Seguici su twitter facebook youtube RSS

New START, il bluff di Washington

Altrenotizie.org - Mer, 21/10/2020 - 19:54

Stati Uniti e Russia sono sembrati avvicinarsi improvvisamente a un accordo sul prolungamento del trattato di non-proliferazione nucleare “New START” nelle scorse ore, dopo che le due diplomazie si sono scambiate segnali di apertura per risolvere temporaneamente la questione prima delle presidenziali americane. Dietro le apparenze restano tuttavia dubbi e ostacoli non indifferenti, legati soprattutto alla buona fede di Washington e alle manovre elettorali del presidente Trump.

Il trattato in questione limita il numero delle “Armi Strategiche” nucleari delle due potenze e, senza un’intesa, scadrà il 5 febbraio del prossimo anno. Firmato ai tempi dell’amministrazione Obama nel 2010 ed entrato in vigore l’anno successivo, il “New START” riguarda appunto gli armamenti “strategici” e le testate nucleari intercontinentali pronte a essere impiegate, mentre non include quelle a breve raggio oppure non operative.

Categorie: News

Il difficile cammino per recuperare Bolivia

Cubadebate (italiano) - Mar, 20/10/2020 - 22:31

luis-arce-y-evo-morales-580x325Il Movimento al Socialismo ed il suo candidato, Luis Arce, hanno ottenuto il risultato di cui avevano bisogno per sfuggire alla tempesta che minacciava il loro trionfo. I sondaggi hanno sempre riflesso il loro netto vantaggio sul resto degli avversari, ma la possibilità di un secondo turno o di una vittoria finale di pochi punti sarebbero stati sufficienti per l’estrema destra per attuare i suoi piani, che includevano, dalla frode elettorale allo scoppio della violenza. Circa 21 punti percentuali di vittoria hanno ostacolato l’ordine del giorno. Al di là della gioia della sinistra boliviana, rimarrà nella storia anche il twitter di Jeanine Añez, che accetta la pillola amara o le lacrime di Camacho; entrambe, i volti del golpe di stato.

Ora solo ci resta addentrarsi nel terreno incerto degli scenari. Il MAS e Luis Arce sono riusciti a mettersi sul cammino del governo e davanti c’è una strada piena di ostacoli e pericoli. Potremmo iniziare con l’economia, uno dei punti di forza del prossimo presidente, considerato l’artefice del sostenuto boom economico della Bolivia durante il governo di Evo Morales. Tre dati sono sufficienti per dimostrare il cambio di volto che aveva dato la nazione sudamericana: il PIL annuale è passato da 9.500 milioni di dollari a 40.800 milioni, la povertà è stata ridotta dal 60 al 37% e la crescita media è rimasta al di sopra del 4%.

Indubbiamente, sono buone lettere di presentazione per Luis Arce, ma oggi il terreno è forse più paludoso rispetto al 2005. Il paese ha sofferto quasi un anno per la gestione disastrosa di un governo golpista che ha parzialmente smantellato il modello di successo stabilito durante l’amministrazione di Evo Morales. Secondo le stime, il PIL boliviano potrebbe scendere tra i 6 e gli 8 punti quest’anno, c’è un forte deficit fiscale e la pandemia ha avuto un impatto negativo su questioni come l’occupazione od il prezzo di alcuni prodotti nel mercato internazionale.

Il nuovo presidente ha un piano tecnicamente corretto, include l’iniezione di 8 miliardi di dollari nell’economia, negoziare il non pagamento temporaneo del debito, le tasse sulle grandi fortune e la sostituzione delle importazioni, avere comunque la capacità di attuare queste idee, od in altre parole, raccogliere i fondi necessari, richiederà decisioni molto coraggiose e rischiose per il nuovo esecutivo.

Dobbiamo tenere in conto del fatto che, sebbene il golpe di stato si sia materializzato nel 2019, il progetto golpe nella sua interezza non è stato eseguito. Quindi … i suoi protagonisti resteranno a braccia conserte? Questa è la domanda più importante da un punto di vista politico. Un’estrema destra senza scelte elettorali, con grandi interessi economici, sostegno straniero ed un’innata vocazione alla violenza, può riservare qualche spiacevole sorpresa in futuro. Le persone coinvolte nel golpe si lasceranno portare davanti alla giustizia? Jeanine Añez e il suo entourage si lasceranno perseguire per i numerosi casi di corruzione e irregolarità? In questo senso, un altro elemento è la crisi istituzionale che sta affrontando il Paese, con una Corte Suprema piena di farsanti e forze militari golpiste, con le mani macchiate di sangue, che rimangono al loro posto.

Durante le manovre, il MAS, Luis Arce e il suo team di governo dovranno tenere in conto di tutti questi elementi. Le formule per affrontarli sono tanto note quanto difficili, da un lato raggiungere una leadership unica e ben definita, e dall’altro l’unità e il consenso tra le basi sociali, la sinistra ed i settori progressisti, una questione storicamente complessa in Bolivia.

Ma le sfide, per quanto difficili, non devono essere scoraggianti. In tutto questo panorama ci sono motivi sufficienti per essere ottimisti o per riporre una notevole dose di fiducia. Il MAS ha un ampio sostegno in una popolazione che ha già appreso il costo di perdere ciò che ha guadagnato. È una formazione politica che ha dimostrato di avere l’esperienza e l’astuzia necessarie per manovrare con successo, basti ricordare che ha superato un golpe di stato, ha evitato di essere messa fuorilegge ed è riuscita a mantenere i suoi candidati; ha inoltre una lunga esperienza nella gestione di crisi economiche e politiche. Insomma, è l’unica vera opzione oggi per restituire democrazia e dignità istituzionale alla Bolivia.

di Oliver Zamora

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Reuters

Categorie: News

USA, la favola degli hacker russi

Altrenotizie.org - Mar, 20/10/2020 - 20:36

Le cronache russofobe alimentate dagli Stati Uniti e da quasi tutto l’Occidente si arricchiscono ormai praticamente ogni giorno di nuovi fronti d’attacco per screditare agli occhi del mondo un paese indicato come responsabile dei crimini più orrendi e delle provocazioni più ciniche, anche quando queste ultime sembrano non avere alcuna motivazione apparente. L’ultimo episodio di questa saga è andato in scena a inizio settimana, quando Washington, in collaborazione con Londra, ha fatto sapere di avere scovato e incriminato sei membri dell’intelligence militare russa, accusati di alcuni degli attacchi informatici presumibilmente più distruttivi degli ultimi anni.

Categorie: News

“Restituiremo dignità e libertà al popolo boliviano”, dice Evo Morales dopo la vittoria di Luis Arce alle elezioni

Cubadebate (italiano) - Lun, 19/10/2020 - 21:12

evo-morales-580x330L’ex presidente Evo Morales ha sottolineato questo lunedì che, con il trionfo di Luis Arce alle elezioni presidenziali in Bolivia, tenutesi questa domenica, restituiranno “dignità e libertà al popolo boliviano”.

“Siamo tornati a milioni”, ha sottolineato il presidente durante una conferenza stampa da Buenos Aires, dove si trova dal dicembre dello scorso anno, dopo il golpe di stato contro di lui.

Secondo un exit poll condotto dalla società Ciesmori e reso noto dal segnale televisivo Unitel, Arce, che è in formula con David Choquehuanca, avrebbe vinto le elezioni con il 52,4% dei voti, anche se i risultati ufficiali delle elezioni non sono stati ancora resi noti.

Dopo la diffusione di questo sondaggio, Arce e Choquehuanca hanno ricevuto le congratulazioni dalla presidentessa de facto della Bolivia, Jeanine Añez, e dal segretario generale dell’OSA, Luis Almagro.

Nella sua dichiarazione, Morales ha invitato “tutte le parti, uomini d’affari, lavoratori, lavoratrici ad avere un grande incontro, un patto di riconciliazione” per Bolivia.

“Non siamo vendicativi, non siamo revanscisti, vi invitiamo a lavorare”, ha detto l’ex presidente, sottolineando che è sicuro che questa sarà la linea di lavoro di Arce, che era ministro dell’Economia durante il suo governo.

“Ritorno in Bolivia”

L’ex presidente ha anche espresso il suo “grande desiderio” di “tornare in Bolivia” dopo la sua improvvisa partenza l’anno scorso.
Dopo il golpe di stato contro di lui, Morales è riuscito a lasciare Bolivia con l’aiuto di un aereo inviato dal governo del Messico – il paese che gli ha offerto asilo – ed è arrivato in Messico il 12 novembre, nonostante diversi paesi del Sud America abbiano negato il permesso per l’aereo messicano di sorvolare il loro spazio aereo. Un mese dopo, si è recato in Argentina, dove è rimasto fino ad ora.

“Ritornerò in Bolivia, prima o poi”, ha detto ed ha ricordato che nel suo paese, durante il governo de facto insediato dopo la sua partenza, sono stati aperti diversi processi contro di lui. A questo proposito, ha indicato che tutto ciò è stata “una guerra sporca”.

Morales ha indicato che quando ritornerà, cercherà di stabilirsi nella regione del Tropico di Cochabamba, per dedicarsi, di nuovo, all’agricoltura.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Mariana Greif/ Reuters

Categorie: News

Nuova Zelanda, volano i laburisti

Altrenotizie.org - Lun, 19/10/2020 - 19:46

Il successo del Partito Laburista neozelandese della premier Jacinda Ardern nelle elezioni generali del fine settimana è andato al di là delle già incoraggianti aspettative alimentate dai sondaggi della vigilia. Il giovane primo ministro è diventata da qualche tempo una vera e propria stella della politica “progressista” globale e viene incessantemente promossa dalla stampa come un’alternativa al populismo ultra-reazionario di Donald Trump. La realtà della Nuova Zelanda non è però tutta rose e fiori e, oltretutto, l’ascesa irresistibile della Ardern sembra essere collegata quasi esclusivamente al successo ottenuto nella battaglia contro l’epidemia di Coronavirus.

Categorie: News

Bolivia, torna la democrazia

Altrenotizie.org - Lun, 19/10/2020 - 12:13

Luis Arce, ex ministro delle Finanze del governo di Evo Morales e candidato del MAS - Movimento al Socialismo - è il nuovo Presidente dello Stato plurinazionale di Bolivia. Con una vittoria contundente, che porta il suo schieramento alla maggioranza assoluta, Luis Arce riconsegna alla Bolivia ciò che venne scippato nell’Ottobre 2019 a Evo Morales, ovvero la democrazia. La distanza tra il MAS e la destra è tale che a leggerla si rischiano le vertigini. Escono con percentuali decisamente inferiori alle aspettative il candidato degli USA, delle banche e dei bianchi, l’ex presidente Carlos Mesa (31,5%) e quello dei proprietari terrieri, Luis Fernando Camacho (14,1%), che aveva guidato il golpe da SantaCruz.

Categorie: News

Costa Rica, l'incantesimo si è rotto

Altrenotizie.org - Dom, 18/10/2020 - 19:32

La Costa Rica non è abituata ai grandi titoli di giornale e preferisce essere dipinta nell’immaginario collettivo come terra di pace, nazione “verde”, con uno Stato forte che si fa carico del benessere di una popolazione segnalata come tra le più felici al mondo. Insomma, una piccola “svizzera centroamericana” che snobba e mantiene le distanze dalle nazioni problematiche della regione (Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala) e che difende col coltello tra i denti i propri confini per garantire la tranquillità e il benessere della sua popolazione.

Un’immagine da cartolina da offrire ai tour operator che trova però sempre meno riscontri in una realtà che ha cominciato a deteriorarsi a partire dal 2007, quando l’allora presidente e premio Nobel per la pace, Oscar Arias, assecondò e si colluse con il corporativismo multinazionale per fare approvare il Trattato di libero commercio Stati Uniti, America Centrale, Repubblica Domenicana (CAFTA-DR).

In quell’anno, brogli, voto di scambio, pressioni e minacce su settori strategici dell’economia costaricana impedirono alla piazza di avere la meglio nel referendum propositivo. Fu l’inizio della perdita di diritti, dell’incremento delle disuguaglianze. Fu l’inizio della perdita graduale della sovranità economica e giuridica a favore delle multinazionali e dell’installazione di un sistema di esonerazioni fiscali che, oggi, rappresenta circa il 5% del Pil del paese.

Prime avvisaglie

Già tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, la Costa Rica aveva visto le sue piazze riempirsi nuovamente, questa volta contro il tentativo del governo di approvare un pacchetto di riforme fiscali che avrebbe avuto pesanti ricadute sulla fasce medio-basse della popolazione, in particolare sui dipendenti pubblici. In quell’occasione il risultato non fu dei migliori e la riforma fiscale fu approvata in parlamento.

Due anni dopo, la società costaricana è nuovamente in fermento e le piazze piene, questa volta contro l’intenzione del presidente Carlos Alvarado di firmare un accordo con il Fondo monetario internazionale, Fmi, per un prestito di 1.750 milioni di dollari (1.500 milioni di euro). A mobilitarsi è un ampio ventaglio di settori della società costaricana, molti dei quali riuniti sotto la sigla del Movimento riscatto nazionale, Mrn, che rifiuta i termini del possibile accordo: aumento delle imposte su salari, immobili e transazioni bancarie, tagli alla spesa pubblica, fusione di enti pubblici, privatizzazione della Banca internazionale della Costa Rica (Bicsa) e della storica Fabbrica nazionale di liquori.

La protesta si è estesa a buona parte del territorio nazionale, con blocchi stradali e scontri con i corpi speciali della polizia che non hanno lesinato violenza. Nella zona di Cañas, a pochi chilometri dalla frontiera con il Nicaragua, la polizia ha attaccato senza un vero motivo manifestanti, famiglie e anche giornalisti.

Il fatto è che, dopo anni di lento ma inesorabile peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione, diventa sempre più difficile incanalare il malcontento accumulato. Se le cifre macroeconomiche della Costa Rica fanno invidia alla maggior parte delle nazioni latinoamericane e a più di una europea, i livelli di redistribuzione della ricchezza cominciano a mettere i brividi.

Diseguale e antisindacale

Secondo la Banca mondiale, nel 2019 circa un quarto della popolazione viveva in povertà e il 7 per cento in miseria. Costa Rica è passata in meno di trent’anni da essere uno dei paesi più egualitari dell’America Latina a essere, nel 2018, il quarto più diseguale dopo Brasile, Honduras e Colombia. 

La nazione centroamericana è anche tra le più antisindacali dell’intero continente latinoamericano. Secondo dati del Ministero del lavoro (2015) solo il 10 per cento dei lavoratori è iscritto a un sindacato, la maggior parte dei quali nel settore pubblico dove lavora solo l’8 per cento degli occupati. Nel settore privato, invece, la percentuale è inferiore al 3 per cento e il diritto alla libertà sindacale e alla contrattazione collettiva (Conv. 87 e 98 dell’Organizzazione internazionale del lavoro) è praticamente inesistente.

Solo pochi mesi fa, in pieno lockdown per il coronavirus, le autorità costaricane hanno dovuto chiudere un centinaio di aziende agricole situate nel nord del paese, a pochi chilometri dal confine con il Nicaragua. Non solo operavano senza un permesso sanitario, ma impiegavano lavoratori immigrati irregolari e in condizioni di semi schiavitù. Si tratta in prevalenza di aziende he producono, confezionano, commercializzano ed esportano ananas, derivati della canna da zucchero, tuberi e agrumi.

Per il consulente sindacale Frank Ulloa, le autorità conoscevano perfettamente la situazione. “Ora si scandalizzano, ma per anni non hanno fatto nulla e non possono nemmeno dire che erano all’oscuro di ciò che stava avvenendo. Hanno semplicemente preferito guardare da un'altra parte e lasciare che le multinazionali e i loro intermediari nazionali facessero i loro porci comodi. Nel nord del paese si vive un apartheid di fatto. È una vergogna”.

Una situazione drammatica che coinvolge anche le popolazioni indigene della Costa Rica, estromesse dai propri territori da latifondisti violenti e senza scrupoli, che approfittano dell’assenza dello Stato per agire nella più totale impunità. L’omicidio lo scorso anno del dirigente indigeno Bribri, Sergio Rojas e quello di qualche mese fa del leader indigeno Brörán, Jhery Rivera, entrambi impegnati nel recupero dei territori ancestrali, sono l’esempio della grave situazione di esclusione e repressione a cui sono sottoposte migliaia di famiglie.

Il lockdown ha poi dato un colpo mortale a una situazione già di per sè difficile. Le proiezioni ufficiali indicano che il paese chiuderà il 2020 con un deficit finanziario del 9,3 per cento, con un debito pubblico che equivale al 70,2 per cento del Pil e con una contrazione del 5 per cento dell’economia. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, in meno di un anno la dissocupazione è passata dall’11,5 al 24,4 per cento.

No al FMI!

Per chi sostiene l’accordo triennale con il Fmi, questo sarebbe l’unico modo per risollevare il paese. Chi è sceso in piazza pensa invece che servirebbe solo a garantire gli interessi dell’impresa privata e delle multinazionali, rafforzando il modello neoliberista, basato su estrattivismo e agroindustria, acuendo le differenze sociali.

Per il sindacato dei maestri e le maestre, Ande, non è con nuove imposte che si migliora la situazione della Costa Rica, soprattutto quando il grande capitale nazionale e multinazionale continua a godere di enormi sgravi fiscali e si moltiplicano i casi di corruzione. Ciò che sta accadendo, non solo nella Costa Rica ma nella maggior parte dei paesi dell'America Latina e del mondo, farebbe quindi parte di “un piano macabro” ordito dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). “Chiediamo giustizia tributaria. Chiediamo che si garantiscano i diritti di lavoratori e lavoratrici, che si fermi la precarizzazione del lavoro. L’accordo con l’Fmi peserà solo sulla classe lavoratrice. Il governo non difende gli interessi della gente, ma quelli delle multinazionali. Che i ricchi paghino come ricchi e i poveri come poveri!”, ha detto Gilberto Cascante, presidente di Ande.

Quale dialogo?

Intanto le proteste stanno dando i primi frutti e il presidente Alvarado ha ritirato la proposta. Nonostante ció, le manifestazioni non cessano. Non sono pochi quelli che temono si tratti di una strategia del governo per prendere tempo, smobilitare la protesta e negoziare i voti in parlamento con quei settori della politica e dell’impresa privata che finora si sono mostrati critici con la proposta dell’eesecutivo.

Nella giornata del 15 ottobre, il Mrn ha annunciato la sospensione dei blocchi stradali fino a mercoledì 21 ottobre. Uno dei leader del movimento, Célimo Guido, ha dichiarato alla stampa che adesso la palla passa al presidente Alvarado, che dovrà dimostrare di volere davvero dialogare con la piazza.

Alvarado sembra invece intenzionato ad andare avanti per la sua strada. Insieme al presidente del parlamento Eduardo Cruickshank ha convocato un tavolo multisettoriale di accordi sulla stabilità fiscale, ma più della metà dei settori invitati ha declinato l’appuntamento.

Sulla possibilità di convocare un tavolo di dialogo, il partito Frente Amplio (sinistra moderata) ha invitato le diverse forze sociali a sostenere un’agenda che abbia come temi principali la giustizia economica e tributaria e a non abbandonare la piazza. I prossimi giorni saranno decisivi per il futuro del piccolo paese centroamericano.

Categorie: News

Le sperimentazioni del vaccino russo Sputnik V sono iniziate in Venezuela con 2000 volontari

Cubadebate (italiano) - Gio, 15/10/2020 - 23:43

Nicolas-maduro-580x327Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha riferito che i test del vaccino russo Sputnik V sono già iniziati con i 2000 volontari che partecipano alla sperimentazione clinica.

“Il vaccino russo è già in Venezuela, i test stanno già iniziando con 2000 volontari e dalla Cina arrivano diverse migliaia di quote di vaccino”, ha detto il capo dello Stato durante un servizio diffuso da Venezolana de Television.

Maduro considera che, una volta completata la fase 3 del vaccino russo e rispettati i protocolli stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS), la “vaccinazione di massa” procederà nel paese sudamericano durante la prima metà del prossimo anno.

“Ho pensato che potrebbe essere ad aprile e alcune persone mi hanno detto che potrebbe essere anche prima. Se potrà essere prima, meglio “, ha dichiarato il presidente venezuelano, dopo aver precisato che la priorità per l’immunizzazione è dei lavoratori del sistema sanitario nazionale, gli anziani, gli insegnanti e le persone che ‘hanno qualche malattia o vulnerabilità’”.

La scorsa settimana, il ministro della Salute del Venezuela, Carlos Alvarado, ha riferito che il processo di selezione dei volontari sarebbe stato effettuato tramite un sito web. Successivamente, i prescelti sarebbero stati analizzati in base ad una serie di valutazioni fisiche per determinare la loro idoneità per la sperimentazione clinica.

Come le autorità russe, il governo venezuelano ha stabilito come condizioni che i volontari abbiano più di 18 anni, non soffrano di malattie respiratorie, non abbiano cattive abitudini di consumo, diano il loro consenso esplicito e non abbiano tatuaggi sul braccio, poiché la pigmentazione provoca reazioni a contatto con il vaccino.

La fase 3 degli studi clinici in Venezuela durerà 180 giorni. Alvarado ha dichiarato che dalla scorsa settimana, Caracas e Mosca hanno firmato un accordo sanitario globale che consentirà l’acquisizione dello Sputnik V, una volta rispettati i protocolli di sicurezza, nonché il “trasferimento tecnologico e la produzione” del vaccino nel Paese sudamericano.

Fino a questo mercoledì, Venezuela aveva un totale di 85005 casi confermati di coronavirus e 714 decessi, dopo aver registrato 614 nuove infezioni e quattro decessi nelle ultime 24 ore.

Con informazioni di RT/da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Reuters

Categorie: News

L’esecuzione di Michael Reinoehl

Altrenotizie.org - Gio, 15/10/2020 - 19:40

Fino a che punto è possibile parlare di democrazia e stato di diritto in un paese nel quale un sospettato di un crimine viene ucciso sommariamente per strada da agenti di polizia e membri di milizie paramilitari con la piena approvazione dei massimi vertici del governo? Questa domanda andrebbe posta seriamente per gli Stati Uniti, dove recenti indagini giornalistiche hanno ricostruito le circostanze dell’esecuzione in piena regola in una località dello stato di Washington dell’attivista di sinistra, Michael Reinoehl, nel pieno delle proteste esplose in molte città americane contro la brutalità delle forze di polizia.

Il 48enne Reinoehl si era unito quasi subito alle dimostrazioni seguite all’assassinio di George Floyd da parte della polizia nel mese di maggio, aderendo “al 100%” al movimento anti-fascista “ANTIFA”. A Portland, nello stato dell’Oregon, Reinoehl si era auto-assegnato l’impegno di proteggere con le armi i manifestanti pacifici, minacciati da provocatori appartenenti a gruppi di estrema destra, spesso istigati direttamente dal presidente Trump.

Una “carovana” di questi militanti armati era intervenuta durante una manifestazione anche il 29 agosto scorso e nelle strade di Portland erano quasi subito iniziati gli scontri. Reinoehl aveva finito per sparare e uccidere Aaron Danielson, membro di una delle formazioni dell’ultra-destra USA, i cosiddetti Patriot Prayer, e ritratto poco prima da una telecamera di sorveglianza mentre si aggirava tra i dimostranti con un bastone e una bomboletta di spray repellente. In un’intervista rilasciata dopo avere abbandonato Portland per cercare di nascondersi e sfuggire a una probabile vendetta, Reinoehl avrebbe spiegato di avere agito per salvare la vita a un amico che stava per essere aggredito da Danielson.

Questo episodio aveva scatenato l’ira della galassia dell’estrema destra americana e segnato la condanna a morte di Michael Reinoehl, eseguita in collaborazione tra organi di polizia e milizie armate. Dopo alcuni giorni, il sospetto era stato così localizzato a circa 200 chilometri a nord di Portland, grazie a intercettazioni telefoniche, condotte prima dell’ottenimento di un regolare mandato, e alla segnalazione di un informatore della polizia.

La ricostruzione dettagliata dell’assassinio deliberato di Reinoehl che è seguito, già ipotizzata dalle notizie che erano circolate sulla stampa americana dopo i fatti, è stata resa possibile dalle indagini del New York Times, del network radiotelevisivo Oregon Public Broadcasting e della testata on-line ProPublica, basate su interviste con numerosi testimoni oculari e sull’esame dei documenti dell’indagine in corso, affidata all’ufficio dello sceriffo della contea di Thurston, nello stato di Washington.

La mattina del 3 settembre, Reinoehl era appena salito sulla sua auto, ferma nel parcheggio di un complesso di appartamenti dove aveva trovato rifugio in un sobborgo della città di Olympia, quando due SUV privi di segni distintivi delle forze di polizia sono arrivati sul posto a tutta velocità. Dai mezzi sono scesi uomini armati che hanno subito aperto il fuoco contro l’auto di Reinoehl. Dopo i primi spari, quest’ultimo è riuscito a scendere dalla vettura e, nonostante le ferite, ha provato a fuggire in strada, ma è stato alla fine raggiunto da un’ultima scarica che lo ha ucciso sul posto.

Il New York Times ha scritto mercoledì che dei 22 testimoni intervistati e presenti sulla scena solo uno ha sostenuto che i membri del commando si sono identificati o hanno intimato a Reinoehl di arrendersi. Tutti gli altri hanno testimoniato in sostanza di avere visto una vera e propria esecuzione, come era nelle intenzioni degli uomini armati che l’hanno portata a compimento. Nonostante la presenza di testimoni, la polizia federale coinvolta nell’operazione, il cosiddetto “US Marshals Service”, ha invece sostenuto di avere provato ad arrestare in maniera inoffensiva il sospettato, il quale però avrebbe reagito mettendo a rischio le vite degli agenti.

Tre dei presunti agenti responsabili dell’esecuzione hanno comunque fornito informazioni discordanti sugli ultimi istanti di vita di Reinoehl. Uno di loro ha affermato di averlo visto estrarre e puntare un’arma dall’interno del veicolo, mentre gli altri due hanno smentito questa versione. Ancora, dopo il breve inseguimento, Reinoehl avrebbe di nuovo minacciato con una pistola i suoi esecutori, tanto da giustificare la sparatoria finale. La vittima aveva in effetti con sé una pistola calibro .380, ma l’arma è stata in seguito ritrovata ancora nella tasca dei suoi pantaloni.

Braccato da giorni dai suoi inseguitori e comprensibilmente terrorizzato per quello che sarebbe potuto capitargli, Reinoehl si stava muovendo anche con un fucile, ma anche in questo caso l’arma non ha rappresentato una minaccia per nessuno, visto che è rimasta nel portabagagli della sua auto. La polizia avrebbe poi individuato un solo bossolo di pistola nell’abitacolo dell’auto di Reinoehl. I risultati degli esami balistici non sono ancora disponibili, anche se appare altamente probabile che esso provenga dalle armi degli agenti. Secondo le informazioni fornite al Times dalle autorità che stanno conducendo le indagini, gli autori dell’assassinio hanno sparato in tutto 30 colpi con due fucili e altrettante pistole.

Le testimonianze raccolte dai giornalisti che hanno approfondito il caso, molte delle quali da passanti che, incredibilmente, non sono ancora stati interrogati dalla polizia, confermano dunque l’esecuzione deliberata. Alcuni particolari appaiono particolarmente raccapriccianti. Un testimone racconta di come quella mattina del 3 settembre si fosse trovato a pochi metri dal luogo dove avvennero i fatti in compagnia del figlio di otto anni, trovandosi costretto a trovare riparo dal fuoco improvviso.

La sparatoria ha lasciato almeno otto segni di pallottole nelle strutture o nelle abitazioni adiacenti. Un residente della zona ha raccontato che una di esse ha attraversato la propria cucina, sfiorando un famigliare, prima di finire la corsa contro un muro. Altri ancora hanno riferito di aver visto gli agenti – o presunti tali – scendere dai SUV ancora in corsa e aprire subito il fuoco contro Reinoehl, così che l’impressione immediata era stata per lo più quella di un regolamento di conti tra gang di spacciatori.

I fatti descritti sono indiscutibilmente sconvolgenti, soprattutto perché si inseriscono in un quadro segnato da altri episodi tipici di un regime autoritario. Ad esempio, durante le proteste contro la polizia dei mesi scorsi, in più di un’occasione dei veicoli senza identificazione avevano prelevato manifestanti pacifici dalla strada, tenendoli poi in stato di fermo per parecchie ore o alcuni giorni in luoghi sconosciuti e al di fuori di qualsiasi procedimento legale.

Quel che è peggio è che la deriva anti-democratica registrata in parallelo agli eventi di questi mesi è stata incoraggiata, e non solo attraverso tweet e dichiarazioni varie, dal presidente Trump e dai suoi più stretti collaboratori. Trump ha non solo spinto per l’impiego della Guardia Nazione e, in alcuni casi, dell’esercito e dei corpi speciali della polizia contro i manifestanti, ma ha anche promosso apertamente l’intervento di gruppi e milizie di estrema destra, legati in gran parte al sottobosco “suprematista” e razzista, ampiamente diffuso negli Stati Uniti e già in fermento per le odiate misure restrittive adottate contro la diffusione del Corornavirus.

Proprio sul caso Reinoehl, lo stesso Trump e il suo ministro della Giustizia, o Procuratore Generale, William Barr, hanno avuto un ruolo di rilievo, suscitando più di un sospetto circa la regia del blitz in Oregon. Dopo l’uccisione del militante di estrema destra a Portland per mano di Reinoehl, Trump aveva invitato apertamente alla vendetta contro quest’ultimo e, appena un’ora prima dell’esecuzione, aveva indirizzato un messaggio chiaro su Twitter, chiedendo ai membri del commando di fare il loro lavoro e di “farlo rapidamente”.

Barr, da parte sua, aveva celebrato l’assassinio definendolo un “risultato significativo negli sforzi in corso per ristabilire la legge e l’ordine”. Il ministro della Giustizia si era poi lasciato andare a una ricostruzione dei fatti totalmente falsa. A suo dire, l’esecuzione sarebbe stata cioè giustificata dal fatto che Reinoehl stava cercando di fuggire e aveva minacciato con un’arma gli agenti di polizia che intendevano soltanto eseguire un normalissimo arresto.

Categorie: News

Cuba è eletta per la quinta volta membro del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite

Cubadebate (italiano) - Mer, 14/10/2020 - 00:03

ConsejoDDHHCuba è stata eletta al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, un organo composto da 47 stati membri, responsabile della promozione e protezione di tutti i diritti umani nel mondo. Nonostante le campagne e le pressioni degli Stati Uniti, l’isola occupa un seggio in quel consiglio, tra gli otto riservati al Gruppo degli Stati latinoamericani e caraibici.

Cuba è stata eletta con 170 voti, l’88% dei membri dell’Onu, ha sottolineato in un post su Twitter il ministro degli Esteri, Bruno Rodriguez Parrilla.

“Nonostante la campagna diffamatoria, i risultati di Cuba non possono essere nascosti”, ha detto il ministro degli Esteri.

Membro fondatore del Consiglio per i Diritti Umani, che ha defenestrato l’ex Commissione per i Diritti Umani, Cuba è eletta per la quinta volta come membro di questo organismo intergovernativo.

Parlando delle elezioni, il Ministero delle Relazioni Internazionali ha affermato che “fermamente impegnato nella costruzione di una società sempre più giusta, con il benessere dell’essere umano e con la giustizia sociale, il nostro Paese ha ottenuto il voto segreto, diretto e individuale di 170 membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a seguito del rispetto e dell’ammirazione per l’opera umanista della Rivoluzione Cubana, principale garanzia per il godimento e la tutela dei diritti umani sull’isola ”.

Il Minrex ha dichiarato che questo passo “onora l’autodeterminazione e la resistenza del popolo cubano di fronte a gravi ostacoli e minacce causati dalla politica unilaterale di ostilità ed aggressione e dal bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti, che costituisce una violazione flagrante, di massa e sistematica dei diritti umani e principale ostacolo per il raggiungimento di obiettivi più elevati in questa materia”.

È anche un riconoscimento – ha aggiunto in una nota il Ministero delle Relazioni Internazionali – “dei progressi significativi che uomini e donne cubani hanno compiuto nel godimento di tutti i loro diritti e dell’ampio record del Paese in termini di cooperazione internazionale nel campo dei diritti umani, dimostrando, attraverso fatti concreti, la sua disposizione inequivocabile al dialogo rispettoso, franco e aperto”.

“Cuba si manifesta nel Consiglio dei Diritti Umani con una sua voce propria e costruttiva, con la sua esperienza di Paese in via di sviluppo difensore del dialogo e della cooperazione, contrariamente agli approcci punitivi ed alla selettività, a favore della promozione e tutela di tutti i diritti umani per tutti”, ha concluso il Minrex.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

USA-Cina, la guerra passa da Taiwan

Altrenotizie.org - Mar, 13/10/2020 - 20:07

Una delle principali e più esplosive linee d’attacco degli Stati Uniti contro la Cina è la crescente messa in discussione dello status e delle relazioni consolidate negli ultimi quattro decenni con l’isola di Taiwan. Pur aderendo formalmente alla politica di “una sola Cina”, le ultime due amministrazioni americane e, in particolare, quella attuale hanno promosso una revisione di fatto delle posizioni USA, alimentando lo scontro attorno a un elemento cruciale per la sovranità di Pechino e, nel contempo, mettendo Taiwan e i suoi abitanti al centro di un eventuale rovinoso conflitto tra le due super-potenze.

Categorie: News

USA, i fascisti del presidente

Altrenotizie.org - Lun, 12/10/2020 - 20:02

Gli eventi dei giorni scorsi in Michigan e l’insistenza del presidente Trump sul rischio di una trasformazione degli Stati Uniti in una sorta di inferno socialista, in caso di vittoria di Joe Biden, continuano a tenere alta la temperatura elettorale oltreoceano a ormai appena tre settimane dal voto. Particolarmente preoccupante è stata la notizia del tentativo di organizzare il rapimento e l’esecuzione della governatrice democratica del Michigan, Gretchen Whitmer, da parte di un gruppo di estremisti di destra, quanto meno incoraggiati dalla retorica avvelenata dell’inquilino della Casa Bianca.

Categorie: News

Né scoperta, né incontro: Giornata della Resistenza Indigena

Cubadebate (italiano) - Lun, 12/10/2020 - 17:30

indigenaIn diversi scenari, ciò che accadde il 12 ottobre 1492 viene descritto come la “Scoperta dell’America”. Il 12 ottobre 1492, la spedizione guidata da Cristoforo Colombo, comandata dai re Isabella e Fernando di Castiglia, è arrivata in America. La spedizione era partita da Palos de la Frontera (Andalusia, Spagna) due mesi e nove giorni prima del suo arrivo su questa sponda dell’Atlantico. La data è conosciuta in diversi scenari come “Incontro di due culture”, “Scoperta dell’America” o “Columbus Day”.

Nelle parole dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, pronunciate in occasione dell’inaugurazione del 53 ° Premio letterario Casa de las Americas (L’Avana, 2012), la data del 12 ottobre “rende omaggio” ai “presunti scopritori”, che “erano più occultatori che scopritori, iniziò il saccheggio coloniale, mentendo sulla realtà americana e negando la sua abbagliante diversità e le sue radici più profonde “.

Tuttavia, in paesi come Nicaragua, Venezuela e Navarra (Spagna), il 12 ottobre è stato ufficialmente istituito come “Giornata della Resistenza Indigena”.

Perché la Giornata della Resistenza Indigena?

Durante il governo del presidente Hugo Chavez in Venezuela, è stato deciso di istituire il 12 ottobre come “Giornata della Resistenza Indigena”. Questo ha sostituito i nomi che tradizionalmente venivano dati alla festa, in particolare “Giorno della Razza”, decretato dal presidente Juan Vicente Gomez.

La decisione è stata approvata nel testo costituzionale. La Costituzione venezuelana riconosce nei suoi articoli il diritto dei popoli indigeni di “mantenere e sviluppare la loro identità etnica e culturale, visione del mondo, valori, spiritualità ed i loro luoghi sacri e luoghi di culto”.

Allo stesso modo, la legge fondamentale del paese sudamericano riconosce il diritto di questi popoli “ad una salute integrale che tenga conto delle loro pratiche e culture” ed “alla partecipazione politica”.

Considerare il 12 ottobre come “Giornata della Resistenza Indigena” implica il riconoscimento in quella data dell’inizio della barbarie coloniale che l’America Latina sta vivendo da più di 500 anni. Significa anche riconoscere la resistenza dei popoli indigeni contro ogni forma di oppressione.

Questo giorno viene utilizzato in diversi paesi d’America per ricordare gli indigeni che sono morti durante la colonizzazione. Inoltre, i gruppi indigeni rivendicano i loro diritti e manifestano contro il genocidio a cui sono sottoposti dalle politiche estrattive e neoliberiste, che danneggiano i loro territori.

Quali sfide devono affrontare i popoli indigeni delle Americhe?

In Brasile, da quando Jair Bolsonaro ha assunto la Presidenza nel gennaio 2019, la violenza contro le quasi 305 popolazioni indigene che abitano quella nazione è aumentata. Secondo un rapporto del Consiglio Indigenista Missionario (CIMI), che fa il punto sul 2019, si è registrato un aumento dei casi in 16 delle 19 categorie di violenza sistematizzate nel rapporto.

Una situazione complessa è presente anche in Colombia, che è stata classificata dall’organizzazione Global Witness come il paese più pericoloso per difendere i diritti umani, i diritti relativi alla terra, al territorio ed all’ambiente.

In Perù, i leader delle popolazioni indigene stabilitisi nell’Amazzonia del paese sudamericano hanno denunciato, il 6 ottobre, violazioni dei diritti umani contro le loro comunità e i loro rappresentanti.

Il problema della violenza e dell’impunità nei casi dei difensori delle popolazioni indigene si verifica anche in contesti meno visibili. Il 5 ottobre, 46 organizzazioni per i diritti umani hanno espresso “la loro profonda preoccupazione per la situazione di impunità strutturale in vigore in Costa Rica nei confronti dei difensori dei diritti delle popolazioni indigene”.

In Cile, la nazione mapuche è stata oggetto di un’aggressione permanente da parte dello Stato. Un rapporto pubblicato nel settembre 2020 sulle persone giustiziate e scomparse appartenenti a questo gruppo tra il 1973 e il 1990, riportava “171 casi, 36 casi in più, cioè legati alle vittime mapuche riconosciute dallo Stato del Cile; che sono state prontamente indagate dalle diverse commissioni istituite a tal fine”.

Resistenza culturale e conservazione delle tradizioni

La sfida di preservare tradizioni, memoria e culture è un elemento fondamentale per le comunità ed i popoli indigeni oggigiorno.

Non può essere separata dalla battaglia per la vita ed i territori. I capi indigeni sono i custodi di quella memoria e tradizioni. Allo stesso modo, il rapporto con la terra costituisce una forma particolare di cultura, che rompe lo schema dell’attuale Stato-nazione.

I popoli indigeni delle Americhe hanno speso più di cinque secoli nella resistenza contro l’aggressività, il colonialismo e le “intenzioni civilizzatrici” dell’Occidente.

da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Patria e amore

Cubadebate (italiano) - Ven, 09/10/2020 - 21:30

castro-y-guevara-580x330“Non c’è mai un fine. Ci sono solo sempre degli inizi. Come diceva il Che: ci sono persone che hanno ‘il loro al di là’ nel popolo e che nascono, che nascono sempre …”

L’8 ottobre 1997 è iniziato il V Congresso del Partito Comunista di Cuba. Per tre giorni l’avanguardia rivoluzionaria del nostro paese ha dibattuto e serrato i ranghi per continuare unita la via del socialismo. In quel Congresso la presenza del Che era diversa: i suoi resti mortali erano stati ritrovati e si trovavano nella sua patria delle Antille.

L’emozione di quei giorni era tremenda perché tutte le persone aspettavano anche il momento dell’omaggio al Guerrigliero, che anelavano da 30 anni. Così, il 10, nel discorso di chiusura, il Primo Segretario del PCC e Comandante in Capo, Fidel, ha detto:

“Da questo congresso posso dire, a titolo personale – anche se sono certo che sia anche lo stato d’animo ed il sentimento di tutti i compagni ed anche il vostro – esco fiducioso più che mai che stiamo seguendo il cammino giusto, con certezza più che mai che il nostro popolo conserverà le cose che ama di più, gli interessi che gli sono più sacri; che il nostro popolo conquisterà un posto importante nella storia, quella storia in cui il Che ci rappresenta come simbolo, come portabandiera, come profeta del futuro migliore dell’umanità.

Con questa convinzione, lo dico oggi più che mai.

Socialismo o morte!

Patria o morte!

Vinceremo!”

E da lì Fidel è andato per incontrarsi, in una bella guardia d’onore in Piazza, con il Che.

di  Daily Sanchez Lemus

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: archivio di Cubadebate

Categorie: News

Il Che ai suoi figli: vostro padre è stato un uomo che ha agito secondo le sue convinzioni

Cubadebate (italiano) - Gio, 08/10/2020 - 21:40

cartas-che-guevaraLe ultime lettere scritte dal Che Guevara contengono gli ultimi messaggi di un uomo che abbraccia i suoi cari con fervore rivoluzionario; non costituiscono un addio, in ogni caso, un “Hasta La Victoria Siempre!”.

Pubblichiamo quella indirizzata ai suoi figli:

“Ai miei figli

Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto:

Se mai leggerete questa lettera, sarà perché non sono più con voi.

Difficilmente vi ricorderete di me, ed i più piccoli non mi ricorderanno per niente.

Vostro padre è stato un uomo che ha agito come pensa e, certamente, è stato fedele alle sue convinzioni.

Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per imparare ad usare la tecnologia che ci permette di dominare la natura. Ricordatevi che la Rivoluzione è ciò che importa e che ognuno di noi, da solo, non vale niente. Soprattutto, dovrete essere sempre in grado di sentire profondamente tutte le ingiustizie commesse contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario.

Arrivederci, figlioli, spero di rivedervi ancora. Un bacione ed un abbraccio da papà”.

traduzione di Ida Garberi

carta_delche_sus_hijos

Categorie: News

USA-Cina, il bastone del “Quad”

Altrenotizie.org - Gio, 08/10/2020 - 20:04

Il fatto che il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, abbia incontrato di persona questa settimana alcuni degli alleati-chiave degli USA in Asia orientale, nonostante il Coronavirus e le recenti vicende politiche interne, la dice lunga sull’importanza del vertice andato in scena a Tokyo e delle sue implicazioni anti-cinesi. In Giappone, l’ex numero uno della CIA ha proposto il solito corollario di falsità e accuse contro Pechino, decisamente più appropriate al comportamento del suo paese, per cercare di accelerare sulla formazione di un’alleanza militare in piena regola con i partner raggruppati nel cosiddetto “Quad”.

La notizia della positività al COVID-19 del presidente Trump aveva costretto Pompeo a cancellare le visite in Mongolia e Corea del Sud, ma il segretario ha insistito per presenziare al vertice del “Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza” nella giornata di martedì. Il capo della diplomazia americana ha incontrato i ministri degli Esteri di Giappone, Australia e India, rispettivamente Toshimitsu Motegi, Marise Payne e Subrahmanyam Jaishankar.

L’evento è servito a consolidare l’offensiva in atto per il contenimento della Cina guidata da Washington. La collaborazione tra i quattro paesi all’interno di questo formato era iniziata nel 2004, ufficialmente per coordinare gli sforzi umanitari seguiti al devastante tsunami che aveva colpito l’Asia sud-orientale. Dopo un periodo di sostanziale disinteresse, negli ultimi anni il meccanismo ha trovato nuova vita, fino a trasformarsi faticosamente in una partnership diplomatica e strategica in parallelo alla crescente aggressività americana nei confronti di Pechino.

L’obiettivo del segretario di Stato Pompeo nel meeting di Tokyo è stato in primo luogo quello di attaccare a tutto campo la Cina, in modo da creare un clima favorevole all’allineamento degli altri tre paesi partecipanti alla linea anti-cinese degli Stati Uniti. Il risultato, nel medio periodo, dovrebbe essere la trasformazione del “dialogo” in un’alleanza militare pronta a “contenere” la Cina o, più probabilmente, a scatenare una guerra contro Pechino.

Per Pompeo, la collaborazione con Australia, Giappone e India sarebbe diventata ormai fondamentale per proteggere i rispettivi popoli “dallo sfruttamento, dalla corruzione e dall’oppressione del Partito Comunista Cinese”. Nella dichiarazione ufficiale rilasciata dall’ufficio di Pompeo dopo l’incontro con i colleghi si legge inoltre che la discussione ha avuto al centro le “attività maligne della Cina nella regione” estremo-orientale.

Nelle sue affermazioni non poteva ovviamente mancare l’accusa alla Cina di avere gestito in modo disastroso il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus, a suo dire tenuta nascosta troppo a lungo. La denuncia del segretario di Stato, già onnipresente nelle uscite di Trump sul COVID-19, arriva ironicamente a breve distanza dalle rivelazioni del veterano giornalista americano Bob Woodward che qualche settimana fa aveva spiegato come il presidente e i suoi collaboratori avevano tenute nascoste agli americani le informazioni sulla pericolosità del nuovo virus, perdendo tempo prezioso e aggravando pesantemente il bilancio di vittime negli Stati Uniti.

Pompeo ha poi elencato i punti caldi del continente asiatico, dove la Cina starebbe cercando di allungare i propri tentacoli con intenzioni minacciose. Dal Mar Cinese Meridionale e Orientale al Mekong, dall’Himalaya allo stretto di Taiwan, per il responsabile della diplomazia USA i cinesi puntano a scardinare un sistema di regole consolidato, a destabilizzare e gettare nel caos interi paesi e centinaia di milioni di persone. Quando Stati Uniti e alleati si riferiscono al “sistema di regole”, tuttavia, l’interpretazione corretta è il quadro strategico e gli equilibri militari che rispondono agli interessi di Washington.

Il moltiplicarsi dei fattori di crisi nella regione è collegato piuttosto al rimescolamento delle priorità strategiche degli Stati Uniti in funzione anti-cinese, di fatto un affare bipartisan a Washington e iniziato infatti ai tempi dell’amministrazione Obama. Con l’obiettivo di contenere la crescita della Cina e l’allargamento dell’influenza, soprattutto economica, di questo paese, gli USA hanno cioè alimentato rivalità latenti, come appunto quelle relative alle contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale, per favorire un allineamento anti-cinese tra vecchi e nuovi alleati in Asia orientale.

Uno degli elementi più provocatori di questa strategia è il susseguirsi di operazioni di pattugliamento navale nelle acque rivendicate dalla Cina e nello stretto di Taiwan. Proprio attraverso il meccanismo del “Quad”, gli Stati Uniti cercano sempre più di coinvolgere in queste manovre gli altri partner, per lo più ancora prudenti nel prendere iniziative in grado di provocare l’ira di Pechino.

Pompeo, da parte sua, questa settimana a Tokyo ha chiarito che l’interesse di Washington non è quello di incontrare i partner asiatici per intrattenere un semplice dialogo. In cima alle priorità americane c’è piuttosto la creazione di una “vera struttura che si occupi di sicurezza” e, una volta “formalizzata”, che sia in grado di attrarre nuovi membri.

I ministri degli Esteri di Australia, Giappone e India sono stati nelle loro dichiarazioni solo un po’ meno espliciti del collega americano nel descrivere gli obiettivi del vertice di Tokyo. Il riferimento alla necessità di garantire uno spazio “Indo-Pacifico” caratterizzato dal libero mercato, dalla promozione dei diritti umani, dal contrasto alla disinformazione e all’autoritarismo è diretto evidentemente contro Pechino, anche se la Cina non è mai stata nominata in modo esplicito da nessuno dei tre partner degli Stati Uniti.

Questi paesi e, soprattutto, Australia e Giappone hanno profondi legami economici e commerciali con la Cina, così che il rafforzamento dell’architettura strategica e della “sicurezza” promossa da Washington rischia di metterli in una situazione delicata. Privatamente, è comunque certo che i rappresentanti dei tre governi abbiano rassicurato Pompeo circa la disponibilità a seguire la linea dettata dalla Casa Bianca. D’altra parte, una serie di esercitazioni militari altamente provocatorie nei confronti della Cina si sono tenute durante l’estate tra le forze navali americane e quelle degli altri membri del “Quad”.

I lavori in corso a guida americana per la creazione di una potenziale quadruplice alleanza anti-cinese fanno parte di un disegno molto più ampio che include, tra l’altro, la guerra commerciale lanciata da Trump, l’approfondimento dei rapporti con Taiwan, la guerra contro Huawei, le denunce della repressione contro la minoranza musulmana uigura e varie altre campagne di disinformazione.

Soprattutto la guerra tecnologica contro Pechino sta facendo segnare una forte accelerazione, a conferma dell’importanza di questo fattore nel tentativo disperato da parte americana di ostacolare la crescita cinese in questo ambito, identificato come l’elemento cruciale capace di minacciare il primato economico e militare degli Stati Uniti.

La battaglia condotta da Washington per la supremazia tecnologica, come ha raccontato un recente articolo della Nikkei Asian Review, ha ormai “raggiunto un nuovo livello”. La stessa testata ha rivelato che esponenti del governo di Washington stanno ad esempio esercitando pressioni dirette ed esplicite sui produttori di componenti cruciali come i semiconduttori per chiudere i propri impianti in territorio cinese e, più in generale, per tagliare tutti i rapporti con la Cina.

Le grandi aziende operanti in questo settore stanno perciò cercando di riorganizzare le loro operazioni e i canali di fornitura, potendo contare sempre meno su strategie industriali basate sul mantenimento delle relazioni con entrambe le potenze (Stati Uniti e Cina). Questo processo appare estremamente oneroso e rischioso, anche per le stesse compagnie USA, ma il governo di Washington è ormai disposto a pagare questo prezzo, nell’illusione di poter vincere una battaglia per la supremazia asiatica e globale che rischia sempre più di sfociare in un rovinoso conflitto armato.

Categorie: News

Nicaragua, sovranità contro terrore

Altrenotizie.org - Gio, 08/10/2020 - 19:40

Alla vigilia delle elezioni statunitensi, la Casa Bianca intensifica le sue ingerenze in America Latina, ansiosa di portare a casa un risultato da esibire in campagna elettorale. Forse per questo, l'attivismo della Casa Bianca nei confronti del Nicaragua si va intensificando, visto che gli USA considerano il colpo di Stato in stile boliviano la migliore soluzione per il Nicaragua. A Washington e Miami sono preoccupati, l’anno elettorale si avvicina e la cosiddetta opposizione non ha idee, progetti, programmi. L’ambasciatore USA a Managua, Sullivan, si sbraccia e si sgola, ma é rissa interna per accaparrarsi i milioni di dollari statunitensi ed europei già stanziati per la campagna elettorale nicaraguense. Nessun gruppo ha credibilità per vincere ma tutti hanno denti aguzzi e fame di denari stranieri.

Sono diversi i segnali che indicano come per la destra l’ipotesi di una nuova ondata di terrore per piegare il governo sia considerata viabile, non ultimi gli arresti di loro esponenti con esplosivi e munizioni. Di fronte ad una nuova ipotesi golpista, oltre alla disposizione combattente del sandinismo, a sconsigliare ogni velleità arriva anche un aggiornamento del quadro legislativo e giuridico che ribadisce la supremazia della pace. Per questo il Parlamento, oltre a discutere la legge che erogherà l’ergastolo per i reati più brutali, esamina due leggi a tutela della sovranità nazionale: quella sugli agenti stranieri e quella sui cyber delitti.
La prima si riferisce all’attività di gruppi, organismi o partiti che ricevono finanziamenti dall’estero per svolgere attività politica. La seconda riguarda invece chi utilizza la Rete con intenti criminosi destinati a procurare allarmi e panico nella popolazione. Nulla di inedito nel panorama internazionale, entrambe le leggi perseguiranno reati perseguiti in ogni altro paese; ma possono ben essere definite leggi a tutela della sovranità nazionale del Nicaragua.

La legge sugli agenti stranieri imporrà per persone, società, associazioni o qual si voglia ente privato che percepisca denaro dall’estero, la registrazione presso il Ministero dell’Interno della propria attività e la certificazione dei finanziamenti esteri che si ricevono, motivandone motivi ed impiego nel Paese. Ove si omettesse la regolare registrazione presso l’autorità competente scatteranno sanzioni di tipo amministrativo.
L’obbligo di registrazione non riguarderà gli imprenditori esteri, le attività inserite nel quadro degli Accordi di Libero Scambio, le rimesse familiari, i titolari di trattamenti pensionistici o di contratti di lavoro esteri, che saranno esentati dal doversi registrare. Riguarderà invece società, partiti, Ong, organismi di varia natura impegnati nell’attività socio-politica, siano essi veritieri o creati ad hoc.
La destra protesta ma non dovrebbe, dato che fu proprio il governo Chamorro che, nel 1992, votò la Legge 147 che disciplina l’attività delle società che ricevono fondi internazionali e quella delle Ong. Dunque sono proteste strumentali: quando sono al governo votano leggi che poi, quando vanno all’opposizione, non vogliono riconoscere.
La legge - qui sta il problema dell’opposizione – non riguarda le attività professionali ma colpisce l’attività sobillatrice che USA ed Unione Europea svolgono regolarmente a diversi livelli. Tra questi l’iniezione di dollari destinati a disegnare fronti politici ostili al sandinismo, il tentativo di alterare la dialettica politica interna e il finanziamento delle campagne elettorali, attività svolte senza remore dal 1990 ad oggi. Pompare decine e decine di milioni di dollari in una campagna elettorale di un piccolo paese con scarse risorse economiche, assume un valore strategico dai tratti eversivi. E’ una ingerenza sfacciata di paesi esteri nella politica interna che non sarà ulteriormente tollerata.
Il golpismo grida allo scandalo ma in realtà nella maggior parte dei paesi del mondo vigono norme identiche, spesso molto più rigide di quelle che entreranno in vigore in Nicaragua. In Italia, ad esempio, ricevere fondi da paesi stranieri per svolgere attività politica interna è fatto segno a sanzioni durissime, che prevedono pene non inferiore ai 10 anni di carcere (art.243 e 246 C.P.). La corruzione del cittadino da parte dello straniero è sanzionata con pene che vanno da tre a dieci anni di reclusione e se il denaro o l’utilità sono dati o promessi per la propaganda a mezzo stampa, la pena verrà aumentata di un terzo. Quale corrente del Diritto stabilisce che ciò che in Italia è legge in Nicaragua diventa arbitrio?
L’altra legge a difesa della sovranità nazionale che verrà approvata sanziona le fake-news, ovvero le campagne diffamatorie destinate ad alterare artificiosamente il quadro sociopolitico. Sono ormai decine i paesi che, considerando l’importanza strategica di difendere i propri cittadini dai crimini in Rete, hanno legiferato al riguardo ed anche il Nicaragua si dota di una normativa e legislazione adeguata.
Con questa legge verranno colpiti le frodi informatiche, lo spionaggio, la violazione dell’identità sessuale, la pornografia infantile, le violazioni alla sicurezza dei dati, la manipolazione degli stessi, la propagazione di notizie false. Queste ultime sono attività criminali che il Nicaragua ha patito durante il tentativo di colpo di stato del 2018, quando attraverso l’uso massiccio di bot e di falsi profili si sono create reti sociali artificiose che, con la diffusione di fake news, hanno generato il caos, ma soprattutto redatto rapporti falsi sulla presunta repressione. Lo scopo? Essere utilizzati internazionalmente per offrire il totale rovesciamento della verità dei fatti e predisporre il clima ostile verso il governo sandinista nella comunità internazionale, propedeutico all’approvazione di sanzioni. Sono state parte integrante del modello di guerra di quarta generazione e questo tipo di attività è proseguita fino ad oggi, con l’utilizzo criminale della Rete che, al riparo della libertà di espressione, ha potuto continuare in assenza di una normativa specifica che ne regolasse i comportamenti.

I cialtroni di Strasburgo
Le grida dell’opposizione ed il lavoro di lobbies hanno fatto breccia nel Parlamento Europeo maggioranza di ultradestra, che dopo essersi rifiutato di condannare il golpe in Bolivia e di aver condannato il Venezuela, la Russia e la Cina, come già nel 2018 torna ad accusare il Nicaragua, inventando accuse pazzesche indocumentate ed indocumentabili e in un delirio ideologico di natura tardo-coloniale, con l’entusiasmo dei partiti postfascisti presenti affiancati dalla sinistra a venatura liberale, approva una mozione di condanna presentata dall’ultradestra spagnola.
Nella mozione si ordina al Nicaragua di non approvare le due leggi sopra descritte benché Italia, Francia, Germania e Spagna ne abbiano di simili. Si chiede persino la sospensione del Nicaragua dall’Accordo di Associazione con la UE, accusandola di reati commessi da tutti i paesi europei, in particolare da Lituania, Estonia, Polonia, Repubblica Ceka e, ancor più, dall’Ungheria, che firmava leggi liberticide mentre era presidente di turno della UE.
Il Parlamento Europeo si caratterizza una volta di più per rappresentare una Europa priva di ogni decenza politica, dove le reminescenze fasciste riaffiorano con ormai sempre meno vergogna. Inventa colossali falsificazioni su Russia e Bielorussia per applicare sanzioni. Propone vergognose equiparazioni tra orrore e riscatto, insedia presidenti mai votati e offre sostegno aperto ai colpi di stato. C'é da dire che le sue deliberazioni non vengono prese sul serio nemmeno in Europa, figuriamoci fuori, dove si misura regolarmente l’irrilevanza di un continente che è un impotente economico, un nano politico e un verme militare.

Ma visto che nessun progetto di legge potrebbe di per sé scatenare tanta isteria, la mozione approvata a Strasburgo dimostra che effettivamente le due leggi complicano i piani golpisti, alla cui realizzazione l’Unione Europea partecipa con ardore e denaro.

E’ la conferma indiretta della necessità di queste due leggi: sono una risposta alle reiterate minacce di ulteriori ingerenze statunitensi ed europee nella vita interna del Nicaragua per tentare di inquinare lo scenario politico e il processo elettorale. Chi deciderà di rendersi parte attiva della destabilizzazione esterna, adesso sa a cosa va incontro.

Il nuovo assetto del golpismo

A proposito di attività terroristica, c’è da registrare che il MRS cambierà sigla e simbolo. Non data l’incongruenza assoluta tra la sua ideologia e la sigla, ma perché  il Dipartimento di Stato ha spiegato loro come Congresso e Senato USA non voteranno mai lo stanziamento milionario ad una formazione che reca l’aggettivo sandinista nella sigla. Maquillage a scopo di incassi. Cambiare nome per vedere denaro.

Ma la novità sostanziale nel campo della destra è il nuovo ruolo delle gerarchie ecclesiali, che stanche dell’empasse su candidature e alleanze nel quale si trova l’arcipelago del golpismo, decide di scendere in campo direttamente. Lo fa con una campagna pubblicitaria per ora subliminale - per quanto risulti evidente il messaggio - riempiendo di cartelloni pubblicitari il Paese (dimostrando così che i denari non mancano, diversamente da quanto afferma). Dopo che il governo ha ridotto i finanziamenti per una chiesa fattasi partito golpista, chiedono in tutto il paese elemosina per sopravvivere. Ma poi, guarda caso, possono permettersi di riempire il Paese di cartelloni che costano 1500 dollari cadauno al mese. Chi li paga?
Quale che sia la fonte che li finanzia, quella delle gerarchie è una manifestazione di protagonismo politico inusuale e illegittima (la curia non é soggetto giuridicamente legittimato a svolgere attività politica, rappresentando uno Stato straniero, il Vaticano). Niente anime e preghiere: si preoccupa di corpi, politica, cariche, candidature e denaro.

Il messaggio della CEN è chiaro. La Conferenza Episcopale rompe gli indugi e indica la chiesa come referente unitario delle istanze di Stati Uniti e destra locale. In questo senso la febbrile attività politica di Monsignor Silvio Baez - che del golpismo è il principale ideologo - e l’esposizione mediatica della CEN, sembra indicare un monito alle formazioni golpiste ed una prospettiva: se non si trova un accordo tra i diversi interessi in campo, sarà un vescovo a scendere in campo come candidato di tutto lo schieramento antisandinista.

La famiglia Chamorro, capataz locale dell’oligarchia collaborazionista, tenterà in ogni modo di partecipare all’operazione: l’ansia di tornare a spolpare il paese ricostruito è irrefrenabile. La decisione finale spetterà però agli Stati Uniti, che pagano e quindi scelgono il candidato. Ma a decidere del futuro del Nicaragua saranno i nicaraguensi. Se il golpismo, vistosi incapace di vincere, dovesse scegliere la strada del ritorno al terrore, allora i conti saranno diversi e salati. Il sandinismo farà ciò che deve e chi terrorizza finirà terrorizzato.

Categorie: News

Cuba e Italia, un amore corrisposto

Altrenotizie.org - Gio, 08/10/2020 - 12:30

I cancelli dell’ambasciata di Cuba in Italia sono stati teatro di una manifestazione della solidarietà italiana con l’isola socialista. La manifestazione, che si è svolta nella 53esima ricorrenza della caduta del Comandante Ernesto “Che” Guevara, ha contato anche con la presenza di cubani residenti in Italia ed ha avuto come obiettivo il festeggiamento per la candidatura al Nobel per la pace della brigata medica cubana Henry Reeve, che nel nord Italia come anche in altri paesi d’Europa, ha fornito un contributo straordinario nell’affrontare la fase più critica della battaglia contro il Covid-19.

Categorie: News

Guerre ibride contro Mosca

Altrenotizie.org - Mer, 07/10/2020 - 20:21

Il riesplodere della guerra tra Armenia e Azerbaigian attorno allo status dell’enclave del Nagorno-Karabakh rappresenta un serissimo grattacapo per Mosca non solo per via della destabilizzazione che essa comporta in un’area cruciale per gli interessi strategici russi, com’è appunto quella caucasica. Il conflitto è osservato con crescente inquietudine dal Cremlino anche perché sembra sempre più inserirsi in un’offensiva multiforme, la cui regia va ricercata in primo luogo a Washington, che si sta manifestando in parallelo sui fronti di Bielorussia e Kirghizistan.

Sulle origini immediate del riesplodere delle ostilità a fine settembre in Caucaso c’è poca o nessuna chiarezza. Nella maggior parte dei casi, media e osservatori attribuiscono all’Azerbaigian l’inizio delle operazioni militari, con l’obiettivo di riportare sotto il proprio controllo il territorio del Nagorno-Karabakh, di fatto autonomo, anche se non riconosciuto da nessun paese, e auto-governato dalla maggioranza etnica armena. Questa interpretazione è supportata dal fatto che la Turchia sta appoggiando in maniera massiccia lo sforzo bellico di Baku. L’iniziativa turco-azera sarebbe dunque un ulteriore tentativo di promuovere le ambizioni “neo-ottomane” di Erdogan, soprattutto se in competizione con la Russia e l’Occidente.

Categorie: News

Trump e lo spot del virus

Altrenotizie.org - Mar, 06/10/2020 - 19:27

La fine probabilmente prematura del periodo di ricovero in ospedale del presidente americano Trump e il suo teatrale ritorno alla Casa Bianca nonostante la positività al Coronavirus rappresentano in primo luogo una mossa elettorale per risollevare una campagna che, almeno secondo i sondaggi ufficiali, dovrebbe condurlo alla sconfitta per mano di Joe Biden il 3 novembre prossimo. Nel comportamento arrogante e irrispettoso della salute dei suoi collaboratori c’è però anche un messaggio politico chiarissimo che ha a che fare con la decisione, presa da tempo dalla classe dirigente americana e non solo, di rinunciare a un’efficace battaglia contro l’epidemia, così da evitare ulteriori contraccolpi per gli interessi del business privato.

La sceneggiata orchestrata lunedì per garantirsi la massima copertura mediatica durante i programmi televisivi della serata americana ha mostrato ancora una volta anche le inclinazioni autoritarie di Trump. La passeggiata dall’elicottero che lo ha scaricato nel giardino della Casa Bianca fino alla terrazza, dove si è tolto provocatoriamente la mascherina per infilarsela nella tasca, lo ha dimostrato a sufficienza ed è stata assieme un tentativo di ostentare forza e controllo in un frangente cruciale del suo mandato.

Allo stesso tempo, tutta la messa in scena è apparsa un chiaro segnale alla base di estrema destra del presidente, quasi a ribadire la necessità di mobilitarsi contro un sistema controllato dal “deep state”, di cui le misure restrittive contro il COVID-19 sono uno dei risvolti più odiosi e da combattere attraverso un secondo mandato dello stesso Trump.

Dietro alla vicenda vissuta in questi giorni dall’inquilino della Casa Bianca c’è piuttosto e in primo luogo una condotta che ha mescolato irresponsabilità, menzogne e riserbo ossessivo sulle reali condizioni di Trump. Un comportamento che è perfettamente coerente con il puntuale disinteresse per le più banali misure di sicurezza per evitare il contagio e che ha finito per mettere in serio pericolo decine se non centinaia di persone entrate in contatto, talvolta forzatamente, con il presidente repubblicano.

I medici che stanno seguendo Trump continuano ad esempio a non rivelare quale sia la data del suo ultimo tampone negativo. Dalla Casa Bianca è circolata la notizia che la positività al virus sarebbe stata riscontrata la prima volta giovedì scorso. Se così fosse, ma non è improbabile che ciò sia avvenuto anche prima, è del tutto possibile che Trump abbia avuto qualche sintomo sospetto o fosse già infetto al momento del primo dibattito presidenziale con Biden nella serata di martedì 29 settembre.

Il giorno successivo, in ogni caso, la consigliera Hope Hicks, che secondo la versione ufficiale avrebbe contagiato Trump, ha ricevuto la conferma della positività dopo avere viaggiato in aereo col presidente. Trump, tuttavia, ha proseguito la sua campagna elettorale, partecipando a un evento in New Jersey con circa 200 sostenitori, in grandissima parte privi di mascherina. La conferma della positività di Trump avrebbe così costretto le autorità sanitarie a una frenetica opera di tracciamento in quattro stati, dove migliaia di persone erano entrate potenzialmente in contatto col presidente e il suo staff.

La misura del comportamento al limite del criminale di Trump si è avuta poi nuovamente domenica sera, quando è salito su un SUV per un giro di saluto ai suoi sostenitori fuori dall’ospedale Walter Reed in cui era ricoverato. Sull’auto con i finestrini interamente chiusi, il presidente è stato accompagnato da due agenti del servizio segreto, esposti sconsideratamente a un altissimo rischio di contagio.

La delicatissima situazione politica in cui si trova Trump a poche settimane dal voto ha evidentemente influito sulle azioni di questi giorni. Se il disinteresse per qualsiasi persona diversa da egli stesso non è una novità, è comunque sconvolgente come Trump abbia deciso di tornare così in fretta alla Casa Bianca, dove il contagio rischia di esplodere ancora di più fino a toccare i membri dello staff e della sua famiglia ancora negativi, incluso il figlio più giovane di appena 14 anni.

Altro discorso meritano le informazioni, in buona parte confuse e contraddittorie, sullo stato di salute di Trump e sui farmaci che gli vengono somministrati. Apparentemente, le sue condizioni potrebbero sembrare tutt’altro che preoccupanti e farebbero pensare a effetti di lieve entità causati dal virus. In ospedale, però, il presidente ha ricevuto ossigeno ed è stato trattato con farmaci solitamente utilizzati per pazienti con forme gravi di COVID-19, tanto che, secondo alcune fonti mediche citate dalla stampa USA, il tasso di mortalità per i malati le cui condizioni hanno richiesto cure di questo genere sarebbe superiore al 20%.

Altri specialisti intervenuti sui media in questi giorni hanno fatto notare come per un paziente dell’età e nelle condizioni fisiche di Trump non siano da escludere complicazioni anche improvvise dopo svariati giorni dalla diagnosi e in presenza di un quadro apparentemente confortante. In questo scenario, una permanenza in ospedale di gran lunga superiore alle tre notti trascorse da Trump sarebbe fortemente consigliata. La Casa Bianca dispone in effetti di due unità mediche in grado di garantire interventi tempestivi, ma l’ipotetico precipitare delle condizioni di Trump comporterebbe rischi molto seri e richiederebbe un nuovo trasferimento in ospedale.

Come già anticipato, oltre ai calcoli elettorali, l’atteggiamento quasi di sfida di Trump nei momenti successivi alle dimissioni dal centro medico Walter Reed di Washington è dovuto anche a un altro fattore. Soprattutto nel messaggio video registrato alla Casa Bianca lunedì e diffuso come sempre via Twitter, Trump ha celebrato la sua presunta vittoria sul virus e invitato gli americani a “non consentire che [il COVID-19] prenda il sopravvento” nelle loro vite. Malgrado i 7,4 milioni di contagiati e i 209 mila morti, il presidente ha esortato a “non avere paura”, assicurando che l’America “sta ritornando” e, ancora più esplicitamente, “sta tornando al lavoro”.

In definitiva, Trump ha portato il suo esempio per chiedere agli americani, esclusi dai privilegi sanitari garantiti al presidente, di non lasciare che l’emergenza in corso fermi l’economia USA, mettendo a rischio i profitti di banche e corporation. L’invito a “tornare al lavoro” di Trump, come egli stesso ha fatto nonostante il contagio, è insomma una nuova affermazione delle politiche criminali di apertura indiscriminata e di minimizzazione del rischio, responsabili del disastro sanitario che stanno attraversando gli Stati Uniti.

Qualsiasi segno di debolezza e di arretramento alla vigilia del voto è dunque da evitare nel modo più assoluto da parte di Trump. Tanto più che i media americani continuano a snocciolare sondaggi che mostrano un possibile recupero su Biden ancora di là da venire. Gli equilibri in vista del 3 novembre potrebbero comunque ancora cambiare, soprattutto in presenza di un candidato democratico a dir poco scoraggiante, sia in funzione di possibili “sorprese” nelle prossime settimane sia tenendo in considerazione il valore quasi certamente sottostimato del consenso rilevato per Trump dagli istituti di ricerca, come già accaduto nel 2016.

A giudicare però dai numeri proposti dalle indagini di opinione, a livello nazionale e negli stati decisivi perennemente in bilico, il vantaggio di Biden resta relativamente solido. Uno dei sondaggi più recenti è quello pubblicato martedì dalla Reuters, concentratosi sui sei stati considerati cruciali per l’esito delle presidenziali. Biden è dato in vantaggio in Wisconsin (+6%), Michigan (+5%), Pennsylvania (+5%) e Arizona (+1%), mentre sostanzialmente in bilico risultano Florida e North Carolina, dove entrambi i candidati sono accreditati del 47% dei consensi.

Categorie: News

Pagine

Abbonamento a ANAIC- Circolo di Roma aggregatore - News