Seguici su twitter facebook youtube RSS

Dieci ragioni per sfilare questo 1º Maggio

Cubadebate (italiano) - Mar, 01/05/2018 - 02:59

trabajadores-desfile1 – A Cuba, a differenza di altri paesi, si celebra il Giorno Internazionale dei Lavoratori con una gran sfilata del popolo proletario. In molti territori del mondo questo giorno si trasforma in una giornata di protesta e denuncia contro governi e politiche contrarie al movimento proletario. Il popolo cubano celebra ogni 1º Maggio con una sfilata piena di allegria, dove partecipano tutti i settori del popolo lavoratore.  

2 – Secondo la Costituzione della Repubblica di Cuba, nel suo articolo 45, il lavoro nella società socialista è un diritto, un dovere ed un motivo di onore per ogni cittadino. Riconoscendo così il lavoro come una garanzia fondamentale del popolo cubano.

3 – Il lascito di Fidel Castro, Josè Martì e gli illustri dell’indipendenza cubana rappresentano i più alti valori dei nostri lavoratori e delle migliori tradizioni patriottiche del nostro paese.

4 – L’aggiornamento del modello economico e sociale cubano dipende in ampia misura dall’efficienza e produttività che ogni lavoratore apporta dalla sua posizione all’economia ed allo sviluppo del paese.

5 – Chi partecipa alla sfilata costituisce un appoggio morale alla direzione storica della Rivoluzione, ed alla nuova direzione del paese, in momenti in cui Cuba è assediata dagli artigli dell’impero più grande del mondo.

6 – Il concetto di Rivoluzione, pronunciato un 1º Maggio, impegna ogni cubano a cambiare tutto quello che deve essere cambiato, con senso del momento storico.

7 – I cubani hanno deciso di costruire una nazione socialista, indipendente, sovrana, prospera e sostenibile, organizzata con tutti e per il bene di tutti, senza che poderose forze esterne intervengano nei temi interni del paese.

8 – Le nuove generazioni di cubani assumono con impegno, lealtà e dignità la continuità del processo rivoluzionario cubano. Coscienti del ruolo di protagonisti che oggi vivono e senza dimenticare la storia.

9 – I lavoratori cubani celebrano il loro XXI Congresso. La CTC nel suo anniversario sviluppa un ampio processo di assemblee in vista del XXI Congresso di questa organizzazione che si celebrerà nel mese di gennaio del 2019.

10 – I cubani celebreremo varie date storiche importanti, come i 165º anniversario del compleanno del nostro Eroe Nazionale Josè Martì, il 150º dell’inizio delle guerre per l’Indipendenza, il 65º dell’assalto alle Caserme Moncada e Carlos Manuel de Cespedes ed il 60º del trionfo della Rivoluzione.

di Giovany Peñate Cruz

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Da che parte stare? Ecco chi sono i ‘buoni e i cattivi’ all’ONU secondo Washington

Cubadebate (italiano) - Sab, 28/04/2018 - 04:21

ONUIsraele, Regno Unito, Francia, Ucraina e Canada sono tra i Paesi che più spesso si sono posizionati dalla parte di Washington del voto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017. Questo è quanto mostra un rapporto del Dipartimento di Stato statunitense recentemente divulgato sul sito web dell’istituzione.

Il documento analizza come i diversi paesi membri delle Nazioni Unite hanno votato nel Consiglio di sicurezza e nell’Assemblea generale dell’organizzazione e se i loro voti coincidono o no con quelli degli Stati Uniti. I dati del rapporto mostrano che durante l’esame di 93 risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per tutto il 2017, la coincidenza del voto del resto delle nazioni con quello degli Stati Uniti era solo del 31%. In questa percentuale è stata osservata una drastica riduzione, che nel 2016 è stata del 41%.

I paesi che hanno mostrato il maggior accordo o servilismo, fate voi, con Washington – il Dipartimento di Stato li ha etichettati come “alleati” – sono, in ordine decrescente, Israele, Micronesia, Canada, Isole Marshall, Australia, Regno Unito, Francia, Repubblica di Palau, Ucraina e Repubblica Ceca.

Invece, tra i Paesi con il più basso accordo di voto con il paese nordamericano figurano lo Zimbabwe, il Burundi, l’Iran, la Siria, il Venezuela, la Corea del Nord, il Turkmenistan, Cuba, la Bolivia e il Sudafrica.

“Non è un risultato accettabile per il nostro investimento”

Ieri, la missione permanente degli Stati Uniti prima che l’ONU ha rilasciato una dichiarazione con un commento sui risultati di questa analisi.

Nel messaggio, l’ambasciatrice di Washington all’ONU, Nikki Haley, ha mostrato la sua indignazione perché la media del consenso ai voti con gli Stati Uniti era solo del 31%, quando invece il suuo paese è il più grande investitore dell’organismo internazionale.

“Il popolo americano paga il 22% del bilancio delle Nazioni Unite, più di prossimi tre paesi donatori più grandi messi insieme. Nonostante questo la generosità, il resto della Nazioni Unite ha votato con noi solo nel 31% dei casi, una percentuale che è inferiore rispetto al 2016. Questo perché ci preoccupiamo più di essere giusti che popolari”, ha affermato Haley.

“In ogni caso, questo non è un risultato accettabile per il nostro investimento”, ha aggiunto l’ambasciatrice.

Fonte: https://www.state.gov

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Dalle armi non convenzionali alla manipolazione delle morti sui social: le 7 coincidenze tra le proteste in Nicaragua e in Venezuela

Cubadebate (italiano) - Ven, 27/04/2018 - 04:32

nica2-580x326Ci sono diverse coincidenze tra le violenze in Nicaragua negli ultimi giorni e quelle antichaviste nel 2014 e 2017. Non si tratta solo di chi finanzia tali operazioni, ma di come sono gestite via social media. Di seguito sono riportati sette confronti che lo confermano.

1. Armamento non convenzionale. L’uso di armi artigianali per affrontare le forze di sicurezza cercando di creare contiguità tra proteste pacifiche e tattiche di sovversione e guerriglia urbana, in modo che i morti vengano attribuiti al governo, nel quadro del dossieraggio “violazione dei diritti umani”. Mitraglia, mortai, razzi, tra gli altri, sono utilizzati dai gruppi d’attacco mercenari in Venezuela causando morti come Adrián Duque, Armando Cañizalez, César Pereira, Diego Arellano, Miguel Castillo, Roberto Durán e Yeison Mora, uccisi con sfere metalliche o mitraglie sempre dal lato dei dimostranti. Anche Andrés Uzcátegui, Nelson Arévalo Avendaño, Neomar Lander e Engelberth Duque Chacón, morirono mentre manipolavano esplosivi artigianali. Durante le violenze in Nicaragua, i gruppi armati d’assalto usavano mezzi simili. Per evitare confusioni a causa della somiglianza delle immagini, la prima foto riguarda il Venezuela e la seconda il Nicaragua.

2. Operazioni di disinformazione. Informazioni non confermate sono spacciate da operatori della guerra psicologica usando i social network come amplificatori per creare ansia e panico nella popolazione. Tra le proteste in Venezuela dello scorso anno, alcuni capi dell’opposizione diffusero voci collegando il governo venezuelano a un presunto uso di armi chimiche, con l’obiettivo di attirare l’attenzione dei media internazionali e terrorizzare l’opinione pubblica. pubblico. Al tempo, dall’altra parte dell’Atlantico, il governo siriano fu accusato di attacchi chimici e in seguito fu confermato che il presunto attacco era una montatura per giustificare i bombardamenti statunitensi del Paese arabo. Cercando di emulare la stessa opportunità, in Nicaragua voci furono diffuse per collegare il governo all’uso di armi chimiche, una bugia che, sebbene screditata, fu utile ad alimentare le violenze via social network.

3. Manipolazione dei morti. Gli uccisi nelle violenze vengono indicati senza spiegazioni o precisazioni così che, come in Venezuela, il governo venisse accusato da media o “gruppi armati”. Con tale tattica nell’uso dei media, fu elaborato il dossier per consentire l’intervento o colpo di Stato, a seconda delle circostanze. I media come ABC diffusero un bilancio delle vittime che i media locali non potevano confermare. Come visto nella precedente “coincidenza”, tali dati furono diffusi da operatori dalla lunga esperienza nella guerra dell’informazione contro il Venezuela. In Nicaragua, i media internazionali riecheggiavano “rapporti” oscuri collocando il numero di morti oltre i 20, incapaci di confermarlo o meno. Applicando la stessa disinformazione, si cercava di nascondere che nel 2017 morirono in Venezuela, ad esempio, 25 passanti presso una manifestazione, ma senza parteciparvi. Casi come quelli di Almelina Carrilo (Caracas) o Paola Ramírez (Táchira), omicidi commessi dai manifestanti dell’opposizione, furono usati dai media per intensificare le violenze, ritenendo il governo responsabile senza che i casi venissero risolti in via giudiziaria.

4. Saccheggi e danni a proprietà pubbliche e private. Gruppi armati in Nicaragua saccheggiavano diversi negozi e persino motociclette, in alcune parti del Nicaragua, causando danni alle strutture statali come ospedali e istituti scolastici. Il profilo delle violenze era professionale e focalizzato non solo sulle infrastrutture dei servizi chiave per la vita quotidiana della popolazione, ma anche su simboli ed istituzioni del potere statale. Nel comune di Chacao, nello stato di Miranda, in Venezuela, accaddero eventi simili quando gruppi d’assalto anti-Chavez incendiarono e attaccarono edifici pubblici come la Direzione esecutiva della magistratura, della Corte suprema di giustizia. Questo fu solo un esempio dell’assalto a trasporti pubblici, biblioteche e ospedali nel 2017.

5. Uso dei cecchini. In Venezuela, omicidi mirati furono commessi da cecchini, mentre il sergente Surnar Sanclemente (Miranda) e il poliziotto di Carabobo Jorge Escandón furono uccisi a colpi di arma da fuoco. Anche Jesus Leonardo Sulbarán e Luis Alberto Márquez, lavoratori del governatorato di Mérida, furono uccisi dal tiro da edifici in quello stato. Il giornalista Ángel Gahona, di un canale televisivo statale, fu assassinato mentre trasmetteva in diretta su Facebook gli eventi presso l’ufficio del sindaco di Bluefields, Nicaragua. Stava camminando dietro le forze di polizia e un colpo gli sfondò la testa di fronte a dozzine di persone. Dall’11 aprile 2001, da Euromaidan al Nicaragua, i cecchini sono una risorsa delle operazioni golpiste degli Stati Uniti.

6. Uso d’influencer del mondo dello spettacolo. Strumentalizzare la sensibilità delle persone legate all’industria dell’intrattenimento è una risorsa propagandistica di successo per avere il supporto alle violenze da strati sempre più ampi dell’opinione pubblica. Tale catalizzatore non smette di essere utile per tali operazioni, nel caso venezuelano c’erano molte celebrità che manifestavano il loro pregiudizio contro Chavez. In Nicaragua, tale risorsa fu usata arruolando figure musicali internazionali come Miss Nicaragua 2018 Adriana Paniagua e altri personaggi dell’industria dell’intrattenimento locale.

7. Simboli e glorificazione della morte. Le liste di defunti scritte col gesso per terra furono stilate in Nicaragua, similmente a quelle scritte in Venezuela nei tumulti del 2017, allo scopo di nascondere le cause di ogni morte e accusarne il governo. Sebbene tra i morti, in Venezuela e in Nicaragua, vi fossero membri delle forze di sicurezza, studenti, lavoratori e attivisti politici, è importante per i media gonfiare le liste false e concedergli un’estetica da “lotta nonviolenta”, per essere riconosciuti a livello internazionale; svuotandone del valore locale, tali morti diventavano prodotti di consumo.
Altro

Altre coincidenze nell’ambito del piano attivato in Nicaragua sono: il sostegno del clero cattolico ai “manifestanti”, le “preoccupazioni” del governo degli Stati Uniti, il reclutamento di delinquenti e la continua giustificazione e sponsorizzazione di ONG, media ed élite aziendali promosse da Washington attraverso il proprio soft power. E per concluderne la coincidenza politica all’origine: alcuna delle due nazion attaccate è geopoliticamente allineata agli Stati Uniti, grandi promotori globali di tali metodi golpisti.

di Mission Verdad

traduzione di Alessandro Lattanzio

preso da L’AntiDiplomatico

 

Categorie: News

Presenteranno testimoni siriani che smontano presunto attacco chimico

Cubadebate (italiano) - Gio, 26/04/2018 - 03:45

Siria-Montaje-580x328La missione russa presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) presenterà domani nella sede di questo organismo a L’Aia testimoni siriani che dimostrano sia un falso un presunto attacco chimico a Duma, hanno informato mezzi di stampa.

Secondo l’Agenzia di Notizie SANA, nella riunione informativa organizzata da Mosca presso questo organismo potrebbe presentarsi il bambino siriano Hasan Diab che i Caschi Bianchi hanno usato per la loro messa in scena a Duma, regione della Ghouta Orientale.

Dopo il montaggio in video del presunto attacco chimico nella località di Duma il 7 aprile scorso, i paesi occidentali hanno accusato il governo siriano di questa azione illegale.

Con questo pretesto, nella notte del 14 aprile, forze militari degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia, hanno lanciato un attacco con missili ed altri mezzi da guerra contro obiettivi siriani alla periferia di Damasco e nella centrale provincia di Homs.

Prima e dopo l’aggressione militare, condannata dai paesi della comunità internazionale, i governi siriano e russo hanno negato l’implicazione di Damasco nella diffusione di sostanze tossiche proibite contro Duma.

Nel frattempo, una missione di investigazione dell’OPAC su sollecito del governo di questo paese arabo ha visitato in questi giorni la città di Duma, dove sta riunendo dati sul campo del presunto attacco chimico a Duma.

Da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Agenzia di Notizia SANA

Categorie: News

Mosca, “insoddisfatta” dalle risposte offerte da Londra sul caso Skripal

Cubadebate (italiano) - Mer, 25/04/2018 - 03:48

skripalMosca non è soddisfatta con le risposte di Londra alle domande della parte russa sul caso di avvelenamento dell’ex agente doppio di intelligenza Serguéi Skripal e di sua figlia Yulia, afferma la missione permanente della Russia presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC). I rappresentanti russi hanno dettagliato che hanno ricevuto le risposte del Regno Unito la notte di questo lunedì 23.

“I materiali ricevuti dal lato britannico non ci soddisfanno. Certamente, avremo bisogno di tempo per un’analisi più dettagliata. La prima impressione è stata che i britannici non hanno risposto alle domande più importanti che abbiamo fatto”, hanno segnalato a RIA Novosti i rappresentanti della Russia nell’OPAC.

Da parte sua, il viceministro russo degli Esteri, Serguéi Riabkov, ha dichiarato che Mosca è “delusa” dalle risposte offerte da Londra sulle richieste di informazioni sul caso.

“Fino ad ora, sfortunatamente, non c’è stato un dialogo sostanziale. In risposta alle nostre domande legittime, sostanziali e ragionevoli, ai nostri segnali che vediamo molte incoerenze, o quanto meno, incoerenze logiche dalla posizione britannica, in risposta a tutto questo otteniamo un insieme di accuse vuote ed infondate”, ha criticato Riabkov.

Mosca ha inviato un sollecito con domande sul caso Skripal a Londra il 13 aprile scorso ed ha insistito che avrebbe dovuto ricevere al più tardi una risposta urgente il giorno 17. Regno Unito, rimettendosi alla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, ha risposto in un termine di dieci giorni.

Il 18 aprile, l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vasili Nebenzia, ha affermato che Regno Unito si nega ad ogni cooperazione con Russia nell’investigazione del caso dell’avvelenamento dell’ex doppio agente russo. Ha sottolineato che Russia ha formulato 47 domande sul caso, ma la parte britannica ha risposto parzialmente solo a due.

Con informazione di RT

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Emil Sader: “Per imporre i loro fallimenti, la destra latinoamericana cerca di riscrivere la storia”

Cubadebate (italiano) - Mar, 24/04/2018 - 03:02

Terrorismo VenezuelaQuando non riesci a cancellare la storia, devi cercare di riscriverla, dandole un senso radicalmente opposto a ciò che era nella realtà. Questo cerca di fare la destra latinoamericana rispetto ai governi progressisti di questo secolo nel continente.

Dopo l’euforia della proposta neoliberista, che avrebbe risolto tutti i problemi dei nostri paesi, riducendo la Stato alla sua dimensione minima, promuovendo il dinamismo del mercato, è arrivata la depressione dovuta all’esaurimento prematuro del modello. Non è possibile contestare il successo dei governi anti-neoliberisti, ragion per cui si cerca di cancellare questa parte della storia, di squalificare le sue personalità e fare finta che non siano esistite. Di modo che la storia (o meglio, la fine della storia) segua il suo corso, affinché il pensiero unico cerchi di imporre nuovamente le sue incontestabili verità e perché il Consenso di Washington rafforzi il suo carattere consensuale.

Affnché i governi possano nuovamente applicare gli stessi schemi falliti, diversi anni dopo, come se nulla fosse avvenuto. Dando la colpa del proprio nuovo fallimento ai governi precedenti, che avrebbero solo deviato l’economia dalla retta via.

La storia sarebbe già arrivata alla fine. E’ stata solo l’insistenza di alcuni leaders a tentare di riaprirla, cercando strade impossibili, controcorrente. Cercando di distribuire il reddito, quando si tratterebbe invece di concentrarlo. Espandendo il mercato interno di consumo popolare, invece di costringere a essere subordinati. Recuperando il ruolo attivo dello Stato, invece di ridurlo alla sua dimensione minima.

Nel complesso, ciò che è accaduto in questo secolo in vari paesi dell’America Latina sarebbe stato semplicemente un malinteso, una parentesi di equivoci nel percorso inesorabile dell’economia globale. Ciò che si deve fare, allora, è non solo riprendere la retta via, ma anche eliminare ogni elemento di questi tentativi, di modo che più nessuno sia ingannato e cerchi di contraddire il Consenso di Washington e violare il pensiero unico.
Non è successo nulla nel Venezuela di Hugo Chávez. Sarebbe stato solo l’uso esorbitante dell’elevato prezzo del petrolio ad arricchire funzionari di governo e a conquistare alleati esterni in cambio di petrolio. Non è successo nulla in Brasile, salvo lo spreco delle risorse pubbliche per distribuire il reddito contromano rispetto alla ricerca di competitività. Non è successo nulla in Argentina, salvo qualcosa di simile al Brasile. La Bolivia sarebbe la stessa dell’epoca di Sánchez de Losada nell’epoca di Evo Morales, eccetto la propaganda governativa. L’Ecuador è lo stesso di sempre, nonostante il governo di Rafael Correa.

Non si discute sulla natura di questi governi, non li si confronta ad altri, perché la discussione sarebbe molto scomoda. Si tratta allora di squalificare i leaders che hanno diretto questi governi. Tutti populisti, irresponsabili verso l’equilibrio dei conti pubblici, corrotti. Questo è sufficiente per cancellare i loro governi, le loro politiche sociali redistributive, il prestigio delle loro politiche estere sovrane, l’appoggio popolare che hanno ottenuto. Non si tratta di un dibattito storico, politico, economico, sociale, delle idee, ma solamente di incaricare il Potere Giudiziario, la polizia, i media, di distruggere reputazioni, accumulando sospetti, seppur mai provati. Lula, Cristina Kirchner, Hugo Chávez, Evo Morales, Rafael Correa, Pepe Mujica, sono squalificati, si tenta di distruggere la loro immagine tra il popolo dei loro paesi, per nascondere il fatto che le vittime del consenso neoliberista sono attribuibili alle destre latinoamericane, che non riescono a costruire alternative di governo che non siano il ritorno al modello sconfitto in America Latina e in tutto il mondo.

Per questo devono riscrivere la storia, cancellare periodi, leaders e governi, per riaffermare l’idea che non esiste alternativa ai loro fallimenti, che hanno prodotto le peggiori catastrofi ovunque governino.

di Emil Sader

traduzione di Marx21.it

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Venezuela: Comunicato Ufficiale in risposta alla dichiarazione dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini

Cubadebate (italiano) - Sab, 21/04/2018 - 03:34

Comunicado-2Il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela respinge con forza la dichiarazione dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini, a nome dell’Unione Europea, cui è stata rilasciata il 19 aprile 2018, in chiara violazione dei principi più elementari del diritto internazionale e delle disposizioni riguardo il rispetto della sovranità, l’autodeterminazione dei popoli e la non ingerenza negli affari interni degli Stati, stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite.

Con questo tipo di posizione, l’Unione Europea e i suoi Stati membri danno un nuovo esempio della deplorevole subordinazione ai dettami del governo degli Stati Uniti d’America. Queste azioni costituiscono un’aggressione contro il popolo venezuelano e lo Stato venezuelano e le sue istituzioni legittime e sovrane.

È importante ricordare all’Alto Rappresentante che il sistema elettorale del Venezuela è uno dei maggiori punti di forza della nostra democrazia, è l’esempio del progresso del nostro popolo nel consolidare il loro diritto a scegliere in pace e senza l’ingerenza di alcuna nazione o potenza straniera. Il Potere Elettorale venezuelano è un pilastro fondamentale della patria venezuelana.

La sua efficienza e trasparenza sono state riconosciute in tutto il mondo ed è un punto di riferimento per molte nazioni democratiche, inclusi gli Stati dell’Unione Europea.

Il Potere Elettorale ha invitato, senza alcuna limitazione, degli osservatori internazionali, in particolare dell’Unione europea, in modo che possano attestare la trasparenza del processo elettorale che alcuni intendono mettere in discussione prima della sua realizzazione.

Nonostante le dichiarazioni dell’Alto Rappresentante, il Governo Bolivariano del Venezuela e le autorità elettorali ribadiscono l’invito che è stato presentato all’Alto Rappresentante a partecipare, in qualità di osservatore internazionale il prossimo 20 maggio, invito che è stato consegnato direttamente dal Ministro degli Affari Esteri Jorge Arreaza l’11 aprile a Bruxelles.

Allo stesso modo, il Ministro degli Esteri del Venezuela sollecita l’Alto Rappresentante a iniziare tutte le procedure, eque e appropriate, affinché le istituzioni finanziarie europee sblocchino i fondi e le operazioni dello Stato venezuelano, come segno di indipendenza di fronte la sottomissione dimostrata nei confronti delle misure unilaterali e illegali coercitive emesse dall’amministrazione di Donald Trump contro l’economia e il popolo del Venezuela.

ll Venezuela sarà sempre disposto a impegnarsi in un dialogo costruttivo con l’Unione Europea ei suoi Stati membri; un dialogo basato sul rispetto reciproco e sul trattamento tra uguali, come dimostrato nei giorni scorsi dal Presidente Nicolás Maduro, proponendo e realizzando la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il Regno di Spagna.

Oggi 19 aprile, data in cui si commemora l’inizio della ferma decisione del popolo venezuelano di essere libero e indipendente, riaffermiamo le idee di Símon Bolívar, che nel suo messaggio ai delegati del Congresso Anfictionico di Panama, li esortava a resistere contro ogni ingerenza negli affari interni delle nazioni latinoamericane. Nessun vestigio imperiale, nazione, gruppo di paesi o organizzazioni di qualsiasi tipo, può intervenire o influenzare la nostra indipendenza e il nostro incrollabile corso verso la libertà, la pace e la convivenza democratica.

Caracas, 19 aprile 2018

da Cubainformazione

traduzione: Francesco Monterisi

Categorie: News

Unità dei cubani è l’arma principale, affermano Raul Castro e Diaz-Canel

Cubadebate (italiano) - Ven, 20/04/2018 - 02:30

raul-y-díaz-cane-580x378L’unità del popolo costituisce la principale arma di difesa della Rivoluzione cubana, hanno affermato i deputati Raul Castro e Miguel Diaz-Canel, presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri uscente ed il nuovo eletto, rispettivamente.  

Entrambi sono intervenuti in una sessione storica che ha concluso l’installazione della IX Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare che, integrata da 605 deputati, ha scelto una nuova direzione del Consiglio di Stato, entità che rappresenta l’Assemblea tra i due periodi di sessioni: il Parlamento, secondo la Costituzione è nell’isola l’organo supremo del potere dello Stato e rappresenta la volontà sovrana di tutto il popolo.

Nel suo primo discorso come presidente del paese, Diaz-Canel ha anche sottolineato il ruolo del Partito Comunista di Cuba (PCC), come garante dell’unità necessaria degli abitanti della maggiore delle Antille.

Il mandatario, di 57 anni, fino ad oggi primo vicepresidente, ha assicurato la continuità del processo rivoluzionario che cominciò il 1º gennaio 1959, a partire da forze guerrigliere appoggiate dalla popolazione, il lascito della generazione storica, in questione del suo leader Fidel Castro (1926-2016) e di Raul Castro, e la lealtà di un esercito che “non smetterà mai di essere il popolo in uniforme”.

Inoltre, ha affermato che Cuba non farà concessioni contro la sua sovranità ed indipendenza, né negozierà principi o accetterà condizionamenti.

“Non cederemo mai davanti a pressioni o minacce. I cambiamenti che siano necessari li seguirà decidendo il popolo sovranamente”, ha sottolineato reiterando la sua fiducia in tutti i cubani il cui appoggio, ha detto, è fondamentale per affrontare le sfide che si presenteranno.

Da parte sua, Raul Castro ha fatto un appello per preservare la Rivoluzione, perché “è l’opera più bella che abbiamo fatto”.
Il primo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista e fino a questo giovedì presidente del paese caraibico ha risaltato la traiettoria del suo successore ed espresse la sua fiducia in Diaz-Canel.

La sua elezione non è stata un caso. Non dubitiamo che per le sue virtù, esperienza e consacrazione al lavoro avrà successo assoluto nel compito che gli ha affidato il nostro organo supremo del potere dello Stato, ha precisato.

Raul Castro ha pronunciato le parole di chiusura delle sessioni costitutive della IX Legislatura dell’Assemblea Nazionale, nelle quali ha riassunto i risultati e le sfide della Rivoluzione e del processo di aggiornamento del suo modello socioeconomico.

Ha anche anticipato la presentazione nella prossima sessione del parlamento, in luglio, di una commissione incaricata di abbordare i cambiamenti necessari per stabilire una nuova Costituzione in sintonia con la realtà del paese, che si discuterà col popolo e sottometterà a Referendum Popolare.

Allo stesso modo ha fatto riferimento alla situazione internazionale, segnata dall’aggressività dell’amministrazione statunitense diretta da Donald Trump, che si è impegnato ad aumentare il bloqueo economico, commerciale e finanziario contro Cuba ed ad amplificare le posizioni ostili.

“Qualunque strategia diretta a distruggere Cuba per la via del confronto o la seduzione affronterà il più deciso rifiuto del popolo e fracasserà”, ha affermato.

Il leader rivoluzionario, che si manterrà come primo segretario del Comitato Centrale del PCC fino al 2021, ha denunciato l’assalto contro Venezuela ed altri governi e popoli progressisti della regione, ha respinto il recente attacco statunitense contro Siria ed ha esatto la libertà dell’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva.
da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez/ Cubadebate

Categorie: News

Propongono Miguel Diaz-Canel come candidato alla Presidenza del Consiglio di Stato di Cuba

Cubadebate (italiano) - Gio, 19/04/2018 - 04:04

candidatura-cuba-5-580x398La Commissione delle Candidature Nazionale propone Miguel Mario Diaz-Canel Bermudez, come candidato alla Presidenza del Consiglio di Stato e del consiglio dei Ministri della Repubblica di Cuba, dopo che si è costituita l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare nella sua Nona Legislatura.  

Diaz-Canel fino al momento era primo vicepresidente del Consiglio dei Ministri, dopo avere occupato importanti responsabilità come dirigente del partito a Villa Clara e Holguin e come ministro di Educazione Superiore.

Il massimo organo di potere dello Stato cubano che presiede Esteban Lazo Hernandez, sceglierà oggi per voto segreto e diretto cinque vicepresidenti, un segretario e 23 membri in più del Consiglio di Stato in una giornata emotiva e trascendente alla quale ha assistito il Generale dell’Esercito, Raul Castro Ruz.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Irene Perez/ Cubadebate

candidatura-cuba-1-580x391plenario-580x387candidatura-cuba-3

Categorie: News

Governo venezuelano inizia operativo contro boicottaggio alla moneta

Cubadebate (italiano) - Mer, 18/04/2018 - 03:56
Tareck El Aissami

Tareck El Aissami

Il vicepresidente del Venezuela, Tareck El Aissami, ha annunciato questo martedì uno spiegamento di un operativo di intelligenza e sicurezza nazionali denominati “Mani di Carta”, per lottare contro le reti di contrabbando di vendita di carta moneta che cercano boicottare la nuova valuta, che entrerà in vigore in giugno.  

Come parte dell’operativo iniziato lunedì scorso, si realizzerà il sequestro di 596 aziende valigetta (fraudolente), presuntivamente implicate nella vendita di biglietti per destabilizzare le finanze e l’economia del paese, ha affermato El Aissami.

Inoltre, ha affermato che dopo il primo spiegamento, 86 persone sono state fermate, 133 conti bancari nazionali bloccati per essere vincolati con la vendita illegale di bolivar alla frontiera della Colombia, come il sequestro di tre miliardi di bolivar e grandi somme di pesos colombiani e dollari.

L’operazione è stata catalogata come una delle più grandi della storia del Venezuela, iniziata con l’obiettivo di disarticolare le bande criminali che operano con la vendita di valute con prezzi speculati, la vendita del denaro contante e contrabbando della moneta.

da TeleSur

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Fidel Castro: “noi abbiamo scelto il socialismo perché è un sistema giusto”

Cubadebate (italiano) - Mar, 17/04/2018 - 01:33

Fidel-297Il 16 aprile 1961 il Comandante in Capo Fidel Castro ha parlato al popolo congregato nell’angolo di 23 e 12 nel quartiere del Vedado, a L’Avana.

Le sue parole erano un tributo alle vittime del bombardamento crudele da parte degli aeroplani nordamericani in distinti punti della Repubblica di Cuba, in queste, riaffermava il carattere socialista della Rivoluzione quando esprimeva:

 “Compagni operai e contadini: questo è la rivoluzione socialista e democratica degli umili, con gli umili e per gli umili. E per questa rivoluzione degli umili, con gli umili e per gli umili, siamo disposti a dare la vita.”

Fidel, come studioso delle idee “martiane”, marxiste-leniniste e l’ideologia di Engels ha avuto sempre la premessa che il popolo è l’unico che dirige e governa un paese, evidenziandosi come la chiave dei successi della Rivoluzione Cubana, di lì le sue parole il 2 dicembre 1976, nella costituzione dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare:

“Il socialismo, elevato alla sua più alta espressione con le idee di Marx, Engels e Lenin, ci ha insegnato anche le leggi che dirigono lo sviluppo della società umana e le strade che conducono al trionfo definitivo della nostra specie, su tutte le forme di schiavitù, sfruttamento, discriminazione ed ingiustizia tra gli uomini.”

Su perché abbiamo scelto il socialismo, il 3 febbraio 1991, ha dichiarato:

“… noi abbiamo scelto il socialismo perché è un sistema giusto, un sistema molto più umano, un sistema di vera uguaglianza…”

Nelle sue parole durante il 40º anniversario della dichiarazione del carattere socialista della Rivoluzione Cubana ha affermato:

“Senza il socialismo Cuba, benché senza pretenderlo, non si sarebbe trasformata in esempio per molte persone nel mondo e nella portavoce leale e costante delle cause più giuste.”

 “Senza il socialismo le famiglie cubane non potrebbero vedere crescere i loro figli sani, istruiti, preparati, senza paura di che qualcuno li induca alla droga, od al vizio, o possano morire nelle loro scuole con l’intervento dei loro stessi compagni. Senza il socialismo Cuba non sarebbe, come lo è oggi, la più solida barriera nell’emisfero contro il traffico di droga, a favore, perfino, della società nordamericana.”

 

Testo e Foto: Fidel Soldado de las Ideas

traduzione di Ida Garberi

 

Categorie: News

Medico di Douma: “Non abbiamo visto un solo paziente con sintomi di avvelenamento da sostanze chimiche”

Cubadebate (italiano) - Sab, 14/04/2018 - 04:49
medico siriano

medico siriano

Nuove testimonianze smentiscono il presunto attacco chimico nella città siriana di Douma.

Mentre molti paesi occidentali non hanno esitato a incolpare Damasco per il presunto attacco chimico perpetrato nella città siriana di Douma, ma allo stesso tempo stanno emergendo sempre più segnalazioni che negano che ciò sia realmente accaduto.

Questa volta, è stato il Ministero della Difesa russo che è riuscito a trovare due partecipanti diretti del video sulle “conseguenze” del presunto attacco e parlare con loro, come rivelato dal portavoce di questo dicastero, il generale di divisione Igor Konashénkov. Questi sono due medici che lavorano nel pronto soccorso dell’ospedale della città.

“Uno degli edifici della città è stato bombardato e ai primi piani c’era un incendio”, ha ricordato Jalil Azhizh. “Ci hanno portato tutti quelli colpiti in quell’edificio, gli abitanti dei piani superiori hanno mostrato sintomi di soffocamento dal fumo del fuoco”, ha spiegato.
“Mentre venivano curati, una persona che non conoscevo è venuta e ha detto che si trattava di un attacco con sostanze tossiche”, ha aggiunto il dottore.

“Ci stavano filmando e qualcuno è venuto e ha iniziato a urlare che si trattava di un avvelenamento chimico”, ha raccontato un altro testimone dei fatti. “Questa persona, uno sconosciuto, ha detto che le persone erano vittime di armi chimiche.”.

“La gente si è spaventata, c’è stata una zuffa, le famiglie dei feriti hanno iniziato a riversarsi l’acqua l’una sull’altra, e altre persone che non avevano una formazione medica hanno cominciato a spruzzarsi medicine per l’asma in bocca”, ha continuato Azhizh sottolineando che non hanno visto “né un solo paziente con sintomi di avvelenamento chimico”.

Alla fine dell’intervista, i testimoni hanno indicato nel video pubblicato sui media le “conseguenze” del presunto attacco chimico.

“Voglio sottolineare che questi non sono messaggi impersonali sui social network o dichiarazioni di attivisti anonimi”, ha precisato il generale Konashenkov nel presentare l’intervista in una conferenza stampa. “Vorrei sottolineare ancora una volta che queste sono persone che hanno partecipato direttamente a questi pseudovideo”, ha ribadito il portavoce russo.
da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Sessanta Lulas nella Camera: deputati aggregano “Lula” al loro nome ufficiale nel Congresso

Cubadebate (italiano) - Gio, 12/04/2018 - 05:05

Todos-somos-Lula-580x369“Sessanta Lulas nella Camera”. Così ha intitolato il Partito dei Lavoratori (PT) brasiliano il comunicato col quale ha informato che tutti i suoi deputati incorporano “Lula” ai loro nomi ufficiali nel parlamento in protesta per la detenzione del loro leader la settimana scorsa.  

“Sollecito che sia realizzata la sostituzione nella Camera bassa del nome parlamentare di Paulo Pimienta per quello di Paulo Lula Pimienta”, secondo la richiesta presentata dal leader del blocco del PT al presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia, al quale ha avuto accesso AFP.

Richieste simili sono state inviate a tutte le legislature che abbiano un pannello elettronico, comprese quelle degli stati e dei municipi, ha spiegato un portavoce del partito questo mercoledì.

“È una forma di solidarizzarsi con l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva (2003-2010)”, ha detto prima di citare che anche la presidentessa del partito, la senatrice Gleisi Hoffmann, ha aderito.

Lula Hoffmann, ora, ha avuto un gran protagonismo durante quasi 48 ore nelle quali Lula si è rifugiato in un sindacato prima di consegnarsi alla polizia sabato scorso. Inoltre, la senatrice ha pubblicato nei suoi account delle reti sociali una foto dell’ex mandatario, con impresso il suo nome Lula ed una lettera “t” aggiunta che forma la parola “luta” (lotta in portoghese).

di AFP

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Requiem per un sogno: Lula in prigione

Cubadebate (italiano) - Mer, 11/04/2018 - 03:55

Lula da SilvaIn queste ore Luiz Inacio Lula da Silva si trova in una cella a Curitiba (capoluogo del Paraná), adattandosi a quella che sarà la sua casa per i prossimi 12 anni: la prigione.

Mentre Tony Blair viaggia per il mondo e George W. Bush si riposa nel suo ranch texano, Lula invece resterà lì, dietro a delle sbarre, per 12 anni. Eppure, Bush e Blair hanno causato centinaia migliaia di morti con l’invasione dell’Iraq (650,000 civili morti solo nel triennio da marzo 2003 a giugno 2006). Inoltre, lo stesso Governo Inglese nel 2016 ha messo nero su bianco, col Rapporto Chilcot, che l’invasione dell’Iraq fu un atto criminale ingiustificato ed ingiustificabile: fu promossa con menzogne, non v’erano armi chimiche, non si perseguirono soluzioni pacifiche e fu violato apertamente il diritto internazionale (se mai ne sia esistito uno).

Cosa può aver mai fatto Lula da essere messo in galera per 12 anni, mentre restano liberi i mandanti di migliaia di morti?

Semplice: ha dato voce ai lavoratori e cercato un Brasile migliore anche per loro.

Lula è responsabile dell’aver osato un modello socialdemocratico in Brasile, togliendo dalla povertà più abietta circa 40 milioni di cittadini brasiliani (il 20% della popolazione circa). Lula è responsabile dell’aver garantito accesso all’università a 500,000 studenti poveri, spezzando un privilegio di classe per cui l’operaio non può avere il figlio dottore. Lula è responsabile dell’ingresso massiccio della classe lavoratrice, in gran parte nera o mulatta, nella vita politica del paese, scardinando ciò che prima era un monopolio privato dei ricchi, in gran parte bianchi.
Tutto ciò poteva essere, e fu, tollerato di controvoglia nel periodo delle vacche grasse: il boom delle materie prime, i cui prezzi esplosero tra il 2000 e il 2014, fu come una marea che sollevò tutte le barche, grosse e piccine. Finché la Cina continuò ad inghiottire petrolio, ferro e grano a ritmi crescenti, l’economia brasiliana, come anche altre nel Sud del mondo, crebbe vertiginosamente e si poté dare qualche briciola anche ai lavoratori.

Però ciò non poteva durare e dunque, al ritirarsi della marea, ecco la reazione violenta della classe padronale che non vuole cedere i suoi privilegi di classe: la villa ad Ipanema, i figli ad Harvard, la Maserati e i Rolex al polso.

La caduta di Dilma prima e la prigionia di Lula poi mostrano dunque la fine ed il limite del sogno brasiliano. Mentre il Partito dei Lavoratori, con il Partito Comunista del Brasile, perseguiva i diritti dei lavoratori e una più piena democrazia sostanziale, entrambe le sentenze sono state emesse nel rispetto formale delle leggi e delle regole democratiche: il Parlamento ha votato, i tribunali si sono espressi.

Gli stessi organi dello Stato Liberale, all’interno del quale Lula e Dilma pensavano d’aver trovato un compromesso tra capitale e lavoro, hanno mostrato la loro vera natura di classe e, con argomenti falsi e pretestuosi, hanno stroncato il sogno socialdemocratico brasiliano.

Lula è oggi in una cella a Curitiba perché ha dato voce ai lavoratori e cercato un Brasile migliore anche per loro all’interno del sistema capitalista. Il compromesso socialdemocratico è sì possibile, ma solo sotto vincoli esterni: il boom delle materie prime per il Brasile o il Patto di Varsavia alle porte per l’Europa. Tolti quei vincoli, il capitale torna a reclamare profitti e vite. Ecco perché bisogna abbattere il capitalismo e le istituzioni liberali che ne sono figlie: perché quando il dado è tratto, lo Stato Liberale imprigionerà sempre i Lula e lascerà liberi i Blair ed i Bush.

di Frunze

dal Sito nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana

Categorie: News

Escludono giovani cubani dal dialogo con rappresentanti di alto livello dei governi a Lima

Cubadebate (italiano) - Mer, 11/04/2018 - 03:45

sociedad-civilI giovani cubani sono stati esclusi dal dialogo tra gli attori sociali ed i rappresentanti di alto livello dei governi, previsto per giovedì 12 aprile, evento parallelo all’VIII Vertice delle Americhe.  

La delegazione cubana al V Forum delle Gioventù che inizierà domani nel Centro Imprenditoriale di San Isidro, è composta da 10 giovani che sono stati accreditati all’evento ed ora sono stati esclusi dal dialogo di alto livello.

Questo forum è integrato da 150 giovani di tutte le nazioni presenti, dei quali 50 sono stati convocati al dialogo. Nessun cubano è stato incluso.

Questa manovra ingiusta e servile agli interessi imperialisti ha permesso la partecipazione di tre mercenari nel V Forum della Gioventù.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: Roberto Suarez

Categorie: News

Fuoco concentrato contro Venezuela

Cubadebate (italiano) - Mar, 10/04/2018 - 00:07

hugo-chavez-asamblea-constituyente-venezuela-580x326La strategia di sicurezza nazionale del governo razzista di Trump (dicembre 2017) è la sedicesima che si emette per la legge Goldwater-Nichols (1986), che aggiorna il coordinamento dei comandi militari di combattimento per regioni per imporre la politica estera suprematista ai governi e popoli del mondo.

Obama e Trump danno la priorità alla produzione di idrocarburi (fracking) poiché “la sicurezza nazionale è la sicurezza economica”. Per indebolire le entrate delle economie di Russia, Iran e Venezuela. Mentre la Cina l’attaccano con restrizioni commerciali. Trump basa “la salvaguardia della pace mediante la forza” colpendo l’economia dei suoi nemici adducendo, unilateralmente, la concorrenza sleale e la difesa dei diritti umani.

Da qui che l’estensione del decreto di emergenza contro il Venezuela, come una insolita e straordinaria minaccia, è l’approfondimento della guerra economica senza alcuna pietà.

L’elezione del Presidente della Repubblica, il 20 maggio 2018, è decisiva per la strategia della guerra di IV generazione degli imperialisti: rovesciare il presidente Nicolás Maduro.

L’ingerenza si impone a fuoco concentrato con tutto l’arsenale internazionali (giuridico, politico, militare, comunicativo, tecnologico e finanziario) per delegittimare il processo elettorale ed, a sua volta, distruggere ed impossibilitare l’economia produttiva, colpendo il livello di vita della popolazione. È la barbarie capitalista che si materializza nell’irrazionale principio: il fine giustifica i mezzi.

Il paradosso è che l’economia venezuelana funziona secondo le regole del capitalismo, ma le si attribuisce la responsabilità al modello socialista. Prova di ciò è che i tassi di profitti (plusvalenze) più alte si concentrano negli oligopoli privati che importano alimenti: Cargill, Procter & Gamble, Coca-Cola, Nestle, Heinz e Polar-Lorenzo Mendoza, tra altri; e le corporazioni farmaceutiche transnazionali: Bayer, Pfizer, Glaxo, Merck e Roche, integrate nella Camera Venezuelana dei Medicinali che, storicamente, sono state privilegiate dai dollari a tassi preferenziali, ciò che mantiene la dipendenza economica, l’inflazione indotta, la fuga di valute estere e la crescita del debito estero.

Il mondo deve sapere che il fuoco concentrato contro il popolo del Venezuela è scatenato dalla commercializzazione di beni e servizi, che libera la speculazione dei prezzi e la carenza di prodotti; avvalendosi del facile profitto del cambio illegale di dolar today e del contrabbando verso il confine principalmente verso la Colombia. Aggiunto il blocco finanziario e l’assedio economico che colpiscono il consumo di proteine, carboidrati, vitamine e minerali; traducendosi nella perdita di peso e misura della popolazione venezuelana.

Indigna vedere gli alimenti e medicine sugli scaffali con prezzi speculativi, senza poter essere acquistati dal popolo; così come la carenza di prodotti importati da società private. Qui il nodo gordiano delle due facce della moneta che strangolano il funzionamento dell’economia venezuelana.

Eroica è stata la resistenza del popolo venezuelano a costo della fame e sofferenza imposte dagli immorali imperialisti e gente senza patria che invocano la crisi umanitaria, ma congelano le risorse statali e negano i crediti internazionali per danneggiare l’acquisto di cibo e medicine sul mercato.

La priorità strategica è garantire l’economia socialista, produttiva, diversificata, efficiente, sostenuta e trasparente.

L’Assemblea Nazionale Costituente con le leggi approvate, il governo ed il popolo dobbiamo eseguire:

1.- La centralizzazione dell’acquisto e distribuzione delle importazioni di beni e servizi da parte dello Stato venezuelano, la riproduzione capitalista deve essere fermata.

2.- L’acquisto diretto ai primari produttori nazionali e controllare la distribuzione dei prodotti attraverso la rete di trasporto dello Stato venezuelano.

3.- La sostituzione delle importazioni di materie prime, beni, parti di ricambio, macchinari e attrezzature dei settori dei 15 motori produttivi, che possono essere prodotti rapidamente nella nazione al fine di integrare l’agricoltura con l’industrializzazione ed i servizi, per raggiungere la sovranità e sicurezza economica.

4.- Acquisizione progressiva e graduale del 40% della produzione e distribuzione nazionale da parte del sistema economico comunale del Comandante Hugo Chávez.

5.- L’uso della Petro moneta per attirare divise estere che garantiscano gli investimenti strategici dei 15 motori produttivi, posti dal presidente Nicolás Maduro e per l’acquisto urgente di alimenti e medicinali essenziali.

6.- Monitoraggio e controllo della pianificazione, produzione, distribuzione, trasporto, stoccaggio, commercializzazione, consumo e sostituzione degli investimenti produttivi attraverso un sistema di registro contabile digitale nazionale.

di Edgardo Ramirez

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

Foto: @RamonLoboPSUV/ Twitter

 

 

 

Categorie: News

Gaza, una notte con gli organizzatori della “grande marcia” alla viglia di un’altra giornata di lotta

Cubadebate (italiano) - Ven, 06/04/2018 - 03:24

GazaAttenti a quei popoli che non hanno più niente da perdere. O li sterminate dal primo all’ultimo o non vi daranno pace. Oppure, se davvero è la pace che volete, dovete  lasciare il campo alla giustizia. Questo potrebbe essere lo spassionato consiglio da dare a Israele dopo aver osservato dall’interno le dinamiche createsi a Gaza in questi decenni di sopraffazione e soprattutto dopo questi ultimi 11 anni di assedio.

La “grande marcia del ritorno” iniziata il 30 marzo con la giornata della terra è la risposta esasperata e forse definitiva allo strapotere israeliano che occupa la Cisgiordania e assedia Gaza. Secondo gli organizzatori la marcia non-violenta per ottenere i propri diritti andrà avanti fino al 15 maggio, giorno della Nakba, ma Israele, dall’alto del suo potere arbitrario e  senza antagonisti, ha già commesso una strage di innocenti venerdì scorso ed ha minacciato di commetterne una peggiore il prossimo venerdì per impedire che la marcia prosegua.

Davanti alla minaccia di un crimine le istituzioni preposte al rispetto del diritto internazionale dovrebbero intervenire Ma in questo caso non lo hanno fatto. Davanti all’esecuzione del crimine non potrebbero proprio non  intervenire. Ma non sono intervenute. Quindi Israele il prossimo venerdi commetterà una nuova strage come già minacciato, forte dell’impunità e del tacito assenso ottenuto col silenzio o tutt’al più il balbettio di governi e Istituzioni internazionali.

Questo lo sanno bene gli organizzatori della “grande marcia” eppure non demordono.

Siamo andati a passare una giornata con loro  per capire cosa li muove a sfidare la morte senza che sia visibile una vera e propria strategia vincente.

Siamo andati in uno dei punti caldi, a est di Khan Younis, dove venerdì scorso i cecchini israeliani hanno fatto tre vittime e un numero imprecisato di feriti, esattamente a  Khuza’a, cittadina già pesantemente colpita dall’aggressione israeliana del 2014, tanto che visitandola due anni dopo la sua distruzione si percepiva ancora l’accanimento feroce con cui Israele aveva voluto punire i suoi abitanti. Si percepiva, dalle ferite ancora aperte,  la volontà di sterminio che aveva guidato da terra e dal cielo quello che viene definito, per ossequio verso Israele, l’esercito più morale del mondo. Ma nonostante i suoi visibili sforzi e l’uso abbondante di armi, anche vietate,  contro gli abitanti di Khuza’a, l’Idf non era riuscito a eliminarli tutti e molti di loro, giovanissimi, con ferite nell’animo e a volte nel corpo che cicatrizzandosi hanno tolto loro la paura della morte, ieri sera erano là sul border, guardando disarmati – alla distanza imposta di 700 metri – il nemico armato al quale ripetono anche in questo modo la loro determinazione a resistere a costo della propria vita.
Compatti, giovani e meno giovani, uomini e donne, attrezzati con tende per dormire, per preparare il cibo, per offrire soccorso medico e per comunicare col mondo attraverso canali radio e internet, sono qui a migliaia ed hanno organizzato anche una danza a chiusura della giornata.

Chi scrive arriva sul posto scortata da persone che rendono sicuro ogni suo passo perché -  anche se sembra quasi di stare in una festa di paese animata da un caos apparentemente allegro – sia gli amici che le autorità locali non vogliono che i pochissimi occidentali presenti nella Striscia corrano alcun rischio.
Ci sono alcuni fotoreporter, nel concentramento di Khuzaa’a, che scattano foto e girano video che mostreranno al mondo la realtà, attività necessaria a far capire chi sia l’aggredito e chi l’aggressore, ma quelli che incontriamo sono tutti locali e l’occidente, si sa, subisce il “fascino” della narrazione israeliana anche quando stride violentemente con i fatti reali. E’ probabilmente per questo che accolgono l’arrivo di una testimone occidentale con un’accoglienza ancor più calda di quella che questo popolo di solito riserva agli ospiti. Questa testimonianza non avrà la capacità di rompere il muro eretto col favore dei media main strem, ma sarà comunque qualcosa, in fondo questo è il senso della stampa realmente indipendente, cartacea o on line che sia e loro lo sanno molto bene.

La folla che ha risposto alla chiamata degli organizzatori è composta da un popolo variegato  le cui differenze politiche non sono percepibili, perché militanti e simpatizzanti di ogni fazione sono tutti sotto l’unica bandiera palestinese mettendo in pratica, dal basso, quella riconciliazione necessaria e vincente che i vertici delle diverse formazioni politiche non sono ancora riusciti a realizzare.

Hanno raccolto un buon numero di pneumatici che bruceranno venerdì prossimo per coprirsi dietro una cortina di fumo che renderà più difficile ai cecchini mirare ai loro corpi e uccidere puntando al cuore e alla testa  oppure invalidare mirando al bacino come hanno fatto con centinaia di manifestanti lo scorso venerdì.
Passiamo qui alcune ore, fino a notte, intervistando in modo formale e informale uomini e donne, giovani e adulti, che con l’aiuto dell’interprete arabo parlano con noi in piena libertà e tutte e tutti ripetono che la paura ha lasciato il posto alla determinazione a ottenere il rispetto della legalità internazionale, quella stessa che viene regolarmente e impropriamente citata a difesa di Israele il quale non l’ha mai rispettata.
Chi con indubbia competenza, chi ripetendo in modo ingenuo di aver diritto a tornare nella propria casa, tutti fanno riferimento al Diritto internazionale e alla Risoluzione Onu 194 che, a parole, garantisce il loro diritto regolarmente violato.

Qui nella Striscia di Gaza la maggioranza della popolazione infatti vive nei campi profughi allestiti  dopo la Naqba, cioè la catastrofe che, nello stesso anno in cui veniva emanata la Dichiarazione universale dei diritti umani, vedeva il nascente Stato di Israele violarli  a danno dei palestinesi cacciati a centinaia di migliaia dalle loro case.

Avanziamo il dubbio che questa grande iniziativa sia un po’ la ripetizione di tante altre manifestazioni finite nel sangue e chiediamo cosa ci sia di diverso questa volta, a parte la durata programmata della grande marcia che dovrebbe chiudersi il 15 maggio.

Generalmente i palestinesi, quando li si intervista su questi temi, parlano di speranza ma questa volta al termine speranza hanno sostituito un avverbio: “kalas” cioè “basta”, e con una determinazione che qualche media filo-israeliano sicuramente definirà fanatismo o addirittura fanatismo antisemita, ripetono che la morte non li spaventa più e che preferiscono morire che seguitare a vivere senza libertà e senza diritti. Questo è il messaggio che vogliono mandare al mondo e che sono sicuri di riuscire a far arrivare. Diciamo ai nostri interlocutori che il mondo dei media e delle istituzioni segue la narrazione israeliana e ripete che questa grande iniziativa è organizzata e gestita da Hamas. La risposta è comune, sia da parte di chi appartiene alle fila si Hamas che da parte di tutti gli altri, ed in sintesi la risposta è “siamo al di là delle divisioni politiche e vogliamo che il mondo riconosca i nostri diritti“.

Tra gli attivisti  che intervistiamo c’è il giornalista free lance Walid Mahmoud, cittadino di Khuza’a, che ci rilascia una dichiarazione precisa e ci autorizza a pubblicarla , queste le sue parole tradotte dall’inglese:”Sì, la morte non ci spaventa, perché siamo persone che hanno perso molto negli ultimi anni e oggi in questo marzo non abbiamo nulla da perdere… negli ultimi anni l’occupazione israeliana ha commesso troppi crimini contro di noi … e ora non ci arrenderemo e continueremo a marciare fino a quando non vedremo azioni sul terreno, perché il troppo è troppo. Oltre 10 anni di assedio e tre aggressioni fanno di Gaza una realtà  invivibile, e noi dobbiamo mantenere ciò che rimane da Gaza anche se ci costerà la vita. Vogliamo i nostri diritti come qualsiasi altra persona su questo pianeta, la decisione delle Nazioni Unite dice che i profughi palestinesi devono tornare nella loro terra occupata e noi questo vogliamo…. Sono fotoreporter e attivista freelance di Gaza e sto lavorando duramente per sensibilizzare il mondo su Gaza. Il mio obiettivo nella vita è di far capire alle persone che sostengono gli oppressori che sono dalla parte sbagliata e vorrei vedere il mondo svegliarsi e permettere ai palestinesi di avere giustizia.
Mentre raccogliamo le nostre interviste, c’è chi ci porta il “qahwe” cioè il caffè palestinese al cardamomo, chi lo “shay” cioè il loro tè bollente alla salvia perché a quest’ora fa freddo, chi ci offre dolci o altro cibo, e nel caos di voci e musica ogni tanto si sente qualche colpo sordo, sono i soldati israeliani che sparano i tear gas il cui fumo si confonde con quello degli pneumatici bruciati.

Questa gente sa che venerdì prossimo Israele continuerà a offrire morte invece di accettare giustizia perché l’Onu non interverrà, ma loro resisteranno lo stesso e citano le parole di Arafat e di altri combattenti del mondo “preferiamo morire in piedi che vivere in ginocchio“  e intanto ci invitano ad assistere alla danza tradizionale che balleranno tutti insieme centinaia di uomini di ogni età. Non si tratta della dabka, ma della dhiya e la differenza non è piccola cosa perché la dhiya ha un preciso significato e forse qualche antropologo israeliano lo sa e farebbe bene a farlo sapere anche al suo governo. La dhiya è un’antica danza araba di origine  tribale che ha la funzione di sollevare gli animi, dare coraggio e creare entusiasmo collettivo prima di una battaglia. E’ insomma una danza di guerra che non porta alla resa.
Questo popolo, di fronte a un nemico tanto armato quanto spietato sta ballando a mani nude la dhiya. Questo significa che questo popolo non si arrenderà. Perché non ha più niente da perdere.
Israele ha solo due alternative:  o sterminare ogni individuo di questo martoriato popolo, ma non ci riuscirà, o vivere con l’incubo che ci sarà sempre qualcuno a presentargli il conto dei suoi crimini.
Se l’Onu, ormai screditata proprio dalla sua accondiscendenza verso i crimini israeliani riuscisse a prendere le giuste misure per condurre Israele nell’ambito della legalità la dhiya verrebbe danzata per festeggiare la vittoria della giustizia e non per prepararsi all’ultima battaglia.

Noi siamo solo osservatori e testimoni, quindi non ci resta che osservare e comunicare ciò che abbiamo visto e ciò che succederà nei prossimi giorni sperando, come umani e non solo come comunicatori, che dopo 70 anni possa esserci la sterzata giusta per interrompere questa mattanza di vite e di diritti.

Patrizia Cecconi
Gaza 5 aprile 2018

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Russia: Caso Skripal è una provocazione dei servizi segreti degli USA e del Regno Unito

Cubadebate (italiano) - Gio, 05/04/2018 - 03:28

skripalIl capo del servizio di intelligenza estera russo, Serguei Naryshkin, ha qualificato ieri il caso Skripal come una “provocazione grottesca” dei servizi speciali britannici e statunitensi.

“Nonostante il caso della provocazione grottesca del caso Skripal, fabbricato grossolanamente dai servizi del Regno Unito e degli Stati Uniti, alcuni degli Stati europei non si sono affrettati nel seguire ciecamente Londra e Washington, e preferiscono comprendere quello che è accaduto”, ha dichiarato Serguei Naryshkin in una conferenza internazionale sulla sicurezza, celebrata a Mosca.

Inoltre, Naryshkin ha esortato a “recuperare un dialogo sano” tra Mosca e gli occidentali, in questo caso dell’ex spia doppio russo, avvelenato in Inghilterra, per evitare una nuova crisi dei missili di Cuba.

“È necessario terminare con questo gioco irresponsabile che consiste in continuare a ravvivare il falò, e rinunciare alla forza nelle relazioni internazionali, per non portare le cose fino ad una seconda crisi dei missili di Cuba”, dichiarò Naryshkin.

“La comunità internazionale deve ritornare ad un dialogo sano (…)” ha aggiunto.

Londra ha denunciato che Russia sia la responsabile dell’attacco perpetrato agli inizi di marzo a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, per avvelenare con un agente neurotossico Serguei Skirpal, un ex agente doppio che ha lavorato per i servizi segreti britannici, e sua figlia Yulia.

Mosca nega queste accuse che condussero alla più grave crisi diplomatica tra Est ed Ovest dalla Guerra Fredda ed all’espulsione di circa 300 diplomatici tra le due parti interessate.

con informazione di AFP

preso da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

L’appello di Oliver Stone e Noam Chomsky per la libertà d’espressione di Assange

Cubadebate (italiano) - Mer, 04/04/2018 - 03:00

Julian AssangeRivolgiamo un appello al Governo dell’Ecuador affinché permetta a Julian Assange il suo diritto alla libertà di espressione.  Se mai c’è stato un momento in cui risultava chiaro che il caso di Julian Assange non è mai stato solo un caso legale, ma una battaglia per la protezione dei diritti umani fondamentali, è questo.
Citando alcuni messaggi di twitter critici sulla recente detenzione del presidente catalano Carles Puigdemont in Germania, e dopo quella che sembra essere la pressione degli Stati Uniti, della Spagna e del Regno Unito, il governo ecuatoriano ha istallato un dispositivo di blocco elettronico per evitare che Julian Assange possa comunicar in qualche modo con il mondo esterno attraverso Internet e telefono.
Per garantirne l’isolamento totale, il Governo ecuatoriano si rifiuta di permettergli di ricevere visite.
Nonostante due chiare sentenze delle Nazioni Unite, che descrivono a sua detenzione come illegale e che ne ordinano la liberazione immediata, Julian Assange è stato davvero incarcerato fin dal suo primo isolamento nella prigione di Wandsworth, a Londra, nel dicembre 2002.
Julian non è mai stato accusato di nessun crimine. Il processo svedese contro di lui ha collassato ed è stato ritirato, mentre gli Stati Uniti hanno intensificato i loro sforzi per processarlo. Il suo unico “delitto” è quello di un vero giornalista: dire al mondo le verità che l’opinione pubblica ha diritto di sapere.
Durante il Governo del precedente Presidente, il governo ecuadoriano ha resistito coraggiosamente contro il potere intimidatorio degli Stati Uniti ed ha concesso l’asilo politico ad Assange come rifugiato politico. Il diritto internazionale e l’etica dei diritti umani erano dalla parte dell’Ecuador.
Oggi, sotto la pressione estrema di Washington e dei suoi collaboratori, un altro Governo, in Ecuador, giustifica la museruola ad Assange, affermando che “il comportamento di Assange attraverso i suoi messaggi nelle reti sociali, mette in pericolo le buone relazioni che questo paese mantiene con il Regno Unito, il resto dell’Unione Europea e altre nazioni.
Questo attacco di censura alla libertà di espressione non sta avvenendo in Turchia, in Arabia Saudita o in Cina; accade proprio nel cuore di Londra. Se il Governo ecuadoriano non la smette con quest’ azione impropria, diventerà lui stesso un agente persecutorio invece di una coraggiosa nazione che ha difeso la libertà e la libertà di espressione. Se l’Unione Europea e il Regno Unito continuano ad essere parte dello scandaloso silenzio messo in atto intorno ad un vero dissidente fra di loro, significherà che la libertà di espressione in realtà sta morendo in Europa.

Qui non si tratta solo di dimostrare appoggio e solidarietà. Noi rivolgiamo un appello a tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani fondamentali affinché chiedano al Governo dell’Ecuador di continuare a difendere i diritti di un coraggioso attivista della libertà d’espressione, giornalista e denunciante.
Chiediamo che i suoi diritti fondamentali vengano rispettati sia in quanto cittadino ecuatoriano che come persona internazionalmente protetta; chiediamo che non lo si condanni al silenzio e che non venga espulso.
Se Julian Assange non ha libertà di espressione, non c’è libertà di espressione per nessuno di noi, indipendentemente dalla diversità di opinioni che possono esistere fra di noi.
Facciamo un appello al Presidente dell’Ecuador, Lenín Moreno, affinché ponga fine adesso all’isolamento di Julian Assange.

 

Firmano:

Noam Chomsky, linguista e teorico politico

Oliver Stone, regista

Yanis Varoufakis, economista, ex ministro della Grecia

Slavoj Zizek, filosofo, Istituto di Studi Umanistici Birkbeck

Vivienne Westwood, disegnatrice di moda, attivista

Pamela Anderson, attrice, attivista

John Pilger, giornalista e cineasta

Brian Eno, musicista

Alicia Castro, Ambasciatrice dell’Argentina presso il Regno Unito

Natalia Viana, giornalista di inchieste e condirettrice dell’Agencia Publica, Brazil

John Kiriakou, ex funzionario antiterrorista della CIA, già capo investigatore del Comitato dei Rapporti con l’Estero del Senato degli Stati Uniti

Ray McGovern, ex analista della CIA, assessore capo

Teresa Forcades, Monaca benedettina, Monastero di Montserrat

Jacob Appelbaum, giornalista freelance

Angela Richter, direttrice di teatro, Germania

Sally Burch, giornalista anglo-ecuatoriana

Charles Glass, scrittore anglo-americano, giornalista radio

Naomi Colvin, Courage Foundation

Chris Hedges, giornalista

Srecko Horvat, filosofo, Movimento Democrazia in Europa (DiEM25)

de L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Fady Marouf: in Siria, nessuna famiglia si è salvata dalla guerra

Cubadebate (italiano) - Mar, 03/04/2018 - 04:05

 

Fady Marouf

Fady Marouf

“Per questa libertà di essere strettamente legati con la parte essenziale, forte e dolce, del popolo bisognerà darlo tutto (…) se fosse necessario perfino l’ombra e non sarà mai sufficiente”.

Fayad Jamis

 

“In Siria, su centomila famiglie, può essere che ce ne sia una sola che non abbia ferite della guerra, tutte hanno morti, feriti, sfollati. Qualcuna è dovuta emigrare 4 o 5 volte, fuggire da casa sua solamente con i vestiti che aveva addosso, per un attacco terroristico”. Chi mi sta trasmettendo queste verità terrificanti è Fady Marouf, un giornalista siriano, collaboratore dell’Agenzia di Notizie Prensa Latina, di Cuba, che è venuto sull’isola caraibica per ricevere la ben meritata Distinzione Felix Elmuza che concede l’Unione dei Giornalisti di Cuba. Fady è un uomo molto coraggioso, molto riconoscente verso Cuba, perché grazie alle borse di studio che l’isola concede agli studenti del suo paese ha potuto studiare qui a Santa Clara “Letteratura Spagnola”, dal 1997 fino al 2003, ed in seguito è ritornato in Siria per incorporarsi nel Ministero di Comunicazione.

“Per me, Cuba significa tutto, qui ho imparato ad essere una persona coraggiosa, che ama la sua patria, ad appoggiare i più umili, a resistere, che cosa significa la parola resilienza, ho conosciuto persone che adesso considero come i miei fratelli”, mi dice Fady molto emozionato.

“Sono un ragazzo che proviene da una famiglia povera di una provincia del centro di Siria, Hama, vivo in Damasco per il mio lavoro e nella capitale è molto facile incontrarti con la morte. Io l’ho avuta a pochi metri ed a pochi secondi da me, mi sono salvato già 7 volte, ma il momento più pericoloso è stato quando i terroristi sponsorizzati dagli USA hanno messo un’autobomba, un giorno, alle tre del pomeriggio fuori da casa mia, tre anni fa, mi sono salvato per caso, sono stato ferito gravemente, ma la casa è stata distrutta. Per fortuna, mia moglie ed i miei figli non erano in casa, ma sono morte 6 persone del quartiere e 4 sono state ferite. Per spiegarti, il mio paese natale, Rabù, di 4000 abitanti, conta già 110 morti, tra civili e militari. Dopo il 2011, da quando è cominciata questo guerra genocida, l’unica cosa nuova che abbiamo potuto costruire nel paese è stato il Cimitero dei Martiri”.

Fady si accorge della mia espressione, triste ed arrabbiata nello stesso tempo e mi dice: “non so se puoi capirmi…….”. Ha ragione, io non so che cosa significa questa tragedia perché non ho mai vissuto personalmente una guerra, posso solo vergognarmi per il mio paese di nascita, Italia, che è il principale venditore di armi e mine antiuomo ai terroristi assassini in Siria, supposti “ribelli”, secondo i gringo. È che non posso continuare a scrivere senza fare una domanda retorica: fino a quando quelli sotto a sinistra permetteremo che i gringo ripetano lo stesso copione dell’Iraq, della Libia, affinché i popoli attaccati da loro possano contare solo morti o cimiteri?

“Mio cognato è stato sequestrato dall’Isis, nella provincia di Raqqa, e non abbiamo più saputo nulla di lui, la zona è già stata liberata e non si sono incontrati indizi su di lui, è già stato dichiarato morto. Sicuramente l’hanno decapitato per essere un poliziotto ed essere fedele a Bashar al Assad”.

“Quello che più mi infastidisce dell’ipocrisia degli USA è che chiamano questi assassini terroristici ‘moderati’: che cosa hanno di moderato dei criminali che decapitano la gente solo perché porta dei pantaloni corti che lasciano scoperte le ginocchia? Davvero non posso assimilarlo, mi sento molto impotente davanti alle menzogne dei governi occidentali”.

“Non capiscono che i mostri terroristici sono i loro ‘frankenstein’ di questa epoca, che si rivolteranno contro i loro padroni, morderanno la mano che li ha alimentati”.

“Gli Stati Uniti vivono inventando e raccontando menzogne ai popoli, i terroristi non solo sono pagati dai gringo, ma anche li evacuano per salvarli dagli attacchi dell’esercito siriano e perfino bombardano ipoteticamente ‘per errore’ le milizie fedeli al governo di Bashar al Assad”.

“È incredibile come tu, in Siria, puoi vedere terroristi che stanno sequestrando gente, secondo loro infedeli, per decapitarli ed in un canale di televisione straniero, nello stesso momento, stanno presentandoteli come difensori della pace e come moderati. Il Fronte al Nusra è il peggio di Al Qaeda, non ha niente di democratico, nessuno può ingannarmi!”.

“Ma scusatemi, assassini appoggiati dall’Arabia Saudita, una monarchia, cosa possono avere di democratico? Per sapere come è realmente l’Arabia Saudita possiamo chiedere alle donne saudite, che libertà hanno nel loro paese, dove le trattano come schiave?”.

“Israele è un altro dei nemici principali della Siria, sempre è stato preoccupato per il trattato di aiuti mutui tra Siria ed Iran, che è stato firmato negli anni ‘ 90. Iran c’appoggia con alimenti, medicine, armi e munizioni. In questo momento a Damasco i prodotti alimentari più economici sono gli iraniani”.

Fady mi racconta che dopo l’abbattimento dell’aeroplano F-16 israeliano due mesi fa, “Israele dovrà pensarci su prima di massacrare il popolo siriano solo perché ne ha voglia. Gli israeliani sono spaventati per la forte resistenza popolare (tipo Hezbola) e dell’esercito siriano nella vicinanza del Golan, territorio siriano occupato illegalmente da Israele”.

Fady continua a riferirmi che: “le potenze occidentali sanno bene che il nostro alleato più importante, Russia, ha già vinto la guerra, loro non vogliono ammetterlo, ma grazie alla capacità di questo paese di aiutarci in tutti i fronti, di rappresentarci nei dialoghi di pace, di lottare per una soluzione pacifica, già le loro menzogne non hanno molto effetto”.

Per concludere, Fady vuole chiarire che, come cittadino siriano, il futuro della Siria dipende dall’esercito siriano e che Bashar al Assad è l’unico garante dell’unità nel suo paese.

“Il pianeta deve capire che il nuovo ordine mondiale dipende dall’esercito siriano, ogni proiettile dell’esercito che ammazza un terrorista sta costruendo la pace, l’esercito siriano compie gli ordini perché è fedele, l’ha fatto con molti sacrifici, con le perdite di più di 100.000 militari, ma sa che tutto questo è molto meno che pagare il prezzo di ritornare al medioevo, come pretendono i jihadisti ed i giornalisti mercenari pagati dai mezzi occidentali, entrambi rappresentano una classe stipendiata dall’imperialismo più feroce”.

testo e traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

Pagine

Abbonamento a ANAIC- Circolo di Roma aggregatore - News