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Offrono dettagli sulla fase II della sperimentazione clinica con Soberana Plus

Cubadebate (italiano) - Lun, 10/05/2021 - 21:37
Dr. Arturo Chang Monteagudo

Dr. Arturo Chang Monteagudo

“La Fase II della sperimentazione clinica con Soberana Plus dovrebbe concludersi tra 28 giorni contando da oggi, mentre stiamo applicando le ultime dosi ai soggetti partecipanti”, ha spiegato il dottor Arturo Chang Monteagudo, specialista dell’Istituto di Ematologia e Immunologia e principale ricercatore degli studi con il candidato vaccinale iniettabile in fase di sperimentazione per i convalescenti della COVID-19.

Durante lo spazio dedicato alla strategia cubana di vaccinazione contro la COVID-19 nella consueta conferenza stampa del Ministero della Salute Pubblica, ha commentato che le sperimentazioni cliniche sono indagini su esseri umani effettuate per dimostrare sicurezza, immunogenicità ed efficacia del farmaco in questione.

“La fase I valuta fondamentalmente la sicurezza; la seconda fase, l’immunogenicità, cioè la creazione di anticorpi protettivi contro il virus, e la fase III, l’efficacia”, ha detto.

Nel caso degli studi con Soberana Plus, la fase II è stata suddivisa in due fasi. “Questo è stato necessario perché non si sono incorporati nella fase I della sperimentazione le persone con più di 60 anni”.

Di conseguenza, la fase II A includeva pazienti di età compresa tra 60 e 89 anni e lo stadio II B è stato esteso a persone con più di 19 anni.

Ha fatto notare che ci sono prove scientifiche e pratiche che le persone in convalescenza dalla COVID-19 possono ammalarsi di nuovo. “Questo è anche un gruppo che deve essere coperto, quindi abbiamo lavorato su un candidato vaccinale che inoltre proteggerà e fungerà da dose di richiamo nelle persone che ricevono un altro vaccino”.

Speriamo di dimostrare che oltre ad essere sicuro, il candidato è altamente immunogeno, il che aumenta i titoli di anticorpi contro la COVID-19 nei pazienti convalescenti, ha detto.

Inoltre, si aumenteranno gli anticorpi ai donatori di plasma che ricevono la formulazione. “Questo plasma verrà utilizzato per produrre il farmaco gammaglobulina, che verrà utilizzato nel trattamento dei pazienti in terapia intensiva”, ha detto.

Per quanto riguarda lo sviluppo della fase II, ha indicato che le ultime persone dei 430 partecipanti sono già in fase di vaccinazione.

“In questa fase, il placebo è presente per rispettare le buone pratiche scientifiche, quando si tratta di dimostrare l’immunogenicità. Il rapporto è di 4 a 1. Il giorno 28, tutti coloro che hanno ricevuto il placebo saranno vaccinati e saranno protetti”.

Ha aggiunto che la sperimentazione clinica del candidato vaccinale Mambisa potrebbe iniziare al più presto e potrebbe essere autorizzato l’uso di emergenza di Soberana Plus nei pazienti convalescenti.

I criteri di inclusione ed esclusione per la sperimentazione clinica con Soberana Plus includevano persone tra i 19 e gli 80 anni di età, che hanno avuto la malattia come minimo due mesi prima e che, se colpite da malattie croniche, erano state compensate.

Tuttavia, in futuro, durante la vaccinazione di massa con questo candidato, non ci saranno limitazioni se non le allergie ad alcuni componenti della formulazione, ha concluso.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez/Cubadebate

Categorie: News

Senatore colombiano Gustavo Petro critica la politica estera del suo paese

Cubadebate (italiano) - Lun, 10/05/2021 - 21:33
Gustavo Petro

Gustavo Petro

Il senatore colombiano Gustavo Petro oggi ha criticato la politica estera del paese per aver considerato che ha distrutto le relazioni con le nazioni che producono vaccini contro la COVID-19, come Cuba e Russia.

“Dobbiamo ripristinare le relazioni diplomatiche con chi ha la capacità di produrre vaccini”, ha detto il legislatore su Twitter e ha invitato le autorità del suo paese a lavorarci.

Ha anche esortato il Ministero della Salute a investire nella costruzione di un impianto di produzione di vaccini, che potrebbe accelerare il processo di immunizzazione dei colombiani contro la malattia che ha ucciso quasi 78.000 persone nel paese.

Non è la prima volta che il senatore del partito “Colombia Humana” chiama l’attenzione sulla questione e a metà aprile ha chiesto al presidente Iván Duque di valutare questa possibilità.

Poi ha sottolineato l’efficacia dei candidati vaccinali cubani Soberana 02 e Abdala, ancora in fase III della sperimentazione clinica, ma con risultati evidenziati dagli esperti.

“Duque”, ha detto Petro, “lei dovrebbe stabilire un accordo per la produzione di vaccini cubani in Colombia, ma il settarismo lo acceca”, ha chiarito in riferimento all’animosità che la destra colombiana professa nei confronti de L’Avana, promossa dal partito Centro Democratico, attualmente al governo.

La campagna di vaccinazione nel paese sudamericano è criticata dal popolo, organizzazioni sociali e politiche, operatori sanitari, che sottolineano la lentezza di somministrazione delle dosi in base al tasso di contagio e la diseguale distribuzione tra le diverse regioni del territorio, tra gli altri problemi.

I dati più recenti delle autorità sanitarie indicano che ieri sono state confermate 17.222 nuove infezioni da coronavirus SARS-CoV-2, causa della malattia, e 495 decessi per malattia della COVID-19.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: CaracolTv

Categorie: News

Si può frenare il bellicismo dal seno della società statunitense?

Cubadebate (italiano) - Lun, 10/05/2021 - 00:21

Estados-Unidos-dividido-580x341Benché gli Stati Uniti continuino ad essere la principale potenza mondiale, da varie decadi ed in diversi campi questo paese viene sperimentando una crescente declinazione e deterioramento della sua base industriale, che si manifesta in maggiori disuguaglianze e fratture sociali, tra le altre conseguenze, includendo nel seno dei gruppi oligarchici di potere.  

L’obiettivo esposto alla fine della II Guerra Mondiale di mantenere un’ampia superiorità militare per dissuadere i suoi avversari, presto divenne un fine a sé stesso, che ha condizionato la corsa militarista per più di settanta anni, perfino dopo che la fine dell’Unione Sovietica lo ha messo in dubbio.

Con prontezza altre supposte minacce alla sicurezza nazionale sono state articolate e gonfiate e sono servite da base per conformare una volontà bipartitica ampiamente maggioritaria in pro della spesa militare. Ogni anno si assegnano risorse e cifre superiori al bilioni di dollari per questi fini mentre la stessa infrastruttura economica del paese si sgretola, insieme al fatto che il debito pubblico sorpassa all’abbondante Prodotto Interno Lordo della nazione.

Continuare per questo cammino apparentemente illogico risponde realmente all’enorme peso economico, politico, mediatico e culturale del chiamato Complesso Militare Industriale, estesa rete di entità e corporazioni private che, alimentata con fondi pubblici, è ramificata in tutto il paese e della quale dipendono migliaia di subappaltatori e milioni di posti di lavoro. Questo si riflette nella disposizione dei politici associati a questa rete di appoggiare con entusiasmo l’aumento della spesa militare, la politica estera aggressiva e le avventure belliche. L’industria di armamenti e l’intricato mondo di entità associate, think tank e complessi mediatici hanno un peso di primo ordine nei centri di potere del paese.

A questa situazione si uniscono l’effetto che ha nella politica del paese la sua natura imperialista, la sua arroganza e resistenza ad aggiustarsi davanti ai cambiamenti geopolitici in corso, e gli interessi economico-finanziari in gioco in diversi confini del pianeta. Bisogna sottolineare inoltre che nelle strutture dei disegni delle politiche, tanto nel Pentagono come nel Dipartimento di Stato e nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, sono aumentate la presenza di elementi neo-conservatori e le messe a fuoco militariste.

A dispetto delle tensioni finanziarie ed altre conseguenze nefaste, è difficile pronosticare il momento nel quale gli Stati Uniti, per il loro stesso interesse e necessità di mantenere il loro status come “potenza”, cambino e passino a frenare la dismisura delle loro pretese imperiali e i già insostenibili livelli di crescita del loro macchinario bellico. Deve dedursi, pertanto, che la bellicosità ed il carattere distruttivo del loro ruolo nel mondo si manterranno nel futuro prevedibile, e che la loro stessa declinazione seguirà il suo corso.

Tuttavia, quello che vogliamo sottolineare, è il notevole aumento delle voci che, perfino da settori conservatori, argomentano in favore di una nuova cornice di priorità nella politica nazionale e che, senza arrivare a rompere il consenso predominante in politica estera, chiedono una restrizione delle tradizionali e nefaste pretese avviate a mantenere la proiezione dell’apparato bellico a livello globale, e patrocinano per ridurre significativamente il presupposto per fini militari.

Il dibattito tra i bellicisti ed i sostenitori che vogliono frenare la proiezione militare globale

Quanto esposto si riflette nel dibattito su diversi temi della politica nazionale e si manifesta come una delle multiple contraddizioni che si scatena tra segmenti dell’élite politica del paese, in questo caso tra falchi e i chiamati interventisti liberali, da un lato, e dall’altro libertari e nazionalisti ostinati nel frenare gli impulsi bellici e nella riduzione di spese per questo fine.

Consideriamo alcuni di questi progetti che non provengono in assoluto da enti pacifisti o di settori di sinistra.

Un famoso politico ed analista di destra come Pat Buchaban risalta tra quelli che patrocinano per una nuova messa a fuoco della politica estera, più regolata alle necessità della politica interna della nazione. Attualmente, dice:

“Le preoccupazioni per i temi domestici sono predominanti nel paese –il confronto alla pandemia, l’invasione di immigranti dalla frontiera meridionale, come la durezza delle relazioni razziali che è aumentata come non si era mai visto in decadi – e è tempo che i nostri statisti prestino attenzione alla nostra società, diano priorità “América First” collocando in primo luogo gli statunitensi e lasciare che il mondo si preoccupi per sé stesso”.

Lo stesso Buchanan in un articolo precedente intitolava “È che non abbiamo già nemici sufficienti?”. Lì critica alcuni azioni recenti del governo di Biden e dichiarazioni del suo cancelliere Antony Blinken rispetto a Cina, Corea del Nord, Iran e Russia, dove si proietta come un falco, e si domanda l’analista se non è già tempo di  agire per evitare l’inizio di nuove guerre.

In un altro articolo posteriore Buchanan allude al fatto che è tempo di riconsiderare i compromessi degli Stati Uniti nella NATO e quei trattati di sicurezza esistenti col Giappone, Corea del Sud, Filippine o Australia stabiliti settanta anni fa, che risultano essere obblighi restanti della Guerra Fredda.

Concetti simili sono espressi da diversi analisti ed ex militari di alto rango e politici di filiazione maggiormente repubblicana che patrocinano anche per l’unilateralismo e per evitare l’inserimento degli Stati Uniti come parte di accordi o situazioni che impegnino loro a partecipare a conflitti altrui.

Alcuni segnalano che il paese deve progettare una nuova strategia nazionale che assicuri mete politiche congruenti con le realtà fiscali e le capacità militari del paese. Il colonnello in pensione dell’Esercito, Douglas Macgregor, ex assessore del Segretario della Difesa, osservava che ci sono troppe teste calde nel Congresso pronte per compromettere le forze armate prima di fare una valutazione degli interessi concreti ed i costi di tali azioni.

Inoltre, un crescente settore accademico e di analisti politici si sommano alle dichiarazioni del professore Paul Kennedy che più di tre decadi fa, nella sua opera più importante  “Auge e caduta delle grandi potenze”, faceva notare l’infausto impatto che il sovradimensionamento imperiale stava avendo nel paese.

Alcuni segnalano che la nazione si vede trascinata verso nuovi conflitti, perché il Pentagono soffre di un’incontinenza strategica, mentre il volume e la composizione delle forze militari non conservano relazione con le necessità di proteggere gli statunitensi. Anche Think tank come, l’Istituto Cato, appoggiano queste teorie.

Robert Kelly, del conservatore Istituto Lowy, ha detto nel 2019 che il paese era già chiaramente stanco ed esausto con le guerre interminabili come quella in Iraq ed in Afghanistan. Kelly ha considerato come un poderoso segno di cambiamento nell’opinione pubblica la vittoria di Trump nel 2016 che ha identificato più volte queste avventure militari come guerre stupide.

Molte voci famose segnalano che Washington non deve continuare ad invischiarsi in conflitti di altri paesi, perché non è oramai in capacità di svolgere il ruolo di “egemone” globale quando è assediato da problemi domestici severi e conseguenze costose per la sua stessa popolazione.

The New York Times cita un’inchiesta dell’anno scorso del Council of Global Affairs di Chicago, che ha dimostrato che una maggioranza degli elettori repubblicani favoriscono una messa a fuoco più nazionalista, di autosufficienza economica e l’adozione di un avvicinamento unilaterale nelle azioni diplomatiche e nelle relazioni col mondo.

Senza ignorare il predominio di posizioni di destra che esistono nel seno del Partito Repubblicano, si evidenziano divergenze ed un certo riallineamento politico nelle file di entrambi i partiti, come l’influenza crescente di elementi neo-conservatori intorno al direttivo democratico fautore di una politica estera aggressiva ed interventista. Alcuni sono arrivati a considerare la leadership democratica come gestore della conversione di questo gruppo come il partito della guerra. Deve tenersi in conto che nonostante l’ala progressista democratica si sia fortificata, la sua proiezione e peso per influire nei temi di politica estera è minimo.

Nei giorni scorsi, in aprile del 2021, abbiamo assistito a quello che si è evidenziato come un importante cambio nelle posizioni del maggiore e più influente gruppo di veterani, l’American Legión, che ha fatto un appello affinché gli Stati Uniti mettano fine alle loro guerre perpetue. Con questa dichiarazione ha rinforzato la sua risoluzione dell’anno passato nella quale faceva un appello al Congresso per ristabilire un bilancio costituzionale e “rimpiazzare le obsolete Autorizzazioni per l’Uso della Forza Militare.”

Per concludere, ed in contrasto con tutto quello detto anteriormente, risulta interessante riferire qui le preoccupazioni appena espresse dal conosciuto politologo di destra Robert Kagan, tradizionale sostenitore di una politica militare aggressiva e dell’egemonismo yankee. Oltre ad enfatizzare che gli Stati Uniti hanno la responsabilità di essere il poliziotto del mondo, si lamentava e qualificava come un serio problema per il paese il fatto che il popolo statunitense continui a guardare in eccesso verso l’interno, e non vuole condividere il destino del dominio mondiale.

di Fernando M. Garcia Bielsa

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Organizzazioni ambientaliste ed agricole chiedono a Biden un cambiamento di politica verso Cuba

Cubadebate (italiano) - Lun, 10/05/2021 - 00:14

relaciones-cuba-estados-unidosNumerose entità si sono sommate negli ultimi mesi al richiamo di una politica giusta verso Cuba da parte del governo statunitense. In questa occasione 36 organizzazioni che rappresentano agricoltori, agro-ecologi, ecologisti, accademici, società civile e movimenti di giustizia climatica hanno inviato una lettera al presidente degli Stati Uniti chiedendo un cambiamento di politica verso l’Isola.

Durante la sua campagna il mandatario statunitense aveva promesso cambiare le politiche fallite del suo predecessore. In questo senso, i firmatari reclamano il compimento dei suoi impegni, allo stesso modo che chiedono rispondere alle petizioni di milioni di persone attorno al mondo, che si sono uniti a questo richiamo, includendo 79 congressisti ed altre organizzazioni statunitensi.

I firmatari della lettera consegnata questo 5 maggio, appartengono a differenti settori della società civile e collaborano attivamente coi loro colleghi cubani o hanno partecipato a scambi di conoscenze, per la ricerca di soluzioni alle multiple crisi sociali ed ecologiche.

Il reclamo sintetizza la necessità di mettere fine a queste politiche che continuano, tra le altre cose, a bloccare la capacità di Cuba a mitigare ed adattarsi alla crisi climatica; al tempo che limita gravemente lo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili ed il diritto all’alimentazione di Cuba.

Margarita Fernández, direttrice esecutiva dell’Istituto di Agro-Ecologia dei Caraibi e coordinatrice della Rete di Agro-Ecologia Cuba-Stati Uniti, ha segnalato che recentemente la segretaria di stampa della Casa Bianca ha detto che “i diritti umani saranno un pilastro fondamentale della politica statunitense” verso Cuba.

Inoltre, Fernández ha aggiunto che “le sanzioni applicate dagli Stati Uniti limitano gravemente i diritti dei cittadini cubani alla sicurezza alimentaria, la resilienza climatica e la dignità. Una messa a fuoco politica davvero audace, basata sui diritti, sarebbe togliere completamente il bloqueo”.

Il documento persegue il fine di spingere misure esecutive per restaurare le regolazioni che dirigevano il commercio ed i viaggi a Cuba al punto che si trovavano prima del 20 gennaio 2017. Anche, espone la necessità di cessare immediatamente l’applicazione di qualunque sanzione e restrizione contro gli alimenti, le medicine e qualunque altra assistenza umanitaria a Cuba; come la cooperazione internazionale e le restrizioni alle transazioni finanziarie.

Un altro degli aspetti che emerge nella lettera è la petizione della riapertura nella sua totalità dell’Ambasciata e dei servizi consolari di Washington a L’Avana; oltre agli scambi bilaterali in aree essenziali come l’ecosistema, la società civile e la cooperazione scientifica.

Come quarto aspetto i richiedenti espongono mettere in pratica l’autorità esecutiva, affinché non si rinnovi la determinazione annuale di imporre sanzioni in virtù della Legge di Commercio col Nemico, fatto che faciliterebbe mediante azione esecutiva diretta che Biden metta fine all’ingiusto bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto da quasi 60 anni.

La missiva si invia nella cornice dei primi 100 giorni di governo dell’amministrazione Biden – Harris, nei quali non si è implementata nessuna azione per cancellar le più di 200 misure prese da Trump contro l’Isola. Inoltre, cerca di essere una chiamata di attenzione in attesa del 23 giugno, data in i cui Cuba presenterà presso l’ONU la risoluzione “Necessità di mettere fine al bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba” e che ogni anno è appoggiata a livello mondiale.

da Cubaminrex/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Durante la sua campagna il mandatario statunitense aveva promesso cambiare le politiche fallite del suo predecessore. In questo senso, i firmatari reclamano il compimento dei suoi impegni, allo stesso modo che chiedono rispondere alle petizioni di milioni di persone attorno al mondo, che si sono uniti a questo richiamo, includendo 79 congressisti ed altre organizzazioni statunitensi.

I firmatari della lettera consegnata questo 5 maggio, appartengono a differenti settori della società civile e collaborano attivamente coi loro colleghi cubani o hanno partecipato a scambi di conoscenze, per la ricerca di soluzioni alle multiple crisi sociali ed ecologiche.

Il reclamo sintetizza la necessità di mettere fine a queste politiche che continuano, tra le altre cose, a bloccare la capacità di Cuba a mitigare ed adattarsi alla crisi climatica; al tempo che limita gravemente lo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili ed il diritto all’alimentazione di Cuba.

Margarita Fernández, direttrice esecutiva dell’Istituto di Agro-Ecologia dei Caraibi e coordinatrice della Rete di Agro-Ecologia Cuba-Stati Uniti, ha segnalato che recentemente la segretaria di stampa della Casa Bianca ha detto che “i diritti umani saranno un pilastro fondamentale della politica statunitense” verso Cuba.

Inoltre, Fernández ha aggiunto che “le sanzioni applicate dagli Stati Uniti limitano gravemente i diritti dei cittadini cubani alla sicurezza alimentaria, la resilienza climatica e la dignità. Una messa a fuoco politica davvero audace, basata sui diritti, sarebbe togliere completamente il bloqueo”.

Il documento persegue il fine di spingere misure esecutive per restaurare le regolazioni che dirigevano il commercio ed i viaggi a Cuba al punto che si trovavano prima del 20 gennaio 2017. Anche, espone la necessità di cessare immediatamente l’applicazione di qualunque sanzione e restrizione contro gli alimenti, le medicine e qualunque altra assistenza umanitaria a Cuba; come la cooperazione internazionale e le restrizioni alle transazioni finanziarie.

Un altro degli aspetti che emerge nella lettera è la petizione della riapertura nella sua totalità dell’Ambasciata e dei servizi consolari di Washington a L’Avana; oltre agli scambi bilaterali in aree essenziali come l’ecosistema, la società civile e la cooperazione scientifica.

Come quarto aspetto i richiedenti espongono mettere in pratica l’autorità esecutiva, affinché non si rinnovi la determinazione annuale di imporre sanzioni in virtù della Legge di Commercio col Nemico, fatto che faciliterebbe mediante azione esecutiva diretta che Biden metta fine all’ingiusto bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto da quasi 60 anni.

La missiva si invia nella cornice dei primi 100 giorni di governo dell’amministrazione Biden – Harris, nei quali non si è implementata nessuna azione per cancellar le più di 200 misure prese da Trump contro l’Isola. Inoltre, cerca di essere una chiamata di attenzione in attesa del 23 giugno, data in i cui Cuba presenterà presso l’ONU la risoluzione “Necessità di mettere fine al bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba” e che ogni anno è appoggiata a livello mondiale.

da Cubaminrex/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

The Guardian: l’isola caraibica assediata dagli Stati Uniti da quasi 60 anni potrebbe diventare il paese più piccolo ad avere il proprio vaccino

Cubadebate (italiano) - Mer, 05/05/2021 - 23:56

Vacunas-cubanas-bulbos-monodosis-580x330Il quotidiano britannico The Guardian ha evidenziato oggi gli sforzi compiuti da Cuba per sviluppare i propri vaccini contro la COVID-19, nonostante il bloqueo degli Stati Uniti e l’impatto economico della pandemia.

In un articolo intitolato “Cuba lotta al di sopra delle sue possibilità per sviluppare il proprio vaccino contro la COVID-19″, il giornale ha sottolineato che dei 27 candidati vaccinali contro il coronavirus SARS-COV-2 che si trovano nella fase finale dei test internazionali, due sono cubani.

Secondo The Guardian, l’isola caraibica assediata dagli Stati Uniti da quasi 60 anni potrebbe diventare il paese più piccolo al mondo ad avere un proprio vaccino.

Crede inoltre che se le sperimentazioni cliniche avranno successo e si otterrà l’approvazione dell’agenzia di regolamentazione dei farmaci, e quindi l’immunizzazione della popolazione sarà un problema minore.

Cuba ha un’infrastruttura molto ben sviluppata di policlinici e centri sanitari e il più alto rapporto di medici per abitante al mondo, ha detto il giornale, che raccoglie le testimonianze di eminenti scienziati e dirigenti del settore biotecnologico dell’isola.

La pubblicazione avverte, tuttavia, che a causa del bloqueo unilaterale economico, finanziario e commerciale imposto da Washington, i diversi team di ricercatori che lavorano allo studio di un vaccino per la COVID-19 devono condividere l’unico spettrometro esistente nel paese con capacità sufficiente per analizzare la struttura chimica dei prodotti.
Fa anche eco alla denuncia degli scienziati cubani secondo cui a causa dell’extraterritorialità delle misure contro Cuba, il produttore britannico di questa attrezzatura essenziale per il controllo di qualità non può venderle pezzi di ricambio poiché la società è stata acquisita da una società statunitense.

Riferisce anche che da quando l’ormai ex presidente Donald Trump ha incluso Cuba nella lista degli sponsor del terrorismo, trovare una banca disposta ad accettare trasferimenti da e per l’isola è un grosso problema.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

India, la catastrofe e le urne

Altrenotizie.org - Mar, 04/05/2021 - 20:23

Nel pieno della catastrofe provocata dalla seconda devastante ondata di COVID-19, nel fine settimana sono stati resi noti in India i risultati delle elezioni tenute tra marzo e aprile in cinque stati per il rinnovo dei rispettivi parlamenti locali. Proprio la gestione criminale della pandemia è stata al centro di gran parte delle campagne elettorali e ha influito in maniera determinante sul risultato nel complesso decisamente deludente del partito di governo di estrema destra BJP (“Bharatiya Janata Party” o “Partito del Popolo Indiano”).

Categorie: News

Preoccupati?

Cubadebate (italiano) - Lun, 03/05/2021 - 22:19

bloqueo-contra-cuba-cartel-cubaCi sono preoccupazioni imbarazzanti. Soprattutto quando la nazione più potente del pianeta mette i suoi funzionari e la sua ambasciata a palesare “massima preoccupazione” per un cittadino apparentemente ben nutrito, mentre condanna più di 11 milioni di individui dello stesso paese alla fame e alla scarsità.

Julie Chung, capo facente funzione dell’Ufficio per gli affari dell’emisfero occidentale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha dichiarato sabato su Twitter che “gli Stati Uniti sono estremamente preoccupati per il benessere dell’attivista cubano @LMOAlcantara e sollecitano il governo cubano ad agire immediatamente per proteggere la sua vita e la sua salute”. Questo è stato rapidamente ritwittato dalla missione diplomatica di Washington a L’Avana.

Il cittadino in questione, che quel governo paga per le sue azioni attraverso i soldi dei programmi per Cuba ricevuti dall’Istituto Nazionale Democratico, è in cura in una struttura sanitaria pubblica. Le analisi effettuate indicano che “i parametri del paziente non corrispondono a quelli di una persona che sia stato in sciopero della fame, infatti c’erano nutrizione e idratazione”. Il suo “sciopero della fame” è pura performance.

Sono passati più di cento giorni dell’attuale governo Usa senza però esprimere la stessa “grande preoccupazione” per i terribili effetti che il bloqueo ha provocato sul popolo cubano, ancor più in tempi di pandemia. Come il primo giorno, rimangono in vigore le 242 misure prese da Trump per intensificare la politica criminale di assedio, soffocamento e aggressione contro il popolo cubano.

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Ben Rhodes, ha recentemente affermato che “l’amministrazione Biden può dare l’empowerment al popolo cubano abbandonando le politiche di Trump, che sono progettate solo per ferirlo. L’amministrazione Biden non sarà in grado di farlo se vive nella paura degli intransigenti con cui non saranno mai d’accordo”.

Preoccupazione per i diritti umani, la vita e la salute dei cubani? Il bloqueo è ancora lì, come il dinosauro di Monterroso. (ndt: “Il dinosauro” è un mini racconto dell’autore guatemalteco-honduregno Augusto Monterroso, composto da sole 8 parole: Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.)

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Categorie: News

Cuba dimostra che è possibile un modello alternativo al capitalismo

Cubadebate (italiano) - Lun, 03/05/2021 - 22:06

bruno-rguezIntervento del Ministro delle Relazioni Internazionali della Repubblica di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, in chiusura dell’Incontro Internazionale di solidarietà con Cuba, 1º maggio 2021

“Cari partecipanti a questo incontro:

La celebrazione della Giornata Internazionale dei lavoratori si svolge in un momento di emergenza per l’umanità e una crisi sistemica imposta dalla pandemia della COVID-19.

L’emergenza non è solo sanitaria. È anche economica, politica e sociale. Dimostra le ingiustizie dell’ordine economico internazionale, in cui prevalgono le decisioni politiche egoiste, che favoriscono l’ottenimento di profitti rispetto alla conservazione delle vite umane.

C’è una nuova divisione dell’umanità: coloro che hanno accesso a vaccini, medici, respiratori artificiali, ossigeno, test diagnostici, ricoveri; e dall’altra quelli che muoiono dimenticati, senza assistenza medica e non sanno nemmeno se o quando saranno immunizzati contro il virus.

In questo scenario, la regione dell’America Latina e dei Caraibi ha registrato livelli allarmanti di crescita della povertà. La disoccupazione è aumentata, ancora di più tra le donne, aumentando la disuguaglianza di genere.

La riduzione degli stanziamenti di bilancio assegnati ai sistemi sanitari ed educativi ha indebolito la capacità di fronteggiare la pandemia. Il saccheggio delle risorse naturali da parte di società multinazionali protette da sistemi politici corrotti non si è fermato.

Nell’ultimo decennio, l’imperialismo statunitense ha accelerato i suoi tentativi di esercitare il proprio dominio ed egemonia sulla Nostra America, con l’esacerbazione dell’applicazione della Dottrina Monroe e le peggiori pratiche del maccartismo.

Ovunque abbiano potuto, l’imperialismo e le oligarchie alleate hanno invertito i progressi sociali e politici compiuti dai governi progressisti. Hanno sostenuto governi senza legittimità e candidati politici fascisti e populisti di estrema destra, molto in sintonia con la polarizzazione, la politica sporca, la promozione della divisione e dell’odio e l’incitamento all’insurrezione, che ha avuto luogo negli Stati Uniti.

Hanno usato i sistemi giudiziari, il controllo dei media egemonici e delle nuove tecnologie digitali, le piattaforme tecnologiche monopolistiche e private, e la dittatura dell’algoritmo e il controllo ferreo delle reti digitali, per perseguitare, imprigionare e indebolire figure progressiste e di sinistra.

Hanno persino fatto ricorso a omicidi, massacri e alla repressione e al divieto più brutale della protesta sociale. I giovani, così come gli anziani, le donne e gli indigeni sono stati assassinati, mutilati, detenuti e torturati, con la complicità degli strumenti dell’imperialismo come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA).

La resistenza e la lotta dei popoli, però, non si sono fermate. L’articolazione alla ricerca della massima unità possibile tra forze progressiste, governi di sinistra, movimenti sociali e popolari, organizzazioni sindacali, donne, contadini, popoli indigeni, giovani, studenti e settori dell’intellighenzia e dell’arte, ha rivitalizzato la protesta e la lotta sociale sulle strade, alle urne e sulle reti digitali, dove si sono sviluppate nuove forme di mobilitazione delle cittadine e dei cittadini consapevoli per la rivendicazione, per l’emancipazione, ma anche per il potere politico.

In questo contesto diventa ancora più importante lavorare per l’unità.

Si sono raggiunte vittorie popolari come il ritorno del Movimento al Socialismo (MAS) al governo nello Stato Plurinazionale di Bolivia e anche ciò che si è ottenuto in Cile. I processi politici in Messico e in Argentina contro il modello neoliberista sono stati progressi notevoli. La resistenza dei popoli ha impedito all’imperialismo di realizzare i suoi obiettivi di rovesciare i governi di Venezuela, Nicaragua e Cuba.

Brutalmente bloccata dai successivi governi degli Stati Uniti, compreso quello attuale, Cuba dimostra che un modello alternativo al capitalismo è possibile. Con grande sforzo, ma con ferma volontà politica, nessun cubano è lasciato a se stesso, tanto meno nelle difficili circostanze imposte dalla pandemia.

Ogni paziente, indistintamente, è una priorità per il sistema sanitario cubano e per lo Stato cubano. Ogni defunto è causa di dolore per il nostro popolo e per il governo. Ogni vita salvata è il risultato della solidarietà, della giustizia sociale e della scienza nelle mani del potere dei lavoratori.

L’imperialismo vuole distruggere questo modello. Per questo ha gravemente colpito l’economia cubana. La persecuzione, le sanzioni e le minacce e il danno alle nostre relazioni economiche internazionali, che causa carenze, privazioni e sofferenze quotidiane alle nostre famiglie, non si sono fermate. Ha persino fatto ricorso all’applicazione di misure estreme e ad atti di guerra non convenzionale per soffocare il nostro paese.

Più di 240 misure coercitive unilaterali contro Cuba sono state messe in atto dagli Stati Uniti, che hanno rafforzato atrocemente il bloqueo economico, commerciale e finanziario, in forma opportunista, anche durante la pandemia. Sono ancora tutte in vigore oggi e minacciano il sostentamento della nostra gente.

Anche così, e nonostante la campagna di pressioni e calunnie contro la collaborazione medica cubana orchestrata e diretta da Washington, il nostro paese ha inviato 57 brigate mediche in 40 paesi e territori. Prima, i nostri collaboratori hanno già lavorato in 59 nazioni.

Vorrei ringraziarvi profondamente per il sostegno e la solidarietà vostre e di milioni di persone nel mondo che chiedono la fine di questa politica genocida.

Compagni e compagni:

Nell’8º Congresso del Partito Comunista di Cuba, recentemente concluso, abbiamo ratificato la volontà di continuare la costruzione di una società socialista fondata sui principi di giustizia sociale e solidarietà umana, e di una nazione sovrana, indipendente, socialista, democratica, prospera e sostenibile, come detta la Costituzione approvata in un referendum universale e sovrano dal nostro popolo.

Ratifichiamo l’impegno della Rivoluzione Cubana per l’unità della “Nostra America”, Bolivariana e Martiana, per lottare per tutte le cause giuste nel mondo e per la cooperazione e l’integrazione regionale.

Come ha detto in questo storico Congresso il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, la nostra Rivoluzione Socialista, nel mezzo dell’assedio più feroce, è viva, attiva e solida.

È così che ci sentiamo noi cubani. Incoraggiati dalla solidarietà e dal sostegno, di fronte alla difficile realtà che si impone, consapevoli come ha detto il comandante in capo Fidel Castro Ruz, che LA VITTORIA È NELLA LOTTA.

¡Hasta la Victoria Siempre!

¡Patria o Muerte!

¡Venceremos!

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Iran-Arabia, dialogo a ostacoli

Altrenotizie.org - Lun, 03/05/2021 - 19:56

Secondo alcune recenti rivelazioni giornalistiche, i governi di Iran e Arabia Saudita starebbero discutendo una possibile de-escalation delle tensioni e, nella migliore delle ipotesi, la creazione di un meccanismo regionale per gestire i conflitti tra i soggetti che fanno capo alle sfere di influenza dei due paesi. Il percorso verso il disgelo resta lungo e con molti ostacoli, ma che ci si trovi di fronte almeno a un abbassamento dei toni e sia in atto il tentativo di intavolare un dialogo serio appare ormai evidente. Le cambiate priorità strategiche dell’amministrazione Biden, con la revisione delle politiche mediorientali americane, potrebbero essere il motore di una clamorosa, anche se relativa, riconciliazione tra Teheran e Riyadh.

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Fuoco nel Parco Alejandro de Humboldt: quando bruciano le regole di base del giornalismo e della comunicazione

Cubadebate (italiano) - Ven, 30/04/2021 - 23:51
 DPA

Felci giganti nel Parco Nazionale Alejandro de Humboldt. Foto: DPA

È tragico che un grande incendio si verifichi nelle aree del Parco Nazionale Alejandro de Humboldt, un sito naturale dichiarato Patrimonio dell’Umanità, e che, insieme ai suoi valori endemici, lasciamo ardere i principi e le regole di base della comunicazione pubblica di cui abbiamo tanto discusso negli ultimi tempi nel paese.

Sebbene la metafora possa sembrare esagerata, con le fiamme che hanno devastato una vasta area di conifere e boschi di leccio, habitat di specie rilevanti della fauna nazionale, non mancavano le autorità che cercavano di mimetizzarsi dietro i fumi, invece di agire di conseguenza con il dibattito che, sulla stampa e la comunicazione pubblica, è stato spinto dal generale dell’esercito Raúl Castro nel Rapporto centrale all’8º Congresso del Partito Comunista, e poi rimarcato dal neoeletto Primo Segretario dell’organizzazione e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez.

Devo confessare di essere stato colpito dal fatto che sia stato proprio Díaz-Canel a svelare il verificarsi dell’incidente sui social network – a prescindere dalla sua istruttiva presenza in questi ambiti – e che non avessi ascoltato, fino a quel momento, nessuna rassegna stampa, nonostante l’ampia presenza dei media locali e territoriali in tutta la regione.

Dopo aver indagato con i dirigenti della stampa in quella zona del paese, nonché con i presidenti dell’Unione dei Giornalisti, ho scoperto una ragione deplorevole: le autorità responsabili avevano deciso di spegnere le fiamme e le esalazioni espansive con il già costoso e riprovevole mantello della segretezza.

Alcuni direttori dei media territoriali cercavano da giorni di persuadere che fosse inevitabile offrire informazioni, anche da parte di istituzioni molto sensibili. Da queste, sarebbe stata necessaria una risposta in corrispondenza dei bilanci politici e comunicativi difesi dal paese e inclusi nei suoi documenti rettori, tra cui la Costituzione della Repubblica e la Politica di Comunicazione dello Stato e del Governo.

Invece, c’è stato addirittura un episodio altrettanto riprovevole: un altro incendio in parallelo, a una trentina di chilometri dalla città di Holguín, in piena vista di tutti gli abitanti della città e in cima a uno degli emblematici rilievi che la circondano, non ha ricevuto spiegazioni pubbliche da funzionari locali, nonostante l’insistenza della stampa.

La cosa più deplorevole è che, insieme a coloro che hanno il compito di garantire il diritto dei cittadini a un’informazione veritiera e obiettiva, hanno optato per un silenzio irresponsabile. Nei social network sono state attivate le teorie più disparate, come è già comune in questa difficile era di convergenza. Gli abitanti di Moa, ad esempio, hanno ipotizzato che il fumo e la cenere che li hanno raggiunti provenissero dall’esposizione del vulcano La Soufriere, a Saint Vincent e Grenadine.

Di fronte a catastrofi naturali come queste e con altre caratteristiche, dobbiamo onorare l’opportunità, la veridicità e l’accuratezza richieste nell’informazione al pubblico dal generale dell’esercito Raúl Castro, dopo una visita per valutare, nel 2010, le conseguenze del terremoto più forte dagli anni Cinquanta, collegato ad un altro di grande intensità ad Haiti, che ha scosso gran parte della zona orientale e ha causato danni alle abitazioni e alle strutture sanitarie.

Se la reazione al recente incendio costituisse un esempio isolato e non la conseguenza di un anti-cultura comunicativa, ereditata dalle condizioni di persecuzione e aggressione al paese e dall’appropriazione di modelli giornalistici estranei al nostro contesto, non sarebbe poi così preoccupante.  Anche nel trattamento informativo dell’epidemia della COVID-19, che il governo nazionale difende con i principi della trasparenza più assoluta, si verificano silenzi inutili quando si verificano eventi di trasmissione in istituzioni sensibili che tutti condividono tranne i media pubblici.

La cosa più triste è che i propagatori di un silenzio assurdo forse ignorano che alimentano fiamme politicamente più devastanti: il discredito del sistema delle istituzioni pubbliche del paese, qualcosa che è diventato la principale linea di attacco del martellamento dei media controrivoluzionari.

Se le istituzioni tacciono e, di conseguenza, c’è il silenzio dei mass media, o non reagiscono adeguatamente alla segretezza e al mutismo, assisteremo a una doppia devastazione: il discredito combinato delle istituzioni e dei media pubblici.

Quella che potrebbe essere un’enorme forza del nostro sistema politico – la coltivazione di un rapporto nuovo e trasparente tra i due, data la loro natura pubblica e le loro responsabilità condivise – potrebbe quindi diventare una seria minaccia contro l’autorità di entrambi i fronti e che rischia compromettere l’irreversibilità della Rivoluzione.
È già stato più volte sottolineato che in uno scenario di infocomunicazione in cui opportunità e minacce si uniscono in parti uguali, soprattutto nella guerra di quarta generazione a cui è sottoposto il paese, la pietra preziosa del nostro giornalismo è nella credibilità, nel rispetto e nell’ascendenza che il sistema dei media vinca davanti al popolo.

I tempi in cui questo sistema deteneva l’egemonia delle influenze hanno lasciato il posto a un ecosistema straordinariamente poroso e permeabile, con una molteplicità di audience sparse su diverse piattaforme delle reti, che rendono sempre più rilevante l’ascesa del sistema dei media pubblici, che dipende dal rispetto di rigorosi principi di veridicità e trasparenza.
Nell’era della convergenza non basta avere un sistema mediatico pubblico potente e ben strutturato, cosa che può essere completata solo se ha un’influenza pubblica molto alta e decisa, garantita solo da un’elevata credibilità.

Come abbiamo insistito nella celebrazione dei 35 anni dell’Editoriale Pablo de la Torriente, con le virtù che alcuni dimenticano e i difetti che tutti riconosciamo e cerchiamo di superare – affrontata nell’8º Congresso del Partito: non possiamo ignorare che l’ambizione che si cela dietro certi particolari e sistemici tentativi di linciaggio della stampa è quella di privare la Rivoluzione di questo formidabile costruttore di consenso, di questa barriera speciale contro il caos, l’infezione, l’odio e la manipolazione.

Di fronte alla minaccia di simili falò, che senso avrebbe continuare a giocare con il fuoco del silenzio e della segretezza?

di Ricardo Ronquillo, presidente dell’Unione dei Giornalisti di Cuba

tratto da Cubaperiodistas/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Moira Millán denuncia il terricidio in Argentina

Cubadebate (italiano) - Ven, 30/04/2021 - 23:47
Moira Millan

Moira Millan

Moira Millán ha sofferto da anni persecuzioni, minacce e il dolore di vedere il suo popolo massacrato, ma questa mapuche argentina non si è fermata e ha continuato a lottare per le popolazioni originarie.

A 50 anni, questa weychafe (guerriera), una delle leader del Movimento delle Donne Indigene per il Buon Vivere, ha viaggiato per il paese da un capo all’altro combattendo per le sue sorelle, di fronte al terricidio e al costante femminicidio di coloro che sono vittime di pratiche aberranti in questo XXI secolo.

In mezzo alla pandemia, l’offensiva continua e dal 14 marzo, Giornata Mondiale di Lotta contro le Dighe, lei e le sue sorelle hanno intrapreso una marcia da nord a sud del paese -per denunciare il terricidio come un crimine contro l’umanità e contro la natura- , che sperano di concludere a Buenos Aires il 25 maggio.

Tutto è iniziato nel 2013, racconta Millán in un’intervista esclusiva a Prensa Latina, che nel settembre di quell’anno partì per Ushuaia, la città più a sud dell’Argentina, per conoscere a fondo cosa stava succedendo con le donne mapuche e di altre varie etnie.

“Ad arrivare in ogni territorio, loro stesse, da varie comunità, sono venute a parlarmi dei loro problemi. Nel 2015 abbiamo realizzato una prima grande marcia delle donne indigene per il buon vivere, abbiamo presentato un disegno di legge alla nazione e ci siamo organizzate come movimento. Oggi siamo 500 delle 36 nazioni, dice.

Questa donna, che viene continuamente minacciata con frasi di odio, racconta che quando ha iniziato a ripercorrere il suo cammino attraverso Argentina era solo un sogno poter riunire le sue compagne in un movimento, e non aveva mai immaginato che sarebbe cresciuto così tanto.

STORIE EMOZIONANTI

Lì, in quella marcia, ha conosciuto storie strazianti, alcune che aveva vissuto in carne propria e una in particolare per la quale oggi tutti si battono, la nefanda pratica del “chineo”, un nome che all’epoca i creoli davano alle aborigene ragazze o adolescenti per i loro occhi a mandorla.

È abominevole. I creoli di un certo potere sociale ed economico scelgono ragazze tra gli otto e i 10 anni per violentarle, lo vivono come un rito di iniziazione, le bambine spesso muoiono a causa di queste violazioni, che a volte sono di gruppo, altre volte si suicidano, dice Millán. La situazione è ancora più dolorosa quando quelle bambine rimangono incinte.

“Questo purtroppo ha il consenso complice della comunità, tacciono, gli stupratori sono spesso politici, commercianti, personaggi illustri del paese e risarciscono le famiglie della vittima con una mucca o del cibo, ci sono stati addirittura casi che in cambio hanno dato un lavoro al padre”, denuncia la leader mapuche.

Millán si riferisce al caso di uno stupro di gruppo di una ragazza di 12 anni nel Chaco di Salta (nel nord-ovest dell’Argentina) e a questo hanno aggiunto l’obbligo di ingerire birra con pezzi di vetro. “Ci sono situazioni di stupro con oggetti, crudeltà sui loro piccoli corpi, mutilazione del seno, quello che succede è terribile”.

“Si passa attraverso il razzismo imperante, l’indifferenza sociale, l’indolenza di un’intera società che presume che i piccoli corpi di ragazze e donne indigene siano usa e getta, che la vita indigena non abbia valore, si svaluta”, dice uno dei volti più visibili della lotta delle donne native in questa nazione meridionale.

CONTRO IL TERRICIDIO

Insieme a questa battaglia, ne ha condotta anche un’altra, contro il terricidio, un concetto, esprime, che io personalmente ho costruito e che è accettato dal movimento delle donne indigene.

Siamo riusciti ad ottenere che si consideri un concetto che contribuisce a costruire una categoria penale, il terricidio come crimine contro la natura e contro l’umanità. È l’azione di uccidere i tre sistemi di vita che riconosciamo come popolazioni indigene: il mondo tangibile, il mondo percettibile e quello dei popoli, spiega.

L’assassinio dell’ecosistema, tangibile; il percettibile sarebbero i luoghi sacri, dove c’è un ecosistema spirituale, che rigenera il cerchio della vita, il latifondo ad esempio è una forma di terricidio, sottolinea.

I proprietari terrieri recintano i luoghi sacri dove dialogavamo con la natura per rafforzare il legame della vita. Oggi, osserva, è impossibile perché sono nelle loro mani. “Nel caso del sistema di vita dei popoli originari, è una struttura culturale che può contribuire a creare una matrice di civiltà”.

Millán esemplifica come le società multinazionali siano sparse in tutti i territori, accaparrandosi migliaia di ettari di terra, come nel caso dell’italiano Luciano Benetton, che ha usurpato circa un milione di ettari nella Patagonia ricca di minerali.

Parte di questi territori ricade nel bacino di interesse degli idrocarburi e la maggior parte dei latifondisti si insedia in luoghi dove c’è molta acqua dolce, minerali e petrolio.

“Le multinazionali godono della totale impunità, distruggono la vita dei territori, violano tutti i tipi di diritti dei popoli indigeni con la complicità dei diversi governi che si sono succeduti nello stato”, sottolinea.

RICONOSCIMENTO DELLA PLURINAZIONALITÀ

Dopo aver sottolineato che è molto complesso rivendicare diritti contro uno stato storicamente razzista, Millán chiede, a nome del movimento che lei e altri connazionali dirigono, il riconoscimento dell’autodeterminazione dei popoli, dei territori e della plurinazionalità dei territori.

Che lo Stato assuma una verità categorica, che non esiste un’egemonia cittadina, ma molte nazioni che sopravvivono nello stesso territorio. Siamo soggetti alla regolamentazione e all’omogeneizzazione della visione di un modello di paese con cui non siamo d’accordo, estrattivista, inquinante, predatore, che non rispetta la vita, dice.

Millán si batte oggi per il riconoscimento di alcuni territori dove c’erano popoli indigeni che, indica, mantengono in vigore le loro tradizioni. “Abbiamo il diritto di definire politiche in relazione alla nostra visione di popolo, nella salute, nella comunicazione, nei trasporti e nella produzione alimentare, nel modello educativo”.

Vorremmo anche che i diritti linguistici venissero rispettati per comprenderci a vicenda, aggiunge. A una domanda su cosa significhi vivere tra paura e forza mentre si difende un popolo massacrato da secoli, fa notare che entrambi i sentimenti si alimentano a vicenda.

“La paura è vinta dal desiderio di garantire la vita, di sognare un mondo migliore e di costruire un nuovo pane di solidarietà, giusto ed equo, con cui nutrire i sogni dei popoli verso l’autodeterminazione”.

Per Millán è molto importante non tacere, riferire, cercare di costruire ed elaborare proposte. Non possiamo aspettare condizioni miracolose per poterlo fare perché sono passati secoli e secoli di crimini contro di noi, di espropriazione, impoverimento, riduzione del territorio, afferma.

Bisogna usare molto coraggio per poter proporre quello che vogliamo, dove vogliamo andare, costa molto perché abbiamo l’incuria, la persecuzione, il silenzio maschilista di settori di potere nefasti, ma anche a volte dei mariti, delle autorità comunitarie, denuncia.

Al di là dell’accusa e dei messaggi odiosi, Millán afferma che continuerà a combattere con lo spirito weychafe che vive in lei e la fratellanza tra i suoi compagni di tutti i popoli, che a volte, dice, soffrono più di me.

Agli estrattivisti manda un messaggio: state attenti perché i vostri giorni da terricidi stanno per finire. “La terra nel suo movimento tellurico sta risvegliando le donne e i popoli del mondo per dire basta. Confido in quella forza della terra per porre fine a tanta morte”.

Infine, aggiunge che i popoli indigeni devono continuare a rivendicare i propri diritti alla spiritualità e alla costruzione di una nuova matrice di civiltà per questo pianeta che ne ha bisogno in tempi di così tanta crisi.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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Cambiamenti a Cuba

Cubadebate (italiano) - Ven, 30/04/2021 - 00:03
Raul nella Piazza della Rivoluzione

Raul nella Piazza della Rivoluzione

Ricordo gli epitaffi scritti in anticipo 30 anni fa. Mentre l’URSS si sgretolava, i saggi della tribù predissero che Cuba non avrebbe resistito senza l’oro di Mosca né avrebbe potuto sopportare l’entropia del “socialismo reale” con l’ulteriore pressione degli Stati Uniti. “Con la pala alzata, aspettano i becchini”, scriveva nel 1992 l’uruguaiano Eduardo Galeano.

Molti assicuravano che, poiché ogni rivoluzione di solito inizia e finisce con colpi di cannone, il meglio che potesse accadere a quella cubana era che Fidel Castro si arrendesse in anticipo per diminuire i morti. Il quotidiano spagnolo El País, ha esortato La Moncloa ad aiutare l’ipotetico governo de L’Avana che ne sarebbe derivato, “per la sua integrazione nella comunità occidentale, a cui Cuba appartiene per storia e per diritto proprio; cercando così di alleviare le conseguenze di una transizione travagliata ed evitando i toni violenti di odio e vendetta che si potrebbero manifestare ”.

Insulto a parte – quello della nostra rinuncia a essere occidentali – hanno dovuto aspettare tre decenni prima che avvenga quella che alcuni chiamano la transizione, senza il risultato tanto atteso. La cosiddetta “generazione storica”, quella dei “barbudos” della Sierra Maestra, si è limitata pochi giorni fa a lasciare gli incarichi politici che occupavano, senza conseguenze se non il lungo applauso dato dai delegati e ospiti all’8º Congresso del Partito Comunista di Cuba, in un gesto di gratitudine. “Nulla mi obbliga a questa decisione, ma credo ardentemente nella forza e nel valore dell’esempio e nella comprensione dei miei compatrioti e che nessuno ne dubiti, finché vivo sarò pronto, con il piede nella staffa, a difendere la Patria, la Rivoluzione e il Socialismo”, ha detto Raúl Castro il 16 aprile, annunciando che stava terminando il suo mandato come Primo Segretario dell’organizzazione del partito.

Nessuna violenza, nessun odio, nessuna vendetta. Quando si tratta di Cuba, la storia ha calpestato gli iettatori che predicevano un Muro di Berlino tropicale. Raúl Castro dice addio parlando non solo di socialismo, ma della necessità di reinventarlo e di essere disposto ad applicare correzioni ed esperimenti. Il presidente Miguel Díaz-Canel, che gli succede, aggiunge che è necessario connettersi con la società e rafforzare una democrazia con il cognome socialista, “legata alla giustizia e all’equità sociale, al pieno esercizio dei diritti umani, alla rappresentanza e partecipazione effettiva della società nei processi economici e sociali in atto … Tutto questo in un ambiente sempre più libero dai pesi della burocrazia, dell’eccessivo centralismo e dell’inefficienza”.

Si tratta sicuramente di costruire un nuovo edificio sulle fondamenta di un impegno storico esemplare, anche se chi ha passato la vita a presagire il fallimento della Rivoluzione cubana non lo vuole ammettere. Quando la battezzò, Fidel Castro la descrisse come socialista, democratica, degli umili, con gli umili e per gli umili. Non era una frase retorica. Lo disse per strada, davanti a una folla di persone armate e determinate a combattere un’invasione da parte del governo degli Stati Uniti e dei suoi mercenari, il 16 aprile 1961. Come riconosciuto dallo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, il peggio di Cuba non è stato il fatto di essere sola, la cosa peggiore è stata essere circondata, anche se con la chiaroveggenza di scommettere sul socialismo, senza le malformazioni politiche ed economiche dell’Europa intramurale.

A proposito, un grande teorico marxista, Francisco Fernández Buey, ha classificato come “politici ipocriti” coloro che hanno impedito la costruzione del socialismo in Europa dell’Est e in seguito si sono lamentati che si sia sviluppata una mostruosità. E aggiunge: “In un tale contesto, il discorso coraggioso di Castro ha per me il valore della coerenza morale … L’unico modo per sapere se Cuba sarebbe potuta diventare socialista nel senso originario del termine, o se lo può ancora diventare, è pensare nell’ipotesi se gli fosse stato permesso ciò che la maggior parte delle persone voleva quando ha fatto la rivoluzione. Ma sappiamo che non glielo hanno lasciato fare, né glielo lasciano fare”.

E poi l’era “post-Castro” è arrivata senza i cataclismi annunciati. Il rinnovamento avviene da anni davanti agli occhi del mondo, con pazienza e tattiche astute che hanno contribuito a sgrovigliare le qualità e le capacità della gente comune. Non è solo che i guerriglieri non sono più nominalmente nel Partito che ha condotto la politica nazionale, ma che la generazione che dirige il destino del Paese è nata dopo il 1959 e si esprime anche in termini femminili. L’età media dei suoi leader è ora di 42,5 anni. Il 54,2% di coloro che ricoprono responsabilità sono donne e il 47,7%, afroamericani e mulatti. Sono 75 le prime segretarie dei comitati comunali e distrettuali (42%). L’intera struttura del potere politico e governativo è cambiata, ma non il suo cammino.

La vera scommessa per Cuba non è cambiare, ma dare un senso a quella parola e continuare a navigare in una situazione di continua emergenza. I becchini si stancheranno di alzare la pala?
di Rosa Miriam Elizalde

da La Jornada/Cuabadebate

traduzione Ida Garberi

foto: Ismael Francisco/Cubadebate

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Biden e l’ombra del New Deal

Altrenotizie.org - Gio, 29/04/2021 - 19:49

Il discorso del presidente Biden al Congresso nella serata di mercoledì ha segnato il traguardo dei primi 100 giorni alla Casa Bianca con una serie di promesse che in molti hanno salutato come il lancio di una nuova era progressista negli Stati Uniti. Le evocazioni del “New Deal” rooseveltiano o della “Great Society” di Lyndon Johnson si sono sprecate soprattutto sui media liberal, ma le somiglianze con questi storici programmi sociali, già di per sé tutt’altro che rivoluzionari, appaiono decisamente fuori luogo, anche nell’improbabile eventualità che tutte le promesse di Biden venissero mantenute.

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La risposta martiana di uno schiavo

Cubadebate (italiano) - Gio, 29/04/2021 - 02:03

kenia__-580x399Un libello anti-cubano riproduce una notizia di un giornale di Las Tunas su un medico di quella provincia, specialista in chirurgia ricostruttiva e plastica, che attualmente presta i suoi servizi a Kisii, nella Repubblica del Kenya.

Con l’abituale gestione di un vocabolario ripetitivo e consumato per essere inerte, racconta la sorpresa del medico quando ha visto nella lista dei pazienti un bambino chiamato Fidel Castro. Non è sicuramente l’unico in Kenya né nel mondo, in realtà in Guatemala già 20 anni fa c’era un bimbo col nome completo del Comandante, seguito dai suoi sonori cognomi maya. Indipendentemente dalle menzogne con cui si pretende giustificare la supposta ignoranza ed ingenuità della madre, la cosa più importante che riflette è l’impotenza davanti ad una realtà ben conosciuta: i popoli sanno istintivamente dove si trova la verità.

Nel mare di indecenze e menzogne in cui naviga la stampa dipendente anti-cubana, e credo non si possa usare la parola giornalismo, questa sarebbe una goccia in più senza alveo, perché si è riferita al Dr. Alberto Felipe Rignack Vaz, che si trova “in missione schiava in Kenya”.

E vale la pena ricordare, perché è un fatto innegabile, che la zona di Kisii conta per la prima volta nella sua storia con un chirurgo plastico, che non è lì per soddisfare capricci estetici di persone ricche, bensì per risolvere seri problemi di pazienti, soprattutto bambini, a cui malattie o incidenti hanno trasformato i loro corpi e la loro vita e senza la presenza del medico cubano, in un ospedale pubblico lontano dalla capitale, non avrebbero potuto migliorare o curare le loro lesioni.

Il Ceco, come gli dicono tutti a Las Tunas ed a Cuba, si è trasformato in una leggenda nei quasi tre anni di lavoro in Kenia. Si è guadagnato il rispetto dei suoi colleghi e delle autorità e soprattutto quello dei suoi pazienti, che l’adorano.

Il giorno che ha saputo della dichiarazione infelice sul suo lavoro, da una la notizia del suo giornale provinciale, aveva salvato la vita ad un piccolo bambino keniano. Ha risposto con un astuto proverbio che ripeteva sua nonna e che comincia con la frase “alla sansa poco caso…” e, siccome lui ha deciso di condividere la sua sorte coi poveri di questa terra, in seguito ha ricordato l’allegria incommensurabile della madre del bimbo salvato ed ha detto, dalla sua più profonda convinzione martiana, che quell’enorme sorriso grato della genitrice “mi compiace più che il mare.”

testo e foto Dr. Damodar Peña Pentón, capo della Brigata Medica Cubana in Kenia

traduzione di Ida Garberi

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Israele: “democrazia” e apartheid

Altrenotizie.org - Mer, 28/04/2021 - 20:00

Human Rights Watch (HRW) è stata questa settimana l’ultima organizzazione a difesa dei diritti umani a definire quello imposto da Israele alla popolazione palestinese un regime di apartheid. Il durissimo giudizio della ONG con sede a New York ha sollevato come previsto un polverone, ma la definizione appare ineccepibile ai termini del diritto internazionale e descrive oggettivamente la realtà creata dall’unica presunta democrazia in Medio Oriente. Soprattutto, il rapporto di HRW demolisce ancora una volta la menzogna della natura “temporanea” delle restrizioni, delle discriminazioni e dei crimini in generale commessi quotidianamente contro i palestinesi da Israele nel nome della “sicurezza” e della lotta al “terrorismo”.

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“Abbasso il bloqueo”: Italia aderisce alla rivendicazione globale

Cubadebate (italiano) - Lun, 26/04/2021 - 23:30
Conaci Venezia

Conaci Venezia

Poiché il bloqueo degli Stati Uniti contro Cuba è anche un virus che deve essere eliminato, gli amici dell’isola in geografie dissimili del mondo hanno partecipato ad una nuova carovana globale a sostegno della maggiore delle Antille e nella condanna del genocidio unilaterale, assedio che, da quasi sei decenni, danneggia il popolo cubano in tutti gli ambiti della sua vita.

Alla pandemia di odio viscerale verso Cuba, molti paesi hanno risposto con un vaccino internazionale, la cui efficacia non è solo dimostrata dai numeri, ma anche nella forza delle sue azioni e nella forza del suo messaggio: il vaccino solidale.

A Roma e in altre città d’Italia si è sentito il reclamo contro il bloqueo imposto dagli Stati Uniti contro l’isola, i cubani residenti in quel paese e gli italiani si sono uniti alla carovana mondiale convocata questo fine settimana.

Dal suo profilo Twitter, la Coordinatrice Nazionale dei Residenti Cubani in Italia (CONACI) pubblica immagini che dimostrano il rifiuto di questa politica unilaterale.

Ad esempio un’immagine simbolica è quella dal Ponte di Rialto, nella romantica Venezia, dove si intreccia un Puente de Amor, un ponte per il popolo cubano, un ponte contro l’odio: NoMásBloqueo.

Da Torino risponde all’appello di CONACI per un Puente de Amor tra Cuba ed i cubani verso il mondo l’AICEC – Agenzia per l’Interscambio Culturale ed Economico con Cuba, con il suo presidente Michele Curto.

da Cubadebate

traduzione Ida Garberi

Conaci Roma

Conaci Roma

AICEC Torino

AICEC Torino

Ass. Amicizia Italia Cuba

Ass. Amicizia Italia Cuba

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Festa della liberazione italiana contro il fascismo: 76 anni di una vittoria

Cubadebate (italiano) - Lun, 26/04/2021 - 22:44
Stefania Bonaldi

Stefania Bonaldi

L’Italia ha commemorato questo 25 aprile il 76° anniversario della liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. Come nel 2020, la pandemia ha impedito la celebrazione di questa emblematica festa nazionale come molti avrebbero voluto. Perché non è una festa qualsiasi: è il Giorno della Liberazione.

E in difesa di quella libertà, molte famiglie hanno perso la vita, a un prezzo altissimo. La vittoria di 76 anni fa è una pagina orgogliosa della storia d’Italia, così come lo è oggi nei paesi che hanno dovuto subire le atrocità fasciste.

Stefania Bonaldi, sindaca di Crema – in Lombardia – ha condiviso sul suo account Facebook il suo discorso per la festa nazionale: “Capire lo spirito del 25 aprile diventa sempre più complicato, più ci si allontana dal giorno nel quale è scaturito”.
“Questo è il secondo 25 aprile di pandemia, il secondo anno in cui cerchiamo la liberazione dalla COVID-19, durante il quale abbiamo sperimentato una forma di oppressione sconosciuta e minacciosa ma nello stesso tempo, un pò come i resistenti di allora, abbiamo esercitato il coraggio e il diritto di opporci, giungendo quasi alla meta”. E ha aggiunto: “Manca un piccolo pezzo di strada, lo percorriamo spronati anche dagli esempi dei resistenti di allora”.

Al fattore sociale che impone necessariamente questa data per scoprire le sfide attuali, Bonaldi ha portato nel dibattito i temi chiave: “Ogni tre giorni viene uccisa una donna, vittima di una cultura non ancora raggiunta dai valori della Liberazione, una cultura violenta e misogina, alimentata da megafoni insospettabili, compreso il garante di un movimento politico nazionale che minimizza le gesta di un piccolo branco, lasciando filtrare ignobili allusioni sulla vittima dello stesso”. Di seguito ha avvertito: “la politica troppo spesso diventa veicolo di violenza culturale, dalla quale scaturisce quella che viola i diritti dei più esposti”. “Cos’è, se non violenza, l’intollerabile balletto di distinguo intorno al disegno di legge Zan, sulla tutela dei diritti, primo tra tutti quello all’incolumità, delle persone omosessuali. Che possono unirsi civilmente, ma ancora devono mendicare il proprio diritto alla genitorialità e quello dei loro figli a vedere riconosciuti dalle Istituzioni i propri legami affettivi. Un tradimento dello spirito e della lettera della Costituzione”.

L’alta funzionaria di Crema – proprio dove i medici cubani hanno combattuto in zona rossa contro la COVID-19, insieme a medici e tecnici italiani – ha anche esortato: “Il 25 aprile, apra la sua tutela anche sulla vita di tutte le creature del Pianeta, piccole e grandi, nella consapevolezza che i diritti di una specie non interferiscono con quelli di un’altra”.

Secondo Bonaldi, siamo ancora in trincea nel 2021, anche quando la guerra sta volgendo al termine: “la vera vittoria però sarebbe un cambiamento del cuore e della cultura, un cambiamento capace di aprire i nostri occhi sulla vita degli altri e di renderla immagine preziosa quanto la nostra, assetata di rispetto e di diritti quanto lo siamo noi. Proviamoci.
E sia buona Liberazione a tutte e tutti!”.

di Sheyla Delgado Guerra di Silvestrelli

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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COVID-19: la variante sudafricana del SARS-CoV-2 aumenta a Cuba

Cubadebate (italiano) - Mer, 21/04/2021 - 23:24

terapia-intensiva-covid-580x324Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha avvertito oggi su Twitter che gli scientifici cubani hanno stabilito che la presenza della variante sudafricana del virus SARS-CoV-2 è in crescita nel paese.

Ha avvertito che “l’arrivo nel paese di nuovi ceppi del virus ci costringe ad adeguare i nostri protocolli, aggiungendo che si tratta di una variante più contagiosa e letale se non siamo più tempestivi nel trattamento”.

“L’arrivo nel paese di nuovi ceppi del virus ci costringe ad adeguare i nostri protocolli. Gli scienziati hanno stabilito che la presenza della variante scoperta in Sudafrica è in aumento, il ceppo è più contagioso e letale se non siamo più tempestivi nel trattamento ”, ha twittato.

In un’altra comunicazione sul social network, Díaz-Canel ha sottolineato che nello scambio tenuto questo martedì con gli intensivisti che affrontano l’epidemia, sono state rese note le complessità dei pazienti della COVID-19 gravi e critici; inoltre, ha riferito che sono state valutate misure per rafforzare le unità di terapia intensiva nel paese.

Ci hanno informato della necessità che le persone vadano dal medico in caso dei primi sintomi. Il tempo è vita, ha sottolineato il presidente.

Il sito web della Presidenza di Cuba ha evidenziato oggi che ulteriori misure clinico-epidemiologiche per contenere la mortalità dalla COVID-19 a Cuba sono state presentate durante l’incontro settimanale tra la leadership del paese ed esperti e scientifici cubani.

Il ministro della sanità pubblica, José Ángel Portal, ha spiegato che l’intensificazione delle azioni è il risultato di scambi sistematici con specialisti dei centri ospedalieri, in particolare quelli nelle sale di terapia intensiva.

È emerso che tra le cause e le condizioni che influenzano l’aumento di morbilità e mortalità della COVID-19 a Cuba vi sono l’elevata incidenza della malattia e il conseguente aumento dei casi gravi e critici.

Altre cause sono associate al fatto che i pazienti vengono ricoverati con patologie di base scompensate o che si scompensano nell’ambito del decorso della malattia, complicando la gestione clinica; inoltre esiste l’accelerazione nella transizione da malattia lieve a malattia grave/critica fino al decesso, in brevi periodi di evoluzione.

da ACN/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Twitter/@DIAZCANELB

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Al “Grazie, Cuba” degli italiani, l’Isola risponde: “Gracias, Italia”

Cubadebate (italiano) - Mer, 21/04/2021 - 22:59
Marco Papacci

Marco Papacci

Il 23 aprile si celebrano sei decenni di solidarietà, scritti nelle vene di un’organizzazione. Il ponte è disegnato, oceano in mezzo, tra Cuba e Italia. E lo fa per ringraziare, per i suoi primi 60 anni di vita, l’organizzazione europea che riunisce, sotto il calore dello stesso abbraccio, queste due nazioni: l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

Cubadebate ha anticipato la data, perché la solidarietà si scrive ogni giorno. È vissuta, costruita e difesa a tutte le ore.

Indipendentemente da quanto tardi fosse questo martedì per l’ora locale a Roma, Marco Papacci, grande amico di Cuba e attuale presidente di quell’organizzazione di solidarietà con l’Isola, ha accolto la richiesta di Cubadebate di raccontare, in poche parole, sei decenni di amore, questa strada costruita su entrambi i lati di un ponte di affetti dove i confini geografici sono sfumati.

Ecco come riassume Marco:

“All’inizio lo scopo era soprattutto quello di difendere la Rivoluzione Cubana, poiché in Italia, allora come oggi, ci sono sempre stati governi subordinati ai dettami degli Stati Uniti. Inoltre, lo sviluppo della conoscenza della realtà e della cultura cubana serviva a rafforzare l’amicizia tra i due popoli. Molti giovani hanno partecipato alle brigate di volontariato a Cuba organizzate dall’ICAP e questo è continuato fino ai primi anni 1990. Con la scomparsa del campo socialista, il ‘periodo speciale’ è arrivato a Cuba e, mentre è stata mantenuta la solidarietà politica, abbiamo sviluppato la solidarietà ‘materiale’, finanziamenti di progetti e invio di donazioni di ogni genere”.

“Coloro che pensavano che – con la disintegrazione del campo socialista – Cuba sarebbe scomparsa e, di conseguenza, anche coloro che simpatizzavano per la Rivoluzione, si sbagliavano di grosso. La realtà era molto diversa e, 30 anni dopo, dagli anni ’90, il risultato è lì sotto gli occhi di tutti: Cuba ha continuato ad esistere e resistere, e l’Associazione ha continuato con la sua attività di solidarietà”.

“La scelta di quel lontano 1961 è la stessa di quella di oggi. Non siamo mai tornati indietro e il nostro compito in questo 60° anniversario è continuare a lavorare per portare avanti e difendere i principi e gli ideali della Rivoluzione Cubana in cui crediamo, e lottare contro tutte le ingiustizie e per un mondo migliore”.

60 anni di solidarietà con la Rivoluzione Cubana: il messaggio di forza e di fede dall’Italia

Celebriamo i 60 anni dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba e la vittoria di Playa Girón. Saranno presenti importanti ospiti provenienti da Cuba e dall’Italia. Sessant’anni fa, indignati dai continui e violenti attacchi contro la giovane Rivoluzione Cubana, un gruppo di persone fondò l’Associazione Nazionale dell’Amicizia Italia-Cuba.

È stata una scelta sul campo precisa e determinata, che ancora oggi ci rende orgogliosi. Sono passati sei decenni da quel fatidico 1961, un lungo periodo in cui la nostra Associazione non si è fermata un solo momento di lottare al fianco del popolo cubano. Abbiamo alle spalle una storia lunga e coraggiosa, ma ne affrontiamo una più lunga e ricca, piena di possibilità e successi. Non è stato facile arrivare qui, e giungere con lo stesso spirito che ha caratterizzato i giorni della nostra fondazione è per noi motivo di soddisfazione e fiducia nel futuro.

Per questo festeggiamo con orgoglio questi primi 60 anni con la certezza del valore dei nostri principi e con la forza del nostro impegno che non smetteremo mai di dare a Cuba.

***

Ricordo poi il cartellone che si poteva leggere nelle foto, quando i nostri medici tornavano dall’Italia, dopo aver affrontato insieme agli operatori sanitari una lotta per la vita, contro la pandemia: “Grazie, Cuba”. Quindi, non ho potuto fare a meno di scrivere l’altro, quello che è stato scritto in questa parte del pianeta dalla gratitudine dei cubani e delle cubane che non dimenticano mai i loro fratelli. Qua, il cartello, non ancora fotografato ma contundente, ricambia adesso il gesto: “Gracias, Italia”.

di Sheyla Delgado Guerra Di Silvestrelli/Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Morte Déby, Parigi trema

Altrenotizie.org - Mer, 21/04/2021 - 20:34

Al consumatore medio di notizie di politica estera il nome del presidente del Ciad, Idriss Déby, dice probabilmente poco o nulla. Lo stesso paese del Sahel africano trova di rado un qualche spazio sui principali media in Occidente. La morte improvvisa e inaspettata dell’uomo forte di N’Djamena nella giornata di martedì rappresenta però un evento di estremo rilievo. Un decesso potenzialmente in grado di destabilizzare ancora di più una regione già messa in crisi dall’intervento militare delle potenze straniere che avevano orchestrato il caos in Libia, a cominciare dalla Francia, dei cui interessi strategici Déby è stato per tre decenni il fidatissimo protettore.

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