Seguici su twitter facebook youtube RSS
Abbonamento a feed Cubadebate (italiano)
Aggiornato: 2 ore 43 min fa

L’era della post-verità o della moltiplicazione delle stesse menzogne?: Campagne mediatiche contro i processi progressisti latinoamericani

Mar, 17/07/2018 - 03:19

guerra-mediática-1-580x331Viviamo tempi d’intensa battaglia di idee, come, già da tempo, Fidel ci ha indicato. Se alla fine del secolo scorso ci hanno venduto la ricetta del postmodernismo, come un appello al quietismo, al feroce individualismo, alla fine delle utopie; ora, convertono in termine alla moda la post-verità*. I media lo usano ripetutamente e un gruppo di teorici ne discute, ardentemente, il significato e la portata. Il dizionario di Oxford lo ha proclamato come il termine inglese (post-truth) più utilizzato nel 2016. La Reale Accademia di Spagna lo ha santificato nel 2017. Dietro la valanga, si pretende sequestrare, ancora una volta, la vittima più frequente di tutti i conflitti: LA VERITÀ.

Per il filosofo britannico A. C. Grayling il mondo della post-verità influisce negativamente sulla “conversazione pubblica” e sulla democrazia. “È una cultura in cui poche affermazioni su Twitter hanno lo stesso peso di una biblioteca piena di ricerche. Tutto è relativo. Si inventano storie tutto il tempo”.

Si cerca di saltare la frontiera delle menzogne, invertire i campi della moralità, allargare la prevalenza dell’individualismo. Si apre la strada all’egemonia di ciò che il noto intellettuale polacco Zygmunt Bauman  ha denominato, alla fine del secolo scorso, come la “modernità liquida”, in cui nulla è solido: né lo Stato – Nazione; né la famiglia né il lavoro. “È il momento della deregolamentazione, della flessibilizzazione, della liberalizzazione di tutti i mercati”, ha segnalato. “Non ci sono linee guida stabili né predeterminate in questa versione privatizzata della modernità. E quando il pubblico non esiste più come solido, il peso della costruzione di linee guida e la responsabilità del fallimento cadono totalmente e fatalmente sulle spalle dell’individuo”.

Con la post-verità siamo indotti ad accettare che la verità sia stata superata, che l’abbiamo lasciata alle spalle. Ci si vende l’idea dell’impossibilità dell’emancipazione, del trionfo delle apparenze sul certo, dell’inesorabile obsolescenza dell’etica.

Ma viviamo realmente nell’era della post-verità? O è semplicemente il tempo della moltiplicazione delle stesse menzogne di un tempo, grazie all’esistenza e all’interazione delle moderne infrastrutture tecnologiche, delle attuali pratiche comunicative, compresi i social network digitali, ed i predominanti comportamenti sociali?

Cuba: assedio mediatico permanente

Guardandolo da Cuba, le qualificazioni non valgono molto. La traiettoria dei grandi media e le campagne mediatiche dell’impero e dei suoi alleati contro questo paese, sono sempre state, invariabilmente, le stesse dallo stesso trionfo rivoluzionario nel 1959. Manipolazioni, grossolane menzogne, mezze verità, immagini scattate come in un Jurassic Park, si sono continuamente ripetute per quasi 60 anni.

Si demonizzò l’esecuzione dei criminali batistiani, che assassinarono migliaia di figli di Cuba; si manipolò la legale e giusta nazionalizzazione delle società USA che dominavano la maggior parte dell’economia del paese; si propagò l’immagine di Cuba come obbediente satellite sovietica; si distorse lo scopo della presenza internazionalista cubana in Africa (che preservò l’indipendenza dell’Angola, contribuì alla liberazione e all’indipendenza della Namibia ed aiutò alla sconfitta dell’ignominioso apartheid in Sud Africa); e si raccontò, più e più volte, l’Ora Finale di Castro, o del socialismo a Cuba.

I grandi mezzi stampa o i libelli locali a Miami, le agenzie di notizie e la radio ad onde corte, sono serviti, nei primi decenni della Rivoluzione, come principali e quasi quotidiani veicoli delle campagne contro Cuba. Più che spazi di comunicazione erano servili strumenti di propaganda ed aggressione. Vale ricordare come il New York Times abbia censurato un ampio reportage sul reclutamento della forza mercenaria che avrebbe invaso Cuba nel 1961, al fine di non rivelare il coinvolgimento del governo USA in quel piano, o quello scandaloso e risibile dispaccio dell’agenzia UPI, degno per lo studio della beffa nelle scuole di giornalismo, in cui si parlava del riuscito sbarco di quella forza mercenaria nell’inesistente Porto di Bayamo.

Simbolico per questi tempi è che la prima offensiva mediatica della Rivoluzione cubana, dal 21 al 19 gennaio 1959, si chiamò OPERAZIONE VERITA’; quando Fidel convocò più di trecento giornalisti provenienti da diverse parti del mondo per chiarire la giustezza dei processi intrapresi contro i criminali batistiani ed esporre con fermezza i principi del nascente processo rivoluzionario.

Da quei giorni sarebbe nata l’idea di creare i primi media internazionali della Rivoluzione: l’agenzia di notizie Prensa Latina e la stazione radio ad onde corte Radio Habana Cuba.

A capo di Prensa Latina, ci sarebbe stato il giornalista e rivoluzionario argentino Jorge Ricardo Massetti, amico e discepolo del Che, che nel processo di fondazione dell’Agenzia avrebbe lascito tracciato, con cristallina chiarezza, il suo principio d’azione: “Noi siamo obiettivi ma non imparziali. Consideriamo una codardia essere imparziale, perché non si può essere imparziale tra il bene ed il male”.

Nuovi tempi, nuove tecnologie: il monopolio di sempre

L’era dell’informazione o la Società Informatizzata in cui viviamo – come indistintamente la chiamano gli studiosi – è stata teatro di cambi sostanziali nei modi e nella velocità di far comunicazione. Internet ha esteso la portata dei media, ha convertito in fatto istantaneo la notizia, ha ampliato le fonti di emissione e moltiplicato il volume di informazioni circolanti. Ma ci sono cose che non sono cambiate: il potere mediatico rimane nelle mani di pochi, la manipolazione e la menzogna continuano ad essere le armi preferite contro coloro che si propongono far fronte al dominio egemonico del capitale e del mercato; si continua imponendo e standardizzando idee, simboli, culture.

Un pugno di oligarchi della finanza e dell’industria, appartenenti a quell’élite transnazionale dell’1% che di solito s’incontra a Davos o in Bilderberg, controlla sempre più i mezzi di comunicazione ed i messaggi che vengono emessi. Lì si sono anche installati i magnati delle nuove tecnologie e delle reti sociali online, come l’uomo più ricco del mondo di oggi, Jeff Bezos, padrone di Amazon, della società di turismo spaziale Blue Origin e ora anche del Washington Post, il secondo media meglio classificato nel Ranking de Alexa per gli USA.

Pochi empori sono i padroni dei grandi giornali e televisioni nell’abbondante selva mediatica USA; solo cinque gruppi controllano la stampa francese di gran pubblico. Non pochi media latinoamericani sono sotto il controllo di gruppi USA e spagnoli.

Già nel 1843, nella sua Monografia della Stampa Parigina, Honoré de Balzac avvertiva che, quando un uomo d’affari compra un giornale (un mezzo di comunicazione diremmo oggi) lo fa “… o per difendere un sistema politico il cui trionfo gli interessa, o per convertirsi lui stesso in politico, facendosi temere”.

Le insidie, le falsità, il maneggio mediatico, che in precedenza si esercitava dalle agenzie, dalla radio o dalle pubblicazioni stampate, ormai sono ampiamente trasmesse dalla televisione satellitare, siti digitali provenienti da varie fonti, o attraverso i miliardi di utenti delle reti sociali.

I poteri mediatici globali gestiscono anche i fili dei media locali. I messaggi e le opinioni che vengono emessi a Washington, New York, Miami e Madrid sono riprodotti, con immediatezza e profusione, nei media dominanti in America Latina, gran parte delle cui azioni sono nelle mani di gruppi aziendali, finanzieri o mediatici di USA o Spagna.

I media come partiti politici. Strumenti di guerra

Nello scontro ideologico e militare della globalizzazione, i media ed i social network digitali agiscono come una forza politica e un’arma da combattimento. Sono convenientemente utilizzati per la provocazione, l’esaltazione e l’ammorbidimento nelle situazioni di conflitto.

Dobbiamo ricordare il ruolo delle TV e dei giornali dell’oligarchia venezuelana nel coordinamento ed esecuzione del golpe contro il Presidente Hugo Chávez, nell’aprile 2002.

Né dimenticare come il New York Times ed il Washington Post siano stati convenientemente usati per giustificare l’invasione dell’Iraq, nel marzo 2003. Nel giornale della città di New York, a quei tempi, si potevano leggere titoli come: “Arsenale segreto: alla ricerca dei batteri di guerra” o “Un iracheno parla dei nuovi siti di armi chimiche e nucleari”. Quegli articoli furono firmati dalla giornalista stella del Times, Judith Miller, che ha riconosciuto ricevere le informazioni dal cosiddetto Iraqi National Congress, un’organizzazione con sede a Washington e finanziata dalla CIA. I servizi segreti intossicavano l’ informazione per spaventare il pubblico USA e propiziare lo scenario di guerra.

In modo simile l’hanno fatto nelle guerre di Libia e Siria o nella frenetica offensiva totale contro la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela: inventare lo scenario, generare incertezza, promuovere l’odio, attizzare la violenza.
Nel Manuale dell’Esercito USA per la Guerra Non Convenzionale del 2010, si definisce chiaramente la connessione media-guerra: “L’aspetto più importante di un’insurrezione di successo è la fattibilità del messaggio. È essenziale che il messaggio raggiunga le persone e abbia un significato per il loro modo di vita. L’insurrezione non può ottenere un sostegno passivo o attivo senza raggiungere questi obiettivi. Ciò fa che il linguaggio, la cultura e la geografia delle masse siano particolarmente importanti”.

Riafferma inoltre che “… l’ideologia come insieme interrelato di credenze, valori e norme, è usata per manipolare e influire sul comportamento degli individui all’interno del gruppo”.

Il Manuale definisce un’escalation di azioni che portano al frattura morale, alla resa o alla sconfitta per le armi del governo nemico. Tra loro segnala in ordine di escalation:

– Creazione di un’atmosfera di diffuso malcontento attraverso la propaganda e gli sforzi politici e psicologici per screditare il governo.

– Agitazione, creare un’opinione pubblica favorevole (evocando la causa nazionale), creare sfiducia nelle istituzioni stabilite.

– Intensificazione della propaganda, preparazione psicologica della popolazione per la ribellione.

Non vi sembra questo troppo simile a quello che è successo in Venezuela e a quello che sta succedendo adesso in Nicaragua?

Ed a proposito, nello stesso Manuale dell’Esercito USA si stabilisce che uno dei primi obiettivi da annientare dall’insurrezione (leggasi gli alleati di Washington) sono i mezzi di comunicazione dell’avversario. La fase 6 della strategia include una delle operazioni da eseguire: “Selezionare come obiettivi l’infrastruttura dell’area di retroguardia, come depositi di carburante e munizioni, cantieri ferroviari, aeroporti, vie fluviali, impianti di generazione di energia elettrica, nonché installazioni radio, TV ed altri mezzi di comunicazione di massa”.

(nota: il termine post–verità, traduzione dell’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza).

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

 

Categorie: News

Elezione AMLO: grande opportunità per Messico e America Latina

Sab, 14/07/2018 - 04:30

lopez-obrador-580x341Il Messico è, insieme al Brasile, uno dei “fratelli maggiori” dell’America Latina e dei Caraibi. Non solo per il suo peso demografico – i suoi 128 milioni di abitanti rappresentano un quinto della popolazione totale della regione – e la dimensione della sua economia, il cui PIL è circa il 20% del totale regionale.

Il Messico ha tracciato la storia dell’ America Latina con vicende che hanno profondamente segnato il futuro collettivo politico e sociale. La rivoluzione del 1910 – le gesta del Messico profondo contro l’espropriazione dei contadini, il furto delle risorse e del territorio, la dittatura di Porfirio Diaz, la modernizzazione forzata e un sistema escludente – ha illuminato eroici cammini di giustizia sociale che in seguito sono stati percorsi, tra gli altri, da Sandino e Farabundo Martí.

La Costituzione del 1917 fu la prima a stabilire i diritti sociali, la separazione tra chiesa e stato, il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, con la nascita delle giornate di otto ore di lavoro, la garanzia di un salario mensile minimo e il riconoscimento della personalità giuridica dei sindacati. E anche la ridistribuzione della terra, il federalismo e la separazione dei poteri quale sistema politico.

Qualche tempo dopo, negli anni ’30, il generale Lázaro Cárdenas sarebbe stato di nuovo un pioniere della nazionalizzazione del petrolio e della rete ferroviaria, della produzione comunitaria e della riforma agraria e della vasta accoglienza degli esuli dalla guerra civile spagnola.

Anni dopo, già in tempi di oscurantismo neoliberale, la rivolta zapatista avrebbe dato visibilità alle rivendicazioni degli indigeni, che si sarebbe poi diffusa come un bagliore dando slancio ai movimenti indigenisti, risultati decisivi un decennio dopo nella politica ecuadoriana e con l’arrivo di Evo Morales alla presidenza in Bolivia.
Pertanto, nel contesto attuale, l’elezione di Andrés Manuel López Obrador è inscritta come la possibilità di rappresentare un segnale in grado di avviare una rinnovata avanzata delle richieste popolari nel continente.

Rigenerazione del Messico

Il Messico sta vivendo una situazione di grave degenerazione. Degenerazione prodotto delle varie violenze che devastano la sua gente. La diffusa violenza del narcotraffico, omicidi di giornalisti, femminicidi, la recente violenza politica compongono un quadro che suggerisce in qualche modo il ricordo di qualche tradizione sacrificale azteca, che un tempo aveva facilitato la collaborazione dell’invasione coloniale con uno dei gruppi etnici sottomessi.
A ciò si aggiunge l’enorme violenza economica che ha colpito oltre 53 milioni di messicani in povertà, tra cui quasi 10 milioni in assoluta povertà.

La degenerazione sociale a cui corrisponde una profonda degenerazione del sistema politico, in cui il federalismo formale è diventato vero e proprio feudalesimo, dilagano la corruzione, il traffico delle influenze, la copertura dell’evasione fiscale e l’onnipotenza dei cartelli monopolistici della comunicazione nella formazione dell’opinione pubblica.

Ecco perché, attraverso il suo nome, il Movimento di rigenerazione nazionale (MORENA) e il suo leader, López Obrador sono stati in grado di interpretare correttamente l’esigenza prevalente e questo è il motivo per cui sono stati ampiamente ricambiati dalla popolazione. Il Messico – senza dubbio – ha bisogno di rigenerarsi.

Non tutto, non più, non solo

L’enorme rabbia accumulata, l’urgente necessità di profonde trasformazioni sociali saranno un fattore di pressione popolare insostituibile per intraprendere un nuovo corso. Tuttavia, l’impazienza e le giuste richieste che ne derivano potrebbero costituire paradossalmente, insieme alla resistenza che l’attuale concentrazione del potere eserciterà, i principali ostacoli per il governo morenista.

Il dovere di López Obrador sarà quello di dimostrare che non rappresenta la continuità della menzogna politica. Ciò dovrebbe manifestarsi invertendo il più rapidamente possibile l’orientamento e gli effetti del Patto per il Messico, siglato nel 2012. Abolendo la riforma dell’istruzione mercantilista, recuperando la sovranità energetica, attaccando la finanziarizzazione dell’economia, democratizzando le telecomunicazioni: sono sfide fondamentali. Ma soprattutto, intraprendendo un programma di riforme economiche che liberi il Messico dalla brutale sottomissione agli Stati Uniti, paese a cui invia il 73% delle sue esportazioni totali.

Allo stesso modo, l’inizio di un progressivo smantellamento degli apparati criminali e della repressione di Stato complice di questi, l’emergere di una cultura dei diritti umani e il recupero della virtù nella sfera pubblica saranno tra le sfide più difficili che il nuovo governo dovrà affrontare.

Ancora più lento, anche se ugualmente imperioso, sarà il processo di riconoscimento effettivo dei diritti del multiculturalismo in Messico e la rivendicazione culturale delle sue radici, un processo di riconciliazione e auto-valorizzazione che è ancora irrisolto nelle vaste regioni dell’America meticcia, nera e nativa.

Niente di tutto ciò sarà fattibile da un giorno all’altro. Né può essere fatto completamente in soli sei anni. Forse la cosa più importante è che il popolo messicano abbia consapevolezza, al di là del volontarismo e del personalismo, che il sostegno dei cittadini organizzati sarà vitale per realizzare questo programma.

Le speranze di integrazione dell’America Latina e nei Caraibi sono riposte in AMLO

In un mondo dove le tendenze regressive e i fascismi hanno momentaneamente preso l’iniziativa – in parte come risposta ad una globalizzazione economica e culturale soffocante – la vittoria di López Obrador che rappresenta una sorta di “nazionalismo benigno”, un tentativo di riprendere l’idea della Sovranità dello Stato, di inserire le sue relazioni in un contesto multilaterale e di collocare il Messico nella sfera dell’integrazione regionale.

Le forze progressiste celebrano la vittoria di López Obrador perché implica l’indebolimento di uno dei principali governi satelliti dell’interventismo straniero in America latina e nei Caraibi, guidato principalmente dagli Stati Uniti, ma anche da alcuni governi europei.

Di particolare importanza sarà la difesa della pace nella regione. Il nuovo governo in Messico, in contrasto con la posizione assunta durante i sei anni precedenti che ormai volge al termine, potrebbe diventare una sorta di mediatore regionale, smorzando la raffica di azioni e sanzioni del Nord, ad esempio contro Venezuela, Cuba e Nicaragua.

Una posizione messicana con tali caratteristiche sarebbe non solo in solidarietà con le nazioni sorelle del Sud, ma anche coerente con la sua tradizione diplomatica, dalla quale emersero trattati eccezionali come Tlatelolco – in vigore fino ad oggi – attraverso i quali l’America Latina e i Caraibi sono diventati la prima zona senza armi nucleari al mondo.

Da questa posizione di dialogo e consenso sono sorte anche le efficaci mediazioni del gruppo Contadora, in cui il Messico, insieme a Panama, Colombia e Venezuela, ha svolto un ruolo centrale nel raggiungimento degli accordi di pace che pongono fine alla guerra in America centrale.

Tale gruppo è stato successivamente trasformato nel gruppo di Rio, che è stato l’immediato antecedente alla creazione nel 2011 della Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (CELAC). Ritornando su quel percorso, López Obrador potrebbe contribuire enormemente a rinvigorire l’ormai paralizzata CELAC come contrappeso allo strumento egemonico controllato dagli Stati Uniti rappresentato dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani).

Per tutti questi motivi, l’elezione di Andrés Manuel Obrador come presidente è una grande opportunità per il Messico e le nazioni sorelle dell’America Latina e dei Caraibi.
di Javier Tolcachier

da alainet.org

traduzione di M. Gemma Marx21.it

 

Categorie: News

Douma, Siria: né sarin, né cloro. Era solo una bufala

Ven, 13/07/2018 - 03:50
Bandiera siriana

Bandiera siriana

Dopo il Rapporto dell’OPCW che esclude l’uso di Sarin o altri agenti nervini nel presunto attacco chimico a Douma, figuraccia colossale dei tanti che impazzavano sui social con selfie con le mani sulla bocca e che ora pretendonodi farla franca evidenziando che per Douma si era ipotizzato anche l’uso di bombe aeree cariche di cloro; circostanza che, a a loro dire, sarebbe stata attestata da un ormai celebre, video prodotto dal New York Times.

Intanto, una precisazione. Sulla affidabilità dell’OPCW e sulla sciatteria delle sue“ispezioni” (almeno per Douma si sono degnati di recarsi sul posto) ci eravamo già espressi in passato e – non considerando, quindi, i suoi rapporti comeVangelo – di fronte a presunti attacchi chimici in Siria abbiamo sempre preferitobasarci, oltre che sull’analisi delle “documentazioni” riportate dai media, su contributi provenienti da fonti indipendenti come, ad esempio, libyancivilwar, un sito gestito da Adam Larson che nel suo ultimo articolo dettagliatamente analizza le incongruenze che costellano il video del New York Times.

Tra queste alcune sulle quali anche noi ci eravamo già soffermati: in un primoarticolo che analizzava il presunto attacco chimico su Douma; in un altro che analizzava una assurda “analisi delle urine” che avrebbe dovuto attestare l’attacco con cloro a Douma e un altro ancora dedicato all’analisi delle presuntebombe aeree che, a Douma, avrebbero diffuso il cloro. Ed è proprio la questione delle bombe aeree ad essere fondamentale in quanto è ormai assodato che i “ribelli siriani” producono e utilizzano composti a base di cloro che diffondono, comunque, tramite granate o proiettili da mortaio; non certo tramite bombe aeree, utilizzate in Siria solo dall’aviazione di Assad o della Russia.

Ed è proprio l’analisi delle presunte “bombe aeree” e sopratutto i “segni” che sarebbero stati lasciati su queste dal presunto sfondamento dei solai (“pezzo forte” dello scalcinato video del New York Times) ad essere, mirabilmente,affrontato da Adam Larson . Non vogliamo anticiparvi nulla, il suo articolo lo trovate qui e il sito è dotato di traduttore automatico.

di Francesco Santoianni

da sibialiria.org

 

Categorie: News

Cuba: il diritto umano di vivere

Mer, 11/07/2018 - 23:25

hospital-oncologico-habana-cuba-580x323Visitando di nuovo Cuba sono andato, con un vecchio collega amico, all’Istituto Nazionale di Oncologia e Radiologia (INOR), un prestigioso centro ospedaliero ubicato a L’Avana che, nel bel mezzo del bloqueo che ancora gli USA impongono alla Maggiore delle Antille, combatte senza quartiere contro il cancro e per il diritto umano alla vita degli abitanti dell’isola.

Impressionante è la cura che ricevono i pazienti adulti e della cosiddetta terza età presso quell’Istituto, uno dei principali del paese, e dove ogni giorno si restituisce la speranza di vivere a numerosi cittadini della nazione dei Caraibi e anche di altri paesi.

Ho accompagnato l’amico con suo padre, 87enne, che è stato operato 15 volte negli ultimi 10 anni, e grazie alla famoso medicina cubana, ed agli specialisti e personale dell’INOR, la sua salute migliora e la sua qualità della vita è sorprendente.

Il nonno mi ha raccontato che i medici e gli assistenti che lo curano sono tutti grandi professionisti con immensi valori umani e, nonostante l’intenso lavoro, si distinguono per la loro gentilezza e cordialità verso i malati come, similarmente, lo fa tutti i giorni la prima persona che lo riceve, la segretaria dell’ambulatorio, Andrea Mesa Cuétano, che lavora all’INOR da più di 20 anni.

E l’ho potuto vedere nell’incontro con il dottor Erasmo Gómez Cabrera, specialista di secondo grado d’Oncologia e vice direttore docente di quell’ospedale, che ha assistito il suo paziente come un famigliare, e non sono mancati, nel dialogo tra entrambi, umorismo ed affetto tipico dei cubani. Il padre del mio collega mi ha spiegato, minuti dopo, che il dottor Erasmo lo aveva operato più volte, ma così lo hanno fatto altri eccellenti medici, come gli oncologi Edgar Tijerina Gonzalez e Franklin Abreu Alain Perdomo, quest’ultimo anche uno specialista in oftalmologia.

Ha poi commentato che il dottor Edgar è nato in Costarica ed è venuto a studiare alla Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM), dove ha conseguito la Laurea d’Oro, ed ha avuto l’onore di riceverla dalle mani del leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro.

Che orgoglio per quel medico! ha manifestato il padre del mio amico, riferendosi a Fidel, creatore dell’ELAM e che ha convertito la maggiore delle Antille in una potenza medica internazionale, fatto che è riconosciuto in ogni angolo di questo mondo.

Un’altra nonnina, paziente 93enne, ascoltava con attenzione la storia del mio interlocutore, e ci ha interrotto per dire, tra i singhiozzi, che “Fidel è andato via fisicamente, ma grazie a lui ed ai nostri medici oggi molti di noi viviamo, e guarda quanti anni, come me” ha detto.

La mia permanenza all’INOR si è conclusa nella farmacia, dove i  costosissimi medicamenti per alleviare o curare il cancro sono gratuitamente fornite alle persone che soffrono di questa malattia.

I prezzi di questi farmaci si rincarono molto più per Cuba come conseguenza del feroce bloqueo che, per quasi sei decenni, gli USA impongono al popolo del decano arcipelago caraibico.

Nonostante quel crudele assedio economico, finanziario e commerciale di Washington, tutti i cubani, bambini, giovani, adulti e della terza età continuano ad aver garantito il più fondamentale dei diritti umani: il diritto a vivere.

di Patricio Montesinos

da Cubadebate

traduzione: Francesco Monterisi

Categorie: News

Siria respinge l’aumento dei poteri dell’OPAC

Sab, 30/06/2018 - 00:03

opacLa cancelleria siriana ha respinto oggi una risoluzione impulsata da un gruppo di paesi occidentali che permette l’ampliamento dei poteri dell’OPAC e con ciò la politicizzazione di questo organismo.

In un comunicato, il Ministero delle Relazioni Estere e degli Espatriati ha indicato che la misura facilita anche l’uso di questo meccanismo come schermo per effettuare attacchi militari contro Stati sovrani.

In una conferenza dell’OPAC, mercoledì scorso, i paesi membri della Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche hanno sottoscritto un accordo che autorizza questo organismo ad identificare i responsabili dell’uso di questo tipo di mezzi letali.

Davanti a questa situazione, il governo siriano ha espresso che tale decisione contraddice le disposizioni della Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche.

Ha segnalato inoltre che la stessa costituisce un pericoloso precedente nel sistema internazionale, concedendo ad un’organizzazione tecnica come l’OPAC facoltà per effettuare investigazioni penali e legali che non gli competono, per determinare la responsabilità per l’uso di sostanze chimiche.

In un’altra parte del comunicato, la cancelleria siriana ha affermato nuovamente la sua profonda preoccupazione per i metodi di ricatto e minacce adottati dal gruppo dei paesi occidentali contro Siria approvando l’illegittima risoluzione, promossa con meno della metà degli Stati membri dell’OPAC.

La condanna di Siria e di altri paesi come Russia contro l’ampliamento del mandato dell’OPAC è emessa dopo pochi mesi che l’alleanza occidentale Stati Uniti, Regno Unito e Francia ha lanciato degli attacchi con più di un centinaio di missili contro diversi obiettivi di questo paese arabo.

Questi Stati hanno affermato, senza nessuna verifica previa, che l’esercito siriano era responsabile di un attacco con armi chimiche contro la popolazione civile della città di Duma, nelle vicinanze di Damasco, fatto smentito con prove evidenti dalle autorità siriane e russe.

D’accordo col Governo e con i supervisori dell’OPAC, Siria ha distrutto nel 2013 tutto il suo arsenale di armi chimiche.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Chi pretendiamo ingannare?

Mer, 27/06/2018 - 00:33

michael_moore-youtube-580x435Ah, gli Stati Uniti! Passiamo da separare i bebè indigeni dai loro genitori (per poi sterminarli), a rubare bebè dai loro genitori schiavi (per poi rivenderli come schiavi), per costruire un paese basato sul lavoro infantile (lavorando in fabbriche dagli otto anni), per imprigionare bambini giapponesi-americani in campi di internamento, per permettere che sacerdoti abusino sessualmente di bambini per decadi, per dare obbligatoriamente bacinelle di sciroppo di mais, alto in fruttosio, giù per la gola dei bambini fino a che la metà di loro formano parte di un’epidemia di obesità infantile, per trasformare le nostre scuole in campi di sterminio perché amiamo le nostre armi più di quello che amiamo i nostri bambini.  

Chi pretendiamo ingannare? Basta di farci i sorpresi sul fatto che Trump sta sequestrando bambini ispani, separandoli dai loro genitori, fingendo che questo “non è quello che siamo”. Sì, lo è. E lo è stato sempre. Non dicano più che Trump sta violando “i nostri valori statunitensi”. Abusare di bambini è un valore storico statunitense. Siano orgogliosi, gli statunitensi: Trump siamo noi.

Per finire con questa pazzia dobbiamo smettere di raccontarci storie di fate sul passato e confrontare il presente, mettendoci anima e corpo sulla linea di fuoco, in difesa di questi bambini. Verifichino, nella zona dove vivono, dove sono rinchiusi i bambini che la Sicurezza Nazionale ha sequestrato -18 stati hanno carceri dove hanno rinchiuso questi bambini; nella mia area, Grand Rapids (Missouri), sono a“Bethany Christian Services”, luogo finanziato da Betsy DeVos. Vadano, circondino l’edificio e non si ritirino fino a che questi bambini si riuniscano coi loro genitori. Se questi fossero i vostri figli, è esattamente quello che fareste. Anche loro sono i vostri figli.
di Michael Moore

da Rebelion

tradotto da Ida Garberi

Categorie: News

La logica di guerra delle ONG: soffocare il Venezuela per poi offrire “assistenza umanitaria”

Mar, 26/06/2018 - 02:47

usaidAdesso, il messaggio centrale sul Venezuela della Casa Bianca e l’Unione Europea, diffuso dai megafoni della propaganda mediatica, è che il Paese ha bisogno di “un’operazione umanitaria”.

Qualcosa di veramente cinico. Perché coloro che offrono questa presunta “assistenza umanitaria” sono gli stessi che impongono un blocco finanziario totale al paese.

Lo scorso novembre, ad esempio, il consorzio bancario Euroclear congelava 450 milioni di dollari per l’acquisto di medicinali e alimenti da parte dello Stato venezuelano. Un importo che è ancora bloccato, come 1.200 milioni in obbligazioni della Repubblica. Solo questo importo è 27 volte maggiore rispetto al presunto “pacchetto di assistenza umanitaria” annunciato da Stati Uniti e Unione Europea del valore di 60 milioni.

Per questa politica di soffocamento, Washington ha nel governo della Colombia il suo cane da guardia. Da mesi, per esempio, Bogotá vieta al laboratorio BSN Medical la vendita di vaccini contro la malaria e il paludismo al governo di Caracas.

E nel maggio di quest’anno, bloccava l’ingresso in Venezuela di 15 container con 25 mila scatole CLAP destinate alla distribuzione sovvenzionata di prodotti per la popolazione venezuelana.

Allo stesso tempo, il governo di Juan Manuel Santos continua a permettere il vasto traffico al confine, e proteggere la speculazione sulla moneta venezuelana, elementi che sono alla radice dei fenomeni inflazionistici.

Questa strategia cinica e crudele degli Stati Uniti e dei suoi satelliti trova sostegno “civile” in varie ONG oppositrici in Venezuela, che la Casa Bianca finanzia attraverso le agenzie USAID e NED.

Queste ONG sono, precisamente, quelle che portano ai media internazionali l’idea di “assistenza umanitaria”, mentre restano in silenzio sulla situazione di blocco finanziario che affligge il paese.

È la presunta “società civile” al servizio della guerra imperiale.

da Cubainformacion

traduzione de L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Presidente cubano rende omaggio a Fidel in Santa Ifigenia

Gio, 21/06/2018 - 23:15

diaz-canel-visita-santa-ifigenia-santiago-fidel-580x435Con un fiore bianco in mano, precisamente una calla, che fiorisce nella Sierra Maestra, il Presidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri, Miguel Diaz-Canel Bermudez, ha reso tributo a Fidel, davanti al monolito che conserva tutta la gloria del mondo.  

Di fronte alla pietra, Diaz-Canel ha salutato il leader della Rivoluzione come lo fa un soldato davanti al suo invincibile Comandante in Capo.

Nel Cimitero Patrimoniale Santa Ifigenia, in quel preciso momento, solo si ascoltava il silenzio. Dall’edificio amministrativo sono usciti marciando i giovani soldati, ragazze e ragazzi, con un ritmo impeccabile.

Hanno attraversato l’Altare della Patria e la staffetta della Guardia di Onore si realizza in maniera simultanea nei luoghi sacri dove riposano Fidel, Martì, Cespedes e Mariana Grajales.

Si ascoltava il suono della cornetta con le note dell’Inno che ha mobilitato per il combattimento in Santiago quasi 65 anni fa.

Concludendo la cerimonia, sotto il sole bruciante della terra di Santiago, il presidente cubano ha cominciato a rendere tributo al Comandante in Capo, di fronte alla roccia estratta da un luogo prossimo alla Gran Pietra che conserva l’urna di cedro con le ceneri di Fidel.

Ogni dettaglio in questo luogo solenne rinchiude un significato. Per questo motivo, a pochi metri si legge in lettere dorate il concetto di Rivoluzione, enunciato da Fidel nell’anno 2000, un mandato per tutti i tempi.

di Angelica Paredes

traduzione di Ida Garberi

foto: Estudios Revolucion

da Cubadebate

diaz-canel-tributo-a-marti-santa-ifigenia-santiago-de-cuba-580x435diaz-canel-santa-ifigenia-580x463

Categorie: News

Circuito di morte nel «Mediterraneo allargato»

Mer, 20/06/2018 - 01:55

immigratiI riflettori politico-mediatici, focalizzati sui flussi migratori Sud-Nord attraverso il Mediterraneo, lasciano in ombra altri flussi: quelli Nord-Sud di forze militari e armi attraverso il Mediterraneo. Anzi attraverso il «Mediterraneo allargato», area che, nel quadro della strategia Usa/Nato, si estende dall’Atlantico al Mar Nero e, a sud, fino al Golfo Persico e all’Oceano Indiano.

Nell’incontro col segretario della Nato Stoltenberg a Roma,  il premier Conte ha sottolineato la «centralità del Mediterraneo allargato per la sicurezza europea», minacciata dall’«arco di instabilità dal Mediterraneo al Medio Oriente». Da qui l’importanza della Nato, alleanza sotto comando Usa che Conte definisce «pilastro della sicurezza interna e internazionale».

Completo stravolgimento della realtà. È stata fondamentalmente la strategia Usa/Nato a provocare «l’arco di instabilità» con le due guerre contro l’Iraq, le altre due guerre che hanno demolito gli Stati jugoslavo e libico, e quella per demolire lo Stato siriano.

L’Italia, che ha partecipato a tutte queste guerre, secondo Conte svolge «un ruolo chiave per la sicurezza e stabilità del fianco sud della Alleanza». In che modo, lo si capisce da ciò che i media nascondono.

La nave Trenton della U.S. Navy, che ha raccolto 42 profughi (autorizzati a sbarcare in Italia a differenza di quelli dell’Aquarius), non è di stanza in Sicilia per svolgere azioni umanitarie nel Mediterraneo: è una unità veloce (fino a 80 km/h), capace di sbarcare in poche ore sulle coste nord-africane un corpo di spedizione di 400 uomini e relativi mezzi.

Forze speciali Usa operano in Libia per addestrare e guidare formazioni armate alleate, mentre droni armati Usa, decollando da Sigonella, colpiscono obiettivi in Libia.
Tra poco, ha annunciato Stoltenberg, opereranno da Sigonella anche droni Nato.

Essi integreranno l’«Hub di direzione strategica Nato per il Sud», centro di intelligence per operazioni militari in Medioriente, Nordafrica, Sahel e Africa subsahariana.

L’Hub, che diverrà operativo in luglio, ha sede a Lago Patria, presso il Comando della forza congiunta Nato (Jfc Naples), agli ordini di un ammiraglio statunitense – attualmente James Foggo –  che comanda anche le Forze navali Usa in Europa (con quartier generale a Napoli-Capodichino e la Sesta Flotta di stanza a Gaeta) e le Forze navali Usa per l’Africa. Tali forze sono state integrate dalla portaerei Harry S. Truman, entrata due mesi fa nel Mediterraneo con il suo gruppo d’attacco.

Il 10 giugno, mentre l’attenzione mediatica si concentrava sulla Aquarius, la flotta Usa con a bordo oltre 8000 uomini, armata di 90 caccia e oltre 1000 missili, veniva schierata nel Mediterraneo orientale, pronta a colpire in Siria e Iraq.

Negli stessi giorni, il 12-13 giugno, faceva scalo a Livorno la Liberty Pride, una delle navi militarizzate Usa, imbarcando sui suoi 12 ponti un altro carico di armi che, dalla base Usa di Camp Darby, vengono inviate mensilmente in Giordania e Arabia Saudita per le guerre in Siria e nello Yemen.

Si alimentano così le guerre che, unite ai meccanismi neocoloniali di sfruttamento, provocano impoverimento e sradicamento di popolazioni. Aumentano di conseguenza i flussi migratori in condizioni drammatiche, che provocano vittime e nuove forme di schiavitù.

«Sembra che essere duri sull’immigrazione ora paghi», commenta il presidente Trump riferendosi alle misure decise non solo da Salvini ma dall’intero governo italiano, il cui premier  viene definito «fantastico». Giusto riconoscimento da parte degli Stati uniti, che nel programma di governo sono definiti «alleato privilegiato» dell’Italia.

di Manlio Dinucci

preso da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

esto es una prueba

Mar, 19/06/2018 - 22:37

miguel-diaz-canel-homenaje-simon-bolivar

Categorie: News

Cuba: concorsi di bellezza e prime dame

Lun, 18/06/2018 - 23:24
Miguel Diaz-Canel

Miguel Diaz-Canel

“Entrambi i mandatari (i presidenti Nicolas Maduro e Miguel Díaz-Canel) hanno ricevuto gli onori corrispondenti e poi hanno salutato le loro rispettive delegazioni, che per la prima volta hanno nella loro composizione le prime dame del Venezuela, Cilia Flores, e di Cuba, Lis Cuesta”.
Questo breve commento di Anisley Torres, giornalista della Televisione Cubana, che ha assegnato a Lis Cuesta, moglie dell’attuale presidente di Cuba, il titolo di “prima dama”, ha generato un notevole rumore nei media internazionali (2): “Lis Cuesta riscatta il ruolo di prima dama, a Cuba, dopo 60 anni”, leggiamo in uno dei tanti titoli (3).
Nel 2003, Fidel Castro parlava di questa questione al regista Oliver Stone, nel suo documentario “Comandante”, “politicamente, come rivoluzionario, rifiuto l’idea di mischiare la famiglia con la politica. Quella storia delle prime dame mi sembra molto ridicola “(4).
L’opposizione a mischiare famiglia e politica è la ragione, pertanto, per cui la direzione della Rivoluzione cubana, ed anche i media pubblici dell’isola, rifiutano l’esistenza della figura della “prima dama”. Un qualificatore, inoltre, chiaramente di connotazioni machiste (5).
Ma alcuni media internazionali ci hanno narrato esattamente l’opposto. Il giornale spagnolo ABC, ad esempio, accusava l’Avana di aver voluto “mettere all’angolo”, per anni, “la figura della donna” (6). Ora, “permettendo che (la) moglie (del presidente) eserciti come prima dama”, si starebbe restitundo “alla donna il suo ruolo pubblico”. Un allegato contro la presunta “invisibililità” femminile a Cuba (7) o del “machismo di Castro” (8), che termina in un modo sui generis: rivendicando il ritorno nell’isola dei concorsi di bellezza: “il castrismo” inoltre, -leggiamo- “ha sottovalutato il protagonismo femminile nei concorsi di bellezza, come Miss Universo, o l’elezione delle regine nei carnevali”.
Nelle successive apparizioni pubbliche di Miguel Díaz-Canel e Lis Cuesta, non si è tornato a sentire né leggere, a Cuba, l’espressione “prima dama”, che sembra dimostrare che quel commento era in contraddizione con la linea editoriale dei media pubblici cubani ( 9) (10) (11). Ed è stato preso per quello che era: un semplice errore giornalistico. Oggi, infatti, la giornalista continua a lavorare sulla politica internazionale nel Notiziario della Televisione Cubana (12).
Una nuova delusione per alcuni media internazionali che, ora, ritornano alla carica contro i media cubani, che sarebbero “nervosi” o “sconcertati” (13), perché “non sanno cosa fare con la moglie di Miguel Díaz-Canel”, “qualcuno -ci assicurano- che non merita più di essere identificato” nella stampa dell’Isola (14).
Mentre alcuni continuano a rivendicare l’emancipazione delle donne cubane attraverso “elezioni di regine” e “concorsi di bellezza”.

di  José Manzaneda, coordinatore di Cubainformacion

traduzione di Francesco Monterisi

(1)   https://www.youtube.com/watch?time_continue=28&v=6XqTMWlEITs

(2)   http://www.elmundo.es/loc/celebrities/2018/04/28/5ae34b9e22601df16e8b45b5.html

(3)   http://www.abc.es/estilo/gente/abci-cuesta-rescata-papel-primera-dama-cuba-despues-60-anos-201804250058_noticia.html

(4)   https://vimeo.com/198172079 (min. 1:16:47).

(5)   http://canarias-semanal.org/not/22689/-aparece-la-figura-de-la-primera-dama-en-cuba-un-sintoma-o-una-casualidad-video-/

(6)   http://www.abc.es/estilo/gente/abci-cuesta-rescata-papel-primera-dama-cuba-despues-60-anos-201804250058_noticia.html

(7)   http://www.diariodecuba.com/cuba/1527886375_39745.html

(8)   https://www.martinoticias.com/a/machismo-fidel-castro-primera-dama-diaz-canel/173832.html

(9)   http://www.cubadebate.cu/noticias/2018/05/30/miguel-diaz-canel-inicia-visita-oficial-a-venezuela/#.WxY3pIrtaii

(10)           http://www.granma.cu/cuba/2018-05-30/arribo-a-venezuela-el-presidente-cubano-diaz-canel

(11)           http://www.juventudrebelde.cu/internacionales/2018-05-30/arribo-a-venezuela-el-presidente-cubano-diaz-canel

(12)           https://www.youtube.com/watch?v=EYPpW7vF2o8

(13)           https://cubacomunica.com/2018/06/01/medios-oficiales-cubanos-desconcertados-con-la-figura-de-la-mujer-de-miguel-diaz-canel/

(14)           http://www.elnuevoherald.com/ultimas-noticias/article212215449.html

Categorie: News

Gli Stati Uniti destinano più di 6 milioni di dollari ai Caschi bianchi in Siria

Sab, 16/06/2018 - 04:13

cascosblancosIl presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha autorizzato la consegna di 6,6 milioni di dollari ai cosiddetti Caschi Bianchi, la controversa organizzazione “umanitaria” attiva nel territorio siriano, dove sono presenti organizzazioni terroristiche.

La portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Heather Nauert, ha annunciato ieri che Washington ha approvato la somma milionaria per i Caschi bianchi, attivi nel territorio siriano, come presunto gruppo di soccorritori, soprattutto dove sono presenti organizzazioni come Al Nosra, braccio siriano di Al Qaeda nel paese arabo.

“Il governo degli Stati Uniti sostiene fermamente i caschi bianchi, che hanno salvato a più di 100.000 vite dall’inizio del conflitto, comprese le vittime degli attacchi di armi chimiche del presidente Bashar al-Assad”, ha dichiarato Nauert. riecheggiando accuse infondate sugli attacchi chimici portati avanti dalle forze siriane.

D’altra parte, ha sottolineato il ruolo “vitale” dei caschi bianchi per raccogliere prove e testimoniare contro i funzionari siriani che gli Stati Uniti e i loro alleati accusano, senza fornire alcuna prova, di aver commesso crimini contro la popolazione siriana.
Nauert ha ringraziato il lavoro “eroico” dei membri di questa organizzazione non governativa e ha attaccato Damasco e Mosca per aver presumibilmente compiuto attacchi aerei indiscriminati contro la popolazione civile in Siria, un’accusa che sia il paese arabo che la Russia hanno sempre respinto fermamente.

I Caschi bianchi, finanziati da diversi paesi occidentali, sono presumibilmente associati all’organizzazione e registrazione di attacchi chimici sotto falsa bandiera e sono stati visti più volte lavorare con i gruppi terroristici in Siria.

Il governo russo, da parte sua, ha accusato questo corpo di essere presunti volontari, fingendosi un’organizzazione umanitaria non governativa, di sostenere i terroristi che combattono contro Damasco.

Fonte: https://www.state.gov

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Lottiamo!

Mar, 12/06/2018 - 23:17

Militantes-del-PSUV-580x435“Quando più oscura diventa la notte, significa che siamo più vicini all’alba”.

In questa frase si riassume la speranza viva del nostro popolo che non si arrende davanti alla complessa situazione che viviamo, siamo il popolo dell’ “Uomo delle difficoltà” come si chiamò lui stesso il nostro Padre Bolivar.  In mezzo a questa guerra senza quartiere dell’Imperialismo e delle sue oligarchie lacchè, Venezuela è riuscita a vincere nell’ultima e ben preparata imboscata dell’OSA. Abbiamo avuto successo perché abbiamo dignità e prodezza, abbiamo vinto perché ci siamo guadagnati il rispetto dei paesi della Nostra America.

Nel fragore del confronto ed in attesa delle soluzioni concrete che dobbiamo costruire, per recuperare gradualmente la vita quotidiana della famiglia venezuelana, la generazione d’oro ci riempie di allegria ed orgoglio patrio, con la sua brillante attuazione nei giochi Sud-americani di Cochabamba.

Questo gruppo di giovani è riuscito a battersi per la dignità nazionale di fronte a quelli che pretendono umiliarci nel mondo per essere venezuelani e venezuelane di questo tempo di difficoltà, di resistenza, di lotte, di fucina. Questa è la gioventù venezuelana, dotata, impegnata, degna, patriota. Grazie ragazzi e ragazze per questa aria fresca che avete inviato al nostro paese, dalla sorella Bolivia.

Siamo un paese benedetto e Dio premierà la nostra costanza con la vittoria della pace e della prosperità. Così sarà.

In questo contesto, dobbiamo sottolineare anche la convocazione al IV Congresso del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), fatta dal nostro Presidente Nicolas Maduro, con l’obiettivo generale di consolidare il corpo di idee e di valori nel territorio, verso il socialismo, e cercare la verità.

Inoltre, il compagno Presidente della Repubblica e del nostro Partito, ha esposto i temi seguenti per il dibattito: la coerenza politica ideologica; la struttura ed il funzionamento dei livelli di direzione;  la costruzione di soluzioni concrete per i principali problemi che c’angosciano, nella cornice delle sei linee di azione che lui ha orientato; la battaglia internazionale per la verità del Venezuela ed una politica di alleanze e di inclusione nella cornice della definizione del Chavismo come forza storica.

Abbiamo coincidenze piene col dibattito ed i temi esposti, consideriamo che esprimono l’anelito della donna, dell’uomo, del giovane e della giovane chavista che milita nelle Unità di Battaglia Bolivar Chavez (UBCH) ed in altre organizzazioni di base del potere popolare. Bisogna ascoltare la domanda crescente della nostra coraggiosa e cosciente militanza che vuole essere ascoltata, proporre soluzioni, essere compresa nella presa di decisioni ed aprirsi uno spazio nei livelli di direzione.

Oggi più che mai è vigente la frase del nostro Comandante Hugo Chavez, nel 2010, “Io il gioco col popolo”. In questa ora, non dobbiamo dubitare, bisogna giocarsela col popolo.

Il nostro compagno Nicolas, ci ha convocati a “Cambiare tutto quello che debba essere cambiato, rinnovare tutto quello che debba essere rinnovato, mediante la critica ed autocritica sana”. Andiamo, compagno, trasformiamo il IV Congresso del PSUV in una gran battaglia di idee per la rinnovazione e la democratizzazione del Partito, affinché si trasformi in un strumento poderoso delle lotte quotidiane del nostro popolo.

È arrivata l’ora, lottiamo per un PSUV senza esclusioni, dove ci stiamo tutti e tutte, quelli e quelle che l’abbiamo costruito durante una decade.  Il PSUV siamo tutti e tutte, lottiamo e vinceremo. Che il Congresso Socialista occupi le strade ed apra l’orizzonte!.

di Elias Jaua

preso da “Horizonte en disputa”

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Cuba ribadisce il suo sostegno alla Siria

Sab, 09/06/2018 - 03:19

bandera-siriaDopo oltre 50 anni, le relazioni tra Cuba e la Repubblica araba siriana sono sempre più strette, all’insegna della lotta all’imperialismo, contro le ingerenze esterne e per l’autodeterminazione dei popoli.
José Ramón Balaguer, capo delle relazioni internazionali per il comitato centrale del Partito comunista di Cuba, ha ribadito la posizione di Cuba a sostegno della Siria in tutti i settori, in particolare nella sua lotta contro il terrorismo.

Durante un incontro tenutosi con il ministro delle informazioni siriane Imad Sara, Ramón ha elogiato i sacrifici offerti dai soldati dell’esercito siriano e i loro atti eroici contro il terrorismo.

Da parte sua, il ministro Sara ha sottolineato che le vittorie consecutive dell’esercito siriano contro il terrorismo e i suoi sponsor, hanno aperto la strada per l’inizio del processo di ricostruzione e l’impulso del processo politico.

Ha notato che i media nazionali hanno affrontato la guerra mediatica lanciata contro il paese impedendo di raggiungere i suoi obiettivi.

Fonte: SANA

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Il paese Titanic

Gio, 07/06/2018 - 03:40

brasil_vs_temerL’immagine è arci nota: nel mezzo di una spaventosa tempesta, in pieno oceano, una nave oscilla pericolosamente. Il capitano ordina all’orchestra di continuare il suo lavoro, mentre la nave avanza verso un iceberg. Quando si verifica la prevedibile collisione, mancano le imbarcazioni di soccorso.

Niente può essere più esplicativo in relazione a quello che avviene con il Brasile, il paese più popoloso e la più grande economia dell’America Latina: il moribondo governo affonda ogni ora, e Michel Temer, sollevato alla presidenza a seguito di un colpo di stato istituzionale , si limita ad una sfilata di frasi vuote mescolate a gesti da salotto.

Uno sciopero di camionisti che, in realtà, è nato da un serrata padronale (lockout) annunciata diverse volte dallo scorso ottobre, ha paralizzato il paese per 10 infiniti giorni. La popolazione è stata duramente colpita: oltre ai combustibili, è mancato tutto. Supermercati vuoti, strade deserte, ospedali senza condizioni per servire le persone, tutto è sparito, persino i soldi nei bancomat. Eppure, lo sciopero è stata sostenuto da non meno dell’87% di quelli consultati in inchieste e sondaggi.

La ragione di tale contraddizione è chiara: si è cercato di manifestare, a chiare lettere, l’infinita insoddisfazione che vive il paese. Dalla destituizione della presidentessa eletta Dilma Rousseff, poco più di due anni fa, nulla di ciò che è stato promesso è avvenuto. Al contrario: l’economia ha proseguito in recessione, tranne che per momentanee esplosioni di ripresa, la disoccupazione è rimasta alle stelle -ci sono 13 milioni 400 mila disoccupati, più 14 milioni di sottoccupati- e non c’è nessuna luce all’orizzonte.
L’assoluta mancanza di leadership e di legittimità del governo Temer è diventata più evidente che mai nel bel mezzo della crisi scoppiata negli ultimi giorni di maggio. Concordando con i datori di lavoro dei trasportatori, Temer ed i suoi seguaci hanno rivelato a che punto arriva la loro incompetenza: hanno dato tutto in cambio di nulla.

Se l’origine del movimento era nell’aumento quotidiano del combustibile, al momento di sedersi e negoziare, hanno concesso tutto ciò che era richiesto dai grandi trasportatori, senza alcuna garanzia che lo sciopero -che letteralmente bloccava strade e autostrade in tutto il Brasile- sarebbe stato revocato. Risultato: più usara e demoralizzazione per un governo morente. Il movimento è scomparso per proprio conto, senza che il governo abbia avuto alcuna iniziativa.

Venerdì scorso un’altra bomba: l’ingegnere Pedro Parente, presidente della statale Petrobras, si è dimesso. E lo ha fatto irresponsabilmente, quando la borsa brasiliana era in pieno apogeo. La cosa normale sarebbe presentare le proprie dimissioni dopo la chiusura della giornata nel mercato. Quanti avranno beneficiato della notizia?

Alla fine, ciò che è stato discusso durante la crisi è stata la politica economica imposta dal governo Temer. Per quanto riguarda Petrobras de i combustibili, la questione è semplice: Temer, obbedendo all’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, ha messo Pedro Parente alla testa di Petrobras. I suoi primi passi erano chiaramente mirati a distruggere la politica energetica portata avanti prima da Lula da Silva e poi da Dilma Rousseff: ridurre la produzione nazionale di benzina di almeno il 28% e aumentare le importazioni. Principale beneficiario: gli USA, che hanno raddoppiato le esportazioni di combustibile in Brasile.

L’equazione è semplice: con il prezzo del petrolio e derivati in aumento, e con la produzione nazionale fortemente ribassata, le spese aumentano e, di conseguenza, il prezzo viene aggiustato ogni giorno -sì: ogni giorno- il prezzo dei combustibili è diventato insopportabile per gli utenti, mentre aumentava astronomicamente il profitto degli azionisti di Petrobras, una società a capitale misto controllata dallo Stato. Le quotazioni delle sue azioni nella borsa di New York hanno dato luogo alla gioia degli azionisti stranieri.

In silenzio, quell’aspetto del colpo di stato che prima ha destituito la legittima presidentessa e poi imprigionato -senza che ci fosse una misera prova- l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva era trionfante. Cioè, l’aspetto della consegna, alle multinazionali, del petrolio brasiliano.

L’azione tra camionisti e compagnie di trasporto (vale la pena ribadire che il 67% dei trasporti in Brasile è su camion) ha messo in evidenza ciò che era nascosto o ignorato dai mezzi egemonici di comunicazione.

La crisi di maggio ha evidenziato l’inesistenza, l’insignificanza del governo Temer.

Resta da sapere cosa faranno ora con un governo moribondo. Mancano quattro mesi alle elezioni e sette per l’insediamento del nuovo presidente. La prima domanda, e più urgente, è: ci saranno elezioni in ottobre?; la seconda: riusciranno a mantenere Temer ed il suo gruppo fino a gennaio del prossimo anno?; e la terza: fino a quando il paese sopravviverà a questo caos?

di Eric Nepomuceno

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Categorie: News

Ecuador e Stati Uniti valutano riattivazione delle relazioni bilaterali. Dove vuole andare Lenin Moreno?

Mer, 06/06/2018 - 04:35
Rafael Correa

Rafael Correa

Continua in Ecuador l’inversione a U di Lenin Moreno. Il nuovo presidente eletto soprattutto grazie alla popolarità di cui godeva Rafael Correa, sconfessa ulteriormente il suo predecessore, anche sulle alleanze internazionali del paese.

Come confermato dal vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, non proprio un amico dell’America Latina socialista e progressista, nel corso di questo mese visiterà l’Ecuador per “riattivare” le relazioni tra i due paesi.

L’agenzia statale ecuadoriana Andes afferma che Pence arriverà a Quito “dopo l’invito che il presidente Lenin Moreno avrebbe fatto, secondo quanto riferisce la Casa Bianca”.

La stessa fonte cita l’ambasciata statunitense a Quito e riferisce che Pence ha tenuto una conversazione telefonica con il presidente Moreno sul ripristino delle relazioni bilaterali tra i due paesi.

Secondo quanto riferisce la diplomazia statunitense, l’invito serve ad “analizzare l’opportunità di riattivare le relazioni bilaterali tra gli Stati Uniti e l’Ecuador”.

La stessa fonte sottolinea che nel quadro dell’incontro dell’Assemblea Generale dell’OAS, i rappresentanti di entrambi i paesi hanno discusso “della crisi umanitaria ed economica in Venezuela e della necessità di collaborare con altre nazioni con idee affini per proteggere e promuovere la libertà nell’emisfero”.

Una differenza abissale con il governo di Rafael Correa che non esitò a vietare l’utilizzo della base militare di Manta agli Stati Uniti.

Fin dove si vuole spingere Moreno?

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Jeff Flake sulle relazioni Cuba-USA: abbiamo fatto un passo indietro, ma abbiamo ancora delle speranze

Mar, 05/06/2018 - 04:06

slider_cubaeeuu_banderas_11_0Il senatore repubblicano per lo stato nordamericano dell’Arizona, Jeff Flake, si è augurato oggi che i due paesi possano continuare a lavorare insieme per il bene delle relazioni tra gli Stati Uniti e Cuba.  

Questo è il messaggio che ha detto che porterà di ritorno al suo paese, come ha commentato in brevi dichiarazioni a Prensa Latina, insistendo che continuerà a sforzarsi per “ampliare i voli” perché “più cubano-americani, più statunitensi potranno viaggiare sull’isola caraibica ancora più persone potranno conoscere cosa succede veramente a Cuba”.

“È sicuro viaggiare a Cuba”, ha confermato Flake nelle sue parole riferendosi agli sviluppi che si sono ottenuti con le rappresentazioni diplomatiche, l’apertura delle ambasciate, quando era presidente Barack Obama.

Prima, in una dichiarazione ai giornalisti della stampa nazionale e straniera che l’aspettavano nell’Hotel Cohiba, di questa capitale, espresse il suo desiderio di “più cooperazione, più viaggi, più comunicazione ed una migliore relazione tra le due nazioni”, obiettivo nel quale spera “poter continuare ad avanzare”.

Questi sono stati i termini che hanno caratterizzato l’incontro che sia lui che il presidente esecutivo di Google, Emerson Schmidt -che l’accompagnava -, hanno sostenuto nel pomeriggio di questo lunedì col mandatario cubano, Miguel Diaz-Canel.

Con eccellente buon umore e rispondendo a tutte le domande dei reporter, il senatore ha scherzato segnalando che “non ci sono due persone che parlino lingue differenti ed allo stesso tempo conversino molto bene nello stesso linguaggio”, in riferimento al fatto che Diaz-Canel e Schmidt sono entrambi ingegneri.

In un altro momento ha sottolineato che “non sono mai stato a favore del bloqueo, sono a favore delle relazioni normali tra i due paesi”.

Il ministro cubano di Relazioni Estere, Bruno Rodriguez, ha anche ricevuto oggi il senatore repubblicano ed il presidente esecutivo di Google.

Flake, che non si presenterà alla rielezione nei suffragi a metà mandato di novembre negli Stati Uniti – ha viaggiato a Cuba in varie occasioni, ed è uno dei promotori di proposte legislative per un avvicinamento e per migliorare i vincoli tra L’Avana e Washington.

Il suo ritiro dal seggio nella Camera Alta del Congresso statunitense, apre la sfida per lo scanno dell’Arizona, che non ha un senatore democratico dal 1994.

testo di Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Riposino in pace gli innocenti

Sab, 02/06/2018 - 05:09
Luis Posada Carriles

Luis Posada Carriles

Non ha mai pagato per i crimini che ha commesso. È morto impunemente a Miami la scorsa settimana. I suoi seguaci dicono che Luis Posada Carriles ha lottato tutta la sua vita adulta contro il comunismo, e così lo giustificano. Ma Posada non ha mai lottato nel campo dell’onore. Le sue vittime non furono mai i soldati dell’Esercito Ribelle cubano. La sua strategia militare fu  uccidere innocenti per, in tale maniera, cercare di terrorizzare coloro che volevano visitare, dialogare o commerciare con Cuba.

Ha lasciato un saldo di sofferenza in vari paesi della Nostra America, specialmente a Cuba, Venezuela, El Salvador e Guatemala. Fu l’autore intellettuale dell’assassinio di 73 persone a bordo di un aereo passeggeri cubano, nel 1976, tra cui 24 adolescenti della squadra di scherma giovanile dell’isola e anche una bambina della Guyana di nove anni, di nome Sabrina.

Come capo delle operazioni speciali del servizio di intelligence venezuelano, durante la presidenza di destra di Rafael Caldera, ha torturato e assassinato decine di cittadini, tra cui le sorelle Brenda e Marlene Esquivel. Una testimone ha dichiarato che Brenda era incinta di otto mesi quando l’arrestarono e Posada Carriles reagì: Uccidi quel seme prima che nasca, perché sarà un comunista. Brenda perse il bambino a causa delle torture.
Posada ha anche lavorato per gli squadroni della morte in El Salvador ed in Guatemala. Dalla sua tana in El Salvador ha condotto una campagna terroristica, nel 1997, allo scopo di scoraggiare il turismo a Cuba. Ha contrattato diversi centroamericani perché facessero esplodere bombe nei centri più emblematici del turismo dell’isola, tra cui l’Hotel Nacional, La Bodeguita del Medio e l’Hotel Meliá Cohiba. Una di quelle bombe ha ucciso il turista italiano Fabio di Celmo nella lobby-bar dell’Hotel Copacabana di Miramar. Ha confessato, l’anno seguente, al New York Times, che l’italiano era nel posto sbagliato nel momento sbagliato ed è per questo che dormo come un bambino.

Nel 2000 ha cercato di assassinare il presidente Fidel Castro a Panama. Progettava depositare nove chilogrammi di esplosivi C-4 nel Paraninfo dell’Università Nazionale di Panama, affinché l’auditorium  esplodesse  durante il discorso del presidente cubano davanti a circa mille ospiti, che includevano studenti e diplomatici.
Il suo avvocato, Arturo Hernández (l’avvocato preferisce che lo chiamino Art Jernandes), ha ammesso davanti a una corte federale statunitense che tutto ciò che Luis Posada Carriles ha fatto è stato a nome della CIA. E sono proprio i documenti della CIA, del Dipartimento di Stato e dell’FBI che ammettono il curriculum terroristico di Posada Carriles.

Documenti declassificati dal governo USA e pubblicati dall’Archivio Nazionale della Sicurezza comprovano che, giorni prima dell’esplosione dell’aereo, Posada ha dichiarato che pensava colpire un aereo cubano e Orlando (suo complice) ha tutti i dettagli. Una fonte confidenziale confidò alla CIA, il giorno dopo l’esplosione dell’aereo passeggeri, che Posada Carriles era l’autore intellettuale del sinistro attacco.

Gli autori materiali sono Hernán Ricardo e Freddy Lugo, entrambi venezuelani e subordinati a Luis Posada Carriles. Sono stati condannati a 20 anni di carcere in Venezuela. Ricardo disegnò lo schema delle bombe C-4 che lui e Lugo posero sulla sull’aereonave CU-455 quel giorno. Lugo testimoniò che Ricardo si vantava di aver ucciso più persone su quell’aereo che Carlos Lo Sciacallo e Ricardo disse di aver ricevuto $ 25000 per l’atto terroristico. Disse anche che lavorava per la CIA e che il suo capo era Luis Posada Carriles.

Dopo una vita dedicata al terrorismo, Posada Carriles ha deciso di ritirarsi a Miami. Arrivò alla fine di marzo 2005, illegalmente, a bordo di una imbarcazione chiamata El Santrina. La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha intentato una causa per la sua estradizione, nel maggio 2005, ma Washington ha rifiutato inviarlo a Caracas per rendere conto dei suoi crimini. Lo ha protetto fino al giorno della sua morte. Come disse l’ex presidente USA, Franklin D. Roosevelt, del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza García, sarà un figlio di puttana, ma è nostro figlio di puttana.

La morte di Posada Carriles, il 23 maggio scorso, ha ispirato diversi articoli giornalistici. Usano diversi aggettivi per descriverlo. La BBC di Londra ha titolato che era un radicale anticastrista. El País lo ha semplicemente descritto come un ex agente della CIA. Per El Nuevo Herald di Miami, Posada era un militante anti-castrista. Il New York Times ha intitolato: Muore a 90 anni Luis Posada Carriles, che ha lottato per rovesciare Castro. La Voz de América, l’organo ufficiale del governo USA, ha informato, in modo asettico, i suoi ascoltatori che l’anti-castrista Posada Carriles era morto.

Come avrebbero intitolato, quei media, se Posada fosse stato musulmano? Molto probabilmente: E’ morto il terrorista Luis Posada Carriles. Riposino in pace gli innocenti.

di José Pertierra , avvocato cubano che vive a Washington. Ha rappresentato il Venezuela nei suoi sforzi per estradare Posada Carriles

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Foto: Huffington Post

 

Categorie: News

Mettono in allerta in Venezuela sui rischi dell’entrata della Colombia nella NATO

Mar, 29/05/2018 - 02:23

NATOIl deputato all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) del Venezuela Juan Carlos Aleman ha messo in allerta oggi sui rischi per la regione dell’entrata della Colombia nella NATO.

In un’intervista concessa al programma “Al Aire”, trasmesso da Venezuelana di Televisione, il membro del forum plenipotenziario ha denunciato che con l’entrata dello Stato colombiano alla NATO nella categoria di socio globale, si cerca di imporre posizioni e modelli imperialisti, con l’intenzione di controllare l’America Latina.

Con la formalizzazione dell’entrata della Colombia alla NATO, prevista per il 31 maggio, questo paese si convertirà “nella punta di lancia dell’imperialismo nordamericano” per l’esecuzione di azioni contro l’influenza commerciale di nazioni asiatiche ed europee nella regione, ha indicato il deputato costituente venezuelano.

Venezuela ha respinto sabato scorso l’annuncio realizzato dal mandatario della Colombia, Juan Manuel Santos, sull’entrata del suo paese alla NATO, nella categoria di socio globale.

Attraverso un comunicato diffuso dalla cancelleria, il governo venezuelano ha denunciato “davanti alla comunità internazionale l’intenzione delle autorità colombiane di prestarsi per introdurre in America Latina e nei Caraibi, un’alleanza militare esterna con capacità nucleare”.

Le autorità di Caracas hanno ricordato la posizione storica dell’America Latina e dei Caraibi, “che hanno sempre preso una dovuta distanza dalle politiche e dalle azioni guerrafondaie della NATO e di qualunque altro esercito od organismo militare che pretenda di ricorrere all’uso della forza” per imporre l’egemonia di un modello politico ed economico imperialista.

Venezuela ha esortato il governo colombiano a compiere gli obblighi internazionali a cui si è impegnato come membro di organizzazioni regionali, destinate a garantire la pace e la soluzione pacifica delle controversie.

Tra questi strumenti ha sottolineato la Dichiarazione de L’Avana della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici che ha proclamato zona di pace la regione dell’America Latina e dei Caraibi.

da Prensa Latina

traduzione Ida Garberi

Categorie: News

Ramonet smonta le fake news sul Venezuela

Sab, 26/05/2018 - 03:44
Ignacio Ramonet

Ignacio Ramonet

Le recenti elezioni presidenziali svolte in Venezuela sono state vinte con un ampio margine dal candidato della Rivoluzione Bolivariana, nonché presidente uscente Nicolas Maduro. Come sempre accade in materia di Venezuela, la stampa internazionale si è scatenata a reti unificate per screditare l’intero processo elettorale e sminuire la schiacciante vittoria del chavismo.

A confutare la classica narrazione tossica mainstream è il rinomato giornalista e professore spagnolo Ignacio Ramonet. Questo è quanto ha dichiarato ai microfoni del programma Encuentro Popular trasmesso da YVKE Mundial: «Come ognuno degli oltre 2000 osservatori internazionali che hanno girato tutto il paese, tutti i giornalisti che erano qui hanno potuto constatare che queste elezioni si sono svolte in maniera libera, trasparente, democratica».

Il giornalista spagnolo ha inoltre dato particolare rilievo a tre considerazioni riguardanti le elezioni: sono state svolte nonostante le pressioni e le minacce provenienti da più parti; all’interno dalla destra e all’esterno dalle manovre di Washington. Gli esponenti dell’opposizione hanno goduto, come di norma in Venezuela, della massima libertà possibile per esporre in tutto il paese le proprie idee e proposte alternative. Nella giornata delle elezioni ha regnato un’atmosfera di tranquillità e normalità. Fatto non scontato visto le violenze scatenate dall’opposizione di destra in occasione delle elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente del passato mese di luglio.

Le varie cronache che abbiamo letto sul Venezuela, evidentemente di parte, avevano come unico obiettivo quello di unirsi alla campagna diffamatoria contro il paese sudamericano «perché non basate sulla razionalità di osservazione su quel che è realmente accaduto in Venezuela il 20 maggio e le settimane che hanno preceduto l’elezione presidenziale», ha infine denunciato Ramonet.

da AVN

traduzione di L’AntiDiplomatico

 

Categorie: News

Pagine