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Aggiornato: 2 ore 54 min fa

Dichiarazione Ufficiale del Ministero di Salute Pubblica di Cuba sul Programma Mas Medicos in Brasile

Gio, 15/11/2018 - 04:51

logo-mas-medicos-cuba-brasiIl Ministero della Salute Pubblica della Repubblica di Cuba, impegnato nei principi di solidarietà e umanesimo che da 55 anni guidano la cooperazione medica cubana, partecipa sin dal suo inizio nell’agosto 2013 al Programma Más Médicos (Più Medici) per il Brasile. L’iniziativa di Dilma Rousseff, a quel tempo presidentessa della Repubblica Federativa del Brasile, aveva il nobile scopo di garantire l’attenzione medica al maggior numero della popolazione brasiliana, in conformità con il principio di copertura sanitaria universale promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Questo programma prevedeva la presenza di medici brasiliani e stranieri per lavorare in zone povere e remote di quel paese.

La partecipazione cubana ad esso avviene attraverso l’Organizzazione Panamericana della Salute e si è distinta per aver occupato località non coperte da medici brasiliani o di altre nazionalità.
In questi cinque anni di lavoro, circa 20.000 collaboratori cubani hanno curato 113.359.000 pazienti, in oltre 3.600 municipi, arrivando a coprire con loro un universo di 60 milioni di brasiliani nel momento in cui costituivano l’80% di tutti i medici che partecipavano al programma. Più di 700 municipi hanno avuto un medico per la prima volta nella storia.

Il lavoro dei medici cubani nei luoghi di estrema povertà, nelle favelas di Rio de Janeiro, San Paolo, Salvador de Bahia, nei 34 distretti speciali indigeni, specialmente in Amazzonia, è stato ampiamente riconosciuto dai governi federale, statale e municipale di quel paese e dalla sua popolazione, che ha accordato loro il 95% di accettazione, secondo uno studio commissionato dal Ministero della Salute del Brasile all’Università Federale di Minas Gerais.

Il 27 settembre di 2016 il Ministero della Salute Pubblica, in una dichiarazione ufficiale, ha informato in prossimità della data di scadenza dell’accordo e nel bel mezzo degli eventi che hanno accompagnato il colpo di stato legislativo contro la presidentessa Dilma Rousseff che Cuba “continuerà a partecipare all’accordo con l’Organizzazione Panamericana della Salute per l’applicazione del Programma Más Médicos, a condizione che vengano mantenute le garanzie offerte dalle autorità locali”, cosa che è stata rispettata fino a questo momento.

Il presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, con riferimenti diretti, dispregiativi e minacciosi alla presenza dei nostri medici, ha dichiarato e ribadito che modificherà i termini e le condizioni del programma Más Médicos, con mancanza di rispetto per l’Organizzazione Panamericana della Salute e a quanto concordato da questa con Cuba, mettendo in discussione la preparazione dei nostri medici e condizionando la loro permanenza nel programma alla riconvalida del titolo e come unico modo la contrattazione individuale.

Le modifiche annunciate impongono condizioni inaccettabili e violano le garanzie concordate dall’inizio del programma, che sono state ratificate nel 2016 con la rinegoziazione di Termini di cooperazione tra l’Organizzazione Panamericana della Salute e il Ministero della Sanità del Brasile e l’Accordo di Cooperazione tra l’Organizzazione Panamericana della Salute e il Ministero della Salute Pubblica di Cuba. Queste condizioni inammissibili rendono impossibile mantenere la presenza di professionisti cubani nel Programma.

Pertanto, di fronte a questa deplorevole realtà, il Ministero della Salute Pubblica di Cuba ha preso la decisione di non continuare a partecipare al Programma Más Médicos e lo ha comunicato alla Direttrice dell’Organizzazione Panamericana della Salute e ai leader politici brasiliani che l’hanno fondata e che hanno difeso questa iniziativa.
Non è accettabile mettere in discussione la dignità, la professionalità e l’altruismo dei collaboratori cubani che, con il supporto delle loro famiglie, attualmente prestano servizio in 67 paesi. In 55 anni sono state realizzate 600.000 missioni internazionaliste in 164 nazioni, alle quali hanno partecipato più di 400.000 operatori sanitari, che in molti casi hanno svolto questo onorevole compito in più di un’occasione. Si evidenziano le imprese della lotta contro l’ébola in Africa, contro la cecità in America Latina e nei Caraibi, contro il colera ad Haiti e la partecipazione di 26 brigate del Contingente Internazionale dei Medici Specializzati in Disastri e Grandi Epidemie “Henry Reeve” in Pakistan, Indonesia, Messico, Ecuador, Perù, Cile e Venezuela, tra gli altri paesi.

Nella stragrande maggioranza delle missioni compiute le spese sono state assunte dal governo cubano. Inoltre, a Cuba si sono formati in maniera gratuita 35.613 professionisti della salute di 138 paesi, come espressione della nostra vocazione solidale e internazionalista.

Ai collaboratori è stato mantenuto in ogni momento il posto di lavoro e il 100% del loro salario a Cuba, con tutte le garanzie lavorative e sociali, come al resto dei lavoratori del Sistema Nazionale della Salute.

L’esperienza del Programma Más Médicos per Brasile e la partecipazione cubana ad esso dimostra che può essere strutturato un programma di cooperazione Sud-Sud sotto l’egida dell’Organizzazione Panamericana della Salute, per promuovere i suoi obiettivi nella nostra regione. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e l’Organizzazione Mondiale della Salute lo qualificano come il principale esempio di buone pratiche nella cooperazione triangolare e nell’attuazione dell’Agenda 2030 con i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

I popoli della Nuestra América e del resto del mondo sanno che potranno sempre contare sulla vocazione umanista e solidale dei nostri professionisti.

Il popolo brasiliano, che ha fatto del Programma Más Médicos una conquista sociale che dal primo momento ha avuto fiducia nei medici cubani, apprezza le sue virtù e ringrazia per il rispetto, la sensibilità e la professionalità con cui è stato curato, potrà comprendere su chi cade la responsabilità che i nostri medici non possano continuare a dare il loro contributo di solidarietà in quel paese.

La Habana, 14 novembre di 2018

Traduzione: Redazione di El Moncada

Categorie: News

Diaz-Canel conferma la continuità della Rivoluzione

Mer, 14/11/2018 - 03:17

G.Diaz-CanelRussia, Corea del Nord, Cina, Vietnam e Laos: le visite del presidente Miguel Diaz-Canel in appena due settimane hanno rinforzato antiche e preziose relazioni, confermando che i tempi passano, ma i veri amici rimangono.

Per segnalare le sue attività, Diaz-Canel ha utilizzato il suo account in Twitter, per riportare i momenti più importanti in ogni nazione e le sue impressioni sul un periplo avviato per ratificare “la continuità della Rivoluzione e ringraziare per la solidarietà che alimenta la nostra resistenza”.

Il mandatario cubano ha fatto un breve scalo di lavoro in Francia, dove si è incontrato col primo ministro Edouard Philippe, e con la direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay.

Da lì, è partito venerdì 2 novembre per Russia, dove ha sostenuto conversazioni ufficiali col suo collega, Vladimir Putin.

Si è riunito anche col primo ministro Dmitri Medvedev, i titolari della Duma (Camera bassa), Viacheslav Volodin, e del Senato, Valentina Matvienko, il leader comunista Guennadi Ziuganov ed il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril.

Al termine del suo soggiorno a Mosca, Diaz-Canel e Putin hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui hanno riaffermato l’associazione strategica tra i loro paesi, hanno condannato l’interventismo ed hanno patrocinato per un mondo multipolare.

La visita ha permesso di concludere un accordo di una maggiore partecipazione della Russia in progetti relazionati con energia, trasporto, farmacia, metallurgia, cultura ed umanistica.

Putin ha riaffermato la sua disposizione ad appoggiare il processo di riforma e modernizzazione dell’economia della nazione caraibica.

All’inizio della parte asiatica del suo viaggio di lavoro, il presidente cubano è arrivato domenica 4 novembre alla Repubblica Popolare Democratica della Corea (RPDC), dove è stato accolto da un grande ricevimento popolare, sia all’aeroporto che per i principali viali di Pyongyang.

Oltre a sostenere conversazioni ufficiali col presidente del Comitato di Stato della RPDC, Kim Jong-un, Diaz-Canel ed il suo collega nord coreano si sono incontrati in diverse occasioni, fuori dal protocollo ufficiale.

“Le nostre relazioni sono storiche e si basano sul rispetto mutuo e l’ammirazione, fondate dall’amicizia del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz ed il grande leader Kim Il-sung”, ha affermato.

Inoltre, il presidente cubano si è riunito col presidente del Presidium dell’Assemblea Popolare Suprema, Kim Yong Nam, e col primo ministro Pak Pong Ju.

Le rispettive delegazioni hanno sottoscritto accordi di cooperazione in sfere come turismo, educazione e salute pubblica.

Partendo, ha scritto nel suo account di Twitter: “La delegazione di #Cuba saluta la bella #RepublicaPopularDemocraticaDeCorea, che ringraziamo per la sua invariabile condanna al bloqueo, una politica crudele ed ingiusta che soffre anche il popolo coreano per le sanzioni contro il suo governo #NoMasBloqueo”.

In Cina, Diaz-Canel ha assistito alla prima Esposizione Internazionale di Importazioni a Shanghai, alla quale hanno partecipato più di tre mila aziende locali e straniere.

Nel gigante asiatico è stato ricevuto dal presidente Xi Jinping; il primo ministro Li Keqiang, ed il presidente dell’Assemblea Popolare Nazionale e la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, Li Zhanshu.

Dopo le conversazioni ufficiali, le parti hanno sottoscritto accordi per incrementare la capacità produttiva in progetti di collaborazione molto importanti e la concessione di un credito cinese che appoggerà l’acquisizione di strumenti di costruzione per i settori delle energie rinnovabili e turismo, tra gli altri.

Il dignitario è arrivato in Vietnam l’8 novembre ed il giorno dopo ha sostenuto conversazioni ufficiali col segretario generale del Partito Comunista del Vietnam e presidente di questo paese, Nguyen Phu Trong, che l’ha decorato con l’Ordine di Ho Chi Minh.

Ad Hanoi, Diaz-Canel è stato ricevuto anche dal primo ministro, Nguyen Xuan Phuc, ed il titolare dell’Assemblea Nazionale, Nguyen Thi Kim Ngan.

Il 10 novembre è andato a Città Ho Chi Minh, la maggiore urbe del Vietnam ed il suo principale centro economico, industriale e finanziario, e da lì ha viaggiato direttamente alla vicina Repubblica Democratica Popolare Lao (RDPL).

In Vientiane ha sostenuto conversazioni ufficiali col presidente e segretario generale del Partito Popolare Rivoluzionario del Laos, Bounnhang Vorachith.

Entrambe, inoltre, hanno testimoniato la firma di un accordo di cooperazione tra il Ministero di Educazione e Sport della RDPL e l’Istituto Nazionale di Educazione Fisica, Sport e Ricreazione della nazione antillana.

Inoltre, i membri delle due delegazioni hanno sottoscritto un memorandum di intendimento sulla cooperazione tra la Banca della RDPL e la Banca Centrale di Cuba.

Diaz-Canel si è riunito anche col primo ministro Thongloun Sisoulith e la titolare dell’Assemblea Nazionale, Pany Yathotou.

Dalla Russia al Laos, il presidente ha trasmesso ai dirigenti di ogni paese un saluto cordiale del primo segretario del Partito Comunista di Cuba, Raul Castro.

Prima di ritornare all’isola, Diaz-Canel sta compiendo uno scalo di lavoro nel Regno Unito, dove si è riunito con i rappresentanti dell’organizzazione Iniziativa Cuba, un gruppo di appoggio che “è nato dall’amicizia della baronessa Lady John ed il nostro leader storico, Fidel Castro”.

In seguito, si è riunito col leader del Partito Laburista del Regno Unito, Jeremy Corbyn, ed insieme hanno esaminato le relazioni tra il gruppo socialdemocratico britannico ed il Partito Comunista di Cuba.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Tutti i dati che dimostrano come la Russia stia abbandonando il dollaro

Mar, 13/11/2018 - 02:02

dollaro-rubloSempre più paesi cercano di ridurre la loro dipendenza dal dollaro statunitense nelle loro transazioni internazionali. Tra questi, uno sforzo molto importante lo sta portando avanti la Russia, paese che ha già raggiunto diversi traguardi in merito. Lo riporta il quotidiano Usa The Wall Street Journal.

Tra le misure adottate da Mosca, prosegue la sua analisi il quotidiano statunitense, la Banca centrale russa ha moltiplicato le sue riserve auree nel 2018 e ha venduto quantità ingenti di titoli del tesoro statunitensi. Inoltre, Mosca prevede di rafforzare l’uso del rublo e di altre valute nazionali nei suoi accordi commerciali bilaterali con i paesi diversi dagli Stati Uniti. Il tasso di depositi in valuta estera di individui e società in banche russe è diminuito a settembre al 26%, rispetto al picco del 37% raggiunto nel 2016.

Analogamente, il tasso di esportazione in dollari è sceso al 68% con il crescente commercio bilaterale della Russia con la Cina che contribuisce alla riduzione della dipendenza dal dollaro: gli indicatori delle transazioni in rubli e yuan sono quasi quadruplicati negli ultimi quattro anni.
Secondo il WSJ, Cina, Iran, Venezuela e Pakistan sono tra i paesi che mirano anche a sfuggire al dollaro, mentre i membri dell’Unione europea cercano di rafforzare il ruolo dell’euro nelle transazioni internazionali e studiano la possibilità di creare un sistema di pagamento per il commercio con l’Iran.

Il 7 novembre, il presidente della banca russa Vnesheconombank, Igor Shuvalov, ha dichiarato che la Russia e la Cina intendono firmare un accordo entro la fine del 2018 per utilizzare le loro valute nazionali nel commercio bilaterale e che il documento su questo argomento sia stato presentato ai leader di entrambi i paesi. In questo contesto, il vice primo ministro e ministro delle Finanze russo, Antón Siluánov, ha sottolineato che il piano di de-dollarizzazione “faciliterà le nostre imprese [tra Russia e Cina] e l’opportunità di effettuare pagamenti e transazioni finanziarie”.

da L’AntiDiplomatico

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Dalla Grande guerra ad oggi: la sinistra socialista e comunista tra errori e analogie al cospetto del “sovranismo piccolo borghese”

Ven, 09/11/2018 - 19:23

borghesiCento anni fa aveva termine la Prima guerra mondiale. L’Italia ne uscì vittoriosa. Tuttavia, per assecondare le mire imperialiste del grande capitale industriale, pagò un prezzo molto superiore persino a quello della Seconda guerra mondiale: oltre 650mila caduti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati e più di mezzo milione di vittime civili. Inoltre, la guerra provocò una crescita repentina ma squilibrata dell’industria, e, grazie agli enormi profitti e alle sovvenzioni statali, una fortissima centralizzazione del potere economico.

I quattro milioni di ex combattenti, dopo quattro anni di morte e sofferenza nelle trincee, ritornarono alle loro case ma non trovarono lavoro. Nelle città era difficilissimo riconvertire a scopi civili la ridondante industria bellica. Nelle campagne i proprietari avevano sostituito la forza lavoro partita per la guerra con moderni macchinari e non volevano espandere la produzione a causa della riduzione della domanda interna.

La guerra aveva scavato un solco tra le élite e le masse e l’Italia era attraversata da contraddizioni profonde che svilupparono ampie lotte sociali e democratiche. Il Partito socialista vinse le elezioni del 1919 con il 32,28% dei voti, seguito dai Popolari al 20,3% e dai Liberali al 15,9%. Inoltre, tra 1919 e 1920 il Paese fu attraversato da un imponente movimento di occupazione delle fabbriche. Eppure, nel giro di pochi anni la reazione capitalistica portò all’affermazione di una forza nuova, il fascismo, che la sinistra non riuscì a contrastare. Molti furono i fattori della vittoria fascista: le divisioni interne al Psi, il supporto degli apparati dello Stato, in particolare dello Stato maggiore dell’esercito e della monarchia. L’aspetto su cui crediamo valga la pena soffermarci è però un altro: l’incapacità dei socialisti e dei comunisti a entrare in contatto con i milioni di ex combattenti e con i settori intermedi della società, che finirono per diventare la massa di manovra del fascismo.

Contrariamente a quanto si può pensare, la massa gli ex combattenti era inizialmente tutt’altro che favorevole al fascismo[1], anzi molti ex combattenti saranno il nerbo della resistenza armata contro le squadre fasciste, come i pluridecorati Emilio Lussu e Ferruccio Parri, il quale successivamente sarà uno dei capi della Resistenza. Tuttavia, il partito socialista e poi il partito comunista fallirono nel compito di stabilire un rapporto con questo importantissimo settore della società dell’epoca, corteggiatissimo da Mussolini. Il partito comunista, guidato da Bordiga, rifiutò persino di collaborare con gli arditi del popolo. Una scelta criticata da Gramsci al Congresso di Lione del 1926: “Questa tattica [quella di Bordiga relativa agli arditi del popolo] (…) servì d’altra parte a squalificare un movimento di massa che partiva dal basso e che avrebbe potuto invece essere politicamente sfruttato da noi”[2]. Anche per queste ragioni i partiti operai non riuscirono a impedire la saldatura in un unico blocco sociale di piccola borghesia e grande capitale. Anni dopo, l’autocritica sarà molto severa. Così si esprime Palmiro Togliatti nelle famose Lezioni sul fascismo(1935).

“Nel periodo di sviluppo del fascismo italiano, prima della marcia su Roma, il partito ha ignorato questo importante problema: intralciare la conquista delle masse piccolo-borghesi malcontente da parte della grande borghesia. Questa massa era allora rappresentata dagli ex combattenti, da alcuni strati di contadini poveri in via di arricchimento, da tutta una massa di spostati creati dalla guerra. (…) Non abbiamo compreso che non si poteva semplicemente mandarli al diavolo. (…) Compito nostro era quello di conquistare una parte di questa massa, di neutralizzare l’altra parte onde impedire che diventasse una massa di manovra della borghesia. Questi compiti sono stati da noi ignorati.”[3]

Analogie con la critica al sovranismo piccolo-borghese

Ora, è possibile stabilire una qualche analogia tra la sinistra socialista e comunista di allora e quella di oggi? I periodi sono molto diversi. Come ho già spiegato altrove, non siamo davanti al fascismo, anche perché oggi sono altre le forme della neutralizzazione della democrazia rappresentativa[4]. Tuttavia, anche oggi, come allora, sebbene in modo apparentemente meno drammatico, l’Italia è attraversata da rivolgimenti economici e sociali non meno profondi di quelli che gli ex combattenti del 1918 si trovarono davanti. Di conseguenza, si è creata una spaccatura tra élite e masse, le une beneficiate e le altre impoverite allora dalla guerra mondiale, ora dalla mondializzazione e dalla integrazione economica e valutaria europea. Di fronte a questa situazione una parte consistente della sinistra (anche radicale e comunista) mostra una incomprensione del movimento sociale profondo, che conduce a una incomprensione del fenomeno sovranista e populista. Oggi come allora si regalano certi settori all’avversario politico e non ci si pone neanche il problema di neutralizzarli. Lascia, a questo proposito, un po’ perplessi sentir parlare di sovranismo piccolo-borghese[5]. Orrido, secondo il dizionario Treccani, significa “che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo e di spavento”. Insomma, un termine, mi pare, poco adatto a una oggettiva analisi sociale e politica. Inoltre, sembrerebbe esserci qualche confusione tra piccola borghesia – strato intermedio tra capitale e classe operaia (contenendo anche stipendiati e lavoratori autonomi senza o con qualche dipendente) – e il capitale vero e proprio. Infatti, il sovranismo, definito piccolo-borghese, viene però attribuito ai “capitali nazionali in affanno contro una devastante centralizzazione trainata dai capitali più forti e ramificati a livello globale”[6].

Ad ogni modo, a sinistra non pochi sembrano ritirarsi inorriditi dinanzi a un sovranismo giudicato con disprezzo espressione di un ceto bottegaio miserabile, evasore fiscale e fondamentalmente anticaglia del passato. Una visione che, in alcuni casi, si collega a una interpretazione deterministica del movimento del capitale, derivata da una lettura parziale e semplicistica di Marx. La centralizzazione dei capitali di cui Marx parla nel Capitale non significa che le classi intermedie spariscano d’incanto, togliendosi dalle scatole e semplificando, per farci un piacere, una realtà che semplice non è. Di certo, oltre cento anni di storia dimostrano che la centralizzazione non elimina le classi intermedie (anzi ne produce di altro tipo), né favorisce di per sé la presa del potere da parte del lavoro salariato, né tantomeno la sua ricomposizione economica o politica. Era, invece, questa la concezione meccanicistica di Rudolf Hilferding, autore del pur importante Il capitale finanziario, già ministro socialdemocratico della Repubblica di Weimar e convinto che la centralizzazione sarebbe andata avanti fino alla definitiva e automatica socializzazione di imprese e banche da parte di una disciplinata classe operaia unita nel partito socialdemocratico e nei suoi sindacati[7]. Sindacati la cui preziosa organizzazione andava preservata e non messa a rischio in uno sciopero generale contro Hitler, come ebbe a dire un Hilferding fiducioso nel sistema democratico, appena pochi giorni prima di darsi alla fuga braccato dalla Gestapo, dopo la vergognosa resa dei sindacati stessi[8].

L’importanza delle classi intermedie

La verità è che Marx in tutte le opere, dove analizza le formazioni economico-sociali concrete, segue attentamente il movimento di tutte le varie classi, comprese quelle intermedie fra capitale e lavoro salariato, indicando come strategica l’alleanza della classe operaia con i settori intermedi, a partire da quello allora principale, la classe contadina piccola proprietaria.[9] Lenin e dopo di lui Gramsci dedicarono molte energie alla teoria e alla pratica delle alleanze di classe, che per l’appunto presuppongono l’esistenza di una pluralità di classi subalterne. Del resto, la Rivoluzione d’Ottobre vinse anche grazie alla parola d’ordine, poco ortodossa secondo il metro di alcuni, della terra ai contadini. Anzi, per Lenin, che parla proprio a proposito della situazione creatasi nel primo dopo-guerra (1920):

“Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletario non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semiproletario (colui che si procura da vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza-lavoro), tra il semiproletario e il contadino (e il piccolo artigiano e il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se in seno la proletariato non vi fossero divisioni per regione, per mestiere, talvolta per religione, ecc. E da tutto ciò deriva la necessità, la necessità incondizionata, assoluta per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista di destreggiarsi, di stringere accordi, compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e vincere.”[10]

Gramsci, che indica come seconda forza motrice della rivoluzione italiana i contadini del Mezzogiorno e delle altre parti d’Italia [11], scrive:

“In nessun Paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle nella lotta per l’abbattimento della società borghese.”[12]

Oggi, certamente i settori intermedi non sono quelli dell’epoca Marx e neanche di Lenin, ma esistono e sono particolarmente numerosi in Italia[13], così come la classe lavoratrice è divisa al suo interno per molti aspetti. La crisi e la concentrazione e centralizzazione dei capitali non li hanno eliminati, li hanno riempiti di paura e rabbia, allo stesso modo della classe operaia e del lavoro salariato tutto. Quello che viene definito sovranismo piccolo-borghese è l’espressione di questa paura e di questa rabbia. Definirlo “orrido”, di fronte alle conseguenze devastanti sulla società e sulle classi subalterne italiane ed europee prodotte dal trasferimento della sovranità sul bilancio pubblico e sulla valuta a organismi europei, acquista il sapore amaro della beffa. La mancata comprensione di questa situazione così come la sottovalutazione dei suddetti sentimenti di paura porta la sinistra (compresa in parte quella radicale e comunista) ad allontanarsi ancora di più dai settori popolari e a regalarli a chi sta costruendo il suo blocco sociale reazionario, come la Lega. Questa, ormai sempre più “nazionale”, sta mettendo insieme classe operaia del Nord, artigiani, lavoratori autonomi, partite iva, piccolissima, piccola e media impresa. Ma essa non parla solo a questi settori, parla anche a pezzi di capitale più importanti, grandi imprese e banche, con una forte base nazionale, ma non necessariamente non internazionalizzate, che nel mercato domestico sono state penalizzate dall’austerity europea e sui mercati europei e extraeuropei dalla concorrenza dei capitalismi francese e tedesco e dalla loro invadenza negli assetti proprietari delle imprese italiane. Bisogna, quindi, fare attenzione a individuare, tra tutte queste classi e settori, quelle che, per dirla con Gramsci, rappresentano la vera faccia della Lega. Insomma, anche se non siamo davanti al fascismo, siamo davanti alla stessa capacità di formare un blocco che metta insieme piccola borghesia con grande borghesia, più pezzi importanti di lavoro salariato e classe operaia. Quest’ultima è una delle differenze maggiori con gli anni ’20. Ed è per questo che la situazione richiede ancora maggiori capacità di fare politica.

Conclusioni

Certe affermazioni sul sovranismo, invece, portano al rifiuto della politica, intesa come terreno pratico della costruzione e della modifica dei rapporti di forza fra le classi e i settori di classe. Rifugiarsi in astratte formule ideologiche rafforza proprio quelle tendenze, soprattutto il tatticismo elettoralista, che si vorrebbero eliminare e che ci hanno fatto perdere consensi. Dovremmo avere ormai capito che in un Paese con la storia e la struttura di classe dell’Italia va quantomeno neutralizzato, per usare le parole di Togliatti, il possibile ruolo reazionario di certi settori e classi sociali. Bisogna evitare di sbagliare ed individuare, all’interno della piccola borghesia e del lavoro indipendente, i settori con i quali, per le loro condizioni oggettive, si possano stabilire delle interlocuzioni sociali e politiche in funzione anticapitalistica. Anche per queste ragioni non ci si può permettere di lasciare il tema della sovranità e della lotta contro la Commissione europea e la Bce alla Lega e al Movimento cinque stelle, né si può restare sul vago sul ruolo dell’integrazione economica e valutaria europea e sulla posizione da assumere al riguardo. Bisogna, al contrario, avere la capacità di entrare nel cuore della battaglia politica, che è rappresentato dall’Europa, declinando la sovranità nell’unico modo in cui abbia senso, cioè in termini di sovranità democratica e popolare, come del resto recita la Costituzione, e dal punto di vista della classe lavoratrice. Quindi, non si tratta di un recupero della sovranità (genericamente nazionale) per rafforzare le posizioni del capitale “italiano”, ma del recupero e dell’allargamento democratico della sovranità popolare per modificare i rapporti di forza a favore del lavoro salariato e delle classi subalterne, bloccate nella gabbia del “vincolo esterno”. Ciò richiede, evidentemente, una maggiore capacità di lettura della composizione di classe della società italiana, una proposta economica nuova e organica, e soprattutto la volontà politica di porre le basi per la ricomposizione della classe lavoratrice e per la costruzione di un nuovo blocco sociale di alternativa al capitalismo, cioè di alleanze sociali e politiche tra il lavoro salariato e tutti i settori subalterni al grande capitale. Oggi l’integrazione europea – cioè la compressione della democrazia, della spesa pubblica, e del salario – è l’elemento non unico ma certamente centrale per la costruzione di un tale blocco sociale.

di Domenico Moro- L’AntiDiplomatico
 

[1] Al primo congresso dei combattenti nel 1918 a Mussolini non fu neanche permesso di parlare.

[2] A. Gramsci, “Il Congresso di Lione”, in La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino 1971, p. 487.

[3] P. Togliatti, Corso sugli avversari, Einaudi, Torino 2010, pp. 8-9.

[4] D. Moro, “Quale antifascismo nell’epoca dell’euro e della democrazia oligarchica?”, Sinistra in rete, 26 settembre 2017. Vedi anche D. Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscire dall’euro è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, Reggio Emilia 2018.

[5] E. Brancaccio, “Classe (lotta di)”, in l’Espresso, 7 ottobre 2018.

[6] Ibidem.

[7] R. Hilferding, Il capitale finanziario, Mimesis edizioni, Milano 2011, p. 487.

[8] Episodio riferito all’economista Pietranera da un amico tedesco che parlò con Hilferding dopo la nomina di Hitler a cancelliere. Va ricordato che Hilferding pagò con la vita la sua militanza, morendo esule in Francia in circostanze ancora non chiarite. Sulla resa imbelle dei sindacati tedeschi e il rifiuto socialdemocratico di un fronte comune con i comunisti vedi F. Neumann, Behemot. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Bruno Mondadori, Milano 2000.

[9] K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Editori riuniti, Roma 1973. K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori riuniti, Roma 1977, pp. 212-216.

[10] Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 115. Il corsivo è mio.

[11] Cfr. A. Gramsci, “Tesi di Lione”, in La costruzione del partito comunista, op. cit., p.499.

[12] A. Gramsci, “Il congresso di Lione”, in op. cit., p. 483.

[13] Senza considerare i settori superiori del lavoro “dipendente” (management, ecc.), solo i lavoratori autonomi o indipendenti (15-74 anni), sebbene fortemente diminuiti con la crisi, sono quasi 5 milioni, di cui quasi 3,6 senza dipendenti. In Germania, con forze di lavoro molto più numerose, i lavoratori autonomi sono quasi 4 milioni (Eurostat database, LFS main indicators). L’Istat considera anche i coadiuvanti e arriva a circa 5,4 milioni, ossia il 23,2% degli occupati contro il 15,7% della media Ue (Focus – I lavoratori indipendenti. II trimestre 2017, 5 novembre 2018). Bisogna tenere conto che si tratta di un universo molto differenziato dal punto di vista del reddito, di classe e del rapporto con il capitale. Gli imprenditori veri e propri sono 273mila, mentre i lavoratori in proprio e i professionisti con dipendenti sono 1,1 milioni. Rimangono quasi 4 milioni di autonomi senza dipendenti.

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Il Brasile di Bolsonaro è una minaccia per l’Amazzonia

Ven, 09/11/2018 - 03:23

Jair-BolsonaroIl Brasile è in mano a Jair Bolsonaro. Ora a rischio c’è l’Amazzonia e a catena il pianeta. Almeno se il neo eletto Capo di Stato vorrà mantenere fede alle promesse sventolate nella sua vincente corsa al palazzo presidenziale.

Dove e quando ha incitato: la creazione di un asse di penetrazione stradale tra le verdi e incontaminate foreste, la cancellazione della legislazione vigente e lo smantellamento del Ministero dell’Ambiente, l’apertura al mercato libero dei taglialegna.

Nel programma elettorale ha persino sottolineato di voler bandire dal Paese le ONG internazionali, da Greenpeace al WWF, nemmeno fossero le peggiori organizzazioni terroristiche. In aggiunta ha giurato di alleggerire il rilascio delle licenze ambientali per lo sfruttamento minerario nelle riserve. E ovviamente, seguendo l’esempio di Donald Trump, prospetta di uscire dal “male assoluto che governa il mondo”: gli accordi internazionali di Cop 21 sul clima (anche se per il momento sembrerebbe aver fatto marcia indietro).

Un altro negazionista, e anche in questo caso non di poco conto, sfasato dalla realtà. Un leader visionario che si pone lo scopo, di per sé assai facile, di non rispettare i parametri che dovrebbero impedire l’aumento del riscaldamento globale.

Fino a oggi, lo Stato con la foresta tropicale più estesa al mondo è stato impegnato, con altalenante convinzione, nella riduzione dei danni ambientali. I precedenti governi, segnati purtroppo dalla perdurante corruzione sistemica e da scandali, hanno in parte frenato la deforestazione dei proverbiali polmoni del mondo, introducendo alcuni paletti.

La campagna zero deforestazione illegale si è posta come obiettivo il 2030. Inoltre, erano state attuate significative riduzioni nelle emissioni di carbonio. La ratifica dell’accordo di Parigi nel 2016 era stata accolta favorevolmente dagli indigeni, meno dall’industria del settore agroalimentare. Nel novembre del prossimo anno i negoziati dell’ONU sul climate change avrebbero dovuto tenersi in Brasile, a questo punto con l’oscurantismo di Bolsonaro il summit potrebbe cambiare sede. Perdendo un pezzo rilevante nella tutela del pianeta. Se così fosse siamo difronte ad un disastro immane, senza bisogno di evocare profezie bibliche. Gli effetti catastrofici non tarderanno a ricadere sulla popolazione globale.

Un passo indietro moralmente assurdo, ma che per varie ragioni gode del favore della maggioranza degli elettori. Peccato che la democrazia non abbia dato voce a chi non può parlare: fiumi, alberi, animali, ecosistemi unici e non riproducibili.

Ad affermarsi invece è stata la pancia dei cittadini (e il portafoglio dell’oligarchia bianca). A fare breccia mediatica sui social e nelle piazze sono stati: la voglia di cambiamento e il diffuso sentimento che Bolsonaro incarni l’uomo forte in grado di arginare la criminalità. In un Paese con un altissimo tasso di violenza: oltre 60mila omicidi l’anno. Poi in gioco sono entrati anche aspetti lucrativi. La domanda crescente di esportazione di carne bovina e soia necessita di un’ulteriore espansione dei terreni agricoli a spese delle aree boschive. Non è un caso che tra i principali “estimatori” di Bolsonaro ci sono i grandi latifondisti.

Chi credeva che il tycoon americano fosse l’unico “pazzo scriteriato” in materia di ambiente (beh… non solo di quello) da oggi dovrà ricredersi, dal “manicomio” è scappato anche Jair Bolsonaro, grazie a milioni di voti.

Anche se la distanza geografica che ci separa è tanta, difficile non condividere le paure di Dinamam Tuxá, coordinatore nazionale dell’Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile, secondo il quale Bolsonaro calpesterà i diritti delle minoranze: “Istituzionalizzerà il genocidio degli indigeni”.

Politico e uomo sopra le righe Bolsonaro, parà espulso dall’esercito per condotta irregolare, ha dimostrato apertamente e sfrontatamente di infischiarsene del rispetto per l’ambiente: nel 2012 venne denunciato per essere stato sorpreso a pescare in una riserva federale al largo della costa di Rio de Janeiro, motivo per cui gli venne anche comminata una multa di quasi tremila dollari.

Dal Nord di Trump al Sud di Bolsonaro, un intero continente rischia la deriva.

di Alfredo De Girolamo

da Huffpost, edizione italiana

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Università de L’Avana tra le 20 migliori dell’America latina

Gio, 08/11/2018 - 03:22

Universidad-HabanaL’Università de L’Avana (UH) è stata qualificata tra le 20 migliori università latinoamericane in prospettiva all’anno 2019, secondo il QS University Rankings Latin America.  

La più antica casa degli alti studi di Cuba ha recuperato 71 posti rispetto all’anno 2014, ed ora condivide la posizione 19 con l’Università del Costa Rica.

Il sistema QS è uno dei più usati e dei più attendibili indici di comparazione delle università del mondo, e come altri indici di questo tipo, si basa sulla qualità del corpo degli insegnanti, soprattutto per la composizione dei dottori in scienze; la produzione di conoscenze attraverso la ricerca scientifica negli anni precedenti; la relazione alunno–professore, e la visibilità della sua informazione in internet.

Considera anche il prestigio accademico, attraverso inchieste indipendenti ai laureati ed ai loro datori di lavoro a Cuba ed in tutto il mondo; un indicatore che per cause diverse non era stato valutato all’istituzione nel 2014, e che sì è stato adeguatamente considerato questa volta.

Questo indice di comparazione serve come riferimento per le azioni di internazionalizzazione dell’educazione superiore da parte di organizzazioni cosmopolite e di cittadini individuali, e colloca l’UH tra le 500 migliori di tutto il mondo, nonostante le limitazioni di risorse che provoca il bloqueo degli Stati Uniti contro l’Isola.

testo e foto: Granma

traduzione di Ida Garberi

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Melania Trump vestita da colonialista fa arrabbiare gli africani

Mar, 06/11/2018 - 19:51

Melania-Trump“Sahariane”, completi ispirati ai tempi delle colonie e dei safari alla Hemingway, infine il casco bianco, simbolo non proprio gradito dagli africani (e non solo) del colonialismo.

Per questo il look che Melania Trump ha sfoggiato in Kenya ha suscitato critiche e polemiche. Ieri la first lady americana ha visitato il David Sheldrick Wildlife Trust. E’ stata ripresa mentre viaggia a bordo di una jeep e mentre dà il biberon ad un elefantino. Ed è stata presa di mira sui social da critiche per la scelta del copricapo: “Era usato dai colonialisti durante i giorni più bui, non piace a noi africani, chi l’ha consigliata?”, ha commentato, per tanti, su twitter Pauleen Mwalo, di Nairobi.

Pollice verso anche da vari esperti.

Per Matt Carotenuto, storico e coordinatore degli Studi africani all’Università St. Lawrence, il casco bianco in Kenya è “come presentarsi in una fabbrica di cotone in Alabama in divisa confederata”.

Ma ieri il marito Donald Trump l’ha elogiata su Twitter, dicendo che in Africa la gente la ama.

 

da ParsToday

 

preso da L’AntiDiplomatico

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Brasile potrebbe rompere le relazioni diplomatiche con Cuba

Mar, 06/11/2018 - 03:35

BolsonaroIl presidente eletto del Brasile, di estrema destra, Jair Bolsonaro, ha messo in dubbio che manterrà le relazioni diplomatiche con Cuba.  In un’intervista, Bolsonaro si è dimostrato ironico domandandosi che tipo di affari potrebbe fare con l’isola caraibica.

“Guardi, rispettosamente, che affari possiamo fare con Cuba? Parliamo dei diritti umani?”, dopo una domanda dove gli chiedevano se prevede chiudere la sua Ambasciata a Cuba.

L’estremista di destra ha criticato che in Brasile ci siano circa 11.000 medici cubani lavorando nelle regioni povere della nazione sud-americana. I medici dell’isola sono in Brasile dal Governo della presidentessa costituzionale Dilma Rousseff (2003).

Invece, le autorità cubane hanno manifestato la loro disposizione a mantenere le relazioni con Bolsonaro, benché pensino in forma diversa da lui.

Rispetto al Venezuela, il presidente eletto ha spiegato che il suo ambasciatore si trova in Brasile e l’Ambasciata è già stata disattivata, ha dichiarato “non abbiamo più contatto”.

da Granma

preso da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

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Civili armati statunitensi viaggeranno alla frontiera col Messico per fermare la carovana di emigranti

Mar, 06/11/2018 - 02:01

civiles-armados-migrantes-580x299Gruppi di civili statunitensi armati, membri di “milizie”, hanno annunciato che si dirigeranno ai confini degli Stati Uniti per fermare gli approssimativamente 6.000 immigranti che si dirigono alla frontiera col Messico.

“Osserveremo ed informeremo, ed offriremo aiuto in tutto quello che possiamo”, ha dichiarato il presidente delle chiamate Minutemen del Texas, Shannon McCauley, al The Washington Post. “Abbiamo dimostrato già prima quello che valiamo e lo dimostreremo di nuovo”, ha aggiunto.

In totale si tratta di circa 100 “volontari” che si dispongono a viaggiare con armi e droni per, secondo le loro stesse parole, identificare e respingere qualunque tentativo illegale di entrare nel paese. “Non posso dare un numero esatto di quanti saremo, perché il mio telefono negli ultimi sette giorni sta suonando senza sosta. Si stanno sommando altre milizie che vengono dall’Oregon e dall’Indiana”, ha aggiunto.

L’Esercito degli USA e le agenzie di agenti alla frontiera hanno manifestato già la loro preoccupazione davanti all’azione di questi gruppi che descrivono come “milizie non regolari”, data l’assoluta incapacità dei loro membri per esercitare un minimo di autocontrollo, per non menzionare che non sono qualificati legalmente per fare compiere la legge.

“Ci preoccupa che questi membri di milizie non regolari si spieghino alla frontiera come presunto appoggio”, secondo quanto dichiarato nei documenti del Servizio delle Dogane e della Protezione Confinante. Inoltre si sospetta che agiscono con materiale rubato alla Guardia Nazionale. “Stanno agendo per conto loro ed è un gran rischio”, aggiungono le dichiarazioni, raccolte da Newsweek.

da El Publico

traduzione di Ida Garberi

preso da Cubadebate

foto REUTERS

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Il cerchio si chiude in Brasile. Il giudice che ha incarcerato Lula entra nel governo Bolsonaro

Ven, 02/11/2018 - 22:16

MoroIl giudice Sergio Moro, che ha condotto l’operazione di Lava Jato e fatto condannare a 12 anni di carcere l’ex presidente Lula Da Silva senza prove concrete, sarà il ministro della Giustizia e Pubblica Sicurezza del Brasile nel governo del presidente eletto Jair Bolsonaro. La detenzione e la proscrizione del politico più popolare nel paese hanno aperto la strada all’estrema destra per ottenere la presidenza e ora viene ricompensato con una carica.

“Ho accettato il prestigioso invito”, ha affermato il magistrato attraverso una dichiarazione alla stampa dopo l’incontro di persona per due ore con l’ex ufficiale militare presso la residenza del presidente eletto a Barra de Tijuca. L’oppositore politico del Partito dei Lavoratori ha affermato che l’obiettivo principale della sua amministrazione sarà “la lotta contro il crimine organizzato e il riciclaggio di denaro sporco”.

Moro, che ha cercato di affermarsi come un “emblema anti-corruzione” negli ultimi anni, ha osservato che con “un certo rammarico” dovrà lasciare dopo “22 anni di magistratura” per accettare la proposta che Bolsonaro aveva avanzato, anche prima di essere eletto. “Tuttavia, la prospettiva di applicare un forte programma di lotta alla corruzione e contro il crimine organizzato, rispettando la Costituzione, la legge e i diritti, mi ha portato a prendere questa decisione”, ha detto il giudice che ha negato a Lula, incarcerato senza prove, tutti i ricorsi dopo il suo arresto.

“In pratica, significa consolidare gli avanzamenti contro il crimine e la corruzione degli ultimi anni e mettere da parte i rischi di battute d’arresto per il bene superiore. L’operazione Lava-Jato continuerà a Curitiba con i coraggiosi giudici locali”, prosegue il testo diffuso dal magistrato.

Moro è stato il cervello dell’operazione Lava Jato e così ha potuto imprigionare uomini d’affari e politici, concentrandosi in particolare sugli ex leader del PT. Gli arresti molte volte hanno preso come prove valide solo le cosiddette “delaciones premiadas” degli imputati stessi.

L’obiettivo finale era l’arresto di Lula, a cui Moro alla fine riuscì a giungere accusandolo di aver presumibilmente ricevuto un appartamento nella località di Guarujá dalla società di costruzioni OAS. Tuttavia, la condanna è arrivata senza che esistesse un singolo registro di proprietà a nome dell’ex presidente.

Lula, che ha governato il Brasile tra il 2003 e il 2011, doveva essere un candidato alle elezioni che si sono svolte in ottobre ed era il favorito in tutti i sondaggi. All’inizio di aprile Moro ha ordinato il suo arresto, dopo che la Corte Regionale Federale 4 ratificò la sentenza ordinata dal giudice e la estese addirittura da 9 a 12 anni di prigione.

L’ex presidente si consegnò e da allora è imprigionato a Curitiba. Ha mantenuto la sua candidatura fino all’ultimo momento, quando è stato proscritto dalla Giustizia Elettorale e ha nominato chi era il suo compagno di corsa, Fernando Haddad, come candidato del Partito dei Lavoratori. Haddad ha raggiunto il secondo turno con Bolsonaro, ma l’ex ufficiale militare misogino, omofobo e razzista, ha vinto con il 55 per cento dei voti.

da Pagina 12

traduzione de l’AntiDiplomatico

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La Coalizione ‘anti-ISIS’ guidata dagli Stati Uniti attacca una città siriana con fosforo bianco

Mar, 30/10/2018 - 19:39

fosforobiancoL’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha riferito ieri, citando fonti locali, che è stato effettuato un attacco aereo con fosforo bianco contro la città di Hayin, nella provincia orientale di Deir ez-Zor, con il pretesto di attaccare le postazioni dell’ISIS.

Il governo siriano ha più volte denunciato l’uso di fosforo bianco in attacchi da parte della coalizione, che dal 2014 svolge attacchi aerei in Siria senza l’autorizzazione di Damasco e senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Oggi, il ministro degli esteri siriano Walid al-Moallem, ha sottolineato che gli Stati Uniti stanno combattendo contro tutti in territorio siriano, ad eccezione dell’ISIS.

Allo stesso tempo, Al-Moalem ha dichiarato che, con il pretesto di sostenere i curdo-siriani, Washington ha stabilito basi nel nord della Siria e una base ad Al-Tanf (sud), che è in realtà utilizzata per addestrare i terroristi in modo che combattano contro l’esercito di Damasco.

D’altra parte, il ministro ha indicato che il governo siriano sta lavorando seriamente per trovare una soluzione politica alla crisi. “Non permetteremo a nessuno di interferire nei nostri affari nazionali”, ha comunque avvertito.

“Per più di sette anni, siamo stati in una vera guerra contro il terrorismo, e oggi possiamo vedere i segni della vittoria, nonostante tutti i tentativi occidentali e americani di prolungare la crisi per molti anni”, ha aggiunto Al-Moalem.

Fonte: SANA

traduzione: L’AntiDiplomatico

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In Canada considerano il discorso di Bolsonaro come grossolano e violento

Mar, 30/10/2018 - 01:49

bolsonaro-brasilLa retorica aggressiva ed il programma di governo del presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, contro gli indigeni, il cambiamento climatico e la lotta contro il crimine genera preoccupazione in Canada.  

“Bolsonaro è un uomo che indigna i brasiliani progressisti coi suoi insulti contro donne, omosessuali, neri ed indigeni, ma il cui discorso grossolano e violento ha toccato il cuore di una parte dell’elettorato”, ha sottolineato la stazione radio CBC.

“Ha giurato seppellire le leggi ambientali, aprire la selva delle Amazzonia ai coltivatori ed ai minatori, confiscare le terre degli indigeni del Brasile”, afferma.

“Non ho mai ascoltato dei commenti tanto atroci. Speriamo che realmente non attacchi gli aborigeni”, ha denunciato Clem Chartier, presidente del Consiglio Nazionale Metis, uno dei popoli autoctoni di questo paese.

“L’amministrazione di Bolsonaro sarà una sfida opprimente per Canada”, ha sottolineato Jean Daudelin, che si specializza in temi latinoamericani della Scuola di Temi Internazionali Norman Paterson, che è parte dell’Università di Carleton.

Daudelin ha definito estrema ed allarmante la retorica del presidente eletto ed ha considerato che la sua agenda potrebbe essere appoggiata da vari partiti nel congresso brasiliano.

“Secondo la Costituzione di questa nazione sud-americana, i tribunali potranno fare poco per fermare il prossimo governante del paese se conta sui voti del parlamento”, ha allertato.

“Le politiche di Bolsonaro sui popoli indigeni sono spinte in larga misura dalle poderose industrie di allevamento e della coltivazione della soia del Brasile”, spiega CBC.

Il mezzo informativo risalta la sua strategia per combattere il crimine, che include concedere alla polizia “carta bianca per uccidere” e “togliere quasi completamente le leggi che controllano la vendita di armi alla popolazione”.

“Il gesto caratteristico di Bolsonaro è sostenere entrambe le mani come se stesse sempre sparando”, ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Militari Usa tornano in Ecuador

Lun, 29/10/2018 - 23:32

mantaDopo il mancato rinnovo della concessione della base militare di Manta, risalente al 2009, le forze armate Usa tornano a Quito in flagrante violazione dell’articolo 5 della Costituzione, ma con il beneplacito del presidente Lenín Moreno e del suo governo.

L’articolo 5 della Costituzione ecuadoriana, approvata nel 2008, dichiara l’Ecuador un territorio di pace, “dove non è permessa l’installazione di basi militari straniere. Inoltre, è proibito cedere basi militari nazionali a forze armate straniere”. Purtroppo, la Costituzione di Montecristi è stata invece disattesa dall’attuale presidente e dal suo governo, aldilà delle dichiarazioni di facciata in cui si giura che non sarà riaperta la base militare di Manta, dismessa nel 2009, e che i militari statunitensi non resteranno in maniera permanente in Ecuador.

È quest’ultima dichiarazione, relativa alla presenza non stanziale dei militari Usa in Ecuador, a gettare fumo negli occhi, perchè l’apertura di una Oficina de Cooperación tra i due paesi, lo scorso 2 agosto, ha rappresentato solo il primo passo per favorire il ritorno dell’esercito a stelle e strisce nel paese andino. Il ministro della Difesa dell’Ecuador, Oswaldo Jarrín, ha ammesso a mezza bocca che tutti i compiti propri dei militari Usa che operavano nella base di Manta fino al 2009, quando furono cacciati dal presidente Rafael Correa, saranno svolti da un solo aereo guidato dagli Stati uniti finalizzato ad azioni di intelligence.

Nel corso di questi ultimi mesi, però, è emerso che non è solo un avión de inteligencia a violare quanto sancito dall’articolo 5 della Costituzione. In primo luogo, dopo 11 anni di assenza, militari ecuadoriani torneranno a partecipare ad Unitas, l’esercito multinazionale di manovre militari sotto il comando statunitense, le cui funzioni, almeno ufficialmente, dovrebbero essere legate al controllo e alla repressione dei cartelli del narcotraffico e del terrorismo internazionale. Ancora più preoccupanti sono le attività dell’Oficina de Cooperación, che ha iniziato a promuovere programmi dediti a finanziare l’acquisto, il commercio e la vendita di armi. In pratica, l’Oficina de Cooperación installatasi in Ecuador curerà gli interessi militari degli Stati uniti, nonostante Moreno si sforzi nel sottolineare che l’avión de inteligencia non metterà in alcun modo a repentaglio la sovranità del paese.

Come se non bastasse, all’aereo e all’ Oficina de Cooperación si aggiungerà una nave ospedale, la Usns Comfort, che opererà in maniera periodica al largo della costa ecuadoriana. Difficile pensare che tutto ciò non richiami venti di guerra o comunque l’interesse degli Stati uniti a far sentire la propria presenza in tutto il continente latinoamericano. Del resto, una conferma in questo senso viene anche dalla nomina del nuovo ambasciatore Usa a Quito, Michael Fitzpatrick, sia per il suo ruolo chiave svolto in Centroamerica negli anni Ottanta in qualità di uomo della contrainsurgencia sia per le sue dichiarazioni sull’Ecuador, ritenuto “un paese di grande interesse per gli Stati uniti”.

Eppure, nel febbraio 2018, l’allora ministro della Difesa Patricio Zambrano aveva garantito che l’Ecuador non avrebbe mai più ospitato una base militare sul proprio territorio. L’accordo per l’utilizzo della base militare di Manta era stato firmato nel 1999 tra la Casa Bianca e Palacio de Carondelet, dove allora siedeva Jamil Mahuad, uno dei presidenti più screditati nella storia dell’Ecuador. Quando Rafael Correa giunse alla presidenza, nel 2007, disse subito che non avrebbe rinnovato la concessione della base agli Usa per ulteriori dieci anni e così fece. L’attuale cooperazione tra Stati uniti ed Ecuador, in effetti, non prevede l’insediamento di una base militare Usa nel paese latinoamericano, né tantomeno la riesumazione di quella di Manta, ma in pratica aggira la Costituzione, perchè permetterà alle forze armate statunitensi, in caso di una eventuale guerra, di utilizzare l’Ecuador come supporto logistico, obbligandolo a rivestire la stessa funzione dell’Honduras contro il Nicaragua sandinista o la guerriglia efemelista in El Salvador negli anni Ottanta.

I rapporti tra Usa ed Ecuador saranno all’insegna della cooperazione e del rispetto, garantiscono da Quito e da Washington, ma se il mancato rinnovo della concessione della base di Manta aveva rappresentato il punto più delicato nelle relazioni tra i due paesi, adesso l’Ecuador si è avvicinato fin troppo agli Stati uniti, svendendo la sua sovranità al potente vicino e assestando un ulteriore, durissimo colpo a quanto resta dell’integrazionismo latinoamericano.

di David Lifodi

da www.labottegadelbarbieri.org

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Sulla natura vile e sadica del bloqueo

Sab, 27/10/2018 - 04:36

Bloqueo-contra-Cuba-580x380Miami – Voglio affrontare in questo articolo l’angustioso costo umano giornaliero che impone, a milioni di cubane/i, la politica genocida del blocco.

Da dove cominciare oggi? Forse dai più anziani tra noi; penso che siano quelli che più soffrono le conseguenze di questa inumana politica. Come tutti sappiamo, i governi USA vietano, come parte del blocco, la vendita di medicine e di tutti gli altri prodotti farmaceutici, ecc., elaborati dai giganteschi consorzi USA di questa industria.
Come anche proibiscono la vendita a Cuba di questi beni ad altri consorzi farmaceutici di altri paesi associati in qualche modo ai primi; anche se qualcuno di questi prodotti avesse qualche elemento creato dall’industria farmaceutica USA; anche le materie prime di questa industria non possono essere vendute a Cuba.

A Miami, una mia cugina ha il difficile compito di prendersi cura a casa sua di sua madre di 93 anni, che è malata di cuore. Mia zia, per vivere, deve prendere almeno 15 medicine diverse al giorno. Oltre agli innumerevoli pannolini che le si deve cambiare, anche quotidianamente, affinché si senta bene, a suo agio; perché tra questi farmaci le viene prescritto un diuretico.

A Cuba, di questi tempi, questo è praticamente impossibile.

Tuttavia, a Cuba, l’età media di vita della donna è di poco superiore a 81,3 anni, mentre negli USA l’età media di vita delle donne è di 81,1 anni, molto simile a quella delle donne cubane. E questa Cuba la raggiunge nonostante tutte le difficoltà imposte dal blocco. Straordinario ed incredibile, giusto? ma vero…molto vero.

Tuttavia, potremmo immaginare quanto sia difficile per una famiglia cubana occuparsi adeguatamente un’anziana o qualunque persona malata -una madre, un padre, un figlio, una nonna, una zia, un fratello? Quanto difficile diventa per il malato donna, uomo, ragazza/o, essere curato/a adeguatamente, come richiesto dal suo stato di salute e dai suoi diritti come persona? Se, a seguito di queste brutali misure del blocco, ciò risultasse del tutto possibile.
A L’Avana, per meglio dire a La Lisa, il mia migliore amico e sua sorella hanno la responsabilità di attendere alla loro nonna, donna eccellente, di 78 anni che ha sofferto di cancro alla vescica, negli ultimi sette anni. Grazie ai risultati dell’industria farmaceutica cubana, nonostante il blocco, hanno avuto l’opportunità di arrestare, ritardare, la crescita del tumore per lungo tempo. Anche se questo non è più il caso, il tumore maligno si è diffuso al colon.
Immaginate i dolori che soffre la nonna del mio amico a causa di questa malattia?

Tra marzo 2017 ed aprile 2018 il blocco ha colpito negativamente l’economia cubana per oltre 4 miliardi di $. Si stima che durante gli ultimi sei decenni il blocco sia costato a Cuba circa 933678 milioni di $.
Può concepirsi il danno, la sofferenza, ancor più, ad una popolazione attuale di undici milioni di persone che produce la perdita, solo l’anno scorso, di 4 miliardi di $?

Per tutte queste gravi carenze che il blocco impone al popolo cubano, ed in particolare nel campo della salute, medicine, in questo caso gli antidolorifici, che la nonna del mio amico richiede per alleviare i dolori causati dalla sua malattia, sono altamente limitati e disponibili solo per pazienti ospedalizzati. Questo è causato dal fatto che non si ottengono; perché il blocco impedisce che si ottengano gli antidolorifici da distribuire, praticamente gratuitamente, alle persone affette da cancro e altre malattie che richiedono questo tipo di antidolorifici.

Devo segnalare che negli ultimi tempi mancano le medicine che si ottengono con le prescrizioni nelle farmacie del paese. Molte volte, per esempio, non ci sono nemmeno gli indispensabili, con la regolarità necessaria, per i malati di diabete.

Nel caso della nonna del mio amico, né lui né sua sorella possono restare con le mani in mano di fronte ad una simile tragedia; perché una tragedia è. Come neppure potremmo incrociare le braccia, chiunque di noi, si trovi di fronte ad una situazione del genere.

Ed in qualche modo il mio amico e sua sorella ricevono gli antidolorifici necessari per alleviare il brutale dolore che il cancro provoca a loro nonna.

Questa è anche una conseguenza proditoriamente premeditata della politica di blocco: attraverso una politica di genocidio cercare di ottenere lo strappo morale delle sue vittime e dell’ordine legale della società in cui vivono.
Nella Cuba socialista, una società giusta senza pari, gli anziani e gli ammalati, in generale, sono quelli che soffrono maggiormente gli effetti della criminale politica del blocco, ma per l’esasperazione e la frustrazione dell’imperialismo, cubani/e, che per sei decenni hanno sofferto tutte le conseguenze del blocco, nell’immensa maggioranza, non si arrende, né si arrenderà; benché imparino dal cuore a conoscere a fondo la natura vile e sadica dei suoi nemici.

da Cubadebate

di Andres Gomez

traduzione di Francesco Monterisi

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Sono d’accordo con Melenchon

Ven, 26/10/2018 - 03:50

melenchonIl leader di France Insoumise Melenchon ha dichiarato che, pur non condividendo la manovra economica e le scelte di fondo del governo italiano, ritiene inaccettabile e da respingere l’intervento della Commissione UE. Questa la sostanza, al di là delle virgole sulle quali si soffermano le solite anime inquiete della sinistra persa. E questa sostanza io la condivido integralmente.

Io combatto questo governo per il decreto Salvini e per la pistola facile, per il condono fiscale e per quello alle case abusive di Ischia. Io contesto a questo governo gli annunci e le promesse di cambiamento – sul Jobsact, sulle pensioni, sul reddito di cittadinanza – rispetto alle quali, quando si dirada il fumo della propaganda, corrisponde poco o nulla. Io considero vergognoso che questo governo continui ad acquistare gli F35 e faccia il TAP in Puglia, mentre su tutte le altre Grandi Opere civili e militari tace o pasticcia. È un imbroglio che si spacci per cambiamento di politica economica una legge di bilancio che rispetta tutti i vincoli fondamentali delle politiche di austerità e che solo la follia del fiscal compact e di un rigorismo di bilancio idiota possono far giudicare come spendacciona. L’anno prossimo, come tutti i suoi predecessori da più di venti anni, il governo gialloverde varerà un bilancio con un forte attivo primario. Cioè i cittadini italiani pagheranno in tasse e contributi 25 miliardi in più di ciò che riceveranno in prestazioni dallo stato e da tutte le amministrazioni pubbliche. Quindi i tagli sociali continueranno e il paese continuerà ad impoverirsi per pagare gli interessi su un debito che, da quando Monti andò al governo nel nome del rigore, è cresciuto di 400 miliardi di euro.

Ma qualcuno sano di mente o di coscienza può davvero credere o far credere che siano queste le ragioni per cui la Commissione UE ha bocciato la manovra del governo italiano? Andiamo. Se Salvini e Di Maio avessero reso ancora più feroci le già feroci misure adottate contro i migranti, i poveri, gli occupanti di fabbriche e case, ma le avessero accompagnate ad una finanziaria lacrime e sangue, la UE li avrebbe portati ad esempio. Del resto il leader dei sovranisti reazionari europei, il capo del governo austriaco Kurtz che in questi sei mesi é anche a capo del governo politico della UE, è stato il primo a dire: “noi non pagheremo i debiti dell’Italia”. E l’altro alleato di Salvini, Orban, tace e acconsente. Per non parlare dei tedeschi, degli olandesi, di tutti gli altri sovranisti reazionari del nord Europa, tutti sovranisti a casa nostra.

Il fatto che le sole voci forti e chiare contro la Commissione UE vengano da leader della nuova sinistra europea non vuol dire, come afferma invece la sinistra dello spread, che questi si siano convertiti al sovranismo reazionario, ma al contrario che una sinistra che voglia stare con gli sfruttati e coi poveri deve combattere, non assecondare, il liberismo autoritario della UE.

Bisogna lottare contro la politica complessiva di questo governo, ma non stando a fianco della finanza e dei poteri della UE.

Moscovici ha parlato di fascismo, ma non si ferma il fascismo chiudendo gli ospedali. Le politiche di austerità sono la radice materiale dalla quale ha tratto linfa il risorgere di forze e sentimenti autoritari e razzisti in Italia ed in Europa.

La sinistra che ha sposato le politiche di austerità e di rigore ha fatto tra gli operai e i disoccupati la più efficace delle propagande a favore dei vari Salvini d’Europa.

Immaginiamo un governo davvero progressista, che decidesse di ripristinare l’articolo 18, di abolire davvero la legge Fornero e non semplicemente di ritoccarla, di far pagare, e non condonare, le tasse ai ricchi e alle multinazionali, di finanziare in deficit, sì in deficit, il risanamento idrogeologico del paese e le opere pubbliche che servono davvero, case scuole ospedali.

Pensiamo ad un governo che decidesse di controllare i movimenti di capitali e di usare le nazionalizzazioni e non le privatizzazioni come strumenti di politica economica. Pensiamo infine ad un governo che mettesse in discussione la NATO e i suoi vincoli davvero e non solo con ridicoli giri di valzer tra Trump e Putin.

Ecco, di fronte ad un governo di questo genere come credete che reagirebbe la UE di Maastricht e del Fiscal Compact? Io dico che le accuse a Salvini e Di Maio sembrerebbero al confronto semplici scambi di cortesie.
Non basta essere in contrasto con la UE per stare nel campo dell’eguaglianza e della giustizia sociale, Salvini e Di Maio lo dimostrano. Ma se si sta con la UE dell’austerità quel campo lo si abbandona e basta. Come ha fatto la sinistra ufficiale che per questo è stata abbandonata dal suo stesso popolo. Grazie quindi a Melenchon e a tutte e tutti coloro che cercano di ricostruire in Europa quella sinistra sociale e del lavoro di cui c’è infinito bisogno, perché solo essa può battere in mezzo al popolo la destra reazionaria. E auguriamoci, e facciamo sì, che la sinistra dello spread raggiunga il prima possibile il posto che le spetta nella spazzatura della storia.

di Giorgio Cremaschi

da L’AntiDiplomatico

 

 

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Ex vicepresidente ecuadoriano Jorge Glass si dichiara in sciopero della fame: “Questo è un grido al mondo”

Mer, 24/10/2018 - 03:38

glas-latacunga-678x381L’ex vicepresidente ecuadoriano Jorge Glass, detenuto da ottobre del 2017, si è dichiarato in sciopero della fame per le condizioni in cui è stato privato della libertà ed il trasferimento della carcere al quale è stato sottomesso senza motivo. “Il mondo non può essere indolente davanti alla persecuzione politica contro i leader progressisti in America latina”, afferma in un messaggio che riproduce Cubadebate.

Il suo avvocato, Eduardo Franco Loor, ha messo in allerta sulle condizioni “deplorevoli e disumane” in cui si trova Glass.

In un tweet, Franco Loor ha responsabilizzato le autorità per la sicurezza fisica e per la vita di Glass, condannato a sei anni di prigione per il supposto delitto di corruzione vincolato con la costruttrice brasiliana Odebrecht.

Glass, ha detto l’avvocato ai giornalisti, “si trova in un stato delicato di salute.”

“Ha in questo momento una gastrite cronica molto severa, si trova con febbre, ha un’ipertensione arteriale molto accentuata e fondamentalmente durante il trasferimento da Quito a Latacunga, (carcere di massima sicurezza) non ha potuto prendere le medicine che gli sono state prescritte”, ha denunciato.

Il governo di Lenin Moreno ha informato domenica che Glass è stato trasferito dal Carcere 4 di Quito, di minima sicurezza, fino al carcere di Latacunga, per ragioni di sicurezza.

Tuttavia, il suo avvocato ha sottolineato che le autorità avrebbero dovuto avvisare “con almeno 48 ore di anticipo del cambiamento di centro penitenziario”. Ha denunciato questo lunedì che il trasferimento “violenta il suo diritto di vicinanza, dal momento che il processo si trova in ricorso per cassazione” ed ha aggiunto che non aveva potuto comunicarsi con la sua famiglia né con la sua difesa.

Messaggio di Jorge Glass:

“Cittadini del mondo.

Sono un prigioniero politico. Per l’odio senza limiti mi hanno trasferito dal carcere senza motivo, solo per umiliarmi, solo per vendetta. La mia vita corre pericolo.

Qualcuno nel mondo deve fare qualcosa, la Santa Sede, l’ONU, l’OSA, la Corte Interamericana, la Corte de L’Aia, Giuristi del mondo, Organismi di difesa dei diritti umani.

La giustizializzazione politica deve essere considerata un delitto di lesa umanità. Usano delitti come l’associazione illecita, per condannare senza prove.

Continuerò affinché entità e giuristi del mondo vengano ad Ecuador per constatare quello che succede, un paese con un presidente della Corte dei Conti senza nomina, un procuratore generale “addetto” cioè nominato e non eletto, un Consiglio della Magistratura nominato e non eletto.

Chiedo al mondo che venga a constatare la situazione del mio caso, quello di Rafael Correa, ed altri compagni. Qualcuno deve fermare questa macelleria politica.

Mi dichiaro in sciopero della fame indefinito, fino a che vengano a vedere quello che succede in Ecuador.

Fermate la macelleria politica!

Il mondo non può essere indolente davanti alla persecuzione politica contro tutti i leader progressisti in America latina.

Basta Già!

Lo faccio per me, e per i miei compagni.

Questo è un grido al mondo. Sono una persona, ho una famiglia, stanno violando tutti i miei diritti umani.

Mi dispiace molto per il dolore che sto causando alla mia famiglia con questa decisione, ma ci sono cause per le quali vale la pena morire.

Hasta la Victoria Siempre!”

Jorge Glas Espinel

traduzione di Ida Garberi

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L’esodo dall’Honduras mostra il fallimento del sistema criminale neoliberista made in USA

Lun, 22/10/2018 - 18:59

HondurasL’Honduras, un paese con poco più di 112 mila km2, occupato da tre basi militari statunitensi, con una popolazione di oltre 9 milioni di abitanti, di cui quasi il 70% si trova in una situazione di povertà, attira ancora una volta l’attenzione internazionale. Questa volta, per il drammatico esodo umano, le cui crude immagini annegano in lacrime persino gli angeli del cielo.

Questo Stato, che per oltre 180 anni di Repubblica, aveva cercato di far fronte e sopravvivere al permanente interventismo straniero e le sue conseguenze letali, con il colpo di stato del 2009 finì per crollare e diventare un evidente Stato fallito. E, con la rielezione fraudolenta e incostituzionale dell’attuale presidente Juan Orlando Hernández (2017), lo Stato fallito si è materializzato in uno Stato narco-criminale.

Nel 2009, il 58% degli honduregni si trovava in una situazione di povertà. Una realtà che ha provato a contrastare il deposto presidente Manuel Zelaya, ma fu destituito attraverso un colpo di Stato promosso dal governo degli Stati Uniti. Così, le politiche suicide neoliberali sono state ripristinate nel paese.

Nel 2018, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, il 68% degli honduregni si trova in una situazione di povertà. Più di tre milioni di honduregni mangiano a malapena una volta al giorno. Nel frattempo, in questa decade, uomini d’affari stranieri in Honduras, come il defunto Facussé, si sono trasformati negli uomini più ricchi della regione.

Per fronteggiare il colpo di Stato, le cui conseguenze vengono ora avvertite nel paese centroamericano, la popolazione si è organizzata nel Fronte Nazionale di Resistenza Popolare (FNRP).
Ma, come in ogni dittatura, questo movimento sociale per i diritti umani è stato disarticolato e molti dei suoi attori sono stati uccisi.

Il governo americano, l’OSA e la comunità internazionale hanno approvato con il loro silenzio l’azione criminale. E, ora, il paese è praticamente ingovernabile. Senza Stato di Diritto, senza speranza di vita né opportunità di lavoro. Frantumato, annega nel sangue. L’Honduras, dal 2009, è uno dei paesi più violenti del mondo.

Juan Orlando Hernández, nel 2014, arrivò al governo predicando la Bibbia e distribuendo benedizioni al popolo credente e pentecostale dell’Honduras. Una volta al potere, di fronte alla sua impopolarità sociale, si mantenne al governo facendosi scudo con un discorso biblico teologico e protetto dal governo nordamericano.

Ma, la carestia in Honduras è così forte, e la morte violenta rende praticamente ogni istante della vita un atto di fede, che gli honduregni impoveriti per istinto di sopravvivenza intraprendono un esodo quasi apocalittico verso il promesso paradiso terrestre fallace del Nord, per unirsi ai circa 1,2 milioni di honduregni espulsi.

La migrazione è un diritto, non un crimine. Il problema è il saccheggio coloniale permanente di cui soffre l’Honduras. Il calvario dell’esodo honduregno, mostra il fallimento del sistema criminale neoliberista made in USA. Ed è una campana per Colombia, Perù, Guatemala, Argentina o Brasile, i cui governi servili continuano a sfruttare i loro popoli seguendo il copione neoliberista yankee.

di Itzamná Ollantay – TeleSur

Traduzione de l’AntiDiplomatico

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Brasile, imprese vicine a Bolsonaro finanziano la diffusione di fake news su WhatsApp contro il PT

Sab, 20/10/2018 - 04:22

BolsonarofackDietro l’inaspettato exploit del fascio-liberista Jair Bolsonaro vi sarebbe anche una ben studiata campagna propagandistica. Ovviamente basata sulle fake news contro Haddad, Manuela D’Avila (candidata alla vicepresidenza), Lula, e il PT.

Dopo il caso delle 35 fake news contro i candidati della sinistra veicolate ad arte da Bolsonaro, stoppate dal Tribunale elettorale del Brasile, adesso emerge una campagna orchestrata tramite il servizio di messaggeria WhatsApp.

Diverse aziende sostenitrici della candidatura del novello Pinochet brasiliano del Partido Social Liberal (PSL), hanno finanziato l’acquisto di un servizio WhatsApp chiamato Massively necessario per inviare una massa di messaggi contro il Partito dei Lavoratori (PT), la formazione politica che sostiene Fernando Haddad nella corsa per la presidenza del paese sudamericano.

La fornitura di questo tipo di servizi, necessari per costruire una campagna diffamatoria, è illegale in conformità con la legislazione elettorale brasiliana perché è considerato un finanziamento non dichiarato. Il regolamento elettorale del paese sudamericano è chiaro e proibisce qualsiasi sponsorizzazione delle campagne elettorali da parte delle aziende, evidenzia l’emittente teleSUR.

Il piano diffamatorio viene poi concretizzato attraverso l’acquisto di database da agenzie di strategia digitale, operazione anch’essa espressamente vietata dal codice elettorale brasiliano.

I media brasiliani hanno reso noto l’identità delle aziende coinvolte nell’operazione diffamatoria contro Haddad e il PT: si tratta dei grandi magazzini Havan, Quickmobile, Yacows, Croc Services e SMS Market.

I contratti stipulati da queste aziende raggiungono 12 milioni di reales, circa 3,2 milioni di dollari.

da L’AntiDiplomatico

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Carlos Acosta è insignito dalla Reale Accademia della Danza del Regno Unito

Gio, 18/10/2018 - 04:20

Carlos-AcostaIl ballerino cubano Carlos Acosta è stato insignito nella notte del lunedì 15 ottobre col Queen Elizabeth II Coronation Award che concede la Reale Accademia della Danza del Regno Unito, in una cerimonia speciale realizzata nel Palazzo Spencer, una delle più splendide residenze britanniche del secolo XVIII.  

Il premio, è stato consegnato in riconoscimento alla posizione di Acosta come una delle figure più influenti nella danza attuale, per essere fonte di ispirazione per i ballerini di tutto il mondo e per, attraverso il suo lavoro e gestione, aiutare i giovani ad avere accesso alla danza.

Dopo aver ricevuto il premio, Carlos Acosta ha detto: “Grazie alla Reale Accademia della Danza per questo meraviglioso premio. L’ho ricevuto a nome di tutti quelli che mi hanno aiutato durante il mio viaggio.”

Quando hanno annunciato che l’onorificenza sarebbe stata consegnata ad Acosta, Luke Rittner, direttore esecutivo della Reale Accademia ha dichiarato: “La carriera di Carlos Acosta, sia come ballerino o coreografo o direttore artistico, spiega realmente il perché di questo premio proprio a lui. Come vincitore di questa onorificenza, Carlos Acosta occuperà il suo posto in un’abbagliante lista di famosi interpreti, direttori, coreografi e professori. La Reale Accademia della Danza e Carlos Acosta condividono un obiettivo comune: inspirare e nutrire giovani ballerini di tutto il mondo e rendere la danza il più accessibile possibile. La decisione di onorare Carlos Acosta con la nostra distinzione più prestigiosa è stata unanime.”

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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“La storia mi assolverà”, di Fidel Castro, una vera sinfonia politica

Mer, 17/10/2018 - 02:04

meabsolvera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Normalmente si dice che ci sono testi, libri o discorsi che sono artefici della storia. La metafora è espressiva ma, contemporaneamente, ingannevole. In primo luogo, perché fa giustizia alla straordinaria importanza che uno scritto può acquisire eccezionalmente nello scatenamento di grandi processi storici. Ma anche ingannevole perché nella sua formulazione iniziale nasconde un fatto decisivo: sono gli uomini e le donne che realmente fanno la storia. Non sono stati i libri, od i libelli, bensì l’articolazione tra questi e le lotte dei popoli che hanno mosso la storia. “La storia mi assolverà” appartiene a questo stesso genere illustre. Si tratta di un allegato straordinario, un testo impressionante, senza dubbio uno dei più importanti della storia latinoamericana, tanto per il suo contenuto come per le condizioni in cui è stato scritto”.  

Così ha scritto cinque anni fa Atilio Boron, quando si sono realizzati 60 anni da quando Fidel Castro ha pronunciato il suo storico allegato nel giudizio per le azioni dell’Assalto alla Caserma Moncada. Cubadebate lo ricorda oggi in questa data significativa, 65 anni dopo.

traduzione di Ida Garberi

Scarica in PDF La historia me absolverá

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