare nel recupero e la soluzione.

In Cuba esistono circa 3824 case, secondo i dati dell’ultimo censimento della popolazione effettuato nel 2012 e altre valutazioni realizzate sino a giugno del 2007.

Di queste il 39% si trova in cattivo stato tecnico e precarie condizioni.

La proiezione per il recupero del fondo delle abitazioni nel paese si stima in non meno di dieci anni dando priorità nei primi cinque alle case più deteriorate.

Per intraprendere questo impegno si realizzeranno importanti investimenti nell’industria del cemento, mentre continua la ricostruzione dell’impianto di

Siguaney, a Sancti Spíritus, così come la modernizzazione dell’impianto di ceramica bianca di Holguín, che incrementerà in maniera sostanziale la fabbricazione di mattonelle e di elementi sanitari.

Alla pari di questi investimenti si prevede un maggiore sviluppo della produzione locale dei materiali, che negli ultimi cinque anni è cresciuta annualmente tra l’8% e l’11%.

Alla fine del 2016 nei 168 municipi si produceva già un totale di 57 prodotti partendo dalle materie prime e riciclabili delle località.

quest’anno si installeranno 423 mini industrie nei municipi e nei consigli popolari che si sommano a quelle che già funzionano nei territori.

I partecipanti al V Plenum han sottolineato l’importanza della produzione locale dei materiali come supporto fondamentale della politica della casa, perché avvicina la soluzione nei territori, permette la partecipazione collettiva e rinforza il ruolo dei municipi nella soluzione dei loro problemi delle abitazioni.

A questo intenso movimento costruttivo che intraprenderà il paese, parteciperanno tutti gli attori possibili, tra loro le famiglie, le organizzazioni statali della Costruzione, le cooperative, le imprese costruttrici subordinate ai consigli dell’Amministrazione provinciale e quelle dei sistemi delle imprese statali del paese.

Il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz ha reiterato che: «Questa politica della casa deve includere e prevedere il rispetto del riordino territoriale e urbanistico cominciando dalle istituzioni dello Stato, per poi esigerlo dalla popolazione.

Non si tratta di proibire la costruzione in questo o quel luogo, ha insistito, ma di farlo in maniera ordinata e dove esistono le condizioni elementari per questo».

Poi ha convocato i membri del Comitato Centrale ad analizzare con maggior precisione la relazione presentata e a consultarsi con altri compagni e specialisti nei loro rispettivi territori, con l’animo di approfondire e apportare nuove considerazioni prima dell’approvazione della sua implementazione da parte del Governo.

STUDI PER LA RIFORMA COSTITUZIONALE

In un altro momento della riunione, il segretario del Consiglio di Stato, Homero Acosta Álvarez, ha presentato ai membri del Comitato Centrale una relazione approvata dal Burò Politico sugli studi che si stano realizzando per una futura riforma della Costituzone che dovrà riflettere le principali trasformazioni economiche, politiche e sociali, derivate dagli accordi approvati nel VI e VII congresso del Partito e degli obiettivi della sua Prima Conferenza Nazionale; inoltre ha ratificato il carattere irrevocabile del nostro socialismo e il ruolo dirigente del Partito nella società cubana.

La riforma raccoglierà le esperienze apprese in questi anni di Rivoluzione, soprattutto nella sua organizzazione e nel funzionamento degli organi del Potere Popolare e l’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini, ed ha come riferimento la nostra storia costituzionale e processi simili in altri paesi.

(traduzione GM – Granma Int.)

foto: Estudio Revolucion

 

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Corea: Kim all’esame cinese

Altrenotizie.org - Mer, 28/03/2018 - 19:51

Se la visita di questa settimana a Pechino del leader nordcoreano, Kim Jong-un, è stata definita “inaspettata” dalla gran parte della stampa internazionale, l’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, non ha in realtà nulla di sorprendente, ma si inserisce in maniera perfettamente logica nelle recenti dinamiche strategiche che stanno interessando la penisola di Corea.

 

Gli oltre sei anni trascorsi a partire dall’ascesa al potere prima che Kim si sia deciso a recarsi sul territorio del proprio principale alleato corrispondono grosso modo a quelli che aveva atteso anche suo padre e predecessore, Kim Jong-il, prima di fare il suo debutto internazionale nel 2000. Anche il quel caso, il vertice in Cina era avvenuto alla vigilia di un incontro con i leader della Corea del Sud.

 

Anche solo da un punto di vista formale, sarebbe stato comunque inopportuno che il primo incontro tra Kim Jong-un e la dirigenza cinese fosse arrivato dopo quelli in programma con il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, e, forse, con lo stesso Donald Trump.

 

Il tempismo della prima trasferta oltreconfine dell’ultimo esponente della dinastia Kim è dunque cruciale per comprendere l’importanza e il significato del vertice con il presidente cinese. Entrambi i paesi sono infatti esposti a crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti. La Cina per quanto riguarda la guerra commerciale in atto, che è solo uno degli aspetti della rivalità strategica con gli USA, e Pyongyang, nonostante i timidi spiragli diplomatici, per la rinuncia al proprio programma nucleare militare.

 

La delicatezza del faccia a faccia tra Kim e Xi è apparsa chiara dall’alone di mistero che ha avvolto il viaggio in treno a Pechino del leader nordcoreano. Il governo cinese ha ad esempio confermato la visita di Kim nel paese solo dopo il suo ritorno in patria.

 

Le dichiarazioni ufficiali dei leader cinesi e i comunicati dei media governativi hanno chiarito abbondantemente la rilevanza dell’incontro. Al di là dei toni prevedibilmente retorici, Pechino ha insistito in particolare su due questioni, ovvero il riconoscimento degli sforzi del regime nordcoreano per aprire un percorso diplomatico con Seoul e Washington e l’importanza strategica delle relazioni con l’alleato.

 

A quest’ultimo punto è stato dato particolare risalto anche in Occidente, visto che i rapporti tra Pechino e Pyongyang sembravano avere imboccato una parabola discendente negli ultimi mesi, soprattutto in seguito alle pressioni americane sulla Cina per isolare la Corea del Nord. Il governo cinese aveva acconsentito ad applicare sanzioni economiche nei confronti del vicino, giungendo a istituire un blocco quasi totale dei traffici commerciali in direzioni nord-est. Per tutta risposta, la stampa ufficiale nordcoreana aveva rivolto accuse insolitamente dure nei confronti della Cina per essersi piegata al volere americano.

 

Pechino, d’altra parte, vive un grave dilemma strategico in relazione alle proprie politiche nordcoreane. Da un lato considera fondamentale il mantenimento in vita di un governo alleato nella penisola di Corea in funzione di cuscinetto che tenga a distanza le forze armate americane a sud del 38esimo parallelo. Dall’altro, però, si oppone al programma nucleare nordcoreano, visto come un elemento sfruttabile dagli Stati Uniti per forzare il crollo del regime di Kim.

 

Le dichiarazioni nordcoreane in merito al summit di inizio settimana hanno invece toccato prevalentemente la questione dei negoziati con Corea del Sud e, soprattutto, Stati Uniti. Kim ha confermato l’impegno per la denuclearizzazione della penisola, vincolando l’eventuale raggiungimento di un accordo alla volontà di Seoul e Washington di “rispondere positivamente ai nostri sforzi e di creare un clima di pace e stabilità”.

 

Per Pyongyang, insomma, la palla è ora nel campo americano e gli inviti di Kim sono anche un segnale di avvertimento alla Casa Bianca in vista del possibile storico incontro con Trump, visto che il cambio di personale delle ultime settimane ha portato nell’amministrazione americana esponenti, come Mike Pompeo e John Bolton, decisamente ostili, almeno finora, alla pace con la Corea del Nord. L’incontro con Kim, previsto in teoria a fine maggio, potrebbe infatti tradursi in poco meno di un ultimatum al regime per abbandonare senza condizioni il programma nucleare ed evitare di andare incontro a un’aggressione militare.

 

Il dialogo con Washington rischia così di trasformarsi in una pericolosa scommessa per Kim Jong-un e, infatti, la persistente minaccia militare americana è probabilmente una delle ragioni che lo ha convinto ad accettare l’invito a Pechino del presidente Xi.

 

La volontà di rinsaldare i rapporti bilaterali dopo gli attriti degli ultimi tempi è anche in cima alla lista delle priorità cinesi, tanto più alla luce delle decisioni sui dazi doganali di un’amministrazione Trump che aveva prospettato un atteggiamento più morbido in questo ambito grazie alla collaborazione di Pechino nella gestione della crisi coreana.

 

I vertici cinesi, quindi, in questa fase cruciale hanno tenuto a ribadire l’importanza strategica della Corea del Nord, in risposta anche ad alcune notizie circolate nelle ultime settimane. Alcuni giornali avevano parlato di presunti piani del regime di Kim per prendere le distanze da Pechino, nel quadro di una svolta clamorosa che avrebbe potuto spianare la strada a un accordo con gli USA, se non addirittura, nel medio o lungo periodo, a una qualche alleanza tra i due paesi nemici.

 

Dal punto di vista nordcoreano, poi, come ha spiegato una recente analisi di Bloomberg News, il riallineamento con la Cina offre a Pyongyang una sorta di “polizza assicurativa” nel caso i colloqui con Seoul e Washington dovessero crollare. Per Pechino, ancora, la dimostrazione di unità con Kim serve ad affermare il ruolo cinese in un eventuale futuro negoziato, preferibilmente nel formato, naufragato quasi un decennio fa, dei colloqui “a sei” (USA, Cina, Russia, Coree, Giappone).

 

Attorno alla crisi coreana vi è dunque un intenso fermento, il cui esito potrebbe condurre in qualsiasi direzione, inclusa quella della guerra. Dopotutto, una giustificazione per un’aggressione militare contro la Corea del Nord sarebbe facilmente individuabile per gli Stati Uniti. A ricordarlo è stato ad esempio un articolo dai toni di avvertimento pubblicato mercoledì dal New York Times. In esso si spiega come Pyongyang avrebbe da qualche tempo attivato un nuovo reattore nucleare, probabilmente destinato a uso civile ma anche potenzialmente in grado di produrre plutonio da destinare all’arsenale nucleare del regime di Kim.

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La nuova campagna di Russia

Cubadebate (italiano) - Mer, 28/03/2018 - 03:19

putin_ragno_guardian«Putin userà il Mondiale di calcio come Hitler usò l’Olimpiade del 1936, cioè per dissimulare il brutale, corrotto regime di cui è responsabile»: questa dichiarazione ufficiale del ministro degli esteri britannico Boris Johnson dimostra a quale livello sia giunta la campagna propagandistica contro la Russia.

In una vignetta sul giornale britannico The Guardian, ricalcata da un manifesto nazista degli anni Quaranta, la Russia viene rappresentata come un gigantesco ragno, con la testa di Putin, che ghermisce il mondo.
È la Russia accusata di aver avvelenato in Inghilterra un suo ex ufficiale, arrestato per spionaggio 12 anni fa e rilasciato 8 anni fa (quindi non più in possesso di informazioni sensibili), usando per avvelenare lui e sua figlia l’agente nervino Novichok di produzione sovietica (così da lasciare volutamente l’impronta di Mosca sul luogo del delitto).

La Russia accusata di penetrare con eccezionale abilità nelle reti informatiche, manipolando perfino le elezioni presidenziali negli Stati uniti («un atto di guerra» lo ha definito John Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale).

Accusata ora ufficialmente dal Dipartimento Usa per la sicurezza della patria e dall’Fbi di prepararsi a sabotare con i suoi hacker le centrali elettriche comprese quelle nucleari, gli impianti idrici e gli aeroporti negli Stati uniti e in Europa, così da paralizzare interi paesi.

Si fabbrica in tal modo l’immagine di un nemico sempre più aggressivo, da cui occorre difendersi. In una conferenza stampa con Johnson, il segretario generale della Nato Stoltenberg accusa la Russia del «primo uso di un agente nervino sul territorio dell’Alleanza», ossia di un vero e proprio atto di guerra; di «minare le nostre istituzioni democratiche», ossia di condurre una azione sovversiva all’interno delle democrazie occidentali; di «violare l’integrità territoriale dell’Ucraina», ossia di aver iniziato l’invasione dell’Europa.

Di fronte al «comportamento irresponsabile della Russia», annuncia Stoltenberg, «la Nato sta rispondendo». Si prepara in tal modo l’opinione pubblica a un ulteriore rafforzamento della macchina bellica dell’Alleanza sotto comando Usa, compreso lo schieramento delle nuove bombe nucleari B61-12 e probabilmente anche di nuovi missili nucleari statunitensi in Europa.

Obiettivo prioritario della Strategia di difesa nazionale degli Stati uniti, annuncia il Pentagono, è «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa». A tal fine vengono stanziati 6,5 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019, portando a 16,5 miliardi il totale del quinquennio 2015-2019.

Tale stanziamento costituisce solo una parte di quello complessivo dell’operazione Atlantic Resolve, lanciata nel 2014 per «dimostrare l’impegno Usa per la sicurezza degli alleati europei». Impegno dimostrato dal continuo trasferimento di forze terrestri, aeree e navali dagli Stati uniti nell’Europa orientale, dove sono affiancate da quelle dei maggiori alleati europei, Italia compresa.

Viene allo stesso tempo potenziata la Nato con un nuovo Comando congiunto per l’Atlantico, inventando lo scenario di sottomarini russi pronti ad affondare i mercantili sulle rotte transatlantiche, e con un nuovo Comando logistico, inventando lo scenario di una Nato costretta a spostare rapidamente le sue forze ad est per fronteggiare una aggressione russa.

Si cerca così di giustificare l’escalation Usa/Nato contro la Russia, sottovalutando la sua capacità di reagire quando viene messa alle corde. Johnson, che paragona Putin a Hitler, dovrebbe ricordarsi che fine fecero le armate di Hitler quando invasero la Russia.

 di Manlio Dinucci da www.marx21.it foto: The Guardian
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