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Aggiornato: 2 ore 17 sec fa

Fisco USA, la controriforma di Trump

Gio, 16/11/2017 - 21:54

La “riforma” del fisco americano studiata dal presidente Tump e dalla maggioranza repubblicana al Congresso ha superato giovedì il primo ostacolo legislativo di un percorso che si presenta comunque ancora piuttosto complicato. Il pacchetto di misure in discussione negli Stati Uniti è in sostanza un nuovo gigantesco regalo alle grandi aziende e ai redditi più alti che, oltretutto, farà salire vertiginosamente un debito pubblico già a livelli stratosferici.

 

Al momento ci sono due versioni all’attenzione del Congresso di Washington. La prima è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti nella giornata di giovedì e la seconda, con alcuni importanti differenze, si trova al Senato, dove i leader repubblicani, nella migliore delle ipotesi, sperano in un voto dopo il giorno del Ringraziamento, che cade quest’anno il 23 novembre. In presenza di due testi diversi approvati da Camera e Senato, sarà necessario giungere a una versione unica che dovrà essere nuovamente approvata senza variazioni da entrambi i rami del Congresso.

 

I punti principali della “riforma” confermano come essa sia una vera e propria lista dei desideri delle classi più agiate. L’aliquota nominale applicata alle corporations, per esempio, dovrebbe essere abbassata dal 35% al 20%, nonostante già oggi, grazie a espedienti consentiti dalla legislazione esistente, le grandi compagnie americane paghino effettivamente solo una frazione del carico fiscale che dovrebbe gravare su di loro.

 

A scendere sarà anche l’aliquota più alta relativa alla tassa sui redditi delle persone fisiche, mentre verrà eliminata la cosiddetta “Alternative Minimum Tax”, che grava anch’essa in gran parte su determinate imprese e contribuenti benestanti, e ridotta drasticamente la tassa di successione sulle grandi ricchezze.

 

Secondo varie analisi, il carico fiscale per classe media e lavoratori rimarrà sostanzialmente invariato o risulterà addirittura superiore a quello attuale. In alcuni casi, per le fasce più basse dei contribuenti le tasse potrebbero scendere, anche se in maniera decisamente trascurabile. Un’analisi sommaria degli effetti della nuova legge pubblicata dal New York Times spiega ad esempio come un contribuente con reddito tra i 30 e i 50 mila dollari potrebbe risparmiare annualmente poco più di 600 dollari, mentre con entrate al di sopra dei 500 mila si pagherebbero meno tasse per quasi 30 mila dollari.

 

Nonostante l’innegabile orientamento di classe, la legislazione continua a essere presentata dalla Casa Bianca e dai vertici del Partito Repubblicano come se dovesse rappresentare un enorme beneficio per tutti gli americani, sia in maniera diretta, con l’abbassamento delle tasse, sia in maniera indiretta, grazie all’improbabile impulso che darebbe alle attività economiche e industriali.

 

La “rivoluzione” del sistema fiscale americano viene vista in primo luogo come un necessario successo legislativo per l’amministrazione Trump e i repubblicani, soprattutto dopo i ripetuti flop nel tentativo di cancellare la riforma sanitaria di Obama (“Obamacare”).

 

Al Senato sono però da tempo evidenti gli stenti della maggioranza nel mettere assieme i 50 voti necessari all’approvazione. I repubblicani dispongono di 52 seggi su 100 nella camera alta del Congresso e possono permettersi solo due defezioni, dando per scontato il voto contrario compatto dei democratici. In caso di pareggio, sarebbe il vice-presidente Mike Pence a fare da ago della bilancia, ovviamente a favore del provvedimento.

 

Nelle ultime ore sono emersi in maniera ufficiale i primi malumori in casa repubblicana. Il senatore conservatore Ron Johnson del Wisconsin ha detto di essere contrario sia alla versione della Camera sia a quella del Senato, ufficialmente perché le misure previste favoriscono le corporations a spese delle piccole imprese. In realtà, anche “hedge funds”, imprese immobiliari e altre grandi aziende potrebbero essere molto relativamente penalizzate, o favorite in maniera insufficiente, da alcune norme contenute nella “riforma”.

 

L’altro possibile voto repubblicano contrario è quello della senatrice moderata del Maine, Susan Collins. Quest’ultima ha criticato la recente decisione della leadership del suo partito di inserire nella legge sul fisco una misura che riguarda “Obamacare”, cioè l’abrogazione del cosiddetto “obbligo individuale” di acquisto di una polizza sanitaria privata.

 

Questa prescrizione rappresenta uno dei cardini della riforma sanitaria in vigore dal 2010 negli USA, poiché consente di allargare il numero degli assicurati, garantendo così alle compagnie private il mantenimento di livelli di profitto adeguati alla luce del divieto di offrire polizze a individui con “condizioni preesistenti”.

 

L’inclusione di una norma sanitaria in un pacchetto di legge dedicato all’ambito fiscale si è resa necessaria per contenere l’impatto sul deficit federale di quest’ultima. Rimuovere l’obbligo di copertura sanitaria permetterebbe un risparmio di quasi 340 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Questo denaro dovrebbe essere erogato per i sussidi federali destinati all’acquisto di una polizza da parte dei redditi più bassi, come previsto appunto da “Obamacare”.

 

Il risparmio garantirebbe ai repubblicani di contenere l’aumento del deficit derivante dalla loro “riforma” fiscale nella cifra di 1.500 miliardi di dollari in dieci anni. Secondo le regole procedurali del Senato, infatti, al di sopra di questa cifra la nuova legge dovrebbe essere approvata con una super-maggioranza di 60 voti, di cui i repubblicani non possono disporre.

 

A fare doppiamente le spese dell’iniziativa repubblicana sarebbero così le fasce più disagiate della popolazione, colpite sia dal trasferimento di ricchezza verso l’alto della “riforma” fiscale stessa, sia dalla perdita della copertura sanitaria che, in caso di abolizione dell’obbligo individuale, secondo l’Ufficio per il Budget del Congresso riguarderà 13 milioni di persone nei prossimi dieci anni.

 

Questo stesso organo indipendente ha anche ricordato questa settimana che, in base a una legge del 2010, la falla nelle casse federali prodotta dalla possibile riduzione del gettito fiscale renderebbe di fatto automatico il taglio dei finanziamenti a programmi pubblici molto popolari, primo fra tutti Medicare, dedicato all’assistenza sanitaria degli over 65.

 

La norma di bilancio in questione prevede che l’aumento del deficit prodotto da una nuova legge debba essere compensato con tagli alla spesa federale. Se ciò non avviene tramite un provvedimento ad hoc del Congresso, scattano tagli automatici a programmi come appunto Medicare.

 

Uno degli obiettivi primari, anche se indiretto, della “riforma” fiscale in discussione è d’altra parte proprio l’assalto a ciò che resta del welfare americano. Non solo i politici repubblicani e i membri dell’amministrazione Trump continuano esplicitamente a minacciare imminenti interventi per la riduzione della spesa sociale, ma la stessa impennata del deficit provocata dalla “riforma” darà la giustificazione per tagliare drasticamente gli stanziamenti a Medicare e non solo.

 

Per quanto riguarda ancora il ridimensionamento di “Obamacare”, esso è stato inserito nella legge fiscale anche per intercettare il voto di alcuni senatori repubblicani libertari e ultra-conservatori, i quali vedono l’obbligo dell’acquisto di una polizza sanitaria come un’inaccettabile invadenza governativa nelle scelte dei singoli individui. La decisione ha però fatto crescere i malumori tra i senatori centristi e, come in altre discussioni legislative precedenti, ha mostrato come sia corta la coperta in un partito repubblicano attraversato da profonde divisioni interne.

 

Nei prossimi giorni potrebbero risultare comunque più chiare le posizioni di altri senatori non esattamente entusiasti della “riforma” fortemente voluta anche dal presidente Trump. Le pressioni per mandare in porto un qualche risultato legislativo, sia pure a beneficio di un numero molto ristretto di contribuenti ricchi, a quasi un anno dall’insediamento del nuovo Congresso e la frenesia di Wall Street e delle corporation americane di ricevere una nuova montagna di dollari sotto forma di tagli alle tasse, potrebbero però alla fine risultare fattori decisivi.

 

Appena prima della presa di posizione contro la versione attuale in discussione al Congresso dei senatori Johnson e Collins, infatti, un’analisi di Goldman Sachs aveva alzato le probabilità di approvazione della “riforma” fiscale dal 65% all’80%.

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Zimbabwe: la fine di Mugabe

Mer, 15/11/2017 - 22:34

La lunghissima permanenza al potere in Zimbabwe del 93enne presidente, Robert Mugabe, è sembrata essere giunta clamorosamente al termine mercoledì, quando le forze armate del paese dell’Africa meridionale hanno preso di fatto il potere intervenendo in una durissima disputa interna al partito di governo.

 

La crisi politica esplosa definitivamente in queste ore aveva registrato un aggravamento nei giorni scorsi che faceva in effetti presagire una possibile imminente resa dei conti nel partito ZANU-PF (Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe-Fronte Patriottico) di Mugabe.

 

Questo partito, così come il presidente, è al potere in Zimbabwe fin dalla fine della guerra per l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1980. Con l’indebolimento fisico e politico di Mugabe e il peggiorare della situazione economica interna, la guerra per la successione alla guida del paese si è da qualche tempo intensificata, fino a creare una profonda spaccatura nel partito al potere.

 

Da un lato, la fazione fedele a Mugabe, appoggiata in particolare dall’organizzazione giovanile dello ZANU-PF (G40), intendeva facilitare l’ascesa alla presidenza della moglie dell’anziano leader, Grace Mugabe. L’altra principale corrente del partito fa capo invece all’ex vice-presidente, il 75enne Emmerson Mnangagwa, recentemente rimosso dal suo incarico.

 

Proprio un’accesa disputa tra Grace Mugabe e Mnangagwa aveva fatto alla fine precipitare la situazione. Nel corso di un manifestazione organizzata dal partito un paio di settimane fa, la moglie di Mugabe era stata contestata dai sostenitori del suo rivale, provocando la reazione del presidente, il quale aveva minacciato di licenziare lo stesso Mnangagwa.

 

Quest’ultimo era stato effettivamente rimosso dalla vice-presidenza due giorni più tardi, con l’accusa di “tradimento, mancanza di rispetto e disonestà” nei confronti di Mugabe. Al provvedimento era poi seguita un’epurazione di altri importanti membri del partiti facenti parte della corrente di Mnangagwa, fino a che, lunedì scorso, è intervenuto nella disputa il comandante delle forze armate dello Zimbabwe.

 

Il generale Constantino Chiwenga aveva in sostanza imposto a Mugabe e alla sua cerchia di potere di mettere fine alla purga dei fedelissimi di Mnangagwa, visto che l’iniziativa del presidente stava “colpendo chiaramente membri del partito con un passato da protagonisti nella guerra di liberazione”. Mnangagwa, come Mugabe, è appunto un veterano della lotta contro il governo della minoranza bianca nella ex Rhodesia.

 

In maniera minacciosa, il generale Chiwenga aveva anche avvertito che i militari “non avrebbero esitato a intervenire” per “proteggere la nostra rivoluzione”. A questi avvertimenti, Mugabe e gli uomini a lui vicini avevano risposto condannando apertamente l’interferenza dei militari nelle vicende politiche del paese.

A poche ore dalla dichiarazione del capo delle forze armate, però, i militari hanno deciso di agire. Già nella notte tra martedì e mercoledì erano iniziate a circolare le voci di un possibile golpe. Nella mattinata di mercoledì, poi, i soldati hanno occupato il quartier generale della televisione di stato ZBC e contemporaneamente messo in stato di fermo Mugabe e la moglie Grace.

 

A lungo nel corso della giornata, la sorte di questi ultimi era apparsa incerta, anche se i vertici militari avevano fatto sapere che il presidente e la sua famiglia erano “sani e salvi”. In seguito, il presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha assicurato che Mugabe era effettivamente in buone condizioni anche se di fatto in stato di detenzione nella sua residenza.

 

Gli alti ufficiali responsabili dell’operazione hanno cercato di minimizzare gli eventi, negando che quello in corso sia un colpo di stato e garantendo che l’obiettivo non è il presidente Mugabe, bensì “soltanto i criminali che lo circondano”, responsabili di “crimini che stanno causando sofferenze sociali ed economiche nel paese”.

Nonostante le smentite, l’iniziativa dei militari dello Zimbabwe ha avuto tutti i crismi del golpe, inclusa la consueta dichiarazione che, una volta ultimata la loro missione, la situazione ritornerà alla normalità. Che quello di mercoledì è a tutti gli effetti un colpo di stato sembra essere confermato anche dall’arresto di personalità governative di spicco, come il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, e dalla condanna dell’azione dei militari di molti leader dello ZANU-PF vicini a Mugabe.

 

Il ministro dell’Informazione, Simon Khaya Moyo, ha ad esempio definito “oltraggioso” il comportamento delle forze armate, mentre il segretario della sezione giovanile dello ZANU-PF, allineata alla fazione pro-Mugabe, ha chiesto il ritorno immediato del governo civile e accusato i generali di avere preso posizione a favore dell’ex vice-presidente Mnangagwa. Anche per i suoi precedenti nella guerra di liberazione, a quest’ultimo vengono attribuiti legami molto stretti con i vertici delle forze armate dello Zimbabwe, incluso lo stesso generale Chiwenga.

 

Il tempismo e la dinamica dell’intervento militare, d’altra parte, lasciano pochi dubbi sui probabili beneficiari della deposizione di Mugabe. Secondo quanto riportato mercoledì dall’agenzia di stampa sudafricana African News Agency (ANA), Mnangagwa già mercoledì sarebbe sbarcato in una base aerea dello Zimbabwe, dopo un breve auto-esilio proprio in Sudafrica, per assumere il controllo del governo del paese.

 

A scatenare la crisi in atto nello Zimbabwe è dunque la questione irrisolta della successione a Mugabe, spia a sua volta dello scontro nella classe dirigente del paese africano sulla direzione che esso dovrà intraprendere in ambito politico e, soprattutto, economico alla luce delle gravi difficoltà che continuano a caratterizzare la situazione interna.

 

Già nel 2014, le dispute nello ZANU-PF avevano rischiato di degenerare. In quello’occasione, Mugabe aveva rimosso dall’incarico di vice-presidente una possibile aspirante alla guida del paese, Joice Mujuru, soffocando temporaneamente la faida interna al partito.

 

L’emergere di Grace Mugabe come principale favorita alla presidenza dello Zimbabwe ha provocato ben presto il risentimento dei veterani della guerra di liberazione, i quali hanno visto a rischio lo status privilegiato di cui godono e percepito il rischio di essere esclusi dalla corsa alla successione di Mugabe.

In maniera cruciale, lo scontro interno allo ZANU-PF si è concentrato soprattutto sulla gestione dell’economia del paese, da qualche tempo precipitato nuovamente in una grave crisi dopo essersi relativamente risollevato dall’autentico tracollo del biennio 2007-2008.

 

La guerra fratricida nel partito di governo ruota cioè attorno all’opportunità di mantenere l’impronta “indipendente” data dal regime di Mugabe, con la supremazia assoluta di un’élites economica di colore, oppure di aprire il paese al capitale occidentale e alla “medicina” neo-liberista.

 

Fino a meno di un decennio fa, questa disputa si era svolta prevalentemente tra lo ZANU-PF e l’opposizione filo-occidentale del partito MDC (Movimento per il Cambiamento Democratico), il cui leader, l’ex sindacalista Morgan Tsvangirai, era stato primo ministro in “coabitazione” con Mugabe tra il 2009 e il 2013 in seguito alle controverse elezioni presidenziali del 2008.

 

L’accordo tra Mugabe e Tsvangirai era il frutto anche delle pressioni dei governi occidentali, impegnati dietro le quinte in un’operazione che avrebbe dovuto portare al rovesciamento di un regime ostile, colpevole oltretutto di fare affari con la Cina. Il crescente discredito del MDC e i metodi repressivi di Mugabe avrebbero però fatto naufragare il progetto promosso dall’Occidente, ma lo scontro si è successivamente spostato all’interno del regime stesso.

 

Secondo quanto aveva scritto qualche mese fa la Reuters, una volta conquistata la presidenza, Mnangagwa intendeva ristabilire le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, mentre i suoi piani per rilanciare l’economia dello Zimbabwe includevano il ritorno degli agricoltori bianchi, cacciati ed espropriati delle loro fattorie quasi due decenni fa nell’ambito della riforma agricola lanciata da Mugabe.

 

Mnangagwa era ed è insomma a capo di un gruppo di leader del partito di Mugabe che da tempo sta preparando la successione all’anziano presidente, con un progetto per il paese che prevede la normalizzazione dei rapporti con l’Occidente. In questo senso va visto anche il possibile coinvolgimento del leader dell’opposizione Tsvangirai, decisamente ben visto dai governi occidentali, a cominciare da quello britannico.

 

In questo quadro, non è da escludere che proprio Londra abbia avuto un ruolo nell’operazione delle forze armate di mercoledì che finirà probabilmente per installare alla guida dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa. Sempre la Reuters, basandosi su documenti di intelligence, aveva infatti rivelato anche come l’ambasciatrice britannica a Harare, Catriona Laing, si fosse espressa a favore del deposto vice-presidente per l’assunzione del potere e, quasi certamente ne aveva discusso con i vertici militari protagonisti del golpe andato in scena nella giornata di mercoledì.

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Bruxelles lancia la PESCO

Mar, 14/11/2017 - 22:11

Ventitre degli attuali ventotto membri dell’UE hanno sottoscritto questa settimana un accordo vincolante sulla difesa comune che rappresenta un passo avanti probabilmente decisivo sia nella creazione di un esercito continentale sia, soprattutto, nel processo di militarizzazione incoraggiato dalle classi dirigenti europee in un clima internazionale sempre più incerto e competitivo.

 

Il cosiddetto accordo sulla Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) è stato prevedibilmente presentato dai singoli governi coinvolti e da Bruxelles come un evento storico che rafforzerà la sicurezza dei membri dell’Unione, consentendo anche a questi ultimi di agire in maniera indipendente sugli scenari internazionali.

 

L’intesa prevede una serie di progetti congiunti che avranno a che fare principalmente con l’acquisto di nuovi armamenti, l’addestramento, la ricerca e lo sviluppo. Inoltre, dovrebbero essere istituiti contingenti militari congiunti in grado di rispondere a situazioni di crisi e unità di combattimento regolari. Sul fronte logistico, invece, è allo studio una sorta di area di “Schengen militare” che consenta lo spostamento rapido e senza intoppi burocratici di soldati ed equipaggiamenti attraverso i confini europei.

 

A sostegno dei piani di fornitura di armi ci sarà un fondo europeo da cinque miliardi di euro, mentre altri stanziamenti speciali sono previsti per il finanziamento delle operazioni sul campo. I 23 paesi che hanno aderito alla PESCO, i quali manterranno il controllo sui propri “asset” militari nazionali, dovranno presentare piani di azione per delineare i rispettivi obiettivi militari. Soprattutto, poi, tutti i paesi s’impegnano ad aumentare progressivamente e in maniera regolare il livello delle loro spese militari.

 

La questione immediata che emerge in relazione al progetto di difesa comune europea è la sua apparente sovrapposizione con la NATO. Ufficialmente, in ogni caso, il Patto Atlantico e gli stessi Stati Uniti si dicono favorevoli alla formazione di un nuovo organismo di difesa congiunto in Europea, identificando tra gli obiettivi comuni la battaglia contro la minaccia terroristica e la presunta minaccia russa.

 

Leader e ministri della Difesa dei vari paesi europei hanno da parte loro insistito nel sottolineare la complementarietà della PESCO con le strutture e le operazioni NATO. Il comunicato ufficiale che ha accompagnato la sottoscrizione dell’accordo lunedì a Bruxelles afferma che “le rafforzate capacità militari dei paesi EU saranno utili anche alla NATO”. Esse dovrebbero rispondere infatti “alle ripetute richieste [americane] per una maggiore condivisione transatlantica degli oneri” legati alla difesa.

 

La pretesa che la PESCO si inquadri in uno sforzo che tenda ad armonizzare le strutture difensive occidentali o che dia un qualche impulso al consolidamento delle relazioni transatlantiche è in realtà assurda. Infatti, anche i resoconti della stampa ufficiale in questi giorni hanno sostanzialmente ammesso che la spinta decisiva a un progetto che, in varie forme, circola nei corridoi del potere in Europa da decenni è arrivata in definitiva grazie a due fattori che stanno letteralmente lacerando l’unità continentale e le strutture politiche e diplomatiche consolidate negli ultimi decenni, ovvero la “Brexit” e l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca.

 

Il referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE ha rimosso uno dei principali ostacoli alla creazione di un apparato comune di difesa nel vecchio continente. Londra, in stretta collaborazione con l’alleato americano, si era sempre opposta a questo progetto, sostenuto invece da Parigi e Berlino, principalmente per impedire la formazione di una possibile alternativa militare alla NATO e, di conseguenza, per prevenire l’erosione dell’influenza di Washington sull’Europa. La Gran Bretagna è ovviamente uno dei cinque paesi che non ha sottoscritto la PESCO. Gli altri sono Danimarca, Irlanda, Malta e Portogallo, i quali avranno però la possibilità di aderirvi in qualsiasi momento.

 

Per quanto riguarda l’amministrazione americana, le tendenze ultra-nazionalistiche di Trump e la promozione esclusiva degli interessi del suo paese nella conduzione degli affari internazionali hanno portato precocemente a un inasprimento delle tensioni transatlantiche. Gli attacchi del governo americano alle istituzioni e alle pratiche tradizionali del commercio globale, la portata destabilizzante delle aggressive politiche di Washington in Medio Oriente, così come nei confronti della Russia e della Cina, hanno messo a rischio gli interessi economici e strategici dell’Europa. A ciò va aggiunta poi la crescente competizione, sia con le potenze emergenti sia con gli stessi Stati Uniti, per i mercati internazionali e le risorse energetiche che richiede, nell’ottica delle classe dirigenti europee, uno strumento militare in grado di imporre e difendere i propri interessi.

 

Da qui, il rinnovato impulso a creare una struttura militare indipendente, se non addirittura ostile, a un Alleanza Atlantica dominata dagli Stati Uniti. A dare voce, sia pure non esplicitamente, a questi scrupoli era stata, tra gli altri, la stessa cancelliera tedesca Merkel, quando la scorsa primavera, durante la campagna elettorale e nel pieno della polemica con Trump, annunciò la fine dell’era in cui, per le questioni legate alla difesa, “potevamo contare totalmente sugli altri”, cioè gli Stati Uniti. A suo dire, perciò, era giunto il momento di “prendere realmente il destino nelle nostre mani”.

 

Un riferimento indiretto alla possibile competizione tra PESCO e NATO affiora in parte anche nello stesso comunicato che ha seguito l’accordo di lunedì a Bruxelles. In esso si parla della necessità di aumentare le spese militari e di implementare gli altri progetti di difesa per “rafforzare l’autonomia strategica europea”, in modo da “agire indipendentemente quando necessario”, anche se “assieme ai partner quando possibile”.

 

Se i leader e la stampa europei hanno messo il maggiore impegno possibile nel minimizzare il potenziale destabilizzante della PESCO sui rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, negli USA simili scrupoli hanno spesso lasciato il posto ad analisi più realistiche e allarmate. Il New York Times, ad esempio, nel parlare dell’impatto della recente visita di Trump in Estremo Oriente, ha attribuito ai governi europei la stessa attitudine di molti paesi asiatici, impegnati questi ultimi come i primi a “ricavare il massimo dal declino dell’egemonia americana e dalla nuova ripartizione in atto a livello globale del peso politico ed economico” delle varie potenze.

 

L’accordo sulla difesa comune, che dovrebbe essere formalizzato nel corso di un vertice UE di metà dicembre, dovrebbe anche servire, nelle intenzioni dei suoi principali promotori, a contenere le forze centrifughe da tempo evidenti a livello europeo. Ciò non comporta, tuttavia, un superamento delle divisioni e delle tensioni che caratterizzano anche i rapporti interni all’Unione.

 

Sulla struttura della PESCO vi era innanzitutto una diversità di vedute tra la Francia e la Germania. Parigi auspicava un progetto fondato su una sorta di club più ristretto che avrebbe dovuto includere solo i paesi con gli eserciti più importanti e quindi in grado di creare una forza agile ed efficiente facilmente utilizzabile in scenari di crisi. L’idea di Berlino, che ha finito per prevalere, è invece quella di coinvolgere il numero più alto possibile di paesi e di ampliare al massimo il ventaglio di progetti da perseguire in ambito militare.

 

Sulla stessa realizzazione dei propositi della PESCO peseranno inoltre le rivalità interne e i diversi obiettivi strategici dei paesi firmatari. Un analista di Carnegie Europe citato dal Financial Times ha rilevato ad esempio come la PESCO rischi di “scontrarsi o essere oscurato da iniziative separate nel quadro NATO o intraprese in maniera indipendente dai singoli paesi UE”.

 

Al di là della forma della PESCO, ciò che conta sono in ogni caso le forze che hanno agito sulla realizzazione di un progetto che è comunque ancora allo stadio iniziale. Nonostante le previsioni ottimistiche e le rassicurazioni dei leader europei, la creazione di un esercito comune non può che rappresentare uno strumento per l’imposizione con la forza degli interessi di una classe dirigente che, nell’ultimo decennio, ha presieduto a un processo di impoverimento di massa in numerosi paesi e al costante restringimento degli spazi democratici in nome della lotta al terrorismo.

 

L’impiego della forza militare congiunta potrebbe avvenire infine non solo all’estero, ma teoricamente anche all’interno degli stessi paesi europei. Un commento all’accordo di lunedì apparso sul sito del network russo RT ha spiegato che Bruxelles potrebbe volersi preparare a “significativi fenomeni di instabilità” in qualche paese dell’Unione. In uno scenario caratterizzato da gravi disordini sociali, un contingente internazionale altamente addestrato e con compiti di repressione potrebbe sostituire più efficacemente le forze di sicurezza dei singoli paesi.

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RT, il nuovo fronte del “Russiagate”

Lun, 13/11/2017 - 21:36

La caccia alle streghe in corso negli Stati Uniti contro ogni fantomatico indizio di ingerenza russa nella società e nella politica americane ha fatto segnare qualche giorno fa un salto qualitativo preoccupante con l’annunciato attacco frontale al popolare network RT (ex Russia Today), finanziato dal governo di Mosca.

Con una scadenza brevissima, il dipartimento di Giustizia USA ha imposto cioè la registrazione di RT come “agente straniero” al servizio del Cremlino. Il provvedimento è stato preso in base al “Foreign Agents Registration Act” (FARA) del 1938 e prevede l’obbligo, per le persone o gli enti colpiti, di fornire informazioni sui loro legami con un determinato governo, così come sul proprio stato finanziario e, nel caso di organizzazioni o compagnie, sul personale che vi lavora.

 

La gravità della decisione americana che ha colpito RT, ferma restando l’ovvietà che il network è allineato in larga misura alle posizioni del Cremlino, è dovuta in primo luogo al fatto che, in quasi ottant’anni, la legge dai molti tratti reazionari non era mai stata applicata a un organo di stampa.

Nella posizione di RT vi sono inoltre molte altre testate giornalistiche che operano negli USA, come ad esempio la britannica BBC, ma nessuna di queste è stata oggetto della decisione che ha penalizzato il network russo.

 

Il governo americano, com’è noto, finanzia esso stesso direttamente o indirettamente, in maniera ufficiale o clandestina, un numero consistente di organi di stampa attivi in paesi stranieri, tutti impegnati, spesso in modo aggressivo, a promuovere gli interessi di Washington o a screditare governi e regimi eventualmente ostili.

Più in generale, poi, tutti i media “mainstream” americani agiscono ormai in buona parte da cassa di risonanza non tanto del governo del momento, quanto dell’apparato militare, della “sicurezza nazionale” e dell’intelligence degli Stati Uniti.

 

Da notare è anche il fatto che gli USA criticano regolarmente e in modo molto duro quei paesi – dalla Cina all’Iran alla stessa Russia – quando essi, sul fronte domestico, mettono a tacere o sono accusati di mettere a tacere voci scomode o contrarie alla linea governativa ufficiale.

La notifica secondo il dettato del FARA a RT rappresenta dunque un nuovo attacco a Mosca nel quadro della saga del cosiddetto “Russiagate”. Non solo, il provvedimento serve al preciso scopo di intimidire i giornalisti del network e, ancor più, i numerosi ospiti americani e occidentali in genere che intervengono regolarmente all’interno dei vari programmi o che scrivono per il sito web, la gran parte dei quali è attestata su posizioni critiche nei confronti delle politiche del governo americano.

Proprio la possibilità data da RT a commentatori e a punti di vista alternativi a quelli propagandati dal governo USA o da testate come New York Times e Washington Post ha contribuito in maniera decisiva a far finire il network russo sulla lista nera del dipartimento di Giustizia. Ufficialmente non sono state date giustificazioni per la clamorosa disposizione, ma il governo aveva delineato le ragioni tutte politiche di essa già nel gennaio scorso, quando un rapporto preparato dall’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, allora facente capo ancora all’amministrazione Obama, prendeva di mira proprio RT nell’ambito del “Russiagate”.

 

Tra l’altro, l’indagine criticava la rete russa per avere dato spazio ai dibattiti tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti non appartenenti ai due principali partiti di Washington, mentre nei suoi commenti sosteneva che “il sistema bipartitico americano viene bocciato da almeno un terzo della popolazione”.

In maniera ancora più rivelatrice, il capo dell’intelligence americana prefigurava un futuro intervento della censura in relazione alla copertura dell’ormai defunto movimento Occupy Wall Street. Quest’ultimo era stato colpevolmente inquadrato da RT come “una lotta contro la classe al potere” e una critica “all’attuale sistema politico americano… corrotto e dominato dalle corporations”.

 

Una simile caratterizzazione viene attribuita anche ai presunti sforzi russi per interferire nel processo politico USA. In altre parole, i cittadini americani sarebbero ingannati dal governo di Mosca e dai suoi organi di propaganda, come RT, i quali fanno credere loro che gli Stati Uniti sono un paese attraversato da laceranti divisioni sociali e dominato da una classe politica al servizio dei grandi interessi economici. Senza l’intrusione di Putin, si presume, in America regnerebbe al contrario l’armonia sociale e un sistema politico perfettamente democratico.

 

Per rendersi conto della situazione del proprio paese, delle tensioni sociali, delle divisioni di classe o del deficit democratico del sistema politico, i cittadini americani non hanno in realtà bisogno delle attività di presunti “agenti stranieri”. La popolarità anche negli USA di testate come RT è dovuta proprio al fatto che esse, al di là delle motivazioni, danno spazio a voci critiche che sono completamente escluse dai media ufficiali e dipingono in sostanza un quadro veritiero della società e della classe politica americane.

 

Anche per questa ragione, RT è stata colpita nel fine settimana scorso da un provvedimento senza precedenti e che servirà probabilmente da esempio alle tendenze sempre più autoritarie del governo di Washington sul fronte della libertà di stampa e di opinione.

 

Solo qualche giorno prima dell’imposizione a RT, due commissioni del Senato e della Camera dei Rappresentanti di Washington avevano tenuto audizioni pubbliche con i rappresentanti di Facebook, Twitter e Google, durante le quali avevano in pratica invitato i tre colossi privati a intensificare la censura nei confronti di media e utenti realmente o apparentemente legati in qualche modo al governo russo.

 

Proprio riguardo RT, senza ragioni logiche Google aveva in precedenza rimosso la testata russa dalla lista dei canali “preferiti” di YouTube, mentre Twitter ne aveva bloccato ogni iniziativa pubblicitaria sulla propria piattaforma. RT ha comunque fatto sapere di volersi adeguare alla decisione del dipartimento di Giustizia americano e lunedì avrebbe perfezionato la registrazione. In precedenza, i suoi vertici editoriali avevano affermato che la registrazione come “agente straniero”, ovviamente forzata, prevedeva tempi molto stretti. Ciò poteva essere dovuto al tentativo di creare un pretesto legale che, in caso di ritardi, avrebbe giustificato addirittura la chiusura di RT negli USA.

 

Il governo di Mosca, da parte sua, ha comprensibilmente annunciato possibili ritorsioni che potrebbero includere gli stessi obblighi imposti a RT anche per i media americani operanti in Russia. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha anticipato azioni già per questa settimana, aggiungendo che il provvedimento contro RT dimostra come “l’establishment americano abbia compreso di non essere in grado di vincere nella competizione con i media russi”.

In definitiva, la vicenda che sta coinvolgendo RT, e che potrebbe presto allargarsi ad altre testate russe e non solo, serve da un lato ad attribuire alla propaganda di Mosca qualsiasi critica rivolta alla classe dirigente di Washington e alle politiche ufficiali americane sul fronte domestico e internazionale.

 

Dall’altro, invece, la lista nera della stampa in fase di compilazione a Washington annuncia un giro di vite imminente, se non già in atto, da parte di un governo in gravissima crisi di legittimità democratica, impegnato a mettere il bavaglio a quelle voci che si discostano dall’interpretazione ufficiale dei fatti offerta puntualmente dalla sempre più docile galassia dei media “mainstream”.

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USA, la morte del diritto

Dom, 12/11/2017 - 21:25

L’iniezione letale che nella tarda serata di mercoledì ha ucciso in un penitenziario del Texas il cittadino messicano Ruben Ramirez Cardenas non ha rappresentato solo l’ultima conferma della natura barbara e violenta del sistema giudiziario americano, ma ha anche messo ancora una volta gli Stati Uniti al di fuori della legalità internazionale.

 

Il 47enne Cardenas è stato rinchiuso nel braccio della morte per quasi vent’anni e i suoi diritti sono stati deliberatamente violati fin dall’arresto, avvenuto nel 1997. La sua storia aveva sollevato accese polemiche soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Dopo l’arresto, infatti, non gli era stato comunicato tempestivamente il diritto di ricevere assistenza da parte delle autorità consolari del suo paese. Il governo messicano avrebbe avuto notizia dell’arresto di Cardenas solo cinque mesi più tardi.

 

Questo diritto fondamentale previsto per gli accusati di qualche crimine in un paese di cui non hanno la cittadinanza è sancito dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, sottoscritta, sia pure con alcuni importanti distinguo, anche dagli Stati Uniti.

 

Il governo messicano aveva più volte manifestato il proprio disappunto per la vicenda legale di Cardenas e nella giornata di mercoledì in un messaggio su Twitter lo stesso presidente, Enrique Peña Nieto, ha “condannato fermamente” l’esecuzione.

 

Il comportamento americano era stato oggetto delle pesanti critiche anche di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani. Tra le altre, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani, organo indipendente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), aveva recentemente adottato una risoluzione nella quale, vista la gravità del caso Cardenas, chiedeva agli USA di “astenersi dall’applicazione della pena di morte” nei confronti del detenuto messicano.

 

Tutte le proteste internazionali e l’evidenza della violazione dei diritti di Cardenas non sono riusciti alla fine a fermare la mano del boia in Texas. Per legittimare la condanna e l’esecuzione, le autorità politiche e la giustizia americane hanno creato in questi anni varie giustificazioni pseudo-legali a dir poco discutibile. Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2008, in particolare, aveva stabilito che la Convenzione di Vienna era da considerarsi vincolante solo per il governo federale, mentre non risulterebbe applicabile nei casi di competenza dei singoli stati americani.

 

Per neutralizzare poi una decisione della Corte di Giustizia Internazionale, che metteva di fatto fuori legge la detenzione nel braccio della morte negli USA di una cinquantina di cittadini messicani, la stessa Corte Suprema aveva rimandato al Congresso di Washington una decisione sull’argomento. Prevedibilmente, tuttavia, da quest’ultimo non è mai arrivato nessun provvedimento in proposito.

 

Oltre a mostrare l’indifferenza degli Stati Uniti per il diritto internazionale, il caso di Cardenas è risultato emblematico anche del carattere anti-democratico e ultra-autoritario del sistema penitenziario e giudiziario americano, anche quando in gioco vi è la vita dei condannati.

 

Cardenas aveva ricevuto la sentenza di morte nel 1998 per il rapimento e l’assassinio di una cugina di 16 anni. Le circostanze seguite all’arresto sarebbero state messe però in seria discussione dal cittadino messicano e dai suoi legali. La sua confessione era stata la prova principale nel procedimento ma, secondo Cardenas, gli sarebbe stata estorta dalla polizia del Texas e, infatti, egli stesso avrebbe ben presto dichiarato la propria innocenza.

 

Non solo, un’altra gravissima violazione dei suoi diritti ha pesato sulla condanna, visto che la polizia gli permise di ottenere un avvocato solo dolo 11 giorni dal suo arresto, durante i quali era stato interrogato ripetutamente senza assistenza legale. Le dichiarazioni rilasciate in questo periodo di tempo erano risultate contraddittorie. Ad esempio, Cardenas aveva dichiarato di avere violentato la vittima, ma l’esame sul cadavere aveva smentito l’ipotesi dello stupro. Gli avvocati difensori di Cardenas hanno poi sempre sostenuto che le prove raccolte dagli inquirenti potevano essere state contaminate, ma i tribunali americani non hanno mai consentito nuovi esami del DNA che avrebbero potuto scagionare il loro cliente.

 

Nei giorni e nelle ore precedenti l’esecuzione, i legali di Cardenas hanno presentato svariati ricorsi, sia nel circuito statale del Texas sia a livello federale fino alla Corte Suprema di Washington. Nonostante gli elementi a favore del cittadino messicano, tutti gli appelli anche per una sospensione della condanna sono stati però respinti, a conferma del disinteresse del sistema giudiziario USA per le più basilari norme democratiche e per il diritto americano e internazionale anche in presenza di elementi e fattori di estrema rilevanza.

 

Cardenas, da parte sua, ha continuato a ribadire la sua innocenza fino al momento dell’esecuzione. Nella sua ultima dichiarazione scritta prima dell’iniezione letale, Cardenas ha affermato di non potersi scusare per “un crimine commesso da qualcun altro”. Come già ricordato, l’esecuzione di Ruben Ramirez Cardenas non rappresenta un caso isolato negli Stati Uniti. Oltre ai più di cinquanta detenuti nel braccio della morte, sono almeno cinque i cittadini messicani già giustiziati negli USA in violazione del diritto internazionale.

 

La storia di Cardenas si inserisce in un quadro giudiziario caratterizzato da ripetuti abusi, eccessi e aberrazioni legali nell’ambito della somministrazione della pena capitale in America. Uno degli esempi più recenti è rappresentato da una decisione della Corte Suprema di Washington, presa proprio questa settimana, che ha dato il via libera all’esecuzione di un detenuto 67enne gravemente invalidato da una serie di ictus. Svariate perizie psicologiche hanno dimostrato che il condannato, detenuto in Alabama, non è in grado nemmeno di ricordare il crimine del 1985 che gli sarebbe costato la condanna a morte nove anni più tardi.

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L’Asia e il fattore Trump

Dom, 12/11/2017 - 21:15

Il presidente americano Trump ha iniziato mercoledì in Cina la terza tappa di una lunga trasferta in Estremo Oriente, il cui obiettivo primario è quello di raccogliere consensi e serrare i ranghi tra gli alleati in vista di una possibile aggressione militare diretta contro il regime nordcoreano. La seconda parte della visita a Seoul, che ha preceduto l’arrivo a Pechino, come quella precedente a Tokyo aveva visto Trump tornare duramente all’attacco della Corea del Nord in un discorso al Parlamento dai toni ben diversi rispetto a quelli relativamente insoliti di poche ore prima. Martedì aveva infatti sorpreso molti prospettando una qualche apertura a Pyongyang, se non addirittura la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico per risolvere la crisi.

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USA, la morte del diritto

Ven, 10/11/2017 - 00:00

di Michele Paris

L’iniezione letale che nella tarda serata di mercoledì ha ucciso in un penitenziario del Texas il cittadino messicano Ruben Ramirez Cardenas non ha rappresentato solo l’ultima conferma della natura barbara e violenta del sistema giudiziario americano, ma ha anche messo ancora una volta gli Stati Uniti al di fuori della legalità internazionale.

Il 47enne Cardenas è stato rinchiuso nel braccio della morte per quasi vent’anni e i suoi diritti sono stati deliberatamente violati fin dall’arresto, avvenuto nel 1997. La sua storia aveva sollevato accese polemiche soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Dopo l’arresto, infatti, non gli era stato comunicato tempestivamente il diritto di ricevere assistenza da parte delle autorità consolari del suo paese. Il governo messicano avrebbe avuto notizia dell’arresto di Cardenas solo cinque mesi più tardi.

Questo diritto fondamentale previsto per gli accusati di qualche crimine in un paese di cui non hanno la cittadinanza è sancito dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, sottoscritta, sia pure con alcuni importanti distinguo, anche dagli Stati Uniti.

Il governo messicano aveva più volte manifestato il proprio disappunto per la vicenda legale di Cardenas e nella giornata di mercoledì in un messaggio su Twitter lo stesso presidente, Enrique Peña Nieto, ha “condannato fermamente” l’esecuzione.

Il comportamento americano era stato oggetto delle pesanti critiche anche di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani. Tra le altre, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani, organo indipendente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), aveva recentemente adottato una risoluzione nella quale, vista la gravità del caso Cardenas, chiedeva agli USA di “astenersi dall’applicazione della pena di morte” nei confronti del detenuto messicano.

Tutte le proteste internazionali e l’evidenza della violazione dei diritti di Cardenas non sono riusciti alla fine a fermare la mano del boia in Texas. Per legittimare la condanna e l’esecuzione, le autorità politiche e la giustizia americane hanno creato in questi anni varie giustificazioni pseudo-legali a dir poco discutibile. Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2008, in particolare, aveva stabilito che la Convenzione di Vienna era da considerarsi vincolante solo per il governo federale, mentre non risulterebbe applicabile nei casi di competenza dei singoli stati americani.

Per neutralizzare poi una decisione della Corte di Giustizia Internazionale, che metteva di fatto fuori legge la detenzione nel braccio della morte negli USA di una cinquantina di cittadini messicani, la stessa Corte Suprema aveva rimandato al Congresso di Washington una decisione sull’argomento. Prevedibilmente, tuttavia, da quest’ultimo non è mai arrivato nessun provvedimento in proposito.

Oltre a mostrare l’indifferenza degli Stati Uniti per il diritto internazionale, il caso di Cardenas è risultato emblematico anche del carattere anti-democratico e ultra-autoritario del sistema penitenziario e giudiziario americano, anche quando in gioco vi è la vita dei condannati.

Cardenas aveva ricevuto la sentenza di morte nel 1998 per il rapimento e l’assassinio di una cugina di 16 anni. Le circostanze seguite all’arresto sarebbero state messe però in seria discussione dal cittadino messicano e dai suoi legali. La sua confessione era stata la prova principale nel procedimento ma, secondo Cardenas, gli sarebbe stata estorta dalla polizia del Texas e, infatti, egli stesso avrebbe ben presto dichiarato la propria innocenza.

Non solo, un’altra gravissima violazione dei suoi diritti ha pesato sulla condanna, visto che la polizia gli permise di ottenere un avvocato solo dolo 11 giorni dal suo arresto, durante i quali era stato interrogato ripetutamente senza assistenza legale. Le dichiarazioni rilasciate in questo periodo di tempo erano risultate contraddittorie. Ad esempio, Cardenas aveva dichiarato di avere violentato la vittima, ma l’esame sul cadavere aveva smentito l’ipotesi dello stupro.

Gli avvocati difensori di Cardenas hanno poi sempre sostenuto che le prove raccolte dagli inquirenti potevano essere state contaminate, ma i tribunali americani non hanno mai consentito nuovi esami del DNA che avrebbero potuto scagionare il loro cliente.

Nei giorni e nelle ore precedenti l’esecuzione, i legali di Cardenas hanno presentato svariati ricorsi, sia nel circuito statale del Texas sia a livello federale fino alla Corte Suprema di Washington. Nonostante gli elementi a favore del cittadino messicano, tutti gli appelli anche per una sospensione della condanna sono stati però respinti, a conferma del disinteresse del sistema giudiziario USA per le più basilari norme democratiche e per il diritto americano e internazionale anche in presenza di elementi e fattori di estrema rilevanza.

Cardenas, da parte sua, ha continuato a ribadire la sua innocenza fino al momento dell’esecuzione. Nella sua ultima dichiarazione scritta prima dell’iniezione letale, Cardenas ha affermato di non potersi scusare per “un crimine commesso da qualcun altro”.

Come già ricordato, l’esecuzione di Ruben Ramirez Cardenas non rappresenta un caso isolato negli Stati Uniti. Oltre ai più di cinquanta detenuti nel braccio della morte, sono almeno cinque i cittadini messicani già giustiziati negli USA in violazione del diritto internazionale.

La storia di Cardenas si inserisce in un quadro giudiziario caratterizzato da ripetuti abusi, eccessi e aberrazioni legali nell’ambito della somministrazione della pena capitale in America. Uno degli esempi più recenti è rappresentato da una decisione della Corte Suprema di Washington, presa proprio questa settimana, che ha dato il via libera all’esecuzione di un detenuto 67enne gravemente invalidato da una serie di ictus. Svariate perizie psicologiche hanno dimostrato che il condannato, detenuto in Alabama, non è in grado nemmeno di ricordare il crimine del 1985 che gli sarebbe costato la condanna a morte nove anni più tardi.

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L’Asia e il fattore Trump

Gio, 09/11/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

Il presidente americano Trump ha iniziato mercoledì in Cina la terza tappa di una lunga trasferta in Estremo Oriente, il cui obiettivo primario è quello di raccogliere consensi e serrare i ranghi tra gli alleati in vista di una possibile aggressione militare diretta contro il regime nordcoreano.

La seconda parte della visita a Seoul, che ha preceduto l’arrivo a Pechino, come quella precedente a Tokyo aveva visto Trump tornare duramente all’attacco della Corea del Nord in un discorso al Parlamento dai toni ben diversi rispetto a quelli relativamente insoliti di poche ore prima. Martedì aveva infatti sorpreso molti prospettando una qualche apertura a Pyongyang, se non addirittura la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico per risolvere la crisi.

Mercoledì mattina, al contrario, il presidente americano ha parlato di gulag e violazioni dei diritti umani in relazione al regime di Kim Jong-un, mentre ha invitato gli altri paesi a isolare completamente la Corea del Nord. Le minacce dei mesi scorsi sono state inoltre ribadite quando Trump ha avvertito Pyongyang a “non sottovalutare né mettere alla prova” gli Stati Uniti, vista anche la presenza di ben tre portaerei americane nel Pacifico occidentale impegnate in esercitazioni militari.

Proprio in Corea del Sud, Trump e il presidente Moon Jae-in avevano anche concordato un massiccio piano di fornitura di armamenti americani a Seoul, inclusi sottomarini nucleari, mentre saranno con ogni probabilità aumentati nel prossimo futuro la forza di fuoco e il personale militare USA dispiegato sul territorio dell’alleato asiatico.

L’unica via d’uscita pacifica alla crisi in atto, secondo Trump, sarebbe lo stop da parte della Corea del Nord al programma di sviluppo di missili balistici e la “totale denuclearizzazione” del paese.  L’insistenza su simili concessioni preventive impedisce però di fatto anche solo l’avvio di negoziati concreti, poiché il regime di Kim continua comprensibilmente a escludere di abbandonare programmi militari che potrebbero rappresentare l’unico deterrente contro un’aggressione americana.

In merito al vertice con il presidente cinese, invece, i media americani hanno insistito nel ricordare la presunta sintonia tra quest’ultimo e Trump, già emersa nel corso della visita di Xi negli USA nel mese di aprile. A confermare l’intesa a livello personale tra i due leader sarebbe stata anche l’insolita decisione di Xi di accompagnare il presidente americano e la consorte in una visita alla Città Proibita di Pechino.

Al di là delle apparenze, la tappa cinese di Trump è senza dubbio la più delicata del tour asiatico in corso. Le tensioni tra le prime due potenze economiche del pianeta continuano infatti a crescere in parallelo allo scontrarsi dei rispettivi interessi in Asia e su scala globale.

L’ingresso di Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente peggiorato una situazione già segnata da fattori oggettivi legati alla perdita di influenza internazionale del capitalismo americano e alla costante crescita di quella cinese.

L’agenda ultra-nazionalista del presidente repubblicano e la promozione assoluta degli interessi americani a discapito di qualsiasi altro paese, sia esso partner o rivale di Washington, hanno accelerato da subito il deterioramento dei rapporti tra Washington e Pechino.

Da un lato, la crisi più o meno latente nella penisola di Corea è esplosa fino a giungere sull’orlo di un conflitto di vasta scala e, dall’altro, gli squilibri della bilancia commerciale negli scambi USA-Cina sono diventati consuetudine nel dibattito politico americano e internazionale.

A Pechino, così, al centro della discussione tra Trump e Xi ci sono proprio la questione coreana e quella commerciale, in un mix di avvertimenti e incentivi che caratterizzerà il faccia a faccia formale previsto nella giornata di giovedì.

L’intenzione di Trump sarebbe di convincere il governo cinese a raddoppiare gli sforzi per rimettere in riga l’alleato nordcoreano, implementando in pieno le sanzioni punitive approvate dalle Nazioni Unite e, in sostanza, limitando al massimo o azzerando del tutto i legami economici e finanziari.

La disponibilità di Pechino ad assecondare almeno in parte il gioco americano è in ogni caso limitata. Oltre al fatto che l’ascendente cinese su Kim è oggetto di discussione, la Cina ha già fatto molti passi in questo senso per poi ritrovarsi puntualmente esposta a nuove pressioni da parte degli USA.

Xi Jinping e l’apparato di potere cinese sono d’altra parte ben consapevoli che l’obiettivo americano è precisamente quello di ridurre il peso strategico di Pechino in Estremo Oriente attraverso un’offensiva diplomatica e (forse) militare contro la Corea del Nord. Allo stesso tempo, tuttavia, pur non potendo tollerare il crollo del regime, il governo cinese ha scelto di fare una serie di concessioni all’amministrazione Trump, così da evitare di dare a quest’ultima la giustificazione per attaccare il regime nordcoreano e destabilizzare l’intera regione.

Un’eco della necessità di Pechino di muoversi con cautela nell’approccio al governo USA si è visto da vari commenti apparsi sui media ufficiali cinesi, i quali mercoledì hanno assunto un tono generalmente positivo nei confronti di Trump e sottolineato la disponibilità del governo guidato da Xi a rafforzare i rapporti bilaterali tra le due potenze.

In ultima analisi, la moderazione cinese nell’affrontare la portata distruttiva dell’aggressiva politica estera USA è dettata dal bisogno di allentare le tensioni e disporre di un clima internazionale disteso per mettere in atto l’ambizioso piano di integrazione economica globale che ha ricevuto un nuovo impulso nel recente Congresso del Partito Comunista Cinese.

Il fattore destabilizzante della situazione asiatica e internazionale è determinato però dal fatto che gli Stati Uniti puntano a ostacolare i progetti di crescita cinesi, mettendo in atto pericolose provocazioni negli scenari di crisi dove appaiono più sensibili gli interessi di Pechino, come appunto nella penisola di Corea o nell’ambito delle contese marittime e territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Dopo la Cina, ad ogni modo, la trasferta asiatica di Trump proseguirà venerdì in Vietnam, dove parteciperà al summit dell’APEC (Cooperazione Economica dell’Asia e del Pacifico) e potrebbe incontrare il presidente russo Putin, per poi concludersi domenica nelle Filippine.

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Callista, ambasciatrice per amore

Mer, 08/11/2017 - 00:00

di Bianca Cerri

Callista Bisek Gingrich, designata quale ambasciatrice degli Stati uniti in Vaticano, fa parte di un ristretto gruppo di donne che hanno sposato uomini politici con un certo potere dopo aver scalciato le legittime consorti dei suddetti. Il colpaccio riesce in genere a signore capaci di rendersi invisibili fino al raggiungimento dell'ambita meta. Callista invece ha operato alla luce del sole facendo di tutto per farsi notare al fianco di Newt Gingrich che già le aveva assegnato un posto di “assistente” presso il Comitato per l'Agricoltura della Camera.

Metteva in ordine la collezione di francobolli di lui cercando di imparare alcune nozioni di storia di cui non capiva assolutamente nulla. Andava in giro nella mano nella mano con l'esponente repubblicano nei parchi attorno a Georgetown, la zona dei potenti di Washington, e la si vedeva entrare e uscire negli stessi motels frequentati dai rappresentanti di Camera e Senato con amiche ed escorts.

Callista era in fondo una donna ingenua che non trovava nulla da ridire sulle amicizie talvolta ambigue dell'amante, né sul fatto che questi fosse regolarmente sposato. D’altra parte, Repubblicani o Democratici che siano, i politici americani hanno sempre avuto una certa tendenza all'adulterio, compreso lo stesso Gingrich, considerato il signore assoluto della moralità e dei valori cristiani.

Callista dal canto suo non poteva permettersi di fare tanto la difficile, visto che prima di conoscere l'esponente repubblicano non aveva mai avuto mai veramente lavorato. A meno che finire in un coro religioso o sospirare come una ghiandaia soffiando in un corno francese sia da considerarsi un lavoro.

Sapeva già, comunque, che farsi sposare da un uomo politico dopo esserne stata per anni l'amante è una operazione complicata negli Stati Uniti, dove ci si aspetta che la nuova arrivata sia per lo meno all'altezza della moglie abbandonata. Soprattutto se l'uomo politico abbandona la moglie malata di cancro e devastata da anni di tradimenti come aveva fatto in passato Newt Gingrich, le elucubrazioni su valori familiari e patriottismo vanno a farsi benedire e anche l'aspirante sostituta verrà travolta dal ridicolo.

Per la verità di mogli malate e abbandonate nella vita di New Gingrich ce ne sono state due. A 16 anni, bisognoso di dimostrarsi sicuro e virile, sposò Jean Bettley, sua insegnante di geometria, che di anni ne aveva ventisette. Però le cose non andarono bene e il matrimonio si concluse che un divorzio.

E' molto difficile che i repubblicani statunitensi si facciano condizionare da sentimenti come la pietà o la semplice solidarietà umana. E infatti Gingrich abbandonò la prima moglie dopo venti anni di matrimonio mentre questa era in ospedale, dove aveva subito l'asportazione di un tumore.

Gli uomini che abbandonano le mogli sono una faccenda quotidiana ma nessuno lo fece con la stessa noncuranza. In quell'anno,1980, era già iniziata la scalata del rappresentante repubblicano verso la Casa Bianca e al tempo stesso si intensificavano le relazioni con qualunque donna gli capitasse a tiro.

Anne Manning, che conobbe Gingrich alla fine degli anni '70, ebbe con lui una breve relazione. Nata in Inghilterra, ma residente negli USA, Manning rivelò che Gingrich la portava nei motels di Georgetown esclusivamente per brevi sedute di sesso orale, ma ci fu anche il tempo di scambiarsi alcune confidenze. Fu Manning che in seguito rivelò alla stampa che l'esponente repubblicano, obeso e maldestro, era deluso dalla moglie, non abbastanza avvenente per diventare un giorno first lady. Bettley si ammalò gravemente e questa divenne una ragione sufficiente per chiedere il divorzio. Ci fu un po' di burrasca sulla questione degli alimenti e solo molto tempo dopo Gingrich le concesse 1650 dollari al mese.

I begli occhi di Marianne Ginther, giovane collaboratrice del suo staff, lo avevano già incantato e, con una semplice firma apposta su un modulo prestampato dal letto di un ospedale, il divorzio fu sancito. Con quella firma Gingrich tornò libero e sei mesi dopo iniziò un secondo matrimonio più tormentato del primo. Ginther aiutò il marito a scrivere un libro sul futuro dell'America. Ma in poco tempo si accorse però di aver sposato un vero camaleonte non solo della politica ma un uomo cinico e falso, con un ego gonfiato all'estremo, che la  umiliava ricordandole la scarsa avvenenza anche durante gli eventi pubblici.

Nel 1997 Gingrich passò dalle stelle alle stalle, perdendo una umiliante battaglia con Bill Clinton sull'affare Lewinsky; non poteva andare diversamente, dato che tutta l'America sapeva che aveva avuto storie persino con la moglie di un giocatore di baseball in macchina mentre le figlie assistevano alla partita.

La sua relazione con Callista Bisek era iniziata già da anni ma lui chiese a Marianne di acconsentire ad una “coppia aperta”, aveva il terrore dei costi di un nuovo divorzio. Marianne non fece commenti, in quei giorni era troppo preoccupata dalla diagnosi di sclerosi multipla che le era stata appena comunicata. Gingrich approfittò di nuovo di una malattia implacabile per liberarsi della seconda moglie e s'impegnò a pagare un'assicurazione da 26 dollari al mese a suo favore.

L'adulterio è ancora reato in numerosi stati americani ma Marianne era troppo presa dai propri problemi personali per ingaggiare una guerra legale. L'ex-marito le concesse anche un vitalizio da 149 dollari al mese per le cure mediche e, prima di sposare Callista, si dimise dalla carica di portavoce repubblicano alla Camera per ragioni di “moralità”. Solo 48 ore prima aveva tenuto un discorso sul valore dei padri fondatori e criticato i liberals che avevano approvato l'aumento delle tasse danneggiando così mogli e figli.

Dopo quattro mesi il  terzo matrimonio. Ci sarebbe voluto qualche anno ma il pubblico avrebbe dimenticato le molte peripezie maritali dell'aspirante presidente. Nel frattempo Callista doveva imparare a sfoggiare un sorriso a 32 denti per ammaliare gli scettici. E naturalmente imparare a vestirsi come una vera first lady.

Finalmente arrivarono le presidenziali del 2012 e Callista commise subito un errore madornale. Si presentò alla prima di un documentario sulla religione cattolica prodotto assieme al marito con un collier di diamanti. La coppia aveva già speso più di mezzo milione di dollari da Tiffany. Gingrich si era convertito al cattolicesimo nel 2009 colpito dalla serenità emanata da papa Ratzinger. Per gratitudine due anni dopo il secondo matrimonio era stato completamente annullato.

In un documentario l'uomo politico aveva rivisitato il ruolo di Dio negli Stati Uniti, ormai sicuro che sarebbe diventato presidente. La Casa Bianca però non è alla portata di tutti i candidati che hanno cambiato il look della moglie con un paio di bigodini. Lo sa molto bene l'ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che nel 2008 si era candidato alla presidenza.

Giuliani voleva portare la seconda moglie, conosciuta in un bar nel 1999, alla Casa Bianca e per riuscirci aveva rotto drasticamente col passato. Ma fu proprio la biografia di Judy Nathan Giuliani a mettere fine alle ambizioni presidenziali del marito. Certo, oltreoceano la britannica Camilla aveva atteso oltre venti anni per impalmare il principe Carlo, rinunciando persino al titolo di principessa a favore di quello più modesto di duchessa, ma Judy sperava che i tabloid l'avrebbero resa popolare in un battibaleno.

La dipingevano come una madre nubile che aveva lottato tutta la vita per mantenere i figli. Passi che invece la signora aveva già tre divorzi alle spalle e i figli di lui mai avrebbero accettato di sostenere la campagna presidenziale alla sua presenza. E passi pure che nei primi tempi i suoi interventi su temi delicati come l'intervento militare in Iraq e la Sanità pubblica avevano sbalordito l'opinione pubblica. Sui giornali, ad ogni tappa delle primarie, uscivano fuori nuove storie su Judy che non le facevano onore.

A far traboccare il proverbiale vaso fu però la lussuosa cerimonia di nozze con la sposa in bianco tempestato di diamanti e un diadema in testa alla presenza di quattrocento invitati, tutti rigorosamente miliardari. Ma a infastidire ancora di più il pubblico fu l'acquisto di un appartamento da quattro milioni di dollari nell'East Side.

Non c'è niente da fare: gli americani hanno la loro idea in materia di first ladies che non corrisponde alla personalità di Judy. L'opinione pubblica ama i personaggi come Nancy Reagan, “out of touch” ma con lo sguardo adorante sempre rivolto verso il marito. Anche Callista fu scartata quando si presentò con gioielli che costavano quanto la casa di un americano medio. In quell'epoca il debito pubblico era alle stelle e neppure la rivista Time perdonò un paio di orecchini da 22 mila dollari esibiti dall'aspirante first lady.

Solo Gingrich ormai era convinto che la terza moglie lo avrebbe portato alla presidenza. Il 3 marzo 2011 aveva avviato un'indagine esplorativa sulle possibilità di vincere. Il 4 aprile 2012 una vittoria di Gingrich sembrava però assai improbabile. Il 24 aprile il candidato repubblicano si era ritirato dalla corsa presidenziale dando il suo supporto a Mitt Romney.

Nel 2016 Gingrich incoraggiò la candidatura di Donald Trump che sembrava ancora indeciso. Visto che Trump (ahinoi!) aveva vinto, sperava nella vice-presidenza che andò invece a Mike Pence. Gingrich era stato il principale mastino a sostegno di Trump anche nei momenti difficili ed era rimasto deluso dalla sua mancanza di gratitudine. Per rimediare Trump ha aumentato il gruppo di incompetenti del suo entourage  assegnando a Callista Gingrich il ruolo di nuovo ambasciatore presso la Santa Sede.

Il bello è che le politiche di Washington sull'immigrazione, ad esempio, divergono drasticamente da quelle di Francesco. L'Enciclica papale dello anno scorso è tutta centrata sul ruolo della famiglia. La nomina di Callista, secondo lo Spokane Review, insulterebbe il Papa. Ma ormai è cosa fatta. Qualcuno ipotizza che Gingrich è felice del nuovo incarico che impegnerà la moglie per molte ore al giorno lasciandogli il tempo di fare nuove conquiste. Callista assicura di essere sempre stata una persona molto religiosa.

Ma con le ultime vicende che interessano la Casa Bianca e lo spettro dell'impeachment su Trump, la nomina di Callista può tornare utile per distogliere l'attenzione da problemi gravi. Newt Gingrich rimarrà sempre l'elefante zoppo della politica USA e a Cally Lou toccherà la missione impossibile di collegare la squinternata amministrazione Trump con l'intransigente Santa Sede.






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Le mani saudite sul Libano

Mer, 08/11/2017 - 00:00

di Michele Paris

Gli eventi mediorientali degli ultimi giorni hanno probabilmente segnato una nuova accelerazione dell’offensiva contro la crescente influenza nella regione dell’Iran da parte dell’Arabia Saudita e delle forze strettamente alleate alla monarchia assoluta sunnita, compresi gli Stati Uniti del presidente Trump.

In quest’ottica, la notizia più significativa è consistita nelle inaspettate dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, a nemmeno un anno dal suo ritorno alla guida del governo grazie a un accordo inter-settario che sembrava poter stabilizzare la delicata situazione nel “paese dei cedri”.

Hariri ha annunciato le sue dimissioni in un comunicato letto dalla rete televisiva saudita Al Arabiya mentre si trovava nella capitale del regno, Riyadh, facendo riferimento a una possibile minaccia contro la sua incolumità, peraltro smentita dai vertici delle forze di sicurezza libanesi.

La località da cui ha parlato sabato scorso Hariri e, ancor più, il contenuto del suo annuncio hanno lasciato pochi dubbi sul fatto che l’addio al governo di Beirut sia stato in sostanza ordinato dai suoi sponsor sauditi. La sua denuncia esplicita delle operazioni in Medio Oriente della Repubblica Islamica e di Hezbollah ha rappresentato infatti la conferma dell’allineamento delle forze sunnite libanesi, guidate dal clan Hariri, alla campagna anti-iraniana di Riyadh e Washington.

“Ovunque vi sia traccia dell’Iran”, ha sostenuto Hariri, “troviamo scontri e guerre”. Ribaltando la realtà dei fatti in relazione agli eventi degli ultimi anni in Medio Oriente, poi, il premier libanese ha accusato Teheran di “seminare distruzione” nel suo paese, ma anche in Siria, Bahrein e Yemen.

Se Hariri e la sua fazione politica e settaria in Libano costituiscono il contrappunto alle forze sciite guidate da Hezbollah e che fanno riferimento a Teheran e Damasco, a Beirut il primo ministro uscente era alla guida dallo scorso dicembre di un governo nato grazie a un’intesa con i propri “nemici”. Questo accordo aveva portato allo sblocco di un’impasse politica durata quasi tre anni e aveva consentito l’elezione alla presidenza del Libano dell’ex generale cristiano alleato di Hezbollah, Michel Aoun.

A cambiare le posizioni di Hariri e a determinare la sua inversione di rotta sul fronte interno, facendo cadere il suo governo di cui fanno parte esponenti di Hezbollah, è stata in definitiva l’accelerazione della campagna contro l’Iran e lo stesso “partito di Dio” impressa da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma anche da Israele.

Questi sviluppi sono intimamente legati a quelli registrati in Siria negli ultimi mesi, con il governo di Assad, assistito da Russia, Iran e Hezbollah, in grado di riconquistare ampie porzioni di territorio dallo Stato Islamico (ISIS) e dalle altre forze dell’opposizione armata sostenuta dagli USA, dalla Turchia e dalle monarchie arabe.

Avendo fallito nei loro piani in Siria, questi ultimi intendono cioè spostare in Libano la guerra contro l’Iran e, più in generale, contro l’arco della resistenza sciita in Medio Oriente. Questa strategia include il soffiare sulle tradizionali divisioni settarie in Libano per far cadere il governo di “unità nazionale” guidato finora da Hariri e avvicinare nel contempo una nuova possibile guerra tra Israele e Hezbollah attraverso la demonizzazione del partito-milizia sciita.

I fatti più recenti erano stati preannunciati da una serie di eventi che avevano interessato il Libano negli giorni precedenti. In particolare, all’inizio della scorsa settimana il ministro saudita per gli Affari del Golfo Persico, l’ultra-settario Thamer al-Sabhan, aveva pubblicamente attaccato e minacciato Hezbollah, definito il “partito di Satana”, fino a prospettare “immediati sviluppi sconvolgenti”.

Subito dopo la presa di posizione saudita e in seguito all’incontro a Beirut tra Hariri e il diplomatico iraniano consigliere dell’ayatollah Khamenei, Ali Akbar Velayati, il primo ministro libanese è stato convocato a Riyadh, dove ha finito per annunciare le proprie dimissioni in TV recitando un copione scritto con ogni probabilità dallo stesso ministro Sabhan e dal numero uno di fatto del regime saudita, l’erede al trono Mohammad bin Salman.

Tra lunedì e martedì, la vicenda ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il quotidiano libanese Al Akhbar ha scritto che Hariri sarebbe stato messo in stato di fermo dalle autorità saudite fin dal suo arrivo a Riyadh venerdì scorso. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha da parte sua accusato il regime saudita di avere costretto il premier alle dimissioni, definendo “legittimi” gli interrogativi su una sua possibile detenzione a Riyadh.

I vertici sauditi hanno smentito l’arresto di Hariri, mentre la stampa del regime ha dato notizia che il leader sunnita libanese si è recato negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il principe ereditario Sheikh Mohammed bin Zayed, per poi fare ritorno a Riyadh. Secondo alcuni media, però, lo stesso governo francese lunedì aveva chiesto al governo saudita di rimettere in libertà Hariri, con il quale era impossibile mettersi in contatto. A Beirut, intanto, il presidente Aoun ha affermato di non potere accettare le dimissioni del primo ministro fino a che quest’ultimo non tornerà in Libano e sarà fatta chiarezza sulla vicenda.

Nonostante una condotta al limite del criminale che mette in serio pericolo la stabilità del Libano, l’Arabia Saudita, tramite il ministro Sabhan, ha sostenuto che questo paese e Hezbollah avrebbero niente meno che “dichiarato guerra” a Riyadh, così che il regime sarà costretto ad adottare provvedimenti adeguati.

Martedì, poi, Mohammad bin Salman ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, quando ha accusato l’Iran di avere messo in atto una “aggressione militare diretta” nei confronti del suo paese. Il principe saudita ha fatto riferimento alla distruzione, avvenuta sabato scorso, di un missile lanciato dai “ribelli” Houthis in Yemen e diretto a Riyadh. L’Arabia Saudita e gli altri regimi sunniti del Golfo accusano da tempo Teheran di sostenere militarmente e finanziariamente gli Houthis, protagonisti nel 2015 del rovesciamento del governo che Riyadh cerca da allora di reinsediare con una campagna bellica sanguinosa. 

Lo sfondo su cui si sono svolti i fatti più recenti era stato preparato già dalla visita di Trump in Arabia Saudita nel mese di maggio, quando il presidente americano aveva inaugurato l’offensiva anti-iraniana facendo appello alle forze ultra-reazionarie sunnite nel mondo arabo. A ciò ha fatto seguito la recente denuncia dell’accordo sul nucleare di Teheran siglato a Vienna nel 2015 e l’adozione, da parte del Congresso di Washington, di una serie di sanzioni punitive contro esponenti di Hezbollah.

A influire sulle decisioni prese a Riyadh negli ultimi giorni può per molti avere influito anche la visita in Arabia Saudita a fine ottobre del consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, durante la quale potrebbero essere state concordate le mosse del regime sul fronte dell’offensiva anti-iraniana e anti-Hezbollah.

In qualche modo collegate alle dimissioni di Hariri sembrano essere inoltre le notizie arrivate sempre dall’Arabia Saudita nel fine settimana, con gli arresti e la destituzione forzata di numerosi principi, ministri e alti funzionari del regime sunnita. La nuova purga all’interno della casa regnante è stata ordinata da Mohammad bin Salman nel tentativo di azzerare le resistenze al consolidamento del potere nelle sue mani e reprimere le voci critiche contro la crociata anti-iraniana promossa dal 32enne principe saudita.

Che nei piani americani e sauditi debba svolgere un ruolo di spicco anche Israele è confermato poi dal fatto che le dimissioni di Hariri sono state subito commentate positivamente dal primo ministro Netanyahu. Quest’ultimo ha definito la decisione del premier libanese “un campanello d’allarme” che dovrebbe convincere la comunità internazionale ad “agire contro l’aggressione iraniana”.

Più precisamente, la mossa di Hariri telecomandata da Riyadh potrebbe servire, come ha spiegato un commento del Jerusalem Post, a “dare a Israele maggiore legittimità per una campagna intransigente e a tutto campo contro Iran e Libano, e non solo Hezbollah, in caso di guerra” oltre il confine settentrionale.

Quello che la nuova situazione libanese potrebbe comportare per il momento è una nuova crisi politica a Beirut e, anche senza prevedere il riesplodere della guerra civile, un riaggravarsi delle tensioni settarie, già alimentate dal conflitto in Siria. In Libano, ad esempio, nel 2018 sono previste elezioni che già sono state rimandate di ben quattro anni e, vista la cronica difficoltà a mettere assieme governi funzionanti, potrebbero essere nuovamente posticipate.

A ben vedere, in ogni caso, l’intensificazione della battaglia contro Iran e Hezbollah da parte americana e saudita, oltre a risultare estremamente rischiosa per la sorte del Libano, non è che la prova della disperazione di Washington e Riyadh, costretti a prendere atto del naufragio dei loro piani in Siria e in Iraq, ma anche degli effetti indesiderati della sanguinosa guerra in Yemen e dell’aspra disputa in corso con il Qatar.

I tentativi di destabilizzare ulteriormente la regione, di rovesciare governi ostili e di limitare l’influenza dell’Iran hanno finora ottenuto l’effetto esattamente contrario, ingigantendo cioè il ruolo della stessa Repubblica Islamica e della Russia in Medio Oriente. Gli sforzi diretti ora in Libano, perciò, se pure minacciano nuove violenze in quest’ultimo paese, potrebbero anche finire per riprodurre lo stesso identico risultato.

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Cento anni fa

Lun, 06/11/2017 - 23:42

di Fabrizio Casari

Cento anni fa, mentre con la più sanguinosa delle guerre le monarchie europee si contendevano il dominio dell’Europa, la Rivoluzione Bolscevica chiudeva per sempre la storia delle monarchie, inaugurando il XX secolo con la più grande storia di ribellione ed emancipazione mai conosciuta.

Guidata da Vladimir Ilic Ulianov Lenin, la Rivoluzione Bolscevica cambiava la geografia sociale, politica ed economica, fino a quel momento destinata solo a favorire l’aristocrazia e la Russia si tirava fuori dalla prima guerra mondiale. Irrompeva nel libro della storia la classe proletaria, assumevano un volto e un nome i contadini e gli operai non più disponibili ad assoggettarsi al regime zarista.

D’improvviso, una massa di sfruttati ed impotenti si fece classe. Mise fine ad un regime feudale, prese in mano le redini di un paese immenso ed aprì al mondo intero una diversa prospettiva di liberazione dalla tirannide prima e di emancipazione delle classi lavoratrici poi. Da dominati divennero governo. Il grande disordine divenne l’Ordine Nuovo. L’unità di misura della politica apprese la scienza delle trasformazioni radicali che, sebbene datesi in un solo paese, si riflettevano sull’intero pianeta.

La Rivoluzione Bolscevica, forgiatasi sulla idealità marxista, smentì le previsioni del filosofo di Treviri, che vedeva nella borghesia la classe rivoluzionaria per eccellenza e che, per questo, immaginò lo sviluppo dei processi rivoluzionari nei paesi industrialmente più avanzati, Stati Uniti e Inghilterra in primo luogo. E invece in Russia, come successivamente in Cina e nei processi di liberazione in Asia, in America Latina e persino in Africa, fu il proletariato la classe protagonista dei processi rivoluzionari e che avrebbe permesso, con la sua liberazione, quella della società in generale.

Con i suoi limiti, con i suoi errori e con le sue rettifiche, la rivoluzione russa fu lo spartiacque della storia, l’inizio di un'altra lettura del Novecento, il secolo che cambiò i paradigmi dell’esistente insegnando che un mondo diverso era possibile. Il nascente capitalismo moderno, che si erigeva sulle macerie delle monarchie e prosperava nel colonialismo, da quel momento in poi avrebbe dovuto misurarsi con un modello nuovo, che chiamava a raccolta le ragioni dei dimenticati, ergeva a metro di misura il bene collettivo e proponeva un nuovo assetto nella storia dell’umanità.

L’edificazione della nuova Russia, divenuta Unione Sovietica nella riunificazione di una nazione grande come un continente e nell’abolizione delle differenze tra le etnie contenute al suo interno, dovette affrontare il mostro nazifascista che le borghesie europee avevano concepito prima e legittimato poi. Il nazifascismo, infatti, era stata la risposta disperata di queste, che nell’Unione Sovietica vedevano – giustamente - una minaccia mortale al loro dominio, all’ordine stabilito delle classi dominanti.

L’Unione Sovietica fu anche scuola di resistenza, quando per difendersi e difendere l’Europa intera dal terrore nazifascista offrì alla storia 22 milioni di morti per piegare il Terzo Reich e il fascismo italiano. La bandiera Sovietica che sventolò sul Reichstag di Berlino annunciò la fine dell’orrore, permise la liberazione di un intero continente e l’inizio di una nuova era per tutta l’umanità.

Successivamente alla vittoria, l’esempio dell’Unione Sovietica spinse il proletariato europeo ad un ruolo di protagonista, al punto che il capitalismo uscito dal secondo conflitto mondiale dovette cercare un modello di dominio calibrato sulle concessioni di diritti ai lavoratori divenute inevitabili; il sacrificio sovietico contro il nazifascismo non aveva solo liberato l’Europa dalla tirannide ma anche spinto su un piano molto più avanzato la lotta per le rivendicazioni di diritti sociali in ogni paese del vecchio continente.

L’Unione Sovietica non si limitò, però, a fungere da esempio. Nonostante avesse firmato gli accordi di Yalta, che prevedevano la divisione del mondo in sfere d’influenza, Mosca intervenne ad aiutare, in ogni parte del pianeta, le lotte per l’indipendenza dei popoli oppressi dal colonialismo e dalle dittature militari decise e sostenute dal capitalismo internazionale a garanzia dei suoi interessi.

La decolonizzazione in Africa, così come le lotte di liberazione in America Latina, videro il sostegno dell’Unione Sovietica. La rivoluzione cubana poté contare per decenni sull’aiuto sovietico e la stessa Rivoluzione Sandinista, in Nicaragua, ricevette ogni sostegno da Mosca e dall’intero blocco dell’Europa Orientale, decisivo nella difesa del paese aggredito dagli Stati Uniti di Reagan e Bush.

Oggi ricorrono i cento anni da quel 1917 che cambiò il destino della Russia e la storia del mondo intero. Quella dell’Unione Sovietica, durata oltre settant’anni, fu non priva di passaggi controversi e di vere e proprie pagine drammatiche. Ma l’ostacolo più importante al processo venne da un assetto interno a forte vocazione burocratica ed accentratrice, poco sensibile alle esigenze di rinnovamento e incardinato nel confronto militare con l’Occidente (che sapeva di dissanguare l’Urss con la continua corsa al riarmo, conscia di una superiorità tecnologica e finanziaria decisive per prevalere nello scontro). Il sistema sovietico non seppe autoriformarsi.

Sebbene per la sua composizione territoriale fu in qualche modo costretta ad un modello sviluppista, l'Urss non seppe costruire in parallelo un cammino alternativo all’industrializzazione pesante nella sua produzione. Allo stesso tempo, sul piano politico, sclerotizzò il dispiegarsi del dibattito politico all’interno della comunità socialista e privilegiò il controllo interno sulla libertà di espressione. Con la riproposizione autoritaria dell’ortodossia ideologica esaurì progressivamente la spinta affascinante di un modello che aveva cambiato l’umanità, e non fu in grado di valorizzare le modificazioni del costume che, grazie anche al progresso tecnologico, s’imposero su scala globale.

Ma tutto il processo politico che contrassegnò la sua esistenza fu un processo di emancipazione per le classi popolari che oggi in molti rimpiangono, a cominciare dagli ex paesi Oltrecortina. La caduta dell’Urss portò con sé l'equilibrio bipolare del pianeta e il trionfo del capitalismo neoliberista, che negli ultimi venti anni ha portato il mondo del lavoro e dei diritti sociali vicino al collasso. Il suo affermarsi ha prodotto il punto più basso della civiltà occidentale. Il fallimento delle sue ricette per i popoli non è però un errore collaterale, ma la conseguenza voluta del successo per le elites. Al suo massimo grado di sviluppo incontrastato, il sistema che ha vinto ha prodotto la supremazia dei potenti e determinato un ordine economico ingiusto ed escludente che rende i poveri più poveri e i ricchi più ricchi.

Cento anni dopo quel 7 Novembre del 1917, la speranza è che non sia ancora scritta l’ultima pagina della storia e che la sinistra che verrà serva a fare di questo mondo un luogo meno ingiusto e più degno di essere vissuto.

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Callista, una strana ambasciatrice

Lun, 06/11/2017 - 23:00


Callista Bisek Gingrich, designata quale ambasciatrice degli Stati uniti in Vaticano, fa parte di un ristretto gruppo di donne che hanno sposato uomini politici con un certo potere dopo aver scalciato le legittime consorti dei suddetti. Il colpaccio riesce in genere a signore capaci di rendersi invisibili fino al raggiungimento dell'ambita meta. Callista invece ha operato alla luce del sole facendo di tutto per farsi notare al fianco di Newt Gingrich che già le aveva assegnato un posto di “assistente” presso il Comitato per l'Agricoltura della Camera.

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USA: il Congresso e la guerra alla democrazia

Ven, 03/11/2017 - 00:00

di Michele Paris

I responsabili degli affari legali di tre delle più importanti compagnie informatiche americane sono apparsi questa settimana di fronte alle commissioni per i Servizi Segreti di Camera e Senato del Congresso di Washington nell’ambito delle assurde indagini in corso sulle cosiddette “fake news” e sulle presunte attività di propaganda russe per influenzare il processo elettorale negli Stati Uniti.

Le audizioni, tenute tra martedì e mercoledì, si sono svolte in un clima surreale, nel quale deputati e senatori di entrambi i partiti hanno di fatto invitato i rappresentanti di Google, Facebook e Twitter ad adottare metodi di censura palesemente incostituzionali per reprimere opinioni politiche e punti di vista “estremisti”, invariabilmente collegati a operazioni condotte dal governo di Mosca.

La tesi della classe politica USA è in sostanza quella che agenti russi avrebbero innestato nel dibattito politico americano argomenti di discussione controversi e in grado di creare divisioni nell’opinione pubblica, infiammando così artificiosamente le tensioni nel paese fino a mettere in pericolo un sistema democratico altrimenti pressoché immacolato.

Il corollario di questa argomentazione è che soltanto i media ufficiali, sostanzialmente allineati al governo e all’apparato militare e dell’intelligence americano, dispongono del sigillo della “verità” dell’informazione ed essi soli sono legittimati a trovare spazio sui social networks, mentre chiunque proponga una visione dissidente e alternativa – ovvero diffonda “fake news” – deve essere messo a tacere.

La presenza dei rappresentanti legali dei tre colossi americani al Congresso è servita anche ai deputati e ai senatori presenti per fare chiarezza su ciò che ci si attende dalle compagnie, vale a dire la massima collaborazione con il governo per condurre una vera e propria guerra sia contro libertà di espressione sia contro i paesi considerati rivali strategici degli Stati Uniti.

La senatrice democratica della California, Dianne Feinstein, a un certo punto dell’audizione di mercoledì ha ripreso i tre manager di Facebook, Google e Twitter per “non avere compreso” la situazione attuale, non indagando quindi appropriatamente sulla campagna di ingerenza della Russia, per poi mettere in chiaro che quello di cui “stiamo parlando, è l’inizio di una guerra informatica”.

La misura del degrado avanzato delle istituzioni democratiche americane è stata dimostrata dal fatto che, in più di un’occasione nel corso delle udienze, sono stati i rappresentanti delle tre compagnie a richiamare l’attenzione di deputati e senatori sulle implicazioni costituzionali della loro battaglia contro la libertà di espressione e informazione.

Ciò risulta particolarmente inquietante alla luce del fatto che compagnie come Facebook o Google si sono in larga misura adeguate sia alla campagna anti-russa in corso sia alle necessità del governo nell’ambito delle attività di sorveglianza di massa della popolazione.

Uno scambio di battute tra il deputato della South Carolina, Trey Gowdy, e il responsabile per gli affari legali di Facebook, Colin Stetch, è stato illuminante  a questo proposito. Per sottolineare la relatività, a suo dire, del diritto alla libertà di espressione, il deputato repubblicano ha chiesto a Stetch se gli amministratori del noto social network ritengano di avere la facoltà di bloccare un utente che scambi erroneamente un giorno della settimana con un altro, cioè affermi che “oggi è giovedì anche se è invece mercoledì”.

Il manager di Facebook ha risposto ricordando al deputato come il Primo Emendamento della Costituzione americana protegga la libertà di espressione anche in caso di affermazioni false e che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ovviamente confermato questo diritto in numerose sentenze. Non è in ogni caso competenza di Facebook, ha aggiunto Stetch, “decidere se il contenuto [delle affermazioni postate dagli utenti] sia vero o falso”.

In realtà, la caccia alle streghe in atto negli USA mira precisamente a stabilire una verità accettabile e consentita solo quando sia allineata alle posizioni del governo e, in parallelo, a negare ogni legittimità alle affermazioni che le contraddicono, bollandole come il frutto di cospirazione, tradimento o attività di potenze ostili.

Un altro punto che ha confermato la campagna condotta dal Congresso americano contro i diritti democratici fondamentali è stato sollevato dal senatore repubblicano dell’Arkansas, Tom Cotton. Quest’ultimo ha chiesto al rappresentante di Twitter, Sean Edgett, il motivo per cui il suo sito non abbia ancora garantito all’intelligence USA tutte le informazioni disponibili sui suoi utenti e se, secondo la sua opinione, ci siano differenze tra la CIA e i servizi segreti russi.

Edgett ha ribattuto che Twitter “non offre i propri servizi per la sorveglianza [di massa] a nessun governo”. Poco dopo, il senatore Cotton ha poi attaccato apertamente il social network per non avere ancora censurato WikiLeaks e il suo fondatore, Julian Assange, visto che il direttore della CIA, Mike Pompeo, ha da tempo classificato questo sito come “un’organizzazione di intelligence non statale ostile che appoggia potenze straniere”.

Quando Edgett ha ribattuto che Twitter applica le proprie regole “senza pregiudizi” sulle opinioni espresse, Cotton ha chiesto se “schierarsi con gli USA e contro i nostri avversari” sia da considerarsi un atteggiamento “pregiudiziale”.

Praticamente tutti gli interventi di deputati e senatori nel corso delle audizioni di questa settimana hanno contenuto inviti a violare le norme costituzionali. Un altro esempio ha visto protagonista il deputato democratico del Texas, Joaquin Castro, impegnato a calpestare il diritto a non subire perquisizioni e confische arbitrarie, sancito dal Quarto Emendamento alla Costituzione.

Castro ha chiesto al rappresentante di Twitter se i suoi amministratori sono disposti a “fornire alla commissione [per i Servizi Segreti della Camera dei Rappresentanti] qualsiasi messaggio diretto” di account sospettati di essere legati al governo russo. Edgett ha affermato che ciò sarebbe possibile solo in presenza del mandato di un giudice, al che il deputato democratico ha scoraggiato il suo interlocutore dal sostenere che un “finto” account russo “abbia qualche diritto alla privacy”.

Malgrado l’ostentazione dell’immagine di compagnie attente al rispetto dei diritti democratici e di espressione, queste ultime stanno già collaborando con l’FBI e le commissioni del Congresso che indagano su “Russiagate” e “fake news”.

Su invito dei politici, sia Facebook che Twitter hanno infatti già individuato, attraverso procedimenti molto discutibili, account considerati fittizi e attribuiti a entità operanti per il governo russo. In maniera singolare, il numero di essi è lievitato in parallelo all’insistenza di deputati e senatori a riconoscere e reprimere le minacce alla società e alla democrazia americane provenienti dai social networks.

Google, a sua volta, ha recentemente depennato la popolare testata russa RT dai canali preferiti di YouTube, nonostante la stessa compagnia abbia fatto sapere di non avere riscontrato violazioni da parte del network. Nel corso delle audizioni di questa settimana, la decisione di Google è stata comunque criticata dai membri del Congresso perché ritenuta troppo tardiva e ufficialmente non motivata dal fatto che RT sia uno strumento della propaganda del Cremlino, come recita la versione ufficiale di Washington.

Il ricorso crescente a metodi di censura da parte dei principali social networks è comunque evidente anche da altre circostanze che confermano l’esistenza di un piano più o meno coordinato all’interno del quale operano la politica, l’apparato della “sicurezza nazionale” e i colossi dell’informatica e della comunicazione.

Ad esempio, da qualche mese Google sembra avere cambiato i propri algoritmi di ricerca per adeguarsi alla campagna anti-fake news, con il risultato di avere drasticamente ridotto il traffico internet verso numerosi siti e testate di tendenze progressiste o socialiste.

Twitter, infine, com’è emerso dalla testimonianza scritta del suo rappresentante legale sottoposta al Congresso questa settimana, nel corso del 2016 aveva cercato di limitare ai suoi utenti la visione dell’hashtag “#PodestaEmails”. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, grazie a esso erano circolati in rete i documenti pubblicati da WikiLeaks sulle manovre all’interno del Partito Democratico per ostacolare la campagna elettorale di Bernie Sanders e favorire la nomination di Hillary Clinton.

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USA: il Congresso e la guerra alla democrazia

Gio, 02/11/2017 - 23:00

di Michele Paris

I responsabili degli affari legali di tre delle più importanti compagnie informatiche americane sono apparsi questa settimana di fronte alle commissioni per i Servizi Segreti di Camera e Senato del Congresso di Washington nell’ambito delle assurde indagini in corso sulle cosiddette “fake news” e sulle presunte attività di propaganda russe per influenzare il processo elettorale negli Stati Uniti.

Le audizioni, tenute tra martedì e mercoledì, si sono svolte in un clima surreale, nel quale deputati e senatori di entrambi i partiti hanno di fatto invitato i rappresentanti di Google, Facebook e Twitter ad adottare metodi di censura palesemente incostituzionali per reprimere opinioni politiche e punti di vista “estremisti”, invariabilmente collegati a operazioni condotte dal governo di Mosca.

La tesi della classe politica USA è in sostanza quella che agenti russi avrebbero innestato nel dibattito politico americano argomenti di discussione controversi e in grado di creare divisioni nell’opinione pubblica, infiammando così artificiosamente le tensioni nel paese fino a mettere in pericolo un sistema democratico altrimenti pressoché immacolato.

Il corollario di questa argomentazione è che soltanto i media ufficiali, sostanzialmente allineati al governo e all’apparato militare e dell’intelligence americano, dispongono del sigillo della “verità” dell’informazione ed essi soli sono legittimati a trovare spazio sui social networks, mentre chiunque proponga una visione dissidente e alternativa – ovvero diffonda “fake news” – deve essere messo a tacere.

La presenza dei rappresentanti legali dei tre colossi americani al Congresso è servita anche ai deputati e ai senatori presenti per fare chiarezza su ciò che ci si attende dalle compagnie, vale a dire la massima collaborazione con il governo per condurre una vera e propria guerra sia contro libertà di espressione sia contro i paesi considerati rivali strategici degli Stati Uniti.

La senatrice democratica della California, Dianne Feinstein, a un certo punto dell’audizione di mercoledì ha ripreso i tre manager di Facebook, Google e Twitter per “non avere compreso” la situazione attuale, non indagando quindi appropriatamente sulla campagna di ingerenza della Russia, per poi mettere in chiaro che quello di cui “stiamo parlando, è l’inizio di una guerra informatica”.

La misura del degrado avanzato delle istituzioni democratiche americane è stata dimostrata dal fatto che, in più di un’occasione nel corso delle udienze, sono stati i rappresentanti delle tre compagnie a richiamare l’attenzione di deputati e senatori sulle implicazioni costituzionali della loro battaglia contro la libertà di espressione e informazione.

Ciò risulta particolarmente inquietante alla luce del fatto che compagnie come Facebook o Google si sono in larga misura adeguate sia alla campagna anti-russa in corso sia alle necessità del governo nell’ambito delle attività di sorveglianza di massa della popolazione.

Uno scambio di battute tra il deputato della South Carolina, Trey Gowdy, e il responsabile per gli affari legali di Facebook, Colin Stetch, è stato illuminante  a questo proposito. Per sottolineare la relatività, a suo dire, del diritto alla libertà di espressione, il deputato repubblicano ha chiesto a Stetch se gli amministratori del noto social network ritengano di avere la facoltà di bloccare un utente che scambi erroneamente un giorno della settimana con un altro, cioè affermi che “oggi è giovedì anche se è invece mercoledì”.

Il manager di Facebook ha risposto ricordando al deputato come il Primo Emendamento della Costituzione americana protegga la libertà di espressione anche in caso di affermazioni false e che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ovviamente confermato questo diritto in numerose sentenze. Non è in ogni caso competenza di Facebook, ha aggiunto Stetch, “decidere se il contenuto [delle affermazioni postate dagli utenti] sia vero o falso”.

In realtà, la caccia alle streghe in atto negli USA mira precisamente a stabilire una verità accettabile e consentita solo quando sia allineata alle posizioni del governo e, in parallelo, a negare ogni legittimità alle affermazioni che le contraddicono, bollandole come il frutto di cospirazione, tradimento o attività di potenze ostili.

Un altro punto che ha confermato la campagna condotta dal Congresso americano contro i diritti democratici fondamentali è stato sollevato dal senatore repubblicano dell’Arkansas, Tom Cotton. Quest’ultimo ha chiesto al rappresentante di Twitter, Sean Edgett, il motivo per cui il suo sito non abbia ancora garantito all’intelligence USA tutte le informazioni disponibili sui suoi utenti e se, secondo la sua opinione, ci siano differenze tra la CIA e i servizi segreti russi.

Edgett ha ribattuto che Twitter “non offre i propri servizi per la sorveglianza [di massa] a nessun governo”. Poco dopo, il senatore Cotton ha poi attaccato apertamente il social network per non avere ancora censurato WikiLeaks e il suo fondatore, Julian Assange, visto che il direttore della CIA, Mike Pompeo, ha da tempo classificato questo sito come “un’organizzazione di intelligence non statale ostile che appoggia potenze straniere”.

Quando Edgett ha ribattuto che Twitter applica le proprie regole “senza pregiudizi” sulle opinioni espresse, Cotton ha chiesto se “schierarsi con gli USA e contro i nostri avversari” sia da considerarsi un atteggiamento “pregiudiziale”.

Praticamente tutti gli interventi di deputati e senatori nel corso delle audizioni di questa settimana hanno contenuto inviti a violare le norme costituzionali. Un altro esempio ha visto protagonista il deputato democratico del Texas, Joaquin Castro, impegnato a calpestare il diritto a non subire perquisizioni e confische arbitrarie, sancito dal Quarto Emendamento alla Costituzione.

Castro ha chiesto al rappresentante di Twitter se i suoi amministratori sono disposti a “fornire alla commissione [per i Servizi Segreti della Camera dei Rappresentanti] qualsiasi messaggio diretto” di account sospettati di essere legati al governo russo. Edgett ha affermato che ciò sarebbe possibile solo in presenza del mandato di un giudice, al che il deputato democratico ha scoraggiato il suo interlocutore dal sostenere che un “finto” account russo “abbia qualche diritto alla privacy”.

Malgrado l’ostentazione dell’immagine di compagnie attente al rispetto dei diritti democratici e di espressione, queste ultime stanno già collaborando con l’FBI e le commissioni del Congresso che indagano su “Russiagate” e “fake news”.

Su invito dei politici, sia Facebook che Twitter hanno infatti già individuato, attraverso procedimenti molto discutibili, account considerati fittizi e attribuiti a entità operanti per il governo russo. In maniera singolare, il numero di essi è lievitato in parallelo all’insistenza di deputati e senatori a riconoscere e reprimere le minacce alla società e alla democrazia americane provenienti dai social networks.

Google, a sua volta, ha recentemente depennato la popolare testata russa RT dai canali preferiti di YouTube, nonostante la stessa compagnia abbia fatto sapere di non avere riscontrato violazioni da parte del network. Nel corso delle audizioni di questa settimana, la decisione di Google è stata comunque criticata dai membri del Congresso perché ritenuta troppo tardiva e ufficialmente non motivata dal fatto che RT sia uno strumento della propaganda del Cremlino, come recita la versione ufficiale di Washington.

Il ricorso crescente a metodi di censura da parte dei principali social networks è comunque evidente anche da altre circostanze che confermano l’esistenza di un piano più o meno coordinato all’interno del quale operano la politica, l’apparato della “sicurezza nazionale” e i colossi dell’informatica e della comunicazione.

Ad esempio, da qualche mese Google sembra avere cambiato i propri algoritmi di ricerca per adeguarsi alla campagna anti-fake news, con il risultato di avere drasticamente ridotto il traffico internet verso numerosi siti e testate di tendenze progressiste o socialiste.

Twitter, infine, com’è emerso dalla testimonianza scritta del suo rappresentante legale sottoposta al Congresso questa settimana, nel corso del 2016 aveva cercato di limitare ai suoi utenti la visione dell’hashtag “#PodestaEmails”. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, grazie a esso erano circolati in rete i documenti pubblicati da WikiLeaks sulle manovre all’interno del Partito Democratico per ostacolare la campagna elettorale di Bernie Sanders e favorire la nomination di Hillary Clinton.

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Trump e il macigno del “Russiagate”

Mer, 01/11/2017 - 00:00

di Mario Lombardo

Gli ambienti politici e i media ufficiali negli Stati Uniti sono andati letteralmente in fibrillazione questa settimana dopo che il “consigliere speciale” incaricato di indagare sul “Russiagate”, l’ex direttore dell’FBI Robert Mueller, ha reso note le prime tre incriminazioni ufficiali nell’ambito della gigantesca caccia alle streghe in atto per fare chiarezza sui fantomatici rapporti tra il Cremlino e il presidente Trump.

La diffusione della notizia, nell’aria da qualche giorno, è stata accolta prevedibilmente come una vera e propria “bomba” che, secondo la stampa americana, porterebbe a un nuovo livello le implicazioni della vicenda che coinvolge la Casa Bianca. Ciò sembra avere messo nei guai un Trump ormai sul punto di essere smentito in maniera definitiva circa le collusioni con Mosca per screditare Hillary Clinton e vincere le elezioni del novembre 2016.

Come già accaduto in altri momenti presumibilmente decisivi del cosiddetto “Russiagate”, però, anche in questa occasione il clamore attorno alle ultime notizie finisce per svanire in fretta di fronte a una semplice lettura dei fatti.

In realtà, ciò che confermano i documenti relativi all’incriminazione di tre individui legati in vario modo alla campagna di Trump per le presidenziali dello scorso anno è in primo luogo la natura dell’indagine di Mueller, strumento nelle mani di determinati poteri dentro e fuori il governo americano per colpire un’amministrazione che si rifiuta o non è in grado di perseguire obiettivi strategici ben precisi, a cominciare da quelli legati ai rapporti tra USA e Russia.

Dei tre uomini incriminati dall’ex numero uno dell’FBI, sono due quelli che ricoprivano effettivamente un ruolo di spicco nello staff di Trump: l’ex capo della campagna elettorale, Paul Manafort, e il suo braccio destro, Rick Gates. I capi d’accusa nei loro confronti non hanno però nulla a che vedere con la vicenda al centro delle indagini, ovvero la presunta manipolazione russa della campagna per le presidenziali del 2016.

Il legame con Mosca è rappresentato dal fatto che Manafort e Gates avevano lavorato a lungo, e prima di mettersi al servizio di Trump, per l’ex presidente ucraino filo-russo, Viktor Yanukovich. Ironicamente, quest’ultimo è stato deposto nel 2014 da un golpe di estrema destra organizzato proprio dal governo americano, le cui interferenze nei fatti accaduti in Ucraina, al contrario di quelle russe nel processo elettorale USA, sono ben documentate e incontrovertibili anche se non oggetto di indagini.

Manafort e il suo collaboratore sono accusati sostanzialmente di riciclaggio, in relazione a decine di milioni di dollari ricevuti da Yanukovich in cambio delle loro consulenze e dell’attività di lobby a suo favore a Washington, e di non essersi registrati negli Stati Uniti come agenti di un governo straniero.

In tutto questo, nemmeno le carte del procedimento a carico di Manafort e Gates indicano un qualche collegamento con le attività della Russia per influenzare le presidenziali americane. Oltretutto, il partner nel lavoro in Ucraina dei due uomini di Trump era la compagnia di lobby di Washington Podesta Group, notoriamente vicina al Partito Democratico e guidata, fino alle dimissioni di questa settimana, da Anthony Podesta, fratello di John Podesta, direttore della campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016.

Le complicazioni per Trump deriverebbero così dalla terza incriminazione annunciata lunedì o, meglio, dalla notizia che l’ex consigliere dell’allora candidato alla presidenza in materia di affari esteri, George Papadopoulos, si sarebbe dichiarato colpevole di avere mentito all’FBI nel corso di interrogatori relativi a suoi contatti con presunti agenti russi nel corso del 2016.

Apparentemente, Papadopoulos rappresenterebbe uno dei collegamenti tra il Cremlino e la campagna di Trump nel quadro delle manovre per gettare fango su Hillary Clinton e influenzare l’esito delle presidenziali. Infatti, nel 2016 uomini legati al governo di Mosca avrebbero fatto sapere a Papadopoulos di essere in possesso di materiale, sotto forma di e-mail, che poteva screditare la candidata democratica alla Casa Bianca.

L’allora consigliere di Trump avrebbe da parte sua cercato di mettere in contatto uomini dello staff del futuro presidente americano con quelli che riteneva essere esponenti del Cremlino. Un membro dello staff di Trump, probabilmente Manafort, anche se il suo nome non viene citato esplicitamente dalle carte del procedimento, avrebbe incoraggiato Papadopouls a cercare e ottenere informazioni dai suoi contatti russi sulla Clinton.

Al di là delle apparenze e dei tentativi della stampa ufficiale di dipingere i fatti relativi alla posizione di George Papadopoulos come una prova della collusione tra Trump e Mosca, la vicenda sembra in realtà avere poco o nessun fondamento.

Per cominciare, il 30enne Papadopoulos non ricopriva una posizione di responsabilità nello staff di Trump e, secondo la Casa Bianca, era addirittura un “volontario non pagato” che aveva incontrato solo una volta i vertici della campagna. Ciò rende plausibili due ipotesi. La prima è che Papadopoulos cercasse di auto-promuoversi prospettando informazioni potenzialmente esplosive su Hillary ma di cui, anche dando per scontato che gli uomini con cui era in contatto fossero davvero agenti russi, non aveva prove concrete dell’esistenza.

La seconda è che individui legati a poteri non meglio definiti avevano ostentato finti legami con Mosca per creare una trappola in cui far cadere il candidato Trump, utilizzando un membro di secondo piano della sua campagna vista l’impossibilità di accedere agli uomini più vicini al candidato repubblicano. Da tenere presente, a questo proposito, è il fatto che le voci sulla collaborazione tra Trump e il Cremlino stavano già circolando nel periodo al centro delle indagini di Mueller.

In ogni caso, ciò che conta ai fini legali è che l’entourage di Trump non aveva dato seguito allo spunto offerto da Papadopoulos, né vi sono elementi concreti per identificare i contatti di quest’ultimo con persone effettivamente legate al governo di Mosca. Singolarmente, com’è accaduto quasi sempre nei mesi scorsi in occasione di rivelazioni di contatti o incontri tra uomini di Trump e agenti russi – veri o presunti – anche in questa occasione l’analisi dei fatti sembra dimostrare piuttosto che non vi è stata alcuna collusione con Mosca per influenzare le presidenziali americane del 2016.

Alla luce della debolezza degli indizi offerti dall’indagine sul “Russiagate” di Mueller, gli oppositori del presidente hanno interpretato i documenti dell’incriminazione come un primo passo verso il coinvolgimento dei pezzi grossi della campagna di Trump. In quest’ottica, l’ex direttore dell’FBI potrebbe disporre di maggiori informazioni sulle responsabilità dello staff di Trump rispetto a quelle rivelate finora.

A ben vedere, tuttavia, gli elementi conosciuti e ipotizzati, così come la durata delle indagini e l’attenzione quasi morbosa dei media per la vicenda in contrapposizione all’assenza di prove, non depongono a favore di questa interpretazione, ma sembrano confermare al contrario la natura tutta politica della caccia alle streghe in atto a Washington.

L’iniziativa di questa settimana di Robert Mueller segnala comunque un’accelerazione degli attacchi contro la Casa Bianca e un aggravamento dello scontro in atto all’interno della classe dirigente americana. Nonostante quella di Trump abbia forse già assunto in poco più di nove mesi i contorni dell’amministrazione più reazionaria della storia americana, gli obiettivi della guerra contro il presidente, condotta con lo strumento del “Russiagate”, non hanno nulla di democratico.

Anzi, le pressioni su Trump servono, da un lato, a spingere per l’implementazione di politiche più aggressive nei confronti della Russia negli scenari internazionali dove si scontrano gli interessi di questo paese con quelli americani, come in Europa orientale o in Siria.

Dall’altro, la controversia del “Russiagate” viene sempre più sfruttata per reprimere opinioni e fonti di informazione indipendenti o alternative ai media “mainstream”, con una campagna dai contorni maccartisti che distribuisce accuse di tradimento o di collusione con Mosca contro chiunque si discosti dall’interpretazione ufficiale dei fatti domestici o internazionali.

Quest’ultima battaglia contro la libertà di stampa e di opinione si sta concretizzando pericolosamente negli sforzi di combattere le cosiddette “fake news”, ma anche di limitare gli spazi del dissenso e la diffusione di notizie provenienti da media russi o filo-russi sui social networks.

Con l’intensificarsi del conflitto, resta possibile infine anche una reazione clamorosa all’indagine sul “Russiagate” da parte del presidente e degli ambienti di estrema destra, soprattutto esterni al Partito Repubblicano, che lo sostengono.

Le voci su un possibile licenziamento di Mueller continuano ad esempio a rincorrersi, nonostante il rischio di uno scontro frontale con l’establishment di Washington che ciò comporterebbe. Sempre sul tavolo c’è anche la possibilità concreta che Trump possa finire per scatenare una nuova guerra rovinosa – contro la Corea del Nord o l’Iran – nel tentativo disperato di allentare le crescenti pressioni interne sulla sua amministrazione.

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Trump e il macigno del “Russiagate”

Mar, 31/10/2017 - 23:00

Gli ambienti politici e i media ufficiali negli Stati Uniti sono andati letteralmente in fibrillazione questa settimana dopo che il “consigliere speciale” incaricato di indagare sul “Russiagate”, l’ex direttore dell’FBI Robert Mueller, ha reso note le prime tre incriminazioni ufficiali nell’ambito della gigantesca caccia alle streghe in atto per fare chiarezza sui fantomatici rapporti tra il Cremlino e il presidente Trump.

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Catalogna: repressione e commissariamento

Mar, 31/10/2017 - 00:00

di Michele Paris

L’impronta autoritaria e anti-democratica dell’intervento del governo centrale spagnolo per reprimere le manovre indipendentiste in Catalogna è apparsa nuovamente evidente nella giornata di lunedì con la richiesta di incriminazione dei leader del governo autonomo di Barcellona da parte della procura generale dello stato.

La decisione ha seguito l’assunzione diretta nelle mani dell’esecutivo del primo ministro conservatore, Mariano Rajoy, del governo della Catalogna in seguito all’approvazione venerdì scorso al Senato di Madrid dell’articolo 155 della Costituzione spagnola. In precedenza, il parlamento regionale di Barcellona aveva approvato una dichiarazione unilaterale di indipendenza, seguita poi dall’invito alla popolazione del deposto presidente catalano, Carles Puigdemont, a resistere “democraticamente” alla “repressione” e alle “minacce” di Madrid.

Lo stesso Puigdemont aveva fatto perdere le proprie tracce in previsione di un possibile arresto e lunedì è circolata la notizia della sua presenza a Bruxelles, dove potrebbe chiedere asilo al governo belga. Puigdemont e i membri della sua ormai ex amministrazione regionale potrebbero essere accusati formalmente di ribellione, sedizione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Queste accuse prevedono complessivamente una pena massima di oltre 50 anni. Sulla richiesta di incriminazione del procuratore generale, José Manuel Maza, dovrà ora esprimersi un giudice spagnolo.

L’azione intrapresa contro i vertici politici catalani rende ancora più cinica e artificiosa la pretesa del governo Rajoy di volere risolvere in maniera pacifica e democratica la crisi in atto attraverso elezioni anticipate nella regione autonoma. L’implementazione dell’articolo 155 era stata infatti accompagnata dallo scioglimento del parlamento regionale, con il voto fissato per il 21 dicembre prossimo.

Le elezioni, oltre a tenersi sotto il controllo di Madrid e la mobilitazione delle forze di polizia e dell’esercito, potrebbero avvenire con alcuni dei leader dei partiti indipendentisti in carcere. D’altra parte, da settimane sono già agli arresti i leader delle associazioni politico-culturali Omnium Cultural e Assemblea Nazionale Catalana, Jordi Cuixart e Jordi Sanchez.

Il disprezzo per la democrazia del governo Rajoy è stato confermato dalle dichiarazioni di alcuni suoi membri, tra cui il ministro degli Esteri Alfonso Dastis, sulla sorte di Puigdemont, la cui candidatura alle elezioni di dicembre è stata definita possibile, sempre però che per quella data il deposto presidente catalano non sia dietro le sbarre.

Gli eventi drammatici del fine settimana avevano anche aumentato le aspettative in vista della riapertura degli uffici pubblici per verificare l’atteggiamento di politici e dipendenti del governo regionale di fronte alle misure repressive ordinate da Madrid. Le notizie provenienti lunedì dalla Catalogna hanno raccontato di una situazione relativamente normale, anche se la crisi politica e istituzionale potrebbe essere ben lontana dall’essere risolta.

A limitare le manifestazioni di protesta sono in primo luogo la minaccia di licenziamento che pesa su circa 200 mila dipendenti pubblici catalani, nel caso dovessero opporsi agli ordini del governo Rajoy. Inoltre, Madrid ha proceduto con la sostituzione dei vertici della polizia regionale (Mossos d’Esquadra), di fatto schierata fino ad ora in appoggio delle forze indipendentiste.

Che il voto del 21 dicembre prossimo sia un esercizio tutt’altro democratico è dimostrato anche dal fatto che un eventuale risultato favorevole alle forze indipendentiste si scontrerebbe con la determinazione del governo centrale spagnolo a fermare il riemergere di qualsiasi spinta alla secessione della Catalogna. Vista la situazione, è evidente che l’unico risultato che Madrid intenderà accettare sarà la formazione di una maggioranza a livello regionale disposta ad assecondare il governo centrale spagnolo.

La decisione di imporre elezioni anticipate ha ad ogni modo già accentuato le divisioni e moltiplicato le ansie nei partiti favorevoli all’indipendenza. Dal Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT) di Puigdemont, alla Sinistra Repubblicana (ERC) del vice-presidente Oriol Junqueras, alla Candidatura di Unità Popolare (CUP), le principali formazioni politiche regionali hanno evitato di denunciare il voto o di annunciare un eventuale boicottaggio.

Il loro calcolo è con ogni probabilità quello di capitalizzare l’ostilità nei confronti della repressione di Madrid e i procedimenti giudiziari di natura politica messi in moto contro i leader catalani per ottenere una nuova maggioranza nel prossimo parlamento regionale.

Non solo, vista la sostanziale incapacità di queste forze di mobilitare ampie fasce della popolazione catalana sulla base di una battaglia autenticamente democratica contro un governo centrale del quale ne condividono in larga misura gli orientamenti economici e di classe, confinare la lotta indipendentista al di fuori del quadro parlamentare rappresenterebbe quasi certamente un colpo letale per le loro ambizioni.

Al di là degli appelli a resistere il pugno di ferro del governo Rajoy, i leader indipendentisti catalani hanno puntato le loro carte soprattutto sull’appoggio delle istituzioni e dei governi europei, essi stessi irrimediabilmente screditati agli occhi di centinaia di milioni di persone in tutto il continente. Con la disponibilità di questi ultimi a sostenere le aspirazioni della Catalogna mai materializzatasi, Puigdemont e i suoi partner di governo regionale si sono trovati in sostanza disarmati a contrastare in modo efficace i metodi apertamente franchisti messi in atto da Madrid.

I fatti registrati in Catalogna prima e dopo il referendum per l’indipendenza del primo ottobre scorso sono comunque da inserire in un quadro più ampio della creazione di una nuova entità statale nella penisola iberica e dei tentativi di impedire un’evoluzione in questo senso.

Gli esempi pacifici, tra gli altri, di Scozia o Quebec rendono insostenibili le tesi di coloro che – a Madrid come a Bruxelles – hanno giustificato il comportamento di Rajoy come l’unico possibile per fermare la deriva secessionista e per ristabilire la legalità costituzionale in Spagna. Il governo centrale, poi, aveva respinto le aperture dei leader catalani ad avviare un negoziato dopo che questi ultimi avevano congelato la dichiarazione di indipendenza in seguito al referendum.

Il ricorso a metodi violenti e a misure legali profondamente reazionarie a quarant’anni dalla fine del franchismo è da inquadrare in realtà in un processo, comune a tutto l’Occidente e in atto almeno dall’esplosione della crisi economica e finanziaria globale del 2008-2009, di rapido logoramento delle forme di governo democratiche che si credevano ormai consolidate.

Le scene raccapriccianti osservate nella giornata dedicata al referendum catalano un mese fa hanno sbalordito l’opinione pubblica di tutto il mondo, risultando all’apparenza decisamente sproporzionate rispetto alla minaccia effettiva. La reazione di Madrid, con il pieno sostegno delle “democrazie” europee e degli Stati Uniti, ha rivelato perciò lo stato d’animo di una classe dirigente terrorizzata da qualsiasi spinta popolare in grado di destabilizzare, anche solo potenzialmente, un sistema sempre più debole e screditato da quasi un decennio di feroci politiche di austerity.

L’altra faccia della medaglia della strategia del governo Rajoy è il tentativo di promuovere in funzione anti-secessionista tendenze nazionaliste spagnole ultra-reazionarie, le quali trovano appunto terreno fertile nel ricorso a metodi degni della dittatura franchista.

La manifestazione di domenica scorsa a Barcellona per l’unità della Spagna, a cui hanno partecipato circa 300 mila persone, ha confermato almeno in parte l’emergere di queste tendenze. Questo evento, così come un altro simile organizzato in precedenza, ha visto innegabilmente numerosi partecipanti, incluse sezioni della “working-class” catalana, favorevoli all’unità del paese in un quadro politico democratico.

Tuttavia, altrettanto evidente è stata la presenza di forze di estrema destra, protagoniste di slogan inneggianti al franchismo e di attacchi deliberati e talvolta violenti a persone o simboli collegati all’indipendentismo catalano. Precisamente su queste forze e sui grandi interessi economici indigeni e internazionali si basa la campagna anti-secessionista di Rajoy e del suo esecutivo, intenzionato a imporre forme di governo autoritarie che dalla Catalogna potrebbero essere facilmente replicabili nel resto di una Spagna tuttora attraversata da gravissime tensioni sociali.

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Catalogna: repressione e commissariamento

Lun, 30/10/2017 - 23:00

L’impronta autoritaria e anti-democratica dell’intervento del governo centrale spagnolo per reprimere le manovre indipendentiste in Catalogna è apparsa nuovamente evidente nella giornata di lunedì con la richiesta di incriminazione dei leader del governo autonomo di Barcellona da parte della procura generale dello stato.

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Acqua che brucia

Lun, 30/10/2017 - 23:00

di Bianca Cerri

Da giorni la Bennet Valley in California sta bruciando. Centinaia  di  vigili del fuoco stanchi si sono radunati lì per  sapere dai loro comandanti quello che già sapevano. Il fuoco ha distrutto la maggior parte dei vigneti e continua ad espandersi senza fine. La scarsa umidità e i forti venti hanno alimentato le fiamme velocemente e le squadre cercano di allontanarle nel tentativo di non farle arrivare fino alle città dove il numero delle vittime sarebbe incalcolabile. I morti sono già 42 secondo Robert Giordano, sceriffo di Sonoma.

Le autorità hanno contato 21 incendi in tutto lo stato della California, ma le località  più colpite sono Napa e Sonoma dove il sole si staglia contro un cielo avvolto da nuvole di fumo. Nel corso dell'inverno precedente le tempeste avevano rinvigorito la vegetazione. Ora, tuttavia, le erbe secche e le varie piante si stanno  rivoltando contro gli esseri umani.

Ma chi arranca disperatamente per mettersi in salvo non calcola che la velocità del fuoco è assai maggiore di quella di chi  fugge alla cieca abbandonando la propria casa in cerca di un riparo. Buona parte della rete elettrica è saltata. I  vigili del fuoco alternano  un giorno di riposo a 24 ore continuate di servizio. Alcuni sono esausti al punto di aver superato  il limite della resistenza. Delle 42 vittime rimaste intrappolate nelle fiamme tutto quello che rimane è un pugno di cenere.

Almeno otto persone sono state arrestate nella contea di Sonoma per aver rifiutato di abbandonare le proprie case. Sonoma è la zona dove vengono prodotti vini di qualità superiore e infatti basta il nome per sottolineare che provengono da vitigni selezionati. E' stato tuttavia necessario per parte della popolazione abbandonare le loro case dietro ordine perentorio delle autorità
con il divieto di tornare senza preavviso.

In California il fuoco torna spesso a colpire zone già devastate da incendi precedenti ma il numero dei morti non era mai stato così alto. E già sono più di mille le persone che risultano ancora disperse. Interi quartieri non hanno retto alla spinta del fuoco e le case si sono piegate come candele. Geyserville è un villaggio con 862 abitanti anche se i dati demografici parlano di 1600.L'8% dei residenti ha meno di diciotto anni. Negli anni passati la gente ci andava per assaggiare i vini ma adesso tutti fuggono perché sembra che il peggio debba ancora venire.

Ci sono leggi della natura che tutti dovrebbero rispettare ma quando un incendio raggiunge  proporzioni estreme è impossibile lottare contro la sua forza. Il sindaco di Santa Rosa, Chris Coursey, ha detto che per ricostruire la zona  ci vorrà moltissimo tempo. Per il momento lo scenario sembra quello di un paesaggio lunare con  focolai di incendio non ancora domati. Non si sa quanti siano morti nel sonno e il 12 ottobre a Santa Rosa si era scatenato l'inferno, ormai per miglia e miglia si vedono solo scene  surreali.

Più si alza il fumo e più case saranno evacuate. Questo perché in base alla velocità del fuoco nelle zone urbane, almeno secondo i meteorologi, la situazione è assai precaria. Non si sa bene cosa intendano fare le autorità. Acqua e fuoco sono elementi naturali che da sempre hanno contribuito alla civiltà umana. Il danno economico si verifica quando uno dei due, più facilmente il fuoco, impazzisce e non c'è acqua a sufficienza per domare le fiamme. La superstrada 12 che porta fino a Sebastopoli era considerata una delle più scenografiche del mondo. Oggi gli alberi inceneriti formano un deprimente corridoio lungo le due corsie.

Da molto secoli gli incendi devastano la California e le riserve d'acqua sono a rischio. E comunque la California non ha acqua a sufficienza per domare gli incendi selvaggi. E se invece la storia fosse diversa? Se vi dicessimo che l'acqua c'è ma non viene tirata fuori  per preservare patrimoni privati miliardari? Cominciamo da quello che accade nella località di Lost Hills, che conta circa 22 mila abitanti e, a parte alcuni pochi negozi e una piscina comunale, non esiste altro.

Il primo motel si trova ad oltre due chilometri dal piccolo centro abitato. L'acqua viene venduta a peso d'oro dalle grandi autobotti che arrivano fino a Lost Hills. I produttori di riso lasciarono da parte il raccolto due anni fa come protesta per richiamare i diritti sull'acqua.

A Los Angeles il  prezzo dell'acqua rispetto a cinque anni fa è aumentato in modo paradossale. Un cartello affisso lungo una via di Bakersville recita “La nostra sete è un affare serio”. Ma proprio nelle zone aride dove  la penuria d'acqua era già una tragedia i coniugi  Lynda e Stewart Resnick alla fine degli anni '50 gettando un base che oggi vale 5 miliardi di dollari.

Nel 1987, all'inizio della grande siccità, la coppia si accaparrò terreni a perdita d'occhio. L'impero ha subito vari scossoni negli ultimi anni. Ma fu Lynda ad essere abilissima nell'accaparrarsi tonnellate e tonnellate d'acqua in associazione con la Paramount e Kern Water Bank. Non si sa se sia stata veramente la siccità dell'estate scorsa ad accendere l'apocalisse. Comunque sono ormai anni ed anni che la California è afflitta da una macroscopica siccità. E nonostante ciò era arrivato l'ordine del Governatore Brown ovvero imporre un frazionamento dell'acqua anche se ciò significava far lievitare i prezzi di una risorsa tanto preziosa.

Non c'è pace neppure per i morti visto che a metà ottobre  il governatore Brown ha deciso che le cremazioni dei defunti vengono effettuate in base ad un nuovo procedimento detto “idrolosi alcalina” ritenuto meno lesivo per l'ambiente. Quello di preoccuparsi per l'ambiente mentre uno stato intero è avvolto dalle fiamme sembra tanto un escamotage di bassa lega per distogliere l'attenzione. D'altra parte, con il dovuto rispetto, i defunti non hanno fretta e possono prendersela comoda vista che la legge sull'idrolosi alcalina entrerà in vigore solo nel 2020.

E' ormai del 1955 che i Resnick lanciano prodotti su mercato bizzarri come un'acqua minerale proveniente da Fidji che pare abbia proprietà miracolose. Dopo aver piantato arance e pompelmi fino ad arrivare al Texas hanno sfruttato altri beni naturali fino ad ammassare miliardi di dollari. Benché non tutti in America siano entusiasti ad esempio delle pastiglie al melograno contro il cancro alla prostata e altre simili diavolerie il marchio Resnick e la loro Compagnia Meravigliosa continua ad aumentare il fatturato.

Una ventina d'anni fa la coppia ormai non più giovanissima è riuscita ad accaparrarsi e stivare più acqua di  tutte le case e le aziende di Los Angeles messe assieme. Tijerina è una vecchia emigrata dal Messico che per anni e anni ha raccolto cotone nei campi per conto dei Resnick. Non c'entra nulla con la storia dell'acqua di Fidji e ai suoi occhi innocenti i padroni sembrano una coppia perfetta. Sa solo che per coltivare si deve avere a disposizione un sacco di acqua. Il concetto è banale ma non è colpa di Tijerina se i membri del Congresso hanno concesso  ai grandi capitalisti dI Wall Street il nulla osta per  appropriarsi di un elemento tanto prezioso.

Gli alberi di melograno ad esempio hanno bisogno di acqua per crescere e oggi i Resnick ne hanno a disposizione abbastanza per dissetare Los Angeles e dintorni  e tutta l'intera baia di San Francisco ma la usano soprattutto per produrre succo di melograno che, secondo la pubblicità, è in grado di “ingannare la morte” con le sue taumaturgiche proprietà. Anche la Nestlè è entrata nell'affare in associazione con la coppia miliardaria  e continua a pompare acqua dallo Strawberry Creek ormai da decenni. Fra il 2015 e il 2016 la multinazionale si è accaparrata 28 milioni di galloni di acqua con solo 524 dollari.

Lynda Resnick ha ormai la fama di essere la regina intoccabile della Central Valley. Il suo regno non ha subito danni a causa degli incendi ma la gente comune è stata invece travolta dalle fiamme senza neppure accorgersene. In uno stato dominato dal mito di Hollywood i Resnick sono i protagonisti perfetti. Sanno meglio di chiunque altro che la California è una regione devastata dalla siccità dove l'acqua è un bene prezioso.

A Saint Lucas non ne era rimasta neppure una sola goccia ma Lynda, nonostante i 72 anni suonati, era apparsa molto tranquilla con la consueta acconciatura piena di boccoli simile a quella che Shirley Temple sfoggiava a sei anni. Molti non ricordano che negli anni del Vietnam la signora passò un brutto momento per aver confidenzialmente  trasmesso documenti top secret al Pentagono ma le andò bene e, grazie a imbrogli vari, oggi possiede un impero incalcolabile. Non solo grazie alla coltivazione dei melograni e delle arance ma anche a quella di mandorli e pistacchi che richiedono cascate d'acqua per crescere.

Benché considerati prodotti minori della terra sviluppano comunque oggi un indotto superiore a quello dei vitigni. Grazie alla preziosa acqua che dovrebbe essere condivisa con tutti. Ma i Resnick sono entrati da tempo nelle stanze dei politici che contano e hanno una loro corsia preferenziale. Il  loro connubio con la politica si regge su una sola cosa: il denaro.

Tutta  l'acqua che si muove sottosuolo in realtà appartiene a tutti. Ma a Long Hills tutto quello che si agita nel sottosuolo è appartiene ai Resnick. La California dal 1850 è una terra di baroni e speculatori. Ma I Resnick  li battono tutti. Nella Central Valley gli immigrati ispanici raccolgono il 97%  dei prodotti della terra  ma vivono nella miseria più estrema. Hanno  diritto allo straordinario solo dopo dieci ore continuate di lavoro. Considerano i padroni buona gente.

Ferdinando è un contadino che viene dal Chiapas e si considera fortunato perchè i Resnick gli hanno dato anche i guanti per lavorare. Ma è vero che i salari sono da fame. L'acqua è stata privatizzata ma forse i contadini non lo sanno mentre si rendono conto perfettamente che i padroni non la condividono con loro. La favolosa magione dei Rosnick sembra il set di un film e l'acqua corre a fiumi e nell'ingresso spicca  una statua di Napoleone a grandezza naturale. 85 pozzi artificiali pompano tonnellate d'acqua.

Per i  lavoratori invece non c'è altra speranza che quella degli acquazzoni di dicembre che possono portare un po' di sollievo alla siccità. Al quotidiano tormento della malnutrizione si aggiunge quello della sete. Come contentino i Resnick offrono corsi di ginnastica ai dipendenti che in realtà sono già in forma per via della penuria di cibo. Inutile aprire un rubinetto sperando che ne esca una sola goccia d'acqua. Tijerina era venuta dal Messico piena di speranze.

Dopo decenni di lavoro nei campi aspetta ancora che un  dio qualsiasi si ricordi che anche lei ha diritto all'acqua. Vickie Torba che di anni ne ha 94 è invece sicura che anche se sulla Central Valley dovessero aprirsi le cateratte dal cielo continuerà a soffrire la sete perché i Resnick e la Nestlè arriveranno prima.








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Acqua che brucia

Lun, 30/10/2017 - 22:00

Da giorni la Bennet Valley in California sta bruciando. Centinaia  di  vigili del fuoco stanchi si sono radunati lì per  sapere dai loro comandanti quello che già sapevano. Il fuoco ha distrutto la maggior parte dei vigneti e continua ad espandersi senza fine. La scarsa umidità e i forti venti hanno alimentato le fiamme velocemente e le squadre cercano di allontanarle nel tentativo di non farle arrivare fino alle città dove il numero delle vittime sarebbe incalcolabile. I morti sono già 42 secondo Robert Giordano, sceriffo di Sonoma.

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