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La Germania guarda a destra

Altrenotizie.org - Gio, 08/02/2018 - 22:47

L’accordo raggiunto per la nascita di un nuovo governo di “grande coalizione” in Germania, sotto la guida di Angela Merkel, è stato presentato da buona parte della stampa tedesca ed europea come una sorta di successo del Partito Social Democratico (SPD), in grado di strappare importanti concessioni e incarichi ministeriali che lascerebbero intravedere una qualche inclinazione progressista nell’immediato futuro.

 

In realtà, quello che potrebbe nascere di qui a poche settimane a Berlino si prospetta come uno dei governi più a destra del dopoguerra e, certamente, il più reazionario tra quelli animati dalla collaborazione tra SPD, CDU e CSU. Il linguaggio ammiccante a iniziative di “sinistra” nel programma della coalizione, soprattutto con promesse di aumenti più o meno modesti della spesa sociale, è infatti smentito dai punti centrali dell’intesa, i quali indicano chiaramente le tendenze al militarismo, al rigore e all’autoritarismo del prossimo esecutivo tedesco.

 

Il prolungarsi dei negoziati e le stesse “concessioni” fatte alla SPD sono il segnale delle difficoltà a far digerire un accordo di governo all’elettorato di questo partito, dopo che i suoi leader avevano categoricamente escluso la partecipazione a un’altra “grosse Koalition” prima e dopo il disastroso voto di settembre. Il voltafaccia del leader della SPD, Martin Schulz, era giunto dopo il crollo dei negoziati di governo tra CDU-CSU, Verdi e Liberali (FDP) e si era reso necessario per limitare al massimo l’incertezza politica e il rischio di destabilizzazione della prima potenza economica europea.

 

Gli oltre 450 mila iscritti alla SPD dovranno ora ratificare in maniera definitiva l’accordo, con ogni probabilità sotto pressioni enormi della stampa ufficiale, della classe politica tedesca e dell’Unione Europea. Per convincerli a dare il via libera alla coalizione si sprecheranno i riferimenti ai presunti successi ottenuti dal partito durante le trattative con CDU e CSU, mentre allo stesso tempo sarà agitata la minaccia di un nuovo tracollo elettorale della Socialdemocrazia in caso di voto anticipato.

 

La SPD ha oggettivamente ottenuto importanti ministeri, dagli Esteri, dove finirà lo stesso Schulz, alla Giustizia, dal Lavoro all’Ambiente e, soprattutto, quello delle Finanze, a lungo occupato in passato dal super-falco Wolfgang Schäuble. La ripartizione dei dicasteri suggerisce una certa ansia della Cancelliera nel mandare in porto i negoziati per stabilizzare la situazione nel paese, ma anche la certezza del sostanziale allineamento della SPD alle posizioni del suo partito e degli alleati bavaresi ultra-conservatori della CSU.

 

L’impegno per l’aumento della spesa pubblica, che dovrebbe riguardare tra l’altro le infrastrutture, l’educazione e le pensioni, si scontra ad esempio con la promessa di tagli alle tasse per stimolare l’economia, già richiesti dagli industriali tedeschi sull’esempio della “riforma” fiscale approvata a fine 2017 negli Stati Uniti. La ricetta dell’austerity è inoltre fissata nei principi che dovrebbero ispirare le politiche europee del nuovo governo.

 

Concetti come il “rafforzamento della competitività europea” e “del potenziale di crescita nel contesto della globalizzazione” significano prosecuzione delle politiche di rigore, di precarietà del lavoro e di impoverimento di massa in tutto il continente per incrementare i profitti del capitalismo tedesco.

 

Non solo: ipotizzare politiche economiche anche solo minimante progressiste con il probabile nuovo titolare delle Finanze è semplicemente assurdo. Anche se non ancora nominato ufficialmente, la stampa tedesca ha indicato come nuovo ministro il sindaco socialdemocratico di Amburgo, Olaf Scholz.

 

Un’economista della Banca VP del Liechtenstein, intervistato da Bloomberg News, ha assicurato che “Scholz non è molto lontano dalle posizioni di Schäuble”, non essendo ascrivibile alla sinistra della SPD, bensì “all’ala liberale”. Per la stessa agenzia di stampa, Scholz, in qualità di ministro del Lavoro nel governo Merkel tra il 2007 e il 2009, “si era ritrovato spesso a difendere i tagli alla spesa sociale, decisi dal gabinetto, dagli attacchi della sinistra della SPD”.

 

Scholz è d’altra parte considerato vicino all’ex cancelliere socialdemocratico, Gerhard Schröder, del quale ha in passato elogiato la “riforma”, ovvero il radicale ridimensionamento, dello stato sociale tedesco. Il possibile futuro ministro delle Finanze tedesco si era anche distinto nel luglio dello scorso anno per la gestione del G-20 di Amburgo, segnato dalle provocazioni della polizia e dalla durissima repressione delle proteste contro i leader mondiali riuniti nella città da lui guidata.

 

A fare da sfondo alle discussioni sulla nuova “grande coalizione” e a rappresentare il fulcro dell’azione del prossimo gabinetto Merkel è comunque la promozione delle ambizioni da grande potenza della Germania, sia pure dietro lo schermo dell’Europa. I richiami alle “responsabilità” tedesche in un clima internazionale sempre più teso e segnato dal costante sgretolamento dell’ordine seguito al secondo conflitto mondiale sono le premesse per un decisivo impulso al militarismo e all’interventismo di Berlino a beneficio del business indigeno.

 

Questi impegni sono legati direttamente a quelli, ugualmente contenuti nella piattaforma programmatica del nuovo governo, per “modernizzare” e rafforzare drasticamente le forze armate. L’obiettivo è quello di portare la spesa militare al 2% del PIL, come chiesto da tempo dalla NATO, e creare uno strumento agile ed efficace per la difesa degli interessi del capitalismo tedesco ovunque essi siano in gioco.

 

In termini numerici, ciò comporta destinare decine di miliardi di euro all’ambito militare nei prossimi anni, rendendo ancora più improbabile la liberazione di risorse dirette a quello sociale. La priorità resta d’altronde la posizione internazionale del capitale tedesco, da consolidare e rafforzare in un panorama globale che propone sfide delicate ma anche opportunità significative, determinate in primo luogo dall’involuzione nazionalista americana sotto l’amministrazione Trump.

 

Un altro punto dell’accordo SPD-CDU-CSU che illustra gli orientamenti del prossimo governo è quello relativo all’irrobustimento dell’apparato della sicurezza interna, ufficialmente sempre in nome della lotta al terrorismo. Un segnale inequivocabile, quest’ultimo, della necessità di far fronte a tensioni sociali già vicine al livello di guardia, come ha dimostrato il recente massiccio sciopero di alcuni importanti settori industriali della Germania.

 

Il nuovo governo Merkel promette o, meglio, minaccia la messa a disposizione di equipaggiamenti migliori per le forze di polizia, il reclutamento di migliaia di nuovi agenti, l’aumento degli strumenti di controllo della popolazione, la razionalizzazione delle strutture della sicurezza e dell’intelligence, nonché, partendo da una legge approvata recentemente, una nuova anti-democratica espansione dei poteri di sorveglianza del web.

 

Sulla questione scottante dell’immigrazione, infine, le linee guida della “coalizione” sono solo apparentemente più morbide rispetto alle proposte in questo ambito del partito di estrema destra AfD (“Alternativa per la Germania”). Alcuni dei principi della formazione xenofoba entrata in parlamento sono stati fatti propri dai leader di SPD-CDU-CSU, ben intenzionati a “evitare il ripetersi della situazione del 2015”.

 

Il nuovo governo di Berlino fisserà infatti un tetto massimo agli ingressi in Germania, in modo da “restringere i movimenti dei migranti”, mentre, con il consueto linguaggio in parte freddamente burocratico e in parte falsamente benevolo, si prospetta un’accelerazione dei rimpatri, attraverso procedure anti-democratiche, e il rafforzamento delle “protezioni” ai confini europei per limitare l’afflusso di nuovi disperati.

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Imprenditori brasiliani interessati a vendere alimenti al Venezuela ed accettare il “petro” come forma di pagamento

Cubadebate (italiano) - Gio, 08/02/2018 - 02:50

petro_bandera_brazoPaesi come Polonia, Danimarca, Honduras, Norvegia, Vietnam e nazioni dell’Asia, hanno manifestato il desiderio di esportare a Venezuela titoli nell’area dell’alimentazione e nella medicina che saranno pagata “con ‘petro’ per l’ordine di 435 milioni di dollari americani.”  

Essendo questa criptomoneta la prima ad essere appoggiata da un governo e per 5.342 milioni di barili di grezzo del campo numero 1 del Blocco Ayacucho della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, il ministro ha indicato che con questa moneta Venezuela potrà resistere il blocco finanziario.

L’informazione la fece conoscere il ministro per il Commercio Estero ed Investimento Straniero, Josè Vielma Mora in un incontro con investitori stranieri.

“Oggi ho ricevuto un gruppo di aziende brasiliane che vogliono investire nel nostro paese 300 milioni di dollari americani, in una prima tappa di 100 milioni “, ha affermato.

Vielma Mora ha sottolineato che l’ente ministeriale conta con tre possibilità per fortificare e consolidare l’investimento straniero, ed in questo modo lavorare col settore privato del paese per così risolvere la situazione attuale.

“Noi dobbiamo prepararci, incominciare a produrre, unirci tra venezuelani, e stare al lato del settore privato che stanno accompagnandoci e ci hanno aiutati. Abbiamo un gruppo di aziende, di industrie che vogliono appoggiare il paese”, ha concluso.

da Aporrea

traduzione di Ida Garberi

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Maldive tra Pechino e Nuova Delhi

Altrenotizie.org - Mer, 07/02/2018 - 20:57

Il precipitare della crisi politica e lo stato di emergenza in vigore nelle Maldive sono in larga misura da inquadrare nel sempre più acceso confronto strategico nel continente asiatico; in particolare nelle acque dell’oceano Indiano, tra la Cina da una parte e l’India, assieme agli Stati Uniti, dall’altra.

 

L’apparente trascurabilità del peso politico di questo paese-arcipelago, noto universalmente come meta turistica di lusso, è smentita dalla feroce competizione che coinvolge non solo le potenze regionali, ma anche gli USA e l’Europa, per esercitare su di esso la maggiore influenza possibile.

 

Le Maldive, d’altra parte, si trovano in una posizione strategica che fa gola a molti, all’incrocio cioè delle rotte marittime che dal Medio Oriente e l’Africa portano all’Asia meridionale e orientale e da cui transitano ingenti quantità di merci e i rifornimenti energetici diretti ai più importanti paesi del continente, a cominciare proprio dalla Cina.

 

Lo scontro politico interno, affacciatosi in questi giorni anche sui media occidentali, è dunque il riflesso di quello internazionale. A fronteggiarsi sono la fazione della classe dirigente maldiviana che fa capo all’attuale presidente, Abdulla Yameen, e la galassia dell’opposizione, all’interno della quale la figura più influente è quella dell’ex presidente, Mohamed Nasheed. La prima ha costruito rapporti economici e finanziari molto solidi con la Cina, mentre la seconda è irriducibilmente filo-indiana e filo-occidentale.

 

Lunedì, ad ogni modo, il presidente Yameen ha ordinato l’introduzione dello stato di emergenza in tutto il paese, citando in un discorso televisivo il pericolo di un colpo di stato contro il suo governo e la minaccia al funzionamento dello stato. La decisione è stata determinata da un verdetto, emesso il primo febbraio scorso dalla Corte Suprema delle Maldive, che aveva imposto l’annullamento delle sentenze di condanna contro Nasheed e altri otto leader dell’opposizione.

 

Il più alto tribunale maldiviano aveva anche comandato la liberazione di quanti, tra questi ultimi, erano ancora agli arresti e la ripetizione dei processi che avevano portato alle loro condanne. Con una mossa politicamente inaccettabile per Yameen, la Corte aveva poi reinsediato dodici parlamentari che il presidente aveva rimosso lo scorso anno dopo il loro passaggio dal partito di governo all’opposizione. Il loro ritorno in parlamento avrebbe messo Yameen in minoranza e aperto la strada a un voto di sfiducia contro il governo e, teoricamente, a un procedimento di impeachment.

 

Yameen ha fatto anche arrestare due giudici della Corte, tra cui il presidente di quest’ultima, Abdulla Saeed, e l’ex presidente-dittatore maldiviano, nonché suo fratellastro, Abdul Gayoon Maumoon, con cui aveva rotto nel recente passato.

 

Le forze di polizia hanno poi accerchiato l’edificio che ospita il parlamento nella capitale, Malé, impedendo ai suoi membri di accedervi. In seguito, i tre giudici superstiti della Corte Suprema hanno revocato la sentenza di settimana scorsa e rimesso apparentemente tutte le leve del potere nelle mani del presidente.

 

La sentenza iniziale riabilitava soprattutto Nasheed, così da permettergli di candidarsi alle elezioni presidenziali che si terranno nei prossimi mesi. L’ex presidente maldiviano gode di ampi favori a Delhi e tra i governi occidentali. Primo presidente democraticamente eletto nelle Maldive nel 2009, Nasheed fu costretto alle dimissioni nel 2012 su pressioni dei militari e degli ambienti legati al precedente regime.

 

Dopo avere perso le elezioni nel 2013 fu incriminato e condannato a 13 anni di carcere con l’accusa molto dubbia di avere licenziato illegalmente un giudice maldiviano. Nasheed fu poi rilasciato, ufficialmente per motivi di salute, nel gennaio del 2016 grazie all’intervento di USA e Gran Bretagna, ma costretto di fatto a vivere in esilio. Dall’estero, però, Nasheed ha continuato ad adoperarsi con i governi occidentali e quello indiano per la rimozione del presidente Yameen.

 

La stessa Corte Suprema aveva finora assecondato le tendenze autoritarie del presidente. Il cambio di rotta e la sentenza contro Yameen della settimana scorsa sono probabilmente il risultato della campagna condotta dall’Occidente contro il governo maldiviano.

 

Dopo l’iniziativa del presidente, Nasheed ha rilasciato un comunicato ufficiale nel quale ha chiesto al governo di Delhi di mandare sull’arcipelago un proprio inviato e un contingente militare per rimettere in libertà i giudici e i leader politici dell’opposizione. A Washington ha chiesto invece sanzioni per vietare qualsiasi transazione finanziaria con il suo paese.

 

Che la battaglia in corso sia motivata da ragioni strategiche più che democratiche lo ha confermato lo stesso Nasheed, il quale recentemente aveva avvertito che le Maldive “stanno per diventare una colonia di Pechino”, visto che la Cina sta “facendo incetta di terre e infrastrutture” nell’arcipelago e, “di fatto, comprando la nostra sovranità”.

 

Fin dal suo insediamento nel 2013, Abdulla Yameen ha aperto le Maldive all’influenza e agli investimenti cinesi, ma anche, ad esempio, dell’Arabia Saudita. Pechino aveva così iniziato a finanziare una lunga serie di progetti infrastrutturali nelle Maldive, mentre il numero di turisti cinesi ha superato rapidamente quello di qualsiasi altro paese. Ciò aveva da subito irritato l’India e i governi occidentali, già risentiti dalla precedente deposizione di Nasheed, facendo scattare una valanga di denunce contro i metodi autoritari della nuova amministrazione maldiviana.

 

Le tensioni internazionali attorno a questo paese si sono intensificate quando Yameen ha aderito al progetto di integrazione euro-asiatica promosso dalla Cina e conosciuto come “One Belt One Road” (OBOR) o “Nuova Via della Seta”. L’evento decisivo è stato però probabilmente la stipula, lo scorso dicembre, di un trattato di libero scambio tra le Maldive e la Cina, accolto molto negativamente soprattutto a Delhi.

 

Il crescente interesse cinese per le Maldive si scontra con gli sforzi indiani e americani di controllare lo spazio strategicamente cruciale dell’oceano Indiano. Sforzi che a loro volta sono il riflesso delle iniziative di Pechino per assicurarsi rotte marittime e terrestri svincolate dalla minaccia di paesi potenzialmente ostili. La competizione sempre più spinta per l’influenza sulle Maldive ha convinto così gli Stati Uniti e l’India ad accelerare i propri progetti per dare la spallata al regime di Yameen, come sempre sotto la bandiera della democrazia.

 

Alcune delle ragioni dello scontro attorno alle sorti del paese-arcipelago sono state spiegate efficacemente da un’analisi dell’ex diplomatico indiano, M. K. Bhadrakumar, pubblicata dalla testata online Asia Times. Per cominciare, il tumultuoso avvicendamento alla guida delle Maldive nel 2013 tra Nasheed e Yameen fece saltare i negoziati per un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama.

 

Questo accordo rimane con ogni probabilità tra gli obiettivi americani e potrebbe essere riesumato nel caso l’operazione di cambio di regime a Malé dovesse andare a buon fine con il ritorno al potere di Nasheed. La questione è in cima all’agenda di Washington e Delhi, visti anche i timori di un’intesa, mai confermata ufficialmente, tra il governo Yameen e Pechino per la costruzione di una base militare cinese in territorio maldiviano.

 

La dimensione militare delle mire americane e indiane sulle Maldive, spiega ancora Bhadrakumar, ha a che fare con un piano per connettere questo arcipelago con i territori dove già sorgono basi militari delle due potenze, come l’isola Diego Garcia e le Seychelles. Ciò faciliterebbe l’obiettivo di “limitare la presenza di sottomarini cinesi nell’oceano Indiano e il controllo delle rotte marittime attraverso le quali passano buona parte dei commerci con l’estero” di Pechino.

 

Questa strategia va di pari passo con le iniziative promosse da Delhi per rafforzare la presenza navale indiana dallo Stretto di Malacca al Mare Arabico, ovviamente nel quadro della partnership strategica con gli Stati Uniti, a cui il governo di estrema destra del premier Narendra Modi ha dato un impulso decisivo.

 

In definitiva, la crisi in corso nelle Maldive può rappresentare anche un punto di svolta nei rapporti sempre più stretti tra USA e India. Un eventuale intervento di Delhi, per imporre i propri interessi e quelli di Washington a Malé, sarebbe cioè interpretato dall’amministrazione Trump come un segnale della disponibilità della classe dirigente indiana ad abbracciare finalmente e senza riserve la strategia asiatica anti-cinese americana e, di conseguenza, a liquidare i capisaldi della “autonomia strategica” e della “politica estera indipendente” che hanno tradizionalmente contraddistinto la più grande “democrazia” del pianeta.

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Commemorano natalizio dell’eroe cubano Camilo Cienfuegos

Cubadebate (italiano) - Mer, 07/02/2018 - 01:42
Camilo Cienfuegos

Camilo Cienfuegos

L’86º compleanno del combattente e rivoluzionario cubano Comandante Camilo Cienfuegos (1932-1959), conosciuto come el Señor de la Vanguardia, è stato ricordato oggi nel municipio di Yaguajay, nella provincia di Sancti Spiritus, che gli ha dato i natali.  

E’ stata seminata l’86º palma reale che risponde alla tradizione di piantare un esemplare di questa specie (albero nazionale) ogni compleanno dell’Eroe di Yaguajay.

Odalys Garcia, specialista del museo che fa parte del Complesso Storico Comandante Camilo Cienfuegos, ha affermato a Prensa Latina che “tutti i 6 febbraio si realizza la semina di una palma reale per mano di un compagno dell’Associazione dei Combattenti della Rivoluzione Cubana”.

Quindi si è svolto uno spettacolo culturale infantile de La Colmenita di Jarahueca e del progetto Avalancha, di Mayajigua, al quale hanno assistito studenti dei distinti insegnamenti del territorio, ha manifestato.

Infine ha segnalato che “conserviamo la collezione più ampia che esiste della vita ed opera del Comandante Camilo Cienfuegos”.

Il complesso storico si trova nella periferia di Yaguajay, di fronte all’antica caserma della dittatura di Fulgencio Batista, oggi ospedale municipale Joaquin Paneca.

Camilo è considerato uno dei pilastri fondamentali delle prodezze armate che hanno liberato la maggiore delle Antille e che hanno abbattuto la tirannia di Batista il 1º gennaio 1959.

La sua prodezza e slancio l’hanno trasformato in un uomo da leggenda, nell’eroe del cappello che ha portato con nobiltà, e con un eterno sorriso.

E’ stato incaricato di fermare il terrorista Hubert Matos, dopo il tentativo di insurrezione a Camagüey.

Al suo ritorno da questa provincia centro orientale verso L’Avana, il 28 ottobre 1959, l’aereo in cui viaggiava è scomparso e non è stato mai incontrato.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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America first a suon di bombe

Altrenotizie.org - Mar, 06/02/2018 - 20:46

Si intitola “Revisione della posizione nucleare” il documento del Pentagono pubblicato tre giorni orsono e viene considerato una prima riforma della dottrina nucleare militare degli Stati Uniti. In effetti, vi sono contenute le idee e i progetti operativi (quelli che vogliono si sappiano, off course) con cui Washington pensa di fronteggiare le “minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

 

La nuova dottrina si differenzia da quella precedente soprattutto per un aspetto: lo sviluppo di molteplici aree di crisi (spesso originate proprio dagli interventi statunitensi ndr) rendono necessaria, agli occhi del Pentagono, una modalità d’intervento più rapida e simultanea in scenari diversi.

 

Si pensa che la strategia militare nucleare, fondata fino ad oggi sulla capacità di colpire ogni angolo del pianeta con ogive di straordinaria potenza, vada sostituita con un nuovo approccio, che prevede il proliferare di ordigni di minore potenza e dimensioni d utilizzare con maggiore agilità. Si ritiene, infatti, che una riduzione della loro capacità distruttiva, dunque un utilizzo più “tattico” dell’armamento nucleare, non comporti per converso una reazione uguale e contraria da parte delle altre potenze, con un rischio minore di generare una risposta termonucleare globale che vedrebbe come vittima gli stessi Stati Uniti.

 

Ad esempio, Corea del Nord e Iran sono alcuni degli scenari nei quali Washington ritiene probabilmente di poter operare con armamento nucleare tattico di dimensioni e potenza ridotte, nella convinzione che un uso limitato (ammesso che esista una modalità limitata nel nucleare) possa non determinare in automatico una risposta nucleare da parte, ad esempio, di Russia e Cina. Le quali però non hanno risparmiato critiche al nuovo progetto a stelle e strisce. Pechino ha definito quello statunitense “un intento di ampliare ulteriormente il suo arsenale nucleare”, mentre Mosca ha avvertito che la mossa “non resterà senza adeguata risposta”.

 

Proprio le ridotte dimensioni degli ordigni favorisce il principio less is more: più la distruttività è limitata, più è possibile un loro uso in combattimento. Così chiudendo la fase storica iniziata dopo Hiroshima e Nagasaki che aveva posizionato l’atomica nella sola cornice di deterrenza, dal momento che sulla reciproca dissuasione nucleare risiedeva la coesistenza tra blocchi e/o potenze termonucleari globali.

 

L’adeguamento della dottrina militare nucleare del Pentagono sembra anche voler proporre una modalità d’intervento sempre meno condizionata dall’invio di decine di migliaia di soldati (dimostratasi ormai inutili a determinare vittorie definitive statunitensi) e sempre più da droni armati con testate di minor volume e capacità di distruzione. L’utilizzo di atomiche, sebbene minori di quelle collocate strategicamente, comporta anche una modificazione della modalità d’intervento, dato che il bombardamento con testate nucleari esclude l’invasione di terra con truppe. Il che produce riflessi anche sotto il profilo del budget della difesa, che verrebbe sottoposto ad un cambio d’indirizzo nei suoi flussi di spesa.

 

Insomma il Pentagono sembra voler inviare un messaggio chiaro: non cerchiamo più di svolgere operazioni di “polizia internazionale”, di ripristino con la forza di ordini politici deposti da processi rivoluzionari, o anche da semplici elezioni che esprimano cambi di governo sgraditi agli Stati Uniti. Occupare paesi costa anni e miliardi di dollari oltre che migliaia di vite umane statunitensi. Dunque da ora attacchiamo per distruggere, non per gestire, intendiamo azzerare e non circoscrivere, pensiamo ad annientare e non a salvaguardare. Infatti, anche bombe di kilotoni ridotti determinano una distruzione irrimediabile di interi territori, risorse e seranze di vita per ogni essere vivente.

 

Il racconto che viene fornito per questa nuova strategia militare s’incentra comunque sull’identica leva degli ultimi 70 anni, ovvero l’adeguamento della strategia militare alle necessità della sicurezza nazionale. Ovviamente, la questione della sicurezza nazionale statunitense è tema opinabile.

 

Vista dal punto di vista di Washington, tutto ciò che rappresenta l’indipendenza o persino una parziale autonomia di uno o più paesi dalle linee di politica economica e militare dettate dagli Usa, diviene automaticamente una minaccia alla sicurezza nazionale. Si tratta di garantire la salvaguardia del modello “american way of life”, che si regge su un precetto che prevede che gli USA, cioè il 5% della popolazione del pianeta continuino a consumare il 60% delle risorse disponibili.

 

D’altra parte, gli Stati Uniti sono diventati già nel corso del secolo scorso l’unica superpotenza militare proprio in ragione di una capacità di estrarre ricchezza fuori dai suoi confini, determinare gli assetti politici, economici e commerciali dei 4 angoli del pianeta ed imporre al resto del mondo il loro modello di governance attraverso la minaccia militare, comprendente anche la componente nucleare.

 

Impossibile non legare questa nuova strategia militare alle rinnovate ambizioni politiche anche nel continente americano: la nuova aggressività nei confronti di Venezuela, Cuba e dell’insieme dell’America Latina, indicano il ritorno alla infame Dottrina Monroe. Sul piano internazionale più ampio, la strategia di accerchiamento alla Russia, di contenimento della Cina e di minacce più aperte in paesi come Iran e Corea del Nord, indicano con chiarezza il tentativo di recuperare, costi quel che costi, il ruolo di leadership mondiale ormai appannato dalla fine del predominio nel campo finanziario e tecnologico e dall’arretramento militare intervenuto a seguito dell’impantanamento in Asia Minore e Medio Oriente.

 

Sotto il profilo della politica interna la Nuclear Posture Review, con la quale Trump ritiene di dover disegnare la strategia di controllo militare sul pianeta, conferma come ormai sia il Pentagono il vero inquilino della Casa Bianca. Il presidente Trump non è che il firmatario di scelte strategiche e indirizzi di politica estera e militare decise dai militari. Che sono ormai lo scudo a difesa dell’Amministrazione Trump, ma utilizzano a proprio vantaggio le sue difficoltà di fronte dagli attacchi della CIA e dello FBI, così come del Partito Democratico e di una parte dei media.

 

I militari festeggiano. Proprio il complesso militar-industriale, da sempre principale volano economico degli Stati Uniti, troverà nella messa in produzione di decine di migliaia di nuove ogive una nuova, straordinaria fonte di profitti. Nel riproporre la teoria dell’accerchiamento multilaterale agli interessi nazionali, nel proseguimento della strategia di contenimento militare di ogni altro paese che non sia Israele (con il quale ormai il comando politico-militare appare congiunto), trovano le ragioni per budget sempre maggiori, fatti di commesse ogni volta più ricche, che generano corruzione ogni giorno più grande e crescita indefinita della loro influenza sul governo. Democratico o repubblicano che sia, poco importa. La Casa Bianca assumerà sempre più il colore di una mimetica.

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Correa sul referendum in Ecuador: “Non ha validità. E’ un colpo di stato e Moreno andrebbe perseguito politicamente e giuridicamente”

Cubadebate (italiano) - Mar, 06/02/2018 - 01:58

CorreaSecondo il presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Nubia Villacis, la vittoria del “Sì” nei sette quesiti referendari svoltisi domenica in Ecuador si attesta tra il 64 e il 75 percento. Lo riporta TeleSur

La partecipazione popolare ha visto un’astensione maggiore rispetto alle tornate precedenti. Ha votato circa il 75% degli aventi diritto.

Il voto è stato al centro di un’aspra disputa tra Moreno e l’ex presidente Rafael Correa, leader storico della Revolucion Ciudadana, motore della vittoria elettorale di Moreno e che ha guidato la campagna “No”.

Nonostante la sconfitta, Correa ha dichiarato che il voto ha mostrato che i suoi sostenitori mantengono un sostegno significativo. “Congratulazioni a tutti i nostri attivisti! Nessun movimento nella parte del si può ottenere il 36%. Raggiunto in un breve periodo di tempo e in una lotta così impari. La lotta continua. Non possiamo accettare di violare l’ordine costituzionale secondo lo stato di diritto. Sempre avanti alla vittoria! ”

Attraverso il referendum di ieri, si è istituito un limite di rielezione possibile, impedendo di fatto a Correa, ancora così popolare nel paese, di potersi candidare di nuovo come presidente.

Gli altri quesiti, inoltre, compromettono molti degli aspetti di controllo popolare e di partecipazione dei cittadini nel controllo delle cariche pubbliche. Uno dei cardini della Revolucion ciudadana.

La legge per la tassazione delle plusvalenze sulla proprietà, inoltre, verrà eliminata a vantaggio degli sviluppatori immobiliari e degli speculatori del territorio.

In una mossa che ha di fatto spaccato il suo partito Alianza Pais, Moreno ha annunciato il referendum – definito “consultazione popolare” – in ottobre, abbracciato da tutte le destre che avevano guidato il paese nella famigerata fase del paese sotto protettorato del Fondo Monetario Internazionale.

Il 29 novembre, sostenendo che la Corte ha superato i 20 giorni per presentare la sua sentenza – che alcuni esperti legali e avversari del concorso – Moreno ha bypassato la valutazione obbligatoria della Corte Costituzionale sulla costituzionalità delle domande per il referendum e ha emesso un decreto presidenziale che invita il Consiglio elettorale nazionale a fissare una data per il voto referendario.

Per tutte queste ragioni, nel commentare il voto referendario, Correa ha definito la mossa di sopprimire la rielezione indefinita come un ‘colpo di stato’.

In un’intervista a TeleSur, Correa ha definito “incostituzionale” la consultazione e ha sottolineato che Moreno dovrebbe essere perseguito “politicamente e penalmente” per il suo provvedimento. A suo parere, le domande contemplate non hanno avuto l’approvazione della Corte costituzionale e quindi non hanno alcuna validità.

“Sappia l’America Latina, perché il popolo ecuadoriano non lo sa, che nelle domande della consultazione popolare e del referendum, la seconda è retroattiva, e la terza è un colpo di stato”, ha detto a Telesur.

“Quando si tratta di una legge retroattiva come nella seconda domanda, nessun paese, nessuno stato di diritto può passare tale questione e quando si tratta di un colpo di stato come nella domanda tre, che mira ad accumulare tutti i poteri, durante un anno, nel presidente, uno stato di diritto non può permettere una domanda del genere”, ha precisato l’ex Presidente.

Correa, che ha governato l’Ecuador tra il 2007 e il 2017, afferma che Moreno, il suo vicepresidente tra il 2007 e il 2013, con questo referendum cerca di screditare il suo governo e squalificarlo. L’ex capo di stato accusa il suo successore nella presidenza, di “traditore” e di allearsi con l’opposizione per screditare la sua eredità.

Lenin Moreno, in un breve discorso televisivo subito dopo l’annuncio dei risultati da parte del CNE, ha dichiarato che “questa schiacciante vittoria per tutti noi dimostra che il futuro non sarà fermato”.

da L’AntiDiplomatico

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Usa, spallata al Russiagate

Altrenotizie.org - Lun, 05/02/2018 - 22:05

La pubblicazione nel fine settimana scorso di un documento, redatto dal presidente della commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti di Washington, ha gettato un’ombra lunghissima sulla già barcollante legittimità dell’indagine sulle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016.

 

Il “memorandum” del deputato repubblicano Devin Nunes - se il suo contenuto corrisponde effettivamente a verità - ha in sostanza rivelato come ambienti legati al Partito Democratico avessero di fatto fabbricato prove infondate contro Trump e membri dell’organizzazione dell’allora candidato alla Casa Bianca, grazie alle quali l’FBI, sotto il controllo del dipartimento di Giustizia di Obama, aveva richiesto e ottenuto un mandato per sorvegliare le comunicazioni di un ex consigliere del futuro presidente.

 

Vista la sensibilità del contenuto, i leader democratici al Congresso e virtualmente l’intero apparato della sicurezza nazionale USA si erano mobilitati per impedire la pubblicazione del documento. Dopo il via libera della commissione di settimana scorsa, grazie ai soli voti dei deputati repubblicani, Trump ne ha alla fine autorizzato la diffusione al pubblico, scatenando un nuovo polverone politico a Washington.

 

La reazione degli oppositori di Trump si è sviluppata principalmente in due direzioni. Da un lato, i democratici e i media ad essi allineati, a cominciare da New York Times e Washington Post, hanno cercato di minimizzare la portata del “memorandum”. Questa tattica è però contraddetta dalla disperazione con cui questi stessi ambienti avevano provato a bloccarne la pubblicazione.

 

L’altra linea d’attacco contro la Casa Bianca punta invece sulla parzialità del documento scritto da Nunes e, ancora di più, sulla necessità di evitare qualsiasi attacco nei confronti dell’FBI e dei servizi di sicurezza in genere. Il corollario di questa posizione è poi che la pubblicazione del “memorandum” e il caos che sta generando non fanno che portare acqua al mulino di Putin.

 

Il fatto che virtualmente tutti gli americani siano ora a conoscenza del documento non comporterà comunque nessuna delle conseguenze devastanti per la sicurezza del paese ipotizzate dai democratici e dall’intelligence USA. L’unica ragione che motivava questi ultimi a chiedere di mantenerne la segretezza è che il “memorandum” Nunes rivela sia la natura fraudolenta dell’indagine sul “Russiagate” sia l’utilizzo da parte dell’amministrazione Obama di mezzi illegali per sorvegliare oppositori del Partito Democratico.

 

Ciò che il “memorandum” spiega è dunque come il dipartimento di Giustizia, a pochi giorni dal voto per la Casa Bianca nel 2016, avesse sottoposto in maniera illegittima una richiesta di intercettazione al cosiddetto “FISA court”, il tribunale americano preposto appunto a valutare segretamente queste istanze, ai danni dell’ex consigliere di Trump, Carter Page, ritenuto vicino ad ambienti del governo russo.

 

Il problema consisteva nel fatto che la richiesta di sorveglianza si basava su un dossier, redatto dall’ex agente segreto britannico Christopher Steele, ritenuto quasi universalmente inattendibile e oltretutto commissionato da un’organizzazione - Fusion GPS - legata al Comitato Nazionale del Partito Democratico. Il dossier descriveva a tratti in maniera grottesca le presunte attività di Trump nel corso di un suo viaggio a Mosca che lo avevano esposto al ricatto delle autorità russe.

 

Il dipartimento di Giustizia e l’FBI non avevano fatto cenno né ai pregiudizi politici che accompagnavano la realizzazione del dossier né la dubbia affidabilità del contenuto e del suo autore, nonostante simili informazioni debbano accompagnare per legge le istanze sottoposte al tribunale sulle intercettazioni.

 

Non solo: a peggiorare la situazione c’erano anche alcune precedenti dichiarazioni di Christopher Steel, il quale aveva affermato di avere prodotto il suo dossier perché cercava “disperatamente” di impedire l’elezione di Trump. Secondo il “memorandum” Nunes, il tribunale “FISA” era rimasto poi all’oscuro del fatto che la moglie di un funzionario di spicco del dipartimento di Giustizia, l’allora vice-procuratore generale associato Bruce Ohr, era alle dipendenze di Fusion GPS, precisamente con l’incarico di scovare informazioni che potevano denigrare Donald Trump.

 

Nel fine settimana e ancora lunedì, i leader democratici al Congresso hanno insistito con la Casa Bianca e la presidenza repubblicana della commissione Intelligence della Camera affinché venga autorizzata la pubblicazione anche di una sorta di “contro-memorandum”, scritto dagli esponenti dell’opposizione. Questo documento dovrebbe spiegare come quello appena reso pubblico sia “fuorviante” e basato su informazioni di intelligence “parziali”.

 

I repubblicani avevano però già bloccato la pubblicazione di questo documento e, anche nel caso dovessero finire per accettare la richiesta dei democratici, la Casa Bianca avrebbe comunque facoltà di bloccarlo. Proprio lunedì, Trump ha attaccato pesantemente in un “tweet” l’autore del “memorandum” democratico, il deputato Adam Schiff, definito “bugiardo” e responsabile di ripetute fughe di notizie alla stampa.

 

Il nuovo aggravarsi dello scontro politico negli Stati Uniti avviene in un momento estremamente delicato, visto che nei prossimi giorni scadrà la misura temporanea di finanziamento delle attività governative, su cui i due partiti si erano accordati a fine gennaio. Il clima infuocato a causa degli ultimi sviluppi del “Russiagate” potrebbe perciò rendere più complicati i negoziati per l’approvazione del bilancio federale definitivo e portare a un nuovo “shutdown”.

 

La diffusione del “memorandum” Nunes, malgrado le implicazioni circa la legittimità delle indagini sulle presunti collusioni tra Trump e Mosca, rischia in ogni caso di incoraggiare la caccia alle streghe promossa dai democratici e dagli ambienti “liberal”.

 

La Casa Bianca potrebbe ad esempio aspettarsi un’intensificazione dei tentativi di avviare una procedura di impeachment contro il presidente, soprattutto se Trump, come ha già lasciato intendere, dovesse sfruttare il contenuto del documento appena pubblicato per fare pulizia all’interno dell’FBI e cercare di mettere fine all’indagine a suo carico.

 

A questo proposito, il numero due dei democratici al Senato, Dick Durbin, ha avvertito in un’intervista alla CNN che l’eventuale licenziamento da parte di Trump del vice ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, o del procuratore speciale incaricato delle indagini sul “Russiagate”, Robert Mueller, “potrebbe scatenare una crisi costituzionale”.

 

La vicenda del “memorandum” Nunes conferma ancora una volta e, forse, nel modo più chiaro come il Partito Democratico americano, assieme agli organi di stampa “liberal”, sia poco più di un portavoce degli ambienti militari e dell’intelligence, impegnati a fare pressioni sulla Casa Bianca per orientare in direzione anti-russa la politica estera USA.

 

Il conflitto all’interno della classe dirigente americana è comunque tra due fazioni reazionarie, come conferma ampiamente il curriculum di Trump in questi ultimi dodici mesi, ma è innegabile che gli avversari del presidente stiano ricorrendo a metodi anti-democratici che, al di là dell’indagine in corso, contribuiscono a rafforzare l’impalcatura da stato polizia negli Stati Uniti.

 

Le rivelazioni di questi giorni sollevano anche interrogativi sulla possibilità che i metodi anti-costituzionali dell’FBI e del dipartimento di Giustizia contro l’ex consigliere di Trump, con il quale era rimasto verosimilmente in stretto contatto prima e dopo il voto, siano stati impiegati anche in altre circostanze, sempre nell’ambito delle presunte collusioni con Mosca.

 

Quali siano state le informazioni ottenute dall’intercettazione delle comunicazioni elettroniche di Carter Page o come esse siano state utilizzate e a beneficio di chi è infine un altro punto oscuro che potrebbe emergere con i prossimi sviluppi del “Russiagate”.

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La favola geopolitica della “minaccia nucleare iraniana”

Cubadebate (italiano) - Sab, 03/02/2018 - 01:19

nucleaire_iranienImpressionati dalla verbosità poliglotta di Macron a Davos, i media francesi hanno accuratamente tenuto nascosto un fatto più importante: Donald Trump chiederà al Congresso 716 miliardi di dollari per il Pentagono in relazione al bilancio di esercizio  2019. Questo incremento del 7% rispetto al budget 2018 non servirà a rimpiazzare i Boutons de culotte (formaggi caprini, ndt). Stando a un documento confidenziale pubblicato dallo Huffington Post, il Pentagono considera la possibilità di una risposta atomica nel caso di “imponenti attacchi convenzionali”. Documento di orientamento strategico, il progetto di Nuclear Posture Review per il 2018 prevede dunque un ammodernamento dell’arsenale atomico, il cui costo viene valutato da un’agenzia federale, il Congressional Budget Office, in 1200 miliardi di dollari su 30 anni.  

Questo progetto di massiccio riarmo, però, non sembra emozionare le popolazioni, né appassionare gli osservatori. Ma c’è da dire che si è fatto di tutto perché l’albero nascondesse la foresta. Da quindici anni i dirigenti occidentali continuano ad agitare lo spauracchio della “minaccia nucleare iraniana”. Questa favola geopolitica viene distillata dai media dominanti nei loro articoli, come fosse evidente che un paese senza la bomba sia più pericoloso di un paese che l’ha già utilizzata, e che intende potenziare il mostruoso arsenale di cui già dispone. Per far digerire frottole di questo tipo, la propaganda ripete allora una idea semplice: “il programma nucleare iraniano minaccia il trattato di non proliferazione nucleare”. E’ curioso però che nessuno si sia mai preoccupato di rispondere: “Se ci tenete tanto a questo trattato, perché non cominciate ad applicarlo voi?”

Le potenze occidentali, infatti, non hanno mai fatto il minimo tentativo per convincere Israele, l’India e il Pakistan ad aderire al TNP. Rifiutando di aderire al trattato, questi tre paesi hanno costituito un arsenale fuori legge. Sottrarsi ad ogni controllo è qualcosa che dovrebbe quanto meno suscitare più preoccupazioni di una bomba iraniana che non esiste. E non è tutto. Il trattato prevede anche un disarmo nucleare che i cinque Stati “legalmente” dotati di armi atomiche (USA, Francia, Regno Unito, Cina, Russia) hanno superbamente ignorato. All’origine di questo fallimento, la denuncia da parte degli Stati Uniti del Trattato Start II con Mosca, con l’istallazione di uno scudo antimissile in Europa. Peggio ancora, gli Stati Uniti hanno continuato a sviluppare un arsenale la cui finalità di “uso preventivo” è affermata dalla Nuclear Posture Review del 2002. Consentendo l’utilizzo di armi nucleari di primo attacco, questa revisione dottrinale ha aperto un fantastico vaso di Pandora.

A voler credere alla propaganda abituale, il mondo civilizzato deve tenersi pronto a rispondere all’attacco devastante dei mullah iraniani, questi “folli di dio” col turbante, decisi a provocare l’apocalisse. Ma la realtà è lontana anni luce da questo delirio ideologico. Infatti l’establishment statunitense non ha ancora superato il trauma della rivoluzione iraniana, carica di umiliazione simbolica (gli ostaggi di Teheran) e di fallimento geopolitico (la caduta dello Scià). Pezzo su pezzo, Washington ha quindi costruito una demonologia nella quale la Repubblica islamica viene presentata come una dittatura malefica, il cui comportamento erratico farà pesare sul pianeta un pericolo mortale. Frottole alla grande, evidentemente, la cui unica funzione è quella di ostacolare lo sviluppo di una grande nazione disobbediente all’ordine imperiale.

I fatti parlano da soli. Accusato di volerla fabbricare, l’Iran non detiene l’arma nucleare. Sono gli Stati Uniti ad essere la prima potenza nucleare, e sono i soli ad averne fatto uso. Unico Sato del Medio Oriente a possedere la bomba (più di 400 testate nucleari), Israele gode da parte sua di un privilegio che non intende perdere: ha il diritto di detenere l’arma suprema a condizione di non vantarsene. Con la complicità dell’Occidente, l’ambiguità israeliana raggiunge un duplice obiettivo. Produce un effetto dissuasivo perché la bomba esiste, senza suscitare reazioni internazionali perché resta inteso che non esiste. Questo incredibile regime di favore trasforma la questione nucleare in una storia contorta: una bomba puramente virtuale dovrebbe darci i sudori freddi (Iran), mentre un arsenale colossale ma ufficialmente inesistente non dovrebbe suscitare alcuna inquietudine (Israele).

Sottratto ad ogni controllo internazionale, il programma nucleare sionista beneficia fin dalle origini di una impunità totale. Gli Occidentali stigmatizzano il rischio di proliferazione, ma la storia della bomba israeliana dimostra che essi ne sono direttamente responsabili. Ben Gourion ha avviato il programma nucleare sionista fin dagli inizi degli anni 1950, e la Francia gli è immediatamente corsa in soccorso. Un accordo segreto col socialista Guy Mollet, nel 1956, ha permesso allo Stato ebraico di acquisire dimestichezza con la tecnologia nucleare, e la centrale di Dimona è stata costruita con l’aiuto di tecnici francesi. Uniti nella lotta contro il nazionalismo arabo, la Francia e Israele hanno suggellato un patto, del quale la sciagurata spedizione di Suez fu il principale fatto d’armi.

Prendendo il testimone dell’alleanza francese alla fine degli anni 1960, gli Stati Uniti non si sono mostrati da meno. Secondo l’accordo concluso tra Lyndon Johnson e Golda Meir, nessuna pressione deve farsi su Israele per costringerla ad aderire al trattato di non proliferazione. In cambio Israele mantiene una posizione ambigua sulla realtà del suo arsenale nucleare. Deroga compiacente alla legge internazionale insomma, contro lo scrupoloso rispetto della legge del silenzio. Nell’attesa, gli Occidentali si accaniscono sull’Iran, attribuendogli un immaginario progetto militare, mentre intanto Tel Aviv moltiplica le minacce contro Teheran. La Repubblica Islamica, però, non ha mai aggredito i paesi vicini. Non altrettanto può dirsi di Israele, che ha bombardato l’Egitto, la Siria, il Libano, la Giordania, l’Iraq, la Tunisia, senza parlare dei territori palestinesi quotidianamente presi a bersaglio.

Diffondendo una cortina fumogena su questa realtà, la propaganda occidentale tratta il regime iraniano come fosse una “teocrazia fanatica”. Ma non è stato un mullah ad aver dichiarato che “il nostro Stato è l’unico in comunicazione con dio”. E’ stato invece Effi Eitam, ex-ministro israeliano e capo del partito nazional-religioso. Imbevuto di un orientalismo da quattro soldi, il discorso dominante descrive la Repubblica Islamica come un covo di fanatici appassionati di escatologia che sognerebbero di immolare Israele con la bomba atomica! Che peccato che i nemici giurati dell’Iran non ci abbiano gratificato di considerazioni altrettanto ispirate sulla bomba israeliana: eppure questa fa aleggiare una minaccia non puramente virtuale. Tra la pretesa sionista di “comunicare direttamente con dio” e l’ostinazione mistica di Tel Aviv a possedere l’arma suprema, si sarebbe potuto scoprire , anche qui, una singolare “escatologia”.

Altro paradosso non privo di gusto: l’Occidente accusa l’Iran di voler fabbricare la bomba, ma è stata la Repubblica Islamica a prendere l’iniziativa di interrompere il programma nucleare nel 1979. Incoraggiato dagli USA, lo Scià aveva firmato ricchi contratti con la Francia e la Germania per la costruzione di centrali nucleari. L’opposizione era contraria, considerando l’operazione onerosa per un paese ricco in idrocarburi, e il programma venne subito sospeso dal governo della Repubblica Islamica. C’è stato bisogno della sanguinosa guerra Iran-Iraq (1980-1988) perché le cose cambiassero. Solo di fronte all’aggressione irachena, il governo iraniano si è reso conto della sua debolezza davanti ad una coalizione che faceva blocco su Saddam Hussein. La partecipazione delle potenze occidentali, le forniture di armi chimiche all’Iraq, la distruzione in volo di un Airbus iraniano, gli hanno fatto prendere coscienza del pericolo.

E’ in questo contesto che i dirigenti iraniani hanno visto nel nucleare civile un atout tecnologico, un attributo della sovranità e una fonte di fierezza nazionale. Il possesso dell’arma nucleare, di per sé, è considerata cosa empia dalle autorità religiose, e nessun programma nucleare militare è stato ufficialmente avviato in Iran. I suoi accusatori hanno sempre preteso il contrario, ma senza fornire la minima prova. Il discorso ossessivo contro Teheran, in realtà, confonde deliberatamente due cose: la capacità tecnologica di produrre armi nucleari, e la decisione politica di produrre tali armi. Siccome questa capacità è stata raggiunta, si accusa Teheran di voler produrre la bomba. Ma questo ragionamento è palesemente perverso, perché invece di chiedere conto a chi la bomba ce l’ha, ci si accanisce contro uno Stato che non la vuole.

Inventata di sana pianta, la “minaccia nucleare iraniana” è un inganno che mira a neutralizzare un grande paese non allineato. Sovrano, non indebitato, tenacemente attaccato alla propria indipendenza, l’Iran ha potenzialità che spaventano i controllori dell’ordine imperiale. I dirigenti iraniani hanno firmato l’accordo del 2015 perché hanno più a cuore lo sviluppo del loro paese. Vogliono che siano revocate le sanzioni, per poter provvedere ai bisogni di una popolazione di 80 milioni di abitanti. L’accordo sul nucleare sottomette questo grande paese ad un regime di controllo internazionale senza precedenti, ma Teheran l’ha accettato. Accusando l’Iran di “sostenere il terrorismo”, Trump vuole interrompere questo processo di normalizzazione. Pressato dai mercanti di armi, lavora alla demonizzazione dell’Iran in modo grottesco. L’imperialismo non disarma mai e le menzogne continueranno. Ma l’Iran sa che il tempo gioca a suo favore, e saprà resistere alle provocazioni di una superpotenza in declino.

 

di Bruno Guigue – Oumma

da L’AntiDiplomatico

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E’ scomparso il compagno Fidel Castro Diaz–Balart

Cubadebate (italiano) - Ven, 02/02/2018 - 02:24

Diaz BalartIl Dottore in Scienze Fidel Angel Castro Diaz–Balart, che era curato da un gruppo di medici da vari mesi per uno stato depressivo profondo, ha attentato contro la sua vita nella mattina di oggi, 1º febbraio.  

Come parte del suo trattamento, inizialmente era stato ricoverato in ospedale e dopo veniva seguito in ambulatorio durante la sua nuova incorporazione sociale.

Al momento del suo decesso era Assessore Scientifico del Consiglio di Stato e Vicepresidente dell’Accademia di Scienze di Cuba.

Durante la sua attività professionale, dedicata interamente alle scienze, ottenne rilevanti riconoscimenti nazionali ed internazionali.

Il funerale sarà organizzato per decisione familiare.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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La nuova guerra giuridica in America Latina

Cubadebate (italiano) - Ven, 02/02/2018 - 02:12

LulaLa condanna in seconda istanza di Lula da Silva è un ulteriore passo nel perseguimento per via giuridica dei leader progressisti che hanno guidato il processo di cambiamento nella regione di inizio secolo, trasformando la vita quotidiana di milioni di persone. Se facciamo un breve ripasso della regione, capiremo la gravità del quadro: colpo di stato in Honduras, nel 2009, seguito dalla successiva inabilitazione di Manuel Zelaya Rosales; colpo di stato in Paraguay, nel 2012 e, subito dopo, inabilitazione di Fernando Lugo.

Pertanto, la proscrizione (quale altra parola potrebbe meglio definire ciò che cerca il Potere Giuridico con Lula?) dello storico leader sindacale è parte della stessa trama. Nel caso del Brasile, si tratta del secondo passo dopo la destituzione di Dilma Rousseff: L’espulsione del PT dal Planalto ha bisogno di questa chiusura, che Lula ora spera di invertire – con poche speranze considerando quello che fin qui è successo – in tribunali superiori e nella stessa giustizia elettorale.

Negli ultimi mesi, il tentativo di restaurazione neoliberale in America Latina ha registrato: in Brasile, la condanna di Lula; in Argentina, Cristina Fernández de Kirchner processata e Carlos Zannini prigioniero; in Ecuador, Jorge Glas arrestato e Rafael Correa indagato; in Uruguay, Raúl Sendic allontanato dalla sua posizione. Si tratta di un gruppo di dirigenti, prima insultati in termini mediatici, la cui credibilità si è cercato di erodere prima di questa vera e propria “guerra giuridica”. Nel mezzo ci sono stati anche attacchi mediatici ad Evo Morales – in Bolivia si è giunti a dire che il presidente avesse un figlio illegittimo perché perdesse per la prima volta un’elezione – ed a José Mujica – un’autrice uruguaiana è giunta ad inventare che “tupabandas” presumibilmente finanziavano con rapine a mano armata il Movimento di Partecipazione Popolare di cui l’ex presidente è referente.

Il racconto non è casuale: mostra una vicinanza tra l’attacco a questi dirigenti popolari e la pianificazione che sembra provenire dall’esterno. Il caso del Cile è anche divenuto tristemente celebre: tre anni addietro iniziò una causa contro il figlio di Michelle Bachelet, Sebastián Dávalos, per reati fiscali, traffico di influenze e l’irregolare acquisto di terreni. Rimase aperta durante la campagna presidenziale e il primo e il secondo turno elettorale. Il conservatore Sebastián Piñera, che ha sconfitto Guillier, candidato di Bachelet, ha vinto con un’alta percentuale di astensioni. Cosa è successo all’inizio di quest’anno, già ad elezioni definite? Il proscioglimento definitivo di Dávalos, una volta che è stato certo che a La Moneda si insediava l’imprenditore conservatore.

Nella LawFare (guerra legale) latinoamericana ora non servono prove, ma solo indizi o impressioni. Quali parole risuonavano nel Tribunale Regionale Federale 4 di Porto Alegre? Watergate, Mensalao, Lava Jato, Petrobras. Perché hanno condannato Lula? Per un triplex (appartamento) che non è il suo. Quali parole sono state ascoltate nell’impeachment di Dilma? Venezuela, Forum di San Pablo, Lava Jato, Petrobras. Perché l’hanno sfrattata dal Planalto? Per le “pedalate” fiscali che hanno fatto tutti i governi contemporanei in Brasile, incluso quello di Fernando Henrique Cardoso.

Infine, sotto il velo della autodefinita “Nuova Destra” latinoamericana, con presunto pedigree democratico, si nasconde un furibondo assalto alle istituzioni in generale ed a diversi leader politici in particolare. Sotto il paradigma della lotta contro il “populismo” – che, bisogna dirlo, sono stati o sono governi popolari – si difende la vulnerazione degli aspetti  base repubblicani, in un tutto si può dove le vittime sono questi dirigenti che elenchiamo ma, soprattutto, la verità e la giustizia. Questa è, in breve, la nuova “guerra giuridica” che vive la nostra regione.

Fino a dove arriveranno?

di Juan Manuel Karg- Pagina 12

 

traduzione di Francesco Monterisi

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Le Coree nella trappola degli USA

Altrenotizie.org - Gio, 01/02/2018 - 22:30

A pochi giorni dall’apertura dei giochi olimpici invernali, a cui prenderà parte una delegazione di atleti della Corea del Nord, i segnali di distensione tra Seoul e Pyongyang continuano per il momento a suscitare poca fiducia per un possibile percorso di pace in Asia nord-orientale. Malgrado le aperture e la disponibilità sudcoreana, l’elemento destabilizzante di una situazione caldissima rimane il governo di Washington, da dove i segnali che giungono sono invece invariabilmente minacciosi.

 

I modesti progressi fatti dalle due Coree, a partire dall’incontro tra le rispettive delegazioni in una località di confine a inizio anno, sembrano essere passati inosservati per l’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti hanno infatti sostanzialmente proseguito la campagna di minacce e l’escalation militare inaugurate dopo l’ingresso di Trump alla Casa Bianca.

 

Uno degli indizi che la crisi coreana continua a peggiorare, nonostante i barlumi di speranza legati all’Olimpiade in Corea del Sud, è il moltiplicarsi di editoriali e analisi allarmate sui media americani per la possibilità sempre molto concreta di un attacco militare preventivo contro Pyongyang.

 

La vicenda di questi giorni relativa alla scelta dell’ambasciatore americano a Seoul ha ad esempio confermato le intenzioni dell’amministrazione Trump. A fine 2017, la Casa Bianca aveva scelto per l’incarico l’ex membro dell’amministrazione Bush jr. e docente alla Georgetown University, Victor Cha. Il nome di quest’ultimo era stato accolto positivamente dal governo sudcoreano del presidente di centro-sinistra, Moon Jae-in, tanto che a dicembre era arrivata la notifica da parte di Seoul dell’accettazione del nuovo ambasciatore USA attraverso una prassi diplomatica nota come “agrément”.

 

Il processo di nomina si era però inceppato e questa settimana il Washington Post ha scritto che l’amministrazione Trump era intenzionata a tornare sui propri passi e a mettere da parte Cha. La notizia è stata poi confermata dal governo americano, con la motivazione ufficiale che le procedure per la verifica dei precedenti di Cha, che avrebbero dovuto garantirgli le necessarie autorizzazioni per la sicurezza, si sarebbero arenate a causa di problemi non meglio definiti. Analisti ed ex diplomatici hanno però fatto notare come sia estremamente insolito che problemi di questo genere vengano rilevati dopo che un ambasciatore nominato è stato proposto al governo del paese dove verrà assegnato.

 

La vera ragione del siluramento di Victor Cha ha invece a che fare con le sue posizioni troppo moderate sulla crisi coreana. Nello specifico, il diplomatico americano avrebbe espresso durante almeno un intervento pubblico a dicembre la sua contrarietà all’opzione militare che il Pentagono e la Casa Bianca stanno seriamente considerando.

 

Allo studio c’è infatti l’ipotesi, a dir poco sconsiderata, di colpire preventivamente la Corea del Nord per convincere Kim Jong-un ad abbandonare il proprio programma nucleare, confidando che il regime si astenga dal mettere in atto ritorsioni.

 

Il Financial Times ha anche rivelato che membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Trump hanno chiesto a Cha se, in qualità di ambasciatore a Seoul, sarebbe stato pronto a gestire l’evacuazione di civili americani dalla Corea del Sud in previsione di un’aggressione militare contro Pyongyang. Il diplomatico aveva al proposito espresso serie riserve.

 

La pericolosità dell’attitudine dell’amministrazione Trump è confermata dal fatto che Victor Cha viene considerato unanimemente un “falco” sulle questioni della Corea del Nord negli ambienti della politica estera a Washington. Che le sue posizioni siano ora considerate moderate in relazione allo scontro con Pyongyang dà a sufficienza l’idea di quanto la Casa Bianca sia vicina a una guerra nella penisola di Corea.

 

Trump, da parte sua, nel discorso di martedì sullo “Stato dell’Unione” ancora una volta non ha risparmiato parole pesanti nei confronti del regime di Kim. Parlando ai membri del Congresso e, significativamente, alla presenza di un cittadino nordcoreano fuggito dal suo paese di origine, ha messo in guardia dal pericolo che Pyongyang rappresenterebbe per gli Stati Uniti.

 

Lo stesso presidente ha poi denunciato l’atteggiamento “compiacente” dell’amministrazione Obama e le “concessioni” che il suo predecessore avrebbe assicurato alla Corea del Nord. Al contrario, quello che intende fare il suo governo è “condurre una campagna di massima pressione” sul regime.

 

Le conseguenze immediate di un’aggressione militare americana contro la Corea del Nord sono difficili da valutare. Nell’ipotesi più che probabile di un contrattacco da parte di Pyongyang, solo nelle prime fasi del conflitto potrebbero morire milioni di persone nella capitale sudcoreana, situata a una manciata di chilometri dal confine settentrionale. Il protrarsi delle ostilità potrebbe inoltre coinvolgere paesi come Cina e Russia, sfociando in una guerra nucleare su vasta scala.

 

Alla luce di questo rischio, il governo di Seoul mostra segni sempre più evidenti delle paure per le possibili decisioni dell’alleato americano. Le inquietudini a sud del 38esimo parallelo sono aumentate ulteriormente in questi giorni in seguito alla diffusione di immagini satellitari che mostrerebbero come Pyongyang stia preparando una massiccia sfilata militare proprio alla vigilia dell’apertura dei giochi olimpici.

 

Questa iniziativa potrebbe essere considerata una nuova provocazione a Washington, così come un altro possibile test missilistico dopo la tregua olimpica, secondo alcuni analisti del tutto plausibile. Da parte americana, ancor più, nelle prossime settimane potrebbero arrivare nuove sanzioni per completare di fatto l’embargo energetico ai danni della Corea del Nord. Una simile misura, come ha avvertito l’ambasciatore russo a Pyongyang, sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra, con tutte le conseguenze del caso.

 

Il presidente sudcoreano Moon continua comunque ad assicurare che gli Stati Uniti non attaccheranno la Corea del Nord senza la sua approvazione. I preparativi di guerra ormai avanzati, assieme agli inestricabili nodi strategici che stanno alla base della crisi, ma anche l’arroganza e la necessità di allentare le pressioni sul fronte domestico da parte dell’amministrazione Trump, potrebbero rendere tuttavia drammaticamente illusorie le speranze di Seoul.

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Trump si scaglia contro Cuba e Venezuela durante il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione

Cubadebate (italiano) - Gio, 01/02/2018 - 02:20

trump-discurso-estado-union-580x329Ancora più sanzioni contro le “dittature comuniste” di Cuba e del Venezuela è stata una delle esigenze che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato al Congresso, dove martedì ha offerto il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione.  

“Il mio Governo ha imposto dure sanzioni alle dittature comuniste e socialiste di Cuba e del Venezuela “, ha affermato Trump, mentre sollecitava al Congresso degli Stati Uniti (USA) maggiori misure unilaterali contro i paesi latinoamericani.

Il repubblicano non menzionò nella sua richiesta altre nazioni della regione, tuttavia, ha insistito sulla necessità di costruire un muro alla frontiera degli USA col Messico, considerato come uno dei suoi “pilastri” nel suo programma di riforme migratorie.

Ha considerato che il muro previsto nella frontiera meridionale col Messico “chiude le lagune sfruttate dai criminali e terroristi per entrare” al suo paese.

Cina e Russia come nemici  

Il Dipartimento di Stato, sotto la gestione di Trump, ha riaffermato Cina e Russia come massimi rivali, malgrado entrambi i Governi patrocinino per relazioni di mutuo rispetto. Il martedì, il presidente nordamericano ha approfondito sul tema.

“Combattiamo nel mondo regimi paria, gruppi terroristici e rivali come Cina e Russia che sfidano i nostri interessi, la nostra economia ed i nostri valori”, ha sentenziato.

Nel suo discorso ha anche criticato Corea del Nord ed Iran, nazione islamica dove ci sono state decine di morti in proteste violente. “Quando il popolo dell’Iran si è alzato contro i crimini della sua dittatura corrotta, non sono rimasto silenzioso”, ha segnalato in una critica implicita alla cauta risposta del suo predecessore Barack Obama alle proteste del 2009.

Inoltre ha chiesto al Congresso che riveda “i difetti fondamentali nel terribile accordo” sulle armi nucleari con Iran, sottoscritto con Obama.

con informazioni di TeleSur

traduzione di Ida Garberi

foto: Reuters

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Yemen, dalla guerra al separatismo

Altrenotizie.org - Mer, 31/01/2018 - 21:00

Il sanguinoso conflitto nello Yemen, in corso ormai da quasi tre anni, ha visto aprirsi in questi giorni un nuovo pericoloso fronte che minaccia di far crollare la coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e intervenuta nel paese per riportare al potere il deposto presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Domenica scorsa è infatti andato in scena uno scontro violento tra le forze del governo appoggiato da Riyadh, temporaneamente installato nella città portuale di Aden, e quelle in teoria alleate che fanno capo al Consiglio di Transizione del Sud (STC), finanziate e armate dal regime degli Emirati Arabi Uniti.

 

Quest’ultimo paese e l’Arabia Saudita sono i protagonisti principali della coalizione impegnata nello Yemen contro i “ribelli” Houthi, che osservano pratiche religiose assimilabili allo sciismo. L’intervento era scattato dopo l’ingresso degli Houthi nella capitale del paese, Sana’a, nel 2015 e la conseguente deposizione del governo fantoccio di Riyadh e Washington, guidato appunto da Hadi.

 

Il confronto tra i gruppi armati sostenuti da Emirati Arabi e Arabia Saudita è giunto all’apice dopo che le forze governative avevano ignorato un ultimatum imposto dall’STC per sciogliere il gabinetto del primo ministro, Ahmed bin Daghr, perché accusato di incompetenza e corruzione. Il Consiglio di Transizione del Sud era stato creato lo scorso anno con l’obiettivo di raccogliere e riproporre le istanze separatiste della porzione meridionale del paese arabo, riunificato sotto il controllo del governo settentrionale nel 1990.

 

Proprio il riaccendersi delle rivendicazioni indipendentiste nel sud dello Yemen aggiunge un ulteriore elemento di complicazione al conflitto in atto, con riflessi non ancora del tutto chiari sulle sorti della coalizione e, ancor più, dell’intero paese letteralmente devastato dall’aggressione saudita.

 

Dopo un paio di giorni di scontri, condotti con artiglieria pesante e carri armati, le forze dell’STC hanno conquistato il controllo della città di Aden, mentre il primo ministro Daghr si è ritrovato accerchiato nel palazzo dove risiede temporaneamente il suo governo.

 

Fonti all’interno dell’STC hanno assicurato alle agenzie di stampa occidentali che sarebbero in corso negoziati per consentire a Daghr di lasciare incolume la città, ma quest’ultimo avrebbe manifestato l’intenzione di restare ad Aden. Il deposto presidente Hadi si trova invece da tempo in Arabia Saudita. Secondo quanto riportato dall’agenzia yemenita Saba, tra domenica e martedì sarebbero morte 16 persone negli scontri, mentre i feriti ammontano a 141. I dati della Croce Rossa Internazionale parlano però di almeno 36 morti e 185 feriti.

 

Nella giornata di mercoledì le tensioni sono sembrate rientrare parzialmente, con i separatisti che hanno ceduto alle forze appoggiate da Riyadh due basi militari che avevano in precedenza occupato, ufficialmente in seguito alla mediazione dell’Arabia Saudita. Fonti governative hanno addirittura riferito alla Reuters che la milizia del sud si sarebbe ritirata dalle postazioni conquistate.

 

L’interrogativo principale dopo gli eventi degli ultimi giorni riguarda quindi il futuro dell’alleanza militare che ha imposto morte e distruzione allo Yemen. Il leader dell’STC, Aydaroos al-Zubaydi, ha affermato in un’intervista a France 24 che la sua organizzazione rimane comunque fedele alla coalizione guidata da Riyadh che combatte contro gli Houthi. Allo stesso tempo, Zubaydi ha sollevato anche la questione potenzialmente esplosiva dell’indipendenza, sostenendo che “il popolo del sud [dello Yemen] ha diritto al proprio stato”, sia pure “quando la comunità internazionale sarà pronta”.

 

Da Riyadh, la risposta agli eventi di Aden ha nascosto a fatica le preoccupazioni per una situazione che potrebbe facilmente sfuggire di mano. Un comunicato ufficiale saudita ha invitato martedì entrambe le parti a “cessare le ostilità”, per poi avvertire che “la coalizione prenderà tutte le misure necessarie volte a ristabilire la sicurezza ad Aden”.

 

L’intervento militare saudita nello Yemen si era reso necessario per assicurare alla monarchia assoluta il mantenimento della propria influenza su un paese strategicamente cruciale nello scacchiere mediorientale. Inoltre, la presa del potere da parte degli Houthi poteva apriva scenari favorevoli all’Iran nello Yemen. La solidità dei legami tra la Repubblica Islamica e gli Houthi è in realtà quanto meno discutibile, ma l’Arabia Saudita e i suoi alleati nel conflitto, così come gli Stati Uniti, continuano a ingigantirli deliberatamente.

 

A livello ufficiale, la guerra di Riyadh avrebbe dovuto ristabilire l’ordine costituzionale e ridare stabilità al più povero dei paesi arabi attraverso il reinsediamento di Hadi. L’installazione di quest’ultimo alla presidenza dello Yemen nel 2012 aveva però ben poco a che fare con il trionfo della democrazia. Piuttosto, si trattava del risultato di un accordo-farsa, siglato grazie a USA e Arabia Saudita, che aveva fatto sfociare la rivolta popolare, esplosa nel 2011 nell’ambito della “primavera araba” contro l’allora presidente Ali Abdullah Saleh, in un’elezione a cui aveva preso parte il solo Hadi.

 

L’aggressione saudita era apparsa da subito come un’impresa criminale che, in meno di due anni, ha fatto più di diecimila morti, creato milioni di profughi interni, prodotto carestie ed epidemie su vasta scala e distrutto gran parte delle infrastrutture pubbliche e private dello Yemen.

 

Sul piano strategico, l’avventura bellica promossa dall’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, non ha fatto nulla per rafforzare la posizione di Riyadh nella regione. Ciò che ha causato, tra l’altro, è invece il riappropriarsi di ampi spazi di manovra da parte delle organizzazioni fondamentaliste già attive in territorio yemenita, a cominciare da “al-Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP).

 

A tutto questo va ora aggiunto l’infiammarsi delle spinte separatiste nel sud del paese, stimolate chiaramente dal caos seguito alla guerra, oltre ovviamente all’impatto rovinoso che esse avranno ancora una volta su una popolazione civile già allo stremo.

 

Gli scontri di questi giorni tra le fazioni teoricamente alleate nella guerra contro gli Houthi rivelano anche un’altra realtà dietro all’aggressione dello Yemen. L’offensiva dell’STC contro le forze fedeli al presidente Hadi può essere stata condotta solo con il via libera degli Emirati Arabi Uniti, il cui regime coltiva evidentemente ambizioni divergenti da quelle degli alleati sauditi. Lo Yemen, in altri termini, sembra essere sempre più anche il terreno di confronto tra le ambizioni di Riyadh e quelle di Abu Dhabi per la supremazia in Medio Oriente.

 

In questo scenario sempre più complesso, le possibilità di una soluzione pacifica del conflitto appaiono lontanissime. A confermarlo è stato recentemente anche l’annuncio dell’abbandono dell’incarico di mediatore ONU per la guerra in Yemen da parte del diplomatico mauritano, Ismail Ould Cheikh Ahmed.

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Maduro denuncia Colombia di bloccare Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mer, 31/01/2018 - 02:11

MaduroSantosIl presidente Nicolas Maduro ha denunciato oggi che il suo collega colombiano, Juan Manuel Santos, mantiene un blocco economico, commerciale e finanziario contro Venezuela.

Davanti al consiglio dei Ministri, il mandatario ha segnalato che Santos elabora un piano, del quale aveva conoscimento l’oppositore Julio Borges, per evitare l’arrivo ai venezuelani dei prodotti che ricevono mediante i Comitati Locali di Fornitura e Produzione (CLAP).

Ha rivelato che da Bogotà è stato proibito il passaggio di una nave con materiali medici per pazienti con insufficienza renale ed ha sollecitato alla Forza Armata Nazionale Bolivariana di mantenersi allerta davanti alla possibilità della creazione da parte della Colombia di un falso positivo per giustificare un intervento straniero sul suolo venezuelano.

Ha assicurato che a dispetto del “blocco economico e la persecuzione finanziera”, il governo bolivariano ha approvato 12 milioni 385 mila euro per curare i pazienti con problemi renali.

Allo stesso modo, ha dato l’approvazione di più di sette milioni di euro per fortificare l’operatività dell’Ospedale Cardiologico Infantile Dr. Gilberto Rodriguez Ochoa.

Il capo dello Stato bolivariano ha annunciato, inoltre, che il 20 febbraio inizierà la prevendita della criptomoneta Petro, creata per affrontare il blocco finanziario internazionale imposto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea contro questa nazione.

Nell’occasione, ha firmato il libro bianco del Petro, nel quale si illustrano le caratteristiche, condizioni e funzionamento dello strumento creato dal suo governo contro la guerra economica ed ha ordinato accelerare l’inizio delle operazioni della criptomoneta.

Sul dialogo in Repubblica Dominicana, Maduro ha denunciato che gli Stati Uniti mantengono pressioni per sabotare il dialogo tra il suo governo e l’opposizione.

Nonostante, ha risaltato il lavoro della rappresentazione governativa nelle negoziazioni ed ha ringraziato anche la delegazione della destra per continuare nelle conversazioni per raggiungere un accordo per la pace e la stabilità del Venezuela.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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