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L’assassinio ed il Golpe Maestro

Cubadebate (italiano) - Ven, 17/08/2018 - 05:38

eeuu-venezuela1Il fallito tentativo di assassinio contro il Presidente Nicolas Maduro e l’alto comando politico-militare chavista fa parte della flessibilità della guerra non convenzionale, ibrida o di IV generazione. E’ applicata dagli USA per ottenere il “cambio di regime” ed il cosiddetto golpe morbido contro i governi scomodi, come in Georgia, Ucraina, Brasile, Argentina ed ora Nicaragua, ognuno con le sue caratteristiche particolari. Parte di una concezione strategica e tattica che si adatta rapidamente, senza complicazioni burocratiche ed a basso costo, alle mutevoli condizioni del teatro di operazioni.

La mobilitazione di massa chavista e la fermezza della sua dirigenza politica di fronte alle guarimbas del 2014 e del 2017 hanno sconfitto il “golpismo dal basso”. Lo hanno sconfitto fulmineamente, nel 2017, con la convocazione e la partecipata elezione dell’Assemblea Costituente. Seguita dalla vittoria delle forze rivoluzionarie nelle elezioni regionali e, nel maggio di quest’anno, con la rielezione di Maduro.

Successivamente, un’opposizione demoralizzata e profondamente divisa non è stata neppure capace di ricomporsi politicamente dal colpo sofferto. Il risultato è che Maduro, con il supporto elettorale, non solo del chavismo, ma di settori non militanti, ma stufi di violenza e disordini causati dai golpisti, ha trasformato l’insurrezione controrivoluzionaria in un paese in pace. Si ricordi i chavisti e non chavisti, specialmente neri e poveri, linciati e persino bruciati come torce in pieno giorno. Il più emblematico, forse, il caso del giovane Orlando Figuera, ferito a pugnalate e bruciata la pelle nel 53% del corpo.

Se non si è potuto rovesciare Maduro “dal basso”, ora si tratta di colpirlo “dall’alto” per provocare la frattura sociale desiderata, stimolata anche dalla feroce guerra economica e dalle pressioni internazionali, a cui si sono prestati vari governi, di destra, dell’America Latina, tra loro, quello uscente in Messico e per non dire lo screditato Luis Almagro, segretario generale dell’impresentabile OSA.

Il tentativo di assassinio è fallito, ma tale opzione era contemplata da Washington e dall’pligarchia di Bogotà che ha trasformato la Colombia nell’altro centro operativo, insieme a Miami, del piano Golpe Maestro (GM) contro Caracas, approvato dall’ ammiraglio Kurt Tidd, capo del Comando Sud (CS). A Miami c’è un protagonista principale di questo complotto, il senatore Marco Rubio.

Dalle confessioni degli implicati, è stato in una fattoria vicina al confine colombiano-venezuelano dove si sono addestrati i due commando operatori dei droni caricati di esplosivo lanciati contro la tribuna in occasione della cerimonia per il 81esimo anniversario della Guardia Nazionale Bolivariana.

Hanno anche menzionato il leader dell’opposizione Julio Borge, stabilito nel paese vicino, come boss politico del piano. La stessa notte degli eventi, Maduro ha segnalato all’uscente presidente Juan Manuel Santos come responsabile della smantellata operazione.

Se l’assassinio avuto successo, si sarebbe aperto uno scenario favorevole: il vuoto di autorità, per promuovere un’azione golpista all’interno di una Forza Armata Nazionale Bolivariana presumibilmente decapitata, poiché data la natura della cerimonia era prevedibile la presenza del generale in capo Vladimir Padrino e di tutto l’alto comando militare proprio accanto al presidente.

Si creava anche una congiuntura propizia per un intervento militare, non necessariamente diretto dagli USA. Secondo l’ammiraglio Tidd, nel GM si sarebbe ottenuta la partecipazione delle forze della Conferenza degli Eserciti Americani, con il supporto politico dell’OSA.

Se il fallito piano, “forzare uno scenario di insicurezza generalizzata in cui elementi terroristi siano incanalati verso operazioni di omicidio politico, al fine di indebolire lo Stato venezuelano e terrorizzare le basi chaviste”, adduce una grande analisi del sito chavista Misión Verdad.

Con Ivan Duque alla presidenza, pupillo del fascista Alvaro Uribe, la minaccia dalla Colombia contro la Rivoluzione Bolivariana tende ad essere mantenuta od incrementarsi. Due giorni prima della sua presa di possesso, Uribe ha chiesto un colpo di stato militare in Venezuela ed ha suggerito che Washington lo promuovesse. Tre giorni dopo, il nuovo ministro degli Esteri, Carlos Holmes, ha offerto al leader dell’opposizione Julio Borge appoggio “incondizionato per riscattare la democrazia e la legalità in Venezuela”. Una settimana dopo è stato lo stesso Duque che ha manifestato che sperava in una transizione verso elezioni “libere” nel contiguo paese. Tutto questo, mentre noi riceviamo nelle nostre terre la visita di James Mattis, “Cane Pazzo”, capo del Pentagono , che termina il suo tour proprio a Bogotà. All’ordine del giorno, ha detto lui stesso, è incluso il Venezuela.

di Angel Guerra Cabrera

da La Jornada

tradotto da Francesco Monterisi

Categorie: News

Facebook rimuove la pagina di teleSUR English

Cubadebate (italiano) - Gio, 16/08/2018 - 02:53

facebookMala tempora currunt per la libertà di espressione in rete. Dopo la chiusura della pagina Facebook di ‘Venezuelanalysis’ adesso è il turno di teleSUR English. Evidentemente sul noto social network statunitense non è ben tollerata l’attività di informazione, precisa e corretta, sulla realtà latinoamericana. In particolare sulle vicende del Venezuela bolivariano. Uno tra i paesi maggiormente diffamati dal circuito (dis)informativo mainstream.

La pagina di teleSUR English è stata rimossa da Facebook per la seconda volta quest’anno senza alcuna motivazione specifica. La redazione dell’emittente satellitare fortemente voluta da Hugo Chavez, riferisce che «Facebook NON ha fornito alcuna spiegazione nonostante i nostri migliori sforzi per comprendere la loro logica. Questo è uno sviluppo allarmante alla luce della recente chiusura di pagine che non si adattano alla narrativa mainstream».

Questa l’unica comunicazione ricevuta da Facebook:

«Ciao,

La tua pagina ‘teleSUR English’ è stata rimossa per violazione dei nostri Termini d’uso. Una pagina Facebook è una presenza distinta utilizzata esclusivamente per scopi commerciali o promozionali. Tra le altre cose, le pagine che sono piene d’odio, minacciose od oscene non sono consentite. Prendiamo anche delle pagine che attaccano un individuo o un gruppo o che sono state create da un individuo non autorizzato. Se la tua Pagina è stata rimossa per uno dei motivi sopra indicati, non verrà ripristinata. L’uso improprio continuato delle funzionalità di Facebook potrebbe comportare la perdita permanente del tuo account.

La squadra di Facebook».

Anche noi de l’AntiDiplomatico ci troviamo a fronteggiare continui ostacoli e boicottaggi del social network. Da un po’ di tempo a questa parte, inoltre, ci viene negata la possibilità di creare post sponsorizzati. La motivazione? Secondo il social network sarebbero state rilevate attività sospette. Forse è il nuovo modo di definire quella che si profila come attività di censura.

In solidarietà con i colleghi di teleSUR English abbiamo deciso di rilanciare tramite i nostri profili social i loro articoli che Facebook ha deciso di censurare.

Invitiamo chiunque abbia a cuore la libera informazione a far circolare attraverso i propri canali social i contenuti di teleSUR English.

Siamo da tempo impegnati nella battaglia per la libertà d’informazione, contro il nuovo maccartismo scatenato nei confronti di chi, come i media alternativi, ogni giorno contribuisce a demolire i castelli di menzogne costruiti dai media mainstream per coprire le peggiori nefandezze compiute dall’Occidente. Non abbiamo intenzione di fare nemmeno un passo indietro su questo punto.

#BringBackTelesurEnglish

da L’AntiDiplomatico

Categorie: News

Padre Eterno

Cubadebate (italiano) - Mar, 14/08/2018 - 03:37

fidel-en-la-sierra-maestra1-580x371-580x327Amato Gran padre, scrivo queste linee dalla profonda  
e rotonda allegria che nasce in me al sapere che compirai 90 anni.  
Scrivere su di lei mi risulta un tanto difficile soprattutto perché non ho l’abilità che hanno molti per esprimere con esattezza quello che sentono per un uomo con caratteristiche mitologiche.  
Come scrivere senza cadere nei luoghi comuni.?
Come esprimere dalla mia piccola statura di uomo comune quello che rappresenta il suo esempio per i popoli oppressi del mondo.
Padre caro… .profeta di tempi aridi, di tempi luminosi e tristi.
Padre….. ostinato nel fare realtà le utopie e fermare gli uragani.
Padre ribelle, dalla Sierra Maestra ha portato la luce scarlatta che illumina i nostri passi e con lei il gesto libero che ci fa felici.
Padre di tutti… .ancora l’immagino correndo per la prateria come un cavallo fuggiasco alla ricerca della libertà.
Padre …sono un figlio distante che si domanda:
Come sarà quando oramai non camminerai su questa terra.?
Come sarà il sapore del fiori all’alba.?
Come sarà il colore delle cose semplici?
Padre eterno… .lo immagino purpureo e profondo
Padre ribelle …seminatore di fratellanze.
Karai guasu …padrone della parola e del vento
Padre caro… Capitano di aurore libertarie
Qui stiamo per seguire il suo esempio e costruire un mondo migliore.

Dalla vittoria sempre, Comandante eterno
Patria è umanità.

Ricardo Flecha
Paraguay, giugno 2016

da Cubadebate

traduzione di Ida Garberi

Categorie: News

TV Martí si vedrà a Cuba, promette il suo nuovo capo in cerca del denaro di Washington

Cubadebate (italiano) - Sab, 11/08/2018 - 00:59
Tomas Regalado

Tomas Regalado

Il nuovo direttore dell’Ufficio delle Trasmissioni verso Cuba (Office of Cuba Broadcasting-OCB), Tomas Regalado, ha annunciato, questa settimana, che Radio e TV Martí si vedranno “presto” in tutta Cuba, senza interferenze ed in alta definizione.

Milioni di dollari dei contribuenti USA vengono sprecati, ogni anno, per cercare di portare la propaganda di Miami in territorio cubano. Tutti i metodi tentati finora si sono scontrati con l’efficacia delle autorità nel bloccare i segnali, che costituiscono una violazione delle norme internazionali per l’uso dello spazio radioelettrico.
Regalado assicura, tuttavia, che tra circa sei mesi si avrà “una penetrazione totale in tutto il territorio di Cuba”, oltre a una nuova frequenza ad onda corta.

In un’intervista con il giornalista Óscar Haza, del canale di Miami Mega TV, ha descritto il progetto come una “rivoluzione tecnologica”. Il sistema si baserebbe su piccole apparecchiature che consentono di propagare il segnale in un raggio di “fino a circa 10 chilometri”. I primi test di funzionamento avrebbero già avuto luogo all’Avana, secondo l’ex sindaco di Miami.

“È una tecnologia che non esisteva e poiché non la conoscono è quasi impossibile che possano bloccarla”, ha detto Regalado, che dal suo insediamento ha promesso di riprendere l’aggressività contro Cuba.
“La linea è quella di tornare alle origini per adempiere la legge, per cui sono state create Radio e TV Martí. Entrambe si erano sviate a causa dei cambi nella politica estera (degli USA) e del fatto che si voleva mascherare la realtà”, ha detto, il mese scorso, in un’intervista a Notimex.

Tra le sue priorità c’è l’applicazione di tutta la tecnologia possibile affinché i cubani possano ricevere il segnale, anche attraverso i loro telefoni cellulari.

“Ci stiamo lavorando ed entro il prossimo ottobre avremo risposte tangibili dal punto di vista tecnico”, aveva anticipato.

Regalado ha aggiunto che il contenuto e la programmazione saranno “più attraenti, audaci ed aggressive”.

Dietro al denaro

Risulta perlomeno degno di nota che l’ “ottimismo” di Regalado e la formula magica per superare decenni di fallimenti arrivino proprio a pochi giorni dalla riunione, a Washington, dove si dibatterà il bilancio di Radio e TV Martí per il prossimo anno.

L’ossessione dei dirigenti dell’OCB è quella di mantenere il flusso del budget verso una società che non ha un solo successo a suo credito e che è stata sottoposta a diversi controlli per gli scandali di corruzione e malversazione di fondi.

Regalado, ex sindaco di Miami, ha detto ai giornalisti che il 5 settembre prossimo darà una presentazione nella capitale USA per sostenere i fondi dell’OCB, che aspetta essere gli stessi degli attuali, vale a dire circa 30 milioni $.
Tra le sue carte sotto il braccio c’è un video dei primi test, fatti all’Avana, con la nuova magica tecnologia.
“Quel video lo presenteremo a Washington come una esortazione alla Camera e del Senato USA, per sostenere il budget approvato del prossimo anno”, ha affermato Regalado.

La lotta per il denaro è stata contrastata. Il bilancio iniziale, per il 2019, presentato dall’amministrazione di Donald Trump prevedeva una riduzione dei fondi a favore dell’OCB ed altre strutture mafiose della Florida contro Cuba.
Tuttavia, la protezione del senatore di origine cubana Marco Rubio e del rappresentante cubano-americano Mario Díaz-Balart, hanno contribuito a mantenere il denaro per la politica contro Cuba ed addirittura ad incrementarlo.

Nuove tecnologie per un vecchio progetto

Anche con l’appoggio incondizionato dei legislatori anticubani, l’OCB e le sue filiali Radio e TV Martí hanno bisogno di convincere i loro superiori che hanno una qualche ripercussione su Cuba e che non stanno buttando via i soldi.

Quindi, l’uso delle nuove tecnologie è nella sua agenda da diversi anni.

Regalado ha ricordato, nella sua intervista, con Haza che il presidente Trump ha firmato, lo scorso maggio, un ordine esecutivo per la creazione della Forza Operativa di Internet contro Cuba, che include la partecipazione di Radio e TV Martí.

L’OCB era tra i presenti al primo incontro della Forza Operativa, che si svolgeva in una piccola sala conferenze in un seminterrato del Dipartimento di Stato, secondo quanto informato dall’agenzia AP.

Oltre a Radio e TV Martí, formano anche parte dell’operazione l’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e Freedom House, tra altre organizzazioni e attori “non governativi”, che saranno coordinati dal Sub-segretario aggiunto ad interim per gli Affari Emisfero Occidentale, John S. Creamer.

L’OCB ha esperienza nel campo delle aggressioni contro Cuba con l’uso di nuove tecnologie. Un rapporto del New York Times ha mostrato come nei suoi uffici centrali si registrano, al mese, più di 15000 DVD con propria programmazione ed altri materiali, che successivamente saranno distribuiti illegalmente a Cuba.

Inoltre, Radio e TV Martí sono state dietro a Piramideo, un servizio simile ad una rete sociale che utilizza messaggi di testo nazionali per creare una piattaforma ed ottenere influenza sulla società, molto simile all’idea di ZunZuneo

Una storia di fallimenti

L’OCB è una reliquia della Guerra Fredda progettata per emettere propaganda nemica e condurre operazioni psicologiche contro Cuba. Funziona come un’istanza federale soggetta al Board of Governors on Transmissions (BBG).

Durante il governo di Ronald Reagan, iniziarono le trasmissioni di Radio Martí ed il 27 marzo 1990 spinte dal successo dei programmi sovversivi nell’Europa orientale, fecero il salto alla televisione.

Il primo metodo utilizzato per le trasmissioni fu un aerostato a 3000 metri di altezza negli isolotti del sud della Florida. Quando un uragano distrusse l’artefatto, iniziarono ad usare un aereo militare EC-130, appartenente ad un’Unità di Guerra Psicologica delle Forze Armate USA.

Sebbene provarono anche con altri velivoli, il segnale è stato sempre efficacemente bloccato dagli specialisti cubani ad un costo relativamente basso.

Queste aggressioni radioelettriche influenzano il normale funzionamento delle telecomunicazioni nazionali e violano direttamente la lettera e lo spirito di numerosi accordi internazionali, ciò che è stato denunciato dal nostro paese in vari forum.

Un’ispezione di routine, a metà del 2014, ha rivelato un vero disastro negli uffici centrali di Miami ed ha riportato un basso livello morale tra il personale, mancanza di trasparenza nel processo decisionale e corruzione nella gestione delle diarie e di altre risorse.

L’OCB è stata anche coinvolta in uno scandalo al realizzare pagamenti illegali a decine di giornalisti di Miami, tra il 1998 e il 2002, in violazione delle leggi USA. Questi stessi professionisti, che dovrebbero lavorare in modo imparziale, hanno scritto articoli e rapporti ostili e discriminatori su Cuba ed in particolare sul caso dei Cinque.

di Sergio Alejandro Gomez, Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

 

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Riforma costituzionale, ramoscelli magici?

Cubadebate (italiano) - Gio, 09/08/2018 - 02:09

cubaSembrerebbe che non siano tempi per le favole a Cuba, benché si possa presagire che a partire dal 13 di agosto vivremo, come cittadini della Repubblica, un periodo molto peculiare che, come in una curiosa leggenda, avremo la possibilità di trasformare il tutto in un miracolo o lasciarlo sterile.  

Quando è nelle nostre mani la possibilità di discernere sul Progetto di Costituzione —che ha ricevuto recentemente l’approvazione parlamentare—, è come se per ogni capitolo ci consegnassero —come in una famosa favola—un ramoscello magico, con il quale, in base alla nostra posizione, lo faremo, o no, brillare di mille colori.

Si potrebbe affermare che questo processo costituirà la più provocatoria prova di maturità civica alla quale dovremo affrontarci noi cubani negli ultimi anni. Ciò succede —ed è necessario riconoscerlo in anticipo—dopo una lunga tappa nella quale questo tema ha sofferto un silenzio inquietante e non poche sottovalutazioni.

Le preoccupazioni in questo senso sono sorte da molte parti, da alte personalità della storia nazionale, e perfino negli intellettuali e nelle istituzioni.

Benché l’affermazione risulti controversa, e perfino discutibile, sembrava come se nel nostro paese “l’abitante” avesse superato “il cittadino” in molti spazi, per ragioni che da tempo —soprattutto dopo l’inizio del processo di attualizzazione del modello socialista e del suo accento di istituzionalizzazione —, avrebbero dovuto trascendersi.

La profonda condizione di “cittadino” non si eredita nell’atto della nascita in nessun spazio geografico, piuttosto si raggiunge, o si merita. Affinché questo si sviluppi, e finalmente si incarni, come ho difeso più volte in questa colonna, bisogna assumere un impegno serio con la complessa genetica sociale del paese.

I risultati di un’indagine del Centro degli Studi Giuridici del Ministero di Giustizia che consideravano alcuni anni fa la strategia di comunicazione per il rinvigorimento della cultura giuridica, a partire dalla percezione sociale, rivelavano i deficit che persistono in questo campo, ed i rischi che ciò implica per Cuba e la sua Rivoluzione per il carattere trasversale del Diritto.

In un intenso dialogo con gli studenti universitari, l’intellettuale Alfredo Guevara, integrante della generazione che ha combattuto la Rivoluzione e che ha abbordato con autorità e trasparenza le sue sviste, ha insistito sulla necessità che il sistema educativo, a tutti i livelli, e le istituzioni della società, appuntino ad un’educazione non solo sulla patria, ma anche sulla civiltà, per vivere in società.

Guevara reclamava l’urgenza di avere dei “cittadini”, e non solo gente che vota alle elezioni, o che esprime la sua opinione in un momento determinato, e che siano persone che vengano ascoltate, perché uno dei principi per arrivare ad essere “cittadino” sarà che il Potere Popolare smetta di essere solamente popolare e, si trasformi veramente in potere. Quanto detto prima, cioè come possano trascendere i due concetti di cittadino ed abitante, comincia a prendere precisamente forma dalla concezione stessa del testo costituzionale, che si sottometterà a dibattito nazionale.

Questo cittadino al quale aspiriamo richiede perfino una rifinitura più completa, come anche lo definiva l’integrante della Generazione del Centenario, Armando Hart Davalos, che affermava che doveva alimentarsi in un insieme di cultura, etica, diritto e politica solidale. Solo con un prestigio simile si possono affrontare, con l’altezza necessaria, i temi più infiammati che propone il nuovo progetto costituzionale, in un contesto in cui si rende più complessa, come non mai, la costruzione dei consensi. Con questo esercizio costituzionale non solo stiamo conquistando i nostri diritti, bensì consacriamo quelli degli altri, con un lucido senso di sensibilità e giustizia, insieme alla proclamazione di doveri supremi.

Non a caso Hart notava che quell’eredità del Diritto ha avuto tanta influenza nel divenire cubano che, quando hanno violentato scandalosamente Cuba sono nate due rivoluzioni. La prima dopo la proroga dei poteri del dittatore Gerardo Machado, e l’altra dopo il golpe di Stato di Fulgencio Batista.

E benché si sia rimarcato più volte in questo spazio, potremmo anche dire che gli atti libertari nell’arcipelago nacquero dalla legge, da quando i custodi dei puledri di Guaimaro hanno adattato la contesa indipendentista nascente come Costituzione.

Da allora un antimilitarismo ed una civiltà quasi inaudite sono stati presenti in ogni gesto patriottico ed emancipatore a Cuba. L’antimilitarismo è diventato quasi “belligerante” nella memoria nazionale, nonostante sia nato dall’esercito “mambì”, che rappresentava le ansie più sane di libertà e di giustizia.

Sarebbe deplorevole che l’ignoranza o la sottovalutazione di questa tradizione alimenti un’eresia storica, una profanazione della logica dello sviluppo: che invece di aprire le porte ad una rivoluzione —fonte di Diritto—come è accaduto fino ad ora, l’ignoranza o l’irriverenza alla legge apra breccia alla controrivoluzione. Allora il Diritto si prostituirebbe definitivamente, smettendo di essere fonte di giustizia, unica forma rispettabile e rivoluzionaria di legiferarlo, esigerlo ed esercitarlo.

Neanche adesso possiamo ignorare che da solo, il Diritto, non basta. Il Padre Felix Varela sosteneva che non c’è nessun dubbio che le istituzioni politiche e le leggi civili servono da protezione e da stimolo, ma non bastano per consolidare i popoli; sono come i vestiti che proteggono il corpo e lo salvano dalle intemperie, ma se il corpo è corrotto non possono guarirlo. Una prudenza sociale, frutto della moralità e della ragione, è il vero appoggio dei sistemi e delle leggi.

Quello che ci aspetta è niente meno che la conquista del più portentoso patto politico e morale che definirà la rotta della nostra nazione verso il futuro. Lo faremo con un vantaggio con cui non contano molti nel pianeta: la concezione di tutto un popolo costituente. Da tutti quelli convocati a questo atto civico sacro dipenderà se questi ramoscelli magici risplenderanno o no.

di Ricardo Ronquillo, presidente dell’UPEC, Unione dei Giornalisti di Cuba

da Juventud Rebelde

traduzione di Ida Garberi

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La Marcinelle di Foggia, il depistaggio sui caporali e gli sfruttatori in doppiopetto impuniti

Cubadebate (italiano) - Mer, 08/08/2018 - 05:05

pomodoriDopo la strage di sedici di loro, domani 8 agosto i braccianti scioperano con la USB e manifestano dal ghetto di  Rignano a Foggia. Per una terribile coincidenza di date, domani è anche l’anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio. L’8 agosto 1956 136 migranti italiani morirono assieme a tanti altri minatori belgi e di tutta Europa, nell’incendio di una miniera.

Fu contemporaneamente una tragedia del lavoro e della emigrazione, a cui tanti italiani erano costretti dalle spaventose condizioni di miseria e disoccupazione del nostro paese.

Oggi un pezzo di Marcinelle è a Foggia, mentre centinaia di migliaia di giovani hanno ripreso ad emigrare dal mezzogiorno dove dilagano povertà e disoccupazione. È lo sfruttamento del lavoro che è tornato a governare il mondo come e più di sessant’anni fa. E il dominio dello sfruttamento colpisce sia chi per lavoro lascia il nostro paese, sia chi per lavoro viene qui a morire.

I 16 braccianti uccisi a Foggia sono vittime di un incidente sul lavoro “in itinere”. È questo il termine con cui formalmente si definiscono gli incidenti e le morti che colpiscono chi sta raggiungendo o lasciando il posto di lavoro. Per questa ragione i morti sul lavoro, che nelle statistiche immediate arrivano a 800 persone all’anno, poi raddoppiano nel conto ufficiale. Si aggiungono ai morti dentro i posti di lavoro coloro che vengono uccisi mentre ci arrivano o li stanno lasciando.

I 16 braccianti di Puglia dovrebbero essere considerati morti sul lavoro “in itinere”. Dovrebbero, ma non lo sono. Perché per essere riconosciuti come tali si dovrebbe essere assicurati all’Inail, fruire di trasporti concordati con l’impresa che ti assume e naturalmente avere un contratto regolare e rispettato. Se i braccianti avessero visti riconosciuti tutti questi loro diritti di legge, assieme anche a quello di una abitazione dignitosa, molto probabilmente sarebbero ancora tutti vivi.

Ma anche se – per il disastro e la colpevole incuria pubblica nella quale sono lasciate le nostre strade come l’esplosione di Bologna contemporaneamente dimostra – se fossero stati egualmente vittime di un incidente stradale al ritorno dal lavoro, quei braccianti e loro famiglie si vedrebbero riconosciuto un risarcimento ora negato. Che c’entra tutto questo con la denuncia ipocrita che oggi tutto il regime politico mediatico fa della piaga del caporalato? I caporali sono solo l’ultimo anello della lunga catena dello sfruttamento e possono operare solo perché all’altro capo di quella catena c’è chi li usa per aumentare i propri guadagni.

Se i braccianti lavorassero secondo le condizioni della legge e della dignità umana, i caporali non avrebbero nulla da fare. Ma siccome gli imprenditori, agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione commerciale ignorano legge e dignità, e spendono per i braccianti un quinto di ciò che dovrebbero, allora i caporali trovano il loro ruolo.

Il caporalato è un effetto, non una causa, se si vuole colpire lo sfruttamento e distruzione della vita nei campi di Puglia, come di tante parti d’Italia, bisogna guardare in alto, a ricchi imprenditori italiani che stanno in Confagricoltura, Confindustria e nelle associazioni della grande distribuzione. Altrimenti si fa depistaggio, gli schiavisti in doppiopetto restano impuniti e i loro profitti di sangue prosperano.

Ora le autorità parlano di rafforzare i controlli di polizia nelle strade, quando si dovrebbero mandare ispettori nei campi e guardia di finanza negli uffici. Così lo stato è complice del caporalato e protettore degli sfruttattori.

I pomodori che arrivano nelle nostre tavole sono intrisi di sudore e sangue, come il carbone che negli anni 50 giungeva dal Belgio per scaldare le nostre case. Ora come allora, solo la lotta contro gli sfruttatori che stanno in alto può cambiare le cose.

di Giorgio Cremaschi

da L’AntiDiplomatico

 

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Il Governo cubano condanna l’attentato a Maduro

Cubadebate (italiano) - Mar, 07/08/2018 - 04:52

Venezuela-Maduro-attentatoIl Governo cubano ha espresso forte condanna all’attentato contro il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, avvenuto nella giornata di ieri durante una parata militare a Caracas.

Nella dichiarazione, Cuba ha avvertito che quest’atto terroristico, che pretende di ignorare la volontà del popolo venezuelano, è un nuovo tentativo disperato di ottenere, attraverso l’omicidio, ciò che non hanno potuto ottenere in numerose elezioni.

La dichiarazione, inoltre, ricorda che l’obiettivo non è stato raggiunto attraverso il golpe del 2002 contro il presidente Hugo Chavez, il golpe petrolifero del 2003 e la guerra non convenzionale, portata avanti attraverso campagne mediatiche, di sabotaggio e con atti violenti e crudeli.

In questo senso, Cuba denuncia ancora una volta l’operazione in corso contro il governo legittimo del Venezuela, come parte della politica vessatoria dell’imperialismo per rovesciare la Rivoluzione Bolivariana.

Questa strategia comprende l’Ordine Esecutivo, arbitrario e aggressivo, degli Stati Uniti che qualifica il Venezuela “una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera” della superpotenza.

Nella dichiarazione, Cuba ha ricordato che, il 14 luglio 2017, il Generale d’Esercito Raul Castro aveva avvertito che “l’aggressione e la violenza golpista contro il Venezuela danneggiano tutto il continente americano e beneficiano solo gli interessi di coloro che s’impegnano a dividerci per esercitare il loro dominio sui nostri popoli”.

“Avvisiamo oggi che chi cerca di rovesciare per le vie incostituzionali, violente e golpiste la Rivoluzione Bolivariana e Chavista assumerà una grave responsabilità di fronte alla storia”.

Il governo cubano, nella dichiarazione, esprime la piena e incrollabile solidarietà al Venezuela e l’appoggio illimitato al presidente Nicolas MaduroMoros e all’unione civico-militare del popolo bolivariano e chavista.

Come ha affermato il Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri della Repubblica di Cuba, Miguel Diaz-CanelBermudez, il 17 luglio scorso, in occasione del XXIV Incontro del Foro di San Paolo, dobbiamo “rafforzare la convinzione che lottare per il Venezuela significa lottare per l’integrazione della regione, per il rispetto alla sovranità e all’indipendenza della Nostra America”.

da Prensa Latina

traduzione Massimo Barba

Categorie: News

“Sono pronta a tornare in prigione altre 100 volte per il mio Paese”. Ahed Tamimi a RT

Cubadebate (italiano) - Ven, 03/08/2018 - 05:41

tamimiLa giovane attivista Ahed Tamimi, uscita recentemente dalle carceri israeliane dopo 8 mesi di detenzione per aver schiaffeggiato un soldato israeliano che aveva fatto irruzione nel suo villaggio, ha dichiarato in un’intervista alla versione RT in arabo che “continuerà a combattere per la causa palestinese, nonostante le difficoltà che ha dovuto affrontare in una prigione militare israeliana.”

Tamimi ha sostenuto nel corso dell’intervista che rischierebbe di andare in prigione di nuovo per il suo paese. “Spero che nessuno possa mai passare quello che ho passato io. Sono contenta di essere finita lì per le mie convinzioni. E sono pronta ad andare in prigione altre 100 volte se serve per il bene del mio paese”.

Tamimi a dicembre era stata filmata spingendo, scalciando e schiaffeggiando due soldati armati dell’esercito che avevano fatto irruzione nel suo villaggio natale, Nabi Saleh, nella West Bank.

“Era il soldato che ha sparato Mohammed quando era già ferito in faccia e quasi morto a causa di ciò”, ha dichiarato. “Era lo stesso soldato che sparava contro gli adolescenti vicino a dove vivo”.

Un tribunale militare israeliano ha giudicato l’adolescente colpevole di aggressione e incitamento alla violenza. Il suo arresto e la sua detenzione sono stati condannati da numerose organizzazioni per i diritti umani e il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina ha chiesto formalmente la a sua liberazione.

da L’AntiDiplomatico

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Brasile e la molto prevedibile imprevedibilità

Cubadebate (italiano) - Gio, 02/08/2018 - 04:00

LulaSabato 5 agosto, scade il termine affinché i partiti politici brasiliani realizzino le loro convenzioni, sigillino le loro alleanze ed indichino i loro candidati alle elezioni presidenziali di ottobre. E la verità è che nessuno ha un’idea di cosa accadrà.

Buon esempio di questo è la dichiarazione di Carlos Augusto Montenegro, che da quasi mezzo secolo -dal 1971- presiede uno dei più influenti organismi di sondaggio elettorali, l’IBOPE, Istituto Brasiliano di Opinione Pubblica e Statistica.

Con tale esperienza nel prevedere i risultati, Montenegro ammette che quella del 2018 sarà l’elezione “più difficile della storia del Brasile” come ha ammesso l’editorialista Bernardo Melo Franco, del giornale molto conservatore O Globo, di Rio de Janeiro.

Ad esempio di praticamente tutti gli analisti politici brasiliani, egli afferma che mai prima aveva visto “l’elettore così freddo e demotivato”, a poco meno di due mesi affinché si definisca il nome del futuro presidente.
Esiste un quadro ragionevolmente definito per quanto riguarda le alleanze e candidature. Ma persiste la grande incognita dalla quale dipenderà il quadro reale che uscirà dalle urne: il destino di Lula da Silva.

Un sondaggio pubblicato di recente indica: dopo la confusione registrata l’8 luglio, quando la determinazione di un giudice di seconda istanza di liberare Lula è stata contestata da un altro, d’istanza inferiore, che ha contato sulla complicità della polizia federale per commettere un atto chiaramente e totalmente illegale, mantenendo Lula da Silva in prigione -dove si ritrova grazie ad un processo piagato dall’arbitrarietà e offese ai principi basilari della Giustizia- la cui popolarità crebbe.

Coloro che dichiarano la loro intenzione di votare per l’ex presidente ha raggiunto il livello più alto: 41%. La somma di tutti gli altri, sia quelli già indicati che quelli che sicuramente lo saranno, è del 29%.

È una situazione limite, che indica a quale punto di confusione si è arrivato in un paese assolutamente scosso.
Allo stesso tempo, si è sigillata l’alleanza dei cosiddetti partiti “di centro”, che in realtà rispondono alla destra, e raccolgono il più grande contingente di politici denunciati o sotto indagini, intorno all’ex governatore di San Paolo, il destrorso Geraldo Alckmin, il cui carisma è paragonabile a quello di una foglia – invecchiata- di lattuga.

Con ciò, Alckmin, la cui intenzione dichiarata di voto nei sondaggi è intorno al 6%, è passato a detenere il più ampio spazio nella propaganda elettorale che sarà trasmessa dalla radio e televisione a partire da settembre. Si tratta di un capitale invidiabile. Resta da vedere che cosa otterrà l’insulso e provinciale candidato per sedurre un elettorato confuso, irritato e disinteressato (eccetto, ovviamente, gli elettori dichiarati di Lula).

Gli altri candidati, ad eccezione di un troglodita omofobo, razzista, difensore della passata dittatura militare, dell’attuale golpe, degli omicidi e torture, chiamato Jair Bolsonaro hanno davanti un difficile orizzonte.
La rara miscela di evangelica ed ambientalista, Marina Silva, che ha sostenuto il colpo di stato che ha destituito la presidentessa Dilma Rousseff ed approvato l’illegale detenzione di Lula da Silva, avrà solo otto secondi scarsi di propaganda televisiva. Tempo sufficiente per dire il suo nome e poco altro.

Un candidato di centrosinistra, chiamato Ciro Gomes, pattina allo stesso modo: a meno che non ottenga, all’ultimo momento, una sempre più improbabile alleanza formale, avrà pochissimo tempo di propaganda elettorale.
Bolsonaro, nel frattempo, rimane stazionario come favorito nel caso in cui Lula non riesca a ufficializzare la sua candidatura, ma ad una astronomica distanza nei sondaggi. Qualsiasi analista minimamente lucido scommette che, in uno scenario senza il favorito, Bolsonaro si dissolverà grazie alla sua inconsistenza, alla sua assoluta mancanza di controllo su ciò che dice, al suo radicalismo da cavernicolo, e cederà parte sostanziale del suo elettorato a Alckmin.

Gli altri non hanno il modo di decollare, sia quelli di sinistra che quelli di destra. E sopravvivono le figure folcloriche, che ogni quattro anni si presentano con l’unico scopo di poi vendere -letteralmente- il loro insignificante sostegno al miglior offerente.

Prevale, nel frattempo, la grande e definitoria domanda: cosa farà Lula da Silva?
Al momento, il leader politico brasiliano più popolare ed importante ribadisce che manterrà la sua candidatura fino alle ultime conseguenze. Si rifiuta di ammettere un’alternativa. Sirerà la corda oltre ogni limite. E poi indicherà -o no- chi dovrà eleggere il suo solido elettorato.

Con questo sorge un’altra incognita: quanti resteranno fedeli a Lula?
Con la somma di azioni, tutte assurdamente illegali, destinate ad impedire che Lula si presenti alle urne, ciò che si è ottenuto è stata la situazione più prevedibile del mondo: l’assoluta e molto pericolosa imprevedibilità.

Eric Nepomuceno, da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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Socialismo non è più una parolaccia negli Stati Uniti e per alcuni è terrificante

Cubadebate (italiano) - Mer, 01/08/2018 - 04:11

socialismoEcco un gioco divertente da fare con uno statunitense di destra: pronuncia la parola “socialismo” e conta il numero di secondi necessari per fargli gridare “VENEZUELA” in risposta. Non è chiaro quanti statunitensi conservatori riuscirebbero identificare il Venezuela su una mappa ma, ragazzo, sembrano tutti ansiosi di informarti che il paese assediato è un brillante esempio del perché il socialismo non funzionerà mai, certamente non negli Stati Uniti.

Per un recente esempio di come i repubblicani pensino immediatamente a Caracas alla semplice menzione della parola S, per favore vedi Meghan McCain, la figlia del candidato presidenziale nel 2008 John McCain. La scorsa settimana, Meghan McCain ha avuto un tracollo nel talk show televisivo di The View, quando è apparsa Alexandria Ocasio-Cortez, la socialista democratica di 28 anni che recentemente ha disarcionato un deputato di New York che manteneva il seggio da dieci anni.

Joy Behar, co-conduttrice di The View, ha affermato che la piattaforma di Ocasio-Cortez, che include proposte stravaganti come il congedo per malattia e l’assistenza sanitaria per tutti, sembrava un’idea abbastanza buona. A quel punto McCain, altra co-conduttrice (una posizione che ha chiaramente ottenuto per le sue abilità oratorie e non per il suo famoso cognome) ha gridato a tutti che questo tipo di atteggiamento le fa “scoppiare la testa”. Ci sono voluti per la McCain, i cui genitori possiedono più di 200 milioni di dollari, una fortuna in gran parte ereditata, 20 secondi per portare il Venezuela come esempio del perché il socialismo è cattivo e il capitalismo è buono. Per sostenere la sua argomentazione, ha citato Margaret Thatcher, dicendo: “Ad un certo punto, finisci per spendere i soldi di altre persone”. McCain, che ha beneficiato della ricchezza non acquisita per tutta la vita, ha concluso la sua protesta affermando: “Resto basita dal fatto che [il socialismo] viene normalizzato! Molti di noi non vogliono che il socialismo sia normalizzato in questo paese”.

McCain ha ragione. Molte persone, così ricche da dimenticare quante case posseggono (come una volta John McCain), non accettano l’idea che la ricchezza debba essere distribuita ai molti, non ai pochi, per normalizzarsi negli iper-individualistici, Stati Uniti sempre più ineguali.
Sfortunatamente per loro, tuttavia, c’è stato un cambiamento epocale negli atteggiamenti verso il socialismo in America; un paese che, per lungo tempo, si è distinto dalle altre democrazie industrializzate per non aver sviluppato un movimento socialista di rilievo. Il socialismo non è più una parolaccia negli Stati Uniti, certamente non tra i millennial, comunque, che affrontano un futuro economico molto più cupo rispetto alle generazioni precedenti. Non sorprende che un certo numero di sondaggi recenti mostrano come i millennial siano sempre più attratti dal socialismo e diffidenti nei confronti del capitalismo.

La diffusione di quello che è stato definito da alcuni come “millennial socialism” negli Stati Uniti è iniziata probabilmente con il movimento Occupy Wall Street nel 2011. La campagna presidenziale di Bernie Sanders ha dato ulteriore slancio, e la recente vittoria di Ocasio-Cortez ha aggiunto più carburante al fuoco. Potete vedere questa traiettoria riflessa nell’appartenenza ai Democratic Socialist of America (DSA). Fondati nel 1982, hanno potuto contare su circa 6.000 membri per la maggior parte della loro storia. Poco dopo le elezioni del 2016, l’organizzazione ha visto un boom di adesioni, raggiungendo 11.000 membri iscritti nel dicembre 2016. Da quando Trump ha preso il potere, l’interesse per la DSA è cresciuto esponenzialmente. Un portavoce ha dichiarato che hanno toccato quota 47.000 membri la scorsa settimana, e che questa è “la crescita più rapida della nostra storia dopo la vittoria di Ocasio-Cortez”.

Forse la cosa più significativa dell’ascesa del millennial socialism negli Stati Uniti è che sta costringendo i conservatori ad esprimere con chiarezza ciò che vi sarebbe di così tremendo in un sistema più equo – spesso con risultati che vanno oltre la parodia. Uno scrittore per il sito ultra-conservatore Daily Caller, ad esempio, ha recentemente partecipato a una manifestazione di Ocasio-Cortez e ha riferito, serio: “Ho visto qualcosa di davvero terrificante. Ho visto quanto sarebbe stato facile… come genitore, accettare l’idea che i miei figli meritassero assistenza sanitaria e istruzione”. Bambini che meritano assistenza sanitaria, immaginatelo! È un pendio scivoloso, lo è davvero. Si inizia con l’assistenza sanitaria accessibile e molto presto si finisce proprio come il Venezuela.

di Arwa Mahdawi – The Guardian

(Traduzione dall’inglese per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

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Il Moncada e la sua eredità

Cubadebate (italiano) - Mar, 31/07/2018 - 00:44

fidel-moncadaIl 26 luglio si sono compiuti 65 anni dal giorno in cui un gruppo di giovani cubani, guidati da Fidel Castro ed assecondato da Abel Santamaria, Raul Castro, Ramiro Valdés e Juan Almeyda, tra altri, realizzò l’assalto alla Caserma Moncada e Carlos Manuel de Céspedes. Fu un’azione eroica respinta con sanguinaria brutalità dalle forze militari del dittatore Fulgencio Batista di stanza nel Moncada.

Le selvagge torture e l’omicidio a sangue freddo dei prigionieri e feriti hanno scritto una delle pagine più infami della storia cubana, denunciata con ineguale eloquenza nel famoso allegato di Fidel conosciuto come “La storia mi assolverà”. La detenzione, tortura ed esecuzione di Abel Santamaría e di altri compagni furono di una crudeltà e malignità raccapriccianti. Melba Hernández e Haydée Santamaría diedero un esempio di eroismo militante che le inscrive nelle più brillanti pagine della Nostra America. La storia non solo ha assolto Fidel, ma tutti i moncadisti, che con la loro coraggiosa azione hanno aperto una nuova fase nell’incessante battaglia per ottenere la Seconda e Definitiva Indipendenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi.

Il trionfo della Rivoluzione Cubana, il 1º gennaio 1959, è stato il culmine dell’ assalto al Moncada -il cui autore intellettuale, secondo Fidel, altri non fu che José Martí- e il colpo che, in seguito, sarebbe maturato nel Venezuela bolivariano per estendersi, all’inizio del nostro secolo, attraverso l’estesa geografia nostramericana. Chavez, Lula, Dilma, Kirchner, Cristina, Evo, Correa, Maduro, Tabaré, Lugo, Mujica, Zelaya, Ortega Sanchez Ceren, e prima di Allende, Juan J. Torres e Juan Velasco Alvarado non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto, senza che i giovani moncadisti avessero previamente fatto saltare il catenaccio della vecchia storia che ci condannava alla sottomissione ai dettami dell’imperialismo. Per questo la gratitudine dei nostri popoli verso quei giovani è eterna e incommensurabile.

Servano queste brevi parole come tributo a questa straordinaria azione, che ci permettiamo chiudere, citando l’esortazione finale fatta da Fidel nella notte prima dell’inizio dell’attacco.

Il Comandante diceva quanto segue:
“Compagni: entro poche ore potrete vincere od essere sconfitti; ma, in ogni caso, ascoltate bene, compagni!, in tutti i modi il movimento trionferà. Se vinceremo domani, si farà più presto quello a cui aspirava Martí. Se fosse diversamente, il gesto servirà come esempio al popolo di Cuba, per prendere la bandiera ed andare avanti. Il popolo ci sosterrà in Oriente ed in tutta l’isola. Giovani del Centenario dell’Apostolo! Come nel ’68 e nel ’95, qui in Oriente diamo il primo grido di ‘Libertà o morte’! Già conoscete gli obiettivi del piano. Senza alcun dubbio è pericoloso e ognuno di quelli che esce con me, da qui, stanotte, deve farlo per sua assoluta volontà. Ancora siete in tempo per decidere. Ad ogni modo, alcuni dovranno rimanere per mancanza di armi. Coloro che sono determinati ad andare, facciano un passo avanti. La consegna è non uccidere se non per ultima necessità”.

di Atilio Boron da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

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Aumenta la temperatura nel Parlamento: Uguaglianza di genere, matrimonio e famiglia nella nuova Costituzione cubana

Cubadebate (italiano) - Mer, 25/07/2018 - 03:00

MarielaCome parte dell’analisi che ha avuto luogo del Progetto di Costituzione nel Primo periodo ordinario di sessioni del IX Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare alcuni dei temi trattati sono stati l’uguaglianza di genere, il matrimonio e la famiglia come parte di quanto esposto nell’Articolo 68.  

Mariela Castro Espin, deputata per il municipio Piazza della Rivoluzione de L’Avana, ha commentato che con l’Articolo 68 Cuba si situa, da una prospettiva di protezione integrale alle persone per la loro orientazione sessuale ed identità di genere, tra i paesi all’avanguardia nel riconoscimento e nella garanzia dei diritti umani.

Questa proposta di protezione è risultata dalla maturità raggiunta dal processo rivoluzionario che legittima e protegge le relazioni sociali che si materializzano in vari tipi di famiglie ed è il dovere dello Stato di proteggerle e non discriminarle, ha assicurato.

La deputata ha manifestato la sua conformità con quanto esposto nell’Articolo 68, che concepisce l’unione volontaria tra due persone con attitudine legale e si basa sui diritti e doveri dei coniugi.

Castro Espin ha sottomesso alla valutazione del plenarium che la continuazione del testo in detto Articolo si lasci alla legislazione per essere più specifico e riferirsi agli obblighi delle coppie che optano per essere madri e padri, oltre il fatto che si basa sull’uguaglianza assoluta dei doveri e dei diritti dei coniugi e nelle condizioni che favoriscano integralmente il conseguimento dei loro fini.

D’altra parte, la deputata ha fatto notare che nell’Articolo 41 si stipula che lo Stato lavora per creare le condizioni necessarie che facilitino l’uguaglianza della cittadinanza e con la frase “la migliore maniera di dire è fare”, ha concluso il suo intervento.

Da parte sua, la Segretaria Generale della Federazione delle Donne Cubane, Teresa Amarelle Bouè, ha commentato che è un passo avanti il fatto che si sia tolta la frase che dice “il matrimonio è l’unione consensuale tra un uomo ed una donna”.

Tuttavia, in questo Articolo non si parla di adozione, e questo è un tema che si è lasciato per il Codice di Famiglia e che sia questo che regoli come deve essere il matrimonio ed altre questioni.

Non si può discriminare nessuno per la sua orientazione sessuale. Tutti i diritti devono essere per tutte le persone e corrisponde alle coppie sapere se vogliono essere madre e padre, ha detto Teresa Amarelle.

Sul tema, Homero Acosta ha commentato che il concetto di matrimonio che è stato cambiato ha una ripercussione nella continuazione dell’Articolo perché ha una visione di famiglia monoparentale e le questioni vincolate ai figli hanno un’altra formulazione nel progetto di Costituzione.

La questione dei figli è regolata negli articoli 69, 70, 72, dove si parla del concetto di famiglia. Da nessuna parte si limita l’obbligo dei genitori qualunque sia il matrimonio in cui si costituisca, ha affermato.

Yolanda Ferrer, deputata per Pinar del Rio, ha detto che il matrimonio deve essere basato sull’uguaglianza assoluta dei doveri e dei diritti dei coniugi e la legge deve determinare la forma in cui si costituisce.

Stiamo dando un primo passo rivoluzionario e molto importante. Non esiste nessuna giustificazione per privare la felicità di costituire una famiglia. Dobbiamo affrontare i pregiudizi e che la giustizia che difendiamo sia inclusiva, ha sentenziato.

Ritornando a prendere la parola, la deputata Mariela Castro Espin ha esposto che se consideriamo il tema riproduttivo dobbiamo essere conseguenti nel dare queste garanzie a tutte le famiglie.

Allo stesso modo, Miguel Barnet ha affermato che “stiamo inaugurando una nuova era”. “Questa è una Costituzione dialettica e moderna, se bisogna rompere la tradizione lo faremo, perché rompere la tradizione è anche un atto rivoluzionario e nel socialismo non può esistere nessun tipo di discriminazione contro gli umani. L’amore non ha sesso”, ha enfatizzato, concludendo il suo intervento.

di Susana Anton, da Granma

traduzione di Ida Garberi

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Perché Israele teme la presenza dell’Iran in Siria

Cubadebate (italiano) - Mar, 24/07/2018 - 04:32

iran-israeleL’analista militare David Kenner, in un articolo pubblicato ieri sulla rivista statunitense ‘The Atlantic’, afferma che oggi Hezbollah, perno dell’Asse della Resistenza con Siria e Iran, ha più di 100.000 tra missili e razzi, e anche la possibilità di lanciarne 1.000 al giorno, al punto da sopraffare le difese anti-missile di Israele.

Allo stesso modo, si mette in evidenza il fatto che i sistemi di difesa missilistica del regime israeliano specificamente il controverso sistema ‘Cupola di Ferro’ non è in grado di far fronte a un gran numero di razzi e missili.

“I sistemi di difesa missilistica di Israele possono affrontare alcune minacce, ma saranno sopraffatti dal gran numero di razzi e missili che può sparare Hezbollah”, spiega l’analista, mettendo in guardia dai pericoli che rappresenta questo gruppo di resistenza.

Allo stesso tempo, l’articolo cita un altro noto analista, Ofer Zalzberg, il quale ricorda che i territori occupati israeliane non sono molto grandi e di fatto le installazioni militari israeliane si trovano vicine l’uno all’altre, rendendole più vulnerabili agli attacchi missilistici di massa.

Infine, avverte che nel caso di una imminente guerra con la Resistenza libanese, le autorità israeliane devono essere psicologicamente preparate ad affrontare la realtà, ovvero subire danni forti e devastanti, e questo solo considerando il potere missilistico di Hezbollah.

Dopo l’ultima guerra israeliana contro il Libano nel 2006, la capacità deterrente di Hezbollah è aumentata notevolmente, come hanno ammesso le autorità israeliane, che si sono avventurate sul fatto che questo movimento abbia circa 150.000 missili nei suoi magazzini.

A loro volta, i funzionari di Hezbollah hanno riaffermato, ripetutamente, la loro volontà di difendere la sovranità del paese, avvertendo che “il nemico israeliano dovrebbe pensare mille volte prima di lanciare un attacco” sul Libano.

Fonte: The Atlantic

da L’AntiDiplomatico

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Il secolo di Madiba

Cubadebate (italiano) - Gio, 19/07/2018 - 00:56

MadibaFidelEra l’immagine viva dell’ottimismo, della volontà di carattere. Il prolungato martirio a cui era stato ingiustamente sottoposto per più di cinquant’anni non scalfì il suo volto. Più esile e ingrigito rispetto alle foto che per anni sono circolate in tutto il mondo per chiedere la sua liberazione, ma con il sorriso come specchio della sicurezza nella vittoria, lo abbiamo visto quel 26 luglio 1991 a Matanzas, condividendo la celebrazione ‘moncadista’ con milioni di cubani.

Nelson Mandela era finalmente tra noi come lo era sempre stato nella memoria solidale. Quando lo presentò quel giorno, il suo ospite, il comandante in capo Fidel Castro, lo descrisse con le parole che tutti avremmo voluto pronunciare: «… assolutamente integro, incommensurabilmente risoluto, coraggioso, eroico, sereno, intelligente, capace (…) E non lo penso dopo per averlo conosciuto, lo penso da molti anni». È per questo che lo abbiamo considerato – e lo facciamo tuttora – un essere umano infrangibile ed esemplare, che aveva resistito a tutti i tentativi di infrangere la sua volontà e annientare le sue idee da parte di un regime brutale, e dalla solitudine della sua prigionia era cresciuto come leader indiscusso del suo popolo nella lotta contro l’apartheid.

Ai razzisti sudafricani non restò altra scelta che liberarlo. Madiba, come i suoi compatrioti chiamavano Mandela, sapeva che questa era solo una tappa sulla strada del trionfo delle sue convinzioni. Quello stesso 1991, tra gennaio e giugno, oltre 2.000 neri e meticci si unirono alle vittime mortali della repressione e dell’odio, stimate in 10.000 dal 1984 ad oggi.

Ma era lì, inarrestabile, a forgiare la strategia che lo avrebbe portato a vivere il sogno di un nuovo Sudafrica. Ed era a Cuba, come un fratello.

II

Per Mandela e i suoi più stretti collaboratori dell’African National Congress (ANC), la rivoluzione cubana era un punto di riferimento a partire dai primi anni ’60. Mac Maharaj, un membro di spicco dell’ANC e prigioniero politico con Mandela, raccontò come già prima che buona parte della dirigenza fosse giudicata e imprigionata, venivano commentati i successi di quest’isola delle Antille.

«Richiamava la nostra attenzione – scrisse – il fatto che un piccolo paese si stava facendo conoscere dal mondo per la sua dignità, nonostante a questo popolo si opponessero forze poderose. Io stesso in più di un’occasione parlai con Madiba dei guerriglieri di Fidel Castro che erano riusciti a rilanciare l’insurrezione popolare dopo aver sofferto un’iniziale sconfitta nell’assalto a una caserma. Se i cubani avevano vinto, anche noi potevamo vincere».

Mandela aveva avuto notizia del disinteressato aiuto internazionalista dei cubani al popolo angolano. Una delle migliori notizie ricevute in carcere è stata la vittoria delle forze combinate di angolani e cubani a Cuito Cuanavale, che avrebbe segnato un punto di svolta definitiva nel respingere l’invasione dei razzisti alla patria di Agostino Neto e nel collasso del regime dell’apartheid. Quel giorno, Madiba era certo che presto sarebbe stato nelle strade del suo paese per guidare nuove battaglie.

III

In ogni caso a Mandela pretendono di mistificarlo. I media dell’industria egemonica dell’informazione e la destra lo presentano come un uomo conciliatore. Divenuto icona delle battaglie contro il regime dell’apartheid, primo presidente nero sudafricano eletto nelle inedite elezioni multietniche del paese, oggetto di venerazione e rispetto a livello mondiale.
A lungo però ignorato e discreditato da politici e mezzi di comunicazione in nazioni che oggi lo riveriscono.

Le amministrazioni nordamericane per decenni hanno sostenuto il regime dell’apartheid – la storia razzista degli Stati Uniti è ben nota – e solo quando la debacle del sistema era imminente, dopo la sconfitta subita dall’esercito sudafricano per mano delle truppe cubane e angolane a Cuito Cuanavale, accettarono l’evidenza e si pronunciarono per lo smantellamento dell’obbrobrio.

La Gran Bretagna della Thatcher definì Mandela terrorista, per la sua leadership nell’African National Congress e la difesa della lotta armata come mezzo di emancipazione. E’ noto che in occasione del concerto per la libertà di Mandela tenuto a Wembley nel 1988 e al quale parteciparono artisti come Sting, Simple Minds, Dire Straits, George Michael, Eurythmics, Eric Clapton, Whitney Houston e Stevie Wonder, gli organizzatori chiesero che non ci fossero manifestazioni politiche durante la serata, che tutto fosse ridotto all’esposizione di un «caso umanitario», divieto coraggiosamente violato da Harry Belafonte.

Questa visione asettica e riduzionista dell’eredità di Mandela non smette di avere espressioni ricorrenti nella narrazione dei media egemonici dell’Occidente.

Sarà necessario ricordare la ferrea vocazione di Mandela nell’articolare giustizia e libertà, riassunta nelle seguenti parole:

«La pace non è semplicemente l’assenza di conflitto; la pace è la creazione di un ambiente in cui tutti possiamo prosperare, indipendentemente da razza, colore, credo, religione, sesso, classe, casta o qualsiasi altra caratteristica sociale che ci distingue. (…) Perché lasciarli diventare causa di divisione e violenza? Staremmo degradando la nostra comune umanità, se permettiamo che ciò accada».

IV

Il 18 luglio 1918, Mandela nacque in una città nel Transkei. Nel 1944 entra a far parte l’ANC e dai loro ranghi, in collaborazione con il Partito Comunista Sudafricano e altre forze progressiste, ha combattuto contro la recrudescenza della discriminazione politica e la repressione della minoranza bianca contro la maggioranza nera nel suo paese, anche attarevrso la lotta armata. Fu arrestato nell’agosto del 1962, processato senza garanzie e imprigionato per 27 anni. L’11 febbraio 1990 fu liberato.

Grazie alla sua forza morale e leadership politica, è riuscito a raggiungere con i suoi repressori il 4 Maggio 1990 un accordo per la risoluzione del conflitto politico, il negoziato di pace, il ritorno degli esiliati, il rilascio dei prigionieri politici e l’abolizione dell’emergenza. Un anno dopo firmò l’accordo nazionale di pace, che rese possibile una nuova Costituzione per il Sudafrica.

Votato in modo schiacciante dal popolo, divenne il 10 maggio 1994 il primo presidente eletto democraticamente nel paese meridionale.

Nella sua autobiografia Long Walk to Freedom (1994), scrisse: “La verità è che non siamo liberi, abbiamo raggiunto solo la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo fatto l’ultimo passo, ma il primo su un percorso ancora più lungo e più difficile».

di Pedro de la Hoz- Granma

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

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Lettera di Lula al Forum di San Paolo: “Abbiamo sottovalutato la volontà delle élite di affrontarci ad ogni costo e con ogni mezzo, compresi i colpi di Stato”

Cubadebate (italiano) - Mer, 18/07/2018 - 04:40

LulaIl Forum di San Paolo, giunto quest’anno alla ventiquattresima edizione, è una conferenza annuale dei partiti politici della sinistra e altre organizzazioni dell’America Latina e dei Caraibi. La fondazione di questo importante incontro annuale avvenne nel 1990 su impulso del leader rivoluzionario cubana Fidel Castro, in concerto con l’allora sindacalista e presidente del Partito dei Lavoratori brasiliano Luiz Inácio da Silva, meglio conosciuto come Lula.

Quest’anno è Cuba a ospitare l’importante conferenza. In questo XXIV Incontro del Forum di San Paolo viene rimarcato quanto sia importante la solidarietà internazionale per giungere alla liberazione di Lula. Attualmente detenuto in un carcere di Porto Alegre nonostante a suo carico non vi sia alcuna prova concreta rispetto alle accuse di corruzione avanzate dal giudice Sergio Moro. Anzi, un giudice ha accolto la richiesta di habeas corpus avanzata da alcuni deputati, ordinando la scarcerazione dell’ex presidente, ma con una manovra giudiziaria Lula è ancora incarcerato.

Secondo quanto spiegato all’agenzia Prensa Latina da Gleisi Hoffmann, presidente del Partido de los Trabajadores (PT) del Brasile, il sostegno di giuristi, intellettuali, artisti e movimenti progressisti a livello internazionale è fondamentale per reclamare con maggior vigore l’immediata scarcerazione dell’ex presidente. E permettere che possa così partecipare alle prossime elezioni presidenziali dove secondo tutti i sondaggi sarebbe rieletto con ampio margine contro tutti i suoi avversari.

In America Latina, fa notare Gleisi Hoffmann, è in atto una vera e propria persecuzione giudiziaria contro i leader progressisti. Oltre a Lula, basti pensare a quanto avviene nei confronti di Cristina Fernández de Kirchner in Argentina e Rafael Correa in Ecuador. Evidentemente le élite di questi paesi vogliono impedire il ritorno di determinate politiche pubbliche capaci di donare dignità e benessere alle classi più umili a detrimento di quella borghesia che invece aveva prosperato durante gli anni della tragica ‘larga noche neoliberal’.

La lettera di Lula

Dal carcere brasiliano dove è detenuto ingiustamente, e con lui le speranze del popolo brasiliano di riprendere in mano il proprio destino, Lula ha indirizzato una lettera ai partecipanti all’importante spazio di incontro per la sinistra latinoamericana che quest’anno si tiene a L’Avana.

«Apprezzo il sostegno e la solidarietà che avete dato alla mia persona, al mio partito PT e ad altri compagni perseguitati dalla destra in Brasile. Questa non riesce a convivere con la democrazia e con il sostegno dei media e la magistratura, vuole impedirci di tornare al governo per recuperare la dignità, la libertà e i diritti del popolo brasiliano.

Quando Fidel ed io, nel 1990, proponemmo che la sinistra latinoamericana e caraibica dovesse riunirsi per valutare i profondi cambiamenti che il mondo aveva subito in quel momento con l’ascesa del neoliberismo in economia e la politica, il crollo del socialismo nell’Europa orientale e la fine del bipolarismo del sistema internazionale, avevamo ben chiara l’importanza dell’iniziativa.

Quello che noi non prevedevamo era che il Forum di San Paolo potesse crescere come è poi cresciuto e riuscisse a rimanere il più importante forum per quanto riguarda l’America Latina e Caraibi, in relazione alla sinistra, lungo questi 28 anni.

Questo fatto straordinario ha contribuito affinché, all’inizio del XXI secolo, molti dei nostri paesi hanno attuato programmi per combattere la povertà, rafforzare la partecipazione popolare e l’integrazione dei nostri paesi.

Tuttavia, nonostante l’azione dei governi che cercavano di salvare i diritti della nostra popolazione, principalmente le classi più povere e vulnerabili, governando per tutti e generando opportunità per tutti, che hanno potuto beneficiare delle nostre politiche di sviluppo nazionali e regionali. Le nostre élite non tollerano la sinistra né tantomeno l’accesso delle persone escluse ai loro diritti minimi, come cibo, salute, istruzione e alloggio.

Forse abbiamo sottovalutato questa intolleranza e la volontà delle élite di affrontarci ad ogni costo e con ogni mezzo, compresi i colpi di Stato, come abbiamo assistito in Honduras, Paraguay e Brasile.

Ho sempre detto che se vogliono lottare con noi che lo facciano politicamente, si candidino e ci sconfiggano democraticamente. Perché non abbiamo paura di loro e sapremo come affrontarli e discutere con il popolo il futuro che vogliono: che si tratti di sviluppo sovrano con giustizia sociale o resa acquiescente e concentrazione del reddito.

Ripudiamo le sanzioni applicate contro il Venezuela e le minacce di intervento armato fatte dal presidente degli Stati Uniti, che purtroppo la destra del continente non condanna. Al contrario, in pratica sostiene il tentativo di escludere il Venezuela dagli organismi ai quali ha il diritto di partecipare, come l’OSA o il Mercosur.

Per non parlare della continuità del blocco criminale contro Cuba e del modo in cui l’imperialismo tratta Porto Rico e altre isole dei Caraibi.

Le difficoltà che affrontiamo oggi richiedono più che mai la presenza, le posizioni e le azioni del Forum di San Paolo. Allo stesso modo, la discussione sulla congiuntura, l’importanza delle proposte della sinistra per affrontare le difficoltà, allargando il dialogo con il popolo e la sua partecipazione alla ricerca di soluzioni nazionali e internazionali.

Un elemento essenziale che viene posto in questo momento è l’unità della sinistra nel confronto con le élite reazionarie, sottomesse e intolleranti dell’America Latina e con l’imperialismo.

La difesa dell’integrazione latinoamericana, non solo come retaggio delle idee progressiste di varie epoche, è più che mai necessaria come fattore di sviluppo e di confronto con la crisi economica. Dobbiamo resistere agli attacchi contro i diritti sociali e del lavoro che si verificano in molti dei nostri paesi.

I nostri partiti devono difendere una politica estera con punti comuni che privilegino la nostra sovranità nazionale e regionale, la riduzione dei conflitti e una visione umanista sulla questione dei migranti e dei rifugiati.

Quando abbiamo posto questo obiettivo, nessuno ha promesso che sarebbe stato facile, però abbiamo già dimostrato che possiamo vincere e attuare cambiamenti di grande importanza.

Tuttavia, un valore fondamentale che gli interessi economici e le élite cercano di ridurre e sottomettere è lo Stato democratico e di diritto. La nostra risposta deve essere il rafforzamento e il perfezionamento della democrazia, affinché la giustizia, la libertà e l’uguaglianza possano prosperare pienamente.

Vi auguro un buon incontro e voglio ribadire il mio disagio per essere qui impedito di presentare questo messaggio personalmente a causa della persecuzione politica a cui sono sottoposto a causa di una condanna assurda e kafkiana per un crimine che non esiste.

Vogliono impedirmi di partecipare alle elezioni di quest’anno, ma non mi metteranno mai a tacere o mi impediranno di lottare per i diritti dei brasiliani, dell’America Latina e dei Caraibi».

di Fabrizio Verde- da L’AntiDiplomatico

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L’era della post-verità o della moltiplicazione delle stesse menzogne?: Campagne mediatiche contro i processi progressisti latinoamericani

Cubadebate (italiano) - Mar, 17/07/2018 - 03:19

guerra-mediática-1-580x331Viviamo tempi d’intensa battaglia di idee, come, già da tempo, Fidel ci ha indicato. Se alla fine del secolo scorso ci hanno venduto la ricetta del postmodernismo, come un appello al quietismo, al feroce individualismo, alla fine delle utopie; ora, convertono in termine alla moda la post-verità*. I media lo usano ripetutamente e un gruppo di teorici ne discute, ardentemente, il significato e la portata. Il dizionario di Oxford lo ha proclamato come il termine inglese (post-truth) più utilizzato nel 2016. La Reale Accademia di Spagna lo ha santificato nel 2017. Dietro la valanga, si pretende sequestrare, ancora una volta, la vittima più frequente di tutti i conflitti: LA VERITÀ.

Per il filosofo britannico A. C. Grayling il mondo della post-verità influisce negativamente sulla “conversazione pubblica” e sulla democrazia. “È una cultura in cui poche affermazioni su Twitter hanno lo stesso peso di una biblioteca piena di ricerche. Tutto è relativo. Si inventano storie tutto il tempo”.

Si cerca di saltare la frontiera delle menzogne, invertire i campi della moralità, allargare la prevalenza dell’individualismo. Si apre la strada all’egemonia di ciò che il noto intellettuale polacco Zygmunt Bauman  ha denominato, alla fine del secolo scorso, come la “modernità liquida”, in cui nulla è solido: né lo Stato – Nazione; né la famiglia né il lavoro. “È il momento della deregolamentazione, della flessibilizzazione, della liberalizzazione di tutti i mercati”, ha segnalato. “Non ci sono linee guida stabili né predeterminate in questa versione privatizzata della modernità. E quando il pubblico non esiste più come solido, il peso della costruzione di linee guida e la responsabilità del fallimento cadono totalmente e fatalmente sulle spalle dell’individuo”.

Con la post-verità siamo indotti ad accettare che la verità sia stata superata, che l’abbiamo lasciata alle spalle. Ci si vende l’idea dell’impossibilità dell’emancipazione, del trionfo delle apparenze sul certo, dell’inesorabile obsolescenza dell’etica.

Ma viviamo realmente nell’era della post-verità? O è semplicemente il tempo della moltiplicazione delle stesse menzogne di un tempo, grazie all’esistenza e all’interazione delle moderne infrastrutture tecnologiche, delle attuali pratiche comunicative, compresi i social network digitali, ed i predominanti comportamenti sociali?

Cuba: assedio mediatico permanente

Guardandolo da Cuba, le qualificazioni non valgono molto. La traiettoria dei grandi media e le campagne mediatiche dell’impero e dei suoi alleati contro questo paese, sono sempre state, invariabilmente, le stesse dallo stesso trionfo rivoluzionario nel 1959. Manipolazioni, grossolane menzogne, mezze verità, immagini scattate come in un Jurassic Park, si sono continuamente ripetute per quasi 60 anni.

Si demonizzò l’esecuzione dei criminali batistiani, che assassinarono migliaia di figli di Cuba; si manipolò la legale e giusta nazionalizzazione delle società USA che dominavano la maggior parte dell’economia del paese; si propagò l’immagine di Cuba come obbediente satellite sovietica; si distorse lo scopo della presenza internazionalista cubana in Africa (che preservò l’indipendenza dell’Angola, contribuì alla liberazione e all’indipendenza della Namibia ed aiutò alla sconfitta dell’ignominioso apartheid in Sud Africa); e si raccontò, più e più volte, l’Ora Finale di Castro, o del socialismo a Cuba.

I grandi mezzi stampa o i libelli locali a Miami, le agenzie di notizie e la radio ad onde corte, sono serviti, nei primi decenni della Rivoluzione, come principali e quasi quotidiani veicoli delle campagne contro Cuba. Più che spazi di comunicazione erano servili strumenti di propaganda ed aggressione. Vale ricordare come il New York Times abbia censurato un ampio reportage sul reclutamento della forza mercenaria che avrebbe invaso Cuba nel 1961, al fine di non rivelare il coinvolgimento del governo USA in quel piano, o quello scandaloso e risibile dispaccio dell’agenzia UPI, degno per lo studio della beffa nelle scuole di giornalismo, in cui si parlava del riuscito sbarco di quella forza mercenaria nell’inesistente Porto di Bayamo.

Simbolico per questi tempi è che la prima offensiva mediatica della Rivoluzione cubana, dal 21 al 19 gennaio 1959, si chiamò OPERAZIONE VERITA’; quando Fidel convocò più di trecento giornalisti provenienti da diverse parti del mondo per chiarire la giustezza dei processi intrapresi contro i criminali batistiani ed esporre con fermezza i principi del nascente processo rivoluzionario.

Da quei giorni sarebbe nata l’idea di creare i primi media internazionali della Rivoluzione: l’agenzia di notizie Prensa Latina e la stazione radio ad onde corte Radio Habana Cuba.

A capo di Prensa Latina, ci sarebbe stato il giornalista e rivoluzionario argentino Jorge Ricardo Massetti, amico e discepolo del Che, che nel processo di fondazione dell’Agenzia avrebbe lascito tracciato, con cristallina chiarezza, il suo principio d’azione: “Noi siamo obiettivi ma non imparziali. Consideriamo una codardia essere imparziale, perché non si può essere imparziale tra il bene ed il male”.

Nuovi tempi, nuove tecnologie: il monopolio di sempre

L’era dell’informazione o la Società Informatizzata in cui viviamo – come indistintamente la chiamano gli studiosi – è stata teatro di cambi sostanziali nei modi e nella velocità di far comunicazione. Internet ha esteso la portata dei media, ha convertito in fatto istantaneo la notizia, ha ampliato le fonti di emissione e moltiplicato il volume di informazioni circolanti. Ma ci sono cose che non sono cambiate: il potere mediatico rimane nelle mani di pochi, la manipolazione e la menzogna continuano ad essere le armi preferite contro coloro che si propongono far fronte al dominio egemonico del capitale e del mercato; si continua imponendo e standardizzando idee, simboli, culture.

Un pugno di oligarchi della finanza e dell’industria, appartenenti a quell’élite transnazionale dell’1% che di solito s’incontra a Davos o in Bilderberg, controlla sempre più i mezzi di comunicazione ed i messaggi che vengono emessi. Lì si sono anche installati i magnati delle nuove tecnologie e delle reti sociali online, come l’uomo più ricco del mondo di oggi, Jeff Bezos, padrone di Amazon, della società di turismo spaziale Blue Origin e ora anche del Washington Post, il secondo media meglio classificato nel Ranking de Alexa per gli USA.

Pochi empori sono i padroni dei grandi giornali e televisioni nell’abbondante selva mediatica USA; solo cinque gruppi controllano la stampa francese di gran pubblico. Non pochi media latinoamericani sono sotto il controllo di gruppi USA e spagnoli.

Già nel 1843, nella sua Monografia della Stampa Parigina, Honoré de Balzac avvertiva che, quando un uomo d’affari compra un giornale (un mezzo di comunicazione diremmo oggi) lo fa “… o per difendere un sistema politico il cui trionfo gli interessa, o per convertirsi lui stesso in politico, facendosi temere”.

Le insidie, le falsità, il maneggio mediatico, che in precedenza si esercitava dalle agenzie, dalla radio o dalle pubblicazioni stampate, ormai sono ampiamente trasmesse dalla televisione satellitare, siti digitali provenienti da varie fonti, o attraverso i miliardi di utenti delle reti sociali.

I poteri mediatici globali gestiscono anche i fili dei media locali. I messaggi e le opinioni che vengono emessi a Washington, New York, Miami e Madrid sono riprodotti, con immediatezza e profusione, nei media dominanti in America Latina, gran parte delle cui azioni sono nelle mani di gruppi aziendali, finanzieri o mediatici di USA o Spagna.

I media come partiti politici. Strumenti di guerra

Nello scontro ideologico e militare della globalizzazione, i media ed i social network digitali agiscono come una forza politica e un’arma da combattimento. Sono convenientemente utilizzati per la provocazione, l’esaltazione e l’ammorbidimento nelle situazioni di conflitto.

Dobbiamo ricordare il ruolo delle TV e dei giornali dell’oligarchia venezuelana nel coordinamento ed esecuzione del golpe contro il Presidente Hugo Chávez, nell’aprile 2002.

Né dimenticare come il New York Times ed il Washington Post siano stati convenientemente usati per giustificare l’invasione dell’Iraq, nel marzo 2003. Nel giornale della città di New York, a quei tempi, si potevano leggere titoli come: “Arsenale segreto: alla ricerca dei batteri di guerra” o “Un iracheno parla dei nuovi siti di armi chimiche e nucleari”. Quegli articoli furono firmati dalla giornalista stella del Times, Judith Miller, che ha riconosciuto ricevere le informazioni dal cosiddetto Iraqi National Congress, un’organizzazione con sede a Washington e finanziata dalla CIA. I servizi segreti intossicavano l’ informazione per spaventare il pubblico USA e propiziare lo scenario di guerra.

In modo simile l’hanno fatto nelle guerre di Libia e Siria o nella frenetica offensiva totale contro la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela: inventare lo scenario, generare incertezza, promuovere l’odio, attizzare la violenza.
Nel Manuale dell’Esercito USA per la Guerra Non Convenzionale del 2010, si definisce chiaramente la connessione media-guerra: “L’aspetto più importante di un’insurrezione di successo è la fattibilità del messaggio. È essenziale che il messaggio raggiunga le persone e abbia un significato per il loro modo di vita. L’insurrezione non può ottenere un sostegno passivo o attivo senza raggiungere questi obiettivi. Ciò fa che il linguaggio, la cultura e la geografia delle masse siano particolarmente importanti”.

Riafferma inoltre che “… l’ideologia come insieme interrelato di credenze, valori e norme, è usata per manipolare e influire sul comportamento degli individui all’interno del gruppo”.

Il Manuale definisce un’escalation di azioni che portano al frattura morale, alla resa o alla sconfitta per le armi del governo nemico. Tra loro segnala in ordine di escalation:

– Creazione di un’atmosfera di diffuso malcontento attraverso la propaganda e gli sforzi politici e psicologici per screditare il governo.

– Agitazione, creare un’opinione pubblica favorevole (evocando la causa nazionale), creare sfiducia nelle istituzioni stabilite.

– Intensificazione della propaganda, preparazione psicologica della popolazione per la ribellione.

Non vi sembra questo troppo simile a quello che è successo in Venezuela e a quello che sta succedendo adesso in Nicaragua?

Ed a proposito, nello stesso Manuale dell’Esercito USA si stabilisce che uno dei primi obiettivi da annientare dall’insurrezione (leggasi gli alleati di Washington) sono i mezzi di comunicazione dell’avversario. La fase 6 della strategia include una delle operazioni da eseguire: “Selezionare come obiettivi l’infrastruttura dell’area di retroguardia, come depositi di carburante e munizioni, cantieri ferroviari, aeroporti, vie fluviali, impianti di generazione di energia elettrica, nonché installazioni radio, TV ed altri mezzi di comunicazione di massa”.

(nota: il termine post–verità, traduzione dell’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza).

di Randy Alonso Falcon

da Cubadebate

traduzione di Francesco Monterisi

 

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Elezione AMLO: grande opportunità per Messico e America Latina

Cubadebate (italiano) - Sab, 14/07/2018 - 04:30

lopez-obrador-580x341Il Messico è, insieme al Brasile, uno dei “fratelli maggiori” dell’America Latina e dei Caraibi. Non solo per il suo peso demografico – i suoi 128 milioni di abitanti rappresentano un quinto della popolazione totale della regione – e la dimensione della sua economia, il cui PIL è circa il 20% del totale regionale.

Il Messico ha tracciato la storia dell’ America Latina con vicende che hanno profondamente segnato il futuro collettivo politico e sociale. La rivoluzione del 1910 – le gesta del Messico profondo contro l’espropriazione dei contadini, il furto delle risorse e del territorio, la dittatura di Porfirio Diaz, la modernizzazione forzata e un sistema escludente – ha illuminato eroici cammini di giustizia sociale che in seguito sono stati percorsi, tra gli altri, da Sandino e Farabundo Martí.

La Costituzione del 1917 fu la prima a stabilire i diritti sociali, la separazione tra chiesa e stato, il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, con la nascita delle giornate di otto ore di lavoro, la garanzia di un salario mensile minimo e il riconoscimento della personalità giuridica dei sindacati. E anche la ridistribuzione della terra, il federalismo e la separazione dei poteri quale sistema politico.

Qualche tempo dopo, negli anni ’30, il generale Lázaro Cárdenas sarebbe stato di nuovo un pioniere della nazionalizzazione del petrolio e della rete ferroviaria, della produzione comunitaria e della riforma agraria e della vasta accoglienza degli esuli dalla guerra civile spagnola.

Anni dopo, già in tempi di oscurantismo neoliberale, la rivolta zapatista avrebbe dato visibilità alle rivendicazioni degli indigeni, che si sarebbe poi diffusa come un bagliore dando slancio ai movimenti indigenisti, risultati decisivi un decennio dopo nella politica ecuadoriana e con l’arrivo di Evo Morales alla presidenza in Bolivia.
Pertanto, nel contesto attuale, l’elezione di Andrés Manuel López Obrador è inscritta come la possibilità di rappresentare un segnale in grado di avviare una rinnovata avanzata delle richieste popolari nel continente.

Rigenerazione del Messico

Il Messico sta vivendo una situazione di grave degenerazione. Degenerazione prodotto delle varie violenze che devastano la sua gente. La diffusa violenza del narcotraffico, omicidi di giornalisti, femminicidi, la recente violenza politica compongono un quadro che suggerisce in qualche modo il ricordo di qualche tradizione sacrificale azteca, che un tempo aveva facilitato la collaborazione dell’invasione coloniale con uno dei gruppi etnici sottomessi.
A ciò si aggiunge l’enorme violenza economica che ha colpito oltre 53 milioni di messicani in povertà, tra cui quasi 10 milioni in assoluta povertà.

La degenerazione sociale a cui corrisponde una profonda degenerazione del sistema politico, in cui il federalismo formale è diventato vero e proprio feudalesimo, dilagano la corruzione, il traffico delle influenze, la copertura dell’evasione fiscale e l’onnipotenza dei cartelli monopolistici della comunicazione nella formazione dell’opinione pubblica.

Ecco perché, attraverso il suo nome, il Movimento di rigenerazione nazionale (MORENA) e il suo leader, López Obrador sono stati in grado di interpretare correttamente l’esigenza prevalente e questo è il motivo per cui sono stati ampiamente ricambiati dalla popolazione. Il Messico – senza dubbio – ha bisogno di rigenerarsi.

Non tutto, non più, non solo

L’enorme rabbia accumulata, l’urgente necessità di profonde trasformazioni sociali saranno un fattore di pressione popolare insostituibile per intraprendere un nuovo corso. Tuttavia, l’impazienza e le giuste richieste che ne derivano potrebbero costituire paradossalmente, insieme alla resistenza che l’attuale concentrazione del potere eserciterà, i principali ostacoli per il governo morenista.

Il dovere di López Obrador sarà quello di dimostrare che non rappresenta la continuità della menzogna politica. Ciò dovrebbe manifestarsi invertendo il più rapidamente possibile l’orientamento e gli effetti del Patto per il Messico, siglato nel 2012. Abolendo la riforma dell’istruzione mercantilista, recuperando la sovranità energetica, attaccando la finanziarizzazione dell’economia, democratizzando le telecomunicazioni: sono sfide fondamentali. Ma soprattutto, intraprendendo un programma di riforme economiche che liberi il Messico dalla brutale sottomissione agli Stati Uniti, paese a cui invia il 73% delle sue esportazioni totali.

Allo stesso modo, l’inizio di un progressivo smantellamento degli apparati criminali e della repressione di Stato complice di questi, l’emergere di una cultura dei diritti umani e il recupero della virtù nella sfera pubblica saranno tra le sfide più difficili che il nuovo governo dovrà affrontare.

Ancora più lento, anche se ugualmente imperioso, sarà il processo di riconoscimento effettivo dei diritti del multiculturalismo in Messico e la rivendicazione culturale delle sue radici, un processo di riconciliazione e auto-valorizzazione che è ancora irrisolto nelle vaste regioni dell’America meticcia, nera e nativa.

Niente di tutto ciò sarà fattibile da un giorno all’altro. Né può essere fatto completamente in soli sei anni. Forse la cosa più importante è che il popolo messicano abbia consapevolezza, al di là del volontarismo e del personalismo, che il sostegno dei cittadini organizzati sarà vitale per realizzare questo programma.

Le speranze di integrazione dell’America Latina e nei Caraibi sono riposte in AMLO

In un mondo dove le tendenze regressive e i fascismi hanno momentaneamente preso l’iniziativa – in parte come risposta ad una globalizzazione economica e culturale soffocante – la vittoria di López Obrador che rappresenta una sorta di “nazionalismo benigno”, un tentativo di riprendere l’idea della Sovranità dello Stato, di inserire le sue relazioni in un contesto multilaterale e di collocare il Messico nella sfera dell’integrazione regionale.

Le forze progressiste celebrano la vittoria di López Obrador perché implica l’indebolimento di uno dei principali governi satelliti dell’interventismo straniero in America latina e nei Caraibi, guidato principalmente dagli Stati Uniti, ma anche da alcuni governi europei.

Di particolare importanza sarà la difesa della pace nella regione. Il nuovo governo in Messico, in contrasto con la posizione assunta durante i sei anni precedenti che ormai volge al termine, potrebbe diventare una sorta di mediatore regionale, smorzando la raffica di azioni e sanzioni del Nord, ad esempio contro Venezuela, Cuba e Nicaragua.

Una posizione messicana con tali caratteristiche sarebbe non solo in solidarietà con le nazioni sorelle del Sud, ma anche coerente con la sua tradizione diplomatica, dalla quale emersero trattati eccezionali come Tlatelolco – in vigore fino ad oggi – attraverso i quali l’America Latina e i Caraibi sono diventati la prima zona senza armi nucleari al mondo.

Da questa posizione di dialogo e consenso sono sorte anche le efficaci mediazioni del gruppo Contadora, in cui il Messico, insieme a Panama, Colombia e Venezuela, ha svolto un ruolo centrale nel raggiungimento degli accordi di pace che pongono fine alla guerra in America centrale.

Tale gruppo è stato successivamente trasformato nel gruppo di Rio, che è stato l’immediato antecedente alla creazione nel 2011 della Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (CELAC). Ritornando su quel percorso, López Obrador potrebbe contribuire enormemente a rinvigorire l’ormai paralizzata CELAC come contrappeso allo strumento egemonico controllato dagli Stati Uniti rappresentato dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani).

Per tutti questi motivi, l’elezione di Andrés Manuel Obrador come presidente è una grande opportunità per il Messico e le nazioni sorelle dell’America Latina e dei Caraibi.
di Javier Tolcachier

da alainet.org

traduzione di M. Gemma Marx21.it

 

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Douma, Siria: né sarin, né cloro. Era solo una bufala

Cubadebate (italiano) - Ven, 13/07/2018 - 03:50
Bandiera siriana

Bandiera siriana

Dopo il Rapporto dell’OPCW che esclude l’uso di Sarin o altri agenti nervini nel presunto attacco chimico a Douma, figuraccia colossale dei tanti che impazzavano sui social con selfie con le mani sulla bocca e che ora pretendonodi farla franca evidenziando che per Douma si era ipotizzato anche l’uso di bombe aeree cariche di cloro; circostanza che, a a loro dire, sarebbe stata attestata da un ormai celebre, video prodotto dal New York Times.

Intanto, una precisazione. Sulla affidabilità dell’OPCW e sulla sciatteria delle sue“ispezioni” (almeno per Douma si sono degnati di recarsi sul posto) ci eravamo già espressi in passato e – non considerando, quindi, i suoi rapporti comeVangelo – di fronte a presunti attacchi chimici in Siria abbiamo sempre preferitobasarci, oltre che sull’analisi delle “documentazioni” riportate dai media, su contributi provenienti da fonti indipendenti come, ad esempio, libyancivilwar, un sito gestito da Adam Larson che nel suo ultimo articolo dettagliatamente analizza le incongruenze che costellano il video del New York Times.

Tra queste alcune sulle quali anche noi ci eravamo già soffermati: in un primoarticolo che analizzava il presunto attacco chimico su Douma; in un altro che analizzava una assurda “analisi delle urine” che avrebbe dovuto attestare l’attacco con cloro a Douma e un altro ancora dedicato all’analisi delle presuntebombe aeree che, a Douma, avrebbero diffuso il cloro. Ed è proprio la questione delle bombe aeree ad essere fondamentale in quanto è ormai assodato che i “ribelli siriani” producono e utilizzano composti a base di cloro che diffondono, comunque, tramite granate o proiettili da mortaio; non certo tramite bombe aeree, utilizzate in Siria solo dall’aviazione di Assad o della Russia.

Ed è proprio l’analisi delle presunte “bombe aeree” e sopratutto i “segni” che sarebbero stati lasciati su queste dal presunto sfondamento dei solai (“pezzo forte” dello scalcinato video del New York Times) ad essere, mirabilmente,affrontato da Adam Larson . Non vogliamo anticiparvi nulla, il suo articolo lo trovate qui e il sito è dotato di traduttore automatico.

di Francesco Santoianni

da sibialiria.org

 

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Cuba: il diritto umano di vivere

Cubadebate (italiano) - Mer, 11/07/2018 - 23:25

hospital-oncologico-habana-cuba-580x323Visitando di nuovo Cuba sono andato, con un vecchio collega amico, all’Istituto Nazionale di Oncologia e Radiologia (INOR), un prestigioso centro ospedaliero ubicato a L’Avana che, nel bel mezzo del bloqueo che ancora gli USA impongono alla Maggiore delle Antille, combatte senza quartiere contro il cancro e per il diritto umano alla vita degli abitanti dell’isola.

Impressionante è la cura che ricevono i pazienti adulti e della cosiddetta terza età presso quell’Istituto, uno dei principali del paese, e dove ogni giorno si restituisce la speranza di vivere a numerosi cittadini della nazione dei Caraibi e anche di altri paesi.

Ho accompagnato l’amico con suo padre, 87enne, che è stato operato 15 volte negli ultimi 10 anni, e grazie alla famoso medicina cubana, ed agli specialisti e personale dell’INOR, la sua salute migliora e la sua qualità della vita è sorprendente.

Il nonno mi ha raccontato che i medici e gli assistenti che lo curano sono tutti grandi professionisti con immensi valori umani e, nonostante l’intenso lavoro, si distinguono per la loro gentilezza e cordialità verso i malati come, similarmente, lo fa tutti i giorni la prima persona che lo riceve, la segretaria dell’ambulatorio, Andrea Mesa Cuétano, che lavora all’INOR da più di 20 anni.

E l’ho potuto vedere nell’incontro con il dottor Erasmo Gómez Cabrera, specialista di secondo grado d’Oncologia e vice direttore docente di quell’ospedale, che ha assistito il suo paziente come un famigliare, e non sono mancati, nel dialogo tra entrambi, umorismo ed affetto tipico dei cubani. Il padre del mio collega mi ha spiegato, minuti dopo, che il dottor Erasmo lo aveva operato più volte, ma così lo hanno fatto altri eccellenti medici, come gli oncologi Edgar Tijerina Gonzalez e Franklin Abreu Alain Perdomo, quest’ultimo anche uno specialista in oftalmologia.

Ha poi commentato che il dottor Edgar è nato in Costarica ed è venuto a studiare alla Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM), dove ha conseguito la Laurea d’Oro, ed ha avuto l’onore di riceverla dalle mani del leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro.

Che orgoglio per quel medico! ha manifestato il padre del mio amico, riferendosi a Fidel, creatore dell’ELAM e che ha convertito la maggiore delle Antille in una potenza medica internazionale, fatto che è riconosciuto in ogni angolo di questo mondo.

Un’altra nonnina, paziente 93enne, ascoltava con attenzione la storia del mio interlocutore, e ci ha interrotto per dire, tra i singhiozzi, che “Fidel è andato via fisicamente, ma grazie a lui ed ai nostri medici oggi molti di noi viviamo, e guarda quanti anni, come me” ha detto.

La mia permanenza all’INOR si è conclusa nella farmacia, dove i  costosissimi medicamenti per alleviare o curare il cancro sono gratuitamente fornite alle persone che soffrono di questa malattia.

I prezzi di questi farmaci si rincarono molto più per Cuba come conseguenza del feroce bloqueo che, per quasi sei decenni, gli USA impongono al popolo del decano arcipelago caraibico.

Nonostante quel crudele assedio economico, finanziario e commerciale di Washington, tutti i cubani, bambini, giovani, adulti e della terza età continuano ad aver garantito il più fondamentale dei diritti umani: il diritto a vivere.

di Patricio Montesinos

da Cubadebate

traduzione: Francesco Monterisi

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Siria respinge l’aumento dei poteri dell’OPAC

Cubadebate (italiano) - Sab, 30/06/2018 - 00:03

opacLa cancelleria siriana ha respinto oggi una risoluzione impulsata da un gruppo di paesi occidentali che permette l’ampliamento dei poteri dell’OPAC e con ciò la politicizzazione di questo organismo.

In un comunicato, il Ministero delle Relazioni Estere e degli Espatriati ha indicato che la misura facilita anche l’uso di questo meccanismo come schermo per effettuare attacchi militari contro Stati sovrani.

In una conferenza dell’OPAC, mercoledì scorso, i paesi membri della Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche hanno sottoscritto un accordo che autorizza questo organismo ad identificare i responsabili dell’uso di questo tipo di mezzi letali.

Davanti a questa situazione, il governo siriano ha espresso che tale decisione contraddice le disposizioni della Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche.

Ha segnalato inoltre che la stessa costituisce un pericoloso precedente nel sistema internazionale, concedendo ad un’organizzazione tecnica come l’OPAC facoltà per effettuare investigazioni penali e legali che non gli competono, per determinare la responsabilità per l’uso di sostanze chimiche.

In un’altra parte del comunicato, la cancelleria siriana ha affermato nuovamente la sua profonda preoccupazione per i metodi di ricatto e minacce adottati dal gruppo dei paesi occidentali contro Siria approvando l’illegittima risoluzione, promossa con meno della metà degli Stati membri dell’OPAC.

La condanna di Siria e di altri paesi come Russia contro l’ampliamento del mandato dell’OPAC è emessa dopo pochi mesi che l’alleanza occidentale Stati Uniti, Regno Unito e Francia ha lanciato degli attacchi con più di un centinaio di missili contro diversi obiettivi di questo paese arabo.

Questi Stati hanno affermato, senza nessuna verifica previa, che l’esercito siriano era responsabile di un attacco con armi chimiche contro la popolazione civile della città di Duma, nelle vicinanze di Damasco, fatto smentito con prove evidenti dalle autorità siriane e russe.

D’accordo col Governo e con i supervisori dell’OPAC, Siria ha distrutto nel 2013 tutto il suo arsenale di armi chimiche.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

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