Seguici su twitter facebook youtube RSS
Abbonamento a feed Cubadebate (italiano)
Aggiornato: 16 min 11 sec fa

Il parlamentare russo Yushchenko spiega che in Venezuela «il popolo ancora una volta ha vinto la partita contro la CIA»

Mar, 22/05/2018 - 03:14

MaduroVittoriaAlexander Yushchenko è un parlamentare del Partito Comunista delle Federazione Russa, vicepresidente della Commissione per la politica dell’informazione della Duma russa. Secondo la sua opinione, il risultato delle presidenziali in Venezuela, dimostra che «il popolo ancora una volta ha vinto la partita contro la CIA, che lavora in Venezuela. I venezuelani sostengono il percorso avviato da Hugo Chavez, nonostante il fatto che i cosiddetti “esperti” statunitensi nel “regime change” stiano portando avanti la loro propaganda».

Yushchenko ha richiamato l’attenzione sugli svariati tentativi perpetrati dalla Central Intelligence Agency (CIA), al fine di fine di rovesciare il governo guidato dal presidente Nicolás Maduro. Secondo il parlamentare comunista quest’attività potrebbe aumentare d’intensità perché adesso l’unico obiettivo è quello di rovesciare il governo rivoluzionario.

In diverse occasioni, il governo del Venezuela ha denunciato i tentativi di diversi governi stranieri di bloccare le elezioni presidenziali in attraverso richieste di boicottaggio.

Nonostante tutto, però, Nicolás Maduro è stato rieletto presidente con 6 milioni 190mila 612 voti, mentre il suo rivale più vicino, il candidato Henri Falcón, ottenuto 1 milione 909 mila 172 voti.

Numeri che mostrano come il chavismo sia forza viva nel seno della società venezuelana.

da teleSUR

traduzione de L’AntiDiplomatico

Categorie: News

E’ deceduta Grettel Landrovell, una delle tre sopravvissute dell’incidente aereo a Cuba

Mar, 22/05/2018 - 03:07
Grettel Landrovell

Grettel Landrovell

Grettel Landrovell Font, una delle tre sopravvissuto dell’incidente aereo di venerdì scorso, che era ricoverata nell’Ospedale Universitario Calixto Garcia, è deceduta nel pomeriggio di questo lunedì 21 maggio 2018.

Nell’informazione della mattina di questo lunedì, il direttore dell’Ospedale Universitario Generale Calixto Garcia, Carlos Alberto Martinez, aveva precisato che tra le tre pazienti quella con prognosi più sfavorevole era Grettel, che era già stata operata due volte per un ematoma dentro il tessuto cerebrale, con un’incisione per decomprimere la zona e migliorare la circolazione, come risultato delle scottature nella schiena.

Landrovell, di 23 anni, nata ad Holguin e residente a L’Avana, era in stato critico estremo con alto rischio di complicazioni.

Col decesso di Grettel si alza a 111 la cifra dei morti nell’incidente aereo in cui un Boeing 737-200 affittato da Cubana de Aviacion all’azienda messicana Damojh, si è schiantato venerdì scorso dopo decollare dall’Aeroporto Internazionale Josè Martì, a L’Avana.

Nell’Ospedale Calixto Garcia rimangono in stato critico estremo con alto rischio di complicazioni Mailen Diaz Almaguer, di 19 anni, ed Emiley Sanchez de la O, di 39 anni, entrambe di Holguin.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: dalla pagina di Grettel Landrovell in Facebook

Categorie: News

Rafael Correa a Roma: “In Ecuador c’è un colpo di stato. Non c’è più stato di diritto e ci sono prigionieri politici ma all’Europa non interessa”

Sab, 19/05/2018 - 04:45
Rafael Correa

Rafael Correa

“In Ecuador un anno fa ha vinto la Revolucion Ciudana grazie a 10 anni di nostri successi straordinari, ma alla guida del paese c’è oggi un traditore che applica il programma delle destre, distrugge tutte le nostre conquiste sociali e si macchia di arresti arbitrari. In Ecuador sono tornati i prigionieri politici”. L’ex Presidente dell’Ecuador e una delle figure più carismatiche della stagione d’oro del progressismo in America Latina, Rafael Correa era a Roma nella giornata di ieri, giovedì 17 maggio, per denunciare l’arresto anticostituzionale di Jorge Glas e per partecipare ad una cena di raccolta fondi per le spese legali del suo ultimo vice-presidente. “Gli danno del corrotto. Ma per le spese legali servono soldi. Lo hanno arrestato senza una prova. Dove sono i soldi? Per la difesa serve lo sforzo di tutti per questo sono qui, per una cena di raccolti di fondi”.

Su Lenin Moreno, suo primo vice-presidente e oggi il principale nemico della Revolucion Ciudadana, solo parole di fuoco. “E’ un traditore. E’ un bugiardo. Mi definiva il miglior presidente della storia dell’umanità e oggi sono un corrotto, un autoritario. E’ un bugiardo. Sta distruggendo tutti i nostri risultati, le nostre istituzioni, il nostro partito. Perché non lo ha detto prima che era contro? E’ un bugiardo. Contro di me si sono aperti dei procedimenti penali che sono un assurdo e il tutto solo per arrivare ad una condanna di peculato che possa impedire di ricandidarmi. In soli due mesi hanno arrestato in modo anti-costituzionale il vice-presidente Glas e per la parola di un noto corrotto senza presentare una singola prova, è stato destituito sempre in modo anti-costituzionale il Fiscal General, e si applicano leggi in modo retroattivo. Non c’è più uno stato di diritto in Ecuador. Non c’è più democrazia perché non c’è più separazione di poteri nel paese. E’ in corso un colpo di stato”.

Sui suoi ex collaboratori, amici e sostenitori che hanno deciso di seguire la virata a destra di Moreno, Correa ha dichiarato come sia “davvero duro per me vedere persone con cui ho collaborato negli anni precedenti, che devono la loro posizione ai nostri successi, che oggi mi danno dell’autocrate. Ed è poi duro anche combattere ogni giorno contro le fake news che creano contro di me”, ha proseguito Correa.

Riprendendo anche il caso di Lula – “se fosse successo in Venezuela che il candidato sicuro di vincere venisse arrestato senza prove avremo avuto l’invasione il giorno stesso” – Correa non ha paura di dire che in America Latina “è in corso un nuovo Piano Condor.” In questo nuovo Piano Condor un ruolo importante lo hanno i mezzi di stampa. “Se sei dalla loro parte, sei un democratico anche se ci sono giornalisti e attivisti arrestati ogni giorno, se applichi politiche di sinistra che eliminano dalla povertà 92 milioni di persone sei invece un dittatore. Se Temer in Brasile fa un colpo di stato e Lula viene arrestato sicuro di vincere le sue elezioni tutto è democratico. Se Lenin Moreno sceglie politiche di destra e rompe l’ordine costituzionale c’è indifferenza dei media. Perché? Perché è passato dalla loro parte. Fosse successo in Venezuela un caso Lula o un caso Glas avreste avuto tutti i giorni le prime pagine per mesi che chiedevano interventi politici. Le grandi corporazioni dell’informazioni sono parte di questo nuovo Piano Condor”.

Il caso Assange, i 4 morti nella frontiera nord con la Colombia e la richiesta di aiuto alle organizzazioni internazionali da parte di Moreno, venendo alla politica internazionale Correa non ha dubbi sul “riallineamento” dell’Ecuador di oggi. “Moreno sta tradendo la Revolucion Ciudadana in politica estera”.

In America Latina è inutile nasconderlo c’è un cambio geopolitico in corso. Con l’appoggio della stampa internazionale, della speculazione e con diversi colpi di stato “blandi” è tornato il neo-liberismo. “Hanno distrutto l’Unasur con 6 paesi della destra che sono usciti, la Celac è congelata e tutte le straordinarie conquiste sociali sono a rischio. Abbiamo tirato fuori dalla povertà 92 milioni di persone. Semplicemente non lo hanno tollerato”. Sul futuro e sul “pendolo dell’America Latina” Correa non ha dubbi. “Torneremo a vincere. La Revolucion Ciudana vincerà nuovamente. Ma il problema è quando? Mi preoccupa il paese che troveremo e credo che solo una nuova Assemblea Costituente potrà rimarginare le ferite attuali”.

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Venezuela alla vigilia di un’elezione storica

Ven, 18/05/2018 - 04:33

MaduroElezioniI venezuelani si preparano ad andare alle urne questa domenica in un contesto segnato dall’aumento delle tensioni politiche e nonostante le richieste di astensionismo di fronte alle complessità economiche.

Comunque, tutto è pronto per le elezioni presidenziali e l’elezione dei 251 membri ai consigli legislativi statali questo 20 di maggio.

Le attrezzature e il materiale elettorale destinati alle 14.638 sezioni elettorali che saranno attivate per le elezioni sono già nelle diverse entità federali del paese, tutte sotto la protezione del Plan República. Allo stesso modo, le ambasciate e gli uffici consolari nei cinque continenti hanno il materiale corrispondente per l’esercizio del diritto di voto all’estero.

Questa settimana le autorità elettorali hanno supervisionato il pre-invio del materiale alle comunità in tutto il territorio nazionale. Il test di connettività è previsto per giovedì e i centri di voto saranno installati questo venerdì. Il Consiglio Elettorale Nazionale ha ordinato che alle 6 di domenica mattina si tenga la costituzione dei seggi elettorali per dare inizio all’atto di voto.

Il presidente dell’entità, Tibisay Lucena, ha lanciato un appello martedì pomeriggio a tutti i venezuelani che sono stati selezionati per fornire il servizio elettorale obbligatorio a partecipare alle attività di formazione programmate e quindi devono assistere all’installazione e alla costituzione dei seggi.

Una delegazione di esperti della Centrale Elettorale della Federazione Russa accompagnerà l’evento elettorale in Venezuela.
Lo ha annunciato dopo la firma di un accordo di cooperazione con il potere elettorale venezuelano.

Dirittura d’arrivo

Durante tutta la campagna è prevalso un clima di pace e tranquillità. Il presidente del CNE ha ribadito l’appello ai media nel loro lavoro informativo affinché continuino a contribuire a garantire la pace e la civiltà durante la fase finale del processo elettorale.

Alcuni giorni prima delle elezioni, l’opposizione venezuelana riunita nel “Frente Amplio por la Liberación de Venezuela” ha lanciato nuovi appelli per proteste e manifestazioni nel rifiuto delle elezioni. Questo mercoledì c’è stata una mobilitazione nell’est della città di Caracas fino alla sede dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA).

Economicamente, lo scenario è difficile e il panorama rimane incerto per i venezuelani. L’elevata inflazione indotta dai tassi di cambio del dollaro nel mercato parallelo continua a devastare l’economia. L’aumento dei prezzi per prodotti alimentari, prodotti e servizi di base è praticamente giornaliero.

Poche ore prima delle elezioni, le pressioni economiche si intensificano, un chilo di carne arriva a costare tra i tre ed i cinque salari minimi. La speculazione continua la sua corsa, raggiungendo l’aumento di stipendio più recente.

L’aspettativa di tutti coloro che andranno alle urne è che dopo le elezioni presidenziali inizi una fase di ripresa economica e di potere d’acquisto. Tutti i candidati affermano di avere proposte e piani di governo per affrontare la crisi, essendo antagonisti dei due principali contendenti: Nicolás Maduro e Henri Falcón.

di Roxana Martínez – América XXI

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Categorie: News

Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela

Gio, 17/05/2018 - 03:26
Kurt Walter Tidd

Kurt Walter Tidd

Gli Stati Uniti e i loro alleati preparano in silenzio un piano brutale per «mettere fine alla dittatura» in Venezuela. La prima parte di questo «colpo da maestro» (Masterstroke), già predisposta, dovrebbe essere messa in atto prima delle prossime elezioni. Se l’esito di questa offensiva, che sarà sorretta dall’intero apparato propagandistico e mediatico, nonché da azioni violente “in difesa della democrazia”, non sarà la cacciata del presidente Nicolas Maduro, il piano B è già pronto, coinvolgerà molti Paesi per riuscire a imporre una “forza multilaterale” che intervenga militarmente.

Panama, Colombia, Brasile e Guyana, appoggiati dall’Argentina e da “altri amici”, sono il fulcro dell’operazione, con la regia del Pentagono. Tutto è pronto: le basi militari, i Paesi confinanti che forniranno aiuto diretto mettendo a disposizione ospedali e riserve di viveri per i soldati.

Ecco il contenuto di un documento di 11 pagine, non ancora divulgato, che porta la firma dell’ammiraglio Kurt Walter Tidd, attuale comandante in capo del SouthCom degli Stati Uniti .

Nel documento si analizza la situazione attuale, si ratificano la guerra contro il Venezuela e lo schema perverso di una guerra psicologica che utilizzerà mezzi come la persecuzione, le molestie, le infamie, non solo per farla finita con i dirigenti politici, ma anche per prostrare la popolazione.

Il rapporto afferma che «la dittatura chavista traballa per i problemi interni, per la grave penuria alimentare, per l’esaurimento del filone dell’esportazione del petrolio, per una corruzione sfrenata. Il sostegno internazionale, ottenuto a colpi di petrodollari, si sta affievolendo e il potere d’acquisto della valuta nazionale è in caduta libera».

Questa situazione, che [i golpisti] ammettono di aver loro stessi creato, favoriti da una sconvolgente impunità, non cambierà. Ritengono quindi giustificate le loro azioni, poiché il governo venezuelano, pur conservare il potere, adotterà nuove misure «populiste».

Nel documento, può meravigliarci il trattamento riservato all’opposizione, un’opposizione manipolata, guidata e pagata dagli Stati Uniti. Vi si legge infatti: «Il governo corrotto di Maduro crollerà, ma, purtroppo, le forze di opposizione che difendono la democrazia e il livello di vita della popolazione, non posseggono le capacità per mettere fine all’incubo venezuelano», a causa di dispute interne e di una «corruzione paragonabile a quella dei loro rivali, con i quali hanno in comune lo scarso senso di appartenenza» che «non permette loro di sfruttare al meglio la situazione e di prendere le decisioni opportune per rovesciare lo situazione di penuria e precarietà in cui il gruppo di pressione, che esercita la dittatura di sinistra, ha sprofondato il Paese».

Nel documento si legge che ci troviamo di fronte a «un’azione criminale, senza precedenti in America Latina». Al contrario, il governo del Venezuela non ha mai agito per ostacolare i vicini, anzi ha sempre dato prova di un’intensa solidarietà regionale e mondiale. Il piano statunitense sostiene che «la democrazia si sta diffondendo in America, continente che sembrava destinato a cadere sotto il controllo del populismo radicale. Argentina, Ecuador e Brasile ne sono esempi. Questa rinascita della democrazia si fonda su scelte coraggiose ed è propiziata dalle condizioni della regione. È venuto il momento per gli Stati Uniti di mostrare di essere implicati in questo processo, in cui la caduta della dittatura venezuelana segnerà un punto di svolta per il continente».

E il presidente Donald Trump deve essere pronto agire: «Si tratta della prima opportunità per l’amministrazione Trump di portare avanti la propria visione della democrazia e della sicurezza. Dimostrare un attivo impegno è cruciale, non solo per l’amministrazione, ma anche per il continente e per il mondo intero. È il momento di agire».

Questo implica, oltre all’eradicazione definitiva dello chavismo e all’espulsione del suo rappresentante, lavorare per «incoraggiare l’insoddisfazione popolare, favorendo maggiore instabilità e penuria dei beni fondamentali, per rendere irreversibile la sconfessione del dittatore al potere».

Se si vuole andare più a fondo nell’arte della perversione contro-rivoluzionaria, basti leggere la parte del documento in cui si raccomanda di «diffamare il presidente Maduro, di ridicolizzarlo e presentarlo come esempio di goffaggine e incompetenza, un fantoccio agli ordini di Cuba».

Si suggerisce anche di esacerbare le divisioni tra i membri del gruppo al potere, di rivelare le differenze fra il loro livello di vita e quello dei loro sostenitori, di fare in modo che queste differenze si accentuino.

Il piano è portare a termine azioni folgoranti, come quelle di Mauricio Macri in Argentina e di Michel Temer in Brasile, due maggiordomi agli ordini di Washington. Personalità corrotte, diventate, per grazia imperiale, «esemplari esponenti di trasparenza», che hanno preso provvedimenti che in poche ore, con la precisione di un missile, hanno distrutto gli Stati nazionali.

Il documento, firmato dal capo del SouthCom, chiede di rendere il Venezuela ingovernabile, per costringere Maduro a esitare, per indurlo a negoziare o a fuggire. Il piano, che dovrebbe portare in tempi brevi alla fine della cosiddetta dittatura del Venezuela, prevede che venga «incrementata l’instabilità interna, fino a un livello critico, intensificando la de-capitalizzazione del Paese, la fuga dei capitali esteri e favorendo il tracollo della moneta nazionale, applicando nuove misure inflazionistiche».

Altro obiettivo: «Ostacolare ogni forma d’importazione e, nello stesso tempo, demotivare gli eventuali investitori stranieri, per contribuire così a rendere più critica la situazione della popolazione».

In questo documento di 11 pagine ci si appella anche «agli alleati interni e alle altre persone, ben inserite nel panorama nazionale, con l’obiettivo di provocare manifestazioni, disordini e insicurezza, saccheggi, furti e attentati, sequestro di battelli e altri mezzi di trasporto, mettendo così a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi». È utile anche «causare vittime, addossandone la responsabilità al governo, aumentare agli occhi del mondo le proporzioni della crisi umanitaria». Tutto questo richiede un uso corrente della menzogna. Occorre parlare di corruzione generalizzata all’interno delle istituzioni, «collegarle al narcotraffico per degradarne l’immagine sia sul piano interno sia davanti al mondo intero». Questo senza disdegnare di «incoraggiare lo sfinimento dei membri del Partito Socialista Unificato del Venezuela (PSUV), accrescerne l’irritazione per indurli a rompere clamorosamente con il governo e a rifiutare quelle misure restrittive che li opprimono, come opprimono il resto della popolazione; […] L’opposizione è così debole che bisogna rafforzarla suscitando frizioni tra il PSUV e Somos Venezuela».

E non è tutto, bisogna «strutturare un piano per incrementare la diserzione dei quadri più preparati, per privare il Paese dei professionisti più altamente qualificati; la situazione interna si aggraverà ulteriormente e anche questa colpa ricadrà sul governo».

Ingerenza militare

Come in un thriller, questo piano esorta a «utilizzare gli ufficiali dell’esercito come un’alternativa per una soluzione definitiva» e a «rendere ancora più dure le condizioni all’interno delle forze armate, per creare le condizioni per un colpo di Stato prima della fine del 2018, qualora la crisi interna non portasse al crollo della dittatura, o se il dittatore si rifiutasse di farsi da parte».

Prendendo in considerazione l’ipotesi che il piano di destabilizzazione interna non abbia successo, con evidente disprezzo per l’opposizione, il documento invita ad «alimentare in continuazione la tensione lungo il confine con la Colombia, incentivando il traffico di combustibile e altre merci, i movimenti dei paramilitari, le incursioni armate e di trafficanti di droga, per provocare incidenti con le forze di sicurezza di confine venezuelane »; chiama a «reclutare paramilitari, soprattutto nei campi di rifugiati della Cúcuta, della Huajira e nel nord della provincia di Santander, vaste zone popolate da cittadini colombiani che emigrarono in Venezuela e ora vogliono rientrare nel loro Paese per fuggire da un regime che ha permesso l’incremento delle attività destabilizzanti alla frontiera fra i due Paesi, sfruttando lo spazio lasciato vuoto dalle FARC [Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, ndt], la belligeranza dell’ELN [Esercito di Liberazione Nazionale colombiano, ndt] e le attività [paramilitari] del Cartello del Golfo».

Ed ecco la pianificazione del colpo finale: «Preparare il coinvolgimento delle forze alleate in appoggio degli ufficiali [ribelli] dell’esercito o per controllare la crisi interna, qualora esitino a prendere l’iniziativa, […] Fissare un termine breve per impedire al dittatore di allargare il proprio consenso e di continuare ad avere il controllo dello scacchiere interno. Se necessario, agire prima delle elezioni del prossimo mese di aprile».

Le elezioni si svolgeranno in realtà il 20 maggio, ma gli Stati Uniti e i loro alleati hanno già fatto sapere che non ne riconosceranno l’esito. Il punto cruciale è «ottenere l’appoggio e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana). Organizzare l’approvvigionamento delle truppe, l’appoggio logistico e sanitario da Panama. Fare buon uso dei vantaggi della sorveglianza elettronica e dei segnali intelligenti, degli ospedali e degli equipaggiamenti sanitari del Darién (giungla panamense), dell’equipaggiamento in droni del Piano Colombia, come anche dei campi delle vecchie basi militari di Howard e Albroock (Panama) e di quelle lungo il Rio Hato. Approfittare anche nel Centro Regionale Umanitario delle Nazioni Unite, attrezzato per situazioni catastrofiche e di urgenza umanitaria, dotato di pista d’atterraggio e di riserve proprie».

Siamo di fronte a uno scenario d’intervento che prevede di «Promuovere il posizionamento di aerei di combattimento e di elicotteri, di blindati, di stazioni d’intelligence, di unità militari speciali per la logistica (poliziotti, responsabili militari, prigioni)». […] Bisognerà che «l’operazione militare venga sviluppata sotto bandiera internazionale, con l’avallo della Conferenza degli Eserciti Latino-Americani, sotto l’egida dell’OSA [Organizzazione degli Stati Americani, ndt] e con la supervisione, in ambito giuridico e mediatico, del suo segretario, Luis Almagro». Sarà opportuno «dichiarare la necessità per il Comando Continentale di corroborare la propria azione utilizzando gli strumenti della democrazia interamericana, per evitare uno strappo della democrazia». E, soprattutto, bisognerà operare per «un’unità d’intenti di Brasile, Argentina, Colombia e Panama, affinché contribuiscano a incrementare le truppe, per poter sfruttare la loro vicinanza geografica e la loro esperienza in operazioni in zone di foreste e nella giungla. A rafforzare la dimensione internazionale dell’operazione contribuirà la presenza di unità di combattimento degli Stati Uniti e delle nazioni prima menzionate, sotto il comando dello Stato Maggiore Congiunto, controllato dagli Stati Uniti».

Stupisce che questo piano abbia potuto essere impunemente architettato, a danno delle popolazioni e nell’illegalità più assoluta. Esso chiarisce la ragione delle recenti manovre militari degli Stati Uniti nella regione, lungo la frontiera tra Brasile e Venezuela (Brasile, Perù, Colombia), nell’Atlantico del Sud (Stati Uniti, Cile, Regno Unito, Argentina); nel caso argentino le manovre sono state fatte in ottobre-novembre 2017, senza alcuna autorizzazione del Congresso Nazionale.

«Utilizzare le strutture del territorio panamense per le retrovie e le capacità dell’Argentina per garantire la sicurezza dei porti e delle posizioni marittime […],
-  Appoggiarsi su Brasile e Guyana per servirsi della situazione migratoria, che si intende incoraggiare alla frontiera con la Guyana;
-  Coordinare l’appoggio a Colombia, Brasile, Guyana, Aruba, Curaçao, Trinidad e Tobago e ad altri Stati, per gestire il flusso di migranti venezuelani provocato dall’evoluzione della crisi».

Il piano prevede anche di «promuovere la partecipazione internazionale a questo sforzo, facente parte di un’operazione multilaterale cui contribuiscono Stati, Organizzazioni non governative, corpi internazionali, fornendo adeguata logistica, servizi d’intelligence, supporto per sorveglianza e controllo. Occorrerà precorrere gli avvenimenti, in particolare nei punti più vulnerabili, ad Aruba, Puerto Carreño, Inirida, Maicao, Barranquilla e Sincelejo in Colombia, e a Roraima, Manaos e Boavista in Brasile». Ecco disegnata la mappa di una guerra d’ingerenza annunciata.

Informazione strategica

In quanto alla prospettiva strategica, bisognerà soffocare «la simbolica presenza di Chavez, emblema dell’unità e del supporto popolare», continuare a molestare il dittatore, «additandolo come unico responsabile della crisi in cui è precipitata la nazione», e i suoi più stretti collaboratori, altrettanto corresponsabili della crisi e dell’impossibilità di uscirne.

In un altro paragrafo del documento si invita a «intensificare il malcontento contro il regime di Maduro, […] a mettere in luce l’inefficienza dei meccanismi d’integrazione, voluti dai regimi di Cuba e del Venezuela, in particolare dell’ALBA (Alleanza Bolivariana dei Popoli della nostra America) e di Petrocaribe.

In quanto alla propaganda mediatica, il piano vuole incrementare la diffusione nel Paese, nei media locali e stranieri, di messaggi costruiti su testimonianze e pubblicazioni dal Venezuela, usando qualunque mezzo, inclusi i social network, per disseminare messaggi che «veicolino attraverso i media la necessità di mettere fine a questa situazione, ormai insostenibile».

In uno degli ultimi paragrafi del documento si parla di garantire, o addirittura di mostrare, l’uso da parte della dittatura di mezzi violenti, per acquisire l’appoggio internazionale, utilizzando «tutte le competenze dell’esercito degli Stati Uniti nella guerra psicologica».

In altri termini si tratta di costruire scenari fondati su menzogne, montaggi di notizie, foto e video truccati, insomma di utilizzare tutti i mezzi già usati nelle guerre coloniali del XXI secolo.

Altro punto, «Gli Stati Uniti dovranno sostenere sul piano interno gli Stati americani che li sostengono», risollevare la loro immagine e mettere in evidenza «il carattere multilaterale delle istituzioni del sistema interamericano, strumenti per la soluzione di problemi regionali; infine promuovere l’idea della necessità dell’intervento militare dell’ONU, per imporre la pace dopo che la dittatura corrotta di Nicolas Maduro sarà stata spazzata via».

di Stella Calloni

da Voltaire.net

Traduzione
Rachele Marmetti

Categorie: News

Al Nakba e la mattanza israeliana del popolo palestinese

Mer, 16/05/2018 - 04:14

strageGazaMentre scrivo le agenzie riportano 59 martiri a Gaza. Purtroppo, anche stamattina, mi compaiono solo i 43 nomi già scritti, più un altro.

Leila al-Ghandour, 8 mesi, morta stanotte per eccessiva inalazione di gas lacrimogeni. Otto mesi, infanticidio.

Erano 900 i feriti da inalazione. Ma ciò che conta e che in molti non sanno è che i lacrimogeni sparati dai cecchini israeliani, che si aprono all’impatto con il suolo o direttamente in aria, non contengono solo elementi urticanti, ma agenti altamente tossici che, se inalati per tempo più o meno prolungato, portano ad un arresto respiratorio. Per questo motivo, i villaggi della Cisgiordania, dove ogni venerdì si svolgono manifestazioni che vorrebbero essere pacifiche, ma che vengono disperse dall’uso delle armi israeliane, hanno sempre un’ambulanza dotata di attrezzi per la rianimazione. Il gas penetra nelle vie aeree ed in un primo momento brucia e chiude la gola. Mi direte, scappa, no? E no, perché bruciano e si chiudono anche gli occhi. E stavolta la fonte sono io.
Naturalmente, Leila non poteva scappare. Forse nemmeno dare segno di sofferenza. Forse, quando i genitori se ne sono accorti, era troppo tardi. Sono ipotesi, ma non tropo azzardate.
Ora, la domanda è : davvero Israele ha mirato i “terroristi”? O ha usato indiscriminatamente la sua forza armata?

Vi segnalo un altro caso, Fadi Abu Salmi. Nel 2008, durante Cast Lead aveva perso entrambe le gambe ma la sua menomazione fisica non ha mai domato la sua sete di giustizia. E così, per cinque venerdì si è recato al border, armato della sua piccola fionda. Dev’essere stato un duro affronto per i soldatini israeliani, la sfida di quest’uomo! Con che ardire si permetteva di sfidare loro, lui povero storpio?

E così ieri hanno fatto fuoco. Per uccidere. E con Fadi, chiunque abbia premuto il grilletto, ha perso la sua dignità e la sua umanità, posto ne fosse dotato. Adesso mi piacerebbe non leggere su Breaking the Silence, associazione israeliana che fa un lavoro pregevole, che il soldatino è pentito. Breaking the Silence è stata preziosa fonte di informazioni, almeno per me, durante Protective Edge, l’offensiva israeliana del 2014 contro la Striscia. Tramite i racconti dei soldati presenti all’invasione di terra, e non solo, è stato possibile sapere come erano indottrinati. Ma oggi no. Sei un soldato, presumibilmente nemmeno di leva? Il tuo superiore ti ordina ti sparare ad un handicappato che MAI potrà nuocere né a te né al tuo paese? Diserta, affronta il carcere, salva la faccia, non sporcarti le mani ancor più di quanto non ti facciano credere sia necessario. Non mi serve sapere che dopo aver ucciso Fadi a sangue freddo hai pianto, sei andato ad ubriacarti in uno dei lussuosi bar di Tel Aviv, hai abbracciato mammina e papino. E non serve alla famiglia di Fadi. E non ci fai più pena e rabbia, ma schifo.

Stessa sorte era toccata il 14 dicembre scorso ad Ibrahim Nayef Ibrahim Abu Thurayeh, 20 anni, gambe amputate e cieco. Ibrahim era al border a manifestare contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Anche in quel caso, un uomo senza gambe fu ritenuto un pericolo imminente per la salvezza dei cecchini che lo freddarono. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, “scioccato” per il fatto, chiese un’inchiesta indipendente.

Ieri, Il Kuwait, piccolo Paese arabo del Golfo e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, ha annunciato oggi che presenterà una richiesta per una riunione di emergenza dell’organismo esecutivo dell’Onu per i fatti a Gaza. Il Consiglio dovrebbe riunirsi oggi, dopo che Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un comunicato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un’inchiesta indipendente sugli scontri mortali nella Striscia di Gaza.

Nella bozza di testo che la France Presse è riuscita a ottenere, “il Consiglio di Sicurezza esprime indignazione e tristezza di fronte alla morte di civili palestinesi che esercitano il loro diritto a manifestare pacificamente”.

Il Consiglio “chiede un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire” che sia fatta luce a riguardo, ha aggiunto il testo.

Intanto, il Sudafrica ha convocato il proprio ambasciatore, il ministro degli Esteri iraniano,  Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che  “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo mentre protestano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e nel frattempo (il presidente Usa Donald) Trump celebra lo spostamento del’ambasciata illegale Usa. Un giorno di grande vergogna”.

Francia ed Italia condannano le violenze, ma oltre non vanno.

La Turchia ha invece accusato gli Stati Uniti di essere “complici” di Israele per il “massacro” a Gaza, dove oltre 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre stavano protestando contro il trasferimento del ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Purtroppo, gli Stati Uniti si sono messi a fianco del governo israeliano nel massacro di civili e sono diventati complici di questo crimine contro l’umanità”, ha detto ai giornalisti il primo ministro turco Binali Yildirim ad Ankara. “Condanniamo fermamente questo vile massacro”. In precedenza, il portavoce del governo turco Bekir Bozdag ha dichiarato su Twitter che “l’amministrazione statunitense è responsabile quanto Israele per questo massacro”.
Ed Abu Mazen? Il presidente palestinese si è limitato a  proclamare tre giorni di lutto e  ad affermare che “gli Stati Uniti non sono più un mediatore in Medio Oriente” e che la nuova ambasciata equivale a “un nuovo avamposto coloniale americano” a Gerusalemme.

Davvero di più non si poteva? Davvero una denuncia per crimini di guerra, dopo l’istruttoria presentata a L’Aia nel 2015, di cui io ho perso le tracce, non sarebbe stata più adeguata? Che ne è stato della I istruttoria? Congelata, ritirata o boicottata? Non sarebbe giusto che il mondo sapesse se gli eletti governano anche a L’Aia?

Intanto oggi ricorre anche il 70° anniversario della Nakba e sono attesi nuovi scontri, dal momento che nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce ai palestinesi in Palestina di manifestare pubblicamente lutto e dolore in questa data.

Al Nakba, la Catastrofe, è  il temine che sta a designare l’esodo forzoso della popolazione Palestinese costretta ad abbandonare le proprie terre e le proprie case, all’indomani della fine del mandato britannico in Palestina e della fondazione dello stato d’Israele, secondo quanto previsto dal Piano di Partizione della Palestina ( risoluzione 181 del 29 novembre 1947 ). Il 14 maggio 1948, alla scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion autoproclamò lo Stato d’Israele.

Il 15 maggio del 1948 l’esercito sionista invase i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.
L’Inghilterra facilitò la strada agli ebrei, arrivati da Europa, Russia e America, per creare il proprio stato su terreni altrui, per colonizzare lentamente Il territorio palestinese, a poco a poco e con ogni possibile mezzo e modo.

Se risulta vero che immigrazioni di ebrei in Palestina, si erano già registrate sin dagli inizi del 1900, è altrettanto vero che, con la Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, esse si intensificarono. L’allora ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour scriveva a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo Palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone, l’85% dei palestinesi, sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi, sono state cacciate dalla terra che divenne Israele. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare, o si sono ribellati, o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista, sono stati uccisi.

La comunità internazionale era al corrente di questa pulizia etnica, ma decise, soprattutto in occidente, di non scontrarsi con la comunità ebraica in Palestina dopo l’Olocausto. Le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia e dalla memoria. Sulle rovine dei villaggi palestinesi gli israeliani costruiscono insediamenti per i coloni chiamandoli con nomi che richiamano quello precedente. Un monito ai palestinesi: ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di far tornare indietro l’orologio. Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, goderla nel divertimento e nel piacere. È un strumento formidabile per un atto di “memoricidio”.

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese. Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa otto milioni di rifugiati e continua ad espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne del peggiore apartheid. Il tutto sotto lo sguardo complice della “comunità internazionale”.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.

Tutti i rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è sancito da una risoluzione ONU, la 194, una delle oltre 70 che Israele continua impunemente a violare.

di Paola Di Lullo

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

In Siria non ci sono basi iraniane, tutti i morti sono soldati siriani

Sab, 12/05/2018 - 04:02

FadyAll’alba del 10 maggio, l’Esercito israeliano ha attaccato per cinque ore installazioni che suppongono essere delle forze iraniane e varie batterie di difesa antiaerea in Siria. Tuttavia da Damasco assicurano che le forze attaccate dall’Israele sono 100% siriane.  

Fady Marouf, giornalista siriano collaboratore di Prensa Latina a Damasco, ha rivelato a Sputnik che i bersagli attaccati da Israele all’alba erano tutti batterie di difesa siriane. “L’Iran non ha niente a che vedere”, ha assicurato.

Sono state cinque ore di intenso combattimento tra Siria ed Israele e sono state le forze israeliane che hanno cominciato, come sempre l’hanno fatto durante i sette anni di guerra in Siria, ha affermato Marouf.

In più di 15 occasioni, l’Esercito di Israele ha attaccato Siria dal 2011, soprattutto in posizioni militari, centri di investigazione scientifica ed altri luoghi strategici.

In questa occasione, da Tel Aviv sostengono che la forza iraniana Al Quds ha fatto vari spari dal territorio siriano contro le truppe israeliane che occupano le Alture del Golan in Siria.

“Oggi il pretesto sono supposti attacchi contro basi iraniane: in Siria non ci sono basi iraniane”. “Abbiamo solo assessori iraniani che aiutano l’Esercito siriano nella sua lotta contro i gruppi terroristici, tutti i morti sono soldati siriani ed anche i feriti”, ha assicurato il giornalista.

Il Ministero di Difesa della Russia ha informato che nell’attacco contro il territorio hanno partecipato 28 aeroplani israeliani F-15 e F-16 che hanno lanciato circa 60 missili per cinque ore. L’Esercito siriano ha confermato la distruzione del 75% di questi missili, benché alcuni abbiano raggiunto i loro bersagli ed hanno distrutto brigate di difesa antiaerea, un deposito di approvvigionamenti ed anche una stazione di radar, ha precisato l’intervistato.

Come ha spiegato Marouf, Siria non aggredisce Israele dalla guerra Araba-israeliana del 1973. Da allora le forze israeliane attaccano perché non vogliono un vicino con un Esercito forte. L’Israele ci teme, ha affermato.

Il giornalista ha raccontato a Sputnik che all’alba dell’attacco gli abitanti siriani di Damasco sono usciti sui balconi e sono stati testimoni di come la difesa antiaerea ha distrutto i missili israeliani, mentre i soldati israeliani erano terrorizzati nei rifugi, ha commentato.

“Siria è un paese che vuole la pace ma oggigiorno il popolo e l’Esercito siriani sono molto più forti dopo sette anni di guerra”. “Non siamo disposti a cedere un passo indietro”, ha concluso il giornalista.

Da Sputnik Mundo

traduzione di Ida Garberi

foto: Fady Marouf

Categorie: News

Incendiano statua di Marx in Germania

Ven, 11/05/2018 - 00:42

Karl-Marx-1La statua inaugurata giorni fa nella città tedesca di Treviri con motivo del bicentenario della nascita del filosofo tedesco Karl Marx è stata oggi oggetto di un attacco piromane, ha comunicato la Polizia.

Sconosciuti hanno dato fuoco in ore dell’alba ad un stendardo che hanno legato alla statua di bronzo nella città natale di Marx. I pompieri sono accorsi a spegnere il fuoco e la scultura non è stata danneggiata.

La statua è stata inaugurata sabato scorso in mezzo alle proteste. La scultura, elaborata in bronzo e di dimensioni gigantesche -misura 5,50 metri di altezza – è un regalo della Cina ed è stata collocata in una piazza vicina alla Porta Nigra, una porta monumentale costruita all’epoca dell’Impero romano e qualificata come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco dal 1986.

La figura rappresenta un Karl Marx con la sua caratteristica barba, vestito con un soprabito e camminando. All’inaugurazione della statua c’erano più di 200 invitati famosi, tra loro, il viceministro di Informazione del Consiglio Statale della Cina, Guo Weimin.

Un portavoce di Treviri si è dispiaciuto dell’attacco. “Molte persone hanno manifestato la loro posizione durante la cerimonia di inaugurazione in forma pacifica e rispettosa. È una pena che altri abbiano tentato di causare danno.”

con informazione di DPA

traduzione di Ida Garberi

foto: El Mundo

Categorie: News

Il Reggimento Immortale

Gio, 10/05/2018 - 04:42

regimiento-inmortal-02In una delle pagine di “Croniche del Crollo Sovietico” (Ocean Sur, 2014) ho raccontato il dolore e l’indignazione di vedere la bandiera della falce ed il martello resa davanti a quella delle stelle e strisce, con l’intervento di un presunto ufficiale delle forze armate russe. Era il 9 maggio 2001, appena 5 mesi dopo la scomparsa dell’URSS, e l’opportunismo, la confusione ed il tradimento avevano trasformato la celebrazione in una giornata luttuosa.  

Dopo studiare e conoscere meglio le forme di lotta non convenzionali del poderoso avversario, ho albergato i sospetti che questo poteva essere un montaggio demoralizzante, fatto con perfidia e premeditazione, per colpire l’orgoglio nazionale del gran paese euroasiatico, come si sono in seguito preparate la repressione e le manifestazioni in Libia, Siria, Venezuela, Nicaragua.

Il modo è simile alle simboliche macerie dei monumenti dedicati ai soldati sovietici nei paesi dell’Europa dell’Est, che hanno aiutato a liberare dal fascismo. Tutto ciò va congiunto con gli impegni delle università statunitensi ed europee, dove annida il più rancido pensiero conservatore contemporaneo, che si sforzano a riscrivere la storia e la diffondono con l’aiuto dei mass media delle multinazionali.

Le risposte davanti a fatti simili normalmente sono diverse ed eterogenee, ma nessuna supera quella che nasce dalle viscere del popolo. Nel 2012, sei anni fa, la popolazione della città russa di Tomsk ha dato l’esempio. La gente ha tolto dalle sue pareti, altari e bauli le foto dei suoi genitori e nonni, si è messa le loro medaglie, ha spiegato insieme le bandiere tricolore e quella rossa, ed è andata per la strada cantando gli inni e le melodie gloriose degli anni di lotta contro il fascismo.

Non hanno chiesto permesso a nessun partito, non si sono organizzati con nessun governo. Semplicemente, sono usciti a rivendicare la loro storia ed il loro diritto alla pace. “Il Reggimento Immortale”, hanno chiamato questa massa di cinquemila russi che alzavano come testimonio le foto dei loro cari accompagnati da uno striscione che proclamava, come le lettere di bronzo della tomba del soldato sconosciuto del Cremlino: “Nessuno è dimenticato, non abbiamo dimenticato nulla”. Hanno scosso tutta Russia.

L’iniziativa è stata assecondata immediatamente da decine di città russe e poi per tutto il paese. Uomini e donne di diverse idee politiche l’hanno abbracciata, e ciò ha unito ancora di più tutta la nazione. Si sono uniti i popoli di Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. L’esempio è stato imitato dai discendenti di russi e dai loro amici in decine di paesi del mondo.

A Mosca, la gran sfilata militare che ogni anno celebra la storica vittoria, è seguita dalla marcia del popolo che è stato, in tutte le epoche, il gran difensore della capitale russa. Il presidente Putin va come uno in più, con la foto di suo padre, marinaio, difensore di Leningrado.

Il Reggimento Immortale è tornato ad uscire oggi 9 maggio 2018 sulle strade di Mosca, di tutta la Russia e del mondo. I milioni di volti che si affacciano tra la moltitudine sono un’avvertenza per quelli che attizzano guerre, presuntuosi del loro messianismo ed eccezionalità, come quelli che 73 anni fa si sono arresi a Berlino. I popoli sono sempre saggi.

di Pedro Prada

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

regimiento-inmortal-01

Categorie: News

Le Nazioni Unite affermano che Cuba è un modello per la cooperazione Sud-Sud

Mer, 09/05/2018 - 03:25

cepal-4-580x387Cuba è un modello di cooperazione Sud-Sud e promozione dell’uguaglianza e dello sviluppo, ha dichiarato Alicia Barcena, capo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), lunedì durante una cerimonia che segna la Giornata Nazionale cubana.

“Cuba è un esempio rilevante di quanto può essere fatto a favore della cooperazione Sud-Sud”, ha dichiarato Alicia Barcena, segretaria esecutiva della CEPAL.

Barcena e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si trovano a Cuba per la 37ª sessione della CEPAL, il secondo incontro annuale ospitato dall’isola e il primo dal trionfo della rivoluzione, che si svolgerà a L’Avana dall’8 all’11 maggio e che segna il 70° anniversario dell’agenzia.

“La CEPAL e il governo cubano hanno più volte sottolineato l’importanza di un approccio globale allo sviluppo, vale a dire uno sviluppo in cui l’economia avanza, con progresso sociale e rispetto per l’ambiente, portando allo sviluppo sostenibile”, ha affermato Barcena.

Ha riconosciuto che Cuba ha lavorato e collaborato con altri paesi per rafforzare la sanità e l’uguaglianza, affermando che “si tratta di una crescita per l’uguaglianza e di uguaglianza per la crescita”.

Barcena presenterà un rapporto sulle prestazioni dell’agenzia negli ultimi due anni, denominato “L’inefficienza della disuguaglianza” e i partecipanti approveranno il programma per i prossimi due anni, durante i quali Cuba assumerà la presidenza di turno.

Lunedì, la CEPAL ha firmato un accordo con l’Unione Europea che si impegna a promuovere lo sviluppo sostenibile in America Latina e nei Caraibi.

Antonio Guterres interverrà alla sessione di apertura della riunione dell’agenzia, nella quale saranno presenti ministri e funzionari di 46 Stati membri e 13 paesi associati.

“È un grande piacere tornare a Cuba. Sono stato qui 20 anni fa durante un Vertice Iberoamericano e ho ricordi molto piacevoli dell’ospitalità della gente e dei contatti con i governi latinoamericani e le autorità cubane”, ha detto Guterres, di nazionalità portoghese, al suo arrivo sull’isola.

Dopo aver fatto una passeggiata al centro storico de L’Avana, Guterres ha tenuto un incontro a porte chiuse con il nuovo presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, presso il Palazzo della Rivoluzione, in cui hanno parlato dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile in un “tumultuoso e pericoloso teatro globale”, secondo i resoconti dei media statali.

da TeleSur

traduzione L’AntiDiplomatico

foto: Abel Padrón Padilla/ ACN

antonio-guterres-recorre-la-habana-vieja-05antonio-guterres-recorre-la-habana-vieja-06

CUBA-RECORRE LA HABANA VIEJA SECRETARIO GENERAL DE LA ONU

 

 

 

Categorie: News

Un esercizio di sovranità ed indipendenza

Mar, 08/05/2018 - 01:20

venezuela-elecciones-580x308A solo due settimane dai suffragi presidenziali di questo 20 maggio in Venezuela, la destra internazionale si scaglia duramente contro il nostro sistema democratico, tentando di ostacolare che il nostro popolo eserciti il suo diritto al voto per difendere la pace e la sovranità del paese.

È inaccettabile il recente pronunciamento del Parlamento Europeo che esige la sospensione delle elezioni in un’azione che può catalogarsi solo come una grossolana ingerenza ed una violazione alla sovranità del nostro Stato.

Il fatto più insolito, è che questa risoluzione sia stata spinta dai partiti politici che attentano contro i diritti civili e le libertà politiche dei loro cittadini nei loro stessi paesi. Bisogna solamente dare un’occhiata alla crisi dell’istituzionalità democratica in Spagna, per esempio, per rendersi conto che non hanno nessuna morale per giudicarci.

Da qui rifiutiamo la loro mancanza di rispetto ed intimiamo alla destra europea che si occupi dei gravi e degli enormi problemi che attraversano oggi i loro paesi ed i loro elettori, che ogni giorno perdono la fiducia nelle istituzioni dell’UE tale e come lo riflettono gli ultimi sondaggi.

Facciamo notare che questo stesso copione vuole seguirlo il fallito Gruppo di Lima, questo 14 maggio, dove condanneranno il nostro sistema democratico un piccolo gruppo di paesi che, oltre a non rappresentare gli interessi delle nazioni latinoamericane, attraversano profonde crisi politiche interne con golpe di Stato, rinunce di presidenti, incarceramento e persecuzione di dirigenti, repressione ed oppressione dei loro popoli.

Al contrario, i venezuelani e le venezuelane confidano nel loro sistema democratico. Il Consiglio Nazionale Elettorale è stato riconosciuto internazionalmente come un arbitro trasparente in più di 20 elezioni che abbiamo sostenuto quasi in due decadi di Rivoluzione Bolivariana.

Quello che osserviamo in questo momento è un popolo in campagna elettorale, mobilitato, cosciente, che assume il suo impegno col futuro della Patria e specialmente con la democrazia. Perché la nostra, come ha segnalato il presidente Nicolas Maduro, non è una democrazia di élite, è una democrazia “per i molti, e la cosa giusta è quella che è corretta per tutta la gente”.

Sappiamo che le elezioni del 20 maggio non si limitano ad un semplice atto di suffragio. Questo giorno, il popolo difenderà col suo voto il suo diritto ad essere libero e sovrano. Sarà una lezione di dignità per chi oggi, senza nessun altro motivo che l’ambizione di impadronirsi delle nostre risorse, ci sanzionano e c’accusano di essere una dittatura.

Dimostreremo al mondo che abbiamo un’autentica democrazia protagonista e partecipativa, consolidata nel nostro concetto di Socialismo Bolivariano, che inoltre costituisce l’unica opzione provata per garantire una Patria indipendente; per terminare di trasformare Venezuela in un paese-potenza. L’altra opzione, quella che offre l’oligarchia multinazionale, è la consegna della nostra sovranità monetaria, la privatizzazione, l’asta delle nostre ricchezze nazionali al migliore offerente; la repressione dei settori popolari, la miseria e l’esclusione delle maggioranze.

Convochiamo tutto il popolo, i partiti del Fronte Ampio della Patria, i movimenti sociali, ad utilizzare tutta la loro iniziativa, la loro creatività, la loro disciplina, la loro organizzazione, per rimanere ora dopo ora, casa per casa, giorno dopo giorno, attivati in questa ultima campagna in un’offensiva intelligente ed appassionata per la difesa del nostro diritto alla libera determinazione come paese.

Attenzione col trionfalismo! Che nessuno abbassi la guardia neanche un solo secondo! Non dobbiamo sottovalutare il nemico pericoloso che c’assedia che non è né la borghesia vende-patria né i partiti dell’opposizione. Il nostro nemico è e sarà sempre l’imperialismo statunitense ed i suoi alleati europei.

Questa domenica 6 maggio abbiamo dimostrato la forza del nostro meccanismo. L’esercizio efficace del simulacro ci ha permesso di scoprire qualsiasi debolezza, qualsiasi difetto che dobbiamo correggere nel cammino verso una nuova Vittoria Perfetta.

L’obiettivo fondamentale in questa tappa del contrattacco e spiegamento rivoluzionario, è assicurare la materializzazione del voto e minimizzare l’astensione. La nostra vittoria deve essere contundente. Il nostro voto come esercizio pieno di sovranità ed indipendenza è la nostra arma per sconfiggere il blocco economico e dirigerci verso una nuova tappa della Rivoluzione Bolivariana, col presidente operaio Nicolas Maduro al fronte, dove una volta per tutte schiacceremo le mafie della corruzione, finanziarie ed economiche che dissanguano il paese ed edificheremo, concretamente, un’economia che sia al servizio degli interessi del popolo.

In questa retta finale oltre ad appoggiarci tra noi come meccanismo essenziale, dobbiamo convincere perfino la coscienza di quelli che sono confusi, di quelli che ci contrastano, ma nemmeno credono nella proposta suicida della destra che privatizza e che è neoliberale: andiamo all’avanguardia, con precisione e costanza, per convincere le coscienze con la verità. Si tratta di un’elezione fondamentale, si tratta della lotta tra la vita e la morte; tra il socialismo liberatore ed il capitalismo sfruttatore; tra la Patria e l’anti-patria; tra la sovranità e l’ingerenza. Andiamo popolo alla battaglia, con passo fermo e deciso ad una nuova Vittoria Rivoluzionaria!

Con Chavez Sempre!

Tutti con Maduro!

Verso la Vittoria Economica!

di Adan Chavez Frias- (AVN)

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Gli Stati Uniti pianificano contro Damasco una nuova accusa di “attacco chimico”

Sab, 05/05/2018 - 04:31

siriaUna fonte vicina all’intelligence siriana ha rivelato che i servizi segreti statunitensi stanno preparando una nuova accusa di “attacco chimico” contro Damasco nei pressi del giacimento di idrocarburi di Jafra, nella provincia orientale di Deir Ezzor.

Nelle dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa russa Sputnik, la fonte ha specificato che la nuova messa in scena di Washington è guidata da un ex membro del gruppo terroristico Isis.

“I servizi speciali degli Stati Uniti stanno tramando una provocazione con l’uso di sostanze vietate in Siria. L’operazione, che consiste nel mettere in scena un attacco chimico contro i civili e diffonderla nei media, è organizzata da un ex terrorista dell’ISIS, Mishan Idris Hamash”, ha affermato.

Inoltre, si aggiunge anche che i preparativi per la messa in scena sono iniziati il 23 aprile scorso e, precisa, che per registrare il presunto attacco chimico l’ex terrorista e la sua squadra stanno già trasferendo civili in un territorio vicino al giacimento petrolifero di Jafra, situato a circa 27 chilometri a est di Deir Ezzor, vicino a una base militare statunitense.

Successivamente, la fonte siriana ha anche specificato che Hamash intende coinvolgere suo fratello, Mohamed Ramadan al-Idris e altre membri della sua famiglia, nelle riprese video.

Fonte, testo e foto: Sputnik

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Cubano arrestato in Colombia ha ricevuto appoggio dalla Florida per attentare contro FARC, Gustavo Petro e l’ambasciata cubana

Ven, 04/05/2018 - 03:42

Cubano-detenido-en-Colombia-580x328Un cubano arrestato in Colombia ha confessato oggi che aveva come obbiettivo attentare contro il massimo leader dell’ex guerriglia delle FARC, Rodrigo Londoño, e l’aspirante di sinistra alla presidenza Gustavo Petro, proposito che è fallito all’essere internato in un carcere.  

“Io appartengo al ‘Movimento Giustiziere 51 ‘, le nostre operazioni sono  azioni militari contro gli interessi cubani all’estero, in questo caso l’Ambasciata cubana a Bogotà, od in Cile, come contro il leader smobilitato delle FARC, alias ‘Timochenko’”, ha segnalato Raul Gutierrez in un’intervista con W Radio.

Il cubano è in prigione dal 14 marzo, quando gli agenti della Procura Generale e la Polizia colombiana hanno bloccato un attentato che pretendeva  perpetrare contro cittadini statunitensi che lavorano per l’ambasciata di questo paese in Colombia.

L’arrestato ha aggiunto che contro Londoño, avevano organizzato un attentato in Armenia, zona dell’occidente colombiano. “Era una casa affittata da un collaboratore, in una strada pedonale di Armenia, e si sapeva già che sarebbe passato di lì, però non si è potuto concretare”, ha indicato.

Londoño ha dovuto ritirarsi dalla contesa elettorale in marzo per un infarto, ma proprio prima di quell’annuncio, in febbraio, ha percorso vari punti del paese, tra questi Armenia, dove è stato raggiunto da un’onda di manifestanti che gli gridavano “assassino.”

D’altra parte, Gutierrez ha aggiunto che era anche parte degli obiettivi militari della sua organizzazione il candidato per il movimento Colombia Umana, Gustavo Petro. “Contro quello che si sta postulando (alla Presidenza) e che prima era guerrigliero del M-19”, ha indicato.

Sulle fonti che finanziano il suo gruppo che svolge attentati terroristi, Gutierrez ha spiegato che provengono “dall’esilio cubano nella Florida e dall’estrema destra colombiana “, ma ha detto che per sicurezza non poteva rivelare nomi.

Gutierrez è stato inviato al carcere perché le autorità che lo seguivano hanno incontrato conversazioni telefoniche che dimostrerebbero i suoi vincoli col gruppo estremista Isis.

Secondo l’investigazione, il detenuto si comunicava con messaggi di testo con gruppi islamici da più di un anno. “Il suo obiettivo era uccidere cittadini nordamericani per dare forza a gruppi estremisti religiosi “, ha spiegato la procuratrice addetta al caso in quel momento.

Nonostante queste prove, il cubano, che ha offerto l’intervista dal carcere La Picota, nel sud della capitale, ha detto che questo è falso. “Se devo pagare per affermare che pretendevo fare degli attentati contro Petro e ‘Timochenko ‘, pago; ma non per fare attentati jihadisti contro persone nordamericane”, ha spiegato.

Gutierrez ha detto che è nato a Cuba nell’anno 1972, che ha studiato a L’Avana e che ha abbandonato Cuba per stabilirsi negli Stati Uniti, dove si  unito a gruppi contro il Governo cubano.

Con informazione di DPA

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Lula dal carcere: “Brasile si deve ribellare all’agenda neo-liberista di Temer prima che sia troppo tardi”

Gio, 03/05/2018 - 03:01

LulaIl candidato alle prossime presidenziali in Brasile e prigioniero politico Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato un monito preciso: il governo di Michel Temer sta sviluppando un ordine del giorno contro le conquiste sociali del paese e ha invitato la nazione a combattere e resistere all’assalto neoliberista del regime.

In una lettera inviata in occasione della Festa dei lavoratori, Lula ha sottolineato la gravità della situazione economica, occupazionale e sociale del paese da quando Temer ha deposto con un golpe morbido Dilma nel 2016.

“La disoccupazione cresce e umilia le famiglie. In un paese con una forza lavoro di oltre 100 milioni di persone, solo 33 milioni hanno un salario pieno, il numero più basso degli ultimi 6 anni “, ha scritto l’ex presidente del Brasile (2003-2011) nella sua lettera.

Lula ha anche avvertito che, nel caso dovesse proseguire il corso “neoliberista”, i risultati democratici saranno abrogati, così come il diritto al lavoro, la protezione della legge e l’educazione, che sarà sempre più limitata.

L’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha anche denunciato che il nuovo regime sta vendendo il paese.  Il Brasile è “nel mezzo di una democrazia incompleta” con un presidente eletto “indirettamente” e non dalla maggioranza dei cittadini alle urne.

Allo stesso modo, Lula ha denunciato l’influenza della rete locale O Globo, che agisce come una pedina di un colpo di stato contro i media progressisti. Il leader di dice convinto che le persone sapranno reagire alla “egemonia mediatica” e tornare a pensare ad “un Brasile con più inclusione sociale, democrazia e felicità”.
Lula, nettamente in testa in tutti i sondaggi per le elezioni presidenziali ormai prossime in Brasile, è in carcere dal 7 aprile e sta scontando una pena di dodici anni per una condanna per presunte irregolarità finanziarie. Sul processo farsa consigliamo questa lettura.

 

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

1º Maggio: milioni di cubani hanno sfilato nel Giorno Internazionale dei Lavoratori

Mar, 01/05/2018 - 20:00
foto di Irene Perez

foto di Irene Perez/Cubadebate

 

Oggi tutta la Cuba celebra il 1º Maggio. Circa 900 mila persone hanno sfilato a L’Avana e, in totale, circa sei milioni di lavoratori e studenti sono stati protagonisti nella Maggiore delle Antille del Giorno Internazionale dei Lavoratori, che è una festa di appoggio maggioritario alla Rivoluzione cubana.

Nella Piazza della Rivoluzione Josè Martì erano presenti Raul Castro Ruz, primo segretario del Partito Comunista di Cuba, Miguel Diaz-Canel Bermudez, presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, Ulises Guilarte de Nacimiento, segretario generale della CTC, tra gli altri leader cubani.

“Unità, impegno e vittoria” è stato lo slogan che ha guidato i lavoratori nella loro sfilata.

“In un giorno come oggi non è possibile dimenticare che viviamo in un mondo caratterizzato da un ordine internazionale ingiusto ed escludente” ha detto Guilarte durante il suo discorso antecedente all’inizio della sfilata.

“Cuba ed il suo movimento sindacale riaffermano il loro impegno e solidarietà coi popoli che lottano per la loro indipendenza e fanno loro la causa degli umili per costruire una patria grande”, ha aggiunto il segretario generale della Centrale dei Lavoratori. “Viva Fidel e Raul! Hasta la  victoria siempre!”, ha esclamato alla fine Ulises Guilarte.

Con le note dell’inno del 1º Maggio è incominciata la sfilata, diretta dagli educatori che hanno trasportato uno striscione col messaggio: “60 anni di principi, unità e storia.”

La Piazza della Rivoluzione Josè Martì ha accolto l’atto principale ben presto nella mattina dove hanno sfilato circa 900 mila persone.

testo di  Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

clicca qui per vedere altre foto

 Marcelino Vázquez/ ACN

Foto: Marcelino Vázquez/ ACN

 

 Roberto Garaicoa/ Cubadebate

Foto: Roberto Garaicoa/ Cubadebate

 Jorge Luis Sánchez/ Cubadebate

Foto: Jorge Luis Sánchez/ Cubadebate

 L Eduardo Domínguez/ Cubadebate

Foto: L Eduardo Domínguez/ Cubadebate

Categorie: News

Dieci ragioni per sfilare questo 1º Maggio

Mar, 01/05/2018 - 02:59

trabajadores-desfile1 – A Cuba, a differenza di altri paesi, si celebra il Giorno Internazionale dei Lavoratori con una gran sfilata del popolo proletario. In molti territori del mondo questo giorno si trasforma in una giornata di protesta e denuncia contro governi e politiche contrarie al movimento proletario. Il popolo cubano celebra ogni 1º Maggio con una sfilata piena di allegria, dove partecipano tutti i settori del popolo lavoratore.  

2 – Secondo la Costituzione della Repubblica di Cuba, nel suo articolo 45, il lavoro nella società socialista è un diritto, un dovere ed un motivo di onore per ogni cittadino. Riconoscendo così il lavoro come una garanzia fondamentale del popolo cubano.

3 – Il lascito di Fidel Castro, Josè Martì e gli illustri dell’indipendenza cubana rappresentano i più alti valori dei nostri lavoratori e delle migliori tradizioni patriottiche del nostro paese.

4 – L’aggiornamento del modello economico e sociale cubano dipende in ampia misura dall’efficienza e produttività che ogni lavoratore apporta dalla sua posizione all’economia ed allo sviluppo del paese.

5 – Chi partecipa alla sfilata costituisce un appoggio morale alla direzione storica della Rivoluzione, ed alla nuova direzione del paese, in momenti in cui Cuba è assediata dagli artigli dell’impero più grande del mondo.

6 – Il concetto di Rivoluzione, pronunciato un 1º Maggio, impegna ogni cubano a cambiare tutto quello che deve essere cambiato, con senso del momento storico.

7 – I cubani hanno deciso di costruire una nazione socialista, indipendente, sovrana, prospera e sostenibile, organizzata con tutti e per il bene di tutti, senza che poderose forze esterne intervengano nei temi interni del paese.

8 – Le nuove generazioni di cubani assumono con impegno, lealtà e dignità la continuità del processo rivoluzionario cubano. Coscienti del ruolo di protagonisti che oggi vivono e senza dimenticare la storia.

9 – I lavoratori cubani celebrano il loro XXI Congresso. La CTC nel suo anniversario sviluppa un ampio processo di assemblee in vista del XXI Congresso di questa organizzazione che si celebrerà nel mese di gennaio del 2019.

10 – I cubani celebreremo varie date storiche importanti, come i 165º anniversario del compleanno del nostro Eroe Nazionale Josè Martì, il 150º dell’inizio delle guerre per l’Indipendenza, il 65º dell’assalto alle Caserme Moncada e Carlos Manuel de Cespedes ed il 60º del trionfo della Rivoluzione.

di Giovany Peñate Cruz

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Da che parte stare? Ecco chi sono i ‘buoni e i cattivi’ all’ONU secondo Washington

Sab, 28/04/2018 - 04:21

ONUIsraele, Regno Unito, Francia, Ucraina e Canada sono tra i Paesi che più spesso si sono posizionati dalla parte di Washington del voto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017. Questo è quanto mostra un rapporto del Dipartimento di Stato statunitense recentemente divulgato sul sito web dell’istituzione.

Il documento analizza come i diversi paesi membri delle Nazioni Unite hanno votato nel Consiglio di sicurezza e nell’Assemblea generale dell’organizzazione e se i loro voti coincidono o no con quelli degli Stati Uniti. I dati del rapporto mostrano che durante l’esame di 93 risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per tutto il 2017, la coincidenza del voto del resto delle nazioni con quello degli Stati Uniti era solo del 31%. In questa percentuale è stata osservata una drastica riduzione, che nel 2016 è stata del 41%.

I paesi che hanno mostrato il maggior accordo o servilismo, fate voi, con Washington – il Dipartimento di Stato li ha etichettati come “alleati” – sono, in ordine decrescente, Israele, Micronesia, Canada, Isole Marshall, Australia, Regno Unito, Francia, Repubblica di Palau, Ucraina e Repubblica Ceca.

Invece, tra i Paesi con il più basso accordo di voto con il paese nordamericano figurano lo Zimbabwe, il Burundi, l’Iran, la Siria, il Venezuela, la Corea del Nord, il Turkmenistan, Cuba, la Bolivia e il Sudafrica.

“Non è un risultato accettabile per il nostro investimento”

Ieri, la missione permanente degli Stati Uniti prima che l’ONU ha rilasciato una dichiarazione con un commento sui risultati di questa analisi.

Nel messaggio, l’ambasciatrice di Washington all’ONU, Nikki Haley, ha mostrato la sua indignazione perché la media del consenso ai voti con gli Stati Uniti era solo del 31%, quando invece il suuo paese è il più grande investitore dell’organismo internazionale.

“Il popolo americano paga il 22% del bilancio delle Nazioni Unite, più di prossimi tre paesi donatori più grandi messi insieme. Nonostante questo la generosità, il resto della Nazioni Unite ha votato con noi solo nel 31% dei casi, una percentuale che è inferiore rispetto al 2016. Questo perché ci preoccupiamo più di essere giusti che popolari”, ha affermato Haley.

“In ogni caso, questo non è un risultato accettabile per il nostro investimento”, ha aggiunto l’ambasciatrice.

Fonte: https://www.state.gov

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Dalle armi non convenzionali alla manipolazione delle morti sui social: le 7 coincidenze tra le proteste in Nicaragua e in Venezuela

Ven, 27/04/2018 - 04:32

nica2-580x326Ci sono diverse coincidenze tra le violenze in Nicaragua negli ultimi giorni e quelle antichaviste nel 2014 e 2017. Non si tratta solo di chi finanzia tali operazioni, ma di come sono gestite via social media. Di seguito sono riportati sette confronti che lo confermano.

1. Armamento non convenzionale. L’uso di armi artigianali per affrontare le forze di sicurezza cercando di creare contiguità tra proteste pacifiche e tattiche di sovversione e guerriglia urbana, in modo che i morti vengano attribuiti al governo, nel quadro del dossieraggio “violazione dei diritti umani”. Mitraglia, mortai, razzi, tra gli altri, sono utilizzati dai gruppi d’attacco mercenari in Venezuela causando morti come Adrián Duque, Armando Cañizalez, César Pereira, Diego Arellano, Miguel Castillo, Roberto Durán e Yeison Mora, uccisi con sfere metalliche o mitraglie sempre dal lato dei dimostranti. Anche Andrés Uzcátegui, Nelson Arévalo Avendaño, Neomar Lander e Engelberth Duque Chacón, morirono mentre manipolavano esplosivi artigianali. Durante le violenze in Nicaragua, i gruppi armati d’assalto usavano mezzi simili. Per evitare confusioni a causa della somiglianza delle immagini, la prima foto riguarda il Venezuela e la seconda il Nicaragua.

2. Operazioni di disinformazione. Informazioni non confermate sono spacciate da operatori della guerra psicologica usando i social network come amplificatori per creare ansia e panico nella popolazione. Tra le proteste in Venezuela dello scorso anno, alcuni capi dell’opposizione diffusero voci collegando il governo venezuelano a un presunto uso di armi chimiche, con l’obiettivo di attirare l’attenzione dei media internazionali e terrorizzare l’opinione pubblica. pubblico. Al tempo, dall’altra parte dell’Atlantico, il governo siriano fu accusato di attacchi chimici e in seguito fu confermato che il presunto attacco era una montatura per giustificare i bombardamenti statunitensi del Paese arabo. Cercando di emulare la stessa opportunità, in Nicaragua voci furono diffuse per collegare il governo all’uso di armi chimiche, una bugia che, sebbene screditata, fu utile ad alimentare le violenze via social network.

3. Manipolazione dei morti. Gli uccisi nelle violenze vengono indicati senza spiegazioni o precisazioni così che, come in Venezuela, il governo venisse accusato da media o “gruppi armati”. Con tale tattica nell’uso dei media, fu elaborato il dossier per consentire l’intervento o colpo di Stato, a seconda delle circostanze. I media come ABC diffusero un bilancio delle vittime che i media locali non potevano confermare. Come visto nella precedente “coincidenza”, tali dati furono diffusi da operatori dalla lunga esperienza nella guerra dell’informazione contro il Venezuela. In Nicaragua, i media internazionali riecheggiavano “rapporti” oscuri collocando il numero di morti oltre i 20, incapaci di confermarlo o meno. Applicando la stessa disinformazione, si cercava di nascondere che nel 2017 morirono in Venezuela, ad esempio, 25 passanti presso una manifestazione, ma senza parteciparvi. Casi come quelli di Almelina Carrilo (Caracas) o Paola Ramírez (Táchira), omicidi commessi dai manifestanti dell’opposizione, furono usati dai media per intensificare le violenze, ritenendo il governo responsabile senza che i casi venissero risolti in via giudiziaria.

4. Saccheggi e danni a proprietà pubbliche e private. Gruppi armati in Nicaragua saccheggiavano diversi negozi e persino motociclette, in alcune parti del Nicaragua, causando danni alle strutture statali come ospedali e istituti scolastici. Il profilo delle violenze era professionale e focalizzato non solo sulle infrastrutture dei servizi chiave per la vita quotidiana della popolazione, ma anche su simboli ed istituzioni del potere statale. Nel comune di Chacao, nello stato di Miranda, in Venezuela, accaddero eventi simili quando gruppi d’assalto anti-Chavez incendiarono e attaccarono edifici pubblici come la Direzione esecutiva della magistratura, della Corte suprema di giustizia. Questo fu solo un esempio dell’assalto a trasporti pubblici, biblioteche e ospedali nel 2017.

5. Uso dei cecchini. In Venezuela, omicidi mirati furono commessi da cecchini, mentre il sergente Surnar Sanclemente (Miranda) e il poliziotto di Carabobo Jorge Escandón furono uccisi a colpi di arma da fuoco. Anche Jesus Leonardo Sulbarán e Luis Alberto Márquez, lavoratori del governatorato di Mérida, furono uccisi dal tiro da edifici in quello stato. Il giornalista Ángel Gahona, di un canale televisivo statale, fu assassinato mentre trasmetteva in diretta su Facebook gli eventi presso l’ufficio del sindaco di Bluefields, Nicaragua. Stava camminando dietro le forze di polizia e un colpo gli sfondò la testa di fronte a dozzine di persone. Dall’11 aprile 2001, da Euromaidan al Nicaragua, i cecchini sono una risorsa delle operazioni golpiste degli Stati Uniti.

6. Uso d’influencer del mondo dello spettacolo. Strumentalizzare la sensibilità delle persone legate all’industria dell’intrattenimento è una risorsa propagandistica di successo per avere il supporto alle violenze da strati sempre più ampi dell’opinione pubblica. Tale catalizzatore non smette di essere utile per tali operazioni, nel caso venezuelano c’erano molte celebrità che manifestavano il loro pregiudizio contro Chavez. In Nicaragua, tale risorsa fu usata arruolando figure musicali internazionali come Miss Nicaragua 2018 Adriana Paniagua e altri personaggi dell’industria dell’intrattenimento locale.

7. Simboli e glorificazione della morte. Le liste di defunti scritte col gesso per terra furono stilate in Nicaragua, similmente a quelle scritte in Venezuela nei tumulti del 2017, allo scopo di nascondere le cause di ogni morte e accusarne il governo. Sebbene tra i morti, in Venezuela e in Nicaragua, vi fossero membri delle forze di sicurezza, studenti, lavoratori e attivisti politici, è importante per i media gonfiare le liste false e concedergli un’estetica da “lotta nonviolenta”, per essere riconosciuti a livello internazionale; svuotandone del valore locale, tali morti diventavano prodotti di consumo.
Altro

Altre coincidenze nell’ambito del piano attivato in Nicaragua sono: il sostegno del clero cattolico ai “manifestanti”, le “preoccupazioni” del governo degli Stati Uniti, il reclutamento di delinquenti e la continua giustificazione e sponsorizzazione di ONG, media ed élite aziendali promosse da Washington attraverso il proprio soft power. E per concluderne la coincidenza politica all’origine: alcuna delle due nazion attaccate è geopoliticamente allineata agli Stati Uniti, grandi promotori globali di tali metodi golpisti.

di Mission Verdad

traduzione di Alessandro Lattanzio

preso da L’AntiDiplomatico

 

Categorie: News

Presenteranno testimoni siriani che smontano presunto attacco chimico

Gio, 26/04/2018 - 03:45

Siria-Montaje-580x328La missione russa presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) presenterà domani nella sede di questo organismo a L’Aia testimoni siriani che dimostrano sia un falso un presunto attacco chimico a Duma, hanno informato mezzi di stampa.

Secondo l’Agenzia di Notizie SANA, nella riunione informativa organizzata da Mosca presso questo organismo potrebbe presentarsi il bambino siriano Hasan Diab che i Caschi Bianchi hanno usato per la loro messa in scena a Duma, regione della Ghouta Orientale.

Dopo il montaggio in video del presunto attacco chimico nella località di Duma il 7 aprile scorso, i paesi occidentali hanno accusato il governo siriano di questa azione illegale.

Con questo pretesto, nella notte del 14 aprile, forze militari degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia, hanno lanciato un attacco con missili ed altri mezzi da guerra contro obiettivi siriani alla periferia di Damasco e nella centrale provincia di Homs.

Prima e dopo l’aggressione militare, condannata dai paesi della comunità internazionale, i governi siriano e russo hanno negato l’implicazione di Damasco nella diffusione di sostanze tossiche proibite contro Duma.

Nel frattempo, una missione di investigazione dell’OPAC su sollecito del governo di questo paese arabo ha visitato in questi giorni la città di Duma, dove sta riunendo dati sul campo del presunto attacco chimico a Duma.

Da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Agenzia di Notizia SANA

Categorie: News

Mosca, “insoddisfatta” dalle risposte offerte da Londra sul caso Skripal

Mer, 25/04/2018 - 03:48

skripalMosca non è soddisfatta con le risposte di Londra alle domande della parte russa sul caso di avvelenamento dell’ex agente doppio di intelligenza Serguéi Skripal e di sua figlia Yulia, afferma la missione permanente della Russia presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC). I rappresentanti russi hanno dettagliato che hanno ricevuto le risposte del Regno Unito la notte di questo lunedì 23.

“I materiali ricevuti dal lato britannico non ci soddisfanno. Certamente, avremo bisogno di tempo per un’analisi più dettagliata. La prima impressione è stata che i britannici non hanno risposto alle domande più importanti che abbiamo fatto”, hanno segnalato a RIA Novosti i rappresentanti della Russia nell’OPAC.

Da parte sua, il viceministro russo degli Esteri, Serguéi Riabkov, ha dichiarato che Mosca è “delusa” dalle risposte offerte da Londra sulle richieste di informazioni sul caso.

“Fino ad ora, sfortunatamente, non c’è stato un dialogo sostanziale. In risposta alle nostre domande legittime, sostanziali e ragionevoli, ai nostri segnali che vediamo molte incoerenze, o quanto meno, incoerenze logiche dalla posizione britannica, in risposta a tutto questo otteniamo un insieme di accuse vuote ed infondate”, ha criticato Riabkov.

Mosca ha inviato un sollecito con domande sul caso Skripal a Londra il 13 aprile scorso ed ha insistito che avrebbe dovuto ricevere al più tardi una risposta urgente il giorno 17. Regno Unito, rimettendosi alla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, ha risposto in un termine di dieci giorni.

Il 18 aprile, l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vasili Nebenzia, ha affermato che Regno Unito si nega ad ogni cooperazione con Russia nell’investigazione del caso dell’avvelenamento dell’ex doppio agente russo. Ha sottolineato che Russia ha formulato 47 domande sul caso, ma la parte britannica ha risposto parzialmente solo a due.

Con informazione di RT

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Pagine