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Ecuador, il virus Moreno

Altrenotizie.org - Lun, 06/04/2020 - 20:09

Quito. Immagini dolorose e scioccanti diffuse in tutto il mondo sugli effetti della pandemia  Covid-19 nella provincia di Guayas e in particolare nella città di Guayaquil, il principale porto del nostro paese. Il 29 febbraio 2020, l'allora Ministro della Salute riferì che il primo caso di coronavirus era già stato rilevato nel paese. Quel giorno, quando la terribile entità del disastro poteva essere evitata, la nostra storia è cambiata per sempre.
Nonostante l'urgenza e l’attenzione con le quali doveva essere gestita questa pericolosa pandemia, l'irresponsabilità delle autorità ha consentito una partita di calcio con uno stadio quasi pieno, proprio in quei giorni, così come è stato permesso celebrare una festa di nozze in uno dei quartieri più ricchi di Guayaquil, con ospiti europei. Due eventi che hanno aumentato significativamente la diffusione del virus in città.

Un altro contribuito fondamentale alla rapida diffusione della pandemia, oltre alla mancanza di attenzione da parte del governo del governo Lenin Moreno, è stato senza dubbio l'estremo modello finanziario di riduzione considerevole del budget dei servizi pubblici che h prosciugato il sistema sanitario e privilegiato altri tipi di investimenti, come la consegna di 355 milioni di Dollari negli ultimi 2 anni alle forze armate ecuadoriane.

Da parte sua, Víctor Álvarez, presidente del Collegio dei medici di Pichincha, ha spiegato che, nonostante la dichiarazione del governo in merito a un presunto aumento del sistema sanitario, in realtà ciò che esiste è piuttosto un deficit che colpisce il diritto della popolazione a ricevere cure di qualità, perché diminuendo il budget, anche la voce relativa a medicinali, attrezzature, forniture diminuisce e causerebbe persino tagli al personale sanitario.

Allo stesso modo, in un'intervista recentemente rilasciata alla rete della CNN, il ministro della salute ecuadoriano, Juan Carlos Zevallos, ha riconosciuto che i morti di Covid-19 in Ecuador sono 1500, numeri che contraddicono i dati forniti dalle autorità ecuadoriane che parlano di 145 persone. Nell’intervista il ministro afferma che “i cadaveri e il numero dei morti non possono essere nascosti poiché questo è completamente indegno ed è un segno di totale mancanza di trasparenza”, sottolineando che “c'è stato un aumento senza precedenti del numero di defunti in città (Guayaquil) che vanno da 700 a 1500 morti in un periodo di tempo molto breve, e che questo è qualcosa che è diventato ingestibile”.

In Ecuador, gli ospedali non hanno la capacità di assistere i pazienti infetti da Covid-19, poiché non dispongono degli strumenti e del personale necessari, come denunciato da medici e infermieri. Come conseguenza, soprattutto nelle famiglie più povere di Guayaquil ci sono stati casi strazianti come, ad esempio, quello di un uomo che morto da sette giorni nella sua casa situata in un quartiere periferico e il cui corpo inerte si stava decomponendo davanti agli occhi e al dolore di suo fratello. E soprattutto casi multipli di corpi abbandonati per le strade senza il minimo supporto da parte delle istituzioni pubbliche. Questa schifosa verità è ancora ripetuta in modo angosciante, mentre le morti e l'oblio del governo stanno minando tutti.

Di fronte a questa travolgente situazione, in cui ci stanno lasciando intenzionalmente morire, prendendo in considerazione quanto previsto dallo "Statuto di Roma", all’Art. 7 - "Crimini contro l'umanità" - dove lo sterminio è definito come "l'imposizione intenzionale, da parte di un gruppo di potere, di condizioni di vita che impediscono a un grande conglomerato umano di accedere a cibo, cibo, medicine e servizi sanitari, che finisce per mettere a rischio vita delle persone ", la Federazione nazionale degli avvocati dell'Ecuador ha deciso di sporgere denuncia presso il procuratore della Corte penale internazionale contro il Presidente dell'Ecuador, Lenin Moreno Garcés, così come contro Richard Martínez (ministro delle finanze) e María Paula Romo per il crimine di sterminio.

Va ricordato che quando il governo Lenin Moreno dovette decidere tra LIFE e DEBT, decise di pagare il DEBT. Ha preferito pagare 325 milioni di Dollari al FMI e non indirizzarli all'emergenza. Eppure quei soldi avrebbero potuto essere usati per acquistare almeno attrezzature di protezione professionale per medici, barellieri, infermieri, cioè per il personale di prima linea. Avremmo avuto bisogno di quei soldi per poter portare materie prime e preparare qui, nel nostro paese, nei laboratori ecuadoriani, i farmaci le cui dosi sono urgentemente richieste per alleviare la pandemia, la produzione di maschere e, fondamentalmente, respiratori artificiali che avrebbero impedito la morte di molte persone. Invece siamo in uno scenario agghiacciante, con morti e morenti nelle case, nelle strade; con le porte chiuse degli ospedali dove, per mancanza di test di Covid-19 o per nascondere la verità e difendere il regime, vengono stilati certificati di morte per "Polmonite virale non specificata".

L'inefficacia e la crudeltà dell'attuale governo sono state evidenziate in innumerevoli video che documentano una realtà dove coloro che sono costretti a vivere con dolore e morte e che cercano aiuto sono trattati dal governo come bugiardi dalla stampa di regime. Una verità negata con un cinismo enorme, che parla di 700 morti mentre chi vi lavora conta già tra i 2.500 e 3.500 morti. Il silenzio del governo è finito quando alcuni media internazionali hanno puntano lo sguardo su questo piccolo paese colpito dalla pandemia, dall'indolenza e dall'abbandono, e solo allora la verità ha messo il governo Moreno con le spalle al muro e il mondo ha iniziato a conoscere la verità.

Ciò ha motivato diversi presidenti a prendere il governo dell'Ecuador come un cattivo esempio, quello di un governo che nasconde la verità per cercare di appiattire la terrificante curva di morti e infezioni. Moreno però non aveva scelta: non ha rassegnato le dimissioni ma ha riconosciuto pubblicamente di aver mentito, che i dati ufficiali non erano veritieri e ha ordinato che siano resi trasparenti. Ma si è dimenticato di dire che chi aveva nascosto la verità sono funzionari di un governo disumano ai suoi ordini.

I prezzi folli dei medicinali, delle forniture necessarie per la prevenzione del contagio, dei test per verificare l'esistenza del coronavirus, dell'accesso ai servizi sanitari pubblici, colpiscono duramente gli strati più umili. A questo, simbolicamente, si aggiunge la decisione di chiudere i mercati popolari e le vendite di strada, lasciando solo a grandi supermercati e imprese private la possibilità di vendere. Così un altro giro di vite a beneficio degli imprenditori e dei poteri economici che il governo ha palesemente deciso di proteggere a scapito del settore popolare.

Moreno e i suoi soci avevano negoziato apertamente con uomini d'affari e banchieri l’impegno aperto a favorire i loro profitti futuri. La successiva firma di una lettera di intenti con il Fondo monetario fu la conseguenza di ciò. Insieme si sono sbarazzati del vicepresidente Jorge Glas con false accuse. Dopo il fallimento dell'amministrazione di María Alejandra Vicuña, Otto Sonnenholzner, un eminente radiofonico Guayaquil upstart, è stato nominato come suo sostituto, che cercano di istituire come unico candidato per le elezioni presidenziali del 2021.

Sulla base di questa politica concentrata, hanno smantellato lo stato di diritto e l'istituzionalità, hanno ridotto il budget per l'istruzione, la salute e gli investimenti sociali. La scusa è stata la lotta contro la corruzione.

Tutto questo caos istituzionale che si vive in Ecuador, così come in altri paesi del mondo, ci porta a concludere che siamo nelle mani di personaggi totalmente senza scrupoli, disonesti e avidi. Governanti che non sono minimamente interessati alla loro gente, ma solo al potere, al denaro e al raggiungimento di determinati dividendi politici, attraverso bugie e inganni per l'intera popolazione.
Per 3 anni, la libertà di pensiero, espressione, partecipazione e diritti sono stati ridotti a una dichiarazione che sostanzialmente serve a condizionare la coscienza dei cittadini. La manipolazione opportunistica, il processo e l'errore del morenoismo furono l'inizio della distribuzione del potere e dell'autoritarismo, dell'arroganza e della qualità camaleontica che caratterizza l'attuale governo e che è ora il suo imperativo pragmatico.

Se c'è un aspetto trascurabile in politica, è proprio quello dell'ambizione, quando è lo standard monetario che segna i disegni dell'essere umano. Perché i politici insaziabili non misurano mai fin dove l'avidità può portarli o chi possono influenzare lungo il cammino: la loro sarà sempre distruzione e disonestà, cinismo senza limiti. In questa sinistra equazione tra potere, capitale e calcolo, c'è una combinazione macabra. È lì che sorgono aberrazioni morali, le atrofie della personalità e l'autorità della coscienza di produrre grandi eventi storici si estingue.
Come dice Noam Chomsky, “la crisi del coronavirus avrebbe potuto essere prevenuta se avesse avuto autentici leader politici”. O, per dirla con Shakespeare, nel suo Re Lear, “il momento della pestilenza è quello in cui uomini pazzi guidano i ciechi.”

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USA, il virus sulla portaerei

Altrenotizie.org - Dom, 05/04/2020 - 20:50

Il comandante della portaerei americana Theodore Roosevelt, capitano Brett Crozier, è risultato positivo al Coronavirus un paio di giorni dopo essere stato bruscamente rimosso dal proprio incarico dal segretario della Marina militare USA dell’amministrazione Trump, Thomas Modly. La vicenda ha sollevato un polverone politico a Washington e una valanga di polemiche per la reazione della Casa Bianca alla clamorosa denuncia dello stesso ufficiale per la possibile diffusione incontrollata dell’epidemia tra i soldati sotto il suo comando.

In sostanza, Crozier è stato fatto fuori per avere cercato di portare l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica americana sulle condizioni venutesi rapidamente a creare sulla Roosevelt nelle ultime settimane. Il capitano della Marina USA aveva deciso di scrivere un “memorandum” per sollecitare misure volte a garantire la salute dei quasi 5 mila marinai a bordo della portaerei. Il documento era apparso la scorsa settimana sul San Francisco Chronicle, provocando le ire dell’amministrazione Trump.

La situazione, aveva scritto il comandante, “richiede una soluzione politica… Non siamo in guerra e ai marinai non è richiesto di dare la vita”. Nella lettera di quattro pagine venivano anche sottolineate le pericolose condizioni di vita a bordo della nave da guerra, con spazi per forza di cose limitati e quindi senza la possibilità di assicurare il distanziamento necessario a fermare l’epidemia. La Roosevelt è attraccata nell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico, e qui, sempre secondo la richiesta del capitano Crozier, avrebbero dovuto essere predisposte stanze per mettere in quarantena i soldati contagiati.

Ufficialmente, al momento sono circa 155 i marinai della Roosevelt risultati positivi al COVID-19, ma meno della metà dei 4.800 che compongono l’equipaggio sono stati finora sottoposti al test. Un migliaio sarebbero invece quelli già evacuati. Come ha fatto sapere il dipartimento della Marina USA, altrettanti dovranno comunque rimanere a bordo per garantire il mantenimento e la “sicurezza” della nave a propulsione nucleare e degli armamenti che trasporta.

Per i marinai della Roosevelt e buona parte dell’opinione pubblica americana, la condotta del capitano Crozier è stata impeccabile, dal momento che ha messo la sicurezza dei propri uomini davanti alle formalità previste dai vertici militari. Il governo di Washington è stato però di diverso avviso, perché il 50enne capitano originario della California è stato appunto destituito dal suo incarico.

Le motivazioni offerte dal dipartimento della Marina, dal segretario alla Difesa, Mark Esper, e dallo stesso presidente Trump sono apparse contorte, a testimonianza del fatto che il capitano ha in definitiva perso il suo incarico e visto svanire brillanti prospettive di carriera per avere smascherato l’incompetenza dei vertici militari e politici degli Stati Uniti.

La ragione ufficiale della rimozione del comandante della portaerei Roosevelt è che quest’ultimo ha mostrato una “scarsa capacità di giudizio” nell’esprimere le lamentele per la situazione provocata a bordo dal Coronavirus. Con una dichiarazione a tratti confusa, il segretario della Marina Modly ha spiegato che Crozier non ha seguito la “catena di comando”, dal momento che ha indirizzato la sua lettera, oltre che ai suoi superiori, a “20 o 30 altre persone”, provocando un “putiferio”.

Modly e la Casa Bianca hanno escluso che Crozier sia stato punito a causa della pubblicazione sulla stampa della sua denuncia, anche se è estremamente probabile che sia stata proprio l’apparizione del “memorandum” di protesta sul San Francisco Chronicle a provocare l’ira dei suoi superiori e di un’amministrazione Trump già oggetto di durissime critiche per la gestione complessiva della crisi provocata dal Coronavirus negli Stati Uniti.

Lo stesso presidente ha condannato pubblicamente il comportamento del capitano Crozier, mentre allo stesso tempo ha negato qualsiasi responsabilità per il licenziamento, a suo dire deciso in maniera autonoma dal segretario della Marina. Per Trump, il comandante della Roosevelt avrebbe anche commesso un errore imperdonabile quando nel mese di febbraio decise di fare attraccare la portaerei nel porto di Da Nang, in Vietnam, nel pieno di una pandemia. In quel momento nel paese del sud-est asiatico risultavano tuttavia pochissimi casi di COVID-19 e gli stessi vertici del Pentagono hanno definito del tutto giustificata la scelta di Crozier.

Il danno di immagine per cui l’amministrazione Trump intendeva punire il comandante della Roosevelt rischia prevedibilmente di ritorcersi contro la Casa Bianca. La stampa americana ha dato ampio spazio alla storia, rilanciata nel fine settimana dalla già accennata positività al Coronavirus di Crozier. Il San Francisco Chronicle ha ad esempio pubblicato un lungo profilo dell’ormai ex comandante, citando anche alcuni marinai della portaerei che hanno elogiato senza riserve il suo comportamento tenuto dopo che erano stati accertati i primi casi di COVID-19.

Anche sul fronte politico, la situazione potrebbe trasformarsi in un’altra grana per la Casa Bianca. Deputati e senatori del Partito Democratico hanno criticato la decisione del segretario della Marina, anche se in molti si sono detti concordi nel definire inappropriato il tentativo di bypassare i propri superiori da parte di Crozier. Al Congresso, i democratici hanno chiesto al Pentagono di istituire una speciale commissione d’inchiesta sia sulle modalità della rimozione del capitano sia sulla gestione dell’epidemia sulla nave da guerra di stanza a Guam.

Il caso della “USS Roosevelt” rischia di non essere l’unico che minaccia l’amministrazione Trump nell’emergenza Coronavirus. Il diffondersi dell’epidemia sulle navi da guerra USA è infatti favorito dalle condizioni di convivenza forzata in spazi angusti a cui devono sottostare i marinai a bordo. Altre situazioni critiche potrebbero già essere state segnalate, anche se l’esempio della punizione somministrata al capitano Crozier potrebbe scoraggiare la pubblicazione di ulteriori notizie imbarazzanti.

Secondo quanto riportato dalla stampa, in ogni caso, almeno un altro caso potenzialmente esplosivo sta interessando la Marina militare americana. Sulla “USS Ronald Reagan”, all’ancora nella base navale di Yokosuka, in Giappone, già una settimana fa erano stati registrati due casi di marinai positivi al Coronavirus. Come la situazione si sia evoluta da allora è però difficile stabilirlo, non essendo apparsa nessun’altra notizia in proposito sui media d’oltreoceano.

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Inno di Cuba risuona ad Andorra in omaggio ai medici della brigata Henry Reeve

Cubadebate (italiano) - Sab, 04/04/2020 - 00:58

medicos-cubanos-en-andorra-580x330Nella città di Andorra la Vella, capitale del Principato di Andorra, hanno risuonato le note dell’Inno Nazionale di Cuba, come omaggio ai professionisti della salute dell’isola caraibica che lavorano in questo paese europeo contro la pandemia del nuovo coronavirus.

Dai suoi account in Twitter e Facebook, Gustavo Machin, ambasciatore di Cuba in Spagna, ha pubblicato un video dove si vede che il gesto è arrivato dai balconi e dalle finestre di molti edifici della città, a partire dall’azione spontanea di un andorrano, che è stato il primo a cominciare a far suonare l’inno.

“L’inno nazionale di Cuba si ascolta sulle strade di Andorra la Vella, capitale del Principato di Andorra, come gesto di gratitudine di uno dei suoi abitanti per la contribuzione della brigata medica cubana alla lotta contro il COVID-19”, ha scritto in twitter il diplomatico.

Attualmente, 39 professionisti della salute della nazione caraibica, tra i quali si trovano dottori, specialisti e personale di infermeria e logistica, sono arrivati lunedì scorso a questo paese dal Vecchio Continente, su un sollecito del governo andorrano.

Le autorità del Principato hanno accompagnato il contingente nel suo viaggio in autobus da Madrid verso il paese vicino, che supera i 400 contagi e più di una decina di morti per il coronavirus SARS-Cov-2, causante del COVID-19.

Andorra è un piccolo principato indipendente ubicato tra Francia e Spagna sulle montagne dei Pirenei, con una popolazione di circa 76 mila abitanti in 468 chilometri quadrati.

Con informazioni di ACN

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: facebook dell’ambasciatore cubano Gustavo Machin

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Trump all'assalto del Venezuela

Altrenotizie.org - Ven, 03/04/2020 - 21:43

Invece di dedicare energia e attenzione alla micidiale pandemia da coronavirus che, al pari di altri irresponsabili leader dell’Occidente ha sottovalutato e che ora minaccia di devastare gli Stati Uniti, Donald Trump torna a riproporre piani di invasione e di ingerenza negli affari interni venezolani.

Si tratta evidentemente di un pretesto per deviare l’attenzione della propria opinione pubblica sempre più avvilita e preoccupata per gli effetti della pandemia, e di quella internazionale, che assiste incredula al dilagare del virus nelle metropoli statunitensi.

Il sistema sanitario degli Stati Uniti, debilitato al pari di altri del mondo occidentale dalle politiche neoliberiste e dove ancora non esiste un’assicurazione sanitaria degna di questo nome per l’insieme della popolazione, non è evidentemente in grado di proteggere i cittadini statunitensi dalla pandemia.

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Cuba e le sue due pandemie

Cubadebate (italiano) - Ven, 03/04/2020 - 01:50

trumpvirus“Nessuno muore, meno adesso”. È un verso di una canzone che Silvio Rodriguez ha dedicato all’invasione fallita della CIA a Playa Giron, a Cuba, ed è diventata di moda perché, nuovamente, “l’aria prende forma di uragano”. Il Malecon ed altre strade famose de L’Avana sono deserte, tutti preparati, in casa, per la guerra contro il nemico invisibile.  

La chiusura è arrivata anche alle sue frontiere. Da una settimana vigeva una chiusura parziale e solo potevano entrare i residenti, ma a partire da oggi non potranno atterrare voli con passeggeri, salvo di emergenza ed aeroplani con determinati alimenti e merci. Il governo è da varie settimane in discussione da combattimento, con gabinetto giornaliero di crisi, prodighe spiegazioni attraverso i mezzi e studi di indagine attiva -revisione clinica nelle comunità – per oltre 8 milioni di cubani, in una popolazione di 11 milioni.

Fino al 1º aprile, il paese aveva 212 casi confermati e 6 morti, con una guida all’azione molto stretta per evitare i contagi ed, anche, per fare arrivare ad ogni famiglia -e non solo ai più benestanti – i prodotti della pulizia ed il cloro, le medicine e gli alimenti di base. Lo sforzo per salvare vite si completa con aiuti ai più vulnerabili, brigate mediche in altri paesi per affrontare la pandemia, produzione a marcia forzata della “medicina meraviglia” -come The NewsWeek ha chiamato l’Interferone alfa 2B che si usa per il trattamento dei casi critici del COVID-19 – e la produzione degli alimenti necessari per la quarantena, in un’isola che è sorta dal mare e la cui geografia è formata da rocce calcaree dure con insufficiente terra coltivabile.

Ma l’eredità più pesante non si vede, passa sotto la superficie. C’è un tessuto sociale costruito con corde molto tese che ha avuto una gigantesca difficoltà per ottenere un consenso sul proprio significato di quella che si definisce “normalità”. Non c’è un’altra nazione sulla Terra che affronti la pandemia con 60 anni previ di un’altra epidemia feroce, le innumerevoli sanzioni economiche, finanziarie e commerciali del governo degli Stati Uniti.

Con l’attuale amministrazione statunitense le misure coercitive producono la stessa vertigine che l’accelerazione delle goffaggini del presidente Donald Trump che porta quel paese al caos sotto il controllo di mafie onnipotenti, alcune delle quali hanno sequestrato la politica verso Cuba. Ieri, per non andare più lontano nel passato, Jack Ma, il fondatore del gigante cinese Alibaba, ha annunciato che non ha potuto mandare a Cuba un donativo di mascherine, kits di diagnosi rapida e ventilatori, perché l’autotrasportatore contrattato ha ricevuto minacce dagli USA in virtù della Legge Helms-Burton.  “Né in tempi di pandemia i cubani possono respirare tranquilli”, ha affermato l’ambasciatore cubano in Cina, Carlos Miguel Pereira.

L’investigatore statunitense Peter Kornbluh, coautore di un libro che è già un classico sulla storia delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti -Back Channel to Cuba -, ha fatto un appello nella rivista The Nation a togliere il bloqueo ed ha dato ragioni sensate: “Con milioni di vite in gioco, una politica estera statunitense basata nell’aiuto umanitario è l’unica messa a fuoco che farà avanzare la guerra contro questo nemico esistenziale.”

Ma la solidarietà è un valore che esige sacrifici, impegno, doveri, mettere al di sopra dell’interesse proprio il bene comune. Guardare in alto e guardare lontano, possibilità che non è -né è stata – nel radar della Casa Bianca. Le debolezze strutturali di quella società hanno creato le condizioni affinché sorgesse un demagogo come Trump, il cui accanimento con Cuba è uno dei suoi tratti perversi che proietta contro il suo proprio popolo.

In The Guardian, l’ex segretario del Lavoro durante il governo di Bill Clinton, Robert Reich, ha riconosciuto che “invece di un sistema di salute pubblica, abbiamo un sistema privato con fini di lucro per le persone che hanno la possibilità di pagarlo ed un sistema di previdenza sociale sgangherata per quelli che hanno la sorte di avere un lavoro a tempo completo.”

Attualmente, 30 milioni di persone non possiedono assicurazione medica in quel paese, ed altri 40 milioni accedono solo a piani deficienti, con assicurazioni di costi tanto elevati che possono essere solo utilizzate in situazioni estreme. La paura di non potere pagare le costose visite e trattamenti ostacola che si scoprano i contagiati ed il coronavirus continua a diffondersi nel paese, dove si trovano la quarta parte di tutti i malati a livello mondiale.

Cento di migliaia di immigranti sprovvisti di documenti hanno pagato contribuzioni monetarie per un’assicurazione federale, nel caso perdessero un giorno i loro lavori, ma ora vedono che non possono riscuotere le loro proprie contribuzioni perché “i loro documenti non sono in regola”. Dopo la morte di un immigrante che non è andato in ospedale, nonostante fosse infettato col coronavirus, il sindaco di Washington ha fatto un appello disperato ai clandestini, affinché non abbiano paura di andare ad un ospedale se si ammalano. Trump più volte ha preso le distanze da queste autorità “troppo sensibili.”

Se fosse meno superbo ed avesse un istinto di conservazione, il governo degli USA capirebbe che la solidarietà potrebbe tradursi in azioni per frenare le conseguenze sociali dell’epidemia nel suo proprio paese, e che potrebbe contare con Cuba per questo, come stanno facendo oggi decine di paesi, ricchi e poveri.

Il filosofo Albert Camus ha detto che “la cosa peggiore della peste non è che ammazza i corpi, ma spoglia le anime e questo spettacolo normalmente è orribile”. Il COVID-19 ha spogliato l’anima terrificante della Casa Bianca. Quali saranno le conseguenze per loro e per noi?

di Rosa Miriam Elizalde

da Cubadebate, pubblicato in origine su La Jornada

traduzione di Ida Garberi

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I blocchi

Cubadebate (italiano) - Gio, 02/04/2020 - 05:00

Stupore, almeno, ed un’alta quota di ripugnanza, mi produce continuare a leggere frasi ed articoli che vanno dal volgare all’inganno per “analizzare” come Cuba deve affrontare la realtà davanti a questo virus.

Quelli che scrivono così “sanno” più che i direttori degli ospedali, scienziati e specialisti di tutti i rami, presidente, ministri, governatori, infine, tutti quelli che albeggiano lavorando o non dormono, perché non hanno tempo di pensare a loro stessi; perché non sono annoiati nel loro metro quadrato, dietro lo schermo di un computer o del loro cellulare, per “dettare” consigli con il telecomando, senza apportare niente di vantaggioso, senza riconoscere uno sforzo, senza il minimo senso di quello che è arrischiarsi e cercare una soluzione.

Alcuni pubblicano sotto un titolare dolcificato e di apparenza positiva, perché sanno che ci sono lettori, in generale, che non aprono l’articolo in questione (facile da sapere quando in un commento domandano dettagli compresi dentro l’articolo). I più abietti vedono come una barzelletta che qualcuno abbandoni un centro di isolamento o si rifiuti di seguire le misure sanitarie o non apra una porta davanti alle ricerche sanitarie; lo condividono ed incoraggiano alla disubbidienza. I più preparati sgranano filosofie come “questo è il blocco interno”. Niente di empatia e solidarietà.

Cuba ha dovuto comprare una nave per avere il petrolio che caricava. In questi giorni, il donativo medico di mascherine, kits di diagnosi rapida e ventilatori, da parte di Jack Ma, fondatore di Alibaba, il gigante elettronico cinese, non è potuto arrivare alla nostra isola, perché l’azienda statunitense contrattata per farlo si è negata, allegando le leggi che l’ostacolano, malgrado sì sono arrivati al Giappone, alla Corea del Sud, in Italia, in Iran, in Spagna, in Etiopia, in Belgio, in Francia, agli stessi Stati Uniti ed a circa cinquanta paesi in più. L’informazione dettagliata appare nella pagina dell’Ambasciata di Cuba in Cina, ed oggi nei mezzi cubani. Questa è la realtà.

I critichi da salotto non sono interessati nel fare campagna contro un fatto che è contrario coi loro supposti desideri di unità e preoccupazione per i cubani tutti. Dovrebbero menzionare la parola bloqueo, che è ancora più amaro ed inumano quando si tratta di salute, e riconoscere che in quello che Cuba pianifica e costruisce contro ogni difficoltà, per la salute, sì sono compresi tutti i cubani, perfino loro.

Mi accusano di non essere già una poeta, per credere nella poesia delle parole ed in quella delle vite delle persone. Sono anche specialista in letteratura. Qualcuno che ha avuto un’opera, che oggi si riassume in post infami che non apportano nulla se non consumati aggettivi per i suoi ego di miseria. Inviano le loro bestie quando una pubblicazione difende gli sforzi di Cuba. Non credo in nessuno che dica di amare fiori, animali ed albe, e non ami il suo vicino. E non sia capace di dirlo, almeno, se non lavorerà per il bene comune.

Io credo in Cuba, anche perché Cuba, in questa battaglia per la vita, crede perfino in quelli che non credono in lei.

di: Teresa Melo

da Cubadebate

traduzione di Cubadebate

Foto: Irene Perez / Cubadebate

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Venezuela, la farsa della transizione

Altrenotizie.org - Mer, 01/04/2020 - 19:54

Visto il fallimento della strategia seguita finora per rimuovere con la forza il legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro, l’amministrazione Trump ha sfoderato questa settimana un’offerta di stampo mafioso che la leadership del paese sudamericano dovrebbe accettare per mettere in moto un nuovo “piano di transizione” politica. La “proposta” del segretario di Stato USA, Mike Pompeo, è in realtà un’altra manovra per provare a dividere il governo e i vertici militari del Venezuela, nel tentativo di sfruttare la crisi sanitaria in atto per imporre finalmente a Caracas un regime filo-americano.

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Uno stato in esilio, il Saharawi, dove il deserto è il grande mare prosciugato (2)

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/04/2020 - 04:53

“Prima di ogni oasi c’è un deserto da affrontare”

(Proverbio Saharawi)

 

Continuando il mio resoconto sulla “Missione 2020″ nei campi profughi saharawi in Algeria, in particolare ad Auserd e Rabuni, la mia voce nei campi, Federica Cresci, ha intervistato Federico Mazzinghi, capo gruppo nei campi del Progetto Saharawi-Tor Vergata CittàVisibili.

Dalla pagina del facebook del progetto possiamo conoscere che è un “progetto di collaborazione tra gli studenti del corso di laurea in Medicina&Chirurgia in lingua italiana ed inglese dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata e la R.A.S.D. – Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Il Progetto Saharawi – Tor Vergata nasce nel 2017 dall’impegno di un gruppo di studenti che si sono interessati alla causa, finora ancora troppo sconosciuta, del popolo Saharawi. Abbiamo cominciato in punta di piedi, aggregandoci a viaggi solidali organizzati ogni anno da alcune associazioni toscane per dare continuità a vari progetti dal carattere umanitario.

In questo modo abbiamo avuto la possibilità di imparare a conoscere da vicino questo popolo, la loro cultura, la loro storia e le loro molte necessità, stringendo contatti importanti con istituzioni e strutture sanitarie locali.

Negli ultimi anni, grazie alla maggiore consapevolezza delle caratteristiche di questo popolo ed alle crescenti adesioni che il nostro gruppo sta riscontrando nell’Università di Tor Vergata e in alte Università italiane, abbiamo orientato i nostri progetti verso problematiche specifiche.

Stiamo portando avanti uno screening di prevalenza sul diabete, particolarmente presente nella popolazione Saharawi. Riuscire ad avere un quadro preciso della situazione potrebbe aiutare ad ipotizzare le cause di una così larga diffusione intervenendo di conseguenza. Con costi economici relativamente contenuti si potrebbe ottenere un enorme vantaggio in termini di salute e qualità della vita.

È un progetto iniziato nel 2018 e che continueremo nel tempo in modo da ampliare il campione di studio: i risultati emersi dal campione raccolto sembrano confermare ciò che avevamo riscontrato nella pratica clinica di tutti i giorni. Tra i Saharawi il diabete è diffuso e, purtroppo, non sufficientemente trattato, un po’ per mancanza di mezzi ed un po’ per mancanza di consapevolezza da parte della popolazione.

Accanto alla studio abbiamo cercato di impostare una campagna di informazione e sensibilizzazione e, con nostra grande soddisfazione, la stessa è stata continuata dal personale locale.

Altro punto fondamentale del nostro progetto è la raccolta di farmaci indirizzata verso quelli di uso più comune: ipoglicemizzanti orali e ACE-inibitori. In generale cerchiamo di soddisfare il più possibile le loro richieste e di rifornirli dei farmaci abitualmente prescritti dai medici del posto, molto ben preparati ma troppo spesso senza mezzi necessari a trattare le più semplici patologie.

Un altro punto del progetto, dal 2020, è l’eventuale collaborazione con alcuni ospedali italiani: faremo uno screening sulle schisi cranio facciali (ad esempio il “labbro leporino”) per individuare eventuali pazienti che potrebbero ricevere un trattamento chirurgico qui in Italia, in accordo con la struttura ospedaliera.

Abbiamo inoltre svolto uno studio sulla food security, ponendo sotto la lente alimentazione e disponibilità idrica. Nell’acqua presente nei campi abbiamo rilevato un alto tasso di nitrati, floruri e basso tasso di zinco. Questo è significativo perché, secondo molti studi epidemiologici, è correlato all’aumento di insorgenza del diabete, ragione per la quale continueremo ad indagare in tal senso.

In ultimo, ma non meno importante, ogni anno organizziamo una pratica clinica presso le strutture sanitarie del campo profughi.

In questo modo riusciamo ad avvicinare sempre più giovani alla questione Saharawi: questo è fondamentale per conoscere questo popolo dimenticato, rendere il team di anno in anno più numeroso, aggiungere idee ed incrementare la partecipazione attiva, in maniera da dare continuità ai progetti e renderli sempre più efficaci oltre che creare un momento di condivisione e di amicizia, completando il percorso di studi con una intensa esperienza umanitaria.

Quindi non solo Medicina, ma una grande opportunità per scoprire e conoscere la storia di un popolo che non si arrende e che continua a lottare per i propri diritti”, ed io aggiungo, uno degli ultimi territori da descolonizzare a livello mondiale.

Federico è nato a Fiesole, ma si sente orgogliosamente di Sesto Fiorentino (gemellato con il popolo saharawi dagli anni ’80), si è innamorato del popolo saharawi e del progetto di CittàVisibili di Nadia Conti nell’anno della sua fondazione, il 2016, e subito “è nata l’esigenza di aiutare concretamente questo popolo. La proposta al governatore di Auserd di creare un progetto sanitario che portasse nei campi studenti, partendo dalla facoltà di Medicina di Tor Vergata, ha riscontrato il suo parere positivo. Sono già 4 anni che viaggiamo nei campi, a parte il viaggio esplorativo iniziale, ad oggi contiamo 44 iscritti”.

“Già il primo anno abbiamo effettuato un tirocinio e fatto dei corsi di formazione nell’ospedale di Auserd, oltre a donare farmaci. Nel corso del terzo anno, grazie in particolare al contributo importantissimo di un’altra studentessa, Marzia Belli, abbiamo ampliato il progetto ulteriormente, orientandoci in particolare sul diabete. Con l’impegno degli altri studenti partecipanti, che gradualmente diventano attivisti, abbiamo potenziato molto questo progetto, anche con farmaci donati, perché dai nostri dati abbiamo appreso che il tasso di diabete sembra alto in modo allarmante.

Allora quest’anno abbiamo deciso di ampliare il campione, ed abbiamo creato 4 gruppi. Due di noi vanno tenda per tenda nelle famiglie per fare lo screening e fare prevenzione, due sono nel dispensario per studiare le cartelle cliniche e fare visite, incluso quelle sul diabete, e la maggioranza è nell’ospedale di Auserd per lavorare fianco a fianco con i medici saharawi”. Inoltre quest’anno due persone stanno facendo un documentario sulle nostre attività e sul popolo saharawi.

“Siamo molto orgogliosi anche del fatto che quest’anno siamo riusciti a portare con noi più di 200 kg di farmaci (e questo specialmente grazie al Centro Missionario di Firenze) e che ogni anno aumentano i giovani che sono disposti ad aiutarci, perché significa che un domani, a parte gli aiuti sanitari, il popolo saharawi avrà un maggiore appoggio di persone disposte a lottare per la sua autodeterminazione”.

Federica continua la sua intervista chiedendo a Federico se per lui è stato interessante incontrare la Brigata Medica Cubana che lavora nei campi profughi e collaborare con i medici caraibici nelle guardie mediche.

“Sì, Federica, è stata una grande emozione e un grande onore. Conosciamo bene la grande preparazione medica dei medici cubani”.

Federico ricorda il grande apporto di Cuba al popolo saharawi, soprattutto per la grande quantità di studenti di medicina che apprendono sull’isola, e che una volta laureati, ritornano nei campi profughi ad aiutare il loro popolo. Inoltre dagli anni ’70 sono presenti costantemente brigate mediche cubane per svolgere un lavoro docente e di appoggio, nell’ambiente inospitale del deserto.

“Dobbiamo sempre tener presente che quello che fa Cuba per i paesi del terzo mondo e non solo, dal punto di vista sanitario, non è così scontato, se pensiamo ai quasi 60 anni di bloqueo commerciale e finanziario che l’isola subisce da parte degli USA, nonostante la condanna mondiale di questo genocidio”.

Sempre grazie a Federica, ho avuto il piacere di conversare con il funzionario saharawi Abdalahi Bucheiba, vice ambasciatore della missione in Colombia e presidente onorario di CittàVisibili, che mi ricorda la politica sporca dei paesi europei, soprattutto Francia e Spagna, e chiaramente anche degli USA, che manipolano il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e proteggono Marocco, per ostacolare gli accordi di pace, non sono interessati affatto al diritto internazionale, ma solo ai loro interessi economici.

“Qui nei campi profughi, per poter sopravvivere e sussistere necessitiamo gli aiuti di diversi popoli europei, che, molto più avanzati dei loro governi, ci tendono la mano, ci permettono resistere, e si occupano, sempre al nostro fianco, per esempio di adozioni a distanza, della salute pubblica o della salubrità dell’acqua. Il fatto più importante è che non solo ci aiutano materialmente, ma vogliono conoscere a fondo il nostro popolo, non vanno negli hotel a cinque stelle, si alloggiano nelle tende con le famiglie e condividono il nostro vivere quotidiano”. “Per noi, questa solidarietà è importantissima, vedere che i popoli europei appoggiano la nostra autodeterminazione, ci da forza ed aumenta la resilienza. Su Cuba, bhè l’isola caraibica è stata al nostro fianco da sempre, fin dal principio, nei momenti più difficili del nostro esilio, ci ha aiutato all’ONU e nel Movimento dei Paesi Non Allineati, nello studio dei nostri giovani, nell’appoggio medico nei campi. L’appoggio cubano è completo, da parte del popolo e del governo, in forma incondizionata”.

Ecco perché senza essere cubana, però vivendo a Cuba, amo moltissimo questa piccola isola eroica…e concludo, per adesso, con le parole della canzone del gruppo cubano Buena Fe, “Valientes”: “Cosa sto facendo qui? Amando questo paese come a me stesso. No, cosa dici, non c’è eroismo, sono venuto a darle un bacio al mondo e nulla più”.

(continuerà…)

di Ida Garberi

foto di Federico Mazzinghi

 

 

 

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Diaz-Canel: le misure per combattere il COVID-19 stanno dando risultati, ma non possiamo rilassarci

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/04/2020 - 04:28

Il Presidente della Repubblica, Miguel Diaz-Canel Bermudez, ha sollecitato questo lunedì affinché si continui a lavorare senza riposo nel combattimento contro il COVID-19. “Le misure ci stanno dando risultati, ma non possiamo rilassarci, ancora non siamo entrati nel momento più critico”, ha affermato dirigendo la riunione giornaliera di check-up alla situazione col nuovo coronavirus nell’Isola ed il Piano per il suo contenimento.  

“Se continuiamo a lavorare con questa efficienza, con questo risultato, ed incrementiamo ora, con le possibilità che abbiamo, le prove e pertanto i rilevamenti e gli isolamenti, possiamo avanzare ed allontanarci dalle conseguenze tanto funeste che ha portato la pandemia in altri luoghi del mondo”, ha sottolineato.

Diaz-Canel ha considerato che il paese deve occuparsi “in maniera molto intenzionata nell’implementazione e nel controllo delle misure promosse recentemente e che sono state comunicate nella Mesa Redonda”. Tra i compiti che danno vitalità alla nazione, ha menzionato la produzione di alimenti e la raccolta di canna da zucchero.

Valutando quello che è successo a Cuba con il COVID-19, il Capo di Stato ha fatto riferimento al decesso di due cubani, “si lottò per la loro vita, ma purtroppo lo stato in cui stavano ha ostacolato la loro guarigione.”

Ha sottolineato il comportamento più disciplinato della popolazione durante il fine settimana. La domenica praticamente le strade de L’Avana e di altre città del paese erano vuote e le code all’entrata dei negozi sono state più disciplinate, ed allora ha detto, “questo ci dimostra che quando si convoca, quando si spiega, quando si argomenta e quando c’è una logica in quello che stiamo facendo, il popolo ci appoggia.”

Il Presidente della Repubblica ha commentato due momenti di emozione che hanno segnato il fine settimana. Uno è stato “il ricevimento spontaneo che hanno fatto all’aeroporto di Madrid alla brigata medica che lavora in Andorra”. L’altro, “l’applauso convocato nella televisione domenica alle nove di sera che apparentemente rimarrà come un’abitudine in questi giorni, ed è anche un riconoscimento al personale medico ed a tutti quelli che stanno lavorando per affrontare l’epidemia. Questo ci parla dei sentimenti, della solidarietà e dell’appoggio della popolazione.”

di Leticia Martinez

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

 

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Ungheria: il virus e la dittatura

Altrenotizie.org - Mar, 31/03/2020 - 12:10

Un voto del parlamento di Budapest nella giornata di lunedì ha assegnato poteri di fatto dittatoriali al controverso primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ufficialmente per combattere il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus. Il colpo di mano di Orbán è finora il più estremo dei provvedimenti adottati dai governi di tutto il mondo impegnati nella crisi sanitaria in atto. Molti altri anche in Occidente, tuttavia, si stanno muovendo o si sono già mossi in questa direzione autoritaria, inclusi quei paesi da dove sono arrivate alcune delle critiche più ferme nei confronti della deriva anti-democratica ungherese.

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CORAGGIOSI: Infermiere cubano in Lombardia, senza riposo, ma con l’onore di portare il nome di Cuba in alto

Cubadebate (italiano) - Mar, 31/03/2020 - 03:07

L’infermiere di Cienfuegos, Ruben Carballo Herrera, integrante del Contingente Internazionalista Henry Reeve che presta collaborazione in Lombardia, ha condiviso oggi sulle reti sociali alcuni dei difficili ma gratificanti momenti che lui ed i suoi compagni vivono in questi giorni.  

“Qui tutti ci stanno ringraziando per la collaborazione prestata. Siamo stanchi, senza riposo, ma con l’onore di portare il nome di Cuba in alto, specialmente la nostra infermeria e la nostra medicina. Continuiamo a fare storia”, ha detto Carballo Herrrera in un messaggio al giornalista cubano Ildefonso Igorra.

In un altro momento, l’internazionalista riferisce: qui le persone ci prendono la mano con un’espressione di fiducia. Molti ci mostrano un’immagine sorridente, gratificante, dietro la loro maschera di ossigeno e la loro mascherina.

Caraballo Herrera ha trasmesso un messaggio di fiducia alla famiglia ed al popolo cubano.

“È certo che stiamo in un rischio costante di contagio, ma lavoriamo molto organizzati e senza perdere neanche un secondo la percezione del rischio. Siamo sicuri che vinceremo e ritorneremo sani e con la nostra missione soddisfacentemente compiuta”.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Foto: Ruben Carballo Herrera, membro del Contingente Internazionalista Henry Reeve

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Trump, Maduro e la droga

Altrenotizie.org - Dom, 29/03/2020 - 19:54

Indifferente ad ogni decenza e in spregio al Diritto Internazionale, certamente influenzato dalla sua passione smodata per il western, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato di essere disposto ad offrire 15 milioni di dollari per la cattura del Presidente venezuelano, Nicolàs Maduro. Trump accusa Maduro ed altri dirigenti bolivariani di commerciare droga, o meglio di esportarla negli Stati Uniti. Che sia una infamia destinata ad alzare il livello della minaccia militare lo si intuisce facilmente. Che sia una bugia colossale lo si ricava anche solo dal fatto che il Venezuela é bloccato via mare, via terra e nei corridoi aerei verso gli USA; dunque si deve dedurre che il transito che denuncia Trump sia in realtà immaginifico.

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Primo evento di trasmissione locale di COVID-19 a Cuba, informa il ministro di Salute Pubblica

Cubadebate (italiano) - Sab, 28/03/2020 - 02:15

Il ministro di Salute Pubblica, Josè Angel Portal Miranda, aggiornando questo venerdì sulla situazione del COVID-19 nel paese, ha informato che “abbiamo il primo evento di trasmissione locale nel paese, specificamente nel municipio di Cardenas, della provincia di Matanzas.”

Secondo una notizia che si è conosciuta nella Mesa Redonda, questo evento è relazionato con uno dei casi diagnosticati il 21 marzo e si tratta un animatore di un hotel di Varadero, la cui fonte di contagio è stato un gruppo di turisti italiani.

A partire da questo paziente si sono identificati 53 contatti che si trovavano isolati ed in vigilanza epidemiologica, dei quali in giorni recenti sono risultati positivi al COVID-19 quattro parenti ed un amico.

Il titolare ha anche dettagliato che le azioni per fare fronte a questo scenario sono state concepite nel Piano di lotta e controllo del nuovo coronavirus ed in base a loro è il lavoro che si è venuto realizzando.

Tenendo in conto questa situazione in questione, Portal Miranda ha insistito sull’importanza che le persone informino il fatto che, se presentano qualche tipo di sintomo, è necessario informarlo ed isolarsi immediatamente dai parenti e dagli amici.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Israele, il governo dell’emergenza

Altrenotizie.org - Ven, 27/03/2020 - 21:01

La crisi politica che sta attraversando Israele da oltre un anno si è avvicinata sorprendentemente a una possibile soluzione martedì con l’emergere improvvisa dell’ipotesi di un governo di “unità nazionale” formato dai due principali partiti del paese. A sbloccare lo stallo è stata l’elezione a presidente del parlamento (“Knesset”) del leader dell’opposizione, Benny Gantz, con una mossa che ha di fatto rilanciato la posizione del primo ministro, Benjamin Netanyahu, e frantumato in maniera clamorosa l’alleanza di “centro-sinistra”, ovvero la coalizione “Blu e Bianca” guidata dallo stesso ex capo di Stato Maggiore israeliano.

Il voto del 2 marzo scorso aveva decretato un altro sostanziale pareggio tra il Likud di Netanyahu e il raggruppamento politico guidato da Gantz. Quest’ultimo era sembrato però a un certo punto essere vicino a mettere assieme i 61 seggi necessari a creare un nuovo governo, grazie a un accordo sia con il partito laico di estrema destra Yisrael Beiteinu dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, sia con la “Lista Congiunta” arabo-israeliana.

La fragilissima intesa aveva spinto il presidente dello Stato ebraico, Reuven Rivlin, ad assegnare un mandato esplorativo a Gantz, ma la complicata ipotesi di governo non si è mai materializzata. Tre deputati della coalizione “Blu e Bianca” di Gantz si erano infatti subito dichiarati indisponibili ad appoggiare un esecutivo che avrebbe dovuto contare sui voti di parlamentari arabi. Più in generale, la tenuta di un gabinetto basato su uno spettro politico che avrebbe incluso la destra estrema di Lieberman e la sinistra araba appariva da subito pressoché impossibile da garantire.

Su uno scenario che minacciava di precipitare verso la quarta elezione anticipata consecutiva in poco più di un anno si è alla fine abbattuta la crisi del Coronavirus. Negli ultimi giorni, le vicende politiche in Israele sono diventate frenetiche. Tra le iniziative del governo Netanyahu di istituire un regime ultra-autoritario con la scusa di combattere il diffondersi dell’epidemia e le manovre apparentemente contraddittorie all’interno della Knesset, il risultato è stato un probabile governo formato dalle due formazioni rivali confrontatesi negli ultimi tre appuntamenti con le urne.

Nei giorni scorsi, l’ormai ex “speaker” dell’unica camera del parlamento di Israele, Yuli Edelstein, si era rifiutato di aprire la Knesset e tenere un voto sulla scelta del suo successore perché a suo dire ciò non era permesso dalle norme sanitarie implementate dal governo contro il Coronavirus. La Corte Costituzionale israeliana aveva allora ordinato l’apertura della Knesset e, per tutta risposta, Edelstein, tra i più fedeli alleati di Netanyahu, si era dimesso.

I media avevano raccontato di un Gantz intenzionato a riconvocare il parlamento per cercare di mandare in porto alcune misure che, grazie alla tenue maggioranza appena assemblata, avrebbero decretato la fine della carriera politica di un Netanyahu atteso da un umiliante processo per corruzione e abuso di potere. Al centro della campagna elettorale di Gantz c’era sempre stato d’altra parte l’obiettivo di mettere da parte Netanyahu e la promessa di non partecipare a un governo col Likud se non ci fosse stato un avvicendamento nella leadership di questo partito.

Giovedì, il parlamento è dunque tornato a riunirsi ma, a sorpresa, l’aula ha eletto Benny Gantz a presidente della Knesset, garantendo di riflesso a Netanyahu la permanenza nel proprio incarico. Dietro alla decisione di Gantz di prendersi la carica di “speaker” c’è un accordo con il Likud e lo stesso primo ministro per un governo di “unità nazionale” che, secondo i media israeliani, potrebbe contare su circa 78 dei 120 seggi totali.

Netanyahu resterebbe alla guida dell’esecutivo per i prossimi 18 mesi, al termine dei quali cederebbe la mano a Gantz. A conferma che l’elezione a presidente della Knesset di giovedì potrebbe essere una manovra tattica e provvisoria, Gantz viene indicato come prossimo ministro degli Esteri, mentre il suo alleato, Gabi Ashkenazi, dovrebbe assumere la carica di ministro della Difesa. La rotazione tra i due leader alla guida del governo è da tempo un elemento centrale della proposta di quanti auspicavano una soluzione negoziata tra le due principali forze politiche di Israele. Che Netanyahu mantenga il proprio impegno è però quanto meno dubbio, visto che la mossa di questa settimana ha in sostanza distrutto l’alleanza di Gantz.

L’ex capo di Stato Maggiore porterà in dote solo una quindicina di seggi, poiché alcuni dei partiti che fanno parte della coalizione “Blu e Bianca” hanno criticato fortemente la sua decisione e annunciato che lasceranno l’alleanza. Con un “alleato” così indebolito e un’opposizione spaccata, è altamente probabile che Netanyahu finirà per consolidare la propria posizione e, non è da escludere, potrà decidere nei prossimi mesi di indire un altro voto anticipato per liquidare Gantz e ricostruire una coalizione di estrema destra.

In molti hanno caratterizzato il comportamento di Benny Gantz come un vero e proprio tradimento del mandato elettorale, in base al quale avrebbe dovuto essere del tutto esclusa l’ipotesi di una collaborazione con Netanyahu. Il “centro-sinistra” israeliano ha poi commesso l’ennesimo suicidio, come conferma l’annuncio del Partito Laburista di voler partecipare al nuovo esecutivo, offrendo alla destra la certezza di restare anche per il prossimo futuro la principale forza politica del paese.

A sbloccare la situazione è stata ad ogni modo una telefonata tra Gantz e Netanyahu nella serata di mercoledì. Gantz si è accordato con il primo ministro nonostante la ferma contrarietà degli altri due  leader di maggiore spicco della sua coalizione, l’ex ministro delle Finanze Yair Lapid, numero uno del partito Yesh Atid, e l’ex generale Moshe Ya’alon di Telem. Entrambi hanno infatti denunciato Gantz e confermato il loro addio alla coalizione “Blu e Bianca”, proponendosi come alternativa di opposizione al nascente esecutivo.

Gantz, da parte sua, ha giustificato la propria decisione con la nuova realtà emersa in seguito all’esplosione dell’epidemia di Coronavirus, la quale avrebbe costretto i leader politici israeliani a mettere da parte le divisioni. Così facendo, tuttavia, l’ex macellaio di Gaza ha distrutto l’unica alternativa realistica, almeno in questo momento, alla destra in Israele, legando oltretutto il proprio incerto futuro politico a quello di un Netanyahu passato in pochi giorni dalla disperazione ad essere sempre più il padrone del panorama politico dello Stato ebraico.

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Spazzatura dei politici e dei funzionari dell’impero

Cubadebate (italiano) - Gio, 26/03/2020 - 23:22

UsaCovidInvece di dirigere il combattimento mondiale contro la pandemia del COVID-19, o almeno concentrarsi su come affrontare la grave situazione che stanno vivendo gli Stati Uniti con la malattia, il macchinario politico e governativo dell’impero continua con la sua imperturbabile abitudine di ripartire sanzioni e qualificazioni a destra e sinistra; facendo orecchio da mercante agli appelli alla cooperazione realizzati dal Segretario Generale dell’ONU.

Il Dipartimento del Tesoro degli USA ha annunciato questo giovedì l’imposizione di sanzioni contro 15 persone e cinque entità dell’Iran nella cornice di un supposto programma antiterrorista. Le compagnie colpite sono vincolate al settore degli armatori, commerciale e della costruzione. È stata sanzionata anche un’azienda chimica.

L’Iran è una delle nazioni che più duramente ha dovuto combattere contro la pandemia, dovuto ai danni che le sanzioni economiche degli Stati Uniti e dell’Europa hanno causato nella sua economia ed hanno colpito nel sistema sanitario. L’Iran ha più di 29 mila malati e conta già più di 2200 morti.

Anche oggi il vergognoso sceriffo di Hollywood, il Pubblico Ministero Generale (Ministro di Giustizia) dell’Amministrazione Trump è comparso sullo schermo offrendo 15 milioni di dollari per l’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e vari funzionari del suo governo, ovviamente per traffico di droga verso gli Stati Uniti. Con tale quantità di denaro si comprerebbero milioni di kits di diagnosi per COVID-19, che sono in deficit nel sistema sanitario statunitense.

Il colmo della disinvoltura è stato quello della sottosegretaria di Stato, solitamente distratta, per Cuba e Venezuela, Carrie Filipetti, che ha detto oggi in una videoconferenza che la pandemia del nuovo coronavirus in Venezuela, con un sistema di salute collassato e la maggioranza della popolazione senza accesso continuo ad acqua e sapone, è un pericolo per tutta la regione, se non è controllata.

“La situazione in Venezuela è eccessivamente nefasta (…) Se il Venezuela non può fare fronte al COVID-19, nel futuro arriverà in Brasile, in Colombia e nella regione circostante, come stiamo osservando con la crisi dei rifugiati”, ha assicurato la funzionaria.

“Vedremo un’espansione della pandemia del COVID-19 nella regione, se non a livello globale, se Venezuela come paese non può affrontare la crisi”, ha anticipato piena di cinismo la Filipetti, senza una sola allusione al vergognoso blocco economico che da più di cinque anni ha decretato il governo degli Stati Uniti contro la nazione sud-americana ed il furto sfacciato da parte di Washington di miliardari di denaro dei venezuelani.

La signora non sembra sapere che Brasile è il paese latinoamericano con la maggiore quantità di malati per COVID-19; per questo che Venezuela non potrebbe esportare un’epidemia già presente nel suo vicino confinante.

Nel frattempo, le morti negli Stati Uniti per COVID-19 sorpassano già il numero 1000, i positivi sono più di 75000, i solleciti di disoccupazione sono un record per l’ultimo mezzo secolo, mentre The New York Times pubblica un reportage da un ospedale di Brooklyn con il titolo “Siamo in modo disastro”. I funzionari statunitensi non dovrebbero occuparsi di più della situazione negli Usa del COVID-19 invece di assumersi il ruolo di poliziotti mondiali? Non possono capire dall’impero che è ora della solidarietà e non dei blocchi?

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Covid-19: destino o capitalismo?

Altrenotizie.org - Gio, 26/03/2020 - 18:26

Col passare dei giorni aumentano i Paesi e le popolazioni contagiate dalla pandemia di Covid-19. Ad eccezione di alcuni casi, i governi delle nazioni colpite hanno imposto misure drastiche per rallentare almeno la diffusione del coronavirus. Misure che spesso si scontrano con i diritti fondamentali dei cittadini. Proteggono le frontiere interne ed esterne, militarizzano città e territori, decretano stato d’emergenza e coprifuoco, cercando così di alleviare le debolezze e i fallimenti cronici di un sistema sanitario vittima sacrificale di un modello economico neoliberale privatizzatore, individualista e acaparratore.

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La pandemia non rispetta confini, né ideologie: dobbiamo unire gli sforzi

Cubadebate (italiano) - Gio, 26/03/2020 - 03:45
Bruno Rodriguez

Bruno Rodriguez

Discorso del Ministro di Relazioni Estere della Repubblica di Cuba, Bruno Rodriguez Parrilla, nella Videoconferenza–Prima Riunione Straordinaria dei Ministri degli Affari Esteri e della Sanità dell’Associazione degli Stati dei Caraibi (AEC) su COVID-19.

“Eccellenze:

Permettetemi commentare che è per un ‘miracolo tecnico’ e per l’appoggio della Segreteria che risulta possibile per Cuba partecipare a questa videoconferenza. Succede che il sito che alloggia la piattaforma dell’Associazione, mediante il quale tutti i partecipanti si collegano a questa importante riunione, ha il suo accesso proibito per Cuba per motivi del bloqueo economico degli Stati Uniti contro il nostro paese.

Desidero, innanzitutto, congratularmi con Barbados come Presidente del Consiglio dei Ministri e della Segretaria Generale dell’Associazione degli Stati dei Caraibi per l’iniziativa di convocarci alla Prima Riunione Straordinaria dei Ministri degli Affari Esteri e della Sanità su COVID-19, al fine di scambiare opinioni sugli sforzi urgenti che reclama l’umanità davanti agli effetti del nuovo coronavirus (SARS CoV 2/COVID-19).

Stiamo qui perché affrontiamo una crisi che è più grande di noi e le cui conseguenze saranno gravi e durevoli.

La rapida propagazione della malattia ci obbliga ad unire le nostre volontà per sviluppare azioni congiunte di cooperazione, che permettano di affrontare la COVID-19, alle quali tutti gli esseri umani sono esposti.

Ma la responsabilità è maggiore. Dovremo affrontare anche, più avanti, devastatori e durevoli effetti nell’ambito economico e sociale una volta superata la pandemia. Sappiamo che andiamo verso una profonda recessione e depressione economica internazionale, e che i nostri paesi del Sud soffriranno le conseguenze più gravi, con un impatto severo.

Il momento richiede separare le differenze politiche per concentrarci su come affrontare l’emergenza e le sue gravi conseguenze nel futuro immediato.

Ogni paese può e deve apportare e contribuire con quello che è alla sua portata. La pandemia non rispetta confini, né ideologie. Per affrontare questa sfida così forte, dobbiamo unire gli sforzi ed appoggiarci mutuamente.

In maggioranza siamo Stati relativamente piccoli, molti con scarse risorse naturali. Tutti soffriamo la contrazione economica globale ed alcuni hanno l’aggravante del peso addizionale di misure economiche coercitive.

In mezzo a queste difficoltà, abbiamo la capacità di completarci gli uni agli altri. Soli, non possiamo quasi niente. Uniti, potremmo sopportare meglio il colpo, avere sollievo, proteggere i nostri rispettivi popoli ed avviare il difficile compito del recupero.

Ci sono paesi con migliori condizioni per combattere la pandemia e per calmare le sue ripercussioni economiche. Quelli in migliore situazione relativa, potrebbero appoggiare in primo luogo i paesi di meno risorse e che affronteranno le più complesse situazioni epidemiologiche ed economiche in seguito.

L’azione che ci aspettiamo dall’Organizzazione Mondiale della Salute e dall’Organizzazione Panamericana della Salute per garantire un’attuazione collettiva, coordinata ed effettiva, deve trovare appoggio nelle iniziative che siamo capaci di generare insieme.

È imprescindibile condividere le rispettive esperienze, intensificare la comunicazione ed identificare le pratiche che hanno avuto dei risultati in altre parti del mondo.

Non dobbiamo sperare e meno confidare in che i paesi ricchi ed industrializzati verranno a salvare i nostri popoli. Poco aiuto o niente arriverà dal Nord. La responsabilità di assumere la sfida e di agire come meritano i nostri cittadini, è nostra. L’AEC può svolgere un ruolo determinante in questo impegno.

Permettetemi condividere brevemente l’esperienza di Cuba.

Abbiamo adottato misure di prevenzione, confronto e controllo, in una congiuntura in cui non esiste ancora trasmissione interna del virus. Sono stati chiave la coesione sociale e la solidarietà.

Contiamo su un’infrastruttura di attenzione primaria che garantisce il controllo epidemiologico.  Abbiamo uno sviluppo scientifico specializzato nelle malattie trasmissibili e contiamo su un’industria farmaceutica di alto livello tecnologico.

È stato disposto e si esegue nel paese un piano nazionale di controllo e confronto che da priorità alla salute del popolo e quella dei visitatori e stranieri residenti.

Nonostante la difficile situazione, Cuba può, modestamente, prestare una certa cooperazione. Stiamo affrontando con molto sforzo i solleciti di assistenza medica di vari dei paesi dalla regione, includendo cinque membri dell’Associazione che ci hanno sollecitato personale della salute.

A partire dall’esperienza provata in Cina, con l’applicazione di una medicina creata a Cuba, abbiamo ricevuto anche il sollecito di questa medicina che tentiamo di soddisfare d’accordo con le nostre possibilità. Si è avanzato con l’Organizzazione dei Caraibi Orientali in un accordo per garantire un minimo di fiale di Interferone Alfa B.

La nostra Organizzazione può aiutarci a socializzare le esperienze, a progettare un meccanismo istituzionale per avvicinare i nostri rispettivi esperti della medicina e della scienza, per imparare dalle messe a fuoco sociali e locali che hanno avuto alcuni successi; per identificare le modalità di cooperazione innovative.

Non si può sottovalutare il valore dello sforzo congiunto.

Per ciò, proponiamo che la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in coordinazione con la Segretaria Generale, organizzi nei prossimi giorni un simposio tecnico virtuale tra i nostri specialisti della salute, che faciliti stabilire vie di comunicazione per condividere esperienze e scambiare informazioni di interesse, che contribuiscano ad affrontare questa pandemia.

Cuba propone che a questo seminario si invitino altri paesi dell’emisfero, compresi Stati Uniti e Canada, che desiderino partecipare per ampliare la coordinazione e lo scambio.

Allo stesso modo ed in forma interattiva, potremmo creare, tra tutti, una guida od un questionario che aiuti ad identificare dati, statistiche, concetti e pratiche fondamentali, e che si nutra di quello che si è potuto imparare dalle esperienze di altri paesi e regioni.

Posso offrire la partecipazione dei nostri esperti nella progettazione di tale strumento.  È un’altra iniziativa che proponiamo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ci motivano i valori solidali che caratterizzano Cuba, compresa la premessa di condividere quello che abbiamo, benché sia scarso. Più di 400 mila professionisti cubani hanno compiuto missioni in 164 paesi dell’Africa, dell’America Latina e dei Caraibi, del Medio Oriente e dell’Asia. La collaborazione medica cubana possiede più di mezzo secolo di esperienza.

Nel momento opportuno, dovremo meditare con cura come assumere le difficoltà economiche, commerciali e, conseguentemente sociali, per tutti i nostri paesi. Affronteremo uno scenario col turismo colpito, il trasporto ridotto, le linee commerciali depresse; con incertezza per le forniture e distorsione dei flussi mercantili.

Non possiamo pensare che il mercato darà una risposta a queste sfide. Si richiederà l’impegno dedicato dei nostri governi. Se uniamo gli sforzi, avremo migliori possibilità di risollevarci in tempo minore.

La realtà che affrontiamo richiede anteporre la volontà di agire e la solidarietà, all’inazione ed all’egoismo. L’umanità esige una soluzione effettiva. Insieme possiamo riuscirci.

Molte grazie”

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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“Non siamo supereroi, siamo medici rivoluzionari”: i cubani lottano contro COVID-19 in Italia

Cubadebate (italiano) - Mer, 25/03/2020 - 02:43
Arrivo della Brigata Medica Cubana in Italia

Arrivo della Brigata Medica Cubana in Italia

Cuba ha mandato una brigata di medici ed infermieri in Italia questo fine settimana, per la prima volta, per aiutare nella lotta contro il nuovo coronavirus, su richiesta della regione più colpita nel paese europeo, Lombardia.  

L’isola caraibica ha inviato il suo “esercito di camici bianchi” nel mondo in luoghi di disastro, principalmente in paesi poveri, da quando ha trionfato la Rivoluzione nel 1959. I suoi medici sono stati in prima linea nel combattimento contro il colera in Haiti e contro l’ebola in Africa, nell’ultima decade.

Ma con questa brigata di 52 medici ed infermieri, è la prima volta che Cuba manda un contingente di emergenza in Italia, uno dei paesi più ricchi del mondo, dimostrando la portata della sua diplomazia medica.

Si tratta della sesta brigata medica che Cuba ha inviato in giorni recenti per combattere all’estero l’espansione della nuova malattia. Il paese ha mandato contingenti in Venezuela, Nicaragua, Giamaica, Suriname e Granada.

“Siamo preoccupati ma abbiamo un dovere rivoluzionario da compiere, cosicché prendiamo la paura e la mettiamo ad un lato”, ha detto a Reuters sabato Leonardo Fernandez, di 68 anni, specialista in cure intensive, poco prima che la brigata partisse.

“Chi dice che non è spaventato è un supereroe, ma noi non siamo supereroi, siamo medici rivoluzionari.”

Fernandez ha detto che questa sarà la sua ottava missione internazionale, compresa una in Liberia durante la lotta contro l’ebola.

L’Italia è la nazione che è stata più colpita dal nuovo coronavirus, originato in Cina, ed esattamente nella regione settentrionale della Lombardia, che ha raggiunto il numero più alto del contagio.

Lì la cifra dei morti è arrivata sabato a 546, per un totale di 3095, secondo il suo assessore alla sanità, Giulio Gallera, che ha sollecitato l’appoggio dei medici cubani.

“Compiamo un compito onorevole, basato sul principio della solidarietà”, ha dichiarato Graciliano Diaz, di 64 anni.

Cuba ha uno dei più alti tassi di medici per abitanti nel mondo, incluso quando si esclude quelli che sono all’estero in missioni, e le sue brigate mediche grazie al sollievo che portano in situazioni di disastro continuano a generare buona volontà verso l’Isola a livello mondiale.

“In un momento di crisi, il governo ed il popolo di Cuba sono stati all’altezza delle circostanze, hanno ascoltato il nostro appello ed hanno risposto”, ha detto sabato il ministro di Salute giamaicano, Christopher Tufton, ricevendo a 140 collaboratori medici cubani nell’Aeroporto Internazionale di Kingston.

Anche il Regno Unito ha ringraziato Cuba la settimana scorsa per avere permesso l’attracco sull’Isola di una nave britannica da crociera che era stata respinta da vari porti caraibici, per facilitare così l’evacuazione al paese europeo di più di 600 passeggeri che erano a bordo.

Frattanto, il paese caraibico, conosciuto per la sua preparazione nei casi di disastro, sta rinforzando le misure domestiche per trattenere il contagio dal virus.

Il presidente Miguel Diaz-Canel ha annunciato venerdì che il paese chiuderà le sue frontiere agli stranieri non residenti dal martedì.

Migliaia di medici e studenti di Medicina stanno andando di porta in porta, monitorando nelle comunità locali.

 
da Reuters e The New York Times, in inglese

in spagnolo da Cubadebate

in italiano traduzione di Ida Garberi

foto: Consolato cubano a Milano

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USA: stretta sulla democrazia

Altrenotizie.org - Mar, 24/03/2020 - 20:47

La prima reazione del governo americano di fronte all’esplosione della crisi del Coronavirus è stata quella di negare la gravità della situazione e di attribuirne la responsabilità interamente alla Cina. In seguito, davanti all’evidenza della diffusione inarrestabile del contagio, l’amministrazione Trump è corsa parzialmente ai ripari con una serie di provvedimenti in larga misura inefficaci per i cittadini ma virtualmente senza limiti per Wall Street. Il corollario di questo piano d’azione è ora l’assalto ai diritti democratici consolidati, attualmente in fase di studio sotto forma di proposta di legge presentata nei giorni scorsi dalla Casa Bianca al Congresso di Washington.

La testata on-line Politico.com ha citato documenti predisposti dall’amministrazione Trump nei quali è contenuto un piano di intervento in ambito legale e giudiziario che, con la scusa di adattare il sistema all’emergenza in atto, minaccia di cambiare profondamente il panorama democratico americano. Le implicazioni sarebbero devastanti soprattutto per le norme costituzionali del giusto processo, visto che quanto è previsto è tra l’altro la sospensione indefinita del cosiddetto “habeas corpus”, principio cruciale del diritto anglo-sassone che stabilisce il diritto di chiunque venga arrestato ad apparire davanti a un giudice per vedere convalidato o eventualmente annullato il provvedimento di privazione della libertà.

Nel concreto, la misura che il segretario alla Giustizia, William Barr, avrebbe chiesto al Congresso consiste nel garantire ai giudici federali la facoltà di congelare tutti i procedimenti giudiziari “pre e post-arresto, processuali, pre e post-processuali”, sia in ambito penale sia civile. In sostanza, tutte le protezioni garantite dalla Costituzione USA potrebbero essere sospese in caso di “disastri” su scala nazionale, ma anche di “disobbedienza civile” o di “altre situazioni di emergenza”. Il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale a causa del Coronavirus il 13 marzo scorso.

Il presidente dell’Associazione degli avvocati penalisti americani, Norman Reimer, ha evidenziato i pericoli derivanti soprattutto dal riferimento alla fase “pre-arresto”. Infatti, se l’amministrazione Trump dovesse ottenere quanto richiesto, ci sarebbe la possibilità di “essere arrestati e mai portati davanti a un giudice fino a che le autorità non decidano che l’emergenza sia conclusa”.

Oltre alla detenzione preventiva indefinita, tra le altre richieste della Casa Bianca c’è lo stop alla scadenza dei termini di prescrizione nei procedimenti penali e civili per tutta la durata dell’emergenza e per i dodici mesi successivi alla fine di essa. Controversa è anche l’ipotesi di convocare udienze processuali in videoconferenza senza il consenso o la presenza dell’imputato.

Le associazioni americane a difesa dei diritti civili hanno messo in guardia dalla minaccia rappresentata dalle proposte di legge avanzate dall’amministrazione Trump. Queste ultime si aggiungono d’altra parte alla stretta già decisa o prospettata sugli ingressi dei migranti negli Stati Uniti. L’emergenza Coronavirus potrebbe insomma essere sfruttata per limitare in maniera ancora più drastica il diritto di asilo negli USA.

Il tentativo di demolire l’impalcatura democratica americana in periodi di crisi non è certo nuovo, dal momento che ha caratterizzato praticamente tutte le amministrazioni susseguitesi dopo i fatti dell’11 settembre 2001. Quanto sta cercando di fare Trump in questo frangente potrebbe essere però ancora più pericoloso, proprio perché andrebbe ad aggiungersi a una situazione già segnata dalla costante erosione dei diritti democratici negli ultimi due decenni.

L’articolo di Politico.com è stato raccolto da pochi altri giornali negli Stati Uniti e lo stesso popolare sito di informazione ha minimizzato i rischi del disegno di legge, poiché esso avrebbe poche o nessuna possibilità di essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica. La natura del Partito Democratico, da tempo il partito di riferimento dell’apparato della “sicurezza nazionale” USA, rende tuttavia illusorie simili speranze e del tutto reale il rischio sollevato dalla recente rivelazione.

Le manovre del governo per continuare a mantenere il controllo anche con metodi autoritari e anti-democratici, per non dire dittatoriali, di fronte al possibile aggravarsi della crisi sanitaria sono in ogni caso di ampio raggio e, prevedibilmente, includono un ruolo determinante per i militari. Newsweek ha a questo proposito pubblicato due articoli nell’ultima settimana che spiegano come i piani di emergenza siano pronti da tempo e, anzi, gli ordini già consegnati agli alti ufficiali americani.

Un piano segreto è stato ad esempio preparato per far fronte a uno scenario nel quale il presidente e coloro che costituzionalmente dovrebbero farne le veci venissero contagiati dal COVID-19 e impossibilitati a svolgere le loro funzioni. In questo caso, l’autorità passerebbe direttamente ai vertici delle Forze Armate, i quali sarebbero chiamati a mettere subito in atto “una qualche forma di legge marziale” nel paese.

Ancora una volta, le normali regole costituzionali verrebbero soppresse e i militari avrebbero il compito di imporre la “continuità governativa”, soffocando ogni segnale di rivolta e “disobbedienza civile”. In violazione della legge, il Pentagono potrebbe utilizzare i soldati sul suolo americano con compiti di polizia e mantenimento dell’ordine, anche se inizialmente l’incarico formale sarebbe quello di far rispettare quarantena e isolamento sociale per combattere la diffusione del virus.

Le voci di un’imminente entrata in vigore della legge marziale negli Stati Uniti continuano a inseguirsi. Migliaia di uomini della Guardia Nazionale risultano d’altra parte già mobilitati in svariati stati americani per collaborare alla lotta contro il Coronavirus. Alcuni politici hanno dovuto smentire pubblicamente l’ipotesi di legge marziale. Il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, ha affermato che questa misura non è ancora necessaria, ma ha di fatto lasciato intendere che potrebbe essere valutata concretamente nel prossimo futuro. Ancora più rivelatorio è stato un tweet di settimana scorsa del senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio. Il tono perentorio e seccato con cui ha cercato di mettere a tacere quelle che ha definite come “stupide voci” sulla legge marziale è sembrato essere proprio la conferma di come questa ipotesi sia discussa e valutata seriamente ai massimi livelli del governo di Washington.

In cima alle preoccupazioni degli ambienti di potere negli USA come altrove continua dunque a esserci quella della conservazione dell’ordine capitalistico, soprattutto di fronte alla prospettiva di una crisi economica pesantissima che si potrebbe innestare su un panorama già segnato da tensioni sociali esplosive.

Il trasformarsi di una crisi sanitaria in crisi sociale e, possibilmente, in rivolta è stato previsto da tempo ai vertici militari e del governo. Nel 2006 uno studio del dipartimento per la Sicurezza Interna dell’allora amministrazione Bush elencava infatti una serie di misure estreme da implementare, soprattutto grazie all’intervento delle Forze Armate, in caso di proteste popolari scatenate in tutto il paese a causa del diffondersi incontrollato di una qualche “pandemia”.

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Un uomo degno del rispetto dell’Umanità

Cubadebate (italiano) - Mar, 24/03/2020 - 01:42
 Ismael Francisco / Cubadebate

L’infermiere di Cienfuegos Ruben Carballo Herrera è un vero eroe, degno del rispetto dell’umanità. Foto e testo: Ismael Francisco / Cubadebate

È difficile guardare negli occhi di un uomo quando tu sai che va in cammino a sfidare la morte.  

Sono arrivato, ho visto muoversi un gruppo di camici bianchi, bandiere in mano ed ho preparato subito la mia macchina fotografica. Già con loro davanti, mi entra nell’obbiettivo un viso conosciuto, ho abbassato la macchina fotografica, quasi con lo spavento di Korda, quando ha fatto la foto al Che. Sì, sì conoscevo quell’uomo, ma da dove…

Dalla sua partenza anteriore, verso l’Africa per affrontare l’Ebola.

“Che cosa fai tu qui?”, mi ha chiesto. “Padrino, è quello che dico io, che cosa fai tu qui? Di nuovo sfidi la morte?”, gli ho risposto. Ed ha sorriso con quella serenità dei più coraggiosi e mi ha detto: “Andiamo in Italia e non ti preoccupare che ritorneremo e continueremo a lottare per la vita”.

All’improvviso ascoltiamo le note dell’Inno di Bayamo. Mentre cantiamo pensai: Che onore cantare queste strofe con vero “mambises”. Che cosa penserebbero Perucho e Cespedes se li vedessero. Coño che privilegio che ho avuto!

Termina l’incontro. Già camminando verso il destino della gloria, mi ha guardato nuovamente e mi ha detto: “Fotografo, come mi hai detto quella volta, Con due coglio…., Viva Cuba!”

Magari per milioni non dice nulla questo nome, ma l’infermiere di Cienfuegos, Ruben Carballo Herrera è un vero eroe, degno del rispetto dell’umanità.
Foto e testo: Ismael Francisco / Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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