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Aggiornato: 50 sec fa

Il Time riconosce i risultati di Cuba nella lotta contro la COVID-19

9 ore 31 min fa

coronavirus580x390La rivista statunitense Time ha riconosciuto i risultati positivi raggiunti da Cuba nel confronto della pandemia del coronavirus SARS-Cov-2 che colpisce oggi l’isola ed il mondo.

In un articolo sull’impatto in America Latina, il mass media riconosce che esistono differenze tra i paesi della regione nella risposta all’emergenza sanitaria, proprio quando America Latina si è trasformata nel più nuovo epicentro della pandemia.

D’accordo col testo, praticamente tutte le nazioni dell’area hanno istituito misure di distanziamento sociale per combattere la crisi di salute, ed un certo grado di stimolo governativo per affrontare la crisi economica risultante.

Tuttavia, ha sottolineato che l’effettività di queste azioni dipende anche dai contesti politico, sanitario, sociale ed economico che aveva ogni territorio all’inizio dell’emergenza.

Facendo una breve analisi delle condizioni in alcuni dei paesi più colpiti della regione, Time ha citato i casi dell’Uruguay (approssimativamente 800 casi e 22 morti nel momento di redigersi l’articolo pubblicato questo fine settimana) e Cuba (quasi 2000 casi e 82 decessi).

Le due nazioni, secondo il mezzo di comunicazione, hanno ottenuto degli ottimi risultati nel tentare di contenere il coronavirus, non solo in paragone con l’America Latina, bensì col resto del mondo.

“Devo dare credito dove esiste”, ha aggiunto l’autore dell’articolo, Ian Bremmer, che ha osservato che alcuni paesi hanno preso più sul serio che altri la minaccia, fatto che si può constatare parzialmente nel numero di infettati e nei tassi di mortalità fino alla data.

Facendo allusione al comportamento di altre nazioni, ha menzionato i contesti come quello del Brasile (440000 casi e 26750 decessi), ed ha detto che “democraticamente nessun leader mondiale eletto è stato più distruttivo per la risposta del coronavirus del suo paese che Jair Bolsonaro”.

Nel caso della Colombia (approssimativamente 25500 casi e 850 morti), ha sostenuto che la realtà fiscale limita seriamente la quantità di stimolo governativo che si può iniettare nell’economia; mentre Ecuador (38500 contagiati e 3300 morti) “rimarrà in una precaria condizione economica e sociale come lo dimostrano le proteste recenti”.

Oltre a questi ed ad altri panorami specifici, il testo ha sottolineato che se nella prima fase di questa crisi si ha dato priorità alle considerazioni di salute, ben presto cominceranno a guadagnare spazio le questioni economiche, man mano che aumentino gli impatti in quell’area.

Per questo motivo, l’autore prevede nella regione “un episodio prolungato di coronavirus”, che avrà un alto costo tanto nella capacità di attenzione medica dei paesi che nelle loro economie.

con informazione di ACN/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Ismael Francisco/Cubadebate

Categorie: News

Proteste per la morte di George Floyd obbligano a chiudere la Casa Bianca

Sab, 30/05/2020 - 04:25

casa-blanca-protesta-580x307L’edificio della Casa Bianca è stato chiuso questo venerdì dovuto alle proteste in massa effettuate durante la giornata nella città da Washington per l’assassinio di George Floyd, che ha perso la vita sotto custodia poliziesca, provocando un’ondata di indignazione nazionale.  

Migliaia di manifestanti hanno camminato nella capitale statunitense nelle ore del pomeriggio verso la piazza Lafayette, ubicata di fronte alla Casa Bianca, esigendo giustizia per l’assassinio dell’afroamericano a Minneapolis.

I manifestanti hanno brevemente chiuso il traffico in una via principale dove si poteva notare una forte presenza poliziesca ed alcune barricate. Una giornalista di Fox News che si trovava nell’edificio presidenziale ha scritto in un twitter che i funzionari ed i lavoratori sono rimasti rinchiusi nelle installazioni.

Nelle immagini si vede la Polizia vestita con con accessori antisommossa, mettendosi in posizione attorno all’ala ovest dell’edificio, dove si trova l’Ufficio Ovale.

Il Servizio Segreto ha segnalato in un comunicato che sta agendo insieme ad altri organismi durante le proteste registrate per proteggere la sicurezza pubblica ed ha sollecitato ai manifestanti di rimanere in pace.

Alla fine, il blocco nella Casa Bianca è stato tolto, poiché i manifestanti si sono dispersi per dirigersi verso un’altra parte di Washington.

Lunedì scorso la Polizia di Minneapolis ha fermato Floyd per una presunta frode in corso. Durante l’arresto, uno degli agenti ha fatto pressioni sul collo del detenuto col ginocchio durante almeno otto minuti, malgrado l’individuo fosse ammanettato per terra e si lamentava che non poteva respirare. L’uomo è stato dichiarato morto poco dopo in ospedale.

Il video della detenzione di Floyd, registrato da un testimone, è stato pubblicato nelle reti sociali ed ha provocato un’ondata di indignazione immediata. Gli agenti coinvolti sono stati licenziati, e l’FBI si sta occupando del tema perché siamo difronte ad una possibile violazione dei diritti civili.

(Preso da RT in spagnolo)

Foto: @weartv

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Cuba è il paese con la maggiore percentuale di pazienti di COVID-19 guariti in America Latina

Mer, 27/05/2020 - 23:50

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Nel mondo, fino a questa mattina, sono guariti meno di un terzo dei pazienti positivi alla COVID-19 (30,9%).

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Fino alle 11:59 pm di ieri, Cuba ha raggiunto la cifra di 1724 pazienti guariti, fatto che rappresenta l’87,3% di tutti i positivi diagnosticati nel paese.

Con questa cifra, Cuba è il paese dell’America Latina che ha la percentuale più alta di guariti fino alla giornata di ieri ed è una delle 20 nazioni con la percentuale di guariti più alta nel mondo.

dalla Redazione di Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Categorie: News

Embargo o blocco, non solo una questione semantica

Mar, 26/05/2020 - 21:57

caricaturas-CubaVsBloqueoLe misure economiche, commerciali e finanziarie che gli Stati Uniti unilateralmente prendono verso altri paesi allo scopo di soffocarne le economie vengono una volta chiamate  embargo, altre blocco. La distinzione tra le due parole non è solo una questione semantica ma soprattutto una questione politica, quindi occorre fare un po’ di chiarezza per non cadere in equivoci.

Negli ultimi tempi l’amministrazione Trump ha inasprito le misure economiche contro tutti quei paesi che non si sono voluti inginocchiare ai suoi voleri: tra le nazioni sotto sanzioni economiche spiccano Cuba, Venezuela, Iran, Siria e Corea del Nord. Tutti paesi che hanno scelto in tempi diversi forme di governo non allineate con le politiche statunitensi. Il paese che da più tempo è sotto sanzioni economiche è senz’altro Cuba.

Fin a qui ho volontariamente omesso di parlare di blocco od embargo per non confondere il lettore, ma adesso vediamo nel concreto la differenza non trascurabile tra le due parole.

Le azioni esercitate dagli Stati Uniti verso Cuba e gli altri paesi sopra citati non possono essere definite come un embargo, ma invece bisogna parlare di blocco. Il blocco prevede l’isolamento totale di un paese allo scopo di asfissiare la sua economia. L’embargo è una misura che viene presa per far rispettare una obbligazione contratta fra due contraenti e non rispettata. Secondo il diritto internazionale il blocco può essere promosso da una nazione verso un’altra in caso di guerra; non esiste il blocco pacifico. Cuba non è certo in guerra con gli Stati Uniti e tanto meno ne minaccia gli interessi. È per questo che si può parlare di un provvedimento illegale e illegittimo. Il blocco può essere quindi considerato una dichiarazione di guerra, è per questo che il governo statunitense continua a chiamarlo embargo, anche se di fatto sta portando avanti una guerra non dichiarata verso Cuba dal 1959.

Spesso per solleticare l’ego del nostro socio e restare allineati alle direttive imposte dalla Casa Bianca anche su i nostri mezzi di informazione possiamo leggere che verso Cuba è in atto un embargo e non un blocco. I meno attenti potranno sostenere che sarà stata una svista, ma io credo che il consenso dell’opinione pubblica si costruisce anche con le piccole cose, quindi usare una parola invece che un’altra ha un preciso significato.

Il blocco entrò in vigore il 7 febbraio 1962 ma dal primo giorno dal trionfo della rivoluzione, le pressioni economiche per soffocare il nuovo governo sono state evidenti.

Il blocco totale venne promulgato dal presidente Kennedy evidentemente perché le precedenti misure non avevano raggiunto lo scopo di portare ad un cambio di governo.

Il blocco viola la Carta dei Diritti Umani. La risoluzione numero 2625 del 24 ottobre 1970 approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite recita che “nessuno Stato ha il diritto di attuare misure economiche e politiche al fine di impedire ad un altro Stato di decidere il proprio assetto politico ed economico”.

Gli Stati Uniti, che usano il blocco verso altri stati per modificarne le scelte politiche, stanno violando palesemente la Carta dei Diritti Umani, usata tra l’altro da loro per giustificare l’applicazione di tali misure.

Ogni azione sanzionatoria che le amministrazioni statunitensi, in tempi diversi, hanno promosso contro altri paesi con il solo scopo di modificarne gli assetti politici ed economici, come detto, violano la Carta dei Diritti dell’Uomo ma tali violazioni in quanto compiute dagli Stati Uniti vengono sistematicamente ignorate da una comunità internazionale sempre di più allineata alle posizioni capitalistiche degli “States”.

di Andrea Puccio

Categorie: News

Una scientifica statunitense afferma che l’hanno licenziata per rifiutarsi di manipolare i dati sul coronavirus

Gio, 21/05/2020 - 03:11

FloridaUna scientifica statunitense ha denunciato che è stata licenziata per il suo rifiuto di manipolare i dati sul livello della propagazione del coronavirus per appoggiare, in questo modo, l’iniziativa di riaprire lo stato della Florida, ha informato questo martedì Florida Today.

Rebekah Jones ha detto che aveva sviluppato due applicazioni in due lingue, due tabelle di monitoraggio e sei mappe con lo scopo di creare un modo per seguire in tempo reale la situazione della COVID-19 in Florida. Però, il 5 maggio scorso ha perso il suo lavoro e posteriormente è stata licenziata del suo posto come direttrice nei Sistemi di Informazione Geografica del Dipartimento della Salute della Florida. Come ha segnalato al mezzo CBS12, il motivo del suo licenziamento è stato il rifiuto di cambiare manualmente i dati per ottenere appoggio per il piano di riapertura dello stato, senza dare altri dettagli al riguardo.

“Ho lavorato su questo tema da sola, 16 ore al giorno per due mesi, per la maggioranza delle quali non mi hanno mai pagato, ed ora, dopo questo, non mi pagheranno probabilmente più”, ha scritto Jones in un e-mail.

Florida Today ha anche citato un e-mail che la scientifica ha inviato la settimana scorsa a tutti i seguitori della piattaforma e nel quale ha reiterato: “Non penso che il nuovo gruppo continui con lo stesso livello di accessibilità e trasparenza con cui lavoravo io, che è stato fondamentale per il processo durante i primi due mesi. Dopo tutto, il mio impegno e la mia dedizione sono in gran parte (o chissà del tutto) la ragione per la quale non sto gestendoli più”, ha sentenziato.

Dopo la pubblicazione della notizia in Florida Today, Helen Aguirre Ferrè, portavoce del governatore della Florida, Ron DeSantis, ha detto in una dichiarazione al Miami Herald che, benché Rebekah Jones non partecipi più nel progetto, il gruppo dei Sistemi di Informazione Geografica continua a gestire ed aggiornare le tabelle, proporzionando pubblicamente un’informazione precisa ed importante.

Da parte sua, il senatore democratico della Florida Josè Javier Rodriguez ha inviato questo martedì una lettera al governatore DeSantis nella quale esige che il caso sia investigato. Se non è vero, è necessario che i cittadini siano sicuri che non lo è e così possiamo continuare a fidarci dell’informazione. Se queste denunce sono giustificate, allora dobbiamo fare notevoli correzioni per restaurare la fede della cittadinanza in questa informazione, ha detto a CBS4 News.

Fino ad oggi, lo stato della Florida ha registrato 47.471 infezioni con coronavirus e 2.096 morti, secondo i dati dell’Università Johns Hopkins.

da Rusia Today

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Ministro di Salute di Cuba in assemblea dell’OMS: Reiteriamo la disposizione di cooperare e condividere esperienze contro la COVID-19

Mar, 19/05/2020 - 03:36
Josè Portal Miranda

Josè Portal Miranda

Il ministro di Salute Pubblica di Cuba, Josè Angel Portal Miranda, ha reiterato questo lunedì all’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ed ai suoi stati membri, la disposizione di cooperare e condividere le modeste esperienze di questo paese nella lotta globale contro la COVID-19, malattia causata dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Intervenendo nella 73º Assemblea Mondiale della Salute, celebrata tutti gli anni in maggio e che in questa occasione si è realizzata in maniera virtuale, il titolare cubano ha sostenuto che “la COVID-19 è una sfida globale che non distingue confini, ideologie o livelli di sviluppo, ha messo a prova i sistemi sanitari di tutto il mondo e la nostra capacità di risposta davanti ad eventi epidemici”.

Ha ricordato che quando a Cuba sono state diagnosticate le prime persone con la malattia, lo scorso 11 marzo, già nell’isola si applicavano le misure del piano nazionale, elaborato in accordo coi protocolli e buone pratiche dell’OMS.

“L’applicazione giornaliera del procedimento sistematico del piano nazionale ha permesso la vigilanza epidemiologica per garantire la diagnosi precoce ed il trattamento opportuno della malattia nel paese”, ha assicurato nel suo breve intervento.

Portal Miranda ha precisato che l’implementazione di questo piano si appoggia su un sistema di salute gratuito e resiliente, che ha un indicatore di nove medici per ogni 1000 abitanti, fatto che permette di garantire il 100% di copertura della popolazione.

Allo stesso modo, ha fatto riferimento agli apporti dell’industria medico-farmaceutica e biotecnologica, con prodotti innovativi per il trattamento della malattia, come l’Interferone alfa 2b ricombinante, anticorpi monoclonali, il peptide CIGB-258 ed il Surfacen.

“Grazie a loro abbiamo ottenuto che il paese si mantenga attualmente in uno scenario favorevole nel confronto di questa pandemia”, ha spiegato Portal Miranda.

“Senza trascurare in nessun momento la responsabilità di proteggere il nostro popolo, non abbiamo abbandonato la vocazione solidale della Rivoluzione Cubana”, ha detto.

In questo senso, ha ricordato che più di 2300 collaboratori organizzati in 26 brigate del Contingente Henry Reeve, contribuiscono oggi nella lotta contro questa malattia in 24 paesi. A loro si sommano, ha detto, i più di 28000 professionisti della salute che si trovavano già in 59 nazioni.

“Questo gesto solidale non hanno potuto ostacolarlo né il bloqueo genocida del governo statunitense imposto contro Cuba, crudelmente inasprito, né i tentativi dell’amministrazione di quel paese per screditare ed ostacolare la cooperazione medica internazionale cubana”, ha enfatizzato il titolare di Salute Pubblica.

“Da solo nessun paese può affrontare questa pandemia, si richiede di una risposta mondiale, sulla base dell’unità, della solidarietà e della cooperazione multilaterale rinnovata”, ha concluso Portal Miranda.

Il tema centrale della presente edizione dell’Assemblea Mondiale della Salute è il confronto della comunità internazionale alla malattia provocata per il nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Dall’alba di questo lunedì, le autorità sanitarie del mondo hanno esposto le loro esperienze al riguardo, e con posteriorità emetteranno una dichiarazione di appoggio alla lotta contro la pandemia.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Ministero di Salute Pubblica

Categorie: News

Non rimaneva nessun altra soluzione che quella del 68 e del 95

Sab, 16/05/2020 - 03:23

Saliendo-del-Presidio-Modelo-de-la-Isla-de-Pinos-01Questo 15 maggio si compiono 65 anni dalla scarcerazione di Fidel e dei suoi compagni del Moncada che erano in prigione nell’antico Presidio Modelo, nella Isla de Pinos. Il giorno era aspettato con ansia dal popolo cubano dal momento in cui era stata approvata la Legge di Amnistia, una vittoria innegabile del popolo cubano che, però, aveva un “gancio” che conveniva al regime.  

La prigione politica di Fidel è stato un reclamo che aveva il suo antecedente nel giudizio del Moncada, durante il quale lo stesso dirigente rivoluzionario, nella sua qualità di accusato ed avvocato accusatore, è riuscito a convincere che si ascoltassero le testimonianze sulle accuse presentate nel giudizio, contro quei militari che avevano commesso i crimini, denunciati dai sopravvissuti-testimoni degli assassinati.

La norma del Tribunale di Urgenza, nella Causa 37, presentata nel Palazzo di Giustizia, non poteva ovviare il sollecito del querelante, a sua volta accusato. Un giorno, quel giovane avvocato, incarcerato nella Isla de Pinos, ha ratificato la sua denuncia nel Tribunale corrispondente. Parallelamente, dalla stessa prigione, lui ha fatto denunciare i crimini orrendi commessi nel Moncada ed a Bayamo, ed ha scritto un testo che si è intitolato “Para Cuba que sufre”.

La sua pubblicazione è stata incaricata alle due donne: Haydée Santamaria e Melba Hernandez che erano state condannate ad otto mesi di prigione nel Carcere Femminile di Guanajay, mentre il loro difensore, il dottore Baudilio Castellano, era riuscito a far considerare un movente nobile (la loro funzione di infermiere, insieme al dottore Mario Muñoz, assassinato alla loro presenza). Questo piccolo opuscolo raccontava i crimini denunciati.

Fidel con Melba Hernandez(sx), Haydée Santamaria e Luis Conte Aguero

Fidel con Melba Hernandez(sx), Haydée Santamaria e Luis Conte Aguero

Fidel necessitava che tutto il popolo di Cuba conoscesse questi crimini che la censura della stampa non aveva lasciato pubblicare. L’effetto dell’opuscolo che Haydée e Melba hanno fatto circolare clandestinamente, è stata una denuncia che ha commosso tutti i cubani che hanno potuto leggerla. Inseguito,  Fidel ha dato un’altra responsabilità alle combattenti: quella di fare pubblicare l’allegato che lui aveva improvvisato nel giudizio, ed aveva riscritto nella Isla de Pinos: “La Historia me absolverá”. La missione è stata compiuta. L’opuscolo ha circolato in tutta Cuba, fino sulle montagne della Sierra Maestra.

Così si è formata e sviluppata la propaganda indispensabile di denuncia dei crimini e del programma del Moncada che il popolo di Cuba, nella sua immensa maggioranza, ha reso bandiera di combattimento per reclamare l’amnistia, in un primo tempo. Il reclamo dell’amnistia è stato in quel momento il gran combattimento che ha fatto il popolo con le armi della verità.
I politicanti volevano ritornare alla lotta elettorale che reclamava il regime di Batista per perpetuarsi nel potere. Ma per fare ciò, Fidel ed i suoi compagni dovevano essere amnistiati.

E così è diventato indispensabile per tutti che si firmasse la Legge. È stata approvata naturalmente col “gancio”, cioè rimanevano senza effetto le accuse od i processi, tutti, aperti contro i militari, dalla data del giudizio. Quegli atti criminali dei quali Fidel aveva chiesto che si verbalizzassero le testimonianze.

Il 15 maggio 1955 i “moncadisti” sono usciti di prigione. Presto sarebbero arrivati a L’Avana. La Stazione Ferroviaria è stata inondata dal popolo, in attesa dell’arrivo del treno da Batabanò.

La stampa avrebbe pubblicato le dichiarazioni di Fidel: “La coscienza nazionale rinasce, pretendere di soffocarla porterà verso una catastrofe senza precedenti”, era il linguaggio dell’unico leader accettato dalla maggioranza del popolo e che da subito non ha potuto accedere ad una tribuna. Allora ha dichiarato: “Le porte adeguate per la lotta civile me le hanno chiuse tutte, come ‘martiano’ penso che è arrivata l’ora di prendere i diritti e non chiederli, di strapparli invece di mendicarli…”. Ed in seguito: “… e per questo non rimane nessun altra soluzione che quella del 68 e del 95”. Rimase solo sei settimane a L’Avana. Poi il Granma, la Sierra Maestra e la Vittoria.

di Marta Rojas

da Granma

traduzione di Ida Garberi

foto: Fidel Soldado de las Ideas

Categorie: News

Assalto all’Ambasciata

Ven, 15/05/2020 - 03:39

cuba-embajada-marti-580x416Poche ore prima dell’attacco contro l’Ambasciata di Cuba a Washington, una donna con un impermeabile rosso, occhiali scuri, sciarpa e cappuccio, fotografava la facciata della casona della Calle 16 nel quartiere Adams-Morgan. Le camere di sicurezza l’hanno ripresa a piena luce del giorno e, nonostante il travestimento, i funzionari della sede diplomatica l’hanno riconosciuta perfettamente. Era la moglie di un militante della “causa anticastrista”, Mario Felix Lleonart Barroso che, curiosamente, risulta essere il comune denominatore di personaggi ed istituzioni che hanno a che vedere con questa storia.

Lleonart Barroso, pastore battista nato a Cuba che vive a Washington, fa sfoggio nelle reti sociali della sua stretta relazione con la Doral Jesus Worship Center, una chiesa ubicata nell’epicentro della controrivoluzione venezuelana e cubana di Miami, e coi suoi amici del Dipartimento di Stato,  che gli fanno pubblicità in twitter con un’intervista dove risulta essere “perseguito per la sua fede a Cuba, dove ha sopportato anni di minacce e detenzioni” (tweet del 16 gennaio 2020).

Il nome di questo individuo, un “assiduo partecipante negli atti di fustigazione” contro i cubani a Washington, è solo una pista nell’arsenale di prove che ha offerto questo martedì il cancelliere cubano Bruno Rodriguez Parrilla. Il ministro ha qualificato come “un attacco terrorista” la sparatoria contro la sede diplomatica dello scorso 30 aprile, il cui protagonista è un altro pastore nato a Cuba, vincolato anche alla chiesa di Doral ed ad individui molto attivi in quella congregazione che, non molto cristianamente, hanno sollecitato di ammazzare con droni Raul Castro ed il presidente Miguel Diaz-Canel.

Alexander Alazo Barò, l’autore della sparatoria, è stato presentato come un malato psichiatrico assediato da fantasie persecutorie, mentre il regime di Trump ha chiuso nel cassetto il suo dossier in mezzo ad un blackout informativo. La cosa straordinaria è che, salvo le immagini riprese dall’Ambasciata, che sono state divulgate martedì, le scandalose evidenze sono state alla portata di tutti. Si può tirare facilmente la corda delle reti sociali e trovare i nessi tra questi signori con i terroristi della vecchia scuola delle bombe sotto le macchine, come Ramon Saul Sanchez. Inoltre, con le voci più violente del macchinario politico anti-cubano ed anti-venezuelano di Miami, e perfino con la Casa Bianca. O con tutti contemporaneamente.

Il vicepresidente Mike Pence è stato l’oratore principale di una “celebrazione religiosa” nel Doral Jesus Worship Center che ha contato con la presenza del governatore della Florida Ron DeSantis, i senatori Marco Rubio e Rick Scott, ed il rappresentante Mario Diaz-Balart. L’incontro del 1º febbraio 2019 è stato particolarmente commentato, perché Pence ha promesso dal pulpito la testa di Nicolas Maduro in “questione di giorni o settimane” e Diaz-Balart, esaltato, ha detto che Cuba e Venezuela soffrivano “lo stesso cancro”. Ed anche, perché è stato considerato come uno dei primi atti elettorali a favore della rielezione di Donald Trump. L’agenzia AP ha pubblicato le dichiarazioni di quel giorno della rappresentante democratica Debbie Wasserman Schultz, che sono puro buonsenso: “La politica estera è la politica interna nel sud della Florida.”

Benché il sottosegretario Mike Pompeo ed alcuni dei suoi subordinati, compresi quelli dell’OSA, parlano tutti i giorni di Cuba per silurare la collaborazione medica cubana, le autorità degli Stati Uniti hanno evitato di pronunciarsi sui temi midollari di questo caso che oggi giovedì ha un’udienza preliminare nella Corte del distretto della Columbia.

Bruno Rodriguez, per esempio, ha fatto domande di logica elementare: che responsabilità ha il Doral Jesus Worship Center? Come può essere che qualcuno con confusioni mentali può avere un porto d’armi e viaggiare migliaia di chilometri con un fucile di assalto senza essere scoperto? Quali sono i vincoli del pistolero con il macchinario anti-cubano della Florida? Che peso ha il discorso di odio nella storia? Che cosa faceva la moglie di Lleonart, un pastore che fa sfoggio dei suoi incontri con Trump e Pompeo, vagabondando travestita davanti l’Ambasciata cubana poche ore prima dell’attentato?

Il Cancelliere cubano ha sollecitato che la Casa Bianca ed il Dipartimento di Stato spieghino che cosa sanno sui vincoli tra l’attaccante dell’Ambasciata e quelli che spingono alla violenza contro l’Isola. Ha esatto una risposta su che cosa li muove a non denunciare il fatto, benché abbia anticipato un’ipotesi: “Un governo che difende come legittimo punire tutta la popolazione di un paese, come lo fa il governo degli USA col bloqueo economico, è nella pratica un istigatore all’odio contro Cuba.”

In questo attacco l’unico cubano che ha ricevuto una pallottola è stato Josè Martì, la statua di metallo che domina il piccolo giardino dell’Ambasciata. Ma poteva succedere un massacro quell’alba del 30 aprile nella casona della Calle 16 di Adams-Morgan. Dieci funzionari erano dentro l’edificio quando le pallottole hanno perforato la porta di entrata. Se qualcuno fosse morto, magari staremmo allo stesso punto: Washington reagisce all’aggressione nel suo proprio territorio includendo Cuba nella “lista dei paesi che non collaborano con la lotta antiterrorista” (purtroppo), come è accaduto ieri. Intanto, l’Isola continua esigendo alla Casa Bianca più coerenza e meno cinismo, perché l’impunità ed il crimine camminano insieme, si generano, si coltivano ed incoraggiano, si dissimulano, si riproducono, si imitano, si applaudono.

Analizzando la serie di pitture di Goya intitolata “I disastri della guerra”, l’ispanista francese Paul Lefort ha detto che “ogni volta che c’è un salto qualitativo nell’uso della violenza c’è qualcuno disposto a superarlo”. Se Trump e Pompeo continuano sullo stesso cammino, che cosa verrà dopo l’assalto all’Ambasciata?

(pubblicato originalmente nel quotidiano La Jornada, Messico)

da Cubadebate

di Rosa Miriam Elizalde

traduzione di Ida Garberi

foto: Ambasciata di Cuba a Washington/Twitter

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Diaz-Canel: Cuba aspetta una risposta per gli attacchi alla sua ambasciata negli USA

Mar, 12/05/2020 - 02:32

jose-martiMiguel Diaz-Canel Bermudez, presidente di Cuba, ha reiterato questo lunedì che l’Isola aspetta una risposta alle sue denunce sull’aggressione terroristica alla sua ambasciata a Washington.  “Non dimentichiamo la lunga storia di terrorismo contro i nostri diplomatici. Cuba salva vite e ripudia la violenza e la morte”, ha segnalato il mandatario nel suo account ufficiale in Twitter. 

All’alba del giovedì 30 aprile, un individuo ha sparato con un’arma da fuoco contro l’edificio dell’Ambasciata di Cuba negli Stati Uniti, senza ferire il personale della missione, però ha danneggiato la struttura dell’edificio, l’atrio e la statua di Josè Martì nel cortile.

Il ministro cubano di Relazioni Estere, Bruno Rodriguez Parrilla, ha dichiarato poche ore dopo che il Governo di Cuba stava aspettando le corrispondenti investigazioni delle autorità statunitensi sull’aggressione armata contro l’ambasciata.

Il 4 maggio, il cancelliere cubano ha denunciato in Twitter che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ed il suo segretario, Michael Pompeo, restavano in un silenzio complice davanti all’atto terroristico perpetrato contro la sede diplomatica dell’Isola.

Inoltre, Diaz-Canel Bermudez ha affermato in questa rete sociale che “non condividere col paese attaccato tutta l’informazione relazionata con l’aggressione alla missione cubana a Washington, equivale alla tolleranza e ci fa rivivere la storia di terrorismo contro il nostro paese”.

con informazione di ACN

traduzione di Ida Garberi

foto del Ministero di Relazioni Estere di Cuba

Categorie: News

COVID-19: alcuni dati che fanno pensare

Sab, 09/05/2020 - 03:24

coronavirus-cuba-portada--580x321-Secondo dati ufficiali del MINSAP, il totale di pazienti recuperati a Cuba rappresenta già il 61,9 % di tutti i malati della COVID-19 che ha curato il paese dall’11 marzo scorso.

-La media mondiale dei recuperati, secondo le statistiche aggiornate dell’OMS è di un 33,8 % di tutti i malati.

-La cifra di casi positivi a Cuba nella giornata di ieri (12) è la più bassa dal 26 marzo fino ad oggi.

-La regione delle Americhe è in questo momento quella che più casi apporta a livello mondiale. Nella giornata di ieri ci sono stati nella nostra regione 43.300 nuovi casi rispetto ai 28.308 dell’Europa.

-Inoltre, la nostra regione è stata quella che ha avuto più morti nella giornata del giovedì, con 3126 delle 5429 morti che si sono registrate nel mondo per la COVID-19.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Cuba nella gestione della pandemia ha pensato alla persona e non al profitto

Ven, 08/05/2020 - 04:42

medici-cubani1Molto si è parlato delle missioni che i medici cubani stanno portando avanti in diversi paesi del mondo per aiutare a combattere la pandemia da corona virus. Il personale medico cubano come è noto si trova anche nel nostro paese in Lombardia a Crema ed a Torino. Molto meno invece si è parlato di come a Cuba il governo ha affrontato la crisi da Covid 19.

I primi casi di contagio nell’isola si sono registrati l’11 marzo nella città turistica di Trinidad. Tre turisti provenienti dall’Italia arrivati a Cuba due giorni prima hanno manifestato i tipici sintomi del virus: febbre e difficoltà nella respirazione. Trasportati in ospedale sono stati subito ricoverati presso l’istituto per la cura delle malattie tropicali Pedro Kuri di L’Avana.

Il giorno successivo, il 12 marzo, sono state messe in atto le prime misure di prevenzione per la popolazione. Ogni locale pubblico è stato dotato di soluzioni a base di cloro da usare prima di entrare per lavarsi le mani, nei ristoranti ed nei bar sono state applicate misure di distanziamento tra i tavoli e le persone, sono stati chiusi tutti i locali notturni e le discoteche. Tutte le persone che avevano avuto contatto con i tre turisti italiani sono state identificate e messe in quarantena per evitare, se contagiate, potessero propagare il virus ad altri individui. Gli aeroporti, punto principale di ingresso al paese, sono stati messi sotto controllo: i viaggiatori in arrivo controllati.

Nei giorni successivi le misure di prevenzione sono state implementate. Il piano messo a punto in precedenza dal Ministero della Salute Pubblica prevedeva di limitare al massimo la circolazione delle persone e l’ingresso nel paese di estranei che avrebbero potuto introdurre il virus nell’isola. Il 23 marzo è stato deciso di non permettere più l’ingresso di turisti nel paese mentre era permesso ai cittadini cubani di rientrare fino al 1’ aprile, giorno in cui sono state chiuse le frontiere. Tutti i cittadini cubani che rientravano nel paese erano trasportati in centri di quarantena dove dovevano restare per 14 giorni. Infine sono stati soppressi tutti i trasporti extraurbani, i ristoranti ed i bar sono stati chiusi.

Il piano prevede di limitare al massimo l’ingresso di persone che possono introdurre il virus nell’isola e arginarne il più possibile la diffusione tra la popolazione. Ogni caso considerato a rischio viene messo in quarantena, ogni persona contagiata è isolata in ospedale. Al momento che viene rilevato un contagio si ricostruisce la catena di contatti e tutte le persone che hanno avuto un contatto con il soggetto infetto sono testate e messe in vigilanza clinica. Periodicamente il personale medico visita le abitazioni per sincerarsi se nessuno del nucleo famigliare presenti sintomi sospetti.

L’ambulatorio del medico di famiglia è il primo punto di controllo: se qualcuno manifesta uno dei sintomi tipici della malattia e si presenta dal medico di famiglia viene subito accompagnato in ospedale per il primo test. Non si aspetta l’insorgenza della febbre ma si cerca di identificare i soggetti contagiati dal primo momento. Scatta inoltre la vigilanza clinica delle persone con cui il soggetto ha avuto contatto fino all’esito del test.
Ogni persona è invitata a restare nella propria abitazione e limitare al massimo i contatti con parenti ed amici e deve indossare la mascherina protettiva quando esce di casa.

Insomma per farla breve lo stato cubano fin dal primo contagio ha cercato in tutti i modi di evitare l’ingresso di persone che avrebbero potuto introdurre il virus nell’isola e di evitare il più possibile che il virus circolasse liberamente tra la popolazione. Una scelta che è costata molto al paese caraibico perché ha dovuto in pochi giorni decidere di chiudere le frontiere rinunciando alla maggiore entrata di moneta straniera ovvero il turismo. Il governo presieduto da Miguel Diaz Canel ha messo al primo posto la salute delle persone poi ha messo l’economia. Scelta non facile visto che stiamo parlando di un paese povero del terzo mondo che per di più è sottoposto dal 1962 al più lungo blocco economico, commerciale e finanziario della storia, blocco promosso e portato avanti dagli Stati Uniti.

Stati Uniti che invece sono comandati da un Presidente che ha recentemente dichiarato che bisogna riaprire il paese anche se questo comporterà la morte di molte persone. In poche parole l’economia è già stata condizionata dalla pandemia anche troppo e non ci possiamo permettere altre soste.

Due modi di vedere la crisi completamente diversi: quello cubano in cui la persona è messa al centro delle politiche, quello statunitense dove invece al primo posto è messo il profitto. Due diversi modi di affrontare la crisi messi in atto da due paesi che hanno due sistemi economici diversi: il socialismo a Cuba, il capitalismo negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Cuba però, a differenza della maggioranza dei paesi del mondo dove la pandemia ha ucciso migliaia di. persone, è considerata una nazione che viola sistematicamente i diritti umani della propria popolazione ed un paese dove non c’è la nostra democrazia. Se i diritti umani iniziassimo a misurarli in termini reali e non soggettivi come avviene adesso ci accorgeremo che i paesi messi all’indice dalla comunità internazionale come Cuba e Venezuela si troverebbero al primo posto.
Secondo i dati forniti oggi 7 maggio dal Ministero della Salute Pubblica cubano i contagi nell’isola sono 1729 ed i deceduti 73, in Venezuela, altro paese dell’asse del male, la situazione va ancora meglio, i contagiati sono 379 ed i deceduti 10. In Venezuela il il lock down è entrato in vigore dal 13 marzo. Numeri che dovrebbero far impallidire e vergognare i nostri governanti. Cuba non è stata baciata dalla sorte ma ha invece semplicemente affrontato la pandemia come avrebbe dovuto affrontarla qualunque altra nazione. Evitare la mobilità delle persone e impedire la propagazione del virus.

In Italia abbiamo chiuso le  porte delle stalle quando le vacche erano già scappate. Non è servito a nulla chiudere i voli dalla e per la Cina quando poi abbiamo lasciato muovere indisturbatamente le persone, quando sono state lasciate entrare nel paese persone provenienti da tutte le altre parti del mondo. A Cuba in un giorno si è deciso di fermare la quasi totalità delle attività non essenziali sapendo benissimo che il turismo sarebbe caduto a picco, in Italia a causa delle pressione esercitate dagli industriali  sembra che la dichiarazione di zona rossa nel bergamasco sia stata prorogata per giorni lasciando che i lavoratori propagassero lliberamente il virus. Si è fatto di tutto con la speranza che andasse bene ma chi visse sperando sappiamo di cosa è morto.

Inoltre a Cuba il sistema sanitario nazionale è pubblico al cento per cento. Non ci sono ospedali che operano in convenzione come in Italia. Il sistema soffre molto per il blocco ma si muove come un corpo unico che il governo modella a secondo delle esigenze. Se Cuba aveva un piano di emergenza che è entrato a regime dal momento che sono stati rilevati i primi tre casi come una nazione come la nostra, tra le sette più industrializzate al mondo ha potuto reagire con tanta superficialità? Il piano cubano non è altro che la messa in atto dei protocolli previsti internazionalmente dall’Organizzazione Mondiale per La Sanità per arginare le epidemie.

L’economia al primo posto: giusto in un paese capitalista. Ma allora perché il mondo è in piena recessione? Non abbiamo messo l’economia davanti a tutto? Forse qualcosa non è andato per il verso giusto se oggi le stime sul calo del PIL italiano danno un crollo stimato su base annua del 9,5 per cento. Se avessimo fatto come hanno fatto Cuba e Venezuela che hanno pensato per prima cosa alla salute della propria gente invece di pensare solo al profitto i dati sarebbero tanto diversi? Sicuramente molte migliaia di persone non avrebbero perso la vita ed il PIL sarebbe inevitabilmente caduto lo stesso.

di Andrea Puccio

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Gli eccessi di certezza

Gio, 07/05/2020 - 03:06

virus01-580x355Mentre i modelli matematici dimostrano che Cuba si muove con la curva più favorevole, c’è un’altra curva che scende, anche, ad una velocità spaventosa che ha a che vedere con la percezione del rischio, che non si può registrare, ma esiste, col pericolo di incidere sui numeri incoraggianti che riporta il paese nella sua battaglia contro la COVID-19.

Questo martedì l’isola ha avuto 17 casi positivi, il numero più basso degli ultimi 15 giorni. “La certezza è un gran nemico, pertanto dobbiamo continuare con tutte le misure per l’isolamento sociale”, ha detto il Primo Ministro, Manuel Marrero Cruz.

Non poche pubblicazioni nelle reti sociali allertano di quell’eccesso di certezza, perché continuano le lunghe file per comperare nei negozi—di gente conversando, troppo vicini gli uni con gli altri— Si vedono anche persone nei parchi, i soliti, chiacchierando, passando il tempo.

Le foto del nostro fotoreporter Ismael Francisco, fatte questa mattina nel Mercato di “Cuatro Caminos”, sono il riflesso di una realtà che disgraziatamente si ripete in altre zone de L’Avana, provincia che riporta la maggiore quantità di casi positivi alla COVID-19. La necessità di comprare non deve essere sinonimo di tumulto. Rispettare la distanza richiesta è, soprattutto, una responsabilità individuale. Diventa necessario stare attenti, proteggerci e proteggere gli altri.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Ismael Francisco

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Cuba riceve una donazione dell’OPS di 100 mila test PCR per diagnosticare la COVID-19

Mer, 06/05/2020 - 03:48

ipk_ops_pcr_covid_cuba-5-580x330L’Istituto Pedro Kourì (IPK) ha ricevuto questo martedì 100 000 test molecolari PCR in tempo reale per la sua distribuzione a livello nazionale, come parte di una donazione dell’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS) e l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) per combattere la COVID-19 a Cuba.  

Come ha fatto conoscere il direttore dell’IPK, Manuel Romero, i test saranno distribuiti ai laboratori di Santiago di Cuba, L’Avana e Villa Clara, al Centro di Investigazioni della Difesa Civile, Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (CIGB) e l’ospedale Hermanos Ameijeiras.

Questa donazione è solo una parte di quelle che l’OPS ha fatto a Cuba da quando è iniziata la pandemia. “L’OPS è stata la prima ad appoggiarci con un gruppo di risorse che erano necessarie affinché il tutto incominciasse a funzionare”, ha spiegato il viceministro di salute, Luis Fernando Navarro.

Consegnando i test, il rappresentante dell’OPS/OMS a Cuba, Josè Moya Medina, ha spiegato che fa parte della cooperazione dell’organizzazione con l’Isola, per fortificare le attività di risposta alla COVID-19 che realizza il Ministero di Salute Pubblica.

L’IPK ha ricevuto aiuto per combattere il virus SARS-CoV-2 dall’OPS, dall’OMS, dal Fondo dei Beni Culturali, da cooperative di produzione agricola e di allevamento animale, dall’Università di Marsiglia, dall’Istituto di Medicina Tropicale di Anversa, tra gli altri.

“La maggioranza delle donazioni sono state risorse relazionate con l’attenzione medica, ospedali, risorse per laboratori, alimenti, letti per il riposo dei medici, mascherine, guanti e mezzi di protezione in generale che ci hanno permesso non solo assicurare l’IPK, ma anche tutto il sistema di salute”, ha precisato Romero.

“I 100 000 test PCR permetteranno di fortificare la diagnosi in tutte le reti di laboratorio del paese e mantenere il controllo della malattia”, ha concluso il direttore dell’IPK.

di Dinella Garcia Acosta/ da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Abel Padron Padilla

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Diaz-Canel: “Ammettiamolo con onestà: se la solidarietà fosse stata globalizzata, come è stato globalizzato il mercato, la situazione sarebbe un’altra”

Mar, 05/05/2020 - 02:33

diaz-canel-580x330Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Diaz-Canel Bermudez, ha partecipato al Vertice Virtuale “Uniti contro la COVID-19” che si è sviluppato questa mattina in videoconferenza.  

Il forum è stato convocato dall’Azerbaigian nella sua condizione di presidente del Movimento dei Paesi Non Allineati (Mnoal), nel formato del Gruppo di Contatto che integrano i rappresentanti delle differenti regioni che conformano il Movimento.

Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Diaz-Canel Bermudez, cominciando il suo intervento nel Vertice Virtuale del Mnoal, ha ringraziato il mandatario dell’Azerbaigian per la convocazione alla riunione, per creare un intercambio sugli sforzi urgenti e necessari che permettano di affrontare la COVID-19.

Il capo di stato ha colto l’occasione per congratularsi con Uganda, che assumerà la Presidenza del Movimento a partire dall’anno 2022. Le ha assicurato tutto l’appoggio di Cuba, e le ha fatto gli auguri per un’ottima direzione.

Diaz Canel ha denunciato, per la sua gravità, l’attacco terroristico con un fucile di assalto e più di 30 impatti di proiettili subiti dall’Ambasciata cubana a Washington lo scorso 30 aprile ed ha reclamato al governo degli Stati Uniti un’investigazione esaustiva e rapida, condanne severe, le misure e le garanzie di sicurezza delle missioni diplomatiche cubane nel suo territorio, dal momento che è un obbligo stabilito dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche del 1961.

Il capo di stato ha detto che il Mnoal ha dimostrato la sua pertinenza nell’attuale congiuntura, “così lo corroborano i comunicati adottati in appoggio all’Organizzazione Mondiale della Salute e sulla COVID-19, nei quali si promuovono l’unità globale, la solidarietà e la cooperazione internazionale; fanno un appello per separare le differenze politiche e per eliminare le misure coercitive unilaterali che violano il Diritto Internazionale e la Carta delle Nazioni Unite e limitano la capacità degli Stati di affrontare la pandemia efficacemente”.

“La COVID-19 ha dimostrato di essere una sfida globale. Non distingue frontiere, ideologie o livelli di sviluppo. Per tutto ciò, anche la risposta deve essere globale e congiunta, superando le differenze politiche”.

Il presidente cubano ha detto che: “Non è possibile prevedere con esattezza la dimensione delle sue conseguenze. L’alta cifra di infettati e le abbondanti perdite umane dimostrano sempre di più il suo impatto devastatore in un mondo interconnesso che, nonostante, non è stato capace di esaltare quell’interconnessione in maniera solidale ed oggi paga il prezzo della sua incapacità per rettificare i gravi squilibri sociali. Ammettiamolo con onestà: se la solidarietà fosse stata globalizzata come è stato globalizzato il mercato, la situazione sarebbe un’altra”.

Poi, ha continuato denunciando: “manca solidarietà e cooperazione. Questi sono valori che non possono essere sostituiti per l’affanno al profitto, motivazione quasi esclusiva di quelli che, venerando il mercato, si dimenticano del valore della vita umana. Quando si analizzano i fatti che hanno messo in bilico l’umanità negli ultimi quattro mesi, è indispensabile menzionare gli errori costosi delle politiche neoliberali che hanno portato alla riduzione della gestione e delle capacità degli stati, ad eccessive privatizzazioni ed alla dimenticanza delle maggioranze”.

“Questa pandemia ha dimostrato la fragilità di un mondo fratturato ed escludente. Neanche i più fortunati e poderosi potrebbero sopravvivere in assenza di quelli che creano col loro lavoro e sostengono le ricchezze”.

“Le crisi multiple che sta generando preannunciano effetti demolitori e durevoli per l’economia e per tutte le sfere della società. La pandemia acutizza i problemi urgenti di un pianeta piagato di profonde disuguaglianze, dove 600 milioni di persone vivono in povertà estrema e dove quasi la metà della popolazione non ha accesso ai servizi basilari di salute, già che il mercato dirige la loro gestione, al di sopra del nobile proposito di salvare vite”.

Diaz Canel ha fatto allusione al pensamento del Comandante in Capo, Fidel Castro: “invece di investire sempre di più nello sviluppo di armi tanto sofisticate, quelli che hanno le risorse per farlo dovrebbero promuovere le ricerche mediche e mettere al servizio dell’umanità i frutti della scienza, creando strumenti di salute e di vita e non di morte.”

Il presidente cubano ha continuato: “i tentativi di imporre nuovamente il passato neo coloniale nella Nostra America, dichiarando pubblicamente la validità della Dottrina Monroe, contravvengono il Proclama dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace”.

“In questo scenario complesso, gli Stati Uniti attaccano il multilateralismo e squalificano ingiustamente il ruolo delle organizzazioni internazionali, soprattutto quello dell’Organizzazione Mondiale della Salute”.

“Corrisponde al Movimento dei Paesi Non Allineati dirigere le azioni per l’eliminazione dell’impagabile debito esterno che devono sopportare i nostri paesi e per il sollevamento delle misure coercitive unilaterali che affliggono alcuni di noi, che con gli effetti socioeconomici della COVID-19, minacciano lo sviluppo sostenibile dei popoli”.

“Cuba è disposta a condividere le sue esperienze coi paesi del Movimento, a cui siamo uniti con lacci storici di amicizia”.

“Per Cuba la sfida è stata enorme. Mesi prima che si diffondesse la pandemia della COVID-19, affrontavamo già una recrudescenza brutale della politica di blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti, diretta a strangolare totalmente il nostro commercio e l’accesso ai combustibili ed alle valute”.

“Con enormi sforzi e sacrifici siamo riusciti a sostenere in quelle condizioni il sistema di Salute Pubblica universale, gratuito e di professionisti consacrati e di alta qualificazione, riconosciuti mondialmente nonostante le campagne di discredito villane e diffamatorie di poderosi avversari”.

“L’opera di anni, dedicando risorse per sviluppare e fortificare la Salute e le scienze, è stata messa a prova e l’evoluzione dell’epidemia in Cuba nei due ultimi due mesi sta dimostrando quanto possono impattare le politiche di investimento sociale nella lotta contro le sfide maggiori e più inaspettate”.

“Lo sviluppo scientifico ci ha permesso il trattamento di successo di diverse malattie trasmissibili, tanto nel paese come in altre nazioni. In questa occasione, l’industria farmaceutica ha intensificato la produzione di medicine di efficacia provata nella prevenzione e confronto della COVID-19 che abbiamo condiviso con altri paesi”.

“In risposta a solleciti ricevuti, 25 nuove brigate di professionisti cubani della salute si sono incorporate nell’ultimo mese agli sforzi di 23 paesi per combattere la pandemia, sommandosi a quelle che prestavano già servizio in 59 Stati, molti di loro membri del Movimento dei Paesi Non Allineati”.

“Cuba non abbandonerà la sua vocazione solidale, benché il governo degli Stati Uniti, per ragioni politiche, continui attaccando ed ostacolando la cooperazione internazionale che offre il nostro paese, fatto che mette in rischio l’accesso ai servizi di salute di decine di milioni di persone”.

“È la nostra responsabilità unire volontà e sforzi per affrontare questa sfida immensa”.

“Diamo impulso alla cooperazione ed alla solidarietà internazionali. L’impegno di tutti sarà decisivo”.

“Facciamolo per il diritto alla salute, alla pace ed allo sviluppo dei nostri popoli, con attaccamento stretto ai principi di fondazione del Movimento. Facciamolo per la vita”, ha concluso Diaz Canel.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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L’attivazione del titolo III della legge Helms Burton contro cuba un anno dopo

Dom, 03/05/2020 - 00:41

ilustracion-ley-helms-burton1Esattamente un anno fa, il 2 maggio 2019,  l’amministrazione statunitense di Donald Trump attivava  il titolo III della legge Kelms Burton con cui gli statunitensi possono reclamare davanti ad un tribunale le loro proprietà nazionalizzate dal governo cubano dopo il trionfo della rivoluzione nel 1959.

Il titolo III della suddetta legge, approvata nel 1996, fino ad allora non era mai stato attivato, infatti tutti i precedenti presidenti statunitensi si erano avvalsi della facoltà di sospensione. Donald Trump nella sua logica perversa di attacco a Cuba aveva deciso invece di non avvalersi di questa facoltà.

Ad un anno dalla sua applicazione tracciamo un bilancio. Come spesso scritto l’applicazione di tale legge pone vari problemi alle corti in cui vengono presentate le cause per la rivendicazione delle proprietà nazionalizzate dallo stato cubano. Alla data attuale sono  solo 22 le cause ancora pendenti nelle corti statunitensi, molte sono state rigettate perché la legge è inapplicabile.

Nel mese di settembre 2019 arriva la prima sentenza che archivia le richieste della famiglia Sanchez promossa contro il gruppo alberghiero Meliá da parte del Tribunale di Palma di Maiorca in Spagna. I querelanti pretendevano basare il loro reclamo nel supposto sfruttamento illegittimo di alcuni hotel a Cuba, costruiti su terreni nazionalizzati dalla Legge 890 del 1960, dettata dalla Rivoluzione Cubana, e gestiti dal gruppo Meliá dal finale degli anni 80 al principio degli anni 90. La sentenza risulta essere importante perché afferma che un tribunale spagnolo non è competente per giudicare, tra le altre cose, se la nazionalizzazione fatta dallo stato cubano nell’anno 1960 è stata o meno lecita. Crolla così il principio di extraterritorialità della legge.
Il 2 gennaio 2020 la magistrata Cecilia N. Altonaga dello stato della Florida ha sospeso il giudizio che si doveva celebrare il 10 gennaio nel quale doveva essere analizzato il reclamo fatto dalla  famiglia Mata contro il gruppo Melia per l’uso di l’hotel Melia San Carlo ubicato a Cienfuegos da loro amministrato. . Il gruppo Melia ha presentato la richiesta di sospensione del giudizio approvato dalla giudice che ha considerato il tutto come una contraddizione del diritto internazionale, infatti il titolo III concede autorità per reclamare a cubano-americani che erano cittadini cubani nel momento in cui le proprietà sono state nazionalizzate. Questa sentenza allontana anche i giudizi presentati contro Trivago ed i gruppi alberghieri cubani Gran Caribe, Cubanacam e Gaviota.

Ad un anno dall’entrata in vigore del titolo III della legge Helms Burton il bilancio per l’amministrazione Trump è del tutto fallimentare. Si era sperato di strangolare l’economia cubana con una montagna di ricorsi per i risarcimenti delle proprietà nazionalizzate ma alla resa dei conti, come da molti sostenuto, la legge si basa più su fantasie che concetti giuridici reali.

Di seguito un articolo scritto il 13 maggio 2019 in cui si spiega nel dettaglio la legge Helms Burton.

La legge Helms Burton.

In questi ultimi mesi si è spesso parlato della Legge Helms Burton che l’amministrazione del Presidente Trump sta attuando in pieno per aumentare le pressioni sul governo cubano.
Il 12 marzo 1996 il Presidente americano Bill Clinton firmò la “Legge per la solidarietà democratica e la libertà cubana”, meglio conosciuta con i nomi dei due promotori, il Senatore Jesse Helms e il Congressista Dan Burton. La genesi di questa legge va ricercata nel clima ostile che in quegli anni si era creato intorno a Cuba.  Nelle elezioni di medio termine del 1994 il Partito Democratico aveva perso entrambe le Camere che passarono in mano ai Repubblicani, nel 1995 le pressioni dei rappresentanti repubblicani della Florida, da sempre vicini agli esuli cubani di Miami, hanno fatto sì che fosse presentata una nuova legge al Congresso con lo scopo di aumentare le pressioni sulla popolazione cubana per spingerla a rivoltarsi contro il governo. La legge aveva l’obiettivo di asfissiare l’economia cubana, come del resto, tutti i provvedimenti precedenti presi dal governo americano.  Inizialmente l’Amministrazione Clinton tentò di opporsi a questa legge, ma l’abbattimento di due piccoli aerei da parte dell’aviazione cubana gli fece cambiare idea. Il 24 febbraio 1996 due aerei provenienti da Miami invasero per l’ennesima volta lo spazio aereo cubano. Nonostante gli avvertimenti del governo cubano e le rassicurazioni del governo statunitense che tali voli sarebbero terminati, le azioni continuarono. I due aerei si dedicavano a raccogliere emigrati clandestini da portare negli Stati Uniti ed a lanciare materiale propagandistico. I due aerei furono abbattuti ed i quattro piloti persero la vita.
La legge Helms Burton si divide in quattro titoli. Nel primo si istituzionalizza il blocco economico, commerciale e finanziario, si definisce come lo strumento necessario di pressione verso il governo cubano al fine di indurlo ad una transizione democratica, si limitano per questo le prerogative del Presidente di limitarne gli effetti rendendolo legge dello Stato e si passa al Congresso ogni possibilità di modifica, si esortano le altre nazioni a attuare provvedimenti contro Cuba simili a quelli statunitensi. Nel secondo la legge definisce il piano con il quale gli Stati Uniti porteranno a compimento il cambio di governo a Cuba. Dopo il crollo dell’attuale governo verrà insediato un governo di transizione con a capo un Governatore nominato dagli Stati Uniti con il compito, tra l’altro, di indennizzare tutti i vecchi proprietari a cui siano state confiscate proprietà. Autorizza gli Stati Uniti ha decidere quando un eventuale cambio di governo sull’isola sarà considerato soddisfacente e potrà essere reputato democratico. Nel terzo titolo, quello che adesso il Presidente Trump vuole attivare, si da facoltà a tutti i cittadini statunitensi, anche quelli divenuti cittadini dopo l’abbandono dell’isola, di richiedere presso i tribunali statunitensi il controvalore delle proprietà nazionalizzate dal governo cubano dopo il trionfo della rivoluzione. Tale richiesta può essere fatta anche a eventuali proprietari stranieri che al momento stiano occupando le proprietà svolgendo attività con aziende cubane. Nell’ultimo titolo, il quarto, si impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a tutti coloro che stanno occupando tali proprietà ed ai loro famigliari. La legge infine definisce Cuba una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Risulta evidente che questa legge aumenta l’extraterritorialità e cerca di internazionalizzare il blocco dando la facoltà ai vecchi proprietari cubani fuggiti dall’isola di intraprendere cause giudiziarie contro lo stato cubano, le imprese cubane e gli eventuali soci esteri che hanno investito in Cuba. E’ importante notare che gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato ogni tipo di risarcimento da parte dello Stato cubano per la nazionalizzazione delle proprietà degli esuli fuggiti, perché forse pensavano di essere in grado di risolvere il problema cubano in breve tempo.  Tutti gli altri stati esteri hanno accettato il risarcimento proposto da  Cuba per la nazionalizzazione delle proprietà dei loro cittadini. Gli Stati Uniti invitano, o meglio suggeriscono, vista l’influenza che hanno nelle politiche altrui, alle altre nazioni a intraprendere azioni e misure che servano a far pressione sul governo cubano.
Il titolo III della legge in questione in realtà non è stato mai reso esecutivo fino ad oggi, infatti tutti i presidenti statunitensi si sono avvalsi della facoltà, prevista nella stessa legge, di prorogare l’entrata in vigore ogni sei mesi del titolo III. Adesso Trump ha deciso di non prorogare più  la sua applicazione.
Una prima sospensione della legge per 30 giorni si è avuta a partire dal 19 marzo. In pratica il 19 marzo scaduta la proroga il Presidente Trump ha deciso di non rinnovarla fino al 17 aprile. Alla scadenza del 17 aprile si è riservato il diritto di non firmare la successiva proroga estendendone i termini. Per esercitare pressioni sull’amministrazione statunitense giovedì 14 marzo si è svolta nella Calle 8 di Miami, centro della dissidenza cubana della Florida, una raccolta di firme per appoggiare l’applicazione del titolo III e esortare il Presidente a renderlo sempre esecutivo non esercitando la facoltà di proroga.
Alla notizia dell’applicazione del titolo III si sono levate schiere di critiche sull’amministrazione statunitense soprattutto dai paesi europei e dal Canada perché, secondo la legge, la richiesta di indennizzo può essere elevata anche ai soci stranieri delle imprese cubane che occupano una vecchia proprietà. Un vecchio proprietario può richiedere il valore della sua proprietà anche, ad esempio, al socio francese di una impresa cubana.
La mossa di Trump, credo, non avrà nessun effetto pratico se non quello di eventualmente spaventare qualche investitore estero non tanto per il rischio di essere chiamato in giudizio ma per il clima che si sta cercando di creare intorno a Cuba. Chiaramente il governo a stelle e strisce cerca in tutti i modi di stringere la fune al collo dei cubani spaventando, credo con pochi risultati, gli investitori stranieri generando un clima ostile verso l’isola.
L’unico vantaggio che Trump può ottenere da questa sua scelta è solo quella di garantirsi il voto della comunità cubana della Florida che vede in qualunque atto ostile a Cuba un ottimo argomento per concedere il proprio sostegno elettorale.
Mentre a Cuba, il 17 aprile, si festeggiavano i 58 anni della vittoria di Playa Giròn a Miami, in un albergo, John Bolton, responsabile della sicurezza nazionale statunitense,, di fronte ad una platea formata da reduci della Baia dei Porci, esuli cubani e dai loro famigliari, pronunciava l’ennesimo discorso che infiammava l’animo dei partecipanti con il quale comunicava che l’amministrazione Trump avrebbe inasprito le sanzioni contro Cuba. Dal 2 maggio prossimo il governo nordamericano applicherà integralmente la legge Helms Burton.

Nelle norme del diritto internazionale si contempla la potestà degli stati di esercitare il principio di nazionalizzare i beni tanto di persone naturali del paese tanto di quelle straniere sempre quando non si realizzino a scopo discriminatorio e si corrisponda un giusto indennizzo. La stessa Carta dei Diritti e dei Doveri Economici degli Stati approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1974 dispone che ogni stato a la possibilità di nazionalizzare ed espropriare o trasferire la proprietà di beni stranieri, nel cui caso lo stato che adotti tale misura dovrà corrispondere una compensazione appropriata. Nel caso di controversie saranno le leggi dello stato che nazionalizza ad avere efficacia.

Nel febbraio 1959 lo stato cubano promulgo la legge fondamentale della repubblica nella quale si facevano proprie le norme introdotte nella Costituzione del 1940, mai applicata per mancanza delle leggi complementari, con cui si prescriveva il latifondo e si introduceva l’esproprio per cause di necessità pubblica e interesse nazionale. Cuba nazionalizzò le proprietà  statunitensi tra il maggio 1959 l’ottobre 1960 in compimento della legge agraria del 17 maggio 1959 che abolì il latifondo e la legge 851 del 6 luglio 1960 che stabiliva i metodi di indennizzazione dei proprietari. Nel 1992 gli Stati Uniti, in occasione del primo dibattito all’Onu per la denuncia del blocco applicato all’isola, dichiararono che tale provvedimento era la risposta ala nazionalizzazione da parte dello stato cubano delle proprietà statunitense.

Il 9 luglio 1993 il rappresentante permanente all’Onu presentò al Segretario Generale un rapporto in cui si provava che tutte le misure coercitive applicate negli anni a Cuba erano frutto della volontà degli Stati Uniti di imporre all’isola la propria forma di governo. In tale rapporto si affermava inoltre che gli Stati Uniti non avevano accettato nessuna delle proposte fatte da Cuba per raggiungere un accordo di compensazione per la nazionalizzazione delle proprietà.

Manca inoltre di ogni fondamento l’argomento con cui gli Stati Uniti affermano che la nazionalizzazione effettuata da Cuba fu illegale e discriminatoria in quanto in quegli anni furono nazionalizzate proprietà appartenenti a altri paesi, tra i quali troviamo Francia, Canada, Svizzera, Spagna, Gran Bretagna. Questi paesi adottarono una linea rispettosa verso la decisione dello stato cubano e iniziarono una trattativa per raggiungere un accordo economico per le proprietà nazionalizzate appartenenti ai loro cittadini. Come risulta evidente gli Stati Uniti non hanno mai accettato la nazionalizzazione delle proprietà da parte dello stato cubano ed hanno cercato in tutti i modi possibili di usare questa legittima scelta di Cuba come argomento di pressione per il cambio di governo sull’isola.

fonti: Prensa Latina, Cuba Debate, Cubavision

di Andrea Puccio

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Fidel Castro: Rivoluzione è consapevolezza del momento storico, è cambiare tutto quanto deve essere cambiato

Ven, 01/05/2020 - 17:09

FidelCubadebateDiscorso pronunciato dal Presidente della Repubblica di Cuba, Fidel Castro Ruz, nella tribuna aperta della gioventù, gli studenti e i lavoratori in occasione del Giorno Internazionale dei Lavoratori, Piazza della Rivoluzione, Primo Maggio del 2000

 

Compatriotti,

La nostra riconoscenza alle ammirevoli personalità che ci accompagnano. La nostra riconoscenza ai lavoratori, agli studenti e a tutto il popolo che affolla questa piazza.

Stiamo vivendo giorni d’intensa e trascendentale lotta. E’ da cinque mesi che lottiamo senza tregua. Milioni di compatriotti, quasi tutti, praticamente non ci sono eccezioni, hanno partecipato in essa. Le nostre armi sono state la coscienza e le idee che ha seminato la Rivoluzione durante più di quattro decenni.

Rivoluzione è consapevolezza del momento storico; è cambiare tutto quanto deve essere cambiato; è uguaglianza e libertà piene; vuol dire essere trattato e trattare gli altri come esseri umani; significa emanciparci noi stessi e con i propri sforzi; è sfidare potenti forze dominanti dentro e fuori l’ambito sociale e nazionale; è difendere i valori in cui si crede al prezzo di qualunque sacrificio; è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo; è lottare con audacia, intelligenza e realismo; è non mentire mai né violare principi etici; è convinzione profonda che non esiste forza al mondo capace di schiacciare la forza della verità e delle idee. Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo che è la base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.

In termini reali e concreti, abbiamo affrontato durante quarantun anni la più forte potenza che sia mai esistita al mondo, vicina a noi solo 90 miglia, che attualmente assume carattere unipolare ed egemonico.

Questa volta la lotta è particolarmente aspra. Ciò è stato motivato dal sequestro di un bambino. E’ stato forse l’unico? No! Altri bambini cubani sono stati separati di uno dei loro genitori e portati negli Stati Uniti in modo illegale senza che essi abbiano la più lontana possibilità di riaverli rivolgendosi alle autorità nordamericane. Solo nei primi due anni e mezzo della Rivoluzione, furono sottratti clandestinamente, con l’autorizzazione del padre, della madre o di entrambi, vittime dell’inganno, quando venne diffuso dai servizi d’intelligence degli Stati Uniti e dai loro agenti a Cuba il deliberato e accuratamente elaborato rumore, sostenuto da una legge apocrifa secondo cui i genitori sarebbero privati della patria potestà sui loro figli. L’ulteriore e subita soppressione dal governo degli Stati Uniti dei voli regolari a quel paese lasciò separati i genitori dai figli, molti dei quali vissero un inferno di sofferenza, abbandono e sradicamento.

In questa occasione, un modesto padre si era rivolto al governo chiedendo aiuto: suo figlio, che non aveva ancora compiuto sei anni, era stato vittima di una grande tragedia. Senza la sua conoscenza né autorizzazione il bambino era stato portato via dal paese in un viaggio illegale, irresponsabile e avventuroso, organizzato da un aggressivo e violento delinquente. Come disse Raquel, la nonna materna di Eliàn, quando arrivò a New York il 21 gennaio di quest’anno per cercare di liberare suo nipote, sua figlia fu trascinata alla tragedia dalla violenza di quel soggetto.

L’imbarcazione affondò e il bambino vide morire sua madre, affogata. Era un’ottima lavoratrice, membro della Gioventù e del Partito Comunista, di cui tutti i conoscenti conservano un’opinione positiva. Fu una delle vittime del naufragio in cui morirono undici cittadini cubani. Come tanti altri avvenuti durante 34 anni, furono trascinati alla morte da una mostruosa e sanguinosa invenzione chiamata Legge di Aggiustamento Cubano, che promuove le espatriazioni illegali e il contrabbando di emigranti, spinti a viaggiare negli Stati Uniti, come lo fanno milioni di persone provenienti da paesi poveri di questo e di altri continenti, attratti dall’ostentazione, il lusso e lo spreco delle società di consumo.

Nel caso specifico di Cuba, si aggiungono i grandi ed esclusivi privilegi che concede la suddetta legge a coloro che viaggiano illegalmente negli Stati Uniti provenienti da Cuba, e quattro decenni di blocco e guerra economica non meno mostruosi di questa legge. In questo modo, nonostante gli accordi migratori sottoscritti tra entrambi i paesi, per via illegale si riempie la Florida di delinquenti. Cinque di ogni dieci persone che usano tale via hanno dei precedenti penali quali furto con scasso e altri reati simili.

Come si sa, il bambino riuscì a sopravvivere, galleggiando alla deriva su un gommone per più di trenta ore. La mafia terrorista cubanoamericana, creata a propria immagine e somiglianza da governi irresponsabili degli Stati Uniti, s’impadronì del bambino come un pregiato trofeo pubblicitario; un personaggio corrotto e sinistro, a titolo di parente lontano, che solo aveva visto il bambino una volta in vita sua, ricevette la custodia temporale. Sotto l’assoluto controllo della mafia, si rifiutò di restituire il bambino al padre quando questi lo reclamò appena uscì dall’ospedale. Immediatamente il nostro popolo, con la sua tradizionale tenacità, cominciò la lotta per la restituzione del bambino al padre e alla famiglia diretta e stretta che convisse sempre con lui.

Secondo le leggi internazionali e le norme giuridiche degli Stati Uniti e di Cuba ciò che corrispondeva era far ritornare d’immediato il bambino al suo paese d’origine. Qualsiasi lite dovrebbe essere risolta nei tribunali cubani. La risposta alla nota diplomatica presentata dal Ministero di Affari Esteri cubano reclamando il ritorno del bambino, richiesto dal padre sin dal primo momento, si fece attendere quasi dieci giorni. Ormai erano avvenute le prime proteste pubbliche a Cuba che si sono prolungate fino ad oggi.

Risulta evidente che sottovalutarono il nostro popolo, che non ha smesso nemmeno un giorno di lottare per una causa assolutamente giusta, e ha potuto trasmettere al popolo nordamericano e al mondo il messaggio di dolore e indignazione di fronte all’ingiustizia commessa nei confronti di una umile famiglia cubana e il grande crimine che si stava perpetrando contro questo bambino. Il Dante non sarebbe stato capace di descrivere l’inferno di quasi cinque mesi di tortura mentale, pressione psichica e manipolazione politica che ha sofferto!

L’avvenuto sensibilizzò decine di milioni di famiglie nordamericane che hanno figli, nipoti e bisnipoti della stessa età di Elián. Essi, come il resto del mondo, capivano ogni giorno meglio che non ci poteva essere un pretesto politico o ideologico che giustificasse la commissione contro un bambino e un padre, qualunque fosse la loro nazionalità, di quel crimine barbaro e crudele.

La mafia terrorista di Miami e i suoi alleati dell’estrema destra degli Stati Uniti ci accusavano di politizzare il caso, quando in realtà ciò che facevamo era lottare contro quel crimine, e lo abbiamo fatto con mezzi pacifici: non una sola finestra dell’Ufficio d’Interessi degli Stati Uniti è stata rotta, nemmeno una pietra è stata lanciata contro questa struttura, nessun funzionario o visitatore nordamericano è stato disturbato, nessuna bandiera nordamericana è stata calpestata o bruciata nelle strade.

Mi domando che avrebbe fatto il governo di quel paese se ci fosse stata una storia simile con un bambino nordamericano di appena sei anni che fosse stato sequestrato a Cuba e sottoposto all’atroce trattamento che soffrì quel bambino negli Stati Uniti.

Durante quasi cinque mesi, da quando apparve il bambino nelle coste della Florida, avvennero cose incredibili e si commisero ogni tipo arbitrarietà e di errori. Fino a qualche ora prima del suo riscatto, nessuno dei diversi settori dell’amministrazione, anche se conoscevano bene quanto stava accadendo, sembrava preoccuparsi della sua salute mentale, della scandalosa esibizione pubblica e le manipolazioni di cui era vittima, e ciò che risulta ancora più censurabile: dei rischi fisici che stava affrontando.

Il capo del comando che lo riscattò ha appena affermato che la resistenza era stata perfettamente organizzata e c’erano numerosi uomini armati attorno alla casa dov’era sequestrato il bambino, lo stesso era stato avvertito al Dipartimento di Stato dal governo di Cuba e denunciato pubblicamente tra il 22 marzo e il 22 aprile.

L’ultima proposta di sette punti che il Procuratore Generale (Janet Reno. NdT.) aveva presentato al padre del bambino alle 22:00 circa del venerdì 21 aprile, sette ore prima delle 05:00, ora in cui fu liberato Elián dai sequestratori, conteneva tre punti che non ho voluto leggere nella Tribuna Aperta di Jaguey Grande in cui si evocava il doloroso episodio dell’invasione mercenaria di Girón perché li considerai semplicemente grotteschi e preferii la tregua di 24 ore di cui parlai come riconoscimento della decisione che finalmente adottò il Procuratore, seppur tali punti avevano lasciato in noi una profonda preoccupazione nei confronti degli avvenimenti futuri. I punti erano:

“2.- Nella mattina del sabato, Elián e la famiglia di Lázaro viaggeranno a Washington su un aereo del Servizio della Guardia Giudiziaria sotto la supervisione di essa. Il Dipartimento di Giustizia li trasporterà direttamente ad Airlie House. Il bambino sarà sotto la protezione dell’INS.

“3.- Durante la permanenza in Airlie, Elián abiterà con Juan Miguel, che avrà assoluta autorità su di lui, a eccezione di qualsiasi condizione relativa alla libertà sotto vigilanza o altre limitazioni imposte dall’INS, quali il controllo dell’uscita. Dopo l’arrivo di Juan Miguel ad Airlie House, il Procuratore Generale lascerá Elián in libertà sotto vigilanza, alle cure di Juan Miguel. La famiglia di Lázaro risiederà en Airlie House in camere separate.

“4.- Le parti rimarranno nel luogo specificato della residenza mentre l’interdizione della Corte di Appelli del Circuito 11 sia in vigore o finché il Procuratore Generale, in consulta con gli esperti, determini la pertinenza di modificare gli accordi convenuti.”

Niente potrebbe essere più umiliante né più simile a un trattamento carcerario o al sequestro di Juan Miguel con la moglie e i due bambini, l’inizio di una nuova tappa di torture psichiche per tutta la famiglia ancor peggiore di quella che soffrì il bambino a Miami.

Coloro che hanno visto la storia di Marisleysis alla TV e conoscono chi è il sinistro Lázaro, e tutti i psichiatri onesti, capiscono cosa avrebbe significato per Elián e la sua famiglia quella assurda e impossibile coabitazione. Questa era precisamente la richiesta della Fondazione Cubano Americana. Tale fu la proposta che determinò la decisione quasi suicida di Juan Miguel di partire d’immediato con la moglie e il bambino a riscattare personalmente Elián a Miami.

Fu tale la stupidità di que capetti impazziti che rifiutarono la proposta. Ed era esattamente uguale alla loro richiesta, solo che a Washington invece di a Miami.

Il noto legislatore Bob Menéndez, lobbysta e alleato stretto della mafia di Miami, e una Sottosegretaria Assistente di Stato cercavano affannosamente, il venerdì 21 aprile, un luogo simile ad Airlie House nelle vicinanze di Miami.

Ho citato questi fatti per dimostrare fino a che vergognoso punto il Procuratore Generale si sforzò per evitare l’uso della forza. Nessuno nel nostro paese può ignorare i rischi potenziali di questo distorto cammino che, a causa delle pressioni della Fondazione, scelsero le autorità nordamericane per risolvere ciò che sarebbe un semplice caso d’immigrazione se non si trattasse di un bambino cubano.

Fatti che supportano questa tesi:

Primo: I tre giudici del tribunale che deve decidere sul ricorso della mafia non sono da fidare. La risposta alla richiesta del Procuratore Generale perché fosse legalmente ordinato a Lázaro González di consegnare il bambino dopo la sua palese disubbidienza all’ordine dell’INS passerà alla storia come un esempio di arbitrarietà, parzialità e prepotenza. Quel giorno decretavano che un bambino di qualsiasi età e procedenza poteva chiedere asilo negli Stati Uniti contro la volontà dei genitori. D’altra parte si costringeva al bambino martirizzato a rimanere negli Stati Uniti fino alla conclusione del processo legale. Non si è pronunciato, invece, sulla disubbidienza all’ordine dato al sequestratore di consegnare il bambino. Lasciò senza alternativa il Procuratore Generale. La costringeva a fare concessioni impudiche o a utilizzare la forza. E lei fece ambedue le cose. Solo il caso e la perizia della guardia giudiziaria evitarono il peggio, e il bambino fu riscattato sano e salvo.

Che certezza può avere adesso il padre che l’incontro con suo figlio è definitivo? Nessuna!

Secondo: Il Nuevo Herald informa il 26 aprile che il giorno prima, martedì 25 aprile, di fronte a un gruppo di undici Senatori che convocarono il Procuratore Generale Janet Reno a una riunione per “discutere preoccupazioni”, alla domanda di “cosa succederebbe se la Corte di Atlanta o qualunque altra decidesse che il bambino deve ricevere asilo”, il Procuratore Generale rispose testualmente: “Penso che dovremmo allora rinviarlo a Miami.”

Il rischio che questo tribunale decida che il bambino ha diritto all’asilo è reale. Coincidirebbe interamente con la dottrina che sottoscrisse nella sua decisione del 19 aprile e che la mafia terrorista richiedeva. Nessuno potrebbe immaginare come reagirebbe l’opinione pubblica mondiale e la stessa opinione pubblica nordamericana, che ha visto tutto quanto hanno fatto al bambino a Miami e più tardi le commuoventi fotografie dell’incontro del padre con il figlio, se strappano il bambino a Juan Miguel per inviarlo ancora all’inferno della casa di Lázaro González. E’ impossibile, però è stato detto dal Procuratore Generale e il tribunale di Atlanta può decidere ciò.

Terzo. Lo stesso giorno 26, l’agenzia ANSA divulga da Washington la seguente notizia: ” <<Wye River>> – si chiama così il luogo dove sono Juan Miguel e la sua famiglia – <<è stato scelto perché ha un bel terreno che può essere utilizzato dal bambino. Ed è abbastanza grande perché potenzialmente possano esserci i parenti senza disturbarsi mutuamente>>, ha detto un funzionario del Dipartimento di Giustizia che chiese di rimanere anonimo.”

Como si può vedere emerge ancora la vecchia e tenebrosa idea contenuta negli orripilanti punti già riferiti della proposta consegnata a Juan Miguel la notte critica del venerdì 21 aprile. E lo dice nientemeno che un “anonimo” funzionario di Giustizia.

Quarto: Il 26 aprile, Gregory Craig, avvocato di Juan Miguel, presenta al Tribunale dei tre giudici della Corte di Atlanta ciò che si conosce come una mozione d’emergenza richiedendo l’intervento di Juan Miguel nel processo e la sostituzione di Lázaro González con il padre del bambino come suo unico rappresentante legale, sia nella condizione di padre superstite sia nel carattere di “amico stretto” di Elián, strano termine che si usa nella legislazione nordamericana quando un minore non ha un parente stretto che lo rappresenti in una corte, che senza ombra di dubbio non è il caso di Elián.

Il giorno seguente, 27 aprile, il tribunale di Atlanta rifiuta il carattere di Juan Miguel come unico rappresentante del bambino, e ammette per votazione divisa che partecipi al processo.

Su questo aspetto, il 28 aprile, il New York Times pubblica: “In una decisione mista sul caso di Elián González, una corte federale di Appelli rifiutò ieri la richiesta del padre del bambino di fungere come suo unico rappresentante legale, il che avrebbe messo fine in modo effettivo al processo giudiziario. (…) Nella decisione, il tribunale della Corte di Appelli disse che aveva dubitato se conferire o meno a Juan Miguel il diritto di partecipare al processo ormai avanzato, tuttavia aveva accettato perché si trattava del padre del bambino. Uno dei tre giudici non fu d’accordo con tale decisione.

“(…) La corte ritenne che sarebbe prematuro dire se il padre di Elián dovrebbe essere il suo unico rappresentante.

Il sicuro ricorso dell’avvocato di Juan Miguel e i solidi argomenti contenuti in esso riferiti alla rappresentatività esclusiva del padre del bambino furono rifiutati da questo tribunale.

Secondo esperti legali, se la decisione dei tre giudici nel processo, la cui udienza avverrà l’11 maggio, sarà divisa, vale a dire due a uno, la parte pregiudicata potrebbe richiedere che tutti i giudici della Corte di Appelli di Atlanta si pronuncino sul caso, non solo i tre nominati.

Gli esperti ritengono che questo ricorso significherebbe comunque una nuova possibilità di prolungare la durata del processo legale previamente alla presentazione del ricorso presso la Corte Suprema.

Ci sono altre cinque varianti per prolungare il processo per tempo indeterminato.

Gli avvocati dei mafiosi chiesero a loro volta diversi ordini e definizioni.

Quinto: Riprendendo l’avvenuto il 25 aprile, da Laredo, Texas, l’AP comunicò quanto segue: “<<Il governo di Bill Clinton dovrebbe cercare di persuadere il padre di Elián González a rimanere negli Stati Uniti per allevare qui suo figlio>>, disse il candidato repubblicano alla presidenza, George W. Bush. <<Spero che il governo spieghi al padre che se lo preferisce potrebbe allevare suo figlio in libertà, che il padre può rimanere qui negli Stati Uniti. E’ importante che il nostro governo ricordi che la mamma fuggiva in cerca di libertà, per portare suo figlio alla libertà. Spero che il governo riesca a persuadere il babbo di allevare suo figlio negli Stati Uniti di America.>>”

Sesto: Il giorno successivo, secondo un dispaccio dell’agenzia EFFE, la signora Hillary Clinton, moglie del Presidente degli Stati Uniti, in un programma di radio della città di Buffalo, stato di New York, “fece pubblica la sua speranza che il padre del bambino cubano Elián González, decida alla fine di chiedere asilo e rimanere negli Stati Uniti.

“Spero che provare la libertà e l’occasione che ha di vivere insieme a suo figlio durante questo tempo qui, magari lo aiuterà a considerare di rimanere definitivamente negli Stati Uniti.

“(…) <<Sono convinta che ci sarà molta gente tanto contenta di accogliere lui se decide di defezionare>>, disse la prima donna utilizzando il termine usato per i militari che decidono di abbandonare il proprio paese per rifugiarsi in un altro, di solito quello del nemico.”

Cioè, parlano tranquillamente di istigare alla defezione di un padre che è stato vilmente oltraggiato durante mesi. Non possono immaginare nemmeno un cubano degno. Prima lo accusavano di essere un vigliacco, che non osava di viaggiare negli Stati Uniti, né s’interessava per il figlio. Dopo affermarono che il governo di Cuba non lo autorizzava a viaggiare a quel paese per evitare la sua defezione. Quando lo videro arrivare con la moglie e il figlio più piccolo, nel momento preciso e all’ora e minuti giusti, sono rimasti sorpresi, fino adesso, di fronte alla dignità, coraggio e onore di Juan Miguel. Cercano di trattenerlo fino alle calende greche con la speranza di sedurlo. Tutti all’unisono cercando lo stesso obiettivo: che il bambino non ritorni mai a Cuba per colpire moralmente un popolo caparbio ed eroico da cui sono nati Juan Miguel ed Elián.

Dove è andata a finire l’etica dei leader politici di quel paese? Com’è possibile che ignorino così tanto le realtà di Cuba? Perché tanto disprezzo? Fino a quando continueranno a credere le proprie menzogne?

Subitamente, il 27 aprile, sorgono restrizioni e ostacoli di ogni tipo allo spostamento dei funzionari cubani che attendevano Juan Miguel, la moglie e i suoi due figli, ormai sistemati a 70 miglia di distanza; si concedono solo quattro visti per i bambini che dovevano viaggiare per contribuire al recupero di Elián, limitandoli a 15 giorni; si stabilisce l’assurda formula di sostituirli ogni due settimane, e non si concede l’autorizzazione per viaggiare a nessuno degli specialisti indispensabili richiesti dalla famiglia. Era evidente il proposito di isolare Juan Miguel e la sua famiglia.

Coincidendo con le suddette dichiarazioni, la signora Albright, Segretaria di Stato, aveva detto due giorni prima alla rete FOX, in una intervista in televisione: “Abbiamo alcuni problemi molto seri con Cuba e manterremo la legge dell’embargo” -così chiama la signora il blocco e la guerra economica- ” e la Legge per la Democrazia Cubana”- in questo modo si riferisce alla criminale Legge Helms Burton.

La cosa più curiosa è che nessuno a Cuba ha chiesto perdono al governo degli Stati Uniti; nesuno ha chiesto nemmeno l’eliminazione di quel blocco che risulta ogni giorno più insostenibile e che inevitabilmente crolla perché anacronico e ogni giorno più costoso per gli Stati Uniti dal punto di vista politico e morale.

I padri che iniziarono l’eroica tradizione della nostra patria di fronte ai sogni annessionisti concepiti dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba duecento anni fa ci insegnarono che i diritti si esigono, non si mendicano. Niente sarà facile rispetto a Cuba nel futuro. Quarant’anni di resistenza contro aggressioni e ingiustizie di ogni tipo e la battaglia di idee che abbiamo portato avanti senza tregua per oltre cinque lunghi mesi ci hanno fatto diventare molto più forti. Lotteremo senza riposo contro l’assassina Legge di Aggiustamento Cubano, contro la crudele Legge Helms Burton, i cui autori devono -ai sensi dei patti sottoscritti tra 1948 e 1949 sia da Cuba che dagli Stati Uniti- essere processati da un tribunale per il delitto di genocidio; lotteremo contro la legge il cui autore, Robert Torricelli, è alleato della mafia terrorista di Miami; lotteremo contro il blocco e la guerra economica che il nostro popolo ha saputo resistere durante quasi mezzo secolo; lotteremo contro le attività sovversive che si eseguono dagli Stati Uniti, compreso il terrorismo per rendere instabile la nostra società, e lotteremo perché finalmente sia restituito alla nostra patria il territorio illegalmente occupato nel nostro paese. Compiremo tutto quanto abbiamo giurato a Baraguá davanti alla memoria indelebile e immortale del Titano di Bronzo (si riferisce al Generale Antonio Maceo uno dei capi più importanti della Guerra per l’Indipendenza dalla Spagna, NdT.).

Non incolpiamo il popolo nordamericano; incolpiamo i responsabili delle menzogne con cui lo hanno ingannato per molto più tempo di quello che immaginava Lincoln. Per il contrario, rendiamo omaggio al popolo che, malgrado le menzogne, in ampia maggioranza, è stato capace di rifiutare il ripugnante crimine che stavano commettendo contro un bambino cubano.

Sarebbe saggio che gli odierni e i futuri governanti degli Stati Uniti capiscano che Davide è cresciuto. Si è trasformato in un gigante morale che non lancia pietre con la fionda, ma esempi e idee di fronte a cui il grande Goliath delle finanze, le colossali ricchezze, le armi nucleari, la più sofisticata tecnologia e di un potere politico che si appoggia sull’egoismo, la demagogia, l’ipocrisia e la menzogna, è indifeso.

Perché non si facciano troppe illusioni con la sua ridicola vittoria di Pirro raggiunta con l’infame risoluzione a Ginevra, basata sulla calunnia e imposta dal governo degli Stati Uniti mediante umilianti pressioni e l’appoggio dei loro alleati della NATO, Cuba, nello stesso periodo di sessioni, propose sei risoluzioni in favore dei paesi del Terzo Mondo, che furono tutte approvate da una schiacciante maggioranza, sempre con il voto contrario degli Stati Uniti, che in generale contò con l’unico appoggio o l’astensione del gruppetto dei loro ricchi alleati europei.

I popoli di un mondo ingovernabile, che soffrono la povertà e la miseria, a cui sfruttano e saccheggiano ogni giorno di più, saranno i nostri migliori compagni di lotta. Per collaborare con loro non disponiamo di risorse finanziarie. Contiamo invece su uno straordinario e sacrificato capitale umano di cui non dispongono né disporranno mai i paesi ricchi.

Evviva il patriottismo!

Evviva il socialismo!

Evviva l’internazionalismo!

Patria o Morte!

Vinceremo!

Versiones Taquigraficas del Consejo de Estado

foto: AFP

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Cosa ci aspetta dopo

Ven, 01/05/2020 - 03:06

Firenze CoronavirusNelle settimane scorse l’web abbondava di articoli e riflessioni sul fatto che dopo la fine della pandemia da corona virus il mondo sarebbe cambiato in meglio. Si ipotizzava una presa di coscienza collettiva sulla necessità di riformare o addirittura di cambiare modello economico. Riflessioni legittime ma, come ho già scritto, basate più sulla speranza che sulla realtà.

Sperare in fondo non costa niente.

Oggi che siamo di fronte alla fase 2 dell’epidemia ossia la riapertura parziale delle attività e la necessità di convivere comunque con il virus tutti coloro che si erano cimentati in ipotesi più o meno stravaganti sul dopo Covid 19 sono spariti. Non si trovano più articoli che fantasticavano sul cambio del sistema capitalistico attuale. Forse si sono accorti, in ritardo, che le loro supposizioni erano appunto solo supposizioni.

Mi piacerebbe leggere qualcuno di questi autori adesso dopo che nel migliore dei modi la situazione post corona virus non cambierà affatto. Se poi invece analizziamo i pochi segnali che in questi giorni sono arrivati ci accorgiamo che il bello deve ancora venire.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro avverte che a causa del corona virus almeno 300 milioni di persone nel mondo perderanno il lavoro nei prossimi mesi. Se a questi lavoratori ufficiali aggiungiamo quelli informali la cifra potrebbe arrivare a un miliardo e 600 milioni di persone disoccupate.

In tutto il mondo sono a rischio circa 436 milioni di attività per le conseguenze della pandemia. Tra i settori più colpiti troviamo il commercio con circa 232 milioni di attività, 208 milioni di aziende manifatturiee, ristorazione ed alloggio 51 milioni di aziende ed altri settori con 43 milioni di imprese.

Una situazione esplosiva ma che conviene al grande capitale che da questa nuova disponibilità di manodopera non potrà che ottenere benefici. Una grande massa di lavoratori disposti a lavorare a qualunque prezzo per non morire di fame, soprattutto nei paesi sottosviluppati. Infatti in questi paesi molti lavoratori informali campano alla giornata e con le limitazioni della circolazione imposti per non propagare il virus si  trovano alla canna del gas.

La chiusura di molte piccole e medie aziende poi lascerà ampi spazi di mercato liberi che le grandi imprese e quelle multinazionali, toccate marginalmente dalla crisi, riempieranno in meno che si dica.

E’ notizia di alcuni giorni fa che 34 delle 170 persone più ricche al mondo dal 1’ gennaio al 10 aprile 2020 hanno  visto aumentare le proprie fortune. Secondo uno studio redatto dall’Institute for Policy Studies la crisi da corona virus non colpisce tutti allo stesso modo. Mentre molte persone nel mondo si trovano nella necessità di usufruire dei pacchi con il cibo fornito dalle associazioni di carità per mangiare Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon, nel periodo in questione ha rimpinguato il proprio salvadenaio con  25 miliardi di dollari aumentando così le già enormi ricchezze. Notiamo però che una buona parte dei dollari guadagnati sono rappresentati dalla vendita, prima che il mercato azionario crollasse, di parte delle azioni della sua società.

Avrà avuto un colpo di culo a non restare impantanato come i comuni mortali nel crollo della borsa o un uccellino gli ha dato il consiglio giusto?

Ma come detto non solo lui ha aumentato le proprie ricchezze, altri 34 Paperoni sono stati baciati dalla sorte del corona virus. Mai che succedesse a noi poveri mortali una botta di culo.

Ma anche in casa nostra i segnali di un cambiamento sono evidenti. Vittorio Colao, il leader della task force governativa per la fase 2 in Italia, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera conclude dicendo: … nei prossimi giorni sentiremo tutte le categorie. Siamo divisi in sei gruppi di lavoro, che coprono tutte le parti produttive e sociali: aziende, istruzione, turismo, cultura, famiglie, pubblica amministrazione… Abbiamo l’opportunità di fare in ognuno di questi campi cose che avrebbero richiesto molto più tempo. Mai lasciarsi sfuggire una crisi”.

E sicuramente non si faranno sfuggire neppure questa. Ricordo che dopo l’ultima crisi, quella del  2008,  per tentare di risanare i bilanci abbiamo svenduto di tutto e approvato la legge Fornero sulle pensioni, poi è arrivato il job act che ha precarizzato ancora di più il mercato del lavoro, tanto per citare due riforme. Nelle parole di Colao si legge anche un messaggio ben chiaro ovvero che grazie alla crisi sarà possibile far digerire alla popolazione tutte quelle riforme care al capitalismo che in una situazione normale sarebbe ben più difficile far ingoiare.

Gli uomini di Colao sono presenti in tutti i campi, aziende, istruzione, turismo, cultura, famiglie e pubblica amministrazione, quindi prepariamoci a vedere come cambierà il nostro capitalismo. Loro hanno messo i loro uomini nei posti giusti, coloro che fantasticavano un cambio del sistema attuale dove hanno messo i loro uomini?

Perché le rivoluzioni non si fanno con i discorsi. Per prima cosa almeno ci vorrebbe un partito che tuteli gli interessi dei più deboli e che appunto mettesse i propri uomini nei posti giusti per contrastare coloro che invece tutelano gli interessi della borghesia. Ogni rivoluzione che si rispetti ha sempre avuto alle spalle un partito che ha appoggiato con le sue strutture le giuste istanze della popolazione. Ma in Italia dove lo  troviamo un partito “rivoluzionario”? Non certo tra quelli di governo.
Ecco perché sono scettico sulla possibilità di un cambio del sistema anche se in cuor mio lo auspico con tutte le mie forze. Non vedo un partito che attualmente possa mettere insieme tutte le istanze di cambiamento. Ma poi davvero la maggioranza del popolo italiano e del mondo vuole cambiare questo sistema oppure ciò è solo un sogno utopistico di una piccola parte della popolazione?

Alla prossima puntata.

di Andrea Puccio

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Uno stato in esilio, il Saharawi, dove il deserto è il grande mare prosciugato (3)

Gio, 30/04/2020 - 17:57

Massimiliano Caligara (sx) e Claudio Cantù

Massimiliano Caligara (sx) e Claudio Cantù

“Con una sola mano non si può applaudire”

(Proverbio Saharawi)

Continuando il mio resoconto sulla “Missione 2020″ nei campi profughi saharawi in Algeria, in particolare ad Auserd, Rabuni, ma anche nei territori liberati, la mia voce nei campi, Federica Cresci, ha intervistato Massimiliano Caligara, presidente del Circolo Legambiente “Gli Amici del Lago-APS” e socio fondatore e consigliere di Città Visibili – ARCI, e Claudio Cantù (CISP, Comitato Italiano per lo Sviluppo dei Popoli e coordinatore progetti territori liberati della Rete di Solidarietà Italiana per il Popolo Saharawi) che hanno illustrato le iniziative che proseguono e ampliano il progetto “Acqua nel Deserto 2020”.

Da anni gli interventi di solidarietà e cooperazione internazionale, che vengono sviluppati nei campi profughi Saharawi situati nel deserto algerino, comprendono anche Tifariti, una delle sette “città” dei territori liberati del Sahara occidentale. È stato attivato un progetto molto articolato, focalizzato – come i progetti degli anni precedenti – sulla raccolta e la gestione dell’acqua in territori desertici.

Tifariti è uno dei principali villaggi dei territori del Sahara Occidentale, abitato da popolazioni nomadi e da profughi Saharawi ed è un punto di riferimento(per la presenza di una scuola, di un ospedale e di quattro pozzi),nonché snodo delle piste che attraversano il deserto.

L’obiettivo principale di questo progetto è il ripristino di alcuni collegamenti idrici, con impianti di pompaggio e distribuzione dell’acqua per irrigare un orto che implementeremo con aiuto e collaborazione di Reseda Onlus destinato alla produzione di ortaggi e vegetali. Questo permetterà di rifornire la mensa scolastica, realizzata da un progetto di Rete Tifariti, con prodotti coltivati in loco.

I beneficiari saranno principalmente gli alunni della scuola che fruiscono del servizio mensa e tutta la popolazione locale.I fondi necessari alla realizzazione di questo progetto sono circa 7.500 Euro che sonoin fase di raccolta con il contributo dei Comuni che da tempo sostengono l’iniziativa,ai quali si sono aggiunte le nuove adesioni di Oleggio Castello, Briga Novarese ePisano e grazie anche ai finanziamenti elargiti da associazioni e imprese del territorio,tra cui Auser Borgomanero, le Sorelle della carità del mondo onlus, Avis Arona, ilgruppo Alpini di Dormelletto, la Parrocchia di Cesara e Novacoop, Comitato Selma 2.0 ecc.

“L’unico progetto fuori dai confini italiani, di cui si occupa il nostro circolo di Legambiente, è quello con gli amici Saharawi. Nasce circa 15 fa dalla volontà di poter interagire con i progetti di accoglienza, però, prima di metterci completamente a disposizione, sono andato nei campi profughi per parlare direttamente con il popolo saharawi, i medici ed i genitori dei bambini. Una volta inteso che era il percorso più giusto, come circolo ci siamo messi subito a disposizione. Comunque, tutti gli anni, siamo presenti fisicamente nei campi profughi per aiutare con progetti in loco, studiati con il Fronte Polisario e le autorità della R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica), per migliorare le condizioni della vita quotidiana di questo popolo”, afferma Massimiliano.

Secondo lui, però, l’aspetto più importante è quello politico: creare cioè delle dinamiche per fare emergere la causa e la lotta del popolo saharawi, il “metterci la faccia” e soprattutto coinvolgere strutture come i comuni, le regioni od altre associazioni, significa dare visibilità ad un popolo che reclama dal 1975 la sua autodeterminazione. “La cosa sconvolgente è appunto che da metà degli anni 70 come europei, facciamo finta di non sapere che stiamo rubando le risorse di un popolo che non è mai stato libero. Per esempio, la zona di pesca di fronte alle isole Canarie, che è una delle più produttive del mondo, è sfruttata spudoratamente da molti paesi, comprando le licenze dal Marocco, Italia compresa; rubiamo i fosfati, ancora base principale della chimica mondiale, ci appropriamo del petrolio, ci impossessiamo della sabbia. Le potenze europee, con Francia dirigendo il tema nell’Unione Europea, sono molto interessate che il popolo non abbia la sua indipendenza per continuare a fare affari molto convenienti con Marocco, che dipinge i territori occupati come propri e liberi”.

Nueina Djil

Nueina Djil

“Ci tengo a specificare che il Fronte Polisario ha combattuto una guerra di liberazione dal 1975 fino al 1991, e si sono fermati, pur avendo conquistato un quarto del territorio, mentre stavano vincendo la guerra, per diventare ambasciatori di pace edutilizzare, come strumento di liberazione, non più le armi, ma la cultura. Sono diventati il popolo più alfabetizzato dell’Africa, e voglio sottolineare anche dell’Italia: tutto questo ho avuto la fortuna di verificarlo conoscendo figure chiave del Fronte Polisario, come Nueina Djil, direttrice della scuola militare per donne saharawi, che credevo fosse una martire, dal momento che l’avevo vista in una gigantografia nel Museo della Guerra, con un AK-47 in spalla e suo figlio in braccio, mentre combatteva l’occupazione marocchina nel 1975. Ho avuto l’onore ed il piacere di incontrarla e di trascorrere qualche ora con lei nel 2018 nei campi profughi in una wilaya di El Aaiun. Una donna eccezionale.

Il lungo dialogo mi ha fatto capireappieno la grandezza del popolo Saharawi, la capacità di fermarsi da una guerra diliberazione, di affidarsi alle Nazioni Unite e cominciare un percorso di ‘liberazione ecrescita culturale’.

La cultura come arma. La donna al centro della società, la culturacome strumento.

Dal 1991 Nueina insegna lingue ai bambini della wilaya. Cioè, lacultura come strumento di integrazione, coesione, inclusione, crescita, liberazione”.

Secondo Massimiliano è stato molto azzardato credere nell’ONU, scommettere cioè sul referendum, dal momento che fino ad oggi le Nazioni Unite non hanno fatto nulla per il popolo saharawi, ma sicuramente è stata la scelta corretta.

“Vedo, ogni volta che vengo nei campi profughi, una vita piena di valori e dignità, basi fondamentali per poter convivere in armonia con il mondo, che noi in Occidente abbiamo perso. Ancora una volta non siamo noi ad aiutare il popolo saharawi, ma sono loro a darci grandi lezioni di vita. Con tutto questo, chiaramente sono stanchi di aspettare, ad ottobre di quest’anno saranno 45 anni di attesa per un referendum che ancora non si vede neanche da lontano!”.

Massimiliano, poi, ci illustra i progetti di cui si occupa Legambiente-Gli Amici del Lago, che trattano dell’enorme problema dell’acqua per i campi profughi, dove hanno a disposizione meno del quantitativo minimo consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che oltretutto è molto inquinata. “Quest’anno lavoriamo anche nei territori liberati, dove anche lì le condizioni dell’acqua, soprattutto potabile, sono drammatiche. Devo spiegare che quel saharawi che decide abbandonare i campi profughi per viaggiare 500 chilometri nel deserto ed andare a vivere nei territoriliberati perde la condizione di profugo e tutti gli aiuti, già molto scarsi, che i saharawi ricevono a livello internazionale.Per questo il progetto ‘Acqua nel Deserto 2020′ comprende unaparte nei territori liberati, a Tifariti, e si tratta di aiutare nella coltivazione dei prodottidella terra. Cerchiamo di costruire un progetto sostenibile per garantire l’orto per unamensa scolastica, controllando anche la qualità della stessa acqua. In questi progettiche portiamo avanti siamo affiancati dal CISP (Comitato Italiano per lo Sviluppo deiPopoli) e da tante altre associazioni, con cui abbiamo fondato da pochi mesi la Retedi Solidarietà Italiana per il Popolo Saharawi, nonostante già da anni lavorassimo perquesto popolo, sono convinto che solo unendoci possiamo vincere con la pace e lasolidarietà questa guerra contro un’enorme ingiustizia che per troppi anni abbiamofatto finta non esistesse”.

Claudio Cantù

Claudio Cantù

Invece, Claudio ci tiene a ricordare la posizione dei territori liberati, che confinano ad est con il deserto del Sahara ed a ovest con il muro costruito dal Marocco, 2.720 chilometri (seminato con un numero di mineantiuomo, tra 7 e 10 milioni, che continuano attive oggigiorno), che impedisce alle popolazioni saharawi di accedere alle risorse naturali delle loro terre legittime del Sahara Occidentale. Ed inoltre in questi territori liberati dal Fronte Polisario non arrivano gli aiuti internazionali.

“Lavoriamo nei territori liberati da anni, il progetto ‘Acqua nel Deserto 2020‘ del circolo Amici del Lago-Legambiente viene ad integrare il sostegno della frequenza scolastica che dal 2013 portiamo avanti nei territori liberati. Il Fronte Polisario ha organizzato scuole nel deserto garantendo l’accessoall’istruzione ed alla cultura alle popolazioni nomadie noi interveniamo supportando i bambini che le frequentano con l’organizzazione di mense scolastiche (forniamo circa 12.000 pasti completi all’anno e 24.000 merende all’anno nelle scuole della zona), trasporto per i bambini che vivono lontano, creazioni di orti vicini alle scuole, ricerca e gestione dell’acqua. Questa è la nostra partecipazione alla lotta di liberazione del popolo saharawi. E’ complicato e difficile, però non possiamo concepire che questo popolo debba vivere solo nei campi profughi, ha bisogno della sua libertà, passando per la riconquista dei territori liberati”.

“Voglio sottolineare” aggiunge Claudio “l’importanza degli aiuti alle popolazioni dei territori liberati dal Fronte Polisario che non vengono raggiunte dagli aiuti internazionali ufficiali. Una popolazione nomade che vive in un territorio minato senza poter accedere alle sue risorse impedita dal muro costruito dal Marocco approfittando della tregua sottoscritta per organizzare un referendum che l’ONU avrebbe dovuto garantire. E’ una questione politica, etica e morale sostenere la lotta di questo popolo per l’abbattimento di questo muro e la conquista della libertà. Siamoconsapevoli ed auspichiamo che il nostro aiuto possa essere funzionale alla conquista dell’indipendenza attraverso la riappropriazione di tutto il territorio avvicinando il giorno in cui i campi profughi si potranno svuotare, ponendo fine vittoriosamente all’ultima lotta di liberazione del continente africano.”

Concludo questa serie di articoli augurando a questo popolo meraviglioso del deserto tutta la libertà che gli hanno sempre rubato, ricordando le parole di Jadiya Hamdi, che è stata ministra di cultura e da quest’anno è ministra assessora della presidenza della repubblica saharawi, che parlando del suo popolo afferma: La Rivoluzione è il nostro mare, dove viviamo come pesci nelle sue acque, perché non serviamo per un’altra cosa che non sia la Rivoluzione.

di Ida Garberi

Massimiliano Caligara e Nueina Djil nel 2018

Massimiliano Caligara e Nueina Djil nel 2018

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Condannano cittadino cubano per aggredire con un’arma bianca un membro della Polizia Nazionale Rivoluzionaria

Gio, 30/04/2020 - 00:29

hecho-delictivo-villa-clara-580x363Il Tribunale Municipale Popolare di Quemado de Güines, provincia di Villa Clara, ha condannato ad otto anni di privazione di libertà un cittadino cubano che il 31 marzo ha tentato di aggredire con un arma bianca un membro della Polizia Nazionale Rivoluzionaria e nell’atto ha ferito un altra ufficiale del Ministero dell’Interno.

Come si è saputo durante il giudizio orale della Causa 7 del 2020, inoltrato per Procedimento Abbreviato, l’evento è accaduto dopo che un agente dell’ordine pubblico l’avesse ammonito in varie occasioni per non utilizzare la mascherina nella fila di un negozio in moneta convertibile. Uscendo dall’esercizio, è stato incontrato nuovamente senza mascherina, e per questo gli agenti l’hanno condotto alla Stazione di Polizia e gli hanno fatto una multa di 3000 pesos in moneta nazionale.

Dopo un’ora e mezza, l’accusato è ritornato al negozio con un machete ed ha aggredito l’ufficiale, ma dopo che il polizia ha schivato il colpo, ha ferito una poliziotta che stava organizzando la fila.

Lo stesso accusato ha riconosciuto che ha fatto tutto ciò per non essere d’accordo con la misura applicata. “Così ho preso il machete, l’ho avvolto in un giornale e mi sono diretto di nuovo al negozio. Arrivato lì, mi sono lanciato contro il poliziotto, ma l’altra ufficiale purtroppo si trovava in quel luogo e l’ho colpita alla spalla”, ha raccontato.

Dopo ascoltare gli allegati del pubblico ministero e dell’avvocato difensore, oltre a quelli dei dieci testimoni convocati, tra loro lavoratori dello stabilimento commerciale, dottori, poliziotti e la Direttrice di Igiene ed Epidemiologia nel territorio, il tribunale ha emesso pubblicamente la sua sentenza per i delitti di attentato, propagazione di epidemia e disubbidienza.

A sua volta, ha imposto come pene aggiuntive la privazione del diritto al voto ed occupare incarichi di direzione, il sequestro del machete, la proibizione di possedere passaporto ed uscire dal paese per il tempo della sua condanna.

Davanti ad una situazione di tale grandezza, per emettere la loro decisione, i magistrati hanno considerato alcuni aspetti come la gravità del fatto, la condotta irriverente dell’accusato davanti ai rimproveri e la mancanza di rispetto per le norme stabilite, per affrontare l’attuale contesto di rischio sanitario che vive il paese.

Nonostante, la Presidentessa del Tribunale Municipale di Quemado de Güines, Elena Cabrera de la Paz, ha sottolineato l’osservanza di quanto stabilito dalla Costituzione per assicurare il dovuto processo ed il diritto e garanzie delle parti.

“Questo cittadino dal primo giorno si trovava in prigione preventiva, ma questo non ha ostacolato il suo accesso a quanto disposto per la sua difesa e per un giudizio giusto. Benché il paese transiti in una situazione complessa dal punto di vista epidemiologico, qui si sono mantenute tutte le garanzie che deve avere qualsiasi accusato in qualunque momento”, ha affermato.

Terminando il processo, l’accusato ha manifestato il suo disaccordo davanti alla misura imposta, per questo il tribunale gli ha concesso il diritto di stabilire, in un termine di dieci giorni, un ricorso in appello presso la Sala dei Delitti Contro la Sicurezza dello Stato, nella sezione penale, del Tribunale Provinciale Popolare di Villa Clara.

Da quando è cominciata la lotta contro COVID-19 a Cuba questo è il giudizio di maggiore rilevanza vincolato a questi temi nel paese, sia per la gravità dei fatti che per la condanna dettata nel Giudizio Orale.

di Yunier Javier Sifonte Diaz/da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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CORAGGIOSI: Celia, nipote del Che Guevara, in prima linea di battaglia contro COVID-19 a Cuba

Mer, 29/04/2020 - 05:00
Celia, la nipote del Che, è quella in azzurro

Celia, la nipote del Che, è quella in azzurro

Da Facebook c’arrivano queste immagini di Celia, nipote di Ernesto Che Guevara e figlia di Aleida Guevara in piena battaglia contro COVID-19 in uno degli ospedali de L’Avana. “Semplicità e grandezza della Rivoluzione Cubana. Orgoglio di tutti”, dicono i suoi colleghi. Molti nel mondo conoscono la figura ed il pensiero del Che a partire dal trionfo della Rivoluzione cubana ed il lavoro encomiabile ed esemplare che ha svolto, ma a volte appare solo sfumato l’antecedente della sua vocazione intellettuale ed umanista che spiega, in parte, gli obiettivi che ha perseguito durante la sua vita.  

L’affanno del giovane Ernesto per addentrarsi nel mondo della conoscenza e della ricerca scientifica si distingue per le sue inquietudini nel campo delle scienze mediche, quando essendo studente di Medicina comincia a lavorare in un istituto famoso a Buenos Aires, in Argentina, il suo paese natale, dedicato agli studi dell’allergia.

Da quell’esperienza sorgono risultati di ricerca e pubblicazioni nelle quali appare come membro della squadra dell’istituzione. Senza dubbio, questa esperienza ed i risultati nel mondo delle ricerche mediche contribuiscono ad un sguardo più particolare sui metodi e tecniche necessari per intraprendere nuovi progetti di ricerca.

Un giorno ha detto: “Mi resi conto che per essere un medico rivoluzionario o essere rivoluzionario, la prima cosa che devi avere è la Rivoluzione.”

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: dal facebook di Wafy Ibrahim

Celia, la nipote del Che

Celia, la nipote del Che

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