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Maduro: lezione di dignità alla UEIl presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha dato all’ambasciatrice dell’Unione Europea (UE), Isabel Brilhante, 72 ore per abbandonare il paese (ordine ora sospeso ndt). “Ora basta con il colonialismo europeo e l...

Cubadebate (italiano) - Mar, 07/07/2020 - 03:53

nicolas-maduros-sanciones-580x326Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha dato all’ambasciatrice dell’Unione Europea (UE), Isabel Brilhante, 72 ore per abbandonare il paese (ordine ora sospeso ndt). “Ora basta con il colonialismo europeo e l’interventismo contro il Venezuela”, ha ammonito. L’espulsione è arrivata in risposta alla decisione della UE di imporre divieti d’ingresso e di congelare i beni ed i conti di undici funzionari nel paese. La lista nera ora ammonta a 36 funzionari, accusati di “crimini contro la democrazia e lo stato di diritto”.

La misura risponde anche al grossolano atteggiamento interventista dell’entità europea in Venezuela, dal 2013, dove, sebbene finga di promuovere il dialogo, agisce come una pedina della politica USA di punire coloro che sostengono una soluzione politico-elettorale, con elezioni organizzate in modo reciprocamente soddisfacente, sia per il governo che per l’opposizione legata alla causa democratica ed istituzionale, come è stato concordato al Tavolo di Dialogo (TdD).

Maduro ha anche annunciato che si riservava le azioni diplomatiche corrispondenti contro l’ambasciatore spagnolo, Jesús Silva, nella cui residenza, dove è esiliato il golpista e terrorista Leopoldo López, questi ha pianificato, per settimane, la sconfitta Operazione Gedeon, secondo quanto informa una lunga nota sul giornale USA Wall Street Journal. Come si ricorderà, i membri del piano hanno cercato di invadere il Venezuela via mare, dalla Colombia, in un nuovo tentativo di rovesciamento ed assassinio di Maduro.

Al di là ci sono i partiti del cosiddetto G4, i golpisti di professione, amanti delle invasioni e del sangue, obbedienti alla linea dell’impero, arricchiti con i fondi per la sovversione ed i beni rubati allo Stato dalle “sanzioni”, sebbene nessuna più di Guaidó, convertito in  miliardario. Opposti a qualsiasi soluzione negoziata, come ha potuto comprovare l’ex presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, il paziente facilitatore ed intermediario dell’accordo che doveva essere firmato nella Repubblica Dominicana tra il governo e l’opposizione, nel febbraio 2018, interrotto per ordine di Washington, sebbene questo provenisse da Bogotá. Allora l’ex mandatario peninsulare ha dichiarato: “Questo è un momento decisivo, questo è il tempo, l’altrimenti è pericoloso. Ecco perché appello alla comprensione … l’essenziale è lì, l’accordo sulla data elettorale, l’osservazione, le regole del gioco, le garanzie elettorali”… un’alternativa all’accordo sarebbe “estremamente negativo”.

In linea con il seguito dato alla politica di Washington, negli ultimi giorni la UE ha squalificato senza valide argomentazioni, il nuovo Consiglio Nazionale Eelettorale (CNE), designato dal Tribunale Supremo di Giustizia in uso delle sue facoltà costituzionali, a causa di un’omissione parlamentare, in virtù del fatto che l’Assemblea Nazionale (AN) in disprezzo non disponeva dei voti necessari ed una parte di essa mancava della volontà politica di nominare i nuovi rettori dell’organismo. Giorni dopo, la UE ha annunciato le “sanzioni” adottate contro i funzionari venezuelani. Tra questi, Luis Parra, presidente oppositore dell’AN ed i suoi due vicepresidenti, membri della frazione che ha sostituito Juan Guaidó alla dirigenza parlamentare, dopo essere eletti, il 5 gennaio di quest’anno, al non presentarsi l’allora presidente dell’organo nella sede della sessione.

Guaidó non ha partecipato perché sapeva che la ribellione incubata contro di lui dai deputati dell’opposizione delle regioni rendeva impossibile che raccogliesse i voti necessari per essere rieletto. Quindi, come è sua abitudine, ha allestito, fuori dall’edificio legislativo, uno show con un gruppo fake di deputati per simulare un’elezione, senza rispettare i regolamenti parlamentari. Quindi l’unica dirigenza legittima ed eletta democraticamente dell’AN è quella presieduta da Parra.

Data la nulla capacità, di Guaidó, di convocazione della piazza, i suoi tesi rapporti con altri dirigenti dell’opposizione, la situazione critica nel suo stesso partito, che sembra lascerà, la sua virtuale scomparsa dall’arena politica, è molto probabile che Washington abbia fatto pressione su Bruxelles per ossigenarlo mediante la censura degli accordi del TdD tra il governo ed il settore dell’opposizione che parteciperà elettoralmente alle elezioni parlamentari, alla fine dell’anno, ed esprime la non accettazione di sanzioni né dell’ingerenza straniera.

Ciò che sostiene attualmente Guaidó è il dito di Trump e la mendace cantilena mediatica che è riconosciuto da oltre 50 paesi.

Ma è evidente la accelerata perdita di prestigio e leadership del sistema USA nel mondo e la sua profonda crisi interna.

La leggera e criminale attuazione di Trump di fronte alla pandemia e di fronte al grande movimento di massa multirazziale che si è articolato attorno all’omicidio di George Floyd sono sintomi di quella crisi.

La UE non rimane indietro. E’ stata incapace di implementare un piano solidale per affrontare il covid-19 e qualcosa di simile può accadere al suo piano di ripresa economica, forse soffocato da nuove sanzioni del suo ‘alleato’ USA.

di Angel Guerra Cabrera

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Categorie: News

Discorso pronunciato da Fidel Castro nel conferire una medaglia a Juan Miguel Gonzales, padre di Elian

Cubadebate (italiano) - Ven, 03/07/2020 - 23:19

02-medalla-juan-miguel-eliaDISCORSO PRONUNCIATO DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI STATO DELLA REPUBBLICA DI CUBA FIDEL CASTRO RUZ, ALL’INSIGNIRE JUAN MIGUEL GÓNZALES DELLA MEDAGLIA DELL’ORDINE CARLOS MANUEL DE CÉSPEDES, NEL TEATRO KARL MARX, IL 5 LUGLIO 2000, “ANNO DEL 40 ANNIVERSARIO DELLA DECISIONE DI PATRIA O MORTE”
Fecha:
05/07/2000

Cari compatrioti:

Conobbi Juan Miguel il 2 dicembre dello scorso anno, alle 5 del pomeriggio. Era casualmente il giorno in cui si commemorava un anniversario in più dello sbarco del “Granma”, 43 anni fa.

Cinque giorni prima, ricevemmo la lettera, datata 27 novembre, nella quale chiedeva al Ministero degli Esteri di inoltrare le pratiche presso le autorità degli Stati Uniti per il ritorno a casa di suo figlio Elián, sopravvissuto al naufragio di un’imbarcazione rudimentale che era uscita illegalmente da Cuba. Il giorno seguente, la stessa cosa fu richiesta, in un’altra lettera, dalla nonna materna del bimbo. Né essi persero un minuto nel fare la richiesta, né il nostro Ministro perse un minuto nel trasmetterla di immediato.

Io non potei occuparmi del problema fino al giorno indicato. Avevo chiesto al padre di venire all’Avana. Anticipatamente sapevo che mai, in più di 41 anni, il governo degli Stati Uniti aveva acconsentito ad una domanda legale di questo tipo. Questo, come il caso dei pescatori ed altri casi, doveva essere risolto mediante una battaglia morale e di opinione pubblica con la partecipazione del popolo.

Però, su quali basi? Chi era il padre e che genere di padre era? Quanto si preoccupava di suo figlio? Quali erano le sue relazioni familiari con i nonni materni e paterni del bambino? Sebbene sapevo già che si trattava di un rispettoso e giovane lavoratore, serio e adempitore dei propri obblighi, militante rivoluzionario fin da adolescente, era importante conoscere questi ed altri aspetti della sua condotta e le peculiarità del suo carattere.

Con attenzione e rispetto, ma allo stesso tempo con tutta chiarezza e tutta franchezza, trattai con lui questi temi. Stavo parlando con un membro del nostro partito.

Gli feci numerose domande alle quali lui, nel mezzo del suo visibile dolore e della sua tristezza, rispondeva con argomenti persuasivi e prove inquestionabili sulla sua relazione affettuosa, insindacabile e costante con il bambino.

In nessun istante smisi di percepire, nel suo volto, le caratteristiche di un uomo nobile, sincero e serio.

Gli manifestai la mia convinzione che, attraverso i tramiti giudiziari, mai avrebbero restituito il bambino. Si trattava di un caso in cui i tribunali degli Stati Uniti non avevano alcuna giurisdizione, e che spettava solo alle autorità dell’Immigrazione degli Stati Uniti il dovere di procedere all’immediata restituzione di suo figlio; però conoscevo sufficientemente bene quanto arroganti, arbitrarie, parziali e complici si comportavano le autorità degli Stati Uniti in tutto quello riferito alle canagliate e ai crimini che si commettevano contro il nostro popolo. La restituzione di questo bambino si sarebbe potuta ottenere solo mediante una intensa battaglia politica e una intensa battaglia dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Avvertii Juan Miguel che questo non sarebbe stato questione di giorni né di settimane, ma di mesi. Forse per non disanimarlo troppo, gli dissi che sarebbero stati necessari non meno di tre mesi. Gli manifestai anche che solo il paese poteva lanciarsi in una battaglia di questo tipo su basi legali ed etiche assolutamente solide.

Dopo tre ore di conversazione, io non avevo il benchè minimo dubbio che Juan Miguel era un giovane serio ed onesto, vittima di un’atroce ingiustizia. Comprese ed accettò gli argomenti che gli esposi.

Era trascorsa quasi una settimana dal momento in cui era stata consegnata la nota presentata dal Ministero degli Affari Esteri di Cuba, trasmettendo alle autorità degli Stati Uniti la richiesta del padre reclamando la restituzione del bimbo, e non era stata ricevuta la benché minima risposta su quello che avrebbero fatto con il bambino sequestrato. Tutto quello che noi conoscevamo proveniva da quello che pubblicava la stampa nordamericana. Non era poca l’orgia di propaganda e di euforia sfrenata della mafia cubana-americana e dei politici più reazionari degli Stati Uniti, in occasione di una tragedia dove persero la vita 11 cittadini cubani e dell’arrivo alle coste di questo paese di un bambino che non aveva ancora compiuto sei anni. Un frutto in più di 41 anni di ostilità e aggressione dei governi degli Stati Uniti contro Cuba.

Era inutile continuare inviando note diplomatiche alle autorità di un governo sordo che neppure per cortesia rispondeva.

Il giorno dopo parlai con i compagni della nostra Direzione, e senza perdere un minuto comunicai con i dirigenti dell’Unione dei Giovani Comunisti e con i dirigenti della Federazione Universitaria. I giovani e gli studenti sarebbero stati l’avanguardia in questa lotta con il pieno appoggio di tutte le forze rivoluzionarie.

Quarantotto ore dopo, una domenica sera, si produsse la prima protesta davanti l’Ufficio di Interessi degli Stati Uniti, alla quale parteciparono mille giovani delle “Brigate Tecniche” che concludevano una conferenza nazionale, quelli che realmente anticiparono di 24 ore la data prevista per iniziare le azioni pubbliche.

Così comincio l’epica lotta per la liberazione di Elián fino ad oggi, 5 luglio, esattamente 7 mesi fa.

Il sabato 4 dicembre dichiarammo pubblicamente che se in 72 ore il bambino non era restituito, si sarebbe svolta una grande battaglia di opinione nazionale e mondiale. Alcuni mezzi della stampa interpretarono quelle parole come un ultimatum agli Stati Uniti. Non era niente più che un sincero avvertimento su quello che inevitabilmente sarebbe successo.

Solo dopo il terzo giorno di protesta popolare, che cresceva esponenzialmente, si ricevette la prima risposta. Il giorno prima il portavoce della Casa Bianca aveva dichiarato che la questione stava nelle mani del Servizio d’Immigrazione e Naturalizzazione, che non esisteva una posizione ufficiale sull’argomento e che il caso poteva finire alle Corti.

Molte note si scambiarono nelle settimane seguenti. I documenti dimostrano che il nostro governo avvertì e ribadì i suoi punti di vista sulle conseguenze della erronea ed illegale decisione del governo nordamericano di sottoporre il caso alla giurisdizione dei propri tribunali, ai quali non spettava questo diritto.

Qualcosa che doveva e poteva essere risolto in pochi giorni, cadde effettivamente in un labirinto interminabile di procedimenti, sentenze e ricorsi fraudolenti, mentre il bimbo cubano soffriva mesi di tortura psichica ed era oggetto del più brutale sfruttamento ai fini pubblicitari e politici. La sua salute mentale, e persino la sua vita, furono seriamente messe in pericolo durante mesi. Miracolosamente sopravvisse a pericoli tanto grandi come quelli del primo naufragio, che questa volta capitò in un immondo pantano di immoralità, isteria, ripugnante politica da quattro soldi e meschini interessi della mafia cubana-americana e dei suoi alleati dell’estrema destra. Non fu il caso, ma la lotta ammirabile del nostro popolo, ciò che lo preservò dalla morte o da un terribile destino.

Oggi facciamo giustizia a chi, tanto esemplarmente, compì i propri doveri di padre e di patriota. Un intero popolo si giocò il tutto e fu disposto a fare tutto quanto si poteva fare per suo figlio. Però, nella fase finale, da lui dipese l’esito o la sconfitta del nostro collossale sforzo.

Il maggior successo della Rivoluzione fu confidare pienamente in Juan Miguel. Il più grande errore della mafia e dell’impero fu credere che Juan Miguel poteva essere comprato e portato al tradimento.

Se ben ci furono differenze tra il governo degli Stati Uniti e la mafia, appoggiata dall’estrema destra, sulle posizioni di ognuno di loro davanti ai tribunali, arrivando al litigio tra ambedue le parti, c’è un grave peccato morale del quale nessuno di loro è esente: il credere che Juan Miguel poteva esssere comprato, tentando persino l’esortazione aperta a disertare e a restare negli Stati Uniti. Su questo, nessuno, da una o dall’altra fazione nel seno dell’impero, abbandonò la speranza che Elián restasse negli Stati Uniti con suo padre. Per ciò la tattica di dilazione del processo sistematicamente applicata dagli avvocati della mafia, mentre i candidati di ambo i partiti alla Presidenza, e la stessa moglie del Presidente, facevano appelli pubblici a Juan Miguel perchè disertasse.

Alti funzionari dell’Amministrazione e perfino il Procuratore Generale affermavano che essi non lottavano per il ritorno di Elián a Cuba, se no per l’unione del figlio e del padre. Sognavano che la battaglia che ormai avevano persa si risolvesse con un colpo di scena di questo tipo. Solo quando si convinsero che l’onore e le fermezza di Juan Miguel erano inalterabili e che tutto l’oro del mondo non sarebbe bastato per farlo vacillare un secondo nella sua lealtà alla patria, si rassegnarono al suo ritorno con il bimbo.

Quando Juan Miguel, che tante volte accusarono di codardia e a cui rinfacciavano cinicamente che non si preoccupava di suo figlio, giacché non era venuto negli Stati Uniti dove gli avevano teso tante trappole, arrivata l’ora e il minuto esatti in cui doveva presentarsi in quel campo ostile e rischioso, partì con la decisione e il coraggio, che lo caratterizzano verso il cuore dell’impero, portando con sé sua moglie e suo figlio di 6 mesi; la battaglia entrava nella tappa decisiva. Con il suo viso nobile, la sua determinazione, la sua parola diretta, sincera e pulita, con la costanza inoppugnabile della sua libertà poiché aveva con sé sua moglie e suo figlio più piccolo, completò l’opera iniziata mesi prima dalle nonne di Elián, Mariela e Raquel; conquistò totalmente l’appoggio della maggioranza del popolo nordamericano che si mise dalla sua parte, molto più informato sulla verità dopo 5 mesi di intensa battaglia di milioni di uomini, donne, giovani e bambini cubani.

Contribuirono a questo, è giusto riconoscerlo, le reti della televisione nordamericana e gli organi principali di stampa, che trasmisero negli Stati Uniti le immagini e le notizie di quello che stava succedendo a Cuba.

Durante la permanenza di Juan Miguel negli Stati Uniti, in momenti critici, la sua decisione di andare da solo nel covo della mafia a Miami, accompagnato da sua moglie Nersy e dal piccolo Hianny, determinò che l’INS mandasse gli uomini che con audacia e destrezza strapparono il bimbo dalle mani criminali che lo tenevano sequestrato, per essere trasferito a Washington e inviato, quasi subito, con la sua famiglia al ritiro in Wye Plantation. Qui cominciò la lunga attesa della tappa finale.

Immediatamente, Águeda, la sua abnegata maestra dell’asilo, con l’appoggio di quattro compagni della prima elementare, accompagnati da un cugino di
10 anni, senza perdere un minuto riprendevano il corso scolastico di Elián, interrotto cinque mesi prima. Quando egli concluderà, entro una settimana e mezza, sarà un giorno di onore e di gloria per l’educazione cubana e la prodezza del nostro popolo resterà consacrata per sempre.

Juan Miguel, per salvare la vita di Elián, fu disposto a dare la propria vita e a rischiare quella di sua moglie e dell’altro suo figlio. Ma non fu mai disposto a comprare la consegna di quel bambino che tanto amava al prezzo del tradimento della patria. La sua condotta gli valse la gloria e l’eterna ammirazione del suo popolo.

Per questo lo insigniamo con l’Ordine che porta il nome di Carlos Manuel de Céspedes, che con eroica condotta, davanti l’alternativa di salvare suo figlio o tradire il suo popolo scelse, senza esitare, la morte di suo figlio e si conquistò l’onorevole titolo di “Padre della Patria” (Applausi)

Ho vissuto momenti emozionanti lungo la mia vita rivoluzionaria. Posso ricordare il giorno indimenticabile di quando mi incontrai con Raúl a “Cinco Palmas”, il 18 dicembre 1956, e riunimmo sette armi per ricominciare la lotta; quando il 5 gennaio 1957, già con un piccolo distaccamento e con 17 armi, occupando un’altura contemplai, per la prima volta, a pochi chilometri di distanza, un’alta ed inespugnabile montagna boscosa dove iniziava il cuore della Sierra Maestra, che sarebbe diventato il nostro teatro di operazioni, ed ebbi la sicurezza assoluta che la vittoria sarebbe stata nostra; quando il primo combattimento vittorioso delle nostre armi all’alba del 17 gennaio; quando sconfiggemmo totalmente, con una piccola però agguerrita forza, l’offensiva di 10 mila soldati della tirannia, che si concluse il 5 agosto del 1958 dopo 70 giorni ininterrotti di combattimento; quando seppi, alla fine di settembre, che il Che e Camilo erano arrivati a Las Villas, dopo aver percorso più di 350 chilometri per un terreno piano, ostile e inospitale; quando il primo gennaio del 1959 entrammo a Santiago de Cuba, dove nel Moncada si iniziò la nostra prima azione armata rivoluzionaria; o quando arrivammo a Girón all’imbrunire del 19 aprile del 1961. Tralasciando molti altri avvenimenti indimenticabili, in nessuna delle occasioni menzionate delle nostre lotte provai tanta intensa emozione, come quando si aprì la porta del piccolo aereo che li portò dagli Stati Uniti, dopo tanti mesi di battaglia senza tregua, e vidi emergere, alle 19:53 del 28 giugno, le figure di Juan Miguel e Elián. Un piccolo bambino ed un semplice padre cubano che molte poche persone conoscevano fino a qualche mese fa; ritornavano trasformati in giganti simboli morali della nostra patria.

In questo minuto pensai: quanto grande è il nostro popolo, quanto invincibile è un’idea giusta, quanto è importante credere nell’uomo, quanto è bello lottare per dei grandi ideali, quanta luce e felicità può emanarsi da un piccolo bimbo innocente per gratificare un popolo che fu disposto a morire per uno dei suoi più teneri figli!

Juan Miguel, la Patria ti ringrazia per la fermezza ed il coraggio con cui hai difeso il suo onore e la sua giusta vittoria! Tu hai dimostrato che, in momenti decisivi della storia di un popolo, la condotta di un uomo può compensare il disonore che gli abbiano occasionato tutti i traditori insieme, come quelli che vollero strapparci tuo figlio.

Il nostro dovere rivoluzionario più sacro è lottare perchè niente di simile possa succedere nel futuro, e per altri diritti che abbiamo giurato di difendere.

Continueremo lottando, e vinceremo!

(Ovazioni)

Versiones Taquigraficas del Consejo de Estado

traduzione del sito Fidel soldado de las ideas

Categorie: News

Ritornano oggi gli integranti della brigata cubana della salute che erano in Andorra

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/07/2020 - 22:04

BrigadaMedicaCubaAndorra-580x386Il capo della brigata medica cubana in Andorra, Luis Enrique Perez, ha sottolineato i risultati raggiunti dai sanitari dell’isola durante i tre mesi di confronto alla COVID-19 in questo paese europeo.

In una conversazione via WhatsApp con Cubadebate da Andorra la Vieja, capitale del Principato situato nei Pirenei, Perez ha sottolineato che i 39 professionisti di Cuba hanno contribuito ad abbassare la curva di contagi del coronavirus SARS-Cov-2.

“Abbiamo contribuito favorevolmente al miglioramento degli indicatori epidemiologici in Andorra”, ha detto il medico, dopo ricordare che quando la brigata medica cubana è arrivata alla fine di marzo, esisteva un picco di contagi, perché il principato ostentava il tasso più alto di infettati su mille abitanti in Europa.

“Alla fine di questi tre mesi di lotta, non esiste nessun paziente nuovo con COVID-19, già in terapia intensiva non c’è nessun paziente ricoverato, come neanche nelle sale dell’ospedale. Questo vuole dire che, insieme col personale sanitario di Andorra, la missione medica cubana ha contribuito favorevolmente al miglioramento di tutti gli indicatori epidemiologici che esistevano in quel luogo fino a quel momento”, ha assicurato Luis Enrique Perez a Cubadebate.

Perez ha sottolineato l’integrazione del nostro personale medico e di infermeria alle istituzioni di salute, il rispetto totale dei protocolli, come il lavoro associato coi sanitari andorrani, che sono aspetti decisivi nel miglioramento della curva di contagi in quel paese.

Il risultato favorevole della missione medica cubana, si esprime nel recupero di 741 casi positivi alla COVID-19.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Netanyahu frena sull’annessione

Altrenotizie.org - Mer, 01/07/2020 - 20:20

Le crescenti pressioni internazionali degli ultimi giorni e la natura esplosiva del provvedimento in fase di preparazione hanno spinto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, quanto meno a rimandare la prevista annessione unilaterale di una parte del territorio occupato della Cisgiordania. La decisione è stata presa probabilmente anche in seguito al mancato via libera degli Stati Uniti, dovuto alle divisioni interne all’amministrazione Trump su un provvedimento che rischia di trasformarsi in un boomerang sia per Washington che per Tel Aviv.

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Putin-Talebani, le fake news del NYT

Altrenotizie.org - Mar, 30/06/2020 - 20:11

L’ultima gigantesca fake news anti-russa, pubblicata nel fine settimana dal New York Times, continua a rimbalzare sui media americani e a dominare il dibattito politico di Washington nonostante l’assurdità delle accuse rivolte al Cremlino e la totale assenza di prove del comportamento attribuito a Mosca. L’intelligence militare russa, com’è ormai noto, avrebbe offerto incentivi in denaro ai Talebani per spingerli a uccidere militari che fanno parte del contingente americano di occupazione dell’Afghanistan.

I tre autori del pezzo, uscito venerdì scorso sulla versione on-line del quotidiano newyorchese e il giorno successivo su quella cartacea, si sono basati come sempre per la loro “esclusiva” sulle imbeccate di anonimi “funzionari” governativi e dei servizi segreti USA, le cui confidenze vengono puntualmente spacciate come fatti incontrovertibili da quello che dovrebbe essere il più autorevole giornale americano.

La notizia aveva il preciso scopo immediato di scatenare un polverone di polemiche contro il presidente Trump e ravvivare, come accade a intervalli regolari, la campagna di demonizzazione contro la Russia di Putin. Sulla questione della “taglia” messa dai russi sulla testa dei soldati americani si sono così scatenati nel fine settimana tutti i network d’oltreoceano, nessuno dei quali ha sollevato anche un solo dubbio sulla veridicità del rapporto del Times.

Seguendo un copione ben collaudato, lunedì la palla è passata alla politica. I leader democratici al Congresso hanno per primi ripreso le accuse contro la Casa Bianca e il suo inquilino, bollato come un burattino di Putin, per poi chiedere chiarezza sia al presidente sia ai servizi segreti USA, soprattutto sul possibile fatto che Trump fosse stato informato per iscritto già nel mese di febbraio circa il pericolo che incombeva sui militari americani a causa delle manovre di Mosca.

La messinscena è stata corredata dal solito coro di insulti e accuse nei confronti di Putin, a cui si è presto unita buona parte dei membri repubblicani del Congresso. Tra i più coloriti nell’esprimere la propria indignazione per un’operazione che con ogni probabilità non è mai avvenuta è stato il senatore repubblicano dell’Oklahoma, James Inhofe, il quale ha ricordato come sia risaputo “da tempo che Putin è un criminale e un assassino”.

Ancora, briefing tra il Congresso e la Casa Bianca sono stati convocati con urgenza. Lunedì è stato ragguagliato sullo scandalo del momento un gruppo di parlamentari repubblicani, mentre martedì è toccato ai democratici. Trump e la sua portavoce, Kaleigh McEnany, hanno dato invece una spiegazione perfettamente coerente con la natura inconsistente della vicenda, cioè che il presidente non era stato messo al corrente dei presunti fatti denunciati dal Times perché l’informazione riguardante le ricompense offerte dai russi ai Talebani non risultava credibile.

Un’analisi fattuale di questa “rivelazione” sarebbe di poca utilità, visto che essa non contiene nessun fatto concreto né alcuna prova di quanto viene sostenuto. L’articolo iniziale e i successivi di contorno sono pura propaganda, diffusa da quelli che assomigliano più a stenografi della CIA che non a giornalisti. L’operazione del Times non è nuova ma si inserisce in uno schema che viene continuamente alimentato sulle ceneri del defunto “Russiagate” con obiettivi ben precisi. Questi ultimi sono riconducibili allo sforzo del “deep state” americano per creare un clima di isteria collettiva volto a dipingere il governo di Putin come un nemico mortale degli Stati Uniti e, in ultima analisi, a preparare la popolazione a una futura guerra contro la seconda potenza nucleare del pianeta.

Nell’immediato, questi ambienti ferocemente anti-russi puntano a tenere alta la pressione sulla Casa Bianca per scoraggiare anche il minimo segnale di distensione tra Washington e Mosca. La prima conseguenza di ciò sarà probabilmente l’affondamento del piano di Trump di invitare nuovamente la Russia di Putin al prossimo G7, in modo anche da frustrare qualsiasi ipotesi di riavvicinamento strategico tra l’Occidente e Mosca nel quadro internazionale che prenderà forma dopo l’emergenza Coronavirus.

Con l’operazione orchestrata assieme al New York Times, gli oppositori dell’amministrazione Trump all’interno dell’apparato di potere americano hanno anche come obiettivo il boicottaggio del complicato processo di pace in corso in Afghanistan. L’accordo siglato tra la Casa Bianca e i Talebani a inizio anno prevede la graduale uscita di scena del contingente di occupazione USA dal paese centro-asiatico, vincolata al lancio e al successo di negoziati di pace tra i Talebani e il governo-fantoccio di Kabul.

In molti a Washington vedono però con preoccupazione un ritiro dall’Afghanistan, paese considerato cruciale nel “grande gioco” dell’integrazione euro-asiatica e alla luce della competizione strategica con Russia e Cina. Come minimo, poi, queste manovre mirano a estromettere il Cremlino dagli sforzi diplomatici in atto in Afghanistan, seminando nel governo di Kabul il dubbio dell’inaffidabilità del governo di Mosca come facilitatore della trattativa con i Talebani.

Per quanto riguarda ancora il merito delle accuse sollevate dall’articolo del Times, una riflessione superficiale sulle vicende afgane e sugli obiettivi russi basterebbe a svelare l’esclusiva per quello che realmente è, vale a dire un’operazione di propaganda. Prima ancora di ciò, lo stesso giornale di New York, così come il Washington Post, il Wall Street Journal e altri media che hanno tempestivamente “confermato” le rivelazioni iniziali, sono stati anch’essi costretti ad ammettere che non esistono prove dei pagamenti russi ai Talebani per colpire i militari americani in Afghanistan.

Inoltre, dagli stessi articoli dei giorni scorsi emerge come all’interno della comunità dell’intelligence USA ci fossero voci discordanti che giudicavano inattendibile il presunto rapporto sul piano russo. Soprattutto, le fonti principali delle accuse contro il Cremlino sarebbero militanti e criminali detenuti in Afghanistan, più o meno legati ai Talebani. Dell’affidabilità di confessioni ottenute in questo modo è quasi inutile discutere e anche l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), secondo quanto riportato dal Washington Post, si sarebbe mostrata estremamente scettica circa le informazioni ricavate da simili interrogatori. Tutte le ricostruzioni apparse sulla stampa “mainstream”, in ogni caso, sono infarcite di precisazioni (“vaghe informazioni di intelligence”, “prove non del tutto confermate”) che, a ben vedere, finiscono per smontare la tesi centrale costruita contro il Cremlino.

Il Pentagono, inoltre, tramite un portavoce ha emesso un comunicato lunedì per smentire l’esistenza di prove che confermino “le recenti accuse sollevate dalla stampa”, riferendosi in particolare a una notizia diffusa dalla Associated Press. L’agenzia di stampa americana aveva scritto che l’intelligence USA stava indagando la morte di tre militari in un attentato dell’aprile 2019 vicino alla base aerea di Bagram come un possibile episodio da collegare ai pagamenti fatti dai servizi segreti militari russi (GRU) ai Talebani.

Anche in questo caso non vengono fornite prove o indizi che giustifichino i sospetti. È probabile piuttosto che fonti governative USA abbiano passato l’informazione alla Associated Press per rimediare a uno dei tanti punti deboli della notizia originariamente pubblicata dal New York Times, cioè che Mosca poteva forse avere la responsabilità indiretta della morte di un solo militare americano in Afghanistan. Nessun commentatore o giornale ufficiale ha poi fatto notare come sia assurdo che i russi abbiano potuto pensare che esistesse la necessità di incoraggiare i Talebani ad attaccare e uccidere membri delle forze di occupazione, quando da quasi vent’anni stanno già combattendo una guerra sanguinosa che ha fatto più di 2.300 vittime tra i militari americani.

Non c’è dubbio, d’altro canto, che Mosca segua con estrema attenzione le vicende afgane, com’è ovvio che sia per ragioni geografiche e strategiche. Anzi, l’approccio della Russia ai Talebani si è evoluto nel tempo fino a considerare gli “studenti del Corano” come una forza con cui confrontarsi nel futuro assetto dell’Afghanistan. I Talebani controllano peraltro già oggi più della metà del territorio del paese asiatico. L’attitudine russa è perciò del tutto comprensibile e legittima, ma questa realtà, rafforzata dai numerosi colloqui tenuti tra i rappresentanti talebani e del Cremlino, viene sfruttata dalla stampa americana per dimostrare l’esistenza di legami criminali che hanno l’obiettivo di colpire le forze armate USA.

Va ricordato, infine, che se anche la notizia riportata dal New York Times fosse vera, le accuse rivolte contro Mosca si riferirebbero a operazioni dalla rilevanza trascurabile se paragonate ai danni causati alla Russia dagli Stati Uniti. Per restare al solo Afghanistan, la guerra fomentata da Washington negli anni Ottanta contro l’occupazione sovietica, tramite la creazione, il finanziamento e la fornitura di armi ai guerriglieri mujaheddin, provocò, secondo alcune stime, circa 15 mila vittime tra i soldati russi. In molti altri teatri di guerra, poi, il denaro, le armi e le manovre dei militari e dei servizi segreti americani hanno provocato un numero imprecisato di vittime russe, come ad esempio in Cecenia o in Siria.

Nel complesso, l’intera vicenda dimostra ancora una volta l’intenzione di una parte della classe dirigente americana di voler fare della Russia il nemico numero uno di Washington, tramite la menzogna e la costante falsificazione della realtà. Il livello di disperazione e di ottusità che questa ossessione dimostra è stato riassunto perfettamente da un comunicato del ministero degli Esteri russo nel fine settimana: “Questo piano banale illustra chiaramente le scarse abilità intellettuali dei propagandisti dell’intelligence americana, i quali, non essendo in grado di ideare qualcosa di plausibile, sono costretti a inventarsi un’assurdità” come quella pubblicata venerdì scorso dal New York Times.

Categorie: News

Cuba nel libro di Bolton: le frustrazioni di un falco

Cubadebate (italiano) - Mar, 30/06/2020 - 03:35

the_room_where_it_happened-scaledDalla settimana scorsa, le principali librerie degli Stati Uniti hanno cominciato a vendere uno dei libri più attesi dell’anno. Il testo, che è già a disposizione del lettore si intitola:“The Room Where It Happened”.

Il suo autore è il controverso e conosciuto falco neo conservatore John Bolton che viene considerato per questo un traditore da Donald Trump e Mike Pompeo, perché l’accusano di rivelare informazioni classificate nelle pagine del suo libro.

La poderosa casa editoriale Simon&Schuster è stato l’addetta a metterlo a disposizione del pubblico, che tenta di attirare col seguente slogan:“Questo è il libro che Donald Trump non vuole che si legga”. Da qualche giorno si è lanciata una forte campagna pubblicitaria attorno al testo, alla quale ha contribuito specialmente il presidente statunitense con i suoi tweet e con enormi pressioni per ostacolare la sua pubblicazione.

In essenza, tutto questo spettacolo propagandistico è stato molto favorevole per Bolton, poiché è allineato con le sue due principali motivazioni: guadagnare denaro e notorietà. Nonostante, deve avere certe preoccupazioni per le possibili azioni legali che si potrebbero sviluppare contro di lui nel futuro immediato.

Nessuna delle sue critiche a Trump è ispirata in questioni etiche né pretende generare un dibattito che modifichi l’orientazione di una politica estera disastrosa. Tutte le sue parole sono meticolosamente calcolate e secondo i suoi antecedenti di manipolatore, bugiardo e negligente non è molto chiaro quali dei fatti che rivela siano accaduti come lui li sta raccontando.

Bolton ha insistito sul fatto che il suo libro si incentra precisamente nei fatti per allontanarsi da questioni soggettive poiché desidera che il lettore tragga le sue proprie conclusioni. Quando questo progetto si contrasta col capitolo intitolato con molto poca creatività: “Venezuela Libero”, notiamo che è una gran bugia essendo piagato di giudizi, opinioni e qualificativi contro Cuba e Venezuela.

In questo senso, nel libro fa riferimento a “Cuba” od ad i “cubani” in 84 occasioni, includendo le citazioni che si riflettono nelle note a piè di pagina. Nel capitolo menzionato anteriormente si trovano 48 citazioni, fatto che evidenzia che la messa a fuoco principale nel trattamento del tema Cuba è vincolato strettamente al Venezuela. Questa visione ha costituito una delle priorità del disegno della politica che ha promosso Bolton quando era Consulente di Sicurezza Nazionale.

La prima citazione su Cuba è nel primo capitolo intitolato: “La lunga marcia ad un ufficio nell’angolo dell’Ala Occidentale”. Facendo riferimento alla politica estera di Obama, il falco neo-conservatore espone: “nuove minacce ed opportunità stavano apparendo in maniera rapida ed otto anni di Barack Obama significavano che c’era molto da rifare”. In questo contesto, menziona che nell’Emisfero Occidentale uno delle “minacce” è Cuba e qualifica anche allo stesso modo Venezuela e Nicaragua. Pertanto, Bolton anche prima di occupare la sua responsabilità nella Casa Bianca aveva già deciso le sue priorità fondamentali, cioè impegnarsi a fondo per costruire il pretesto dell’Isola come una supposta minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La seconda citazione è in quello stesso capitolo ed è precisamente per sottolineare i suoi vincoli con la comunità cubano-americana, ma evidentemente con un settore molto specifico. Bolton fa riferimento al fatto che era stato considerato come uno dei candidati per essere sottosegretario durante la tappa della transizione presidenziale. In questo contesto, segnala che c’erano molte persone promuovendo la sua candidatura ed afferma che si sente “molto grato per il considerabile appoggio che ha avuto tra (…) i cubano-americani ed i venezuelani-americani”. In essenza, è stato appoggiato da quel momento dall’estrema destra cubano-americana, che si era già convertita in una forte creditrice di Trump. Anche Bolton aveva il suo debito con questo settore, benché il suo odio contro Cuba ubbidisse indipendentemente a ragioni ideologiche più profonde dei suoi nessi con l’estrema destra di Miami.

La terza citazione è nel capitolo tre intitolato:“America riposa libera”. Bolton segnala che il giorno dopo l’attacco degli Stati Uniti contro Siria, ha accompagnato Trump ad un evento vicino a Hialeah in Florida, con l’obiettivo di creare un clima positivo per determinati settori dei commerci. Menziona che nell’attività si sono riunite circa 500 persone, in maggioranza cubano-americani e venezuelani-americani. Durante l’evento, Bolton spiega che il senatore marco Rubio fa riferimento alla moltitudine nella sua recente designazione come Consulente di Sicurezza Nazionale esponendo: “È un brutto giorno per Maduro e Castro, ed è un gran giorno per la causa della libertà”. In realtà, il legislatore anti-cubano è stato uno degli attori più influenti nella designazione di Bolton a partire dal fatto che la sua presenza gli garantiva una partecipazione permanente e coordinata nella presa di decisioni verso Cuba e Venezuela.

Il resto delle citazioni si concentrano nel capitolo dedicato al Venezuela. Bolton comincia spiegando che nel governo di Trump dopo vari sforzi senza successo per abbattere Maduro, si è aperto un forte dibattito e segnala che hanno partecipato “specialmente membri delle comunità cubano-americana e venezuelano-americana nella Florida”. Questa affermazione riconferma il ruolo che hanno svolto sempre questi gruppi col governo statunitense nei tentativi per destabilizzare il processo bolivariano.

Varie citazioni di Cuba in quello stesso capitolo sono orientate a risaltare il consunto argomento che Nicolas Maduro è capace di mantenersi al governo dovuto “all’appoggio e presenza dei militari cubani”. Bolton è ripetitivo in questo aspetto che ha trasformato in uno dei pilastri della campagna contro l’Isola diretta a giustificare la recrudescenza sostanziale della politica anticubana, quello che ancora persiste come un elemento fondamentale dentro la sua strategia. In questa messa a fuoco giustificativa dell’incapacità del governo di Trump per abbattere la rivoluzione bolivariana, Bolton aggiunge anche come attori chiave Russia, Cina ed Iran.

Altri riferimenti all’Isola, sono vincolati alla formulazione di Bolton sulla denominata “Troika della Tirannia”. Su questo aspetto, nel libro si spiega che Trump in una riunione il 15 agosto 2018 ha sollecitato che gli presentassero opzioni militari contro Venezuela. Secondo Bolton, ha tentato di persuadere il mandatario spiegandogli perché quella non era la risposta, specialmente, dovuto all’opposizione del Congresso a questa variante. In questo senso, l’allora Consulente di Sicurezza Nazionale ha deciso di concentrarsi con maggiore forza su Venezuela ma da una prospettiva più ampia, che includeva sanzioni contro Cuba e Nicaragua.

Una delle citazioni di Cuba, in questo capitolo, tra i più illustrativi dell’odio di Bolton contro la nazione cubana e della sua marcata aggressività, è quando spiega la sua reazione davanti all’arresto dell’oppositore venezuelano Juan Guaidò agli inizi del 2019. Il falco segnala che era sicuro che sarebbe stato accusato da Maduro di dirigere un golpe di stato in Venezuela. In questo contesto, riferisce “incominciamo a valutare i passi che avremmo dovuto adottare immediatamente contro il regime di Maduro ed anche contro Cuba e Nicaragua”. Aggiunge che si sono chiesti: “Perché non andare contro i tre nello stesso momento? Le sanzioni petrolifere erano un’opzione naturale, ma perché non dichiarare Venezuela un paese patrocinatore del terrorismo, qualcosa che avevo suggerito per la prima volta in ottobre del 2018, ed anche di far ritornare Cuba alla lista, dopo che Obama l’aveva rimossa?.”

Posteriormente, si fanno riferimenti a decisioni contro l’Isola come la cancellazione dell’accordo con la Major League Baseball, l’implementazione del titolo III della Legge Helms-Burton ed emerge la seguente spiegazione di Bolton facendo riferimento a Trump: “che continuava con la sua minaccia pubblica di un bloqueo totale e completo contro Cuba a partire dalle spedizioni di petrolio tra Venezuela e Cuba, ed inoltre ha più volte sollecitato al Dipartimento di Difesa opzioni concrete per fermare quelle spedizioni, includendo l’interdizione”. Abborda anche il discorso che ha realizzato il 17 aprile nell’Hotel Biltmore di Coral Gables quando è stato appoggiato dai membri della brigata mercenaria 2506. Con relazione a questo evento anti-cubano, ha sottolineato i suoi annunci vincolati all’applicazione dei titoli III ed IV della Legge Helms-Burton.

Quando si leggono queste pagine da una prospettiva obiettiva, si può percepire e sentire che siamo in presenza di qualcuno che non ha superato la sua amara sconfitta. Il profondo odio e frustrazione di Bolton verso Cuba e Venezuela costituisce la pietra angolare sulla quale si erige tutta la manipolazione e tergiversazione che si riflette in quel capitolo. Al falco solo rimane di continuare a vociferare le sue falsità e tentare di tirare fuori ancora più denaro dalle sue confessioni, mescolando le bugie con le infamie.

di Rafael Gonzalez Morales

preso da Contesto Latinoamericano/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: AP

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Polonia, i populisti arrancano

Altrenotizie.org - Lun, 29/06/2020 - 21:09

La prima importante elezione conclusa nell’Unione Europea in tempo di pandemia ha emesso nel fine settimana in Polonia un verdetto decisamente pesante per il partito dell’estrema destra populista al potere, Diritto e Giustizia (PiS). Il presidente uscente, Andrzej Duda, il 12 luglio prossimo sarà infatti costretto ad affrontare un delicatissimo ballottaggio con il sindaco di Varsavia, Rafal Trzaskowski, del partito moderato europeista Piattaforma Civica.

La tenuta del governo polacco appare sempre più precaria in un clima segnato dalle pesanti conseguenze economiche del Coronavirus e della chiusura forzata imposta dalle autorità a partire dal mese di marzo. Qui, l’epidemia ha avuto finora un impatto minore rispetto ad altri paesi europei, quanto meno dal punto di vista statistico, ma anche i casi relativamente contenuti hanno prodotto una situazione di crisi nel settore sanitario. Questi scenari, assieme al possibile contrarsi del PIL tra il 7,4% e il 9,5% entro fine anno, hanno fatto crollare rapidamente i livelli di gradimento del PiS e del governo del primo ministro, Mateusz Morawiecki.

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Santa Lucia manterrà relazioni di cooperazione con Cuba a dispetto delle minacce degli USA, dichiara la cancelliere del paese caraibico

Cubadebate (italiano) - Sab, 27/06/2020 - 03:03
Sarah Flood-Beaubrun

Sarah Flood-Beaubrun

Sarah Flood-Beaubrun, ministra responsabile per gli Affari Esteri di Santa Lucia, ha espresso la sua solidarietà con Cuba davanti alle pressioni degli Stati Uniti contro i paesi che ricevono cooperazione medica cubana.  

In un’intervista al canale di televisione Choice TV, Flood-Beaubrun è stata intervistata sul disegno di legge presentato nel Senato degli USA che sanzionerebbe i paesi che mantengono cooperazione medica con Cuba.

Al rispetto, la ministra di Santa Lucia ha dichiarato che “Cuba è un paese amico, col quale abbiamo una relazione molto vicina e che apprezziamo moltissimo.”

Durante molti anni, Cuba ha aiutato in differenti maniere Santa Lucia, ha detto, e ha fatto riferimento al ruolo fondamentale che ha avuto la cooperazione nella sfera della medicina, soprattutto l’assistenza di una brigata medica cubana di più di 100 specialisti per combattere la pandemia di COVID-19.

La ministra ha affermato che la collaborazione in generale ha permesso la presenza di molti professionisti della salute cubani e, contemporaneamente, la formazione di molti giovani di Santa Lucia come medici a Cuba. Per tutto ciò, “siamo molto grati della lunga cooperazione e dell’amicizia di Cuba.”

Sulla pretesa di Washington di sanzionare la cooperazione medica bilaterale, ha segnalato che è un tema sul quale ci sarà un pronunciamento comune del Caricom ed ha assicurato che il Governo di Santa Lucia manterrà la sua solidarietà col Governo cubano nonostante le minacce statunitensi.

Ha ricordato che Santa Luiía ha sempre avuto una posizione consistente e ripetuta di rifiuto al bloqueo contro Cuba che è riflessa nell’appoggio alla risoluzione sulla necessità di mettere fine a questa politica, che annualmente è presentata ed approvata da una maggioranza opprimente nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Nessun cooperante cubano della salute –ha enfatizzato–è stato oggetto di tratta di persone, come cerca di fare credere Washington.

“In caso si colpisse la cooperazione medica, non sarebbero i cubani quelli che soffrirebbero, bensì i paesi ed i popoli che hanno bisogno di questo appoggio e che hanno ricevuto l’aiuto di Cuba per fortificare il loro sistema di salute”, ha sentenziato.

Per concludere, ha ripetuto la sua profonda gratitudine per l’appoggio cubano durante moltissimi anni, mentre ha ricordato che essendo lei ministra di salute si è realizzata un’importante collaborazione bilaterale nella sfera della psichiatria che si mantiene ancora oggi.

“Sentiamo un gran rispetto per Cuba, per i suoi diplomatici e per la disposizione di aiuto che manifestano sempre”, ha concluso.

con informazione di Embacuba Santa Lucia

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: @CubaMINREX

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Su L’Avana aree di polveri del Sahara, ma domani in mattinata ci sarà la concentrazione maggiore

Cubadebate (italiano) - Gio, 25/06/2020 - 04:31

polvo02-580x330Come aveva annunciato il Centro dei Pronostici dell’Istituto di Meteorologia (Insmet), varie aree di polveri del Sahara hanno avanzato dalla metà orientale di Cuba, e si trovano già sulla capitale cubana.  

D’accordo con l’informazione offerta dal dottore Josè Rubiera, nel suo profilo di Facebook, sebbene queste aree di polvere, provenienti da Haiti, dalla Repubblica Dominicana e dal Mar dei Caraibi orientale, con una concentrazione molto alta di particelle in sospensione sono già visibili a L’Avana, sarà domani in mattinata che raggiungeranno la loro maggiore concentrazione.

“Questo 24 giugno, alle 10 a.m., la concentrazione stimata è di 57 ug/m3; domani giorno 25 alle 8 a.m. si stima sarà di 163 ug/m3”, ha detto il dottore Rubiera.

“Paragonino la differenza nel cielo. La zona di maggiore concentrazione è più ad Est de L’Avana, e la massa maggiore avanza verso America Centrale e Yucatan.”

Sul caldo e sulle polveri del Sahara nella giornata di ieri, il Centro dei Pronostici dell’Insmet nel suo profilo di questa rete sociale, ha affermato che ci potrebbero essere dei record di temperature massime. Il più elevato 37.4ºC a Guantanamo, e 30.2ºC a La Piedra, Santiago Cuba, per il mese di giugno.

da Cubadebate

foto: Ismael Francisco/ Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Biden: i dollari e il “Deep State”

Altrenotizie.org - Mer, 24/06/2020 - 20:10

La candidatura alla Casa Bianca dell’ex vice-presidente democratico Joe Biden sembra essere entrata in una fase ascendente grazie al precipitare del gradimento di Donald Trump a fronte soprattutto dei gravissimi problemi economici e sanitari che stanno attraversando gli Stati Uniti. Altri due fattori ancora più importanti, e tipicamente decisivi per garantirsi il successo alle urne nel sistema politico americano, sono però all’opera per lanciare il 77enne Biden verso la presidenza, vale a dire l’impennata dei finanziamenti elettorali e il sostegno dell’apparato di potere governativo, altrimenti noto come “Deep State”.

Sul fronte denaro, una serie di circostanze sta cambiando rapidamente gli equilibri tra i due partiti. Mentre Trump e il Partito Repubblicano fino al mese di aprile avevano un vantaggio in termini di fondi a disposizione di quasi 200 milioni di dollari, più recentemente Biden e i democratici hanno iniziato a incassare cifre enormi dai propri finanziatori. A maggio, anzi, per la prima volta il Comitato Nazionale Democratico e il suo candidato alla presidenza hanno registrato entrate superiori a quelle dei rivali (80,8 milioni di dollari contro 74). Secondo fonti interne al Partito Democratico, a giugno il totale mensile dei finanziamenti elettorali potrebbe addirittura sfondare quota 100 milioni.

L’inversione di tendenza rispetto alle primarie, quando le entrate di Biden apparivano tutto fuorché entusiasmanti, è senza dubbio da collegare alle cambiate condizioni politiche, elettorali e sociali negli USA, in primo luogo a causa dell’emergenza Coronavirus. Il New York Times ha spiegato che la rapida conclusione della stagione delle primarie a causa dell’epidemia ha determinato il precoce coalizzarsi del partito attorno al candidato in pectore, evitando la dispersione di risorse tra gli altri aspiranti alla Casa Bianca.

Inoltre, la drammatica circolazione del virus ha in pratica azzerato le attività elettorali e ridotto al minimo le spese logistiche e quelle destinate ai membri dello staff di Biden. Questi elementi hanno consentito un sensibile risparmio e un conseguente accumulo di risorse da investire da qui a novembre. Soprattutto, la crescente repulsione nei confronti di Trump ha spinto molti americani a donare all’unica alternativa su piazza, nonostante lo scarso entusiasmo generato dall’ex vice-presidente democratico.

La macchina elettorale di Biden e del partito ha visto così allargarsi il bacino dei donatori negli ultimi mesi, fino a contare, per il mese di maggio, su oltre 900 mila contributi in denaro. A risultare decisivi non sono state tuttavia le donazioni di poche decine di dollari sborsate da una moltitudine di piccoli finanziatori, come era accaduto fino a qualche mese fa per la candidatura di Bernie Sanders. Al contrario, l’accelerazione delle entrate per Biden è stata in gran parte prodotta dall’intervento dei grandi finanziatori, cioè uno dei principali punti di riferimento del Partito Democratico.

Senza la possibilità di organizzare cene e ricevimenti esclusivi, durante i quali ricchissimi donatori staccano assegni a parecchi zeri spesso alla presenza del proprio candidato, in queste settimane si è ripiegato su eventi virtuali che hanno permesso ugualmente di raccogliere una valanga di denaro. Un veterano sostenitore del Partito Democratico ha spiegato che un evento di questo genere a favore di Biden ha fruttato venerdì scorso più di due milioni di dollari. L’importo minimo per partecipare tramite il software Zoom era in questo caso di 50 mila dollari. Nel solo mese di giugno, appena sei eventi virtuali riservati ai grandi donatori democratici hanno portato nelle casse della campagna di Biden quasi 22 milioni di dollari.

Aperto invece a tutti gli elettori è stato il comizio on-line di martedì a cui hanno preso parte Biden e l’ex presidente Obama. In poco più di un’ora, 175 mila persone hanno donato 7.6 milioni all’ex vice-presidente. L’intervento di Obama rientra nella strategia del partito per cercare di mobilitare soprattutto i giovani americani, non esattamente eccitati dalla candidatura di Biden, e gli elettori che cercano un’alternativa progressista all’attuale amministrazione. Il timore dei leader democratici è per una possibile ripetizione dei fatti del novembre 2016, quando i sondaggi favorevoli e l’enorme quantità di denaro su cui poteva contare Hillary Clinton, anch’essa legata a doppio filo come Biden all’establishment di Washington, non furono sufficienti a evitarle la sconfitta.

Quale sia in ogni caso l’aspirante alla presidenza favorito dai poteri forti all’interno dell’apparato di potere americano è facilmente immaginabile. L’avversione in questi ambienti per Trump è cresciuta a dismisura dall’inizio dell’anno. La gestione disastrosa dell’emergenza Coronavirus, così come delle proteste contro la brutalità della polizia, ha screditato ancora di più il presidente repubblicano, a cui il “Deep State” americano continua a non perdonare una politica estera confusionaria, troppo tenera nei confronti dei rivali strategici degli Stati Uniti e, in definitiva, non adeguata a garantire gli interessi dell’imperialismo a stelle e strisce nel mutato clima internazionale.

A mostrare le dinamiche in atto dietro le quinte a Washington è stata un’esclusiva pubblicata questa settimana dalla Reuters. Una ventina di ex funzionari ed esponenti di spicco dell’apparato della “sicurezza nazionale” USA, tutti affiliati al Partito Repubblicano, sarebbero cioè pronti a esprimere pubblicamente il proprio sostegno e a partecipare attivamente alla campagna di Joe Biden. Tra gli altri figurano membri delle amministrazioni Reagan, Bush senior e Bush junior. A loro dire, un secondo mandato di Trump metterebbe a serio rischio la sicurezza nazionale americana.

Negli stessi termini si era espresso giorni fa l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, John Bolton, in occasione dell’uscita del suo libro di memorie dalla Casa Bianca. Bolton non era arrivato a dichiarare di voler votare per Biden a novembre, ma auspicava una mobilitazione per evitare la rielezione del suo ex diretto superiore. Queste sezioni della classe dirigente americana, al di là dell’appartenenza politica, vedono dunque nel democratico Biden una scelta più che sicura per riassestare gli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti.

Biden, da parte sua, non ha esitato a mostrate piena disponibilità verso questi ambienti. In risposta alla rivelazione della Reuters, uno dei suoi portavoce ha assicurato che l’ex vice-presidente intende “unire il paese e rimediare al caos provocato da Trump, costruendo la coalizione più vasta possibile che includa anche i repubblicani sconvolti da quello a cui hanno assistito negli ultimi quattro anni”.

Queste aperture confermano quali saranno i principi ispiratori di un’eventuale amministrazione Biden. Il fatto che nelle strutture di potere si stia procedendo verso un consolidamento degli equilibri a favore di quest’ultimo era apparso chiaro già all’indomani delle manifestazioni esplose dopo l’assassinio per mano della polizia a Minneapolis dell’afro-americano George Floyd. Attuali ed ex alti ufficiali militari avevano voltato le spalle al presidente proprio mentre cercava di mobilitare le forze armate per soffocare nel sangue la rivolta.

Gli appoggi e il denaro a disposizione di Biden potrebbero comunque non bastare a garantirgli la vittoria a novembre, anche perché consentono a Trump di presentarsi nuovamente come il candidato anti-establishment. La vera campagna elettorale non è nemmeno iniziata e i limiti del candidato democratico, a cominciare da quelli rappresentanti da uno stato mentale in evidente deterioramento, rischiano di farne una vittima sacrificale di Trump nei prossimi mesi. A suo vantaggio giocano ad ogni modo le condizioni dell’economia americana, assieme all’involuzione ultra-reazionaria, per non dire fascista, dell’inquilino della Casa Bianca. Se ciò basterà a fare di Trump un presidente di un singolo mandato è ancora tutto da verificare.

Quel che è certo è che per molti versi una futura amministrazione Biden sarebbe su posizioni più estreme di quella attuale, soprattutto in politica estera. In questi mesi, l’ex vice-presidente ha infatti più volte attaccato Trump da destra, accusandolo in sostanza di non avere mostrato sufficiente aggressività nella gestione delle crisi internazionali degli ultimi anni: dal tentato golpe in Venezuela allo scontro con la Corea del Nord, dal contenimento della Cina all’offensiva contro la Russia, fino al coinvolgimento nel conflitto siriano.

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New START: gli USA verso l’uscita

Altrenotizie.org - Mar, 23/06/2020 - 20:21

La discussione tra Russia e Stati Uniti attorno al rinnovo dell’ultimo trattato bilaterale rimasto in piedi contro la proliferazione delle armi nucleari ha subito mostrato questa settimana tutti gli ostacoli che attendono i delegati delle due potenze. L’atteggiamento americano è ancora una volta l’ostacolo principale a un possibile accordo.

I calcoli strategici di Washington sono infatti in piena evoluzione e minacciano di riservare al cosiddetto “New START” la stessa sorte già toccata a un lungo elenco di altri trattati abbandonati negli ultimi anni dal presidente Trump e dai suoi predecessori.

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Attori, sfide, sovranità alimentare e nutrizionale

Cubadebate (italiano) - Mar, 23/06/2020 - 01:02

soya-ciencia-agricultura-580x395Ci sono due questioni molto longeve. Una è il gran sforzo della Rivoluzione, diretta da Fidel, per creare capacità, soprattutto umane, per spingere lo sviluppo del paese. Frequentemente non siamo d’accordo con l’uso che si fa di queste capacità, ma sono lì.  

L’altra è la nostra incapacità di produrre gli alimenti in quantità e qualità sufficiente di cui i cubani hanno bisogno. Siamo lontani dalla sovranità alimentare e nutrizionale. E questo è grave.

Ovviamente uno dei potenziali che abbiamo a Cuba per avanzare nelle differenti trincee è utilizzare meglio la conoscenza, la scienza, la tecnologia e l’innovazione. Per ciò non basta avere capacità umane. Richiede soprattutto creare un sistema di lavoro, una messa a fuoco di politica pubblica, che assicuri che questo potenziale sia effettivamente utilizzato.

La lotta contro la COVID 19 ha permesso di comprendere il valore che ha un buon sistema di lavoro che riunisca, con una conduzione politica adeguata, vari ministeri, organismi, università, etc. e mobiliti le contribuzioni di diverse discipline. Si è capito molto bene che la pandemia non è un tema solo sanitario e che il nostro prezioso personale di salute arricchisce molto il suo lavoro quando partecipano con lui gli accademici di diversi campi, professori, studenti e molti altri.

Tutto ciò ci lascia un’esperienza che ora possiamo utilizzare per abbordare il tema della sovranità alimentare e nutrizionale. È un tema molto complesso che, come quello della salute, obbliga a mobilitare diverse istituzioni, ministeri e numerosi campi disciplinari. I problemi della nostra agricoltura non sono solo problemi di varietà, suoli, clima, risorse idriche, tecnologie, equipaggiamenti. Sono anche ed in larga misura socioeconomici ed organizzativi, vincolati all’effettività delle imprese, l’autonomia delle cooperative, gli incentivi, la distribuzione delle risorse, la commercializzazione e molte cose in più.

Il principale avversario di questa messa a fuoco è la tradizione: è frequente che ogni campo accademico (agronomo, economisti, sociologi….) lavorino nei loro propri spazi professionali senza articolare effettivamente i  loro risultati. E spesso non otteniamo che i differenti ministeri agiscano insieme.

La lezione che lascia la lotta contro il nuovo coronavirus è che lavorare in compartimenti separati non è giusto, almeno per dare le battaglie più importanti.

Riferendosi a quell’esperienza Cubadebate (18 giugno) ha pubblicato quanto segue: “Il Presidente della Repubblica, Miguel Diaz-Canel Bermudez, ha detto questo giovedì che gli insegnamenti che sta lasciandoci l’offensiva contro la COVID-19 nel vincolo tra il Governo e la scienza devono essere incorporati, affinché si trasformino in uno stile di lavoro abbordando tutti i temi fondamentali del paese” e più avanti, cito: “Questo ci permette di utilizzare perfino questo stesso sistema per un’altra grande priorità che abbiamo, oltre alla lotta alla pandemia, che è produrre alimenti, una delle urgenze della nazione”.

Si tenta di generalizzare uno stile di conduzione dei sistemi di innovazione orientati a risolvere i grandi problemi nazionali. Molto importante è il ruolo che il Presidente concede alla contribuzione dei contadini, innovatori. L’esperienza pratica è molto importante.

Il mondo accademico e sicuramente tecnico appoggerà questa messa a fuoco. Una cosa è investigare ed insegnare ed un’altra lavorare gomito a gomito coi dirigenti ed i portatori di altri saperi. Per questo ultimo, tra le altre cose, dovremo migliorare le nostre abilità per lavorare in squadra, combinare messe a fuoco disciplinari diverse, scambiare, creare. Sicuramente, trionferemo.

di Jorge Núñez Jover

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Trump e l’attacco del “falco”

Altrenotizie.org - Lun, 22/06/2020 - 20:16

La polemica scatenata dal libro di memorie in uscita martedì negli Stati Uniti dell’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Bolton, ha riportato alla luce tutte le divisioni all’interno dell’apparato di potere americano attorno agli indirizzi di politica estera e alle decisioni – prese e mancate – dell’amministrazione Trump in questo ambito.

L’operazione mediatico-letteraria del super-falco “neocon” Bolton è stata accolta con ferocia dal presidente e dai suoi sostenitori, soprattutto dopo il fallito tentativo di fermarne la pubblicazione per vie legali, mentre le reazioni nel Partito Democratico sono apparse più sfumate. I leader democratici hanno attaccato a loro volta Bolton, ma più che altro perché le sue rivelazioni sul comportamento del presidente sono arrivate tardi, mentre avrebbero fatto comodo durante il fallito procedimento di impeachment.

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COVID-19 nel mondo: OMS allerta su nuova tappa di accelerazione della pandemia

Cubadebate (italiano) - Sab, 20/06/2020 - 03:01

Tedros-Adhanom-OMS-580x327Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), dottore Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha messo in allerta questo venerdì che la COVID-19 ha sperimentato una nuova accelerazione nella sua propagazione, per questo i paesi non devono trascurare le misure di contenimento implementate, informa TeleSur.  

In una conferenza stampa dell’organismo, il funzionario ha detto che il mondo è in una nuova e pericolosa fase (…) la crescita della pandemia è ancora rapida, è ancora mortale e molte persone potrebbero ancora contagiarsi.”

Inoltre, ha informato che più di 150 000 nuovi casi sono stati confermati nella giornata di questo giovedì, ed è il numero più grande di contagi nel mondo da quando è cominciata la pandemia.

A scala globale, si registrano già più di 8 600 000 casi confermati, come più di 450 000 morti. Quasi la metà di quelli confermati, nelle ultime 24 ore, corrispondono alla regione delle Americhe, con importanti numeri anche dell’Asia e del Medio Oriente, ha detto Ghebreyesus.

“Facciamo un appello a tutti i paesi affinché esercitino una vigilanza estrema, mantengano misure di distanziamento sociale, ed il resto delle misure sanitarie che sono state promosse dall’OMS”, ha insistito il direttore generale dell’organismo.

Inoltre, ha sottolineato l’importanza della cooperazione internazionale. “Siamo più vulnerabili quando siamo divisi, ma con solidarietà e cooperazione, supereremo la pandemia della COVID-19, e saremo preparati molto meglio per le crisi del futuro”, ha detto.

Attenzione ai rifugiati

Nella conferenza, nella quale hanno preso parte altre autorità dell’OMS e l’alto delegato dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi, hanno anche trattato il tema delle persone in situazione di spostamento forzato, alla vigilia della giornata mondiale per i rifugiati.

Ghebreyesus ha ricordato che, questo sabato, si commemorerà il Giorno Mondiale per i Rifugiati, qualificando il momento come propizio per risaltare gli effetti della pandemia in uno dei settori della popolazione più sensibili alla COVID-19

Al rispetto, ha realizzato un appello affinché i Governi con presenza di rifugiati nei loro territori, considerino queste persone come uno dei gruppi più vulnerabili davanti al nuovo coronavirus.

“I rifugiati sono in una situazione particolarmente a rischio, perché abitualmente hanno un accesso limitato all’acqua, all’alimentazione, ai servizi sanitari, all’attenzione di salute ed ad abitazioni adeguate”, ha spiegato il dottore Tedros.

“Circa l’80% dei rifugiati del mondo, e quasi tutti gli sfollati internamente, vivono con nessun od un misero salario. L’OMS è profondamente preoccupata sul rischio molto reale e presente di propagazione rapida della COVID-19 nei campi di rifugiati”, ha concluso.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Denis Balibouse/Reuters

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Prima tappa di recupero post-COVID-19 a Cuba inizierà il 18 giugno, eccetto a L’Avana e Matanzas

Cubadebate (italiano) - Gio, 18/06/2020 - 03:00

coronavirus-cuba-portada--580x321Tale e come è stato informato nel programma televisivo Mesa Redonda dello scorso giovedì 11 giugno, il consiglio dei Ministri ha approvato il piano di misure per la tappa di recupero post-COVID-19.  

L’inizio di questa tappa, come l’annuncio di ognuna delle sue tre fasi, saranno soggetti al compimento di indicatori sanitari che permettono valutare lo sviluppo dell’epidemia in ogni territorio. Loro sono:

1. tasso di incidenza
2. indice riproduttivo
3. casi attivi
4. numero di casi positivi con fonte di infezione conosciuta negli ultimi 15 giorni.
5. eventi di trasmissione locale.

L’epicentro attuale e coda dell’epidemia è a L’Avana, e benché Matanzas sta evolvendo favorevolmente, non compie ancora con alcuni di questi indicatori.

Tenendo in conto quanto esposto, si è deciso di applicare la prima tappa di recupero post-COVID-19, nella sua prima fase, a tutte le province e municipi del paese, eccetto i territori citati anteriormente.

Le disposizioni saranno effettive a partire dal prossimo giovedì 18 giugno. Domani si applicherà la prima fase in tutta Cuba, ad eccezione di tutti i municipi che conformano le province de L’Avana e Matanzas.

D’altra parte, nel decorso della settimana, i ministri continueranno informando la popolazione nei dettagli sulle differenti misure promosse, e che saranno pubblicate in un tabloid nei prossimi giorni.

Reiteriamo alla popolazione la necessità di non abbassare la guardia e di mantenere l’isolamento fisico e le misure sanitarie indicate, col fine di iniziare questo transito graduale verso la normalità, minimizzando i rischi.

Siamo convinti che il nostro popolo, un’altra volta, corrisponderà a questo appello con disciplina e responsabilità.

da Presidenza Cuba/ Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Cina e India, tensioni di confine

Altrenotizie.org - Mer, 17/06/2020 - 19:57

Il più grave scontro di confine degli  ultimi 45 anni tra Cina e India ha rappresentato questa settimana il culmine raggiunto finora da un conflitto che affonda le radici nelle dinamiche geo-strategiche in corso nel continente asiatico, sulla spinta delle ambizioni dei due paesi e, ancor più, delle manovre americane nel tentativo di contenimento della crescita cinese.

I venti soldati morti denunciati dal governo di Nuova Delhi e un numero imprecisato di possibili vittime tra le fila dell’Esercito del Popolo sono un bilancio pesantissimo che testimonia il livello di esplosività raggiunto dalle dispute lungo la cosiddetta “Linea Attuale di Controllo”, cioè il confine sino-indiano lungo oltre 3.500 chilometri e conteso in più punti.

La gravità di quanto accaduto nella serata di lunedì è accentuata dal fatto che le delegazioni militari dei due paesi stavano negoziando un’intesa per allentare le tensioni, riesplose da alcune settimane. Anzi, le due parti sembravano aver raggiunto un punto d’incontro, proprio poco prima degli eventi registrati nella Galwan Valley, situata nella regione himalayana del Ladakh orientale.

La contesa sarebbe avvenuta senza che sia stato sparato un colpo. I militari indiani e cinesi coinvolti si sono affrontati lanciando pietre e utilizzando bastoni. Inizialmente, i vertici delle forze armate indiane avevano parlato di tre morti, di cui due soldati e un ufficiale, ma nella serata di martedì il bilancio è stato aggiornato con altre 17 vittime, ferite in precedenza ed esposte a temperature sotto lo zero. Nonostante le tensioni alle stelle, le stesse autorità indiane sempre martedì hanno alla fine confermato che la situazione è tornata a una relativa normalità.

I due governi si sono prevedibilmente scambiati accuse reciproche circa le responsabilità dell’accaduto. Il ministero degli Esteri indiano ha spiegato che l’incidente sarebbe da ricondurre al “tentativo cinese di cambiare unilateralmente lo status quo” lungo il confine, forse attraverso la costruzione di un punto di osservazione o di qualche altra struttura militare in una zona controllata da Delhi. Per Pechino, al contrario, sarebbero stati gli indiani a “lanciare un attacco provocatorio” e a sconfinare in territorio cinese.

La vallata himalayana al centro di questi ultimi scontri era già stata motivo di contesa durante la guerra del 1962 tra Cina e India. Dai primi di maggio di quest’anno, gli attriti sono tornati a manifestarsi pericolosamente dopo un faccia a faccia tra militari di pattuglia dei due paesi nella località di Pangong Tso.

Per quanto riguarda gli ultimi sviluppi, alcune ricostruzioni ipotizzano che Pechino abbia posizionato un numero consistente di militari, equipaggiati di armamenti pesanti, in un tratto di terra a ridosso del confine dove in precedenza non c’era traccia di presenza cinese. Questa mossa sarebbe stata la risposta alla costruzione di infrastrutture da parte indiana, tra cui edifici fortificati e strade probabilmente anche in una zona di pertinenza cinese, che permetterebbero a Delhi di ottenere un vantaggio strategico cruciale nell’area contesa.

Scaramucce di varia intensità sono piuttosto frequenti, ma si risolvono quasi sempre con accordi verbali raggiunti dagli ufficiali indiani e cinesi. Prima di questa settimana, le ultime vittime indiane erano state registrate nel 1975, mentre per trovare un bilancio così grave è necessario risalire al 1967.

La diversa qualità degli eventi di lunedì renderanno difficile un ritorno senza scosse alla situazione precedente. Episodi di questo genere servono soprattutto al governo di estrema destra di Nuova Delhi per alimentare i sentimenti nazionalisti, utili al perseguimento di obiettivi strategici ben precisi, da collegare alle ambizioni da grande potenza della classe dirigente indiana e all’allineamento in atto alle posizioni anti-cinesi di Washington.

Per l’analista indiano Shishir Upadhyaya, ad ogni modo, la ragione più profonda dell’inasprimento del confronto è il riassestamento degli equilibri di potere tra le due potenze nucleari asiatiche e, in particolare, “l’espansione delle ambizioni marittime cinesi nell’oceano Indiano, in grado potenzialmente di indebolire o annullare il vantaggio strategico” di Delhi in queste acque. In conseguenza di ciò, l’India continua a partecipare a iniziative anti-cinesi, come la partnership quadrilaterale che include Stati Uniti, Giappone e Australia, alimentando ancora di più le tensioni con Pechino, col rischio di vedere esplodere pericolose crisi anche in altre aree calde del confronto.

Il ruolo americano risulta inoltre centrale in queste dinamiche. Il deterioramento del clima in Asia centro-meridionale è d’altra parte e in primo luogo la diretta conseguenza del riassetto strategico di Washington in quest’area del pianeta per contrastare la sfida cinese. Nei piani USA, l’India svolge un ruolo determinante fin dai tempi dell’amministrazione di George W. Bush.

Le élites indiane restano peraltro divise sull’opportunità di puntare interamente su Washington per promuovere i propri interessi, a fronte delle opportunità economico-commerciali prospettate dalla Cina, ma l’approdo alla guida del paese dell’attuale primo ministro, Narendra Modi, ha segnato un’accelerazione dell’allineamento con gli Stati Uniti. Ciò ha fatto per contro dell’India un elemento centrale della controffensiva cinese, con i risultati che si sono potuti osservare questa settimana lungo la linea di confine nella regione himalayana.

In questo quadro, la proposta fatta a maggio dal presidente americano Trump di mediare tra India e Cina per sbloccare lo stallo di confine non solo è stata respinta, soprattutto da Pechino, ma è stata valutata correttamente dalla leadership cinese come un nuovo tentativo di intromissione di Washington per favorire il governo di Delhi.

La lettura di Pechino degli eventi di lunedì appare particolarmente significativa. Il sito di news del governo cinese Global Times ha spiegato come l’India stia ostentando un’attitudine aggressiva sulle questione di confine in primo luogo perché “ritiene che la Cina non desideri incrinare i rapporti con Delhi per via delle crescenti pressioni strategiche degli USA”. In altri termini, la Cina tenderebbe a evitare una risposta forte alle presunte provocazioni indiane per non ritrovarsi ancora più isolata di fronte all’offensiva congiunta di Washington e Delhi.

Per la leadership cinese questa attitudine indiana è del tutto erronea, così come lo è un’altra considerazione che, sempre secondo Pechino, sarebbe alla base delle decisioni dell’amministrazione Modi nella regione di Ladakh. Vale a dire l’illusione che le forze armate indiane siano superiori a quelle cinesi, soprattutto grazie al sostegno americano, assicurato dai vari accordi in ambito militare, tecnologico e logistico sottoscritti da Delhi e Washington negli ultimi anni.

Visto il livello di rischio che comporterebbe un’escalation dello scontro, è opinione comune che Cina e India finiranno per risolvere pacificamente, almeno per il momento, la disputa di confine più recente. Le forze in gioco sono però tali da rendere estremamente improbabile una risoluzione definitiva del conflitto tra i due paesi, i cui interessi si scontrano anzi su molteplici fronti, dal Pakistan al Mar Cinese Meridionale, dalle Maldive allo Sri Lanka. Il fattore di gran lunga più esplosivo resta comunque l’inevitabile intreccio della rivalità sino-indiana con le manovre in Asia di Washington e la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina che sta segnando sempre più il panorama internazionale degli ultimi anni.

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Irlanda, il governo anti Sinn Féin

Altrenotizie.org - Mar, 16/06/2020 - 20:15

Dopo quattro mesi di negoziati, i due partiti che si sono tradizionalmente divisi il potere nella Repubblica d’Irlanda hanno raggiunto un faticoso accordo per provare a far nascere un nuovo inedito governo con la partecipazione dei Verdi. Fianna Fáil e Fine Gael non hanno mai fatto parte di uno stesso esecutivo in tutta loro storia, nonostante gli orientamenti conservatori che accomunano entrambi. La forte crescita del Sinn Féin nelle elezioni di febbraio e la crisi scatenata dall’epidemia di Coronavirus hanno però costretto i due principali partiti irlandesi a prendere una decisione che, almeno in prospettiva, potrebbe avere effetti dirompenti sugli equilibri politici di questo paese.

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Cuba al salvarsi, salva

Cubadebate (italiano) - Mar, 16/06/2020 - 02:58

Cuba-Salvar-Salva-Medicos-Salud-Rojo-580x319Tre mesi fa, l’11 marzo 2020, l’OMS dichiarava il COVID-19 come una pandemia e Cuba riportava i suoi primi casi positivi alla malattia: tre turisti italiani che erano arrivati giorni prima dall’aeroporto de L’Avana si trovavano nella città centromeridionale di Trinidad.

Solo dieci giorni dopo, il 21 marzo, quando a Cuba iniziavano ad emergere i casi ed erano visibili nei media internazionali e della controrivoluzione i dubbi sulla forza del sistema sanitario cubano di affrontare una malattia che stava distruggendo nazioni più potenti e causando un’elevata letalità, il Governo nazionale annunciava la partenza di una brigata di 52 medici ed infermieri cubani proprio verso l’Italia, nella regione della Lombardia, il terribile epicentro dell’epidemia in Europa.

Il 22 marzo, tra applausi e gesti di ringraziamento, arrivavano a Milano, diretti verso la città di Crema, gli internazionalisti cubani della salute. Quel giorno, Cuba riportava dieci nuovi casi di COVID-19, per un totale di 35; una cifra di 954 pazienti erano sottoposti a sorveglianza clinico-epidemiologica negli ospedali e centri di isolamento creati a tale scopo; e altre 30773 persone erano sorvegliate nelle loro case, dall’assistenza sanitaria di base. Uno dei più rinomati centri per il monitoraggio del nuovo virus prevedeva, in uno scenario estremo, che l’80% della popolazione cubana, circa nove milioni di persone, si sarebbe ammalato e che 90000 sarebbero morte a causa della pandemia.

Era solo l’inizio di una battaglia per la vita che Cuba avrebbe sviluppato sul fronte interno e, contemporaneamente, offrendo aiuti solidali a decine di altre nazioni in America Latina, Caraibi, Europa, Africa e Medio Oriente. Una lotta che si dava nel mezzo dell’intensificazione del blocco USA contro Cuba: il 10 marzo era entrata in vigore la decisione, presa anteriormente dalla Casa Bianca, di sospendere i voli charter verso le città cubane, ad eccezione de L’Avana; che si aggiungeva ad oltre 80 misure adottate dall’amministrazione Trump contro Cuba, tra il 2019 e l’inizio del 2020, per spaventare gli investimenti stranieri, tagliare i flussi finanziari e di carburante, l’arrivo dei turisti e la vendita di servizi.

Sono trascorsi tre mesi di contrasto duro contro la malattia. Il Governo cubano ha stabilito linee guida d’organizzazione, lavoro collettivo ed efficienza nel suo piano nazionale di lotta. Il sistema sanitario ha dimostrato la sua forza ed il potere risolutivo, nonostante l’impatto del blocco -che ha impedito persino l’arrivo di ventilatori e mascherine nel paese. Le scienze, in particolare le biologiche e farmaceutiche, si sono convertite in alleate chiave e decisive nei protocolli d’attuazione e trattamenti per il controllo dell’epidemia nel paese. Il popolo, in maggioranza, ha accompagnato con disposizione e disciplina le misure adottate per il distanziamento fisico ed una maggiore igiene, come i soli metodi efficaci contro questo virus altamente trasmissibile.

Nella serata dell’11 giugno, tre mesi dopo i primi casi, il Presidente ed il Primo Ministro cubani hanno annunciato il prossimo avvio della fase di recupero post-COVID-19 del paese, in un piano per fasi e territori, con gradualità e asimmetrie, tenendo sempre conto del corso epidemiologico. È stata una vittoria contundente di Cuba contro l’emergenza sanitaria e contro gli auspici catastrofici dei suoi avversari.

Da sedici giorni nel paese c’è stato un solo decesso da lamentare ed una cifra decrescente di nuovi positivi. Delle 30mila persone che erano sotto osservazione nelle case per la possibilità di contagio, il 22 marzo, oggi ce ne sono solo circa 500. Il sistema sanitario non è mai stato nemmeno vicino a collassare, il controllo dell’epidemia è stato sempre mantenuto e oggi funziona più rilassato che mai.

È stata anche una nuova sconfitta per il blocco USA, che non si è fermato nemmeno nel mezzo della pandemia, nonostante gli appelli del Segretario Generale dell’ONU e di altre personalità internazionali. In questi ultimi giorni, Washington annunciava nuove misure contro le società cubane, ordinava il ritiro di Cuba del colosso alberghiero USA, Marriott, ed annunciava multe contro società straniere in affari con Cuba.
Mentre internamente questa colossale battaglia si svolgeva, Cuba inviava 34 brigate mediche del Contingente “Henry Reeve” in 27 paesi, su richiesta delle autorità di quelle nazioni. Un totale di 3337 professionisti della salute cubani, di cui 2014 donne.

Quei “vincitori del dolore e della morte”, come li qualificò Fidel, stanno dando un formidabile esempio degli alti valori in cui si formano e dello spirito umanista che li spinge. Ci sono 1182 di loro che stanno assistendo direttamente casi positivi di COVID-19 nei paesi in cui forniscono assistenza. In totale, 67553 pazienti sono stati assistiti e 2091 vite sono state salvate.

Al contributo di solidarietà di queste brigate di emergenza si sommano gli sforzi delle 59 brigate mediche già dispiegate nello stesso numero di paesi nel mondo, i cui membri hanno curato altri 39230 pazienti in questi mesi, con 7189 vite salvate.

Lunedì scorso è ritornata a L’Avana la brigata medica accorsa in Lombardia nel mezzo della tragedia. È arrivata colma dall’ammirazione, dal riconoscimento e dall’applauso del popolo italiano. Ed ha ricevuto l’emozionato tributo del suo popolo.

In Italia, nella famosa Torino, un’altra brigata medica cubana continua a lavorare, instancabilmente, per salvare vite.

Sebbene la battaglia mondiale contro la pandemia non sia stata vinta e nella nostra area geografica si sia ancora lontana da essa, questi tre mesi convulsi stanno lasciando lezioni all’umanità. Cuba ha dimostrato il valore di un sistema sociale basato sull’essere umano e non sul potere del capitale, di un sistema sanitario accessibile, gratuito ed universale -dove non sono i prezzi dei test a decidere chi può sapere se è malato né l’età quella che porta i medici a decidere chi vive o chi muore davanti all’assenza di respiratori- di una scienza posta a favore della salute e del benessere collettivo e non del lucro e salvezza di pochi.

Cuba ha anche dimostrato che solo la cooperazione e la solidarietà, non l’egoismo né i blocchi, possono essere la risposta efficace dell’umanità di fronte alle grandi sfide che ci attendono.

Al salvarsi, Cuba Salva.

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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USA, proteste al bivio

Altrenotizie.org - Lun, 15/06/2020 - 20:08

Le proteste contro la brutalità della polizia negli Stati Uniti hanno preso nuovo vigore nel fine settimana in conseguenza di un altro assassinio di un americano di colore, accaduto questa volta ad Atlanta, in Georgia. Nel contempo, le dimostrazioni stanno stimolando un acceso dibattito nel paese e dando vita a svariate proposte di riforma delle forze di sicurezza. La mobilitazione popolare senza precedenti negli ultimi decenni continua tuttavia a non avere un chiaro obiettivo politico e rischia di svanire, se non sotto i colpi della repressione auspicata dall’amministrazione Trump, nelle paludi della “battaglia” esclusivamente razziale promossa dagli ambienti più o meno legati al Partito Democratico.

Già le manifestazioni che si erano allargate a macchia d’olio dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio scorso avevano messo all’ordine del giorno la necessità di intervenire a livello federale e locale per limitare le violenze delle forze di polizia. Al Congresso di Washington, la maggioranza democratica nella Camera dei Rappresentanti aveva presentato un disegno di legge che, sia pure tutt’altro che radicale e con poche possibilità di essere appoggiato dai repubblicani, rappresenta un segnale di risposta della classe politica USA alle richieste provenienti dai dimostranti.

Negli ultimi giorni si sono mossi in maniera più incisiva anche sindaci, consigli comunali e governatori con azioni legislative che potrebbero ricevere un impulso dai fatti di Atlanta di venerdì scorso. In California, ad esempio, sono state proibite dal governatore democratico Gavin Newsom le manovre più estreme a cui ricorrono spesso gli agenti di polizia per immobilizzare i sospettati e che rischiano di provocare il soffocamento.

Nello stato di New York, invece, il governatore Andrew Cuomo, anch’egli democratico, ha firmato una nuova legge che proibisce questo stesso strumento a disposizione delle forze dell’ordine, mentre diventerà meno complicata la pubblicazione dei precedenti disciplinari degli agenti di polizia. A Washington, infine, il consiglio comunale ha approvato una misura per ora provvisoria che limita le protezioni di cui godono i poliziotti coinvolti in procedimenti penali.

La misura più significativa è stata registrata a Minneapolis, dove venerdì il consiglio comunale ha votato all’unanimità una risoluzione che promuove la stesura di un piano per individuare un nuovo sistema di gestione della sicurezza dopo che alcuni giorni prima era stato sciolto clamorosamente il dipartimento di Polizia della città. I membri del consiglio della metropoli del Minnesota e lo stesso sindaco democratico, Jacob Frey, hanno insistito prevedibilmente sul fattore “razziale” nel denunciare il sistema da riformare e nel prospettare quello che dovrebbe nascere.

I due argomenti preferiti che sarebbero emersi dalle proteste di queste settimane sono in effetti lo smembramento delle forze di polizia, per essere sostituite da progetti partecipativi delle varie comunità locali dai contorni non del tutto chiari, e la riduzione dei fondi destinati alla polizia così da mettere a disposizione maggiori risorse per programmi sociali. Se la prima ipotesi ha trovato pochi sostenitori negli ambienti ufficiali, ad eccezione della città di Minneapolis, la seconda risulta decisamente popolare anche tra molti politici, soprattutto democratici.

Ciò che sembra fare la differenza tra gli eventi attuali e quelli molto simili, anche se di portata minore, degli anni scorsi scaturiti da episodi di violenza delle forze di polizia è appunto il sostegno garantito alle proteste dal Partito Democratico americano, così come, entro certi limiti, da alcune grandi banche e corporations. I vertici militari, inoltre, hanno espresso più volte la loro opposizione a un intervento dell’esercito per reprimere le proteste, contraddicendo apertamente le indicazioni della Casa Bianca.

Gli stessi orientamenti sono in parte visibili a proposito della “comune” auto-gestita creata in alcuni quartieri della città di Seattle, nello stato di Washington. Il presidente Trump ha scritto un tweet minaccioso nei giorni scorsi intimando alle autorità locali di mettere fine all’esperimento, ma fino ad ora sembra esserci poco interesse a intervenire, sia da parte del sindaco sia del governatore, entrambi democratici. Questa sorta di protezione per il momento garantita agli attivisti della cosiddetta Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ) è dovuta in larga misura al fatto che a svolgere un ruolo di spicco in essa è il gruppo Black Lives Matter (BLM), protagonista assoluto, almeno per i media ufficiali, delle manifestazioni in atto.

Quest’ultimo fattore offre lo spunto per qualche considerazione interessante sugli attuali scenari americani. L’aspetto più importante e, probabilmente, meno confortante è che determinate forze legate al “sistema” stanno cercando di incanalare le dimostrazioni contro la brutalità della Polizia USA verso un epilogo inoffensivo, principalmente attraverso iniziative di legge o proposte di “riforma” in larga misura di facciata.

Simili sforzi sono da ricondurre al Partito Democratico e a organizzazioni della società civile che a esso fanno riferimento, come la stessa Black Lives Matter. In questo senso, il tentativo di cavalcare le proteste serve anche a proseguire la lotta contro l’amministrazione Trump, dopo i fallimenti del “Russiagate” e del procedimento di impeachment, in modo da trasformare la mobilitazione in corso in uno strumento elettorale per portare Joe Biden alla Casa Bianca.

La genuinità degli scrupoli del Partito Democratico per la battaglia contro i metodi violenti della polizia è facilmente immaginabile se si pensa che, durante i due mandati di Obama alla Casa Bianca e con una maggioranza democratica al Congresso, le forze dell’ordine negli Stati Uniti hanno ucciso in media più di mille persone ogni anno. Allo stesso tempo, l’ultima amministrazione democratica guidata da un presidente di colore aveva rafforzato i programmi che prevedono il trasferimento di equipaggiamenti militari ai dipartimenti di polizia americani e quasi sempre preso le parti degli agenti accusati di omicidi e violenze nelle rare occasioni in cui questi ultimi erano oggetto di incriminazioni.

Questa realtà è confermata dal fatto che Black Lives Matter è un prodotto dell’establishment liberal e attinge da contributi non esattamente disinteressati di entità riconducibili a Wall Street o ad altri grandi interessi economici legati al sistema di potere, come la Ford Foundation. L’obiettivo è quello di evitare una mobilitazione unitaria contro il sistema e le forze di Polizia come strumento della classe che detiene il potere negli Stati Uniti. Analizzando i dati, d’altra parte, emerge come gli afro-americani siano proporzionalmente la minoranza che registra il maggior numero di morti per mano della polizia, ma in senso assoluto sono i bianchi le vittime più numerose. Anche alle manifestazioni, secondo alcune indagini, sarebbero sempre i bianchi a partecipare in numero più consistente.

A far parte e a trovare interesse nelle manifestazioni allargatesi in fretta in queste settimane sono quindi, come minimo, centinaia di migliaia di americani delle classi più oppresse e senza distinzione di razza, finalmente in grado di intravedere un’alternativa al vicolo cieco di una politica bloccata e dai caratteri oligarchici.

La vera sfida non sembra essere perciò tanto o non solo tra i dimostranti e le autorità, quanto tra la massa scesa nelle strade di centinaia di città americane, che nutre speranze di cambiamento soprattutto in ambito economico e sociale, e quei gruppi organizzati che perseguono un disegno politico limitatissimo e riconducibile ai soli termini razziali del problema.

Gli eventi di questi giorni segnano in ogni caso una salutare inversione di tendenza rispetto alla deriva reazionaria che ha segnato il clima politico americano degli ultimi decenni. Il predominio di ambienti che rappresentano solo un’altra faccia della classe dirigente rischia tuttavia di neutralizzare il potenziale rivoluzionario o, per lo meno, le speranze di cambiamento in senso progressista e di favorire un colpo di mano delle forze di estrema destra, fomentate ogni singolo giorno dal presidente Trump e dalla sua amministrazione.

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Scavano tombe nella spiaggia di Rio de Janeiro come protesta contro Bolsonaro

Cubadebate (italiano) - Sab, 13/06/2020 - 01:59

tumbas-rio-de-janeiro-580x324Brasiliani critici della risposta ambigua del loro governo alla pandemia del coronavirus hanno scavato giovedì 100 tombe ed hanno piantato lo stesso numero di croci nere nella sabbia della spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro, in un tributo per le circa 40 mila persone che sono morte nel paese per la COVID-19 fino al momento.  

Le tombe sono state scavate durante la notte nella spiaggia di fronte all’elegante Hotel Copacabana nell’ambito di una protesta dell’organizzazione non governativa Rio de Paz.

Brasile si è trasformato in epicentro della pandemia del coronavirus, con 39.680 morti e più di 770 mila casi confermati fino a mercoledì, il peggiore focolaio nel mondo dopo gli Stati Uniti.

Il presidente Jair Bolsonaro ha sottratto importanza alla gravità della pandemia e ha fatto pressioni sui governi locali affinché tolgano le misure di quarantena, inviando segni contraddittori ai brasiliani sul fatto di usare le mascherine e praticare la distanza sociale.

Il presidente non si è reso conto che questa è una delle crisi più drammatiche nella storia del Brasile, ha detto l’organizzatore Antonio Carlos Costa, che ha criticato Bolsonaro per non dimostrare solidarietà con quelli che soffrono la pandemia.

Le famiglie stanno piangendo migliaia di morti, e ci sono disoccupazione e fame, ha affermato.

Non tutti sono stati d’accordo con la protesta.

Un uomo arrabbiato strappava le croci e gridava contro il tributo simbolico. Un altro uomo che ha detto che suo figlio di 25 anni è morto per la COVID-19, continuava a rimpiazzare le croci cadute.

È una gran tragedia, ha detto Marcia Lucia Dias, una passante. È terrificante vedere le croci. Ma questo sta succedendo realmente. Le nostre autorità si contraddicono e non sappiamo che cosa dobbiamo fare.

Con informazione de La Jornada

traduzione di Ida Garberi

foto: AFP

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