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Siria, ONU e il gas nordcoreano

Altrenotizie.org - Mer, 28/02/2018 - 21:05

Di prove concrete dell’esistenza e dell’impiego di armi chimiche da parte di Assad in Siria non vi è tuttora traccia, ma il governo di Damasco e, in seconda battuta, quello di Mosca sono comunque responsabili di attacchi presumibilmente condotti con sostanze proibite contro i civili nel paese mediorientale in guerra.

 

Questa è in sostanza la posizione dell’Occidente in un frangente forse cruciale del conflitto, sempre più simile alle fasi che precedettero l’invasione dell’Iraq nel 2003 sulla base di accuse fabbricate dell’esistenza in questo paese di “armi di distruzioni di massa”.

 

L’offensiva del regime di Assad contro l’enclave di Ghouta orientale, controllata dai jihadisti, è stata l’occasione per il riaccendersi della macchina della propaganda occidentale. Come aveva avvertito il governo russo, l’escalation di minacce provenienti da Washington, Londra e Parigi, disperati nel constatare la possibile sconfitta dei propri “asset” strategici a Ghouta, ha finito inevitabilmente per includere le solite accuse a Damasco di avere fatto ricorso ad armi chimiche.

 

La campagna di propaganda è come sempre attentamente coordinata e mescola condanne e avvertimenti di esponenti dei vari governi occidentali a presunte rivelazioni giornalistiche e rapporti realizzati da organi autorevoli e apparentemente imparziali.

 

In questo contesto va inquadrata l’esclusiva a cui ha dato ampio spazio questa settimana il New York Times sulla scoperta, da parte di una commissione “indipendente” delle Nazioni Unite, di una rotta tra la Corea del Nord e la Siria lungo la quale viaggiano o viaggiavano forniture di materiale e componenti tecnici teoricamente utilizzabili per la realizzazione di armi chimiche.

 

Malgrado il rilievo dato alla notizia e alla descrizione dei rifornimenti provenienti da Pyongyang e alla possibile presenza di tecnici nordcoreani in Siria, nonché ai legami tradizionalmente amichevoli tra i due paesi, i passaggi realmente rivelatori  sono due brevi paragrafi sepolti all’interno dell’articolo.

 

Il primo conferma come i componenti che sarebbero giunti a Damasco dalla Corea del Nord, descritti in maniera generica e superficiale dal Times, “possono essere utilizzati a fini sia civili che militari”, essendo perciò con ogni probabilità acquistati e venduti da moltissimi altri paesi.

 

La seconda affermazione è ancora più significativa e spiega come il rapporto ONU avverta che “le prove presentate non dimostrano in maniera incontrovertibile l’esistenza di una collaborazione continuata tra la Corea del Nord e la Siria in materia di armi chimiche”.

 

In altre parole, l’esclusiva del New York Times, che ricorda in modo inquietante la serie di articoli che condussero all’aggressione dell’Iraq nel 2003, si basa su dubbie supposizioni di un documento che non può che essere di natura politica.

 

A ben vedere, il giornale americano potrebbe avere forzato la mano alla stessa commissione ONU, quasi certamente con la collaborazione di uno o più membri al suo interno. Infatti, il rapporto su questa sorta di riedizione dell’asse del male non è stato ancora reso pubblico né è chiaro, ammette il giornale americano, se mai verrà pubblicato.

 

Un portavoce delle Nazioni Unite, in risposta a una richiesta di commento di un reporter del Times, si è limitato a collegare il rapporto alla necessità di ogni paese di rispettare le sanzioni in vigore adottate dal Consiglio di Sicurezza. Se mai, dunque, il rapporto ONU in questione può essere tutt’al più una dimostrazione del tentativo siriano e nordcoreano di aggirare sanzioni commerciali che gravano su entrambi i paesi.

 

Visti gli obiettivi del New York Times e dell’apparato dello stato americano a cui il giornale fa riferimento, la notizia è invece usata di fatto per confermare il persistere di attività proibite nell’ambito di armamenti chimici da parte del regime di Damasco. Per dimostrare questo punto, l’articolo cita svariati esperti e analisti che concordano nel sostenere come la Siria non abbia abbandonato le proprie attività proibite nemmeno dopo l’accordo internazionale del 2013, quando Assad firmò la Convenzione sulle Armi Chimiche.

 

In quell’occasione, mediando un accordo con Washington, la Russia aveva evitato un attacco militare americano, minacciato da Obama dopo un altro episodio controverso. Un attacco con armi chimiche nella stessa enclave di Ghouta era stato cioè attribuito ad Assad, anche se in seguito varie fonti, realmente autorevoli e indipendenti, avevano dimostrato che la responsabilità era da attribuire ai gruppi armati dell’opposizione, intenzionati a far ricadere la colpa sul regime e provocare un intervento militare dell’Occidente.

 

Negli anni successivi si sono ripetute a intermittenza accuse simili contro Damasco, quasi sempre in concomitanza con eventi diplomatici per la negoziazione di una soluzione pacifica al conflitto o, come nel caso di questi giorni, nel pieno di iniziative militari delle forze governative che minacciano pesanti sconfitte per i “ribelli”.

 

L’episodio forse più significativo fu quello dell’aprile del 2017, quando le forze di Assad vennero accusate di avere messo in atto un’offensiva con gas sarin nella località di Khan Sheikhoun, nella provincia di Idlib, provocando 80 morti e centinaia di feriti. In assenza di prove o anche solo di un’indagine indipendente sul campo, dopo pochi giorni l’amministrazione Trump decise di agire con il lancio di 59 missili Tomahawk diretti contro una base aerea siriana.

 

Sempre a Ghouta, così, nei giorni scorsi sarebbe andato in scena un nuovo attacco del regime con gas cloro. L’assurdità dell’accusa rivolta contro Assad necessita evidentemente di una massiccia campagna mediatica, di cui l’articolo del New York Times fa appunto parte. Da un punto di vista strategico e non solo, infatti, il ricorso ad armi chimiche in un’operazione come quella in corso a Ghouta non ha alcun senso.

 

L’attacco appare innanzitutto troppo limitato per avere qualche conseguenza sugli equilibri militari. Soprattutto, poi, come nei precedenti episodi non è chiaro come il regime continui a manifestare tendenze suicide con azioni che prevedibilmente lo espongono a critiche durissime se non a possibili ritorsioni dell’Occidente.

 

L’analisi dei fatti e delle motivazioni che stanno dietro a determinati eventi, così come il semplice uso della logica, non sembrano però fare parte né del giornalismo ufficiale né delle azioni dei governi occidentali. Il dibattito internazionale e l’approccio a crisi come quella siriana, peraltro creata e aggravata dagli Stati Uniti e dai loro alleati, vengono ridotti a pura propaganda e alla promozione, spesso in maniera feroce e violenta, dei propri interessi strategici.

 

A conferma del coordinamento della nuova campagna anti-Assad, che fa intravedere un’intensificazione dell’impegno militare occidentale in Siria, due alleati fondamentali degli Stati Uniti sono intervenuti nei giorni scorsi per minacciare azioni concrete contro il regime proprio con il pretesto delle armi chimiche.

 

Martedì, il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, parlando alla Camera dei Comuni ha assicurato che Londra valuterà l’ipotesi di bombardamenti contro il regime siriano se dovessero emergere “prove incontrovertibili” della responsabilità di Assad di attacchi con sostanze proibite. Le “prove incontrovertibili” richieste dal leader conservatore è probabile debbano arrivare da Washington o da organizzazioni il cui grado di imparzialità è ben noto, come i cosiddetti “Caschi Bianchi”.

 

In previsione forse dell’imminente nuova campagna propagandistica contro Damasco, infine, il presidente francese, Emmanuel Macron, già a metà febbraio aveva anch’egli minacciato di far piovere bombe sul regime in caso di notizie di attacchi contro civili condotti con armi chimiche proibite.

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Il liberalismo oligarchico latinoamericano

Cubadebate (italiano) - Mer, 28/02/2018 - 03:32

lopez-obrador-580x341Nel dibattito con Andrés Manuel López Obrador, uno dei più noti teorici del liberalismo latinoamericano, Enrique Krauze, protesta per essere stato qualificato come conservatore. I liberali latinoamericani credono sempre che la difesa delle libertà sia ciò che li definisce.

Si rivendica l’affiliazione al liberalismo europeo, che fu l’ideologia della borghesia ascendente nella lotta contro il feudalesimo. Trasferiscono meccanicamente il ruolo del liberalismo in Europa all’America Latina, senza rendersi conto di come i quadri storici dei due continenti sono molto diversi, definendo nature radicalmente diverse per il liberalismo.

In America Latina, il liberalismo è stata l’ideologia dei modelli primari-esportatori, cioè della destra oligarchica, con la sua difesa dell’apertura dei mercati. E’ stato associato a regimi politici di destra, comprese le dittature militari.

Si oppone allo Stato, alle leadership popolari, alle sue politiche -accentate come “populiste” – di distribuzione della rendita, di riconoscimento dei diritti sociali di tutti. Il liberalismo in America Latina mai si è identificato con la difesa della “libertà”, a meno che  riteniamo che la “libertà di stampa” dei media lo rappresenti.

Il liberalismo qui, opponendosi allo Stato, si è identificato con il mercato, quindi con la grande imprenditorialità e le sue politiche economiche liberali e neoliberali. È sempre stato di destra

La destra, in Europa, si è identificata con la difesa dello Stato e della nazione. Ma sotto la concezione sciovinista, secondo la quale uno Stato è sempre migliore dell’altro. Non esiste una dominazione esterna.

In America Latina è la sinistra quella che assume la difesa dello Stato e delle questioni nazionali, contro lo sfruttamento esterno. Il liberalismo è sempre stato appropriato dalla destra in America Latina.

Nell’era neoliberale, la connessione tra liberalismo e mercato è diventata strutturale. C’è stata una convergenza tra liberalismo economico e liberalismo politico. In Messico, l’arrivo dei governi del PAN alla presidenza, nel 2000, è stata salutata come la democratizzazione del Messico. Naturalmente, dopo i fallimenti dei governi di quel partito, i liberali non hanno fatto alcun bilancio sulle loro illusioni e continuano a sostenere candidati dei partiti tradizionali, per evitare quello che, per loro, è il più grande male: l’alternativa di sinistra.

Quindi in tutta l’America Latina. Fernando Henrique Cardoso, apparentemente socialdemocratico, ha incorporato i liberali nel suo governo, per realizzare un governo neoliberale. Ovunque i liberali si sono adattati agli interessi del mercato, combattendo contro lo Stato e la sua capacità di indurre lo sviluppo economico, di garantire i diritti sociali alla massa sempre posticipata della popolazione, di attuare politiche esterne sovrane.

È che i liberali latinoamericani confondono combattere contro lo Stato come combattere per le libertà. Non si rendono conto che chiunque espropria i diritti della stragrande maggioranza della popolazione non è lo Stato, ma il mercato, che essi bramano come presunto spazio di libertà. La libertà del capitale, del grande business, che espropria diritti, concentra rendita: questo è ciò che fa il mercato, rispetto allo Stato minimo sostenuto dai liberali.

I ricchi non hanno bisogno dello Stato. Hanno banche private, hanno trasporti privati, hanno un’educazione privata, hanno piani sanitari privati. Coloro che hanno bisogno dello stato sono i più fragili, i più indigenti, gli esclusi, purché siano uno Stato che smetta di essere strumento dei potenti e dei milionari.

I liberali non capiscono l’America Latina, perché non si rendono conto che viviamo in società capitaliste, nell’era neoliberale. Che viviamo in società oppresse dall’imperialismo. Sono categorie essenziali -capitalismo, neoliberismo, imperialismo- che loro non conoscono.

Ora i liberali si concentrano in Messico, attaccando la candidatura che può riscattare il Messico dalle disgrazie che i governi neoliberali e l’Accordo di Libero Scambio con gli USA hanno portato il Paese. Il loro panico è che un governo che difenda gli interessi della grande maggioranza della popolazione messicana, che difende gli interessi nazionali del Messico, che avvicini il Messico all’America Latina, trionfi. Ma questa è la speranza della maggioranza del popolo messicano e anche dell’America Latina. Sconfiggere il neoliberalismo e la subordinazione agli USA per affermare un Messico giusto e sovrano.

di Emir Sader

 

preso da Rebelion

tradotto da Francesco Monterisi

 

foto: Reuters

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USA, il sindacato alla Corte Suprema

Altrenotizie.org - Mar, 27/02/2018 - 22:29

Una causa attualmente all’attenzione della Corte Suprema americana minaccia di ridurre in modo drastico le entrate dei sindacati del settore pubblico negli Stati Uniti, restringendone ulteriormente il peso e l’influenza dopo anni di guerra condotta dagli ambienti della destra americana contro i presunti rappresentanti dei lavoratori.

 

Il caso - “Janus contro AFSCME” (Federazione Americana dei Dipendenti di Stati, Contee e Municipalità) - ruota attorno alla costituzionalità delle cosiddette “agency fees”, cioè le quote raccolte dai sindacati tra quei lavoratori non iscritti ma che godono ugualmente dei benefici derivanti dalla loro attività di contrattazione.

 

Questa forma di contributo da destinare ai sindacati è prevista in una ventina di stati americani. Varie iniziative di legge, quasi sempre repubblicane, hanno invece abolito altrove l’obbligatorietà della pratica e privato le stesse organizzazioni dei dipendenti pubblici di decine di milioni di dollari in entrate.

 

Il procedimento finito alla Corte Suprema di Washington era scaturito da un’ordinanza emessa dal governatore repubblicano dell’Illinois, Bruce Rauner, per mettere fuori legge le “agency fees” relativamente ai dipendenti pubblici del suo stato. Questa decisione era stata oggetto di una causa legale che aveva portato a un verdetto contrario al governatore, in quanto non coinvolto in una pratica riguardante i soli sindacati e i lavoratori che essi rappresentano.

 

I veri promotori della causa avevano allora reclutato un dipendente della sanità pubblica dell’Illinois, Mark Janus, per presentare una nuova denuncia, finita appunto alla Corte Suprema. Janus sostiene che l’obbligo di finanziare un’organizzazione a cui non è iscritto viola il diritto di libertà di espressione previsto dal Primo Emendamento alla Costituzione americana. Ciò sarebbe dovuto al fatto che i sindacati svolgono attività politiche, in larga misura a sostegno del Partito Democratico, che possono risultare contrarie alle posizioni e alle idee di coloro da cui ricevono i versamenti previsti per legge.

 

Le associazioni sindacali odierne, rappresentanti i dipendenti pubblici o privati, negli USA come altrove, hanno smesso da tempo di essere realmente al servizio degli interessi dei lavoratori. Esse svolgono piuttosto un ruolo cruciale di contenimento delle tensioni sociali, implementando le decisioni dei datori di lavoro e riuscendo talvolta a ottenere benefit tutt’al più trascurabili, ma sempre con l’impegno di isolare e dividere le varie categorie di lavoratori o, addirittura, le singole realtà lavorative.

 

In uno scenario simile, l’obbligo imposto ai lavoratori non iscritti ai sindacati di versare contributi, che finiscono nelle casse di organizzazioni sostanzialmente allineate ai datori di lavoro, appare tutt’altro che legittimo. Ciononostante, le ragioni di coloro che combattono contro queste pratiche sono totalmente reazionarie e intendono combattere il principio della rappresentanza dei lavoratori in quanto tale, se non i loro stessi diritti.

 

Il caso su cui dovrà esprimersi la Corte Suprema è comunque il culmine di una guerra alle “agency fees” che è in atto da anni come fronte più recente dell’assalto alla rappresentanza sindacale. L’obiettivo è quello di ribaltare le posizioni del tribunale costituzionale americano espresse con una sentenza del 1977.

 

In essa, la Corte Suprema aveva appunto stabilito il principio del contributo generalizzato a organizzazioni che dovrebbero operare a favore di tutti i lavoratori, compresi quelli privi di tessera sindacale.

 

Negli ultimi anni, vari stati americani hanno adottato leggi contro le “agency fees”, mentre alcune sentenze della stessa Corte Suprema hanno contribuito a indebolirne le fondamenta, sia pure senza mai negare del tutto la legittimità del principio. Il costante spostamento a destra del baricentro ideologico della Corte preannuncia però da tempo una decisione definitiva contraria ai sindacati.

 

Nel 2016, un caso simile a quello odierno aveva lasciato la situazione invariata solo perché la morte improvvisa del giudice ultra-reazionario Antonin Scalia aveva portato a un risultato di parità all’interno della Corte Suprema. Oggi, però, la presenza del nuovo giudice Neil Gorsuch, nominato dal presidente Trump, rende quasi certa una sentenza sfavorevole alle organizzazioni sindacali del settore pubblico.

 

Un parere di questo genere finirebbe per avere conseguenze su tutto il territorio americano. Media e commentatori “liberal”, così come esponenti e sostenitori del Partito Democratico, a cui fanno riferimento la gran parte dei sindacati USA, sono perciò in estremo allarme in vista della decisione della Corte Suprema.

 

In molti paventano già la fine dei sindacati stessi, anche se i timori riguardano più che altro la possibilità che il Partito Democratico si ritrovi privato di contributi e attivisti tradizionalmente garantiti dalle associazioni dei lavoratori. Una delle ragioni della guerra ai sindacati da parte dei repubblicani è peraltro quella di colpire i democratici prosciugando le entrate dei sindacati che li appoggiano politicamente.

 

Il dibattito sul caso “Janus contro AFSCME” rivela però soprattutto il duplice approccio della classe dirigente americana ai sindacati e al loro ruolo nella società capitalistica. Il Partito Democratico e gli ambienti di potere che a esso fanno riferimento ritengono i sindacati indispensabili per tenere sotto controllo i lavoratori e dirottare rivendicazioni e malumori di questi ultimi in una direzione innocua per il sistema.

 

Preoccupazioni simili le ha espresse ad esempio un recente intervento dell’opinionista “liberal” del Washington Post, Dana Milbank, il quale ha avvertito i sostenitori della causa anti-sindacale che l’eventuale indebolimento di queste organizzazioni rischia di far riapparire “lo spettro delle agitazioni dei lavoratori in tutto il paese”.

 

In questi decenni, in cui i sindacati del settore pubblico hanno potuto contare sui contributi anche dei non iscritti, gli scioperi sono stati infatti estremamente ridotti, mentre il tentativo di ridimensionarne il ruolo minaccia di dare nuovo impulso alla militanza di una “working-class” americana che sta già mostrando più di un segnale di risveglio.

 

Per il Partito Repubblicano e gli ambienti di potere e del business più reazionari, invece, le associazioni sindacali, malgrado l’ormai estrema docilità, restano elementi di intralcio all’imposizione pura e semplice di condizioni di lavoro sempre più brutali, così che la loro scomparsa o marginalizzazione, anche attraverso una sentenza della Corte Suprema, risulterebbe tutt’altro che sgradita.

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Ragioni fondamentali perché la MUD abbandona la corsa presidenziale

Cubadebate (italiano) - Mar, 27/02/2018 - 03:05

mudLa coalizione di opposizione Mesa de Unidad Democrática (MUD) ha fatto, il per nulla sorprendente, annuncio che non parteciperà alle elezioni presidenziali previste per il 22 aprile di quest’anno.

Dopo una abilitazione alla Costituzione venezuelana fornita dall’Assemblea  Nazionale Costituente(ANC) dato il suo carattere plenipotenziario, si è permessa una deroga alla scadenza del mandato presidenziale e quindi convocare le tanto richieste (dalla MUD) elezioni al seggio di Miraflores. Ora, in un evento senza precedenti questi decidono di non partecipare, superando se stessi come organizzazione che in tre occasioni precedenti si è ritirata ampiamente dall’elezioni parlamentari, come è avvenuto in occasione delle elezioni parlamentari del 2005, l’elezione dell’ANC in luglio 2017 e quelle municipali nel dicembre dell’anno scorso.

Quali sono le ragioni che impugna la MUD riguardo la sua decisione? Cosa hanno affermato nel comunicato esplicativo della loro decisione? A questo proposito, e su questa organizzazione che si denomina “politica”, ma che partecipa eventualmente in essa, ci sono alcuni elementi da evidenziare.

Le garanzie elettorali

Questo mercoledì 21 febbraio, la coalizione anti-chavista ha reso il suo annuncio di boicottaggio mediante astensione dalle previste elezioni presidenziali. Nel suo documento, che definisce “una sfida” al Governo del presidente Nicolás Maduro, spiega che, sebbene ritenga necessario un cambio di regime “il più presto possibile”, per questi fini non ci sono, apparentemente, condizioni elettorali.

In questo senso, stabilisce una controproposta, che assomiglia a quanto formulato recentemente nella Repubblica Dominicana nel quadro dei dialoghi tra il Governo e l’opposizione. Vale a dire, condizioni di garanzie elettorali che, secondo l’opposizione,  spianerebbero la strada affinché partecipi alle elezioni.

Fondamentalmente, si attiene ora all’inatteso documento con il quale ha sorpreso i mediatori ed il Governo proprio il giorno della firma del documento  consensuale che era stato pre-concordato nella Repubblica Dominicana il 31 gennaio. In questo accordo apparivano una serie di modifiche sostanziali, mettendo tutto a favore delle richieste dell’opposizione e silurando, con esso, ogni possibilità di firma. Questa serie di condizioni è stata ora presentata dalla leadership anti-chavista per andare alle elezioni, come parte di un documento “fatto e approvato all’unanimità” dai ministri degli esteri e mediatori nella Repubblica Dominicana.

All’imporre nuove prerogative e persino ribadendo le condizioni già pre-concordate con il Governo, la MUD stabilisce un atto di propaganda politica, cercando di compensare con questo atto puramente comunicativo il profondo danno che sui suoi seguaci ha fatto la prolungata campagna di sfiducia di fronte all’ente elettorale venezuelano, che si è tradotto in una molto bassa intenzione di voto tra gli oppositori. Oltre alla mancanza di una solida leadership che la coesioni e generi fiducia.

Per gli oppositori, la questione delle garanzie elettorali, o almeno la ricreazione di un presunto cambio delle regole del gioco, è tutt’al più importante per cambiare l’attuale correlazione nell’intenzione di voto. Nel gennaio di quest’anno, Eugenio Martinez, analista elettorale dell’opposizione, ha presentato i risultati della società di sondaggio Datincorp: mentre l’ 86,6% di coloro che si dichiarano chavisti sono “pienamente determinati a votare” alle elezioni presidenziali, solo il 46% di quelli che si denominano oppositori dicono  essere convinti di partecipare.

Le condizioni

La MUD ora denomina le elezioni previste in aprile come “premature”, nonostante alcune settimane fa, quando il dialogo rimase in “pausa indefinita”, nelle parole del mediatore presidente dominicano Danilo Medina, la MUD aveva già pattato con il chavismo la realizzazione delle elezioni il 22 aprile. Così questo scombussola altresì la dichiarazione della MUD sulla data delle elezioni come un ostacolo alla sua partecipazione. La coalizione ha dichiarato, nel suo documento del 21 febbraio, che puntava ad elezioni nella seconda metà di quest’anno.

Un’altra delle richieste che cerca di imporre ora come condizione è la sostituzione dei reggenti del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) per renderlo più “equilibrato”, malgrado anche nella Repubblica Dominicana questa possibilità era già stata pre-concordata, ma non è stata firmata dalla MUD. Il che significa che colloca come una nuova richiesta un cambio nella struttura elettorale che era già stato avallato dal Governo nei dialoghi che hanno deciso di non avallare con la loro firma.

Il comunicato della MUD è più un’operazione di propaganda che un comunicato politico

L’invito alle missioni internazionali di osservazione è un altro punto segnalato dall’opposizione in tutti i processi: prima, durante e dopo le elezioni presidenziali. Un altro punto che era già stato pre-concordato con il Governo.

Un altro degli elementi che emerge nel documento è il voto dei venezuelani all’estero.

Un altro elemento che emerge nel documento è il voto dei venezuelani all’estero. Senza chiarire in che termini si sviluppa questa condizione, la leadership anti-chavista formula la proposta alla luce del fatto che effettivamente i venezuelani all’estero possono  votare. Lo fanno quelli con status legale nel paese di destinazione e che inoltre hanno fatto il cambio nel Registro Elettorale Permanente nelle ambasciate e servizi consolari, ai sensi dell’articolo 124 della Legge Organica dei Processi Elettorali.

Probabilmente la MUD suggerisce un disconoscimento della legge per abilitare il voto di molti dei suoi seguaci che sono emigrati e non hanno queste condizioni. Ciò che costituisce un serio ostacolo.

Considerata come una richiesta sostanziale per andare alle elezioni, l’accesso paritario di media pubblici e privati ai centri elettorali, anche a spese che è noto che questa non è una variabile, che significhi una convocazione sostanziale per motivare il voto. Ma d’altra parte sì è servita affinché, in tempi anteriori, proliferassero  le sceneggiate nei centri elettorali, questione che servì per costruire continuamente matrici di “frode elettorale” che oggi pesano enormemente nelle intenzioni di voto della opposizione.

Ha richiesto la revoca delle interdizioni a partiti e leader politici. Il riferimento non indica specificamente alcun personaggio politico in particolare. Per quanto riguarda la interdizioni di partiti, sull’organizzazione Primero Justicia è caduta recentemente l’obbligo di rivalidazione davanti all’ente elettorale venezuelano e questi non sono riusciti a raccogliere le firme al fine di tornare in pista, dopo assenze dichiarate di tale partito nelle schede elettorali.

Infine, ha richiesto la realizzazione di controlli tecnici al processo elettorale. Ciò che per le autorità elettorali venezuelane e per la MUD non è alcuna novità, poiché secondo i regolamenti elettorali sono 14 i processi di audit prima delle elezioni, durante le elezioni e posteriormente ad esse. La MUD ha convalidato tutti i processi di controllo nelle elezioni degli ultimi anni, compresi quelli dei governatori lo scorso 15 ottobre.

Qual è il senso delle condizioni della MUD?

In termini strettamente elettorali, solo la nomina di nuovi reggenti nel CNE è al massimo significativa, nel caso in cui le nuove autorità decidano cambiare le metodologie di voto ed un cambio totale di sistema, ad esempio, se questo passa dall’attuale sistema automatizzato (qualificato dal Consiglio degli Esperti Elettorali dell’America Latina -CEELA- come uno dei più trasparenti al mondo) ad un sistema manuale. Nel caso in cui anche cambiando autorità elettorali si preservino i metodi attuali, il cambio dei reggenti è, in termini elettorali, irrilevante.

Nonostante il suo netto rifiuto, la MUD sembra lasciare la porta aperta per andare alle elezioni purché tutte (o alcune, forse) delle condizioni siano soddisfatte.

Quindi, le condizioni che l’antichavismo cerca di imporre, da un’agenda politica mediatica e sotto gravi condizioni di tutela da parte di istituzioni straniere, sembrano essere condizioni per ristabilire la sua immagine politica. Non sono essenzialmente correlate alle condizioni elettorali sul terreno. Sembrano presentarsi da una posizione in cui da ottenere tutte o parte delle loro richieste, andranno alle elezioni presentando l’immagine che sono riusciti a “torcere il braccio” al chavismo, anche se il chavismo ceda a richieste che erano già pre-concordate nella Repubblica Dominicana.

Qui acquista forza la questione dell’immagine politica. Per la MUD, è importante che dalla sua arena (media, pressioni straniere e voci politiche) consacri concessioni elettorali, invece di farlo dalla posizione “addomesticata” che ha presentato nella Repubblica Dominicana. In questi casi cercano di ristabilire un legame rotto con i loro seguaci, poiché gran parte di questi considerano che la MUD si è sottomessa ai disegni del chavismo per fare solo quello che i politici devono fare, che è dialogare.

In breve, per quanto riguarda l’opposizione ci sono situazioni che possono sembrare imprevedibile, soprattutto perché si tratta di un’istanza pseudo-politica che non ha propri criteri guida, ma che invece è diretta da istanze straniere che tentano di fabbricare uno scenario di delegittimazione per dare il via ad un maggiore assedio finanziario ed economico sul paese.

di Franco Vielma- Mision Verdad

traduzione di Francesco Monterisi

 

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Ghouta, la realtà e la propaganda

Altrenotizie.org - Lun, 26/02/2018 - 21:46

La tregua di 30 giorni, decisa sabato scorso all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non ha finora impedito la prosecuzione dei combattimenti praticamente su tutti i fronti di guerra in Siria. L’attenzione di governi e media occidentali si è concentrata sull’enclave “ribelle” di Ghouta orientale, in prossimità della capitale Damasco, dove le forze governative del presidente Assad stanno conducendo una dura offensiva per riconquistare un territorio di fondamentale importanza strategica.

 

L’accordo raggiunto all’ONU, sia pure dopo lunghe trattative e l’accoglimento di una serie di obiezioni soprattutto di Mosca, è il risultato di una campagna propagandistica degli Stati Uniti e dei loro alleati per confondere l’opinione pubblica internazionale sulla realtà del conflitto in Siria. La stessa mancata cessazione delle ostilità, decisamente probabile anche solo per la confusione in merito a quali siano le parti coinvolte, continuerà a essere sfruttata per spingere Washington a intervenire militarmente contro un regime “criminale”.

 

La premessa indispensabile a un’analisi equilibrata della situazione a Ghouta est è comunque che gli scrupoli dell’Occidente non riguardano in nessun modo le sorti della popolazione civile. In primo luogo, la mano pesante di Assad, a Ghouta come altrove, non può essere giudicata senza considerare il quadro generale di un conflitto orchestrato e alimentato precisamente dagli USA e dai loro partner in Europa e in Medio Oriente per rimuovere il regime di Damasco, spesso sostenendo organizzazioni armate terroriste.

 

Anche se le notizie riportate dalla stampa occidentale parlano in maniera vaga di formazioni “ribelli” che controllano Ghouta, qui sono in realtà attivi svariati gruppi jihadisti, tra cui Hayat Tahrir al-Sham, ovvero l’ex Fronte al-Nusra, che rappresenta la filiale di al-Qaeda in Siria. Queste formazioni sono responsabili da anni di bombardamenti diretti contro quartieri governativi e residenziali della vicina Damasco, dove hanno provocato centinaia se non migliaia di vittime civili.

 

Ugualmente quasi mai citato è anche il fatto che il regime aveva offerto ai gruppi fondamentalisti di lasciare pacificamente Ghouta orientale, ma questi ultimi si sono sempre rifiutati, così come hanno violato accordi di tregua in passato. La loro presenza in questa località risulta d’altra parte utile ai governi occidentali, i quali, grazie alla copertura dei media ufficiali, possono continuare a denunciare le violenze di Assad contro la popolazione civile. Il governo russo ha annunciato in ogni caso per martedì una “pausa umanitaria”, durante la quale l’assedio di Ghouta dovrebbe fermarsi per consentire l’evacuazione dei civili, sempre che ciò venga consentito dai “ribelli”.

 

Se ci sono pochi dubbi che le operazioni del regime di Damasco stiano provocando “danni collaterali” pesanti, dal punto di vista militare l’assedio di Ghouta ha le stesse caratteristiche di quelli condotti dagli USA e dalla “coalizione” da loro guidata contro le città di Raqqa e Mosul, rispettivamente in Siria e in Iraq, per liberarle dalla presenza dello Stato Islamico (ISIS).

 

Anzi, il numero di morti e feriti tra i civili a Ghouta o i danni alle infrastrutture sono per il momento ben inferiori rispetto al bilancio delle precedenti offensive americane. Lo scorso anno, Raqqa fu ad esempio rasa al suolo con decine di migliaia di bombardamenti che fecero, secondo alcune stime, più di tremila morti civili. In quel caso le richieste di attuare un cessate il fuoco furono respinte da Washington, mentre ai rimanenti guerriglieri dell’ISIS fu facilitata la fuga per consentire loro di continuare a combattere altrove contro il regime siriano.

 

Come ha spiegato una recente analisi del blog Moon of Alabama, la campagna di propaganda in corso attorno ai fatti di Ghouta è da ricondurre alla “guerra fredda tra USA e Russia che sta spaccando la Siria”.

 

Il tentativo da parte americana di far restare terroristi e jihadisti in questa enclave risponde principalmente a quattro obiettivi: “ dimostrare al mondo che il governo siriano non è in grado di garantire la sicurezza di Damasco, ricordare come Mosca abbia dichiarato troppo presto di avere vinto la guerra in Siria”, proteggere l’ISIS e al-Qaeda per utilizzare i loro uomini in altri scenari dove saranno utili a Washington e “giustificare l’occupazione USA della Siria nord-orientale”.

 

Che la risoluzione ONU del fine settimana risulterà quasi certamente inefficace per quanto riguarda Ghouta è confermato anche dalla preparazione da parte delle forze governative di un attacco di terra contro i “ribelli” rimasti in questa località. La propaganda occidentale non farà perciò che aumentare di intensità, con scene di distruzione e di sofferenze di civili mostrate incessantemente e in maniera altamente selezionata sui media ufficiali.

 

Così come nel pieno dell’assedio di Aleppo nel 2016, anche in questo caso i gruppi armati contro cui combatte il regime hanno poi già avviato la diffusione di immagini e filmati dal contenuto drammatico, realizzati ufficialmente dai civili ma in realtà quasi sempre prodotti in collaborazione con i governi occidentali o con organizzazioni operanti in Siria come i famigerati “Caschi Bianchi”.

 

Il fatto che la tregua deliberata al Palazzo di Vetro rischi di trasformarsi in un’arma nelle mani di Washington per fare pressioni sul regime è confermato anche dall’esenzione di altri attori impegnati in Siria dal rispetto delle condizioni previste. Ciò è valido in promo luogo per le operazioni turche nella Siria settentrionale contro le milizie curde.

 

Dal cessate il fuoco sono escluse in realtà solo le manovre dirette contro gruppi terroristici, così che quelle di Ankara contro le Unità di Protezione Popolare curde (YPG) non dovrebbero costituire un’eccezione, visto che questa milizia non è internazionalmente riconosciuta come terroristica. Erdogan, com’è ovvio, ha però già assicurato che la risoluzione ONU non avrà effetti sull’offensiva inaugurata il 20 gennaio scorso.

 

Le operazioni americane in Siria continuano poi anch’esse senza troppi riguardi per tregue o vittime civili, per non parlare della totale illegalità della stessa presenza militare USA nel paese mediorientale. Solo la stampa locale siriana e quella considerata filo-russa ha riportato ad esempio lunedì che una serie di incursioni aeree, ufficialmente contro l’ISIS, della “coalizione” guidata da Washington nella provincia di Deir ez-Zor avrebbero fatto una trentina di morti tra i civili.

 

In casi simili, così come quelli di Raqqa e Mosul, i “danni collaterali” civili sono interamente giustificabili e nemmeno degni di essere riportati dalla stampa, mentre rappresentano intollerabili violazioni dei diritti umani che richiedono provvedimenti quando riguardano Siria, Russia o Iran.

 

Gli sforzi per impedire il ritorno di Ghouta est sotto il contro di Assad includono poi prevedibilmente anche l’immancabile accusa del ricorso ad armi chimiche da parte del regime. Nel fine settimana, fonti militari e civili russe avevano avvertito di una probabile imminente provocazione dei “ribelli” tramite l’uso di un qualche agente chimico per poi far ricadere la colpa su Damasco.

 

Questo modus operandi è stato registrato e smascherato più volte anche da organismi indipendenti e autorevoli nel corso del conflitto siriano, ma ogni volta la notizia non verificata di un attacco con armi chimiche viene raccolta puntualmente dalla stampa occidentale per accusare il regime di Assad.

 

Infatti, solo alcune ore dopo l’avvertimento russo, è circolata la notizia che un certo numero di persone a Ghouta est mostrava sintomi da esposizione a gas cloro. Tutte le fonti citate dalla stampa internazionale per descrivere l’accaduto sono come sempre riferibili ai soli ambienti dell’opposizione siriana.

 

Ben lontana quindi dal contribuire alla pace in Siria, la tregua decisa sabato dall’ONU rischia di finire per aggravare lo scontro tra le parti coinvolte nel conflitto. Gli Stati Uniti, denunciando le presunte violazioni di Damasco e di Mosca, continuano infatti a procedere con i preparativi per un maggiore coinvolgimento nella guerra con l’obiettivo di ridimensionare il ruolo di Russia e Iran in Medio Oriente attraverso la rimozione del regime di Assad.

 

Sul fronte opposto, invece, la Russia sembra intenzionata a scoraggiare qualsiasi iniziativa militare americana e a favorire l’assedio di Damasco per chiudere il cerchio sui terroristi rimasti a Ghouta. A questo proposito, Mosca ha annunciato nel fine settimana l’arrivo in Siria di un’altra decina di aerei da guerra, tra cui i nuovissimi Sukhoi Su-57, pronti con ogni probabilità a intervenire contro eventuali attacchi ordinati dagli Stati Uniti contro le forze governative.

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La guerra sporca contro il Venezuela

Altrenotizie.org - Dom, 25/02/2018 - 21:53

Con le annunciate manovre militari nelle Bahamas, gli Stati Uniti mostrano i muscoli al Venezuela. Lo fanno dopo le minacce di Trump, che annunciò avere “varie opzioni sul Venezuela, compresa quella militare”. Minacce reiterate dal Segretario di Stato, Rex Tillerson, nel suo recente tour latinoamericano, dove ha chiamato i paesi satelliti degli Stati Uniti (Mexico, Colombia, Argentina, Brasile, Perù, Paraguay, Cile ed altri) ad isolare il Venezuela, ricordando a tutti che la “Dottrina Monroe” continua ad essere l’essenza pura della relazione tra Washington e l’intero continente americano.

 

Alle minacce militari si aggiunge il tentativo d’isolamento politico, per una manovra a tenaglia che isoli politicamente Caracas nel contesto regionale, così da generare il retroterra di consenso ad una possibile avventura militare. Alla ricerca di casus belli, la propaganda ha inventato una migrazione massiccia di venezuelani verso la Colombia che metterebbe a rischio nientedimeno che la stabilità regionale!!

 

E’ esempio mirabile di fake news: non c’è nessuna particolare migrazione tra Venezuela e Colombia. L’unico traffico è quello delle merci che il governo bolivariano distribuisce a prezzo politico e che i commercianti disonesti accatastano per poi cederle agli speculatori venezuelani e ai loro complici colombiani. I prodotti vengono venduti in Colombia guadagnando cifre enormi, mentre lasciano il Venezuela con problemi nella rete di distribuzione degli alimenti e beni di varia natura. Il che genera file e difficoltà di ogni genere che servono ad alimentare malcontento e immagini utili alla propaganda antigovernativa.

 

Sul piano squisitamente politico l’attacco al governo Maduro si spinge alla richiesta da parte di alcuni paesi filo statunitensi di non celebrare le elezioni anticipate venezuelane, previste per il prossimo 22 Aprile, data accordata tra governo e opposizione con la mediazione dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero negli incontri svoltisi nella repubblica Dominicana. Qui l’opposizione era pronta a firmare un documento congiunto con il governo ma fu bloccata un momento prima da Washington e Bogotà.

 

Il fatto è che la cosiddetta “opposizione” ha deciso di non partecipare perché lacerata al suo interno e senza speranze di vincere; emergono però, al di fuori della MUD, candidati che tentano di catalizzare i voti antigovernativi, conferendo così ulteriore, definitiva legittimità al confronto elettorale.

 

Alla Casa Bianca sono preoccupatissimi. Una vittoria elettorale di Maduro obbligherebbe al silenzio gli sponsor della destra violenta e l’unico modo per impedirlo è non andare al voto. La storia è sempre la stessa nel filmino dei “democratici”: chiedono elezioni, ma quando arrivano le boicottano perché sanno di perderle rovinosamente, dato che i settori popolari sanno chi sono e da chi prendono ordini.

 

Se l’opposizione riuscisse a rinviare la consultazione, trasformerebbe la propria debolezza in un atto di forza e ridurrebbe la forza politica del bolivarismo. Perché in Venezuela (come lo fu, inutilmente, in Nicaragua) il tentativo è di non validare, con la propria presenza, il confronto democratico interno. E partecipare significa riconoscere, implicitamente ed esplicitamente, che l’agibilità politica c’è, dunque definire poi il governo una dittatura diventa come minimo una contraddizione in termini.

 

Per questo, cosciente della scarsa credibilità dell’opposizione che litiga al suo interno per spartirsi denaro e appoggi, la Casa Bianca ha mobilitato l’osceno Segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, che verso Caracas ha da sempre una posizione di aperto conflitto che sfocia sovente nell’isteria. A Lima ha riunito i fedelissimi filo statunitensi e ha costruito una posizione di rifiuto alla presenza di Nicolas Maduro al prossimo Vertice delle Americhe previsto per la seconda metà di Aprile.

 

Lo si accusa di “violare i diritti umani”, ovvero di non riconsegnare il Venezuela alla destra filo statunitense ed alle compagnie petrolifere che la supportano. Diversi paesi, circa la metà, non condividono affatto la posizione del “gruppo di Lima” contro il Venezuela e se il corrotto Perù, anfitrione ma non padrone del Vertice, dovesse prestarsi al giogo di non permettere l’arrivo di Maduro, lo scontro diplomatico e politico interno ai paesi latinoamericani diverrebbe furente.

 

Per l’Amministrazione Trump il Venezuela sembra esser divenuto il termometro della sua politica regionale. Anche solo per dimostrare di realizzare ciò che Obama non riuscì a compiere, il tycoon dedica ogni sforzo all’aumento della tensione, soffiando sul fuoco di ogni polemica e gettando acqua gelata su ogni ipotesi di dialogo. Nessuno si è chiamato fuori dal richiamo statunitense contro Caracas, nemmeno la pessima Unione europea, che anzi si è particolarmente adoperata nella costruzione del film che è passato dall’horror alla fantascienza. Con il rovesciamento del tavolo dove si poggiano colpe e meriti, nell’attacco a Maduro la guerra di propaganda dell’Occidente si è scatenata in tutta la sua potenza.

 

Il Venezuela, infatti, è il luogo nel mondo dove si sono concentrate il numero maggiore di fake news. Menzogne a cielo aperto, ribaltamento della verità senza onere di prova, finzione assoluta che ha trasformato i terroristi in democratici e i democratici in autoritari.

 

Che vuole Washington?

 

Cosa cercano gli Stati Uniti nel tentare di provocare un incidente militare che apra il via alla guerra contro il Venezuela? Secondo alcuni analisti l’obiettivo sarebbero petrolio, litio, acqua, gas e coltan, oltre ad un patrimonio straordinario di biodiversità offerto dall’area amazzonica. Certo, sono materie prime che fanno gola ad una economia in crisi come quella statunitense, che sebbene alzi artificiosamente gli indici di borsa non vede nemmeno da lontano la presunta ripresa che il Tycoon col riporto aveva garantito.

 

Ma parallelamente al sogno di rientrare in possesso dei beni venezuelani, l’obiettivo appare anche politico e strategico. Il Venezuela è asse centrale nella struttura continentale democratica ed economica. Essa, con le sue ricchezze e la sua centralità strategica, non è isola sperduta in un oceano, non è luogo remoto sulla cartina dove può esser tollerato il sovvertimento dell’ordine capitalistico.

 

Come Cuba, come il Nicaragua Sandinista, come la Bolivia di Evo Morales, il Venezuela produce paradigmi nuovi, genera prospettive, annulla la rassegnazione atavica, plasma indipendentismo. Ha rappresentato - e nonostante la crisi continua a rappresentare - il ribaltamento dell’ordine delle priorità nelle politiche economiche e sociali rispetto ai regimi conservatori, un’inversione di rotta totale nei confronti dell’obbedienza a Washington.

 

Lasciar prosperare il blocco democratico ed indipendentista diventa esiziale per i prostrati all’impero e pericoloso per l’impero stesso, che ha nell’annessione il suo unico modello di relazione con l’America Latina.

 

La nuova offensiva diplomatica, politica e militare statunitense tende a riposizionare il continente sotto il suo tallone. Una crescente cooperazione Sud-Sud, la rimodulazione delle relazioni commerciali con l’Europa e l’apertura di nuove cooperazioni con Russia, Cina e Iran, avevano caratterizzato sotto la sfera economica e commerciale il nuovo indipendentismo latinoamericano, sancito politicamente dal ritorno di Cuba negli OSA e dalla capacità di parlare con voce unica nel confronto con gli USA.

 

Scenario intollerabile per la parte più retriva e colonialista dell’establishment statunitense, in particolare quello legato elettoralmente agli stati del Sud. Già Obama volle correggere quella che alcuni ritennero una “disattenzione” delle amministrazioni Bush nei confronti dell’America Latina operata in favore dello sguardo ad Oriente e nel Golfo Persico e stabilì come priorità il recupero del comando assoluto sull’insieme del continente, che si era ormai decisamente emancipato dal Washington Consensus.

 

Iniziato con il golpe militare in Honduras per deporre il legittimo presidente Zelaya e proseguito con l’organizzazione della sovversione interna in Venezuela, Argentina e Brasile, il cambio di rotta ordinato da Obama riportò in agenda una aggressiva politica regionale. Si riaprirono ostilità politica e minacce militari da parte di Washington verso il Centro e Sud America.

 

Si implementarono sanzioni economiche e s’investirono risorse enormi nell’organizzazione della sovversione interna ai paesi con governi progressisti, finanziando, armando e sostenendo politicamente la bande militari e paramilitari, coprendole sotto il mantello dell’opposizione politica. Alla bisogna, si ricostruirono antiche logge e consorterie affaristico-mafiose legate all’intelligence statunitense civile e militare.

 

Nei disegni statunitensi la caduta del Venezuela comporterebbe anche gravi ripercussioni economiche su Cuba e Nicaragua, con cui Caracas, oltre ad una alleanza politica, mantiene importantissimi accordi per scambi commerciali e fornitura di servizi sociali utili anche a mantenere un buon livello di welfare. Mettere in ginocchio il Venezuela, cacciare il governo bolivariano, oltre a riconsegnare il Sud America alla mappa dell’obbedienza, riproporrebbe la quinta essenza della Dottrina Monroe come modello di governance del continente. Restituirebbe agli Stati Uniti un pezzo strategico per il dominio sulle economie continentali.

 

La partita che si gioca in Venezuela non ha un epilogo già scritto. Per quanto sia forte e a cerchi concentrici l’attacco alla democrazia popolare bolivariana, le conseguenze sul piano regionale di un’aggressione sono difficili da calcolare ed il rischio per gli USA di restare impantanati in una guerra che non può vincere non può essere sottovalutato dal Pentagono.

 

Sebbene la Colombia governata formalmente da Santos, ma praticamente da Uribe, si candidi a svolgere il lavoro sporco, spalleggiata dall’Argentina di Macrì e dal Brasile del corrotto Temer, una valutazione prudente ed assennata costruita sul terreno inviterebbe a non sottovalutare la capacità di reazione da parte del Venezuela. Caracas, comunque, mentre da anni si prepara a difendersi, cerca in ogni modo di scongiurare la dimensione militare dello scontro. Che, d’altra parte, è tutt’altro che epilogo inevitabile del quadro.

 

Sanno bene, a Washington, che  invece di una passeggiata trionfale statunitense il Venezuela potrebbe trasformarsi in un Afghanistan vicino casa. Una inevitabile quanto prevedibile estensione del conflitto non risparmierebbe nessuno e la presidenza Trump, già traballante, finirebbe rapidamente. E, con essa, i militari che l’hanno sostenuta e che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di una ennesima guerra persa.

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Russia-Arabia, solo petrolio?

Altrenotizie.org - Gio, 22/02/2018 - 20:34

Se c’è un ambito nel quale si misurano il grado di influenza di un determinato paese e la stabilità di un’area geografica è quello del petrolio e delle politiche energetiche in generale. A saperlo bene sono soprattutto gli Stati Uniti, il cui status di potenza fino a poco tempo fa incontrastata in Medio Oriente si è sempre fondato sulla partnership con l’Arabia Saudita e i “petrodollari”.

 

Questo primato sembra tuttavia erodersi rapidamente sull’onda degli eventi di questi ultimi anni e, oltre alle vicende militari e politiche della regione, a confermalo è anche la nascente cooperazione strategica tra lo stesso regime saudita e la Russia di Putin.

 

Mentre l’attenzione internazionale era focalizzata su quanto accadeva sul fronte della guerra in Siria, la settimana scorsa andava in scena a Riyadh un vertice tra le autorità del regno sunnita e quelle russe, centrato precisamente sulle questioni energetiche.

 

I due paesi hanno sottoscritto una serie di accordi e “memorandum d’intesa” che gettano le basi per una collaborazione di ampio respiro, tesa da un lato a sostenere gli sforzi sauditi per diversificare la propria economia, fondata sul greggio, e dall’altro a consolidare la posizione di Mosca in Medio Oriente. Sorprendentemente, vista l’alleanza di ferro tra Washington e Riyadh, il risultato potenziale di questo processo ancora alle fasi iniziali è la marginalizzazione degli Stati Uniti nella regione.

 

La notizia più importante uscita dal vertice russo-saudita è quella dell’offerta di Mosca, accettata da Riyadh, di investire nell’acquisto del 5% della mega-compagnia petrolifera pubblica saudita Aramco, per la quale il regime intende lanciare a breve un’Offerta Iniziale di Acquisto (IPO).

 

Aramco è valutata complessivamente qualcosa come duemila miliardi di dollari e la quota messa sul mercato dovrebbe perciò fruttare all’Arabia Saudita 100 miliardi che l’erede al trono, Mohammad bin Salman, vorrebbe utilizzare in primo luogo per implementare l’ambizioso piano “Vision 2030” destinato nelle intenzioni a svincolare l’economia del suo paese dal petrolio.

 

L’ottima disposizione saudita nei confronti dell’iniziativa russa deve avere provocato non pochi brividi a Washington, non solo per l’ovvia competizione con Mosca in Medio Oriente ma anche in relazione a quanto era accaduto a Riyadh la scorsa primavera in occasione della prima visita nella regione dell’allora neo-presidente Trump. Quest’ultimo era stato accolto con tutti gli onori dalla casa regnante saudita e i colloqui che ne erano seguiti avevano avuto al centro, tra l’altro, proprio la possibile partecipazione americana all’IPO di Aramco.

 

L’inserimento di Mosca nella vicenda non è l’unico motivo di preoccupazione per gli Stati Uniti, come ha confermato a Riyadh il numero uno del fondo sovrano russo di investimenti (RDIF), Kirill Dmitriev. Dmitriev ha infatti rivelato che per la quota di Aramco offerta dai sauditi si muoverà un fondo congiunto russo-cinese in collaborazione con banche russe. Anche la Cina sarà cioè in prima linea per l’IPO e, viste le implicazioni e la portata dell’operazione, essa aprirà con ogni probabilità la strada ad altre collaborazioni dall’importanza economica e strategica estremamente rilevante.

 

Sempre settimana scorsa a Riyadh, i vertici di Aramco hanno sottoscritto anche un “memorandum d’intesa” con la più grande compagnia russa produttrice di gas non statale, Novatek, per investire in un progetto estrattivo artico da 20 miliardi di dollari che dovrebbe essere operativo nel 2023.

 

Da quanto riportato dalla stampa internazionale, l’accordo sarà presentato ufficialmente nel corso del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, in programma nel mese di maggio, dove il rimescolamento degli equilibri strategici in atto in tutto il pianeta sarà nuovamente sotto gli occhi della comunità internazionale.

 

A dimostrazione di come il fermento registrato settimana scorsa a Riyadh possa dare l’impulso a una catena di operazioni rilevanti in ambito energetico, la stessa Novatek ha fatto sapere di essere interessata alla costruzione di un impianto per la rigassificazione di gas naturale liquefatto (LNG) in Arabia Saudita.

 

Dmitriev, “CEO” del fondo sovrano russo, ha anche assicurato che Mosca e Aramco sottoscriveranno nel prossimo futuro altri accordi di investimento. Uno di questi potrebbe beneficiare la compagnia russa indipendente di trivellazioni Eurasia Drilling, secondo la stampa specializzata da tempo interessata a entrare in progetti offshore e onshore in Arabia Saudita. Per Business Insider, addirittura il gigante russo Gazprom aveva sempre fallito nel tentativo di conquistarsi uno spazio di questo genere sul territorio del regno.

 

Sempre dei giorni scorsi è inoltre la notizia di come la Russia abbia sottoposto una proposta per la realizzazione di due reattori nucleari in Arabia Saudita, in vista di un appalto che il regime wahhabita intende assegnare il prossimo anno. Per il progetto sembravano essere in prima linea compagnie americane, coinvolte nelle trattative fin dal 2012. Il governo di Washington ha però sempre tentennato sulla questione, poiché Riyadh, nonostante il progetto sia ad uso civile, continua a rivendicare il diritto di conservare la capacità di arricchire uranio e di riprocessare il plutonio. Due operazioni, cioè, che potrebbero essere utili per la produzione di armi nucleari.

 

Il Congresso USA deve poi esprimersi per legge in caso di fornitura di tecnologia nucleare americana a un paese straniero. Lo stallo è in questo periodo al centro di discussioni a Washington, dove in molti stanno sollecitando uno sblocco della situazione per consentire alle aziende americane di partecipare all’asta saudita. Le divisioni restano profonde tra la classe politica USA, ma proprio l’interesse per l’operazione di soggetti russi, ma anche cinesi, francesi e sudcoreani, ha dato un senso di urgenza alla decisione da prendere.

 

Intanto, svariate altre intese sono già state firmate o sono in fase di negoziazione tra Mosca e Riyadh ed esse confermano il consolidamento dei rapporti bilaterali, evidenziato anche dalla retorica ufficiale piuttosto cordiale degli ultimi mesi, dalle costanti consultazioni tra i rispettivi leader e, soprattutto, dall’accordo tra la Russia e i paesi OPEC per il taglio alla produzione di greggio, tuttora in vigore, con l’obiettivo di stabilizzarne il prezzo.

 

Secondo molti osservatori, è probabile che il clima venutosi a creare nei rapporti bilaterali russo-sauditi possa condurre a un ulteriore ampliamento della collaborazione tra i due paesi, arrivando a coprire anche gli ambiti della difesa e della sicurezza, con tutte le conseguenze strategiche del caso, soprattutto in relazione all’alleanza tra Washington e Riyadh. Proprio in questi giorni l’ambasciatore saudita a Mosca ha ad esempio assicurato che i due paesi stanno definendo gli ultimi dettagli per la fornitura del sistema di difesa anti-aereo russo S-400.

 

I colloqui tra Putin e i reali sauditi vengono inoltre già seguiti da comunicati ufficiali che confermano come i due governi cerchino di coordinare le loro azioni, o quanto meno di lavorare per allentare le tensioni, in merito agli scenari di crisi in Medio Oriente, a cominciare dalla guerra in Siria e dai rapporti con l’Iran.

 

L’aspetto più interessante dell’evoluzione dei rapporti russo-sauditi è che teoricamente Mosca è allineata al fronte opposto di quello di Riyadh nel quadro dei conflitti e delle rivalità strategiche mediorientali. La Russia, com’è noto, vanta ad esempio una solida partnership con l’Iran e combatte in Siria al fianco del regime di Assad, contro il quale l’Arabia Saudita ha investito ingenti risorse, incluso il finanziamento di organizzazioni fondamentaliste.

 

Tutto questo non impedisce però un atteggiamento pragmatico da entrambe le parti e il rafforzarsi della collaborazione tra i due paesi in ambiti cruciali. Ciò conferma ancora una volta come Mosca, malgrado operi com’è ovvio per la promozione dei propri interessi, rappresenti in sostanza una forza potenzialmente stabilizzatrice sul piano internazionale, a differenza delle tendenze destabilizzanti e spesso distruttive che caratterizzano sempre più le scelte di politica estera degli Stati Uniti.

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Siria, l’enigma di Afrin

Altrenotizie.org - Mer, 21/02/2018 - 23:01

Al già complesso fronte di guerra nel nord della Siria si è aggiunto un ulteriore elemento di confusione in queste ore, quando è sembrata prendere forma l’ipotesi di uno scontro armato diretto tra le forze turche e quelle del regime di Assad. Il nuovo risvolto del conflitto è la conseguenza della richiesta di aiuto rivolta a Damasco dalle milizie curde operanti al confine con la Turchia, di fatto abbandonate dagli Stati Uniti nello scontro con le forze di Ankara, entrate in Siria lo scorso 20 gennaio.

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Iran: Trump e l’ultimatum all’Europa

Altrenotizie.org - Mar, 20/02/2018 - 21:22

Nel pieno dei venti di guerra in Medio Oriente, il governo americano del presidente Trump starebbe studiando una nuova offensiva contro l’Iran, cercando di allineare le posizioni, finora divergenti, di Stati Uniti ed Europa sull’accordo relativo al programma nucleare della Repubblica Islamica sottoscritto a Vienna nel 2015.

 

L’iniziativa è stata rivelata questa settimana da un’esclusiva della Reuters e sembra essere il tentativo, da parte della Casa Bianca, di fare finalmente qualcosa di concreto per rispettare la promessa di Trump di boicottare la stessa intesa sul nucleare di Teheran nonostante l’opposizione della comunità internazionale.

 

Il dipartimento di Stato americano avrebbe cioè imposto un ultimatum agli alleati europei coinvolti nei negoziati di Vienna - Francia, Gran Bretagna e Germania - per convincerli a modificare il trattato con l’Iran secondo le richieste di Washington. Se ciò non verrà fatto, Trump abbandonerà l’accordo e, quanto meno, procederà unilateralmente con la reimposizione delle sanzioni economiche contro Teheran, sospese dall’intesa stessa.

 

Questa decisione potrebbe essere presa già in occasione della prossima scadenza, prevista da una legge del Congresso USA, per la certificazione del rispetto dei termini dell’intesa di Vienna da parte dell’Iran. Lo scorso ottobre Trump aveva già espresso parere negativo, ma il Congresso aveva deciso di non agire, confermando di fatto la sospensione delle sanzioni e rimandando la palla alla Casa Bianca.

 

Secondo l’amministrazione Trump, i tre paesi europei dovrebbero impegnarsi per includere in un nuovo accordo modificato provvedimenti che facciano fronte ad alcune questioni escluse dal documento firmato a Vienna. Esse riguardano lo stop allo sviluppo e all’esecuzione di test di missili balistici a lungo raggio, il rafforzamento delle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che avrebbe accesso virtualmente a qualsiasi sito civile e militare, e l’imposizione permanente delle restrizioni attualmente in vigore in maniera temporanea al programma nucleare civile iraniano.

 

Le richieste americane non hanno alcuna giustificazione legale né razionale e sono basate unicamente sul fatto che l’Iran è il principale rivale strategico di Washington in Medio Oriente. L’intesa di Vienna, che Teheran continua a rispettare integralmente, ha superato infatti anche le accuse, in gran parte artificiose, e le misure restrittive imposte alla Repubblica Islamica per le presunte violazioni di precedenti risoluzioni ONU, peraltro motivate politicamente e istigate da Washington.

 

Soprattutto, proprio perché del tutto immotivate, le condizioni che Trump vorrebbe aggiungere all’accordo di Vienna sono destinate a essere respinte dal governo iraniano, come gli USA ben sanno. Queste imposizioni servono d’altra parte al preciso scopo di giustificare l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, attribuendone la responsabilità all’Iran, ma anche, in seconda battuta, a Francia, Gran Bretagna e Germania, se i governi di questi paesi non si adegueranno alle posizioni americane.

 

Le implicazioni dell’ultimatum all’Europa da parte dell’amministrazione Trump sono dunque tali da minacciare un nuovo aggravamento delle tensioni internazionali. Se Parigi, Londra e Berlino dovessero accettare le richieste americane, è evidente che si tornerebbe allo scontro totale tra l’Occidente e la Repubblica Islamica.

La rottura con Teheran rappresenterebbe un clamoroso autogol da parte dell’Europa, visto che i benefici economici ed energetici dell’accordo di Vienna, concretizzatisi per ora solo in minima parte, finirebbero per sparire precocemente. Inoltre, l’accettazione delle richieste americane aprirebbe un nuovo fronte di scontro tra l’Europa da una parte e Russia e Cina dall’altra, ovvero le altre due potenze coinvolte nei negoziati sul nucleare e quelle più vicine all’Iran.

 

Nel caso Francia, Gran Bretagna e Germania respingessero invece l’ultimatum di Washington, le distanze tra le due sponde dell’Atlantico si accentuerebbero, andando ad aggiungersi, tra l’altro, alle frizioni provocate dalle tendenze protezionistiche americane e dal lancio del progetto di difesa comune europea, potenzialmente alternativo alla NATO.

 

In questo quadro, ha poco senso il giudizio dato all’iniziativa di Trump dalla Reuters e da altri media americani, secondo i quali essa rappresenterebbe un ammorbidimento delle posizioni del governo USA sulla questione iraniana. Al contrario, l’ultimatum del dipartimento di Stato conferma la volontà degli Stati Uniti di proseguire sulla strada della guerra contro l’Iran, con o senza gli alleati europei, messi ora oltretutto in una posizione decisamente imbarazzante.

 

Dai governi di Parigi, Londra e Berlino non sono arrivate per il momento reazioni ufficiali alla rivelazione della Reuters. In una conferenza stampa, il ministero degli Esteri francese ha comunque toccato l’argomento del nucleare iraniano, ribadendo l’intenzione del presidente Macron di rispettare pienamente il trattato di Vienna. Nei mesi scorsi, d’altra parte, tutti i paesi intervenuti nei negoziati si erano sempre sganciati dalle posizioni della Casa Bianca, spesso in maniera netta anche tra gli alleati americani.

 

La fermezza con cui l’Europa ha finora difeso l’accordo sul nucleare potrebbe però anche venire meno nel prossimo futuro sotto le pressioni di Washington. Questa ipotesi non è da escludere, soprattutto alla luce del mancato materializzarsi, a causa principalmente del persistere di sanzioni americane, dei vantaggi economici prospettati dalla fine dell’isolamento internazionale dell’Iran.

 

Il clima attorno alla Repubblica Islamica lascia in ogni caso poco spazio all’ottimismo. L’iniziativa di Trump sull’accordo di Vienna giunge in un frangente segnato da un chiaro ritorno alla retorica anti-iraniana anche da parte di alcune voci che avevano abbracciato la distensione promossa dall’amministrazione Obama nel 2015.

 

L’Iran continua così a essere attaccato principalmente per il proprio ruolo in Siria, come ha mostrato la sceneggiata del premier israeliano Netanyahu nel fine settimana a Monaco di Baviera, e per quello presunto nello Yemen, denunciato assurdamente da un recente articolo scritto per il New York Times dall’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Nikki Haley.

 

Proprio il giornale “liberal” americano ha pubblicato lunedì un minaccioso pezzo di aperta propaganda sull’Iran, basato su fonti legate a USA, Israele e Arabia Saudita, descrivendo le attività di questo paese in Siria per costruire una vasta rete di “infrastrutture” volte a minacciare la sicurezza israeliana. La conseguenza logica dell’indagine del Times sembra essere così l’inevitabilità di una nuova guerra regionale per sradicare l’influenza iraniana da uno spazio strategico cruciale per Washington e Tel Aviv.

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Studenti della Florida responsabilizzano i legislatori della violenza armata

Cubadebate (italiano) - Mar, 20/02/2018 - 02:57

estduiantes-contyra-armas-580x330Gli studenti che sono sopravvissuti agli spari della settimana scorsa in una scuola media della Florida domenica hanno promesso di rendere responsabili i politici che accettano denaro dalla National Rifle Association (NRA), ed hanno deciso di fare una manifestazione di protesta il mese prossimo.

“Il mio messaggio per le persone nel potere è che o sono con noi o contro di noi. Stiamo perdendo le nostre vite mentre gli adulti giocano”, ha detto Cameron Kasky, uno studente che è sopravvissuto alla sparatoria, nel programma “State of the Union” della CNN.

“Qui non si tratta dei repubblicani, non si tratta dei democratici, si tratta del fatto che vogliamo creare una marca di vergogna per i politici che accettano denaro dell’ANR e ci utilizzano come garanzia”, ha aggiunto.

Nikolas Cruz, di 19 anni, affronta 17 accuse di omicidio premeditato dopo che ha aperto il fuoco mercoledì contro la scuola media Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida, ammazzando 17 e ferendo molti altri studenti.

Nei giorni posteriori all’attacco, gli studenti e le autorità scolastiche hanno chiesto azioni per frenare la violenza armata.

Gli studenti hanno detto domenica che stanno organizzando un incontro chiamato “Manifestazione per le nostre vite”, programmata per il 24 marzo. Si organizzano anche scioperi in tutto il paese il 14 marzo ed il 20 aprile.

Kasky ha detto che dato che alcuni argomentano che non è corretto parlare delle leggi delle armi dopo la sparatoria, questo starà il punto centrale durante l’incontro del prossimo mese. Studenti di tutto il paese sono invitati a partecipare.

Emma Gonzalez, che sabato ha fatto un’appassionata richiesta pubblica di nuove restrizioni sulle armi, ha affermato domenica che ha fiducia in che finalmente gli studenti potrebbero ottenere il cambiamento

“Affrontiamo questo con inquietudine e determinazione ed abbiamo un sistema di appoggio incredibile intorno a noi e faremo la differenza”, ha concluso.

Con informazioni di The Hill- da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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L’autore intellettuale

Cubadebate (italiano) - Sab, 17/02/2018 - 02:05

moncada-martiEra il 21 settembre 1953 nella Sala del Plenum dell’Udienza di Santiago di Cuba. Il recinto era pieno di pubblico, oltre agli accusati per l’assalto alla Caserma Moncada, che avevano partecipato e tutte le persone che sono state accusate del fatto, includendo quasi tutti i dirigenti politici dei partiti dell’opposizione contro Batista e contro il golpe di Stato.

C’erano anche i familiari degli assalitori e centinaia di soldati con baionette agganciate, seduti agli estremi di ogni panchetta di quella sala rettangolare; impiegati del Palazzo di Giustizia, i più colti di differenti aule del tribunale di Santiago di Cuba, e 25 giornalisti, i cui organi di stampa erano soggetti alla più stretta censura. In realtà non potevano pubblicare nulla.

Il Tribunale aveva finito l’interrogatorio “al principale imputato”, il giovane avvocato Fidel Castro, e di seguito il presidente della Sala ha invitato gli avvocati, che rappresentavano i politici accusati, nella loro maggioranza appartenenti al Partito Rivoluzionario Cubano (Autentico), dell’abbattuto presidente costituzionale Carlos Prio Socarras.

Un prestanome di Prio, il dottore Ramiro Arango Alsina, ha chiesto la parola. Era accusato, e non era vero, di avere consegnato al dottore Fidel Castro un milione di dollari per suffragare il Movimento che ha assaltato la Caserma Moncada e di essere, pertanto, l’autore intellettuale dei fatti del 26 luglio 1953.

Concessa la parola al dottore Arango Alsina, lui ha chiesto a Fidel:

–Appartengo a questo movimento?

–No –ha risposto l’accusato Fidel Castro.

–Allora non sono stato l’autore intellettuale di questa Rivoluzione? –ha insistito Arango Alsina.

–Nessuno deve preoccuparsi perché l’accusino di essere autore intellettuale della Rivoluzione, perché l’unico autore intellettuale dell’assalto alla Caserma Moncada è Josè Martì, l’Apostolo della nostra indipendenza –ha sottolineato enfatico Fidel.

Le parole sorpresero tutti, alcuni dei suoi compagni hanno esteriorizzato la loro emozione con applausi che il Tribunale ha criticato, minacciando che non doveva ripetersi.

Settimane dopo, nella sua autodifesa nella sala dell’Ospedale Civile, Fidel ha confermato quanto aveva esposto in precedenza.

di Marta Rojas, da Granma

traduzione di Ida Garberi

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Annunciano il X Congresso Internazionale di Chirurgia Italia-Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 16/02/2018 - 01:29

congresoIl X Congresso Internazionale di Chirurgia Italia-Cuba che si realizzerà a L’Avana, dal 30 aprile al 3 maggio di quest’anno, è stato annunciato ufficialmente presso l’Ambasciata cubana a Roma.

Alla presenza dell’Ambasciatore José Carlos Rodríguez Ruiz e di più di 50 chirurghi di tutta l’Italia, il professore Pasquale Berloco, direttore di Chirurgia Generale e Trapianti d’Organo del Policlinico Umberto I, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ha sottolineato lo sviluppo raggiunto nelle relazioni di collaborazione tra i chirurghi di Cuba e d’Italia, che ha permesso uno scambio accademico e scientifico-tecnico molto vantaggioso per le due parti, dato l’alto livello professionale degli oltre cinquecento chirurghi che durante questi anni hanno fatto parte di questo progetto congiunto.

Il Ministro Consigliere dell’Ambasciata cubana, Jorge Luis Alfonzo Ramos, da parte sua, presentando l’incontro e dando il benvenuto a tutti i presenti, ha sottolineato le opportunità che il congresso offre per il reciproco scambio di esperienze nel campo della chirurgia, tanto attraverso i fruttuosi scambi teorici, che mediante gli interventi chirurgici congiunti che in modo crescente fanno parte del programma del congresso.

Si tratta, ha sottolineato Alfonzo Ramos, di un prezioso esempio di cooperazione scientifico-tecnica tra specialisti italiani e cubani dedicati alla chirurgia generale e ad altre specialità della chirurgia, e di un prezioso contributo allo sviluppo dei legami in generale tra i due paesi.

In questa occasione, l’evento avrà come tema centrale “Dalla Chirurgia Conservativa alla Chirurgia Ricostruttiva” che secondo gli organizzatori favorirà un’ampia partecipazione di delegati, con lavori scientifici di grande qualità, come nelle precedenti edizioni. Tratterà anche dell’applicazione delle nuove tendenze e tecnologie nella chirurgia.
Tre importanti istituzioni mediche della capitale cubana, il CIMEQ -Centro de Investigaciones Médico-Quirúrgicas (Centro di Ricerche Medico-Chirurgiche), la Clinica internazionale “Cira García” e l’Ospedale Clinico-Chirurgico “Hermanos Ameijeiras”, saranno sede degli interventi chirurgici che verranno effettuati da realizzeranno da équipe composte da chirurghi italiani e cubani e dei dibattiti e relazioni scientifiche.

Il Congresso conta sul patrocinio dell’Università di Roma “La Sapienza”, dell’Università di Scienze Mediche di La Habana, dell’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS/OMS), dell’Associazione dei Chirurghi Italiani, della Società Cubana di Chirurgia, della Società Italiana di Chirurgia, della Società Italiana per il trapianto d’Organi, della Società Latinoamericana di Trapianti di Organi, della Fondazione AILA e l’Ambasciata d’Italia a L’Avana.

dalla pagina del Min Rex cubano

traduzione: Redazione di El Moncada

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USA: complotto contro i migranti

Altrenotizie.org - Gio, 15/02/2018 - 22:07

Il dibattito sulla riforma dei flussi migratori negli Stati Uniti sembra essere giunto questa settimana a uno stadio decisivo. Più che ad aprire la strada all’approvazione di una qualche misura definitiva, su cui il Congresso e la Casa Bianca restano ancora divisi, le trattative e il voto dell’aula sono però serviti più che altro a portare la discussione su un terreno anti-democratico e xenofobo come mai era stato fatto dal secondo dopoguerra a oggi.

 

Sul tavolo ci sono svariate proposte di legge che verranno votate inizialmente dal Senato, ma al momento senza reali prospettive di superare l’esame della Camera e di evitare il veto presidenziale. Il dato politico più rilevante riguarda il comportamento dei leader del Partito Democratico, atteggiatisi nelle ultime settimane a difensori dei diritti degli immigrati “irregolari” negli Stati Uniti e alla fine disponibili invece al compresso su testi di legge che recepiscono in maniera più o meno ampia le richieste del presidente Trump e dei repubblicani.

 

Un certo consenso bipartisan ha raccolto soprattutto il testo promosso dalla senatrice repubblicana “centrista” Susan Collins e che la stampa americana ha definito generalmente come “moderato”. Esso prevede in realtà lo stanziamento di 25 miliardi di dollari da destinare a misure che dovrebbero rafforzare la sicurezza lungo il confine con il Messico, ovvero per contrastare il movimento dei migranti, inclusa la costruzione del famigerato muro voluto da Trump.

 

I democratici hanno giudicato accettabile questa concessione, anche se in cambio riceverebbero soltanto la risoluzione parziale dello stato di incertezza in cui si trovano poco meno di due milioni di giovani stranieri portati “illegalmente” dai genitori negli USA quando erano bambini.

 

Coloro che rientrano in questo gruppo di migranti sono a serio rischio di deportazione da quando Trump ha ordinato la cancellazione entro i primi di marzo di un programma, conosciuto come DACA e approvato dall’amministrazione Obama, che garantisce il permesso temporaneo di risiedere legalmente in territorio americano. La bozza Collins prevede un lungo percorso verso la cittadinanza - tra i 10 e i 12 anni - ma esclude in modo crudele la possibilità di regolarizzare i genitori dei giovani migranti.

 

Malgrado i contenuti per nulla progressisti, questa proposta di legge sembra essere già stata scartata dalla Casa Bianca. Trump ha fatto sapere che non intende firmare alcun provvedimento approvato dal Congresso se esso non conterrà alcuni punti chiave della sua idea di “riforma” dell’immigrazione.

 

Il presidente vuole in primo luogo mettere fine a quella che definisce “migrazione a catena”, cioè l’opportunità dei ricongiungimenti familiari con gli stranieri che vivono regolarmente negli Stati Uniti. Trump auspica anche la fine della cosiddetta “lotteria dei visti”, inalterata nella proposta Collins e che garantisce un certo numero di ingressi annui a quei paesi sottorappresentati dalla popolazione migratoria residente negli USA.

 

Le richieste della Casa Bianca sono invece sostanzialmente comprese nella bozza ultra-reazionaria scritta dal senatore repubblicano dell’Iowa, Charles Grassley, che Trump ha infatti appoggiato esplicitamente. Il punto centrale di questa proposta è il taglio radicale del numero di migranti ammessi in America, i quali scenderebbero di oltre 20 milioni nel prossimo decennio.

 

In un modo o nell’altro, questo è in definitiva l’obiettivo della classe dirigente americana, inclusa quella rappresentata dal Partito Democratico. Alcuni commentatori hanno rilevato correttamente il drastico cambiamento dei temi al centro del dibattito migratorio negli USA in questi anni.

 

Da quanto emerge dalla discussione in corso, cioè, la questione principale non riguarda più, come in passato, se e in che misura garantire la regolarizzazione di un determinato numero di immigrati presenti “illegalmente” sul territorio americano, bensì se tagliare e di quanto gli afflussi considerati legali.

 

Questo presupposto, assieme al controllo del governo e del Congresso da parte di forze politiche ultra-nazionaliste e spesso con tendenze xenofobe, se non apertamente razziste, fa in modo che sul piano legislativo ci sia una vera e propria corsa a destra per riuscire a implementare una “riforma” che punisca e criminalizzi il più possibile la popolazione migratoria.

 

In un quadro simile, anche una terza proposta in circolazione al Senato, contenente provvedimenti oggettivamente reazionari ma per certi versi più moderata, è già stata bocciata dalla Casa Bianca. La bozza è quella, ugualmente bipartisan, promossa dal repubblicano John McCain e dal democratico Chris Coons, secondo l’amministrazione Trump troppo poco generosa sul fronte degli stanziamenti per il rafforzamento del controllo dei confini.

 

L’irrigidimento della classe politica americana e l’accelerazione autoritaria nei confronti di stranieri che vivono da anni negli USA e di disperati che cercano di entrare nel paese che, di fatto, è il primo responsabile della loro situazione, sono da collegare ai tentativi di alimentare impulsi populisti e nazionalisti per contenere tensioni sociali prodotte da ben altri fattori.

 

Significativamente, anche politici teoricamente progressisti ricorrono spesso a una retorica non lontana da quella della destra sul tema dell’immigrazione, rispondendo a una strategia che punta anch’essa a dirottare malcontento e frustrazioni in direzione nazionalistica, in modo da dividere le classi più povere dentro e fuori i confini americani.

 

L’esempio più lampante è quello dell’ex candidato alla presidenza per il Partito Democratico, Bernie Sanders, il quale nei giorni scorsi si è detto disponibile a fare “concessioni” alla Casa Bianca, inclusa la costruzione del muro di confine col Messico, in cambio della (modesta) protezione da offrire ai giovani stranieri a rischio di deportazione.

 

Il dibattito politico sul controllo dell’immigrazione sta comunque avvenendo negli USA in un clima segnato da repressione e intimidazioni, dopo che già l’amministrazione Obama si era distinta per il numero record di deportazioni di migranti “irregolari”. Trump e il suo governo stanno promuovendo iniziative odiose da parte delle autorità migratorie, fatte di arresti e deportazioni di stranieri senza precedenti penali, prelevati, ad esempio, sul posto di lavoro, mentre accompagnano i figli a scuola o si presentano a normali colloqui sul loro status presso gli uffici governativi.

 

Al di là della versione della prossima “riforma” dei flussi migratori che sarà votata dal Senato, il percorso verso l’approvazione definitiva si prospetta accidentato, sempre che non ci siano ulteriori concessioni all’estrema destra da parte dei democratici. Il presidente della Camera, Paul Ryan, ha infatti escluso anche solo l’approdo in aula di qualsiasi testo di legge che non sia appoggiato esplicitamente dal presidente Trump.

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Assange e la vendetta di Londra

Altrenotizie.org - Gio, 15/02/2018 - 00:40

Una sentenza d’appello di un tribunale distrettuale britannico ha respinto questa settimana il ricorso dei legali del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, per far cadere definitivamente l’accusa di avere violato i termini della libertà condizionata a cui era stato sottoposto nell’ormai lontano 2012.

 

La decisione è oggettivamente assurda sul piano legale e conferma la natura tutta politica della drammatica vicenda di Assange, costretto a risiedere da quasi sei anni all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra per sfuggire alla vendetta dei governi di Gran Bretagna e Stati Uniti, di cui il suo sito ha rivelato alcuni dei crimini commessi su scala planetaria.

 

Che non ci sia alcuna giustificazione logica o legale per il continuo accanimento nei confronti di Assange è confermato dal fatto che la minaccia di arresto si riferisce a una richiesta di estradizione che la magistratura svedese ha ritirato nel 2017. L’accusa di stupro, costruita appositamente per incastrare il numero uno di WikiLeaks, era stata infatti lasciata cadere. Assange, in ogni caso, non era mai stato incriminato formalmente in Svezia e aveva sempre mostrato piena disponibilità a essere interrogato dai magistrati di questo paese in teleconferenza, come accaduto decine di volte nei casi di richieste di estradizione dalla Gran Bretagna.

 

Anche senza considerare l’aspetto farsesco della vicenda legale in sé, Assange ha alla fine scontato un isolamento di quasi sei anni, con pesantissime conseguenze fisiche e psicologiche, per un reato, come la violazione dei termini della libertà vigilata, che secondo la giustizia inglese può essere punito con un massimo di sei mesi di detenzione.

 

Su questo aspetto hanno puntato gli avvocati di Assange, così come su un devastante rapporto della commissione ONU sulle detenzioni arbitrarie che nel 2015 aveva condannato duramente il governo di Londra per il suo trattamento, definito “arbitrario, illogico, inutile e sproporzionato”.

 

A tutti gli effetti, la situazione di Assange rappresenta una macchia gravissima per la Gran Bretagna, ma anche per gli Stati Uniti, la Svezia e il suo paese, l’Australia, e richiederebbe, come minimo, mobilitazioni simili a quelle che la sinistra in Occidente ostenta nei casi di detenzioni arbitrarie e di violazione dei diritti umani in regimi considerati dittatoriali.

 

Il nuovo verdetto contro Assange è stato emesso martedì dal giudice Emma Arbuthnot, la quale ha ritenuto anche di ignorare completamente le notizie circolate nei giorni scorsi sulla stampa inglese. Il Guardian, in particolare, nonostante abbia spesso condotto una campagna feroce contro WikiLeaks e il suo fondatore, aveva pubblicato la trascrizione di alcuni messaggi scambiati tra le autorità giudiziarie britanniche e quelle svedesi.

 

Da questo materiale era emerso come la Svezia intendeva chiudere la farsa del procedimento contro Assange già nel 2013, ma i procuratori di questo paese erano stati invitati da quelli di Londra a tenere in vita le accuse e la richiesta di estradizione, ma anche a rifiutare un video-interrogatorio in collegamento con l’ambasciata ecuadoriana.

 

Assange avrebbe cioè potuto lasciare l’edificio dove è rinchiuso dall’estate del 2012 già cinque anni fa se non fosse stato per il governo di Londra, evidentemente sotto pressione da Washington. Negli Stati Uniti è stato creato in segreto un “Grand Jury” fin dal 2010 in vista di una possibile incriminazione di Assange, nel caso la richiesta di estradizione, mai ammessa da Londra, dovesse andare a buon fine.

 

I legali di Assange hanno sempre confermato la disponibilità del loro assistito ad affrontare le accuse, oggettivamente trascurabili, della giustizia britannica, ma continuano a chiedere garanzie circa l’estradizione verso gli USA. Londra non ha ovviamente mai accettato questa proposta, visto che le azioni dirette contro Assange hanno il preciso scopo di mettere le mani sul fondatore di WikiLeaks per spedirlo negli Stati Uniti, dove rischierebbe pene severissime, inclusa quella capitale.

 

A rendere ancora più inquietante la situazione è poi il rifiuto di Londra di riconoscere l’immunità ad Assange, visto che il governo dell’Ecuador gli ha concesso un passaporto diplomatico. Anche questo obbligo previsto dal diritto internazionale viene ostinatamente ignorato dal governo britannico, la cui unica facoltà sarebbe tutt’al più quella di espellere Assange e inviarlo in Ecuador, come chiede appunto quest’ultimo.

 

Per quanto riguarda ancora la corrispondenza tra le procure di Londra e Stoccolma, in una e-mail di un magistrato britannico si assicurava ai colleghi svedesi che i costi esorbitanti del caso e della sorveglianza di Assange non erano un “fattore rivelante” nella vicenda, così che il procedimento doveva proseguire perché il suo “non andava trattato come tutti gli altri casi di estradizione”.

 

I documenti pubblicati dal Guardian e da altri giornali britannici sono solo alcuni di quelli rimasti, visto che una parte di essi sono stati distrutti illegalmente e in maniera deliberata dalla procura di Londra per evitare di consegnarli al tribunale che stava valutando una richiesta di pubblicazione in base alla legge sulla libertà di informazione.

 

Il giudice Arbuthnot che ha presieduto l’appello questa settimana rappresenta essa stessa gli interessi dell’apparato militare e dello stato britannico contro cui di fatto Assange deve combattere. Suo marito è il politico conservatore Lord James Arbuthnot, fino al 2014 presidente della commissione Difesa della Camera dei Comuni, con compiti di controllo sulle forze armate britanniche direttamente o indirettamente coinvolte in alcuni dei crimini rivelati da WikiLeaks. L’ex parlamentare è stato anche ex direttore della società di consulenza SC Strategy, legata ai servizi segreti britannici e per la quale lavorano o lavoravano due ex numeri uno dell’MI6.

 

Nella sua sentenza, il giudice Arbuthnot ha così espresso apertamente l’arroganza delle élite britanniche e il disprezzo nei confronti di Assange, esortato in sostanza ad accettare, come giusta punizione per le sue azioni, la vendetta dello Stato.

 

Allo stesso modo, le condizioni di vita di Assange in questi anni, condannate anche dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di scherno, mentre i timori per una possibile estradizione negli Stati Uniti definiti “ingiustificati”. Ciò malgrado proprio il giorno prima dell’udienza il dipartimento di Giustizia americano avesse confermato alla stampa come un procedimento contro Assange sia tuttora in corso.

 

Dagli USA le minacce contro quest’ultimo continuano d’altra parte a essere formulate pubblicamente. I membri dell’amministrazione Trump continuano infatti sulla linea persecutoria tenuta in precedenza da quelli del governo Obama. Il direttore della CIA, Mike Pompeo, nell’aprile del 2017 aveva ad esempio definito WikiLeaks un “servizio di intelligence ostile” e affermato che Assange non gode dei diritti riconosciuti dal Primo Emendamento alla Costituzione americana. Il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, ha invece confermato come l’arresto e l’incriminazione di Assange restino una priorità per il suo dipartimento.

 

A disposizione dei suoi legali resta ora un altro appello di fronte alla giustizia britannica, da presentare entro i prossimi tre mesi. Visti i precedenti e le motivazioni che stanno dietro alla persecuzione promossa da Londra e Washington, in assenza di una mobilitazione popolare a suo favore, la libertà di Assange continuerà però a rimanere poco più di un miraggio.

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Miguel Diaz-Canel ha ricevuto il dirigente palestinese Sabri Saidam

Cubadebate (italiano) - Mer, 14/02/2018 - 22:45

diaz-canel-recibio-a-dirigente-palestinoMiguel Diaz-Canel Bermudez, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito e primo vicepresidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri, ha ricevuto in ore della notte di questo martedì al Sig. Sabri Saidam, membro del Comitato Centrale del movimento Al Fatah, e ministro di Educazione ed Educazione Superiore dello Stato della Palestina, che si trova nell’isola come Inviato Speciale e portatore di un messaggio del Presidente dello Stato della Palestina, Mahmud Abbas, diretto al Presidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri, Raul Castro Ruz.

Durante il fraterno incontro, il dirigente cubano ha confermato l’appoggio invariabile di Cuba al diritto inalienabile del popolo palestinese a costituire il suo Stato, con le sue frontiere nei limiti previ al 1967, e con capitale Gerusalemme Orientale.

Inoltre, ha confermato “il nostro rifiuto alla decisione unilaterale del Governo degli USA di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele”. Saidam, che partecipa inoltre nel Congresso Università 2018 che si celebra in questa capitale, ha ringraziato per lo storico appoggio di Cuba alla causa del popolo palestinese ed espresse la volontà di consolidare le relazioni di amicizia e cooperazione.

L’ambasciatore dello Stato della Palestina, Sig. Akram Mohammad Rashid Samhan, ha accompagnato il visitante.

Per la parte cubana hanno partecipato il membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito e ministro di Relazioni Estere, Bruno Rodriguez Parrilla, ed il direttore di Africa del Nord e Medio Oriente della Cancelleria, Hector Igarza Cabrera.

testo e foto di Granma

traduzione di Ida Garberi

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Sudafrica, l’ANC liquida Zuma

Altrenotizie.org - Mar, 13/02/2018 - 22:46

La sorte del presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha subito una drammatica accelerazione nell’ultima settimana, dopo che il direttivo dell’African National Congress (ANC) ha deciso di procedere alla sua rapida liquidazione per installare alla guida del paese il suo nuovo leader, Cyril Ramaphosa.

 

Il probabile epilogo della carriera politica di Zuma è il risultato di un precipitoso e a tratti sorprendente riallineamento contro il presidente all’interno dell’organo direttivo dell’ANC, il Comitato Esecutivo Nazionale (NEC), determinato a sua volta dall’aggravarsi della crisi politica, economica e sociale che sta attraversando il Sudafrica.

 

I vertici del partito avevano cercato di convincere Zuma a dimettersi spontaneamente, in modo da evitare un imbarazzante voto di sfiducia in Parlamento. Il presidente si è però fermamente rifiutato di piegarsi, chiedendo tutt’al più alcune concessioni in cambio dell’accettazione ad abbandonare l’incarico che occupa dal 2009.

 

Tra le richieste che Zuma avrebbe fatto a Ramaphosa c’è una sorta di immunità per sé e la propria famiglia, visti i numerosi guai giudiziari degli ultimi anni, e la possibilità di rimanere alla presidenza del Sudafrica ancora per altri tre mesi. Secondo il normale calendario, le elezioni presidenziali sono previste per il prossimo anno.

 

La motivazione ufficiale delle pressioni e delle manovre in corso contro Zuma è legata alle svariate accuse di corruzione nei confronti del presidente, come molti altri all’interno dell’ANC arricchitosi in maniera sostanziosa negli anni seguiti alla fine dell’apartheid grazie agli stretti legami con il business domestico e internazionale, a cui il partito ha garantito mano libera nel paese.

 

Il discredito di Zuma rischia in realtà di coagulare l’opposizione popolare nei confronti della classe dirigente dell’ANC, costretta a trovare una soluzione di facciata per dare l’impressione del cambiamento in direzione apparentemente progressista e, allo stesso tempo, per rassicurare gli ambienti finanziari della determinazione di proseguire con le “riforme” economiche in senso liberista.

 

Un’anticipazione dello scontro interno al partito di governo sudafricano si era avuta lo scorso mese di dicembre con l’avvicendamento alla segreteria tra Zuma e Ramaphosa. L’elezione di quest’ultimo, ex sindacalista diventato imprenditore multimiliardario, aveva dato inizio alla resa dei conti tra le fazioni che fanno riferimento ai due leader, ma la rapidità con cui si è evoluto lo scontro era solo parzialmente prevedibile.

 

Ad ogni modo, dopo il rifiuto di Zuma a rimettere volontariamente il proprio mandato, il direttivo dell’ANC ha indetto lunedì una riunione che nelle prime ore di martedì ha deliberato di procedere con la rimozione del presidente. Ramaphosa e un altro leader del partito hanno comunicato a Zuma la decisione, imponendogli le dimissioni entro 48 ore.

 

Di fronte all’irremovibilità di quest’ultimo, l’ANC è precipitato nel caos. Dapprima era circolata la notizia che sarebbe stata presentata una mozione di sfiducia in Parlamento contro Zuma già nella giornata di giovedì. In seguito, la direzione del partito ha fatto sapere invece di non avere fissato alcuna scadenza né per le eventuali dimissioni del presidente né per la possibile mozione.

 

La persistente incertezza politica è il segnale che sono in corso ulteriori trattative tra le due fazioni all’interno dell’ANC, ma anche che Zuma conserva una certa influenza nel partito, nonostante nei giorni scorsi alcuni membri del NEC, considerati suoi sostenitori, si fossero espressi a favore della rimozione immediata. L’uscita di scena di Zuma appare comunque l’esito più ovvio della crisi politica sudafricana, anche se i tempi e le modalità restano al momento incerti.

 

Singolarmente, la spallata a Zuma sta avvenendo con modalità per molti versi simili a quella che nel 2009 portò quest’ultimo a sostituire prima alla guida del partito e poi alla presidenza del Sudafrica Thabo Mbeki. Ciò è il sintomo di una crisi all’interno del partito in corso ormai da tempo.

 

 

Se Zuma non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali nel corso del braccio di ferro con i vertici del suo partito, la moglie, Tobeka Madiba-Zuma, è intervenuta sui social network per assicurare che il presidente è preparato a combattere quella che ha definito come “una cospirazione orchestrata dall’Occidente”. La moglie di Zuma ha spiegato che quest’ultimo “finirà ciò che ha iniziato, poiché non intende prendere ordini provenienti da oltreoceano”.

 

Al di là della retorica, queste dichiarazioni che dovrebbero esprimere il pensiero di Zuma indicano comunque una realtà di fatto che ha probabilmente influito in qualche modo sulle manovre in atto in Sudafrica. La possibile fine di Zuma è da collegare cioè non solo agli stenti dell’ANC e alla crisi economica e sociale del paese, ma anche alla collocazione internazionale del Sudafrica, sempre meno allineato all’Occidente e, come membro dei cosiddetti BRICS, protagonista delle tendenze multipolari in atto a livello globale.

 

Se l’installazione di Ramaphosa alla presidenza sudafricana è il tentativo dell’ANC e della classe dirigente indigena di recuperare una qualche legittimità popolare, è evidente che le inclinazioni del nuovo leader sono destinate a produrre uno scontro sociale ancora più duro in un futuro non troppo lontano.

 

Di ciò ne sono consapevoli le élite sudafricane, tanto che sono in molti in questi giorni a chiedere al partito iniziative più efficaci per ristabilire quella che un commento apparso nel fine settimana sul quotidiano Mail and Guardian ha definito “l’identificazione dell’ANC con il destino della nazione”.

 

Il livello di corruzione che pervade il partito e la svendita delle ricchezze del paese a pochi interessi privati ha determinato una situazione di degrado tale che manovre come quella in atto ai danni di Zuma, accompagnate da proclami contro il malaffare e per il ristabilimento di un certo livello di moralità, risultano ormai inadeguate a far fronte al malcontento diffuso, all’impoverimento di massa e alla radicalizzazione dell’opposizione popolare.

 

L’avvicendamento alla guida del paese rischia così di scalfire solo superficialmente la complessa realtà sudafricana, senza risolvere nessuna delle contraddizioni prodotte dagli anni di governo dell’ANC. Come ha spiegato la stessa analisi del Mail and Guardian, così, il complotto di questi giorni finirà solo per dare l’impressione, sostanzialmente corretta, della sostituzione di una fazione dell’élite, facente capo a Zuma, che si è arricchita grazie allo stato con un’altra, riferibile a Ramaphosa, che punta allo stesso obiettivo ma attraverso i meccanismo del mercato.

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Che ruolo svolge il giornalismo nella costruzione di una credibile egemonia dell’ideologia rivoluzionaria?

Cubadebate (italiano) - Mar, 13/02/2018 - 02:09

visualgiornalismoChe cosa è più importante in una società moderna ed interconnessa: la prevalenza di un ampio sistema di proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione o la fiducia dei loro destinatari? Il tipo di proprietà dei mass media garantisce da sola la credibilità tanto disputata? Queste, come altre, sono tra le domande che dobbiamo farci nella Cuba che ha iniziato il cammino verso l’aggiornamento del suo modello di socialismo.

O forse, il quesito, dovrebbe formularsi diversamente: Il monopolio della proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione, garantisce quello della credibilità, quello delle influenze, quello dell’autorità?

Il grado di esposizione pubblica e di informazione esistenti attualmente richiedono che il discorso, per essere effettivo, sia legittimato davanti all’opinione pubblica.

Il Dottore in Scienze della Comunicazione Julio Garcia Luis sosteneva che, naturalmente, ci sono monopoli sul discorso mediatico, grandi monopoli, parte di una tirannia grottesca, a livelli differenti, cioè locali, regionali, mondiale; ma questi sussistono per la loro apparente porosità, per la loro capacità di mimetizzarsi, per la loro falsa indipendenza dal potere reale. La cosa difficile, al contrario, oggi sarebbe un monopolio di pretese ermetiche come quelli che abbiamo già conosciuto.

Aggregava che l’ideologia, realizzata o no per mezzo del discorso, è quella che permette percepire il mondo —con vetri deformanti o con nitidezza—; è quella che permette di organizzare il potere e l’esercizio dell’egemonia, e è quella che dà la capacità di controllo sui fattori della società.

Nel caso cubano, affermava, questo controllo non può sostentarsi nell’inganno, nella manipolazione dei simboli, bensì nell’adeguata informazione, interpretazione, persuasione e convinzione della gran maggioranza protagonista, in definitiva, cioè del pubblico.

Le reti sociali, il giornalismo cittadino, tra gli altri fenomeni, stanno cambiando radicalmente le forme tradizionali delle quali si accontentava la chiamata opinione pubblica ed i consensi.

Perciò dobbiamo farci delle altre domande: come si costruiscono i consensi nella società dell’informazione nella quale c’addentriamo inesorabilmente?, che ruolo svolge il giornalismo nella costruzione di un’autenticazione e credibile egemonia dell’ideologia rivoluzionaria? Come possono appropriarsi i sistemi di comunicazione dei nuovi strumenti per avanzare verso forme più democratiche e partecipative? Come garantire maggiore autorità ed ascendenza davanti ai diversi pubblici, che tendono ad atomizzarsi?

La cosa certa è che il sistema di comunicazione pubblico di Cuba è stato sfidato a riproporsi la sua autorità davanti ai diversi pubblici, in base all’unica cosa che la garantisce: la credibilità; qualcosa che è solamente possibile non solo con un cambiamento nel modello di stampa, bensì di tutto il modello di comunicazione della società, e con una concezione davvero rivoluzionaria, che ubichi la stampa come parte delle forme di controllo popolare.

Le indagini degli ultimi anni dimostrano che questa debolezza strutturale ha dimensioni diverse, e pertanto di quello che si tratta nella nuova congiuntura è di porsi un cambiamento strutturale, come è rimasto stipulato nell’ultimo congresso dell’Unione dei Giornalisti e nei successivi incontri professionali e politici.

Per superare queste tendenze abbiamo, oltre a professionisti qualificati, la forza di una tradizione giornalistica e rivoluzionaria sedimentata dalla più profonda vocazione di servizio, ereditata dai fondatori della nazione, tra loro il padre Felix Varela, che ha detto, abbordando la funzione e la portata del giornalismo: “Io rinuncio al piacere di essere applaudito per la soddisfazione di essere utile alla patria”. Il suo geniale e fedele seguace Josè Martì considerava che la stampa doveva essere il cane da guardia della casa patria: “Deve disubbidire agli appetiti del bene personale, e servire imparzialmente il bene pubblico.”

Questo lascito dovrebbe anche servire per quelli abituati all’apologia, ai silenzi ed alle distorsioni, che non sono mai mancati nel cammino complesso della costruzione del socialismo.

Ci sono ragioni basilari per considerare inviabile il fatto di continuare con il modello di giornalismo di dipendenza istituzionale e di riaffermazione, che come regola è prevalso fino ad oggi, e dobbiamo crescere verso un altro, che sia di discussione tra le migliori idee rivoluzionarie.

Il giornalismo verticalizzato e di riaffermazione, sebbene ha permesso di forgiare i grandi consensi che aveva bisogno il paese di fronte all’aggressività dei governi nordamericani, ed a strutturare un modello di società per alcune condizioni storiche molto concreta, ha distorto le funzioni di contrappeso ed equilibrio dei mezzi di comunicazione, come è accaduto, allo stesso modo, nelle altre strutture di discussione democratica del paese.

Questo succede quando la Rivoluzione aggiorna il suo modello economico, come primo passo verso trasformazioni graduali, sulle quali, come già facciamo —non senza difficoltà ed incomprensioni—, ci corrisponde la responsabilità storica di aiutare a creare i necessari consensi politici e la vigilanza professionale, per evitare che si distorcano le sue capacità.

Non possiamo ignorare che la Rivoluzione sta per addentrarsi nella sua più dura prova del fuoco: il cambio dalla generazione storica, mentre i mezzi cubani stanno cedendo gradualmente ed inesorabilmente, il monopolio delle influenze, come risultato dell’auge delle nuove tecnologie.

In questa riorganizzazione la stampa pubblica cubana deve avere la strada aperta per appoggiare il dibattito civico ed il contraccolpo rivoluzionario.

di Ricardo Ronquillo, vice direttore di Juventud Rebelde, da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Trump e gli abusi della Casa Bianca

Altrenotizie.org - Lun, 12/02/2018 - 20:35

Le propaggini della caccia alle streghe in corso negli Stati Uniti contro i presunti responsabili di molestie nei confronti delle donne, nota quasi universalmente con il nome di “#MeToo”, si sono avvicinate nei giorni scorsi alla Casa Bianca, minacciando di saldarsi alla campagna contro l’amministrazione Trump per le altrettanto dubbie collusioni con il governo di Mosca.

 

Quello che è stato subito trasformato in un nuovo scandalo dai media ufficiali riguarda due membri dello staff del presidente repubblicano, di fatto licenziati dopo che erano emerse accuse di maltrattamenti contro le rispettive ex mogli. Il caso ritenuto più serio sarebbe quello dell’ormai ex segretario dello staff presidenziale, Rob Porter, mentre l’altro riguarda David Sorensen, uno degli autori dei discorsi di Trump.

 

I dettagli della vicenda sono stati sviscerati in particolare da giornali e network che stanno anche alimentando le polemiche sul “Russiagate”, a cominciare da New York Times e Washington Post, come se essa fosse la questione più importante tra quelle sull’agenda domestica e internazionale dell’amministrazione Trump. Le implicazioni più gravi sarebbero legate alla gestione soprattutto del caso Porter da parte del capo di gabinetto di Trump, l’ex generale John Kelly.

 

L’altro aspetto su cui si è scagliata la stampa è inoltre la risposta del presidente all’emersione dello “scandalo”. Trump sarebbe cioè colpevole di avere difeso i due consiglieri e ricordato come quelle che rimangono per ora semplici accuse possano distruggere la carriera di chi le subisce.

 

Trump, in sostanza, ha per una volta difeso i principi più ovvi del diritto e di uno stato democratico, visto che i due accusati già alle dipendenze della Casa Bianca non sono stati incriminati né tantomeno condannati per gli abusi che sono stati loro addebitati dalle ex consorti.

 

Il meccanismo in questo caso ha funzionato come per i numerosissimi casi che hanno coinvolto personalità dello spettacolo e della politica USA, accusati di avere commesso abusi sessuali. Le loro carriere e le loro immagini pubbliche sono state gravemente compromesse, se non totalmente rovinate, soltanto sulla base di accuse non provate e spesso addirittura anonime.

 

Alla Casa Bianca, in ogni caso, i problemi di Porter erano stati inizialmente considerati contenibili e lo stesso Kelly sembrava voler difendere il segretario dello staff. L’ex generale aveva accolto le richieste del capo ufficio stampa della Casa Bianca, Sarah Sanders, e della numero uno delle comunicazioni, Hope Hicks, per emettere un comunicato ufficiale a sostegno di Porter. La Hicks, oltretutto, aveva avuto una relazione con Porter.

 

Prevedibilmente, la spirale accusatoria contro quest’ultimo è diventata alla fine insostenibile, soprattutto dopo la pubblicazione di un’immagine della ex moglie di Porter che mostrava segni di possibili percosse. Porter ha da parte sua escluso maltrattamenti, pur ammettendo rapporti coniugali molto tesi nel periodo del divorzio, e ha attribuito i segni sul viso della ex moglie a un incidente. Anche Sorensen ha respinto ogni accusa, sostenendo anzi di essere stato lui a subire maltrattamenti fisici dalla moglie durante il matrimonio.

 

Gli attacchi si sono così concentrati sul capo di gabinetto Kelly, tanto da far pensare a una nuova resa dei conti all’interno della Casa Bianca, simile a quelle che negli ultimi dodici mesi hanno portato all’allontanamento prematuro di svariati collaboratori di Trump. Queste faide sono alimentate dai rappresentanti delle fazioni dell’establishment americano che si stanno fronteggiando, in primo luogo attorno al “Russiagate”.

 

Sulla posizione di Kelly, malgrado i retroscena dell’episodio più recente restino in larga misura sconosciuti, è possibile si stiano addensando nubi minacciose forse a causa della condotta dell’ex generale alla Casa Bianca in questi sei mesi dalla sostituzione del suo predecessore, Reince Priebus.

 

Kelly era arrivato alla Casa Bianca dopo un breve mandato alla guida del dipartimento dell’Interno e nel pieno dello scompiglio che stava scuotendo l’amministrazione Trump su vari fronti. La promozione di un ex generale a un incarico cruciale del governo americano era stata accolta con entusiasmo dagli oppositori di Trump, incluso il Partito Democratico e non pochi ambienti “liberal”, che vedevano Kelly, assieme ad altri militari approdati alla Casa Bianca, come un fattore decisivo nel contenimento degli eccessi del presidente.

 

Soprattutto, la presenza di coloro che vengono descritti come gli “adulti” al fianco di Trump avrebbe dovuto agire da correttivo delle tendenze di quest’ultimo in politica estera, ostacolando in primo luogo il timido tentativo di ristabilire relazioni cordiali con la Russia e il possibile disimpegno degli Stati Uniti da alcuni scenari di crisi internazionale, come la Siria e il Medio Oriente in genere.

 

Se su queste ultime questioni l’amministrazione Trump ha indubbiamente fatto registrare un cambio di rotta negli ultimi mesi, adeguandosi in gran parte agli orientamenti strategici di Obama anche grazie all’influenza dei militari, la campagna del “Russiagate” ha solo scalfito il muro della Casa Bianca e John Kelly ha sostanzialmente sempre assecondato e difeso il presidente.

 

L’ossessione dei media e della politica americana per i presunti abusatori della Casa Bianca è da collegare però anche agli sviluppi interni e internazionali degli ultimi giorni o, meglio, agli sforzi per sviare da essi l’attenzione dell’opinione pubblica domestica, così da tenere all’ordine del giorno una vicenda di interesse decisamente trascurabile.

 

Questa strategia è in pratica la stessa che sta almeno in parte alla base del movimento “#MeToo” e della iniziativa diffusa contro le molestie sessuali, non a caso già in più occasioni rivolta direttamente contro lo stesso Trump. Infatti, mentre i media USA proponevano una copertura pressoché totale dei crimini coniugali di Rob Porter e David Sorensen, la guerra in Siria tornava a infuriare, i preparativi di guerra in Corea proseguivano nonostante i segnali di distensione, il Congresso approvava un aumento enorme del bilancio del Pentagono e la borsa americana faceva segnare un sensibile declino dopo i record degli ultimi mesi.

 

In definitiva, anche l’ultima crisi che sta attraversando la Casa Bianca dimostra come l’opposizione a una delle amministrazioni più reazionarie della storia americana continui a essere condotta su un piano anti-democratico. Mentre Trump sta portando gli Stati Uniti sull’orlo della guerra nucleare e implementando politiche sociali ed economiche rovinose per le classi più povere, i suoi oppositori insistono con una linea d’attacco ugualmente reazionaria e basata quasi sempre su accuse senza alcun fondamento.

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Forza operativa in Internet Contro Cuba: gli stessi di sempre con obiettivi uguali

Cubadebate (italiano) - Sab, 10/02/2018 - 02:11

internet-cuba-580x293Benché il Dipartimento di Stato cerchi di camuffare la sua nuova Forza Operativa in Internet contro Cuba come un progetto filantropico per migliorare l’accesso alla rete delle reti nella Maggiore delle Antille, l’elenco dei partecipanti alla prima riunione, questo mercoledì, rivela le sue vere intenzioni.

Secondo le informazioni ufficiali rilasciate dopo l’incontro a Washington, sono presenti in detta Forza Operativa l’Office of Cuba Broadcasting (OCB), l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e Freedom House, tra le altre organizzazioni ed attori “non governativi”, che saranno coordinati dal Segretario aggiunto ad interim per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, John S. Creamer.

L’OCB è l’ombrello di Radio e TV Martí due reliquie della Guerra Fredda progettate per emettere propaganda nemica ed eseguire operazioni psicologiche contro Cuba. Milioni di dollari dei contribuenti nordamericani sono stati sprecati in falliti progetti di questa organizzazione, soggetta a diverse verifiche per scandali di corruzione e appropriazione indebita di fondi.

L’USAID, da parte su, è il braccio pubblico della CIA e finanziatore di progetti sovversivi contro Cuba come ZunZuneo e Commotion, la cui rivelazione da parte della stampa fu un imbarazzo per le autorità USA per la loro inefficacia e violazione delle leggi internazionali.

Molte altre iniziative, per minare l’integrità dello Stato cubano, hanno fatto affidamento sulla consulenza e formazione di Freedom House, un think tank con sede a Washington che non nasconde troppo i suoi legami con i servizi di intelligence USA.

Con i soldi di Freedom House, attraverso il mercenario Frank Calzon, fu in parte negoziata la liberazione del terrorista Luis Posada Carriles, arrestato a Panama per un tentativo di assassinio, nel 2000, contro Fidel e graziato, scandalosamente, nel 2004, dall’ex presidente Mireya Moscoso.

La riunione di questo mercoledì, la prima della Task Force, si è tenuta in una piccola sala conferenze al piano seminterrato del Dipartimento di Stato, secondo l’agenzia AP.

“Durante l’incontro inaugurale, il gruppo di lavoro ha accettato di formare due sottocommissioni, una dedicata allo studio del ruolo dei media e della libertà di informazione a Cuba, e l’altro focalizzato sull’accesso ad Internet a Cuba” riferisce il comunicato del Dipartimento di Stato.

Aggiunge che questi “sub-comitati” forniranno un “rapporto preliminare con raccomandazioni entro sei mesi” e si riuniranno, nuovamente, nel prossimo ottobre per preparare un testo definitivo con suggerimenti per il presidente Donald Trump ed il segretario di Stato, RexTillerson.

Se teniamo conto della storia di coloro che costituiscono la nuova Forza USA contro Cuba in Internet, non ci si può aspettare nulla di buono.

di Sergio Alejandro Gómez, da Granma Internacional

traduzione di Francesco Monterisi

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Russia contro l’ingerenza di Tillerson in America latina

Cubadebate (italiano) - Ven, 09/02/2018 - 02:43

1Tillerson-LatinoameriaRussia ha reiterato il suo rifiuto alle dichiarazioni interventiste del segretario nordamericano di Stato, Rex Tillerson, su Venezuela e sui processi in America Latina, e non ha neanche accettato le critiche sul fatto di vendere armi a questi paesi.

Russia biasima, inoltre, gli appelli di Tillerson per includere i militari nella soluzione dei temi politici in America latina, ha sottolineato la portavoce della cancelleria, Maria Zajarova.

Ad una domanda di Prensa Latina, sul tema di Tillerson in America Latina, Zajarova ha affermato che Russia osserva come “sotto il principio della difesa della democrazia o la democratizzazione, si nascondono ben altri propositi”.

Invece di cercare un miglioramento, piuttosto vuole far peggiorare la situazione nel paese, ha considerato la portavoce.

La soluzione dei problemi interni venezuelani deve essere legata ai procedimenti legali e costituzionali vigenti, senza la minima ingerenza straniera, e la forma più trasparente è farlo mediante l’esercizio elettorale nelle urne, ha enfatizzato.

Russia si complimenta per l’accordo raggiunto a Santo Domingo tra il governo e l’opposizione, benché solo il governo abbia accettato di firmarlo, mentre l’opposizione ha deciso di prendersi il suo tempo, ha commentato la portavoce.

Noi, ha ripetuto, in ogni momento reiteriamo la necessità di un dialogo nazionale nel paese sud-americano e consideriamo la possibilità di raggiungere una soluzione della controversia solo mediante la partecipazione degli stessi venezuelani nella determinazione del loro futuro.

Inoltre, Mosca si congratula per la definizione del 22 aprile come giorno per le elezioni presidenziali, benché tale decisione sembri non convenire ad alcune nazioni della regione, che continuano a non accettare tale processo elettorale e persistono nel realizzare provocazioni, ha segnalato.

Sui commenti di Tillerson rispetto alla vendita di armamenti russi a paesi che ha qualificato come “non amici” degli Stati Uniti in America Latina e le supposte conseguenze negative di tutto ciò, la portavoce ha enumerato una lunga lista di argomenti contrari.

Zajarova ha ricordato che gli Stati Uniti praticano un’ingerenza diretta nei temi interni dell’Asia Centrale, vicina alla Russia, compreso il caso del Kirghizistan, dove ha mantenuto per molto tempo una base aerea chiusa all’accesso di questo paese e da dove appoggiava l’opposizione interna.

In Europa, ha ricordato la portavoce, Washington mantiene un totale di 65 mila militari, centinaia di carri armati e di bombe atomiche, mentre situa laboratori biomedici militari, con specialisti nordamericani, vicino alla frontiera di questo paese. Inoltre ha menzionato che in Giappone si trovano 60 mila militari statunitensi e 30 mila in Corea del Sud, allo stesso modo che Washington applica un sistema antimissili nella zona asiatica, complemento di quello attivato dal Pentagono nei paesi europei della Romania e della Polonia, ha denunciato la diplomatica.

Tutto ciò succede mentre Russia non ha nemmeno lontanamente qualcosa di simile ad una presenza bellica, vicino alla frontiera degli Stati Uniti, ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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