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Aggiornato: 1 ora 37 min fa

Studenti della Florida responsabilizzano i legislatori della violenza armata

Mar, 20/02/2018 - 02:57

estduiantes-contyra-armas-580x330Gli studenti che sono sopravvissuti agli spari della settimana scorsa in una scuola media della Florida domenica hanno promesso di rendere responsabili i politici che accettano denaro dalla National Rifle Association (NRA), ed hanno deciso di fare una manifestazione di protesta il mese prossimo.

“Il mio messaggio per le persone nel potere è che o sono con noi o contro di noi. Stiamo perdendo le nostre vite mentre gli adulti giocano”, ha detto Cameron Kasky, uno studente che è sopravvissuto alla sparatoria, nel programma “State of the Union” della CNN.

“Qui non si tratta dei repubblicani, non si tratta dei democratici, si tratta del fatto che vogliamo creare una marca di vergogna per i politici che accettano denaro dell’ANR e ci utilizzano come garanzia”, ha aggiunto.

Nikolas Cruz, di 19 anni, affronta 17 accuse di omicidio premeditato dopo che ha aperto il fuoco mercoledì contro la scuola media Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida, ammazzando 17 e ferendo molti altri studenti.

Nei giorni posteriori all’attacco, gli studenti e le autorità scolastiche hanno chiesto azioni per frenare la violenza armata.

Gli studenti hanno detto domenica che stanno organizzando un incontro chiamato “Manifestazione per le nostre vite”, programmata per il 24 marzo. Si organizzano anche scioperi in tutto il paese il 14 marzo ed il 20 aprile.

Kasky ha detto che dato che alcuni argomentano che non è corretto parlare delle leggi delle armi dopo la sparatoria, questo starà il punto centrale durante l’incontro del prossimo mese. Studenti di tutto il paese sono invitati a partecipare.

Emma Gonzalez, che sabato ha fatto un’appassionata richiesta pubblica di nuove restrizioni sulle armi, ha affermato domenica che ha fiducia in che finalmente gli studenti potrebbero ottenere il cambiamento

“Affrontiamo questo con inquietudine e determinazione ed abbiamo un sistema di appoggio incredibile intorno a noi e faremo la differenza”, ha concluso.

Con informazioni di The Hill- da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

L’autore intellettuale

Sab, 17/02/2018 - 02:05

moncada-martiEra il 21 settembre 1953 nella Sala del Plenum dell’Udienza di Santiago di Cuba. Il recinto era pieno di pubblico, oltre agli accusati per l’assalto alla Caserma Moncada, che avevano partecipato e tutte le persone che sono state accusate del fatto, includendo quasi tutti i dirigenti politici dei partiti dell’opposizione contro Batista e contro il golpe di Stato.

C’erano anche i familiari degli assalitori e centinaia di soldati con baionette agganciate, seduti agli estremi di ogni panchetta di quella sala rettangolare; impiegati del Palazzo di Giustizia, i più colti di differenti aule del tribunale di Santiago di Cuba, e 25 giornalisti, i cui organi di stampa erano soggetti alla più stretta censura. In realtà non potevano pubblicare nulla.

Il Tribunale aveva finito l’interrogatorio “al principale imputato”, il giovane avvocato Fidel Castro, e di seguito il presidente della Sala ha invitato gli avvocati, che rappresentavano i politici accusati, nella loro maggioranza appartenenti al Partito Rivoluzionario Cubano (Autentico), dell’abbattuto presidente costituzionale Carlos Prio Socarras.

Un prestanome di Prio, il dottore Ramiro Arango Alsina, ha chiesto la parola. Era accusato, e non era vero, di avere consegnato al dottore Fidel Castro un milione di dollari per suffragare il Movimento che ha assaltato la Caserma Moncada e di essere, pertanto, l’autore intellettuale dei fatti del 26 luglio 1953.

Concessa la parola al dottore Arango Alsina, lui ha chiesto a Fidel:

–Appartengo a questo movimento?

–No –ha risposto l’accusato Fidel Castro.

–Allora non sono stato l’autore intellettuale di questa Rivoluzione? –ha insistito Arango Alsina.

–Nessuno deve preoccuparsi perché l’accusino di essere autore intellettuale della Rivoluzione, perché l’unico autore intellettuale dell’assalto alla Caserma Moncada è Josè Martì, l’Apostolo della nostra indipendenza –ha sottolineato enfatico Fidel.

Le parole sorpresero tutti, alcuni dei suoi compagni hanno esteriorizzato la loro emozione con applausi che il Tribunale ha criticato, minacciando che non doveva ripetersi.

Settimane dopo, nella sua autodifesa nella sala dell’Ospedale Civile, Fidel ha confermato quanto aveva esposto in precedenza.

di Marta Rojas, da Granma

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Annunciano il X Congresso Internazionale di Chirurgia Italia-Cuba

Ven, 16/02/2018 - 01:29

congresoIl X Congresso Internazionale di Chirurgia Italia-Cuba che si realizzerà a L’Avana, dal 30 aprile al 3 maggio di quest’anno, è stato annunciato ufficialmente presso l’Ambasciata cubana a Roma.

Alla presenza dell’Ambasciatore José Carlos Rodríguez Ruiz e di più di 50 chirurghi di tutta l’Italia, il professore Pasquale Berloco, direttore di Chirurgia Generale e Trapianti d’Organo del Policlinico Umberto I, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ha sottolineato lo sviluppo raggiunto nelle relazioni di collaborazione tra i chirurghi di Cuba e d’Italia, che ha permesso uno scambio accademico e scientifico-tecnico molto vantaggioso per le due parti, dato l’alto livello professionale degli oltre cinquecento chirurghi che durante questi anni hanno fatto parte di questo progetto congiunto.

Il Ministro Consigliere dell’Ambasciata cubana, Jorge Luis Alfonzo Ramos, da parte sua, presentando l’incontro e dando il benvenuto a tutti i presenti, ha sottolineato le opportunità che il congresso offre per il reciproco scambio di esperienze nel campo della chirurgia, tanto attraverso i fruttuosi scambi teorici, che mediante gli interventi chirurgici congiunti che in modo crescente fanno parte del programma del congresso.

Si tratta, ha sottolineato Alfonzo Ramos, di un prezioso esempio di cooperazione scientifico-tecnica tra specialisti italiani e cubani dedicati alla chirurgia generale e ad altre specialità della chirurgia, e di un prezioso contributo allo sviluppo dei legami in generale tra i due paesi.

In questa occasione, l’evento avrà come tema centrale “Dalla Chirurgia Conservativa alla Chirurgia Ricostruttiva” che secondo gli organizzatori favorirà un’ampia partecipazione di delegati, con lavori scientifici di grande qualità, come nelle precedenti edizioni. Tratterà anche dell’applicazione delle nuove tendenze e tecnologie nella chirurgia.
Tre importanti istituzioni mediche della capitale cubana, il CIMEQ -Centro de Investigaciones Médico-Quirúrgicas (Centro di Ricerche Medico-Chirurgiche), la Clinica internazionale “Cira García” e l’Ospedale Clinico-Chirurgico “Hermanos Ameijeiras”, saranno sede degli interventi chirurgici che verranno effettuati da realizzeranno da équipe composte da chirurghi italiani e cubani e dei dibattiti e relazioni scientifiche.

Il Congresso conta sul patrocinio dell’Università di Roma “La Sapienza”, dell’Università di Scienze Mediche di La Habana, dell’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS/OMS), dell’Associazione dei Chirurghi Italiani, della Società Cubana di Chirurgia, della Società Italiana di Chirurgia, della Società Italiana per il trapianto d’Organi, della Società Latinoamericana di Trapianti di Organi, della Fondazione AILA e l’Ambasciata d’Italia a L’Avana.

dalla pagina del Min Rex cubano

traduzione: Redazione di El Moncada

Categorie: News

Miguel Diaz-Canel ha ricevuto il dirigente palestinese Sabri Saidam

Mer, 14/02/2018 - 22:45

diaz-canel-recibio-a-dirigente-palestinoMiguel Diaz-Canel Bermudez, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito e primo vicepresidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri, ha ricevuto in ore della notte di questo martedì al Sig. Sabri Saidam, membro del Comitato Centrale del movimento Al Fatah, e ministro di Educazione ed Educazione Superiore dello Stato della Palestina, che si trova nell’isola come Inviato Speciale e portatore di un messaggio del Presidente dello Stato della Palestina, Mahmud Abbas, diretto al Presidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri, Raul Castro Ruz.

Durante il fraterno incontro, il dirigente cubano ha confermato l’appoggio invariabile di Cuba al diritto inalienabile del popolo palestinese a costituire il suo Stato, con le sue frontiere nei limiti previ al 1967, e con capitale Gerusalemme Orientale.

Inoltre, ha confermato “il nostro rifiuto alla decisione unilaterale del Governo degli USA di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele”. Saidam, che partecipa inoltre nel Congresso Università 2018 che si celebra in questa capitale, ha ringraziato per lo storico appoggio di Cuba alla causa del popolo palestinese ed espresse la volontà di consolidare le relazioni di amicizia e cooperazione.

L’ambasciatore dello Stato della Palestina, Sig. Akram Mohammad Rashid Samhan, ha accompagnato il visitante.

Per la parte cubana hanno partecipato il membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito e ministro di Relazioni Estere, Bruno Rodriguez Parrilla, ed il direttore di Africa del Nord e Medio Oriente della Cancelleria, Hector Igarza Cabrera.

testo e foto di Granma

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Che ruolo svolge il giornalismo nella costruzione di una credibile egemonia dell’ideologia rivoluzionaria?

Mar, 13/02/2018 - 02:09

visualgiornalismoChe cosa è più importante in una società moderna ed interconnessa: la prevalenza di un ampio sistema di proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione o la fiducia dei loro destinatari? Il tipo di proprietà dei mass media garantisce da sola la credibilità tanto disputata? Queste, come altre, sono tra le domande che dobbiamo farci nella Cuba che ha iniziato il cammino verso l’aggiornamento del suo modello di socialismo.

O forse, il quesito, dovrebbe formularsi diversamente: Il monopolio della proprietà pubblica dei mezzi di comunicazione, garantisce quello della credibilità, quello delle influenze, quello dell’autorità?

Il grado di esposizione pubblica e di informazione esistenti attualmente richiedono che il discorso, per essere effettivo, sia legittimato davanti all’opinione pubblica.

Il Dottore in Scienze della Comunicazione Julio Garcia Luis sosteneva che, naturalmente, ci sono monopoli sul discorso mediatico, grandi monopoli, parte di una tirannia grottesca, a livelli differenti, cioè locali, regionali, mondiale; ma questi sussistono per la loro apparente porosità, per la loro capacità di mimetizzarsi, per la loro falsa indipendenza dal potere reale. La cosa difficile, al contrario, oggi sarebbe un monopolio di pretese ermetiche come quelli che abbiamo già conosciuto.

Aggregava che l’ideologia, realizzata o no per mezzo del discorso, è quella che permette percepire il mondo —con vetri deformanti o con nitidezza—; è quella che permette di organizzare il potere e l’esercizio dell’egemonia, e è quella che dà la capacità di controllo sui fattori della società.

Nel caso cubano, affermava, questo controllo non può sostentarsi nell’inganno, nella manipolazione dei simboli, bensì nell’adeguata informazione, interpretazione, persuasione e convinzione della gran maggioranza protagonista, in definitiva, cioè del pubblico.

Le reti sociali, il giornalismo cittadino, tra gli altri fenomeni, stanno cambiando radicalmente le forme tradizionali delle quali si accontentava la chiamata opinione pubblica ed i consensi.

Perciò dobbiamo farci delle altre domande: come si costruiscono i consensi nella società dell’informazione nella quale c’addentriamo inesorabilmente?, che ruolo svolge il giornalismo nella costruzione di un’autenticazione e credibile egemonia dell’ideologia rivoluzionaria? Come possono appropriarsi i sistemi di comunicazione dei nuovi strumenti per avanzare verso forme più democratiche e partecipative? Come garantire maggiore autorità ed ascendenza davanti ai diversi pubblici, che tendono ad atomizzarsi?

La cosa certa è che il sistema di comunicazione pubblico di Cuba è stato sfidato a riproporsi la sua autorità davanti ai diversi pubblici, in base all’unica cosa che la garantisce: la credibilità; qualcosa che è solamente possibile non solo con un cambiamento nel modello di stampa, bensì di tutto il modello di comunicazione della società, e con una concezione davvero rivoluzionaria, che ubichi la stampa come parte delle forme di controllo popolare.

Le indagini degli ultimi anni dimostrano che questa debolezza strutturale ha dimensioni diverse, e pertanto di quello che si tratta nella nuova congiuntura è di porsi un cambiamento strutturale, come è rimasto stipulato nell’ultimo congresso dell’Unione dei Giornalisti e nei successivi incontri professionali e politici.

Per superare queste tendenze abbiamo, oltre a professionisti qualificati, la forza di una tradizione giornalistica e rivoluzionaria sedimentata dalla più profonda vocazione di servizio, ereditata dai fondatori della nazione, tra loro il padre Felix Varela, che ha detto, abbordando la funzione e la portata del giornalismo: “Io rinuncio al piacere di essere applaudito per la soddisfazione di essere utile alla patria”. Il suo geniale e fedele seguace Josè Martì considerava che la stampa doveva essere il cane da guardia della casa patria: “Deve disubbidire agli appetiti del bene personale, e servire imparzialmente il bene pubblico.”

Questo lascito dovrebbe anche servire per quelli abituati all’apologia, ai silenzi ed alle distorsioni, che non sono mai mancati nel cammino complesso della costruzione del socialismo.

Ci sono ragioni basilari per considerare inviabile il fatto di continuare con il modello di giornalismo di dipendenza istituzionale e di riaffermazione, che come regola è prevalso fino ad oggi, e dobbiamo crescere verso un altro, che sia di discussione tra le migliori idee rivoluzionarie.

Il giornalismo verticalizzato e di riaffermazione, sebbene ha permesso di forgiare i grandi consensi che aveva bisogno il paese di fronte all’aggressività dei governi nordamericani, ed a strutturare un modello di società per alcune condizioni storiche molto concreta, ha distorto le funzioni di contrappeso ed equilibrio dei mezzi di comunicazione, come è accaduto, allo stesso modo, nelle altre strutture di discussione democratica del paese.

Questo succede quando la Rivoluzione aggiorna il suo modello economico, come primo passo verso trasformazioni graduali, sulle quali, come già facciamo —non senza difficoltà ed incomprensioni—, ci corrisponde la responsabilità storica di aiutare a creare i necessari consensi politici e la vigilanza professionale, per evitare che si distorcano le sue capacità.

Non possiamo ignorare che la Rivoluzione sta per addentrarsi nella sua più dura prova del fuoco: il cambio dalla generazione storica, mentre i mezzi cubani stanno cedendo gradualmente ed inesorabilmente, il monopolio delle influenze, come risultato dell’auge delle nuove tecnologie.

In questa riorganizzazione la stampa pubblica cubana deve avere la strada aperta per appoggiare il dibattito civico ed il contraccolpo rivoluzionario.

di Ricardo Ronquillo, vice direttore di Juventud Rebelde, da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Forza operativa in Internet Contro Cuba: gli stessi di sempre con obiettivi uguali

Sab, 10/02/2018 - 02:11

internet-cuba-580x293Benché il Dipartimento di Stato cerchi di camuffare la sua nuova Forza Operativa in Internet contro Cuba come un progetto filantropico per migliorare l’accesso alla rete delle reti nella Maggiore delle Antille, l’elenco dei partecipanti alla prima riunione, questo mercoledì, rivela le sue vere intenzioni.

Secondo le informazioni ufficiali rilasciate dopo l’incontro a Washington, sono presenti in detta Forza Operativa l’Office of Cuba Broadcasting (OCB), l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e Freedom House, tra le altre organizzazioni ed attori “non governativi”, che saranno coordinati dal Segretario aggiunto ad interim per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, John S. Creamer.

L’OCB è l’ombrello di Radio e TV Martí due reliquie della Guerra Fredda progettate per emettere propaganda nemica ed eseguire operazioni psicologiche contro Cuba. Milioni di dollari dei contribuenti nordamericani sono stati sprecati in falliti progetti di questa organizzazione, soggetta a diverse verifiche per scandali di corruzione e appropriazione indebita di fondi.

L’USAID, da parte su, è il braccio pubblico della CIA e finanziatore di progetti sovversivi contro Cuba come ZunZuneo e Commotion, la cui rivelazione da parte della stampa fu un imbarazzo per le autorità USA per la loro inefficacia e violazione delle leggi internazionali.

Molte altre iniziative, per minare l’integrità dello Stato cubano, hanno fatto affidamento sulla consulenza e formazione di Freedom House, un think tank con sede a Washington che non nasconde troppo i suoi legami con i servizi di intelligence USA.

Con i soldi di Freedom House, attraverso il mercenario Frank Calzon, fu in parte negoziata la liberazione del terrorista Luis Posada Carriles, arrestato a Panama per un tentativo di assassinio, nel 2000, contro Fidel e graziato, scandalosamente, nel 2004, dall’ex presidente Mireya Moscoso.

La riunione di questo mercoledì, la prima della Task Force, si è tenuta in una piccola sala conferenze al piano seminterrato del Dipartimento di Stato, secondo l’agenzia AP.

“Durante l’incontro inaugurale, il gruppo di lavoro ha accettato di formare due sottocommissioni, una dedicata allo studio del ruolo dei media e della libertà di informazione a Cuba, e l’altro focalizzato sull’accesso ad Internet a Cuba” riferisce il comunicato del Dipartimento di Stato.

Aggiunge che questi “sub-comitati” forniranno un “rapporto preliminare con raccomandazioni entro sei mesi” e si riuniranno, nuovamente, nel prossimo ottobre per preparare un testo definitivo con suggerimenti per il presidente Donald Trump ed il segretario di Stato, RexTillerson.

Se teniamo conto della storia di coloro che costituiscono la nuova Forza USA contro Cuba in Internet, non ci si può aspettare nulla di buono.

di Sergio Alejandro Gómez, da Granma Internacional

traduzione di Francesco Monterisi

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Russia contro l’ingerenza di Tillerson in America latina

Ven, 09/02/2018 - 02:43

1Tillerson-LatinoameriaRussia ha reiterato il suo rifiuto alle dichiarazioni interventiste del segretario nordamericano di Stato, Rex Tillerson, su Venezuela e sui processi in America Latina, e non ha neanche accettato le critiche sul fatto di vendere armi a questi paesi.

Russia biasima, inoltre, gli appelli di Tillerson per includere i militari nella soluzione dei temi politici in America latina, ha sottolineato la portavoce della cancelleria, Maria Zajarova.

Ad una domanda di Prensa Latina, sul tema di Tillerson in America Latina, Zajarova ha affermato che Russia osserva come “sotto il principio della difesa della democrazia o la democratizzazione, si nascondono ben altri propositi”.

Invece di cercare un miglioramento, piuttosto vuole far peggiorare la situazione nel paese, ha considerato la portavoce.

La soluzione dei problemi interni venezuelani deve essere legata ai procedimenti legali e costituzionali vigenti, senza la minima ingerenza straniera, e la forma più trasparente è farlo mediante l’esercizio elettorale nelle urne, ha enfatizzato.

Russia si complimenta per l’accordo raggiunto a Santo Domingo tra il governo e l’opposizione, benché solo il governo abbia accettato di firmarlo, mentre l’opposizione ha deciso di prendersi il suo tempo, ha commentato la portavoce.

Noi, ha ripetuto, in ogni momento reiteriamo la necessità di un dialogo nazionale nel paese sud-americano e consideriamo la possibilità di raggiungere una soluzione della controversia solo mediante la partecipazione degli stessi venezuelani nella determinazione del loro futuro.

Inoltre, Mosca si congratula per la definizione del 22 aprile come giorno per le elezioni presidenziali, benché tale decisione sembri non convenire ad alcune nazioni della regione, che continuano a non accettare tale processo elettorale e persistono nel realizzare provocazioni, ha segnalato.

Sui commenti di Tillerson rispetto alla vendita di armamenti russi a paesi che ha qualificato come “non amici” degli Stati Uniti in America Latina e le supposte conseguenze negative di tutto ciò, la portavoce ha enumerato una lunga lista di argomenti contrari.

Zajarova ha ricordato che gli Stati Uniti praticano un’ingerenza diretta nei temi interni dell’Asia Centrale, vicina alla Russia, compreso il caso del Kirghizistan, dove ha mantenuto per molto tempo una base aerea chiusa all’accesso di questo paese e da dove appoggiava l’opposizione interna.

In Europa, ha ricordato la portavoce, Washington mantiene un totale di 65 mila militari, centinaia di carri armati e di bombe atomiche, mentre situa laboratori biomedici militari, con specialisti nordamericani, vicino alla frontiera di questo paese. Inoltre ha menzionato che in Giappone si trovano 60 mila militari statunitensi e 30 mila in Corea del Sud, allo stesso modo che Washington applica un sistema antimissili nella zona asiatica, complemento di quello attivato dal Pentagono nei paesi europei della Romania e della Polonia, ha denunciato la diplomatica.

Tutto ciò succede mentre Russia non ha nemmeno lontanamente qualcosa di simile ad una presenza bellica, vicino alla frontiera degli Stati Uniti, ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Imprenditori brasiliani interessati a vendere alimenti al Venezuela ed accettare il “petro” come forma di pagamento

Gio, 08/02/2018 - 02:50

petro_bandera_brazoPaesi come Polonia, Danimarca, Honduras, Norvegia, Vietnam e nazioni dell’Asia, hanno manifestato il desiderio di esportare a Venezuela titoli nell’area dell’alimentazione e nella medicina che saranno pagata “con ‘petro’ per l’ordine di 435 milioni di dollari americani.”  

Essendo questa criptomoneta la prima ad essere appoggiata da un governo e per 5.342 milioni di barili di grezzo del campo numero 1 del Blocco Ayacucho della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, il ministro ha indicato che con questa moneta Venezuela potrà resistere il blocco finanziario.

L’informazione la fece conoscere il ministro per il Commercio Estero ed Investimento Straniero, Josè Vielma Mora in un incontro con investitori stranieri.

“Oggi ho ricevuto un gruppo di aziende brasiliane che vogliono investire nel nostro paese 300 milioni di dollari americani, in una prima tappa di 100 milioni “, ha affermato.

Vielma Mora ha sottolineato che l’ente ministeriale conta con tre possibilità per fortificare e consolidare l’investimento straniero, ed in questo modo lavorare col settore privato del paese per così risolvere la situazione attuale.

“Noi dobbiamo prepararci, incominciare a produrre, unirci tra venezuelani, e stare al lato del settore privato che stanno accompagnandoci e ci hanno aiutati. Abbiamo un gruppo di aziende, di industrie che vogliono appoggiare il paese”, ha concluso.

da Aporrea

traduzione di Ida Garberi

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Commemorano natalizio dell’eroe cubano Camilo Cienfuegos

Mer, 07/02/2018 - 01:42
Camilo Cienfuegos

Camilo Cienfuegos

L’86º compleanno del combattente e rivoluzionario cubano Comandante Camilo Cienfuegos (1932-1959), conosciuto come el Señor de la Vanguardia, è stato ricordato oggi nel municipio di Yaguajay, nella provincia di Sancti Spiritus, che gli ha dato i natali.  

E’ stata seminata l’86º palma reale che risponde alla tradizione di piantare un esemplare di questa specie (albero nazionale) ogni compleanno dell’Eroe di Yaguajay.

Odalys Garcia, specialista del museo che fa parte del Complesso Storico Comandante Camilo Cienfuegos, ha affermato a Prensa Latina che “tutti i 6 febbraio si realizza la semina di una palma reale per mano di un compagno dell’Associazione dei Combattenti della Rivoluzione Cubana”.

Quindi si è svolto uno spettacolo culturale infantile de La Colmenita di Jarahueca e del progetto Avalancha, di Mayajigua, al quale hanno assistito studenti dei distinti insegnamenti del territorio, ha manifestato.

Infine ha segnalato che “conserviamo la collezione più ampia che esiste della vita ed opera del Comandante Camilo Cienfuegos”.

Il complesso storico si trova nella periferia di Yaguajay, di fronte all’antica caserma della dittatura di Fulgencio Batista, oggi ospedale municipale Joaquin Paneca.

Camilo è considerato uno dei pilastri fondamentali delle prodezze armate che hanno liberato la maggiore delle Antille e che hanno abbattuto la tirannia di Batista il 1º gennaio 1959.

La sua prodezza e slancio l’hanno trasformato in un uomo da leggenda, nell’eroe del cappello che ha portato con nobiltà, e con un eterno sorriso.

E’ stato incaricato di fermare il terrorista Hubert Matos, dopo il tentativo di insurrezione a Camagüey.

Al suo ritorno da questa provincia centro orientale verso L’Avana, il 28 ottobre 1959, l’aereo in cui viaggiava è scomparso e non è stato mai incontrato.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Correa sul referendum in Ecuador: “Non ha validità. E’ un colpo di stato e Moreno andrebbe perseguito politicamente e giuridicamente”

Mar, 06/02/2018 - 01:58

CorreaSecondo il presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Nubia Villacis, la vittoria del “Sì” nei sette quesiti referendari svoltisi domenica in Ecuador si attesta tra il 64 e il 75 percento. Lo riporta TeleSur

La partecipazione popolare ha visto un’astensione maggiore rispetto alle tornate precedenti. Ha votato circa il 75% degli aventi diritto.

Il voto è stato al centro di un’aspra disputa tra Moreno e l’ex presidente Rafael Correa, leader storico della Revolucion Ciudadana, motore della vittoria elettorale di Moreno e che ha guidato la campagna “No”.

Nonostante la sconfitta, Correa ha dichiarato che il voto ha mostrato che i suoi sostenitori mantengono un sostegno significativo. “Congratulazioni a tutti i nostri attivisti! Nessun movimento nella parte del si può ottenere il 36%. Raggiunto in un breve periodo di tempo e in una lotta così impari. La lotta continua. Non possiamo accettare di violare l’ordine costituzionale secondo lo stato di diritto. Sempre avanti alla vittoria! ”

Attraverso il referendum di ieri, si è istituito un limite di rielezione possibile, impedendo di fatto a Correa, ancora così popolare nel paese, di potersi candidare di nuovo come presidente.

Gli altri quesiti, inoltre, compromettono molti degli aspetti di controllo popolare e di partecipazione dei cittadini nel controllo delle cariche pubbliche. Uno dei cardini della Revolucion ciudadana.

La legge per la tassazione delle plusvalenze sulla proprietà, inoltre, verrà eliminata a vantaggio degli sviluppatori immobiliari e degli speculatori del territorio.

In una mossa che ha di fatto spaccato il suo partito Alianza Pais, Moreno ha annunciato il referendum – definito “consultazione popolare” – in ottobre, abbracciato da tutte le destre che avevano guidato il paese nella famigerata fase del paese sotto protettorato del Fondo Monetario Internazionale.

Il 29 novembre, sostenendo che la Corte ha superato i 20 giorni per presentare la sua sentenza – che alcuni esperti legali e avversari del concorso – Moreno ha bypassato la valutazione obbligatoria della Corte Costituzionale sulla costituzionalità delle domande per il referendum e ha emesso un decreto presidenziale che invita il Consiglio elettorale nazionale a fissare una data per il voto referendario.

Per tutte queste ragioni, nel commentare il voto referendario, Correa ha definito la mossa di sopprimire la rielezione indefinita come un ‘colpo di stato’.

In un’intervista a TeleSur, Correa ha definito “incostituzionale” la consultazione e ha sottolineato che Moreno dovrebbe essere perseguito “politicamente e penalmente” per il suo provvedimento. A suo parere, le domande contemplate non hanno avuto l’approvazione della Corte costituzionale e quindi non hanno alcuna validità.

“Sappia l’America Latina, perché il popolo ecuadoriano non lo sa, che nelle domande della consultazione popolare e del referendum, la seconda è retroattiva, e la terza è un colpo di stato”, ha detto a Telesur.

“Quando si tratta di una legge retroattiva come nella seconda domanda, nessun paese, nessuno stato di diritto può passare tale questione e quando si tratta di un colpo di stato come nella domanda tre, che mira ad accumulare tutti i poteri, durante un anno, nel presidente, uno stato di diritto non può permettere una domanda del genere”, ha precisato l’ex Presidente.

Correa, che ha governato l’Ecuador tra il 2007 e il 2017, afferma che Moreno, il suo vicepresidente tra il 2007 e il 2013, con questo referendum cerca di screditare il suo governo e squalificarlo. L’ex capo di stato accusa il suo successore nella presidenza, di “traditore” e di allearsi con l’opposizione per screditare la sua eredità.

Lenin Moreno, in un breve discorso televisivo subito dopo l’annuncio dei risultati da parte del CNE, ha dichiarato che “questa schiacciante vittoria per tutti noi dimostra che il futuro non sarà fermato”.

da L’AntiDiplomatico

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La favola geopolitica della “minaccia nucleare iraniana”

Sab, 03/02/2018 - 01:19

nucleaire_iranienImpressionati dalla verbosità poliglotta di Macron a Davos, i media francesi hanno accuratamente tenuto nascosto un fatto più importante: Donald Trump chiederà al Congresso 716 miliardi di dollari per il Pentagono in relazione al bilancio di esercizio  2019. Questo incremento del 7% rispetto al budget 2018 non servirà a rimpiazzare i Boutons de culotte (formaggi caprini, ndt). Stando a un documento confidenziale pubblicato dallo Huffington Post, il Pentagono considera la possibilità di una risposta atomica nel caso di “imponenti attacchi convenzionali”. Documento di orientamento strategico, il progetto di Nuclear Posture Review per il 2018 prevede dunque un ammodernamento dell’arsenale atomico, il cui costo viene valutato da un’agenzia federale, il Congressional Budget Office, in 1200 miliardi di dollari su 30 anni.  

Questo progetto di massiccio riarmo, però, non sembra emozionare le popolazioni, né appassionare gli osservatori. Ma c’è da dire che si è fatto di tutto perché l’albero nascondesse la foresta. Da quindici anni i dirigenti occidentali continuano ad agitare lo spauracchio della “minaccia nucleare iraniana”. Questa favola geopolitica viene distillata dai media dominanti nei loro articoli, come fosse evidente che un paese senza la bomba sia più pericoloso di un paese che l’ha già utilizzata, e che intende potenziare il mostruoso arsenale di cui già dispone. Per far digerire frottole di questo tipo, la propaganda ripete allora una idea semplice: “il programma nucleare iraniano minaccia il trattato di non proliferazione nucleare”. E’ curioso però che nessuno si sia mai preoccupato di rispondere: “Se ci tenete tanto a questo trattato, perché non cominciate ad applicarlo voi?”

Le potenze occidentali, infatti, non hanno mai fatto il minimo tentativo per convincere Israele, l’India e il Pakistan ad aderire al TNP. Rifiutando di aderire al trattato, questi tre paesi hanno costituito un arsenale fuori legge. Sottrarsi ad ogni controllo è qualcosa che dovrebbe quanto meno suscitare più preoccupazioni di una bomba iraniana che non esiste. E non è tutto. Il trattato prevede anche un disarmo nucleare che i cinque Stati “legalmente” dotati di armi atomiche (USA, Francia, Regno Unito, Cina, Russia) hanno superbamente ignorato. All’origine di questo fallimento, la denuncia da parte degli Stati Uniti del Trattato Start II con Mosca, con l’istallazione di uno scudo antimissile in Europa. Peggio ancora, gli Stati Uniti hanno continuato a sviluppare un arsenale la cui finalità di “uso preventivo” è affermata dalla Nuclear Posture Review del 2002. Consentendo l’utilizzo di armi nucleari di primo attacco, questa revisione dottrinale ha aperto un fantastico vaso di Pandora.

A voler credere alla propaganda abituale, il mondo civilizzato deve tenersi pronto a rispondere all’attacco devastante dei mullah iraniani, questi “folli di dio” col turbante, decisi a provocare l’apocalisse. Ma la realtà è lontana anni luce da questo delirio ideologico. Infatti l’establishment statunitense non ha ancora superato il trauma della rivoluzione iraniana, carica di umiliazione simbolica (gli ostaggi di Teheran) e di fallimento geopolitico (la caduta dello Scià). Pezzo su pezzo, Washington ha quindi costruito una demonologia nella quale la Repubblica islamica viene presentata come una dittatura malefica, il cui comportamento erratico farà pesare sul pianeta un pericolo mortale. Frottole alla grande, evidentemente, la cui unica funzione è quella di ostacolare lo sviluppo di una grande nazione disobbediente all’ordine imperiale.

I fatti parlano da soli. Accusato di volerla fabbricare, l’Iran non detiene l’arma nucleare. Sono gli Stati Uniti ad essere la prima potenza nucleare, e sono i soli ad averne fatto uso. Unico Sato del Medio Oriente a possedere la bomba (più di 400 testate nucleari), Israele gode da parte sua di un privilegio che non intende perdere: ha il diritto di detenere l’arma suprema a condizione di non vantarsene. Con la complicità dell’Occidente, l’ambiguità israeliana raggiunge un duplice obiettivo. Produce un effetto dissuasivo perché la bomba esiste, senza suscitare reazioni internazionali perché resta inteso che non esiste. Questo incredibile regime di favore trasforma la questione nucleare in una storia contorta: una bomba puramente virtuale dovrebbe darci i sudori freddi (Iran), mentre un arsenale colossale ma ufficialmente inesistente non dovrebbe suscitare alcuna inquietudine (Israele).

Sottratto ad ogni controllo internazionale, il programma nucleare sionista beneficia fin dalle origini di una impunità totale. Gli Occidentali stigmatizzano il rischio di proliferazione, ma la storia della bomba israeliana dimostra che essi ne sono direttamente responsabili. Ben Gourion ha avviato il programma nucleare sionista fin dagli inizi degli anni 1950, e la Francia gli è immediatamente corsa in soccorso. Un accordo segreto col socialista Guy Mollet, nel 1956, ha permesso allo Stato ebraico di acquisire dimestichezza con la tecnologia nucleare, e la centrale di Dimona è stata costruita con l’aiuto di tecnici francesi. Uniti nella lotta contro il nazionalismo arabo, la Francia e Israele hanno suggellato un patto, del quale la sciagurata spedizione di Suez fu il principale fatto d’armi.

Prendendo il testimone dell’alleanza francese alla fine degli anni 1960, gli Stati Uniti non si sono mostrati da meno. Secondo l’accordo concluso tra Lyndon Johnson e Golda Meir, nessuna pressione deve farsi su Israele per costringerla ad aderire al trattato di non proliferazione. In cambio Israele mantiene una posizione ambigua sulla realtà del suo arsenale nucleare. Deroga compiacente alla legge internazionale insomma, contro lo scrupoloso rispetto della legge del silenzio. Nell’attesa, gli Occidentali si accaniscono sull’Iran, attribuendogli un immaginario progetto militare, mentre intanto Tel Aviv moltiplica le minacce contro Teheran. La Repubblica Islamica, però, non ha mai aggredito i paesi vicini. Non altrettanto può dirsi di Israele, che ha bombardato l’Egitto, la Siria, il Libano, la Giordania, l’Iraq, la Tunisia, senza parlare dei territori palestinesi quotidianamente presi a bersaglio.

Diffondendo una cortina fumogena su questa realtà, la propaganda occidentale tratta il regime iraniano come fosse una “teocrazia fanatica”. Ma non è stato un mullah ad aver dichiarato che “il nostro Stato è l’unico in comunicazione con dio”. E’ stato invece Effi Eitam, ex-ministro israeliano e capo del partito nazional-religioso. Imbevuto di un orientalismo da quattro soldi, il discorso dominante descrive la Repubblica Islamica come un covo di fanatici appassionati di escatologia che sognerebbero di immolare Israele con la bomba atomica! Che peccato che i nemici giurati dell’Iran non ci abbiano gratificato di considerazioni altrettanto ispirate sulla bomba israeliana: eppure questa fa aleggiare una minaccia non puramente virtuale. Tra la pretesa sionista di “comunicare direttamente con dio” e l’ostinazione mistica di Tel Aviv a possedere l’arma suprema, si sarebbe potuto scoprire , anche qui, una singolare “escatologia”.

Altro paradosso non privo di gusto: l’Occidente accusa l’Iran di voler fabbricare la bomba, ma è stata la Repubblica Islamica a prendere l’iniziativa di interrompere il programma nucleare nel 1979. Incoraggiato dagli USA, lo Scià aveva firmato ricchi contratti con la Francia e la Germania per la costruzione di centrali nucleari. L’opposizione era contraria, considerando l’operazione onerosa per un paese ricco in idrocarburi, e il programma venne subito sospeso dal governo della Repubblica Islamica. C’è stato bisogno della sanguinosa guerra Iran-Iraq (1980-1988) perché le cose cambiassero. Solo di fronte all’aggressione irachena, il governo iraniano si è reso conto della sua debolezza davanti ad una coalizione che faceva blocco su Saddam Hussein. La partecipazione delle potenze occidentali, le forniture di armi chimiche all’Iraq, la distruzione in volo di un Airbus iraniano, gli hanno fatto prendere coscienza del pericolo.

E’ in questo contesto che i dirigenti iraniani hanno visto nel nucleare civile un atout tecnologico, un attributo della sovranità e una fonte di fierezza nazionale. Il possesso dell’arma nucleare, di per sé, è considerata cosa empia dalle autorità religiose, e nessun programma nucleare militare è stato ufficialmente avviato in Iran. I suoi accusatori hanno sempre preteso il contrario, ma senza fornire la minima prova. Il discorso ossessivo contro Teheran, in realtà, confonde deliberatamente due cose: la capacità tecnologica di produrre armi nucleari, e la decisione politica di produrre tali armi. Siccome questa capacità è stata raggiunta, si accusa Teheran di voler produrre la bomba. Ma questo ragionamento è palesemente perverso, perché invece di chiedere conto a chi la bomba ce l’ha, ci si accanisce contro uno Stato che non la vuole.

Inventata di sana pianta, la “minaccia nucleare iraniana” è un inganno che mira a neutralizzare un grande paese non allineato. Sovrano, non indebitato, tenacemente attaccato alla propria indipendenza, l’Iran ha potenzialità che spaventano i controllori dell’ordine imperiale. I dirigenti iraniani hanno firmato l’accordo del 2015 perché hanno più a cuore lo sviluppo del loro paese. Vogliono che siano revocate le sanzioni, per poter provvedere ai bisogni di una popolazione di 80 milioni di abitanti. L’accordo sul nucleare sottomette questo grande paese ad un regime di controllo internazionale senza precedenti, ma Teheran l’ha accettato. Accusando l’Iran di “sostenere il terrorismo”, Trump vuole interrompere questo processo di normalizzazione. Pressato dai mercanti di armi, lavora alla demonizzazione dell’Iran in modo grottesco. L’imperialismo non disarma mai e le menzogne continueranno. Ma l’Iran sa che il tempo gioca a suo favore, e saprà resistere alle provocazioni di una superpotenza in declino.

 

di Bruno Guigue – Oumma

da L’AntiDiplomatico

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E’ scomparso il compagno Fidel Castro Diaz–Balart

Ven, 02/02/2018 - 02:24

Diaz BalartIl Dottore in Scienze Fidel Angel Castro Diaz–Balart, che era curato da un gruppo di medici da vari mesi per uno stato depressivo profondo, ha attentato contro la sua vita nella mattina di oggi, 1º febbraio.  

Come parte del suo trattamento, inizialmente era stato ricoverato in ospedale e dopo veniva seguito in ambulatorio durante la sua nuova incorporazione sociale.

Al momento del suo decesso era Assessore Scientifico del Consiglio di Stato e Vicepresidente dell’Accademia di Scienze di Cuba.

Durante la sua attività professionale, dedicata interamente alle scienze, ottenne rilevanti riconoscimenti nazionali ed internazionali.

Il funerale sarà organizzato per decisione familiare.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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La nuova guerra giuridica in America Latina

Ven, 02/02/2018 - 02:12

LulaLa condanna in seconda istanza di Lula da Silva è un ulteriore passo nel perseguimento per via giuridica dei leader progressisti che hanno guidato il processo di cambiamento nella regione di inizio secolo, trasformando la vita quotidiana di milioni di persone. Se facciamo un breve ripasso della regione, capiremo la gravità del quadro: colpo di stato in Honduras, nel 2009, seguito dalla successiva inabilitazione di Manuel Zelaya Rosales; colpo di stato in Paraguay, nel 2012 e, subito dopo, inabilitazione di Fernando Lugo.

Pertanto, la proscrizione (quale altra parola potrebbe meglio definire ciò che cerca il Potere Giuridico con Lula?) dello storico leader sindacale è parte della stessa trama. Nel caso del Brasile, si tratta del secondo passo dopo la destituzione di Dilma Rousseff: L’espulsione del PT dal Planalto ha bisogno di questa chiusura, che Lula ora spera di invertire – con poche speranze considerando quello che fin qui è successo – in tribunali superiori e nella stessa giustizia elettorale.

Negli ultimi mesi, il tentativo di restaurazione neoliberale in America Latina ha registrato: in Brasile, la condanna di Lula; in Argentina, Cristina Fernández de Kirchner processata e Carlos Zannini prigioniero; in Ecuador, Jorge Glas arrestato e Rafael Correa indagato; in Uruguay, Raúl Sendic allontanato dalla sua posizione. Si tratta di un gruppo di dirigenti, prima insultati in termini mediatici, la cui credibilità si è cercato di erodere prima di questa vera e propria “guerra giuridica”. Nel mezzo ci sono stati anche attacchi mediatici ad Evo Morales – in Bolivia si è giunti a dire che il presidente avesse un figlio illegittimo perché perdesse per la prima volta un’elezione – ed a José Mujica – un’autrice uruguaiana è giunta ad inventare che “tupabandas” presumibilmente finanziavano con rapine a mano armata il Movimento di Partecipazione Popolare di cui l’ex presidente è referente.

Il racconto non è casuale: mostra una vicinanza tra l’attacco a questi dirigenti popolari e la pianificazione che sembra provenire dall’esterno. Il caso del Cile è anche divenuto tristemente celebre: tre anni addietro iniziò una causa contro il figlio di Michelle Bachelet, Sebastián Dávalos, per reati fiscali, traffico di influenze e l’irregolare acquisto di terreni. Rimase aperta durante la campagna presidenziale e il primo e il secondo turno elettorale. Il conservatore Sebastián Piñera, che ha sconfitto Guillier, candidato di Bachelet, ha vinto con un’alta percentuale di astensioni. Cosa è successo all’inizio di quest’anno, già ad elezioni definite? Il proscioglimento definitivo di Dávalos, una volta che è stato certo che a La Moneda si insediava l’imprenditore conservatore.

Nella LawFare (guerra legale) latinoamericana ora non servono prove, ma solo indizi o impressioni. Quali parole risuonavano nel Tribunale Regionale Federale 4 di Porto Alegre? Watergate, Mensalao, Lava Jato, Petrobras. Perché hanno condannato Lula? Per un triplex (appartamento) che non è il suo. Quali parole sono state ascoltate nell’impeachment di Dilma? Venezuela, Forum di San Pablo, Lava Jato, Petrobras. Perché l’hanno sfrattata dal Planalto? Per le “pedalate” fiscali che hanno fatto tutti i governi contemporanei in Brasile, incluso quello di Fernando Henrique Cardoso.

Infine, sotto il velo della autodefinita “Nuova Destra” latinoamericana, con presunto pedigree democratico, si nasconde un furibondo assalto alle istituzioni in generale ed a diversi leader politici in particolare. Sotto il paradigma della lotta contro il “populismo” – che, bisogna dirlo, sono stati o sono governi popolari – si difende la vulnerazione degli aspetti  base repubblicani, in un tutto si può dove le vittime sono questi dirigenti che elenchiamo ma, soprattutto, la verità e la giustizia. Questa è, in breve, la nuova “guerra giuridica” che vive la nostra regione.

Fino a dove arriveranno?

di Juan Manuel Karg- Pagina 12

 

traduzione di Francesco Monterisi

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Trump si scaglia contro Cuba e Venezuela durante il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione

Gio, 01/02/2018 - 02:20

trump-discurso-estado-union-580x329Ancora più sanzioni contro le “dittature comuniste” di Cuba e del Venezuela è stata una delle esigenze che il presidente statunitense Donald Trump ha presentato al Congresso, dove martedì ha offerto il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione.  

“Il mio Governo ha imposto dure sanzioni alle dittature comuniste e socialiste di Cuba e del Venezuela “, ha affermato Trump, mentre sollecitava al Congresso degli Stati Uniti (USA) maggiori misure unilaterali contro i paesi latinoamericani.

Il repubblicano non menzionò nella sua richiesta altre nazioni della regione, tuttavia, ha insistito sulla necessità di costruire un muro alla frontiera degli USA col Messico, considerato come uno dei suoi “pilastri” nel suo programma di riforme migratorie.

Ha considerato che il muro previsto nella frontiera meridionale col Messico “chiude le lagune sfruttate dai criminali e terroristi per entrare” al suo paese.

Cina e Russia come nemici  

Il Dipartimento di Stato, sotto la gestione di Trump, ha riaffermato Cina e Russia come massimi rivali, malgrado entrambi i Governi patrocinino per relazioni di mutuo rispetto. Il martedì, il presidente nordamericano ha approfondito sul tema.

“Combattiamo nel mondo regimi paria, gruppi terroristici e rivali come Cina e Russia che sfidano i nostri interessi, la nostra economia ed i nostri valori”, ha sentenziato.

Nel suo discorso ha anche criticato Corea del Nord ed Iran, nazione islamica dove ci sono state decine di morti in proteste violente. “Quando il popolo dell’Iran si è alzato contro i crimini della sua dittatura corrotta, non sono rimasto silenzioso”, ha segnalato in una critica implicita alla cauta risposta del suo predecessore Barack Obama alle proteste del 2009.

Inoltre ha chiesto al Congresso che riveda “i difetti fondamentali nel terribile accordo” sulle armi nucleari con Iran, sottoscritto con Obama.

con informazioni di TeleSur

traduzione di Ida Garberi

foto: Reuters

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Maduro denuncia Colombia di bloccare Venezuela

Mer, 31/01/2018 - 02:11

MaduroSantosIl presidente Nicolas Maduro ha denunciato oggi che il suo collega colombiano, Juan Manuel Santos, mantiene un blocco economico, commerciale e finanziario contro Venezuela.

Davanti al consiglio dei Ministri, il mandatario ha segnalato che Santos elabora un piano, del quale aveva conoscimento l’oppositore Julio Borges, per evitare l’arrivo ai venezuelani dei prodotti che ricevono mediante i Comitati Locali di Fornitura e Produzione (CLAP).

Ha rivelato che da Bogotà è stato proibito il passaggio di una nave con materiali medici per pazienti con insufficienza renale ed ha sollecitato alla Forza Armata Nazionale Bolivariana di mantenersi allerta davanti alla possibilità della creazione da parte della Colombia di un falso positivo per giustificare un intervento straniero sul suolo venezuelano.

Ha assicurato che a dispetto del “blocco economico e la persecuzione finanziera”, il governo bolivariano ha approvato 12 milioni 385 mila euro per curare i pazienti con problemi renali.

Allo stesso modo, ha dato l’approvazione di più di sette milioni di euro per fortificare l’operatività dell’Ospedale Cardiologico Infantile Dr. Gilberto Rodriguez Ochoa.

Il capo dello Stato bolivariano ha annunciato, inoltre, che il 20 febbraio inizierà la prevendita della criptomoneta Petro, creata per affrontare il blocco finanziario internazionale imposto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea contro questa nazione.

Nell’occasione, ha firmato il libro bianco del Petro, nel quale si illustrano le caratteristiche, condizioni e funzionamento dello strumento creato dal suo governo contro la guerra economica ed ha ordinato accelerare l’inizio delle operazioni della criptomoneta.

Sul dialogo in Repubblica Dominicana, Maduro ha denunciato che gli Stati Uniti mantengono pressioni per sabotare il dialogo tra il suo governo e l’opposizione.

Nonostante, ha risaltato il lavoro della rappresentazione governativa nelle negoziazioni ed ha ringraziato anche la delegazione della destra per continuare nelle conversazioni per raggiungere un accordo per la pace e la stabilità del Venezuela.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Due uomini, lo stesso sogno

Mar, 30/01/2018 - 03:42

MartiFidelE il barbuto parlava davanti alla folla come se avesse l’Apostolo al suo fianco.  Accompagnandolo. Guidando il cammino. Perchè più della statua perpetuata nel marmo – questa che ai cubani fa fremere ogni fibra dell’anima, quello che c’era dietro il palco della piazza era la continuità di uno stesso pensiero, come se il discepolo e il Maestro si fossero messi d’accordo.
Gli uomini muoiono, almeno fisicamente, ma le idee restano e passano da una generazione all’altra, alimentando questa eredità storica. Ci possono essere altre coincidenze, altri nomi, ma quando si para di Martí e di Fidel è quasi impossibile non incontrare questo legame, il filo conduttore che evidenzia come la pratica martiana esercitò una grande influenza nella  formazione morale umana e rivoluzionaria del Comandante in Capo.

Anche nei suoi anni di studente, il leader storico della Rivoluzione cubana sostentò i suoi ideali e criteri di sovranità, appellandosi alle dottrine dell’Apostolo e in non poche occasioni ricordò quelle parole martiane che assicuravano che la libertà costava molto cara ed era necessario o rassegnarsi a vivere senza o decidersi a comprala al suo prezzo. Fu nella stessa università, come Fidel disse molte volte nei suoi discorsi, dove divenne rivoluzionario, perchè ed è anche lì che divenne martiano.

Ugualmente il Maestro smascherò nella sua epoca il riformismo e l’annessionismo come nemici dell’indipendenza di Cuba e proclamò l’inevitabilità della guerra contro il colonialismo spagnolo. Così  il Comandante giunse alla conclusione che restava un solo cammino per conquistare la libertà: quello della lotta armata, ricordava l’investigatore e storiografo cubano José Cantón Navarro, nel prologo del libro José Martí nelle idee di Fidel Castro, delle   autrici  Dolores Guerra López, Margarita Concepción Llano e Amparo Hernández Denis.

«Lo stesso Fidel spiegò questa coincidenza nel 1971 agli studenti dell’Università di Concepción, in Chile.

“Una profonda tradizione veniva da Martí. Quando parlava della guerra spiegava: «La guerra inevitabile, la guerra necessaria. Fu tutta una filosofia per giustificare perche e spiegare perchè nel nostro paese si sceglieva la forma estrema di lotta, dato che alla patria non restava altra alternativa per ottenere la libertà. La nostra Rivoluzione ha sempre seguito questa tecnica, questa predica e questo stile martiano».

«Così tutti i passi di Fidel sono presieduti dall’irrevocabile decisione martiana di combattere sino alla conquista della libertà o perdere la vita in combattimento. Questo è forse il primo legato di Martí alle generazioni che lo hanno seguito : quello della lotta  a morte contro l’oppressione straniera e il dispotismo», afferma  Cantón Navarro.

Forse non troveremo un fatto più rivelatore che il processo agli attaccanti della caserma Moncada e in particolare “La storia mi assolverà”. Lì nell’allegato ci sono momenti trascendentali delle gesta rivoluzionarie e nomi che conosciamo molto bene : Maceo, Gómez, Agramonte. Céspedes…, ma è Martí ancora una volta il filo conduttore delle parole di autodifesa che Fidel scrisse dalla carcere e che sostengono di fronte agli accusatori il diritto dei popoli all’insurrezione contro la tirannia e alla legittmità della lotta per l’indipendenza di Cuba.

E fu ben chiaro quando il Comandante in Capo segnalò che avevano proibito la consegna dei libri di Marti nella sua cella.

«(…) pare che la censura della prigione lo ha considerato  troppo sovversivo. O sarà perché io ho detto che Martí era l’autore intellettuale del 26 di Luglio? Si  impediva inoltre che portasse nel processo qualsiasi opera di consultazione su qualsiasi altra materia. Non importa in assoluto!

Porto nel cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà dei popoli ».

O quando disse: «Sembrava che l’Apostolo dovesse morire nell’anno del suo centenario, che la sua memoria si estinguesse per sempre, tanto era l’affronto!

Ma lui vive, non è morto, il suo popolo è ribelle, il suo popolo è degno, il suo popolo è fedele al suo ricordo ; ci sono cubani che sono morti difendendo le sue dottrine, ci sono giovani che in una magnifica offerta e sacrificio vennero a morire vicino alla sua tomba, a dare il loro sangue e la loro vita perché lui continuasse a vivere nell’anima della Patria! Cuba, cosa sarebbe di te se avessimo lasciato morire il tuo Apostolo!»

E se non bastassero le continue menzioni, ci restano quelle che chiamiamo coincidenze, anche se in realtà sono frutto dell’influsso che ebbe uno sull’altro.

Fidel concluse  il suo storico allegato con la frase «La storia mi assolverà». Martí a sua volta aveva fatto un pronostico simile nel discorso del 17 febbraio del 1892, noto come L’Orazione di Tampa e e Cayo Hueso al termine del suo discorso, con parole chiaramente risonanti per la nostra Rivoluzione: «La storia non ci dichiarerà colpevoli».

Questa identificazione di ideali fa sì che il primo obiettivo espresso una e un’altra volta dai rivoluzionari della Moncada, sia quella di compiere i sogni mai realizzati di Martí, scrive  Cantón Navarro. «Nella memorabile mattina all’alba del 26 di Lulgio del 1953, quando giunse l’ora suprema e i giovani combattenti

Attendono le ultime istruzioni, si sentono le note dell’Inno Nazionale, e nel breve discorso  di Fidel spiccano queste parole : «Se vincete, domani,  si farà presto quello che Marti aspirava»

Ma la storia ne fece delle sue, perché anche se fu un ordine e non la casualità così come ha raccontato la giornalista Martha Rojas, Premio Nazionale di Giornalismo José Martí, Fidel Castro fu fotografato davnti a un ritratto di José Martí nel Vivac di Santiago di Cuba, il carcere municipale,  dopo l’assalto alla caserma Moncada.

La giornalista racconta che fu quasi  uno scherno per gli elementi del Vivac ordinargli che posasse lì per quella che si potrebbe chiamare la foto ufficiale, dove l’assaltante aveva dietro a sé Martí che aveva offeso, quando in verità stavano esaltando quello che era più di un simbolo per lui.

Quella emblematica immagine non solo è perpetuata nei libri di storia, ma è che vedendoli insieme e guardando l’opera di ognuno sappiamo allora perchè quei  due uomini separati dagli annali del tempo hanno tanto in comune, come se noi si parlasse di uno solo.

CUBA E NUESTRA AMERICA

 

Il programma della Moncada era fondamentalmente martiano e quella  continuità nel pensiero è in ogni passo, in ogni azione di Fidel che ci insegna con il progetto rivoluzionario tutta la dimensione etica umana, politica, ideologica, internazionalista e antimperialista di José Martí.

Tutti e due compresero molto presto che la Rivoluzione cubana è stata una sola da quei rintocchi di campana nello zuccherificio  Demajagua, un 10  ottobre del 1868, quando Carlos Manuel de Céspedes liberò i suoi schiavi e e diede il grido liberatore dell’indipendenza.

Un altro  10 ottobre, ma del 1899, l’ Apostolo si presento all’emigrazione cubana nel  Hardman Hall, di Nuova York, e disse: «(…) Tribunale siamo noi qui più che tribuna: tribunale che non deve dimenticare che è compito del giudice dare esempio della virtù per la mancanza di censura negli altri, e che quelli che fungono da giudici dovranno un giorno essere giudicati.

Chi accusa gli altri di non fondare, deve fondare. Tra noi che viviamo liberi all’estero, il 10 ottobre non può essere, come non è oggi, una festa amara di commemorazione dove veniamo con il rossore sulle guance e la cenere in testa, ma un ricordo e una promessa». Fidel lo  comprese con chiarezza e lo espresse nel discorso pronunciato  nel riassunto della veglia commemorativa dei cento anni di lotta, il 10 ottobre del 1968.

«No c’è il minimo dubbio, ovviamente, che Céspedes simbolizzò lo spirito dei cubani di quell’epoca, simbolizzò la dignità e la ribellione di un popolo eterogeneo tuttavia, che cominciava a nascere nella storia.

«(…) Queste bandiere che sventolarono in Yara, nella Demajagua, a Baire, a Baraguá, a Guáimaro; queste bandiere che presiederono l’azione sublime di liberare dalla schiavitù, queste bandiere hanno presieduto la storia rivoluzionaria del nostro paese  e non saranno mai ammainate. Queste bandiere e quello che rappresentano saranno difese dal nostro popolo sino all’ultima goccia di sangue».

Fidel si ispirò ugualmente alle idee  latinoamericane e internazionaliste di Martí e sbozzò il necessario dell’unità in Cuba, ma anche in tutta l’America come scudo di fronte ai desideri espansionistici  degli Stati Uniti

«(…) Quando difendiamo il nostro paese, abbiamo la sensazione di difendere anche i nostri popoli fratelli dell’America Latina Perché  Martí lo disse molto tempo fa, 95 anni fa,  e Martí è stato uno dei più grandi pensatori di questo emisfero, uno dei grandi profeti e preveggente. Il giorno prima della sua morte scrivendo una lettera a un amico messicano, gli disse: “In silenzio ha dovuto essere e tutto quello che ho fatto sino ad oggi e farò, sarà per impedire con l’indipendenza di Cuba che gli Stati Uniti si estendano come un’ulteriore forza sui popoli d’America. Voglio dire, una Cuba nelle mani degli Stati Uniti sarebbe stata un’ulteriore forza”.

«Se in Cuba la Rivoluzione fosse sconfitta sparirebbe l’indipendenza del nostro paese. Rivoluzione, indipendenza e sovranità sono cose inseparabili in Cuba. Non l’hanno potuta conquistare nel secolo scorso ; credevano che sarebbe caduta come frutta matura come proclamarono in un’occasione (…)

«L’ Apostolo ci ha tracciato l’immagine di un’America Latina unita di fronte all’America imperialista e superba, turbolenta e brutale che ci disprezzava» ha segnalato Fidel durante un incontro con intellettuali brasiliani nel Palazzo delle Convenzioni di  Anhembi, a Sao Paulo, in Brasile, il 18 marzo del 1990.

Ma anche molto tempo prima, in “La storia mi assolverà”, già il leader annunciava che la politica cubana in marcia sarebbe stata di stretta solidarietà con i popoli democratici del continente. E così lo abbiamo realizzato non solo con l’America, ma in ogni paese che ha necessitato una mano amica.

Angola, Etiopia, Sudafrica, Namibia…, i sogni di liberazione di queste terre hanno sangue cubano nella loro storia, perché sono stati migliaia e migliaia i combattenti che hanno lasciato indietro ciò che conoscevano, il loro paese, perché, come ha detto Fidel, essere internazionalisti è saldare il proprio debito con l’umanità.

La collaborazione fraterna di medici, allenatori sportivi, costruttori e altri professionisti lascia pochi spazi vuoti nella mappa del mondo.

Queste gesta di solidarietà sono oggi una parte della nostra essenza, quella che ci definisce come cubani e anche come martiani.

UNA SOCIETA’ CON TUTTI E PER IL BENE DI TUTTI

 

La dedizione totale senza ambizioni alla causa rivoluzionaria, le ansie di conquistare la giustizia per il suo popolo e per tutti i popoli del mondo, la coniugazione nella persona dell’eroismo con la semplicità e la naturalezza dell’essere umano, l’immensa capacità come statista politico, l’opportunità di saper fare in ogni momento e luogo che corrisponde, la convinzione e la prassi che le trincee di idee valgono più che le trincee di pietra… tutto questo così come in Martì lo incontriamo in Fidel.

E se sentiamo la presenza di Martí nella Moncada, nello yacth Granma, nella Sierra, è stato a partire dal trionfo della Rivoluzione del 1959 che incominciò a materializzarsi quel sogno dell’Apostolo di una Repubblica dove la prima legge è stata il culto dei cubani alla dignità piena dell’uomo.

Con la guida di Fidel, la Rivoluzione ha costruito una società degli umili e per gli umili, con tutti e per il bene di tutti.

La Patria si è fatta sovrana, indipendente democratica e giusta. È cominciata anche l’opera di trasformazione, di creazione, di miglioramento in tutti i campi e settori.

«Alla fine, Maestro, la tua Cuba che sognavi sta diventando una realtà», annunciava il Comandante in Capo in un discorso pronunciato nel 1960 in Piazza della Rivoluzione, perchè il nostro processo rivoluzionario ha abolito i privilegi, gli sfruttamenti e ha elevato le condizioni di vita dell’uomo, permettendo ai cubani di sognare con un domani migliore.

Come Martí, Fidel comprese la necessità di creare un partito dell’unità che non fosse di privilegi ma di sacrificio e di dedizione totale alla causa rivoluzionaria.

«Martí ha fatto un partito, non due partiti, nè tre partiti, nè dieci partiti, nel quale possiamo vedere il precedente più onorevole e più legittimo del glorioso partito che oggi dirige la nostra Rivoluzione : il Partito Comunista di Cuba, che è l’unione di tutti i rivoluzionari, che è l’unione di tutti i patrioti per dirigere la Rivoluzione e per fare la Rivoluzione, per unire strettamente il popolo», disse il Comandante  in Capo durante la veglia solenne per l’anniversario della morte in combattimento del Maggiore Generale Ignacio Agramonte, l’11 maggio del 1973.

Sono più di 120 anni che il Maestro morì a Dos Ríos.

Poco più di un anno fa tutta Cuba si è commossa per la scomparsa fisica del suo migliore discepolo Ma come Martí, Fidel non pensò solo per il suo tempo, ma anche per il nostro.

Fidel ha tracciato le linee del cammino da seguire, perchè aveva la capacità unica di osservare l’orizzonte, sapere verso dove andavamo e ritornare per contarci.

 

di Yaditza del Sol Gonzalez

da Granma

traduzione di Francesco Monterisi

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Venezuela: in rappresaglia… elezioni

Ven, 26/01/2018 - 02:49

venezuela-banderaL’opposizione del Venezuela ed i governi che l’appoggiano continuano da anni esigendo elezioni presidenziali anticipate, ricorrendo per ciò alla violenza ed alle sanzioni economiche.  

Allora sta bene. Si sono convocate le elezioni presidenziali. Ed ora, l’opposizione, il Dipartimento di Stato, il Gruppo di Lima, l’OSA, le respingono.

E la stampa internazionale? Il quotidiano spagnolo ABC affermava che “Nicolas Maduro pensa di stravincere nei suffragi ed ancorarsi nel potere.”

E riconosceva la ragione: “la profonda divisione che soffre l’opposizione venezuelana che (…) non conta su un candidato unico che sappia affrontarlo”.

Questo è il problema: l’opposizione continua da cinque anni ad esigere elezioni ed, ora, quando arrivano, già non sono d’accordo. È frammentata e ha perso tre elezioni negli ultimi sei mesi.

Ma la frase della settimana l’ha detta Henry Ramos Allup, dirigente oppositore: le elezioni “sono una rappresaglia per le recenti sanzioni dell’Unione Europea” contro Venezuela.

Sì, sì: la “rappresaglia” non sono le sanzioni, bensì le elezioni. Ora è tutto molto più chiaro!

Di Josè Manzaneda, direttore di Cubainformacion

traduzione di Ida Garberi

Foto: Juan Barreto/AFP

per vedere il video clikka qui

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Honduras: un popolo mobilitato

Mer, 24/01/2018 - 03:24

honduras3Honduras vive una delle peggiori crisi della sua storia recente, prodotto di una frode elettorale colossale della quale l’Alleanza dell’Opposizione contro la Dittatura assicura di essere stata la vittima. Una crisi che, lontano dal risolversi, si approfondisce ogni giorno di più, lasciando una scia di morti, di feriti e di detenuti.  

Il prossimo 27 gennaio, l’attuale presidente Juan Orlando Hernandez prenderà possesso del suo secondo mandato. Secondo la massima autorità elettorale, il mandatario avrebbe vinto col 1,5% (meno di 50 mila voti) contro Salvador Nasralla, candidato dell’Alleanza dell’Opposizione.

Secondo la principale forza di opposizione, quella che si portò a termine il 26 novembre è stata una colossale frode elettorale, con la quale il presidente Hernandez pretende perpetuarsi nel potere, trascurando la volontà del popolo honduregno.

La denuncia nazionale ed internazionale della frode grossolana è stata accompagnata da una costante mobilitazione sociale che è stata soffocata senza pietà dai corpi di sicurezza dello Stato, in questione dalla Polizia Militare dell’Ordine Pubblico (PMOP) e dagli stessi militari.

Il Comitato di Familiari dei Detenuti e Scomparsi in Honduras (Cofadeh) segnala nella sua seconda relazione che sono già 30 le persone assassinate in meno di due mesi, più di 200 i feriti e più di mille le persone arrestate.

Questo sabato, a Sabà, Colon, Telmo Villareal, di 72 anni, è stato abbattuto nella cornice della settimana di Sciopero Nazionale #OperacionFueraJOH che precede la presa di possesso presidenziale.

Quello stesso giorno, Edwin Espinal, riconosciuto attivista della Resistenza, è stato catturato da membri incappucciati della PMOP, accusato di multipli delitti ed imprigionato in uno dei centri penali di massima sicurezza in attesa di giudizio.

I primi due giorni di Sciopero Nazionale sono stati di violenza di Stato, con l’impiego smisurato della forza da parte dei militari, fatto che è stato condannato dall’Alto Delegato dei diritti umani delle Nazioni Unite e le organizzazioni nazionali dei diritti umani.

I comunicatori e giornalisti che, tutti i giorni, tentano di rompere il cerchio mediatico che circonda la crisi post elettorale in Honduras, sono stati anche vittime di campagne di discredito, inseguimento e persecuzione nelle reti sociali.

Durante la repressione a Villanueva, uscita ad Oriente di Tegucigalpa, Dassaev Aguilar, corrispondente di HispanTV è stato raggiunto da una bomba lacrimogena sparata direttamente contro il suo corpo, soffrendo una lacerazione muscolare nella gamba.

A dispetto della violenza, la gente non ha smesso di uscire a protestare, esigendo che si riconosca l’ampia vittoria di Salvador Nasralla e l’Alleanza di Opposizione contro la Dittatura, che insistono che si faccia un auditing forense internazionale al sistema informatico del Tribunale Supremo Elettorale (TSE).

In caso di non ottenerlo, l’Alleanza chiede aprire una mensa di dialogo con mediatori internazionali che potrebbe decidere la realizzazione di nuove elezioni con un controllo internazionale.

Una soluzione proposta anche dal segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, dopo la pubblicazione della seconda relazione della Missione di Osservazione Elettorale (MOE-OEA) di detta istanza multilaterale che ha considerato la “bassa qualità elettorale” dell’intero processo.

In questa stessa direzione, gli osservatori, dopo avere segnalato una lunga lista di irregolarità, incongruenze e contraddizioni, assicurarono che non è possibile affermare “che i dubbi sullo stesso stiano oggi illustri.”

Il popolo sta nelle strade, resistendo in tutto il paese, sfidando un “presidente” sommamente debole, con un futuro macchiato dalla frode e con scarso riconoscimento internazionale, salvo il governo degli Stati Uniti che vede in Juan Orlando Hernandez come un difensore dei suoi interessi senza scrupoli.

Il popolo e le forze progressiste saranno capaci di approfittare di questa congiuntura?

testo e foto di Giorgio Trucchi

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

 

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Raul Castro è scelto come candidato al Parlamento

Mar, 23/01/2018 - 01:55

Raul CastroI delegati del governo del municipio del Segundo Frente, nella provincia orientale di Santiago di Cuba, hanno scelto ieri il presidente Raul Castro come deputato all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Parlamento).  

Durante la sessione straordinaria dell’Assemblea Municipale di questo territorio montagnoso è stato anche scelto come candidato a deputato il giovane ingegnere di 29 anni Yurisandi Hechavarria, specialista dell’Azienda Agro-forestale Sierra Cristal.

Inoltre, nella riunione hanno presentato altre quattro proposte come candidati a delegati all’Assemblea Provinciale del Potere Popolare.

Nei restanti otto municipi di Santiago di Cuba, come in tutto il paese, si sono riuniti i delegati alle assemblee del Potere Popolare, d’accordo con la quanto stabilito nell’articolo 94 della Legge Elettorale della nazione caraibica.

Disposta dal Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba, questa azione fa parte del processo delle elezioni generali che sta portando a termine l’isola antillana.

Sul tema, il titolare della Commissione delle Candidature Nazionali, Gisela Duarte, ha spiegato che in un primo momento si approva la candidatura ed in un secondo passo si sottomette a votazione da parte del presidente dell’Assemblea Municipale ognuno dei candidati in maniera individuale.

Per essere approvati, e dopo, essere scelti dal popolo, devono avere più del 50% dei voti favorevoli dei delegati riuniti, ha detto Duarte.

A partire da questo momento, quelli proposti -per chi voteranno gli elettori l’11 marzo – visiteranno centri lavorativi, studenteschi e comunità per incontrarsi con la popolazione.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Venezuela condanna le sanzioni europee. “L’UE è una sussidiaria di Washington. Eseguono gli ordini imperialisti degli Usa”

Ven, 19/01/2018 - 21:40
Jorge Arreaza

Jorge Arreaza

Il ministro degli Esteri del Venezuela, Jorge Arreaza, ha condannato le sanzioni che l’Unione europea (UE) ha emesso nei confronti di sette funzionari del governo del presidente Nicolas Maduro. Una misura che, a suo parere, rivela la complicità tra l’imperialismo degli Stati Uniti e il blocco della comunità.

L’alto diplomatico venezuelano ha dichiarato che le sanzioni sono state decise dopo una visita del Sottosegretario di Stato per gli affari politici degli Stati Uniti, Thomas Shannon, al primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, a Madrid. “(Shannon) ha dato istruzioni e ordini imperialisti per iniziare questo processo dall’Unione Europea”, ha detto il capo della diplomazia venezuelana che ha definito l’Unione Europea “sussidiaria degli interessi” di Washington.

Le nuove sanzioni non sono certo volte a promuovere la stabilità e la pace nel territorio venezuelano facilitando i dialoghi tra il governo e l’opposizione, dal momento che l’approvazione delle sanzioni, rivela Arreaza, avviene proprio nel giorno in cui l’opposizione ha deciso di non partecipare alla riunione di dialogo programmata con il governo  nella Repubblica Dominicana.

Il Sottosegretario di Stato agli affari politici, Thomas Shannon, ha dichiarato oggi che il suo paese sta preparando una nuova “rete di sanzioni” contro il Venezuela, per  “facilitare” – ironico ossimoro imperiale – il processo di pace tra il governo e l’opposizione del paese sudamericano. “Dicono al mondo che sanzionano il governo venezuelano per il dialogo … Sarà Julio Borges, il principale negoziatore dell’opposizione, che deve essere punito, giusto?”, ha concluso ironizzando in conferenza stampa Arreaza che ha bollato come “deplorevole errore” la decisione dei paesi membri dell’Ue di adottare una tale decisione.

da L’AntiDiplomatico

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