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Fatti e notizie senza dominio
Aggiornato: 1 ora 34 min fa

Iraq, la rivincita di al-Sadr

Mer, 16/05/2018 - 21:20

Dopo il sorprendente successo nelle elezioni di sabato scorso in Iraq, il leader politico e religioso sciita Moqtada al-Sadr, ha iniziato in questi giorni le trattative con gli altri principali partiti per la possibile formazione del nuovo governo del paese mediorientale. Grazie a un programma populista e nazionalista che ha sfruttato abilmente l’ostilità degli iracheni per la classe politica indigena, Sadr e la sua variegata coalizione hanno ottenuto la maggioranza relativa dei seggi in palio, creando non pochi grattacapi alle potenze con la maggiore influenza sulle dinamiche politiche di Baghdad, ovvero l’Iran e gli Stati Uniti.

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Trump, credibilità in caduta libera

Mar, 15/05/2018 - 21:11

“Fu lui a dettare l'intera lettera. Non l'ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull'eccellente salute dell'allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all'epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.

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Israele, terrore sugli inermi

Mar, 15/05/2018 - 21:02

Lo spettacolo raccapricciante delle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre a un centinaio di chilometri andava in scena un nuovo massacro dei palestinesi di Gaza, ha mostrato a tutto il mondo il vero stato e la natura del regime israeliano, per qualcuno ancora oggi l’unica “democrazia” esistente in Medio Oriente.

 

Allo stesso tempo, i fatti di lunedì hanno chiarito in cosa consista la promozione dei principi “democratici”, della “pace” e dei “diritti umani” da parte di Washington, ovvero nel via libera a repressione, violenza e genocidio in nome della difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

L’immagine forse più chiara di questo stato delle cose in Israele e in Palestina si è avuta con il discorso tenuto lunedì a Gerusalemme dal consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. Il marito della primogenita del presidente americano ha ribadito il pieno appoggio degli USA a Israele, poiché entrambi i paesi “credono nei diritti umani e nella democrazia”. Per questa ragione, spostare la sede diplomatica americana, legittimando l’occupazione illegale israeliana e calpestando i diritti e le aspirazioni palestinesi, “è [stata] la cosa giusta da fare”.

 

Non solo, per Kushner, l’iniziativa della Casa Bianca potrebbe innescare un processo per il quale “tutti i popoli [israeliano e palestinese] vivano in pace e in sicurezza, liberi dalla paura e con la possibilità di inseguire i propri sogni”.  Una dichiarazione che ha fatto seguito alle assurde parole di Trump, intervenuto in collegamento video con Gerusalemme, il quale ha confermato l’impegno di Washington per un “accordo di pace duraturo”.

 

Per il governo americano, come ha spiegato ancora Kushner, i palestinesi sarebbero i responsabili dei massacri commessi da Israele ai loro danni. “Coloro che provocano la violenza”, infatti, “sono parte del problema e non della soluzione”. La posizione ufficiale della Casa Bianca sui fatti di Gaza di lunedì è d’altra parte che le responsabilità vadano cercate nelle azioni “ciniche” di Hamas.

 

La cerimonia di trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme è coincisa con il 70esimo anniversario della nascita dello stato ebraico di Israele ed è stata appunto la testimonianza più chiara del fallimento del progetto sionista, basato sull’esclusività razziale e religiosa e sull’espulsione di massa di un intero popolo dalle proprie terre.

 

Immagini come quelle provenienti lunedì da Gaza hanno fatto in modo che Israele sia visto come un regime illegittimo e criminale dall’opinione pubblica internazionale e questa realtà non può essere in nessun modo cambiata dal sostegno incondizionato garantito dal governo americano, a sua volta l’altro principale fattore di destabilizzazione e generatore di caos e violenza in Medio Oriente.

 

Le ultime gravissime deliberate violenze contro i manifestanti palestinesi sono state il culmine della repressione da parte israeliana della mobilitazione chiamata “Grande Marcia del Ritorno”, iniziata il 30 marzo scorso a Gaza. La giustificazione di Israele per le azioni delle proprie forze armate consiste nella minaccia che rappresenterebbero le proteste palestinesi, ma in queste settimane non si è ancora registrata una sola vittima israeliana.

 

Il comportamento criminale di Israele è perfettamente coerente con le tendenze ultra-reazionarie e semi-fasciste del suo governo e dei suoi sostenitori internazionali, inclusi quelli non dichiarati, come la monarchia saudita. Dimostrazione di ciò si è avuta sempre lunedì a Gerusalemme, dove, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione Trump, hanno partecipato alle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata USA svariati personaggi pubblici i cui precedenti la dicono lunga sulla deriva di estrema destra della galassia che compone i difensori di Israele.

 

Tra di essi, erano presenti a Gerusalemme il miliardario americano Sheldon Adelson, finanziatore della campagna elettorale di Trump e degli insediamenti illegali ebraici nei territori palestinesi occupati, e il “falco” Joseph Lieberman, ex candidato democratico alla vice-presidenza USA e uno dei principali promotori della legge del 1995 sul trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Inoltre, ospiti di riguardo erano anche il predicatore battista americano Robert Jeffress, già anti-semita e noto islamofobo, e il fondamentalista cristiano John Hagee, protagonista in passato di commenti positivi nei confronti dei crimini hitleriani.

 

Un regime, come quello di Israele, che arriva a commettere atti di violenza deliberata nei confronti di un popolo sostanzialmente indifeso e costretto a vivere da decenni in un vero e proprio lager a cielo aperto non può d’altra parte che basarsi su un’ideologia reazionaria e razzista.

 

Se i principali responsabili dei massacri di palestinesi sono da cercare a Washington e a Tel Aviv, gli altri governi occidentali e quelli arabi sono quanto meno facilitatori dei crimini israeliani. Le condanne per “l’uso eccessivo della forza”, arrivate lunedì dall’Europa, dalla Lega Araba e, ad esempio, del regime egiziano, sanno di ipocrisia e, soprattutto in Occidente, continuano a equiparare assurdamente le violenze israeliane a quelle palestinesi, come conferma il puntuale richiamo a limitare l’uso della forza da entrambe le parti.

 

Il carattere distruttivo dello stato di Israele appare evidente infine anche dalla concomitanza dei festeggiamenti per il 70esimo anno della sua fondazione e dell’ennesima strage di palestinesi con le manovre per far naufragare l’accordo sul nucleare iraniano e spingere la regione sull’orlo di un’altra guerra rovinosa.

A contribuire a questa drammatica escalation delle violenze delle forze di sicurezza israeliane e delle attività di destabilizzazione del Medio Oriente è anche il disperato tentativo da parte del governo Netanyahu di allentare le pressioni interne, dovute sia alle crescenti tensioni sociali sia ai guai giudiziari in cui è coinvolto lo stesso premier.

 

L’evolversi della situazione sulla spinta delle azioni di Washington e Tel Aviv sta ad ogni modo generando serie preoccupazioni tra la comunità internazionale. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte americana e la repressione cruenta dei palestinesi hanno ormai di fatto messo fine anche alla farsa del processo di pace basato sulla formula dei “due stati”.

 

L’irresponsabilità dell’amministrazione Trump e il ricorso sempre più esplicito a metodi criminali da parte del regime di Netanyahu rischiano infatti di generare una situazione fuori controllo e di compromettere irrimediabilmente l’immagine di apparente imparzialità nel conflitto israelo-palestinese dietro alla quale si sono finora nascosti i governi occidentali.

 

Parallelamente, questi nuovi scenari mediorientali mettono in crisi anche i regimi arabi, il cui asservimento agli interessi americani e la sostanziale arrendevolezza nei confronti di Israele erano sostenibili, a fronte della ferma opposizione popolare, soltanto con il mantenimento di una prospettiva di successo, sia pure illusoria o a lunga scadenza, delle legittime aspirazioni del popolo palestinese.

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Nicaragua tra terroristi e fake news

Lun, 14/05/2018 - 20:10

La Conferenza Episcopale del Nicaragua ha annunciato l’inizio del dialogo convocando una prima riunione il prossimo 16 maggio e questo rappresenta un concreto passo avanti nella direzione di una soluzione politica per la crisi che vive il Nicaragua. E’ anche un successo della strategia di conciliazione voluta dal governo di Daniel Ortega, che nelle scorse ore ha dato via libera alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani affinché possa recarsi in Nicaragua e svolgere una sua inchiesta per determinare violazioni dei diritti umani ed eventuali responsabilità. Una scelta coraggiosa, che dimostra come il governo abbia poco e niente da temere sul piano delle responsabilità per il clima esistente.

 

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Mahathir e il terremoto malese

Ven, 11/05/2018 - 00:00

Il quasi 93enne ex uomo forte della Malaysia, Mahathir Mohamad, mercoledì ha sconvolto in maniera clamorosa gli equilibri politici nel paese del sud-est asiatico, guidando verso un inaspettato trionfo elettorale una precaria alleanza di opposizione che ha messo fine a oltre sei decenni di dominio ininterrotto del partito etnico malese UMNO (“Organizzazione Nazionale dei Malesi Uniti”) del premier uscente Najib Razak.

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Corea: Kim all’esame cinese

Mer, 28/03/2018 - 19:51

Se la visita di questa settimana a Pechino del leader nordcoreano, Kim Jong-un, è stata definita “inaspettata” dalla gran parte della stampa internazionale, l’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, non ha in realtà nulla di sorprendente, ma si inserisce in maniera perfettamente logica nelle recenti dinamiche strategiche che stanno interessando la penisola di Corea.

 

Gli oltre sei anni trascorsi a partire dall’ascesa al potere prima che Kim si sia deciso a recarsi sul territorio del proprio principale alleato corrispondono grosso modo a quelli che aveva atteso anche suo padre e predecessore, Kim Jong-il, prima di fare il suo debutto internazionale nel 2000. Anche il quel caso, il vertice in Cina era avvenuto alla vigilia di un incontro con i leader della Corea del Sud.

 

Anche solo da un punto di vista formale, sarebbe stato comunque inopportuno che il primo incontro tra Kim Jong-un e la dirigenza cinese fosse arrivato dopo quelli in programma con il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, e, forse, con lo stesso Donald Trump.

 

Il tempismo della prima trasferta oltreconfine dell’ultimo esponente della dinastia Kim è dunque cruciale per comprendere l’importanza e il significato del vertice con il presidente cinese. Entrambi i paesi sono infatti esposti a crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti. La Cina per quanto riguarda la guerra commerciale in atto, che è solo uno degli aspetti della rivalità strategica con gli USA, e Pyongyang, nonostante i timidi spiragli diplomatici, per la rinuncia al proprio programma nucleare militare.

 

La delicatezza del faccia a faccia tra Kim e Xi è apparsa chiara dall’alone di mistero che ha avvolto il viaggio in treno a Pechino del leader nordcoreano. Il governo cinese ha ad esempio confermato la visita di Kim nel paese solo dopo il suo ritorno in patria.

 

Le dichiarazioni ufficiali dei leader cinesi e i comunicati dei media governativi hanno chiarito abbondantemente la rilevanza dell’incontro. Al di là dei toni prevedibilmente retorici, Pechino ha insistito in particolare su due questioni, ovvero il riconoscimento degli sforzi del regime nordcoreano per aprire un percorso diplomatico con Seoul e Washington e l’importanza strategica delle relazioni con l’alleato.

 

A quest’ultimo punto è stato dato particolare risalto anche in Occidente, visto che i rapporti tra Pechino e Pyongyang sembravano avere imboccato una parabola discendente negli ultimi mesi, soprattutto in seguito alle pressioni americane sulla Cina per isolare la Corea del Nord. Il governo cinese aveva acconsentito ad applicare sanzioni economiche nei confronti del vicino, giungendo a istituire un blocco quasi totale dei traffici commerciali in direzioni nord-est. Per tutta risposta, la stampa ufficiale nordcoreana aveva rivolto accuse insolitamente dure nei confronti della Cina per essersi piegata al volere americano.

 

Pechino, d’altra parte, vive un grave dilemma strategico in relazione alle proprie politiche nordcoreane. Da un lato considera fondamentale il mantenimento in vita di un governo alleato nella penisola di Corea in funzione di cuscinetto che tenga a distanza le forze armate americane a sud del 38esimo parallelo. Dall’altro, però, si oppone al programma nucleare nordcoreano, visto come un elemento sfruttabile dagli Stati Uniti per forzare il crollo del regime di Kim.

 

Le dichiarazioni nordcoreane in merito al summit di inizio settimana hanno invece toccato prevalentemente la questione dei negoziati con Corea del Sud e, soprattutto, Stati Uniti. Kim ha confermato l’impegno per la denuclearizzazione della penisola, vincolando l’eventuale raggiungimento di un accordo alla volontà di Seoul e Washington di “rispondere positivamente ai nostri sforzi e di creare un clima di pace e stabilità”.

 

Per Pyongyang, insomma, la palla è ora nel campo americano e gli inviti di Kim sono anche un segnale di avvertimento alla Casa Bianca in vista del possibile storico incontro con Trump, visto che il cambio di personale delle ultime settimane ha portato nell’amministrazione americana esponenti, come Mike Pompeo e John Bolton, decisamente ostili, almeno finora, alla pace con la Corea del Nord. L’incontro con Kim, previsto in teoria a fine maggio, potrebbe infatti tradursi in poco meno di un ultimatum al regime per abbandonare senza condizioni il programma nucleare ed evitare di andare incontro a un’aggressione militare.

 

Il dialogo con Washington rischia così di trasformarsi in una pericolosa scommessa per Kim Jong-un e, infatti, la persistente minaccia militare americana è probabilmente una delle ragioni che lo ha convinto ad accettare l’invito a Pechino del presidente Xi.

 

La volontà di rinsaldare i rapporti bilaterali dopo gli attriti degli ultimi tempi è anche in cima alla lista delle priorità cinesi, tanto più alla luce delle decisioni sui dazi doganali di un’amministrazione Trump che aveva prospettato un atteggiamento più morbido in questo ambito grazie alla collaborazione di Pechino nella gestione della crisi coreana.

 

I vertici cinesi, quindi, in questa fase cruciale hanno tenuto a ribadire l’importanza strategica della Corea del Nord, in risposta anche ad alcune notizie circolate nelle ultime settimane. Alcuni giornali avevano parlato di presunti piani del regime di Kim per prendere le distanze da Pechino, nel quadro di una svolta clamorosa che avrebbe potuto spianare la strada a un accordo con gli USA, se non addirittura, nel medio o lungo periodo, a una qualche alleanza tra i due paesi nemici.

 

Dal punto di vista nordcoreano, poi, come ha spiegato una recente analisi di Bloomberg News, il riallineamento con la Cina offre a Pyongyang una sorta di “polizza assicurativa” nel caso i colloqui con Seoul e Washington dovessero crollare. Per Pechino, ancora, la dimostrazione di unità con Kim serve ad affermare il ruolo cinese in un eventuale futuro negoziato, preferibilmente nel formato, naufragato quasi un decennio fa, dei colloqui “a sei” (USA, Cina, Russia, Coree, Giappone).

 

Attorno alla crisi coreana vi è dunque un intenso fermento, il cui esito potrebbe condurre in qualsiasi direzione, inclusa quella della guerra. Dopotutto, una giustificazione per un’aggressione militare contro la Corea del Nord sarebbe facilmente individuabile per gli Stati Uniti. A ricordarlo è stato ad esempio un articolo dai toni di avvertimento pubblicato mercoledì dal New York Times. In esso si spiega come Pyongyang avrebbe da qualche tempo attivato un nuovo reattore nucleare, probabilmente destinato a uso civile ma anche potenzialmente in grado di produrre plutonio da destinare all’arsenale nucleare del regime di Kim.

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Strage di Orlando: i segreti dell’FBI

Mar, 27/03/2018 - 22:17

Alcuni risvolti inediti dell’assalto al gay club Pulse di Orlando, in Florida, nel giugno del 2016 sono emersi questa settimana nel corso del processo alla moglie dell’attentatore, l’allora 29enne di origine afgana Omar Mateen. Il padre di quest’ultimo sarebbe stato cioè un informatore dell’FBI per parecchi anni, così che uno dei più sanguinosi episodi di terrorismo mai accaduti sul territorio americano potrebbe ancora una volta intrecciarsi in maniera inquietante con le pratiche a dir poco ambigue dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti.

 

Le motivazioni dietro alla strage compiuta da Omar Mateen non sono mai state del tutto chiarite. Inizialmente sembrava che la ragione del gesto fosse da ricercare nei sentimenti contradditori nutriti verso la comunità gay dall’attentatore, lacerato tra la sua più o meno latente omosessualità e i dettami della religione islamica. In seguito sarebbe emerso invece che Mateen non conosceva nemmeno il Pulse di Orlando, scelto forse a caso come bersaglio.

 

Durante l’assedio, inoltre, prima di essere ucciso dal fuoco della polizia quest’ultimo aveva sostenuto con i negoziatori di agire per conto dello Stato Islamico (ISIS), come lasciava intendere la volontà espressa di vendicare le aggressioni militari occidentali nei paesi musulmani. Le successive indagini ufficiali non avrebbero però rivelato connessioni particolari con organizzazioni fondamentaliste.

 

L’informazione sui legami con l’FBI del padre di Omar Mateen, Seddique Mateen, è contenuta in una mozione presentata dai legali della vedova dell’attentatore, Noor Salman, i quali chiedono l’archiviazione del processo contro la loro assistita anche a causa della mancata rivelazione di questo rapporto da parte delle autorità americane.

 

Noor Salman è accusata di complicità nell’uccisione di 49 persone e nel ferimento di altre 60 che si trovavano al Pulse durante l’attacco. La pena massima prevista è l’ergastolo. Il suo contributo alla strage consisterebbe nell’avere accompagnato il marito in un giro di ricognizione in auto per esaminare gli accessi al night club prima dell’assalto.

 

La presunta prova della sua responsabilità è stata però smontata nel corso del processo. La vedova di Omar Mateen, a cui viene attribuito un QI ben al di sotto della media, sarebbe stata pesantemente influenzata dagli agenti dell’FBI e, inoltre, questi ultimi avrebbero compilato la confessione in base ai loro ricordi, senza registrare l’interrogatorio.

 

Non solo, prove dei tracciati telefonici di Noor Salman presentate dalla difesa hanno mostrato che l’accusata non si trovava nei pressi del Pulse nella data indicata dagli investigatori. Una testimonianza in aula di un agente dell’FBI ha anche rivelato che le autorità erano venuti a conoscenza già pochi giorni dopo la strage che le informazioni sui movimenti della moglie dell’attentatore erano false.

 

Queste manipolazioni delle indagini si sommano ora al tentativo di occultare i precedenti del padre di Omar Mateen, il quale infatti non era stato stranamente nemmeno chiamato a testimoniare dall’accusa nel processo a Noor Salman. Gli sviluppi degli ultimi giorni rendono dunque sempre più probabile un’archiviazione del caso in cui è coinvolta quest’ultima.

 

Al di là delle vicende legali, il fatto che Seddique Mateen abbia lavorato per l’FBI tra il gennaio 2005 e il giugno 2016 solleva una serie di interrogativi sia sull’azione del figlio sia sulla gestione dell’anti-terrorismo negli Stati Uniti. Il padre di Omar Mateen, nato in Afghanistan ed emigrato in America negli anni Ottanta del secolo scorso, si era visto interrompere il suo rapporto con l’FBI subito dopo la strage commessa dal figlio a Orlando.

 

La perquisizione della sua abitazione aveva portato al reperimento di ricevute di pagamenti effettuati dallo stesso Seddique Mateen a beneficiari in Turchia e in Afghanistan. Il ritrovamento aveva fatto emergere relazioni più che sospette con ambienti fondamentalisti oltreoceano, ma per le autorità americane la scoperta non era esattamente cosa nuova.

 

A inizio novembre del 2012, ad esempio, l’FBI aveva ricevuto una soffiata sul tentativo di Seddique Mateen di raccogliere tra i 50 e i 100 mila dollari per finanziare un’operazione terroristica in Pakistan. Dopo avere ottenuto questa informazione, l’FBI decise comunque di continuare il proprio rapporto con il cittadino afgano emigrato negli USA. Sia pure risiedendo in America, Seddique Mateen era inoltre piuttosto attivo nelle vicende del suo paese di origine, dimostrandosi estremamente critico verso l’attuale regime sostenuto da Washington. Per una rete satellitare afgana con sede negli USA conduceva anche un programma dai toni piuttosto accesi.

 

Nonostante le apparenti incongruenze, è del tutto plausibile che l’FBI abbia deciso di tenere Seddique Mateen come informatore proprio per i suoi possibili legami con ambienti del terrorismo internazionale. Le ragioni possono essere molteplici e complesse, tra le quali non vanno probabilmente esclusi i rapporti ambigui tra l’apparato dell’intelligence americano e i movimenti jihadisti che ufficialmente dovrebbe combattere o la coltivazione di elementi estremisti, spesso psicologicamente instabili, da utilizzare come finta minaccia terroristica sul suolo domestico.

 

Molti punti oscuri della vicenda potrebbero essere chiariti se fosse noto il contenuto della collaborazione di Seddique Mateen con l’FBI. Gli agenti del “Bureau”, in ogni caso, non sembravano troppo allarmati dalle attività del loro informatore, né presumibilmente del figlio. Omar Mateen stava infatti progettando un viaggio in Turchia proprio nel periodo in cui il padre inviava somme di denaro in questo paese. Per i legali di Noor Salman, ciò dimostrerebbe che il futuro attentatore di Orlando intendeva unirsi a un gruppo estremista finanziato dal padre.

 

L’FBI aveva peraltro condotto due indagini su Omar Mateen ricorrendo a interrogatori e attività di sorveglianza. In uno dei casi l’indagine era scattata in seguito alle segnalazioni di alcuni suoi colleghi che avevano descritto come Mateen avesse vantato legami con organizzazioni come al-Qaeda, i Fratelli Musulmani e, in maniera del tutto incoerente, Hezbollah. A sua discolpa, Mateen aveva sostenuto di avere ostentato simili contatti per far cessare le vessazioni subite dai colleghi di lavoro per via della sua religione.

 

Dopo dieci mesi di controlli, l’FBI decise comunque di non procedere ulteriormente. Sempre secondo i difensori di Noor Salman, in questa indagine del 2013-2014 Seddique Mateen avrebbe interceduto con l’FBI per convincere gli agenti incaricati del caso ad archiviare la pratica che riguardava suo figlio.

 

La seconda indagine sarebbe stata aperta un anno più tardi a causa dei rapporti tra Omar Mateen e Moner Mohammad Abusalha, un cittadino americano della Florida fattosi esplodere in un attentato suicida in Siria. Per l’FBI i legami tra i due non erano però rilevanti, essendo limitati alla frequentazione della stessa moschea in Florida. Anche questa indagine venne così lasciata cadere, non è chiaro se con o senza l’intervento del padre di Omar Mateen.

 

Le frequentazioni e gli orientamenti della famiglia Mateen non erano dunque un impedimento alla costruzione di rapporti proficui con l’FBI. Oltre al padre Seddique, infatti, anche il figlio Omar era entrato almeno in un’occasione nel radar dei federali americani. Nella sua testimonianza in aula di questa settimana, l’agente dell’FBI Juvenal Martin, responsabile della gestione dell’informatore Seddique Mateen fin dal 2006, ha rivelato di avere valutato in passato la possibilità di reclutare a questo scopo anche il figlio Omar.

 

Anche in assenza di prove e con molti aspetti oscuri, l’intreccio di rapporti tra la famiglia Mateen, gli ambienti del fondamentalismo internazionale e le forze di intelligence e di sicurezza americane rendono i contorni dell’attentato di Orlando estremamente sospetti. Quanto meno, una seria e approfondita indagine sull’accaduto dovrebbe fare luce in primo luogo su quanto potevano eventualmente sapere sulla preparazione della strage sia l’FBI sia il suo informatore, Seddique Mateen.

 

Per quanto riguarda l’FBI, d’altra parte, i precedenti richiederebbero particolare attenzione. L’attentato alla maratona di Boston del 2014 presenta ad esempio aspetti per certi versi simili all’attacco di Orlando. I due attentatori, Tamerlan e Dzhokar Tsarnaev, erano infatti da tempo all’attenzione delle autorità americane, soprattutto dopo una segnalazione dell’intelligence russa sui legami di uno di loro con gli ambienti fondamentalisti.

 

Uno zio dei due fratelli di origine kirghiza aveva inoltre contatti documentati con la CIA ed era a capo di un’organizzazione che riforniva di armi i separatisti islamici in Cecenia, ovvero uno dei tanti “asset” strategici degli Stati Uniti per la promozione dei propri interessi all’estero.

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Bolton, il falco di ritorno

Lun, 26/03/2018 - 20:27

La decisione presa qualche giorno fa dal presidente americano Trump di nominare John Bolton nuovo consigliere per la sicurezza nazionale rappresenta un nuovo pericoloso passo avanti verso la creazione a Washington di una sorta di gabinetto di guerra. L’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite è infatti uno dei “falchi” più irriducibili dell’establishment repubblicano, nonché gravemente compromesso con i crimini dell’amministrazione Bush. Per ogni sfida alle mire egemoniche americane, la soluzione offerta da Bolton è e continua a essere quella della forza militare.

 

Il ritorno di John Bolton alla Casa Bianca era nell’aria da tempo. Il consigliere per la sicurezza nazionale uscente, H. R. McMaster, era infatti ai ferri corti con il presidente e l’occasione per rimuoverlo dal suo incarico è stata l’ennesima divergenza tra i due, emersa sulle congratulazioni fatte da Trump a Putin per il recente successo elettorale di quest’ultimo.

 

Il licenziamento di McMaster è arrivato dopo un altro rimpasto ai vertici della sicurezza nazionale e della diplomazia americana, che prospetta ugualmente un irrigidimento delle posizioni internazionali degli Stati Uniti. Al dipartimento di Stato, Rex Tillerson è stato sostituito con il direttore della CIA, Mike Pompeo, anch’egli ascrivibile alla fazione dei “falchi”.

 

Per rimpiazzare l’ex deputato repubblicano alla guida della più nota agenzia di intelligence USA, Trump ha scelto invece Gina Haspel, già responsabile della supervisione delle torture somministrate ai sospettati di terrorismo in un centro di detenzione illegale in Thailandia all’indomani dell’11 settembre 2001.

 

Questi e altri cambiamenti nel gabinetto Trump hanno tolto di mezzo alcuni esponenti, a cominciare da Tillerson, che erano considerati come forze moderatrici delle tendenze guerrafondaie e ultra-nazionaliste che caratterizzano una parte sempre più importante dei collaboratori presidenziali. Il possibile siluramento in un futuro più o meno vicino del capo di gabinetto, generale John Kelly, e del segretario alla Difesa, generale James Mattis, potrebbe ancor più spostare a destra gli equilibri del governo di Washington e avvicinare una guerra rovinosa contro uno o più “nemici” degli Stati Uniti.

 

Con l’arrivo di Bolton nell’amministrazione Trump, ad ogni modo, gli obiettivi più immediati potrebbero essere Corea del Nord e Iran. La Casa Bianca ha risposto positivamente alla proposta nordcoreana di uno storico faccia a faccia tra Trump e Kim Jong-un. Il vertice dovrebbe tenersi alla fine di maggio, ma la presenza di Bolton a fianco di Trump conferma, assieme ad altre prese di posizione da parte americana nelle ultime settimane, come l’evento potrebbe in realtà essere usato da Washington non per favorire il processo di pace, bensì per accelerare l’aggressione contro il paese asiatico.

 

Nel caso l’incontro tra i due leader dovesse andare in porto, Bolton aveva d’altra parte consigliato a Trump di consegnare un vero e proprio ultimatum a Kim, così da costringerlo a una scelta impossibile tra la denuclearizzazione senza condizioni e la guerra. Nella sua prolifica carriera da commentatore e analista, l’ex membro dell’amministrazione Bush ha più volte invocato un attacco preventivo contro la Corea del Nord, da ultimo in un articolo pubblicato dal Wall Street Journal nel mese di febbraio, cioè nel pieno degli sforzi diplomatici per risolvere pacificamente la crisi coreana.

 

Bolton è anche un critico particolarmente acceso dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), sottoscritto nel 2015 a Vienna. In quello stesso anno, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump aveva scritto un commento per il New York Times dal titolo “Per fermare la bomba iraniana, bombardiamo l’Iran”. La ricetta prescritta in quell’occasione da Bolton era un mix tra aggressione militare e un impegno per il cambio di regime a Teheran. Queste posizioni rischiano così di saldarsi in maniera esplosiva con i propositi di Trump di uscire dall’accordo di Vienna il prossimo mese di maggio.

 

A dare l’idea delle intenzioni di Bolton è stato nei giorni scorsi l’ex ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz, il quale in una conferenza ha rivelato come il neo-consigliere di Trump, ai tempi del suo incarico all’ONU, avesse cercato di convincerlo a intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Mofaz, che è stato anche comandante delle forze armate di Israele, si era alla fine opposto, spiegando a Bolton che un’aggressione contro la Repubblica Islamica non sarebbe stata utile né per Washington né per Tel Aviv.

 

La stessa attitudine si ritrova nel “pensiero” di Bolton per quanto riguarda Russia e Cina. La minaccia rappresentata da entrambi agli interessi americani dovrebbe essere cioè affrontata con una condotta ancora più aggressiva. Nel caso di Pechino, Bolton auspica un’intensificazione delle provocazioni sia nel Mar Cinese Meridionale e Orientale sia in merito ai rapporti con Taiwan e alla messa in discussione della politica di “una sola Cina”.

 

Sulla Russia, l’integralismo di Bolton e la scelta di Trump di metterlo alla guida del Consiglio per la Sicurezza Nazionale appaiono però decisamente meno estremi o fuori sintonia rispetto alle inclinazioni della classe dirigente americana in genere.

 

La resurrezione politica di Bolton è stata accolta in effetti con preoccupazione da molti politici, ex membri del governo e commentatori negli Stati Uniti, precisamente per il rischio di far esplodere nuove dispendiose e cruente guerre che la sua visione della politica estera americana comporta.A ben vedere, tuttavia, praticamente l’interno panorama politico, militare e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è coinvolto nei preparativi di guerra per cercare di salvaguardare gli interessi americani nel mondo. Le differenze tra le posizioni che oggi passano per “moderate” e quelle più apertamente guerrafondaie di un Bolton sembrano riguardare più che altro le modalità e i tempi del prossimo scontro armato, così come il nome del “nemico” da affrontare per primo.

 

Rivela tore in questo senso è stato un recente editoriale del New York Times seguito alla notizia della nomina di Bolton. Il baluardo del giornalismo “liberal” americano ha messo in guardia dall’estrema pericolosità di un simile individuo al fianco del presidente, ma ha allo stesso tempo elogiato i suoi propositi decisamente aggressivi in relazione alla Russia, a conferma del sostanziale consenso tra le élites americane sulla necessità, in un modo o nell’altro, di invertire il declino degli Stati Uniti attraverso la forza militare.

 

L’influenza e le eventuali conseguenze della presenza di John Bolton alla Casa Bianca si dovranno misurare anche con l’evoluzione dei rapporti con gli alleati degli Stati Uniti. Un’ulteriore accelerazione del confronto con Russia, Cina, Iran o Corea del Nord potrebbe mettere ad esempio in crisi i governi europei o quello sudcoreano, sempre meno interessati a cercare una mediazione con gli USA sulle varie crisi internazionali se dovesse prevalere la percezione che a Washington si è già di fatto deciso per la linea dura o, addirittura, una nuova guerra.

 

Nonostante il discredito e l’opposizione che incontra anche negli ambienti politici di Washington, la nomina di Bolton andrà con ogni probabilità a buon fine senza troppi ostacoli. La carica di consigliere per la sicurezza nazionale è infatti a completa discrezione del presidente e non richiede la ratifica del Senato, come è previsto invece per la gran parte delle posizioni governative.

 

Una massiccia campagna contro la deriva militarista dell’amministrazione Trump sarebbe in teoria l’unica possibilità di invertire la tendenza a Washington, ma nessuna fazione della classe dirigente americana, incluso il Partito Democratico, è chiaramente disposta ad appoggiarla. Il timore maggiore è infatti quello di innescare un movimento popolare di opposizione che, saldandosi a tensioni sociali esplosive, potrebbe facilmente sfuggire di mano e minacciare un intero sistema già in avanzato stato di crisi.

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Il castello di carte del caso Skripal

Gio, 22/03/2018 - 21:05

Gli sforzi del governo britannico nell’attaccare la Russia per il presunto avvelenamento dell’ex ufficiale dei servizi segreti militari di Mosca, Sergei Skripal, e la figlia Yulia sembrano procedere di pari passo con il progressivo crollare delle esili fondamenta su cui si basa la versione ufficiale della vicenda.

 

La ricostruzione del caso fatta dalle autorità di Londra sarebbe anzi molto probabilmente già stata smentita se i media ufficiali, invece di propagandare la tesi del governo, si fossero interrogati o avessero indagato in maniera seria su una serie di questioni a dir poco sospette e tuttora senza risposta.

 

Il primo ministro Theresa May e alcuni membri del suo gabinetto hanno in questi giorni insistito con i loro partner europei per superare le resistenze di questi ultimi ad abbracciare la linea della Gran Bretagna. Un comunicato ufficiale di Bruxelles sulla vicenda ha infatti espresso una relativa cautela nell’attribuzione delle responsabilità dell’avvelenamento, secondo fonti diplomatiche soprattutto per le perplessità di Italia e Grecia.

 

La stessa May avrebbe deciso di condividere con i colleghi europei le informazioni segrete raccolte dall’intelligence britannica e che proverebbero la colpevolezza di Mosca. Nessuna di queste presunte informazioni sarà comunque resa pubblica e, com’è successo finora, ciò che verrà chiesto sarà una cieca fiducia nella versione ufficiale offerta dal governo e dai servizi segreti.

 

Mentre la campagna britannica di demonizzazione della Russia proseguirà forse fino a portare al punto di rottura le relazioni con Mosca, fonti indipendenti, ma anche filo-russe, stanno a poco a poco smontando il quadro ufficiale della vicenda Skripal. Soprattutto i siti di informazione alternativa hanno proposto interrogativi e approfondimenti che aiutano a fare luce sul caso e, quanto meno, mettono in evidenza la natura colpevolmente sospetta delle conclusioni del governo di Londra.

 

La prima e più logica domanda riguarda le condizioni di Sergei e Yulia Skripal. Dal loro ritrovamento il 4 marzo scorso in un parco della città di Salisbury, sono stati diffusi solo vaghi aggiornamenti e bollettini medici. Ad oggi non si conoscono con precisione i sintomi che i due russi mostrano, se vi sono stati miglioramenti o peggioramenti del loro stato, essendo definiti entrambi generalmente “stabili”.

 

La questione delle loro condizioni di salute va collegata a un dettaglio che in molti hanno fatto notare. Un medico della struttura nella quale gli Skripal sarebbero ricoverati aveva indirizzato una lettera alla stampa britannica per smentire una precedente notizia che parlava di una quarantina di persone esposte a una sostanza tossica e sotto trattamento. Questo medico affermava che “nessun paziente aveva mostrato sintomi da avvelenamento da gas nervino”, per poi correggersi e confermare il ricovero di tre persone interessate da avvelenamento.

 

I tre sarebbero appunto gli Skripal e un agente di polizia giunto sul luogo del ritrovamento della coppia russa. Sull’apparente contraddizione del medico dell’ospedale di Salisbury non ci sono stati chiarimenti, ma un altro elemento va ricordato a questo proposito. La sostanza incriminata è stata descritta come altamente tossica e in grado di colpire chiunque venisse in contatto. La BBC e altri media hanno però assicurato che un medico intervenuto per soccorrere Yulia Skripal, trattandola per una mezz’ora nel parco di Salisbury, stranamente non aveva in seguito mostrato alcun sintomo da avvelenamento.

 

La stessa sostanza presumibilmente individuata dagli specialisti britannici sarebbe tra le cinque e le otto volte più tossica di un agente nervino molto nocivo conosciuto come VX e, quindi, pochi milligrammi rappresenterebbero una dose letale. Tuttavia, stando alle notizie di dominio pubblico, sia gli Skripal sia il poliziotto contaminato sarebbero sopravvissuti e, anzi, quest’ultimo è stato dimesso giovedì dall’ospedale. Se, inoltre, questa sostanza è realmente così pericolosa e letale, non è chiaro il motivo per cui le autorità della sanità pubblica inglese abbiano raccomandato misure igieniche e di sicurezza decisamente blande alle persone che avevano frequentato un pub e un ristorante visitati dagli Skripal prima del loro ritrovamento.

 

La natura e la provenienza del gas nervino responsabile dell’avvelenamento sono poi tra gli aspetti più controversi e oscuri della vicenda. Il governo di Londra assicura di avere elementi certi per ricondurre la sostanza a un programma militare, definito “Novichok”, sviluppato in Unione Sovietica negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. La Gran Bretagna sostiene che il governo russo sia automaticamente responsabile di quanto accaduto a Salisbury per il solo fatto che la sostanza è stata “sviluppata” in Unione Sovietica. Com’è evidente, da ciò non deriva affatto che l’agente nervino utilizzato contro gli Skripal sia stato prodotto in Russia e da qui giunto in territorio britannico.

 

I particolari di questo aspetto sono complessi e in continuo aggiornamento. Tuttavia, indagini indipendenti e varie interviste con ex scienziati sovietici coinvolti nelle ricerche di agenti chimici e nello stesso programma “Novichok” hanno spiegato che le procedure per la creazione di queste sostanze furono rivelate già nel 1992. Il laboratorio dove si eseguivano le ricerche si trovava inoltre in Uzbekistan e il sito, dopo la fine dell’Unione Sovietica, sarebbe stato smantellato e decontaminato con la collaborazione di personale del dipartimento della Difesa americano che, evidentemente, avrebbe potuto ottenere campioni delle sostanze e trasferirli negli Stati Uniti.

 

La stampa britannica ha anche citato la testimonianza del chimico russo Vil Mirzayanov, oggi residente negli USA, autoproclamatosi inventore della formula per la produzione del “Novichok” e oggi tra gli accusatori del Cremlino. Secondo la testimonianza di alcuni suoi ex colleghi, Mirzayanov non avrebbe però avuto le responsabilità e il ruolo che si auto-attribuisce. Non solo, senza apparente ironia, Mirzayanov assegna la responsabilità dell’avvelenamento degli Skripal alla Russia o “a qualcuno che ha letto il mio libro”, dove appunto rivelava la presunta formula del “Novichok”.

 

A conferma che queste sostanze non sono da tempo esclusiva russa o sovietica, a partire dal 2013 l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) aveva anch’essa condotto delle ricerche con scienziati iraniani che avevano sintetizzato con successo agenti riconducibili alla categoria del “Novichok”.

 

Proprio simili scrupoli devono avere avuto gli scienziati che operano nel laboratorio governativo britannico di Porton Down, situato a pochi chilometri da Salisbury. Secondo Londra, sono stati loro a identificare la sostanza che avrebbe avvelenato gli Skripal ma, da quanto rivelato dall’ex diplomatico britannico Craig Murray, si sarebbero rifiutati di sottoscrivere una dichiarazione ufficiale che ne faceva risalire la produzione alla Russia, in quanto non vi erano elementi certi per sostenerlo. Solo in seguito alle pressioni del governo i chimici di Porton Down avrebbero accettato un compromesso, acconsentendo solo a definire la sostanza di “un genere sviluppato dalla Russia”.

 

La versione britannica fa dunque acqua da molte parti. Anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson, in uno dei suoi spesso bizzarri interventi pubblici per puntare il dito contro Mosca, ha ammesso la possibilità che la sostanza in questione possa avere origine non solo dalla Russia ma, anzi, anche da una località molto più vicina a Salisbury. In una recente intervista alla rete pubblica tedesca Deutsche Welle, Johnson ha cioè affermato che lo stesso laboratorio di Porton Down possiede campioni di “Novichok” e proprio questa circostanza avrebbe consentito il rapido riconoscimento della sostanza che ha avvelenato Sergei e Yulia Skripal.

 

Sempre aperta resta anche la questione, sollevata legittimamente da Mosca, del rifiuto del governo di Theresa May di fornire alla Russia campioni del gas nervino e del sangue dei due cittadini russi avvelenati. L’accesso alle prove da parte dell’accusato è evidentemente un principio basilare del diritto ed è previsto anche dalle regole dell’OPCW, di cui Londra fa parte.

 

La Gran Bretagna sarebbe in violazione di queste norme anche per un'altra ragione. Sempre Boris Johnson ha assicurato che il suo paese avrebbe prove del fatto che la Russia da dieci anni sta producendo e accumulando sostanze assimilabili al “Novichok” con il preciso scopo di utilizzarle per condurre assassinii mirati. Se così fosse, Londra sarebbe stata tenuta a informare del programma clandestino russo l’OPCW, la quale, fino a prova contraria, nel settembre del 2017 aveva certificato l’eliminazione di tutte le armi chimiche detenute da Mosca.

 

Mentre il governo conservatore si è precipitato ad accusare la Russia dell’accaduto, oggi sembra invece che i tempi delle indagini si allungheranno di parecchi mesi. Il comportamento del gabinetto May aveva perciò il preciso scopo di attaccare Mosca per ragioni di diversa natura e, così facendo, ha irrimediabilmente compromesso e politicizzato le indagini. Questa settimana, il capo dell’anti-terrorismo di Scotland Yard ha avvertito che l’inchiesta sul caso Skripal si prolungherà almeno fino alla prossima estate. Da ciò deriva inevitabilmente che, per lo meno, non esistono ancora prove certe della colpevolezza della Russia.

 

Un ultimo elemento della vicenda ignorato dai media ufficiali solleva inquietanti interrogativi e attende di essere approfondito. Sergei Skripal potrebbe essere stato cioè colpito per il suo coinvolgimento nel famigerato “dossier Steele”, compilato dall’ex agente segreto britannico Christopher Steele su commissione di ambienti del Partito Democratico americano vicini a Hillary Clinton per screditare Donald Trump mesi prima delle elezioni presidenziali negli USA.

 

Questo documento diffamatorio e di scarsissima attendibilità descriveva presunti rapporti compromettenti e illegali di Trump in Russia e, almeno per un certo periodo, è stato alla base del “Russiagate” negli Stati Uniti. Skripal era molto legato all’agente dell’MI6 britannico che lo aveva reclutato, Pablo Miller, anch’egli residente a Salisbury e coinvolto nella stesura del “dossier Steele”. Skripal, dunque, potrebbe ragionevolmente avere contribuito alla sua stesura.

 

Vista la durezza dello scontro in America sulle connessioni tra la Casa Bianca e il Cremlino, non è da escludere che l’ex agente dei servizi militari russi possa essere stato preso di mira a causa di quello che sapeva sulla questione. In ogni caso, anche questa pista meriterebbe quanto meno una seria indagine giornalistica o da parte delle autorità di polizia britanniche.

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USA-UE, guerra al Nord Stream 2

Mer, 21/03/2018 - 22:49

La costruzione del gasdotto Nord Stream 2 continua a essere una spina nel fianco degli Stati Uniti e di quegli ambienti di potere europei attestati su posizioni ferocemente anti-russe. Il progetto in fase di realizzazione nel Mar Baltico incrementerà in maniera sensibile il flusso di gas naturale dalla Russia alla Germania, limitando il transito attraverso paesi che hanno rapporti complicati con Mosca, a cominciare dall’Ucraina.

 

Il Nord Stream 2 è da tempo nelle mire americane, così come dell’Unione Europea, ufficialmente perché aggraverebbe la dipendenza energetica del vecchio continente dalla Russia e permetterebbe al Cremlino di aumentare la propria influenza oltre i confini occidentali.

 

Secondo Washington e Bruxelles, in definitiva, il Nord Stream 2 non sarebbe nell’interesse della Germania né dell’Europa nel suo insieme. A Berlino, tuttavia, il progetto continua a essere sostenuto in modo bipartisan, nonostante su un piano politico e strategico più ampio la classe dirigente tedesca risulti divisa in merito all’approccio da tenere nei confronti di Mosca.

 

Malgrado le posizioni di Stati Uniti e UE, entrambi hanno potuto finora fare ben poco per impedire la prosecuzione dei lavori, sia per la natura privata del progetto sia per il peso politico continentale e internazionale della Germania. Con l’intensificarsi delle tensioni con Mosca, però, soprattutto da Washington la campagna per fermare il Nord Stream 2 sembra avere ritrovato un qualche vigore.

 

Settimana scorsa un gruppo di 39 senatori americani di entrambi i partiti ha indirizzato una comunicazione al segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, per chiedere che l’amministrazione Trump prenda provvedimenti al fine di bloccare la costruzione del gasdotto.

 

I membri del Senato di Washington sollecitano a questo proposito l’utilizzo della legislazione approvata la scorsa estate dal Congresso – CAATSA (“Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”) – che consente al governo di imporre sanzioni nell’ambito delle presunte interferenze russe nel processo elettorale americano. Tra le misure previste dalla legge c’è appunto la possibilità di applicare sanzioni punitive a compagnie private che partecipano a progetti energetici in Russia o con la partecipazione di compagnie russe.

 

Una mossa in questo senso risulterebbe particolarmente delicata anche alla luce del peso delle compagnie energetiche impegnate nel progetto con il colosso russo Gazprom, ovvero l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, la francese Engie, l’austriaca OMV e le tedesche Uniper e Wintershall.

 

Allo spettro delle sanzioni grazie all’autorità del CAATSA hanno fatto riferimento questa settimana anche due rappresentanti del dipartimento di Stato americano. In una conferenza stampa a Washington, la portavoce Heather Nauert ha ribadito l’opposizione del suo governo al gasdotto Nord Stream 2, il cui completamento metterebbe in pericolo a suo dire la stabilità e la sicurezza energetica di tutto il continente, visto che consegnerebbe a Mosca “un altro strumento di pressione sui paesi europei”.

 

La portavoce del segretario di Stato USA ha fatto poi ricorso a una lunga perifrasi per minacciare l’imposizione di sanzioni contro le compagnie impegnate nella costruzione del Nord Stream 2, sia pure ostentando il rifiuto a esprimere commenti più precisi sull’eventuale decisione e le modalità dell’implementazione.

 

Più esplicita è apparsa la vice assistente al segretario di Stato per le questioni di “diplomazia energetica”, Sandra Oudkirk, nel corso di una visita a Bruxelles. Quest’ultima ha affermato senza equivoci che gli USA “si oppongono alla costruzione del Nord Stream 2”. In riferimento a questo e ad altri progetti simili, la diplomatica americana ha aggiunto che “qualsiasi compagnia operante nel settore dell’export energetico russo attraverso oleodotti o gasdotti deve fare i conti con un elevato rischio di sanzioni”.

 

La Oudkirk ha definito il Nord Stream 2 “una pessima idea dal punto di vista geopolitico”. Gli Stati Uniti non vedono infatti la Russia come “un fornitore particolarmente affidabile”, così che, peggiorando la dipendenza da Mosca, il gasdotto “aggiungerebbe un elemento di vulnerabilità” per l’Europa.

 

Le minacce americane sembrano essere una manovra per esercitare pressioni sull’Europa, dove, nonostante l’opposizione al Nord Stream 2, si continua a perseguire una linea più morbida in relazione al gasdotto. Tanto che lo scorso anno Bruxelles aveva ipotizzato ritorsioni contro gli USA se fossero state adottate sanzioni senza tenere conto degli interessi delle compagnie europee coinvolte nel progetto con Gazprom.

 

Alla chiamata di Washington hanno invece già risposto gli alleati più fedeli degli Stati Uniti in Europa. Governi e parlamenti di paesi attraversati dall’isteria anti-russa come Polonia, Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania hanno in vari modi espresso la loro decisa opposizione al progetto nel Mar Baltico, invitando l’UE e i singoli governi membri a muoversi per ostacolarne il completamento.

 

La questione della dipendenza energetica europea dalla Russia e della necessità di affidarsi ad altre fonti di approvvigionamento per gas e petrolio sembra essere il classico esempio di una tesi che acquista qualche attendibilità solo perché ripetuta fino alla nausea.

 

Per quanto riguarda la Germania, il Nord Stream 2 è in realtà un progetto a tutti gli effetti conveniente. Quest’opera facilita le importazioni di gas da un fornitore affidabile evitando rischi e tensioni connessi al transito sulla terra ferma in paesi esposti alle manovre destabilizzanti non russe ma occidentali, soprattutto americane. La dipendenza è dunque piuttosto una scelta commerciale e strategica ponderata, dovuta anche agli svantaggi e alle difficoltà delle fonti potenzialmente alternative.

 

Il costo del gas acquistato dalla Russia è poi nettamente più vantaggioso rispetto a quello che, nei piani di Washington, dovrebbe rimpiazzarlo. Dietro alle minacce del governo americano c’è infatti il tentativo di promuovere le esportazioni verso l’Europa di gas liquefatto americano (LNG), di fatto più costoso.

 

Un’idea, quest’ultima, che non ha nulla a che fare con gli interessi europei, ma che punta a consolidare quelli americani da questa parte dell’Atlantico. L’entrata in funzione del Nord Stream 2 rappresenterebbe d’altronde un grattacapo strategico per gli USA a causa di vari fattori. In primo luogo, indebolirebbe la campagna in atto per cercare di isolare la Russia, dando un forte impulso al superamento delle tensioni odierne e all’integrazione di questo paese con l’Europa.

 

I vantaggi economici per Mosca derivanti dal raddoppio delle esportazioni di gas verso la Germania compenserebbero inoltre almeno in parte anche gli effetti delle sanzioni americane. Su un piano strategico, l’aggiramento grazie al nuovo gasdotto di paesi di transito filo-americani come l’Ucraina ridurrebbe infine il peso di questi ultimi nelle vicende energetiche europee, con riflessi negativi sull’influenza degli Stati Uniti nel continente.

 

Forse ancora più che sullo scontro USA-Russia, quindi, la sorte del Nord Stream 2 sembra giocarsi sui rapporti transatlantici, chiaramente in fase calante sull’onda dell’acuirsi della competizione e delle rivalità internazionali provocate dalla crisi del capitalismo globale e degli orientamenti ultra-nazionalistici dell’amministrazione Trump.

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Facebook-gate: la Russia in California

Mer, 21/03/2018 - 22:44

Dopo mesi passati a cercare le prove del “Russiagate”, gli Stati Uniti scoprono di avere la Russia in casa. Nella californiana Silicon Valley, per la precisione. Si chiama Facebook. Sono partiti da lì, e non da misteriosi hacker nascosti fra gli Urali, i dati che poco più di un anno fa hanno permesso a Donald Trump di giocare sporco e di vincere le elezioni presidenziali contro Hillary Clinton.

 

Da quando è scoppiato lo scandalo, il social network più diffuso al mondo è al centro di un tiro al bersaglio sul Nasdaq capace di bruciare oltre 50 miliardi di dollari in un paio di sedute. Il suo padre fondatore, Mark Zuckerberg, ne è uscito con parecchi soldi in meno e soprattutto con un’immagine irrimediabilmente infangata.

 

Si diceva che il 30enne multimiliardario avesse velleità politiche, ma ormai è chiaro che i Democratici dovranno cercare altrove il loro homo novus. Ciò che più conta, tuttavia, non è il dolore del giovane Mark, che non ha saputo proteggere i dati dei suoi utenti. L’anima nera di questa storia è un’altra: Steve Bannon.

 

Proprio lui, il paffuto teorico del suprematismo bianco, consigliere e stratega politico di Trump durante la campagna elettorale del 2016 e nella prima fase post-elezioni. Ormai è uscito dal cono di luce, caduto in disgrazia nel volgere di pochi mesi a causa degli attriti con la coppia Ivanka-Jared Kushner, ossia la figlia del Presidente e il di lei marito.

 

Eppure, Bannon ha svolto senz’altro un ruolo decisivo nella vittoria di Trump. E ora conosciamo anche l’arma più potente che ha usato.

Nel 2013 il buon Steve ha indotto Robert Mercer, insolito miliardario reazionario cresciuto nella Silicon Valley, a sborsare 15 milioni di dollari in favore della divisione politica di Cambridge Analytica. Si tratta di una costola degli Strategic Communication Laboratories, società inglese fondata nel 1990 che raccoglie i dati, li analizza e li usa per campagne stampa o di propaganda.

 

È qui che nasce lo scandalo. Dopo aver lavorato un po’ per il candidato fascistoide Ted Cruz, Cambridge Analytica si sposta su The Donald. A quel punto entra in gioco il suo cavallo di Troia: “Thisisyourdigitallife”, un’app per Facebook che prima di attivarsi chiedeva agli utenti l’accesso ai dati personali.

 

Hanno cliccato su “accetto” in 270mila e, attraverso la loro rete di amicizie, l’applicazione ha raccolto informazioni da 51 milioni di profili. I dati sono passati nel 2015 a Cambridge Analytica, che li ha usati per realizzare il marketing più potente al mondo, quello personalizzato. Solo che non vendeva scarpe o portafogli in pelle. Vendeva Donald Trump.

 

Il peso dei big data è tale che chi ne gestisce una mole considerevole può orientare non solo le scelte di consumo, ma anche il dibattito civile e sociale, l’agenda politica e mediatica, per non parlare degli orientamenti elettorali. Di per sé, questa non è una novità.

 

A preoccupare è il fatto che Facebook - un impero costruito proprio sulla raccolta e lo smercio dei big data - si sia rivelato assai più vulnerabile del previsto. E che ad approfittarne siano stati gli esponenti dell’estrema destra americana, un’accolita di personaggi suprematisti, sovranisti e razzisti. Ma anche più russi dei russi, a quanto pare.

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Taiwan e dazi, Trump attacca la Cina

Mar, 20/03/2018 - 21:45

L’offensiva dell’amministrazione Trump contro la Cina, nel disperato tentativo di contenere la crescente influenza economica e strategica del gigante asiatico, ha subito una nuova accelerazione in questi giorni, dispiegandosi su due fronti particolarmente delicati: Taiwan e guerra doganale.

 

Lo scorso fine settimana, il presidente americano ha firmato una nuova legge, approvata all’unanimità dal Congresso di Washington, che rappresenta una provocazione nei confronti di Pechino. Il Taiwan Travel Act incoraggia in sostanza esponenti di qualsiasi livello del governo USA a recarsi in questo paese per incontrare le proprie controparti. Allo stesso tempo, il provvedimento consente e facilita le visite negli Stati Uniti di alti ufficiali del governo taiwanese.

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Sarkozy, la vendetta di Gheddafi

Mar, 20/03/2018 - 15:04

Con notevole ritardo, la magistratura francese, precisamente la Procura di Nanterre, ha deciso di mettere agli arresti l’ex presidente Nicolàs Sarkozy, accusandolo di finanziamento illecito alla sua campagna elettorale del 2007. Si tratta dei fondi ricevuti dall’ex leader libico Moammar Gheddafi, dapprima generoso finanziatore del candidato all’Eliseo, poi vittima della guerra che lo stesso Sarkozy ha scatenato per deporlo, affinché la verità sui fondi neri provenienti da Tripoli non fosse divulgata.

 

L’ex presidente era già stato messo sotto inchiesta per la disinvoltura con i finanziamenti destinati alle sue fortune politiche, nello specifico per aver speso, nella campagna elettorale del 2010, oltre 42 milioni di euro, superando così di circa 20 milioni il limite imposto per legge che prevede una spesa massima di 22,5 milioni di Euro.

 

Quelli di Tripoli erano finanziamenti non  a titolo gratuito, ma funzionali a un accordo che prevedeva un do ut des tra Sarkozy e Gheddafi in direzione di una stabilizzazione delle relazioni tra Francia e Libia. Stabilità che in parte era già stata ottenuta negli anni precedenti all’arrivo all’Eliseo di Sarkozy, con l’indennizzo da parte libica ai familiari delle vittime del volo UTA 772, abbattuto in Niger nel 1989 con 179 persone a bordo. L’azione, immediatamente addossata all’ex leader libico, si disse fosse stata concepita per colpire la Francia che ostacolava militarmente l’avventura libica nel paese africano.

 

Alcune fonti dell’intelligence internazionale ipotizzarono anche una vendetta contro il tentativo francese di alcuni anni prima di abbattere il jet sul quale viaggiava Gheddafi da Tripoli a Belgrado (che causò invece l’abbattimento del volo Itavia su Ustica), ma non vi sono testimonianze o riscontri diretti che avvalorano quella che resta una tesi indimostrabile.

 

Per l’abbattimento del volo del volo di linea 772 della società aerea francese Union de Transports Aériens (UTA), partito da Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo e diretto all’aeroporto parigino di Roissy, Parigi identificò i responsabili in sei uomini dei servizi libici. Gheddafi rifiutò di estradarli, sottoponendo la Libia ad un duro embargo internazionale che durò fino al 2003, quando Tripoli ammise indirettamente le sue colpe versando un ricchissimo indennizzo alle famiglie delle vittime. Ebbe inizio così una fase di disgelo tra Parigi e Tripoli, culminata con il sostegno finanziario di Gheddafi a Sarkozy nel 2007.

 

A rinsaldare il connubio arrivò la vicenda delle 33 infermiere bulgare che avevano infettato con l’Aids decine di piccoli pazienti dell’ospedale di Bengasi. Arrestate, processate e condannate a morte da un tribunale libico, vennero graziate ed estradate proprio in Francia, grazie all’indennizzo da parte del governo di Sarkozy ammontante a 400 milioni di dollari, oltre che dell’iniziativa del presidente francese per la creazione della "Unione del Mediterraneo", che sebbene fosse solo un tentativo nemmeno troppo convincente di rilanciare l’azione francese nel Maghreb, era particolarmente gradita al Colonnello libico.

 

L’idillio tra i due trovò poi rappresentazione simbolica a fine 2007, quando il presidente francese ospitò Gheddafi a Parigi consentendogli di piantare la sua tenda beduina nei giardini dell’Hotel de Marigny, vicino all’Eliseo.

 

Ma dal Darfour al conflitto in Sierra Leone, in Kenya come in Ciad e in Mali, l’ansia di Gheddafi per un ruolo regionale della Libia si scontrò con le mire coloniali francesi, con tanti saluti alla mai formatasi "Unione del Mediterraneo", che nel 2008 lo stesso leader libico cominciò a definire “un progetto neocoloniale”.

Furono somme importanti quelle versate da Gheddafi, ma tutto sommato relative se si pensa all’immenso patrimonio dilapidato dal leader libico alla ricerca di amici in Occidente e di un ruolo egemonico nel Nord Africa, entrambe strategie dimostratesi fallimentari, comunque eccessivamente ambiziose per lui.

 

Ma, appunto, il Colonnello non si risparmiò. Il rapporto con Sarkozy d’altra parte era eccellente, anche sotto il profilo personale, e lo rimase almeno fino al 2011, quando il regime egiziano e quello tunisino caddero sotto le cosiddette “primavere arabe”, nelle quali Obama aveva avuto un ruolo decisamente predominante e che colsero di sorpresa Parigi. Sarkozy, che di colpo perse influenza su Tunisi e Il Cairo, pensò di guadagnarne una nuova a Tripoli (a spese dell’Italia) e propose a Londra e a Washington di estendere le “primavere arabe”anche alla Libia.

 

Sostenuto dalla Total e dalla British Petroleum, Parigi e Londra erano ansiose di cacciare l’ENI e rimettere le mani sul prezioso greggio libico: Sarkozy decise che l’occasione era propizia per liberarsi di uno scomodo testimone e di un debito che non aveva nessuna voglia di onorare.

 

Ma già sei anni orsono, grazie ad una inchiesta giornalistica di due cronisti del sito online Mediapart, Fabrice Arfi e Karl Laske, autori di un libro dal titolo “Avec les compliments du Guide”, l’affaire Libia si era imposto all’attenzione pubblica. Nel libro si raccontavano con dovizia di particolari le borse piene di banconote che da Tripoli arrivarono a Parigi, così come i bonifici bancari sospetti per un totale di circa 50 milioni di Euro e con aggiunta di lettere nelle quali la Libia prometteva ulteriori, massicci finanziamenti per favorire l’elezione di Sarkozy.

 

E’ dal 2013 che i magistrati anti-corruzione di Nanterre indagano sui finanziamenti occulti di Gheddafi a Sarkozy, ma la morte di molti dei fedelissimi del Colonnello libico che erano stati testimoni dei pagamenti avvenuti ha complicato notevolmente lo sviluppo dell’inchiesta. Nel gennaio di quest’anno, però, Alexander Djouhri, uomo d’affari francese che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato il tramite per lo svolgimento delle operazioni tra Tripoli e Parigi, venne arrestato all’aeroporto londinese di Heatrow su mandato di cattura internazionale emesso dalla Francia.

 

Il prossimo 17 aprile si svolgerà l’udienza per l’estradizione di Djouhri, ma non bisognerà attendere per valutare le pesantissime responsabilità dell’ambizioso brevilineo francese che, per eliminare i testimoni di una corruzione che permise la sua entrata all’Eliseo, non esitò a scatenare una guerra con migliaia di morti, la distruzione di un paese laico, l'assassinio di un presidente, la messa al potere delle fazioni legate alle tribù della Cirenaica, della Tripolitania e del Fezzan.

 

Si è fatto della Libia una cimitero di migranti e un lager a cielo aperto, uno spezzatino succulento per il piatto dell’Isis, che dopo la cacciata dalla Siria di Assad, ha ora proprio in quella che fu la terra di Gheddafi il suo ultimo rifugio. Terra che sarà teatro della prossima guerra, che vedrà nella cacciata dei residui del Califfato l’obiettivo dichiarato e nella conquista del greggio libico il principale obiettivo.

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Russia, Putin mette la quarta

Lun, 19/03/2018 - 22:25

Il nuovo successo elettorale conquistato domenica scorsa assicura a Vladimir Putin un prevedibile quarto mandato alla guida della Russia che sarà segnato quasi certamente da crescenti tensioni internazionali attorno al ruolo del suo paese in alcune aree strategicamente cruciali del pianeta.

 

Il voto era stato preceduto da un’eccezionale campagna di discredito orchestrata dai governi occidentali, culminata negli ultimi giorni nelle accuse infondate rivolte a Mosca per l’avvelenamento dell’ex ufficiale dei servizi segreti militari, Sergei Skripal, e della figlia nella cittadina britannica di Salisbury.

 

Putin ha ottenuto più del 76% dei consensi in una competizione mai lontanamente in bilico. Le denunce di irregolarità e brogli diffusi, spesso rivolte in passato da più parti in Occidente alle operazioni di voto, sono state questa volta decisamente più contenute, lasciando spazio a critiche di altra natura: dal restringimento degli spazi del dibattito democratico agli ostacoli posti alle candidature indipendenti e di esponenti dell’opposizione, alla mancanza di reali alternative a causa delle tendenze repressive del regime di Putin.

 

L’assenza di alternative di orientamento progressista ha indubbiamente influito sulla nuova vittoria schiacciante del presidente russo, anche se, allo stato attuale delle cose, ci possono essere poche discussioni sul livello di consenso raccolto da Putin e sulla sua sostanziale popolarità, peraltro rafforzata dall’isteria anti-russa che sta dilagando in Occidente. Lo stesso livello di astensionismo relativamente elevato - attorno al 33% - è almeno in parte dovuto alla sensazione di inevitabilità della conferma di Putin, assieme alla scarsa considerazione per l’opposizione, soprattutto quella liberale promossa da media e politici occidentali.

 

Il candidato che ha ottenuto più consensi dopo Putin è stato quello del Partito Comunista (KPRF), Pavel Grudinin. Con poco meno del 12%, quest’ultimo ha fatto peggio di Gennady Zyuganov nel 2012, ma, considerando svariati fattori, il suo risultato indica comunque l’esistenza di un bacino elettorale potenzialmente consistente anche in Russia, non tanto per un soggetto nostalgico come il KPRF, quanto per politiche progressiste se non apertamente socialiste.

 

Grudinin, in ogni caso, è un uomo d’affari milionario accusato di custodire la sua fortuna in conti esteri più o meno legali. Allo stesso tempo, Grudinin non è nemmeno membro del Partito Comunista, mentre lo è stato del Partito Russia Unita del presidente Putin, con il quale aveva legami piuttosto stretti. Se il KPRF e, sia pure in fase calante, il partito ultra-nazionalista di Vladimir Zhirinovsky (6%) rappresentano ancora la gran parte dell’opposizione russa al governo di Putin, quella liberale filo-occidentale continua a essere una forza politica del tutto trascurabile.

 

I candidati assimilabili a questa galassia sono rimasti inchiodati complessivamente a un 4% che è di fatto lo stesso risultato fatto segnare sei anni fa. L’esponente dell’opposizione liberale che ha fatto meglio è stata la star televisiva Ksenia Sobchak, in grado comunque di ottenere un misero 1,66%. Assente forzato dal voto era invece il preferito dell’Occidente, Alexey Navalny, il cui appello al boicottaggio delle presidenziali è però caduto in larga misura nel vuoto.

 

Questi risultati confermano lo scarsissimo appeal tra gli elettori russi dell’opposizione liberale esaltata dai media europei e americani. Un discredito dovuto in primo luogo alla corretta identificazione dei politici che a essa fanno riferimento con le manovre esterne per indebolire e, possibilmente, rimuovere Putin dal potere, facendo tornare la Russia a uno stato di vassallaggio di fronte all’Occidente. Politici come Navalny, inoltre, hanno legami nemmeno troppo segreti con gli ambienti dell’estrema destra razzista e xenofoba, decisamente impopolari anche in Russia.

 

Nonostante l’incapacità dell’opposizione liberale di conquistarsi una base d’appoggio nel paese, all’interno dello stesso governo russo e delle élite economiche ci sono con ogni probabilità fazioni che auspicano una riconciliazione con l’Occidente, se necessario anche nei termini imposti da Washington.

 

Al di là dell’immagine di compattezza e stabilità proiettata da Putin, sono in molti a descrivere l’esistenza di forti tensioni al Cremlino, provocate soprattutto dallo scontro sempre più duro tra Mosca e l’Occidente, giocato ormai su vari fronti, dall’Europea orientale alla Siria fino alla vicenda Skripal.

 

Se la posizione di Putin appare tuttora solida, non è da escludere che esistano voci all’interno dell’apparato di governo che vedono con un certo favore addirittura un cambio di regime in senso filo-occidentale, anche se in prospettiva futura. A questo scopo potrebbero essere state promosse o tollerate, se non altro come tentativo di sondare il terreno, alcune candidature di opposizione, a cominciare da quella di Ksenia Sobchak.

 

Quest’ultima ha trovato d’altra parte un certo spazio durante la campagna elettorale anche sui media governativi, dimostrazione probabilmente di un certo sostegno raccolto negli ambienti di potere per alcune sue posizioni più morbide e concilianti rispetto a quelle avanzate da altri candidati ben visti dall’Occidente.

 

I media soprattutto americani e britannici hanno comunque coperto l’esito delle elezioni presidenziali russe dipingendo il successo di Putin come l’ennesima dimostrazione della totale mancanza di democrazia in questo paese. Slogan preconfezionati e pseudo-analisi politiche hanno prevalso nel raccontare l’appuntamento con le urne di domenica. Il voto avrebbe cioè confermato una realtà russa caratterizzata da una dittatura di fatto e da un esercizio elettorale sostanzialmente svuotato di significato.

 

Un’analisi, quest’ultima, che mai nemmeno lontanamente viene applicata, ad esempio, a un sistema politico dominato dai grandi interessi come quello americano, nel quale la scelta formalmente democratica di fronte agli elettori è limitata a due partiti che rappresentano altrettante fazioni di un complesso economico e militare lontano anni luce dalla stragrande maggioranza della popolazione.

 

La scontata conferma di Putin al Cremlino, oltre a spingere i propri rivali in Occidente ad aumentare le pressioni sulla Russia, determinerà sul piano internazionale una rinnovata offensiva da parte di Mosca sia sul fronte mediorientale per la difesa dell’alleato siriano sia su quello asiatico a favore della crescente integrazione economico-strategica con la Cina.

 

Il suo quarto mandato sarà dunque segnato da nuove instabilità e dai preparativi di guerra da parte dell’Occidente, con ripercussioni inevitabili su un fronte domestico già caratterizzato da tensioni che stridono con il quadro ufficiale di un paese quasi irrobustito dalle sanzioni subite negli anni seguiti al colpo di stato neo-fascista in Ucraina.

 

Se i dati sull’economia russa indicano una situazione complessiva tutt’altro che drammatica, le condizioni di vita di decine di milioni di persone appartenenti alle fasce più disagiate della popolazione sono decisamente peggiorate. I servizi pubblici e l’assistenza sociale sono inoltre in continua erosione, mentre il risentimento nei confronti di un sistema di potere percepito come irrimediabilmente corrotto è in netta crescita.

 

Significativa a questo proposito è stata la scelta di Putin di presentarsi alle elezioni come candidato formalmente indipendente e non espressione del suo Partito Russia Unita. La decisione era stata presentata come il tentativo di favorire un’ampia convergenza politica sulla candidatura di Putin.

 

In realtà, l’intento era quello di cercare di sganciare il presidente da un establishment screditato, ma anche di rispondere in qualche modo alla preferenza per il cambiamento, secondo alcuni sondaggi espressa per la prima volta nell’ultimo quarto di secolo dagli elettori rispetto al desiderio di stabilità del sistema politico russo.

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La macelleria turca di Afrin

Dom, 18/03/2018 - 19:29

La Turchia e i suoi alleati dell’Esercito libero siriano (Els) hanno conquistato Afrin, enclave curda nel nord ovest della Siria. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha raggiunto così l’obiettivo di sottrarre la città al controllo dell’Unità di Protezione Popolare (Ypg), la milizia curdo-siriana accusata dai turchi di avere legami con il Pkk, movimento secessionista curdo attivo in Turchia e classificato fra le organizzazioni terroristiche da Ankara, Ue e Usa.


“La città è stata conquistata alle 8.30 - ha detto Erdogan domenica - la maggioranza dei terroristi è già fuggita con la coda fra le gambe. Le nostre forze speciali e i membri dell'Els si stanno occupando di quelli che restano e delle trappole che hanno lasciato dietro di loro”.


Ma i miliziani curdi hanno chiarito che non intendono arrendersi: “Combatteremo fino alla liberazione di Afrin - si legge in una nota - la resistenza continuerà fino a che ogni millimetro sarà liberato e il popolo ritornerà alle proprie case. La nostra guerra contro l'occupazione turca e le forze militanti chiamate Esercito libero siriano è entrata in una nuova fase, passando dal confronto diretto ad una tattica colpisci e scappa”.


La presa di Afrin rientra nell’ambito dell’offensiva “Ramoscello d'Ulivo” lanciata lo scorso 20 gennaio dalla Turchia contro la Siria settentrionale. Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, in meno di due mesi sono stati uccisi oltre 280 civili e più di 1.500 combattenti curdi, soprattutto a causa di raid aerei e colpi di artiglieria. Ankara ha riferito della morte di 46 soldati turchi e di oltre 400 ribelli filo-turchi.


Insomma, una volta la Turchia aiutava l’Isis in funzione anti-Assad, oggi invece massacra i curdi, che hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta dell’Isis in Siria (le Ypg erano il pilastro delle Syrian democratic Forces, la coalizione sostenuta e addestrata dagli Usa che ha conseguito i maggiori successi nella guerra contro lo Stato Islamico). E lo fa con i metodi più brutali, senza pietà per malati o bambini.

 

In un comunicato, l’Amministrazione autonoma di Afrin afferma che “l’esercito invasore colpisce deliberatamente cliniche e forni che forniscono servizi vitali ai civili. Decine di migliaia di residenti sono stati costretti a fuggire e stanno affrontando un’immane tragedia. Chiediamo che le organizzazioni internazionali condannino questi barbari attacchi e aiutino le decine di migliaia di civili nel loro tragitto attraverso il deserto di Shehba. Ci sono bambini, anziani e feriti senza cibo né acqua”.

 

Tutto questo accade mentre i Paesi Nato e la Russia restano a guardare indifferenti. Mosca a gennaio ha perfino ritirato i propri militari dal cantone di Afrin, consentendo all'aviazione turca di volare (e bombardare) in uno spazio aereo tuttora sotto il controllo russo. Il presidente Vladimir Putin non vuole rinunciare all'alleanza con Erdogan, soprattutto ora che può trarre vantaggio dalla tensione sempre più alta fra Ankara e Washington.


Intanto gli Usa e gli altri alleati Nato fingono di non vedere che il Presidente turco sta usando il loro arsenale per condurre un’offensiva giustificata solo dai suoi obiettivi politici. Ora non resta che capire fin dove si spingerà la sete di potere di Erdogan.


La presa di Afrin non è la tappa conclusiva, ma solo il primo atto di un’offensiva anti-curda dalla portata ben più ampia. Il Presidente turco non ha mai fatto mistero di voler estendere l'operazione a Manbij, per poi arrivare agli altri distretti siriani controllati dai curdi, compresa Kobane. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di cacciare Ypg e Pkk anche dal Kurdistan iracheno.


Il problema è che a Manbij si trovano quasi 2mila soldati americani: Erdogan ha già chiesto agli Usa di abbandonare la città, ma gli statunitensi hanno chiarito più volte che non intendono obbedire. Il rischio che un nuovo conflitto sia alle porte esiste. Forse anche per questo, oggi, tutto il mondo rimane in silenzio di fronte massacro di Afrin.

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La nuova guerra fredda

Gio, 15/03/2018 - 22:38

Il caso dell'avvelenamento di Sergej Skripal, ex agente segreto russo passato armi, bagagli e soldi al controspionaggio inglese, sembra destinato a produrre un severo peggioramento delle relazioni tra Londra e Mosca. Sebbene non vi siano prove, nemmeno una, del coinvolgimento dei Servizi russi nell'attacco all’ex spia, Theresa May ha deciso di aprire una violenta guerra politico-diplomatica con Vladimir Putin.

 

Sono 23 i diplomatici russi che entro una settimana dovranno lasciare l’Inghilterra, colpiti da provvedimento di espulsione per la loro attività di “agenti non dichiarati”. A ruota, sono arrivate le prese di posizione di Stati Uniti, Francia e Germania, che in un comunicato congiunto accusano la Russia e si dicono vicine a Londra. Un sostegno scontato quanto pregiudiziale.

 

L’accusa a Mosca è di aver utilizzato armi chimiche e operato illegalmente sul suolo britannico, ma la valutazione di Downing Street è priva di qualunque evidenza, mentre emerge il carattere politico e propagandistico dell’operato inglese. La risposta diplomatica russa sarà inevitabile, ma al Cremlino si valutano le misure con l’intenzione di non dare ulteriore spazio alla russofobia che appare utile solo alla riapertura della Guerra Fredda.

 

Si accusa Mosca di aver organizzato l'avvelenamento della sua ex spia e di non aver risposto all’ultimatum imposto dal governo May che prima accusava senza prove, quindi chiedeva imperiosamente risposte entro 48 ore per poi definire l’assenza di queste una ulteriore conferma delle responsabilità russe. La risposta di Mosca in realtà c’era stata: nel affermare la propria estraneità, il Cremlino aveva definito “uno show da circo” l’intervento della Premier britannica alla Camera dei Comuni e, com’era logico attendersi, ha ignorato l’ultimatum della May. Improbabile del resto che la Russia potesse ricevere ultimatum dalla Gran Bretagna e Lavrov, nella speranza di un ravvedimento britannico, non aveva voluto calcare la mano, allo scopo di evitare una escalation inutile e basata sul confezionamento di una colossale fake news.

 

Del resto perché Mosca avrebbe dovuto colpire Skripal, che era pedina di nessun interesse sullo scacchiere dell’intelligence? Un uomo bruciato, un relitto della guerra di spie che non poteva dire e fare nulla di più di quel che aveva già detto e fatto. Inutile qualunque suo utilizzo e inutile anche ucciderlo con il rischio di innescare una crisi con l’Occidente. Pensare che allo FSB si possa decidere un’azione senza valutarne le conseguenze significa non conoscere l’agire russo.

 

E comunque, se i russi avessero voluto colpire Skripal, certo non avrebbero scelto di usare il gas nervino né nessun altro metodo che potesse dar luogo ad accuse nei loro confronti. Non avevano e non hanno, i russi, nessun interesse a lasciare la loro carta d’identità nelle loro covert action; se davvero avessero voluto colpire Skripal avrebbero avuto mille modi per farlo, magari facendolo apparire come un incidente.

 

Nel mondo dell’intelligence chi deve capire capisce quello che a tutti appare incomprensibile. Perciò non regge la storiella inglese per cui Mosca avrebbe agito per dare un monito ai traditori: ogni membro dei Servizi sa bene come ogni intelligence del mondo si premuri di colpire chi tradisce, non c’è bisogno di un’esecuzione per ricordarlo.

 

Sebbene quindi Londra tenti di accreditare la versione della vendetta, la verità è che Mosca non aveva nessun interesse a riaprire uno scontro politico, economico e diplomatico oltre quello già abbastanza fastidioso in corso con Usa ed Europa.

 

Media e cancellerie indossano l’elmetto ed escludono doversi cimentare con domande scomode alla ricerca di una logica. Eppure il mondo intero ha ben presente l’abilità nel confezionare bugie da parte di Londra. Illuminante a tal proposito il caso dell’Irak che deteneva armi di distruzione di massa: inventato di sana pianta da Tony Blair di concerto con Bush, condannò a morte più di un milione e mezzo di iracheni e diede inizio della sovversione totale di tutto il Medio Oriente.

 

E’ sempre Londra che da anni offre le strutture necessarie e decine di milioni di sterline alla fabbrica di menzogne denominata “Osservatorio per i diritti umani in Siria”, che in realtà é gestito dal cosiddetto "Esercito Libero Siriano", composto in buona parte dalla fazione di Al-Queda in Siria. L’appoggio fornito dai Servizi inglesi è servito alla propaganda necessaria per provare a spingere l’opinione pubblica internazionale all’assenso all’invasione della Siria e ad occultare natura, personaggi e finanziamenti del cosiddetto “Esercito libero” e del suo “osservatorio”.

 

Ma perché Londra decide ora di arruolarsi nella nuova guerra fredda? Ci sono aspetti di politica interna ed internazionale. Le trattative sulla Brexit vanno malissimo per Londra, che vorrebbe ora ben riconsiderare la scelta ma, ovviamente, non può permettersi di farlo. Allo scopo innalza la tensione con Mosca, nella convinzione che ciò comporti l’immediato sostegno di Washington e la solidarietà della Ue che, in vista del ricompattamento in chiave antirussa, potrebbe ammorbidire la trattativa, decidendo grande flessibilità sulle procedure previste per la sua uscita.

 

D’altra parte gli errori di calcolo della coppia Johnson-May nel valutare l’uscita dalla Ue sono stati enormi. Seppure hanno riproposto un legame preferenziale con Washington (cosa mai venuta meno, del resto) hanno anche prodotto una serie di problemi nell’ambito britannico. Non solo la crisi economica ma anche una nuova tensione che rischia di riaprire il conflitto in l’Irlanda del Nord. Dublino non vuole assolutamente lasciare la Ue, così come la Scozia e c’è il rischio che le maggiori istituzioni finanziarie internazionali possano lasciare la City per assumere questa - fuori dalla Ue - una posizione meno strategica nei mercati azionari e valutari.

 

Se questi sono gli interessi di Londra nel prestarsi al gioco deciso a Washington, Mosca d’altra parte si rende conto di come un’operazione di tale portata ha sì origine a Londra ma si nutre di un riverbero internazionale che è di tutto l’Occidente. La Russia con Putin ha cancellato l’era di Eltsin, un alcolista dalle lunghe grinfie che aveva trasformato l’ex Urss in una dependance di Washington fatta di fame e corruzione. Ma quella era la Russia che si voleva in Occidente.

 

Con Putin invece è tornata ad essere attore internazionale di prima grandezza ed il suo riposizionamento a livello globale desta preoccupazione. Le iniziative della Nato per minacciarne l’integrità territoriale riescono sì a produrre una escalation di tensione ma non certo una condizione di sottomissione, come dimostra il recentissimo riarmo russo, con missili strategici e aerei da combattimento superiori alle attuali dotazioni Nato e che riequilibrano gli assetti militari geo-strategici.

 

Sarebbe opportuno, quindi, chiedersi a chi giova il quadro che seguirà la vicenda Skripal. E qui le strade del cui prodest diventano diverse. Il tentativo inglese di intervenire a gamba tesa nel processo elettorale russo di domenica prossima non funzionerà. Putin rivincerà e questa sarà una pessima notizia per l’Alleanza Atlantica. La quale prefigura un mondo privo di contrappesi, dove l’Occidente detiene il dominio politico, commerciale e militare e dove gli attori che non obbediscono alle esigenze di dominio statunitense, siano ridotti a dei paria attraverso sanzioni, isolamento, boicottaggi.

 

Le recenti nomine di Pompeo e della Haspel ai vertici della politica estera e d’intelligence statunitense vanno in direzione di un aumento dell’escalation russofobica. In fondo, la guerra fredda resta l’unica speranza per la Nato di giustificare la propria esistenza e per Washington di reagire al suo declino politico, economico e militare, facendoci passare in fretta all'orrore di nuove guerre per il dominio dei nuovi mercati.

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USA e Vietnam uniti contro Pechino

Gio, 15/03/2018 - 22:31

A oltre 40 anni dalla fine della guerra, gli Stati Uniti e il Vietnam stanno allacciando rapidamente relazioni politiche e militari sempre più solide in un quadro regionale, come quello del sud-est asiatico, segnato dalla crescente competizione tra Washington e Pechino. Lo stato dei rapporti bilaterali tra questi due paesi è risultato evidente la scorsa settimana, quando la portaerei americana “Carl Vinson”, accompagnata da altre due navi da guerra, è stata protagonista di una visita di cinque giorni nel porto vietnamita di Da Nang.

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Haspel, la tortura firmata CIA

Mer, 14/03/2018 - 21:14

In un normale stato di diritto, un funzionario pubblico con il curriculum di Gina Haspel dovrebbe essere implicato in vari processi penali e, quasi certamente, ritrovarsi con una lunga condanna sulle spalle. Nel sistema americano modellato dalle amministrazioni Bush, Obama e, ora, Trump, avere commesso crimini gravissimi, legati principalmente alla tortura, è al contrario un segno distintivo, tanto che, nel caso della 61enne veterana del servizio segreto USA, non solo non ha impedito, ma ha anzi probabilmente favorito la recentissima nomina alla guida della CIA.

 

L’ascesa fino ai vertici dell’agenzia di Langley di Gina Haspel è inestricabilmente legata al dilagare del ricorso a metodi illegali e criminali da parte dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti negli anni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001. In relazione a quel periodo, le azioni della CIA e dei suoi uomini, sotto la direzione delle più alte sfere del governo, sono diventati giustamente sinonimo di rapimenti (“extraordinary renditions”), detenzioni indefinite senza fondamento legale, torture e assassinii.

 

La fase più importante della carriera della Haspel si inserisce precisamente in questo quadro. Le sue responsabilità non sono però soltanto generiche o impossibili da individuare ai fini legali, né si perdono nel calderone degli “eccessi” giustificati da molti, in America e non solo, perché avvenuti in un periodo caotico durante il quale era necessario agire in fretta e senza troppi scrupoli democratici per prevenire nuovi devastanti attacchi terroristici.

 

I crimini della direttrice in pectore della CIA sono chiari e definiti, descritti anche da documenti ufficiali e cause legali avviate da associazioni a difesa dei diritti civili. Il fatto che Gina Haspel, così come molti altri alle sue dipendenze e ben al di sopra della sua posizione, sia oggi a piede libero e abbia beneficiato di una carriera folgorante è possibile solo grazie all’impegno di una classe politica compromessa con quei crimini e che ha garantito impunità e protezione ai responsabili materiali.

 

La Haspel era stata reclutata dalla CIA nel 1985 e nel corso degli anni ha ricoperto svariati incarichi, quasi sempre nei panni di agente clandestino. Da capo delle “stazioni” CIA in varie città del mondo, la Haspel era passata a un ruolo di primo piano nel cosiddetto “Centro Anti-terrorismo”, prima di diventare, sotto l’amministrazione Obama, vice-direttrice del Servizio Clandestino, responsabile delle azioni sotto copertura all’estero.

 

In seguito, l’allora numero uno della CIA, John Brennan, l’avrebbe destinata a incarichi meno operativi e più “politici”, fino a che il direttore uscente, Mike Pompeo, nominato martedì segretario di Stato dal presidente Trump, non aveva deciso di promuoverla alla carica di vice-direttrice della stessa agenzia di intelligence.

Al 2002 risale l’incarico più controverso di Gina Haspel, quando cioè fu inviata in Thailandia per dirigere la prima struttura detentiva clandestina e illegale della CIA, destinata a ricevere sospettati di terrorismo rapiti in varie parti del mondo, dal Marocco al Pakistan al Medio Oriente.

 

Qui, Gina Haspel si era guadagnata l’appellativo di “patriota” che il direttore della CIA Pompeo avrebbe attribuito quasi quindici anni più tardi ai torturatori ufficialmente impegnati nella guerra contro al-Qaeda. Nel sito thailandese, i maltrattamenti, le torture e le violenze descritte in maniera esplicita da chi li aveva subiti, ma anche dall’introduzione al rapporto del Congresso sugli interrogatori della CIA, pubblicato nel 2014, erano dunque responsabilità diretta della Haspel.

 

I casi di due detenuti, in particolare, appaiono come macchie indelebili sull’operato di quest’ultima e degli agenti sotto la sua direzione in Thailandia: Abu Zubaydah e Abdel Rahim al-Nashiri, entrambi tuttora detenuti a Guantanamo in situazioni di gravissimo deterioramento fisico e mentale.

 

Dai documenti ufficiali e dalle cause legali intentate contro la CIA, era emerso ad esempio che Abu Zubaydah era stato soggetto alla famigerata tecnica del “waterboarding” per ben 83 volte in un solo mese. Altri trattamenti gli costarono quasi la morte e la perdita di un occhio. Le torture cessarono solo quando la CIA accertò che Zubaydah non aveva informazioni utili da rivelare.

 

L’altra vicenda più eclatante che ha coinvolto Gina Haspel è la distruzione deliberata dei filmati che la CIA aveva girato di questi interrogatori. I video erano conservati in una cassaforte nella sede della CIA in Thailandia fino a quando, nel 2005, venne dato l’ordine di distruggerli. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, a prendere la decisione fu l’allora capo del servizio clandestino, José Rodriguez, di cui la Haspel era l’immediata subalterna.

 

Sul “cablo” che conteneva l’ordine della distruzione del materiale era riportato tuttavia proprio il nome della Haspel, la quale sarebbe stata successivamente descritta come una dei più accesi sostenitori di questa azione palesemente illegale. Una quasi conferma delle sue responsabilità sarebbe giunta qualche anno più tardi, quando la senatrice democratica Dianne Feinstein, proprio a causa dei suoi precedenti, impedì di fatto una sua promozione voluta dai vertici della CIA.

 

L’approdo di Gina Haspel alla guida della CIA è così direttamente collegato al suo ruolo nel programma di torture nel quadro dell’antiterrorismo americano post-11 settembre. Se Obama fece di tutto per proteggere i responsabili da indagini e incriminazioni, Trump e i membri della sua amministrazione hanno più volte espresso pubblicamente la loro approvazione per le torture.

 

Pompeo, ad esempio, ha affermato di non considerare il “waterboarding” un metodo di tortura, mentre Trump, prima di essere eletto, aveva promesso di reintegrare questa tecnica e altre “molto peggiori” tra quelle previste negli interrogatori, dal momento che i vertici militari gli avevano assicurato che “le torture funzionano”.

Svariate associazioni umanitarie hanno criticato duramente la nomina di Gina Haspel.

 

L’ACLU (American Civil Liberties Union) ha chiesto la pubblicazione di tutti i documenti relativi al suo coinvolgimento negli interrogatoti con metodi di tortura. Il Center for Constitutional Rights ha invece emesso una dichiarazione ufficiale, nella quale si afferma che “Gina Haspel dovrebbe essere soggetta a incriminazione piuttosto che promossa”.

 

Il Centro Europeo per i Diritti Umani e Costituzionali (ECCHR), da parte sua, ha diffuso un comunicato che ricorda come nel giugno del 2017 avesse chiesto alla procura federale tedesca di emettere un mandato d’arresto nei confronti di Gina Haspel per il suo ruolo nei fatti avvenuti nel 2002 in Thailandia. Secondo questa organizzazione, grazie al principio della “giurisdizione universale”, applicabile nei casi di violazione dei diritti umani, la candidata alla direzione della CIA dovrebbe essere messa in stato di fermo nel caso posasse piede in un paese europeo.

 

Decisamente più accomodanti nei confronti di Gina Haspel sono apparsi i membri del Congresso americano. I repubblicani hanno prevedibilmente accolto con favore la nomina di Trump, ma anche non pochi democratici si sono mostrati ben disposti nei confronti sia della Haspel per la direzione dalla CIA sia di Mike Pompeo per il dipartimento di Stato. Per entrambe le nomine sarà necessario un voto di conferma da parte del Senato di Washington.

 

Il leader di minoranza al Senato, il democratico di New York Charles Schumer, ha escluso di voler chiedere alla delegazione del suo partito di votare contro la nomina di Pompeo e Haspel. L’unico impegno promesso da Schumer è quello di fare luce, nel corso delle audizioni che precederanno il voto di conferma in aula, sui precedenti e le dichiarazioni di entrambi relativamente alle torture e ad altre questioni sensibili.

 

Lo stesso Pompeo, d’altra parte, nonostante le posizioni estreme e al limite del razzismo espresse durante la sua precedente esperienza da deputato, era stato confermato lo scorso anno alla guida della CIA anche con il voto favorevole di 14 senatori democratici. Le perplessità dei democratici sono infatti rivolte in primo luogo ad altre questioni che poco hanno a che fare con legalità, democrazia e diritti umani. A confermarlo è stata ancora una dichiarazione di Schumer rilasciata martedì alla stampa americana.

 

In previsione del voto per la conferma di Gina Haspel e, soprattutto, di Mike Pompeo, il numero uno dei senatori democratici ha spiegato che il suo impegno sarà quello di assicurarsi che entrambi, una volta assunti i rispettivi incarichi, prenderanno posizioni sufficientemente ferme nei confronti delle presunte interferenze del governo russo nei meccanismi politici degli Stati Uniti.

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Trump fa fuori anche Tillerson

Mar, 13/03/2018 - 22:33

Per quanti si aspettavano un cambiamento di rotta incoraggiante dopo la notizia del possibile incontro tra il presidente americano Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, il licenziamento del segretario di Stato, Rex Tillerson, nella giornata di martedì è arrivato come un brusco avvertimento della pericolosità e del carattere imprevedibile dell’amministrazione repubblicana.

 

La notizia era nell’aria da qualche tempo e, anzi, già svariati mesi fa la stampa americana aveva parlato di un imminente allontanamento dal dipartimento di Stato dell’ex amministratore delegato di ExxonMobil. Le divergenze tra Tillerson e Trump o, meglio, tra il primo e la fazione dei “falchi” della politica estera erano d’altra parte ben note.

 

Anche le modalità del licenziamento, oltre a confermare la totale confusione che regna alla Casa Bianca, hanno evidenziato il logorarsi definitivo di un rapporto mai decollato ed esemplificato dall’invito, fatto qualche mese fa dal presidente al suo segretario di Stato, a “non sprecare tempo” nel cercare un qualche dialogo con il regime della Corea del Nord.

 

Trump ha come al solito annunciato la sua decisione con un “tweet” scritto di prima mattina e solo alcune ore più tardi ha chiamato al telefono Tillerson per comunicargli la decisione di rimuoverlo dal suo incarico e sostituirlo con l’attuale direttore della CIA, l’ex deputato repubblicano Mike Pompeo.

 

La Casa Bianca aveva inoltre sostenuto che Tillerson era pronto ad abbandonare il suo posto già dallo scorso fine settimana, ma un portavoce del dipartimento di Stato, poi a sua volta licenziato, aveva smentito questa versione, rivelando che il suo superiore ancora nella mattinata di martedì era ben deciso a conservare l’incarico.

 

In un incontro con i giornalisti prima della sua partenza per una visita in California, martedì Trump ha comunque ribadito le differenti vedute con Tillerson, scegliendo come esempio la questione del nucleare iraniano. Per il segretario di Stato uscente, cioè, l’accordo di Vienna del 2015 andava salvaguardato, mentre Trump continua a minacciare un’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’intesa.

 

Paradossalmente, anche sulla Corea del Nord la posizione di Tillerson era considerata troppo conciliante, nonostante il suo allontanamento coincida con i preparativi di uno storico faccia a faccia tra Trump e Kim, a conferma probabilmente delle intenzioni non esattamente pacifiche della Casa Bianca in relazione al vertice.

 

Sulla sorte di Tillerson hanno pesato anche altri due fattori. Il primo è da collegare alle pressioni sulla Casa Bianca per il suo licenziamento esercitate da paesi come Israele e Arabia Saudita, irritati per il mancato pieno sostegno del segretario di Stato alle politiche anti-iraniane da loro promosse.

 

L’altro è il clima teso e ostile creatosi al dipartimento di Stato fin dall’arrivo di Tillerson oltre un anno fa, principalmente a causa dei metodi di quest’ultimo, impegnato a limitare il peso dei diplomatici di carriera, preferendo affidarsi a una ristretta cerchia di fidati consiglieri.

 

Il messaggio che giunge da Washington con il licenziamento di Rex Tillerson è dunque quello di un’amministrazione intenzionata a imprimere una nuova svolta aggressiva alla propria politica estera. La scelta di Pompeo per guidare la diplomazia americana lascia d’altra parte pochi dubbi.

 

Il numero uno della CIA, oltre ad avere inclinazioni anti-islamiche al limite del razzismo e a essere un noto sostenitore dei metodi di tortura negli interrogatori di presunti terroristi, si colloca su posizioni decisamente più a destra per quanto riguarda le principali questioni internazionali, dall’Iran alla Siria alla Corea del Nord.

 

Anche in merito alle relazioni con la Russia è probabile attendersi un ulteriore peggioramento. Pur non essendosi mai adoperato apertamente e in maniera particolarmente incisiva per una distensione tra Washington e Mosca, Tillerson aveva talvolta mostrato una certa moderazione su questo fronte.

 

Pompeo, al contrario, ha puntualmente assecondato la caccia alle streghe contro Mosca di questi ultimi mesi. Non a caso, infatti, alcuni commenti sui media ufficiali USA, apparsi poco dopo la notizia della sua nomina alla guida del dipartimento di Stato, hanno invitato Pompeo a muoversi rapidamente per contrastare la presunta minaccia russa, così da mettere fine alle incertezze e alle ambiguità mostrate finora dall’amministrazione Trump.

 

Che l’ennesimo terremoto all’interno dell’amministrazione Trump prefiguri un ulteriore rafforzamento dell’ala “neo-conservatrice” dell’establishment americano è confermato anche dalla scelta della nuova numero uno della CIA che dovrà sostituire Pompeo.

 

Al suo posto andrà l’attuale vice-direttrice dell’agenzia di Langley, Gina Haspel. Nonostante si tratti della prima donna in assoluto alla guida della CIA, la Haspel è una figura gravemente compromessa. Negli anni successivi all’11 settembre 2001, quest’ultima aveva presieduto agli interrogatori illegali di sospettati di terrorismo in una prigione clandestina in Thailandia.

 

In questo “buco nero” della CIA veniva fatto ampio ricorso al metodo del “wateboarding”, mentre la stessa Haspel è stata anche coinvolta nella controversa vicenda della distruzione illegale delle registrazioni degli interrogatori. Gina Haspel, così come gli altri membri della CIA responsabili di questi crimini, hanno potuto evitare incriminazioni e condanne solo grazie alla protezione di fatto garantita dall’amministrazione Obama.

 

Tornando a Tillerson, la sua cacciata potrebbe non essere l’ultima tra gli esponenti di spicco dell’amministrazione Trump. Il segretario di Stato era considerato molto vicino ad esempio al numero uno del Pentagono, James Mattis, anch’esso frequentemente ai ferri corti con il presidente e forse a rischio nel prossimo futuro. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale, H. R. McMaster, sembra essere al centro di ripetuti scontro con Trump e per questo con un piede fuori dalla Casa Bianca, come hanno rivelato i media americani nelle scorse settimane.

 

Con l’aggravarsi dello scontro interno all’amministrazione Trump e della crisi politica a Washington sull’onda del “Russiagate”, il continuo ricambio deciso dalla Casa Bianca comporta così un costante spostamento a destra delle posizioni del governo americano, con conseguenze potenzialmente esplosive sullo stato dei conflitti a livello internazionale.

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Russia-GB, ultimatum e propaganda

Mar, 13/03/2018 - 19:24

L’ossessione anti-russa dei governi occidentali si è trasformata in questi giorni in una pericolosa farsa dopo l’intervento al Parlamento di Londra del primo ministro britannico, Theresa May, per incolpare pubblicamente Mosca dell’avvelenamento dell’ex ufficiale dei servizi segreti militari russi, Sergei Skripal, e della figlia, Yulia, nella città inglese di Salisbury.

 

Skripal era stato condannato in patria per avere passato informazioni riservate all’intelligence del Regno Unito. Rilasciato nel 2010 in seguito a uno scambio di spie che aveva coinvolto Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna, Skripal si era subito trasferito in quest’ultimo paese, dove viveva apparentemente indisturbato e senza fare attività politica contro il governo del suo paese d’origine.

 

Alla mezzanotte di martedì dovrebbe scadere un ridicolo ultimatum imposto al Cremlino per dimostrare l’estraneità della Russia nell’attacco, avvenuto, secondo le autorità britanniche, con un “agente nervino”. Anche accettando per buone le conclusioni dell’assurda propaganda del governo di Londra,  le modalità dell’indagine, che avrebbe portato a individuare all’interno del governo del presidente Putin i responsabili dell’accaduto, non hanno alcun fondamento logico né legale.

 

Tutto l’impianto accusatorio, per così dire, consiste in una nuova campagna anti-russa all’insegna della massima isteria. L’operazione è stata orchestrata a Londra e a Washington e a essa ha preso diligentemente parte la stampa ufficiale britannica e svariati governi europei, del cui appoggio il ministro degli Esteri Boris Johnson si è compiaciuto nella giornata di martedì.

 

Il tono e la gravità delle accuse a tutto campo rivolte lunedì dalla May alla Russia indicano innanzitutto una chiara premeditazione da parte del suo governo, con ogni probabilità in collaborazione con i più stretti alleati, per far salire ulteriormente il livello dello scontro con Mosca. La leader conservatrice ha tratto una serie di conclusioni dal presunto atteggiamento russo, col preciso intento di caratterizzare le azioni di questo paese come criminali e al di fuori della legalità internazionale.

 

Così stando le cose, i servizi di sicurezza britannici e il governo di Londra ritengono “altamente probabile” che la Russia sia direttamente responsabile dell’avvelenamento di Sergei e Yulia Skripal. Se così non fosse, Mosca è ugualmente da condannare in quanto ha consentito che la sostanza tossica impiegata nell’attacco finisse nelle mani degli ignoti colpevoli.

 

Il fatto che Theresa May si sia astenuta dal dare per certe le responsabilità russe, ricorrendo invece alla formula “altamente probabile”, è di per sé già un primo indizio della natura politica del suo intervento. Londra non ha cioè individuato alcun responsabile certo per i fatti di Salisbury, visto che nessuna prova concreta e credibile è stata presentata, ma ciononostante ha deciso di puntare il dito contro Mosca, oltretutto attraverso una clamorosa esibizione in Parlamento del primo ministro.

 

Il coinvolgimento di Mosca dipenderebbe dall’uso, per l’avvelenamento degli Skripal, di una sostanza riconducibile a un programma per la produzione di agenti chimici sviluppato per la prima volta dall’Unione Sovietica negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Tuttavia, il programma “Novichok”, come hanno spiegato vari commentatori indipendenti e filo-russi, oltre a essere stato smantellato, da decenni non è più un segreto o un’esclusiva russa, essendo stato in vari modi condiviso o spiegato nel dettaglio ai governi occidentali e alle agenzie internazionali competenti.

 

La stessa Gran Bretagna è senza dubbio in grado di produrre queste sostanze, probabilmente anche nel laboratorio di armi chimiche di Porton Down, situato a una manciata di chilometri da Salisbury. Secondo le autorità britanniche, proprio il personale operante in questa struttura avrebbe individuato la sostanza utilizzata nell’operazione diretta contro Sergei Skripal e la figlia.

 

Il modo con cui Londra sta procedendo nella costruzione del caso contro Mosca conferma ancora di più le perplessità. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha rivelato come la Gran Bretagna abbia respinto la richiesta del Cremlino di avere accesso ai campioni di gas nervino raccolti e presumibilmente responsabili dell’avvelenamento.

 

L’analisi delle prove da parte dell’accusato dovrebbe essere un elemento fondamentale in un procedimento di questo genere e ciò è anche previsto dalla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, di cui Russia e Gran Bretagna sono firmatarie. Mosca ha poi offerto la propria collaborazione nell’indagare sull’accaduto, ma l’intenzione di Londra è precisamente quella di impedire che si faccia luce sui fatti e dichiarare la Russia colpevole a priori attraverso l’imposizione di un ultimatum, nonostante l’assenza di prove concrete.

 

Il caso è dunque un chiaro esempio di inversione dell’onere della prova. Il governo di Mosca dovrebbe cioè dimostrare la propria innocenza di fronte ad accuse infondate e senza avere accesso alle informazioni e al materiale raccolto dalla Gran Bretagna in relazione all’attacco di Salisbury.

 

In ogni caso, il mancato rispetto dell’ultimatum da parte del Cremlino farà scattare ritorsioni che potrebbero andare dall’espulsione di diplomatici russi dalla Gran Bretagna all’adozione di nuove sanzioni. In maniera inquietante, la stampa britannica ha scritto che qualsiasi eventuale azione decisa dal governo May potrebbe essere fatta rientrare nel campo di applicazione dell’articolo 51 della carta ONU, che consente la legittima difesa di un paese membro di fronte a un attacco esterno, o, peggio ancora, dell’articolo 5 del trattato NATO, relativo alla difesa comune.

 

Nel delirio che sta coinvolgendo praticamente tutto l’establishment politico e mediatico d’oltremanica, in molti hanno anche avanzato l’ipotesi di revocare la licenza di trasmettere in Gran Bretagna al network russo RT (ex Russia Today).

 

In questo scenario irrazionale, fuori da ogni discussione resta una qualsiasi analisi delle motivazioni che avrebbero spinto Putin ad autorizzare un’azione all’estero per colpire, oltre sette anni dopo l’espatrio, un ex agente segreto che aveva soggiornato a lungo nelle prigioni patrie, nonché la figlia, che continuava a vivere e a lavorare in Russia. Non solo, a sfuggire continua a essere anche il meccanismo che sarebbe alla base della decisione di Mosca di procedere, senza evidenti benefici, con un’operazione clamorosa che avrebbe ovviamente provocato un nuovo intensificarsi della caccia alle streghe anti-russa già in atto.

 

Ad ogni modo, vista l’ovvia impossibilità russa di rispondere a un ultimatum oggettivamente assurdo, il governo di Londra ha già convocato una riunione del consiglio per la sicurezza nazionale nella giornata di mercoledì, all’interno del quale saranno discusse le misure da adottare.

 

Quest’ultimo episodio della campagna anti-russa in atto si registra in un momento in cui lo scontro tra Mosca e l’Occidente sta facendo segnare una grave escalation su vari fronti, tra cui quello siriano. Il governo May nei giorni scorsi aveva infatti assicurato che avrebbe valutato un intervento militare contro le forze di Assad, appoggiate dalla Russia, se fossero emerse prove dell’uso di armi chimiche da parte del regime nell’assedio di Ghouta est, alla periferia di Damasco.

 

In un’azione probabilmente coordinata con gli alleati da questa parte dell’Atlantico, inoltre, a inizio settimana gli Stati Uniti hanno minacciato a loro volta un’azione militare a Ghouta, di fatto per salvare i gruppi fondamentalisti “ribelli” dall’offensiva siriana. Per tutta risposta, Mosca ha avvertito che le proprie forze armate presenti in Siria reagiranno in maniera adeguata a qualsiasi minaccia militare.

 

Il convergere di questi scenari di crisi minaccia così di spingere la Russia e l’Occidente sempre più verso uno scontro armato. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il rischio è aggravato anche dallo sbando in cui si trova il governo di Theresa May, deciso a dirottare verso un presunto nemico esterno le tensioni esplosive provocate dalle spaccature prodotte dalla “Brexit” e dalle complicate trattative in corso con l’Unione Europea.

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