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Aggiornato: 1 ora 37 min fa

Iran: Trump e l’ultimatum all’Europa

Mar, 20/02/2018 - 21:22

Nel pieno dei venti di guerra in Medio Oriente, il governo americano del presidente Trump starebbe studiando una nuova offensiva contro l’Iran, cercando di allineare le posizioni, finora divergenti, di Stati Uniti ed Europa sull’accordo relativo al programma nucleare della Repubblica Islamica sottoscritto a Vienna nel 2015.

 

L’iniziativa è stata rivelata questa settimana da un’esclusiva della Reuters e sembra essere il tentativo, da parte della Casa Bianca, di fare finalmente qualcosa di concreto per rispettare la promessa di Trump di boicottare la stessa intesa sul nucleare di Teheran nonostante l’opposizione della comunità internazionale.

 

Il dipartimento di Stato americano avrebbe cioè imposto un ultimatum agli alleati europei coinvolti nei negoziati di Vienna - Francia, Gran Bretagna e Germania - per convincerli a modificare il trattato con l’Iran secondo le richieste di Washington. Se ciò non verrà fatto, Trump abbandonerà l’accordo e, quanto meno, procederà unilateralmente con la reimposizione delle sanzioni economiche contro Teheran, sospese dall’intesa stessa.

 

Questa decisione potrebbe essere presa già in occasione della prossima scadenza, prevista da una legge del Congresso USA, per la certificazione del rispetto dei termini dell’intesa di Vienna da parte dell’Iran. Lo scorso ottobre Trump aveva già espresso parere negativo, ma il Congresso aveva deciso di non agire, confermando di fatto la sospensione delle sanzioni e rimandando la palla alla Casa Bianca.

 

Secondo l’amministrazione Trump, i tre paesi europei dovrebbero impegnarsi per includere in un nuovo accordo modificato provvedimenti che facciano fronte ad alcune questioni escluse dal documento firmato a Vienna. Esse riguardano lo stop allo sviluppo e all’esecuzione di test di missili balistici a lungo raggio, il rafforzamento delle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che avrebbe accesso virtualmente a qualsiasi sito civile e militare, e l’imposizione permanente delle restrizioni attualmente in vigore in maniera temporanea al programma nucleare civile iraniano.

 

Le richieste americane non hanno alcuna giustificazione legale né razionale e sono basate unicamente sul fatto che l’Iran è il principale rivale strategico di Washington in Medio Oriente. L’intesa di Vienna, che Teheran continua a rispettare integralmente, ha superato infatti anche le accuse, in gran parte artificiose, e le misure restrittive imposte alla Repubblica Islamica per le presunte violazioni di precedenti risoluzioni ONU, peraltro motivate politicamente e istigate da Washington.

 

Soprattutto, proprio perché del tutto immotivate, le condizioni che Trump vorrebbe aggiungere all’accordo di Vienna sono destinate a essere respinte dal governo iraniano, come gli USA ben sanno. Queste imposizioni servono d’altra parte al preciso scopo di giustificare l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, attribuendone la responsabilità all’Iran, ma anche, in seconda battuta, a Francia, Gran Bretagna e Germania, se i governi di questi paesi non si adegueranno alle posizioni americane.

 

Le implicazioni dell’ultimatum all’Europa da parte dell’amministrazione Trump sono dunque tali da minacciare un nuovo aggravamento delle tensioni internazionali. Se Parigi, Londra e Berlino dovessero accettare le richieste americane, è evidente che si tornerebbe allo scontro totale tra l’Occidente e la Repubblica Islamica.

La rottura con Teheran rappresenterebbe un clamoroso autogol da parte dell’Europa, visto che i benefici economici ed energetici dell’accordo di Vienna, concretizzatisi per ora solo in minima parte, finirebbero per sparire precocemente. Inoltre, l’accettazione delle richieste americane aprirebbe un nuovo fronte di scontro tra l’Europa da una parte e Russia e Cina dall’altra, ovvero le altre due potenze coinvolte nei negoziati sul nucleare e quelle più vicine all’Iran.

 

Nel caso Francia, Gran Bretagna e Germania respingessero invece l’ultimatum di Washington, le distanze tra le due sponde dell’Atlantico si accentuerebbero, andando ad aggiungersi, tra l’altro, alle frizioni provocate dalle tendenze protezionistiche americane e dal lancio del progetto di difesa comune europea, potenzialmente alternativo alla NATO.

 

In questo quadro, ha poco senso il giudizio dato all’iniziativa di Trump dalla Reuters e da altri media americani, secondo i quali essa rappresenterebbe un ammorbidimento delle posizioni del governo USA sulla questione iraniana. Al contrario, l’ultimatum del dipartimento di Stato conferma la volontà degli Stati Uniti di proseguire sulla strada della guerra contro l’Iran, con o senza gli alleati europei, messi ora oltretutto in una posizione decisamente imbarazzante.

 

Dai governi di Parigi, Londra e Berlino non sono arrivate per il momento reazioni ufficiali alla rivelazione della Reuters. In una conferenza stampa, il ministero degli Esteri francese ha comunque toccato l’argomento del nucleare iraniano, ribadendo l’intenzione del presidente Macron di rispettare pienamente il trattato di Vienna. Nei mesi scorsi, d’altra parte, tutti i paesi intervenuti nei negoziati si erano sempre sganciati dalle posizioni della Casa Bianca, spesso in maniera netta anche tra gli alleati americani.

 

La fermezza con cui l’Europa ha finora difeso l’accordo sul nucleare potrebbe però anche venire meno nel prossimo futuro sotto le pressioni di Washington. Questa ipotesi non è da escludere, soprattutto alla luce del mancato materializzarsi, a causa principalmente del persistere di sanzioni americane, dei vantaggi economici prospettati dalla fine dell’isolamento internazionale dell’Iran.

 

Il clima attorno alla Repubblica Islamica lascia in ogni caso poco spazio all’ottimismo. L’iniziativa di Trump sull’accordo di Vienna giunge in un frangente segnato da un chiaro ritorno alla retorica anti-iraniana anche da parte di alcune voci che avevano abbracciato la distensione promossa dall’amministrazione Obama nel 2015.

 

L’Iran continua così a essere attaccato principalmente per il proprio ruolo in Siria, come ha mostrato la sceneggiata del premier israeliano Netanyahu nel fine settimana a Monaco di Baviera, e per quello presunto nello Yemen, denunciato assurdamente da un recente articolo scritto per il New York Times dall’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Nikki Haley.

 

Proprio il giornale “liberal” americano ha pubblicato lunedì un minaccioso pezzo di aperta propaganda sull’Iran, basato su fonti legate a USA, Israele e Arabia Saudita, descrivendo le attività di questo paese in Siria per costruire una vasta rete di “infrastrutture” volte a minacciare la sicurezza israeliana. La conseguenza logica dell’indagine del Times sembra essere così l’inevitabilità di una nuova guerra regionale per sradicare l’influenza iraniana da uno spazio strategico cruciale per Washington e Tel Aviv.

Categorie: News

USA: complotto contro i migranti

Gio, 15/02/2018 - 22:07

Il dibattito sulla riforma dei flussi migratori negli Stati Uniti sembra essere giunto questa settimana a uno stadio decisivo. Più che ad aprire la strada all’approvazione di una qualche misura definitiva, su cui il Congresso e la Casa Bianca restano ancora divisi, le trattative e il voto dell’aula sono però serviti più che altro a portare la discussione su un terreno anti-democratico e xenofobo come mai era stato fatto dal secondo dopoguerra a oggi.

 

Sul tavolo ci sono svariate proposte di legge che verranno votate inizialmente dal Senato, ma al momento senza reali prospettive di superare l’esame della Camera e di evitare il veto presidenziale. Il dato politico più rilevante riguarda il comportamento dei leader del Partito Democratico, atteggiatisi nelle ultime settimane a difensori dei diritti degli immigrati “irregolari” negli Stati Uniti e alla fine disponibili invece al compresso su testi di legge che recepiscono in maniera più o meno ampia le richieste del presidente Trump e dei repubblicani.

 

Un certo consenso bipartisan ha raccolto soprattutto il testo promosso dalla senatrice repubblicana “centrista” Susan Collins e che la stampa americana ha definito generalmente come “moderato”. Esso prevede in realtà lo stanziamento di 25 miliardi di dollari da destinare a misure che dovrebbero rafforzare la sicurezza lungo il confine con il Messico, ovvero per contrastare il movimento dei migranti, inclusa la costruzione del famigerato muro voluto da Trump.

 

I democratici hanno giudicato accettabile questa concessione, anche se in cambio riceverebbero soltanto la risoluzione parziale dello stato di incertezza in cui si trovano poco meno di due milioni di giovani stranieri portati “illegalmente” dai genitori negli USA quando erano bambini.

 

Coloro che rientrano in questo gruppo di migranti sono a serio rischio di deportazione da quando Trump ha ordinato la cancellazione entro i primi di marzo di un programma, conosciuto come DACA e approvato dall’amministrazione Obama, che garantisce il permesso temporaneo di risiedere legalmente in territorio americano. La bozza Collins prevede un lungo percorso verso la cittadinanza - tra i 10 e i 12 anni - ma esclude in modo crudele la possibilità di regolarizzare i genitori dei giovani migranti.

 

Malgrado i contenuti per nulla progressisti, questa proposta di legge sembra essere già stata scartata dalla Casa Bianca. Trump ha fatto sapere che non intende firmare alcun provvedimento approvato dal Congresso se esso non conterrà alcuni punti chiave della sua idea di “riforma” dell’immigrazione.

 

Il presidente vuole in primo luogo mettere fine a quella che definisce “migrazione a catena”, cioè l’opportunità dei ricongiungimenti familiari con gli stranieri che vivono regolarmente negli Stati Uniti. Trump auspica anche la fine della cosiddetta “lotteria dei visti”, inalterata nella proposta Collins e che garantisce un certo numero di ingressi annui a quei paesi sottorappresentati dalla popolazione migratoria residente negli USA.

 

Le richieste della Casa Bianca sono invece sostanzialmente comprese nella bozza ultra-reazionaria scritta dal senatore repubblicano dell’Iowa, Charles Grassley, che Trump ha infatti appoggiato esplicitamente. Il punto centrale di questa proposta è il taglio radicale del numero di migranti ammessi in America, i quali scenderebbero di oltre 20 milioni nel prossimo decennio.

 

In un modo o nell’altro, questo è in definitiva l’obiettivo della classe dirigente americana, inclusa quella rappresentata dal Partito Democratico. Alcuni commentatori hanno rilevato correttamente il drastico cambiamento dei temi al centro del dibattito migratorio negli USA in questi anni.

 

Da quanto emerge dalla discussione in corso, cioè, la questione principale non riguarda più, come in passato, se e in che misura garantire la regolarizzazione di un determinato numero di immigrati presenti “illegalmente” sul territorio americano, bensì se tagliare e di quanto gli afflussi considerati legali.

 

Questo presupposto, assieme al controllo del governo e del Congresso da parte di forze politiche ultra-nazionaliste e spesso con tendenze xenofobe, se non apertamente razziste, fa in modo che sul piano legislativo ci sia una vera e propria corsa a destra per riuscire a implementare una “riforma” che punisca e criminalizzi il più possibile la popolazione migratoria.

 

In un quadro simile, anche una terza proposta in circolazione al Senato, contenente provvedimenti oggettivamente reazionari ma per certi versi più moderata, è già stata bocciata dalla Casa Bianca. La bozza è quella, ugualmente bipartisan, promossa dal repubblicano John McCain e dal democratico Chris Coons, secondo l’amministrazione Trump troppo poco generosa sul fronte degli stanziamenti per il rafforzamento del controllo dei confini.

 

L’irrigidimento della classe politica americana e l’accelerazione autoritaria nei confronti di stranieri che vivono da anni negli USA e di disperati che cercano di entrare nel paese che, di fatto, è il primo responsabile della loro situazione, sono da collegare ai tentativi di alimentare impulsi populisti e nazionalisti per contenere tensioni sociali prodotte da ben altri fattori.

 

Significativamente, anche politici teoricamente progressisti ricorrono spesso a una retorica non lontana da quella della destra sul tema dell’immigrazione, rispondendo a una strategia che punta anch’essa a dirottare malcontento e frustrazioni in direzione nazionalistica, in modo da dividere le classi più povere dentro e fuori i confini americani.

 

L’esempio più lampante è quello dell’ex candidato alla presidenza per il Partito Democratico, Bernie Sanders, il quale nei giorni scorsi si è detto disponibile a fare “concessioni” alla Casa Bianca, inclusa la costruzione del muro di confine col Messico, in cambio della (modesta) protezione da offrire ai giovani stranieri a rischio di deportazione.

 

Il dibattito politico sul controllo dell’immigrazione sta comunque avvenendo negli USA in un clima segnato da repressione e intimidazioni, dopo che già l’amministrazione Obama si era distinta per il numero record di deportazioni di migranti “irregolari”. Trump e il suo governo stanno promuovendo iniziative odiose da parte delle autorità migratorie, fatte di arresti e deportazioni di stranieri senza precedenti penali, prelevati, ad esempio, sul posto di lavoro, mentre accompagnano i figli a scuola o si presentano a normali colloqui sul loro status presso gli uffici governativi.

 

Al di là della versione della prossima “riforma” dei flussi migratori che sarà votata dal Senato, il percorso verso l’approvazione definitiva si prospetta accidentato, sempre che non ci siano ulteriori concessioni all’estrema destra da parte dei democratici. Il presidente della Camera, Paul Ryan, ha infatti escluso anche solo l’approdo in aula di qualsiasi testo di legge che non sia appoggiato esplicitamente dal presidente Trump.

Categorie: News

Assange e la vendetta di Londra

Gio, 15/02/2018 - 00:40

Una sentenza d’appello di un tribunale distrettuale britannico ha respinto questa settimana il ricorso dei legali del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, per far cadere definitivamente l’accusa di avere violato i termini della libertà condizionata a cui era stato sottoposto nell’ormai lontano 2012.

 

La decisione è oggettivamente assurda sul piano legale e conferma la natura tutta politica della drammatica vicenda di Assange, costretto a risiedere da quasi sei anni all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra per sfuggire alla vendetta dei governi di Gran Bretagna e Stati Uniti, di cui il suo sito ha rivelato alcuni dei crimini commessi su scala planetaria.

 

Che non ci sia alcuna giustificazione logica o legale per il continuo accanimento nei confronti di Assange è confermato dal fatto che la minaccia di arresto si riferisce a una richiesta di estradizione che la magistratura svedese ha ritirato nel 2017. L’accusa di stupro, costruita appositamente per incastrare il numero uno di WikiLeaks, era stata infatti lasciata cadere. Assange, in ogni caso, non era mai stato incriminato formalmente in Svezia e aveva sempre mostrato piena disponibilità a essere interrogato dai magistrati di questo paese in teleconferenza, come accaduto decine di volte nei casi di richieste di estradizione dalla Gran Bretagna.

 

Anche senza considerare l’aspetto farsesco della vicenda legale in sé, Assange ha alla fine scontato un isolamento di quasi sei anni, con pesantissime conseguenze fisiche e psicologiche, per un reato, come la violazione dei termini della libertà vigilata, che secondo la giustizia inglese può essere punito con un massimo di sei mesi di detenzione.

 

Su questo aspetto hanno puntato gli avvocati di Assange, così come su un devastante rapporto della commissione ONU sulle detenzioni arbitrarie che nel 2015 aveva condannato duramente il governo di Londra per il suo trattamento, definito “arbitrario, illogico, inutile e sproporzionato”.

 

A tutti gli effetti, la situazione di Assange rappresenta una macchia gravissima per la Gran Bretagna, ma anche per gli Stati Uniti, la Svezia e il suo paese, l’Australia, e richiederebbe, come minimo, mobilitazioni simili a quelle che la sinistra in Occidente ostenta nei casi di detenzioni arbitrarie e di violazione dei diritti umani in regimi considerati dittatoriali.

 

Il nuovo verdetto contro Assange è stato emesso martedì dal giudice Emma Arbuthnot, la quale ha ritenuto anche di ignorare completamente le notizie circolate nei giorni scorsi sulla stampa inglese. Il Guardian, in particolare, nonostante abbia spesso condotto una campagna feroce contro WikiLeaks e il suo fondatore, aveva pubblicato la trascrizione di alcuni messaggi scambiati tra le autorità giudiziarie britanniche e quelle svedesi.

 

Da questo materiale era emerso come la Svezia intendeva chiudere la farsa del procedimento contro Assange già nel 2013, ma i procuratori di questo paese erano stati invitati da quelli di Londra a tenere in vita le accuse e la richiesta di estradizione, ma anche a rifiutare un video-interrogatorio in collegamento con l’ambasciata ecuadoriana.

 

Assange avrebbe cioè potuto lasciare l’edificio dove è rinchiuso dall’estate del 2012 già cinque anni fa se non fosse stato per il governo di Londra, evidentemente sotto pressione da Washington. Negli Stati Uniti è stato creato in segreto un “Grand Jury” fin dal 2010 in vista di una possibile incriminazione di Assange, nel caso la richiesta di estradizione, mai ammessa da Londra, dovesse andare a buon fine.

 

I legali di Assange hanno sempre confermato la disponibilità del loro assistito ad affrontare le accuse, oggettivamente trascurabili, della giustizia britannica, ma continuano a chiedere garanzie circa l’estradizione verso gli USA. Londra non ha ovviamente mai accettato questa proposta, visto che le azioni dirette contro Assange hanno il preciso scopo di mettere le mani sul fondatore di WikiLeaks per spedirlo negli Stati Uniti, dove rischierebbe pene severissime, inclusa quella capitale.

 

A rendere ancora più inquietante la situazione è poi il rifiuto di Londra di riconoscere l’immunità ad Assange, visto che il governo dell’Ecuador gli ha concesso un passaporto diplomatico. Anche questo obbligo previsto dal diritto internazionale viene ostinatamente ignorato dal governo britannico, la cui unica facoltà sarebbe tutt’al più quella di espellere Assange e inviarlo in Ecuador, come chiede appunto quest’ultimo.

 

Per quanto riguarda ancora la corrispondenza tra le procure di Londra e Stoccolma, in una e-mail di un magistrato britannico si assicurava ai colleghi svedesi che i costi esorbitanti del caso e della sorveglianza di Assange non erano un “fattore rivelante” nella vicenda, così che il procedimento doveva proseguire perché il suo “non andava trattato come tutti gli altri casi di estradizione”.

 

I documenti pubblicati dal Guardian e da altri giornali britannici sono solo alcuni di quelli rimasti, visto che una parte di essi sono stati distrutti illegalmente e in maniera deliberata dalla procura di Londra per evitare di consegnarli al tribunale che stava valutando una richiesta di pubblicazione in base alla legge sulla libertà di informazione.

 

Il giudice Arbuthnot che ha presieduto l’appello questa settimana rappresenta essa stessa gli interessi dell’apparato militare e dello stato britannico contro cui di fatto Assange deve combattere. Suo marito è il politico conservatore Lord James Arbuthnot, fino al 2014 presidente della commissione Difesa della Camera dei Comuni, con compiti di controllo sulle forze armate britanniche direttamente o indirettamente coinvolte in alcuni dei crimini rivelati da WikiLeaks. L’ex parlamentare è stato anche ex direttore della società di consulenza SC Strategy, legata ai servizi segreti britannici e per la quale lavorano o lavoravano due ex numeri uno dell’MI6.

 

Nella sua sentenza, il giudice Arbuthnot ha così espresso apertamente l’arroganza delle élite britanniche e il disprezzo nei confronti di Assange, esortato in sostanza ad accettare, come giusta punizione per le sue azioni, la vendetta dello Stato.

 

Allo stesso modo, le condizioni di vita di Assange in questi anni, condannate anche dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di scherno, mentre i timori per una possibile estradizione negli Stati Uniti definiti “ingiustificati”. Ciò malgrado proprio il giorno prima dell’udienza il dipartimento di Giustizia americano avesse confermato alla stampa come un procedimento contro Assange sia tuttora in corso.

 

Dagli USA le minacce contro quest’ultimo continuano d’altra parte a essere formulate pubblicamente. I membri dell’amministrazione Trump continuano infatti sulla linea persecutoria tenuta in precedenza da quelli del governo Obama. Il direttore della CIA, Mike Pompeo, nell’aprile del 2017 aveva ad esempio definito WikiLeaks un “servizio di intelligence ostile” e affermato che Assange non gode dei diritti riconosciuti dal Primo Emendamento alla Costituzione americana. Il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, ha invece confermato come l’arresto e l’incriminazione di Assange restino una priorità per il suo dipartimento.

 

A disposizione dei suoi legali resta ora un altro appello di fronte alla giustizia britannica, da presentare entro i prossimi tre mesi. Visti i precedenti e le motivazioni che stanno dietro alla persecuzione promossa da Londra e Washington, in assenza di una mobilitazione popolare a suo favore, la libertà di Assange continuerà però a rimanere poco più di un miraggio.

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Sudafrica, l’ANC liquida Zuma

Mar, 13/02/2018 - 22:46

La sorte del presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha subito una drammatica accelerazione nell’ultima settimana, dopo che il direttivo dell’African National Congress (ANC) ha deciso di procedere alla sua rapida liquidazione per installare alla guida del paese il suo nuovo leader, Cyril Ramaphosa.

 

Il probabile epilogo della carriera politica di Zuma è il risultato di un precipitoso e a tratti sorprendente riallineamento contro il presidente all’interno dell’organo direttivo dell’ANC, il Comitato Esecutivo Nazionale (NEC), determinato a sua volta dall’aggravarsi della crisi politica, economica e sociale che sta attraversando il Sudafrica.

 

I vertici del partito avevano cercato di convincere Zuma a dimettersi spontaneamente, in modo da evitare un imbarazzante voto di sfiducia in Parlamento. Il presidente si è però fermamente rifiutato di piegarsi, chiedendo tutt’al più alcune concessioni in cambio dell’accettazione ad abbandonare l’incarico che occupa dal 2009.

 

Tra le richieste che Zuma avrebbe fatto a Ramaphosa c’è una sorta di immunità per sé e la propria famiglia, visti i numerosi guai giudiziari degli ultimi anni, e la possibilità di rimanere alla presidenza del Sudafrica ancora per altri tre mesi. Secondo il normale calendario, le elezioni presidenziali sono previste per il prossimo anno.

 

La motivazione ufficiale delle pressioni e delle manovre in corso contro Zuma è legata alle svariate accuse di corruzione nei confronti del presidente, come molti altri all’interno dell’ANC arricchitosi in maniera sostanziosa negli anni seguiti alla fine dell’apartheid grazie agli stretti legami con il business domestico e internazionale, a cui il partito ha garantito mano libera nel paese.

 

Il discredito di Zuma rischia in realtà di coagulare l’opposizione popolare nei confronti della classe dirigente dell’ANC, costretta a trovare una soluzione di facciata per dare l’impressione del cambiamento in direzione apparentemente progressista e, allo stesso tempo, per rassicurare gli ambienti finanziari della determinazione di proseguire con le “riforme” economiche in senso liberista.

 

Un’anticipazione dello scontro interno al partito di governo sudafricano si era avuta lo scorso mese di dicembre con l’avvicendamento alla segreteria tra Zuma e Ramaphosa. L’elezione di quest’ultimo, ex sindacalista diventato imprenditore multimiliardario, aveva dato inizio alla resa dei conti tra le fazioni che fanno riferimento ai due leader, ma la rapidità con cui si è evoluto lo scontro era solo parzialmente prevedibile.

 

Ad ogni modo, dopo il rifiuto di Zuma a rimettere volontariamente il proprio mandato, il direttivo dell’ANC ha indetto lunedì una riunione che nelle prime ore di martedì ha deliberato di procedere con la rimozione del presidente. Ramaphosa e un altro leader del partito hanno comunicato a Zuma la decisione, imponendogli le dimissioni entro 48 ore.

 

Di fronte all’irremovibilità di quest’ultimo, l’ANC è precipitato nel caos. Dapprima era circolata la notizia che sarebbe stata presentata una mozione di sfiducia in Parlamento contro Zuma già nella giornata di giovedì. In seguito, la direzione del partito ha fatto sapere invece di non avere fissato alcuna scadenza né per le eventuali dimissioni del presidente né per la possibile mozione.

 

La persistente incertezza politica è il segnale che sono in corso ulteriori trattative tra le due fazioni all’interno dell’ANC, ma anche che Zuma conserva una certa influenza nel partito, nonostante nei giorni scorsi alcuni membri del NEC, considerati suoi sostenitori, si fossero espressi a favore della rimozione immediata. L’uscita di scena di Zuma appare comunque l’esito più ovvio della crisi politica sudafricana, anche se i tempi e le modalità restano al momento incerti.

 

Singolarmente, la spallata a Zuma sta avvenendo con modalità per molti versi simili a quella che nel 2009 portò quest’ultimo a sostituire prima alla guida del partito e poi alla presidenza del Sudafrica Thabo Mbeki. Ciò è il sintomo di una crisi all’interno del partito in corso ormai da tempo.

 

 

Se Zuma non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali nel corso del braccio di ferro con i vertici del suo partito, la moglie, Tobeka Madiba-Zuma, è intervenuta sui social network per assicurare che il presidente è preparato a combattere quella che ha definito come “una cospirazione orchestrata dall’Occidente”. La moglie di Zuma ha spiegato che quest’ultimo “finirà ciò che ha iniziato, poiché non intende prendere ordini provenienti da oltreoceano”.

 

Al di là della retorica, queste dichiarazioni che dovrebbero esprimere il pensiero di Zuma indicano comunque una realtà di fatto che ha probabilmente influito in qualche modo sulle manovre in atto in Sudafrica. La possibile fine di Zuma è da collegare cioè non solo agli stenti dell’ANC e alla crisi economica e sociale del paese, ma anche alla collocazione internazionale del Sudafrica, sempre meno allineato all’Occidente e, come membro dei cosiddetti BRICS, protagonista delle tendenze multipolari in atto a livello globale.

 

Se l’installazione di Ramaphosa alla presidenza sudafricana è il tentativo dell’ANC e della classe dirigente indigena di recuperare una qualche legittimità popolare, è evidente che le inclinazioni del nuovo leader sono destinate a produrre uno scontro sociale ancora più duro in un futuro non troppo lontano.

 

Di ciò ne sono consapevoli le élite sudafricane, tanto che sono in molti in questi giorni a chiedere al partito iniziative più efficaci per ristabilire quella che un commento apparso nel fine settimana sul quotidiano Mail and Guardian ha definito “l’identificazione dell’ANC con il destino della nazione”.

 

Il livello di corruzione che pervade il partito e la svendita delle ricchezze del paese a pochi interessi privati ha determinato una situazione di degrado tale che manovre come quella in atto ai danni di Zuma, accompagnate da proclami contro il malaffare e per il ristabilimento di un certo livello di moralità, risultano ormai inadeguate a far fronte al malcontento diffuso, all’impoverimento di massa e alla radicalizzazione dell’opposizione popolare.

 

L’avvicendamento alla guida del paese rischia così di scalfire solo superficialmente la complessa realtà sudafricana, senza risolvere nessuna delle contraddizioni prodotte dagli anni di governo dell’ANC. Come ha spiegato la stessa analisi del Mail and Guardian, così, il complotto di questi giorni finirà solo per dare l’impressione, sostanzialmente corretta, della sostituzione di una fazione dell’élite, facente capo a Zuma, che si è arricchita grazie allo stato con un’altra, riferibile a Ramaphosa, che punta allo stesso obiettivo ma attraverso i meccanismo del mercato.

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Trump e gli abusi della Casa Bianca

Lun, 12/02/2018 - 20:35

Le propaggini della caccia alle streghe in corso negli Stati Uniti contro i presunti responsabili di molestie nei confronti delle donne, nota quasi universalmente con il nome di “#MeToo”, si sono avvicinate nei giorni scorsi alla Casa Bianca, minacciando di saldarsi alla campagna contro l’amministrazione Trump per le altrettanto dubbie collusioni con il governo di Mosca.

 

Quello che è stato subito trasformato in un nuovo scandalo dai media ufficiali riguarda due membri dello staff del presidente repubblicano, di fatto licenziati dopo che erano emerse accuse di maltrattamenti contro le rispettive ex mogli. Il caso ritenuto più serio sarebbe quello dell’ormai ex segretario dello staff presidenziale, Rob Porter, mentre l’altro riguarda David Sorensen, uno degli autori dei discorsi di Trump.

 

I dettagli della vicenda sono stati sviscerati in particolare da giornali e network che stanno anche alimentando le polemiche sul “Russiagate”, a cominciare da New York Times e Washington Post, come se essa fosse la questione più importante tra quelle sull’agenda domestica e internazionale dell’amministrazione Trump. Le implicazioni più gravi sarebbero legate alla gestione soprattutto del caso Porter da parte del capo di gabinetto di Trump, l’ex generale John Kelly.

 

L’altro aspetto su cui si è scagliata la stampa è inoltre la risposta del presidente all’emersione dello “scandalo”. Trump sarebbe cioè colpevole di avere difeso i due consiglieri e ricordato come quelle che rimangono per ora semplici accuse possano distruggere la carriera di chi le subisce.

 

Trump, in sostanza, ha per una volta difeso i principi più ovvi del diritto e di uno stato democratico, visto che i due accusati già alle dipendenze della Casa Bianca non sono stati incriminati né tantomeno condannati per gli abusi che sono stati loro addebitati dalle ex consorti.

 

Il meccanismo in questo caso ha funzionato come per i numerosissimi casi che hanno coinvolto personalità dello spettacolo e della politica USA, accusati di avere commesso abusi sessuali. Le loro carriere e le loro immagini pubbliche sono state gravemente compromesse, se non totalmente rovinate, soltanto sulla base di accuse non provate e spesso addirittura anonime.

 

Alla Casa Bianca, in ogni caso, i problemi di Porter erano stati inizialmente considerati contenibili e lo stesso Kelly sembrava voler difendere il segretario dello staff. L’ex generale aveva accolto le richieste del capo ufficio stampa della Casa Bianca, Sarah Sanders, e della numero uno delle comunicazioni, Hope Hicks, per emettere un comunicato ufficiale a sostegno di Porter. La Hicks, oltretutto, aveva avuto una relazione con Porter.

 

Prevedibilmente, la spirale accusatoria contro quest’ultimo è diventata alla fine insostenibile, soprattutto dopo la pubblicazione di un’immagine della ex moglie di Porter che mostrava segni di possibili percosse. Porter ha da parte sua escluso maltrattamenti, pur ammettendo rapporti coniugali molto tesi nel periodo del divorzio, e ha attribuito i segni sul viso della ex moglie a un incidente. Anche Sorensen ha respinto ogni accusa, sostenendo anzi di essere stato lui a subire maltrattamenti fisici dalla moglie durante il matrimonio.

 

Gli attacchi si sono così concentrati sul capo di gabinetto Kelly, tanto da far pensare a una nuova resa dei conti all’interno della Casa Bianca, simile a quelle che negli ultimi dodici mesi hanno portato all’allontanamento prematuro di svariati collaboratori di Trump. Queste faide sono alimentate dai rappresentanti delle fazioni dell’establishment americano che si stanno fronteggiando, in primo luogo attorno al “Russiagate”.

 

Sulla posizione di Kelly, malgrado i retroscena dell’episodio più recente restino in larga misura sconosciuti, è possibile si stiano addensando nubi minacciose forse a causa della condotta dell’ex generale alla Casa Bianca in questi sei mesi dalla sostituzione del suo predecessore, Reince Priebus.

 

Kelly era arrivato alla Casa Bianca dopo un breve mandato alla guida del dipartimento dell’Interno e nel pieno dello scompiglio che stava scuotendo l’amministrazione Trump su vari fronti. La promozione di un ex generale a un incarico cruciale del governo americano era stata accolta con entusiasmo dagli oppositori di Trump, incluso il Partito Democratico e non pochi ambienti “liberal”, che vedevano Kelly, assieme ad altri militari approdati alla Casa Bianca, come un fattore decisivo nel contenimento degli eccessi del presidente.

 

Soprattutto, la presenza di coloro che vengono descritti come gli “adulti” al fianco di Trump avrebbe dovuto agire da correttivo delle tendenze di quest’ultimo in politica estera, ostacolando in primo luogo il timido tentativo di ristabilire relazioni cordiali con la Russia e il possibile disimpegno degli Stati Uniti da alcuni scenari di crisi internazionale, come la Siria e il Medio Oriente in genere.

 

Se su queste ultime questioni l’amministrazione Trump ha indubbiamente fatto registrare un cambio di rotta negli ultimi mesi, adeguandosi in gran parte agli orientamenti strategici di Obama anche grazie all’influenza dei militari, la campagna del “Russiagate” ha solo scalfito il muro della Casa Bianca e John Kelly ha sostanzialmente sempre assecondato e difeso il presidente.

 

L’ossessione dei media e della politica americana per i presunti abusatori della Casa Bianca è da collegare però anche agli sviluppi interni e internazionali degli ultimi giorni o, meglio, agli sforzi per sviare da essi l’attenzione dell’opinione pubblica domestica, così da tenere all’ordine del giorno una vicenda di interesse decisamente trascurabile.

 

Questa strategia è in pratica la stessa che sta almeno in parte alla base del movimento “#MeToo” e della iniziativa diffusa contro le molestie sessuali, non a caso già in più occasioni rivolta direttamente contro lo stesso Trump. Infatti, mentre i media USA proponevano una copertura pressoché totale dei crimini coniugali di Rob Porter e David Sorensen, la guerra in Siria tornava a infuriare, i preparativi di guerra in Corea proseguivano nonostante i segnali di distensione, il Congresso approvava un aumento enorme del bilancio del Pentagono e la borsa americana faceva segnare un sensibile declino dopo i record degli ultimi mesi.

 

In definitiva, anche l’ultima crisi che sta attraversando la Casa Bianca dimostra come l’opposizione a una delle amministrazioni più reazionarie della storia americana continui a essere condotta su un piano anti-democratico. Mentre Trump sta portando gli Stati Uniti sull’orlo della guerra nucleare e implementando politiche sociali ed economiche rovinose per le classi più povere, i suoi oppositori insistono con una linea d’attacco ugualmente reazionaria e basata quasi sempre su accuse senza alcun fondamento.

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La Germania guarda a destra

Gio, 08/02/2018 - 22:47

L’accordo raggiunto per la nascita di un nuovo governo di “grande coalizione” in Germania, sotto la guida di Angela Merkel, è stato presentato da buona parte della stampa tedesca ed europea come una sorta di successo del Partito Social Democratico (SPD), in grado di strappare importanti concessioni e incarichi ministeriali che lascerebbero intravedere una qualche inclinazione progressista nell’immediato futuro.

 

In realtà, quello che potrebbe nascere di qui a poche settimane a Berlino si prospetta come uno dei governi più a destra del dopoguerra e, certamente, il più reazionario tra quelli animati dalla collaborazione tra SPD, CDU e CSU. Il linguaggio ammiccante a iniziative di “sinistra” nel programma della coalizione, soprattutto con promesse di aumenti più o meno modesti della spesa sociale, è infatti smentito dai punti centrali dell’intesa, i quali indicano chiaramente le tendenze al militarismo, al rigore e all’autoritarismo del prossimo esecutivo tedesco.

 

Il prolungarsi dei negoziati e le stesse “concessioni” fatte alla SPD sono il segnale delle difficoltà a far digerire un accordo di governo all’elettorato di questo partito, dopo che i suoi leader avevano categoricamente escluso la partecipazione a un’altra “grosse Koalition” prima e dopo il disastroso voto di settembre. Il voltafaccia del leader della SPD, Martin Schulz, era giunto dopo il crollo dei negoziati di governo tra CDU-CSU, Verdi e Liberali (FDP) e si era reso necessario per limitare al massimo l’incertezza politica e il rischio di destabilizzazione della prima potenza economica europea.

 

Gli oltre 450 mila iscritti alla SPD dovranno ora ratificare in maniera definitiva l’accordo, con ogni probabilità sotto pressioni enormi della stampa ufficiale, della classe politica tedesca e dell’Unione Europea. Per convincerli a dare il via libera alla coalizione si sprecheranno i riferimenti ai presunti successi ottenuti dal partito durante le trattative con CDU e CSU, mentre allo stesso tempo sarà agitata la minaccia di un nuovo tracollo elettorale della Socialdemocrazia in caso di voto anticipato.

 

La SPD ha oggettivamente ottenuto importanti ministeri, dagli Esteri, dove finirà lo stesso Schulz, alla Giustizia, dal Lavoro all’Ambiente e, soprattutto, quello delle Finanze, a lungo occupato in passato dal super-falco Wolfgang Schäuble. La ripartizione dei dicasteri suggerisce una certa ansia della Cancelliera nel mandare in porto i negoziati per stabilizzare la situazione nel paese, ma anche la certezza del sostanziale allineamento della SPD alle posizioni del suo partito e degli alleati bavaresi ultra-conservatori della CSU.

 

L’impegno per l’aumento della spesa pubblica, che dovrebbe riguardare tra l’altro le infrastrutture, l’educazione e le pensioni, si scontra ad esempio con la promessa di tagli alle tasse per stimolare l’economia, già richiesti dagli industriali tedeschi sull’esempio della “riforma” fiscale approvata a fine 2017 negli Stati Uniti. La ricetta dell’austerity è inoltre fissata nei principi che dovrebbero ispirare le politiche europee del nuovo governo.

 

Concetti come il “rafforzamento della competitività europea” e “del potenziale di crescita nel contesto della globalizzazione” significano prosecuzione delle politiche di rigore, di precarietà del lavoro e di impoverimento di massa in tutto il continente per incrementare i profitti del capitalismo tedesco.

 

Non solo: ipotizzare politiche economiche anche solo minimante progressiste con il probabile nuovo titolare delle Finanze è semplicemente assurdo. Anche se non ancora nominato ufficialmente, la stampa tedesca ha indicato come nuovo ministro il sindaco socialdemocratico di Amburgo, Olaf Scholz.

 

Un’economista della Banca VP del Liechtenstein, intervistato da Bloomberg News, ha assicurato che “Scholz non è molto lontano dalle posizioni di Schäuble”, non essendo ascrivibile alla sinistra della SPD, bensì “all’ala liberale”. Per la stessa agenzia di stampa, Scholz, in qualità di ministro del Lavoro nel governo Merkel tra il 2007 e il 2009, “si era ritrovato spesso a difendere i tagli alla spesa sociale, decisi dal gabinetto, dagli attacchi della sinistra della SPD”.

 

Scholz è d’altra parte considerato vicino all’ex cancelliere socialdemocratico, Gerhard Schröder, del quale ha in passato elogiato la “riforma”, ovvero il radicale ridimensionamento, dello stato sociale tedesco. Il possibile futuro ministro delle Finanze tedesco si era anche distinto nel luglio dello scorso anno per la gestione del G-20 di Amburgo, segnato dalle provocazioni della polizia e dalla durissima repressione delle proteste contro i leader mondiali riuniti nella città da lui guidata.

 

A fare da sfondo alle discussioni sulla nuova “grande coalizione” e a rappresentare il fulcro dell’azione del prossimo gabinetto Merkel è comunque la promozione delle ambizioni da grande potenza della Germania, sia pure dietro lo schermo dell’Europa. I richiami alle “responsabilità” tedesche in un clima internazionale sempre più teso e segnato dal costante sgretolamento dell’ordine seguito al secondo conflitto mondiale sono le premesse per un decisivo impulso al militarismo e all’interventismo di Berlino a beneficio del business indigeno.

 

Questi impegni sono legati direttamente a quelli, ugualmente contenuti nella piattaforma programmatica del nuovo governo, per “modernizzare” e rafforzare drasticamente le forze armate. L’obiettivo è quello di portare la spesa militare al 2% del PIL, come chiesto da tempo dalla NATO, e creare uno strumento agile ed efficace per la difesa degli interessi del capitalismo tedesco ovunque essi siano in gioco.

 

In termini numerici, ciò comporta destinare decine di miliardi di euro all’ambito militare nei prossimi anni, rendendo ancora più improbabile la liberazione di risorse dirette a quello sociale. La priorità resta d’altronde la posizione internazionale del capitale tedesco, da consolidare e rafforzare in un panorama globale che propone sfide delicate ma anche opportunità significative, determinate in primo luogo dall’involuzione nazionalista americana sotto l’amministrazione Trump.

 

Un altro punto dell’accordo SPD-CDU-CSU che illustra gli orientamenti del prossimo governo è quello relativo all’irrobustimento dell’apparato della sicurezza interna, ufficialmente sempre in nome della lotta al terrorismo. Un segnale inequivocabile, quest’ultimo, della necessità di far fronte a tensioni sociali già vicine al livello di guardia, come ha dimostrato il recente massiccio sciopero di alcuni importanti settori industriali della Germania.

 

Il nuovo governo Merkel promette o, meglio, minaccia la messa a disposizione di equipaggiamenti migliori per le forze di polizia, il reclutamento di migliaia di nuovi agenti, l’aumento degli strumenti di controllo della popolazione, la razionalizzazione delle strutture della sicurezza e dell’intelligence, nonché, partendo da una legge approvata recentemente, una nuova anti-democratica espansione dei poteri di sorveglianza del web.

 

Sulla questione scottante dell’immigrazione, infine, le linee guida della “coalizione” sono solo apparentemente più morbide rispetto alle proposte in questo ambito del partito di estrema destra AfD (“Alternativa per la Germania”). Alcuni dei principi della formazione xenofoba entrata in parlamento sono stati fatti propri dai leader di SPD-CDU-CSU, ben intenzionati a “evitare il ripetersi della situazione del 2015”.

 

Il nuovo governo di Berlino fisserà infatti un tetto massimo agli ingressi in Germania, in modo da “restringere i movimenti dei migranti”, mentre, con il consueto linguaggio in parte freddamente burocratico e in parte falsamente benevolo, si prospetta un’accelerazione dei rimpatri, attraverso procedure anti-democratiche, e il rafforzamento delle “protezioni” ai confini europei per limitare l’afflusso di nuovi disperati.

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Maldive tra Pechino e Nuova Delhi

Mer, 07/02/2018 - 20:57

Il precipitare della crisi politica e lo stato di emergenza in vigore nelle Maldive sono in larga misura da inquadrare nel sempre più acceso confronto strategico nel continente asiatico; in particolare nelle acque dell’oceano Indiano, tra la Cina da una parte e l’India, assieme agli Stati Uniti, dall’altra.

 

L’apparente trascurabilità del peso politico di questo paese-arcipelago, noto universalmente come meta turistica di lusso, è smentita dalla feroce competizione che coinvolge non solo le potenze regionali, ma anche gli USA e l’Europa, per esercitare su di esso la maggiore influenza possibile.

 

Le Maldive, d’altra parte, si trovano in una posizione strategica che fa gola a molti, all’incrocio cioè delle rotte marittime che dal Medio Oriente e l’Africa portano all’Asia meridionale e orientale e da cui transitano ingenti quantità di merci e i rifornimenti energetici diretti ai più importanti paesi del continente, a cominciare proprio dalla Cina.

 

Lo scontro politico interno, affacciatosi in questi giorni anche sui media occidentali, è dunque il riflesso di quello internazionale. A fronteggiarsi sono la fazione della classe dirigente maldiviana che fa capo all’attuale presidente, Abdulla Yameen, e la galassia dell’opposizione, all’interno della quale la figura più influente è quella dell’ex presidente, Mohamed Nasheed. La prima ha costruito rapporti economici e finanziari molto solidi con la Cina, mentre la seconda è irriducibilmente filo-indiana e filo-occidentale.

 

Lunedì, ad ogni modo, il presidente Yameen ha ordinato l’introduzione dello stato di emergenza in tutto il paese, citando in un discorso televisivo il pericolo di un colpo di stato contro il suo governo e la minaccia al funzionamento dello stato. La decisione è stata determinata da un verdetto, emesso il primo febbraio scorso dalla Corte Suprema delle Maldive, che aveva imposto l’annullamento delle sentenze di condanna contro Nasheed e altri otto leader dell’opposizione.

 

Il più alto tribunale maldiviano aveva anche comandato la liberazione di quanti, tra questi ultimi, erano ancora agli arresti e la ripetizione dei processi che avevano portato alle loro condanne. Con una mossa politicamente inaccettabile per Yameen, la Corte aveva poi reinsediato dodici parlamentari che il presidente aveva rimosso lo scorso anno dopo il loro passaggio dal partito di governo all’opposizione. Il loro ritorno in parlamento avrebbe messo Yameen in minoranza e aperto la strada a un voto di sfiducia contro il governo e, teoricamente, a un procedimento di impeachment.

 

Yameen ha fatto anche arrestare due giudici della Corte, tra cui il presidente di quest’ultima, Abdulla Saeed, e l’ex presidente-dittatore maldiviano, nonché suo fratellastro, Abdul Gayoon Maumoon, con cui aveva rotto nel recente passato.

 

Le forze di polizia hanno poi accerchiato l’edificio che ospita il parlamento nella capitale, Malé, impedendo ai suoi membri di accedervi. In seguito, i tre giudici superstiti della Corte Suprema hanno revocato la sentenza di settimana scorsa e rimesso apparentemente tutte le leve del potere nelle mani del presidente.

 

La sentenza iniziale riabilitava soprattutto Nasheed, così da permettergli di candidarsi alle elezioni presidenziali che si terranno nei prossimi mesi. L’ex presidente maldiviano gode di ampi favori a Delhi e tra i governi occidentali. Primo presidente democraticamente eletto nelle Maldive nel 2009, Nasheed fu costretto alle dimissioni nel 2012 su pressioni dei militari e degli ambienti legati al precedente regime.

 

Dopo avere perso le elezioni nel 2013 fu incriminato e condannato a 13 anni di carcere con l’accusa molto dubbia di avere licenziato illegalmente un giudice maldiviano. Nasheed fu poi rilasciato, ufficialmente per motivi di salute, nel gennaio del 2016 grazie all’intervento di USA e Gran Bretagna, ma costretto di fatto a vivere in esilio. Dall’estero, però, Nasheed ha continuato ad adoperarsi con i governi occidentali e quello indiano per la rimozione del presidente Yameen.

 

La stessa Corte Suprema aveva finora assecondato le tendenze autoritarie del presidente. Il cambio di rotta e la sentenza contro Yameen della settimana scorsa sono probabilmente il risultato della campagna condotta dall’Occidente contro il governo maldiviano.

 

Dopo l’iniziativa del presidente, Nasheed ha rilasciato un comunicato ufficiale nel quale ha chiesto al governo di Delhi di mandare sull’arcipelago un proprio inviato e un contingente militare per rimettere in libertà i giudici e i leader politici dell’opposizione. A Washington ha chiesto invece sanzioni per vietare qualsiasi transazione finanziaria con il suo paese.

 

Che la battaglia in corso sia motivata da ragioni strategiche più che democratiche lo ha confermato lo stesso Nasheed, il quale recentemente aveva avvertito che le Maldive “stanno per diventare una colonia di Pechino”, visto che la Cina sta “facendo incetta di terre e infrastrutture” nell’arcipelago e, “di fatto, comprando la nostra sovranità”.

 

Fin dal suo insediamento nel 2013, Abdulla Yameen ha aperto le Maldive all’influenza e agli investimenti cinesi, ma anche, ad esempio, dell’Arabia Saudita. Pechino aveva così iniziato a finanziare una lunga serie di progetti infrastrutturali nelle Maldive, mentre il numero di turisti cinesi ha superato rapidamente quello di qualsiasi altro paese. Ciò aveva da subito irritato l’India e i governi occidentali, già risentiti dalla precedente deposizione di Nasheed, facendo scattare una valanga di denunce contro i metodi autoritari della nuova amministrazione maldiviana.

 

Le tensioni internazionali attorno a questo paese si sono intensificate quando Yameen ha aderito al progetto di integrazione euro-asiatica promosso dalla Cina e conosciuto come “One Belt One Road” (OBOR) o “Nuova Via della Seta”. L’evento decisivo è stato però probabilmente la stipula, lo scorso dicembre, di un trattato di libero scambio tra le Maldive e la Cina, accolto molto negativamente soprattutto a Delhi.

 

Il crescente interesse cinese per le Maldive si scontra con gli sforzi indiani e americani di controllare lo spazio strategicamente cruciale dell’oceano Indiano. Sforzi che a loro volta sono il riflesso delle iniziative di Pechino per assicurarsi rotte marittime e terrestri svincolate dalla minaccia di paesi potenzialmente ostili. La competizione sempre più spinta per l’influenza sulle Maldive ha convinto così gli Stati Uniti e l’India ad accelerare i propri progetti per dare la spallata al regime di Yameen, come sempre sotto la bandiera della democrazia.

 

Alcune delle ragioni dello scontro attorno alle sorti del paese-arcipelago sono state spiegate efficacemente da un’analisi dell’ex diplomatico indiano, M. K. Bhadrakumar, pubblicata dalla testata online Asia Times. Per cominciare, il tumultuoso avvicendamento alla guida delle Maldive nel 2013 tra Nasheed e Yameen fece saltare i negoziati per un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama.

 

Questo accordo rimane con ogni probabilità tra gli obiettivi americani e potrebbe essere riesumato nel caso l’operazione di cambio di regime a Malé dovesse andare a buon fine con il ritorno al potere di Nasheed. La questione è in cima all’agenda di Washington e Delhi, visti anche i timori di un’intesa, mai confermata ufficialmente, tra il governo Yameen e Pechino per la costruzione di una base militare cinese in territorio maldiviano.

 

La dimensione militare delle mire americane e indiane sulle Maldive, spiega ancora Bhadrakumar, ha a che fare con un piano per connettere questo arcipelago con i territori dove già sorgono basi militari delle due potenze, come l’isola Diego Garcia e le Seychelles. Ciò faciliterebbe l’obiettivo di “limitare la presenza di sottomarini cinesi nell’oceano Indiano e il controllo delle rotte marittime attraverso le quali passano buona parte dei commerci con l’estero” di Pechino.

 

Questa strategia va di pari passo con le iniziative promosse da Delhi per rafforzare la presenza navale indiana dallo Stretto di Malacca al Mare Arabico, ovviamente nel quadro della partnership strategica con gli Stati Uniti, a cui il governo di estrema destra del premier Narendra Modi ha dato un impulso decisivo.

 

In definitiva, la crisi in corso nelle Maldive può rappresentare anche un punto di svolta nei rapporti sempre più stretti tra USA e India. Un eventuale intervento di Delhi, per imporre i propri interessi e quelli di Washington a Malé, sarebbe cioè interpretato dall’amministrazione Trump come un segnale della disponibilità della classe dirigente indiana ad abbracciare finalmente e senza riserve la strategia asiatica anti-cinese americana e, di conseguenza, a liquidare i capisaldi della “autonomia strategica” e della “politica estera indipendente” che hanno tradizionalmente contraddistinto la più grande “democrazia” del pianeta.

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America first a suon di bombe

Mar, 06/02/2018 - 20:46

Si intitola “Revisione della posizione nucleare” il documento del Pentagono pubblicato tre giorni orsono e viene considerato una prima riforma della dottrina nucleare militare degli Stati Uniti. In effetti, vi sono contenute le idee e i progetti operativi (quelli che vogliono si sappiano, off course) con cui Washington pensa di fronteggiare le “minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

 

La nuova dottrina si differenzia da quella precedente soprattutto per un aspetto: lo sviluppo di molteplici aree di crisi (spesso originate proprio dagli interventi statunitensi ndr) rendono necessaria, agli occhi del Pentagono, una modalità d’intervento più rapida e simultanea in scenari diversi.

 

Si pensa che la strategia militare nucleare, fondata fino ad oggi sulla capacità di colpire ogni angolo del pianeta con ogive di straordinaria potenza, vada sostituita con un nuovo approccio, che prevede il proliferare di ordigni di minore potenza e dimensioni d utilizzare con maggiore agilità. Si ritiene, infatti, che una riduzione della loro capacità distruttiva, dunque un utilizzo più “tattico” dell’armamento nucleare, non comporti per converso una reazione uguale e contraria da parte delle altre potenze, con un rischio minore di generare una risposta termonucleare globale che vedrebbe come vittima gli stessi Stati Uniti.

 

Ad esempio, Corea del Nord e Iran sono alcuni degli scenari nei quali Washington ritiene probabilmente di poter operare con armamento nucleare tattico di dimensioni e potenza ridotte, nella convinzione che un uso limitato (ammesso che esista una modalità limitata nel nucleare) possa non determinare in automatico una risposta nucleare da parte, ad esempio, di Russia e Cina. Le quali però non hanno risparmiato critiche al nuovo progetto a stelle e strisce. Pechino ha definito quello statunitense “un intento di ampliare ulteriormente il suo arsenale nucleare”, mentre Mosca ha avvertito che la mossa “non resterà senza adeguata risposta”.

 

Proprio le ridotte dimensioni degli ordigni favorisce il principio less is more: più la distruttività è limitata, più è possibile un loro uso in combattimento. Così chiudendo la fase storica iniziata dopo Hiroshima e Nagasaki che aveva posizionato l’atomica nella sola cornice di deterrenza, dal momento che sulla reciproca dissuasione nucleare risiedeva la coesistenza tra blocchi e/o potenze termonucleari globali.

 

L’adeguamento della dottrina militare nucleare del Pentagono sembra anche voler proporre una modalità d’intervento sempre meno condizionata dall’invio di decine di migliaia di soldati (dimostratasi ormai inutili a determinare vittorie definitive statunitensi) e sempre più da droni armati con testate di minor volume e capacità di distruzione. L’utilizzo di atomiche, sebbene minori di quelle collocate strategicamente, comporta anche una modificazione della modalità d’intervento, dato che il bombardamento con testate nucleari esclude l’invasione di terra con truppe. Il che produce riflessi anche sotto il profilo del budget della difesa, che verrebbe sottoposto ad un cambio d’indirizzo nei suoi flussi di spesa.

 

Insomma il Pentagono sembra voler inviare un messaggio chiaro: non cerchiamo più di svolgere operazioni di “polizia internazionale”, di ripristino con la forza di ordini politici deposti da processi rivoluzionari, o anche da semplici elezioni che esprimano cambi di governo sgraditi agli Stati Uniti. Occupare paesi costa anni e miliardi di dollari oltre che migliaia di vite umane statunitensi. Dunque da ora attacchiamo per distruggere, non per gestire, intendiamo azzerare e non circoscrivere, pensiamo ad annientare e non a salvaguardare. Infatti, anche bombe di kilotoni ridotti determinano una distruzione irrimediabile di interi territori, risorse e seranze di vita per ogni essere vivente.

 

Il racconto che viene fornito per questa nuova strategia militare s’incentra comunque sull’identica leva degli ultimi 70 anni, ovvero l’adeguamento della strategia militare alle necessità della sicurezza nazionale. Ovviamente, la questione della sicurezza nazionale statunitense è tema opinabile.

 

Vista dal punto di vista di Washington, tutto ciò che rappresenta l’indipendenza o persino una parziale autonomia di uno o più paesi dalle linee di politica economica e militare dettate dagli Usa, diviene automaticamente una minaccia alla sicurezza nazionale. Si tratta di garantire la salvaguardia del modello “american way of life”, che si regge su un precetto che prevede che gli USA, cioè il 5% della popolazione del pianeta continuino a consumare il 60% delle risorse disponibili.

 

D’altra parte, gli Stati Uniti sono diventati già nel corso del secolo scorso l’unica superpotenza militare proprio in ragione di una capacità di estrarre ricchezza fuori dai suoi confini, determinare gli assetti politici, economici e commerciali dei 4 angoli del pianeta ed imporre al resto del mondo il loro modello di governance attraverso la minaccia militare, comprendente anche la componente nucleare.

 

Impossibile non legare questa nuova strategia militare alle rinnovate ambizioni politiche anche nel continente americano: la nuova aggressività nei confronti di Venezuela, Cuba e dell’insieme dell’America Latina, indicano il ritorno alla infame Dottrina Monroe. Sul piano internazionale più ampio, la strategia di accerchiamento alla Russia, di contenimento della Cina e di minacce più aperte in paesi come Iran e Corea del Nord, indicano con chiarezza il tentativo di recuperare, costi quel che costi, il ruolo di leadership mondiale ormai appannato dalla fine del predominio nel campo finanziario e tecnologico e dall’arretramento militare intervenuto a seguito dell’impantanamento in Asia Minore e Medio Oriente.

 

Sotto il profilo della politica interna la Nuclear Posture Review, con la quale Trump ritiene di dover disegnare la strategia di controllo militare sul pianeta, conferma come ormai sia il Pentagono il vero inquilino della Casa Bianca. Il presidente Trump non è che il firmatario di scelte strategiche e indirizzi di politica estera e militare decise dai militari. Che sono ormai lo scudo a difesa dell’Amministrazione Trump, ma utilizzano a proprio vantaggio le sue difficoltà di fronte dagli attacchi della CIA e dello FBI, così come del Partito Democratico e di una parte dei media.

 

I militari festeggiano. Proprio il complesso militar-industriale, da sempre principale volano economico degli Stati Uniti, troverà nella messa in produzione di decine di migliaia di nuove ogive una nuova, straordinaria fonte di profitti. Nel riproporre la teoria dell’accerchiamento multilaterale agli interessi nazionali, nel proseguimento della strategia di contenimento militare di ogni altro paese che non sia Israele (con il quale ormai il comando politico-militare appare congiunto), trovano le ragioni per budget sempre maggiori, fatti di commesse ogni volta più ricche, che generano corruzione ogni giorno più grande e crescita indefinita della loro influenza sul governo. Democratico o repubblicano che sia, poco importa. La Casa Bianca assumerà sempre più il colore di una mimetica.

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Usa, spallata al Russiagate

Lun, 05/02/2018 - 22:05

La pubblicazione nel fine settimana scorso di un documento, redatto dal presidente della commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti di Washington, ha gettato un’ombra lunghissima sulla già barcollante legittimità dell’indagine sulle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016.

 

Il “memorandum” del deputato repubblicano Devin Nunes - se il suo contenuto corrisponde effettivamente a verità - ha in sostanza rivelato come ambienti legati al Partito Democratico avessero di fatto fabbricato prove infondate contro Trump e membri dell’organizzazione dell’allora candidato alla Casa Bianca, grazie alle quali l’FBI, sotto il controllo del dipartimento di Giustizia di Obama, aveva richiesto e ottenuto un mandato per sorvegliare le comunicazioni di un ex consigliere del futuro presidente.

 

Vista la sensibilità del contenuto, i leader democratici al Congresso e virtualmente l’intero apparato della sicurezza nazionale USA si erano mobilitati per impedire la pubblicazione del documento. Dopo il via libera della commissione di settimana scorsa, grazie ai soli voti dei deputati repubblicani, Trump ne ha alla fine autorizzato la diffusione al pubblico, scatenando un nuovo polverone politico a Washington.

 

La reazione degli oppositori di Trump si è sviluppata principalmente in due direzioni. Da un lato, i democratici e i media ad essi allineati, a cominciare da New York Times e Washington Post, hanno cercato di minimizzare la portata del “memorandum”. Questa tattica è però contraddetta dalla disperazione con cui questi stessi ambienti avevano provato a bloccarne la pubblicazione.

 

L’altra linea d’attacco contro la Casa Bianca punta invece sulla parzialità del documento scritto da Nunes e, ancora di più, sulla necessità di evitare qualsiasi attacco nei confronti dell’FBI e dei servizi di sicurezza in genere. Il corollario di questa posizione è poi che la pubblicazione del “memorandum” e il caos che sta generando non fanno che portare acqua al mulino di Putin.

 

Il fatto che virtualmente tutti gli americani siano ora a conoscenza del documento non comporterà comunque nessuna delle conseguenze devastanti per la sicurezza del paese ipotizzate dai democratici e dall’intelligence USA. L’unica ragione che motivava questi ultimi a chiedere di mantenerne la segretezza è che il “memorandum” Nunes rivela sia la natura fraudolenta dell’indagine sul “Russiagate” sia l’utilizzo da parte dell’amministrazione Obama di mezzi illegali per sorvegliare oppositori del Partito Democratico.

 

Ciò che il “memorandum” spiega è dunque come il dipartimento di Giustizia, a pochi giorni dal voto per la Casa Bianca nel 2016, avesse sottoposto in maniera illegittima una richiesta di intercettazione al cosiddetto “FISA court”, il tribunale americano preposto appunto a valutare segretamente queste istanze, ai danni dell’ex consigliere di Trump, Carter Page, ritenuto vicino ad ambienti del governo russo.

 

Il problema consisteva nel fatto che la richiesta di sorveglianza si basava su un dossier, redatto dall’ex agente segreto britannico Christopher Steele, ritenuto quasi universalmente inattendibile e oltretutto commissionato da un’organizzazione - Fusion GPS - legata al Comitato Nazionale del Partito Democratico. Il dossier descriveva a tratti in maniera grottesca le presunte attività di Trump nel corso di un suo viaggio a Mosca che lo avevano esposto al ricatto delle autorità russe.

 

Il dipartimento di Giustizia e l’FBI non avevano fatto cenno né ai pregiudizi politici che accompagnavano la realizzazione del dossier né la dubbia affidabilità del contenuto e del suo autore, nonostante simili informazioni debbano accompagnare per legge le istanze sottoposte al tribunale sulle intercettazioni.

 

Non solo: a peggiorare la situazione c’erano anche alcune precedenti dichiarazioni di Christopher Steel, il quale aveva affermato di avere prodotto il suo dossier perché cercava “disperatamente” di impedire l’elezione di Trump. Secondo il “memorandum” Nunes, il tribunale “FISA” era rimasto poi all’oscuro del fatto che la moglie di un funzionario di spicco del dipartimento di Giustizia, l’allora vice-procuratore generale associato Bruce Ohr, era alle dipendenze di Fusion GPS, precisamente con l’incarico di scovare informazioni che potevano denigrare Donald Trump.

 

Nel fine settimana e ancora lunedì, i leader democratici al Congresso hanno insistito con la Casa Bianca e la presidenza repubblicana della commissione Intelligence della Camera affinché venga autorizzata la pubblicazione anche di una sorta di “contro-memorandum”, scritto dagli esponenti dell’opposizione. Questo documento dovrebbe spiegare come quello appena reso pubblico sia “fuorviante” e basato su informazioni di intelligence “parziali”.

 

I repubblicani avevano però già bloccato la pubblicazione di questo documento e, anche nel caso dovessero finire per accettare la richiesta dei democratici, la Casa Bianca avrebbe comunque facoltà di bloccarlo. Proprio lunedì, Trump ha attaccato pesantemente in un “tweet” l’autore del “memorandum” democratico, il deputato Adam Schiff, definito “bugiardo” e responsabile di ripetute fughe di notizie alla stampa.

 

Il nuovo aggravarsi dello scontro politico negli Stati Uniti avviene in un momento estremamente delicato, visto che nei prossimi giorni scadrà la misura temporanea di finanziamento delle attività governative, su cui i due partiti si erano accordati a fine gennaio. Il clima infuocato a causa degli ultimi sviluppi del “Russiagate” potrebbe perciò rendere più complicati i negoziati per l’approvazione del bilancio federale definitivo e portare a un nuovo “shutdown”.

 

La diffusione del “memorandum” Nunes, malgrado le implicazioni circa la legittimità delle indagini sulle presunti collusioni tra Trump e Mosca, rischia in ogni caso di incoraggiare la caccia alle streghe promossa dai democratici e dagli ambienti “liberal”.

 

La Casa Bianca potrebbe ad esempio aspettarsi un’intensificazione dei tentativi di avviare una procedura di impeachment contro il presidente, soprattutto se Trump, come ha già lasciato intendere, dovesse sfruttare il contenuto del documento appena pubblicato per fare pulizia all’interno dell’FBI e cercare di mettere fine all’indagine a suo carico.

 

A questo proposito, il numero due dei democratici al Senato, Dick Durbin, ha avvertito in un’intervista alla CNN che l’eventuale licenziamento da parte di Trump del vice ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, o del procuratore speciale incaricato delle indagini sul “Russiagate”, Robert Mueller, “potrebbe scatenare una crisi costituzionale”.

 

La vicenda del “memorandum” Nunes conferma ancora una volta e, forse, nel modo più chiaro come il Partito Democratico americano, assieme agli organi di stampa “liberal”, sia poco più di un portavoce degli ambienti militari e dell’intelligence, impegnati a fare pressioni sulla Casa Bianca per orientare in direzione anti-russa la politica estera USA.

 

Il conflitto all’interno della classe dirigente americana è comunque tra due fazioni reazionarie, come conferma ampiamente il curriculum di Trump in questi ultimi dodici mesi, ma è innegabile che gli avversari del presidente stiano ricorrendo a metodi anti-democratici che, al di là dell’indagine in corso, contribuiscono a rafforzare l’impalcatura da stato polizia negli Stati Uniti.

 

Le rivelazioni di questi giorni sollevano anche interrogativi sulla possibilità che i metodi anti-costituzionali dell’FBI e del dipartimento di Giustizia contro l’ex consigliere di Trump, con il quale era rimasto verosimilmente in stretto contatto prima e dopo il voto, siano stati impiegati anche in altre circostanze, sempre nell’ambito delle presunte collusioni con Mosca.

 

Quali siano state le informazioni ottenute dall’intercettazione delle comunicazioni elettroniche di Carter Page o come esse siano state utilizzate e a beneficio di chi è infine un altro punto oscuro che potrebbe emergere con i prossimi sviluppi del “Russiagate”.

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Le Coree nella trappola degli USA

Gio, 01/02/2018 - 22:30

A pochi giorni dall’apertura dei giochi olimpici invernali, a cui prenderà parte una delegazione di atleti della Corea del Nord, i segnali di distensione tra Seoul e Pyongyang continuano per il momento a suscitare poca fiducia per un possibile percorso di pace in Asia nord-orientale. Malgrado le aperture e la disponibilità sudcoreana, l’elemento destabilizzante di una situazione caldissima rimane il governo di Washington, da dove i segnali che giungono sono invece invariabilmente minacciosi.

 

I modesti progressi fatti dalle due Coree, a partire dall’incontro tra le rispettive delegazioni in una località di confine a inizio anno, sembrano essere passati inosservati per l’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti hanno infatti sostanzialmente proseguito la campagna di minacce e l’escalation militare inaugurate dopo l’ingresso di Trump alla Casa Bianca.

 

Uno degli indizi che la crisi coreana continua a peggiorare, nonostante i barlumi di speranza legati all’Olimpiade in Corea del Sud, è il moltiplicarsi di editoriali e analisi allarmate sui media americani per la possibilità sempre molto concreta di un attacco militare preventivo contro Pyongyang.

 

La vicenda di questi giorni relativa alla scelta dell’ambasciatore americano a Seoul ha ad esempio confermato le intenzioni dell’amministrazione Trump. A fine 2017, la Casa Bianca aveva scelto per l’incarico l’ex membro dell’amministrazione Bush jr. e docente alla Georgetown University, Victor Cha. Il nome di quest’ultimo era stato accolto positivamente dal governo sudcoreano del presidente di centro-sinistra, Moon Jae-in, tanto che a dicembre era arrivata la notifica da parte di Seoul dell’accettazione del nuovo ambasciatore USA attraverso una prassi diplomatica nota come “agrément”.

 

Il processo di nomina si era però inceppato e questa settimana il Washington Post ha scritto che l’amministrazione Trump era intenzionata a tornare sui propri passi e a mettere da parte Cha. La notizia è stata poi confermata dal governo americano, con la motivazione ufficiale che le procedure per la verifica dei precedenti di Cha, che avrebbero dovuto garantirgli le necessarie autorizzazioni per la sicurezza, si sarebbero arenate a causa di problemi non meglio definiti. Analisti ed ex diplomatici hanno però fatto notare come sia estremamente insolito che problemi di questo genere vengano rilevati dopo che un ambasciatore nominato è stato proposto al governo del paese dove verrà assegnato.

 

La vera ragione del siluramento di Victor Cha ha invece a che fare con le sue posizioni troppo moderate sulla crisi coreana. Nello specifico, il diplomatico americano avrebbe espresso durante almeno un intervento pubblico a dicembre la sua contrarietà all’opzione militare che il Pentagono e la Casa Bianca stanno seriamente considerando.

 

Allo studio c’è infatti l’ipotesi, a dir poco sconsiderata, di colpire preventivamente la Corea del Nord per convincere Kim Jong-un ad abbandonare il proprio programma nucleare, confidando che il regime si astenga dal mettere in atto ritorsioni.

 

Il Financial Times ha anche rivelato che membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Trump hanno chiesto a Cha se, in qualità di ambasciatore a Seoul, sarebbe stato pronto a gestire l’evacuazione di civili americani dalla Corea del Sud in previsione di un’aggressione militare contro Pyongyang. Il diplomatico aveva al proposito espresso serie riserve.

 

La pericolosità dell’attitudine dell’amministrazione Trump è confermata dal fatto che Victor Cha viene considerato unanimemente un “falco” sulle questioni della Corea del Nord negli ambienti della politica estera a Washington. Che le sue posizioni siano ora considerate moderate in relazione allo scontro con Pyongyang dà a sufficienza l’idea di quanto la Casa Bianca sia vicina a una guerra nella penisola di Corea.

 

Trump, da parte sua, nel discorso di martedì sullo “Stato dell’Unione” ancora una volta non ha risparmiato parole pesanti nei confronti del regime di Kim. Parlando ai membri del Congresso e, significativamente, alla presenza di un cittadino nordcoreano fuggito dal suo paese di origine, ha messo in guardia dal pericolo che Pyongyang rappresenterebbe per gli Stati Uniti.

 

Lo stesso presidente ha poi denunciato l’atteggiamento “compiacente” dell’amministrazione Obama e le “concessioni” che il suo predecessore avrebbe assicurato alla Corea del Nord. Al contrario, quello che intende fare il suo governo è “condurre una campagna di massima pressione” sul regime.

 

Le conseguenze immediate di un’aggressione militare americana contro la Corea del Nord sono difficili da valutare. Nell’ipotesi più che probabile di un contrattacco da parte di Pyongyang, solo nelle prime fasi del conflitto potrebbero morire milioni di persone nella capitale sudcoreana, situata a una manciata di chilometri dal confine settentrionale. Il protrarsi delle ostilità potrebbe inoltre coinvolgere paesi come Cina e Russia, sfociando in una guerra nucleare su vasta scala.

 

Alla luce di questo rischio, il governo di Seoul mostra segni sempre più evidenti delle paure per le possibili decisioni dell’alleato americano. Le inquietudini a sud del 38esimo parallelo sono aumentate ulteriormente in questi giorni in seguito alla diffusione di immagini satellitari che mostrerebbero come Pyongyang stia preparando una massiccia sfilata militare proprio alla vigilia dell’apertura dei giochi olimpici.

 

Questa iniziativa potrebbe essere considerata una nuova provocazione a Washington, così come un altro possibile test missilistico dopo la tregua olimpica, secondo alcuni analisti del tutto plausibile. Da parte americana, ancor più, nelle prossime settimane potrebbero arrivare nuove sanzioni per completare di fatto l’embargo energetico ai danni della Corea del Nord. Una simile misura, come ha avvertito l’ambasciatore russo a Pyongyang, sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra, con tutte le conseguenze del caso.

 

Il presidente sudcoreano Moon continua comunque ad assicurare che gli Stati Uniti non attaccheranno la Corea del Nord senza la sua approvazione. I preparativi di guerra ormai avanzati, assieme agli inestricabili nodi strategici che stanno alla base della crisi, ma anche l’arroganza e la necessità di allentare le pressioni sul fronte domestico da parte dell’amministrazione Trump, potrebbero rendere tuttavia drammaticamente illusorie le speranze di Seoul.

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Yemen, dalla guerra al separatismo

Mer, 31/01/2018 - 21:00

Il sanguinoso conflitto nello Yemen, in corso ormai da quasi tre anni, ha visto aprirsi in questi giorni un nuovo pericoloso fronte che minaccia di far crollare la coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e intervenuta nel paese per riportare al potere il deposto presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Domenica scorsa è infatti andato in scena uno scontro violento tra le forze del governo appoggiato da Riyadh, temporaneamente installato nella città portuale di Aden, e quelle in teoria alleate che fanno capo al Consiglio di Transizione del Sud (STC), finanziate e armate dal regime degli Emirati Arabi Uniti.

 

Quest’ultimo paese e l’Arabia Saudita sono i protagonisti principali della coalizione impegnata nello Yemen contro i “ribelli” Houthi, che osservano pratiche religiose assimilabili allo sciismo. L’intervento era scattato dopo l’ingresso degli Houthi nella capitale del paese, Sana’a, nel 2015 e la conseguente deposizione del governo fantoccio di Riyadh e Washington, guidato appunto da Hadi.

 

Il confronto tra i gruppi armati sostenuti da Emirati Arabi e Arabia Saudita è giunto all’apice dopo che le forze governative avevano ignorato un ultimatum imposto dall’STC per sciogliere il gabinetto del primo ministro, Ahmed bin Daghr, perché accusato di incompetenza e corruzione. Il Consiglio di Transizione del Sud era stato creato lo scorso anno con l’obiettivo di raccogliere e riproporre le istanze separatiste della porzione meridionale del paese arabo, riunificato sotto il controllo del governo settentrionale nel 1990.

 

Proprio il riaccendersi delle rivendicazioni indipendentiste nel sud dello Yemen aggiunge un ulteriore elemento di complicazione al conflitto in atto, con riflessi non ancora del tutto chiari sulle sorti della coalizione e, ancor più, dell’intero paese letteralmente devastato dall’aggressione saudita.

 

Dopo un paio di giorni di scontri, condotti con artiglieria pesante e carri armati, le forze dell’STC hanno conquistato il controllo della città di Aden, mentre il primo ministro Daghr si è ritrovato accerchiato nel palazzo dove risiede temporaneamente il suo governo.

 

Fonti all’interno dell’STC hanno assicurato alle agenzie di stampa occidentali che sarebbero in corso negoziati per consentire a Daghr di lasciare incolume la città, ma quest’ultimo avrebbe manifestato l’intenzione di restare ad Aden. Il deposto presidente Hadi si trova invece da tempo in Arabia Saudita. Secondo quanto riportato dall’agenzia yemenita Saba, tra domenica e martedì sarebbero morte 16 persone negli scontri, mentre i feriti ammontano a 141. I dati della Croce Rossa Internazionale parlano però di almeno 36 morti e 185 feriti.

 

Nella giornata di mercoledì le tensioni sono sembrate rientrare parzialmente, con i separatisti che hanno ceduto alle forze appoggiate da Riyadh due basi militari che avevano in precedenza occupato, ufficialmente in seguito alla mediazione dell’Arabia Saudita. Fonti governative hanno addirittura riferito alla Reuters che la milizia del sud si sarebbe ritirata dalle postazioni conquistate.

 

L’interrogativo principale dopo gli eventi degli ultimi giorni riguarda quindi il futuro dell’alleanza militare che ha imposto morte e distruzione allo Yemen. Il leader dell’STC, Aydaroos al-Zubaydi, ha affermato in un’intervista a France 24 che la sua organizzazione rimane comunque fedele alla coalizione guidata da Riyadh che combatte contro gli Houthi. Allo stesso tempo, Zubaydi ha sollevato anche la questione potenzialmente esplosiva dell’indipendenza, sostenendo che “il popolo del sud [dello Yemen] ha diritto al proprio stato”, sia pure “quando la comunità internazionale sarà pronta”.

 

Da Riyadh, la risposta agli eventi di Aden ha nascosto a fatica le preoccupazioni per una situazione che potrebbe facilmente sfuggire di mano. Un comunicato ufficiale saudita ha invitato martedì entrambe le parti a “cessare le ostilità”, per poi avvertire che “la coalizione prenderà tutte le misure necessarie volte a ristabilire la sicurezza ad Aden”.

 

L’intervento militare saudita nello Yemen si era reso necessario per assicurare alla monarchia assoluta il mantenimento della propria influenza su un paese strategicamente cruciale nello scacchiere mediorientale. Inoltre, la presa del potere da parte degli Houthi poteva apriva scenari favorevoli all’Iran nello Yemen. La solidità dei legami tra la Repubblica Islamica e gli Houthi è in realtà quanto meno discutibile, ma l’Arabia Saudita e i suoi alleati nel conflitto, così come gli Stati Uniti, continuano a ingigantirli deliberatamente.

 

A livello ufficiale, la guerra di Riyadh avrebbe dovuto ristabilire l’ordine costituzionale e ridare stabilità al più povero dei paesi arabi attraverso il reinsediamento di Hadi. L’installazione di quest’ultimo alla presidenza dello Yemen nel 2012 aveva però ben poco a che fare con il trionfo della democrazia. Piuttosto, si trattava del risultato di un accordo-farsa, siglato grazie a USA e Arabia Saudita, che aveva fatto sfociare la rivolta popolare, esplosa nel 2011 nell’ambito della “primavera araba” contro l’allora presidente Ali Abdullah Saleh, in un’elezione a cui aveva preso parte il solo Hadi.

 

L’aggressione saudita era apparsa da subito come un’impresa criminale che, in meno di due anni, ha fatto più di diecimila morti, creato milioni di profughi interni, prodotto carestie ed epidemie su vasta scala e distrutto gran parte delle infrastrutture pubbliche e private dello Yemen.

 

Sul piano strategico, l’avventura bellica promossa dall’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, non ha fatto nulla per rafforzare la posizione di Riyadh nella regione. Ciò che ha causato, tra l’altro, è invece il riappropriarsi di ampi spazi di manovra da parte delle organizzazioni fondamentaliste già attive in territorio yemenita, a cominciare da “al-Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP).

 

A tutto questo va ora aggiunto l’infiammarsi delle spinte separatiste nel sud del paese, stimolate chiaramente dal caos seguito alla guerra, oltre ovviamente all’impatto rovinoso che esse avranno ancora una volta su una popolazione civile già allo stremo.

 

Gli scontri di questi giorni tra le fazioni teoricamente alleate nella guerra contro gli Houthi rivelano anche un’altra realtà dietro all’aggressione dello Yemen. L’offensiva dell’STC contro le forze fedeli al presidente Hadi può essere stata condotta solo con il via libera degli Emirati Arabi Uniti, il cui regime coltiva evidentemente ambizioni divergenti da quelle degli alleati sauditi. Lo Yemen, in altri termini, sembra essere sempre più anche il terreno di confronto tra le ambizioni di Riyadh e quelle di Abu Dhabi per la supremazia in Medio Oriente.

 

In questo scenario sempre più complesso, le possibilità di una soluzione pacifica del conflitto appaiono lontanissime. A confermarlo è stato recentemente anche l’annuncio dell’abbandono dell’incarico di mediatore ONU per la guerra in Yemen da parte del diplomatico mauritano, Ismail Ould Cheikh Ahmed.

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I pirati di Washington

Mar, 30/01/2018 - 20:19

In ottemperanza alle sanzioni approvate  a larga maggioranza nello scorso Luglio dal Congresso, che alla sezione 241 prevedono la pubblicazione del “Kremlin Report”, il Tesoro degli Stati Uniti ha pubblicato una nuova black list.  Contiene 210 nomi, tutti di membri particolarmente influenti nell’establishment finanziario e politico moscovita.

 

Cominciamo proprio dalla finanza, vero e malcelato obiettivo del tesoro USA. La lista comprende German Gref, CEO di Sberbank, la più grande banca di Russia; Igor Secin, capo del gigante petrolifero Rosneft; Alexei Miller, Ad di Gazprom che controlla le esportazioni di gas; il magnate dei metalli Alisher Usmanov, entrato nella proprietà dell’Arsenal; Evgenij Kasperskij, AD dell’omonima compagnia di cyber sicurezza e il patron del Chelsea Roman Abramovic, oltre a diversi altri uomini di alta finanza russa.

 

Ma per tentare di spargere fumo sulla guerra commerciale, il Tesoro USA ha appunto inserito tutti i membri dell’Amministrazione Putin: il ministro degli Esteri Serghei Lavrov, il Primo Ministro Dmitrij Medvedev, il portavoce di Putin, Dimjtri Peskov. In buona sostanza, la diffusione di questa black list diventa una minaccia a tutto il governo russo. Il quale però, conoscendo a fondo le dinamiche politiche statunitensi, cataloga l’iniziativa come un atto di pirateria commerciale alla quale ormai ogni paese in grado di emergere economicamente è in qualche modo abituato.

 

Sono tutte figure di assoluto rilievo nel sistema russo ma non certo sconosciute: la lista, infatti, è un sostanziale copia-incolla di quella pubblicata dalla rivista Forbes pochi mesi fa e che elencava gli uomini più ricchi e influenti del mondo. In questo senso il Tesoro americano non ha dovuto fare grossi sforzi d’intelligence per stilarla e non a caso il portavoce della Duma ha definito la lista “un who is who della politica russa”, mentre Konstantin Kossaciov, presidente della Commissione Esteri del Senato, ha commentato: “Si ha l’impressione che i servizi segreti americani, dopo aver fatto fiasco nel trovare le prove di “kompromat” promesse, abbiano copiato l’elenco telefonico russo”.

 

Sul piano politico il tentativo di Washington è chiaro: tentare d’influire in qualche modo nelle elezioni russe del prossimo Marzo e provare a creare crepe nella rete interna ed esterna del Cremlino. Tentativo inutile e maldestro ma non per questo meno scorretto da parte di chi accusa Mosca dì intervenire nei processi elettorali di paesi terzi. Ma il core business dell’iniziativa è squisitamente commerciale, laddove si tenta di ribaltare con sanzioni e minacce una difficoltà di leadership sul piano commerciale utilizzando la leva degli embarghi e delle sanzioni.

 

Pur non configurandosi al momento sanzioni nei confronti degli appartenenti al sistema di potere russo, indicati solo come soggetti nei confronti dei quali le autorità statunitensi indagano, la lista ha come scopo spargere inquietudine sui mercati per tentare di spingere i paesi terzi e le grandi major internazionali  a chiudere i rapporti commerciali con la Russia, incutendo il timore che un successivo scattare di sanzioni commerciali statunitensi possa mettere a rischio le transazioni finanziarie e la libertà di spostamento.

 

Ci sono anche obiettivi di politica interna USA. Il primo è dimostrare quanto non vi siano legami tra la Casa Bianca e il Cremlino; il secondo è proseguire quanto già fatto dai suoi predecessori, ovvero estendere la propria legislazione all’intero pianeta, con una extraterritorialità che metta al riparo gli Stati Uniti dalla concorrenza di paesi in possesso di fondamentali economici decisamente migliori di quelli statunitensi.

 

Questa sembra essere l’essenza dell’America first. Un modo per imporre regole concepite ad esclusivo vantaggio di Washington, che tenta così di riacquistare una leadership persa già da diversi anni, da quando cioè il predominio monetario e commerciale è passato nelle mani europee, il dominio tecnologico in quelle asiatiche e quello militare è stato messo in discussione dalle ripetute debacle militari in Afghanistan e Irak, oltre alla perdita d’influenza in Medio Oriente e Golfo Persico.

 

Il nemico per gli USA non sono solo Russia e Cina (l’Iran è un nemico per procura, nel senso che lo è principalmente per le monarchie saudite e per Israele, con i quali gli USA agiscono in comunanza d’interessi ndr). Il nemico principale è l’Europa, la capacità di export della Germania, la tenuta della supremazia dell’Euro sul Dollaro.

 

E a proposito di Europa, paradossalmente la pubblicazione della lista avviene poche ore dopo l’intervento del presidente Trump a Davos, dove aveva ammonito al rispetto di regole paritarie per il commercio internazionale. Che, vista dal punto di vista statunitense, significa: nessuno può agire in suo nome e per suo conto, sono gli Stati uniti a decidere cosa, quanto e dove si può commerciare. E soprattutto chi può farlo e chi no.

 

Non è un caso che Washington faccia filtrare che l’accordo tra Germania e Russia per il Nord Stream 2, che prevede il raddoppio del gasdotto che già unisce Russia e Germania passando sui fondali del Baltico, sia rischioso. Si deve tener presente che la sezione 257 della normativa americana autorizza sanzioni contro chiunque partecipi alla costruzione di oleodotti in uscita dalla Russia, e invita esplicitamente il presidente americano “a contrastare” Nord Stream 2. Nel progetto sono coinvolte, oltre a Gazprom, Shell, l’austriaca OMV, la francese Engie e le tedesche Uniper e Wintershall.

 

Washington fa presente che proseguire con il progetto a questo punto è a rischioso e che converrebbe molto di più ai tedeschi e tutti gli altri paesi europei comprare energia dagli Stati Uniti e non dalla Russia. Lo ha affermato recentemente il segretario Usa al Commercio Wilbur Ross, che ha suggerito agli europei di “correggere il deficit commerciale transatlantico comprando più gas naturale liquido americano”. Ma guarda un po’.

 

Da parte USA c’è anche una buona dose di stizza verso gli europei, a seguito del rifiuto ultimo di Bruxelles ad aderire alle nuove sanzioni contro l’Iran, intervenute soprattutto per l’obbedienza cieca dell’amministrazione Trump verso il Premier israeliano Netanyahu. D’altra parte l’Europa, che ha costruito e difeso l’accordo tra Teheran e Washington sul nucleare che portò Obama a cancellare le sanzioni contro il governo persiano, non può vedersi dettare l’agenda commerciale e politica dall’isterica necessità di Trump di correre a cancellare ogni atto del suo predecessore alla Casa Bianca.

 

Liste antiterrorismo, anticorruzione, per violazioni dei diritti umani, per le condotte commerciali, per la sicurezza nazionale; gli Stati Uniti, indifferenti al diritto e alla verità costruiscono dossier artificiosi, dove stabiliscono dette violazioni in rapporto ai loro interessi. Ormai per ogni area dove sono in difficoltà si scagliano contro paesi e imprenditori, uomini politici o esponenti religiosi che non obbediscono e, attraverso liste di proscrizione e minacce a chi non le assume, impongono al mondo intero i loro obiettivi di politica interna ed estera. Un agire illegittimo, contrario alle regole del diritto internazionale, così come alle norme ed agli accordi che regolano il commercio internazionale e la stessa diplomazia, sono ormai l’essenza della politica estera statunitense.

 

E’ l’ennesima dimostrazione di come una superpotenza che ha perso da tempo la supremazia internazionale nella sfera economico-finanziaria, cerchi con la leva militare e attraverso il controllo degli organismi finanziari internazionali, di riprendersi con la forza e con il gioco sporco quel ruolo che ha perso a seguito della sua crisi economica, politica e commerciale, che ha accompagnato il loro indebolimento nella leadership mondiale.

 

Incapaci di pensare o anche solo immaginare una leadership condivisa per la governance mondiale, gli USA utilizzano il residuo di influenza politica e, soprattutto, il deterrente militare per schiacciare sotto di loro tutti coloro che si dimostrano più capaci di loro. Sarebbe bene che il consesso internazionale, proprio perché si trova in presenza di una interconnessione globale che amplifica ormai a dismisura ogni ripercussione, creando danni commerciali e finanziari non indifferenti, decidesse di reagire una volta e per tutte a tali manifestazioni di arroganza imperiale.

 

Di fronte ad un uso delle sanzioni a fini di vantaggi commerciali per chi le impone, è arrivato il momento di implementare misure di ritorsione sul piano politico, diplomatico e commerciale, che ripristino la quota minima necessaria di democrazia nel mercato globale. Servono azioni basate sul principio di reciprocità, da sempre cardine del diritto internazionale. Una Casa Bianca così priva di prestigio e di decenza potrebbe oltretutto semplificare  una decisione in tal senso. Perché allora non battere un colpo?

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Varsavia riscrive l’Olocausto

Mar, 30/01/2018 - 20:09

Se la riscrittura della storia è una delle iniziative tipiche dei regimi autoritari o dittatoriali, il governo polacco di estrema destra ha fatto un nuovo passo in questa direzione lo scorso fine settimana con la parziale approvazione in parlamento di una legge sulla definizione dei crimini nazisti nel paese dell’Europa orientale.

 

Il provvedimento prevede pene detentive fino a tre anni per chiunque – come privato cittadino o membro di un’organizzazione, polacco o di altra nazionalità – utilizzi la definizione “campo di concentramento polacco” oppure sostenga la partecipazione all’Olocausto della “nazione polacca”. Tutte le attività e i crimini contro gli ebrei polacchi nel quadro dell’occupazione tedesca sarebbero cioè da ricondurre esclusivamente alla Germania nazista.

 

L’attribuzione di qualsiasi responsabilità negli orrori del nazismo a cittadini o entità polacche può essere perseguita sia in patria che all’estero, mentre vi possono essere eccezioni nell’applicazione della legge per opere “accademiche o artistiche”. In questi casi, tuttavia, il giudizio finale spetta alla magistratura polacca. La legge in fase di approvazione è un attacco diretto alla libertà di parola e alla verità storica del ventesimo secolo. Per il momento è stata approvata soltanto dalla camera bassa del parlamento di Varsavia (Sejm), significativamente alla vigilia della Giornata della Memoria, fissata nell’anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau.

 

L’entrata in vigore definitiva dipende dal prossimo voto del Senato e dall’eventuale ratifica del presidente, Andrzej Duda, del partito di governo Diritto e Giustizia (PiS). Il destino della legge non è comunque del tutto chiaro, malgrado la determinazione della maggioranza, visto che il primo via libera registrato venerdì scorso ha innescato un’accesissima polemica internazionale.

 

Soprattutto il governo di Israele ha protestato fermamente nei confronti di Varsavia. Il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha convocato l’ambasciatore polacco a Tel Aviv per protestare contro la legge, mentre domenica aveva parlato con il presidente Duda ottenendo la promessa di un confronto tra i due paesi sul contenuto del provvedimento.

 

A Varsavia, inoltre, l’ambasciatore israeliano incontrerà il premier polacco, Mateusz Morawiecki, e il presidente del Senato, Stanislaw Karczewski, anche se la vice-presidente della camera bassa, Beata Mazurek, ha assicurato in un “tweet” che alla legge non saranno apportate modifiche. In Israele, in ogni caso, tutti i media hanno criticato pesantemente il governo polacco e tutto il panorama politico si è ritrovato unito nel condannare la legge, contro la quale hanno puntato il dito anche i parlamentari arabi eletti alla “Knesset”.

 

Lo scontro tra i due governi è particolarmente imbarazzante alla luce degli stretti legami tra Varsavia e Tel Aviv fin dagli anni Novanta e, ancor più, dopo il ritorno al potere del PiS in Polonia sul finire del 2015. Questo partito e il Likud di Netanyahu hanno d’altra parte molto in comune, dagli orientamenti generalmente reazionari alla stretta alleanza con gli Stati Uniti.

 

La risposta del governo israeliano, dettata in parte anche dalla necessità di allentare le pressioni causate dai guai giudiziari e politici di Netanyahu, è comunque solo in parte giustificata. Come ha spiegato il commentatore israeliano Ben Caspit sulla testata on-line Al Monitor, la coltivazione di rapporti molto cordiali con il governo di destra polacco, in cambio di un “cruciale appoggio diplomatico”, ha convinto Netanyahu a “chiudere un occhio” di fronte alle tendenze “xenofobe” di Varsavia, fino a ritorcersi contro il governo del Likud.

 

Sempre Caspit ricorda anche che nel 2016, i governi di Varsavia e Tel Aviv avevano sottoscritto una dichiarazione congiunta per manifestare la loro opposizione ai tentativi di “falsificare la storia degli ebrei o del popolo polacco negando o minimizzando la portata dell’Olocausto” o, ancora, “impiegando erroneamente termini della memoria come ‘campi di morte polacchi’”. A fare la differenza rispetto al 2016, sarebbe ora la criminalizzazione di coloro che collegano la Polonia o i polacchi alla Shoah.

 

Al di là delle controversie politiche, l’indignazione nei confronti dell’iniziativa annunciata dal governo e dal parlamento polacchi è legittima e doverosa. Da un lato, è un dato storico oggettivo che i campi di sterminio in territorio polacco fossero “tedeschi”, in quanto istituiti e gestiti dalle autorità militari e dalle SS come forze occupanti.

 

D’altro canto è ugualmente innegabile e storicamente accertato che in Polonia, così come negli altri paesi dell’Europa orientale invasi dalla Germania nazista, forze indigene fasciste e nazionaliste parteciparono attivamente a uno dei crimini più gravi della storia dell’umanità.

 

L’occultamento di questa realtà è un tentativo tutt’altro che nuovo della destra populista e ultra-nazionalista non solo polacca, impegnata in una campagna sostanzialmente revisionista volta a riabilitare organizzazioni e personalità storiche compromesse con il nazi-fascismo e i suoi crimini, in definitiva con l’obiettivo di promuovere forze dall’orientamento almeno in parte simile nel panorama politico odierno, come appunto il PiS in Polonia.

 

In questo paese, ben prima dell’invasione nazista vennero tra l’altro introdotte leggi razziali rivolte contro gli ebrei ed ebbero luogo violenti pogrom che rivelano a sufficienza l’antisemitismo di una parte della borghesia polacca.

 

L’occupazione tedesca poté poi contare su forze di polizia indigene che parteciparono alla cattura e alla deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Allo stesso tempo, la sorte di centinaia di migliaia di ebrei fu segnata dalle delazioni di cittadini polacchi. Attacchi violenti contro questa comunità si registrarono sia nel corso della guerra, come quello piuttosto noto di Jedwabne del luglio 1941, sia addirittura dopo la sconfitta nazista, come alla fine del 1945 a Cracovia e nel giugno 1946 a Kielce.

 

Complessivamente, alcuni dei principali campi di concentramento nazisti sorgevano in Polonia, dove circa tre milioni di ebrei furono sterminati su una comunità di 3,5 milioni. Come in altri paesi occupati dalla Germania nazista, ad ogni modo, anche non pochi cittadini polacchi aiutarono o salvarono ebrei, nonostante il rischio di essere condannati a morte.

 

L’iniziativa del parlamento polacco si inserisce infine in un quadro politico e sociale segnato da una evidente deriva autoritaria sotto la spinta del governo del PiS, il cui ritorno al potere era stato favorito dal discredito sia delle forze moderate filo-europeiste sia dei social-democratici post-comunisti.

 

Le misure anti-democratiche prese dal governo, guidato prima da Beata Szydlo e in seguito da Morawiecki, ma sempre sotto la direzione del leader del partito di maggioranza, Jaroslaw Kaczynski, sono state molteplici in poco più di due anni. Tra quelle che hanno provocato il maggiore eco internazionale, assieme a un braccio di ferro con l’Unione Europea, va ricordata la “riforma” del sistema giudiziario, giudicata da molti come il tentativo di mettere la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo.

 

In generale, come conferma la recente legge sui crimini nazisti, il governo di estrema destra polacco sta cercando di alimentare i sentimenti nazionalisti più retrogradi tra la popolazione, dirottando così le tensioni sociali in direzione xenofoba e reazionaria. Questa tendenza non è peraltro esclusiva della Polonia, ma è osservabile in molte altre realtà europee, segnate dalla virtuale scomparsa della sinistra e dallo spostamento sempre più a destra degli equilibri politici.

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USA, Turchia e il pantano siriano

Mar, 23/01/2018 - 20:19

Il procedere del terzo intervento militare della Turchia in territorio siriano sta sempre più mettendo in chiaro gli intrecci strategici nel paese mediorientale in guerra e il potenziale esplosivo di una situazione che continua a essere influenzata pesantemente dalle manovre americane. E' annunciato per le prossime ore un colloquio tra Erdogan e Trump, con la Casa Bianca che sostiene i kurdi ma è alleata dei turchi in ambito NATO.

 

L’apertura del nuovo fronte di guerra nel fine settimana ha in particolare aggravato le tensioni tra Ankara e Washington, con il governo di Erdogan che rischia di mettere a repentaglio i piani degli Stati Uniti per allargare la propria influenza in Medio Oriente a spese di potenze come Russia e Iran.

 

L’operazione promessa e attuata da Erdogan contro la roccaforte curda di Afrin, nel nord della Siria, è la diretta conseguenza della decisione, annunciata la settimana scorsa dagli USA, di procedere verso un’occupazione permanente nella Siria nord-orientale attraverso la creazione di una forza locale di 30 mila uomini, in larga misura da reclutare tra le milizie curde.

 

La mossa americana era subito apparsa imprudente, visto che quanto meno trascurava gli imperativi strategici turchi legati alla necessità di impedire qualsiasi impulso all’autonomia curda oltre il confine meridionale.

 

L’annuncio iniziale da parte degli Stati Uniti era stato in seguito minimizzato per cercare di contenere la furia del governo turco, ma sia la successiva reazione di Erdogan, per nulla persuaso dalle rassicurazioni del dipartimento di Stato, sia il fatto che Washington non poteva non avere considerato gli effetti della decisione ad Ankara, hanno evidenziato ancora più chiaramente il pessimo stato dei rapporti tra i due alleati NATO.

 

Se l’intervento turco in Siria è estremamente pericoloso e minaccia di precipitare una situazione già drammatica, né i curdi né tantomeno gli Stati Uniti possono essere considerati vittime o spettatori innocenti di questi ultimi sviluppi.

 

Da quanto emerge soprattutto sulla stampa turca, fino a pochi giorni prima dell’intervento militare, Erdogan aveva chiesto al governo americano un messaggio chiaro sulla collaborazione con i curdi siriani, con ogni probabilità sollecitando un riscontro alle promesse ricevute a novembre da Trump sullo stop alle forniture militari alle milizie curde in Siria.

 

L’insensibilità o la doppiezza americana su questo punto hanno così spinto Erdogan a cercare un accordo con Mosca, il cui via libera all’offensiva turca era comunque indispensabile, vista la presenza di militari russi proprio ad Afrin e il controllo dello spazio aereo nel nord della Siria da parte delle forze del Cremlino.

 

Putin e Assad, da parte loro, sembra avessero proposto ai curdi siriani un accordo che li avrebbe messi al riparo da un attacco turco in cambio, tra l’altro, della cessione del controllo di buona parte del territorio settentrionale alle forze di Damasco. I vertici curdi avrebbero però respinto l’offerta, decidendo di continuare a scommettere, forse ancora una volta in maniera fatale, sulla protezione degli Stati Uniti, di fatto non ancora materializzatasi a pochi giorni dall’inizio delle operazioni militari turche.

 

Per Mosca e Damasco l’invasione turca rappresenta oggettivamente un elemento di disturbo. Il regime di Assad ha tuttavia poche possibilità di attuare contromosse, vista la situazione in cui si trova. Per la Russia, invece, l’accettazione dell’intervento di Ankara appare al momento un prezzo relativamente basso da pagare alla luce di due obiettivi fondamentali.

 

Il primo è la collaborazione di Erdogan nel processo di pace di Sochi, decisivo per portare al tavolo delle trattative almeno una parte dell’opposizione siriana, su cui Russia e Siria non hanno alcuna influenza. Il secondo è il contrasto ai piani degli USA di dividere la Siria creando un’enclave curda da cui esercitare la propria influenza nella regione.

 

L’evolversi della situazione in questi giorni ha in ogni caso mostrato la schizofrenia della condotta americana in Siria, assieme alle prospettive non esattamente rosee per i curdi in questo paese. Di fronte al pericolo di uno scontro diretto con l’alleato NATO, Washington è corsa ai ripari con il segretario di Stato, Rex Tillerson, e il numero uno del Pentagono, James Mattis, che hanno in sostanza riconosciuto le “legittime preoccupazioni” di Ankara, lasciando intendere che non ci saranno iniziative per contrastare l’azione decisa da Erdogan.

 

Se non è facile decifrare le ragioni di fondo della strategia americana, è probabile che la prudenza mostrata dall’amministrazione Trump e dai vertici militari dopo l’avvio dell’offensiva turca sia dovuta ai timori per un ulteriore consolidamento dei rapporti tra Ankara e Mosca.

 

Nel tentativo di mostrare la propria disponibilità a tollerare l’intervento turco, pur non rinnegando apertamente il sostegno ai curdi siriani, gli Stati Uniti rischiano di perdere anche la residua credibilità rimasta sul fronte mediorientale. Nei giorni scorsi, esponenti dell’amministrazione Trump hanno così sostenuto che le milizie curde attaccate ad Afrin non sono le stesse appoggiate da Washington nella Siria nord-orientale.

 

Questa tesi è però assurda, come conferma anche il fatto che i leader delle cosiddette “Forze Democratiche Siriane”, ovvero l’organizzazione che raccoglie i “ribelli” anti-Assad controllati da Washington e nella quale prevalgono le milizie curde inquadrate nelle Unità di Protezione Popolare (YPG), stanno valutando l’invio ad Afrin di rinforzi militari per combattere l’invasione turca.

 

Sul campo, intanto, le notizie che giungono dal nuovo teatro di guerra nel nord della Siria appaiono contrastanti. Fonti turche descrivono un’avanzata pressoché incontrastata delle forze di Ankara, mentre da parte curda si parla di controffensive efficaci che starebbero rendendo complicate le operazioni militari turche.

 

Il più o meno tacito via libera russo al blitz di Ankara, infine, prevede quasi sicuramente il consenso da parte della Turchia ad astenersi dal fornire assistenza alle formazioni “ribelli”, in gran parte inquadrate nella filiale di Al-Qaeda in Siria, nell’area di Idlib, dove è appunto in corso un’offensiva delle forze di Damasco.

 

Proprio a Idlib, già lo scorso anno, la Turchia avrebbe dovuto istituire una zona di “de-escalation” delle ostilità, secondo quanto previsto dall’accordo con Russia e Iran. Erdogan non aveva tuttavia dato seguito all’impegno, nel timore di scatenare la reazione dei gruppi armati che il suo governo aveva sostenuto o stava continuando a sostenere.

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Germania, la “GroKo” spacca la SPD

Lun, 22/01/2018 - 21:24

Con il voto di una maggioranza risicata dei suoi delegati, nel fine settimana il Partito Social Democratico tedesco (SPD) ha dato con ogni probabilità il via libera ad un governo di “grande coalizione” ancora più a destra di quelli guidati finora dalla cancelliera, Angela Merkel.

 

Se l’OK all’avvio della fase finale dei negoziati con i Cristiano Democratici (CDU) e i Cristiano Sociali bavaresi (CSU) ha fatto trarre un respiro di sollievo a molti a Berlino e a Bruxelles, a fare le spese dell’accordo in vista non saranno soltanto i lavoratori tedeschi, ma lo stesso partito guidato da Martin Schulz.

 

Il dato più importante ricavato dal congresso straordinario di Bonn della SPD è rappresentato dalle divisioni interne attorno alla partecipazione a un esecutivo che potrebbe facilmente decidere dell’esistenza stessa del partito dopo il peggior risultato dal dopoguerra a oggi, incassato nelle elezioni dello scorso settembre.

 

Il 56% dei delegati ha alla fine accettato la proposta di una leadership che dopo il voto aveva escluso categoricamente la partecipazione a un nuovo gabinetto Merkel, giudicando più opportuno il posizionamento all’opposizione per cercare di ricostruire l’immagine del partito.

 

Proprio il possibile tracollo della SPD, sull’onda di una nuova collaborazione con la destra tedesca, ha motivato il massiccio voto contrario alla “Grosse Koalition”, in particolare tra i rappresentanti dell’organizzazione giovanile del partito. Ad alimentare le paure in questo senso è tra l’altro l’esempio della parabola dei partiti socialdemocratici in vari paesi europei, penalizzati pesantemente dagli elettori, se non virtualmente spariti dal panorama politico, per avere perseguito politiche di destra, a cominciare dal PASOK greco e dal PS francese.

 

Dall’altro lato, il timore di prolungare lo stallo politico a livello federale, in un frangente segnato da crescenti instabilità sia sul fronte domestico che internazionale, ha finito col prevalere. Questi scrupoli si sono intrecciati a quelli di un eventuale nuovo giudizio degli elettori tedeschi che, secondo alcuni sondaggi, in caso di voto anticipato punirebbero in maniera ancora più dura la SPD rispetto alle elezioni di settembre.

 

La necessità di Schulz di tenere assieme le due anime del partito in vista dei prossimi negoziati di governo è così sfociata domenica in un discorso contraddittorio, nel quale il leader socialdemocratico ha cercato di presentare la terza “grande coalizione” come l’inizio di una nuova era post-austerity e, allo stesso tempo, ha promesso di estrarre maggiori concessioni dalla CDU/CSU in cambio dell’appoggio a un altro governo Merkel.

 

La sinistra interna del partito ha attaccato da parte sua la leadership proprio per non essere stata in grado di ottenere, nel corso dei negoziati preliminari, l’introduzione nella piattaforma del nuovo governo proposte di stampo almeno in apparenza progressista che avrebbero potuto appunto facilitare l’accettazione di un nuovo governo Merkel all’elettorato di riferimento della SPD.

 

Il pronunciamento del congresso socialdemocratico di Bonn rafforza però ora proprio la cancelliera, la quale, incassato un appoggio di fatto decisivo, molto difficilmente sarà disposta a considerare ulteriori concessioni alla SPD. Ciò anche per la necessità di non agitare le acque nei rapporti con la CSU, i cui leader hanno scelto da tempo di competere all’estrema destra con gli xenofobi dell’AfD (“Alternativa per la Germania”) e vedono con ostilità qualsiasi cedimento al prossimo partner di governo, in particolare sulla questione dei migranti.

 

In ogni caso, la stessa improbabile promessa di Schulz di cercare di spostare la nuova coalizione di governo verso sinistra è la conferma che l’accordo preliminare sottoscritto una decina di giorni fa dai negoziatori dei tre partiti coinvolti contiene poco o nulla di progressista.

 

L’impegno ad aumentare in maniera relativamente modesta la spesa sociale e a ridurre le tasse per i redditi più bassi è in larga misura fumo negli occhi per promuovere un’agenda che ha come riferimento gli interessi del business tedesco e, parallelamente, punta a una maggiore integrazione europea sempre per garantire una posizione di forza alla Germania nella sfida con le potenze rivali sul piano internazionale.

 

Nell’intesa preliminare SPD-CDU-CSU, da cui i partiti partiranno per i negoziati delle prossime settimane, vi sono ad esempio riferimenti al rafforzamento della competitività europea e a un maggiore controllo sulle dinamiche fiscali dei paesi membri che, nella sostanza, significano una prosecuzione e un’intensificazione delle pesantissime politiche di austerity degli ultimi anni.

 

Per quanto riguarda poi la questione della sicurezza, è in previsione un rafforzamento dell’apparato di polizia, principalmente con l’aggiunta di migliaia di agenti a livello federale e statale, e dei poteri di controllo della popolazione da affidare ai servizi di intelligence.

 

La politica estera del prossimo governo di Berlino sarà improntata anch’essa alla promozione degli interessi del capitalismo tedesco, in primo luogo attraverso un forte impulso alla militarizzazione. In questo senso va intesa anche la volontà di integrare l’UE sul piano militare, in linea con le posizioni prese nel recente passato proprio dagli esponenti socialdemocratici nel governo Merkel.

 

Per quanto riguarda infine le politiche migratorie, i tre partiti hanno di fatto già adottato una delle proposte principali dell’estrema destra tedesca, cioè un tetto massimo annuale agli ingressi nel paese, da fissare probabilmente attorno alle 200 mila unità.

 

Alla luce dell’impostazione autoritaria e liberista che ha caratterizzato le prime trattative per la creazione del prossimo gabinetto di coalizione tedesco, è dunque illusorio pensare, in vista degli imminenti negoziati, a una qualche concessione significativa accettabile alla sinistra della SPD e che, soprattutto, possa contribuire a risollevare l’immagine del partito.

 

Un accordo definitivo è comunque atteso entro i prossimi due mesi e, se le parti coinvolte saranno in grado di superare divisioni, contrasti e tensioni politiche e sociali, l’ultimo ostacolo cruciale sarà rappresentato molto probabilmente dal voto decisivo degli oltre 400 mila iscritti alla SPD.

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USA: in Siria per colpire Teheran

Gio, 18/01/2018 - 22:56

Con un discorso tenuto questa settimana all’università di Stanford, in California, il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha per la prima volta delineato, in maniera sommaria ma sufficientemente chiara, gli obiettivi principali del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Siria.

 

L’intervento è stato salutato da molti come una doverosa anche se tardiva articolazione delle politiche siriane di un’amministrazione finora quanto meno ambigua sulla crisi nel paese mediorientale.

 

Mentre il riferimento alla lotta ai gruppi terroristi attivi in Siria è stato inevitabile, la presa di posizione di Tillerson è apparsa eccezionale in quanto ha ammesso come il prolungamento dell’impegno del suo paese sia in sostanza da collegare alla necessità di contrastare l’espansione dell’influenza dei rivali strategici degli USA in Medio Oriente.

 

Il numero uno della diplomazia USA ha affermato apertamente che, in Siria, “persistono minacce strategiche contro gli Stati Uniti diverse dallo Stato Islamico” (ISIS), per poi identificare la prima tra di esse, ovvero l’Iran. La Repubblica Islamica, ha spiegato Tillerson, “ha rafforzato in maniera considerevole la propria presenza in Siria tramite l’invio di un contingente dei Guardiani della Rivoluzione, l’appoggio a Hezbollah e l’importazione di forze [addestrate da Teheran] dall’Iraq, dall’Afghanistan, dal Pakistan e da altri paesi”.

 

Tillerson ha poi tratto le proprie conclusioni, chiarendo senza molti equivoci quale sia l’elemento chiave dell’impegno americano in Siria e dell’irriducibile ostilità nei confronti di Teheran. “Grazie al ruolo conquistato in Siria”, cioè, “l’Iran è in una posizione più forte per proseguire con gli attacchi agli interessi degli Stati Uniti e dei nostri alleati nella regione”.

 

La formulazione della strategia siriana da parte del segretario di Stato USA tralascia - com’è ovvio - di spiegare quali siano i presupposti legali che giustifichino la permanenza di soldati americani sul territorio di un paese sovrano e il loro impegno contro la presenza legittima e legalmente ineccepibile di forze iraniane a fianco di quelle di Damasco.

 

A rendere superfluo, dal punto di vista di Washington, qualsiasi interrogativo in proposito è come sempre l’arroganza e il delirio “eccezionalista” dell’imperialismo a stelle e strisce. Quello che occorre rilevare è piuttosto la portata distruttiva della condotta americana per un paese che da sette anni sta pagando un prezzo indicibile alle manovre degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

La minaccia di un impegno indefinito in Siria, anche quando l’ISIS e le altre forze integraliste, spesso appoggiate proprio da Washington, risultano in ritirata, continua a implicare il totale rifiuto del riconoscimento del contributo della Russia, di Hezbollah e dello stesso Iran alla sconfitta del terrorismo grazie alla stabilizzazione del regime di Assad.

 

A Stanford, quanto meno, Tillerson ha espresso parecchi dubbi sulla riuscita della strategia da lui presentata. Le difficoltà di fronte agli USA sono ben note al dipartimento di Stato e ai vertici militari. La dimostrazione degli ostacoli in Siria e delle conseguenze potenzialmente catastrofiche delle scelte americane è apparsa chiara proprio nei giorni scorsi con l’esplosione di un nuovo fronte dello scontro tra Washington e Ankara.

 

Il governo turco di Erdogan ha infatti minacciato un intervento militare oltre il confine meridionale per “soffocare nel sangue” l’esercito curdo che gli Stati Uniti hanno affermato lunedì di volere creare in Siria, ufficialmente per impedire il ritorno dell’ISIS. Forse proprio in risposta agli avvertimenti della Turchia, mercoledì Tillerson ha provato a ridimensionare l’annuncio sulla milizia curda, definendo “inesatto” il concetto di “esercito di confine”, di cui dovrebbero far parte 30 mila uomini.

 

Tra gli obiettivi proclamati da Tillerson per la Siria c’è infine sempre la rimozione di Assad, anche se ciò richiederà “pazienza”, visti gli scenari odierni. A questo scopo, Washington afferma di sostenere il moribondo processo di pace di Ginevra sotto l’egida dell’ONU, a garanzia del quale, ancora una volta, il segretario di Stato assicura sia necessaria la permanenza di soldati USA in Siria.

 

In definitiva, gli Stati Uniti rischiano di invischiarsi in una situazione senza uscita, mettendosi contro non solo i governi di Siria, Russia e Iran, ma anche alleati come la Turchia, con il risultato che la sola ipotetica soluzione per la difesa dei propri interessi strategici sia un impegno militare sempre maggiore, fino a provocare una nuova rovinosa conflagrazione di ampia portata in Medio Oriente.

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Corea, il disgelo alla prova di Trump

Mer, 17/01/2018 - 23:09

Il secondo falso allarme in appena quattro giorni, scattato per un inesistente missile lanciato dalla Corea del Nord, ha ricordato a tutto il pianeta come il rischio di una guerra anche nucleare rimanga altissimo nonostante gli stentati progressi sulla strada di un possibile dialogo tra Seoul e Pyongyang. Una conferenza decisamente discutibile organizzata in Canada questa settimana si è poi trasformata in un nuovo palcoscenico americano per minacciare in maniera pesante il regime di Kim Jong-un.

 

La rete pubblica giapponese NHK ha diffuso martedì sul proprio sito web e indirizzato agli abbonati al servizio di notifiche mobile un messaggio di allarme per un imminente attacco missilistico lanciato dalla Corea del Nord, invitando tutta la popolazione a cercare rifugio all’interno di edifici o sottoterra. Dopo cinque minuti è partita una rettifica, assieme alle scuse per quello che è stato definito come un errore nel processo di pubblicazione su internet di una notizia non meglio identificata.

 

Uno sbaglio da parte del personale addetto alla gestione delle emergenze alle Hawaii aveva ufficialmente provocato un simile falso allarme nello stato americano del Pacifico sabato scorso. In quel caso, però, erano trascorsi ben 38 minuti prima della diffusione del contrordine a una popolazione comprensibilmente nel panico.

A ben vedere, nonostante le rassicurazioni delle autorità, la coincidenza dei due episodi accaduti nell’arco di pochi giorni sembra tutt’altro che casuale. Soprattutto perché simili allarmi sono stati molto rari, se non inesistenti, negli ultimi decenni e, ancor più, essi si sono verificati nel pieno di una crisi, alimentata in primo luogo proprio dai governi di Stati Uniti e Giappone, che vede la penisola di Corea mai così vicina a una guerra dal 1953.

 

Più di un sito di informazione alternativa ha forse correttamente individuato un nesso tra i preparativi degli USA per un attacco contro la Corea del Nord e l’allarme missilistico alle Hawaii e in Giappone. Il sospetto, ad esempio, è che i governi di Washington e Tokyo abbiano voluto testare la reazione delle rispettive popolazioni all’inizio di un conflitto o, ancora, la risposta di paesi come Russia o Cina a un confronto militare tra gli USA e il regime di Kim.

 

Da considerare è ugualmente il pericolo che implicano “errori” come quelli registrati nei giorni scorsi alle Hawaii e in Giappone. Anche se ciò è stato evitato in entrambi i casi, è del tutto plausibile che, in una situazione nella quale le tensioni sono alle stelle, uno dei paesi coinvolti nella crisi possa decidere di ricorrere alla forza militare in risposta alla notizia di un attacco vero o presunto.

 

Come già anticipato, in ogni caso, i due falsi allarmi si inseriscono in uno scenario segnato dai preparativi ormai avanzati sia da parte del Giappone sia soprattutto degli Stati Uniti per una guerra contro la Corea del Nord. Anzi, in modo deliberato o meno, i due eventi sono stati utilizzati proprio per alimentare l’impressione di una minaccia nordcoreana e giustificare così le manovre militari in corso che servirebbero ad affrontarla adeguatamente.

 

La retorica bellica dell’amministrazione Trump è comunque proseguita nonostante i rappresentanti delle due Coree abbiano fatto qualche timido passo verso la distensione a partire dall’inizio del nuovo anno. Dopo un incontro in una località di confine, i due governi hanno trovato un accordo sulla partecipazione alle prossime Olimpiadi invernali di atleti nordcoreani, mentre sono stati fissati ulteriori incontri per discutere di questioni militari e legate alla sicurezza della penisola.

 

Proprio mercoledì è arrivata anche la notizia che gli atleti dei due paesi si presenteranno sotto un’unica bandiera nella cerimonia inaugurale dei giochi di febbraio, mentre nel torneo di hockey su ghiaccio femminile potrebbe essere schierata una sola squadra formata dalle rappresentanti di Seoul e Pyongyang.

 

I segnali di disgelo sono stati ridimensionati, tra l’altro, da un lungo articolo apparso martedì sul New York Times. In esso viene confermato come la macchina militare americana stia da tempo preparando una guerra nella penisola di Corea, attraverso massicce esercitazioni, inclusa una simulazione di invasione di un paese straniero e della mobilitazione di migliaia di riservisti da inviare in breve tempo oltreoceano. Nell’isola di Guam, nel Pacifico occidentale, è stato inoltre recentemente rafforzato il contingente militare americano con l’arrivo di bombardieri B-52 e B-2, entrambi equipaggiabili con testate nucleari.

 

La strategia americana di continuare a fare pressioni su Pyongyang, con il rischio di precipitare una guerra rovinosa, si è vista infine nel vertice internazionale tenuto martedì a Vancouver, in Canada, per discutere di possibili nuove iniziative destinate a isolare la Corea del Nord e a convincere il regime di Kim ad abbandonare il proprio programma nucleare.

 

All’incontro hanno partecipato i paesi che erano intervenuti a fianco degli USA nella guerra del 1950-1953 nella penisola di Corea. A conferma della natura provocatoria e controproducente del summit e del disinteresse dei partecipanti per una soluzione pacifica, nella città canadese erano assenti Russia e Cina, ovvero i due paesi con la maggiore influenza e i legami più stretti con la Corea del Nord.

 

Al termine dei lavori, il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha riassunto la posizione del suo paese sulla crisi, apparentemente senza considerare l’esistenza di un dialogo dall’altra parte del Pacifico. Il capo della diplomazia USA ha prospettato cioè nuove misure punitive contro la Corea del Nord, come ad esempio un possibile blocco navale del paese, equivalente di fatto a un vero e proprio atto di guerra.

 

Tillerson ha poi escluso nuovamente la sospensione delle esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Sud al di là della durata delle Olimpiadi, come richiesto da Mosca e Pechino, respingendo così l’unica proposta sul tavolo per provare a trattare con Pyonyang. L’amministrazione Trump resta d’altra parte ferma sulla propria posizione, secondo la quale Kim deve rinunciare preventivamente al proprio arsenale nucleare prima di entrare in un qualche negoziato con gli Stati Uniti.

 

Questa richiesta è rifiutata senza riserve dalla Corea del Nord, poiché il proprio programma nucleare è visto precisamente come un’assicurazione contro l’aggressione americana, permettendo altresì al regime di partire da una posizione di forza in un ipotetico negoziato.

 

Le richieste inaccettabili di Washington rischiano dunque di far naufragare precocemente il dialogo tra Seoul e Pyongyang. Infatti, le prime crepe nel timidissimo processo diplomatico in atto si sono viste nei giorni scorsi, quando il regime di Kim ha minacciato la rottura nel caso la Corea del Sud dovesse insistere, con ogni probabilità su richiesta americana, a includere nei colloqui bilaterali appena partiti la questione della denuclearizzazione della penisola.

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Corbyn, le mani sul Labour Party

Mar, 16/01/2018 - 22:18

Gli equilibri all’interno del Partito Laburista britannico si sono spostati sensibilmente a sinistra nei mesi seguiti alle elezioni generali del giugno 2017. Mentre i vertici del partito e la grande maggioranza dei suoi parlamentari avevano fino ad allora condotto una feroce battaglia contro il segretario, Jerermy Corbyn, quest’ultimo si trova oggi in una posizione decisamente più solida, come ha confermato il recente voto per eleggere tre nuovi delegati che siederanno nel direttivo del “Labour”.

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USA-Canada, è guerra sul NAFTA

Gio, 11/01/2018 - 20:47

Alla vigilia del sesto round di colloqui, voluti dal presidente americano Trump, per la revisione del Trattato di Libero Scambio Nord Americano (NAFTA), il governo canadese ha inviato segnali piuttosto chiari sullo stato dei negoziati, lasciando intendere un sempre più probabile ritiro di Washington dall’accordo entrato in vigore oltre due decenni fa.

 

Un’esclusiva pubblicata questa settimana dalla Reuters ha citato fonti governative a Ottawa che assicurano come il gabinetto del primo ministro, Justin Trudeau, sia ormai convinto che l’amministrazione Trump annuncerà a breve il ritiro degli Stati Uniti dal NAFTA. In previsione di questi sviluppi, il governo canadese avrebbe già predisposto dei piani per affrontare la situazione che si verrà a creare in ambito commerciale.

 

Ufficialmente, la Casa Bianca ha fatto sapere che la posizione americana non è cambiata e che Washington si aspetta modifiche al trattato, ma qualsiasi decisione verrà presa solo al termine dei colloqui. Un’altra fonte anonima all’interno della Casa Bianca ha però assicurato sempre alla Reuters che Trump si sarebbe ormai convinto a uscire dal trattato, visti gli scarsi risultati delle trattative in corso con Canada e Messico.

 

Il sesto e penultimo atto delle discussioni per trovare un’intesa sulle modifiche al NAFTA proposte dal governo USA si terrà a Montréal tra il 23 e il 28 gennaio. Un ultimo appuntamento tra i rappresentanti dei tre governi è previsto alla fine di marzo.

 

Le notizie provenienti da Ottawa, anche se ben lontane dal presagire il tracollo del NAFTA, hanno moltiplicato i timori di quelle sezioni del business nordamericano che hanno beneficiato della creazione di una gigantesca area di libero scambio dal Canada al Messico. Le valute e le borse di questi due paesi hanno subito fatto segnare sensibili flessioni, anche se un eventuale annuncio di ritiro dal NAFTA da parte di Trump non comporterebbe un’uscita automatica degli Stati Uniti dall’accordo. La decisione farebbe scattare un periodo di sei mesi, durante il quale potrebbero avere luogo altri negoziati, mentre sono in molti a ipotizzare anche un possibile intervento del Congresso di Washington per neutralizzare l’iniziativa della Casa Bianca.

 

Se Trump dovesse muoversi in questo senso, la sorte del NAFTA sarebbe comunque in grave pericolo, soprattutto perché la decisione si sommerebbe alle altre misure già implementate negli ultimi mesi e che mostrano un’attitudine estremamente critica dell’amministrazione repubblicana nei confronti dei trattati di libero scambio. Inoltre, mentre il Canada ha garantito che rimarrà al tavolo delle trattative, il Messico ha minacciato di uscire dall’accordo se Trump dovesse fare l’annuncio ipotizzato da Ottawa.

 

Per qualcuno, l’atteggiamento americano potrebbe essere solo una tattica negoziale per mettere pressioni ai partner canadesi e messicani, visto lo stallo dei colloqui in corso. Il clima tra i paesi membri del trattato resta però molto teso, così come difficilmente colmabili sembrano essere le distanze sulle questioni messe sul tavolo da Washington.

 

La revisione del NAFTA promossa da Trump rientra in una strategia ultra-nazionalistica del governo americano che, in ambito commerciale, prevede il ritorno a pericolose pratiche protezionistiche, attraverso la cancellazione o la rinegoziazione di accordi collettivi di libero scambio a favore di altri bilaterali con condizioni particolarmente favorevoli agli Stati Uniti.

 

Che il NAFTA finisca o meno per sopravvivere, le scosse di questi mesi confermano come la crisi del capitalismo globale stia facendo riesplodere rivalità commerciali a livello internazionale che si traducono in misure e ritorsioni di stampo protezionista, con echi inquietanti del periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale.

 

Le modifiche al NAFTA auspicate dalla Casa Bianca puntano a modellare il trattato in modo da risultare ancora più favorevole agli interessi americani. Ciò è confermato dalle principali proposte avanzate da Washington, come l’innalzamento della percentuale di parti costruite in America nelle automobili scambiate senza tariffe doganali.

 

Ancora, gli USA vorrebbero maggiore accesso per le proprie compagnie private agli appalti pubblici in Canada e in Messico, mentre intendono fissare una tacita scadenza quinquennale al NAFTA, annullabile solo tramite un nuovo impegno esplicito a prolungare l’intesa da parte dei tre paesi membri.

 

Il futuro del NAFTA resta comunque incerto. Negli ambienti del business americano ci sono infatti forti opposizioni alla linea dell’amministrazione Trump, soprattutto in quei settori che beneficiano del trattato, sia attraverso l’export sia grazie all’impiego di manodopera a bassissimo costo in Messico, dove vengono prodotti beni e manufatti inviati negli USA senza dazi doganali.

 

Le tensioni sul fronte commerciale tra Washington e Ottawa sono da tempo vicine al livello di guardia, malgrado la solidità della partnership strategica e militare tra i due paesi. Un certo imbarazzo era stato registrato lo scorso ottobre nel corso di una visita del premier canadese Trudeau negli USA, durante la quale Trump aveva minacciato il ritiro dal NAFTA.

 

In precedenza, il dipartimento del Commercio americano aveva applicato tariffe esorbitanti sulle importazioni dal Canada di un certo tipo di legname e sui jet commerciali della compagnia Bombardier. In risposta a quest’ultima misura, Trudeau aveva cancellato un contratto per l’acquisto di velivoli militari “Super Hornet” della Boeing, sostituendoli con FA-18 costruiti in Australia.

 

Lo scontro Washington-Ottawa ha raggiunto infine un nuovo livello proprio in questi giorni. Mercoledì è circolata cioè la notizia che il governo canadese alla fine di dicembre aveva presentato un ricorso contro gli Stati Uniti presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) per una serie di pratiche commerciali ritenute illegittime.

 

La portata della causa è tale da essere definita addirittura “senza precedenti” da un consulente per il commercio in Nord America citato dalla BBC. Ottawa mette tra l’altro in discussione i metodi utilizzati dagli USA nelle indagini anti-dumping e anti-sovvenzioni in merito a procedimenti che risalgono fino al 1996. In questo modo, sostiene il Canada, Washington ha calcolato in modo inappropriato dazi e tariffe doganali nell’ambito di numerosi reclami presentanti al WTO contro svariati paesi, giungendo anche a ostacolare questi ultimi nella presentazione di prove a propria difesa.

 

La pratica avviata dal Canada fa scattare un periodo di 60 giorni di “consultazioni”, seguito, in assenza di esito positivo, da un arbitrato del WTO. All’iniziativa canadese l’amministrazione Trump ha risposto seccamente. Il responsabile del Commercio USA, Robert Lighthizer, ha definito le accuse “infondate” e condannato l’attacco “irresponsabile” che “riduce la fiducia americana nel Canada come partner impegnato nella costruzione di relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose”.

 

Anche in questo caso, la strategia canadese potrebbe essere quella di fare pressioni su Washington per giungere a più miti consigli relativamente alle trattative sul NAFTA e ai recenti dazi imposti sui beni importati dal vicino settentrionale. Tanto più che il ricorso al WTO prende di mira pratiche anti-dumping a cui ha già fatto ricorso in molti casi proprio l’amministrazione Trump.

 

Il calcolo di Ottawa potrebbe però risultare più azzardato del previsto, alla luce delle crescenti rivalità commerciali, e rendere il clima internazionale ancora più tossico di quello attuale.

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Tunisia, tornano i venti di rivolta

Mer, 10/01/2018 - 20:50

A sette anni dalla rivoluzione in Tunisia che ha rovesciato il regime del presidente Zine El Abidine Ben Ali, il paese nordafricano è di nuovo scosso da movimenti di protesta, diretti oggi contro il governo formalmente democratico. Le ragioni dell’esplosione del malcontento sono legate alle “riforme” economiche dettate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dai creditori internazionali di Tunisi, anche se le dimostrazioni esprimono la persistente ostilità popolare nei confronti di un sistema che poco o nulla ha fatto per affrontare le questioni irrisolte del periodo post-rivoluzionario.

 

Le manifestazioni erano iniziate spontaneamente lunedì in una dozzina di località in risposta all’entrata in vigore di una serie di aumenti dei prezzi di beni di consumo e del carico fiscale, previsti dal bilancio 2018 del governo del primo ministro, Youssef Chahed, a capo di una coalizione di partiti islamisti e secolari.

Nella giornata di martedì i disordini si allargati ad altre città, inclusa la capitale, in risposta anche all’intervento delle forze di sicurezza e alla morte, in circostanze ancora non del tutto chiare, di un manifestante 45enne nella località di Tébourba, situata a una cinquantina di chilometri da Tunisi. Il bilancio dopo i primi giorni di proteste è di oltre 200 arresti e decine di feriti.

 

In alcune aree del paese dove la mobilitazione popolare è apparsa particolarmente massiccia, il governo ha inviato anche le forze armate in appoggio alla polizia locale, sia per reprimere le proteste sia per difendere edifici governativi e delle istituzioni finanziarie, presi di mira dai manifestanti.

 

I media tunisini e occidentali hanno rilevato come l’entità delle proteste in Tunisia sia per il momento nettamente inferiore rispetto a quelle del 2011 che portarono alla fine di Ben Ali. Tuttavia, il senso di inquietudine tra la classe dirigente indigena e i governi stranieri con interessi in Tunisia è chiaramente palpabile, visto l’accumularsi di gravissime tensioni sociali in questi ultimi anni.

 

Particolarmente allarmanti per il governo centrale, quanto meno per il loro valore simbolico, appaiono le dimostrazioni registrate nella località di Sidi Bouzid, da dove nel 2011 partì la rivoluzione dopo che l’ambulante e attivista Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protestare contro l’oppressione del regime e una situazione economica intollerabile.

 

La nuova esplosione di proteste in Tunisia era stata ampiamente prevista dal governo e dai partiti di opposizione. Almeno a partire dagli ultimi mesi del 2017 anche la stampa occidentale aveva raccontato di una classe politica pronta ad affrontare l’opposizione popolare mentre si apprestava ad implementare le “raccomandazioni” del FMI.

 

Nel 2016 la Tunisia aveva ottenuto l’approvazione di un prestito di poco meno di tre miliardi di dollari dal FMI, come sempre vincolato all’adozione di una serie di “riforme” economiche in senso neo-liberista. Una visita nel paese ai primi di dicembre dei rappresentanti del Fondo aveva rivelato l’impazienza degli ambienti finanziari internazionali nei confronti del governo di Tunisi, chiaramente preoccupato per l’impatto delle misure richieste in termini di stabilità sociale.

 

L’intesa per procedere in questo senso era stata tuttavia piena, come avevano confermato le dichiarazioni sia dei burocrati del FMI sia dei membri del governo tunisino. Il ministro delle Riforme Economiche, Taoufik Rajhi, aveva ad esempio annunciato il lancio di iniziative “senza precedenti” per tagliare il deficit tunisino dal 6% al 4,9% nel 2018.

 

Il pacchetto di riforme prevedeva anche i già ricordati aumenti delle tasse e dei prezzi di molti beni di consumo, così come dei contributi pensionistici a carico dei lavoratori. In particolare, l’attenzione del FMI si era concentrata anche sul costo dei salari dei dipendenti pubblici, da portare al 12,5% del PIL entro il 2020 contro il 15% attuale. Questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto in primo luogo con il taglio di circa 20 mila posti di lavoro.

 

Un’analisi pubblicata dalla Reuters a dicembre anticipava l’intenzione del governo di attenuare le “riforme” volute dal FMI proprio per evitare manifestazioni di protesta, ma il bilancio alla fine approvato ha evidentemente fallito nell’impossibile obiettivo di conciliare pace sociale e aspettative dei creditori internazionali.

 

Le ultime misure decise dal governo si innestano d’altra parte su una situazione economica in evidente deterioramento e peggiorata dal rallentamento degli investimenti internazionali a causa dei frequenti scioperi e dalla minaccia di attentati terroristici. L’inflazione resta così ben al di sopra del 6%, mentre il dato ufficiale, probabilmente sottostimato, della disoccupazione supera il 15% e addirittura il 30% per i giovani.

 

Sul fronte politico, il primo ministro Chahed ha minacciato un intervento ancora più duro delle forze di polizia con il pretesto di impedire atti di violenza e distruzione della proprietà privata. I partiti di opposizione stanno invece cavalcando le manifestazioni popolari, invitando i dimostranti a rimanere nelle piazze fino a che le “riforme” economiche non saranno ritirate.

 

Anche il potente sindacato UGTT ha chiesto misure per alleviare la povertà e gli stenti di milioni di tunisini, ma il ruolo di questa organizzazione e dei partiti di “sinistra” risulta insidioso per la popolazione tunisina. Proprio queste formazioni politiche e sindacali sono state determinanti nel contenere le spinte rivoluzionarie dopo la deposizione di Ben Ali, garantendo la sostanziale stabilità del capitalismo tunisino e favorendo i tradizionali interessi di classe dietro la facciata di un sistema formalmente democratico.

 

Le proteste in corso in Tunisia, infine, sono significativamente l’espressione di un malcontento generalizzato che sta attraversando l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, ma anche svariati paesi europei, in conseguenza di tensioni sociali provocate dagli attacchi sempre meno sostenibili alle condizioni di vita di lavoratori e classe media.

 

In maniera non casuale, gli eventi registrati in Tunisia in questi primi giorni dell’anno stanno infatti avvenendo più o meno in concomitanza con dimostrazioni contro austerity e misure varie di rigore che, solo per citare i casi più significativi, stanno interessando paesi come Iran, Israele e Sudan.

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