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Brasile e la molto prevedibile imprevedibilità

Cubadebate (italiano) - Gio, 02/08/2018 - 04:00

LulaSabato 5 agosto, scade il termine affinché i partiti politici brasiliani realizzino le loro convenzioni, sigillino le loro alleanze ed indichino i loro candidati alle elezioni presidenziali di ottobre. E la verità è che nessuno ha un’idea di cosa accadrà.

Buon esempio di questo è la dichiarazione di Carlos Augusto Montenegro, che da quasi mezzo secolo -dal 1971- presiede uno dei più influenti organismi di sondaggio elettorali, l’IBOPE, Istituto Brasiliano di Opinione Pubblica e Statistica.

Con tale esperienza nel prevedere i risultati, Montenegro ammette che quella del 2018 sarà l’elezione “più difficile della storia del Brasile” come ha ammesso l’editorialista Bernardo Melo Franco, del giornale molto conservatore O Globo, di Rio de Janeiro.

Ad esempio di praticamente tutti gli analisti politici brasiliani, egli afferma che mai prima aveva visto “l’elettore così freddo e demotivato”, a poco meno di due mesi affinché si definisca il nome del futuro presidente.
Esiste un quadro ragionevolmente definito per quanto riguarda le alleanze e candidature. Ma persiste la grande incognita dalla quale dipenderà il quadro reale che uscirà dalle urne: il destino di Lula da Silva.

Un sondaggio pubblicato di recente indica: dopo la confusione registrata l’8 luglio, quando la determinazione di un giudice di seconda istanza di liberare Lula è stata contestata da un altro, d’istanza inferiore, che ha contato sulla complicità della polizia federale per commettere un atto chiaramente e totalmente illegale, mantenendo Lula da Silva in prigione -dove si ritrova grazie ad un processo piagato dall’arbitrarietà e offese ai principi basilari della Giustizia- la cui popolarità crebbe.

Coloro che dichiarano la loro intenzione di votare per l’ex presidente ha raggiunto il livello più alto: 41%. La somma di tutti gli altri, sia quelli già indicati che quelli che sicuramente lo saranno, è del 29%.

È una situazione limite, che indica a quale punto di confusione si è arrivato in un paese assolutamente scosso.
Allo stesso tempo, si è sigillata l’alleanza dei cosiddetti partiti “di centro”, che in realtà rispondono alla destra, e raccolgono il più grande contingente di politici denunciati o sotto indagini, intorno all’ex governatore di San Paolo, il destrorso Geraldo Alckmin, il cui carisma è paragonabile a quello di una foglia – invecchiata- di lattuga.

Con ciò, Alckmin, la cui intenzione dichiarata di voto nei sondaggi è intorno al 6%, è passato a detenere il più ampio spazio nella propaganda elettorale che sarà trasmessa dalla radio e televisione a partire da settembre. Si tratta di un capitale invidiabile. Resta da vedere che cosa otterrà l’insulso e provinciale candidato per sedurre un elettorato confuso, irritato e disinteressato (eccetto, ovviamente, gli elettori dichiarati di Lula).

Gli altri candidati, ad eccezione di un troglodita omofobo, razzista, difensore della passata dittatura militare, dell’attuale golpe, degli omicidi e torture, chiamato Jair Bolsonaro hanno davanti un difficile orizzonte.
La rara miscela di evangelica ed ambientalista, Marina Silva, che ha sostenuto il colpo di stato che ha destituito la presidentessa Dilma Rousseff ed approvato l’illegale detenzione di Lula da Silva, avrà solo otto secondi scarsi di propaganda televisiva. Tempo sufficiente per dire il suo nome e poco altro.

Un candidato di centrosinistra, chiamato Ciro Gomes, pattina allo stesso modo: a meno che non ottenga, all’ultimo momento, una sempre più improbabile alleanza formale, avrà pochissimo tempo di propaganda elettorale.
Bolsonaro, nel frattempo, rimane stazionario come favorito nel caso in cui Lula non riesca a ufficializzare la sua candidatura, ma ad una astronomica distanza nei sondaggi. Qualsiasi analista minimamente lucido scommette che, in uno scenario senza il favorito, Bolsonaro si dissolverà grazie alla sua inconsistenza, alla sua assoluta mancanza di controllo su ciò che dice, al suo radicalismo da cavernicolo, e cederà parte sostanziale del suo elettorato a Alckmin.

Gli altri non hanno il modo di decollare, sia quelli di sinistra che quelli di destra. E sopravvivono le figure folcloriche, che ogni quattro anni si presentano con l’unico scopo di poi vendere -letteralmente- il loro insignificante sostegno al miglior offerente.

Prevale, nel frattempo, la grande e definitoria domanda: cosa farà Lula da Silva?
Al momento, il leader politico brasiliano più popolare ed importante ribadisce che manterrà la sua candidatura fino alle ultime conseguenze. Si rifiuta di ammettere un’alternativa. Sirerà la corda oltre ogni limite. E poi indicherà -o no- chi dovrà eleggere il suo solido elettorato.

Con questo sorge un’altra incognita: quanti resteranno fedeli a Lula?
Con la somma di azioni, tutte assurdamente illegali, destinate ad impedire che Lula si presenti alle urne, ciò che si è ottenuto è stata la situazione più prevedibile del mondo: l’assoluta e molto pericolosa imprevedibilità.

Eric Nepomuceno, da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Categorie: News

Socialismo non è più una parolaccia negli Stati Uniti e per alcuni è terrificante

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/08/2018 - 04:11

socialismoEcco un gioco divertente da fare con uno statunitense di destra: pronuncia la parola “socialismo” e conta il numero di secondi necessari per fargli gridare “VENEZUELA” in risposta. Non è chiaro quanti statunitensi conservatori riuscirebbero identificare il Venezuela su una mappa ma, ragazzo, sembrano tutti ansiosi di informarti che il paese assediato è un brillante esempio del perché il socialismo non funzionerà mai, certamente non negli Stati Uniti.

Per un recente esempio di come i repubblicani pensino immediatamente a Caracas alla semplice menzione della parola S, per favore vedi Meghan McCain, la figlia del candidato presidenziale nel 2008 John McCain. La scorsa settimana, Meghan McCain ha avuto un tracollo nel talk show televisivo di The View, quando è apparsa Alexandria Ocasio-Cortez, la socialista democratica di 28 anni che recentemente ha disarcionato un deputato di New York che manteneva il seggio da dieci anni.

Joy Behar, co-conduttrice di The View, ha affermato che la piattaforma di Ocasio-Cortez, che include proposte stravaganti come il congedo per malattia e l’assistenza sanitaria per tutti, sembrava un’idea abbastanza buona. A quel punto McCain, altra co-conduttrice (una posizione che ha chiaramente ottenuto per le sue abilità oratorie e non per il suo famoso cognome) ha gridato a tutti che questo tipo di atteggiamento le fa “scoppiare la testa”. Ci sono voluti per la McCain, i cui genitori possiedono più di 200 milioni di dollari, una fortuna in gran parte ereditata, 20 secondi per portare il Venezuela come esempio del perché il socialismo è cattivo e il capitalismo è buono. Per sostenere la sua argomentazione, ha citato Margaret Thatcher, dicendo: “Ad un certo punto, finisci per spendere i soldi di altre persone”. McCain, che ha beneficiato della ricchezza non acquisita per tutta la vita, ha concluso la sua protesta affermando: “Resto basita dal fatto che [il socialismo] viene normalizzato! Molti di noi non vogliono che il socialismo sia normalizzato in questo paese”.

McCain ha ragione. Molte persone, così ricche da dimenticare quante case posseggono (come una volta John McCain), non accettano l’idea che la ricchezza debba essere distribuita ai molti, non ai pochi, per normalizzarsi negli iper-individualistici, Stati Uniti sempre più ineguali.
Sfortunatamente per loro, tuttavia, c’è stato un cambiamento epocale negli atteggiamenti verso il socialismo in America; un paese che, per lungo tempo, si è distinto dalle altre democrazie industrializzate per non aver sviluppato un movimento socialista di rilievo. Il socialismo non è più una parolaccia negli Stati Uniti, certamente non tra i millennial, comunque, che affrontano un futuro economico molto più cupo rispetto alle generazioni precedenti. Non sorprende che un certo numero di sondaggi recenti mostrano come i millennial siano sempre più attratti dal socialismo e diffidenti nei confronti del capitalismo.

La diffusione di quello che è stato definito da alcuni come “millennial socialism” negli Stati Uniti è iniziata probabilmente con il movimento Occupy Wall Street nel 2011. La campagna presidenziale di Bernie Sanders ha dato ulteriore slancio, e la recente vittoria di Ocasio-Cortez ha aggiunto più carburante al fuoco. Potete vedere questa traiettoria riflessa nell’appartenenza ai Democratic Socialist of America (DSA). Fondati nel 1982, hanno potuto contare su circa 6.000 membri per la maggior parte della loro storia. Poco dopo le elezioni del 2016, l’organizzazione ha visto un boom di adesioni, raggiungendo 11.000 membri iscritti nel dicembre 2016. Da quando Trump ha preso il potere, l’interesse per la DSA è cresciuto esponenzialmente. Un portavoce ha dichiarato che hanno toccato quota 47.000 membri la scorsa settimana, e che questa è “la crescita più rapida della nostra storia dopo la vittoria di Ocasio-Cortez”.

Forse la cosa più significativa dell’ascesa del millennial socialism negli Stati Uniti è che sta costringendo i conservatori ad esprimere con chiarezza ciò che vi sarebbe di così tremendo in un sistema più equo – spesso con risultati che vanno oltre la parodia. Uno scrittore per il sito ultra-conservatore Daily Caller, ad esempio, ha recentemente partecipato a una manifestazione di Ocasio-Cortez e ha riferito, serio: “Ho visto qualcosa di davvero terrificante. Ho visto quanto sarebbe stato facile… come genitore, accettare l’idea che i miei figli meritassero assistenza sanitaria e istruzione”. Bambini che meritano assistenza sanitaria, immaginatelo! È un pendio scivoloso, lo è davvero. Si inizia con l’assistenza sanitaria accessibile e molto presto si finisce proprio come il Venezuela.

di Arwa Mahdawi – The Guardian

(Traduzione dall’inglese per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Categorie: News

Il Moncada e la sua eredità

Cubadebate (italiano) - Mar, 31/07/2018 - 00:44

fidel-moncadaIl 26 luglio si sono compiuti 65 anni dal giorno in cui un gruppo di giovani cubani, guidati da Fidel Castro ed assecondato da Abel Santamaria, Raul Castro, Ramiro Valdés e Juan Almeyda, tra altri, realizzò l’assalto alla Caserma Moncada e Carlos Manuel de Céspedes. Fu un’azione eroica respinta con sanguinaria brutalità dalle forze militari del dittatore Fulgencio Batista di stanza nel Moncada.

Le selvagge torture e l’omicidio a sangue freddo dei prigionieri e feriti hanno scritto una delle pagine più infami della storia cubana, denunciata con ineguale eloquenza nel famoso allegato di Fidel conosciuto come “La storia mi assolverà”. La detenzione, tortura ed esecuzione di Abel Santamaría e di altri compagni furono di una crudeltà e malignità raccapriccianti. Melba Hernández e Haydée Santamaría diedero un esempio di eroismo militante che le inscrive nelle più brillanti pagine della Nostra America. La storia non solo ha assolto Fidel, ma tutti i moncadisti, che con la loro coraggiosa azione hanno aperto una nuova fase nell’incessante battaglia per ottenere la Seconda e Definitiva Indipendenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi.

Il trionfo della Rivoluzione Cubana, il 1º gennaio 1959, è stato il culmine dell’ assalto al Moncada -il cui autore intellettuale, secondo Fidel, altri non fu che José Martí- e il colpo che, in seguito, sarebbe maturato nel Venezuela bolivariano per estendersi, all’inizio del nostro secolo, attraverso l’estesa geografia nostramericana. Chavez, Lula, Dilma, Kirchner, Cristina, Evo, Correa, Maduro, Tabaré, Lugo, Mujica, Zelaya, Ortega Sanchez Ceren, e prima di Allende, Juan J. Torres e Juan Velasco Alvarado non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto, senza che i giovani moncadisti avessero previamente fatto saltare il catenaccio della vecchia storia che ci condannava alla sottomissione ai dettami dell’imperialismo. Per questo la gratitudine dei nostri popoli verso quei giovani è eterna e incommensurabile.

Servano queste brevi parole come tributo a questa straordinaria azione, che ci permettiamo chiudere, citando l’esortazione finale fatta da Fidel nella notte prima dell’inizio dell’attacco.

Il Comandante diceva quanto segue:
“Compagni: entro poche ore potrete vincere od essere sconfitti; ma, in ogni caso, ascoltate bene, compagni!, in tutti i modi il movimento trionferà. Se vinceremo domani, si farà più presto quello a cui aspirava Martí. Se fosse diversamente, il gesto servirà come esempio al popolo di Cuba, per prendere la bandiera ed andare avanti. Il popolo ci sosterrà in Oriente ed in tutta l’isola. Giovani del Centenario dell’Apostolo! Come nel ’68 e nel ’95, qui in Oriente diamo il primo grido di ‘Libertà o morte’! Già conoscete gli obiettivi del piano. Senza alcun dubbio è pericoloso e ognuno di quelli che esce con me, da qui, stanotte, deve farlo per sua assoluta volontà. Ancora siete in tempo per decidere. Ad ogni modo, alcuni dovranno rimanere per mancanza di armi. Coloro che sono determinati ad andare, facciano un passo avanti. La consegna è non uccidere se non per ultima necessità”.

di Atilio Boron da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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