William Galvez

Intervista a William Galvez, generale delle Forze Armate Rivoluzionarie

di M. Papacci

D: Quando e perché hai deciso di unirti alla lotta contro la tirannia di Batista?

R: Generalmente a Cuba è sempre esistito un precedente per quanto riguarda la lotta patriottica. Il movimento degli studenti cubani ha risposto sempre, in un modo o nell’altro, a tutti gli atti anticostituzionali messi in atto dai governi di turno, contro il popolo e la classe lavoratrice. Una gran parte di noi ha avuto antenati che hanno lottato nella guerra d’Indipendenza. Ricordo mio nonno, veterano della guerra d’Indipendenza, che mi raccontava le sue esperienze. Quando si produsse il 10 di marzo, ero uno studente del Politecnico di Holguin e spontaneamente cominciammo a protestare contro il colpo di Stato.

William Galvez
William Galvez

Per noi la costituzione esistente era una burla. Eravamo coscienti che tutti i politici di turno fossero dei corrotti, dei ladri, dei buoni a nulla. Erano degli assassini, perché mandarono ad uccidere un dirigente sindacale di nome Jesus Menendez, leader comunista. In quel periodo Cuba non faceva eccezione, in America Latina, per quanto riguardava la falsa democrazia. In quel periodo c’era un leader politico che si era distinto dagli altri, Chibas, del Partito Ortodosso, ma non potè mettere in pratica il suo progetto politico perché era circondato da latifondisti, banchieri, politicanti che si unirono al carro dei corrotti. Disgraziatamente Chibas si suicidò per non aver potuto rispondere ad una denuncia provocatoria orchestrata dai suoi nemici; era un tipo troppo impulsivo.

Però eravamo certi che il suo partito avrebbe vinto le elezioni. I successivi governi, dal 1944 al 1952 erano totalmente corrotti, così come nel 1933 ci incontrammo nella Rivoluzione che "sparì in una pallina" come affermò Raul Roa, riferendosi al fatto che tutti quei governi si finanziavano con le case da gioco. Nel mio libro CAMILO EL SENOR DE LA VANGUARDIA tratto in forma più ampia di quel periodo. Quando si produce il golpe di Batista, sorge una nuova generazione di giovani che fanno loro gli ideali del nostro Josè Martì. Noi cubani siamo i continuatori della dottrina di Martì, di Maceo, di Gomez e di tutti i grandi patrioti che lottarono nella seconda repubblica, cominciando da Mella, Guiteras, Ruben Martinez Villena. A Cuba è sempre esistita un’avanguardia a volte piccola, a volte un poco più grande, che ha lottato contro la corruzione.

Batista era già stato nelle alte sfere del potere dal 1944 al 1952, ben 11 anni, e noi pensavamo che tutti i politici che erano stati estromessi in quel lasso di tempo dal potere con il golpe, avrebbero fatto qualcosa. Da quel momento cominciarono a crearsi le prime organizzazioni rivoluzionarie, o meglio, prima che noi formassimo il M26/7, si formarono organizzazioni come la Triplice A, la Azione Liberatrice ed altre. Ti posso garantire che tutte queste organizzazioni giocavano a fare la rivoluzione. Mi spiego meglio: cercavano coalizioni in cui militare e speravano in un futuro vittorioso, in realtà non fecero niente, per poi accampare determinate pretese. Finalmente compare un certo Fidel Castro all’Havana, in silenzio come predicava Martì, che organizza un’azione molto selettiva.

Io mi trovavo ad Holguin e militavo in un’organizzazione nella quale Fidel non aveva molta fiducia e di conseguenza non eravamo a conoscenza di quello che si stava preparando a Santiago. Ti dico queste cose perché chissà se Fidel avesse contato su più uomini, soprattutto della zona orientale dell’isola, forse l’esito dell’azione del Moncada poteva essere diverso. Però in fondo fece bene così perché altrimenti rischiava di essere scoperto. Questo fu il Moncada. Fino al 1953 c’era stato un grande desiderio di lotta ma con poche possibilità. L’esempio di Fidel e dei moncadisti fu l’input che svegliò la gioventù rivoluzionaria che era disposta a giocarsi la pelle per fare la rivoluzione. Fidel in quel periodo non era conosciuto in tutta Cuba, sicuramente lo era all’Havana. Decisi di trasferirmi a Santiago di Cuba per lottare contro la tirannia e qui la mia partecipazione fu molto più attiva della precedente ad Holguin.

Nella città ribelle operava un ragazzo, Frank Pais, leader di una organizzazione giovanile molto attiva nelle manifestazioni antibatistiane; al principio militai nell’organizzazione del fratello di Frank che si chiamava Josuè Pais. Quando Batista concesse l’amnistia politica, cercando di dimostrare un falso cammino verso la democrazia, non voleva concederla ai moncadisti e per questo motivo ci furono diverse pressioni, fino a quando non cambiò idea.

Fidel venne messo in libertà, ma prima di andare in esilio gettò le basi per il futuro Movimento 26 di Luglio, nel quale confluirono molti giovani. Molti di questi seguirono Fidel in esilio. Frank Pais inizialmente non aderì al M26/7 perché non credeva che Fidel fosse in grado di fare la lotta armata. Quando si rese conto che così non era, la sua organizzazione, Azione Rivoluzionaria, confluì nel M26/7 e Frank ne divenne il leader a Santiago de Cuba. Nel frattempo noi studenti delle scuole superiori organizzammo molte manifestazioni, scontri di piazza e piccoli attentati, cercando di causare più danni possibili al governo e meno fastidi possibili alla popolazione. Sia Fidel Castro che Frank Pais si organizzarono. Si produsse l’episodio del 30 novembre e noi che militavamo nelle file giovanili del 26/7 eravamo pronti all’azione.

Purtroppo le armi non bastavano per tutti ed io, essendo noto alla polizia, venni arrestato. Rimasi prigioniero per 6 mesi, la mia causa venne unita a quella del 30 Novembre e ad alcuni moncadisti. Scontata la pena insieme ad altri compagni entrai in clandestinità. Nel mio libro SALIDA 19 racconto tutti questi episodi. Ricostruimmo il M26/7 ad Holguin. In quel periodo avvenne lo sbarco del CORINTHIA e tutti quei compagni vennero trucidati. Noi per rappresaglia assassinammo il capo della polizia di Holguin che aveva represso nel sangue ogni tentativo di rivolta contro la tirannia. Dopo questo episodio decisi di salire sulla Sierra Maestra.

D: Finalmente arrivi nella Sierra. Dopo esserti unito a quello che era l’Esercito Ribelle, quando hai conosciuto Camilo Cienfuegos e il Che?

R: Ho avuto la fortuna di conoscere prima il Che. Devi sapere che per unirti ai ribelli dovevi avere un documento. Io non ne avevo nessuno e questo mi costò molta fatica per farmi accettare. Fortunatamente decisero per il sì e nel primo accampamento dove venni inviato, incontrai il Che. Per il fatto di appartenere al 26/7 di Holguin e per le azioni che avevo condotto, avrei dovuto andare nella colonna di Fidel Castro, invece rimasi per tre settimane nel gruppo del Che. Potei conversare molto con lui. All’epoca avevo delle posizioni di sinistra, avevo delle inclinazioni verso l’ideologia marxista, però sentivo che mi mancava lo studio; il Che in questo mi aiutò molto. In quella stessa occasione conobbi Camilo. Poco tempo dopo mi mandarono nel gruppo di Fidel e qui venni integrato in un plotone come semplice soldato.

D: Che impressione ti fecero questi due futuri eroi della rivoluzione?

R: Voglio dirti una cosa, noi avevamo già un’idea di coloro che si trovavano in montagna. Chiaramente Raul, Fidel, Ramiro e Juan Almeyda erano persone molto conosciute, così come tutti quelli del Moncada. Però del Che si parlava molto. L’argentino che, pur essendo medico, veniva a lottare qui a Cuba, asmatico, ma con una volontà di ferro, secondo quello che ci raccontavano coloro che si erano addestrati con lui in Messico. Quando mi trovavo in clandestinità e aiutavamo i ribelli che scendevano dalla Sierra per curarsi o per compiere determinate missioni, gli domandavamo come era la situazione in montagna e ci rispondevano che già alcuni di loro si erano messi in luce per le loro qualità di combattenti e fra questi sempre c’erano il Che e Camilo. Però Fidel era sempre il più grande in tutto.

Tutte queste cose ti invogliavano a conoscerli e destavano in noi molta curiosità. Il Che mi ha dato l’impressione di un uomo molto convinto di quello che faceva, un uomo di una comprensione molto grande-si accorse immediatamente delle difficoltà che incontravo nel camminare in montagna, sia per il mio stato fisico, sia per il peso del mio zaino. Lui montava un mulo per via di una ferita ad un piede, fece una sosta per farmi riposare una notte. Giocavo a scacchi con lui e siccome non ero bravo a volte mi faceva vincere. Era incredibile il rispetto che noi tutti avevamo per lui Di Camilo ti posso dire che inizialmente l’ho conosciuto di sfuggita. Si portava dietro la fama del cubano a cui piaceva scherzare molto, ma anche di combattente formidabile. Una volta mi disse che era molto preoccupato perché aveva un terribile mal di denti e che il Che avrebbe dovuto estrargli un dente. Gli dissi di non preoccuparsi perché il Che era un bravo medico. Mi rispose che lo sapeva, non aveva paura del dolore bensì del pericolo che questi gli estraesse un dente sano.

Tutti parlavano della ottima relazione che esisteva tra i due. Tutti dicevano che il Che era molto esigente - era vero - però ti posso dire che tutti i capi che non sono esigenti, non possono avere questo incarico; anche Camilo era così. Mi ricordo che nei momenti di riposo - pochi per la verità - il Che teneva occupati i suoi uomini facendoli studiare o curava i contadini malati. Nell’accampamento di Camilo mi ricordo dell’attenzione particolare che egli aveva per un gruppo di ribelli che si dedicavano nei momenti di riposo a rappresentazioni teatrali, a volte era lui stesso che scriveva i testi. Tutto questo era molto istruttivo, cosi come il discutere sulle notizie che ci giungevano attraverso la radio e i pochi giornali che arrivavano in montagna.

Dopo questi brevi momenti che avevano attirato la mia attenzione, venni inviato nel gruppo di Fidel. Lo scopo di tutti noi ribelli era quello di lottare al suo fianco e potrai immaginare la mia emozione nell’incontrarlo di persona. Fino a quando si produsse l’offensiva rimasi nella prima colonna. Successivamente tornai nella guerriglia agli ordini di Camilo, nella futura Colonna Invasora. In questa venni nominato capitano auditorio del 2° plotone grazie anche al fatto che avevo un poco più di cultura degli altri combattenti. Cominciai così la marcia verso La Habana al lato di Cienfuegos.

D: In che cosa si differenziava caratterialmente e militarmente il Che da Camilo?

R: Bene, il Che lo disse, ebbe l’onore di scoprire Camilo. Questi era un tipico simpatico, giocoso. Ci sono cubani a cui fai uno scherzo e non si arrabbiano, altri non sono così e questo a volte gli ha creato non pochi problemi. Quelli che non accettavano i suoi scherzi passavano a lottare in altre colonne. Come avrai potuto notare i due avevano un carattere completamente differente. Nella pratica non era così. Il Che per alcuni versi era più introverso di Camilo. Questi era capace di arrivare qui ed entrare subito in confidenza, parlando a voce alta come se ti conoscesse da molto tempo; il Che era molto più pacato.

Camilo, fondamentalmente era come noi. Gli uomini agli ordini del Che, lo rispettavano per il suo carattere allegro, mentre non potevano prendersi certe confidenze con il loro comandante. Il Che mise per iscritto che Camilo, dopo uno scontro a fuoco nel quale il Che aveva perso il suo zaino ed era rimasto senza niente da mangiare, gli offrì la sua razione di latte condensato. C’è una specie di legge della sopravvivenza quando si lotta in montagna, ma Camilo se ne infischiò e divise con il Guerrigliero Eroico la sua razione alimentare. Il Che non considerava corretto l’atteggiamento troppo giocoso di Camilo però glielo permetteva, perché riuscì a vedere in lui un futuro capo guerrigliero. Ricordati che il Che è sudamericano, quindi ha un’influenza più europea, più fredda caratterialmente. Noi siamo latini, di origine spagnola, quindi molto più allegri. Il Che è il primo spedizionario del Granma che viene nominato Comandante, era inizialmente tenente medico.

Al principio Camilo si trovava a combattere nel gruppo di Fidel Castro, ma il Che lo volle nel suo gruppo. Spesso, quando Camilo era in vita, si rivolgeva al Che chiamandolo "mi profesor" questo ad indicare chi gli aveva dato lezioni nella Sierra. E’ stata un’amicizia bellissima, esemplare, da portare come esempio quando si vogliono sottolineare certi valori. Ancora oggi non possiamo dire chi dei due si rispettava di più. Uno scopo fondamentale univa questa amicizia, fare la rivoluzione, ed era questo quello che ci ha unito e che unisce tutt’oggi il nostro popolo.

D: I giovani italiani conoscono il Che per la sua storia politico-militare, di dirigente e di combattente internazionalista, però non conoscono Camilo Cienfuegos. Puoi raccontarci brevemente chi era EL SEÑOR DE LA VANGUARDIA?

R: Per prima cosa voglio dirti che lui proveniva da una famiglia umile, operaia, di genitori spagnoli. Camilo era il terzo di tre fratelli. Don Ramon e sua moglie Emilia educarono i figli in maniera esemplare. Ossia rispettosi del prossimo, amore per lo studio, per la famiglia e propensi alla solidarietà. Nella casa della famiglia Cienfuegos Gorrarian si respirava un’aria di gente onesta, seria sotto tutti i punti di vista. Gli altri fratelli si chiamavano Humberto, che è scomparso recentemente, e Osmany, entrambi hanno lottato per la rivoluzione. La difficile situazione economica della famiglia li portò spesso a cambiare casa. Possiamo dire che il giovane Camilo crebbe con delle difficoltà, ma non arrivò mai all’eccesso di fare l’elemosina né il lustrascarpe, cosa molto corrente tra i giovani cubani dell’epoca pre-rivoluzionaria.

Era un giovane con molti interessi, gli piaceva molto praticare lo sport e divertirsi con i suoi amici. Un giovane sano ma con una inquietudine di carattere sociale e politico. Prima del golpe del 1952 partecipò ad una manifestazione contro l’aumento del biglietto per i mezzi di trasporto. Partecipò alla manifestazione dove vennero inumati i resti del leader sindacale assassinato a Santiago de Cuba, Jesus Menendez. Voglio ancora tornare sul periodo giovanile. Quando era studente della scuola primaria, veniva sempre scelto per le attività di carattere patriottico. Quando passò all’ottavo grado, aveva una certa inclinazione per le arti plastiche, voleva essere uno scultore. Si iscrisse ad una scuola vicina alla San Alejandro.

Con l’aggravarsi della situazione economica della famiglia iniziò a lavorare come commesso in un negozio d’abbigliamento maschile e di conseguenza abbandonò gli studi. Questa cosa lo segnerà per tutta la vita. Camilo si conquistò subito il posto fisso, per i suoi modi di fare, simpatici e coinvolgenti. Quando avvennero gli scontri del 10 marzo, gli studenti universitari diffusero un appello per difendere l’università, Camilo si schierò immediatamente al lato degli studenti.

D: E’ in questo periodo che emigra verso gli Stati Uniti?

R: Sì. Per aiutare economicamente ancora di più la sua famiglia, decise di emigrare insieme ad un suo amico d’infanzia negli States. Gli concessero un visto turistico per soli 29 giorni. Passati questi, risiedette illegalmente come clandestino. Il fatto di essere negli USA non gli fece dimenticare quanto stava succedendo a Cuba. Iniziò così a scrivere degli articoli su un giornale sostenuto da un gruppo patriottico. Fu intervistato da una radio locale, partecipò a picchetti di protesta contro le visite dei tiranni sudamericani negli Stati Uniti e manifestò in favore della richiesta di amnistia per i prigionieri politici a Cuba. Il fatto di essere illegale, lo preoccupava. Fortunatamente parlava un discreto inglese e per questo motivo spesso lo scambiavano per un portoricano. Dal 1953 fino al 1955, quando venne arrestato, visse negli States, successivamente fu espulso. Camilo prese coscienza che bisognava lottare contro la dittatura di Batista, però non aveva chiaro il metodo e non conosceva bene i fatti del Moncada.

Quando tornò a Cuba, si rese conto che i fratelli e gli amici più stretti stavano lottando contro la dittatura. Durante la sua permanenza sull’isola, lesse LA STORIA MI ASSOLVERA’ e ascoltò la denuncia che Fidel fece all’uscita dal carcere. In quel momento capì quale sarebbe stata la sua forma di lotta. Il 7 dicembre del 1955 fu ferito durante una manifestazione studentesca. Il 22 gennaio 1956 partecipò ad un'altra manifestazione per ricordare Josè Martì, venne malmenato e arrestato dalla polizia. A questo punto non gli interessava più risolvere i suoi problemi economici, voleva unirsi alla causa di Fidel Castro. Ritornò negli Stati Uniti per guadagnare un po’ di soldi, per poi trasferirsi in Messico. Il suo dovere adesso era quello di lottare per la liberazione di Cuba, compiere con la lotta, quel cammino educativo che la sua famiglia gli aveva dato.

D: Cosa succede dopo questa presa di coscienza?

R: Dagli Stati Uniti si diresse in Messico e qui prese contatto con un suo amico che aveva preso parte al Moncada, si chiamava Reynaldo Benitez. Non fu facile farsi accettare nel gruppo dei partenti perché lui non militava in nessuna organizzazione antibatistiana. Reynaldo Benitez e altri due amici riuscirono a farlo accettare. Nel mese di novembre del 1956 si imbarcò insieme ad altri 82 uomini nel Granma, come semplice soldato. Dopo lo sbarco fu tra quelli che si salvarono dopo la battaglia di Alegria de Pio. Nel suo gruppo erano presenti Juan Almeyda, Ramiro Valdez, Pancho Gonzales, il Che e Reynaldo Benitez ed altri che ora non ricordo. Successivamente si riorganizzarono e il 24 dicembre, insieme ad altri venti combattenti, salgono sulla Sierra Maestra. Nel frattempo Mongo Perez e Faustino furono incaricati da Fidel di prendere contatto con Frank Pais per riattivare il M26/7.

Quando avvenne il primo scontro armato de La Plata, Camilo si distinse come un gran combattente. Mano a mano che l’Esercito Ribelle si organizzava, Camilo era sempre all’avanguardia del suo gruppo, in esplorazione. Nonostante non avesse un gran fisico, riuscì ad adattarsi bene alla vita di montagna, come fece lo stesso Che, nonostante la malattia di cui soffriva. Con l’arrivo dei rinforzi inviati da Frank Pais, l’Esercito Ribelle si ingrandì e diversi furono gli scontri e le battaglie vinte. Camilo era già il SEÑOR DE LA VANGUARDIA.

D: Perché questo soprannome?

R: Glielo ha dato il Che. Nella lingua spagnola la parola Señor stà ad indicare un grand’uomo, un titolo nobiliare, di grandezza, di superiorità. Quando il Che dedica a Camilo il suo libro GUERRA DI GUERRIGLIA, lo ricorda con questo soprannome che Camilo si era conquistato.

D: Il Che è l’eroe di Santa Clara e Camilo l’eroe di Yaguahay…

R: Per prima cosa ti posso dire che Camilo aveva il compito di arrivare fino a Pinar del Rio, ma per problemi politici che si crearono in quel momento, Fidel ordinò a Camilo di rimanere nella zona denominata del Segundo Frente. Camilo iniziò le sue operazioni nella parte nord di Las Villas; il 15 ottobre del 1958 iniziarono gli scontri in questa zona, in meno di due settimane gli uomini di Camilo confiscarono moltissime armi pesanti al nemico. Con queste azioni favorì il lavoro delle organizzazioni locali, come quelle del Partito Comunista e di altre vicine a noi nella ricerca delle armi. Camilo aspettò gli ordini per proseguire, il Che gli disse di non essere avventato nelle scelte perché ancora non si sapeva l’esito della battaglia di Santa Clara.

La fuga di Batista, il 1° gennaio del 1959, non era prevista. Pensavamo ad una resistenza nei pressi di Matanzas e pensavamo che avrebbero cercato di fare la classica divisione come hanno fatto nel Vietnam, in Corea o nello Yemen. La caserma di Yaguahay si arrese nel pomeriggio del 31 dicembre del 1958. Il reggimento di Santa Clara il 1° gennaio del ’59. Quindi Camilo trionfò nella zona nord e il Che nella zona centrale, insieme agli uomini del Direttivo 13 di Marzo e agli uomini del M26/7 comandati in quella zona da Victor Bordon. Preferisco non identificare il Che e Camilo eroi di tal posto o di tal battaglia, sono gli eroi della nostra rivoluzione, come lo sono Fidel, Raul, Juan Almeyda, Ramiro e tanti altri che ci hanno lasciato.

D: Quando hai visto per l’ultima volta Camilo?

R: Ti devo rubare un po’ di tempo per spiegare cosa accadde a Camaguey. In questa città si stava producendo un’azione controrivoluzionaria. Fidel inviò Camilo. In quell’occasione non ci fu nessuno scontro armato. Furono arrestati i rivoltosi. Camilo si fermò alcuni giorni in città, ritornò all’Havana il 25 ottobre. Nel palazzo della rivoluzione si incontrò con Fidel e partecipò ad una grande manifestazione. Il 26 di ottobre tenne un discorso e quella notte andammo insieme alla Bodeguita del Medio, accompagnati dalla ragazza con cui aveva deciso di sposarsi, Paquita Ravasa, con i genitori di lui e suo fratello Osmany.

Il giorno27 lo incontrai allo Stato Maggiore, ricoprivo in quel momento l’incarico di ispettore generale dell’Esercito, sbrigammo una serie di cose. Nel pomeriggio continuammo a lavorare insieme e la sera andammo a mangiare in un posto chiamato Rancho Luna. Mi spiegò nei dettagli quello che era accaduto a Camaguey, delle sporche manovre che volevano fare Huber Matos e gli altri. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Ci separammo ed entrambi ci dirigemmo verso le nostre case. Mi disse che la mattina seguente sarebbe partito e che in serata avrei dovuto essere reperibile per andarlo a prendere. Successe purtroppo tutto quello che sappiamo.

D: Veniamo alla scomparsa.

R: Quando in serata ci si accorse del mancato rientro, Osmany, che era aiutante capitano del fratello, e Manolo Espinosa, una delle guardie del corpo di Camilo, non diedero troppa importanza a questo ritardo. Camilo era solito fare un po’ a modo suo e non avevamo ancora un’organizzazione adeguata. Però quella volta aveva deciso di rientrare subito all’Havana. Il 29 di ottobre Fidel Castro mi mandò a chiamare alla caserma di Ciudad Libertad, dove c’era il comando dell’Aviazione, e mi domandò che notizie avevo di Camilo. Gli risposi che forse è andato a Yaguahay o a Bayamo. Chiamammo tutte queste località e la risposta fu negativa. Indipendentemente dal fatto che egli avrebbe potuto spostarsi in qualsiasi parte del paese senza preavviso, non faceva passare un giorno senza che informasse dove si trovava. I giorni 29 e 30 ottobre del ’59 furono impiegati alla ricerca dei resti del suo Cessna. Uno dei figli più amati dal nostro popolo era scomparso per sempre.

D: Cosa ha perso Cuba, il suo popolo, con la morte di Camilo?

R: Abbiamo perso un vero rivoluzionario, integro, gran patriota, un uomo di assoluta fiducia di Fidel, un uomo che aveva una fede assoluta in Fidel. Quando quest’ultimo lo nominò comandante, Camilo nell’ultima parte della lettera che gli aveva inviato come risposta scriveva così: "smetterò più facilmente di respirare, piuttosto che abbandonare la fedeltà che ho nei tuoi confronti." Il Che disse una cosa sacrosanta: lo perdemmo nel momento in cui avevamo più bisogno di lui. Camilo era un fattore unitario. Una volta gli domandarono fino a dove potesse arrivare la Rivoluzione, rispose che questa aveva solo due strade, Vincere o Morire. Nel pensiero e nel modo di vivere si manifestavano le condizioni eccezionali di un dirigente popolare.

Senza ombra di dubbio ti dico che, dopo Fidel Castro, il dirigente più popolare che sia mai esistito, si chiamava Camilo Cienfuegos. Noi che abbiamo avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo, di essere stati ai suoi ordini, di essere stati suoi amici e che abbiamo dedicato il nostro tempo allo studio della sua vita e che continuiamo a farlo, abbiamo perso uno degli uomini più interessanti che ha avuto la Rivoluzione Cubana in tutta la sua storia. Il ruolo di Camilo nella Rivoluzione è stato vitale.

D: Dopo questo bellissimo ricordo di Camilo, voglio passare ad un tema che riguarda la storia del Che in Congo. Come ti spieghi, quello che è successo nella lotta del Guerrigliero Eroico in questo paese africano?

R: Dovresti leggere il mio libro "Il sogno africano del Che". Bisogna partire dal principio che tutti i veri rivoluzionari comunisti devono essere internazionalisti. Il Che è stato l’esempio massimo che noi abbiamo avuto. Prima di lui ci furono compagni che andarono a lottare a Santo Domingo e in quell’occasione non ebbero fortuna. La sconfitta di una battaglia non sempre pregiudica la guerra. Il Che dal primo momento che si unì a Fidel mise una condizione: se avesse trionfato a Cuba non avrebbe dovuto avere nessun impedimento per andare a lottare successivamente nel suo paese, l’Argentina. Le condizioni, come spiego nel libro, che si crearono, non ebbero l’esito sperato.

Il Che stava lottando contro il tempo. Pensava che per un uomo di quarant’anni cominciava ad essere difficile potersi adattare nuovamente alla vita di montagna, alla lotta guerrigliera. Ansioso di compiere quello che si era prefisso, imposta e progetta le condizioni per poter agire. Fidel cerca di persuaderlo, dicendogli che non è la cosa più corretta.. Il Che era una figura conosciuta universalmente, aveva visitato vari paesi africani e si era reso conto dei movimenti di liberazione molto attivi ed era interessato a quanto stava accadendo nel continente nero.

D: Scusami William, si era già verificata la sconfitta della guerriglia di Masetti a Salta in Argentina?

R: Sì, quel movimento faceva parte di un piano per aprire e agevolare il cammino della futura lotta del Che in quel paese. Purtroppo non fu il solo movimento ad essere sconfitto; ci fu anche quello in Perù guidato da Luis de la Fuente Useda. In queste guerriglie il nemico riuscì ad infiltrare i suoi uomini e di conseguenza queste esperienze non ebbero l’esito che ci aspettavamo. Ma torniamo all’Africa, Fidel accettò la partenza del Che, come responsabile della missione del Congo. Il Che era l’unico bianco della spedizione.

D: L’Africa e i congolesi…

R: Il continente africano ha 500 anni di ritardo rispetto a noi latinoamericani, mille rispetto all’Europa. Qui il nemico è stato capace di far germinare il seme della legge DIVIDI ET IMPERA. Anche oggi, il livello di istruzione, di educazione e di sistema sanitario è quasi nullo. Le guerre fra tribù sono all’ordine del giorno. In quell’epoca il Congo era pieno di analfabeti ed esistevano all’incirca 50 etnie. Il movimento congolese aveva raggiunto alcuni traguardi, ma la cosa che più ci preoccupava era questa forte divisione al loro interno. Rispettosamente criticammo alcune impressioni che aveva il Che su questi combattenti, ma andammo avanti sulla strada scelta dal comandante. Quando ci presentammo in terra africana, il movimento congolese si spaventò della nostra presenza. Non esisteva un leader che li dirigesse, un esempio, per questo motivo non esisteva una linea di condotta. C’era un giovane militare di nome Kabila - il Che scrisse nel suo diario delle note negative su questo compagno - però lasciò intendere che era l’unico che aveva qualche possibilità di divenire un buon dirigente se avesse dato l’esempio nella lotta. Il Che non si sbagliò.

Kabila ha avuto il merito fino ad oggi di non essere mai passato con il nemico ed è sempre stato un buon amico di Cuba. La maggior parte dei dirigenti del movimento congolese si comportarono come dei miserabili, passando al nemico. Laurent Kabila non solo ha dimostrato di essere nostro amico, ma ha appoggiato molte cause giuste in Africa. Forse voi italiani non conoscete bene questo continente come noi altri. Lì ci sono i nostri morti, l’aiuto che abbiamo dato a molti paesi africani era disinteressato, non esigevamo il contrario, quello che volevamo era un atteggiamento rivoluzionario. Ho evidenziato nel mio libro che quella fu una scelta ben fatta e me ne assumo le responsabilità. Il Che inizia il suo Diario dicendo che è la storia di una sconfitta, non sono d’accordo. Che cos’è una sconfitta? Io la concepisco in questo modo: decido di fare una cosa e poi sbaglio. Però se tu mi chiedi aiuto e io te lo do, ti porto i migliori uomini disposti a lottare, mentre i dirigenti locali perdono tempo ad ubriacarsi, spendono i nostri soldi a prostitute, è chiaro che non può essere mia la colpa se poi si viene sconfitti.

Possiamo riconoscere che ci fu un errore di valutazione della maturità di questo movimento. Bisogna conoscere il carattere del Che, la sua morale rivoluzionaria. Per lui non aver raggiunto determinati scopi, determinati obiettivi, era l’equivalente di una sconfitta. Credo che nessuno avrebbe potuto trionfare in quelle condizioni. Quello che fece, fu ben fatto. Voleva rimanere nel Congo, se così fosse stato, lo avrebbero ucciso perché non c’erano le condizioni per lottare. Il Che soffrì molto le incomprensioni e le incapacità dei dirigenti e dei combattenti congolesi. Oggi nel Congo qualcosa è cambiato. Mobutu è morto e Kabila dirige il paese sicuramente con un sistema migliore di trenta anni fa.

D: Quando hai visto l’ultima volta il Comandante Che Guevara?

R: L’ho incontrato al Ministero dell’Industria. Stavo frequentando la Scuola Superiore di Guerra e ogni 15 giorni dovevo chiamarlo al telefono per chiedergli se potevo andare a fargli visita. Parlammo e ci scambiammo dati e opinioni su quanto stavamo facendo. Era chiaro che non poteva dirmi tutto, non mi disse che sarebbe partito per una nuova missione. La nostra amicizia si approfondì dopo la morte di Camilo. Dal punto di vista militare sono stato a capo dell’Esercito Centrale, secondo la divisione in guerra del paese, al Che corrispondeva la zona centrale e quindi sono stato ai suoi ordini per parecchio tempo.

D: Che ricordo ti è rimasto?

R: Come ti ho detto al principio, era un uomo universale, da tener presente in tutte le manifestazioni, uomo integro, rivoluzionario vero. Ha dato l’esempio che l’imperialismo va combattuto in tutti i suoi aspetti e su tutti i fronti. Che l’unica forma per raggiungere la giustizia sociale era l’installazione di un governo rivoluzionario dove non esistesse il dominio dell’uomo sull’uomo. Il Che è il martire rappresentativo del vero rivoluzionario, Fidel è il dirigente più rappresentativo del rivoluzionario vero presente oggi sul pianeta.

D: Negli ultimi anni sono state pubblicate molte biografie sul Guerrigliero Eroico, che opinione hai di questi testi? E’ vero che stai preparando una biografia composta da cinque volumi sul Che? Puoi anticiparmi qualcosa?

R: Le ho lette quasi tutte, sia quelle scritte da amici veri, che quelle scritte da coloro che si professano tali e poi cercano la macchia nel sole. Tutte queste biografie sono piene di falsità e di ingiurie sulla figura del Che, di Fidel e della Rivoluzione Cubana. Hanno utilizzato il Che come un personaggio per fare soldi, come una figura commerciale, mi da fastidio persino vedere nei nostri negozi il commercio della sua immagine stampata sulle t-shirt. Ci vediamo costretti a farlo perché gli altri lo fanno. Nel 1997 hanno pubblicato cinque biografie. Ho letto quella di quel farabutto di Castaneda, un miserabile, vigliacco, codardo e bugiardo. Quella dell’oppurtunista Paco Ignacio Taibo, quella del nemico e falso storico americano Anderson, quella del francese Kalfon, un altro bugiardo. Ho letto quelle scritte anteriormente, quella fatta dagli argentini era piena di bugie. Quella di Ricardo Rojo, un miserabile. Non capisco, si considerava un buon amico del Che e poi ha scritto porcherie. Inventò l’esistenza di una lettera mai consegnata, tra la madre del Che, signora Celia, e suo figlio. La inventò di sana pianta. Non mi ha mai voluto incontrare quando sono stato in Argentina, lo avrei smentito pubblicamente.Per quanta riguarda il mio lavoro, due libri già sono stati pubblicati; il primo parte dalla nascita del Che fino al suo arrivo a Cuba. E’ quello che mi piace di più perché spiego come Ernesto Guevara diventa rivoluzionario e comunista. Il quarto, già pubblicato, è la storia dell’esperienza in Africa di cui ti ho parlato prima. Ha ricevuto il premio Casa de las Americas. Il secondo raccoglie tutta la sua traiettoria guerrigliera a Cuba fino al trionfo della Rivoluzione. Il terzo parla del Che come statista e dirigente, dal 1959 fino alla partenza per il Congo. L’ultimo narra l’esperienza boliviana. L’ho terminato e lo sto rivedendo. Per poterlo concludere dovrei fare un viaggio in quel paese per verificare alcuni elementi che ancora mi mancano.

D: Cosa hai provato quando hanno scoperto i resti del Che e degli altri compagni e li hanno portati ha Cuba?

R: Inizialmente provai grande tristezza, non si può essere soddisfatti quando trovi i resti di compagni caduti. Però siamo orgogliosi che riposino a Cuba. Inizialmente pensavo che forse sarebbe stato meglio lasciarli lì dove erano caduti. Poi ripensandoci, la situazione in Bolivia non era idonea per ospitarli. Il Che e gli altri compagni dovevano riposare dove c’era la sicurezza che non venissero profanati e sfruttati. Il luogo dove possono avere il rispetto e la devozione giusta è Cuba.

D: William, un ultima domanda. Perché quarant’anni di Embargo non hanno sconfitto la Rivoluzione Cubana?

R: Perché questa è una vera rivoluzione. Per poterla sconfiggere devono annientare il nostro popolo. Fino a quando ci sarà anche un solo uomo disposto a difenderla, questo darà battaglia. E’ difficile annientare una rivoluzione quando questa è autentica. La rivoluzione che iniziò nel 1917 è andata degenerando ed ha smesso di essere vera. La prova sta nel fatto che di tanti militanti comunisti che c’erano nel partito nessuno è stato capace di ribellarsi per difendere quell’esperienza. Io sono ottimista, come alunno di Fidel, penso che prima di morire vedrò di nuovo la lotta in quei paesi per una vera rivoluzione sociale. Per il movimento comunista mondiale la caduta dei paesi dell’Est è stato un colpo durissimo, però non mortale, come hanno voluto far credere. Noi, prodotto di una rivoluzione vera, con dirigenti come Fidel, con un gran partito comunista alle spalle, siamo sopravvissuti e abbiamo dimostrato di potercela fare anche da soli contro il nemico più potente della terra, gli USA. Abbiamo molte difficoltà, però non moriamo di fame.

Abbiamo molte cose assicurate, che i cittadini del cosiddetto primo mondo non hanno. Resistiamo perchè siamo un popolo di indole rivoluzionaria e che si è rafforzato ancora di più con la guida del Comandante en Jefe. Abbiamo fiducia e siamo orgogliosi della nostra gioventù. Moltissimi giovani medici volontari cubani li puoi trovare in molti paesi del Terzo Mondo. La nostra forza sono i giovani che hanno lottato in Angola, in Eritrea ed in Namibia. Non le quattro jineteras o jineteros che uno incontra per strada, nessuno di questi. In qualsiasi angolo di una grande città del mondo ci sono più prostitute che in tutta Cuba. Poi arrivano i giornalisti e dicono che noi abbiamo questo, abbiamo quest’altro e giù a scrivere porcherie sul nostro paese. Ma cosa vengono a cercare la macchia nel sole? Non siamo puri, siamo esseri umani. Ma la purezza di questa rivoluzione è al di sopra della norma, al di sopra del 90%. Per questo motivo la Rivoluzione ha resistito per più di quarant’anni e continuerà a resistere tutto il tempo necessario di fronte all’imperialismo degli Stati Uniti d’America.

NOTE BIOGRAFICHE

William Galvez nasce ad Holguin il 21 ottobre 1933. Partecipa alle lotte studentesche in diverse organizzazioni. Nel 1953 entra a far parte del M26/7. Partecipa agli episodi del 30 Novembre del 1955 a Santiago di Cuba. Si unisce all’Esercito Ribelle nella Sierra Maestra. Partecipa all’invasione verso occidente guidata dal Che e da Camilo Cienfuegos, con il grado di capitano. Termina la guerra di liberazione nella colonna di Camilo con il grado di comandante di una colonna. Oggi è un generale della riserva delle FAR, militante del PCC, laureato in Scienze Sociali, ha realizzato diverse missioni internazionaliste. E’ autore di diversi libri di carattere storico: CAMILO, SEÑOR DE LA VANGUARDIA, SALIDA 19, FRANK PAIS ENTRE EL SOL Y LA MONTAÑA, EL JOVEN CAMILO, CHE DEPORTISTA e EL SUEÑO AFRICANO DEL CHE.

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