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Venezuela: i compiti immediati

Cubadebate (italiano) - Mer, 23/05/2018 - 03:44

Maduro-ChávezL’opposizione venezuelana ha sperperato, questa domenica, una possibilità unica di misurare le forze con il governo di Nicolás Maduro. Se, come dicono i suoi portavoce, dentro e fuori il Venezuela, gli oppositori contano sul favore della stragrande maggioranza della popolazione, perché non hanno presentato una candidatura unica che, forse, avrebbe potuto aprirgli la porta del Palacio de Miraflores e raggiungere, con mezzi istituzionali, la tanta anelata “uscita” del presidente Maduro?

Non l’hanno fatto, e la scusa era che non c’erano garanzie di onestà e trasparenza nel processo elettorale. Hanno dimenticato, o hanno preferito dimenticare, il giudizio dell’ex presidente USA Jimmy Carter -un critico del chavismo- quando, nel 2012, ha detto, nel discorso annuale al Carter Center, che “delle 92 elezioni che abbiamo monitorato, direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”.

Come se ciò non bastasse nei 23 processi elettorali che hanno avuto luogo, da quando Hugo Chávez assunse la presidenza nel 1999, mai si sono presentate prove concrete di frode al Consiglio Nazionale Elettorale. Tutto si è ridotto ad irate dichiarazioni ed accuse infondate, false come le stiamo ascoltando in questi giorni e che sono raccolte e riprodotte all’infinito da quella cloaca puzzolente di ciò che una volta fu il giornalismo: i grandi media egemonici in America Latina, incaricati di disinformare, meticolosamente, l’opinione pubblica.

Perché hanno disertato le elzioni, perché non hanno raccolto il guanto che gli ha lanciato Maduro?

Facile: perché neppure loro credevano alle proprie spacconate. Sapevano che non era vero che la maggioranza dell’elettorato avrebbe sostenuto l’opposizione; erano coscienti che per più proteste e lamentele che suscita la crisi economica e le poco efficaci risposte del governo il popolo venezuelano sa molto bene che gli oppositori sono l’oligarchia, superficialmente aggiornata, che per secoli lo ha oppresso e disprezzato. Così, invece di andare alle urne si sono dedicati a denunciare, in anticipo, che le elezioni sarebbero state fraudolente, un pretesto per evitare che la loro inferiorità numerica rimanesse registrata per sempre. Al posto di ciò hanno scommesso sull’astensione e sulla “via breve” per rovesciare Maduro con mezzi violenti e facendo affidamento sull’efficacia distruttiva delle pressioni internazionali. È la strategia del “cambio di regime” che gli USA promuovono da decenni. In linea con questa, la Casa Bianca si è posta a capo di questa offensiva ed ha ordinato alle sue pedine latinoamericane di lanciare un attacco frontale contro Caracas.

Per sfortuna dell’opposizione, l’astensione è rimasta molto lontana dalla soglia che stava aspettando per, in questo modo, delegittimare il trionfo di Maduro. In realtà questa è quasi identica a quella che si è verificato in Cile nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, dove il tasso di affluenza alle urne è stato anche del 46%, e non abbiamo sentito alcun pubblicista de impiegato della destra, che sostengono essere giornalisti, strapparsi per questo le vesti e mettere in discussione il trionfo di Sebastián Piñera. Ma una cosa è il Venezuela e un’altra è il Cile; il primo ha la principale riserva petrolifera del mondo, il Cile no.

Un indice comparativo della rappresentatività presidenziale, necessario per calmare le ansie delle anime buone democratiche, lo fornisce il rapporto tra i voti ottenuti da diversi presidenti e la popolazione elettorale. Sebastián Piñera è stato eletto presidente del Cile con il sostegno del 26,5% dell’elettorato; Juan M. Santos con meno ancora, 23,7%; Mauricio Macri, con il 26,8%; Donald Trump con il 27,3% e Nicolás Maduro, domenica scorsa, con il 31,7%. In altre parole, che si parla dell’oltraggio alla democrazia in Venezuela, come lo fa il Cartello di Lima, dovrebbe prima guardare un pò queste cifre e capire cosa esse significano.

Ma la Casa Bianca non sussulta davanti a nulla. Fedele a ciò che una volta disse a un giornalista del New York Times il signor Karl Rove (nel 2003, quando era il principale consigliere di George W. Bush) “noi ora siamo un impero, e quando agiamo, creiamo la realtà”, il governo USA ha creato la “realtà” di una dittatura per un governo che ha convocato 23 elezioni in 20 anni e che nelle due occasioni in cui fu sconfitto riconobbe immediatamente il verdetto delle urne. L’opposizione “democratica” non ha mai riconosciuto le sue sconfitte e ha immerso il paese nel caos e nella violenza di strada nel 2013 e 2017.

Ma gli USA hanno creato tale “realtà” ed i suoi impresentabili lacché di Lima si sono inmediatamente mobilitati per molestare il governo bolivariano e approfondire la crisi in Venezuela.

Non smette di essere una penosa tragicommedia che personaggi screditati come i membri di quella banda pretendono dare lezioni di democrazia al Venezuela bolivariano.

Il governo argentino, guidato da un demagogo che ha promesso mare e monti nella sua campagna per poi non adempiere tutte le sue promesse e che inoltre presiede un governo i cui protagonisti sono milionari che non rimpatriano le loro fortune, convenientemente alloggiate in paradisi fiscali, perché non si fidano nella sicurezza legale … che offre il loro stesso governo! oltre ad aver spazzato via la libertà di stampa e lo stato di diritto; il governo del Messico che, nei 6 anni di Peña Nieto, ha contato 40  giornalisti assassinati, fino a gennaio di quest’anno, e con un processo politico elettorale corrotto sino al midollo dal narcotraffico e dal paramilitarismo, con migliaia di morti e dispersi e dove 43 giovani di Ayotzinapa sono la piccola punta di un gigantesco iceberg di 170000 morti e oltre 35000 dispersi, negli ultimi dieci anni, senza che l’iperattivo segretario generale dell’OSA prendesse nota di quello che per lui è, sicuramente, una sciocchezza; quello della Colombia, un altro governo penetrato dal narco con un presidente che ha sabotato il processo di pace ed ha assistito, impassibile, alla incessante uccisione di leader sociali, a parte della sua provata partecipazione -come Ministro della Difesa- negli omicidi di massa all’epoca di Uribe, i “falsi positivi” e le fosse comuni che continuano ad apparire in tutta la Colombia; il governo del Brasile, presieduto da un conclamato corrotto che ha  progettato un colpo di stato e usurpato la presidenza di quel paese, e che conta sulla rachitica approvazione del solo 3% della popolazione e dello 0,9% delle intenzioni di voto.

Questi sono i personaggi che hanno l’audacia di vituperare il governo di Maduro qualificandoli come una dittatura. Non penso che nessun democratico nel mondo dovrebbe preoccuparsi dell’opinione che possono emettere soggetti con tante dubbie credenziali democratiche.

Pensando al futuro: con la ri-elezione di Maduro assicurata, con l’Assemblea Nazionale Costituente a favore del governo, quasi tutti i governatori e comuni non può esserci alcuna scusa per evitare di lanciare una lotta senza quartiere contro la guerra economica decretata dall’impero ed attaccare a fondo la corruzione (non solo quella praticata dalle grandi società, ma anche quella che purtroppo è radicata in alcuni settori della pubblica amministrazione) e combattere con forza le manovre speculative ed il contrabbando dei grandi agenti economici locali, pedine della strategia indigente progettata da Washington.

Sarebbe suicidal ignorare che le penurie che la popolazione venezuelana sta soffrendo hanno un limite. La bassa affluenza alle urne, questa domenica, è stato un segnale precoce di tale malcontento ed un pericoloso approccio a quel limite.

Il governo, con il potere che accumula nelle sue mani, deve agire, senza indugio, su due fronti: il politico, per resistere a una nuova ed imminente assalto dell’impero, che può giungere ad essere violento e che per farlo fallire sarà necessario approfondire l’organizzazione e coscienza del campo popolare. Ed il fronte economico, per risolvere i problemi della carenza, della scarsità, del circolante ed inflazione. In una parola: è necessario correggere la rotta e migliorare la qualità della gestione della politica economica per evitare che le penurie del popolo si convertano in delusione e questa, in assenza di una soluzione ai problemi, nella nausea che apre le porte alla rabbia de alla violenza. E, per favore, evitare per ora di impigliarsi in sterili discussioni sul cambio della matrice produttiva della rendita petrolifera e su tutto ciò che lo circonda. Questo è un programma di cambio strutturale che, con un pò di fortuna, per concretizzarsi richiede quindici o venti anni di continuità politica.

Pertanto, bisogna concentrarsi sui compiti immediati, almeno per ora. I problemi economici che colpiscono la popolazione e che il governo deve risolvere sono a brevissimo termine, oggi e domani, di una settimana al massimo. Se questi sforzi fallissero il futuro del governo di Nicolas Maduro potrebbe essere seriamente indebolito e la sua stabilità entrerebbe in una zona di pericolo imminente.

di Atilio Boron, dal suo blog

traduzione di Francesco Monterisi

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Il parlamentare russo Yushchenko spiega che in Venezuela «il popolo ancora una volta ha vinto la partita contro la CIA»

Cubadebate (italiano) - Mar, 22/05/2018 - 03:14

MaduroVittoriaAlexander Yushchenko è un parlamentare del Partito Comunista delle Federazione Russa, vicepresidente della Commissione per la politica dell’informazione della Duma russa. Secondo la sua opinione, il risultato delle presidenziali in Venezuela, dimostra che «il popolo ancora una volta ha vinto la partita contro la CIA, che lavora in Venezuela. I venezuelani sostengono il percorso avviato da Hugo Chavez, nonostante il fatto che i cosiddetti “esperti” statunitensi nel “regime change” stiano portando avanti la loro propaganda».

Yushchenko ha richiamato l’attenzione sugli svariati tentativi perpetrati dalla Central Intelligence Agency (CIA), al fine di fine di rovesciare il governo guidato dal presidente Nicolás Maduro. Secondo il parlamentare comunista quest’attività potrebbe aumentare d’intensità perché adesso l’unico obiettivo è quello di rovesciare il governo rivoluzionario.

In diverse occasioni, il governo del Venezuela ha denunciato i tentativi di diversi governi stranieri di bloccare le elezioni presidenziali in attraverso richieste di boicottaggio.

Nonostante tutto, però, Nicolás Maduro è stato rieletto presidente con 6 milioni 190mila 612 voti, mentre il suo rivale più vicino, il candidato Henri Falcón, ottenuto 1 milione 909 mila 172 voti.

Numeri che mostrano come il chavismo sia forza viva nel seno della società venezuelana.

da teleSUR

traduzione de L’AntiDiplomatico

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E’ deceduta Grettel Landrovell, una delle tre sopravvissute dell’incidente aereo a Cuba

Cubadebate (italiano) - Mar, 22/05/2018 - 03:07
Grettel Landrovell

Grettel Landrovell

Grettel Landrovell Font, una delle tre sopravvissuto dell’incidente aereo di venerdì scorso, che era ricoverata nell’Ospedale Universitario Calixto Garcia, è deceduta nel pomeriggio di questo lunedì 21 maggio 2018.

Nell’informazione della mattina di questo lunedì, il direttore dell’Ospedale Universitario Generale Calixto Garcia, Carlos Alberto Martinez, aveva precisato che tra le tre pazienti quella con prognosi più sfavorevole era Grettel, che era già stata operata due volte per un ematoma dentro il tessuto cerebrale, con un’incisione per decomprimere la zona e migliorare la circolazione, come risultato delle scottature nella schiena.

Landrovell, di 23 anni, nata ad Holguin e residente a L’Avana, era in stato critico estremo con alto rischio di complicazioni.

Col decesso di Grettel si alza a 111 la cifra dei morti nell’incidente aereo in cui un Boeing 737-200 affittato da Cubana de Aviacion all’azienda messicana Damojh, si è schiantato venerdì scorso dopo decollare dall’Aeroporto Internazionale Josè Martì, a L’Avana.

Nell’Ospedale Calixto Garcia rimangono in stato critico estremo con alto rischio di complicazioni Mailen Diaz Almaguer, di 19 anni, ed Emiley Sanchez de la O, di 39 anni, entrambe di Holguin.

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

foto: dalla pagina di Grettel Landrovell in Facebook

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Rafael Correa a Roma: “In Ecuador c’è un colpo di stato. Non c’è più stato di diritto e ci sono prigionieri politici ma all’Europa non interessa”

Cubadebate (italiano) - Sab, 19/05/2018 - 04:45
Rafael Correa

Rafael Correa

“In Ecuador un anno fa ha vinto la Revolucion Ciudana grazie a 10 anni di nostri successi straordinari, ma alla guida del paese c’è oggi un traditore che applica il programma delle destre, distrugge tutte le nostre conquiste sociali e si macchia di arresti arbitrari. In Ecuador sono tornati i prigionieri politici”. L’ex Presidente dell’Ecuador e una delle figure più carismatiche della stagione d’oro del progressismo in America Latina, Rafael Correa era a Roma nella giornata di ieri, giovedì 17 maggio, per denunciare l’arresto anticostituzionale di Jorge Glas e per partecipare ad una cena di raccolta fondi per le spese legali del suo ultimo vice-presidente. “Gli danno del corrotto. Ma per le spese legali servono soldi. Lo hanno arrestato senza una prova. Dove sono i soldi? Per la difesa serve lo sforzo di tutti per questo sono qui, per una cena di raccolti di fondi”.

Su Lenin Moreno, suo primo vice-presidente e oggi il principale nemico della Revolucion Ciudadana, solo parole di fuoco. “E’ un traditore. E’ un bugiardo. Mi definiva il miglior presidente della storia dell’umanità e oggi sono un corrotto, un autoritario. E’ un bugiardo. Sta distruggendo tutti i nostri risultati, le nostre istituzioni, il nostro partito. Perché non lo ha detto prima che era contro? E’ un bugiardo. Contro di me si sono aperti dei procedimenti penali che sono un assurdo e il tutto solo per arrivare ad una condanna di peculato che possa impedire di ricandidarmi. In soli due mesi hanno arrestato in modo anti-costituzionale il vice-presidente Glas e per la parola di un noto corrotto senza presentare una singola prova, è stato destituito sempre in modo anti-costituzionale il Fiscal General, e si applicano leggi in modo retroattivo. Non c’è più uno stato di diritto in Ecuador. Non c’è più democrazia perché non c’è più separazione di poteri nel paese. E’ in corso un colpo di stato”.

Sui suoi ex collaboratori, amici e sostenitori che hanno deciso di seguire la virata a destra di Moreno, Correa ha dichiarato come sia “davvero duro per me vedere persone con cui ho collaborato negli anni precedenti, che devono la loro posizione ai nostri successi, che oggi mi danno dell’autocrate. Ed è poi duro anche combattere ogni giorno contro le fake news che creano contro di me”, ha proseguito Correa.

Riprendendo anche il caso di Lula – “se fosse successo in Venezuela che il candidato sicuro di vincere venisse arrestato senza prove avremo avuto l’invasione il giorno stesso” – Correa non ha paura di dire che in America Latina “è in corso un nuovo Piano Condor.” In questo nuovo Piano Condor un ruolo importante lo hanno i mezzi di stampa. “Se sei dalla loro parte, sei un democratico anche se ci sono giornalisti e attivisti arrestati ogni giorno, se applichi politiche di sinistra che eliminano dalla povertà 92 milioni di persone sei invece un dittatore. Se Temer in Brasile fa un colpo di stato e Lula viene arrestato sicuro di vincere le sue elezioni tutto è democratico. Se Lenin Moreno sceglie politiche di destra e rompe l’ordine costituzionale c’è indifferenza dei media. Perché? Perché è passato dalla loro parte. Fosse successo in Venezuela un caso Lula o un caso Glas avreste avuto tutti i giorni le prime pagine per mesi che chiedevano interventi politici. Le grandi corporazioni dell’informazioni sono parte di questo nuovo Piano Condor”.

Il caso Assange, i 4 morti nella frontiera nord con la Colombia e la richiesta di aiuto alle organizzazioni internazionali da parte di Moreno, venendo alla politica internazionale Correa non ha dubbi sul “riallineamento” dell’Ecuador di oggi. “Moreno sta tradendo la Revolucion Ciudadana in politica estera”.

In America Latina è inutile nasconderlo c’è un cambio geopolitico in corso. Con l’appoggio della stampa internazionale, della speculazione e con diversi colpi di stato “blandi” è tornato il neo-liberismo. “Hanno distrutto l’Unasur con 6 paesi della destra che sono usciti, la Celac è congelata e tutte le straordinarie conquiste sociali sono a rischio. Abbiamo tirato fuori dalla povertà 92 milioni di persone. Semplicemente non lo hanno tollerato”. Sul futuro e sul “pendolo dell’America Latina” Correa non ha dubbi. “Torneremo a vincere. La Revolucion Ciudana vincerà nuovamente. Ma il problema è quando? Mi preoccupa il paese che troveremo e credo che solo una nuova Assemblea Costituente potrà rimarginare le ferite attuali”.

da L’AntiDiplomatico

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Venezuela alla vigilia di un’elezione storica

Cubadebate (italiano) - Ven, 18/05/2018 - 04:33

MaduroElezioniI venezuelani si preparano ad andare alle urne questa domenica in un contesto segnato dall’aumento delle tensioni politiche e nonostante le richieste di astensionismo di fronte alle complessità economiche.

Comunque, tutto è pronto per le elezioni presidenziali e l’elezione dei 251 membri ai consigli legislativi statali questo 20 di maggio.

Le attrezzature e il materiale elettorale destinati alle 14.638 sezioni elettorali che saranno attivate per le elezioni sono già nelle diverse entità federali del paese, tutte sotto la protezione del Plan República. Allo stesso modo, le ambasciate e gli uffici consolari nei cinque continenti hanno il materiale corrispondente per l’esercizio del diritto di voto all’estero.

Questa settimana le autorità elettorali hanno supervisionato il pre-invio del materiale alle comunità in tutto il territorio nazionale. Il test di connettività è previsto per giovedì e i centri di voto saranno installati questo venerdì. Il Consiglio Elettorale Nazionale ha ordinato che alle 6 di domenica mattina si tenga la costituzione dei seggi elettorali per dare inizio all’atto di voto.

Il presidente dell’entità, Tibisay Lucena, ha lanciato un appello martedì pomeriggio a tutti i venezuelani che sono stati selezionati per fornire il servizio elettorale obbligatorio a partecipare alle attività di formazione programmate e quindi devono assistere all’installazione e alla costituzione dei seggi.

Una delegazione di esperti della Centrale Elettorale della Federazione Russa accompagnerà l’evento elettorale in Venezuela.
Lo ha annunciato dopo la firma di un accordo di cooperazione con il potere elettorale venezuelano.

Dirittura d’arrivo

Durante tutta la campagna è prevalso un clima di pace e tranquillità. Il presidente del CNE ha ribadito l’appello ai media nel loro lavoro informativo affinché continuino a contribuire a garantire la pace e la civiltà durante la fase finale del processo elettorale.

Alcuni giorni prima delle elezioni, l’opposizione venezuelana riunita nel “Frente Amplio por la Liberación de Venezuela” ha lanciato nuovi appelli per proteste e manifestazioni nel rifiuto delle elezioni. Questo mercoledì c’è stata una mobilitazione nell’est della città di Caracas fino alla sede dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA).

Economicamente, lo scenario è difficile e il panorama rimane incerto per i venezuelani. L’elevata inflazione indotta dai tassi di cambio del dollaro nel mercato parallelo continua a devastare l’economia. L’aumento dei prezzi per prodotti alimentari, prodotti e servizi di base è praticamente giornaliero.

Poche ore prima delle elezioni, le pressioni economiche si intensificano, un chilo di carne arriva a costare tra i tre ed i cinque salari minimi. La speculazione continua la sua corsa, raggiungendo l’aumento di stipendio più recente.

L’aspettativa di tutti coloro che andranno alle urne è che dopo le elezioni presidenziali inizi una fase di ripresa economica e di potere d’acquisto. Tutti i candidati affermano di avere proposte e piani di governo per affrontare la crisi, essendo antagonisti dei due principali contendenti: Nicolás Maduro e Henri Falcón.

di Roxana Martínez – América XXI

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela

Cubadebate (italiano) - Gio, 17/05/2018 - 03:26
Kurt Walter Tidd

Kurt Walter Tidd

Gli Stati Uniti e i loro alleati preparano in silenzio un piano brutale per «mettere fine alla dittatura» in Venezuela. La prima parte di questo «colpo da maestro» (Masterstroke), già predisposta, dovrebbe essere messa in atto prima delle prossime elezioni. Se l’esito di questa offensiva, che sarà sorretta dall’intero apparato propagandistico e mediatico, nonché da azioni violente “in difesa della democrazia”, non sarà la cacciata del presidente Nicolas Maduro, il piano B è già pronto, coinvolgerà molti Paesi per riuscire a imporre una “forza multilaterale” che intervenga militarmente.

Panama, Colombia, Brasile e Guyana, appoggiati dall’Argentina e da “altri amici”, sono il fulcro dell’operazione, con la regia del Pentagono. Tutto è pronto: le basi militari, i Paesi confinanti che forniranno aiuto diretto mettendo a disposizione ospedali e riserve di viveri per i soldati.

Ecco il contenuto di un documento di 11 pagine, non ancora divulgato, che porta la firma dell’ammiraglio Kurt Walter Tidd, attuale comandante in capo del SouthCom degli Stati Uniti .

Nel documento si analizza la situazione attuale, si ratificano la guerra contro il Venezuela e lo schema perverso di una guerra psicologica che utilizzerà mezzi come la persecuzione, le molestie, le infamie, non solo per farla finita con i dirigenti politici, ma anche per prostrare la popolazione.

Il rapporto afferma che «la dittatura chavista traballa per i problemi interni, per la grave penuria alimentare, per l’esaurimento del filone dell’esportazione del petrolio, per una corruzione sfrenata. Il sostegno internazionale, ottenuto a colpi di petrodollari, si sta affievolendo e il potere d’acquisto della valuta nazionale è in caduta libera».

Questa situazione, che [i golpisti] ammettono di aver loro stessi creato, favoriti da una sconvolgente impunità, non cambierà. Ritengono quindi giustificate le loro azioni, poiché il governo venezuelano, pur conservare il potere, adotterà nuove misure «populiste».

Nel documento, può meravigliarci il trattamento riservato all’opposizione, un’opposizione manipolata, guidata e pagata dagli Stati Uniti. Vi si legge infatti: «Il governo corrotto di Maduro crollerà, ma, purtroppo, le forze di opposizione che difendono la democrazia e il livello di vita della popolazione, non posseggono le capacità per mettere fine all’incubo venezuelano», a causa di dispute interne e di una «corruzione paragonabile a quella dei loro rivali, con i quali hanno in comune lo scarso senso di appartenenza» che «non permette loro di sfruttare al meglio la situazione e di prendere le decisioni opportune per rovesciare lo situazione di penuria e precarietà in cui il gruppo di pressione, che esercita la dittatura di sinistra, ha sprofondato il Paese».

Nel documento si legge che ci troviamo di fronte a «un’azione criminale, senza precedenti in America Latina». Al contrario, il governo del Venezuela non ha mai agito per ostacolare i vicini, anzi ha sempre dato prova di un’intensa solidarietà regionale e mondiale. Il piano statunitense sostiene che «la democrazia si sta diffondendo in America, continente che sembrava destinato a cadere sotto il controllo del populismo radicale. Argentina, Ecuador e Brasile ne sono esempi. Questa rinascita della democrazia si fonda su scelte coraggiose ed è propiziata dalle condizioni della regione. È venuto il momento per gli Stati Uniti di mostrare di essere implicati in questo processo, in cui la caduta della dittatura venezuelana segnerà un punto di svolta per il continente».

E il presidente Donald Trump deve essere pronto agire: «Si tratta della prima opportunità per l’amministrazione Trump di portare avanti la propria visione della democrazia e della sicurezza. Dimostrare un attivo impegno è cruciale, non solo per l’amministrazione, ma anche per il continente e per il mondo intero. È il momento di agire».

Questo implica, oltre all’eradicazione definitiva dello chavismo e all’espulsione del suo rappresentante, lavorare per «incoraggiare l’insoddisfazione popolare, favorendo maggiore instabilità e penuria dei beni fondamentali, per rendere irreversibile la sconfessione del dittatore al potere».

Se si vuole andare più a fondo nell’arte della perversione contro-rivoluzionaria, basti leggere la parte del documento in cui si raccomanda di «diffamare il presidente Maduro, di ridicolizzarlo e presentarlo come esempio di goffaggine e incompetenza, un fantoccio agli ordini di Cuba».

Si suggerisce anche di esacerbare le divisioni tra i membri del gruppo al potere, di rivelare le differenze fra il loro livello di vita e quello dei loro sostenitori, di fare in modo che queste differenze si accentuino.

Il piano è portare a termine azioni folgoranti, come quelle di Mauricio Macri in Argentina e di Michel Temer in Brasile, due maggiordomi agli ordini di Washington. Personalità corrotte, diventate, per grazia imperiale, «esemplari esponenti di trasparenza», che hanno preso provvedimenti che in poche ore, con la precisione di un missile, hanno distrutto gli Stati nazionali.

Il documento, firmato dal capo del SouthCom, chiede di rendere il Venezuela ingovernabile, per costringere Maduro a esitare, per indurlo a negoziare o a fuggire. Il piano, che dovrebbe portare in tempi brevi alla fine della cosiddetta dittatura del Venezuela, prevede che venga «incrementata l’instabilità interna, fino a un livello critico, intensificando la de-capitalizzazione del Paese, la fuga dei capitali esteri e favorendo il tracollo della moneta nazionale, applicando nuove misure inflazionistiche».

Altro obiettivo: «Ostacolare ogni forma d’importazione e, nello stesso tempo, demotivare gli eventuali investitori stranieri, per contribuire così a rendere più critica la situazione della popolazione».

In questo documento di 11 pagine ci si appella anche «agli alleati interni e alle altre persone, ben inserite nel panorama nazionale, con l’obiettivo di provocare manifestazioni, disordini e insicurezza, saccheggi, furti e attentati, sequestro di battelli e altri mezzi di trasporto, mettendo così a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi». È utile anche «causare vittime, addossandone la responsabilità al governo, aumentare agli occhi del mondo le proporzioni della crisi umanitaria». Tutto questo richiede un uso corrente della menzogna. Occorre parlare di corruzione generalizzata all’interno delle istituzioni, «collegarle al narcotraffico per degradarne l’immagine sia sul piano interno sia davanti al mondo intero». Questo senza disdegnare di «incoraggiare lo sfinimento dei membri del Partito Socialista Unificato del Venezuela (PSUV), accrescerne l’irritazione per indurli a rompere clamorosamente con il governo e a rifiutare quelle misure restrittive che li opprimono, come opprimono il resto della popolazione; […] L’opposizione è così debole che bisogna rafforzarla suscitando frizioni tra il PSUV e Somos Venezuela».

E non è tutto, bisogna «strutturare un piano per incrementare la diserzione dei quadri più preparati, per privare il Paese dei professionisti più altamente qualificati; la situazione interna si aggraverà ulteriormente e anche questa colpa ricadrà sul governo».

Ingerenza militare

Come in un thriller, questo piano esorta a «utilizzare gli ufficiali dell’esercito come un’alternativa per una soluzione definitiva» e a «rendere ancora più dure le condizioni all’interno delle forze armate, per creare le condizioni per un colpo di Stato prima della fine del 2018, qualora la crisi interna non portasse al crollo della dittatura, o se il dittatore si rifiutasse di farsi da parte».

Prendendo in considerazione l’ipotesi che il piano di destabilizzazione interna non abbia successo, con evidente disprezzo per l’opposizione, il documento invita ad «alimentare in continuazione la tensione lungo il confine con la Colombia, incentivando il traffico di combustibile e altre merci, i movimenti dei paramilitari, le incursioni armate e di trafficanti di droga, per provocare incidenti con le forze di sicurezza di confine venezuelane »; chiama a «reclutare paramilitari, soprattutto nei campi di rifugiati della Cúcuta, della Huajira e nel nord della provincia di Santander, vaste zone popolate da cittadini colombiani che emigrarono in Venezuela e ora vogliono rientrare nel loro Paese per fuggire da un regime che ha permesso l’incremento delle attività destabilizzanti alla frontiera fra i due Paesi, sfruttando lo spazio lasciato vuoto dalle FARC [Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, ndt], la belligeranza dell’ELN [Esercito di Liberazione Nazionale colombiano, ndt] e le attività [paramilitari] del Cartello del Golfo».

Ed ecco la pianificazione del colpo finale: «Preparare il coinvolgimento delle forze alleate in appoggio degli ufficiali [ribelli] dell’esercito o per controllare la crisi interna, qualora esitino a prendere l’iniziativa, […] Fissare un termine breve per impedire al dittatore di allargare il proprio consenso e di continuare ad avere il controllo dello scacchiere interno. Se necessario, agire prima delle elezioni del prossimo mese di aprile».

Le elezioni si svolgeranno in realtà il 20 maggio, ma gli Stati Uniti e i loro alleati hanno già fatto sapere che non ne riconosceranno l’esito. Il punto cruciale è «ottenere l’appoggio e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana). Organizzare l’approvvigionamento delle truppe, l’appoggio logistico e sanitario da Panama. Fare buon uso dei vantaggi della sorveglianza elettronica e dei segnali intelligenti, degli ospedali e degli equipaggiamenti sanitari del Darién (giungla panamense), dell’equipaggiamento in droni del Piano Colombia, come anche dei campi delle vecchie basi militari di Howard e Albroock (Panama) e di quelle lungo il Rio Hato. Approfittare anche nel Centro Regionale Umanitario delle Nazioni Unite, attrezzato per situazioni catastrofiche e di urgenza umanitaria, dotato di pista d’atterraggio e di riserve proprie».

Siamo di fronte a uno scenario d’intervento che prevede di «Promuovere il posizionamento di aerei di combattimento e di elicotteri, di blindati, di stazioni d’intelligence, di unità militari speciali per la logistica (poliziotti, responsabili militari, prigioni)». […] Bisognerà che «l’operazione militare venga sviluppata sotto bandiera internazionale, con l’avallo della Conferenza degli Eserciti Latino-Americani, sotto l’egida dell’OSA [Organizzazione degli Stati Americani, ndt] e con la supervisione, in ambito giuridico e mediatico, del suo segretario, Luis Almagro». Sarà opportuno «dichiarare la necessità per il Comando Continentale di corroborare la propria azione utilizzando gli strumenti della democrazia interamericana, per evitare uno strappo della democrazia». E, soprattutto, bisognerà operare per «un’unità d’intenti di Brasile, Argentina, Colombia e Panama, affinché contribuiscano a incrementare le truppe, per poter sfruttare la loro vicinanza geografica e la loro esperienza in operazioni in zone di foreste e nella giungla. A rafforzare la dimensione internazionale dell’operazione contribuirà la presenza di unità di combattimento degli Stati Uniti e delle nazioni prima menzionate, sotto il comando dello Stato Maggiore Congiunto, controllato dagli Stati Uniti».

Stupisce che questo piano abbia potuto essere impunemente architettato, a danno delle popolazioni e nell’illegalità più assoluta. Esso chiarisce la ragione delle recenti manovre militari degli Stati Uniti nella regione, lungo la frontiera tra Brasile e Venezuela (Brasile, Perù, Colombia), nell’Atlantico del Sud (Stati Uniti, Cile, Regno Unito, Argentina); nel caso argentino le manovre sono state fatte in ottobre-novembre 2017, senza alcuna autorizzazione del Congresso Nazionale.

«Utilizzare le strutture del territorio panamense per le retrovie e le capacità dell’Argentina per garantire la sicurezza dei porti e delle posizioni marittime […],
-  Appoggiarsi su Brasile e Guyana per servirsi della situazione migratoria, che si intende incoraggiare alla frontiera con la Guyana;
-  Coordinare l’appoggio a Colombia, Brasile, Guyana, Aruba, Curaçao, Trinidad e Tobago e ad altri Stati, per gestire il flusso di migranti venezuelani provocato dall’evoluzione della crisi».

Il piano prevede anche di «promuovere la partecipazione internazionale a questo sforzo, facente parte di un’operazione multilaterale cui contribuiscono Stati, Organizzazioni non governative, corpi internazionali, fornendo adeguata logistica, servizi d’intelligence, supporto per sorveglianza e controllo. Occorrerà precorrere gli avvenimenti, in particolare nei punti più vulnerabili, ad Aruba, Puerto Carreño, Inirida, Maicao, Barranquilla e Sincelejo in Colombia, e a Roraima, Manaos e Boavista in Brasile». Ecco disegnata la mappa di una guerra d’ingerenza annunciata.

Informazione strategica

In quanto alla prospettiva strategica, bisognerà soffocare «la simbolica presenza di Chavez, emblema dell’unità e del supporto popolare», continuare a molestare il dittatore, «additandolo come unico responsabile della crisi in cui è precipitata la nazione», e i suoi più stretti collaboratori, altrettanto corresponsabili della crisi e dell’impossibilità di uscirne.

In un altro paragrafo del documento si invita a «intensificare il malcontento contro il regime di Maduro, […] a mettere in luce l’inefficienza dei meccanismi d’integrazione, voluti dai regimi di Cuba e del Venezuela, in particolare dell’ALBA (Alleanza Bolivariana dei Popoli della nostra America) e di Petrocaribe.

In quanto alla propaganda mediatica, il piano vuole incrementare la diffusione nel Paese, nei media locali e stranieri, di messaggi costruiti su testimonianze e pubblicazioni dal Venezuela, usando qualunque mezzo, inclusi i social network, per disseminare messaggi che «veicolino attraverso i media la necessità di mettere fine a questa situazione, ormai insostenibile».

In uno degli ultimi paragrafi del documento si parla di garantire, o addirittura di mostrare, l’uso da parte della dittatura di mezzi violenti, per acquisire l’appoggio internazionale, utilizzando «tutte le competenze dell’esercito degli Stati Uniti nella guerra psicologica».

In altri termini si tratta di costruire scenari fondati su menzogne, montaggi di notizie, foto e video truccati, insomma di utilizzare tutti i mezzi già usati nelle guerre coloniali del XXI secolo.

Altro punto, «Gli Stati Uniti dovranno sostenere sul piano interno gli Stati americani che li sostengono», risollevare la loro immagine e mettere in evidenza «il carattere multilaterale delle istituzioni del sistema interamericano, strumenti per la soluzione di problemi regionali; infine promuovere l’idea della necessità dell’intervento militare dell’ONU, per imporre la pace dopo che la dittatura corrotta di Nicolas Maduro sarà stata spazzata via».

di Stella Calloni

da Voltaire.net

Traduzione
Rachele Marmetti

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Iraq, la rivincita di al-Sadr

Altrenotizie.org - Mer, 16/05/2018 - 21:20

Dopo il sorprendente successo nelle elezioni di sabato scorso in Iraq, il leader politico e religioso sciita Moqtada al-Sadr, ha iniziato in questi giorni le trattative con gli altri principali partiti per la possibile formazione del nuovo governo del paese mediorientale. Grazie a un programma populista e nazionalista che ha sfruttato abilmente l’ostilità degli iracheni per la classe politica indigena, Sadr e la sua variegata coalizione hanno ottenuto la maggioranza relativa dei seggi in palio, creando non pochi grattacapi alle potenze con la maggiore influenza sulle dinamiche politiche di Baghdad, ovvero l’Iran e gli Stati Uniti.

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Al Nakba e la mattanza israeliana del popolo palestinese

Cubadebate (italiano) - Mer, 16/05/2018 - 04:14

strageGazaMentre scrivo le agenzie riportano 59 martiri a Gaza. Purtroppo, anche stamattina, mi compaiono solo i 43 nomi già scritti, più un altro.

Leila al-Ghandour, 8 mesi, morta stanotte per eccessiva inalazione di gas lacrimogeni. Otto mesi, infanticidio.

Erano 900 i feriti da inalazione. Ma ciò che conta e che in molti non sanno è che i lacrimogeni sparati dai cecchini israeliani, che si aprono all’impatto con il suolo o direttamente in aria, non contengono solo elementi urticanti, ma agenti altamente tossici che, se inalati per tempo più o meno prolungato, portano ad un arresto respiratorio. Per questo motivo, i villaggi della Cisgiordania, dove ogni venerdì si svolgono manifestazioni che vorrebbero essere pacifiche, ma che vengono disperse dall’uso delle armi israeliane, hanno sempre un’ambulanza dotata di attrezzi per la rianimazione. Il gas penetra nelle vie aeree ed in un primo momento brucia e chiude la gola. Mi direte, scappa, no? E no, perché bruciano e si chiudono anche gli occhi. E stavolta la fonte sono io.
Naturalmente, Leila non poteva scappare. Forse nemmeno dare segno di sofferenza. Forse, quando i genitori se ne sono accorti, era troppo tardi. Sono ipotesi, ma non tropo azzardate.
Ora, la domanda è : davvero Israele ha mirato i “terroristi”? O ha usato indiscriminatamente la sua forza armata?

Vi segnalo un altro caso, Fadi Abu Salmi. Nel 2008, durante Cast Lead aveva perso entrambe le gambe ma la sua menomazione fisica non ha mai domato la sua sete di giustizia. E così, per cinque venerdì si è recato al border, armato della sua piccola fionda. Dev’essere stato un duro affronto per i soldatini israeliani, la sfida di quest’uomo! Con che ardire si permetteva di sfidare loro, lui povero storpio?

E così ieri hanno fatto fuoco. Per uccidere. E con Fadi, chiunque abbia premuto il grilletto, ha perso la sua dignità e la sua umanità, posto ne fosse dotato. Adesso mi piacerebbe non leggere su Breaking the Silence, associazione israeliana che fa un lavoro pregevole, che il soldatino è pentito. Breaking the Silence è stata preziosa fonte di informazioni, almeno per me, durante Protective Edge, l’offensiva israeliana del 2014 contro la Striscia. Tramite i racconti dei soldati presenti all’invasione di terra, e non solo, è stato possibile sapere come erano indottrinati. Ma oggi no. Sei un soldato, presumibilmente nemmeno di leva? Il tuo superiore ti ordina ti sparare ad un handicappato che MAI potrà nuocere né a te né al tuo paese? Diserta, affronta il carcere, salva la faccia, non sporcarti le mani ancor più di quanto non ti facciano credere sia necessario. Non mi serve sapere che dopo aver ucciso Fadi a sangue freddo hai pianto, sei andato ad ubriacarti in uno dei lussuosi bar di Tel Aviv, hai abbracciato mammina e papino. E non serve alla famiglia di Fadi. E non ci fai più pena e rabbia, ma schifo.

Stessa sorte era toccata il 14 dicembre scorso ad Ibrahim Nayef Ibrahim Abu Thurayeh, 20 anni, gambe amputate e cieco. Ibrahim era al border a manifestare contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Anche in quel caso, un uomo senza gambe fu ritenuto un pericolo imminente per la salvezza dei cecchini che lo freddarono. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, “scioccato” per il fatto, chiese un’inchiesta indipendente.

Ieri, Il Kuwait, piccolo Paese arabo del Golfo e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, ha annunciato oggi che presenterà una richiesta per una riunione di emergenza dell’organismo esecutivo dell’Onu per i fatti a Gaza. Il Consiglio dovrebbe riunirsi oggi, dopo che Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un comunicato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un’inchiesta indipendente sugli scontri mortali nella Striscia di Gaza.

Nella bozza di testo che la France Presse è riuscita a ottenere, “il Consiglio di Sicurezza esprime indignazione e tristezza di fronte alla morte di civili palestinesi che esercitano il loro diritto a manifestare pacificamente”.

Il Consiglio “chiede un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire” che sia fatta luce a riguardo, ha aggiunto il testo.

Intanto, il Sudafrica ha convocato il proprio ambasciatore, il ministro degli Esteri iraniano,  Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che  “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo mentre protestano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e nel frattempo (il presidente Usa Donald) Trump celebra lo spostamento del’ambasciata illegale Usa. Un giorno di grande vergogna”.

Francia ed Italia condannano le violenze, ma oltre non vanno.

La Turchia ha invece accusato gli Stati Uniti di essere “complici” di Israele per il “massacro” a Gaza, dove oltre 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre stavano protestando contro il trasferimento del ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Purtroppo, gli Stati Uniti si sono messi a fianco del governo israeliano nel massacro di civili e sono diventati complici di questo crimine contro l’umanità”, ha detto ai giornalisti il primo ministro turco Binali Yildirim ad Ankara. “Condanniamo fermamente questo vile massacro”. In precedenza, il portavoce del governo turco Bekir Bozdag ha dichiarato su Twitter che “l’amministrazione statunitense è responsabile quanto Israele per questo massacro”.
Ed Abu Mazen? Il presidente palestinese si è limitato a  proclamare tre giorni di lutto e  ad affermare che “gli Stati Uniti non sono più un mediatore in Medio Oriente” e che la nuova ambasciata equivale a “un nuovo avamposto coloniale americano” a Gerusalemme.

Davvero di più non si poteva? Davvero una denuncia per crimini di guerra, dopo l’istruttoria presentata a L’Aia nel 2015, di cui io ho perso le tracce, non sarebbe stata più adeguata? Che ne è stato della I istruttoria? Congelata, ritirata o boicottata? Non sarebbe giusto che il mondo sapesse se gli eletti governano anche a L’Aia?

Intanto oggi ricorre anche il 70° anniversario della Nakba e sono attesi nuovi scontri, dal momento che nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce ai palestinesi in Palestina di manifestare pubblicamente lutto e dolore in questa data.

Al Nakba, la Catastrofe, è  il temine che sta a designare l’esodo forzoso della popolazione Palestinese costretta ad abbandonare le proprie terre e le proprie case, all’indomani della fine del mandato britannico in Palestina e della fondazione dello stato d’Israele, secondo quanto previsto dal Piano di Partizione della Palestina ( risoluzione 181 del 29 novembre 1947 ). Il 14 maggio 1948, alla scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion autoproclamò lo Stato d’Israele.

Il 15 maggio del 1948 l’esercito sionista invase i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.
L’Inghilterra facilitò la strada agli ebrei, arrivati da Europa, Russia e America, per creare il proprio stato su terreni altrui, per colonizzare lentamente Il territorio palestinese, a poco a poco e con ogni possibile mezzo e modo.

Se risulta vero che immigrazioni di ebrei in Palestina, si erano già registrate sin dagli inizi del 1900, è altrettanto vero che, con la Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, esse si intensificarono. L’allora ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour scriveva a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo Palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone, l’85% dei palestinesi, sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi, sono state cacciate dalla terra che divenne Israele. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare, o si sono ribellati, o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista, sono stati uccisi.

La comunità internazionale era al corrente di questa pulizia etnica, ma decise, soprattutto in occidente, di non scontrarsi con la comunità ebraica in Palestina dopo l’Olocausto. Le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia e dalla memoria. Sulle rovine dei villaggi palestinesi gli israeliani costruiscono insediamenti per i coloni chiamandoli con nomi che richiamano quello precedente. Un monito ai palestinesi: ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di far tornare indietro l’orologio. Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, goderla nel divertimento e nel piacere. È un strumento formidabile per un atto di “memoricidio”.

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese. Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa otto milioni di rifugiati e continua ad espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne del peggiore apartheid. Il tutto sotto lo sguardo complice della “comunità internazionale”.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.

Tutti i rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è sancito da una risoluzione ONU, la 194, una delle oltre 70 che Israele continua impunemente a violare.

di Paola Di Lullo

da L’AntiDiplomatico

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Trump, credibilità in caduta libera

Altrenotizie.org - Mar, 15/05/2018 - 21:11

“Fu lui a dettare l'intera lettera. Non l'ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull'eccellente salute dell'allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all'epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.

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Israele, terrore sugli inermi

Altrenotizie.org - Mar, 15/05/2018 - 21:02

Lo spettacolo raccapricciante delle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre a un centinaio di chilometri andava in scena un nuovo massacro dei palestinesi di Gaza, ha mostrato a tutto il mondo il vero stato e la natura del regime israeliano, per qualcuno ancora oggi l’unica “democrazia” esistente in Medio Oriente.

 

Allo stesso tempo, i fatti di lunedì hanno chiarito in cosa consista la promozione dei principi “democratici”, della “pace” e dei “diritti umani” da parte di Washington, ovvero nel via libera a repressione, violenza e genocidio in nome della difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

L’immagine forse più chiara di questo stato delle cose in Israele e in Palestina si è avuta con il discorso tenuto lunedì a Gerusalemme dal consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. Il marito della primogenita del presidente americano ha ribadito il pieno appoggio degli USA a Israele, poiché entrambi i paesi “credono nei diritti umani e nella democrazia”. Per questa ragione, spostare la sede diplomatica americana, legittimando l’occupazione illegale israeliana e calpestando i diritti e le aspirazioni palestinesi, “è [stata] la cosa giusta da fare”.

 

Non solo, per Kushner, l’iniziativa della Casa Bianca potrebbe innescare un processo per il quale “tutti i popoli [israeliano e palestinese] vivano in pace e in sicurezza, liberi dalla paura e con la possibilità di inseguire i propri sogni”.  Una dichiarazione che ha fatto seguito alle assurde parole di Trump, intervenuto in collegamento video con Gerusalemme, il quale ha confermato l’impegno di Washington per un “accordo di pace duraturo”.

 

Per il governo americano, come ha spiegato ancora Kushner, i palestinesi sarebbero i responsabili dei massacri commessi da Israele ai loro danni. “Coloro che provocano la violenza”, infatti, “sono parte del problema e non della soluzione”. La posizione ufficiale della Casa Bianca sui fatti di Gaza di lunedì è d’altra parte che le responsabilità vadano cercate nelle azioni “ciniche” di Hamas.

 

La cerimonia di trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme è coincisa con il 70esimo anniversario della nascita dello stato ebraico di Israele ed è stata appunto la testimonianza più chiara del fallimento del progetto sionista, basato sull’esclusività razziale e religiosa e sull’espulsione di massa di un intero popolo dalle proprie terre.

 

Immagini come quelle provenienti lunedì da Gaza hanno fatto in modo che Israele sia visto come un regime illegittimo e criminale dall’opinione pubblica internazionale e questa realtà non può essere in nessun modo cambiata dal sostegno incondizionato garantito dal governo americano, a sua volta l’altro principale fattore di destabilizzazione e generatore di caos e violenza in Medio Oriente.

 

Le ultime gravissime deliberate violenze contro i manifestanti palestinesi sono state il culmine della repressione da parte israeliana della mobilitazione chiamata “Grande Marcia del Ritorno”, iniziata il 30 marzo scorso a Gaza. La giustificazione di Israele per le azioni delle proprie forze armate consiste nella minaccia che rappresenterebbero le proteste palestinesi, ma in queste settimane non si è ancora registrata una sola vittima israeliana.

 

Il comportamento criminale di Israele è perfettamente coerente con le tendenze ultra-reazionarie e semi-fasciste del suo governo e dei suoi sostenitori internazionali, inclusi quelli non dichiarati, come la monarchia saudita. Dimostrazione di ciò si è avuta sempre lunedì a Gerusalemme, dove, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione Trump, hanno partecipato alle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata USA svariati personaggi pubblici i cui precedenti la dicono lunga sulla deriva di estrema destra della galassia che compone i difensori di Israele.

 

Tra di essi, erano presenti a Gerusalemme il miliardario americano Sheldon Adelson, finanziatore della campagna elettorale di Trump e degli insediamenti illegali ebraici nei territori palestinesi occupati, e il “falco” Joseph Lieberman, ex candidato democratico alla vice-presidenza USA e uno dei principali promotori della legge del 1995 sul trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Inoltre, ospiti di riguardo erano anche il predicatore battista americano Robert Jeffress, già anti-semita e noto islamofobo, e il fondamentalista cristiano John Hagee, protagonista in passato di commenti positivi nei confronti dei crimini hitleriani.

 

Un regime, come quello di Israele, che arriva a commettere atti di violenza deliberata nei confronti di un popolo sostanzialmente indifeso e costretto a vivere da decenni in un vero e proprio lager a cielo aperto non può d’altra parte che basarsi su un’ideologia reazionaria e razzista.

 

Se i principali responsabili dei massacri di palestinesi sono da cercare a Washington e a Tel Aviv, gli altri governi occidentali e quelli arabi sono quanto meno facilitatori dei crimini israeliani. Le condanne per “l’uso eccessivo della forza”, arrivate lunedì dall’Europa, dalla Lega Araba e, ad esempio, del regime egiziano, sanno di ipocrisia e, soprattutto in Occidente, continuano a equiparare assurdamente le violenze israeliane a quelle palestinesi, come conferma il puntuale richiamo a limitare l’uso della forza da entrambe le parti.

 

Il carattere distruttivo dello stato di Israele appare evidente infine anche dalla concomitanza dei festeggiamenti per il 70esimo anno della sua fondazione e dell’ennesima strage di palestinesi con le manovre per far naufragare l’accordo sul nucleare iraniano e spingere la regione sull’orlo di un’altra guerra rovinosa.

A contribuire a questa drammatica escalation delle violenze delle forze di sicurezza israeliane e delle attività di destabilizzazione del Medio Oriente è anche il disperato tentativo da parte del governo Netanyahu di allentare le pressioni interne, dovute sia alle crescenti tensioni sociali sia ai guai giudiziari in cui è coinvolto lo stesso premier.

 

L’evolversi della situazione sulla spinta delle azioni di Washington e Tel Aviv sta ad ogni modo generando serie preoccupazioni tra la comunità internazionale. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte americana e la repressione cruenta dei palestinesi hanno ormai di fatto messo fine anche alla farsa del processo di pace basato sulla formula dei “due stati”.

 

L’irresponsabilità dell’amministrazione Trump e il ricorso sempre più esplicito a metodi criminali da parte del regime di Netanyahu rischiano infatti di generare una situazione fuori controllo e di compromettere irrimediabilmente l’immagine di apparente imparzialità nel conflitto israelo-palestinese dietro alla quale si sono finora nascosti i governi occidentali.

 

Parallelamente, questi nuovi scenari mediorientali mettono in crisi anche i regimi arabi, il cui asservimento agli interessi americani e la sostanziale arrendevolezza nei confronti di Israele erano sostenibili, a fronte della ferma opposizione popolare, soltanto con il mantenimento di una prospettiva di successo, sia pure illusoria o a lunga scadenza, delle legittime aspirazioni del popolo palestinese.

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Nicaragua tra terroristi e fake news

Altrenotizie.org - Lun, 14/05/2018 - 20:10

La Conferenza Episcopale del Nicaragua ha annunciato l’inizio del dialogo convocando una prima riunione il prossimo 16 maggio e questo rappresenta un concreto passo avanti nella direzione di una soluzione politica per la crisi che vive il Nicaragua. E’ anche un successo della strategia di conciliazione voluta dal governo di Daniel Ortega, che nelle scorse ore ha dato via libera alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani affinché possa recarsi in Nicaragua e svolgere una sua inchiesta per determinare violazioni dei diritti umani ed eventuali responsabilità. Una scelta coraggiosa, che dimostra come il governo abbia poco e niente da temere sul piano delle responsabilità per il clima esistente.

 

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In Siria non ci sono basi iraniane, tutti i morti sono soldati siriani

Cubadebate (italiano) - Sab, 12/05/2018 - 04:02

FadyAll’alba del 10 maggio, l’Esercito israeliano ha attaccato per cinque ore installazioni che suppongono essere delle forze iraniane e varie batterie di difesa antiaerea in Siria. Tuttavia da Damasco assicurano che le forze attaccate dall’Israele sono 100% siriane.  

Fady Marouf, giornalista siriano collaboratore di Prensa Latina a Damasco, ha rivelato a Sputnik che i bersagli attaccati da Israele all’alba erano tutti batterie di difesa siriane. “L’Iran non ha niente a che vedere”, ha assicurato.

Sono state cinque ore di intenso combattimento tra Siria ed Israele e sono state le forze israeliane che hanno cominciato, come sempre l’hanno fatto durante i sette anni di guerra in Siria, ha affermato Marouf.

In più di 15 occasioni, l’Esercito di Israele ha attaccato Siria dal 2011, soprattutto in posizioni militari, centri di investigazione scientifica ed altri luoghi strategici.

In questa occasione, da Tel Aviv sostengono che la forza iraniana Al Quds ha fatto vari spari dal territorio siriano contro le truppe israeliane che occupano le Alture del Golan in Siria.

“Oggi il pretesto sono supposti attacchi contro basi iraniane: in Siria non ci sono basi iraniane”. “Abbiamo solo assessori iraniani che aiutano l’Esercito siriano nella sua lotta contro i gruppi terroristici, tutti i morti sono soldati siriani ed anche i feriti”, ha assicurato il giornalista.

Il Ministero di Difesa della Russia ha informato che nell’attacco contro il territorio hanno partecipato 28 aeroplani israeliani F-15 e F-16 che hanno lanciato circa 60 missili per cinque ore. L’Esercito siriano ha confermato la distruzione del 75% di questi missili, benché alcuni abbiano raggiunto i loro bersagli ed hanno distrutto brigate di difesa antiaerea, un deposito di approvvigionamenti ed anche una stazione di radar, ha precisato l’intervistato.

Come ha spiegato Marouf, Siria non aggredisce Israele dalla guerra Araba-israeliana del 1973. Da allora le forze israeliane attaccano perché non vogliono un vicino con un Esercito forte. L’Israele ci teme, ha affermato.

Il giornalista ha raccontato a Sputnik che all’alba dell’attacco gli abitanti siriani di Damasco sono usciti sui balconi e sono stati testimoni di come la difesa antiaerea ha distrutto i missili israeliani, mentre i soldati israeliani erano terrorizzati nei rifugi, ha commentato.

“Siria è un paese che vuole la pace ma oggigiorno il popolo e l’Esercito siriani sono molto più forti dopo sette anni di guerra”. “Non siamo disposti a cedere un passo indietro”, ha concluso il giornalista.

Da Sputnik Mundo

traduzione di Ida Garberi

foto: Fady Marouf

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Incendiano statua di Marx in Germania

Cubadebate (italiano) - Ven, 11/05/2018 - 00:42

Karl-Marx-1La statua inaugurata giorni fa nella città tedesca di Treviri con motivo del bicentenario della nascita del filosofo tedesco Karl Marx è stata oggi oggetto di un attacco piromane, ha comunicato la Polizia.

Sconosciuti hanno dato fuoco in ore dell’alba ad un stendardo che hanno legato alla statua di bronzo nella città natale di Marx. I pompieri sono accorsi a spegnere il fuoco e la scultura non è stata danneggiata.

La statua è stata inaugurata sabato scorso in mezzo alle proteste. La scultura, elaborata in bronzo e di dimensioni gigantesche -misura 5,50 metri di altezza – è un regalo della Cina ed è stata collocata in una piazza vicina alla Porta Nigra, una porta monumentale costruita all’epoca dell’Impero romano e qualificata come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco dal 1986.

La figura rappresenta un Karl Marx con la sua caratteristica barba, vestito con un soprabito e camminando. All’inaugurazione della statua c’erano più di 200 invitati famosi, tra loro, il viceministro di Informazione del Consiglio Statale della Cina, Guo Weimin.

Un portavoce di Treviri si è dispiaciuto dell’attacco. “Molte persone hanno manifestato la loro posizione durante la cerimonia di inaugurazione in forma pacifica e rispettosa. È una pena che altri abbiano tentato di causare danno.”

con informazione di DPA

traduzione di Ida Garberi

foto: El Mundo

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Mahathir e il terremoto malese

Altrenotizie.org - Ven, 11/05/2018 - 00:00

Il quasi 93enne ex uomo forte della Malaysia, Mahathir Mohamad, mercoledì ha sconvolto in maniera clamorosa gli equilibri politici nel paese del sud-est asiatico, guidando verso un inaspettato trionfo elettorale una precaria alleanza di opposizione che ha messo fine a oltre sei decenni di dominio ininterrotto del partito etnico malese UMNO (“Organizzazione Nazionale dei Malesi Uniti”) del premier uscente Najib Razak.

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Il Reggimento Immortale

Cubadebate (italiano) - Gio, 10/05/2018 - 04:42

regimiento-inmortal-02In una delle pagine di “Croniche del Crollo Sovietico” (Ocean Sur, 2014) ho raccontato il dolore e l’indignazione di vedere la bandiera della falce ed il martello resa davanti a quella delle stelle e strisce, con l’intervento di un presunto ufficiale delle forze armate russe. Era il 9 maggio 2001, appena 5 mesi dopo la scomparsa dell’URSS, e l’opportunismo, la confusione ed il tradimento avevano trasformato la celebrazione in una giornata luttuosa.  

Dopo studiare e conoscere meglio le forme di lotta non convenzionali del poderoso avversario, ho albergato i sospetti che questo poteva essere un montaggio demoralizzante, fatto con perfidia e premeditazione, per colpire l’orgoglio nazionale del gran paese euroasiatico, come si sono in seguito preparate la repressione e le manifestazioni in Libia, Siria, Venezuela, Nicaragua.

Il modo è simile alle simboliche macerie dei monumenti dedicati ai soldati sovietici nei paesi dell’Europa dell’Est, che hanno aiutato a liberare dal fascismo. Tutto ciò va congiunto con gli impegni delle università statunitensi ed europee, dove annida il più rancido pensiero conservatore contemporaneo, che si sforzano a riscrivere la storia e la diffondono con l’aiuto dei mass media delle multinazionali.

Le risposte davanti a fatti simili normalmente sono diverse ed eterogenee, ma nessuna supera quella che nasce dalle viscere del popolo. Nel 2012, sei anni fa, la popolazione della città russa di Tomsk ha dato l’esempio. La gente ha tolto dalle sue pareti, altari e bauli le foto dei suoi genitori e nonni, si è messa le loro medaglie, ha spiegato insieme le bandiere tricolore e quella rossa, ed è andata per la strada cantando gli inni e le melodie gloriose degli anni di lotta contro il fascismo.

Non hanno chiesto permesso a nessun partito, non si sono organizzati con nessun governo. Semplicemente, sono usciti a rivendicare la loro storia ed il loro diritto alla pace. “Il Reggimento Immortale”, hanno chiamato questa massa di cinquemila russi che alzavano come testimonio le foto dei loro cari accompagnati da uno striscione che proclamava, come le lettere di bronzo della tomba del soldato sconosciuto del Cremlino: “Nessuno è dimenticato, non abbiamo dimenticato nulla”. Hanno scosso tutta Russia.

L’iniziativa è stata assecondata immediatamente da decine di città russe e poi per tutto il paese. Uomini e donne di diverse idee politiche l’hanno abbracciata, e ciò ha unito ancora di più tutta la nazione. Si sono uniti i popoli di Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. L’esempio è stato imitato dai discendenti di russi e dai loro amici in decine di paesi del mondo.

A Mosca, la gran sfilata militare che ogni anno celebra la storica vittoria, è seguita dalla marcia del popolo che è stato, in tutte le epoche, il gran difensore della capitale russa. Il presidente Putin va come uno in più, con la foto di suo padre, marinaio, difensore di Leningrado.

Il Reggimento Immortale è tornato ad uscire oggi 9 maggio 2018 sulle strade di Mosca, di tutta la Russia e del mondo. I milioni di volti che si affacciano tra la moltitudine sono un’avvertenza per quelli che attizzano guerre, presuntuosi del loro messianismo ed eccezionalità, come quelli che 73 anni fa si sono arresi a Berlino. I popoli sono sempre saggi.

di Pedro Prada

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Le Nazioni Unite affermano che Cuba è un modello per la cooperazione Sud-Sud

Cubadebate (italiano) - Mer, 09/05/2018 - 03:25

cepal-4-580x387Cuba è un modello di cooperazione Sud-Sud e promozione dell’uguaglianza e dello sviluppo, ha dichiarato Alicia Barcena, capo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), lunedì durante una cerimonia che segna la Giornata Nazionale cubana.

“Cuba è un esempio rilevante di quanto può essere fatto a favore della cooperazione Sud-Sud”, ha dichiarato Alicia Barcena, segretaria esecutiva della CEPAL.

Barcena e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si trovano a Cuba per la 37ª sessione della CEPAL, il secondo incontro annuale ospitato dall’isola e il primo dal trionfo della rivoluzione, che si svolgerà a L’Avana dall’8 all’11 maggio e che segna il 70° anniversario dell’agenzia.

“La CEPAL e il governo cubano hanno più volte sottolineato l’importanza di un approccio globale allo sviluppo, vale a dire uno sviluppo in cui l’economia avanza, con progresso sociale e rispetto per l’ambiente, portando allo sviluppo sostenibile”, ha affermato Barcena.

Ha riconosciuto che Cuba ha lavorato e collaborato con altri paesi per rafforzare la sanità e l’uguaglianza, affermando che “si tratta di una crescita per l’uguaglianza e di uguaglianza per la crescita”.

Barcena presenterà un rapporto sulle prestazioni dell’agenzia negli ultimi due anni, denominato “L’inefficienza della disuguaglianza” e i partecipanti approveranno il programma per i prossimi due anni, durante i quali Cuba assumerà la presidenza di turno.

Lunedì, la CEPAL ha firmato un accordo con l’Unione Europea che si impegna a promuovere lo sviluppo sostenibile in America Latina e nei Caraibi.

Antonio Guterres interverrà alla sessione di apertura della riunione dell’agenzia, nella quale saranno presenti ministri e funzionari di 46 Stati membri e 13 paesi associati.

“È un grande piacere tornare a Cuba. Sono stato qui 20 anni fa durante un Vertice Iberoamericano e ho ricordi molto piacevoli dell’ospitalità della gente e dei contatti con i governi latinoamericani e le autorità cubane”, ha detto Guterres, di nazionalità portoghese, al suo arrivo sull’isola.

Dopo aver fatto una passeggiata al centro storico de L’Avana, Guterres ha tenuto un incontro a porte chiuse con il nuovo presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, presso il Palazzo della Rivoluzione, in cui hanno parlato dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile in un “tumultuoso e pericoloso teatro globale”, secondo i resoconti dei media statali.

da TeleSur

traduzione L’AntiDiplomatico

foto: Abel Padrón Padilla/ ACN

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CUBA-RECORRE LA HABANA VIEJA SECRETARIO GENERAL DE LA ONU

 

 

 

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Un esercizio di sovranità ed indipendenza

Cubadebate (italiano) - Mar, 08/05/2018 - 01:20

venezuela-elecciones-580x308A solo due settimane dai suffragi presidenziali di questo 20 maggio in Venezuela, la destra internazionale si scaglia duramente contro il nostro sistema democratico, tentando di ostacolare che il nostro popolo eserciti il suo diritto al voto per difendere la pace e la sovranità del paese.

È inaccettabile il recente pronunciamento del Parlamento Europeo che esige la sospensione delle elezioni in un’azione che può catalogarsi solo come una grossolana ingerenza ed una violazione alla sovranità del nostro Stato.

Il fatto più insolito, è che questa risoluzione sia stata spinta dai partiti politici che attentano contro i diritti civili e le libertà politiche dei loro cittadini nei loro stessi paesi. Bisogna solamente dare un’occhiata alla crisi dell’istituzionalità democratica in Spagna, per esempio, per rendersi conto che non hanno nessuna morale per giudicarci.

Da qui rifiutiamo la loro mancanza di rispetto ed intimiamo alla destra europea che si occupi dei gravi e degli enormi problemi che attraversano oggi i loro paesi ed i loro elettori, che ogni giorno perdono la fiducia nelle istituzioni dell’UE tale e come lo riflettono gli ultimi sondaggi.

Facciamo notare che questo stesso copione vuole seguirlo il fallito Gruppo di Lima, questo 14 maggio, dove condanneranno il nostro sistema democratico un piccolo gruppo di paesi che, oltre a non rappresentare gli interessi delle nazioni latinoamericane, attraversano profonde crisi politiche interne con golpe di Stato, rinunce di presidenti, incarceramento e persecuzione di dirigenti, repressione ed oppressione dei loro popoli.

Al contrario, i venezuelani e le venezuelane confidano nel loro sistema democratico. Il Consiglio Nazionale Elettorale è stato riconosciuto internazionalmente come un arbitro trasparente in più di 20 elezioni che abbiamo sostenuto quasi in due decadi di Rivoluzione Bolivariana.

Quello che osserviamo in questo momento è un popolo in campagna elettorale, mobilitato, cosciente, che assume il suo impegno col futuro della Patria e specialmente con la democrazia. Perché la nostra, come ha segnalato il presidente Nicolas Maduro, non è una democrazia di élite, è una democrazia “per i molti, e la cosa giusta è quella che è corretta per tutta la gente”.

Sappiamo che le elezioni del 20 maggio non si limitano ad un semplice atto di suffragio. Questo giorno, il popolo difenderà col suo voto il suo diritto ad essere libero e sovrano. Sarà una lezione di dignità per chi oggi, senza nessun altro motivo che l’ambizione di impadronirsi delle nostre risorse, ci sanzionano e c’accusano di essere una dittatura.

Dimostreremo al mondo che abbiamo un’autentica democrazia protagonista e partecipativa, consolidata nel nostro concetto di Socialismo Bolivariano, che inoltre costituisce l’unica opzione provata per garantire una Patria indipendente; per terminare di trasformare Venezuela in un paese-potenza. L’altra opzione, quella che offre l’oligarchia multinazionale, è la consegna della nostra sovranità monetaria, la privatizzazione, l’asta delle nostre ricchezze nazionali al migliore offerente; la repressione dei settori popolari, la miseria e l’esclusione delle maggioranze.

Convochiamo tutto il popolo, i partiti del Fronte Ampio della Patria, i movimenti sociali, ad utilizzare tutta la loro iniziativa, la loro creatività, la loro disciplina, la loro organizzazione, per rimanere ora dopo ora, casa per casa, giorno dopo giorno, attivati in questa ultima campagna in un’offensiva intelligente ed appassionata per la difesa del nostro diritto alla libera determinazione come paese.

Attenzione col trionfalismo! Che nessuno abbassi la guardia neanche un solo secondo! Non dobbiamo sottovalutare il nemico pericoloso che c’assedia che non è né la borghesia vende-patria né i partiti dell’opposizione. Il nostro nemico è e sarà sempre l’imperialismo statunitense ed i suoi alleati europei.

Questa domenica 6 maggio abbiamo dimostrato la forza del nostro meccanismo. L’esercizio efficace del simulacro ci ha permesso di scoprire qualsiasi debolezza, qualsiasi difetto che dobbiamo correggere nel cammino verso una nuova Vittoria Perfetta.

L’obiettivo fondamentale in questa tappa del contrattacco e spiegamento rivoluzionario, è assicurare la materializzazione del voto e minimizzare l’astensione. La nostra vittoria deve essere contundente. Il nostro voto come esercizio pieno di sovranità ed indipendenza è la nostra arma per sconfiggere il blocco economico e dirigerci verso una nuova tappa della Rivoluzione Bolivariana, col presidente operaio Nicolas Maduro al fronte, dove una volta per tutte schiacceremo le mafie della corruzione, finanziarie ed economiche che dissanguano il paese ed edificheremo, concretamente, un’economia che sia al servizio degli interessi del popolo.

In questa retta finale oltre ad appoggiarci tra noi come meccanismo essenziale, dobbiamo convincere perfino la coscienza di quelli che sono confusi, di quelli che ci contrastano, ma nemmeno credono nella proposta suicida della destra che privatizza e che è neoliberale: andiamo all’avanguardia, con precisione e costanza, per convincere le coscienze con la verità. Si tratta di un’elezione fondamentale, si tratta della lotta tra la vita e la morte; tra il socialismo liberatore ed il capitalismo sfruttatore; tra la Patria e l’anti-patria; tra la sovranità e l’ingerenza. Andiamo popolo alla battaglia, con passo fermo e deciso ad una nuova Vittoria Rivoluzionaria!

Con Chavez Sempre!

Tutti con Maduro!

Verso la Vittoria Economica!

di Adan Chavez Frias- (AVN)

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

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Gli Stati Uniti pianificano contro Damasco una nuova accusa di “attacco chimico”

Cubadebate (italiano) - Sab, 05/05/2018 - 04:31

siriaUna fonte vicina all’intelligence siriana ha rivelato che i servizi segreti statunitensi stanno preparando una nuova accusa di “attacco chimico” contro Damasco nei pressi del giacimento di idrocarburi di Jafra, nella provincia orientale di Deir Ezzor.

Nelle dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa russa Sputnik, la fonte ha specificato che la nuova messa in scena di Washington è guidata da un ex membro del gruppo terroristico Isis.

“I servizi speciali degli Stati Uniti stanno tramando una provocazione con l’uso di sostanze vietate in Siria. L’operazione, che consiste nel mettere in scena un attacco chimico contro i civili e diffonderla nei media, è organizzata da un ex terrorista dell’ISIS, Mishan Idris Hamash”, ha affermato.

Inoltre, si aggiunge anche che i preparativi per la messa in scena sono iniziati il 23 aprile scorso e, precisa, che per registrare il presunto attacco chimico l’ex terrorista e la sua squadra stanno già trasferendo civili in un territorio vicino al giacimento petrolifero di Jafra, situato a circa 27 chilometri a est di Deir Ezzor, vicino a una base militare statunitense.

Successivamente, la fonte siriana ha anche specificato che Hamash intende coinvolgere suo fratello, Mohamed Ramadan al-Idris e altre membri della sua famiglia, nelle riprese video.

Fonte, testo e foto: Sputnik

da L’AntiDiplomatico

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Cubano arrestato in Colombia ha ricevuto appoggio dalla Florida per attentare contro FARC, Gustavo Petro e l’ambasciata cubana

Cubadebate (italiano) - Ven, 04/05/2018 - 03:42

Cubano-detenido-en-Colombia-580x328Un cubano arrestato in Colombia ha confessato oggi che aveva come obbiettivo attentare contro il massimo leader dell’ex guerriglia delle FARC, Rodrigo Londoño, e l’aspirante di sinistra alla presidenza Gustavo Petro, proposito che è fallito all’essere internato in un carcere.  

“Io appartengo al ‘Movimento Giustiziere 51 ‘, le nostre operazioni sono  azioni militari contro gli interessi cubani all’estero, in questo caso l’Ambasciata cubana a Bogotà, od in Cile, come contro il leader smobilitato delle FARC, alias ‘Timochenko’”, ha segnalato Raul Gutierrez in un’intervista con W Radio.

Il cubano è in prigione dal 14 marzo, quando gli agenti della Procura Generale e la Polizia colombiana hanno bloccato un attentato che pretendeva  perpetrare contro cittadini statunitensi che lavorano per l’ambasciata di questo paese in Colombia.

L’arrestato ha aggiunto che contro Londoño, avevano organizzato un attentato in Armenia, zona dell’occidente colombiano. “Era una casa affittata da un collaboratore, in una strada pedonale di Armenia, e si sapeva già che sarebbe passato di lì, però non si è potuto concretare”, ha indicato.

Londoño ha dovuto ritirarsi dalla contesa elettorale in marzo per un infarto, ma proprio prima di quell’annuncio, in febbraio, ha percorso vari punti del paese, tra questi Armenia, dove è stato raggiunto da un’onda di manifestanti che gli gridavano “assassino.”

D’altra parte, Gutierrez ha aggiunto che era anche parte degli obiettivi militari della sua organizzazione il candidato per il movimento Colombia Umana, Gustavo Petro. “Contro quello che si sta postulando (alla Presidenza) e che prima era guerrigliero del M-19”, ha indicato.

Sulle fonti che finanziano il suo gruppo che svolge attentati terroristi, Gutierrez ha spiegato che provengono “dall’esilio cubano nella Florida e dall’estrema destra colombiana “, ma ha detto che per sicurezza non poteva rivelare nomi.

Gutierrez è stato inviato al carcere perché le autorità che lo seguivano hanno incontrato conversazioni telefoniche che dimostrerebbero i suoi vincoli col gruppo estremista Isis.

Secondo l’investigazione, il detenuto si comunicava con messaggi di testo con gruppi islamici da più di un anno. “Il suo obiettivo era uccidere cittadini nordamericani per dare forza a gruppi estremisti religiosi “, ha spiegato la procuratrice addetta al caso in quel momento.

Nonostante queste prove, il cubano, che ha offerto l’intervista dal carcere La Picota, nel sud della capitale, ha detto che questo è falso. “Se devo pagare per affermare che pretendevo fare degli attentati contro Petro e ‘Timochenko ‘, pago; ma non per fare attentati jihadisti contro persone nordamericane”, ha spiegato.

Gutierrez ha detto che è nato a Cuba nell’anno 1972, che ha studiato a L’Avana e che ha abbandonato Cuba per stabilirsi negli Stati Uniti, dove si  unito a gruppi contro il Governo cubano.

Con informazione di DPA

traduzione di Ida Garberi

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Lula dal carcere: “Brasile si deve ribellare all’agenda neo-liberista di Temer prima che sia troppo tardi”

Cubadebate (italiano) - Gio, 03/05/2018 - 03:01

LulaIl candidato alle prossime presidenziali in Brasile e prigioniero politico Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato un monito preciso: il governo di Michel Temer sta sviluppando un ordine del giorno contro le conquiste sociali del paese e ha invitato la nazione a combattere e resistere all’assalto neoliberista del regime.

In una lettera inviata in occasione della Festa dei lavoratori, Lula ha sottolineato la gravità della situazione economica, occupazionale e sociale del paese da quando Temer ha deposto con un golpe morbido Dilma nel 2016.

“La disoccupazione cresce e umilia le famiglie. In un paese con una forza lavoro di oltre 100 milioni di persone, solo 33 milioni hanno un salario pieno, il numero più basso degli ultimi 6 anni “, ha scritto l’ex presidente del Brasile (2003-2011) nella sua lettera.

Lula ha anche avvertito che, nel caso dovesse proseguire il corso “neoliberista”, i risultati democratici saranno abrogati, così come il diritto al lavoro, la protezione della legge e l’educazione, che sarà sempre più limitata.

L’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha anche denunciato che il nuovo regime sta vendendo il paese.  Il Brasile è “nel mezzo di una democrazia incompleta” con un presidente eletto “indirettamente” e non dalla maggioranza dei cittadini alle urne.

Allo stesso modo, Lula ha denunciato l’influenza della rete locale O Globo, che agisce come una pedina di un colpo di stato contro i media progressisti. Il leader di dice convinto che le persone sapranno reagire alla “egemonia mediatica” e tornare a pensare ad “un Brasile con più inclusione sociale, democrazia e felicità”.
Lula, nettamente in testa in tutti i sondaggi per le elezioni presidenziali ormai prossime in Brasile, è in carcere dal 7 aprile e sta scontando una pena di dodici anni per una condanna per presunte irregolarità finanziarie. Sul processo farsa consigliamo questa lettura.

 

da L’AntiDiplomatico

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